No al Fondo Salva-Stati se non cambia la logica europea


No al Fondo Salva-Stati se non cambia la logica europea

I governi europei stanno discutendo due importanti riforme ed entrambe, per come al momento sono strutturate, possono avere per l’Italia conseguenze molto gravi.

Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda l’European Stability Mechanism (Esm), il cosiddetto Fondo Salva-Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà. L’aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito.

Osserviamo che:

I parametri scelti sono tali da escludere a priori che l’Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l’altro a “un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento”: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro paese, ed è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari paesi che ne ha dimostrato l’assoluta inaffidabilità.

Se dunque l’Italia dovesse ricorrere all’Esm, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi.

Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread  costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare.

L’insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca e il presidente francese annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall’Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l’Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti.  Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l’impostazione che ha prevalso nell’Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le “riforme strutturali”, che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.

Inoltre l’Esm è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l’Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.

L’Esm è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.

La seconda riforma in discussione è il completamento dell’unione bancaria con l’istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l’Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all’Italia – e questo senza alcun margine di incertezza – una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari.  Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma dell’Esm e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.

A nostro parere l’Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma dell’Esm . L’obiezione che in questo modo il nostro paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l’Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d’altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default.

Al veto sull’Esm bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell’efficacia. I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L’Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.

Adesioni: Nicola Acocella (univ. Roma La Sapienza), Sergio Bruno (univ. Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (univ. Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D’Antoni (univ. Siena), Antonio Di Majo (univ. Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola superiore Sant’Anna), Sebastiano Fadda (univ. Roma 3), Maurizio Franzini (univ. Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (univ. Pavia), Mauro Gallegati (univ. Politecnica delle Marche), PierGiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta(univ. Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (univ. Bergamo), Stefano Lucarelli (univ Bergamo), Ugo Marani (univ Napoli l’Orientale), Massimiliano Mazzanti (univ. Ferrara), Domenico Mario Nuti (univ. Roma La Sapienza),  Ruggero Paladini (univ. Roma La Sapienza), Marco Veronese Passarella (University of Leeds), Gabriele Pastrello (univ. Trieste), Anna Pettini (univ. Firenze), Paolo Pini (univ. Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (univ. Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (univ. del Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant’Anna), Roberto Schiattarella (univ. Camerino), Alessandro Somma (univ. Roma La Sapienza), Antonella Stirati (univ. Roma 3), Leonello Tronti (univ. Roma 3), Andrea Ventura(univ. Firenze), Gennaro Zezza (univ. Cassino).




Per l’aumento del numero e della qualità dei parlamentari


Per l’aumento del numero e della qualità dei parlamentari

di Luca Baiada

Per Costituzione, deputati e senatori non hanno vincolo di mandato, il suffragio è universale, c’è il bicameralismo, le modifiche costituzionali richiedono tempi e maggioranze particolari. Tutto si regge. La Carta ha debiti illustri: Risorgimento, Repubblica romana, moti popolari, socialismo e molto altro. Ci sono dentro Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Cavour, Beccaria, come si sente in una vecchia registrazione di Piero Calamandrei, col fruscìo di fondo, in un discorso agli studenti nel 1955. C’è dentro anche il bisogno di antidoti contro il più orrendo retaggio della storia italiana: fascismo, dittatura, sostituzione del cittadino col burattino, della politica col partito-caserma.

La modifica del 2019 – si può ancora sottoporla a referendum – riduce il numero complessivo dei parlamentari da 945 a 600. Oltre un terzo di meno. Un ridimensionamento era già nel Piano di rinascita democratica della loggia massonica P21. Gli incappucciati di Licio Gelli erano meno avari: 450 deputati e 250 senatori, totale 700. Ce ne lasciavano cento in più.

Si insiste sull’efficienza e sulla produttività delle Camere, come se fossero aziende e se occorresse una celerità da Tempi moderni, con l’operaio negli ingranaggi. Le approvazioni sono già veloci, quando serve a certi interessi: l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione, voluta dalla finanza e dalla Germania, nel 2012 è stata fatta alla svelta, con discussioni misere e senza ostacoli. Quella vicenda è la prova che deputati e senatori non sono troppi, ma pochi e inadeguati.

La saggia misura costituzionale di un Parlamento ampio e bicamerale previene colpi di testa e di mano, e anzi, forse non è neppure abbastanza prudente. Per aprire la strada a Berlusconi, dopo le bombe ai magistrati e nelle piazze, c’è un referendum bovino che liquida il sistema proporzionale; chiusa quella stagione, una votazione asinina imbriglia la Costituzione più propositiva del mondo (articolo 3, «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale…»), privandola di mezzi. Eppure, Calamandrei nel 1955 lo disse bene: le carte costituzionali di solito sono polemiche col passato, la nostra è polemica col presente: vuole cambiarlo. Col pareggio di bilancio si tolgono gli strumenti per farlo, fingendo di chiudere il tempo della brigata spendereccia.

Nella Costituzione il sistema elettorale proporzionale non c’è: da questa falla, nei contraccolpi della caduta del blocco socialista, passa il sabotaggio del sistema democratico. Col referendum del 1993, appunto, si cade nella trappola: il sistema maggioritario rende talmente sovrarappresentati Berlusconi e i suoi alleati, compresi i fascisti, da permettere un governo banditesco, subito sostituito da compromessi appena più presentabili, ma ligi alle stesse esigenze e sostenuti da una sinistra che si crede furba.

Il proporzionale non c’è, nella Carta, ma i parlamentari sono parecchi per permettere una larga rappresentanza. Anche piccoli gruppi, espressione di convinzioni minoritarie o esigenze territoriali, possono aver voce. Il loro peso nelle votazioni è trascurabile, il loro punto di vista si ascolta come un ronzio nelle consultazioni per la formazione del governo, ma la democrazia si alimenta anche di opinioni marginali, questioni sul confine dell’indicibile, proteste e ripicche, persino fanatismi. Lasciato scorrere, il fiume delle inquietudini si dilata e si scioglie; chiuso in canali, si riempie d’acque velenose e prende forza senza disperderle.

In Parlamento i gruppi ampi hanno la forza del numero, ma anche formazioni ridottissime possono fare gioco, se pochi caparbi insistono e trovano sponda nella comunicazione. Battaglie d’avanguardia possono ricevere contributi importanti: la questione ambientalista, quella sessuale, le autonomie locali, sono state valorizzate da formazioni sparute, in momenti in cui relazioni pericolose invischiavano i partiti convinti di essere grandi, mentre erano solo grossi.

Con meno parlamentari i gruppi si riducono di spessore, non necessariamente di numero, ma certamente i capigruppo esercitano più controllo. Già adesso il protagonismo è vistoso, sorretto da chi nel giornalismo trova comodo raccogliere solo la battuta del capogruppo chiacchierino. La vecchia abitudine democristiana di sottovalutare gli eletti in provincia, magari non allineati alla segreteria, con la riduzione del numero si può rafforzare.

Le apparenze ingannano: una formazione che, fra 945 parlamentari, ne ha abbastanza per un tresette, sembra insignificante ma è stata votata da almeno cinquantamila persone. Cioè, riducendo il numero, è come se una città di media grandezza perdesse il diritto di voto, o fosse costretta a votare per un programma che non vuole. Questo tipo di elezione di scarto, che va per esclusione e produce esclusi, stride con gli articoli 56 e 58 della Carta: il suffragio è universale e diretto, mentre se si è costretti a votare per i votati dagli altri, diventa sostanzialmente indiretto. C’è da chiedersi se questa modifica sia una revisione contraria alla forma repubblicana, quindi vietata dall’articolo 139. Si sa che quel divieto non impedisce solo il ritorno della monarchia.

Il numero influisce sulla struttura censitaria del voto. Più sono gli eletti, più si estende la rappresentanza. Con la riduzione gli abbienti influenzano meglio la politica, grazie al linguaggio che parlano con più disinvoltura: il denaro. La Commissione d’inchiesta sulla P2 nota nel Piano di rinascita democratica, «calata in una prospettiva genericamente tecnocratica, l’immagine chiusa e non priva di grigiore di una società dove si lavora molto e si discute poco. […] La logica del controllo contrapposta a quella del governo balza qui in evidenza con tutta la cinica conseguenzialità di una visione politica che tende a situare il potere negli apparati e non nella comunità dei cittadini, politicamente intesa»2.

Si compromette l’attività d’inchiesta: si provi a immaginare commissioni, proprio come quella sulla P2, o sul caso Moro, senza la partecipazione dei partiti piccoli o delle correnti minoritarie: probabilmente avrebbero prodotto solo relazioni aggiustate.

Si favorisce, ed è fra i rischi peggiori, l’avventurismo di ulteriori riforme istituzionali; ridurre il numero senza elevare il quorum per le modifiche della Carta, di fatto è come abbassarlo, perché il potere dei gruppi organizzati si addensa, si concentra in misura più che proporzionale alla loro controllabilità.

Sono in gioco la separazione dei poteri e l’equilibrio nei loro rapporti. Un Parlamento efficientista viene disabituato alle scelte che presuppongono il confronto di opinioni ad armi pari, quindi è naturalmente portato allo sfavore verso un potere diffuso come la magistratura. Camere a ranghi ridotti fanno quadrato meglio, contro le indagini scomode sui loro membri.

Dà fastidio l’assenza di vincolo di mandato: l’idea che un eletto stia lì per prendere decisioni, senza essere un pupazzo, sembra un ingombro nel nome dello spirito popolare. Ma un numero significativo di parlamentari permette discussioni più ricche, confronti, sfumature. Se comanda lo spirito del popolo, inteso non si sa da quale sciamano, bastano poche bocche per riferirlo, e s’intende che devono parlare a tono e pensare poco. Si comincia con gli sciamani, si prosegue con gli apprendisti stregoni, si finisce con spettri che non tornano nell’alambicco.

I paragoni con i sistemi in uso all’estero si possono fare e rifare all’infinito. Sono sempre disomogenei, specie quando si limitano a tenere conto da un lato della popolazione con cittadinanza, dall’altro del numero degli eletti. Per raffronti seri bisogna considerare gli effettivi votanti, non gli aventi diritto, e molti fattori: la distribuzione del potere fra strutture locali e parlamento nazionale, il peso effettivo di ciascun eletto, l’efficacia della funzione rappresentativa e legislativa. Comunque sono paragoni che irrigidiscono la questione su dati freddi.

Livellare la storia significa cancellarla: questo è il paese della pizza, del pizzo e del pizzino, qui si parla la lingua che ha dato al mondo mafia e fascismo. Qui rappresentanza e cittadinanza devono essere curate come si prevengono le infezioni sulle navi e il contagio negli ospedali. Una novità fu il fascismo, straordinario doveva essere l’impianto della partecipazione nell’Italia democratica. Il fascismo aveva piegato lo Statuto Albertino alla dittatura, dentro un addestramento del costume nazionale. Ed ecco che Statuto, dittatura e costumi dovevano essere spazzati via con la Costituzione. L’esercizio del voto è dovere civico, sta ancora scritto nell’articolo 48, e fino agli anni Novanta era prevista per i riottosi una nota sul certificato di buona condotta: «Non ha votato». Certo, la partecipazione popolare non si tira, le sanzioni non servono e se ci fossero, a questo punto, colpirebbero una folla. Ma la storia non la fanno il destino e gli oroscopi, e credere che dipenda dagli –ismi non è più solido che avere fiducia nelle macchinette da scommesse che hanno invaso bar e tabaccherie.

La partecipazione popolare, se non si tira, si può spingere, e si è fatto di tutto contro. C’è chi frequenta proposte come il sorteggio dei parlamentari, o consultazioni permanenti con tecnologie non verificabili. Al fondo, resta la questione dell’amore per gli altri e per sé. Nessuna tecnica di selezione del personale politico funziona, se i cittadini non sentono come propria la vita collettiva, se per le funzioni parlamentari non scelgono con cura persone conosciute, incontrabili nel quartiere o sul posto di lavoro. Magari, che si possono aspettare sotto casa, giusto per fare due chiacchiere. Non c’è nessuna democrazia se i lavoratori non si organizzano sul territorio dove vivono, mangiano, respirano. La storia di Taranto, con la sua falsa scelta fra disoccupazione e malattia, ribadisce cosa giova al padrone e avvelena la sua folla. Eppure, la stessa Costituzione dichiara la Repubblica fondata sul lavoro e dice che «tutela il paesaggio». Nel 1948 ci fecero una vignetta: un bimbo che orina all’aria aperta. Ma su questa norma, giuristi coraggiosi costruirono i primi contrasti alla devastazione ambientale, mezzo secolo prima che l’ecocidio fosse evidente.

La motivazione economica della riduzione non convince. Si è provato a fare il conto: con la riduzione da 945 a 600, ogni italiano risparmia una tazzina di caffè all’anno. Sono calcoli opinabili, le Camere spendono per le strutture, che sono burocratiche logistiche amministrative comunicative culinarie eccetera. Sono gli apparati che hanno invaso Roma occupando palazzo dopo palazzo, piazza dopo piazza, scavando sottoterra per collegare antichi edifici, ristrutturati con gusto dubbio. Si può star certi che, con una riduzione del numero, i pochi fortunati non vedrebbero l’ora di ridurre quei metri cubi di lusso pagato dagli altri, rinunciando a stare più larghi. Il menù del ristorante diventerebbe sicuramente frugale. Quando si è in pochi, quel che conta è la compagnia.

La questione è di fondo, non di spesa. Il pregiudizio per cui la democrazia è un lusso imperversa, e non solo in Italia. È falso: le dittature sono più costose. Le dichiarazioni di guerra al liberalismo sono bravate che piacciono a molte correnti politiche perché danno voce alla voglia di padrone. Una voglia che vide la prima uscita fisica a Roma nel 1994, per la vittoria di Berlusconi, quando i suoi elettori festeggiarono in strada con gli schiamazzi l’arrivo del nuovo Priapo. Ma il Priapo originale, il Cuce, almeno ebbe un Carlo Emilio Gadda a lisciarlo con la carta vetrata.

Resta il problema di come costruire un ceto politico rappresentativo, e qui il discorso di Calamandrei agli studenti, «la libertà è come l’aria, ci s’accorge di quanto vale quando comincia a mancare», riguarda anche la rappresentanza e la partecipazione. Il punto è, che la mancanza dell’aria è insopportabile, quella della partecipazione la presentano come un’ovvietà, un portato normale della vita moderna, mentre è frutto e contorno di un cambiamento brutale dei rapporti di forza nella società, nei posti di lavoro, nelle amministrazioni, negli spazi di cultura.

Il firmatario della prima proposta per l’attuale modifica, Gaetano Quagliariello, nel 2018 ha esordito al Senato citando Cesare Balbo e mettendo in secondo piano la legge elettorale, secondo lui sopravvalutata, per proporre grandi cose. Un assaggio: «Appare ora inevitabile la presa di consapevolezza che sia necessaria una riforma più ampia che investa il Parlamento e soprattutto la forma di governo e soltanto a valle, e in modo coerente, la legge elettorale». Chiaro: meno rappresentanza, meno contrappesi, più dirigismo. Ma tenendo sottobanco la legge elettorale si rischia un voto con le carte truccate, per eleggere un Parlamento mutilato, con gli esiti di un gioco baro.

Quanto a Cesare Balbo, il suo Sommario della storia d’Italia, prima edizione 1846, è da rivalutare. Massimo D’Azeglio a Giuseppe Giusti: «Anche a me la Storia di Balbo parmi il più bello ed utile lavoro sull’Italia di quanti se ne son fatti»3. Balbo, sulla Roma antica repubblicana: «Lo spendere per il pubblico, il capitalizzare il lavoro delle generazioni presenti a pro delle avvenire, è proprio sempre di tutte le generazioni forti, che han fiducia nel proprio avvenire»4. Traduzione nel 2019: ricevuta in eredità la Costituzione, a chi viene dopo bisogna consegnarla attuata, non svuotata. Altro che Quagliariello.

Nel 1947 i collegamenti con Roma erano affidati a ferrovie, torpedoni malmessi, strade antiquate e un piccolo aeroporto nato per i dirigibili (quello moderno è stato fatto molti anni dopo). Dalla seconda metà del Novecento l’attività legislativa si è intensificata e in certi periodi è stata frenetica; la democrazia vuole più attenzione popolare e più intensità del lavoro politico. I nuovi mezzi di trasporto e comunicazione permettono Camere con più rappresentanti.

Fra il 1947 e oggi la popolazione è aumentata di oltre quattordici milioni, cioè quasi di un terzo; adesso 945 rappresentanti sono pochi, non troppi: il rapporto eletto/popolazione è inferiore a uno per sessantamila. Un semplice adeguamento, che mantenesse la proporzione del 1947, porterebbe il numero a 1.260. Perciò l’attuale riduzione a 600, in realtà, è un dimezzamento.

È una questione sociale, di giustizia, di autostima. Insomma: d’amore. Sette secoli fa, nel cielo degli spiriti innamorati, un poeta scacciato come un cane, il più caparbio degli esuli, si fa interrogare da Carlo Martello e parlano di cittadinanza: «“Or dì: sarebbe il peggio / per l’omo in terra, se non fosse cive?”. / “Sì”, rispuos’io; “e qui ragion non cheggio”». Ecco, appunto.

1 Piano di rinascita democratica, voce ProgrammiMedio e lungo termine, punto a3), Ordinamento del Parlamento.

2 Camera dei deputati, Senato della Repubblica, IX legislatura, Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pp. 147 e 149.

3 Massimo D’Azeglio a Giuseppe Giusti, Epistolario di Giuseppe Giusti ordinato da Giovanni Frassi e preceduto dalla vita dell’autore, Felice Le Monnier, Firenze 1863, vol. II, p. 236.

