Hyperpolis, chi siamo: La costituzione come antidoto al neoliberismo


Hyperpolis è un collettivo di associazioni, accademie, riviste, blog e siti internet che, forti di una diversa formazione e sensibilità culturale e politica, condividono la necessità di ricreare nel nostro Paese una cultura civile, politica ed economica funzionale a un progetto di emancipazione umana che abbia come punto di partenza i valori e i principi che sono alla base della Costituzione repubblicana.

L’Associazione Paolo Sylos Labini, Cetri-Tires, il Centro studi Federico Caffè, la Fondazione Nenni, La qualità sociale, Il Ponte, Keynes blog, Giuristi democratici, Socialismo 2000 sono i primi promotori di questo sodalizio culturale.

 

La costituzione come antidoto al neoliberismo

La crisi politica in cui ci troviamo investe le strutture portanti degli Stati nazionali e delle economie capitalistiche occidentali. Essa si presenta come crisi economica e sociale, ma come ogni crisi di ordine pratico, è alla radice una crisi culturale e morale.

L’assenza di una politica autenticamente democratica, infatti, va di pari passo con la subalternità culturale degli attuali quadri dirigenti, soprattutto di quelli a capo di partiti e movimenti politici, all’economicismo imperante che pone il profitto a misura di tutte le cose e mette in questione l’intera struttura delle nostre vite, dominate da un sistema anonimo di potere che si muove secondo leggi che sfuggono alla logica comune.

In risposta a questa deriva negli ultimi anni si è assistito al fiorire di conflitti sociali e di esperienze collettive volti a riaffermare la centralità del “pubblico” come strumento di emancipazione e luogo dell’esercizio della sovranità popolare. Particolare importanza hanno avuto i movimenti per la giustizia ambientale, per i “beni comuni” e per l’“acqua pubblica”, uniti nella battaglia referendaria del giugno 2011 la cui vittoria ha sancito il processo di ripubblicizzazione del servizio idrico, conquista illegittimamente ignorata tanto dal governo dell’epoca, quanto dai successivi.

Questo patrimonio di idee e di pratiche non solo ripropone il tema dell’attualità della Costituzione, e in particolare dell’art. 43 in tema di “socializzazioni”, ma contribuisce anche a declinare in maniera “altra” e più compiuta il concetto di democrazia nel suo senso più pregnante di autodeterminazione collettiva in un orizzonte costituzionale.

Ma affinché si creino le condizioni per la rinascita di un pensiero e di una prassi politica costituzionali capaci di alimentare un immaginario alternativo al discorso del neoliberismo dominante, è necessario riconnettere la politica ad una cultura innervata dall’eredità ideale dell’umanesimo militante europeo, e recuperare la tradizione di un’economia politica colta, laica e impegnata, in sintonia con i principi costituzionali nati nella lunga e travagliata gestazione dei moti risorgimentali europei e maturati nella Resistenza al totalitarismo nazi-fascista.

Da queste considerazioni nasce il bisogno di creare “Hyperpolis”, una rete di resistenza attraverso cui intellettuali, distanti da qualsivoglia collateralismo partitico e vassallaggio culturale, uniscano i loro saperi in una battaglia contro gli idòla fori del neoliberismo imperante.

 ***

Il disfacimento dei paesi del “socialismo reale” ha accelerato la diffusione dell’ideologia capitalista, che si presenta oggi sotto la forma del neoliberismo e del “pensiero unico” che l’accompagna, secondo cui la libertà di mercato e, soprattutto, la libertà dei movimenti di capitale e di merci hanno il potere taumaturgico di liberare l’uomo dai suoi mali e di emancipare l’intera umanità, conducendola verso la “libertà e la democrazia”. In realtà la società neoliberista marginalizza l’uomo e il mondo in cui vive, asservendoli alla logica spietata della lex mercatoria.

