Cosa manca per passare da Keynes alla crisi italiana

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di Sergio Ferrari

La grande convergenza che ultimamente sembra essersi prodotta in Italia sulla necessità di ricorrere a politiche di tipo keynesiano per superare la crisi economica, sollecita la non minore necessità di mettere a fuoco la forma che esse dovrebbero assumere per risultare efficaci. Nel corso del tempo tali politiche sono state infatti oggetto di letture di diverso tipo e di riflessioni intese a cogliere le diversità dei contesti economici in cui si sono trovate ad operare. Ci troviamo oggi in condizioni molto diverse da quelle assunte originariamente da Keynes e nonostante l’evoluzione compiuta dalla riflessione post-keynesiana, non risulta possibile affrontare le peculiarità che caratterizzano il sistema produttivo del nostro Paese se non ricorrendo a valutazioni e strumentazioni altrettanto specifiche. Si tratta di una considerazione che trova vari riscontri. Ad esempio in un recente articolo  pubblicato su EticaEconomia, G. Seravalli ragiona intorno alla ipotesi dell’esistenza di  effetti negativi sulla variazione della competitività dell’Italia indotti dai provvedimenti di de-regolazione del mercato del lavoro. Quei provvedimenti, che avevano sulla carta intendimenti del tutto positivi, sembrano aver inciso negativamente su quella dotazione di capacità innovativa e di flessibilità legata ai particolari rapporti di lavoro basati sulla lealtà e sulla dedizione dei lavoratori. Rapporti di lavoro tipici del sistema delle pmi e, quindi, importanti per il nostro Paese. Per Seravalli “ vi sono, dunque, indizi consistenti che permettono di ritenere non infondata questa ipotesi, che ha il merito di collegare l’eccezionale e anomalo declino italiano con una causa altrettanto eccezionale e anomala come la de-regolazione del mercato del lavoro”. Si tratta, perciò, di un esempio concreto della necessità, richiamata poco sopra, di tenere presente negli interventi, anche “scontati” come quelli cosiddetti keynesiani, le specificità delle singole realtà. In questa direzione, e senza nulla togliere agli effetti negativi esaminati da Seravalli, si può ricordare come per l’Italia la perdita di punti in materia di produttività del lavoro – che rappresenta un nodo cruciale del declino del Paese – se misurata in termini di valore prodotto per unità di tempo lavorato, mette in luce il ruolo giocato dalla qualità di ciò che si produce.

Valore aggiunto per ora lavorata – 2007 (Euro, Eurostat)

Italia  =  52,1      Francia =  53,4    Germania =  65,6

Se infatti vi sono paesi che si spostano su prodotti a maggior valore aggiunto, a parità di altre condizioni, il paese che non si adegua registrerà solo per questo una perdita di competitività. Questa perdita di competitività si traduce a sua volta in una minore crescita relativa. Ma i prodotti a maggior valore aggiunto nascono da strutture produttive dotate di capacità in materia di Ricerca e Innovazione, strutture più facilmente rintracciabili in imprese di medio-grandi dimensioni, ancorché operanti su opportune specializzazioni tecnologiche. Queste due caratteristiche – la ridotta struttura dimensionale delle imprese e la specializzazione produttiva in settori a basso contenuto tecnologico – rappresentano due vere e proprie anomalie dell’Italia nel contesto europeo, con effetti sulla competitività commerciale.

%  si imprese con più di 500 addetti (anno 2009, Eurostat)

Italia      Francia   Germania

– 0,3           0,7           1,8

Saldi commerciali nelle produzioni high tech (2008, milioni di euro, Eurostat)