4 Cesare Balbo, Sommario della storia d’Italia, Sansoni, Firenze 1962, p. 54.

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Linguaggio esopico degli intellettuali sotto il fascismo: un esempio illustre ricostruito da Canfora


Linguaggio esopico degli intellettuali sotto il fascismo: un esempio illustre ricostruito da Canfora

Luciano Canfora                                                                                                                                                  di Silvia Calamandrei

Luciano Canfora ha già dedicato pagine significative a Concetto Marchesi, latinista e comunista staliniano che lo ha sempre intrigato, a partire dall’episodio di Giovanni Gentile giustiziato dai partigiani fiorentini.

A partire da quella sua indagine (La sentenza, Palermo, Sellerio, 1985), condotta come una perizia filologica – come ebbe a commentare Sergio Romano sul «Corriere della sera» –, ha continuato a ricevere e a raccogliere testimonianze e materiali avviando una ricerca ben più vasta sull’intera biografia del grande classicista, fin dagli anni giovanili siciliani e all’adesione al bordighismo, per approdare al secondo dopoguerra e alle sue prese di posizione in occasione del Ventesimo Congresso, ostinato oppositore di Krusciov e della messa in discussione dello stalinismo.

La biografia (Il sovversivo, Roma-Bari, Laterza, 2019), condotta con la consueta acribia filologica impiegata per il papiro di Artemidoro, con ampie ricognizioni negli archivi e negli scritti storiografici, memorialistici e autobiografici, si dipana per più di novecento pagine, alternando la ricostruzione dei contributi scientifici dello studioso di Livio, Tacito e Sallustio alla storia della letteratura latina, all’approfondimento degli snodi del suo impegno politico di comunista e di intellettuale e accademico, sotto il fascismo e dopo la Liberazione. Canfora è in continua colluttazione con i biografi troppo agiografici e o le falsificazioni propagandistiche a posteriori, di cui spesso la responsabilità risale allo stesso protagonista, che preferisce adombrare un’origine proletaria, giocare su una propria partecipazione ai moti siciliani o nascondere momenti di compromissione eccessiva con il regime fascista. Canfora è infastidito dalle imprecisioni e dalle falsificazioni, ed è orgoglioso di poter allineare le prove che le smentiscono, bacchettandone i responsabili. Ma è anche consapevole che la memoria tradisce e che le falsificazioni spesso corrispondono a sovrapporsi di ricordi e di punti di vista in un procedere tortuoso degli avvenimenti e in un alternarsi di elaborazioni. Ci offre con questa opera magna un bel contributo alla metodologia storiografica, non accontentandosi mai della vulgata, ma cercando spiegazioni anche alle sistemazioni a posteriori. E fa appassionare il lettore all’indagine, in un contrappunto di testimonianze, lasciando talvolta in sospeso il giudizio.

Ci sono tanti begli esempi di approfondimento, a partire da quella conferenza su Tacito a Perugia del 1942 di cui esistono tante interpretazioni e versioni. Non va dimenticato che Marchesi sarebbe andato rieditando le sue opere apportandovi via via modifiche significative nei passi più controversi, Ẻ il caso di questa conferenza che si colloca nell’ambito delle celebrazioni fasciste dei Grandi Umbri (da Tacito a San Benedetto da Norcia), il cui finale di esaltazione della romanità può ben essere stato apprezzato dall’organizzatore Cornelio Di Marzio (nel cui fondo è conservato il manoscritto autografo che Marchesi gli aveva inviato), che dichiara che sarà particolarmente gradito al Duce.

Canfora ne segue le tracce nelle lettere scambiate tra amici all’epoca (la conferenza a Perugia doveva essere occasione di una retrouvaille tra Valgimigli, Marchesi, Diego Valeri e altri a Bagnoregio da Bonaventura Tecchi), nel Diario di Piero Calamandrei che riferisce quanto gli ha raccontato Pancrazi, e negli archivi stessi di Di Marzio. E la conclusione non può che essere di ambiguità della conferenza, del resto subito mandata alle stampe da Di Marzio stesso: sicuramente non ha alcuna connotazione antifascista, ma neanche antitedesca come si è preteso. Ma è interessante notare come nella corrispondenza privata Marchesi faccia di tutto per minimizzare e glissare sulla sua conferenza, mentre la portata è colta da Pancrazi e Calamandrei, che annota: «andò a salutarlo il gerarca Cornelio Di Marzio, che rappresentava il governo, e stringendogli la mano gli disse: “Questa chiusa farà molto piacere al Duce”» (Diario, ed. 2015, II, pp. 78-79).

Secondo Canfora c’è un sentimento di inferiorità degli azionisti nei confronti dei comunisti, capaci di tenere in piedi una rete di resistenza clandestina, e una “scivolata” di Marchesi non passa inosservata a chi è reduce dalla collaborazione con Grandi sui codici. A parte il giudizio dell’autore, simpatetico più verso Marchesi che verso Calamandrei, è interessante comunque la comparazione tra i comportamenti di antifascisti di diverse appartenenze che hanno entrambi giurato per conservare l’insegnamento universitario e che si trovano chiamati a collaborare a iniziative del regime per le loro alte competenze scientifiche.

Altro momento topico è l’assunzione del rettorato a Padova e il discorso di inaugurazione dell’anno accademico. Marchesi è l’unico tra i rettori nominati nell’agosto 1944 a restare al suo posto sotto il regime di Salò, a differenza di Einaudi, Calamandrei e De Ruggiero, che si “danno alla macchia” timorosi di arresto. Alla cerimonia di inaugurazione assiste anche il ministro Biggini, con il quale Marchesi intratteneva ottimi rapporti. Questo discorso, che viene pronunciato in nome dei “lavoratori”, e nel pensiero del Marchesi corrisponde alla sua ideologia comunista, può ben essere recepito nel linguaggio “socialisteggiante” di Salò, e prestarsi all’equivoco di una compromissione di Marchesi. Così la interpreta del resto il suo Partito, che si appresta ad adottare un provvedimento di espulsione nei suoi confronti, peraltro mai documentato. Comunque Marchesi dovrà cercare di nuovo il contatto col Partito, riabilitato dall’appello all’insurrezione diffuso al momento delle sue dimissioni nel dicembre.

Canfora non manca di contrapporre il comportamento di Marchesi a quello di Einaudi o Calamandrei, eccessivamente allarmati dal pericolo di arresto: in verità la sua più prolungata permanenza al rettorato gli consente un momento di messa in scena antitedesca probabilmente gonfiata nei racconti e soprattutto un appello efficace agli studenti al momento delle dimissioni, che non passano in sordina come le altre. Tant’è vero che spesso, nelle ricostruzioni a posteriori, discorso di dimissioni di dicembre e di inaugurazione di novembre si sono rimescolati nelle memorie, come se l’appello alla resistenza fosse stato già anticipato al momento dell’apertura dell’anno accademico.

Quella che il Pci considera una colpa di compromissione verrà poi cancellata nella promozione di Marchesi a intellettuale di grande prestigio e rappresentatività negli anni cinquanta; sarà lo stesso Togliatti, grato a Marchesi di essersi schierato con lui nel 1956, a pronunciare i discorsi più celebrativi, soprattutto post mortem (1957), mentre Ludovico Geymonat gli rinfaccia pretestuosamente ancora la scelta del 1943.

Il periodo svizzero dopo la fuga da Padova e i contatti con i servizi inglesi per i lanci di armi ai partigiani vengono ricostruiti con precisione, offrendoci il ritratto di un Marchesi uomo d’azione. Il suo impegno prosegue dopo il rientro in Italia, facendone un punto di riferimento significativo nei rapporti interpartitici. È da Padova con la costruzione del Cln Veneto con Silvio Trentin e Meneghetti che coltiva buoni rapporti col Partito d’Azione. Alla Costituente non esiterà a prendere posizione indipendente contro l’articolo 7, staccandosi dalle indicazioni togliattiane. Ne esce il ritratto di un uomo complesso e sfaccettato, mai burocratico nella militanza partitica, spesso con un percorso tutto suo.

Canfora in fondo lo ammira, come si desume dall’epilogo, pur evidenziandone le debolezze umane e le contraddizioni: e non solo come grande letterato e cultore dei classici, ma come intellettuale comunista che attraversa tempi oscuri mantenendo una sua coerenza e dignità. Il culto della romanità che il fascismo celebra gli ha consentito di infilarsi nelle pieghe dei pepli e degli orpelli per cercare di evocare figure di riferimento, dai Gracchi a Catilina a Cesare, che indichino percorsi di giustizia sociale. Cesare e Stalin si sovrappongono nel suo ragionamento, anche se negli anni del fascismo qualcuno ha potuto pensare che si riferisse a Mussolini. Un uomo dalla doppia vita, quella vera e quella cucitagli addosso nel mito postumo, che Canfora si sforza di smontare.

Sicuramente la democrazia non è la sua fede, reso scettico dai successi elettorali del fascismo e del nazismo: propende per una dittatura illuminata, un cesarismo progressivo e questo ne spiega lo schierarsi contro la destalinizzazione, ma anche le ambiguità sotto il fascismo e le tensioni con gli azionisti e i liberali.

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Dalla Resistenza alla Costituzione: legittimazione di un progetto di libertà e uguaglianza.


Pubblichiamo qui la “postfazione” di Paolo Solimeno al volume di Renzo Forni e Francesca Giovannini “Antifascisti e Partigiani di Impruneta – storie, testimonianze e documenti inediti”, Florence Art Edizioni, presentato il 24.10.2019 alle 17.30 nella Sala del Gonfalone della Regione Toscana, via Cavour 4, a Firenze.

La rifondazione dello stato e della società dopo la caduta della dittatura fascista e la fine della II Guerra Mondiale è avvenuta in un clima al contempo drammatico e felice: sulle macerie della guerra si percepiva l’obbligo morale di distinguersi dal passato di repressione e violenza del regime e la libertà di farlo con la guida di un’umanità nuova, emersa durante gli anni della Resistenza, unita da un nemico comune che non era solo un esercito invasore, ma l’esperienza di una sudditanza.

Alla formale caduta del fascismo decretata dal voto al Gran Consiglio del 25 luglio 1943 – cui seguirà la nomina immediata da parte del Re del maresciallo Pietro Badoglio a capo del governo che si affretta a dichiarare che “la guerra continua” – segue l’armistizio dell’8 settembre che finalmente dichiara cessate le ostilità contro gli Alleati.

Lo Stato si ritrae, emerge una moltitudine che sarà presto capace di acquistare una legittimità formale e morale, ma intanto alcuni giuristi dubitano: Santi Romano, fra i massimi giuristi del tempo, nel 1944 accusa i partiti antifascisti di creare instabilità, uccidere e perseguitare gli avversari, di non avere infine legittimità, in quanto responsabili del gesto rivoluzionario, nel dettare norme giuridiche1. Intanto altri scriveva, dopo aver passato in rassegna le forze della resistenza nell’Europa occupata dai nazisti, “che cosa vogliono questi uomini? Per che cosa combattono? Vogliono tutto ciò che il fascismo e il nazismo non sono. Libertà, giustizia, pace, fraternità, patria, ecco le parole che risuonano in fondo a tutti i cuori dei combattenti”2
Si trova infatti nella “scelta”
3 dei partigiani che sono per la democrazia e contro il nascente fascismo, in qualche caso sin dal Biennio rosso del 1919-21 e della reazione alle prime violenze fasciste, ma soprattutto nella scelta di quanti prendono le armi l’estate del ’43 dopo la caduta del fascismo (e la scelta cruciale sta qui nel rifiutare il reclutamento della Repubblica Sociale di Salò) il gesto collettivo che fonda un nuovo ordine morale e costituzionale.

Tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 il re a Brindisi e il redivivo fascismo della Repubblica di Salò esercitano una sovranità solo formale, di fatto domina a Nord l’occupazione nazista, a Sud l’esercito degli Alleati. Anche i Comitati di Liberazione Nazionale (nati già il 9 settembre ’43) sembrano raccogliere una legittimazione dal basso, dalle vicende individuali della resistenza di singoli contro il nazifascismo, e fra i Comitati di Liberazione è da sottolineare l’indipendenza e autonomia del Comitato Toscano che, oltre ad essere come gli altri organismo di direzione della resistenza, si impose, senza intermediari, come struttura di governo del territorio liberato dall’occupazione nazifascista. Tra il 1943 e il 1945 ci sarebbe solo la sovranità individuale dei partigiani che hanno impugnato le armi per riempire il vuoto della sovranità aperta dallo sprofondamento dello Stato fascista; e qui starebbero le fondamenta del nuovo patto di cittadinanza secondo un recente saggio4, una cesura imposta da una moltitudine che insorge e crea una legittimità del nuovo agire giuridico. E solo in un secondo tempo si organizzeranno i partiti, fino ad arrivare al momento elettorale del 2 giugno 1946 in cui si votò il referendum fra monarchia e repubblica e si elesse l’Assemblea costituente già prevista dal Decreto luogotenenziale del 25 giugno 1944; sul momento partitico, nato dai CLN, come unico davvero legittimante poneva invece l’accento la produzione giuridica tradizionale, primo fra tutti Costantino Mortati già nel 1945.

Nell’assemblea costituente, eletta con sistema proporzionale, prevalsero i tre grandi partiti di massa: la Democrazia Cristiana col 35% dei voti, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (20,68%) ed il Partito Comunista Italiano (18,93%); pochi i voti alla destra (Liberali, Qualunquisti, Monarchici e UDN), pochissimi al Partito d’Azione (1,45% e 7 seggi).

I lavori della costituente, composta da 556 parlamentari, durarono quasi 18 mesi eleggendo al proprio interno una Commissione di 75 membri incaricata di redigere il testo della Carta; questo fu proposto a gennaio 1947 all’assemblea generale per la discussione e sarà approvato il 22 dicembre 1947 con 458 voti a favore su 520 votanti (88% di consensi).

La nostra Costituzione è il frutto del confronto5 tra diverse culture politiche, socialista e comunista, liberaldemocratica e cristiano sociale. Tutte dettero un contributo importante, ma riuscendo a generare un “compromesso” fra le diverse ispirazioni dei partiti che le esprimevano: i “partiti totali” esaltati da Mortati riuscirono cioè ad esprimere una volontà comune, non restarono parti, espressione di ideologie o interessi di classe, ma disegnarono un comune principio costituzionale6.

Le premesse ideologiche del confronto posero sul piatto la tendenza operaista e statalista delle culture socialiste e marxiste, quella derivante dalla rivoluzione francese, ma aggiornata dalla sensibilità sociale e dell’equilibrio fra diritti sociali e di libertà, della cultura liberaldemocratica (e liberalsocialista) e quella del rispetto della persona e delle formazioni sociali della formazione cristiano sociale, la più recente nell’espressione partitica. Ma la sintesi è un passo avanti, non un collage.

La nostra costituzione si presenta anzitutto come una delle più avanzate espressioni del costituzionalismo democratico il cui paradigma sta nel riconoscere la rappresentatività delle istituzioni, strumento di espressione della sovranità popolare, e la piena affermazione e tutela sia dei diritti di libertà che dei diritti sociali; ma nella particolare declinazione della “democrazia sociale” che è insieme uguaglianza sostanziale, progetto di trasformazione e partecipazione popolare. E si consegna al legislatore ordinario, alle maggioranze future, non solo un vincolo procedurale e formale secondo il quale la legge è tale se approvata dalla maggioranza dei parlamentari eletti e promulgata dal Presidente della Repubblica, ma anche un vincolo di contenuto7: la Costituzione, quale norma sovraordinata e primaria, definisce e tutela principi e diritti fondamentali e garantisce la loro inviolabilità.

Fra i diritti e vincoli di maggior rilievo c’è il riconoscimento dei diritti fondamentali ed il principio di solidarietà (art. 2), completato e specificato da molti richiami della prima parte, dalla libertà personale dell’art. 13 (baluardo contro ogni repressione poliziesca) al diritto di espressione del pensiero dell’art. 21 (una delle tante antitesi rispetto al regime fascista del pensiero unico); l’uguaglianza formale dell’art. 3 (I comma, principio essenziale, se inteso come divieto di discriminazioni ed insieme alla tutela della dignità della persona) e quella sostanziale (al II comma che supera l’astratta uguaglianza dei soggetti di diritto per imporre alla repubblica il compito di realizzare il pieno sviluppo della persona mediante l’abbattimento degli ostacoli economici e sociali: una trasformazione sociale, se non una rivoluzione). Nei rapporti economici (Titolo III della I parte) si trovano poi precetti che disegnano da un lato il primato dei diritti sociali, una radicale innovazione delle costituzioni del XX secolo – il diritto alla salute, all’istruzione, il diritto ad un lavoro adeguatamente retribuito e alle prestazioni a sostegno del lavoratore inabile – non subordinati a vincoli economici e fonte anzi di indirizzo di politica economica (fino a stabilire un regime misto, di intervento in prima persona dello Stato nell’economia, non come mero regolatore), e limite e funzione delle libertà economiche (imprenditoriale, art. 41) e della proprietà (art. 42); dall’altro il ruolo dello stato di protagonista della vita economica nazionale: è titolare d’imprese e proprietà, le acquisisce nell’interesse generale (art. 43), e “riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende” (art. 46).

Un veloce sguardo alla II Parte ci mostra il disegno istituzionale incentrato sul primato del parlamento: la Carta è scritta da partigiani ed esuli, minoranze perseguitate che si fanno maggioranza costituente, da giuristi amanti delle libertà politiche e civili e anche perciò è attenta all’equilibrio fra i poteri, alla centralità del parlamento; e costruisce ad esempio l’originale figura di un presidente della repubblica che, pur privo di poteri interdittivi, ha strumenti di persuasione e poteri di nomina che gli consentono di esercitare il ruolo di garante della legalità costituzionale; ruolo che in modo più diretto, ma solo eventuale, se investita dagli altri organi, svolge la Corte costituzionale.

