Appunti contro la modifica costituzionale di Renzi - di Paolo Solimeno


La modifica costituzionale proposta ( http://www.camera.it/leg17/126?pdl=2613-D ) ha radicali difetti di legittimità e coerenza, propone un modello di democrazia lontano da quello prefigurato dal costituzionalismo democratico in cui sono iscritte le migliori democrazie occidentali, nate o perfezionatesi nel secondo dopoguerra. Insieme alla legge elettorale n. 52 del 2015, l’Italicum, trasformerebbe il sistema italiano in un premierato forte, senza garanzie, con una Camera succube del capo dell’esecutivo.

 

Lasciare che questo sistema entri in vigore vuol dire consegnare l’Italia a due padroni: i poteri economici e finanziari sovranazionali e il vincitore delle prossime elezioni, chiunque egli sia.
In modo alquanto sintetico elenco i motivi per cui ritengo dovrebbe esser respinto il ddl Boschi-Renzi per rinviare ad un eventuale, non urgente e non indispensabile piccola correzione del sistema istituzionale l’intervento migliorativo della Costituzione del 1947, evitando di stravolgerla nel modo frettoloso e pericoloso che ci propongono gli abusivi “costituenti” del 2016.
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1. Legittimità di questo ddl costituzionale. Anzitutto un intervento così corposo che ridisegna quasi tutta la Seconda parte della Costituzione (eccettuato solo il Titolo IV sulla magistratura) introduce di fatto una nuova costituzione esercitando in modo abusivo un potere “costituente” che “non è previsto dal nostro sistema costituzionale: il potere costituente è un potere sovrano, che l’articolo 1 attribuisce al “popolo” e solo al popolo, sicché nessun potere costituito può appropriarsene; il potere di revisione è invece un potere costituito, il cui esercizio non può consistere nella produzione di una nuova Costituzione, ma solo in singoli e specifici emendamenti onde sia consentito ai cittadini, come ha più volte stabilito la Corte Costituzionale, di esprimere consenso o dissenso, nel referendum confermativo, alle singole, specifiche revisioni” (Luigi Ferrajoli, articolo del 25.6.2016 su http://www.libertaegiustizia.it/2016/06/25/un-monocameralismo-imperfetto-per-una-perfetta-autocrazia/ ). Intaccare tale principio vuol dire anche, di conseguenza, intaccare l’irreversibilità della scelta democratica in assoluto e nella particolare veste data dai costituenti nel 1946-’47: un’assetto istituzionale e dei diritti fondamentali nel quadro del costituzionalismo democratico e con peculiari accenti egualitari e pluralistici.
2. Legittimità del parlamento che ha approvato il ddl costituzionale. Le elezioni del 2013 che hanno formato il parlamento attualmente in carica hanno applicato, per la terza volta la legge elettorale n. 270/2005, il c.d. “Porcellum”, che è stata abrogata dalla sentenza della Corte costituzionale n. 1/2014 nelle sue parti fondamentali, il premio di maggioranza e le liste bloccate: in quella sentenza (si trova su http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2014&numero=1# ) la consulta ha ritenuto che il premio, pur perseguendo un obiettivo di “governabilità” legittimo, non potesse sacrificare in modo così eccessivo la funzione primaria e costituzionalmente necessaria della rappresentatività delle assemblee elettive. Tale netta e inconfutabile sentenza è contrastata da alcuni critici non per la correttezza del giudizio di merito, ma solo perché dubitano che un giudizio di costituzionalità su una legge elettorale possa ancora ritenersi “giudizio incidentale”, che è il meccanismo attraverso il quale si accede, dal giudice di merito, alla Corte (a sostegno però della piena accessibilità si è espressa con argomenti solidi l’ordinanza di rimessione della Corte di Cassazione del 17.5.2013). Si aggiunga che i parlamentari eletti rappresentano gli elettori in modo del tutto irrazionale, a causa del premio e delle liste bloccate, ma per il principio di continuità delle istituzioni si è ritenuto che effetto della sentenza che rimuoveva le basi di legittimità del parlamento non potesse provocare lo scioglimento immediato dello stesso e, addirittura, l’annullamento delle leggi da questo approvate (effetti tutti che sarebbero ragionevole conseguenza dell’annullamento parziale della legge elettorale, secondo il principio di retroattività delle sentenze), ma questo non può indurre a considerare il parlamento, all’opposto, pienamente legittimo: la sentenza 1/2014 consente una proroga temporanea dei poteri delle camere (ed infatti richiama la “prorogatio” di cui all’art. 61 Cost.) fino a nuove elezioni con nuova legge elettorale, o con quella risultante dall’abrogazione, poteri rivolti a coprire le esigenze della “ordinaria amministrazione”, non certo ad esercitare il potere di revisione costituzionale ex art. 138, o addirittura il potere costituente (v. punto 1). Si consideri solo, in concreto, che disattendendo questo limite si consente che una forza parlamentare, non eletta per fare modifiche costituzionali e pari al 25% circa degli elettori, stravolga una Carta costituzionale approvata dal voto favorevole pari all’88% dei votanti di un’Assemblea costituente eletta con legge elettorale proporzionale e con lo specifico mandato di scrivere quella Carta.
3. Le modifiche di composizione e modalità di elezione del Senato. La modifica trasforma il Senato in camera non più eletta dal popolo, ma dai consigli regionali; e nella riduzione da 315 a 95 membri, di cui 21 sindaci e 74 consiglieri regionali, che una volta eletti senatori resteranno anche nelle loro cariche originarie. Il nuovo senato non rappresenterà le regioni, né il popolo  né le istituzioni, per l’elezione indiretta di figure non qualificanti, per il ridotto numero di senatori (ben 10 regioni avranno solo 1 consigliere regionale senatore e 1 sindaco senatore), perché anche le regioni più grandi (la Lombardia avrà 14 senatori) eleggeranno senatori in base a spartizioni tra maggioranza e opposizione, o opposizioni, che senza vincolo di mandato andranno a coalizzarsi in senato su base partitica nazionale, non territoriale o istituzionale. Inoltre la riduzione del numero dei senatori stravolge l’equilibrio del parlamento ogni volta che sia chiamato a votare in seduta comune: si tratta delle importantissime elezioni del Presidente della Repubblica (art. 83, 2° c.), della sua messa in stato d’accusa (art. 90), dell’elezione di un terzo dei membri del Consiglio superiore della Magistratura (art. 104).
4. La modifica dei poteri dell’esecutivo. Nessun articolo del Titolo Terzo (Il Governo) è toccato dal ddl del governo, così si difendono Renzi e Boschi, ma intanto questa intera modifica è di iniziativa del Governo, quindi di parte, cosa invero anomala e contraria alla centralità del parlamento come luogo di confronto plurale dove sono rappresentate anche le forze non governative. Poi non si può non vedere che la Nuova costituzione darebbe al Governo dei poteri decisivi e potenzialmente illimitati:
a) il ddl “a scadenza fissa”, ovvero il potere (art. 72, VI comma) di chiedere alla Camera dei deputati di approvare entro 70 gg. un qualunque disegno di legge, solo perché dal Governo stesso sia “indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo”, una formula che non consente sindacato sull’abuso del potere (da parte del Presidente della Repubblica in sede di promulgazione, o della Corte cost. in sede di giudizio incidentale successivo), visto che l’indicazione è una mera potestà, salvo limitazioni da parte dei regolamenti parlamentari, e che potenzialmente potrebbe occupare buona parte del calendario della Camera senza consentire discussioni vere (si pensi ad es. ai 70 gg. occupati da manovre di maggioranza che bloccano il ddl in commissione) e col potere di ricatto derivante dal rapporto di fiducia, aggravato dal meccanismo della legge elettorale attualmente in vigore (l’Italicum); inoltre non il “programma di governo” non ha dignità costituzionale, ma di mera prassi, quindi non può considerarsi un parametro vincolante. Il richiamo all’istituto analogo previsto dalla costituzione francese non tiene conto del contesto costituzionale diverso e dei tanti limiti lì previsti per l’esercizio di questo potere (cfr. R. Tarchi, Osservatorio sulle fonti, 2/2014).
b) il potere di esercitare la “clausola di salvaguardia” (art. 117, IV c.), chiamando allo stato anche alcune delle poche competenze esclusive rimaste alle Regioni con il nuovo Titolo V per la tutela dell’interesse nazionale, sempre con il vincolo di controllo della maggioranza governativa e col potere di scavalcare eventuale voto contrario del Senato, limitandosi a votare con una facilmente raggiungibile maggioranza assoluta (art. 70, IV c.);
c) la nuova struttura istituzionale (Camera centrale nel procedimento legislativo, voto di fiducia dato solo alla Camera, predominanza numerica di questa sul Senato più che triplicata rispetto all’attuale rapporto, ecc.) è proposta senza che si introduca alcun vincolo alla futura legge elettorale, ad esempio con una più vincolante definizione del diritto di voto libero e uguale (art. 48) che imponesse l’introduzione di leggi elettorali capaci di garantire una sufficiente razionalità e rappresentatività della Camera, invece saremo nuovamente dipendenti dall’eventuale (art. 73, II c.) e probabilmente tardivo giudizio della Corte costituzionale;
d) non si introduce alcun rafforzamento delle istituzioni di garanzia (anzi, PdR, CSM e Corte Costituzionale sono indeboliti e resi a portata della maggioranza governativa). L’interpretazione della nuova Carta che tenga conto della attuale legge elettorale è la più preoccupante: con la maggioranza vinta, probabilmente al ballottaggio, si avrebbe il controllo del procedimento legislativo alla Camera, si potrebbe ottenere la messa in stato d’accusa del PdR (art. 90) con il voto di soli 25 senatori, oltre ai 340 della maggioranza alla Camera (ma anche una maggioranza più debole, comunque “governativa”, turberà l’indipendenza del PdR): praticamente il Governo può ricattare il Presidente della Repubblica e inibire l’esercizio di ogni suo potere di garanzia e ostacolo agli abusi dell’esecutivo (a partire dal rifiuto della promulgazione di leggi palesemente incostituzionali, o di sciogliere la Camera);
e) non si introduce alcuna concreta disciplina di poteri delle minoranze e delle opposizioni: è nominato lo “statuto delle opposizioni” (art. 64, II c.), ma la sua disciplina è rinviata ai regolamenti delle Camere, eppure ci sono esempi e letteratura da cui attingere per mettere in costituzione delle regole minime che garantiscano le minoranze (si veda il saggio di Antonuzzo su http://www.amministrazioneincammino.luiss.it/app/uploads/2016/06/Antonuzzo.pdf ); si modificano gli istituti referendari, ma il referendum abrogativo beneficerebbe di una saggia riduzione del quorum (art. 75, IV c.) solo se si raccoglieranno ben 800.000 firme; l’iniziativa di legge popolare dovrà raccogliere il triplo delle firme di oggi (150.000 invece di 50.000) avendo solo la garanzia di venir discussa e votata nei tempi che stabiliranno i regolamenti parlamentari (art. 71, III c.); altra norma “bandiera” (art. 71, IV c.) introduce il referendum propositivo e d’indirizzo che dovrà essere attuato da altra legge costituzionale e, dopo di questa, da legge di attuazione: nulla, quindi, per anni.
5. La modifica della forma di governo. Questo effetto si ha con una legge elettorale che, come l’Italicum già in vigore da luglio 2016, introduca un meccanismo che sfrutti gli spazi lasciati pericolosamente liberi dalla nuova costituzione e consenta ad una legge maggioritaria di trasformare una democrazia parlamentare in un premierato forte: premierato grazie ad una legge premiale che – qualunque sia il risultato delle votazioni – pretende di creare una maggioranza nell’assemblea elettiva, come ammette da tempo il suo ispiratore, Roberto D’Alimonte; e contemporaneamente determina l’elezione del presidente del consiglio attraverso una “indicazione” del capo della lista che risulti vittoriosa (al primo turno o al ballottaggio); e sarebbe un premierato forte perché mancherebbero i contrappesi (sia nuovi poteri di interdizione o codecisione di altri organi, ma sarebbero anzi indebolite le istituzioni di garanzia per lo squilibrio di numeri nelle cruciali votazioni di cui agli artt. 83, elezione PdR, 90, messa in stato d’accusa del PdR, 104, elezione di un terzo del CSM), e ci sarebbero anzi i rafforzamenti dell’esecutivo di cui si è detto al punto 4. Appare poi intollerabile che una radicale modifica della forma di governo e una così grave concentrazione di poteri sia fatta in modo surrettizio, senza discuterlo apertamente e smentendo l’intima connessione con la legge elettorale. Solo una legge elettorale rigidamente proporzionale per la Camera eviterebbe l’attacco al principio di equilibrio e separazione dei poteri, anche se lascerebbe in vita le numerose incongruenze e pericoli.
6. La modifica del bicameralismo. La differenziazione delle funzioni delle due camere non può esser detta urgente o indispensabile: nell’ultima legislatura ben 202 delle 252 leggi approvate è passata con una sola lettura in ciascuna camera, senza alcun rinvio per modifiche alla prima camera; altre 43 leggi sono passate con un solo rinvio, quindi tre passaggi (http://blog.openpolis.it/2016/10/19/referendum-leggi-veloci-leggi-lente/10661). Niente di patologico, nessuna urgenza nella modifica giustifica il modo illegittimo e il contenuto inefficace e confuso con cui viene proposta. Quanto poi alla fiducia al Governo dalla sola Camera dei deputati: la modifica potrebbe, in sé, esser considerata razionale e benvenuta, ma non si può motivarla sulla instabilità perché dei tanti governi (63) che si sono succeduti in 69 anni di repubblica con il bicameralismo perfetto, solo due sono caduti per il diniego della fiducia in parlamento (i due governi Prodi) e tutti gli altri sono cambiati anzitutto per pretese delle correnti interne della DC, in una anche eccessiva stabilità e continuità. Una modifica semplice al meccanismo della fiducia, l’introduzione della sfiducia costruttiva, avrebbe dato ben più stabilità al sistema. La trasformazione del Senato nelle sue funzioni non impone certo che non sia elettivo; e la sua rappresentatività, anche con l’elezione indiretta, avrebbe dovuto scegliere strade più chiare: non rappresenterà le istituzioni locali (come in Germania: nel Bundesrat siedono i governi con mandato vincolato), non rappresenterà le popolazioni locali (ben 10 regioni avranno solo 2 senatori, 1 sindaco e 1 consigliere regionale!), ma sarà una replica della rappresentanza partitica della Camera, ma con maggioranze probabilmente diverse: un intralcio, non un contrappeso, non un organo rappresentativo.

7. La modifica del Titolo V: un forte accentramento. L’intervento sul Titolo V è un forte revirement accentratore rispetto al principio tendenzialmente federalista introdotto nel 2001 tanto da consegnarci uno stato centralista, più di quello della originale versione del titolo del 1947. Le competenze esclusive statali del nuovo art. 117, II c., si moltiplicano (da 31 a 48), sono introdotte materie esclusive regionali, ma con riserve parziali allo stato che è chiamato a disciplinare parte delle materie, la regione dovrebbe completare, riproponendo così in sostanza la “competenza concorrente” che il legislatore si vanta di aver abolito: tutt’altro, si introducono concetti nuovi e non ancora vagliati in cui lo stato si contende le materie con le regioni, dettando ora le “norme generali e comuni”, ora le “disposizioni di principio”, ora imponendo interessi nazionali o sovranazionali su quelli regionali, ora semplicemente dettando una parte della disciplina (cfr. U. De Siervo, “I più chediscutibili contenuti del progettato art. 117 della costituzione”,su osservatoriosullefonti.it, 1/2016). In più, come detto sopra (punto 4, b), il Governo può esercitare con iniziativa legislativa una supremazia e chiamare a sé materie pur di esclusiva competenza regionale. La modifica non ha voluto toccare statuti e competenze delle cinque regioni a statuto speciale per il veto posto dai parlamentari rappresentanti di quei territori, consegnandoci così un sistema che costa miliardi di euro ogni anno ed una disparità ora intollerabile, e da tempo comunque priva di ragioni, rispetto alle spogliate regioni ordinarie: gli statuti speciali potranno esser modificati solo con “intesa” con i loro consigli, mentre oggi basta che siano “sentiti”; tutto il capo IV del ddl non si applica, mentre si applica il potere di espandere ulteriormente le loro competenze.

