LE LUNGHE RADICI DI UN TRAMONTO

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LE LUNGHE RADICI DI UN TRAMONTO*

Intervista a Gian Mario Cazzaniga

di Simone Gasperin e Bruno Settis

Gian Mario Cazzaniga, nato a Torino nel 1942, studioso di filosofia classica tedesca e di storia della massoneria, fino al 2012 ha insegnato Filosofia Morale all’Università di Pisa. È stato tra i protagonisti della “Nuova Sinistra” alla fine degli anni 1960, dirigente del Psi, del Psiup, del Pci e infine del Pds. Tra i fondatori della Cgil Scuola nel 1966, poi suo segretario nazionale nel 1976-78. Si è ritirato dalla politica nel 1997.

Oggi, in particolar modo nei paesi anglosassoni (con Corbyn e Sanders[1]), stiamo assistendo a un rinnovato interesse nei confronti dell’idea di socialismo. All’interno di tale processo, attivisti e intellettuali di diverse provenienze politiche e nazionali manifestano fascinazione, ma al tempo stesso sconcerto, rispetto alla tradizione della sinistra italiana, in particolar modo alla storia del Partito comunista italiano. Può quindi immaginarsi fin da subito quale possa essere la prima domanda che venga in mente a un interessato interlocutore straniero.

 

Com’è che voi, che eravate così bravi, siete finiti così male? (risata).

 

Esattamente. Proviamo a specificare. Cosa rimane del Gramsci politico e della sua creatura, il Pci? Quali sono i principali motivi della sua caduta in disgrazia? Possono essi spiegare la timida ascesa e il rapido declino di Rifondazione comunista, nonché l’attuale deserto politico nella sinistra italiana?[2]

 

Partiamo dall’episodio cruciale dello scioglimento. Quando, a seguito della proposta di Occhetto, iniziò una discussione all’interno del Pci sullo scioglimento del partito e sulla sua trasformazione in un nuovo soggetto politico, le resistenze rispetto a tale prospettiva furono abbastanza forti, e pur tuttavia difendevano un’idea di partito che certamente era esistito in passato, ma che non corrispondeva più alla sua configurazione del momento. D’altra parte, vi fu sicuramente qualche ragione se una larga maggioranza del suo gruppo dirigente perseguì un certo tipo di scelte, anche con una certa coerenza. Occorre quindi rivedere la storia del partito nelle sue diverse fasi, a partire dalla riforma togliattiana del 1944-45, per capire che cosa abbia fatto la grandezza del Pci e che cosa motivi anche la sua evoluzione successiva. Una parabola che, sebbene possa risultare più chiara agli storici, certamente non è stata compresa dal corpo centrale dei suoi iscritti e militanti.

La strategia togliattiana era figlia del VII congresso del Comintern (1935), di un momento in cui, rispetto all’ipotesi precedente di una strategia rivoluzionaria fondata sulla classe operaia, viste le difficoltà in più Stati e l’ascesa al potere del fascismo in alcuni di essi, si delineava una strategia di alleanze larghe. Una strategia non socialista ma democratica, necessaria non solo come difesa, ma anche come fase intermedia verso il socialismo. In Togliatti vi era la convinzione che la divisione del mondo, uscita dalla Seconda guerra mondiale, portasse per un periodo di tempo indeterminato a condizioni di necessaria democrazia e pluralismo politico alle quali il partito doveva in qualche modo adattarsi e strutturarsi in modo opportuno. La base sociale di tale strategia era rappresentata non tanto da un’alleanza fra classe operaia e ceto medio – dove quest’espressione, pur largamente diffusa, può significare tutto e niente – quanto da un’alleanza tra la classe operaia e alcuni settori del lavoro autonomo: artigiani, contadini, mezzadri, commercianti. Sarà questa la strategia sociale vincente che porterà il partito a essere sostanzialmente maggioritario nell’Italia centrale. E sarà questa la strategia che lo porterà ad adottare una posizione di moderatismo sociale.

L’Italia, nel secondo Novecento, ha vissuto una storia di relativa pace sociale, dovuta anche alla tutela congiunta dei lavoratori autonomi da parte del partito di governo, la Democrazia cristiana, e della principale forza d’opposizione, il Partito comunista italiano. Una tutela che si manifestava attraverso una fiscalità modesta, o una permissività rispetto all’evasione fiscale, nonché per mezzo dell’estensione dello Stato sociale a questi settori, i quali in realtà poco contribuivano al fabbisogno erariale dello Stato. Questa tutela era stata tuttavia funzionale allo sviluppo del capitalismo italiano negli anni del dopoguerra: la migrazione dalle campagne alle città, lo spostamento dall’agricoltura all’industria e, successivamente, dall’industria ai servizi. Un processo non certo indolore, ma con meno sofferenze sociali rispetto ad altri paesi.

Paradossalmente, infatti, mentre nei discorsi il Pci teorizzava la sua funzione indispensabile per superare l’arretratezza del capitalismo italiano, nei fatti esso collaborava con la Democrazia cristiana per rallentare la via a un pieno sviluppo capitalistico, avendo, come contropartita, minori sofferenze sociali e adesione di alcuni settori, non marginali, della società italiana. Non saprei dire se tale processo avvenisse con piena consapevolezza da parte del gruppo dirigente. Tuttavia credo che questa sia la grande anomalia che spiega come si sia creato un grande partito di massa con un blocco sociale largo e variegato, diversamente da quanto avvenuto in altri paesi europei.