Italia           Francia  Germania

– 19857      5912       29661

Si tratta di due anomalie che traducono, tra l’altro, la nostra molto ridotta spesa in R&S – pubblica ma ancor più privata. E mentre si riconosce che questa insufficienza pone dei vincoli, in particolare in materia di occupazione e di qualità dell’occupazione, si ritiene di poter operare le opportune correzioni con una politica di incentivi alla spesa in ricerca delle imprese (non certo di quella pubblica), nonostante perfino la Banca d’Italia si sia accorta della scarsa efficacia di questo tipo di interventi. Ma poiché tale insufficienza non è riconducibile a una sorta di specifica avarizia della nostra classe imprenditoriale, sarebbe auspicabile aprire il dibattito su interpretazioni di questa crisi sistemica che chiamino in causa aspetti ben più complessi di  quelli risolvibili con degli incentivi e, comunque, in grado di fornire spiegazioni e letture più convincenti e possibilmente dimostrabili. E’ importante inoltre comprendere come l’accennata difficoltà competitiva del sistema produttivo italiano debba misurarsi con un contesto in continua evoluzione e sia, per questo, destinata ad accrescersi. Invertire questa condizione dovrebbe essere un obiettivo di una qualsiasi politica keynesiana degli investimenti, altrimenti gli impegni dichiarati in materia di sviluppo e di crescita dell’occupazione potrebbero molto ragionevolmente rivelarsi inattuati. In tale contesto una politica di tipo keynesiano non può dunque assumere una mera dimensione quantitativa di aumento della spesa pubblica. Una politica di questo tipo potrebbe a malapena riportare il Paese ad una situazione precedente quella della crisi senza eliminare le cause strutturali del declino.[1]

Analogamente dovrebbe esser evidente che anche abbandonando le scelte degli investimenti nelle mani del nostro attuale sistema imprenditoriale si avrebbe come effetto quello di alimentare, peraltro ovviamente, la sopravvivenza del medesimo sistema produttivo. Ciò non vuol dire che occorre inventare una sistema produttivo inesistente, ma “semplicemente” che occorre mobilitare una serie di attori complementari a quelli imprenditoriali e dotati della capacità di accrescere la qualità dell’offerta; che occorre predisporre strumenti e capacità in materia di valutazione e di creazione di nuove conoscenze; che occorre imparare da vicende negative quali quelle commesse all’ombra di slogan come “green economy” o altri consimili,  evitando così il ripetersi di quella disastrosa politica degli incentivi verdi per le tecnologie energetiche rinnovabili che ci è costata un aumento delle tariffe elettriche insieme ad un deficit della bilancia commerciale di molti miliardi di euro all’anno, che meriterebbe una indagine specifica. Sarà bene, dunque, che da parte del Governo ci si attrezzi per valutare il come e  il cosa fare con i nuovi investimenti, ricordando che esistono quelle anomalie di cui si è detto, che a loro volta sottendono carenze strutturali che vanno dal sistema di valutazione degli investimenti pubblici quali quelli sopra ricordati, al numero di addetti alla ricerca che nel nostro sistema industriale sono mediamente di circa 3, 8 ogni mille dipendenti a fronte, ad esempio, ai circa 11 della Francia e della Germania. Se dovessimo eliminare “naturalmente” questo divario, potremmo attendere un tempo infinito. Inoltre è da tenere presente che gli investimenti in R&S sono solo un anello – seppur essenziale – della catena che porta allo sviluppo. Ci sono poi da valutare grandezze microeconomiche che interessano principalmente le imprese, ma anche grandezze macroeconomiche del tutto estranee alle  capacità d’analisi e d’intervento delle singole imprese, e tuttavia essenziali per misurare i risultati che qualunque governo responsabile è ragionevole che voglia perseguire. Occorre, infine, considerare i tempi di attuazione dei vari possibili progetti d’intervento, dedicando anche una parte delle risorse finanziarie disponibili a quegli interventi di cosiddetta “manutenzione” (come quelli riguardanti le infrastrutture di base del Paese) che, se pure è vero che non possono essere più di tanto innovativi, consentono di realizzare in tempi solleciti una prima ripresa occupazionale, rimediando comunque a deficit strutturali che si sono accumulati nel corso del tempo. In definitiva se un Governo con l’adozione di una linea keynesiana intende affermare che la politica industriale non può essere delegata ad occhi chiusi ad altri, per essere credibile e assicurarsi contro i fallimenti, deve preliminarmente attrezzarsi sia sul piano della capacità di analisi, sia sul piano della visione culturale, sia sul piano delle strutture attraverso cui operare.



[1] Sergio Ferrari, 2014, Società ed economia della conoscenza, Mnamon.
 

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