Troppo spesso si dimentica che la democrazia novecentesca occidentale, pur incompiuta e spesso soffocata sull’altare della ragion di Stato o degli equilibri geopolitici, è stato il frutto di un lungo e travagliato processo che ha visto l’uno contro l’altro armati gli “spiriti animali” del capitalismo e milioni di lavoratrici e lavoratori, di donne e uomini in lotta per la conquista di diritti sociali e politici. Gli strumenti di mediazione di questa lunga battaglia di emancipazione umana sono stati grandi soggetti collettivi, sale della democrazia: partiti, sindacati, cooperative.

Con l’affermazione del neoliberismo e del «pensiero unico» che lo permea, tutto questo viene barattato con la falsa idea che la libertà consista nell’astratta libertà di scelta tra diverse opzioni politiche. Opzioni tutte rigorosamente precostituite e offerte alla moltitudine degli elettori, come la merce si offre alla massa inebetita dei consumatori. La nostra democrazia costituzionale è stata svuotata e ad essa sono stati contrapposti idola fori quali il laissez-faire, la riduzione delle prerogative pubbliche, le privatizzazioni, la mercificazione dell’esistenza, la guerra come risoluzione ordinaria delle controversie tra Stati denominata ipocritamente “guerra umanitaria”, la promessa della sicurezza in cambio di un lasciapassare ad agire impuniti.

***

La democrazia e le libertà individuali e collettive, modellate su misura degli Stati nazionali nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale, sono oggi subordinate agli imperativi di potenze oligopolistiche transnazionali (FMI, World Bank, Wto,“Troika”, BCE, corporations, agenzie di rating) e la gran parte degli Stati “minori”, in modo più o meno marcato a seconda della storia nazionale di ognuno, sono stati confinati nella dimensione di province subordinate a regime di sovranità limitata, come è pienamente evidente per l’Italia.

In questa gabbia globale sono state rinchiuse e via via poste in “non cale” le Costituzioni degli Stati europei, e con esse sono progressivamente evaporati il riconoscimento, l’affermazione e la tutela dei diritti del lavoro e dei diritti sociali come condizione concreta dell’effettivo godimento dei diritti di libertà.

Il nostro paese, inserito nell’Unione europea – un abbozzo di confederazione neppure paragonabile a uno Stato federale, si è ritrovato, dagli anni ottanta del Novecento in poi, in un progressivo cataclisma geopolitico epocale: come un vaso di coccio fra vasi di acciaio nella ristrutturazione mondialista del sistema capitalistico, ne è uscito trasformato e deformato.

In questo contesto generale la società italiana appare avvitata su se stessa a causa delle storiche tare ereditate dal ventennio fascista e da secoli di occupazione straniera: indifferentismo alla politica, odio per le istituzioni, familismo amorale, ipocrisia e cinismo piccolo-borghese, endemica mediocrità delle classi politiche.

In questo corpo sociale guasto è cresciuto come un cancro, alimentandosi della spesa pubblica, un nuovo blocco sociale – molto più potente del vecchio blocco industriale-agrario – composto da un coacervo di organizzazioni criminali, imprenditoria parassitaria e politica deviata, che ha fatto della corruzione l’ordinario sistema di governo della cosa pubblica. Questo blocco sociale ha ottenuto procedure derogatorie per la concessione degli appalti di opere pubbliche, trasformando l’istituto della concessione, che prima imponeva l’obbligo di una gara pubblica, in un contratto a trattativa privata. Opere inutili che hanno causato devastazioni ambientali e impoverito il Paese, espropriando denaro pubblico alla collettività e alla spesa sociale.

L’incancrenirsi di questo sistema di corruzione ha prodotto l’implosione del sistema politico e dei partiti, che furono pensati dalla Costituente (art. 49 Cost.) quale strumento dei cittadini per determinare l’indirizzo e il funzionamento degli organi rappresentativi dello Stato, al fine di incrementare il regime democratico costituzionale.