La Costituzione ha dovuto subito affrontare il dibattito sull’effettiva vigenza delle sue norme: prima negata dalla Cassazione, presto prevalse l’affermazione da parte della Corte costituzionale (con la prima sentenza del 1956; in dottrina V. Crisafulli) dell’immediata e indistinta cogenza sia delle norme “precettive”, sia delle norme “programmatiche” (da attuare con legislazione ordinaria) di ogni disposizione della Costituzione.

Ma la Carta è stata, sin dalla sua entrata in vigore, oggetto di contesa fra le forze politiche: l’unica stagione di attuazione deve purtroppo circoscriversi agli anni 1962-1978 durante i quali, compiendo una notevole stagione culturale e politica, si nazionalizza l’energia elettrica L. 1643/1962, si innova la disciplina dei licenziamenti Legge 604/1966, si introduce il divorzio L. 898/1970, si approva lo statuto dei lavoratori L. 300/1970, si regola il referendum abrogativo L. 352/1970, si approva l’ordinamento regionale L. 281/1970, si riconosce il diritto all’obiezione di coscienza L. 772/1972, si approva il nuovo diritto di famiglia L. 151/1975, si regola l’interruzione volontaria della gravidanza L. 194/1978, si istituisce il finanziamento pubblico dei partiti L. 195/1978, il trattamento delle malattie mentali L. 180/1978, il servizio sanitario nazionale L. 833/1978: questi sono alcuni dei momenti attuativi della costituzione, vere e proprie “riforme” del nostro ordinamento giuridico8, che talvolta rimossero disposizioni di matrice liberale o fascista nettamente in contrasto con la carta del 1948, ma più spesso introdussero diritti e tutele funzionali alla realizzazione dei principi di uguaglianza, solidarietà sociale, libertà.

Subito dopo la stagione delle riforme è iniziata una lunga fase di “congelamento”9cui sono seguiti tentativi di modifica formale di parti anche ampie della Costituzione, soprattutto della II parte. Peraltro si è arrivati solo alla approvazione parlamentare dei progetti del centrodestra nel 2005 (che avrebbe introdotto un radicale decentramento, di “devolution”, e un forte squilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo) e del centrosinistra nel 2015 (che avrebbe concentrato il potere legislativo nella sola Camera dei deputati in dialogo stretto con il governo, riducendo il Senato a fioca voce delle autonomie locali); entrambi questi due tentativi di modifica sono stati bocciati, nel 2006 e nel 2016, dal referendum confermativo previsto dall’art. 138 Cost. dimostrando da un lato una inaspettata tenuta della Costituzione nel sentimento popolare, dall’altro una intima debolezza dei tentativi di modifica promossi da maggioranze governative che vogliono ridurre la matrice pluralista e parlamentarista della Costituzione.

La sfida dei prossimi anni, dopo un progressivo indebolimento delle istituzioni rappresentative a favore degli esecutivi ed un diffuso sacrificio dei diritti sociali per perseguire obiettivi di stabilità finanziaria e monetariaa, sembra che sarà l’impegno per l’attuazione della nostra costituzione nel nostro ordinamento e nella definizione del contenuto degli ordinamenti sovranazionali10.

1S. Romano, Rivoluzione e diritto, 1944, in Frammenti di un dizionario giuridico, 1947.

2C. L. Ragghianti, articolo sulla Libertà dell’estate 1944, periodico toscano del Partito d’Azione.

3Il saggio tuttora più ampio e meditato sulla “scelta” ritengo sia Una guerra civile – saggio storico sulla moralità nella resistenza di Claudio Pavone, 1991.

4G. Filippetta, L’estate che imparammo a sparare, Storia partigiana della Costituzione, 2017.

5L’alto dibattito si può leggere negli Atti dell’Assemblea consultabili in rete su archivio.camera.it

6Vedi il saggio di M. Fioravanti Il compromesso costituzionale, Il Ponte, aprile 2009. Cfr. anche l’emblematico “rifiuto” del concetto di compromesso di P. Togliatti, Discorsi alla costituente, 1973, pag. 9.

7L. Ferrajoli, La democrazia costituzionale, 2016.

8Vere “riforme”, attuazione della costituzione, ancorate al concetto di “riformismo” che indica un progresso nell’organizzazione economica e sociale che interviene sul sistema capitalistico senza abbatterlo, come invece farebbe la rivoluzione; saranno poi chiamate spesso riforme anche le involuzioni neoliberiste che si produrranno non solo in Italia dagli anni ’90 in poi, in specie privatizzazioni, deregolamentazioni, rimozioni di diritti sociali faticosamente conquistati nei decenni precedenti.

9Dopo il “congelamento” del periodo 1948-1956, quando iniziò ad operare la Corte costituzionale, si può dire tale anche il ventennio 1980-2001 in cui si arrestò il processo riformatore e si avviarono, sulla spinta del neoliberismo angloamericano, riforme reazionarie in molti campi.

10A. Algostino, Democrazia sociale e libero mercato: Costituzione italiana versus “costituzione europea”?, in Costituzionalismo.it, saggio n. 243, 2007.

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Abstract del volume:

Alla vigilia del 75° anniversario della Liberazione di Firenze, la Sezione ANPI di Impruneta ha raccolto le storie di coloro, antifascisti e partigiani imprunetini, che negli anni della dittatura e della guerra furono protagonisti. Il volume è il risultato di un’approfondita ricerca condotta principalmente all’interno dell’Archivio dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea – nell’Archivio del Comune e nella sezione “Casellario Politico Centrale” dell’Archivio Centrale dello Stato – che ha permesso di ricavare i nomi degli antifascisti imprunetini che durante il Ventennio furono inseriti nella lista del casellario, lo strumento per la schedatura di massa dell’allora governo fascista e dei partigiani del territorio ai quali, alla fine della guerra, fu ufficialmente riconosciuto il ruolo avuto nella lotta di Liberazione.

Il volume infatti, oltre a inquadrare Impruneta all’interno del contesto storico e sociale del periodo di riferimento raccontando gli anni del Ventennio, l’organizzarsi dell’attività antifascista e la Resistenza, si arricchisce delle biografie dei cittadini che si opposero al fascismo e alla dittatura e dei partigiani che combatterono la guerra di Liberazione, raggiungendo, subito dopo l’8 settembre 1943, le prime bande armate che si erano rifugiate nelle zone boscose e montuose del preappennino e della Toscana centrale.

La memoria e i ricordi della comunità hanno consentito la restituzione di storie di vita e hanno dato la possibilità di omaggiare coloro che, a rischio della propria vita, continuarono ad affermare le proprie idee non abbracciando l’ideologia fascista, nonostante per anni avessero subito, intimidazioni, arresti e vessazioni di ogni genere. Attraverso queste biografie e le vicende dello specifico contesto locale, emergono gli aspetti più drammatici del sistema repressivo del fascismo e del regime che hanno riguardato la storia nazionale e anche i percorsi personali di chi scelse di opporsi.

Questa pubblicazione restituisce infine un pezzo di storia del territorio di Impruneta negli anni della dittatura e della guerra fino ai mesi della Liberazione contro il nazifascismo, un tassello quindi del più ampio quadro complessivo della Resistenza fiorentina, fondamentale non solo per conoscere il nostro passato, ma anche per affrontare con maggiore consapevolezza il nostro presente.




Orientarsi, dal basso


Orientarsi, dal basso

Studenti

di Lanfranco Binni

L’egolatria “machiavellica” («Machiavelli, chi era costui?») del vendicativo serial killer di Rignano e le sceneggiate nazional-sottoproletarie del capobranco di Pontida non bastano a spiegare una non troppo evidente tendenza in corso. Il disegno renziano: dopo aver spinto Zingaretti al governo con M5S e LeU, uscito dal Pd in posizione di forza parlamentare, commissariare il partito dall’esterno e dall’interno (lasciando nel Pd i basisti di una scissione in futuro più ampia nei gruppi dirigenti), rompere definitivamente con la sinistra cattolica ed ex comunista del partito e riesumare in condizioni nuove, al “centro” dello schieramento politico, il progetto del Partito della Nazione («né di destra né di sinistra») già sperimentato con il patto del Nazareno. La prospettiva è un nuovo bipolarismo Renzi-Salvini che trovi nel fascio-leghismo un utile competitor mediatico. Il recupero elettorale di parte della base disorientata del Pd, prigioniera inerte dell’antico mito del “partito”, e il logoramento dell’area (parlamentare e non solo) del M5S attraverso astute schermaglie politiciste, sono i due corollari principali del disegno renziano. La cooptazione immediata nei gruppi parlamentari renziani di una senatrice di Forza Italia, i contatti in corso (noi non abbiamo le prove ma sappiamo che… ) tra il “centrista” Berlusconi e il suo allievo più promettente, il salvataggio dall’arresto di un deputato di Forza Italia grazie ai voti dei franchi tiratori renziani, sono tutti segnali di una tendenza in corso, a tempi accelerati. E una presunta area di centro democristiano sta concentrando gli oscuri desideri di tutte le forze politiche “a sinistra” del fascio-leghismo.

Lo “scampato pericolo” dalla deriva leghista del governo gialloverde, salutato per ragioni di “stabilità” dai mercati finanziari e da un’Unione europea indebolita da prospettive economiche di stagnazione e recessione, lascia intatte tutte le ragioni strutturali della crisi di sistema di cui la vicenda politica del governo è soltanto un aspetto parziale e di superficie. Crisi economica di un capitalismo manifestamente insostenibile, in posizioni marginali nello scenario della globalizzazione finanziaria che cerca scampo in politiche di guerra economica e militare in un pianeta devastato; crisi culturale di un modello di sviluppo che non produce “crescita” ma soltanto disuguaglianze intollerabili e crescenti povertà, rendendo impraticabile ogni illusoria ideologia consumistica e ponendo in primo piano la minaccia concreta di un cambiamento climatico mai affrontato dai governi; crisi politica della democrazia rappresentativa in un confronto drammatico tra gruppi oligarchici e interi settori di popolazione abbandonati alle miserie della discarica sociale; crisi demografica di un paese sempre più vecchio e incapace di rinnovarsi, di nuovo soggetto attivo di emigrazione; crisi geopolitica di un paese privo di sovranità nazionale, marginale in Europa e al servizio delle politiche del governo supremo della Nato.

È su questi terreni che dovrà misurarsi il nuovo governo M5S-Pd-LeU, in un quadro di aspre contraddizioni politiche e di limitate possibilità economiche che richiede scelte strategiche molto precise nel breve e nel medio periodo. Nell’area di governo coesistono storie e visioni politiche molto diverse, e la sua esperienza sarà inevitabilmente di “transizione”. Il M5S dovrebbe aver imparato qualcosa dalla fallimentare esperienza di governo con la Lega, ma i suoi “temi” (il taglio del numero dei parlamentari con la motivazione risibile di un risparmio economico, il ripetutamente affermato atlantismo in politica estera, una visione della “democrazia diretta” come questione puramente tecnologica, il mito dei capitalisti dal volto umano, l’ossessione compulsiva del dichiararsi «né di destra né di sinistra») sono segnali di un’inconsapevolezza politica perdonabile all’inizio della sua esperienza ma oggi insostenibile. Il movimento non è mai sceso sul terreno di una pratica sociale ispirata ai principi e ai metodi della democrazia dal basso, non si è mai confrontato seriamente con la storia delle tradizioni democratiche e socialiste di questo paese. Senza questo passaggio necessario, il movimento si chiuderà nella sfera assediata della “politica” di sistema; l’unica alternativa sarebbe aprirsi con decisione al lavoro politico di massa, per confrontare le idee con la prassi e costruire processi. E non basta, per sopperire al troppo debole radicamento nei territori, un’apertura elettoralistica alle liste civiche. I prossimi mesi saranno decisivi, un ultimo appello, per le sorti del movimento.

Il Pd di Zingaretti è oggi commissariato e ricattato dal nuovo partito di Renzi. Saprà costruirsi una credibilità di sinistra, in discontinuità con le derive neoliberiste degli ultimi decenni? Saprà trovare un ruolo di partito di sinistra nella società? E saprà LeU riattivare processi politici nella realtà sociale? Imprese ardue. Eppure dovrebbe essere chiaro al M5S, al Pd e a LeU, impegnati nella nuova esperienza di governo, che non solo di governo si tratta. In una crisi di sistema, ogni governo è comunque un aspetto parziale del sistema in crisi, e ne fa parte. Fuori dall’area di governo c’è la nota (in realtà, ignota) “prateria” delle classi pericolose che non si riconoscono nel sistema e non riconoscono i suoi riti di autoconservazione. Nella “prateria” ci sono i movimenti antisistema, di sinistra e di destra. Il nuovo governo è nato soprattutto come argine al populismo plebiscitario della Lega, per evitarne un probabile straripamento attraverso infauste elezioni anticipate. Gli attuali gruppi dirigenti della Lega sono l’esito di una lunga esperienza di governo a livello nazionale e locale in cui tutto si è intrecciato, dall’oltranzismo securitario alla chiusura identitaria, dalle complicità con il berlusconismo alle pratiche corruttive, dall’odio per gli stranieri alla giustizia fai da te. Ma è innegabile che nella crisi di un sistema politico ed economico che ha scaricato sulle classi subalterne le contraddizioni di problemi mai risolti (l’immigrazione, la precarietà, le crescenti povertà), la Lega abbia saputo intercettare settori consistenti di elettorato popolare (operai, artigiani, piccoli imprenditori) anche da settori di antica tradizione Pci. La collera sociale di questo elettorato che i vari governi di destra e di “sinistra” hanno abbandonato alle magnifiche sorti e progressive delle banche e del mercato, e di un’Unione europea che ne è fondamentalmente espressione, richiede attenzione e risposte, relazioni di pratica sociale per individuare le vere ragioni della collera, a riconoscere i veri nemici, a recuperare diritti negati. Questi settori popolari non possono essere lasciati nelle mani di un capobranco fascio-leghista. Svilupperà il nuovo governo politiche sociali conseguenti? Saprà fare politica in questa complessa, ma anche molto elementare, realtà? Come sarà affrontata la questione umana, politica, sociale e culturale, demografica, dell’immigrazione? Servono pensieri lunghi e visioni strategiche sul futuro di questo paese.

Democrazia e demofobia. La crisi attuale del sistema politico italiano è stata determinata dagli elettorati, di sinistra e di destra, che il 4 dicembre 2016 hanno bocciato (imprevedibilmente) la riforma anticostituzionale della banda Renzi, e alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno sconvolto il quadro istituzionale spingendo al governo, con grandi aspettative di cambiamento, il M5S (33% dei votanti, con un astensionismo in forte calo). Le successive elezioni amministrative, regionali e comunali, e le elezioni europee del 26 maggio di quest’anno, in presenza di un governo M5S-Lega di separati in casa sulla base di un “contratto” che ha velocemente rafforzato la politica di estrema destra della Lega e costretto il M5S in posizione subalterna nonostante alcuni tentativi positivi ma limitati sul piano delle politiche sociali, hanno aperto la voragine di una crisi democratica allarmante. Si è acceso un fuorviante dibattito, pompato dai media ma alimentato dalle forze politiche di governo e di opposizione, sui temi semplificati del “sovranismo” e del “populismo”: uno scontro di estrema violenza tra democrazia e demofobia, tra forze politiche assediate e “classi pericolose”. Il disprezzo degli elettorati del M5S e della Lega ha lavorato per Salvini, aumentando vorticosamente il consenso popolare alla sua propaganda xenofoba e razzista, rievocando scenari plebiscitari (i «pieni poteri» mussoliniani branditi come una clava su qualunque opposizione). Il resto è storia recente, ma la velocità degli eventi non deve rimuovere quanto è accaduto. La democrazia è la lotta per la democrazia, la demofobia è un vicolo cieco che produce involuzioni e arretramenti.

In una crisi di sistema così profonda e conclamata come nella situazione italiana il ruolo di un governo e del Parlamento è fortemente limitato, non certamente esclusivo; se poi la crisi assume il carattere di un’implosione nella ristretta area di governo, come sta accadendo in questi mesi, di governo in governo, la questione del potere si pone in altri termini nella società di tutti.

La sinistra italiana, che esiste e attraversa, con la sua storia e la sua presenza diffusa (nei movimenti sociali, nella pubblica amministrazione locale, nella scuola pubblica, in un’estesa galassia di formazioni politiche, e anche nelle aree elettorali delle forze dell’attuale governo) può e deve assumersi la responsabilità di spostare decisamente “in basso” il baricentro della società, per costruire dal basso e fuori dall’area di governo, in posizione di controllo critico e conflitto, reti sociali di autonomia e autorganizzazione, operando nelle comunità locali per costruire e organizzare società. Pratiche relazionali aperte, su ogni tema della reale situazione italiana. Questa sinistra diffusa, che è influente anche sul piano elettorale come ha saputo dimostrare con i suoi voti e le sue astensioni, dal referendum del 2016 a oggi, è determinante sul piano della costruzione di una democrazia ispirata ai principi dell’egualitarismo, del multiculturalismo e di un socialismo libertario forte delle esperienze socialiste, comuniste e libertarie del Novecento. In questo piano di realtà sono centrali pratiche di democrazia diretta, relazionale, sociale.