D’altra parte, essendo il partito un’opposizione potente, inserito in un sistema parlamentare con il primato del legislativo – fu soltanto negli anni ottanta con Craxi che inizierà un processo in cui l’esecutivo esautora il legislativo – esso sarebbe stato effettivamente in grado di bloccare il Parlamento. Nonostante ciò, il Pci solo raramente operò in questa direzione, dicendo di voler mantenere un senso di responsabilità. In realtà, da questo relativamente timido atteggiamento esso ricavava importanti contropartite: gli veniva concesso di contrattare le leggi nelle commissioni parlamentari, aveva una strategia complessiva di influenza sugli enti locali, quando non di controllo nell’Italia centrale, e otteneva infine risultati importanti attraverso la ripresa dell’unità e dell’attività sindacale, a partire dallo sviluppo di lotte sociali negli anni sessanta.

 

L’interazione con le componenti sindacali è un nodo cruciale di quegli anni di lotte. A quali risultati si riferisce nello specifico?

 

Innanzitutto, va specificato che il sindacato italiano era sostanzialmente moderato. Un’esperienza per certi versi sconcertante da parte dei dirigenti sindacali della Cgil (la centrale sindacale facente riferimento al Partito comunista) era quella di andare nei paesi socialdemocratici e sentirsi accusati di essere dei pompieri delle lotte sociali. Mi riferisco in particolar modo ai corrispondenti sindacalisti, in ispecie socialdemocratici, della Francia, del Belgio, dei paesi scandinavi, ma anche della Germania. Tuttavia, la situazione era un poco più complessa. Sicuramente, la pressione salariale è sempre stata utilizzata dai sindacati italiani in modo relativamente moderato. Allo stesso modo, la libertà di uso della forza lavoro, per esempio attraverso gli straordinari, fu spesso concessa con relativa ampiezza.

Di conseguenza, capitò sovente che il sindacato, o i sindacati nelle fasi di unità e di più acceso confronto sociale, ridimensionasse le più radicali rivendicazioni sul salario e sulle condizioni di lavoro. Ma cosa ne otteneva in cambio? Un gigantesco Stato sociale. Il sindacato italiano ha infatti ricoperto un ruolo fondamentale nella costruzione del welfare italiano, sebbene quest’ultimo fosse finanziato principalmente dalla classe operaia stessa, esteso anche a quei sopracitati settori sociali del lavoro autonomo, che non pagavano e che, a tutti gli effetti, non potevano permettersi di contribuire in misura proporzionale. Nonostante ciò, in questo modo è stato costruito un sistema di welfare fra i migliori al mondo, che copriva prima di tutto le pensioni, la maternità, l’invalidità e poi successivamente la sanità.

 

Dove si nasconde quindi la contraddizione, laddove essa esista?

 

Nello sviluppo storico del capitalismo italiano e nelle sue conseguenti trasformazioni. In una strategia democratica, e in un paese ancora relativamente arretrato (ancora nel 1945, il 50% della forza lavoro era impiegato nel settore agricolo), un simile compromesso poteva trovare un senso politico. Tuttavia, il corso del tempo generò delle trasformazioni sociali che modificavano profondamente l’assetto originario e la composizione della società italiana: crescita industriale e dei consumi, urbanizzazione con forti migrazioni interne, dalla campagna alla città e dal Sud al Nord, scolarizzazione di massa, aumento delle figure tecniche e intellettuali nella composizione della forza-lavoro.

La discussione sulla possibilità di cambiare strategia, per alcuni opportunità e per altri necessità, ebbe luogo all’inizio degli anni sessanta non solo nel Pci, ma anche in altri partiti. Non dimentichiamo la presenza anomala del Partito socialista italiano, strategicamente alleato del Partito comunista: esso operava infatti nello stesso sindacato e incorporava intellettuali di estrazione marxista non dissimili da quelli facenti riferimento al Pci. Sebbene poi il Psi, all’inizio degli anni sessanta, decidesse di entrare nella maggioranza di governo, una serie di legami coi comunisti rimase ben salda, specialmente nell’Italia centrale dove le giunte locali continuarono a essere gestite da blocchi social-comunisti.

Ora, in questa situazione la discussione che avvenne nel Pci e nella Cgil, ma anche in seno al Psi, riguardò il cambiamento della composizione sociale in rapporto ai fenomeni di trasformazione strutturale sopra discussi. Ci si chiedeva quindi se tali mutamenti non comportassero la necessità di un cambiamento anche del blocco sociale su cui puntare per le riforme sociali da attuare nella fase storica che si attraversava, e in una successiva prospettiva di trasformazione in senso socialista. Questa battaglia politico-teorica vide una minoranza, nel Pci, nel Psi e nella Cgil, scommettere sulla modernizzazione della strategia, ma perdere.

 

In cosa avrebbe dovuto consistere tale strategia modernizzatrice?

 

Il punto è che la strategia togliattiana, pur realizzatasi nel capolavoro della Costituzione della Repubblica e in una serie di miglioramenti progressivi delle condizioni delle classi subalterne, continuò a dominare la linea del partito. Anche quando si discuterà, nel biennio 1989-1991, di trasformazione e scioglimento del partito, le forze contrarie a quest’ultima soluzione non riproporranno il problema di un fondamento diverso di analisi sociale e quindi di diversa composizione sociale legata alla strategia del partito.