L’incoerenza del ddl costituzionale si somma così al suo chiaro intento di riduzione delle garanzie e dell’equilibrio delle funzioni e di separazione dei poteri, di esaltazione dell’esecutivo senza i lacci delle garanzie e del pluralismo, dei limiti al potere, chiunque lo detenga. La “Nuova Costituzione Renziana” si qualifica come il più determinato e sgangherato attacco al costituzionalismo democratico, intento reazionario un po’ guascone e un po’ golpista che dobbiamo respingere senza tentennamenti.



La crisi del diritto civile e costituzionale nel capitalismo europeo


GD - locandina 28 maggio 2015 definitivaLo scorso 28 maggio a Firenze si è tenuto il convegno “La crisi del diritto civile e costituzionale nel capitalismo europeo” organizzato da Hyperpolis e dai Giuristi Democratici fiorentini.
Questo il programma del dibattito che può essere riascolato integralmente su http://livestream.com/accounts/5370066/events/407934

Emiliano Brancaccio – docente economia politica Univ. Sannio
Cesare Salvi – prof. ord. diritto civile Univ. Perugia
Massimo Villone – prof. ord. diritto costituzionale Univ. di Napoli Federico II
introducono e coordinano:
Roberto Passini avvocato, Hyperpolis.it
Paolo Solimeno avvocato, coord. G.D. Firenze
a partire dal volume di Cesare Salvi “Capitalismo e diritto civile. Itinerari giuridici dal Code civil ai Trattati europei”, ed. il Mulino 2015

Il convegno ha voluto mettere a confronto le diverse fonti, interne e sovranazionali, dei principi generali del diritto civile italiano alla luce della sua evoluzione storica nel contesto sociale, economico e istituzionale.
L’analisi ha perciò ad oggetto il diritto costituzionale italiano ed il diritto dell’Unione Europea e le loro interazioni con gli aspetti fondamentali del diritto civile contemporaneo: la garanzia delle libertàn economiche, la protezione dei dati personali, il c.d. “biodiritto”, le trasformazioni della famiglia, i beni comuni, la Carta dei diritti dell’Unione.




Trattati europei e democrazia costituzionale


italia_europa_estesa (1)di Vladimiro Giacché

1. L’idea di società della Costituzione italiana e la priorità del lavoro

Il migliore punto di partenza per affrontare il tema del rapporto tra trattati europei e democrazia costituzionale è partire dall’idea di società che informa la Costituzione italiana.

In termini generali, la Costituzione italiana esprime una delle varianti di quel modello di capitalismo regolato che si afferma nell’immediato dopoguerra in molti paesi e che Hyman Minsky descrisse come il punto di approdo di un processo storico. Il processo per cui – così Minsky – “un sistema che possiamo caratterizzare come un capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo marginale, vincolato dal sistema aureo e non governato [small government gold standard constrained laissez-faire capitalism] fu sostituito da un capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo rilevante, flessibile grazie al contributo della banca centrale e governato attivamente [big government flexible central bank interventionist capitalism]”.

La necessità di regolare l’attività economica era condivisa dalle tre principali componenti politico-culturali che concorsero alla stesura della nostra Costituzione. Così, per la Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani nei lavori preparatori della Costituzione evidenziò “il problema… di controllare, dal punto di vista sociale, lo sviluppo dell’attività economica, senza accedere totalmente a un’economia collettiva o collettivizzata, e senza d’altra parte lasciare totalmente libere le forze individualistiche, ma cercando di sfruttarle, disciplinandole e regolandole al fine di raggiungere determinati obiettivi sociali”.

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Samir Amin: il ritorno del fascismo nel capitalismo contemporaneo


samirdi Samir Amin

Non è per caso che il titolo stesso di questo contributo collega il ritorno del fascismo sulla scena politica con la crisi del capitalismo contemporaneo. Il fascismo non è sinonimo di un regime di polizia autoritario che rifiuta le incertezze della democrazia parlamentare elettorale. Il fascismo è una particolare risposta politica alle sfide che la gestione della società capitalistica può trovarsi di fronte in circostanze specifiche.

Unità e diversità del fascismo

Movimenti politici che si possono giustamente chiamare fascisti erano in prima linea e hanno esercitato il potere in un certo numero di paesi europei, in particolare durante gli anni ’30 fino al 1945. Questi includevano l’Italia di Benito Mussolini, la Germania di Adolf Hitler, la Spagna di Francisco Franco, il Portogallo di António de Oliveira Salazar, la Francia di Philippe Pétain, l’Ungheria di Miklós Horthy, la Romania di Ion Antonescu, e la Croazia di Ante Pavelic. La diversità delle società che sono state vittime del fascismo – sia le maggiori società capitaliste sviluppate sia  le minori società capitaliste dominate, alcune annesse con una guerra vittoriosa, altre trasformatesi in tali come prodotto di una sconfitta- dovrebbe impedirci di considerarle alla stessa stregua tutte insieme. Io quindi specificherò i diversi effetti che questa diversità di strutture e congiunture produsse in queste società.

Eppure, al di là di questa diversità, tutti questi regimi fascisti avevano due caratteristiche in comune:

(1)    Nel caso di specie, erano tutti disposti a gestire il governo e la società in modo tale da non porre i principi fondamentali del capitalismo in discussione, in particolare la proprietà privata capitalistica, compresa quella del moderno capitalismo monopolistico. È per questo che io chiamo queste diverse forme di fascismo particolari modi di gestire il capitalismo e non forme politiche che mettono in discussione la legittimità di quest’ultimo, anche se “capitalismo” o “plutocrazie” sono stati oggetto di lunghe diatribe nella retorica dei discorsi fascisti. La bugia che nasconde la vera natura di questi discorsi appare non appena si esamina l’ “alternativa” proposta da queste varie forme di fascismo, che sono sempre in silenzio in merito al punto principale – la proprietà privata capitalista. Resta il fatto che la scelta fascista non è l’unica risposta alle sfide che deve affrontare la gestione politica di una società capitalista. E’ solo in certe congiunture di crisi violenta e profonda che la soluzione fascista sembra essere quella migliore per il capitale dominante, o talvolta anche l’unica possibile. L’analisi deve, quindi, concentrarsi su queste crisi.

(2)    La scelta fascista per la gestione di una società capitalista in crisi si basa sempre – anche per definizione – sul rifiuto categorico della “democrazia”. Il fascismo sostituisce sempre i principi generali su cui le teorie e le pratiche delle democrazie moderne sono basate – il riconoscimento di una diversità di opinioni, il ricorso a procedure elettorali per determinare la maggioranza, la garanzia dei diritti della minoranza, ecc. – con i valori opposti della sottomissione alle esigenze della disciplina collettiva e all’autorità del leader supremo e dei suoi agenti. Questa inversione di valori è quindi sempre accompagnata da un ritorno di idee rivolte al passato, che sono in grado di fornire una legittimazione apparente alle procedure di sottomissione che vengono implementate. L’annuncio della presunta necessità di tornare al (“medievale”) passato, di sottomettersi alla religione di stato o a qualche presunta caratteristica della “razza” o della “nazione” (etnica) costituiscono la panoplia dei discorsi ideologici messa in atto dalle potenze fasciste.

Le diverse forme di fascismo trovate nella moderna storia europea condividono queste due caratteristiche e rientrano in una delle seguenti quattro categorie:

(1)    Il fascismo delle principali potenze capitaliste “sviluppate” che aspiravano a diventare potenze egemoniche dominanti nel mondo, o almeno nel sistema capitalista regionale.

Il nazismo è il modello di questo tipo di fascismo. La Germania divenne una delle principali potenze industriali a partire dagli anni 1870 e una concorrente dei poteri egemoni dell’epoca (Gran Bretagna e, secondariamente, Francia) e del paese che aspirava a diventare egemone (gli Stati Uniti). Dopo la sconfitta del 1918, ha dovuto affrontare le conseguenze della sua incapacità di realizzare le sue aspirazioni egemoniche. Hitler formulò chiaramente il suo piano: stabilire in Europa, compresa la Russia e forse al di là, la dominazione egemonica della “Germania”, vale a dire dalle capitalismo dei monopoli che avevano sostenuto l’ascesa del nazismo. Egli era disposto ad accettare un compromesso con i suoi principali avversari: l’Europa e la Russia sarebbero state date a lui, la Cina al Giappone, il resto dell’Asia e dell’Africa alla Gran Bretagna, e le Americhe agli Stati Uniti. Il suo errore fu nel pensare che un tale compromesso fosse possibile: la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non l’accettarono, mentre il Giappone, al contrario, lo sostenne.

Il fascismo giapponese appartiene alla stessa categoria. Dal 1895, il moderno Giappone capitalista aspirava a imporre il suo dominio su tutta l’Asia orientale. Qui lo scivolamento è stato fatto “dolcemente” dalla forma “imperiale” di gestire un nascente capitalismo nazionale – basato  su  istituzioni apparentemente  ”liberali” (una dieta eletta), ma in realtà completamente controllate dall’Imperatore e dall’aristocrazia trasformata dalla modernizzazione – a una forma brutale, gestita direttamente dall’Alto Comando militare. La Germania nazista fece un’alleanza con l’imperiale / fascista Giappone, mentre la Gran Bretagna e gli Stati Uniti (dopo Pearl Harbor, nel 1941) si scontrarono con Tokyo, come fece la resistenza in Cina – le carenze del Kuomintang essendo compensate dal sostegno dei comunisti maoisti.

(2)    Il Il fascismo delle potenze capitaliste di secondo rango.

L’Italia di Mussolini (l’inventore del fascismo, compreso il suo nome) è il primo esempio. Il mussolinismo è stata la risposta della destra italiana (la vecchia aristocrazia, la nuova borghesia, le classi medie) alla crisi degli anni ’20 e alla minaccia comunista in crescita. Ma né il capitalismo italiano, né il suo strumento politico, il fascismo di Mussolini, avevano l’ambizione di dominare l’Europa, per non parlare del mondo. Nonostante tutte le vanterie del Duce sulla ricostruzione dell’Impero Romano (!), Mussolini capì che la stabilità del suo sistema poggiava sulla sua alleanza-  come subalterno – o con la Gran Bretagna (padrona del Mediterraneo) o con la Germania nazista. L’esitazione tra le due possibili alleanze continuò fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Il fascismo di Salazar e Franco appartiene a questo stesso tipo. Erano entrambi dittatori installati dalla destra e dalla Chiesa cattolica in risposta ai pericoli dei liberali repubblicani o dei repubblicani socialisti. I due non sono mai stati, per questo motivo, ostracizzati per la loro violenza anti-democratica (con il pretesto dell’ anti-comunismo) dalle grandi potenze imperialiste. Washington li riabilitò dopo il 1945 (Salazar era un membro fondatore della NATO e la Spagna acconsentì a basi militari americane), seguita dalla Comunità europea – garante per natura dell’ordine capitalista reazionario. Dopo la rivoluzione dei garofani (1974) e la morte di Franco (1975), questi due sistemi hanno aderito al campo delle nuove “democrazie” a bassa intensità della nostra epoca.

(3) Il fascismo delle potenze sconfitte.

Queste includono il governo della Francia di Vichy, così come in Belgio di Léon Degrelle e lo pseudo- governo “fiammingo” sostenuto dai nazisti. In Francia, la classe superiore scelse “Hitler piuttosto che il Fronte Popolare” (vedi i libri di Annie Lacroix- Riz su questo argomento). Questo tipo di fascismo, collegato con la sconfitta e la sottomissione all’ “Europa tedesca”, è stato costretto a ritirarsi in secondo piano dopo la sconfitta dei nazisti. In Francia, cedette il passo ai Consigli della Resistenza che, per un certo tempo, unirono i comunisti con gli altri combattenti della Resistenza (Charles de Gaulle, in particolare). La sua ulteriore evoluzione ha dovuto attendere (con l’avvio della costruzione europea e l’adesione della Francia al Piano Marshall e alla NATO, vale a dire, la volontaria sottomissione all’egemonia statunitense) che la destra conservatrice e anti- comunista e la destra  social- democratica rompessero definitivamente con la sinistra radicale  che venne fuori dalla Resistenza antifascista e potenzialmente anti-capitalista.

(4) Il fascismo nelle società dipendenti dell’Europa orientale.

Ci spostiamo verso il basso di parecchi gradi di più quando veniamo a esaminare le società capitalistiche dell’Europa orientale (la Polonia, gli Stati baltici, la Romania, l’Ungheria, la Jugoslavia, la Grecia e l’Ucraina occidentale durante l’era polacca). Dovremmo qui parlare di capitalismo arretrato e, di conseguenza, dipendente. Nel periodo tra le due guerre, le classi dominanti reazionarie di questi paesi hanno appoggiato la Germania nazista. E’, tuttavia, necessario esaminare caso per caso la loro articolazione con il progetto politico di Hitler.

In Polonia, la vecchia ostilità verso la dominazione russa (della Russia zarista), che divenne ostilità nei confronti della Unione Sovietica comunista, incoraggiata dalla popolarità del papato cattolico, di norma hanno fatto di questo paese un vassallo della Germania, sul modello di Vichy. Ma Hitler non la vedeva in questo modo: i polacchi, come i russi, gli ucraini e i serbi, erano popoli destinati allo sterminio, insieme con gli ebrei, i rom, e molti altri. Non c’era, poi, posto per un fascismo polacco alleato con Berlino.

L’Ungheria di Horthy e la Romania di Antonescu erano, al contrario, trattati come alleati subalterni della Germania nazista. Il fascismo in questi due paesi era in sé il risultato di  crisi sociali specifiche per ciascuno di essi: la paura del “comunismo” dopo il periodo di Béla Kun in Ungheria e la mobilitazione sciovinista nazionale contro gli ungheresi e ruteni in Romania.

In Jugoslavia, la Germania di Hitler (seguita dall’Italia di Mussolini) sostenne una Croazia “indipendente”, affidata alla gestione del movimento anti-serbo ustascia con il supporto decisivo della Chiesa cattolica, mentre i serbi erano condannati allo sterminio.

La rivoluzione russa aveva evidentemente cambiato la situazione per quanto riguarda le prospettive di lotta della classe operaia e la risposta delle classi possidenti reazionarie, non solo nel territorio della pre-1939 Unione Sovietica, ma anche nei territori perduti: gli Stati baltici e la Polonia. A seguito del Trattato di Riga nel 1921, la Polonia annesse la parte occidentale della Bielorussia (Volinia) e l’Ucraina (sud della Galizia, che era in precedenza un Crownland austriaco, e nel nord della Galizia, che era stata una provincia dell’Impero zarista).

In tutta questa regione, due campi presero forma dal 1917 (e dal 1905 con la prima rivoluzione russa): pro-socialista (che divenne pro-bolscevico), popolare in gran parte dei contadini (che aspiravano una riforma agraria radicale a loro beneficio) e nei circoli intellettuali (gli ebrei in particolare); e anti- socialista (e di conseguenza compiacenti per quanto riguarda i governi anti-democratici sotto l’influenza fascista) in tutte le classi di proprietari terrieri. La reintegrazione degli stati baltici, Bielorussia e Ucraina occidentale in Unione Sovietica nel 1939 ha enfatizzato questo contrasto.

La mappa politica dei conflitti tra “pro- fascisti” e “antifascisti” in questa parte d’Europa orientale è stata offuscata, da un lato, dal conflitto tra lo sciovinismo polacco (che persisteva nel suo progetto di “Polonizzare” le annesse regioni bielorusse ed ucraine con insediamenti di coloni) e le popolazioni vittime;  e, d’altra parte, dal conflitto tra i “nazionalisti” ucraini che erano al tempo stesso anti-polacchi e anti-russi (a causa dell’ anti-comunismo) e il progetto di Hitler, che non prevedeva nessuno Stato ucraino come alleato subalterno, poiché il suo popolo era semplicemente contrassegnato per lo sterminio.

Io qui rinvio  il lettore al lavoro autorevole di Olha Ostriitchouk  Les Ukrainiens face à leur passé. La rigorosa analisi di Ostriitchouk della storia contemporanea di questa regione (Galizia austriaca, Ucraina polacca, Piccola Russia, che divenne l’Ucraina sovietica) fornirà al lettore una comprensione delle questioni in gioco nei conflitti ancora in corso, nonché dello spazio occupato dal fascismo locale.