La crisi attuale ha caratteri simili al disfacimento di un regime. Essa ci attanaglia su molteplici piani, dalla mortificazione sistematica del mondo del lavoro, alla distruzione dell’ambiente, allo svilimento della cultura, allo smantellamento della scuola pubblica, dell’università e della ricerca. Nel Paese si è così diffuso un senso di stanchezza e rassegnazione e una spoliticizzazione di massa, che fa da pendant all’ansia di un’investitura fideistica al leader o al capopopolo di turno – sia egli di destra, di centro, di sinistra. Infatti, la surrettizia modifica della forma costituzionale di governo, formalmente parlamentare ma nei fatti iper-personalistica e sostanzialmente presidenzialista, è stata definita “premierato assoluto” o “monocrazia”.

***

In questo contesto occorre ripartire dai valori e dai principi di quella cultura politica che all’alba della Repubblica e della Costituzione, nel pieno della Resistenza, mosse la parte migliore e più avanzata degli italiani a progettare il futuro dell’Italia: la nostra democrazia. Le Repubbliche partigiane del Centro-Nord del Paese hanno rappresentato un esempio importante in tal senso, poiché hanno contribuito a conferire alla nostra Costituzione quel carattere sociale che le viene universalmente riconosciuto. Una democrazia sociale, una politica e un’economia praticate nell’interesse della collettività: il potere di tutti, cioè il diritto di tutti i cittadini ad una sempre più attiva e cosciente partecipazione alla gestione della cosa pubblica. Mai come oggi, invece, la “decisione” è distante da quell’oltre 90% della popolazione che si deve accontentare di spartirsi faticosamente meno della metà delle risorse avanzate dall’avidità dell’oligarchia dominante.

Per restituire alla Costituzione la sua carica emancipatrice bisogna abrogare le modifiche reazionarie apportate negli ultimi anni al Titolo V, e rilanciarne l’attuazione integrale, a partire da quelle parti surrettiziamente ignorate, con particolare riferimento al Titolo III sui rapporti economici, in cui sono previsti gli strumenti necessari per uscire dalle secche della crisi: l’intervento pubblico tramite le nazionalizzazioni, le socializzazioni e la pianificazione economica.

La Costituzione, dunque, rappresenta un vero e proprio antidoto al neoliberismo, perché in essa sono sedimentate, nella forma di diritti, le conquiste di intere generazioni che nel corso della storia si sono emancipate da condizioni di sudditanza. In essa sono custoditi i principi di quella ragione umanistica capace di una visione complessa della realtà in cui l’uomo è considerato nella sua interezza.

Nell’immediato dopoguerra i partiti fecero vivere nella società questa eredità culturale e politica, la sostennero e intervennero per completarne le mancanze. Oggi che questi soggetti politici sono stati annichiliti dall’omologazione neoliberista occorre riconnettersi a quell’immensa riserva di immaginario politico che vive nella nostra Costituzione al fine di creare nel Paese una coscienza civile in grado di arginare l’ondata neo-feudale che sta travolgendo gli avanzamenti culturali e sociali acquisiti in secoli di dure lotte.

Nell’intento dei promotori di questa iniziativa, dunque, il richiamo alla Costituzione non si risolve in una scialba difesa di diritti imbalsamati nel museo della storia moderna, ma intende riconoscere in essa non solo la rappresentazione di un presente di lungo periodo, ma anche una strada aperta a nuove possibilità, alla sensibilità di bisogni soffocati. Questa “lungimiranza bifronte” che attinge dal passato la possibilità di re-immaginare il nostro futuro è la nostra speranza, la nostra utopia concreta.

La Costituzione deve tornare a essere materia viva, dispositivo non solo di lotta politica e culturale, ma anche di formazione per le nuove classi dirigenti, sotto il quale nome non bisogna pensare  solo alla classe politica che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma soprattutto alla classe dirigente nel senso culturale e tecnico, a coloro che sono a capo delle industrie e delle aziende, a coloro che insegnano, che scrivono, agli artisti, ai professionisti, ai poeti.

Questo è il problema della democrazia.