Io stesso, essendo uno dei dirigenti della componente filosovietica del Pci, la cui segreteria “clandestina” era composta da Cappelloni, Cossutta e da me, pur appartenendo alla minoranza perdente nel dibattito di inizio anni sessanta, mi ritroverò a fare una battaglia in cui la posizione di conservazione del partito e della sua strategia sarà nettamente maggioritaria rispetto alle mie personali convinzioni, che erano sempre state di trasformazione del Pci e della sue componenti sociali di riferimento, una trasformazione che privilegiasse l’intellettualità di massa nell’unione con la classe operaia piuttosto che il lavoro autonomo, settore dove andavano appoggiati processi di modernizzazione.

Credo che questa sia una riflessione forse non completa ma necessaria su come il partito abbia perso, perché continuò a combattere con gli strumenti che gli avevano consentito di vincere, ma in una società di carattere radicalmente diverso. Nella sostanza, il Pci la sua strategia non la cambia mai, ma la società cambia in continuazione, e questa contraddizione risulterà vistosa.

 

A chi o a che cosa si possono attribuire le responsabilità di tale rigidità strategica?

 

Per rispondere a questa domanda devo ricorrere a un argomento di carattere sociologico se non, più precisamente, di natura psico-sociologica. Chi rappresenta la classe dirigente del Pci che lo trasforma nel nuovo partito, il Partito democratico della sinistra (Pds)? La risposta è semplice: dirigenti che vengono dalla Federazione giovanile comunista italiana (Fgci). Niente di strano, a condurre la battaglia per il rinnovamento sono quasi sempre le giovani generazioni, non le vecchie guardie. Ma dove si sono formate queste ultime? In un primo e lontano periodo, nell’esilio, in carcere e nella Resistenza, ma in un periodo più vicino, peraltro di non breve durata, nelle lotte sociali. Era un cursus honorum tipico, quello dell’operaio che in fabbrica dirigeva le lotte sociali, diventava funzionario sindacale e veniva infine preso dal partito come quadro e potenziale dirigente. Questo percorso finiva per mascherare la composizione sociale interna al partito, che nei registri delle schede presentava una fortissima presenza operaia, ma che a tutti gli effetti rappresentava soltanto un’origine operaia, per una destinazione di lungo periodo come funzionario a tempo pieno. A essa si affiancavano altre origini sociali non sempre ben censite, per esempio mezzadrili.

La Fgci era divenuta, come in tutte le organizzazioni giovanili dei partiti comunisti, non da ultimo quelli al potere come il Pcus, il luogo di reclutamento della classe dirigente, una sorta di scuola di partito per dirigenti in cui si fa politica fin da piccoli. I dirigenti della Fgci erano dei fini politici, ma non dirigevano mai una vera e propria lotta sociale. Se mandato a condurre una lotta (come si usava con i vecchi quadri del partito) in cui operai, o contadini, o cittadini di un quartiere povero o altri manifestavano le loro rivendicazioni, un dirigente della Fgci non ne sarebbe uscito vivo, mentre un vecchio dirigente del Pci avrebbe guidato lui stesso la testa del corteo. La formazione dei dirigenti della Fgci li rendeva perciò abilissimi a cambiare continuamente posizione, senza averne mai una. Essi avevano imparato dal partito che solo la politica politicante (politique politicienne) era la risposta ai problemi dell’immediato, ma non erano stati educati a inserire quest’idea in una strategia di lungo periodo. In questo senso, le divergenze che certamente vi sono state fra diversi dirigenti ex Fgci, in particolar modo quelle fra Occhetto, D’Alema e Veltroni, non erano poi così significative rispetto all’omogeneità sociale e culturale di fondo.

Aggiungerei poi che il partito fu sempre debolissimo sul fronte intellettuale urbano. Il Sessantotto, il movimento studentesco, l’attivazione di movimenti democratici radicali in categorie come quelle degli insegnanti, dei medici e dei magistrati, portarono al partito nuove forze sociali, non solo come consenso elettorale o come quadri locali, ma anche come dirigenti, prima della Fgci e poi del Pci, a livello nazionale. In altre parole, un partito che si era cospicuamente formato sulla base di un’origine operaia, dopo la grande ondata del Sessantotto si arricchisce, ma anche si modifica, rispetto a nuove leve di funzionari che sono tutte di origine piccolo-borghese, impiegatizia e urbana. Anche questo va considerato rispetto alla trasformazione del partito e alla fluidità di movimenti al suo interno. Un partito che non a caso cambierà continuamente nome (Pds, Ds, Pd), non avendo più un’identità definita.

 

Quindi lei rintraccia negli anni sessanta il momento in cui sarebbe stata necessaria una trasformazione strategica e strutturale del partito?

 

Sì. Se noi andiamo a vedere i convegni dell’Istituto Gramsci dei primi anni sessanta, prima di tutto quello «Tendenze del capitalismo italiano», Roma 1962, e, in seguito, quello «Tendenze del capitalismo europeo», Roma 1965, abbiamo un’eco di questo dibattito. Non a caso le voci che più si leveranno a rivendicare un cambiamento della strategia del Pci provengono in primo luogo dal sindacato, da Trentin a Foa.