La visione accondiscendente della destra occidentale sul fascismo passato e presente

La destra nei parlamenti europei tra le due guerre mondiali fu sempre accondiscendente verso il fascismo e anche il più ripugnante nazismo. Churchill stesso, a prescindere dalla sua estrema “britannicità,” non ha mai nascosto la sua simpatia per Mussolini. I presidenti degli Stati Uniti, e l’establishment dei partiti democratico e repubblicano, solo tardivamente scoprirono il pericolo rappresentato dalla Germania di Hitler e, soprattutto, dal Giappone imperiale / fascista. Con tutto il cinismo caratteristico dell’establishment degli Stati Uniti, Truman apertamente dichiarò quello che altri pensavano in silenzio: consentire alla guerra di consumare i suoi protagonisti – Germania, Russia sovietica, e europei sconfitti – e intervenire il più tardi possibile per raccogliere i frutti. Questa non è affatto l’espressione di una posizione anti-fascista di principio. Nessuna esitazione fu mostrata nella riabilitazione di Salazar e Franco nel 1945. Inoltre, la connivenza con il fascismo europeo è stata una costante nella politica della Chiesa cattolica. Non è poi così fuori luogo descrivere Pio XII come un collaboratore di Mussolini e Hitler.

Lo stesso antisemitismo di Hitler suscitò orrore solo molto più tardi, quando raggiunse la fase finale della sua follia omicida. L’enfasi sull’odio per il “giudeo-bolscevismo” fomentato dai discorsi di Hitler era comune a molti politici. Fu solo dopo la sconfitta del nazismo che si rese necessario condannare l’antisemitismo in linea di principio. Il compito fu reso più facile perché gli eredi autoproclamati del titolo di “vittime della Shoah” erano diventati i sionisti di Israele, alleati dell’imperialismo occidentale contro i palestinesi e il popolo arabo che invece, non era mai stato coinvolto negli orrori dell’antisemitismo europeo!

Ovviamente, il crollo dei nazisti e dell’Italia di Mussolini obbligarono le forze politiche di destra in Europa occidentale (ad ovest della “cortina”) a distinguersi da quelli che – all’interno dei propri gruppi – erano stati complici e alleati del fascismo. Tuttavia, i movimenti fascisti furono solo costretti a ritirarsi in secondo piano e nascondersi dietro le quinte, senza realmente scomparire.

In Germania occidentale, in nome della “riconciliazione”, il governo locale e i suoi committenti (gli Stati Uniti e in secondo luogo la Gran Bretagna e Francia) lasciarono al loro posto quasi tutti coloro che avevano commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità. In Francia, sono stati avviati procedimenti giudiziari contro la Resistenza per “esecuzioni abusive contro i collaborazionisti” quando i Vichyisti riapparvero sulla scena politica con Antoine Pinay. In Italia, il fascismo divenne silenzioso, ma era ancora presente nelle file della Democrazia Cristiana e della Chiesa cattolica. In Spagna, il compromesso di “riconciliazione” imposto dalla Comunità Europea (che più tardi divenne l’Unione europea) puramente e semplicemente vietò qualsiasi richiamo ai crimini franchisti.

Il sostegno dei partiti socialisti e socialdemocratici dell’Europa occidentale e centrale alle campagne anti-comuniste intraprese dalla destra conservatrice condivide la responsabilità per il successivo ritorno del fascismo. Questi partiti della sinistra “moderata” erano, invece, stati autenticamente e risolutamente anti-fascisti. Tuttavia tutto questo è stato dimenticato. Con la conversione di questi partiti al liberalismo sociale, il loro appoggio incondizionato alla costruzione europea- sistematicamente concepita come una garanzia per l’ordine capitalista reazionario – e la loro sottomissione non meno incondizionata alla egemonia degli Stati Uniti (attraverso la NATO, tra gli altri mezzi), si è consolidato un blocco reazionario che combina la classica destra e i liberali sociali;  un blocco che potrebbe se necessario ospitare la nuova estrema destra.

Successivamente, la riabilitazione del fascismo dell’Europa orientale è stata rapidamente effettuata a partire dal 1990. Tutti i movimenti fascisti dei paesi interessati erano stati alleati o collaboratori fedeli a vari livelli con l’hitlerismo. Di fronte alla sconfitta imminente, un gran numero dei loro capi attivi era stato reimpiegato in Occidente e poterono, di conseguenza, “arrendersi” alle forze armate degli Stati Uniti. Nessuno di loro fu restituito ai governi sovietico, jugoslavo, o di altri  nelle nuove democrazie popolari per essere processati per i loro crimini (in violazione degli accordi alleati). Tutti trovarono rifugio negli Stati Uniti e in Canada. Ed essi furono tutti coccolati dalle autorità per il loro feroce anti-comunismo!

In Les Ukrainiens face à leur passé, Ostriitchouk fornisce tutto il necessario per dimostrare inconfutabilmente la collusione tra gli obiettivi della politica degli Stati Uniti (e dietro di essi dell’ Europa) e quelli dei fascisti locali dell’Europa orientale (in particolare, Ucraina). Ad esempio, il “Professore” Dmytro Dontsov, fino alla sua morte (nel 1975), ha pubblicato tutte le sue opere in Canada, che non sono soltanto violentemente anti-comuniste (il termine “bolscevismo giudaico” è consuetudine con lui), ma anche fondamentalmente anti-democratiche. I governi dei cosiddetti stati democratici dell’Occidente sostennero, e anche finanziarono e organizzarono, la “rivoluzione arancione” (vale a dire, la controrivoluzione fascista) in Ucraina. E tutto ciò  sta continuando. In precedenza, in Jugoslavia, il Canada aveva anche spianato la strada agli Ustasha croati.

Il modo intelligente in cui i media “moderati” (che non possono apertamente riconoscere che supportano fascisti dichiarati) nascondono il loro sostegno a questi fascisti è semplice: sostituire il termine “nazionalista” a fascista. Il professor Dontsov non è più un fascista, è un “nazionalista” ucraino, come Marine Le Pen non è più una fascista, ma una nazionalista (come Le Monde, per esempio, ha scritto)!

Sono questi fascisti davvero “nazionalisti”, semplicemente perché dicono così? Questo è dubbio. I nazionalisti oggi meritano questa etichetta solo se mettono in discussione il potere delle forze realmente dominanti nel mondo contemporaneo, vale a dire, quella dei monopoli degli Stati Uniti e dell’Europa. Questi cosiddetti “nazionalisti” sono amici di Washington, Bruxelles, e della NATO. Il loro “nazionalismo” consiste nell’odio sciovinista di persone vicine in gran parte innocenti che non sono mai state responsabili delle loro disgrazie: per gli ucraini, sono i russi (e non lo zar); per i croati, sono i serbi; per la nuova estrema destra in Francia, Austria, Svizzera, Grecia, e altrove, si tratta degli “immigrati”.

Il pericolo rappresentato dalla collusione tra le maggiori forze politiche negli Stati Uniti (repubblicani e democratici) e in Europa (la destra parlamentare e i liberali sociali), da un lato, ed i fascisti d’Oriente, dall’altro, non deve essere sottovalutata. Hillary Clinton si è posta come principale portavoce di questa collusione e spinge l’isteria di guerra al limite. Ancor più che George W. Bush, se possibile, lei aleggia una guerra preventiva di vendetta (e non solo per la ripetizione della guerra fredda) contro la Russia – con interventi decisamente espliciti in Ucraina, Georgia, Moldova, tra gli altri – contro la Cina, e contro i popoli in rivolta in Asia, Africa e America Latina. Purtroppo, questa corsa a capofitto degli Stati Uniti in risposta al loro declino potrebbe trovare un supporto sufficiente per consentire a Hillary Clinton di diventare “la prima donna presidente degli Stati Uniti!” Non dimentichiamo che cosa si nasconde dietro questa falsa femminista!

Senza dubbio, potrebbe ancora apparire oggi che il pericolo fascista non sia una minaccia per l’ordine “democratico” negli Stati Uniti e in Europa ad ovest della vecchia “cortina”. La collusione tra la classica destra parlamentare e i liberali sociali rende superfluo per il capitale dominante ricorrere ai servizi di una estrema destra che segue la scia dei movimenti storici fascisti. Ma allora cosa dovremmo concludere sui successi elettorali dell’estrema destra negli ultimi dieci anni? Gli europei sono chiaramente anche le vittime della diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico. Possiamo capire perché, poi, posti di fronte alla collusione tra la destra e la cosiddetta sinistra socialista, si rifugiano nell’astensione elettorale o nel voto per l’estrema destra. La responsabilità della potenziale sinistra radicale è, in questo contesto, enorme:  se questa sinistra avesse avuto l’audacia di proporre avanzamenti reali al di là del capitalismo attuale, avrebbe ottenuto la credibilità che le manca. Una sinistra radicale audace è necessaria per fornire la coerenza che gli attuali movimenti frammentari di protesta e le lotte difensive ancora non hanno. Il “movimento” potrebbe, quindi, invertire l’equilibrio sociale del potere in favore delle classi lavoratrici e rendere possibili avanzamenti progressisti . I successi conquistati dai movimenti popolari in Sud America ne sono la prova.

Allo stato attuale delle cose, i successi elettorali dell’estrema destra derivano dal capitalismo contemporaneo stesso. Questi successi consentono ai media di mettere insieme, sotto la stessa etichetta di condanna, i “populisti di estrema destra e quelli di estrema sinistra,” oscurando il fatto che i primi sono pro-capitalisti (come il termine estrema destra dimostra ) e, quindi, possibili alleati per il capitale, mentre i secondi sono i soli avversari potenzialmente pericolosi del sistema di potere del capitale.

Osserviamo, mutatis mutandis, una congiuntura simile negli Stati Uniti, anche se la loro estrema destra non viene mai chiamata fascista. Il maccartismo di ieri, proprio come i fanatici del Tea Party e i guerrafondai (ad esempio, Hillary Clinton) di oggi, difendono apertamente le “libertà” – intese come appartenenti esclusivamente ai proprietari e manager del capitale monopolistico contro “il governo” sospettato di acconsentire alle richieste delle vittime del sistema.

Un’ultima osservazione sui movimenti fascisti: sembrano incapaci di capire quando e come smettere di fare le loro richieste. Il culto del leader e dell’obbedienza cieca, l’acritica e suprema valorizzazione delle costruzioni mitologiche pseudo-etniche o pseudo-religiose che trasmettono il fanatismo e il reclutamento di milizie per azioni violente rendono il fascismo una forza che è difficile da controllare. Gli errori addirittura oltre le deviazioni irrazionali dal punto di vista degli interessi sociali serviti dai fascisti sono inevitabili. Hitler era una persona veramente malata di mente eppure riuscì a costringere i grandi capitalisti che lo avevano messo al potere a seguirlo fino alla fine della sua follia e ottenne anche il sostegno di una grande parte della popolazione. Anche se questo è soltanto un caso estremo e Mussolini, Franco, Salazar e Pétain non erano malati di mente, un gran numero dei loro collaboratori e seguaci non ha esitato a commettere atti criminali.

 

Il fascismo nel Sud contemporaneo

L’integrazione dell’America Latina nel capitalismo globalizzato nel XIX secolo si basava sullo sfruttamento dei contadini ridotti al rango di “peones” e il loro assoggettamento alle pratiche selvagge dei grandi proprietari terrieri. Il sistema di Porfiro Diaz in Messico ne è un buon esempio. La promozione di questa integrazione nel XX secolo ha prodotto la “modernizzazione della povertà” . Il rapido esodo rurale, più pronunciato e precedente in America Latina che in Asia e in Africa, ha portato a nuove forme di povertà nelle favelas urbane contemporanee, che vennero a sostituire le vecchie forme di povertà rurale. Allo stesso tempo, le forme di controllo politico delle masse sono state “modernizzate” creando dittature, abolendo la democrazia elettorale, vietando i partiti e i sindacati, e attribuendo a “moderni” servizi segreti tutti i diritti di  arrestare e torturare attraverso le loro tecniche di intelligence. Chiaramente, queste forme di gestione politica sono visibilmente analoghe a quelle del fascismo scoperte nei paesi del capitalismo dipendente in Europa orientale. Le dittature del XX secolo in America Latina servirono il blocco reazionario locale (grandi proprietari terrieri, borghesia compradora, e qualche volta le classi medie che hanno beneficiato di questo tipo di sottosviluppo), ma soprattutto, hanno servito il capitale straniero dominante, in particolare quello degli Stati Uniti , che, per questo motivo, sostennero queste dittature fino al loro rovesciamento con la recente esplosione di movimenti popolari. La forza di questi movimenti e le conquiste sociali e democratiche che hanno imposto escludono, almeno nel breve termine, il ritorno delle dittature para-fasciste. Ma il futuro è incerto: il conflitto tra il movimento delle classi lavoratrici e  il capitalismo locale e mondiale è appena cominciato. Come per tutti i tipi di fascismo, le dittature dell’America Latina non evitarono errori, alcuni dei quali sono stati fatali per loro. Penso, per esempio, a Jorge Rafael Videla, che è andato in guerra per le isole Malvinas per capitalizzare il sentimento nazionale argentino a suo beneficio.

A partire dagli anni ’80, il sottosviluppo tipico della diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico prese il posto dei sistemi nazionali populisti dell’epoca di Bandung (1955-1980), in Asia e Africa(3). Questo sottosviluppo produsse inoltre forme affini sia alla modernizzazione della povertà sia alla modernizzazione della violenza repressiva. Gli eccessi dei sistemi post-nasseriani e post-baathisti nel mondo arabo forniscono buoni esempi di questo. Non dobbiamo mettere assieme i regimi populisti nazionali dell’epoca Bandung e quelli dei loro successori, che sono saltati sul carro del neoliberismo globalizzato, perché erano entrambi “non democratici”. I regimi di Bandung, nonostante le loro pratiche politiche autocratiche, godevano di qualche legittimazione popolare sia per i loro risultati effettivi, che beneficiavano la maggioranza dei lavoratori, sia per le loro posizioni anti-imperialiste. Le dittature che seguirono hanno perso questa legittimità non appena hanno accettato la sudditanza al modello neoliberista globalizzato e al sottosviluppo che l’accompagna. L’autorità popolare e nazionale, anche se non democratica, lasciò il posto alla violenza della polizia e al servizio del progetto neoliberista, antipopolare e antinazionale.

Le recenti rivolte popolari, a partire dal 2011, hanno messo in discussione le dittature. Ma le dittature sono state soltanto messe in discussione. Un’alternativa troverà gli strumenti per raggiungere la stabilità soltanto se riuscirà a conciliare i tre obiettivi attorno a cui le rivolte sono riuscite ad aggregare: continuazione della democratizzazione della società e della politica, conquiste sociali progressiste e l’affermazione della sovranità nazionale.

Siamo ancora lontani da questo. Questo è il motivo per cui ci sono molteplici alternative possibili nel breve periodo visibile. Ci può essere un possibile ritorno al modello nazionale popolare dell’epoca di Bandung, magari con maggiore democrazia? O la costituzione e l’affermazione di un fronte democratico, popolare e nazionale? O un tuffo in una illusione rivolta al passato che, in questo contesto, assume la forma di una “islamizzazione” della politica e della società?

Nel conflitto – nella troppa confusione- le potenze occidentali (Stati Uniti ei suoi subalterni alleati europei) hanno fatto la loro scelta su queste tre possibili risposte alla sfida: hanno dato sostegno preferenziale ai Fratelli Musulmani e / o a altre organizzazioni “salafite” dell’Islam politico. La ragione di ciò è semplice ed evidente: queste forze politiche reazionarie accettano di esercitare il loro potere all’interno del neoliberismo globalizzato (e abbandonando così ogni prospettiva di giustizia sociale e indipendenza nazionale). Questo è l’unico obiettivo perseguito dalle potenze imperialiste.

Di conseguenza, il programma dell’ Islam politico appartiene al tipo di fascismo trovato nelle società dipendenti. Infatti condivide con tutte le forme di fascismo due caratteristiche fondamentali: (1) l’assenza di una sfida  agli aspetti essenziali dell’ordine capitalista (e in questo contesto ciò equivale a non contestare il modello di sottosviluppo connesso alla diffusione del capitalismo globalizzato neoliberista); e (2) la scelta di forme di gestione politica anti-democratiche, da stato di polizia (come ad esempio il divieto di partiti e organizzazioni, e l’islamizzazione forzata della morale).