«Il Ponte», che su questi temi ha una storia lunga 75 anni (il prossimo numero della rivista, storico e antologico, ripercorrerà il percorso della rivista dal 1945 a oggi), è un cantiere aperto, oggi come ieri. Sul tema della democrazia diretta per il socialismo, per operare attivamente in ogni settore della società italiana, insistiamo con tenace convinzione. Oggi l’umanità è a un bivio: farsi distruggere dagli orrori di una storia che gronda sangue, oppure costruire – con alta visione e alta passione – realtà liberate dalla schiavitù economica, dall’isolamento dei sudditi, dai poteri oligarchici, rovesciando «dal basso» le piramidi sociali. Creare e organizzare società di tutti non è un’utopia, è una necessità. Ognuno, in ogni settore della società, si faccia centro di un processo corale (relazionale, sociale, culturale e politico), ognuno sviluppi il proprio potere per il potere di tutti.

Permettetemi un piccolo cortocircuito di memoria storica: lavorando con Antonio Resta alla pubblicazione del carteggio tra Aldo Capitini e Luigi Russo, abbiamo ritrovato un articolo che lo storico e critico letterario aveva pubblicato nel gennaio 1946 su due giornali del Partito d’Azione, «Non Mollare» e «L’Italia libera», dopo aver assistito a un incontro del Centro di orientamento sociale, nella rete dei Cos progettati e organizzati da Capitini subito dopo la liberazione di Perugia nel 1944, istituito a Firenze nel dicembre 1945. Invitato dall’animatrice del Cos fiorentino, Eleonora Benveduti Turziani, azionista e poi militante comunista, sindaco di Scandicci dal 1951, espulsa dal partito nel 1965 per frazionismo “filocinese”, Russo esprime tutto il suo ammirato stupore per il carattere geniale e assolutamente inedito della situazione a cui ha assistito. Il titolo dell’articolo è C.O.S., angelica e diabolica invenzione. Lo ripropongo integralmente, fa pensare. A proposito di democrazia diretta e indiretta.

Avevo sentito parlare del C.O.S., cioè del centro di orientamento sociale, alcuni mesi fa ad Arezzo, e il suo primo inventore e organizzatore sapevo che era Aldo Capitini, un mio amico perugino, filosofo e singolarissimo uomo, che ne dava l’esempio a Perugia, sua città natale, con crescente partecipazione ed entusiasmo del pubblico.

Che cosa è il C.O.S.? Il C.O.S. è un’invenzione quasi diabolica, se le invenzioni dei diavoli poi, nella loro forma più matura e più perfetta, non coincidessero con quelle degli angeli; quindi la diremo un’invenzione tanto diabolica quanto angelica. È un’invenzione pedagogicamente assai ingegnosa, perché abitua il popolo all’autogoverno, abitua la cittadinanza alla discussione e al controllo dei problemi cittadini, permette un onesto sfogo alle passioni e ai crucci che si accumulano nella nostra fantasia per essere troppo chiusa, quando sentiamo bisogno di prendercela con qualcuno, ci fa conoscere, apprezzare o disistimare i nostri amministratori o governanti, in una parola il C.O.S. è una trovata assai geniale perché ci si avvii verso le forme di democrazia diretta.

Per ora sappiamo poco dei confabulari, degli intrighi o delle nobili e appassionate discussioni che gli uomini preposti alla cosa pubblica fanno nelle segrete aule dei loro uffici; forse qualche usciere ne sa qualcosa più di noi di quello che avviene, mettiamo, negli uffici dell’Annona, nell’ufficio alloggi, negli uffici dell’Igiene o negli uffici del provveditorato agli studi, o di quelli del rettorato dell’università; ci dobbiamo attaccare all’usciere, per sapere una qualche cosa, per essere illuminati su qualche provvedimento, sul perché di certe proibizioni o di certi mancamenti, così come in tempo di guerra [Russo si riferisce alla Prima guerra mondiale] ci attaccavamo (ed eravamo ufficiali) al piantone del comando di reggimento, per sapere se la sera o l’indomani si doveva andare a morire o si poteva dormire ancora una notte tranquilli.

Queste forme di democrazia indiretta, in cui noi deleghiamo alcuni a governare la “res publica”, sono certo un progresso rispetto alle forme degli stati autoritari e delle amministrazioni paternalistiche; teoricamente siamo ammessi anche noi al governo e all’amministrazione della cosa pubblica, ma in pratica sono pochi, quei pochi delegati, che se ne occupano e sono addentro alle segrete cose. Gli altri stiamo a guardare come i pellegrini e non pellegrini affamati che si aggirano attorno ai ristoranti di lusso e si contentano delle luci e del fumo delle vivande. Le forme di democrazia indiretta svegliano l’appetito democratico, ma non lo soddisfano; bisogna passare dunque a forme di democrazia diretta.

L’altro giorno la signora Eleonora Turziani, organizzatrice animosa e delegata del C.O.S. per la città di Firenze, mi telefonò e mi disse: «Professore, venga a una seduta del C.O.S., non stia sempre sui libri, e vedrà che le farà bene alla salute». Ricordando che l’inventore dei C.O.S. era quel curioso uomo di Capitini, non me lo feci dire due volte e corsi in Via Ghibellina 101, al circolo dei Postelegrafonici. Mi ritrovai in un teatrino di provincia, affollato della gente più diversa, mamme e babbi piuttosto pensierosi, ciò che chiamò subito la mia simpatia, e vidi sul palcoscenico quattro ombre che ora sedevano e ora si levavano e, amichevolmente, cordialmente, rispondevano alle domande del pubblico. Di che cosa si discuteva? Si parlava di cose assai ghiotte, dei biscotti della salute, delle paste natalizie, e del latte che viene da Soresina.

Riconobbi tra le quattro ombre del palcoscenico due miei amici, Nello Traquandi [stretto collaboratore di Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini dalla metà degli anni venti], assessore dell’Annona, e il prof. Palazzo, sul quale piovevano le domande da tutte le parti, e qualcuna anche sciocca e presuntuosa. Io temevo per i nervi dell’inquisito, il quale, giovane e siciliano, poteva scattare da un momento all’altro; ciascuno fa la storia secondo le attitudini e le possibilità del proprio temperamento, e io vedo nervi e scatti dappertutto. Ma il prof. Palazzo non se ne dava per inteso; rispondeva calmo, scientifico, semplice e popolare, rispondeva anche a una guardia comunale, che interloquiva non come guardia ma come consumatore, e voleva sostenere, per me una cosa assai difficile, che col microscopio si poteva vedere e misurare quanta acqua il lattaio aveva immesso nel latte del suo bambino. E il prof. Palazzo a dirgli pazientemente che questo poi non era addirittura possibile.

Della pazienza di Nello Traquandi non mi sono sorpreso; all’agil parola degli interroganti, egli rispondeva col giro dei pazienti occhi, l’inquisito restava imperturbato, imperturbato e solenne come un’ermetica divinità antica. Ma il prof. Palazzo doveva levarsi ad ogni momento perché l’organizzazione dei suoi servizi si estende a tutta la provincia e le sue ramificazioni giungono fino a Cremona e aveva un bel da fare per accontentare i suoi esaminatori. Eppure non perdette mai la calma: vedi potenza dell’educazione e del costume democratico!

Da questo scorcio di impressioni, il pubblico avrà inteso che queste riunioni del C.O.S. sono come un piccolo e volontario parlamento comunale, in cui si discutono i varii problemi cittadini, e i magistrati della città, a turno, una volta la settimana sono invitati a rispondere alle domande dei cittadini. Prossimamente interverrà, a una seduta, anche il Prefetto. I magistrati sono gli inquisiti, e il pubblico è l’inquirente; ma debbo riconoscere che il galateo democratico si sviluppa non soltanto sulla pelle del magistrato, ma anche su quella dell’interpellante.

Una interpellanza, se è irragionevole e insulsa, viene condannata dai rumori unanimi della sala: l’esame di maturità amministrativa e politica non solo lo passa il magistrato, ma anche il cittadino che protesta. Ciascuno deve pensarsi, prima di aprire bocca. Pena il ridicolo; così ci si educa tutti alla responsabilità politica: avevo dunque ragione di dire che quella del C.O.S. è una trovata diabolica e insieme angelica.

Adesso due parole sull’inventore del C.O.S.: Aldo Capitini è un filosofo sui quarantacinque anni, che è stato alunno e poi segretario della Scuola Normale Superiore di Pisa. Costretto nel ’32 a prendere la tessera per la conservazione del suo ufficio, rifiutò la tessera e perdette l’impiego. Si ritirò tranquillamente a Perugia, in una cella campanaria, poiché suo padre faceva il campanaio del palazzo del comune, e in quella cella campanaria Capitini faceva le sue meditazioni, le sue ripetizioni private e anche le sue cospirazioni politiche. E si nutriva e continua a nutrirsi ancora oggi della santa povertà. È un mistico del ’200 che vive con pieno agio nel nostro ’900; ha tutte le virtù di un asceta laico, ed ha un solo grave difetto. Nei cibi e nelle altre cose non tocca carne; e su questo punto io e lui naturalmente non andiamo d’accordo. Ma per un padrone di casa è l’ospite ideale: a tavola non dà nessuna soggezione, perché, come Pier Damiano, con cibi di liquor di ulivi egli passa caldi e geli, contento ne’ suoi pensier contemplativi. Però tutti lo invitiamo a pranzo; si fa figura di persone ospitali, proprio con poco.

Però aggiungiamo che, per questo suo vivere sottile, Capitini ha anche ingegno così sottile e probabilmente un tantino malizioso: è filosofo angelo ma è anche un filosofo demonio. Questa del C.O.S. è una trovata assai geniale. I cercatori di cariche sono avvertiti: verrà un giorno in cui in tutte le città d’Italia funzioneranno questi piccoli parlamenti volontari e si farà a pugni per potervi entrare. Tutto sommato, in queste discussioni bonarie, e a tu per tu, ci si comincia a conoscere e a volersi più bene, s’imparano un mucchio di cose e si torna a casa con i nervi più pacati e più soddisfatti. Questo è il valore della democrazia diretta e però bisogna incoraggiarne le forme in tutti i modi.

L’invenzione «angelica e diabolica» dei Centri di orientamento sociale sperimentati da Capitini nell’immediato dopoguerra (ma ne avrebbe riproposto sistematicamente il senso e il metodo fino alla morte nell’ottobre del 1968) decostruiva concezioni politiche e poteri (economici, politici, sociali, culturali e religiosi), operando su un altro piano di realtà (aperta alla complessità, liberata “qui e ora”) e opponendo al primato dell’economia il ruolo determinante dell’ideologia, della visione del mondo, del libero sviluppo del potenziale umano. Il capitalismo terminale, sostiene Thomas Piketty nel suo ultimo lavoro, Capital et idéologie, non riesce più a giustificare le disuguaglianze su cui si fonda; la crisi è strutturale ma soprattutto ideologica e politica. Questa è la vera frontiera di lotta contro le catastrofi dei sistemi in crisi, il terreno principale e necessario delle alternative di sistema. Autonomia, autorganizzazione, nuova socialità, democrazia dal basso per un nuovo socialismo del XXI secolo coerentemente partecipativo, internazionalista e multiculturale. Lo scenario mondiale è in rapida trasformazione: la crisi dell’unipolarismo statunitense, il declino dell’Unione europea (ma l’Europa è un’altra cosa), il rafforzamento delle strategie della Repubblica popolare cinese e della Russia, la nuova centralità politica del continente africano, non disegnano soltanto un mondo fortemente e conflittualmente multipolare in cui tutto (sovranità nazionali, modelli di sviluppo economico, relazioni fra Stati) è in gioco, ma rivelano soprattutto il fallimento delle culture e delle politiche neoliberiste. Le drammatiche, evidenti, conseguenze dei cambiamenti climatici, provocati da un capitalismo predatorio e devastante, pongono la necessità urgente di radicali cambiamenti sociali e politici. L’Italia “atlantica” è inserita in questo scenario in movimento. Servono scelte radicali sui terreni della politica estera e delle politiche sociali, su cui si misureranno governi (tutti di transizione instabile) e società.

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La Resistenza continua. Costituzione libertà socialismo


(Biografia di una rivista)

Una rivista che celebra il suo settantacinquesimo compleanno è non solo un fenomeno letterario, ma anche – e forse soprattutto – parte significativa della storia di un paese. Tale è l’esperienza della rivista «Il Ponte», descritta in questo saggio monografico da Roberto Passini attraverso il racconto dello straordinario gruppo dirigente che diede vita alla rivista e ne ha saputo poi nel tempo mantenere viva la tradizione.

È centrale nella narrazione la figura di Piero Calamandrei, che dà alla rivista un’impronta mai successivamente svanita. Tutti conosciamo il giurista fiorentino come una delle voci più alte in Assemblea costituente e la stessa voce la si ritrova nella sua rivista che è parte viva del contesto culturale in cui nasce la Costituzione repubblicana. La presenza in Assemblea e l’attività pubblicistica in Calamandrei si intrecciano, tanto che la rivista partecipa della scrittura stessa della Carta in alcuni dei suoi passaggi più caratterizzanti ed essenziali.

Per questo la posizione del «Ponte» non è stata affatto priva di influenza politica: dal sostegno alle liste che determinarono l’insuccesso della legge truffa nel 1953, all’impegno per l’affermazione della componente progressista dei governi di centrosinistra, alla battaglia per la laicità dello Stato, alla presa di posizione sulla guerra in Vietnam e sulla questione palestinese. Oggi il quadro è completamente cambiato, come ben sappiamo: la sinistra è ai minimi termini. A maggior ragione è significativo il continuativo impegno del «Ponte», ed è molto utile questo saggio di Passini, che contribuisce alla necessità di mantenere una memoria storica che rischia altrimenti di disperdersi.

Roberto Passini (Grosseto, 1962), avvocato civilista, membro del Comitato direttivo della rivista «Il Ponte» e dell’associazione «Giuristi democratici», promotore dei Comitati per la difesa della Costituzione, fondatore della rivista on-line «HyperPolis».




Bilancia dei pagamenti e squilibri nell’eurozona: cosa occorrerebbe fare


Bilancia dei pagamenti e squilibri nell’eurozona: cosa occorrerebbe fare

Bilancia dei pagamenti | Dalla crisi economica ad oggi si sono registrati all’interno della zona Euro squilibri preoccupanti fra i paesi

Bilancia dei pagamenti Queste differenze fra i singoli paesi sono evidenti negli squilibri della bilancia dei pagamenti. La zona Euro è assimilabile ad un insieme di paesi legati fra loro da un tasso di cambio irrevocabilmente fisso.
Bilancia dei pagamenti

Bilancia dei pagamenti | Dalla crisi economica ad oggi si sono registrati all’interno della zona Euro squilibri preoccupanti fra i paesi che sembrano non poter essere colmati dalle straordinarie misure espansive di politica monetaria condotta a livello centralizzato dalla BCE. Come è noto poi la politica fiscale – che è affidata ai singoli stati -non può essere usata come strumento di stabilizzazione, se non da quei paesi che rispettano le regole fiscali imposte dai trattati e che quindi non ne hanno un gran bisogno.

Queste differenze fra i singoli paesi sono evidenti negli squilibri della bilancia dei pagamenti. La zona Euro è assimilabile ad un insieme di paesi legati fra loro da un tasso di cambio irrevocabilmente fisso. Tuttavia, dal momento che esiste solo una moneta, in alternativa all’acquisto e alla vendita di riserve in valuta estera è stato concepito un meccanismo di compensazione di nome TARGET[1] – evolutosi nel novembre 2007 in TARGET2 (T2). Con T2 i paesi con un surplus della bilancia dei pagamenti ricevono, attraverso la banca centrale nazionale, il credito netto derivante dal deficit della bilancia dei pagamenti degli altri paesi. Il costo del debito dei paesi in deficit è rappresentato dal tasso di rifinanziamento sulle operazioni principali fissato attualmente dalla BCE allo 0,25%. Perciò questo meccanismo di compensazione agisce come una sorta di linea di credito concessa ai paesi che stanno vivendo una crisi della bilancia dei pagamenti che rende l’Eurozona più resiliente come unione valutaria rispetto al gold standard o ai più tradizionali sistemi di ancoraggio al dollaro (Klein 2017).

Prima della crisi finanziaria del 2007, questo meccanismo di regolamento tra paesi ha funzionato bene in un mercato dei capitali integrato. La differenza tra risparmio e investimento è stata effettivamente considerata una buona opportunità per il capitale proveniente dai paesi in surplus di muoversi verso i paesi in deficit in cerca di rendimenti migliori. I titoli pubblici erano considerati sicuri e gli spread erano quasi trascurabili.

Dopo la crisi, i singoli paesi della zona euro non sono stati in grado di preservare il loro equilibrio esterno e i saldi T2 hanno cominciato a divergere. Nel primo periodo dal 2008 al 2013, il saldo di parte corrente è diventato la proxy per i mercati finanziari per valutare la capacità di un paese di rimborsare i propri debiti. I paesi con un disavanzo delle partite correnti hanno registrato deflussi di capitali e aumenti dei tassi di interesse. I confini nazionali sono tornati rilevanti e paesi come la Germania e i Paesi Bassi con avanzi delle partite correnti hanno registrato massicci afflussi di capitali, mentre paesi come l’Italia e la Spagna con disavanzi commerciali, massicci deflussi. Tutto ciò veniva registrato in T2 positivi nel primo caso e T2 negativi nel secondo caso. Di conseguenza, i rendimenti a lungo termine sono aumentati nei paesi periferici, mentre sono diminuiti nei paesi virtuosi.