 

Come, allora, il movimento del Sessantotto influì sul Partito? In che modo esso espresse esigenze di un cambiamento di rotta della strategia della modernizzazione di cui si è parlato? L’invito di Togliatti a Pisa nel 1964, che Lei collaborò a organizzare, viene spesso descritto come un episodio anticipatore.

 

L’invito di Togliatti a Pisa rivelò una diversa sensibilità delle nuove generazioni, anticipando l’evoluzione che poi avrà una sua ben più importante espressione nei movimenti sociali dal 1967 fino al 1975, ma l’irrompere del movimento era già nell’aria. Ricordo che si erano avute occupazioni di Architettura a Roma nel 1962 e a Pisa stessa la Sapienza nella primavera del ‘64 sarà occupata per un mese. L’interesse sta non tanto in quello che alcuni di noi dissero a Togliatti, quanto in ciò che Togliatti disse poi, tornato a Roma. Gli interventi, del resto, provenivano da posizioni politiche diverse: c’erano giovani normalisti che in qualche modo anticipavano quelli che sarebbero stati poi i movimenti del Sessantotto, da me a Sofri, contestando la strategia della «via democratica al socialismo» e il moderatismo sociale; ma c’erano pure esponenti del mondo cattolico che facevano obiezioni di carattere storico e realistico, come Gianfranco Fioravanti, che chiese se non riteneva che gli accordi di Yalta avessero condizionato la politica del Pci. Togliatti fu costretto a ribattere: «mai sentito parlare di accordi di Yalta» – un po’ debole come risposta! Ma questo non era un anticipo del Sessantotto bensì solo la domanda di una persona intelligente che obiettava al volontarismo del discorso togliattiano.

Quel che è interessante, dicevo, è ciò che Togliatti ricavò da questo incontro. Nel convegno che il partito fece sul Sessantotto, «Il marxismo italiano degli anni sessanta e la formazione teorico-politica delle nuove generazioni», Roma 1971, con una relazione di Badaloni che voleva essere un’apertura filosofico-politica alle nuove istanze dei movimenti, a me capitò, seguendo il convegno nel quale poi intervenni, di avere accanto Pesenti e Amendola. Mi parlarono dei discorsi che Togliatti aveva fatto in direzione dopo la conferenza, che si possono così riassumere: «Guardate che qui sta succedendo qualcosa di grosso tra le nuove generazioni, e noi non ce ne siamo ancora accorti». Ciò dimostra che Togliatti era un animale politico con un bel fiuto – ma morì qualche mese dopo e non ebbe occasione di utilizzarlo.

Per quel che riguarda l’atteggiamento del partito verso il Sessantotto a me sembra un atteggiamento al contempo di realismo politico e di cecità culturale. Realismo politico: se c’era un movimento il Pci sentiva immediatamente il bisogno di starci dentro e di dirigerlo. Per il Sessantotto la cosa non era così semplice – ma anche da questo punto di vista la storia del Sessantotto andrebbe rifatta. La storia sarebbe che la spontaneità anarco-comunista degli studenti rompe con il moderatismo del Pci, lo travolge, lo spazza via. Tuttavia potrei citare un elenco di città in cui, preoccupato dall’assenza dei movimenti, il partito se li inventa lui stesso: dà l’ordine a quelli della Fgci di occupare le facoltà e mettere in piedi il movimento. Così fu per esempio a Parma e a Modena, contesti in cui il Pci era forte. Un atteggiamento certo un po’ cinico, ma del tutto realistico.

Se c’è un problema che il Pci non si poneva era di capire cosa fosse questo movimento. Si può parlare di dirigerlo, condizionarlo, mettersi d’accordo, ma l’idea che il movimento ponesse dei problemi nuovi con cui fare i conti non gli passava proprio per la testa. E quando il movimento calò e i capi cominciarono a iscriversi al Pci, tutto a posto, tutto risolto. Invece non era risolto niente. Da questo punto di vista, quando ho parlato di rigidità nella politica del Pci mi riferivo anche a un vissuto personale. Si pensava: c’è uno schema? Continuerà a funzionare. Succede qualcosa? Ce lo mettiamo dentro.

 

Il tema cruciale della sua analisi è la rigidità del partito, che mantiene le sue strutture e i suoi schemi, la società, le lotte, le ambizioni dei vari gruppi sociali che mutano e che progressivamente corrisponde sempre meno alle strategie e alle analisi del partito che avrebbe l’intenzione di rappresentarli. Come sono cambiati i canali di comunicazione e trasmissione tra lotte sociali e partito?

 

Parlo con più cognizione di causa delle fasi in cui io stesso sono stato dirigente politico che non di degli ultimi anni, in cui seguo la politica da una certa distanza. Rispetto al passato, la non esistenza di questo tipo di partiti (abbiamo parlato di Pci ma potevamo parlare anche di Psi o della Dc) porta oggi a una fluidità delle forme politiche tale da annullarne la continuità. Ci può essere un reclutamento di alcuni dirigenti di movimento (che peraltro nasce, si sviluppa e muore su temi specifici) da parte di un partito, ma questo è a sua volta composto da una costellazione di gruppi culturali, politici, organizzatori di interessi materiali, privi di una loro continuità.