 

Hyperpolis

 




Cultura e libertà nel dibattito all'Assemblea costituente


library

Nel dibattito all’Assemblea costituente, arte, scienza e libertà sono strettamente connesse e nella loro inscindibilità formano il presupposto di tutte le altre libertà garantite dalla Costituzione. Lo stesso «lavoro», su cui appare «fondata» la «Repubblica democratica», presuppone la libertà della ricerca e il diritto di ogni cittadino «di ricevere  istruzione ed educazione adeguate allo sviluppo della propria personalità e all’adempimento dei propri compiti sociali», come recita un articolo scritto ma mai inserito nella carta costituzionale. Senza «lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica», che la Repubblica ha il compito di promuovere, non ci sarebbe nemmeno la possibilità di indirizzare la produzione e la sperimentazione tecnica verso quei settori economici, dove l’interesse della collettività è maggiormente impegnato, unica garanzia per cui in un processo produttivo sia salva la dignità dell’uomo. Questo implica un’idea emancipatrice del lavoro e soprattutto un’idea di libertà «finalizzata», come la chiamarono i costituenti, per cui tutte le libertà garantite dalla Costituzione, è scritto in un articolo che non venne inserito in Costituzione,  «devono essere esercitate per il perfezionamento integrale della persona umana […] ed in modo da permettere l’incremento democratico, mediante la sempre più attiva e cosciente partecipazione di tutti alla gestione della cosa pubblica». L’autore cerca di chiarire il rapporto tra cultura e libertà ricostruendo il dibattito alla costituente sul tema.

 

L’art. 33 della nostra Costituzione dichiara, con tono solenne, che «l’arte e la scienza sono libere…». La formula fu coniata da Concetto Marchesi[1] durante i lavori preparatori dell’Assemblea Costituente con lo scopo di porre a fondamento della Repubblica democratica italiana l’univer-salità della scienza e dell’arte, che, per loro natura, stanno al di sopra di ogni barriera statale e di ogni sentimento nazionale, al di sopra di ogni tendenza, di ogni orientamento politico, giuridico e sociale. Si volle, dunque, rendere omaggio alle manifestazioni più eccelse della personalità umana riconoscendo, allo stesso tempo, che l’arte e la scienza sono la libertà stessa nella sua forma più alta. Per non rendere pleonastica l’asserzione, tuttavia, occorreva garantire che l’arte e la scienza avessero davvero la possibilità di manifestarsi liberamente, per cui si precisò che non solo «l’arte e la scienza sono libere», ma «libero ne è l’insegnamento». Il concetto di libertà acquistava, in questo modo, un significato più ampio e più concreto, poiché non è possibile pensare alla libertà svincolata dalla sua forma più alta, che è la conoscenza, e questa, contemporaneamente, non può essere pensata fuori dalle forme concrete in cui si manifesta. «L’arte e la scienza sono libere in ogni loro manifestazione, e libero è il loro insegnamento»: questa è una delle formulazioni provvisorie dell’articolo. Due libertà inscindibili, dunque, che vanno a congiungersi con un’altra libertà, quella di pensiero, con il diritto, sancito dall’art. 21, che tutti hanno «di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di comunicazione».

Per comprendere la funzione fondativa di questo articolo, è necessario recuperarne un altro che i costituenti avevano pensato di premettere a tutti gli articoli relativi all’insegnamento: «Ogni cittadino ha diritto di ricevere istruzione ed educazione adeguate allo sviluppo della propria personalità e all’adempimento dei propri compiti sociali». Questo articolo non solo riconosceva a tutti indistintamente un diritto assolutamente originario e fondamentale ma, soprattutto, determinava chiaramente la duplice finalità della scuola e degli istituti formativi e di ricerca: lo sviluppo della propria personalità e la solidarietà sociale.