L’opzione anti-democratica delle potenze imperialiste (che dimostra quanto sia falsa la retorica pro-democratica sbandierata nel diluvio di propaganda a cui siamo sottoposti), allora, accetta i possibili “eccessi” dei regimi islamici in questione. Come altri tipi di fascismo e per le stesse ragioni, questi eccessi sono iscritti nei “geni” dei loro modi di pensare: sottomissione indiscussa ai leader, valorizzazione fanatica dell’ adesione alla religione di stato, e la formazione di forze d’urto utilizzate per imporre la sottomissione . In realtà, e questo può essere visto già, il programma “islamista” progredisce soltanto nel contesto di una guerra civile (tra, tra gli altri, sunniti e sciiti) e determina nient’altro che caos permanente. Questo tipo di potere islamico è, quindi, la garanzia che le società in questione restano assolutamente incapaci di affermarsi sulla scena mondiale. E’ chiaro che dei declinanti Stati Uniti hanno rinunciato ad ottenere qualcosa di meglio- uno stabile e sottomesso governo locale – in favore di questa “seconda scelta”.

Sviluppi e scelte analoghe possono essere trovati anche al di fuori del mondo arabo-musulmano, come ad esempio nell’India indù, per esempio. Il Bharatiya Janata Party (BJP), che ha appena vinto le elezioni in India, è un partito religioso indù reazionario che accetta l’inserimento del suo governo nel neoliberismo globalizzato. È la garanzia che l’India, sotto il suo governo, si ritirerà dal suo progetto di essere una potenza emergente. Descriverlo come fascista, poi, non è in fondo un azzardo.

In conclusione, il fascismo ha fatto il suo ritorno a Sud, Est e Ovest: e questo ritorno è intimamente connesso con la diffusione della crisi sistemica del capitalismo monopolistico generalizzato, finanziarizzato e globalizzato. Un effettivo o persino un potenziale ricorso ai servigi dei movimenti fascisti da parte dei centri dominanti di questo sistema ridotto allo stremo richiede la più stretta vigilanza da parte nostra. Questa crisi è destinata a peggiorare e, di conseguenza, la minaccia di una risorgenza di soluzioni fasciste potrebbe diventare un pericolo concreto. Il sostegno di Hillary Clinton a politiche americane guerrafondaie non lascia presagire buone cose per il futuro più immediato.

Note:

1)      Olha Ostriitchouk, Les Ukrainiens face à leur passé [Gli ucraini di fronte al loro passato] (Brussels: P.I.E. Lang, 2013)

2)      Samir Amin, The Implosion of Contemporary Capitalism (New York: Monthly Review Press, 2013)

3)      Per la diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico, vedi ibid.

Articolo originale: http://monthlyreview.org/2014/09/01/the-return-of-fascism-in-contemporary-capitalism/

Traduzione di Maurizio Acerbo e Federico Vernarelli

fonte: rifondazione.it




La storia del capitalismo è appena cominciata


NEWS_220685Intervista a Luciano Canfora

di Vittorio Bonanni

Classicista di fama internazionale, esponente di spicco della sinistra italiana, già iscritto a Rifondazione comunista e al Pdci, docente presso l’Università di Bari, Luciano Canfora è uno degli intellettuali più prestigiosi e controcorrenti che il panorama italiano può vantare. Quest’anno ha partecipato in qualità di condirettore all’edizione 2014 di FestivalStoria, ospitata presso i locali dell’Università di San Marino, dedicata questa volta al tema “Auri Sacra Fames”. Il denaro, motore della Storia? e che chiude oggi i battenti. A lui abbiamo chiesto di riflettere su questo concetto il quale se per certi versi appare scontato di fatto non trova mai o quasi mai riscontro esplicito nelle discussioni politiche o culturali sia a livello nazionale che internazionale.

 

Professor Canfora, fermo restando che già sappiamo, come sosteneva Marx, che l’economia è la struttura portante della storia dell’umanità, e con essa il denaro e l’avidità dell’uomo, si può intravedere un’epoca dove però questo aspetto ha prevalso più di altri momenti?

Una storia dell’umanità in sintesi l’ha già raccontata Lucrezio, il poeta latino del tempo di Cicerone e di Cesare, a metà del primo anno Avanti Cristo. Nel quinto libro del “De Rerum Natura”, una pagina formidabile, una specie di storia dell’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, dice che il conflitto e quindi la storia conflittuale dell’umanità, comincia quando fu scoperta la proprietà. “Res reperta”, appunto la proprietà, e “aurunque”, cioè l’oro. Riferimento del valore convenzionale. E forse, anche se non possiamo saperlo con certezza, probabilmente già Epicuro si soffermava molto su questo punto se lo stesso Lucrezio appunto lo ha molto tradotto parafrasandolo e rievocandolo. Io sono convinto che Lucrezio sia stato un pensatore originale e molto importante.

Comunque l’intuizione che l’intera vicenda umana sia legata a questo fenomeno e alla dinamica della proprietà e al conflitto che essa determina, diventa lì, nel suo pensiero, molto chiara. Ed è altrettanto chiara e ben presente nella consapevolezza e nella coscienza di tutti gli storici e i pensatori del mondo antico, che sono millenni di storia non certamente un quarto d’ora. Insomma il materialismo storico non ha inventato nulla a riguardo, ha solo preso coscienza di un convincimento radicato nella realtà.

 

Anche quando si parla della “guerra motore della Storia” siamo sempre dentro il concetto di “scontro per la proprietà”?

Certo. Che sia conflitto imperiale o conflitto civile sempre della stessa cosa si tratta. Ci sono però dei momenti in cui tutto questo passa in secondo piano nelle coscienze delle persone, e questo lo abbiamo visto varie volte riprodursi, a seguito della conflittualità a base religiosa. L’altro malanno dell’umanità sono infatti le religioni, che scatenando i fanatismi contrappositivi, ovvero “quello che penso io è vero, quello che pensi tu è demoniaco”, innescano appunto conflitti spaventosi che possono durare secoli.

L’Europa, che è un luogo molto ipocrita, per secoli si è dilaniata per guerre di religione, totalmente sconvolgenti dal punto di vista mentale. Si può ritenere che anche dietro, ma molto mediatamente, questi conflitti allucinanti a base religiosa ci siano motivi di carattere materiale. Di cui gli stessi protagonisti però non sono consapevoli. Sicuramente il petrolio è alla base della guerra lancinante del nuovo califfato contro i paesi vicini, ma i militanti di quella realtà, completamente obnubilati dal punto di vista mentale, credono di lottare per una religione, per una fede. Sono probabilmente molto mediatamente manovrati e quindi la loro posizione appare ancora più tragica in quanto diventano oggetti e non soggetti della storia. Però tendo a pensare che se uno guarda da vicino anche in quel caso al di sotto c’è la “res” come diceva Lucrezio.

 

Questo vale anche per le guerre di religione europee che prima ha citato…

Certamente anche lì c’era un conflitti tra poteri. Non è che Lutero si ponesse solo il problema del culto dei santi o di altre cose di questo genere. C’era il potere romano implicato con le grandi potenze dell’epoca, la Germania che aveva un ruolo in Europa. Però coloro che seguivano i vari movimenti religiosi credevano anche loro di lottare per delle fedi contrapposte più o meno motivabili. E talvolta il potere cercava o cerca ancora di favorire questo equivoco.

Per esempio durante tutto il periodo della Guerra fredda, nello scorso secolo ventesimo, l’Occidente ha cercato di convincere masse sterminate di persone, e molte ci hanno creduto, che quella fosse una lotta per la libertà. E tanti si sono impegnati convinti di fare questo tipo di battaglia. In un certo senso la cartina di tornasole ha dimostrato il carattere propagandistico e quindi falso di questa impostazione. E il risultato ce lo abbiamo sotto il naso. Se la Russia di Putin continua ad essere il nemico ed è un Paese governato dalle mafie capitalistiche, allora vuol dire che era una lotta di potenza anche prima. E’ evidente. Però bisognava dire che era per il mondo libero e via dicendo. E’ un po’ più difficile dirlo per la Cina, perché è un Paese che forse può essere definito nazional-socialista, in quanto ha un’economia mista, con la parte povera con ancora un carattere socialista, mentre la parte ricca è ultracapitalistica e con il partito unico che governa. Ma anche se il capitale comanda, per l’Occidente la Cina resta il nemico giurato.

Bisognerà dunque cercare di dimostrare che stiamo lottando per la libertà contro la tirannide anche lì. E Hong Kong a riguardo ci può servire. Ci sarà tutta una frattaglia giornalistica e mediatica che si sforzerà stancamente di ripetere questa solfa. Meno persone di prima probabilmente ci crederanno però tenteranno di nuovo di far passare lo stesso concetto di guerra del bene contro il male.

 

Nella fase in cui stiamo vivendo, e da qui l’attualità del convegno, il denaro la fa da padrone più che nei decenni scorsi. E la democrazia sempre più è diventata una scatola vuota, ammesso che sia mai stata piena. Ma almeno una volta nell’immediato dopoguerra, le grandi socialdemocrazie e in Italia il Pci, ma anche gli stessi partiti di orientamento cattolico, lottavano per averla questa democrazia e non davano per scontato che fosse già inverata. Ma questa fase è poi terminata. C’è stato il fallimento del modello dell’Est per le ragioni che sappiamo e con delle ripercussioni anche all’Ovest, con le sinistre che hanno subito il fascino perverso del liberismo. Le forze più piccole sono rimaste minoritarie e da noi sono di fatto scomparse. L’esperienza del socialismo reale, che nessuno rimpiange, può essere però rivista come un tentativo per mettere un argine a questo predominio del denaro senza cancellarlo del tutto dal nostro orizzonte?

Io lo direi senza tante esitazioni. Il fatto che ci abbiano martellato con “l’impero del male” fa parte della frattaglia giornalistica di cui parlavo prima. Che non corrisponde al vero. L’esperienza sovietica è crollata perché non è stata capace di eliminare la disuguaglianza al proprio interno. E quindi non era più credibile per i suoi stessi concittadini e sudditi. Perché predicare un’ideologia egualitaria praticando la disuguaglianza sia pure a livello molto più modesto di quelli che oggi sono sotto i nostri occhi era un tallone di Achille colossale. La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta. Sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare nei limiti in cui viene concesso di parlarne. Con rispetto ma anche con la convinzione che è stato un periodo eroico della storia umana.

Però la constatazione più rilevante secondo me è un’altra: che cioè l’errore di partenza del presupposto stesso che mise in moto allora un processo rivoluzionario di grandissima estensione, perlomeno a livello euro-asiatico, era insito nel fatto che ci si illudeva di essere giunti al capolinea della Storia, di essere al punto di arrivo del sistema capitalistico. Intanto perché si aveva una percezione molto limitata e parziale della realtà americana, sottovalutata in pieno. Solo Trotsky ogni tanto intuiva qualcosa anche perché c’era stato e dunque l’aveva vista da vicino quella realtà nel periodo prerivoluzionario. E soprattutto perché con gli occhi di oggi noi possiamo fare la seguente constatazione: l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo, l’ex impero russo e la Cina. Trascinandole fuori da una situazione semi feudale, comunque paleo e proto capitalistica, a chiazze isolate, e ha creato le premesse, crollando sul piano politico, per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello.

Quindi la Storia del capitalismo è appena cominciata. Il fatto che noi non lo vedremo defungere non ha nessunissima importanza. Perché non è detto che uno nell’arco della sua vita debba vedere anche il compimento di qualcosa del genere. Sarebbe una pretesa demiurgica. Però è sciocco non rendersi conto che la Storia comunque cammina. Perché nessuna forma economico-sociale è eterna. Dobbiamo sapere che contro ogni previsione il socialismo reale ha accelerato lo sviluppo capitalistico di paesi dove questo sviluppo non era arrivato perché la Cina era in una posizione semicoloniale e la Russia di impero separato essenzialmente agricolo e arretrato. E’ una durissima lezione della Storia però anche illuminante. Spazza via l’idea, “ergo il capitalismo è eterno poveri illusi avete pensato di liquidarlo”. Non è eterno. Ha una storia molto più lunga di quella che allora, nell’illusione determinata dalla fine della Prima guerra mondiale e dalla crisi gigantesca del 1917-18 e 19, si era pensato.

Erano degli europei e non cittadini del mondo quelli che pensavano queste cose. E come europei vedendo crollare tre imperi che erano stati gli architrave della Storia, quello tedesco, quello austroungarico e quello zarista, si erano convinti che si stava voltando pagina nella Storia dell’umanità. In parte era vero. Ma non nella frettolosa conclusione che eravamo arrivati al dunque. Nessuno può pilotare la Storia, ma bisogna stare dentro quel fiume, serbando la consapevolezza e prendendo atto che collocarsi dentro le lezioni della Storia senza suicidarsi è il metodo giusto.

 

Tornando al tema stringente dell’attualità e del dominio del denaro come possiamo contrastarlo tenendo conto di quanto abbiamo detto finora e di uno scenario europeo lontanissimo dal prendere atto di questa situazione?

L’Europa, come dice tutti i giorni Sergio Romano che non è un bolscevico, è una piccola articolazione della politica statunitense. E’ comico essere europeisti ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della Storia, è una droghetta, mariuana. Il problema magari è come contrastare tutto questo.

Secondo me si tratta di una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Ma non più di questo. Perché le forze politiche nate sull’onda del Novecento sono arrivate al lumicino. E si è realizzato in forme diverse nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce. Che cioè siamo in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico.

Quindi il periodo in cui il movimento operaio riuscì ad essere un soggetto autonomo e fare una sua politica traducendola in opere, in carte costituzionali e conquiste sociali, si è concluso con l’espulsione appunto di questo soggetto. Quel che resta fa un’altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia. Giustamente divisi tra loro, altrimenti l’inganno elettorale non funzionerebbe.

L’aspetto rivoluzionario, potremmo dire, del fascismo era quello di puntare al partito unico. Perché pensava di realizzare una sua propria rivoluzione nazionale, a metà strada tra le due alternative, quella capitalistica e quella sovietica. Una rivoluzione fallita ed anche primitiva dal punto di vista degli strumenti. In realtà il vero strumento è il partito unico articolato, il gioco elettorale, come nel circo di Costantinopoli dove si scannavano azzurri contro verdi. Quindi è inutile contare su quella o quell’altra formazione politica. Poi la storia, si dice heghelianamente, ogni tanto si crea il suo strumento.

Il liquidatore del comunismo italiano è già arrivato. E’ un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la parte sua e localmente sta attuando il piano di Gelli di Rinascita democratica, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere. E gli altri scenari europei non sono molto diversi. Certo, ci sono le specificità nazionali, ma la socialdemocrazia tedesca che era il maestro di tutte le socialdemocrazie, è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro. Perché da solo non ce la farà più. Prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità. Ed io vedo a riguardo dei nuclei intellettuali che hanno un referente: il magma gigantesco del mondo della scuola. Perché per fortuna tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scandente, ma diffusissima e con un inevitabile bisogno di capire. Quindi tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di portare chiarezza.

 

Chiudiamo affrontando sia pure rapidamente un concetto, ovvero il condizionamento che la cultura e l’arte in particolare subiscono dalla presenza del denaro e del profitto. Ne hanno parlato durante il Festival il critico d’arte Roberto Gramiccia, che ha accennato all’imminente uscita del suo ultimo libro “Arte e potere”, e la studiosa francese Isabelle Garo. Che cosa pensa di questa tematica?

Pindaro diceva “l’uomo è denaro”. E se i signori della Grecia del nord lo pagavano di più parlava in poesia, dove in versi recitava di quanto fossero bravi coloro nella corsa dei cavalli o nella ginnastica. Il fatto che il denaro compra tutto e la sublime poesia pindarica di fatto sia un prodotto del denaro alle persone informate non suscita stupore. Sul fatto che adesso ci sia un salto di qualità non saprei. Se uno leggesse Balzac forse si renderebbe conto che era già così. E’ irresistibile in un certo senso. Ma perché fa leva su un elemento fondamentale elementare e biologico, l’egoismo cioè, l'”amor sui”. L’altruismo, come l’antirazzismo o il pacifismo sono conquiste mentali, ma il punto di partenza è un altro e queste conquiste sono punti di arrivo di uno sforzo mentale nel fare dei passi in quella direzione. Altrimenti l’istinto va naturalmente dove abbiamo detto. Hobbes diceva “homo homini lupus” è la realtà, dovremmo poi creare delle regole per frenare quella che sarebbe una guerra ferocissima.