Credo che il maggior elemento di debolezza del nostro paese sia lo scadimento della qualità della classe dirigente. Questo scadimento deriva dal fatto che la si cambia con una rapidità eccessiva: e mentre prima alcuni settori della classe dirigente venivano fuori da strutture – sociali, politiche, economiche, culturali – dove esistevano meccanismi di concorrenza e di elezione fondata sul merito, oggi il meccanismo di selezione è, in tutti gli ambiti, la cooptazione. E mentre la concorrenza in parte seleziona sul merito, la cooptazione seleziona solo sulla fedeltà e sull’interesse. Per di più viene meno la continuità, per cui essendoci un nuovo gruppo dirigente con il sistema americano dello spoil system si eredita/recluta tutto, ricominciando ogni volta da capo.

È tipica la situazione dei sindaci: ormai il sindaco lo può fare solo un professionista non politico che sembri avere una qualche credibilità rispetto a obiettivi propagandati dai media. Una volta era completamente diverso. E questo spiega perché i sindaci nascono e muoiono senza lasciare tracce. C’è stato solo un momento in cui il partito (Pds), che era ancora quasi un partito, attirò intellettuali – qui a Pisa, per esempio, Piero Floriani – ma, siccome gli intellettuali reclutati erano gente per bene e sveglia, fecero un soqquadro tale, rispetto alle filiere di interessi del partito, che non vollero più tra i piedi.

 

Ci permetta di tornare all’origine della sua ricostruzione storica. Quali sono, secondo lei, le ragioni dell’egemonia del Pci, a scapito del Psi, nello scenario politico della sinistra marxista italiana del secondo dopoguerra?

 

Sono convinto che la risposta stia nella validità del gruppo dirigente e nella sua coesione, perché da una parte esiste nel dopoguerra un prestigio dell’Unione Sovietica, che è più facilmente raccolto dal corrispondente partito comunista nazionale che non da partiti socialisti, dall’altra la durezza della selezione aveva prodotto gruppi coesi (ricordo quelli che, avendo fatto carcere, esilio, guerra di Spagna, ecc. coll’umorismo gelido degli Apparatčik venivano chiamati “quelli della via crucis”). Mentre nell’arco delle tendenze del Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup), poi Partito socialista italiano (Psi) si riscontravano posizioni variegate, dalla destra socialdemocratica alla sinistra consiliare, in qualche modo “a sinistra” dello stesso Pci, pensiamo a Lelio Basso. Questa è una fra le tante ragioni che spiegano la ricchezza intellettuale e, al tempo stesso, la debolezza politica del Psiup, poi Psi: la pluralità di posizioni all’interno, che porterà anche a molte scissioni.

Invece nel Pci la validità del gruppo dirigente, formatosi fra esilio, guerra civile spagnola, carcere, scuola di Mosca e Resistenza, stava nella capacità del gruppo dirigente, unito dall’intelligenza di Togliatti, di raccogliere una pluralità di forze sociali e di tradizioni intellettuali e politiche. Per fare un esempio, molti gruppi, a prevalente base popolana, originariamente organizzati nel Partito repubblicano, passarono nel dopoguerra al Pci. In effetti, quest’ultimo dimostrò la capacità di essere non settario, contrariamente all’idea comune che si ha di un partito stalinista. Si riscontrava al suo interno una pluralità molto interessante di filoni culturali.

Se posso riprendere una battuta che usavo quando ero attivo politicamente: mentre nel Partito democratico della sinistra (Pds), il femminismo in versione “cultura della differenza” (quello che Preve chiamava spiritosamente «un heideggerismo debole») venne inserito nello statuto (nello statuto del Pci il marxismo-leninismo non ha peraltro mai figurato). Questo perché vi era l’intelligenza di comprendere che la vittoria di una cultura non deriva dal fatto di essere inserita in uno statuto, ma dal suo essere più forte degli altri filoni culturali e di egemonizzarli.

In definitiva, nel Pci si ebbero adesioni di provenienza socialista, repubblicana, cristiano-sociale e altre ancora, che fecero di esso una forza molto più composita di quanto non sia riconosciuto. Se sfogliate le riviste culturali promosse o appoggiate dal Pci nel dopoguerra come «Movimento operaio», «Società», «Critica economica» e «Politica ed Economia», trovate una grande varietà di posizioni. In «Politica ed Economia», per esempio, potrete trovare contributi marxisti di varia scuola, ma al tempo stesso saggi d’ispirazione keynesiana o legati alla dottrina sociale della chiesa. Questa duttilità, unita alla capacità di coesione del gruppo dirigente dell’immediato dopoguerra rappresentò un elemento di forza che toglieva spazio ai socialisti, tormentati più marcatamente da aperti scontri interni, ideologici e non solo.

 

Si può dire che questo carattere composito del partito e del gruppo dirigente abbia svolto un ruolo di plasticità in momenti politici cruciali. Mi riferisco in particolare al ruolo di Luciano Barca e Antonio Tatò, entrambi provenienti dal mondo cristiano sociale, negli anni del compromesso storico. Inoltre, non crede che l’affluenza nel Pci da parte di esponenti di aree politiche e culturali molto diverse da quella marxista-leninista, come nel caso di quella liberale da cui proveniva Giorgio Amendola, possa aver introdotto nel partito elementi di ambiguità con relative conseguenze politiche, specie riguardo proprio alla questione della modernizzazione?

 

Tenderei a escluderlo. La direzione del partito, da Togliatti a Berlinguer, seppe mantenere una centralità che permetteva alle ali, quella destra di Amendola e quella sinistra di Ingrao, di essere profondamente diverse, presenti e legittimate, ma incapaci di decidere la linea politica. Fu possibile forse un certo grado di condizionamenti ma sostanzialmente, almeno fino a Berlinguer, è sempre riuscita a prevalere la centralità della tradizione comunista-sovietica.