La scienza nelle sue immediate manifestazioni, cioè l’insegnamento e la ricerca, nella Costituzione italiana è considerata come fondamento della libertà della persona umana e garanzia della pacifica convivenza civile. Quest’ultimo motivo è essenziale perché – come dichiarava l’onorevole Francesco Franceschini[2] nella seduta dell’Assem-blea costituente del 24 aprile 1947 -, «se è vero che ogni Costituzione democratica ha per suprema esigenza quella di raggiungere e di mantenere l’armonia del rapporto tra singolo e collettività, di assicurare l’accordo fra i diritti della persona libera e i diritti dello Stato sovrano, consegue di necessità che la scuola italiana, destinata appunto a creare questa coscienza democratica nelle giovani generazioni, deve essere essa stessa impostata su tale concezione, in via assolutamente pregiudiziale; e ne consegue la necessità di una garanzia, che lo Stato deve pretendere mentre riconosce i diritti dell’individuo all’istruzione. […] La scuola deve tendere congiuntamente a fare e l’uomo e il cittadino».

All’opposto, oggi, il compito delle istituzioni scolastiche è mortificato alla meccanica funzione di «elevare il livello delle competenze dei cittadini», come si evince dalla cosiddetta ‘Legge Aprea’ approvata il 22 marzo del 2012. Segno evidente del processo di decadenza che ha investito da oltre un trentennio le istituzioni deputate alla formazione. La Costituzione repubblicana e democratica italiana non presuppone a suo fondamento l’arbitrio del singolo, la volontà particolare ripiegata ottusamente su se stessa, ridotta esclusivamente a soddisfare bisogni in una delirante lotta per determinare ciò che ‘è mio’; essa pone da sé il suo principio: la libertà, ovvero, l’uomo nella sua infinità. La cifra di quest’essere infinito è il pensiero, inteso nelle sue molteplici forme. Diventa pertanto «compito della Repubblica – art. 3 della Costituzione – rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana», il cui presupposto è, appunto, il pensiero quale attività infinita dell’uomo, condizione essenziale per il progredire dell’intera collettività. L’uomo nasce libero, ma si fa libero soltanto nell’esercizio della libertà, un esercizio che necessita della vita associata, della comunità politica. Lo Stato inteso come luogo della libertà, come spazio entro cui la libertà è riconosciuta come cifra dell’essere Uomo, è il popolo che governa se stesso nell’esercizio della libertà, che si fa coscienza direttiva perché si sa e si vuole libero. Uno Stato repubblicano e democratico è tenuto a garantire e a tutelare la libertà in tutte le sue forme e in special modo nella sua forma più alta: nell’esercizio ‘dell’arte e della scienza’. In questa libertà risiede il principio autopoietico di una comunità, la sua capacità di ripensarsi criticamente, rielaborando costantemente le proprie tradizioni culturali e civili e superandone creativamente i limiti in relazione al proprio tempo storico. Se viene meno questa capacità rigenerativa, viene meno per un popolo la possibilità stessa di esistere se non in condizioni di servitù e di miseria.

Per questo, più volte, nell’Assemblea costituente è detto che solo nella libertà della scuola, intesa come luogo di ricerca e formazione permanente, è possibile ritrovare gli elementi necessari per la rinascita. I compiti di uno Stato sono, in questo campo, fondamentali: rinunciando ad essi lo Stato rinuncia a se stesso e alla sua funzione politica e sociale. Ma ribadire la funzione dello Stato quale garante e tutore della libertà dell’arte e della scienza – come dichiara Concetto Marchesi alla Costituente nel presentare l’articolo in cui è scritto che «Lo Stato detta le norme generali in materia di istruzione» – è «ben lontano dal proporre e dal desiderare che lo Stato intervenga come ordinatore degli indirizzi ideologici, dei metodi di insegnamento e di tutto ciò che possa intaccare o menomare la libertà di insegnamento, la quale invece deve essere in tutti i modi rispettata e garantita». Per questo motivo, del resto, nell’ultimo comma dell’art. 33 è prescritto che «le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato». Una prima formulazione di questo comma recitava espressamente: «Le istituzioni di alta cultura, Accademie ed Università, sono politicamente indipendenti e funzionalmente autonome». Il significato di una tale impostazione pare evidente: i cultori delle scienze, gli insegnanti, gli studenti debbono essere garantiti e tutelati affinché il loro pensiero e la loro attività non siano fuorviati da interferenze politiche e di altro genere. La ricerca, l’insegnamento e la formazione hanno in sé il principio che le regola, e questo è la libertà del pensiero critico e della ricerca scientifica.