Dopo la fine del fascismo, quella fase che potremmo definire dei buoni propositi, per la generosità di tanti che si sono gettati nella mischia e hanno dato la vita per questo, si è esaurita. E il grande capitale che fa: governa direttamente. E’ stufo di questa mediazione politica, le costituzioni da difendere, i principi fondamentali e via dicendo. E questa è un’esperienza che a rigore non è nuovissima. Basti ricordare la Francia di Luigi Filippo e dei banchieri e quella di Pompidou dopo la crisi della quarta repubblica, che, dopo la parentesi bonapartista di De Gaulle, riporta al potere i banchieri al potere. Non è dunque una cosa nuovissima. Si tratta di un andamento ciclico. Se si fidano del personale che hanno al proprio servizio lo lasciano fare. Altrimenti i capitalisti intervengono direttamente. Vivono dentro l’economicismo, vissuto come esperienza intellettuale totalizzante. Non possono fuoriuscirne e men che meno distrarsi.

 

(controlacrisi.org, 18 ottobre 2014)




Zygmunt Bauman: I palazzi della politica si riprendano il potere


Zygmunt-Bauman di Zygmunt Bauman

NOI europei del Ventesimo secolo ci troviamo sospesi tra un passato pieno di orrori e un futuro distante pieno di rischi. Non possiamo sapere cosa ci aspetterà in futuro. A oggi ogni soluzione che concordiamo di fronte al succedersi di sfide e dissensi emana un’aria di temporaneità. Sembra essere, e il più delle volte dimostra infatti di essere, valida «sino a nuova comunicazione», con una clausola ad hoc che ne rende possibile la revoca, così come ad hoc sono le nostre divisioni e coalizioni, fragili eincerte. Su Le Monde del due febbraio scorso Nicolas Truong, riferendosi ai concetti espressi ripetutamente da Daniel Cohn-Bendit e Alain Finkielkraut, ha delineato due opposti scenari per il futuro della nostra convivenza, di noi europei. Cohn-Bendit ha pubblicato con Guy Verhofstadt il manifesto Per l’Europa!, nel quale promuove una via rapida per eludere e superare il mito della sovranità territoriale dello Stato-nazione per costruire una Federazione europea basata con forza sull’”identità europea”, la quale deve ancora essere costruita, pazientemente e uniformemente. Finkielkraut invece è convinto altrettanto fermamente del fatto che il futuro dell’Europa risieda nella sua unità, ma ritiene che questa debba corrispondere a un’unità (convivenza? cooperazione? solidarietà?) di identità nazionali.

Finkielkraut ricorda l’insistenza con cui Milan Kundera affermava che l’Europa è rappresentata dalle sue conquiste, i suoi paesaggi, le sue città e i suoi monumenti; Cohn-Bendit invoca invece l’autorevolezza di Jürgen Habermas, Hannah Arendt e Ulrich Beck, uniti nella loro opposizione al nazionalismo. A rigor di logica, queste sono le due strade che si presentano ai nostri occhi nel luogo in cui ci siamo collettivamente raccolti alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Senza dubbio l’attuale, incoerente struttura istituzionale dell’Unione Europea — nella quale le regole senza politica promosse da Bruxelles contrastano con la politica senza regole per cui il Consiglio europeo è famoso, mentre il Parlamento è tutto chiacchiere e poco potere — alimenta simultaneamente entrambe queste tendenze. Ottant’anni fa Edmund Husserl ammoniva: «Il pericolo più grave che minaccia l’Europa è la sua stanchezza».
Nel corso degli ultimi cinquant’anni i processi di deregolamentazione originati, promossi e controllati dai governi statali che si sono uniti volontariamente (o sono stati indotti a farlo) alla cosiddetta “rivoluzione neo-liberale” hanno prodotto una separazione sempre più acuta e crescenti probabilità di separazione tra il potere (ovvero, la capacità di fare) e la politica (ovvero, l’abilità di decidere cosa deve essere fatto). I poteri un tempo racchiusi nella cornice dello Stato-nazione sono per lo più evaporati e sono finiti in una terra di nessuno, quella dello “spazio dei flussi” (secondo la definizione data da Manuel Castells), mentre la politica resta, come in passato, ancorata e confinata al territorio. Tale processo tende a essere sempre più intenso e autoindotto. I governi nazionali, ormai privi di potere e sempre più deboli, sono obbligati a cedere una ad una le funzioni un tempo considerate monopolio naturale e inalienabile degli organi politici dello Stato, per affidarle alle cure di forze di mercato già “deregolamentate”, sottraendole così all’ambito della responsabilità e del controllo da parte della politica. Ciò provoca il rapido dissolversi della fiducia popolare nei confronti dell’abilità dei governi di fronteggiare con efficacia le minacce alle condizioni di vita dei loro cittadini. Questi credono sempre meno che i governi siano capaci di tener fede alle loro promesse.
Per dirla in breve: la nostra crisi attuale è innanzitutto e soprattutto dovuta a una crisi dell’azione di governo — benché in definitiva sia una crisi di sovranità territoriale.
Gli europei, così come la maggior parte degli altri abitanti del pianeta, stanno attualmente attraversando una crisi della “politica così come la conosciamo” e al tempo stesso sono costretti a trovare o inventare soluzioni locali a sfide globali. Gli europei, come la maggior parte degli abitanti del pianeta, ritengono che le modalità attualmente impiegate per “fare le cose” non funzionino a dovere, mentre all’orizzonte ancora non si vedono modalità alternative ed efficaci (una situazione che il grande filosofo italiano Antonio Gramsci definì come stato di “interregno” — ovvero una situazione nella quale il vecchio è già morto o sul punto di morire, ma il nuovo non è ancora nato). I loro governi, come tanti altri al di fuori dell’Europa, si trovano di fronte a un dilemma irrisolvibile. Tuttavia, a differenza della maggioranza degli abitanti del Pianeta, il mondo degli europei è un edificio a tre — non a due — piani. Tra i poteri globali e le politiche nazionali c’è infatti l’Unione Europea.
L’intrusione di un anello intermedio nella catena di dipendenza confonde la divisione, altrimenti palese, tra “noi” e “loro”. Da quale parte sta l’Unione europea? Da quella della “nostra” politica (autonoma), o del “loro” potere (eteronimo)? Da un lato, l’Unione è considerata uno scudo protettivo che difende l’aggregato dei singoli Stati. Dall’altro, appare come una sorta di quinta colonna dei poteri globali, un satrapo degli invasori stranieri, un “nemico interno” e un avamposto di forze che cospirano per erodere e in definitiva annullare la possibilità che nazione e Stato mantengano la propria sovranità. Una percezione, questa, che viene spregiudicatamente e slealmente sfruttata dalle sirene dei neonazionalisti, che a poche settimane dalle elezioni europee stanno guadagnando sempre più consensi, come abbiamo visto alle ultime elezioni locali in Francia, dove ha trionfato il Front National. I neonazionalisti presentano il sogno della sovranità nazionale/ territoriale come cura di tutti i mali causati, secondo loro, dalla realtà odierna.
Proprio come il resto del Pianeta, l’Europa oggi è una discarica dei problemi e delle sfide generate a livello globale. Tuttavia, a differenza del resto del Pianeta, l’Unione europea è anche un laboratorio, forse unico, nel quale ogni giorno si progettano, discutono e collaudano nuove proposte per far fronte a quelle sfide e a quei problemi. Mi spingerei sino a suggerire che questo è un fattore (forse l’unico) che rende l’Europa, il suo retaggio e il suo contributo al mondo straordinariamente significativi per il futuro di un pianeta oggi di fronte a una seconda e cruciale trasformazione della convivenza umana nella storia moderna — e cioè del passaggio incredibilmente faticoso dalle “totalità immaginate” degli Stati-nazione alla “totalità immaginata” dell’umanità. Questo processo, che è ancora agli inizi e che, se il pianeta e i suoi abitanti sopravvivranno, è destinato a proseguire, l’Unione europea incarna un’opportunità molto concreta. Tuttavia, l’obiettivo non è facile da raggiungere. Non c’è alcuna garanzia di successo e sottoporrà la maggior parte degli europei, hoi polloi, e dei loro leader eletti, a una forte frizione tra priorità contrastanti e scelte difficili.
L’idea dell’Europa forse era e rimane un’utopia. Ma è stata e rimane un’ utopia attiva, che si sforza di fondere e consolidare azioni altrimenti disconnesse e multidirezionali. Un’utopia la cui attività dipenderà, in definitiva, dai suoi attori.
( Traduzione di Marzia Porta)

(La Repubblica, 29 marzo 2014)

 




Il disastro italiano


Italia-malatadi Perry Anderson

L’Europa è malata. Quanto gravemente è questione non sempre facile da giudicare. Ma tra i sintomi ce ne sono tre di cospicui, e interrelati.  Il primo, e più familiare, è la svolta degenerativa della democrazia in tutto il continente, di cui la struttura della UE è a un tempo la causa e la conseguenza. Lo stampo oligarchico delle sue scelte costituzionali, a suo tempo concepite come impalcatura di una sovranità popolare a venire di scala sovranazionale, nel tempo si è costantemente rafforzato. I referendum sono regolarmente sovvertiti se intralciano la volontà dei governanti. Gli elettori le cui idee sono disdegnate dalle élite rigettano i governi che nominalmente li rappresentano, l’affluenza alle urne cala di elezione in elezione. Burocrati che non sono mai stati eletti controllano i bilanci dei parlamenti nazionali espropriati del potere di spesa. Ma l’Unione non è un’escrescenza di stati membri che, senza di essa, sarebbero in buona salute. Riflette, tanto quanto aggrava, tendenze di lungo corso al loro interno. A livello nazionale, virtualmente ovunque, dirigenti addomesticano o manipolano le legislature con crescente facilità; partiti perdono iscritti; elettori perdono la fiducia di contare considerato che le scelte politiche si assottigliano e le promesse di differenze durante le campagne elettorali si riducono o svaniscono una volta in carica.

All’involuzione generalizzata si è accompagnata una corruzione pervasiva della classe politica, argomento su cui le scienze politiche, parecchio loquaci a proposito di quello che nel linguaggio dei contabili è definito il deficit democratico dell’Unione, solitamente tacciono.

Le forme di tale corruzione devono ancora trovare una tassonomia sistematica. C’è la corruzione pre-elettorale: il finanziamento di persone e partiti da fonti illegali – o legali – contro la promessa, esplicita o tacita, di futuri favori. C’è la corruzione post-elettorale: l’uso delle cariche per ottenere fondi mediante malversazioni sulle entrate o mazzette sui contratti. C’è l’acquisto di voci o voti nei parlamenti. C’è il furto puro e semplice dalle casse pubbliche. C’è la falsificazione di credenziali per vantaggi politici. C’è l’arricchimento dalla carica pubblica dopo l’evento, così come durante o prima di esso. Il panorama di questa malavita [in italiano nel testo] è impressionante. Un affresco di esso potrebbe cominciare con Helmut Kohl, governante della Germania per sedici anni, che accumulò due milioni di marchi di fondi neri da donatori illegali i cui nomi, quando fu denunciato, rifiutò di rivelare per timore che venissero alla luce i favori che aveva fatto loro. Oltre il Reno, Jacques Chirac, presidente della Repubblica Francese per dodici anni, fu condannato per appropriazione di fondi pubblici, abuso di ufficio e conflitti d’interesse, una volta caduta l’immunità. Nessuno dei due ha subito pene. Questi erano due dei più potenti politici dell’epoca in Europa. Uno sguardo allo scenario dopo di allora è sufficiente a cancellare qualsiasi illusione che essi fossero dei casi rari.

In Germania il governo di Gerhard Schroeder garantì un prestito da un miliardo di euro alla Gazprom per la costruzione di un gasdotto sul baltico poche settimane prima che egli si dimettesse da cancelliere e andasse a libro paga della Gazprom con uno stipendio maggiore di quello che aveva ricevuto governando il paese. Dopo la sua partenza, Angela Merkel ha visto due presidenti della repubblica, uno dietro l’altro, costretti a dimettersi da screditati: Horst Koehler, ex capo del FMI, per aver spiegato che il contingente della Bundeswehr in Afghanistan stava proteggendo interessi commerciali tedeschi; e Christian Wulff, ex capo cristiano-democratico della Bassa Sassonia, per un prestito discutibile ricevuto da un affarista amico per la sua casa. Due ministri eminenti, uno della difesa e l’altro dell’istruzione, hanno dovuto andarsene quando sono stati privati dei loro dottorati – una credenziale importante per una carriera politica nella Repubblica Federale – per violazione dei diritti di proprietà intellettuale. Quando il secondo, Annette Schavan, un’intima amica della Merkel (che aveva manifestato piena fiducia in lei) era ancora in carica, il Bild Zeitung ha osservato che avere un ministro dell’istruzione che aveva falsificato le sue ricerche era come avere un ministro delle finanze con un conto segreto in Svizzera.

Detto fatto: in Francia il ministro socialista del bilancio, il chirurgo plastico Jérôme Cahuzac, la cui direttiva era di difendere la probità e l’equità fiscale, è stato scoperto detenere qualcosa tra i 600.000 e i 15 milioni di euro in depositi segreti in Svizzera e a Singapore. Nicolas Sarkozy, nel frattempo, è accusato da testimoni concordi di aver ricevuto circa 20 milioni di dollari da Gheddafi per la campagna elettorale che lo portò alla presidenza. Christine Lagarde, il suo ministro delle finanze, che oggi dirige il FMI, è sotto inchiesta per il suo ruolo nella concessione di 420 milioni di dollari di ‘risarcimento’ a Bernard Tapie, un ben noto truffatore con un passato in carcere, negli ultimi tempi amico di Sarkozy. Contiguità disinvolta con la criminalità è bipartisan. François Hollande, attuale presidente della repubblica, usava come pied-à-terre  per gli incontri con la sua amante un appartamento della donna di un gangster corso ucciso l’anno scorso in una sparatoria sull’isola.

In Gran Bretagna, circa nello stesso periodo, l’ex premier Blair consigliava a Rebekah Brooks, che rischiava il carcere per cinque accuse di cospirazione criminale (‘Sii forte e prendi pastiglie per dormire. Passerà. Dura!’) e la sollecitava a ‘pubblicare un rapporto in stile Hutton’, come aveva fatto lui per sterilizzare qualsiasi parte il suo governo potesse aver avuto nella morte di una fonte interna che aveva fatto rivelazioni sulla sua guerra in Iraq: un’invasione dalla quale ha poi proseguito a raccogliere – naturalmente per la sua Fondazione Faith – mance e contratti assortiti in giro per il mondo, considerevoli, tra essi, fondi in contanti da una compagnia petrolifera della Corea del Sud gestita da un delinquente condannato con interessi in Iraq e presso la dinastia feudale del Kuwait. Quali ricompense possa essersi guadagnato più a est resta da vedere (‘I progressi del Kazakistan sono splendidi. Comunque, signor Presidente, lei ha toccato nuovi vertici nel suo messaggio alla nazione.’ Alla lettera.) In patria, in uno scambio di favori a proposito dei quali ha mentito compuntamente al parlamento, le sue mani sono state unte da un milione di sterline versate alle casse del partito dal magnate delle corse automobilistiche Bernie Ecclestone, attualmente sotto giudizio in Baviera per tangenti al ritmo di 33 milioni di euro. Nella cultura del New Labour, figure di spicco della cerchia di Blair, ministri di gabinetto un tempo – Byers, Hoon,Hewitt – non sono stati in grado di offrirsi in vendita al successore. Negli stessi anni, indipendentemente dal partito, la Camera dei Comuni è stata denunciata come un pozzo nero di meschine malversazioni di denaro dei contribuenti.