Associo l’aggettivo comunista-sovietica anche alla stagione di Berlinguer, di cui non conservo un giudizio positivo a causa del suo contributo alla distruzione del centralismo democratico nel partito, scelta sulla quale disgraziatamente scivolò quando finì in minoranza. Berlinguer si trovò di fronte a una situazione in cui, di fronte a scelte determinanti, la segreteria non aveva la maggioranza in direzione. Fu così che decise di rompere il meccanismo: il “compromesso storico” fu bruscamente interrotto a Salerno da un discorso di Berlinguer che rappresentò un mutamento di strategia politica da parte del segretario, senza passare attraverso la segreteria, la direzione e il comitato centrale.

Questo, si parva licet, fu anche il motivo della mia sofferta dimissione dal Comitato federale di Pisa: la violazione del centralismo democratico. Può sembrare un paradosso, ma in realtà le regole nel Pci sono sempre state importanti. Una tradizione che vale anche per il partito sovietico: persino Stalin non fu mai capace di avere del tutto la meglio sulle regole, per esempio scontrandosi con l’Accademia delle Scienze senza riuscire a ridimensionarla. Il centralismo democratico era assai più garantista di quanto non si creda.

Tuttavia, detto questo, devo riconoscere a Berlinguer di essere sempre stato interno al movimento comunista internazionale. La lettura di un Berlinguer che rompe in via definitiva con l’Unione Sovietica è fuorviante. Berlinguer era stato tra i dirigenti mondiali della Gioventù democratica, partecipava a questa storia sin da bambino: manovrava, come tutti i grandi dirigenti comunisti, per la vittoria della sua linea contro quella di altri dirigenti. La tattica di Berlinguer non si collocava al di fuori dal movimento comunista internazionale, ma era un gioco sotterraneo, di corrente, all’interno di questo movimento, per cambiarne la maggioranza, per influenzare e rafforzare le forze amiche nel Pcus. Che non ci sia riuscito è altra questione – ed è anche morto troppo presto. Però tengo da una parte a dichiarare il mio radicale dissenso rispetto alla sua strategia di rottura del centralismo democratico, dall’altra il mio rispetto per un dirigente del movimento comunista internazionale che, ribadisco, ha sempre operato dentro e non fuori di esso.

 

Il suo giudizio sull’ala – come l’ha definita – di Amendola?

 

È l’ala che si trasforma di più, contrariamente a quel che spesso si dice. Si tende a pensare che Amendola, Macaluso e Napolitano fossero una cosa sola: assolutamente falso. In comune avevano solo una speciale attenzione verso il Partito socialista e la convinzione che i movimenti sono importanti, ma che alla fine è l’organizzazione, la direzione politica, che decide. Ci sono due caratteristiche di Amendola, per cui ho sempre avuto grande stima, che negli altri si perdono: primo, un’attenzione verso la classe operaia assolutamente centrale, che scompare invece nei cosiddetti miglioristi, fuorché come politica di alleanza nei confronti di quadri sindacali amici. Secondo, Amendola era filosovietico, gli altri due visceralmente antisovietici. Napolitano era l’uomo degli americani. Alla faccia della continuità!

 

Quale invece il ruolo di Berlinguer rispetto ai temi di politica economica?

 

La mia impressione è che Berlinguer assomigliasse a Moro: entrambi uomini del primato della politica. L’economia veniva vista un po’ come l’intendenza per Napoleone: seguirà. Quindi gli uomini che hanno avuto importanza per la politica economica nel Pci a partire dalla fine degli anni sessanta furono gli Amendola e i Barca. Non era l’interesse centrale di Berlinguer.

 

Ci fu però un passaggio, negli anni di Berlinguer, da Antonio Pesenti a Luciano Barca come economista di riferimento.

 

Ho grande stima di Pesenti e di Barca, e sono stato amico di entrambi. Credo che sulla scelta di Barca, più che una volontà di cambio di rotta in materia di politica economica, abbia influito la sua storia culturale e politica, cioè l’attenzione al filone cristiano-sociale (che poi non era soltanto un problema teorico ma implicava anche concreti rapporti col Vaticano, tenuti in particolare da Paolo Bufalini e Antonio Tatò). La scelta di Barca corrispondeva a un’esigenza di omogeneità del gruppo dirigente: Pesenti, che muore nel 1973, era un po’ troppo anticapitalista ed era stato da tempo sostituito con Eugenio Peggio.

Berlinguer aveva due gambe: una era il blocco storico dei comunisti cattolici, e l’altra era il gruppo dei giovani che lui aveva voluto premiare portandoli in segreteria. Questi giovani avrebbero avuto, del resto, storie diversissime l’uno dall’altro, ma in quel momento erano utili come strumenti della sua politica. Tuttavia, Berlinguer era molto centralista: le decisioni politiche importanti le prendeva lui e basta.