Su questo punto, Tristano Codignola[3] pronunciò parole lapidarie: «noi crediamo che lo Stato abbia il solo dovere di offrire tutti gli strumenti necessari, perché l’educazione possa essere un fatto che si espande liberamente nella società umana. Ed io ricordo che, se lo sviluppo del pensiero moderno ha condotto a quell’abito di critica e di metodo critico, esso ha condotto anche ad un’altra conquista fondamentale: che l’educazione è andata sempre più allargandosi da alcuni ceti, da alcune categorie privilegiate di uomini, alla grande massa dei cittadini, è diventato un grande fenomeno sociale. Questo fatto sta a fondamento del concetto nazionale della scuola. Chi oggi non sente questo problema come il primo problema di qualsiasi Stato moderno, ancor prima che socialistico, costui non ha il senso dello Stato moderno. Lo Stato moderno ha, prima di tutto, davanti a qualunque altro dovere, questo dovere che è un dovere elementare, il dovere della educazione del cittadino. Scriveva Genovesi: «La scuola deve formare teste per la Repubblica, uomini forniti di buon senso e produttivi, e non dei frati e dei pedanti». Queste parole di Genovesi sono tuttora vive. Noi abbiamo il dovere fondamentale di riconoscere che l’educazione è primo compito dello Stato. Chi penserebbe mai di voi che siano possibile oggetto di scambio, che siano possibile oggetto di cessione ad altri istituti sociali l’amministrazione della giustizia, o la difesa dello Stato? Vi sono alcuni attributi fondamentali della convivenza civile, alcuni attributi, rinunziando ai quali, onorevoli colleghi, lo Stato rinunzia a se stesso, rinunzia alla sua funzione sociale, rinunzia alla sua funzione nazionale»[4].

Lo Stato non deve solo farsi garante e tutore della libertà dell’arte e della scienza ma deve anche intervenire, mediante una legislazione coerente con i principi sopra citati, sia a difesa della libertà degli studi, sia per indirizzare la ricerca scientifica in quei settori della produzione che determinano le condizioni di vita di milioni di persone. Questo garantirebbe, da una parte, l’accesso ai gradi più alti degli studi ai capaci e meritevoli (art. 33), i soli che ne hanno diritto anche se privi di mezzi, dall’altra, la risoluzione di contraddizioni di un sistema-mondo sempre più complesso, dinanzi alle quali il singolo uomo è impotente.

«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica», recita l’art. 9: anche in questo caso l’intervento dello Stato è finalizzato alla piena concretizzazione della libertà, perché se vero che l’arte e la scienza permettono di realizzare lo sviluppo integrale dell’uomo in armonia con le esigenze della solidarietà sociale, è altrettanto vero che l’uomo realizza se stesso e adempie ai suoi compiti sociali in una determinata società che è sempre il risultato di un processo storico svoltosi lungo l’arco di secoli. È impossibile astrarre l’uomo dal suo contesto storico e pertanto non si può pensare di garantire la libertà senza intervenire sulle strutture sociali dominanti per modificarne gli effetti e migliorarne i benefici. Ai costituenti era evidentemente ben chiaro quanto la struttura repubblicana e democratica della nostra Costituzione fosse in contraddizione con il regime monopolistico e imperialistico dell’economia occidentale che aveva già gettato i popoli europei in due micidiali guerre mondiali e che, ponendo a suo fondamento una falsa concezione della libertà, intesa come dominio finalizzato all’accrescimento indiscriminato di ricchezza e potere, minacciava ancora la pace fra i popoli. Nella sua originaria formulazione l’articolo recitava: «La Repubblica promuove la ricerca scientifica e la sperimentazione tecnica e ne incoraggia lo sviluppo». Giuseppe Firrao[5], in qualità di relatore, nel motivare la necessità di approvare il testo dell’articolo sostenne che «il trinomio scienza, tecnica, industria si afferma sempre più, come una unità inscindibile, nelle condizioni di progresso della vita nei nostri tempi; esso è base del perfezionamento senza arresti della produzione, cioè a dire del 90 per cento del progresso tecnico. […] La ricerca scientifica e la sperimentazione tecnica fanno leva sul valore degli uomini, ma è pur vero che entrambe sono anche problemi di organizzazione, di divisione di compiti, di collegamenti e di collaborazione e, specialmente, di mezzi, cose queste che insieme prevalgono sull’azione individuale: è una attrezzatura che deve essere approntata con spese che debbono considerarsi eminentemente produttive.