In Irlanda, contemporaneamente, il leader del Fianna Fàil, Bertie Ahern, avendo canalizzato più di 400.000 euro di pagamenti non spiegati prima di diventare taioseach, si è votato lo stipendio più elevato di qualsiasi premier in Europa – 310.000 euro, più persino del presidente degli Stati Uniti – un anno prima di doversene andare con disonore per assoluta disonestà. In Spagna l’attuale primo ministro, Mariano Rajoy, alla guida di un governo di destra, è stato colto con le mani nel sacco mentre riceveva mazzette per contratti di costruzione e di altro genere per un totale di un quarto di milione di euro nel giro di un decennio, passategli da Luis Bàrcenas. Tesoriere del suo partito per vent’anni, Bàrcenas è oggi sotto arresto per aver accumulato un tesoro di 48 milioni di euro in conti svizzeri non dichiarati. I libri mastri, compilati a mano, contenenti i dettagli dei suoi versamenti a Rajoy e ad altri notabili del Partito del Popolo – tra cui Rodrigo Rato, altro ex capo del FMI – sono apparsi in facsimile in abbondanza sulla stampa spagnola. Una volta scoppia lo scandalo Rajoy ha inviato a Bàrcenas un messaggio con parole virtualmente identiche a quelle di Blair alla Brooks: “Luis, io capisco. Resta forte. Ti chiamerò domani. Un abbraccio.” Pur con uno scandalo in cui l’85% del pubblico spagnolo ritiene che egli menta, resta incollato alla poltrona nel Palazzo della Moncloa.

In Grecia, Akis Thochatzopoulos ministro, in successione, dell’interno, della difesa e dello sviluppo del Pasok, in un’occasione arrivato a un soffio dalla guida della socialdemocrazia greca, è stato meno fortunato: condannato l’autunno scorso a vent’anni di carcere per una formidabile carriera di estorsioni e di riciclaggi di denaro sporco. Oltre il mare Tayyip Erdogan, a lungo celebrato dai media e dall’establishment intellettuale dell’Europa come il più grande statista democratico della Turchia, la cui condotta ha virtualmente dato al paese il titolo di membro onorario della UE ante diem, ha dimostrato di essere meritevole di essere incluso nei ranghi della dirigenza europea in un altro modo: in una conversazione registrata in cui dava al figlio istruzioni su dove nascondere decine di milioni in contanti, in un’altra in cui alzava il prezzo di una robusta tangente su un contratto di costruzioni. Tre ministri del governo sono caduti dopo scoperte analoghe, prima che Erdogan purgasse le forze della polizia e della magistratura per assicurarsi che non si spingessero oltre. Mentre egli faceva questo la Commissione Europea ha pubblicato il suo primo rapporto ufficiale sulla corruzione nell’Unione, la cui dimensione il commissario autore del rapporto l’ha descritta come “mozzafiato”: secondo una stima prudente, costa alla UE quanto l’intero bilancio dell’Unione, circa 120 miliardi l’anno, ma la cifra reale è ‘probabilmente molto più alta’. Prudentemente il rapporto si è occupato solo degli stati membri. La stessa UE, la cui intera Commissione fu costretta in tempi non lontani a dimettersi screditata, è stata esclusa. [La Commissione Santer fu costretta a dimettersi nel 1999 per accuse di corruzione contro alcuni suoi membri – n.d.t.].

Diffuso in un’Unione che si presenta da tutore morale del mondo, l’inquinamento del potere ad opera del denaro e della frode deriva dallo svuotamento di sostanza o dalla caduta del coinvolgimento nella democrazia. Le élite, liberate sia da una reale divisione in alto sia da un significativo dovere di rispondere in basso, possono permettersi di arricchirsi alla follia e impunite. La denuncia cessa di contare molto, poiché l’impunità diviene la regola. Come i banchieri, i politici di spicco non finiscono in carcere. Della fauna in alto solo un greco anziano ha sofferto quell’umiliazione. Ma la corruzione non è solo una funzione del declino dell’ordine politico. E’ anche, ovviamente, un sintomo del regime economico che si è impossessato dell’Europa a partire dagli anni ’80. In un universo neoliberista dove i mercati sono il metro del valore il denaro diventa, più platealmente che mai, la misura di tutte le cose. Se ospedali, scuole e carceri possono essere privatizzati a fini di profitto delle imprese, perché non anche le cariche politiche?

Oltre alla ricaduta culturale del neoliberismo, tuttavia, vi è l’impatto del sistema socio-economico, la terza e, nell’esperienza del popolo, di gran lunga più acuta delle malarie che affliggono l’Europa. Che la crisi economica scatenate in occidente nel 2008 sia stata il risultato di decenni di liberalizzazioni nel settore finanziario e di espansione del credito lo ammettono, più o meno, i loro stessi architetti; si veda Alan Greenspan. Collegate oltre Atlantico le banche e le attività immobiliari europee erano già coinvolte nel disastro tanto quanto le loro omologhe statunitensi. Nella UE, tuttavia, questa crisi generale è stata aggravata da un altro fattore peculiare dell’Unione, le distorsioni create dalla moneta unica imposta a economie nazionali molto diverse tra loro, spingendo le più vulnerabili di esse sull’orlo della bancarotta quando sono state colpite dalla crisi generale. La cura per esse? Su insistenza di Berlino e di Bruxelles, non solo un classico regime di stabilizzazione del genere Churchill-Bruening tra le due guerre, tagliando la spesa pubblica, ma un patto fiscale [fiscal compact] che ha fissato un limite uniforme del tre per cento a ogni deficit, come norma costituzionale, radicando efficacemente una fissazione economica strabica come principio fondamentale del Rechtsstaat [stato di diritto] alla stessa stregua della libertà di espressione, dell’uguaglianza davanti alla legge, dell’habeas corpus, della divisione dei poteri e del resto. Se non fosse per la sua quota di consegne alla tortura ieri, sarebbe difficile trovare un esempio più tagliente della considerazione in cui sono oggi tenuti i principi da parte delle oligarchie della UE.

Economicamente i guadagni prodotti dall’integrazione sono stati esagerati fin dall’inizio. Nella primavera del 2008 la stima più attenta, di Andrea Boltho e Barry Eichengreen, due distinti economisti dall’ottica impeccabilmente filo-europea, concludevano che il Mercato Comune poteva aver aumentato la crescita del 3 o 4 per cento del PIL della CEE nell’intero periodo dalla metà degli anni ’50 alla metà degli anni ’70 e l’Atto Unico Europeo di un altro un per cento, mentre l’impatto positivo dell’unione monetaria era, alla data, risultato trascurabile, arrivando così a un totale di forse un 5 per cento di aumento del PIL in mezzo secolo.  Ciò accadeva prima che si scatenasse la crisi. Qual è il bilancio da allora? Alla fine del 2013, dopo cinque anni di crisi, il PIL dell’eurozona non ha ancora recuperato il livello del 2007. Quasi un quarto della sua gioventù è disoccupato. In Spagna e in Grecia i dati sono catastrofici: 57 e 58 per cento, rispettivamente. Persino in Germania, che ha accumulato surplus anno dopo anno è che sbandierata diffusamente come una storia di successo del periodo, gli investimenti sono stati tra i più bassi delle economie del G7 e la percentuale di lavoratori a basso salario (quelli che guadagno meno di due terzi del reddito medio) è la più alta di ogni altro stato dell’Europa occidentale. Tali sono le più recenti letture dell’unione monetaria. I medicastri dell’austerità hanno salassato il paziente, non l’hanno riportato alla salute.

***

In questo scenario, un paese è considerato diffusamente come il caso più acuto di malfunzionamento europeo. Dall’introduzione della moneta unica l’Italia ha segnato il dato economico peggiore di ogni altro stato dell’Unione: vent’anni di stagnazione virtualmente ininterrotta a un tasso di crescita ben inferiore a quello di Grecia o Spagna.  Il suo debito pubblico è superiore a 130 per cento del PIL. Tuttavia questo non è un paese di dimensione piccola o media della periferia recentemente acquisita dell’Unione. È uno dei sei membri fondatori, con una popolazione paragonabile a quella della Gran Bretagna e un’economia pari a metà di quella della Spagna. Dopo la Germania la sua base manifatturiera è la seconda maggiore d’Europa, dove è anche seconda in classifica nell’esportazione di beni capitali. Le emissioni del suo tesoro costituiscono il terzo maggiore mercato di titoli sovrani del mondo. Quasi metà del suo debito pubblico è detenuto all’estero: il dato paragonabile del Giappone è inferiore al 10 per cento. Nella sua combinazione di peso e di fragilità l’Italia è il vero anello debole della UE, dove questa potrebbe teoricamente spezzarsi.

Oggi è anche, non per caso, il solo paese in cui la delusione per lo svuotamento delle forme democratiche, non semplicemente un’indifferenza intorpidita ma una rivolta attiva ha scosso la dirigenza alle fondamenta, trasformando il panorama politico. Movimenti di protesta di un genere o dell’altro sono emersi in altri stati dell’Unione, ma finora nessuno approssima la novità o successo dell’ondata del Movimento Cinque Stelle in Italia come ribellione alle urne. E anche, a sua volta, l’Italia offre lo spettacolo più familiare di tutti i teatri di corruzione del continente e quello della sua più celebrata incarnazione nel miliardario che ha retto il paese per quasi metà della vita della Seconda Repubblica, a proposito del quale si sono spese più parole che riguardo a tutti i suoi avversari messi insieme. Le riflessioni sul passaggio raggiunto dall’Italia partono inevitabilmente da Silvio Berlusconi. Che egli emerga tra i suoi pari per l’intreccio di potere e denaro è fuori discussione. Ma il modo in cui c’è riuscito può essere oscurato dal clamore della stampa estera al suo inseguimento, prime fra tutte le tonanti denunce dell’Economist e del Financial Times.

Due cose hanno reso straordinario Berlusconi. La prima che è egli ha invertito il percorso tipico dalla carica al profitto, ammassando una fortuna prima di arrivare al potere politico, che poi ha usato non tanto per accrescere la propria ricchezza, quanto per proteggerla, e proteggere sé stesso, da molteplici incriminazioni penali per il modo in cui l’aveva acquisita. La seconda è che la principale, anche se lungi dall’essere unica, fonte della sua ricchezza è un impero televisivo e pubblicitario che gli ha fornito un apparato di potere indipendente dalla carica e che, una volta entrato nell’arena elettorale, ha potuto essere convertito in una macchina di propaganda e in uno strumento di governo. Collegamenti politici – legami con il Partito Socialista a Milano e con il suo capo Craxi – sono stati cruciali per la sua ascesa economica, e in particolare per la costruzione della sua rete nazionale di canali televisivi. Ma anche se ha sviluppato considerevoli abilità, essenzialmente di comunicazione e manovra, da politico, in prospettiva è rimasto innanzitutto un uomo d’affari, per il quale il potere ha significato sicurezza e fascino, piuttosto che azione o progettualità. Anche se ha manifestato la sua ammirazione per la Thatcher e si è vantato di essere campione del mercato e della libertà economica, l’immobilismo delle sue coalizioni di centrodestra non si è mai differenziato molto da quello delle coalizioni di centrosinistra dello stesso periodo.

Che questo sia il vero addebito mosso contro di lui dall’opinione neoliberista della sfera anglofona si può vedere dal trattamento che quest’ultima riserva a due emblemi simmetrici della corruzione a capo di stati a est e a ovest dell’Italia. Per anni Erdogan – un amico stretto di Berlusconi – è stato destinatario di interviste, profili e articoli smaccati sul Financial Times e altrove, che lo hanno presentato come l’architetto illuminato di una nuova democrazia turca e un ponte vitale tra l’Europa e l’Asia, da accogliere con tutta la dovuta rapidità nell’Unione. Diversamente da Berlusconi, tuttavia, il cui ruolo è stato anodino in materia di libertà civili, Erdogan è stato ed è una minaccia a esse. Tuttavia quando è decollato un boom turco con picchi di privatizzazioni, sono contate poco le incarcerazioni di giornalisti, gli assassinii di dimostranti, gli aggiustamenti di processi, le intimidazioni brutali contro l’opposizione – per non parlare dei peculati all’ingrosso – da parte del suo regime.   Persino quando la dimensione di questa violenza e corruzione non ha potuto più essere ignorata, i dettagli degli scandali che travolgevano il paese sono stati in generale mantenuti al minimo e il biasimo è stato rapidamente dirottato sulla UE per non aver esteso un abbraccio redentore con sufficiente solerzia. Una volta pubblicati i nastri di Erdogan la Frankfurter Allgemeine ha commentato che in qualsiasi democrazia funzionante normalmente quelle erano prove dieci volte sufficienti per costringere l’intero governo ad andarsene. Nemmeno un sussurro paragonabile sul Financial Times. Commenti in larga parte simili potevano essere formulati su Rajoy e i suoi complici in Spagna, dove la pistola fumante è in realtà più evidente che nel labirinto di malefatte di Berlusconi. Ma Rajoy, diversamente da Berlusconi, è un intendente affidabile del regime neoliberista: nessuna richiesta di supplementi speciali sull’Economist per dettagliare i suoi misfatti, a proposito dei quali il giornale ha cura di dire il minimo possibile, in compagnia di Bruxelles e Berlino. ‘I leader e i dirigenti della UE hanno tenuto la bocca insolitamente chiusa sullo scandalo, se si considera l’importanza della Spagna per l’eurozona’, commenta Gavin Hewitt, il redattore della BBC per l’Europa. ‘La cancelliera tedesca Angela Merkel e altri hanno riposto molta fiducia nel signor Rajoy, che è considerato come un braccio sicuro per riforme dolorose mirate a resuscitare l’economia della Spagna’. Berlusconi avrebbe pagato per tale assenza di fiducia.

Nell’ora del trionfo di Berlusconi nella primavera del 2008, quando ha conquistato la sua terza e più decisiva vittoria elettorale, le opinioni negative all’estero sul suo conto gli importavano poco. Il fronte di centrodestra che aveva organizzato e riorganizzato dal 1994 – a quel punto composto dal Popolo della Libertà, una fusione del suo precedente partito con quello del suo alleato di lungo corso, l’ex fascista Gianfranco Fini, più la Lega Nord di Umberto Bossi che manteneva la sua base e identità separata – deteneva una maggioranza egemone in entrambe le camere del parlamento. Nel suo primo mese in carica è stato compiuto un passo parallelo alla linea Thatcher/Blair, la fase iniziale di una serie di cambiamenti a partire dalle scuole elementari e per finire con le università che tagliava la spesa per l’istruzione di circa 8 miliardi di euro nell’interesse dell’economia e della competizione, riducendo il numero degli insegnanti, imponendo contratti a termine, introducendo le imprese nei consigli, quantificando la valutazione della ricerca. Ma la misura dello zelo riformatrice del governo è stata tutta qui. Al primo posto nella sua agenda politica erano le leggi ad personam per proteggere Berlusconi dalle incriminazioni penali ancora pendenti sul suo capo; molte erano state svuotate tirando in lungo per arrivare alla prescrizione, altre mediante la depenalizzazione. Nel 2003 il suo governo aveva approvato una legge che assicurava l’immunità dai processi alle cinque più alte cariche dello stato, cassata dalla Corte Costituzionale sei mesi dopo. Nell’estate del 2008 è tornato all’attacco con una legge presentata dal suo braccio destro al ministero della giustizia, l’avvocato siciliano Angelino Alfano, che sospendeva i processi per le quattro più alte cariche dello stato.

Pochi mesi dopo la tempesta finanziaria oltre Atlantico ha colpito l’Europa, prima in Irlanda e poi in Grecia. In Italia la seconda repubblica era stata sin dall’inizio un flop economico, nonostante i migliori sforzi dei premier del centrosinistra per correggere la situazione (Giuliano Amato aveva tagliato e privatizzato, Romano Prodi aveva messo il paese nella camicia di forza del Patto di Stabilità). I tassi della crescita italiana sono precipitati nel corso degli anni ’90. Dopo il 2000 sono ristagnati in una media dello 0,25 del PIL l’anno. Nel giro di un anno dalla rielezione di Berlusconi nel 2008 gli spread avevano già cominciato ad allargarsi tra i rendimenti dei titoli tedeschi e italiani. Arrivati al 2009 la recessione era più grave che in qualsiasi altro paese dell’eurozona, con il PIL sceso di più di cinque punti percentuali. Per tenere a bada i mercati finanziari, pacchetti finanziari d’emergenza hanno ridotto il deficit di bilancio dell’Italia, ma con i tassi d’interesse in ascesa sul terzo debito pubblico maggiore del mondo, arrivate alla fine del 2010 il governo era arrivato economicamente alla canna del gas.