 

Insisterei sulla questione della politica economica. Aggiungo uno spunto di riflessione riportandole il paragrafo finale di un articolo scritto da Federico Caffè per «L’Espresso», intitolato Processo a Berlinguer (1982): «Ho l’impressione che l’acquisizione del consenso stia diventando troppo costosa, in termini di sbiadimento dell’aspirazione all’egalitarismo, della lotta all’emarginazione, dell’erosione di posizioni di privilegio: aspirazioni che si identificano con quel tanto di socialismo che appare realizzabile nel contesto del capitalismo conflittuale con il quale è tuttora necessario convivere»[3]. Da questo passaggio emerge una tensione tra una strategia politica, ma anche di politica economica, orientata alla trasformazione delle strutture del capitalismo italiano e una linea del «primato della politica», come diceva Lei, del Pci.

Proprio a questi anni risale il dibattito sulla trasformazione interna del Labour Party, in cui la componente legata a Tony Benn riesce a essere notevolmente influente e contribuisce a imporre nelle elezioni del 1983 un manifesto politico che si può definire probabilmente più a sinistra, perlomeno su alcuni temi, della linea del Pci: si propone la nazionalizzazione di vaste aree dell’industria britannica, l’instaurazione di una struttura per la pianificazione economica, una tassazione del 90% sulla ricchezza, il disarmo unilaterale. Insomma, un programma mirato, in prospettiva, alla trasformazione in senso socialista della società britannica. Una simile consapevolezza c’è nel Pci di Berlinguer degli anni ottanta?

 

Credo che Berlinguer fosse particolarmente preoccupato di una possibilità d’intervento, insomma di un colpo di Stato, organizzato da servizi segreti italiani e statunitensi. Teniamo presente che le informazioni che il Pci aveva sempre avuto dai servizi segreti sovietici si rallentano dopo il 1968, cioè dopo la presa di posizione del Pci sulla Cecoslovacchia, e finiscono del tutto nel 1981 dopo quella sulla Polonia. Viene meno così un’importante difesa sul terreno informativo di cui il Pci si era avvalso in passato. Ovviamente ci sono altre fonti, fonti anche dei servizi italiani con cui il partito aveva rapporti – anche se la mia personale impressione è che il partito si sia fatto giocare dai servizi più che viceversa. Questo spiega il moderatismo, ovvero: si può rivendicare di tutto, purché venga evitato un colpo di Stato.

 

La situazione internazionale influiva pesantemente sul Pci di Berlinguer?

 

Non c’è alcun dubbio. La possibilità di un colpo di Stato in Italia si collocava all’interno di una serie di colpi di Stato che c’erano effettivamente stati, o stavano per esserci, da altre parti. Può sembrare più facile fare un golpe in America Latina che non in Italia, ma avevamo avuto l’esperienza della Grecia. L’Italia non ha mai recuperato pienamente l’indipendenza nazionale: a differenza della Germania, che l’ha ritrovata in seguito all’unificazione, la nostra situazione, quanto a governo delle istituzioni e attività dei servizi, risente ancora oggi della natura di paese sconfitto. E questo Berlinguer l’aveva molto chiaro.

A mio giudizio l’errore più grave non fu il compromesso storico in sé, e la scelta conseguente di carattere parlamentare, ma fu di aver messo il freno alle lotte sociali in un momento in cui le possibilità erano grandi. Sfruttare queste possibilità non sarebbe stato necessariamente incompatibile con le scelte a livello parlamentare. In altri momenti il partito aveva teorizzato di essere partito di lotta e di governo: in quel momento invece scelse di essere solo di governo, tra l’altro senza essere al governo, e non più di lotta. Non fu una decisione brillante, le cui conseguenze le paghiamo ancora.

 

L’area che si può definire filosovietica cambiò molto nel corso della storia del partito. Come cambiò, e che significato ebbe rispetto alle posizioni in politica interna e alle lotte sociali? Non fu, credo, un rapporto univoco.

 

La storia dell’area filosovietica del Pci negli anni ottanta è complicata perché, convergendo attorno ad alcuni obiettivi comuni, si ricongiunsero forze che avevano storie politiche e culturali diverse. Esisteva un’area di radicalismo sociale nel Pci che faceva riferimento all’Urss e che aveva il suo dirigente storico in Secchia: quest’area, che già dissentiva dal moderatismo sociale del Pci, venne allo scoperto quando esso ruppe con l’Urss. Ma non aveva una grande presenza o influenza nel partito, era già stata ridimensionata dopo il ‘56. Divenne più ampia e rilevante quando a quest’area aderì Armando Cossutta, un dirigente storico con posizioni intermedie tra Amendola e Togliatti, che non concordava con la rottura con l’Urss e che poi dissentirà dallo scioglimento del partito.

Quando parlo di “ricongiungimento di forze che avevano storie diverse”, basti ricordare che nel congresso della federazione milanese del 1960 fu Cossutta, su direttiva di Amendola, allora responsabile nazionale dell’organizzazione, a liquidare il segretario Alberganti che esprimeva posizioni vicine al gruppo di Secchia. Sarà proprio questo gruppo che inizierà nei primi anni ottanta un frazionismo filosovietico pubblicando «Interstampa» e che si riunirà con Cossutta nei secondi anni ottanta.