A partire da luglio 2012, la situazione è cambiata a causa delle misure politiche attuate sia a livello europeo che nazionale. In primo luogo, è stato creato il meccanismo europeo di stabilità (MES). A differenza dei precedenti fondi di salvataggio, il MES è un meccanismo permanente con una capacità di prestito illimitata, che consente ai paesi periferici di ricevere assistenza finanziaria a patto di implementare le “riforme strutturali”, la cui componente principale è costituita da misure di austerità. In secondo luogo, molti paesi hanno introdotto il cosiddetto “fiscal compact“, riducendo così lo spazio per misure discrezionali di politica fiscale. In terzo luogo, la BCE ha ridotto il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali fino al raggiungimento del livello di 0,00 punti (il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principale è stato ridotto allo 0,25% mentre il tasso sui depositi a -0,40%). Infine, una massiccia iniezione di liquidità è stata attuata attraverso il cosiddetto quantitative easing (QE). In particolare, il programma di acquisto del settore pubblico (PSPP) ha permesso di ridurre la differenza fra i rendimenti dei titoli di Stato e la pressione sui conti pubblici dei paesi in difficoltà. In altre parole, le restrizioni fiscali hanno ridotto il disavanzo delle partite correnti nei paesi periferici attraverso la diminuzione delle importazioni, riducendo così la necessità di avere afflussi di capitali per raggiungere gli equilibri della bilancia dei pagamenti. In altre parole, la politica monetaria espansiva ha abbassato i tassi d’interesse e assorbito le obbligazioni che il mercato non era disposto ad acquistare.

A prima vista, queste misure combinate – attuate in seguito all’annuncio del governatore della BCE, Mario Draghi, per salvare l’euro “a qualunque costo” – hanno ridotto le differenze tra i paesi e avrebbero dovuto gettare le basi per un nuovo percorso di convergenza. Da settembre 2012 all’inizio del 2015 gli T2 sono diminuiti, segnalando un percorso sostenibile verso l’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Tuttavia, dall’inizio del 2015 gli equilibri T2 hanno iniziato a divergere ancora una volta e ci si interroga sulle origini profonde di questi nuovi squilibri. L’interpretazione ufficiale sembra orientarsi verso la spiegazione che il recente aumento degli squilibri T2 è il risultato automatico del QE. Sono di natura tecnica poiché il QE viene attuato dalla BCE attraverso le banche centrali nazionali (Gros 2017, BCE 2016), che sono obbligate a registrare nei loro bilanci ogni acquisto massiccio di obbligazioni pubbliche dei paesi in difficoltà, come l’Italia e la Spagna. Sul fronte opposto, si ritiene che, osservando i saldi T2 dal punto di vista della bilancia dei pagamenti, essi riflettano l’interazione tra le scelte di politica monetaria della BCE e le richieste del settore privato (Dosi et al 2018). La presenza di uno squilibrio di T2 documenta l’imperfetta sostituibilità tra attività interne ed esterne e quindi è il segnale di mercati di capitali non perfettamente integrati (Klein 2017, Minnenna 2017). Questa posizione può essere supportata dall’osservazione congiunta dei valori dei saldi T2 e dei tassi d’interesse a lungo termine calcolati dalla BCE per misurare il grado di convergenza (Figura 1).

Figura 1. T2 in percentuale del PIL e tassi d’interesse a lungo termine in 11 paesi dell’Eurozona

Riquadro (a). Paesi con T2 positivi

Riquadro (b). Paesi con saldi T2 moderatamente negativi e Italia

Riquadro (c). Paesi con saldi T2 positivi

Fonte: elaborazione propria su dati BCE ed Eurostat

Diversamente dalle analisi usuali che osservano solo i valori assoluti, i valori del T2 sono calcolati in percentuale del PIL, per meglio consentire un confronto fra paesi. L’osservazione dettagliata del T2 (nella colonna a sinistra della figura 1), calcolata come percentuale del PIL e delle dinamiche dei tassi di interesse a lungo termine (LTR) (nella colonna a destra della figura 1) in 11 paesi della zona Euro dal 2008 al 2017, fa luce sui difetti che si celano dietro l’unione valutaria concepita con una strategia unica di politica monetaria e con una politica fiscale affidata ai singoli stati imperniata su una rigida disciplina di bilancio.

Lasciamo al lettore l’osservazione del dettaglio di ciascun singolo paese, ma sembra evidente che le dinamiche del T2 sono associate a LTR opposti. Nei paesi con T2 positivo (riquadro (a)), il LTR medio è inferiore alla media, mentre nei paesi con squilibri T2 negativi (riquadri (b) e (c)), i tassi di interesse rimangono sopra la media. Considerando le diverse scelte di politica economica dell’intero periodo, si può anche affermare che queste divergenze non sono scomparse a seguito della politica monetaria espansiva, né a seguito della maggiore disciplina fiscale.

Ma un’altra dinamica sembra ancora più preoccupante: quella fra squilibri T2 e percentuale di persone che vivono in povertà assoluta[2].

Figura 2 Povertà assoluta e T2 in percentuale del PIL in 11 paesi della zona Euro (2008-2017)

Fonte: elaborazione propria su dati Eurostat e BCE.

Appare evidente che i saldi T2 sono negativamente correlati con la percentuale di persone che vivono sotto il livello di povertà: i paesi con T2 positivi hanno un valore medio di percentuale di poveri assoluti inferiore rispetto a quelli con T2 negativi. Più basso è il livello di T2 in percentuale del PIL, più alto è il numero di poveri.

È vero che il sistema T2 rappresenta un meccanismo necessario per far funzionare un regime di cambio irrevocabilmente fisso: a differenza di un meccanismo basato su riserve valutarie, non ha limiti e può potenzialmente sostenere l’esistenza dell’euro, nonostante le differenze tra i paesi membri. Tuttavia, se tali differenze esistono, registra come gli investitori percepiscono tali differenze e possono aumentare la distanza tra i paesi.

Nonostante i tentativi di correggere tali asimmetrie a partire dalla crisi finanziaria ad oggi, la ricetta di politica economica europea non ha funzionato, le differenze sono ancora evidenti e minano l’esistenza dell’intera Unione Monetaria. Le riduzioni fiscali suggerite per correggere gli squilibri interni ed esterni hanno compromesso la crescita: sebbene abbiano corretto gli squilibri delle partite correnti, hanno reso questi paesi meno affidabili agli occhi dei mercati finanziari a causa dei loro effetti sulla crescita. Ciò suggerisce la necessità di attuare strategie alternative.

Per garantire la convergenza, è possibile seguire due percorsi. Il primo riguarda la revisione del ruolo della politica fiscale: la disciplina di bilancio ha affossato alcuni paesi, lasciandoli impigliati in un meccanismo perverso di minore crescita e peggioramento dei parametri fiscali. Tuttavia, il passaggio a una posizione di bilancio più espansiva, adottata separatamente da ciascun paese, potrebbe generare effetti perversi.

La seconda via dovrebbe comportare un meccanismo di compensazione tra saldi T2 negativi e positivi per ridurre le differenze tra paesi. Questo meccanismo di compensazione è tutt’altro che nuovo, ma è ispirato dalla proposta di Keynes (Keynes, 1942 in Horsefield, 1969) di riformare il sistema monetario internazionale dopo la seconda guerra mondiale. Secondo tale meccanismo, la responsabilità della convergenza dovrebbe essere a carico sia dei paesi creditori che di quelli debitori e dovrebbe essere perciò simmetrica. Attualmente, le regole di politica economica impongono ai paesi debitori di rispettare i parametri fiscali, mentre i paesi creditori rimangono spettatori passivi del processo di adeguamento.

La riforma delle politiche dovrebbe quindi prevedere, insieme a misure restrittive per i paesi con disavanzo della bilancia dei pagamenti, una serie di misure per i paesi creditori quali: 1) l’espansione fiscale; 2) l’aumento dei salari monetari e 3) l’aumento degli investimenti diretti esteri verso i paesi in difficoltà. Se i paesi non fossero disposti a seguire i percorsi suggeriti, dovrebbero essere soggetti a sanzioni. Tali sanzioni dovrebbero essere simmetriche e riguardare sia i paesi in disavanzo che quelli in avanzo. Questo è attualmente l’unico modo per assicurare prosperità condivisa e una lunga vita all’unione valutaria. Ma questo richiederebbe l’esistenza di una visione comune, fondata su di un progetto politico, che al momento sembra essere solo il sogno di coloro che desiderano un’Europa diversa e coesa, piuttosto che una semplice area di libero scambio.

*Professore associato di Politica Economica presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

Bibliografia

Dosi G., Minnenna M. Roventini A. (2018) ECB monetary expansions and euro area TARGET2 imbalances: a balance-of-payment based decomposition. European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, 15(2): 147–159 doi: 10.4337/ejeep.2018.0038.

Gros, D. (2017). Target imbalances at record levels: Should we worry? CEPS Policy Insight, No 2017/41, November.

ECB (2016) TARGET balances and the asset purchase programmehttps://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/eb201607_box02.en.pdf).

Horsefield, K. J. (1969) (editor) The International Monetary Fund, 1945-1965. Twenty Years of International Monetary cooperation, Vol III, International Monetary Fund, Washington D.C. https://www.elibrary.imf.org/staticfiles/IMF_History/IMF_45-65_vol3.pdf.

Klein, M. C. (2017) Target2 balances reflect euro area’s potential to be better than traditional exchange rate peg regime FT Alphaville, 15 September https://ftalphaville.ft.com/2017/09/15/2193775/target2-balances-reflect-euro-areas-potential-to-be-better-than-traditional-exchange-rate-peg-regime/.

Minnena, M. (2017) The ECB’s story on Target2 doesn’t add up”, FT Alphaville https://ftalphaville.ft.com/2017/09/14/2193700/guest-post-the-ecbs-story-on-target2-doesnt-addup/).

 

[1] Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer System

[2] L’indicatore di povertà assoluta è l’indicatore “material deprivation” è calcolato da Eurostat. Esso è la percentuale della popolazione che vive in una famiglia che non può permettersi almeno quattro delle seguenti cose: 1) pagare l’affitto, i mutui o le bollette; 2) mantenere la casa adeguatamente calda; 3) affrontare spese impreviste; 4) mangiare carne o proteine regolarmente; 5) andare in vacanza; 6) avere un televisore; 7) avere una lavatrice; 8) avere un’auto e 9) avere un telefono (EU-SILC statistics http://ec.europa.eu/eurostat/web/income-and-living-conditions/data/database).

Bilancia dei Pagamenti – Economia e Politica

Bilancia dei pagamenti Lasciamo al lettore l’osservazione del dettaglio di ciascun singolo paese, ma sembra evidente che le dinamiche del T2 sono associate a LTR opposti. Nei paesi con T2 positivo (riquadro (a)), il LTR medio è inferiore alla media, mentre nei paesi con squilibri T2 negativi (riquadri (b) e (c)), i tassi di interesse rimangono sopra la media. Considerando le diverse scelte di politica economica dell'intero periodo, si può anche affermare che queste divergenze non sono scomparse a seguito della politica monetaria espansiva, né a seguito della maggiore disciplina fiscale.
Bilancia dei pagamenti

Bilancia dei Pagamenti – LTR medio inferiore alla media




Il Nobel per l’economia? Conformista e prevedibile. Ecco perché bisognerebbe abolirlo (forse)


Il Nobel per l’economia? Conformista e prevedibile. Ecco perché bisognerebbe abolirlo (forse)

Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all’Università del Sannio spiega i retroscena e le critiche al premio economico più famoso al mondo nel suo libro “Il discorso del potere” (Il Saggiatore), in libreria dal 14 marzo. E ha previsto il nome del prossimo vincitore

Il premio Nobel per l’economia è come l’Oscar: tutti lo criticano ma ognuno sogna di vincerlo. Non esiste premio più controverso. L’economista più famoso del mondo, John Maynard Keynes non l’ha mai vinto, mentre un matematico come John Nash è riuscito ad aggiudicarselo nel 1994 per la sua “teoria dei giochi”. Può capitare che due avversari politici citino in un talk show economisti che l’hanno vinto per giustificare politiche economiche radicalmente opposte. Quasi tutti credono che vincere il premio Nobel dia il potere di cambiare il corso dell’economia, ma raramente queste teorie sono applicate dalla politica che le riscopre 15 o 20 anni dopo. E quando ogni autunno viene pubblicato il nome del vincitore sono in pochi a cercare le motivazioni della vittoria. Per questo Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all’Università del Sannio, ha scritto in collaborazione con Giacomo Bracci il libro “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’economia tra scienza, ideologia e politica” (Il Saggiatore) in libreria dal 14 marzo. Brancaccio da molti anni è protagonista di confronti serrati con i principali esponenti della dottrina economica prevalente, dall’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard all’ex premier Mario Montii. Il suo obiettivo è far conoscere i retroscena, le critiche e il meccanismo del premio economico più famoso al mondo.

Brancaccio, partiamo dalla provocazione contenuta nelle prime pagine del suo libro. Bisognerebbe abolire il premio Nobel?
L’idea di abolirlo non è certo nostra. Fin dalle sue origini il premio ha attirato polemiche e contestazioni. Addirittura lo stesso Alfred Nobel non aveva previsto questo premio nel suo testamento. E infatti i suoi discendenti protestarono quando fu istituito nel 1969 per volere della Banca di Svezia. Da allora negli anni ci sono stati moltI appelli per abolirlo. Per esempio nel 1976 quando Milton Friedman ricevette l’onorificenza, l’Accademia svedese delle scienze fu accusata di aver premiato un simpatizzante della sanguinaria dittatura di Augusto Pinochet. Oppure nel 1992 quando il premio venne assegnato a Gary Becker, si disse che il Nobel per l’economia onorava un propugnatore di teorie sessiste e misogine. È capitato che gli stessi vincitori proponessero di abolirlo. Friedrich von Hayek: temeva che i vincitori sarebbero stati considerati dei “guru” infallibili e che avrebbero avuto il potere d’influenzare la politica economica di interi Paesi.

Aveva ragione?
No. Da individualista libertario, Hayek sopravvalutava l’importanza dei singoli. In realtà il corso della politica economica è il risultato di processi storici complessi, condizionati da conflitti tra grandi gruppi sociali contrapposti. Le idee dei singoli economisti, vincitori o meno di Nobel, possono influenzarlo ben poco. Addirittura Gunnar Myrdal che lo vinse lo stesso anno di Von Hayek, il 1974, reputava l’economia una “scienza molle”, cioè troppo condizionata dai giudizi di valore e dagli orientamenti politici. Secondo lui il Nobel per l’economia rovinava la reputazione degli altri premi assegnati alle scienze cosiddette “dure”, come la fisica e la chimica.

Sono in molti a pensare come Myrdal che l’economia non possa essere una scienza paragonabile alla fisica o alla chimica.
Non sono d’accordo. L’economia è una scienza a tutti gli effetti, e distinguerla dalle cosiddette scienze “dure” è più difficile di quanto si immagini, come spieghiamo nel libro. Anche la fisica è stata condizionata dall’influenza dei giudizi di valore e dagli interessi politici. Un esempio su tutti è il caso di Galileo, che fece abiura della teoria copernicana eliocentrica per evitare la condanna di eresia della Chiesa cattolica. Così come la biologia: per anni la teoria della razza superiore fu un caposaldo ideologico del nazismo, e qualunque critica a essa veniva considerata un attacco al potere costituito.

Però molto spesso le previsioni degli economisti sono sbagliate. Nessuno aveva previsto la crisi economica del 2008.
Non è vero. Magari sono meno noti di altri, ma ci sono economisti che hanno predetto una grande recessione. Per esempio in Italia Paolo Sylos Labini fece considerazioni illuminanti pochi anni prima della crisi. In realtà le previsioni economiche non sono molto peggiori di quelle di alcune scienze naturali. Spesso i geologi non sanno prevedere quando ci sarà un terremoto o i meteorologi sbagliano le previsioni del giorno successivo, ma li riteniamo giustamente degli scienziati. L’eccezione è un’altra. A differenza delle altre scienze, l’economia crea “il discorso del potere”, ossia il linguaggio attraverso cui si formano le decisioni politiche. Questo puo’ rendere la scienza economica influenzabile dagli assetti di potere vigenti e dai loro meccanismi di riproduzione.

Quindi il Nobel per l’economia subisce l’influenza dalla politica?
Le assegnazioni del premio Nobel sono state piuttosto conservatrici. Finora è stato quasi sempre premiato soltanto il “mainstream”, ossia la teoria dominante di ispirazione neoclassica. Pur con alcune varianti tutti i vincitori sono accomunati da un’idea di fondo: in un mondo del tutto ipotetico, in cui non esistessero imperfezioni o asimmetrie, il libero gioco delle forze spontanee del mercato capitalistico condurrebbe a un equilibrio “ottimale”, caratterizzato dalla piena occupazione dei lavoratori e dall’uso più efficiente possibile delle risorse disponibili. Loro stessi riconoscono che questa è solo un’idealizzazione che non ha riscontro nella realtà. Però quell’equilibrio ottimale ipotetico condiziona le loro ricerche e le loro ricette di policy.

Però anche Joseph Stiglitz e Paul Krugman hanno vinto il Nobel per l’economia. Non mi sembrano così legati al mainstream.
Vero, da tempo criticano il liberismo estremo e sono a favore di forme di intervento pubblico nell’economia. Però guardate quando e perché hanno ricevuto il premio Nobel e noterete che hanno vinto per i loro primi contributi teorici, alcuni dei quali molto ortodossi e spesso piuttosto ostili alle politiche progressiste. Per esempio, Stiglitz è stato premiato anche per avere elaborato negli anni Ottanta una interpretazione del mercato del lavoro secondo cui i sussidi ai disoccupati e le tutele per i lavoratori creano disoccupazione e crisi. E Krugman è stato premiato anche per un suo contributo degli anni Settanta, che “scagionava” gli speculatori da ogni responsabilità sulle crisi valutarie. Secondo la sua analisi gli speculatori sono solo il sintomo di una malattia causata da politiche errate, e per questo è stata accolta con grande favore a Wall Street. Oggi Stiglitz e Krugman hanno cambiato idea. Ma avrebbero vinto il Nobel se avessero portato avanti queste tesi fin dall’inizio delle loro carriere? Il dubbio ci pare lecito.