Il concetto, che lo Stato debba intervenire in questo campo, trae anche riflesso dalla necessità di indirizzare, specialmente la sperimentazione tecnica, verso quei settori economici, dove l’interesse della collettività è maggiormente impegnato, o dove tali attività richiedono di essere coordinate.

Prima di questa guerra, la Francia impegnava, per le istituzioni di ricerca, 80 milioni di lire; il Belgio 450 milioni; la Svezia 150 milioni della fondazione Nobel; la Russia circa 500 milioni di lire e la Germania circa 900 milioni di lire; gli Stati Uniti, con le istituzioni Rockfeller e Carnegie e la Columbia University, spendevano 50 milioni di dollari; quest’ultimo Paese ha invece speso nel 1946 la cifra colossale di un miliardo di dollari.

Ove, invece che fini di distruzione e di guerra, fossero stati assegnati a questi ingenti mezzi come meta solo il progresso e l’ansia di assicurare agli uomini nuove fonti di benessere, si sarebbero ottenuti ancor più cospicui risultati.

Io e gli onorevoli colleghi che hanno, in nome dell’alta cultura tecnica, con me sottoscritto l’articolo aggiuntivo ora sottoposto all’esame di questa Assemblea, ci lusinghiamo di trovare il concorde consenso di tutti, nel sancire nella Carta costituzionale, come compito dello Stato, un problema di così fondamentale interesse, per lo sviluppo e l’evolversi di questa nostra civiltà, perché questa sia potenziata e piegata a beneficio degli uomini.

Assicurate, onorevoli colleghi, strumenti come questi all’intelletto della nostra gente e voi darete un reale apporto all’incremento di ricchezza del nostro Paese; voi offrirete mezzi sicuri per concorrere, in modo efficace, alla nostra rinascita economica, e per mantenere, ancora accesa, da questo Paese, una fiaccola di alta civiltà nel mondo»[6].