Quando si pose il problema dello scioglimento, una serie di forze aderirono a quest’area avendo ognuna una storia diversa. Questo riguarda anche chi, come me, aveva alle spalle una pagina di storia della Nuova Sinistra, nata all’inizio degli anni sessanta con i «Quaderni Rossi». È interessante vedere come quest’area prendeva corpo attraverso la costruzione di organismi come l’Associazione culturale marxista, i cui aderenti erano in parte filosovietici in parte marxisti intransigenti o, più semplicemente, militanti che non volevano finire come il Psi di Craxi, con provenienze anche dalla sinistra socialista e dal comunismo cristiano: operai, sindacalisti, cooperatori, artisti e docenti universitari, fra cui un significativo numero di accademici dei Lincei. Fra i molti intellettuali autorevoli ricordo Guido Aristarco, Raffaele De Grada, Ambrogio Donini, Ludovico Geymonat e Cesare Musatti.

Si ricongiungevano una posizione storica di radicalismo sociale e filosovietismo, una posizione di rivendicazione di identità classista del partito e una fedeltà alla struttura del partito leninista in quanto tale. Questa mi pare, grosso modo, la storia di quest’area – che poi nella costruzione di un nuovo partito avrà evoluzioni anche più complicate, perché a esso aderiranno ulteriori pezzi di storia politica e culturale, provenienti dai movimenti oppure dalla diaspora ingraiana.

Diciamo che la storia dell’area filosovietica nel Pci ha a che fare da un lato con una insofferenza rispetto al moderatismo sociale – nel solco di Secchia – e dall’altro con il ricongiungersi di forze politiche e culturali diverse nella difesa di un partito classista che fosse in qualche modo interno alla tradizione anticapitalista del movimento operaio italiano. Il breve successo, seguito da un rapido declino di Rifondazione comunista, incapace di costruire una strategia politica, deriverà in parte da una frattura mai sanata fra coloro che provenivano dal Pci e altri che provenivano da Democrazia proletaria, in parte dalla debolezza di direzione politica di Cossutta che prima porterà alla segreteria Garavini, espressione del comunismo operaista torinese, e poi Bertinotti, un socialista cristiano visceralmente anticomunista.

Ma, al di là della storia di questi dirigenti che non fu brillante, come non è mai brillante la storia di coloro che perdono, e questo vale anche per chi vi parla, rimasero irrisolti i nodi del dibattito che si era aperto negli anni sessanta. Di fronte ai mutamenti nazionali e internazionali intervenuti, pensiamo solo ai mutamenti della composizione di classe indotti dalla precarizzazione dei rapporti di lavoro e dai flussi migratori, risultava a maggior ragione necessaria una rinnovata analisi sociale capace di fondare una nuova strategia politica, ma a questa necessità non venne data risposta.

 

Che significato ebbe la formazione di correnti di sinistra all’interno del Pds? Mi riferisco a quelle figure che, nella fase terminale del Pci o nelle fasi iniziali dei suoi partiti eredi, avevano dapprima appoggiato il mantenimento della struttura del partito ma poi aderirono al Pds.

 

Da una parte ogni storia personale ha una sua identità, una sua caratteristica, che qui non sono interessanti. Dall’altra, se vogliamo vederli come gruppo, collettivamente, la risposta è molto semplice: vi erano forze che, per vecchia fedeltà all’idea del partito e per scetticismo sulle forze che invece erano uscite (ovvero Rifondazione comunista), si mantengono all’interno del Pds; queste forze, anche con un passato rispettabile, erano convinte che le regole fossero ancora quelle vecchie. Ma non avevano capito niente.

In altre parole, queste forze aderirono al nuovo partito non convinte della sua strategia e della sua identità, avendo in mente la politica sotterranea di condizionamento che, nel vecchio Pci, i dissidenti portavano avanti quando non erano d’accordo, venendo mantenuti nel gruppo dirigente e quindi avendo anche un ruolo riconosciuto e rispettato. Nel vecchio partito valevano ancora le regole per cui uno come me, che giocava per conto suo, essendo membro della direzione ne poteva condizionare i lavori. In realtà nel nuovo partito, come in tutti gli altri nuovi partiti, s’impone il principio per cui chi ha la maggioranza vince e piglia tutto. Le minoranze che pensano di aderire rallentando in qualche modo il mutamento e condizionandolo vengono spazzate via, non contano più nulla.

 

Si riproduce all’interno del partito quello che avviene nello scenario parlamentare.

 

Non c’è dubbio. Esattamente come muore il Parlamento pluralistico delle commissioni e vince l’Esecutivo, così è nel partito. Questa storia, per farla breve, comincia con Craxi e, grazie anche agli innovatori che venivano dalla Fgci, finisce con Renzi.

[1] Un chiacchierato sondaggio condotto da YouGov a inizio 2016 sulla popolazione statunitense ha rilevato come i rispondenti di età inferiore ai 30 anni che esprimono un giudizio favorevole nei confronti del “socialismo” siano di gran lunga superiori numericamente rispetto a coloro che invece si professano più inclini al “capitalismo”. Vedasi i risulati: https://d25d2506sfb94s.cloudfront.net/cumulus_uploads/document/467z1ta5ys/tabs_OP_Socialism_20160127.pdf

[2] Report del Rosa Luxemburg Stiftung «Mapping the European Left: Socialist Parties in the EU»: http://www.rosalux-nyc.org/mapping-the-european-left/

[3] Ora in Federico Caffè, La solitudine del riformista, a cura di Nicola Acocella e Maurizio Franzini, Torino, Bollati Boringhieri, 1990, p. 139.

  • versione rivista rispetto a quella pubblicata su Il Ponte, Anno LXXII n.6, giugno 2016, pagg.79-94; di prossima pubblicazione sulla rivista Jacobin
 
 

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