Lei sembra molto critico verso la teoria neoclassica dominante.
Non sempre. Alcuni contributi neoclassici hanno fatto avanzare la scienza economica nel suo complesso. Però per capire come funziona in generale il capitalismo contemporaneo serve un approccio alternativo. Alcuni la chiamano “teoria monetaria della produzione”, parte dalle opere di Marx, passa per le intuizioni di Keynes e i contributi di Piero Sraffa. Anche il premio Nobel Wassily Leontief rientra in questo paradigma alternativo. Però anche Leontief ottenne il Nobel solo dopo avere attenuato il potenziale sovversivo della sua teoria. Dichiarò persino un falso conclamato, e cioè che il suo approccio poteva esser considerato una mera variante della teoria neoclassica prevalente. Un’abiura che gli spianò la strada per il premio.

Facciamo un esempio concreto per capire la differenza tra le due teorie.
Prendiamo le politiche di flessibilità del mercato del lavoro, quelle che riducono le tutele contro i licenziamenti e la durata dei contratti, e che sono state portate avanti per molti anni un po’ in tutto il mondo, inclusa l’Italia. Secondo la teoria neoclassica, queste politiche liberano le forze spontanee del mercato e in tal modo dovrebbero determinare un aumento dell’occupazione. Il problema è che i dati non confermano questa tesi: l’hanno ammesso persino istituzioni da sempre favorevoli alla flessibilità, come la Banca Mondiale, l’Ocse e il Fondo monetario internazionale. Anzi i dati indicano che le politiche di flessibilità del lavoro riducono la quota di reddito che va ai salari. Non creano efficienza ma disuguaglianza. Questi risultati empirici contrastano la teoria neoclassica e sono invece pienamente compatibili con l’approccio alternativo

Ma allora perché si continua a dare il Nobel al paradigma neoclassico?
Perché la scienza economica è sensibile al potere costituito ed è difficile cambiare sistema. La storia della ricerca economica è segnata da veri confronti tra i diversi paradigmi scientifici solo quando ci sono stati grandi conflitti sociali e politici. Vanno di pari passo.

Siamo in una di queste fasi?
No. C’è grande contesa tra liberismo globalista e un sovranismo xenofobo. Ma è solo una disputa tra due forme diverse di conservatorismo. Siamo ancora lontani dalle grandi dispute fra paradigmi alternativi, come quelle degli anni Trenta o del secondo dopoguerra.

Se la teoria è sempre la stessa si può prevedere il vincitore del prossimo Nobel per l’economia?
Più o meno. Guardiamo gli indici bibliometrici, che pesano il valore di ciascuno studioso in base al numero di citazioni che i suoi studi hanno ricevuto dai suoi colleghi. Nel libro facciamo notare che questa sorta di “Nobelmetria” sembra in grado di prevedere i vincitori futuri del premio meglio di quanto riesca a fare riguardo ai Nobel delle altre scienze. Questoci fa capire che nella scienza economica c’è più conformismo: si premia solo chi ha già una posizione molto consolidata in accademia.

Facciamo un nome.
Nel libro riportiamo una celebre classifica di potenziali vincitori futuri calcolata in base a quella che definiamo “nobelmetria”. Tutti mainstream, ovviamente. Uno dei più papabili secondo me è Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale perché è una figura interessante. Pur restando nei confini della teoria dominante, ha ammesso che per fare evolvere la scienza economica bisogna guardare anche agli approcci concorrenti.

Dico io quello che non può dire lei. L’accademia è diventata così conformista da scoraggiare gli economisti a pensare fuori dagli schemi della teoria dominante?
Essere outsider in accademia e’ sempre stato difficile, in tutti i settori. Ma oggi l’ostracismo verso il pensiero economico critico puo’ esser considerato “scandaloso”. Lo ha detto Luigi Pasinetti, un grande studioso italiano. Nel libro ricordiamo che un altro premio Nobel, Jean Tirole, qualche anno fa tentò in gran segreto di persuadere la ministra francese dell’università a negare ogni legittimità alle scuole di pensiero economico alternative. Queste chiusure non aiutano la competizione tra paradigmi. Eppure, come ci ricorda Imre Lakatos, solo la competizione delle idee determina il progresso scientifico.

Quindi un economista molto citato dai nostri politici come John Maynard Keynes, ispiratore del moderno intervento pubblico nell’economia, oggi non vincerebbe il Nobel.
Probabilmente no. In realtà ha vinto la Medaglia Söderström nel 1939, l’onorificenza conferita dall’Accademia svedese prima che il premio Nobel venisse istituito. Ma erano altri tempi. Quell’epoca lo rendeva possibile perché c’era spazio per un pensiero critico dell’economia. C’era un grande scontro tra capitalismo e socialismo, e il pensiero di Keynes in un certo senso si proponeva come un complicato tentativo di sintesi tra le due opposte concezioni della vita sociale.

Parliamo dei vincitori del Nobel. Qual è stato il più immeritato?
Quello a Edward Prescott, del 2004, ha suscitato molte polemiche. Nel libro ricordiamo che dalle sue teorie si possono trarre tesi alquanto bizzare, come ad esempio quella secondo cui la Grande Depressione degli anni 30 non fu provocata da un crollo della domanda di merci ma semplicemente da un cambiamento tecnico che potrebbe avere indotto i lavoratori ad abbandonare le loro occupazioni in attesa di tempi migliori. La disoccupazione, in quest’ottica, viene vista come un fenomeno puramente volontario. Una teoria un po’ folle, che tuttavia negli anni passati ha avuto un notevole seguito, accademico e politico.

Anche Franco Modigliani, l’unico italiano ad averlo vinto, nel 1985?
Modigliani è stato un economista ambivalente. La sua “sintesi neoclassica”, ovvero l’interpretazione neoclassica della teoria keynesiana e ha rappresentato dal dopoguerra agli anni Sessante il mainstream teorico e politico. Anche lui però ha avuto luci e ombre. Criticò le dottrine liberiste e per questo fu un convinto sostenitore dell’uso delle politiche keynesiane di gestione della domanda per raggiungere la piena occupazione. Ma fu anche ostile alle rivendicazioni dei lavoratori. Secondo lui il sindacato doveva contenere le istanze sociali, per garantire una dinamica dei salari compatibile con le decisioni di politica monetaria della banca centrale. Una posizione teoricamente discutibile, che in ogni caso gli creò non pochi problemi negli anni caldi del conflitto sociale in Italia.

E cosa ne pensa dell’ultimo vincitore del Nobel: Paul Romer?
Nel libro parliamo anche di lui. Sul piano teorico, Romer ha fornito contributi interessanti in tema di rapporti tra cambiamento tecnologico e sviluppo economico. Ma le sue proposte politiche sono alquanto discutibili. Durante la crisi dell’eurozona, sostenne che l’unico modo per superare le inefficienze e sconfiggere la corruzione in Grecia fosse consegnare l’amministrazione dello Stato alla troika, ovvero gli emissari di Banca centrale europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione europea. Oppure qualche anno prima propose al Madagascar di vendere un intero pezzo dell’isola alla corporation sudcoreana Daewoo, per tentare di aumentare l’efficienza della produzione agricola. Qualcuno l’ha definita una forma raffinata di colonialismo. A riprova che dai Nobel per l’economia possono scaturire idee geniali e realmente innovative, ma anche ricette retrograde e piuttosto pericolose.

in LINKIESTA 9 marzo 2019

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La CGIL di Landini, il ruolo del sindacato e la politica economica


La CGIL di Landini, il ruolo del sindacato e la politica economica

di Luca Michelini

di Luca Michelini*

1. Pur con i limiti di chi non conosce dall’interno le logiche odierne di una grande organizzazione come la CGIL, che pure ho studiato nella sua evoluzione storica ed ho avuto modo di conoscere direttamente, seguire l’azione politico-sindacale di Landini ritengo sia molto importante per cercare di cogliere qualche segnale di risveglio del cd. movimento dei lavoratori.

La notizia importante è stata che Camusso ha appoggiato la candidatura di Landini alla segreteria.

La preparazione di Landini a questo appuntamento è stata notevole, perché per anni ha costruito la propria candidatura, seguendo una triplice strategia.

In primo luogo Landini è sempre stato al fianco dei lavoratori, acquisendo una credibilità sindacale, morale e politica innegabile. La credibilità in politica è fondamentale, soprattutto ora che sono venute definitivamente a mancare solide fondamenta culturali alla politica della sinistra. Certo, sono importanti anche gli esiti delle lotte; ma ancora più importante è che chi dirige le manovre, anche in caso di sconfitta, rimanga leale al proprio schieramento. Landini, d’altra parte, ha girato l’Italia rinsaldando l’organizzazione e lo spirito di tanti lavoratori e di tanti cittadini orfani di una rappresentanza politica capace di difenderli. Né Rifondazione e discendenti, né i partiti che hanno dato vita al PD, né il PD sono stati in grado di farlo, infatti. In fondo, Landini ha dato voce e speranza ai tanti cittadini italiani orfani del PCI. Ha cioè avuto cura di rinsaldare i tanti legami che il movimento operaio, in ogni sua componente (politica, sociale, sindacale) ha costruito in decenni e decenni di vita associativa. Ha fatto cioè l’esatto contrario di quanto si è proposta la dirigenza politica ex-comunista, come notò in un celebre editoriale dedicato a D’Alema il compianto direttore del “Manifesto” Luigi Pintor.

In secondo luogo Landini non ha ceduto alla tentazione di abbandonare il sindacato, anche nei momenti in cui era più isolato: a causa del prevalere nel sindacato della corrente più vicina al PD, che del resto sembrava ben interpretare lo spirito dei tempi, che voleva il “sindacato di lotta” una mera anticaglia. Il “liberismo di sinistra” di Tony Blair, del resto, nacque con il distacco dal sindacalismo “di classe”, cioè dal laburismo classico e a partire dalla fine del PCI i movimenti politici progressisti, poi confluiti nel PD, si sono sempre posti questo obiettivo, proprio a cominciare dalla dirigenza post-occhettiana. Renzi, da questo punto di vista, non ha fatto che portare a compimento un processo iniziato molto prima. Landini non ha cioè ceduto alla tentazione, che avrebbe fatto comodo alle forze allora egemoni, di costruire un partito politico a sinistra del PD.

In terzo luogo Landini ha curato in modo particolare la sua presenza televisiva, riuscendo in questo modo a costituire l’unico punto di riferimento del lavoro in Italia. La sua presenza è stata non solo maggiore, ma anche assai più incisiva di quella di tutti gli altri leader dei sindacati, Camusso compresa, troppo ingessati nel ruolo di mediazione che avevano in quanto segretari generali e soprattutto talvolta troppo vicini alla classe politica di centro-sinistra al governo del Paese. In altri termini, Landini ha rappresentato l’opposizione sociale al modello neo-liberista italiano, trionfante anche a sinistra e perfino nel sindacato. Basterebbe ricordare il ruolo notevole che all’interno della stessa CGIL ha svolto, per un certo periodo, uno studioso come Pietro Ichino, importante firma del “Corriere della sera” e destinato a diventare un esponente di rilievo del liberalismo italiano.

2. Il fatto che Landini abbia saputo ben sfruttare il mezzo televisivo va senz’altro a suo merito, ma è anche conseguenza di due fatti altrettanto importanti. La televisione del compromesso neo-liberista tra centro-sinistra e centro-destra berlusconiano, fondato sul mantenimento del duopolio televisivo e del connubio tra politica ed imprenditorialità (pubblica e privata), aveva in certo modo bisogno di Landini, perché costituiva appunto l’emblema di quel “sindacalismo di classe” che la modernità doveva e voleva superare una volta per sempre. L’identità si costruisce sempre contrapponendosi all’altro da sé.

La presenza di Landini in televisione fotografa uno stato di fatto molto grave della cultura della sinistra italiana: che di fatto non ha più alcun mezzo di comunicazione e di dibattito proprio e capace di varcare i limiti della comunicazione “interna”, che potremmo definire “corporativa”. La CGIL ha i propri mezzi di informazione e le proprie riviste, ma esse non hanno minimamente raggiunto la capacità di farsi “opinione pubblica” come, poniamo, ha tentato di fare “Il Solo24Ore”, che pure è organo della controparte. Non parliamo, poi, della scomparsa de “L’Unità”. Non esistono più nemmeno centri di elaborazione teorica e culturale capaci di confrontarsi con il progresso scientifico in ogni campo. Più in generale, la sinistra italiana ha completamente perso la capacità di creare i propri (anche nuovi) mezzi di comunicazione capaci appunto di parlare a tutta la società italiana e non solo ai più stretti militanti o agli associati. Sconvolta da lotte intestine incapaci di praticare l’egemonia (l’obiettivo è comandare, non governare), impaurita dal dibattito e dal confronto, priva di una cultura di riferimento, la sinistra nel suo complesso ha preferito il silenzio. O meglio: ha preferito che fosse il duopolio televisivo prima menzionato a farsi promotore della nuova e moderna cultura del centro-sinistra. Landini è riuscito a rompere questo muro del silenzio appunto grazie al mezzo televisivo, che lo cercava come mera testimonianza e come emblema del superato.

3. La segreteria di Landini potrebbe significare la ripresa della storia del movimento operaio italiano. Non è detto che accada. Ma questa possibilità oggi esce dalla palude dove attualmente è annegata. Il motivo fondamentale è forse il seguente.

Mentre il PD è definitivamente diventato un partito liberale, addirittura forse destinato all’irrilevanza elettorale, alla sua sinistra prevale il caos più completo. La logica mille volte sconfitta sul piano elettorale e politico della “sinistra unita e plurale” che si ricompone, sempre con sigle nuove, sempre e soltanto in vista dei vari appuntamenti elettorali, si ripropone inesorabile da venti anni. Al cartello elettorale segue sempre la ri-decomposizione in rivoli ancora più piccoli di quelli di partenza. Certo oggi sembra addirittura una novità politica rilevante il superamento di quell’autosufficienza politica prima invocata da Veltroni e poi attuata da Renzi. Ma la riproposizione dell’Ulivo, senza un radicale cambiamento di cultura politica ed economica, è destinato al fallimento.

Rimaniamo però alla sinistra del PD, pur non parlando dello schieramento di D’Alema e Bersani, che di fatto sono all’origine del liberismo di sinistra[1]. Due sono le cause principali del caos che contraddistingue la vita del pulviscolo che oggi si presenta come più a sinistra del PD. In primo luogo si tratta di una classe politica logora, che non pensa al ricambio politico e generazionale e che soprattutto ha tagliato alla radice qualsivoglia pluralismo culturale reale, capace di prendere in mano l’organizzazione e farne motore di una nuova stagione. In secondo luogo questo ceto politico non ha una reale base sociale di riferimento. Del resto non dedica tempo a costruire il tessuto associativo della società: è lontana dai posti di lavoro, dagli studenti, dalla società nel suo complesso manifestarsi. E’ cartello elettorale, insomma. Spesso è costituita da ceti intellettuali o da piccola e media borghesia, che però non hanno né l’opportunità né la volontà di entrare sistematicamente in contatto con il mondo del lavoro. Sono bastati i cento euro di Renzi per decretarne la lacerazione. Come il PD, sono vittima del parlamentarismo e vedono nell’azione politica l’unica arena di azione. Basti vedere quello che è accaduto con lo jus soli: nessun tentativo di mobilitare la società, considerando l’azione legislativa il culmine del processo. Prevale, dunque, l’individualismo e il settarismo (padri dello scissionismo all’ennesima potenza), perché non hanno mai avuto l’occasione, né l’hanno mai cercata, di dirigere una grande movimento, né di protesta né di conquista. Prevale un vago terzomondismo, scrutano l’orizzonte e pensano di interpretarlo, mentre nemmeno riescono a capire il terreno che li tiene in piedi.

Tornando al movimento “progressista” nel suo complesso: il Jobs Act di Renzi, che sembra sia all’origine dell’avvicinamento tra Camusso e Landini, potrebbe appunto portare alla rinascita di un forte sindacato unitario e di lotta. Potrebbe dunque costituire la premessa perché prima o poi sul piano politico, e chissà con quante ancora contorsioni, si componga un quadro unitario del movimento dei lavoratori. Che non può che ripartire, appunto, dal mondo del lavoro. L’unità si ricostruisce solo sui luoghi di lavoro.

4. La prima mossa di Landini da segretario generale della CGIL è stata la manifestazione unitaria dei sindacati appena svoltasi a Roma. Anche in questo caso il segnale è importante, perché Landini si sta sforzando in tutti i modi di creare l’unità. E si tratta, ritengo, di una unità di intenti fondamentale per la democrazia italiana, che può vivere solo se vivo, forte, libero e combattivo è il sindacato dei lavoratori.

Oltre ad avere un notevole valore politico interno – il richiamo all’unità – la manifestazione ha voluto avere anche un esplicito obiettivo politico: la critica alla politica economica del governo giallo-verde.

In primo luogo è stata una critica di metodo. Pur con un’argomentazione debole, si è voluto rivendicare il protagonismo dei sindacati nella definizione della politica economica. Si tratta di un’argomentazione debole, perché il Parlamento è comunque il luogo della rappresentanza del sovrano e perché i tavoli di concertazione avranno pur portato al salvataggio del Paese in momenti cruciali, ma hanno dato il via ad una sconfitta epocale del mondo del lavoro. In ogni caso, oggi a prevalere sembra essere lo slogan “Basta disintermediazione”, insomma, per usare una orrenda espressione cara al liberismo di sinistra, che ne ha fatto sostanzialmente l’unica causa della propria crisi elettorale. In secondo luogo la manifestazione ha voluto criticare il merito della politica economica del governo, soprattutto il fatto che non abbia puntato sugli investimenti pubblici e privati, unici, si argomenta, capaci di creare occupazione[2].