Politicamente se la passava poco meglio. Da marzo a ottobre del 2009 i titoli erano dominati da sensazionali rivelazioni sulle stravaganze sessuali di Berlusconi, dando un colore vistoso alla profetica descrizione di Giovanni del suo governo – mutuando un termine da Weber – come un sultanato.  Sempre dedito a vantare le sue prodezze in camera da letto, con l’arroganza che a quel punto lo incitava a sconfiggere anche l’età, ha abbandonato l’elementare prudenza, riempiendo le liste del partito di soubrettes e flirtando con minorenni, al punto di provocare una rottura pubblica con sua moglie, Veronica Lario. Presto ha cominciato a ricevere prostitute nella sua residenza romana. Amareggiata per non aver ottenuto un permesso di costruzione a Bari che le era stato promesso, una di loro ha raccontato le sue visite. Nella sua sfarzosa villa di Arcore, fuori Milano, erano messe in scena orge nello stile di fantasie aggiornate da diciottesimo secolo, donne vestite da suore – anche da infermiere e poliziotte – a danzare e a spogliarsi per il possesso collettivo. Quando una delle partecipanti, una giovane marocchina, è stata successivamente arrestata per furto a Milano, Berlusconi ha telefonato per assicurare il suo rilascio perché nipote di Mubarak. Poiché aveva meno di diciotto anni, ne è seguita una procedura legale a carico di Berlusconi. Anche se la vicenda non è stata tanto dannosa quanto il disastro in cui sarebbe presto incorso Dominique Strauss-Kahn, presidente del FMI e favorito nella corsa alla presidenza francese, Berlusconi è stato indebolito dallo svilimento della sua immagine. Ma per il momento è sopravvissuto.

Una minaccia più grave alla sua posizione è venuta da un’altra direzione. Per presunzione, alimentata dal successo elettorale, ha perso il senso del limite in politica, aveva umiliato Fini, che aveva pensato di essere suo successore ed era presidente della Camera. Nell’estate del 2010, rendendosi conto che non poteva più aspettarsi di essere l’erede naturale del centrodestra e cedendo alle lusinghe dell’opposizione che avrebbe potuto persino dimostrarsi il leader migliore di un centrosinistra responsabile, Fina ha disertato. Portando con sé un numero di deputati sufficiente a privare il governo di una maggioranza stabile, ha mancato di poco di provocarne la caduta in autunno. Nella primavera del 2011 anche gli elettori hanno abbandonato il governo con Berlusconi che ha perso il controllo anche di una roccaforte quale Milano.

Nel corso di quell’estate, con l’intensificarsi della crisi dell’eurozona, con la Grecia prossima all’insolvenza, è aumentata la pressione dei mercati obbligazionari sull’Italia. La Germania, affiancata dalla Francia e dalla Banca Centrale Europea, a quel punto non faceva un segreto della sua determinazione a spezzare ogni resistenza a misure draconiane d’austerità e a eliminare i leader che avessero esitato ad attuarle, ad Atene o a Roma. In agosto Trichet e Draghi – presidenti uscente ed entrante della BCE – hanno trasmesso a Berlusconi un virtuale ultimatum. Due mesi dopo Papandreou è stato costretto in un vertice della UE ad accettare altri tagli feroci alla spesa pubblica e a impegnarsi a privatizzazioni generalizzate. Nel panico per la marea di rabbia popolare contro di esse – il presidente della Grecia era stato costretto ad abbandonare il palco a Salonicco nel corso della Festa Nazionale – ha annunciato un referendum al riguardo ed è stato convocato a Cannes seduta stante dalla Merkel e da Sarkozy e gli è stato detto di cancellare una simile iniziativa. Una settimana dopo si è dimesso. Nel giro di tre giorni Berlusconi lo ha seguito.

Le dinamiche della caduta di Berlusconi, tuttavia non sono state le stesse. In Grecia Papandreou presiedeva a un diffuso immiserimento su ordini di Berlino, Parigi e Francoforte che aveva scatenato massicce proteste sociali. Fino alla sua improvvisa idea di un referendum era stato uno strumento perfettamente accettabile della volontà dell’Unione, un atteggiamento confermato dalla velocità con cui aveva obbedito alla Merkel e a Sarkozy e aveva prontamente ritirato la sua proposta. Si è dimesso perché la sua posizione era diventata insostenibile all’interno. In Italia non era in corso né un impoverimento né una mobilitazione popolare. La maggioranza di Berlusconi alla Camera era a quel punto limitatissima e alcuni dei suoi deputati si stavano impaurendo per l’aumento degli spread. Me egli resta in pieno controllo del Senato e doveva ancora essere messo al tappeto in tribunale. La sua posizione interna era sostanzialmente più forte di quella di Papandreou. Nella UE in generale, tuttavia, l’ostilità nei suoi confronti era molto maggiore poiché rappresentava un imbarazzo di lungo corso per la sua classe politica; e la decisione di Berlino e Francoforte di liberarsene, in quanto ostacolo alla necessaria purga dell’economia italiana e all’ordine sociale, più inesorabile.

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Per la sua cacciata, tuttavia, era necessario un meccanismo per collegare l’erosione della sua posizione in patria, non ancora completa, con l’assoluta avversione nei suoi confronti all’estero. Per sua sfortuna esso era già pronto e adatto. Meno notata di altri mutamenti prodotti dalla Seconda Repubblica, c’era stata una forte crescita del ruolo della presidenza negli affari politici dell’Italia. Durante il regno della Democrazia Cristiana nella Prima Repubblica, quando un solo partito dominava sempre la legislatura, questa carica in larga misura cerimoniale raramente aveva avuto qualche importanza. Ma quando coalizioni politiche rivali hanno cominciato a confrontarsi per il potere nella Seconda Repubblica, si è aperto un nuovo spazio di manovra per la presidenza. Scalfaro – in carica al Quirinale tra il 1992 e il 1999 – è stato il primo a utilizzarlo, rifiutandosi di sciogliere il parlamento quando Berlusconi aveva perso la sua prima maggioranza nel 1994, agevolando  invece al potere un mosaico di centrosinistra, per dargli tempo di mettere insieme le proprie forze per una vittoria alle urne con Prodi l’anno successivo.

Ora il presidente era, come Scalfaro, un ex ministro dell’interno, Giorgio Napolitano. Berlusconi aveva sostenuto l’elezione di Napolitano nel 2006 e aveva motivo di ritenere di aver fatto una scelta sensata nell’aiutare a salire al Quirinale questo veterano della classe politica tradizionale. Un ‘Vicario di Bray’ italiano, nella sua lunga carriera aveva esibito un principio fisso, l’adesione a qualsiasi tendenza politica mondiale apparisse vincente al momento. L’inizio di una lunga sequenza c’era stato nei suoi anni da studente, quando aveva aderito al Gruppo Universitario Fascista, in un periodo in cui l’Italia inviava truppe a unirsi ai nazisti nell’attacco contro la Russia. Una volta caduto il fascismo Napolitano ha optato per la forza in arrivo del comunismo. Iscrivendosi al PCI alla fine del 1945 ne ha poi rapidamente scalato i ranghi, arrivando al Comitato Centrale in poco più di un decennio. Quando le truppe e i carri armati sovietici hanno represso la Rivolta Ungherese nel 1956, egli ha applaudito. ‘L’intervento sovietico è stato il contributo decisivo non solo per impedire che l’Ungheria finisse nel caso e nella controrivoluzione, e difendendo gli interessi militari e strategici dell’URSS, ma anche salvando la pace nel mondo’, ha dichiarato al Congresso del Partito in quel novembre. Salutando l’espulsione di Solzhenitsyn dalla Russia nel 1964 ha dichiarato: “Solo commentatori sciocchi e faziosi possono evocare lo spettro dello stalinismo, trascurando il modo in cui Solzhenitsyn ha portato le cose a un punto di rottura’. A quel punto era il braccio destro di Giorgio Amendola, dopo la morte di Togliatti, la figura più formidabile del PCI. Come il suo patrono, era un inflessibile disciplinatore del dissenso nel partito, votando senza esitazioni la cacciata dal partito del gruppo del Manifesto per aver parlato fuori luogo contro l’invasione della Cecoslovacchia. Con gettoni sia nella segreteria sia nell’ufficio politico, era diffusamente visto come il successivo leader del PCI.

Nell’occasione il posto è andato a Enrico Berlinguer, come figura meno divisiva. Ma Napolitano è rimasto come ornamento di spicco del partito mentre passava all’eurocomunismo. Nei tardi anni ’70 è stato scelto come primo inviato del PCI per rassicurare gli Stati Uniti sulla sua affidabilità atlantica, diventando a tempo debito il ‘comunista preferito di Kissinger’, per usare le parole soddisfatte del New York Times. Arrivati agli anni ’80 il trasferimento dell’alleanza a un nuovo feudatario era completo. Il Terzo Reich un brutto ricordo, l’URSS in declino, gli USA erano a quel punto la potenza da coltivare. Responsabile dei rapporti con l’estero del PCI si sarebbe preso cura di ammorbidire le relazioni con Washington molto dopo che il partito era scomparso. Una volta presidente ha fatto di tutto per ingraziarsi sia Bush sia Obama.

In patria il fallimento della scommessa del PCI di raggiungere un ‘compromesso storico’ con la Democrazia Cristiana che gli avrebbe consentito l’ingresso nel governo e l’ascesa, invece – in mezzo una corruzione sempre più sfacciata – del Partito Socialista di Craxi come alleato chiave della DC ha indotto Berlinguer a fare una svolta a sinistra. Denunciando la degenerazione venale del sistema politico, ha diffuso un sonoro appello a far pulizia nella vita politica. Napolitano ha reagito rabbiosamente, accusandolo di isolazionismo settario e di ‘vuote invettive’. I rapporti erano sempre stati freddi tra i due uomini. Ma era in gioco qualcosa di più che una mera rivalità personale. Napolitano guidava la corrente più a destra nel PCI dell’epoca, i miglioristi che avvertivano una certa affinità con Craxi e non volevano ostilità con lui. La loro base principale era a Milano, dove la macchina di Craxi dominava la città. Lì, a metà degli anni ’80, pubblicavano un giornale, Il Moderno, non solo finanziato da Berlusconi ma che plaudiva ai suoi rivoluzionari successi nel modernizzare i media e nel fare di Milano la capitale televisiva d’Italia. Si era nel 1986, quando Craxi era primo ministro. Un tribunale avrebbe poi giudicato la holding Fininvest di Berlusconi colpevoli di finanziare illegalmente i miglioristi. In febbraio, durante i preparativi per un referendum contro il nucleare in Italia, il giornale del PCI ha rifiutato un articolo a favore del nucleare di Giovanni Battista Zorzoli, uno dei seguaci di Napolitano. Furioso, Napolitano ha preteso la testa del direttore. Nel 1993 Zorzoli è finito in manette, condannato a quattro anni e mezzo di carcere per corruzione quando era alto dirigente della compagnia statale italiana dell’elettricità.

Non molto tempo dopo, Napolitano è diventato ministro dell’interno nel governo di centrosinistra del 1996. Era la prima volta che qualcuno di sinistra fosse mai stato alla guida di tale ministero. Il coinvolgimento della polizia e degli apparati dei servizi segreti italiani nella cosiddetta ‘strategia della tensione’ [in italiano nel testo – n.d.t.] – una serie di attentati dal massacro di Piazza Fontana a Milano nel 1969 a quello alla stazione ferroviaria di Bologna nel 1980 –  era ormai confermato da molto tempo, ma non era mai stato indagato. Ogni nervosismo riguardo al fatto che l’arrivo al ministero del comunista di un tempo è stato presto acquietato. Napolitano ha assicurato i suoi subordinati che non avrebbe ‘cercato scheletri negli armadi’. Nessuna rivelazione deplorevole ha macchiato il suo periodo in carica. E’ stato nominato senatore a vita nel 2005. Diventato presidente della repubblica un anno dopo ha lamentato pubblicamente che Craxi – che era morto in esilio in Tunisia dopo essere stato condannato in contumacia a 27 anni di carcere per una corruzione colossale – era stato trattato scorrettamente, prendendosi il disturbo di elogiare il suo ruolo costruttivo di statista.

Non ha avuto lo stesso riguardo per Berlusconi, considerandolo con condiscendenza benevola – anche con una certa giustizia – come in realtà per nulla un politico, nel senso in cui lo erano stati gli uomini eminenti della Prima Repubblica. I due uomini comunque non potevano essere più opposti quanto a stile. La correttezza cerimoniale di Napolitano era in studiato contrasto con la spudorata spacconeria di Berlusconi. Ma condividevano un passato comune nello snodo di legami e simpatie che circondava Craxi a Milano, e un comune interesse a stabilizzare quelli che entrambi consideravano i potenziali vantaggi della Seconda Repubblica: un sistema politico bipolare in stile anglosassone, confinato a un centrodestra e un centrosinistra, liberato dall’ostilità nei confronti del mercato del suo guardiano transatlantico. Per ragioni proprie ciascuno, inoltre, temeva la perseveranza dei pubblici ministeri nello scovare accuse contro il leader più popolare del paese e il risentimento di minoranze irresponsabili nell’insistere su di esse.

Per Berlusconi si trattava, naturalmente, di minacce esistenziali. Per Napolitano erano semplicemente divisive, proprio come lo era stato il moralismo di Berlinguer, compromettendo sconsideratamente l’equilibrio del consenso moderato di cui il paese aveva bisogno. E’ stato più che disposto ad aiutare Berlusconi a proteggersi da questi problemi, firmando senza esitazione la legge del Lodo Alfano del 2008 che garantiva a Berlusconi, come primo ministro, e a sé stesso, da presidente, l’immunità dai processi; e quando la legge è stata dichiarata incostituzionale, apponendo il suo timbro con uguale velocità sulla legge sostitutiva approvata nel 2010, sul ‘legittimo impedimento’ [in italiano nel testo – n.d.t.] che consentiva ai ministri di evitare i processi invocando i loro pressanti doveri di pubblico servizio, legge a sua volta dichiarata incostituzionale nel 2011. Napolitano è stato criticato pubblicamente per la sua inopportuna approvazione della prima da parte di Ciampi, il suo predecessore alla presidenza, e non era tenuto neppure a lasciar passare la seconda; piuttosto era vero il contrario come doveva dimostrare il seguito legale di entrambe. Le azioni di Napolitano, tuttavia, si sono accordate con le aspettative di Berlusconi di un modus vivendi tra loro, sulle cui basi quest’ultimo lo aveva appoggiato per la presidenza. Un’altra espressione pregnante di tale accordo si è avuta quando la diserzione di Fini ha privato il governo Berlusconi della maggioranza alla Camera e l’opposizione ha discusso un voto di sfiducia, con i voti in mano per far cadere il governo. Nel 2008 Prodi era stato in una situazione simile dopo che Berlusconi aveva comprato voti al Senato sufficienti a farlo cadere, un episodio per cui è attualmente incriminato per aver pagato a un solo senatore tre milioni di euro per cambiare cappotto, una mazzetta che il beneficiario ha confessato. Allora Napolitano aveva perso poco tempo – meno di due settimane – per usare la sua prerogativa presidenziale di sciogliere il parlamento e convocare nuove elezioni, che avevano prodotto una valanga a favore di Berlusconi. Questa volta, comunque, Napolitano ha persuaso Fini a fermarsi per più di un mese mentre veniva approvata una legge di bilancio, garantendo a Berlusconi il tempo necessario per comprare il pugno di deputati necessario per ripristinare la sua maggioranza.

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Questo è stato, comunque, l’ultimo favore che Napolitano ha potuto accordare. Si stava preparando a prendere le cose nelle proprie mani. Nella primavera del 2011 il governo ha annunciato che si stava unendo all’attacco alla Libia guidato dagli statunitensi, al quale la Lega Nord si opponeva assolutamente, minacciando di farlo cadere se lo avesse fatto. Napolitano la sapeva più lunga: le aspettative di Washington erano più importanti delle sottigliezze della costituzione. Senza alcun voto in parlamento, e nemmeno un dibattito al suo interno, ha mandato l’Italia in guerra strappando il sostegno degli ex comunisti all’invio dell’aviazione del paese a bombardare un vicino con il quale aveva firmato un Trattato di Amicizia, Cooperazione e Alleanza Militare, ratificato da una schiacciante maggioranza alla Camera – ex comunisti compresi – solo due anni prima.