Da questi brevi cenni non solo emerge con chiarezza il rapporto inscindibile che i costituenti posero tra cultura e libertà, ma si profila un’interpretazione del concetto di libertà del tutto nuovo: in opposizione all’idea di ‘libero arbitrio’, i nostri costituenti pensarono di esplicitare chiaramente lo spirito della Costituzione con un articolo che successivamente ritennero superfluo vista la chiarezza dei loro intenti. Un articolo che oggi, invece, aiuterebbe a ricomprendere il senso autentico della Res-publica e della democrazia: «Le libertà garantite dalla presente Costituzione devono essere esercitate per il perfezionamento integrale della persona umana, in armonia con le esigenze della solidarietà sociale e in modo da favorire lo sviluppo del regime democratico mediante la sempre più attiva e concreta partecipazione di tutti alla cosa pubblica. La libertà è fondamento di responsabilità». La proposta fu presentata da Giorgio La Pira[7]  il I ottobre del 1946 nella prima «Sottocommissione della Commissione per la Costituzione». Questi dichiarò che la sua preoccupazione era stata quella di dare della libertà un concetto diverso da quello che è alla base della Costituzione repubblicana francese del 1789 in cui è detto che la «libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri». Un concetto, dunque, negativo della libertà. Nella Costituzione repubblicana e democratica italiana, invece, si voleva introdurre un concetto positivo della libertà: il concetto di libertà finalizzata. Vale a dire, come dichiarò Palmiro Togliatti[8], che «tutte le libertà debbono essere esercitate in modo che siano coerenti con lo sviluppo della società democratica». Le libertà sono garantite dalla Costituzione dando un indirizzo all’organizzazione della vita sociale attraverso uno Stato ordinato per il perfezionamento della persona umana, il rafforzamento e lo sviluppo del regime democratico e il continuo incremento della solidarietà sociale. Tutte le libertà che vengono sancite nella carta costituzionale vanno intese, secondo le parole di Aldo Moro[9], «come espressione della convergenza degli sforzi individuali in una società ordinata e compatta per il bene di tutti». L’articolo chiarisce che in regime democratico la libertà non mira al soddisfacimento dell’arbitrio individuale ma alla «collaborazione positiva dei singoli per la realizzazione del bene comune». L’unico limite posto alla libertà è la responsabilità, intesa come responsabilità giuridica e sociale. Questo nuovo concetto chiarisce in che rapporto devono trovarsi in una società repubblicana e democratica l’attività di ricerca e le forze produttive. Se è innegabile il legame di interdipendenza fra questi due momenti, per cui dallo sviluppo dell’uno si determina il progredire dell’altro e viceversa, è pur vero che l’attività di ricerca non può mai essere subordinata alle forze produttive o, peggio ancora, trasformarsi essa stessa in un’attività di produzione. Se così fosse assisteremmo progressivamente ad uno scadimento della ricerca e ad un imbarbarimento degli stessi modi di produzione. In questa prospettiva si chiarisce anche la funzione del lavoro, posto «a fondamento» della nostra Costituzione solo in quanto risultato creativo della libera attività di ricerca e della sintesi tra questa e le forze produttive, e non quale attività di sostentamento o mero strumento all’interno dei mezzi di produzione. L’arte e la scienza, dunque, devono essere libere in tutte le loro manifestazioni, per evitare il rischio di uno sconvolgimento irreversibile dell’assetto repubblicano e democratico della Costituzione del nostro Paese.

Occorre domandarsi, allora: questa libertà riuscirebbe ancora ad essere garantita se le istituzioni preposte alla cultura si tramutassero nella «fetente mangiatoia» di manzoniana memoria?

 

 

Nicola Capone

 

 

 


[1] C. Marchesi, iscritto al gruppo parlamentare comunista è stato componente della Commissione per la Costituzione e della Prima sottocommissione.

[2] F. Franceschini, iscritto al Gruppo Parlamentare Democratico Cristiano.

[3] T. Codignola, iscritto al Gruppo Parlamentare Autonomista.

[4]  Assemblea Costituente, seduta di lunedì 21 aprile 1947.

[5] G. Firrao, iscritto al Gruppo Parlamentare Democratico Cristiano, ha fatto parte della Quarta Commissione per l’esame dei disegni di legge.

[6] Assemblea Costituente, seduta di giovedì 24 aprile 1947.

[7] G. La Pira, iscritto al Gruppo Parlamentare Democratico-Cristiano è stato componente della Commissione per la Costituzione e della Prima sottocommissione.

[8] P. Togliatti, iscritto al Gruppo Parlamentare Comunista, è stato Vicepresidente della Commissione per i Trattati Internazionali e componente di diverse altre commissioni tra le quali quella per la Costituzione e la Prima sottocommissione. Ha fatto parte, tra l’altro, del Comitato di redazione della Costituzione.

[9] A. Moro, iscritto al Gruppo Parlamentare Democratico-Cristiano, è stato componente di varie commissioni, tra cui la Prima sottocommissione e la Commissione per la Costituzione. Ha fatto parte tra l’altro del Comitato di redazione della Costituzione.

L’articolo è apparso sulla rivista Teoria e storia del diritto privato, VI, 2013