Personalmente sottoscriverei gran parte della riflessione che Landini ha proposto in una lunga intervista a Radio Popolare[3]. Colpisce, tuttavia, come queste riflessioni astraggano quasi completamente dai rapporti di forza reali oggi esistenti, sia sul piano politico che su quello sociale. Sono un elenco talmente ampio di rivendicazioni da risultare impotente. Pur tra mille contraddizioni, e all’interno di una coalizione dove le politiche xenofobe hanno acquistato una rilevanza intollerabile sul piano morale prim’ancora che politico e sociale, i provvedimenti varati dal governo sul sistema pensionistico e sul reddito di cittadinanza sono un primo tentativo di redistribuzione della ricchezza. Che il sindacato voglia incalzare il governo lo trovo del tutto corretto. Tuttavia è singolare che il sindacato non cerchi di inserirsi nel braccio di ferro evidentissimo tra Lega e Cinque Stelle e interno a questo stesso movimento e trovo singolare che non si rammenti che gran parte dei propri iscritti, i lavoratori del Nord, votano Lega da un bel pezzo. L’atteggiamento è come quello del PD, che ha rinunciato a fare politica con i Cinque Stelle e con il suo elettorato, regalandoli così alla Lega, a cui già aveva regalato il mondo del lavoro; salvo poi preoccuparsi che il Paese corre un rischio autoritario. Reddito di cittadinanza e quota cento sono senz’altro timidi tentativi ed hanno trovato la dura opposizione sia dell’establishment liberale (tutti le voci del liberismo di sinistra, anzitutto, oltre che della destra in doppiopetto), che di quello europeo, ma arrivano dopo un ventennio di insopportabile polarizzazione sociale, alla quale il sindacato certo non si è opposto come avrebbe dovuto e potuto. E non vedere nel “sovranismo” se non la sua deriva xenofoba, fare finta che lo Stato e la Nazione non siano parti fondamentali della dialettica storica, significa non comprendere le ragioni fondate di un tentativo, forse disperato (come dimostra l’assoluta timidezza in tema di intervento pubblico e l’inadeguatezza culturale sia della Lega che dei Cinque Stelle), di resistere ai disastri sociali della globalizzazione dei mercati e alle politiche di potenza di Stati europei (Francia e Germania e USA) che di fatto rischiano di far implodere proprio l’unione europea e continuano a minare gli equilibri mondiali fomentando conflitti di ogni genere.

E’ singolare come non ci si sia infilati nel tema strategico della gestione delle autostrade, che i Cinque Stelle hanno di fatto abbandonato nelle mani della Lega, che ha riproposto il vecchio compromesso tra imprenditorialità e politica tipico di Forza Italia (tipico in quanto ne è la sua ragione d’esistenza) e tipico del governo regionale del Nord[4]. Eppure la Francia ci avverte come siano ridiventate attuali tutte quelle forme di jacquerie (il rincaro dei beni di prima necessità: oggi la benzina, domani i pedaggi autostradali o il collasso dei trasporti ferroviari regionali) che la nascita del movimento operaio aveva superato. Nessun reale e profondo ripensamento, insomma, del ruolo dello Stato in economia: finché non si riallaccia il tema della deindustrializzazione e della politica industriale a quello del ruolo attivo dello Stato nell’economia del nostro Paese è assolutamente velleitario tentare di ricostruire una cultura economica e politica progressista. Considerare un tabù la discussione dell’euro, la preparazione di un piano b, l’analisi della politica anti-italiana della Francia (che data dalla caduta di Gheddafi), la resistenza alle politiche di potenza americane (se domani si riconoscesse oltre che questo o quel governo amico, anche la Catalogna e poi il Veneto?) significa semplicemente aver perso consapevolezza delle forze reali della storia.

Infine, colpisce che questa rinnovata unità sindacale non abbia di mira anzitutto i rapporti di forza esistenti nel mercato del lavoro. La controparte è anzitutto il governo e non quello che un tempo si definiva padronato. Certo: sul piano culturale si tratta di un dato rilevante perché mostra quanto poco autonomo dal governo e in ultima analisi dallo Stato, sia il mercato del lavoro. Come già osservava Antonio Gramsci (sulla scorta di una letteratura che ormai in Italia nessuno consce più), il liberismo ha un terribile bisogno dello Stato, che ne deve imporre a suon di normazione (maggioritaria, ché con il proporzionale mai si sarebbe raggiunto lo scopo) le leggi più intime: anzitutto la liberalizzazione del mercato del lavoro. Ancora non si è taciuta la retorica tipica delle frange più estremiste, ma alla fine risultate vincitrici, dei liberisti di sinistra tese a dimostrare come sia “l’insopportabile” esistenza di un mercato del lavoro protetto (dai diritti) a costituire la palla al piede dell’economia italiana. Al di là di questa riconferma, è però bene essere molto chiari: un ruolo di attiva intermediazione con il governo e con lo Stato il movimento dei lavoratori se lo deve conquistare in primo luogo con le lotte quotidiane sui posti di lavoro, contrattando salari e condizioni di lavoro. Che il decreto dignità dei Cinque Stelle sia timido è indubbio; ma che non sia stata l’occasione, ancora una volta, per incalzare governo e forze sociali sul piano della lotta sindacale è altrettanto indubbio.

Che il sindacato italiano abbia anche un ruolo politico è storicamente accertato, tanto più che le condizioni di lavoro sono un dato politico-sociale complessivo e non solo il risultato della contrattazione. Ma oggi è necessario un ripensamento strategico molto attento: perché non vi è più alcuno schieramento politico amico e di riferimento. Non si vuole diventare partito, né si vogliono gettarne le premesse, perché il mondo del lavoro deve avere una propria autonomia. Ma allora si deve ricostruire una strategia capace di dialogare appunto con la politica. E questa capacità si costruisce e ricostruisce solo nei luoghi di lavoro; solo ricostruendo sul piano sindacale anzitutto l’unità del mondo del lavoro. Solo ponendosi obiettivi concreti, realizzabili e battendosi per realizzarli. La leadership del cambiamento ora si conquista sul campo.

NOTE

[1] Cfr. L. Michelini, La fine del liberismo di sinistra, 1998-2008, Firenze, Il Ponte editore, 2008.

[2] Cfr. R. Realfonzo e A. Viscione Una stima degli effetti della manovra e delle alternative possibili, “Economia e politica”, 8 feb. 2019: https://www.economiaepolitica.it/2018-anno-10-n-16-sem-2/stima-manovra-economica/

[3] Cfr. https://www.radiopopolare.it/2019/02/manifestazione-sindacati-intervista-landini/

[4] Cfr. L. Michelini, Autostrade e il fallimento del liberalismo italiano, “Economia e politica”, 14 settembre 2018: https://www.economiaepolitica.it/industria-e-mercati/pubblico-versus-privato/autostrade-e-il-fallimento-del-liberalismo-italiano/

in Micromega On.line (14 gennaio 2019)



Il potere nasce dalla canna del fucile? Tra Resistenza e Costituzione


Il potere nasce dalla canna del fucile? Tra Resistenza e Costituzione

Partigiani

di Silvia Calamandrei

Il libro di Giuseppe Filippetta (L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2018) già dal titolo, che riprende un’espressione dello scrittore e partigiano Marcello Venturi1, e dal sottotitolo, ci preannuncia un’interpretazione controcorrente della genesi della nostra carta costituzionale, posta nel segno della discontinuità come frutto di un’esperienza di sovranità dal basso, individuale, esercitata nelle bande partigiane.

Rovesciando in positivo l’entrata nella “terra di nessuno” che segue l’8 settembre, quel precipitare in uno stato hobbesiano dell’homo homini lupus a cui tanti, rifacendosi al catastrofismo del sattiano De profundis, hanno fatto risalire la “morte della patria”, l’autore ne sottolinea invece il potenziale di innesco di una ripresa di sovranità dal basso, nella scelta individuale della lotta armata partigiana. Come testi di riferimento e chiavi interpretative ha Una guerra civile di Claudio Pavone e la Resistenza perfetta di Giovanni De Luna, e scrive un saggio “post-revisionista” in cui profonde la sua cultura di giurista, per smarcarsi dall’interpretazione “continuista” che tanti giuristi hanno dato della Costituzione repubblicana, a partire da Costantino Mortati.

Per meglio valutare la novità dell’approccio e il target polemico la chiave si trova nel capitolo finale, «La sovranità dimenticata», dove, dopo aver confutato il saggio Rivoluzione e diritto di Santi Romano (settembre 1944), si stigmatizza il “catastrofismo giuridico” dei vari Satta, Capograssi e Carnelutti. Secondo Filippetta la maggioranza dei giuristi italiani vive l’8 settembre come una sorta di Tsimtsum cabalistico nel quale lo Stato si ritrae e la scena della sovranità è occupata da una moltitudine di singolarità individuali, non legittimate ad agire da sovrani. Santi Romano nega la capacità di ordinamento della Resistenza, pur cogliendone la portata rivoluzionaria. Secondo quanto scrive, «il ritrarsi dello Stato ha lasciato posto alla violenza di una moltitudine di individui che si vogliono sovrani, ma che non sono in grado di produrre un ordine e che agiscono in nome di una giustizia che in realtà non conoscono».

L’autore invece reputa che nella scelta morale di quella moltitudine di individui che prendono le armi occupando lo spazio da cui si è ritratto lo Stato con la fuga del re e la creazione della Repubblica di Salò si apra una dimensione istituzionale di creazione di un nuovo ordine, che sarà sancito nella Costituzione del 1948. Secondo Filippetta dopo l’8 settembre non c’è più sovranità statuale, né il re da Brindisi né la Repubblica di Salò sono in grado di esercitare una vera sovranità, rimpiazzati dall’autorità militare alleata al Sud e dai Comandi tedeschi al Centro-Nord. Tra il 1943 e il 1945 ci sarebbe solo la sovranità individuale dei partigiani che hanno impugnato le armi per riempire il vuoto della sovranità aperta dallo sprofondamento dello Stato; e qui starebbero le fondamenta del nuovo patto di cittadinanza.

Tante sono le scelte individuali che Filippetta ricostruisce ripercorrendo diari e memoriali, con una amplissima ricognizione delle fonti letterarie e memorialistiche: dal poliziano Vincenzo Cozzani2, il Tom Mix della divisione Amiata-Val d’Orcia al pistoiese Marcello Venturi, autore di una serie di opere letterarie pubblicate nell’immediato dopoguerra, ai tanti che combattono sulle Alpi e sull’Appennino, vivendo un «tempo costituente della moltitudine che costruisce e ordina il presente e il futuro». Filippetta descrive la costituzione delle bande come un enorme moto spontaneo, spesso con una dimensione di “piccola patria”, di difesa del territorio e della famiglia: una «guerra di casa», come l’ha definita Giorgio Bocca. Contesta la tesi della Resistenza come moto esclusivamente o prevalentemente partitico, e reputa che sia un concetto introdotto a posteriori dalla storiografia (in primis la Storia della Resistenza di Battaglia3), a partire dagli anni cinquanta, una volta conclusa la fase delle testimonianze e delle memorie soggettive che lumeggiavano le scelte spontanee individuali.

Le bande sono descritte come fuochi che aggregano e precedono i partiti, coagulando un pulviscolo di scelte individuali; sono microcosmi di democrazia diretta (riprendendo la definizione di Quazza) e soggetti costruttori di un nuovo ordine giuridico, esercitando la giustizia partigiana.

Secondo l’autore, nel caos che segue all’armistizio le bande offrono l’unica forma di organizzazione e i partiti si collegano a esse per radicarsi. La “partitizzazione” si introdurrebbe in una fase successiva, così come la scelta di adesione a un partito, dopo essersi ritrovati a combattere casualmente in una formazione, lungamente caratterizzata dal policentrismo ideologico. Questo spiegherebbe la grande difficoltà a unificare e centralizzare che i partiti conoscono e che supereranno solo dopo la Liberazione. Anche i Cln locali sarebbero un post rispetto alle bande e la loro iniziativa è frenata dal Cln centrale dell’Alta Italia, mentre le bande sperimentano forme di autogoverno del territorio che controllano.

Roberto Battaglia in Un uomo, un partigiano4(la sua opera memorialistica che precede quella di storico) sottolinea questo sforzo di istituzionalizzarsi delle bande partigiane: «Nati come fuorilegge tendevamo per istinto a ritornar nella legge, ossia a creare un nuovo “codice”; l’azionista Livio Bianco parla di ordinamento della resistenza e Foa la indica come fonte del nuovo diritto; mentre Piero Calamandrei scorge nei Cln le “cellule germinative del nuovo tessuto costituzionale” nell’articolo Funzione rivoluzionaria dei Comitati di liberazione, scritto nell’aprile 1945 per il Ponte».

Anche nelle canzoni si ritrova l’eco di questo sforzo di legittimarsi, come recita il doppio verso di Siamo i ribelli della montagna, canzone scritta sull’Appennino ligure-piemontese dal comandante Casalini: «e la fede che ci accompagna sarà la legge dell’avvenir». E il fatto che la canzone libertaria carrarese Piombo con piombo, sia cantata anche dai monarchici badogliani a Boves, come testimonia l’anarchico Dunchi5, attesta quel policentrismo politico ideologico che impera nella banda armata, facendo, secondo Filippetta, «dell’osteria di montagna la soglia costituente della nuova Italia». Nel sodalizio tra l’anarchico e il badogliano che si riconoscono nella stessa canzone ritroviamo le pennellate di De Luna nella Resistenza perfetta6, quando dipinge l’intesa che si crea nella lotta comune al di sopra delle fedi e delle convinzioni individuali.

Filippetta ritrova compendiata l’affermazione della fonte resistenziale della nuova sovranità nella frase di Calamandrei «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dov’è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne, dove caddero i partigiani…». C’è da chiedersi tuttavia quanto questa metafora sia una figura retorica, una indicazione ideale, più che una constatazione fattuale. Il Calamandrei che discute in Costituente sulle norme relative alla magistratura o sul Concordato e l’articolo 7 ha alle spalle gli Appunti sulla legalità elaborati nell’esilio di Colcello, in un isolamento diffidente rispetto alle capacità di resistenza del popolo italiano, e in uno scetticismo manifesto verso le bande partigiane locali7.

Sarà l’approdo nella Firenze liberata (anche grazie ad alcuni suoi studenti in prima fila tra i partigiani) a spingerlo a rivendicare di fronte agli Alleati la conquista della libertà motu proprio che ha preceduto il loro ingresso in città. Come recita la lapide apposta su Palazzo Vecchio e da lui dettata, la libertà ha ripreso stanza «per insurrezione di popolo» e «per vittoria degli eserciti alleati». E dunque non è “donata” ma “riconquistata” e legittima la capacità del popolo italiano di darsi le proprie leggi: la Resistenza dunque come fonte del potere costituente, cui Calamandrei darà il suo contributo facendosi costituzionalista.

Secondo Filippetta questo nesso viene negato dalla maggioranza dei giuristi italiani, e sarebbe stato Costantino Mortati il primo a elaborare un’altra versione, quella della Resistenza che legittima i partiti a decidere i contenuti della nuova Costituzione.

Nel saggio La Costituente. La teoria. La storia. Il problema italiano (1945)8 Mortati riduce la Resistenza all’azione instauratrice del nuovo ordinamento svolta dal Cln in rappresentanza dei partiti antifascisti, collocando quest’ultimo nell’orizzonte dello Stato monarchico:

«Così – scrive Filippetta – l’ordinamento che la Resistenza instaura non è il prodotto della sovranità dei singoli che con le loro azioni armate creano un nuovo Stato, ma dell’azione costituente del Cln (che è organo dello Stato monarchico), e lo Stato postfascista che scaturisce dalla Resistenza non è un altro rispetto a quello monarchico, anzi lo continua, sia pur dando ad esso un nuovo diritto». Insomma una «interpretazione partitica e statalistica» funzionale a una versione continuistica, che diverrà poi la vulgata, oltre che nella storiografia degli anni cinquanta, nella gestione politico-istituzionale delle celebrazioni unitarie della Resistenza negli anni sessanta. Le Lezioni di diritto costituzionale di Vezio Crisafulli del 19629 ne sono l’epitome. Secondo l’autore, esse segnano un vero e proprio spartiacque: la Resistenza viene collocata «tutta dentro il confronto tra la monarchia e i partiti antifascisti del Cln e questo confronto sta tutto dentro l’orizzonte dello stato monarchico». Da questa interpretazione scaturirebbe il monopolio partitico della sovranità, dimenticando la «Resistenza delle persone»: la cittadinanza repubblicana viene associata a una dimensione esclusivamente rappresentativa dell’agire politico, mettendo ai margini quella disponibilità ad autogovernarsi e ad assumere decisioni direttamente in prima persona che era stata caratteristica della «Resistenza delle persone in armi».

Il capitolo decimo esplicita questa dicotomia di interpretazioni (Costituzione frutto del compromesso tra i Partiti o testamento del popolo dei morti) e conclude la lunga disamina di un percorso di protagonismo individuale della scelta combattente che viene riassorbita nella fase costituente propriamente detta. Riassorbita ma non cancellata, tanti erano i “resistenti” rappresentati nell’Assemblea costituente, e tanto forte era la memoria dei caduti, rievocata non solo da Calamandrei ma anche da Dossetti.

L’ampia ricognizione delle fonti, soprattutto memorialistiche e letterarie e centrate nel Nord e Centro-Italia, consente all’autore di cogliere e ricostruire gli elementi di ribellismo giovanile e protagonismo femminile che si esprimono nella Resistenza, nonché il fenomeno, soprattutto nelle aree contadine della pianura padana, di riattivazione delle memorie delle lotte e violenze del passato, fin dai giorni della Settimana rossa, difficilmente irreggimentabili. L’intreccio tra lotta antifascista e lotta di classe è del resto una delle chiavi principali dell’interpretazione della guerra civile di Claudio Pavone, cui l’autore si ispira, e che consente di spiegare anche la lunga durata del 25 aprile, nella sensazione della rivoluzione rimandata ad altro appuntamento, che si chiude solo nel 1948 dopo l’attentato a Togliatti.

Dopo la Liberazione la violenza delle bande partigiane viene ancora avvertita come legale, e il disarmo dei partigiani finisce per favorire le violenze private; secondo Filippetta nella smobilitazione partigiana e nella perdita della dimensione istituzionale si annidano il banditismo e le vendette personali. Affidando a Secchia l’organizzazione del Partito di massa, che ha visto moltiplicarsi gli iscritti (solo 6.000 nel settembre 1943), il Pci dovrà compiere un enorme sforzo per irreggimentare la spontaneità del “partito dei fucili”.

L’episodio principe per narrare la svolta è ripreso dalla Memoria della resistenza di Mario Spinella10, quando si racconta la consegna delle armi a Firenze alla Fortezza da Basso dopo la morte di Potente. Si tratta di un episodio citato anche in un discorso di Togliatti del settembre 1944, a segnare un passaggio di fase doloroso, vissuto con «le lacrime agli occhi». La rinuncia alla sovranità dei singoli è rinuncia a qualcosa che l’autore si rende conto è anche divisiva: «perché in alcune regioni del Mezzogiorno la Resistenza non c’è, perché anche nel centro-nord ci sono zone in cui le bande non arrivano a quella soglia minima di controllo del territorio che rende possibile un effettivo autogoverno, e anche perché vi sono italiani che chiudono la porta della propria casa all’arrivo della sovranità partigiana».

Ecco, questa consapevolezza ed esplicitazione della “zona grigia”, del fatto che il vento del Nord non ha soffiato dappertutto, interviene forse un po’ tardivamente nella elaborazione del saggio storico e serve a spiegare quella resurrezione della legalità dello Stato centralistico monarchico che viene favorita dagli Alleati e dai Partiti, attraverso la rete dei prefetti.

Solo a Firenze il Cln toscano crea un governo provvisorio che anticipa l’arrivo degli Alleati assumendo il controllo amministrativo, rompendo lo schema invalso del prefetto di nomina alleata: e sono i Partiti tutti e il governo Bonomi a ingaggiare un braccio di ferro a favore del prefetto fino allo scioglimento del Comitato toscano nel luglio 1946. Questa vicenda esemplare e isolata, analizzata da Neri Serneri in Guerra, guerra civile, liberazione11, viene considerata indicativa della parabola di subordinazione del Cln al governo luogotenenziale.

Rifacendosi a Quazza12, Filippetta spiega la debolezza del sistema dei Cln con la breve durata delle esperienze di autogoverno delle bande, che non riescono a istituzionalizzarsi: «la breve durata della maggior parte delle zone libere e delle repubbliche partigiane e soprattutto l’incombere su di esse della minaccia del ritorno e della vendetta dei nazifascisti, fanno sì che le giunte e gli altri organismi di governo locale siano essenzialmente una proiezione delle bande idonea a destare nei civili la consapevolezza di poter autogovernarsi, ma incapace di operare come polo permanente di aggregazione delle sovranità individuali».

Di questa debolezza si sarebbero valsi i partiti, incoraggiati altresì dall’azione delle autorità alleate, per recuperare ed esercitare la propria egemonia sul processo costituente. La dicotomia tra il compromesso tra i partiti e il testamento del popolo dei morti percorre il processo costituente e lascia le sue tracce nella Costituzione: secondo Filippetta la sovranità dei singoli resta come eredità democratica irriducibile, non riassorbita dai partiti e trova testimonianza in due articoli, il 49 e il 75. Il 49 perché fa dei cittadini e non dei partiti i soggetti della determinazione della politica nazionale, attraverso i partiti, che costituiscono dunque uno strumento, di cui deve essere garantita la trasparenza e il carattere democratico. Il 75 perché prevede i referendum come strumento di intervento diretto dei singoli.

Ottimisticamente, nel tramonto della Repubblica dei partiti, Filippetta si augura un recupero di quei germogli di sovranità dal basso, nati durante la guerra di Liberazione: «la Costituzione nata dalla Resistenza, pur individuando nei partiti i principali (ma non esclusivi) contenitori della sovranità dei singoli affermatasi con la guerra partigiana, non cancella quella sovranità né la trasforma in sovranità dei partiti. La sovranità dei singoli si manifesta nella vita dell’ordinamento costituzionale anche al di fuori dei partiti e comunque i partiti – come un tempo le bande partigiane e ora i movimenti, i sindacati e ogni forma associativa dei cittadini – sono contenitori nei quali le sovranità individuali non si fondono in un’unità unitaria e unica, ma fanno costellazione comparendo le une con le altre nella loro irriducibile singolarità».

Dalla fase mitica del «tempo costituente della moltitudine», che l’autore preannuncia nelle pagine d’apertura, esaltando la rottura catartica e liberatoria dell’8 settembre, alla continuità statuale che si realizza nello snodo della Costituente dei partiti, Filippetta ci offre una parabola interpretativa ricca di spunti di riflessione, nutrita di tante testimonianze preziose. Più che un’opera storiografica, un saggio politico-filosofico che si offre alla discussione, anche polemica. Sicuramente un intervento non scontato, nella controversa interpretazione degli anni della “guerra civile”. E anche l’individuazione nella Costituzione dei reperti a suo dire più preziosi dell’eredità resistenziale, nell’impegno e nella responsabilità del singolo cittadino.

In conclusione vorrei evidenziare come questo saggio appartenga a una nuova stagione della riflessione sulle radici della nostra democrazia e sul peso dell’esperienza resistenziale nella elaborazione della nostra Carta costituzionale. Dopo la fase della “Desistenza” degli anni cinquanta, in cui la stessa Costituzione restava in gran parte inattuata, c’è stata dopo il luglio ’60 e l’inaugurazione dell’esperienza del centrosinistra una istituzionalizzazione della memoria resistenziale che ne attenuava gli aspetti più dinamici e “rivoluzionari” per accentuarne la lettura come patto tra i partiti dell’“arco costituzionale”. La generazione degli anni sessanta a cui appartengo tendeva a vedere in tale lettura un “tradimento” e ad auspicare una “Nuova Resistenza” che raccogliesse l’eredità della lotta dal basso e del protagonismo dei Cln. C’era probabilmente in noi una visione mitica di quanto i Cln rappresentassero e della misura in cui coprissero la multiforme realtà italiana, ma la lettura di Quazza dei «microcosmi di democrazia diretta» ci risultava molto affine.

Ricordo un dibattito con Giorgio Amendola e noi giovani della Federazione giovanile comunista romana in cui gli rimproveravamo di aver liquidato i Cln in nome della svolta di Salerno, e lui cercava di spiegarci storicamente i limiti di quegli organismi. Sicuramente quegli organismi dal basso mitizzati hanno ispirato la fase consiliarista e partecipazionista del 1968, in una ripresa della parola e dell’iniziativa diretta da parte di movimenti studenteschi e operai che non si riconoscevano che parzialmente nella rappresentanza parlamentare. Non per niente erano “extraparlamentari” e scandivano lo slogan «la Resistenza è rossa, non è democristiana». La pubblicazione nel 1973 negli Annali Feltrinelli del volume di Pietro Secchia Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione, con un capitolo quinto tutto dedicato alle zone liberate e alle repubbliche partigiane, contribuì sicuramente ad alimentarne il mito e a nutrire l’immaginario di una gioventù desiderosa di cambiamento, intrecciandosi con le esperienze latinoamericane e vietnamite delle guerre di liberazione nazionale e la teoria maoista della guerra di popolo e le basi rosse. Ci furono indubbiamente forzature e derive, coltivando l’idea di una resistenza tradita da rinnovare in cui si intrecciavano nostalgie veterocomuniste a spinte eversive dei nuovi movimenti.

Mimmo Franzinelli, in un interessante articolo su La resistenza e le provocazioni del Sessantotto13 ricordava che per i sessantottini «il manuale di riferimento era Proletari senza rivoluzione di Renzo Del Carria14. Per Del Carria l’ideologia era tutto, le fonti un optional (fonti rigorosamente di secondo livello, cui egli attinse con una selettività faziosa); quelle pagine sprigionavano versioni caricaturali della storia italiana in generale e della Resistenza in particolare».

Nella “fase involutiva” che sarebbe seguita: «la Resistenza divenne il modello ideale, quello stesso che, a livello internazionale, era simboleggiato dalla Cina, da Cuba, dall’America Latina. In Italia c’erano stati i partigiani, i “fratelli maggiori” (per dirla col verso di una canzone di Fausto Amodei d’inizio anni sessanta). Con un’interpretazione psicoanalitica, quei “partigiani fratelli maggiori” rappresentavano un sostituto alla figura paterna, messa fuori campo dalla contestazione generazionale. La riprova di ciò la si ha nella tendenza, da parte di ogni gruppetto della sinistra extraparlamentare, ad “adottare il suo partigiano”, condotto in pellegrinaggio da un’assemblea a una “festa popolare”, da un comizio a una sfilata. Nella quasi totalità si trattava di comunisti emarginati dal partito, che ritrovarono una seconda giovinezza testimoniando con le loro parole – sorte di icone itineranti, come fu Giuseppe Alberganti per il movimento studentesco – il “genuino” spirito della Resistenza, della “Resistenza tradita” (La Resistenza accusa è il titolo di un fortunato libro di Secchia edito nel 1973 da Mazzotta)».

Si potrebbe dire, aggiungo io, che ci fu una doppia valenza nella lettura della Resistenza di quegli anni, la sottolineatura della lotta armata e della democrazia dal basso, ma anche un ingessatura ideologica, nell’intreccio con aree nostalgiche veterocomuniste, che avrebbe alimentato anche le derive del terrorismo.

Il lascito di quegli anni fu una grande quantità di pubblicazioni, tra cui, curata dall’ ex partigiano Enzo Nizza assieme a Pietro Secchia, la Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, sei densi volumi – il primo stampato nell’ottobre 1968, l’ultimo nel 1989 – col contributo di centinaia di collaboratori: in grande prevalenza ex partigiani e giovani sessantottini. Secondo Franzinelli, «eterogeneità a parte, l’esito è piuttosto dubbio, in quanto accanto a voci apprezzabili figurano lemmi superflui, col condizionamento – in più passaggi – di “verità di partito”».

Mentre nelle piazze c’è un revival dell’antifascismo militante, in risposta alle trame nere e alle attività eversive delle formazioni neofasciste, alla metà degli anni settanta viene pubblicata l’Intervista sul fascismo di Renzo de Felice15, che segna uno spartiacque storiografico e inaugura anche il cosiddetto filone “revisionista”. Non tutti reagiscono irrigidendosi nell’interpretazione ortodossa: lo stesso Giorgio Amendola interloquisce con questa nuova lettura scrivendo su «l’Unità» che «sotto il disgusto morale ad affrontare la storia del fascismo si avverte spesso l’imbarazzo a fare la storia dell’antifascismo, che è la storia di un movimento che ebbe, accanto a momenti di alta tensione morale e politica, brusche cadute. Si preferisce ignorare tali limiti e debolezze per mantenere una versione di comodo, retorica e celebrativa, che non corrisponde alla realtà». Al di là della stigmatizzazione dell’interpretazione di De Felice, è la memoria dell’antifascismo comunque a interrogarsi sugli eccessi di retorica e di ideologismo e a riscoprire una dimensione più sfumata che ha radici nel “privato” e che sarà tanto più indagata quanto nella fase del “riflusso” dei movimenti la dimensione privata acquista spazio a scapito del pubblico e dell’impegno politico.

Sarà Claudio Pavone a sottolinearlo nella sua opera magistrale del 1991 Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella resistenza16: «Negli anni recenti, segnati dalla riscoperta del valore del “privato”, la Resistenza, mentre andavano esaurendosi le accuse tutte politiche mossele da sinistra di non aver saputo trasformarsi in rivoluzione, è stata investita dalla critica non meno aspra di aver dedicato agli aspetti privati della vita scarsa attenzione o di averli del tutto sacrificati». Non a caso cita Franco Calamandrei e la sua introduzione ai diari del padre17, dove viene evocata la necessità di addentrarsi nei meandri e nei chiaro-scuri morali dell’antifascismo per scriverne una autobiografia autentica; e del resto Franco aveva annotato nel suo Diario, a proposito dell’intervista di De Felice e del commento di Amendola: «Oportet ut scandala eveniant»18.

Gli anni ottanta, oltre a veder valorizzate tante opere di memorialistica individuale e apprezzate opere letterarie come quelle di Meneghello e Fenoglio, sono anche gli anni della elaborazione della “zona grigia”, termine utilizzato per primo da Primo Levi (1986) ma assurto a indicatore di fenomeni più vasti, nonché di una rinnovata attenzione a forme di resistenza non militare che coinvolgono soprattutto le donne, ma anche i civili in genere. È in parte un’eredità del femminismo, e anche della reazione al terrorismo e alla lotta armata che avevano funestato la coda dei movimenti.

Tutto questo confluisce nello studio di Pavone, pietra miliare che avvia una nuova fase, contraddistinta anche da un’onda lunga “revisionistica” più o meno viscerale, che va dalla “morte della patria” di Galli della Loggia (1998) al “sangue dei vinti” di Pansa, a metà strada tra romanzo storico, feuilleton e pamphlet (2003). Il saggio di Sergio Luzzatto La crisi dell’antifascismo19 mi pare segni un punto fermo per aprire una nuova fase, oltre la crisi delle ideologie, per parlare ancora alle nuove generazioni in nome di una memoria non annacquata e non forzatamente unificata. Un approccio non liquidatorio ma investigativo, che Luzzatto applicherà anche ad alcuni personaggi sacri dell’antifascismo e della lotta partigiana, da Piero Calamandrei a Primo Levi.

Nel nuovo millennio si può constatare un rinnovato vigore della ricerca storica sullo snodo 1943-45, animato dalla rete degli Istituti della Resistenza, con tanti approfondimenti a livello locale che danno conto della grandissima varietà delle situazioni nella nostra penisola. Possiamo augurarci che si sia entrati in una nuova fase del post-revisionismo e delle repliche polemiche a esso, come il saggio di Filippetta sembra annunciare? Siamo anche in una fase di tramonto dell’egemonia dei partiti sulla storiografia, che potrebbe risultare liberatoria per le indagini di nuove generazioni di studiosi, mentre assistiamo a nuovi approcci alla storia del fascismo con strumenti narrativi come la recente opera di Scurati. La capacità di divulgazione di un romanziere, oltretutto diffuso in rete da un lettore eccezionale come Paolini, fa sì che storici come Davide Bidussa apprezzino M nonostante le imprecisioni proprio perché si allontana dal linguaggio troppo specialistico e può meglio parlare alle nuove generazioni: quello che è sicuro è che il successo di Scurati sta trainando anche la riedizione della biografia di Mussolini di De Felice, con i rischi di una lettura personalistica anche se minuziosamente documentata (da De Felice) del fenomeno del fascismo.

Ma questo merita altro approfondimento, relativo al contesto attuale di revival neofascisti che si intrecciano alla crescita del razzismo e della xenofobia al quale alcuni scrittori reputano di reagire con testi e manuali divulgativi: e qui penso non solo a Scurati ma anche alla Murgia. L’efficacia di queste nuove narrazioni è tutta da valutare.

1 Autore del racconto L’estate che non dimenticheremo, apparso sul «Politecnico» del 16 marzo 1946.

2 Vincenzo Cozzani, Giorni di guerra. Diario 1939-44, a cura di Momicchioli, Arcidosso (GR), Effigi, 2011.

3 Roberto Battaglia, Storia della Resistenza, Torino, Einaudi, 1953.

4 Scritto a caldo nella fase “azionista” e pubblicato nel settembre 1945, riedito dal Mulino, Bologna 2004.

5 N. Dunchi, Memorie partigiane, Firenze, La Nuova Italia, 1957.

6 Giovanni De Luna, La Resistenza perfetta, Milano, Feltrinelli, 2015.

7 Cfr. in proposito il Diario, volume II, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2015, e le osservazioni di Mario Isnenghi nell’introduzione e di Sergio Luzzatto nell’introduzione a Uomini e città della resistenza, Roma-Bari, Laterza 2006.

8 In Raccolta di scritti, I, Studi sul potere costituente, Milano, Giuffrè, 1972.

9 Padova, Cedam, 1962.

10 Milano, Mondadori, 1974.

11 In «Italia contemporanea», n. 265, 2011.

12 Resistenza e storia d’Italia, Milano, Feltrinelli, 1976.

13 «l’impegno», a. XXI, n. 2, agosto 2001, © Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.

14 Prima edizione nel 1966, ristampa delle Edizioni Oriente tra il ’69 e il ’70 in due grossi volumi.

15 Bari, Laterza, 1975.

16 Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

17 Piero Calamandrei, Diario, Firenze, La Nuova Italia, 1982.

18 Le occasioni di vivere, Firenze, La Nuova Italia, 1995.

19 Roma-Bari, Laterza, 2004.