Arrivati all’estate, incoraggiato dalla crescente adulazione sui media nei suoi confronti come rocca della repubblica, e con l’incoraggiamento di Berlino, Bruxelles e Francoforte, aveva deciso di disfarsi di Berlusconi. La chiave per rimuoverlo agevolmente consisteva nel trovare un sostituto che soddisfacesse questi partner decisivi e la dirigenza del mondo degli affari in Italia. Fortunatamente la figura ideale era a portata di mano: Mario Monti, ex commissario UE, membro del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, consigliere anziano della Goldman Sachs e allora presidente dell’Università Bocconi. Monti aveva per qualche tempo atteso proprio la situazione che a quel punto si presentava. ‘I governi italiani sono in grado di prendere decisioni dure’, aveva confidato all’Economist nel 2005, ‘solo se sono soddisfatte due condizioni: devono esserci sia un’emergenza visibile sia una forte pressione dall’esterno’. All’epoca, lamentava, ‘tale momento della verità non c’è’. Ora era arrivato.

Già da giugno o luglio, in completa segretezza, Napolitano aveva preparato Monti ad assumere il governo. Nello stesso periodo aveva commissionato al capo del maggior gruppo bancario italiano, Corrado Passera, l’elaborazione di un piano economico confidenziale per il paese. Passera era un ex assistente dell’arcinemico politico di Berlusconi e rivale in affari Carlo De Benedetti, proprietario di La Repubblica e di L’Espresso, che era al corrente delle mosse di Napolitano. In urgente corsivo il documento di 196 pagine di Passera proponeva una terapia shock: cento miliardi di euro di privatizzazioni, tassa sulla casa, imposte sui capitali, un’impennata dell’IVA. Napolitano, al telefono con la Merkel e indubbiamente con Draghi, aveva a quel punto pronti il piano e l’uomo per cacciare Berlusconi. Monti non si era mai candidato alle elezioni e anche se un seggio in parlamento non è indispensabile per l’investitura a primo ministro, sarebbe stato d’aiuto averne uno.

Non c’era tempo da perdere: il 9 novembre, prelevandolo dalla Bocconi, Napolitano ha nominato Monti senatore a vita, con l’applauso della stampa finanziaria mondiale. Sotto minaccia della distruzione da parte dei mercati obbligazionari nel caso si fosse opposto, Berlusconi ha capitolato e nel giro di una settimana Monti ha giurato da nuovo governante del paese, alla guida di un governo non eletto di banchieri, uomini d’affari e tecnocrati. L’operazione che lo ha installato è un’illustrazione espressiva di che cosa possono significare oggi in Europa le procedure democratiche e il primato della legge. E’ stato tutto assolutamente incostituzionale. Il presidente dell’Italia dovrebbe essere il guardiano imparziale di un ordine parlamentare, che non interferisce con le decisioni di quest’ultimo salvo quando violano la costituzione, come questo presidente ha segnatamente mancato di fare. Non ha il potere di cospirare, alle spalle di un premier eletto, con persone di sua scelta, nemmeno in parlamento, per formare un governo di suo piacimento. La corruzione del mondo degli affari, della burocrazia e della politica è stata a quel punto aggravata dalla corruzione della costituzione.

All’epoca ciò che era accaduto quell’estate dietro gli arazzi presidenziali era rimasto celato. Sarebbe venuto alla luce solo quest’anno per bocca dello stesso Monti, un ingenuo in queste faccende, provocando balbettanti smentite di Napolitano. Contemporaneamente la reazione del sistema al nuovo governo spaziava dal sollievo all’esultanza. Finalmente – nella visione diffusa dei commentatori dentro e fuori dal paese – c’era per l’Italia una seconda occasione per voltar pagina, occasione mancata dopo il crollo della Prima Repubblica. Finalmente era al timone un governo onesto e competente, impegnato non solo a serie riforme del tanto che era sbagliato in Italia – mercati del lavoro rigidi, pensioni insostenibili, università nepotiste, restrizioni corporative ai servizi, assenza di competizione industriale, privatizzazioni insufficienti, ingorgo della giustizia, evasione fiscale – ma anche in grado di dominare le tempeste finanziarie che aggredivano il paese. Una nuova Seconda Repubblica, quella vera, poteva ora sorgere dopo vent’anni di messinscene. Tagli profondi alla spesa pubblica, dure misure fiscali e l’inizio di cambiamenti alla disastrosa legge sul lavoro degli anni ’70 sono stati i primi, apprezzati passi per ripristinare la fiducia nel paese.

Viste da un’altra angolazione c’erano in effetti somiglianze tra la congiuntura dei primi anni ’90 quando Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, era stato chiamato a difendere il forte da premier nel pieno della crisi di Tangentopoli. Ma non erano per nulla rassicuranti. Il governo Monti somigliava al governo Ciampi nella composizione e nelle intenzioni. Ma molto era cambiato nel frattempo, non ultimo l’ambiente da cui provenivano le figure di spicco del nuovo ordine: Monti e il suo garante a Francoforte, Draghi. Nel 1994 Berlusconi si era presentato da innovatore da un passato imprenditoriale e la cui vittoria avrebbe sepolto la corruzione e il disordine della classe politica della Prima Repubblica, mentre egli in realtà doveva la sua fortuna prevalentemente a essi.  Nel 2011 la crisi che strozzava l’Italia e l’Eurozona era stata scatenata da una massiccia ondata di speculazioni finanziarie e di manipolazioni di derivati su entrambe le sponde dell’Atlantico. Nessun operatore era più famigerato per la sua parte in ciò che la stessa società sul cui libro paga avevano figurato Monti e Draghi. La Goldman Sachs, che si era guadagnata negli Stati Uniti il nomignolo di ‘piovra vampiro’, aveva assecondato la falsificazione dei conti pubblici greci e poi era stata accusata di frode dalla Commissione Titoli e Scambi (SEC) versando mezzo miliardo di dollari per transare la causa extragiudizialmente.  Attendersi un taglio netto con il passato da simili funzionari era poco più realistico che credere che il patrocinio di Craxi non avrebbe lasciato nessun segno su Berlusconi.

Altri ricordi del passato erano non meno impressionanti. Nell’estate del 2012 è emerso che Napolitano era intervenuto per bloccare il potenziale interrogatorio di Nicola Mancino, ministro democristiano dell’interno nel 1992 quando il magistrato di Palermo Paolo Borsellino era stato assassinato dalla mafia. Mancino era uno dei quattro ministri dell’interno – Scalfaro era stato un altro – che ricevevano mensilmente fondi neri dal servizio segreto SISDE. La negazione di Mancino di aver incontrato Borsellino poco prima della sua morte, nonostante prove del contrario, non era mai stata chiarita ed era in corso una nuova indagine ufficiale sui collegamenti tra stato e mafia, che minacciava di metterlo a confronto con due altri ministri del periodo che lo avevano smentito. In grande agitazione ha telefonato al Quirinale e ha implorato protezione dal braccio destro di Napolitano per gli affari legali, Loris D’Ambrosio. Lungi dall’essere respinto gli è stato che il presidente era molto preoccupato per lui. A tempo debito lo stesso Napolitano ha telefonato a Mancino, inconsapevole che il telefono di quest’ultimo erano intercettato come parte dell’indagine.

Quando le trascrizioni degli scambi tra Mancino di D’Ambrosio sono state pubblicate sulla stampa, assieme alla notizia che i nastri delle conversazioni dello stesso presidente con Mancino erano in possesso del magistrato inquirente, Napolitano ha invocato l’assoluta immunità per la sua carica e, in stile Nixon, ha preteso che i nastri fossero distrutti. Il fratello di Borsellino, Salvatore, ha chiesto la sua messa in stato d’accusa; poiché era implicata chiaramente un’ostruzione alla giustizia, negli Stati Uniti ci sarebbero state basi per essa. In Italia un esito simile era impensabile. La classe politica e i media hanno immediatamente serrato i ranghi a difesa del presidente, come era stato fatto quando Scalfaro aveva usato il suo maggiordomo per soffocare lo scandalo del SISDE. L’assistente di Napolitano, l’Ehrlichman dell’affare, è morto di attacco cardiaco nel bel mezzo del putiferio. Come accade spesso Marco Travaglio, probabilmente il più grande giornalista d’Europa, è stato l’unico a chiamare i fatti con il loro nome; nel suo libro ‘Viva il Re!’, pubblicato l’anno scorso, ha tracciato un’esauriente atto d’accusa circa i precedenti di Napolitano in carica, in seicento pagine di documentazione incriminatrice. Altrove, di fronte al pericolo per la sua posizione, il coro dei sicofanti attorno al presidente – il cui volume andava crescendo da un certo tempo – ha raggiunto un crescendo isterico.

Nel frattempo Monti – salutato all’inizio con entusiasmo, con il Financial Times sdolcinato a proposito di ‘Super Mario’ – si dimostrava una delusione. Insediato con l’assenso riluttante sia del centrodestra sia del centrosinistra, il suo spazio di manovra era limitato, poiché nessuno dei due blocchi gli era devoto e la base di ciascuno era insofferente per la soluzione. Ma presto è divenuto chiaro che i suoi rimedi non portavano alcuna ripresa. Sotto quello che un critico italiano aveva definito il suo regime ‘d’austerità’, la combinazione di Monti di tasse più elevate e di spesa ridotta è stata in grado di ridurre il deficit e di abbassare gli spread, ma ha intensificato la recessione. I consumi sono caduti, la disoccupazione giovanile è esplosa.  Le riforme strutturali, come le interpretano la Commissione Europea e la BCE, sono fallite. Nel 2012 il PIL si è ridotto del 2,4 per cento. Politicamente c’era poco da guadagnare continuando a sostenere quello che era diventato un governo del tutto impopolare. Alla fine dell’anno il centrodestra si è ritirato e Napolitano è stato costretto a sciogliere con riluttanza il parlamento, conservando Monti in carica ad interim fino a quando non si fossero tenute le elezioni.

I sondaggi avevano indicato per un certo periodo che il centrodestra deteneva un costante primo posto nelle intenzioni di voto ed era certo di vendicare l’umiliazione del 2008. Monti si era dimostrato un flop. Berlusconi era sempre più screditato e la coalizione di centrodestra si era divisa in tre. Non solo Fini aveva rotto con Berlusconi, ma anche Bossi lo aveva abbandonato, rifiutandosi di offrire sostegno al governo mondo prima di trovarsi anch’egli travolto da uno scandalo di corruzione e messo da parte in una Lega molto indebolita. Arrivati all’autunno, le tre parti separate dell’ex coalizione attiravano a malapena un quarto dell’elettorato.

Il centrosinistra, pur se esso stesso lungi dal prosperare, era in forma migliore. Il rinominato Partito Democratico, nato da una fusione tra i resti di quello che un tempo era stato il Comunismo Italiano e un’ala della Democrazia Cristiana, aveva conseguito risultati disastrosi nel 2008, sotto l’insignificante leader Walter Veltroni, agli occhi amorevoli di Napolitano l’”Obama ante litteram”. Dopo le dimissioni di Veltroni il PD ha acquisito un nuovo leader, Pierluigi Bersani, dai ranghi degli amministratori dell’Emilia dell’ex PCI e un cambio d’immagine in meglio, dallo scialbo all’impassibile. Senza essere un ispiratore, la leadership di Bersani ha almeno evitato un’ulteriore caduta del sostegno al partito, lasciandolo a un livello abbastanza stabile nei sondaggi d’opinione, ben davanti al centrodestra. Nell’autunno del 2012, sfidato dal giovane sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che si era fatto un nome sollecitando la rottamazione dell’intera vecchia generazione dei politici, Bersani lo ha sconfitto comodamente alle primarie del partito, sulla base di una considerevole affluenza che ha fatto salire la credibilità del PD, migliorando il suo primo posto nei sondaggi.

Restava un’incognita. Tre anni prima il comico Beppe Grillo aveva lanciato un movimento contro il sistema politico che aveva ottenuto alcuni successi in elezioni locali. Non era chiaro quanto seriamente andasse preso. Ma poiché nulla di simile esisteva in Europa e non c’erano precedenti per giudicarlo, non poteva essere ignorato. Grillo aveva cominciato da cabarettista negli anni ’70, passando a programmi televisivi popolari la cui lama politica si era gradualmente affilata. Nel 1986, dopo aver fatto una battuta sul fatto che a un banchetto per Craxi a Pechino uno dei suoi luogotenenti gli aveva chiesto sconcertato ‘se qui tutti sono socialisti, a chi rubano?’, Grillo era stato cancellato dai canali pubblici. Non era la sua sola previsione su quello che stava per succedere. Negli anni ’90 si è sempre più esibito in teatri e piazze in monologhi con un forte calco ambientalista, denunciando gli innumerevoli scandali del periodo con un misto di crude volgarità e umorismo feroce.

Il suo pubblico è cresciuto e poi ha fatto un balzo quando ha cominciato a usare Internet come mezzo alternativo per demolizioni stroncanti dell’ordine dominante e del suo personale, di centrodestra e centrosinistra, tanto della televisione quanto della stampa. Il suo blog è diventato un successo istantaneo. ‘Schiavi moderni’, un libro ricavato dalle risposte dei lettori al blog, ha allargato i suoi bersagli al destino del lavoro precario in Italia. A quel punto stava collaborando strettamente con un specialista software, Gianroberto Casaleggio, e nel 2009 i due hanno lanciato il Movimento 5 Stelle come rivolta contro il sistema politico. Le stelle stavano per i temi chiave che intendevano promuovere: acqua (sotto minaccia di privatizzazione), ambiente, trasporti, connettività e sviluppo. I candidati del M5S che correvano per le elezioni dovevano impegnarsi – cosa unica nel mondo – a non apparire in televisione e, se fossero stati eletti, a ridurre i loro stipendi parlamentari al salario medio, destinando il resto a fini pubblici. Lo stesso Grillo era inibito dal candidarsi al Parlamento a causa di una condanna per omicidio colposo quando aveva trent’anni, quando il suo fuoristrada era caduto in un burrone scivolando sul ghiaccio e uccidendo tre dei passeggeri. Ma non era inibito dal condurre la campagna elettorale. Girando per tutto il paese in uno Tsunami Tour che ha toccato circa ottanta città, la sua brizzolata capigliatura battagliera ormai familiare a tutti, ha attaccato non solo le ‘due caste’ – politici e giornalisti – dell’Italia, ma anche la dirigenza burocratica e bancaria europea in generale, il suo ordine di austerità neoliberista e la moneta unica. Grandi folle di impegnati o curiosi hanno affollato i suoi incontri.

Quando sono arrivati i risultati, il PD ha subito un doppio shock. Anche se la coalizione residua di Berlusconi era crollata di sette milioni di voti, la sua resistenza come propagandista aveva portato il centrodestra, che all’inizio sembrava una causa persa, a un soffio dalla vittoria: solo lo 0,35 per cento dietro il centrosinistra, anch’esso sceso di più di tre milioni di voti e con nessuno dei due blocchi che aveva raggiunto almeno il 30 per cento del voto totale. Il M5S, d’altro canto, era passato da zero al 25 per cento diventando – escludendo il voto all’estero – il maggiore partito singolo del paese, attirando elettori da entrambi i campi tradizionali.  Il motto di Grillo in tre passi per sollevare una rivolta popolare – risate, informazione, azione politica – si era dimostrato sorprendentemente efficace. I grillini avevano ottenuto più voti, sia del centrodestra sia del centrosinistra, dai lavoratori manuali, dai piccoli imprenditori, dagli autonomi, dagli studenti e dai disoccupati; il centrodestra aveva prevalso solo tra le donne di casa, il centrosinistra tra i pensionati e gli impiegati.

Tale era l’aritmetica elettorale. I numeri in parlamento erano un’altra faccenda. Centrale per la Seconda Repubblica era stato, al suo inizio nel 1993, un cambiamento del sistema elettorale: l’abolizione della rappresentanza proporzionale a favore di un sistema maggioritario largamente in stile anglosassone . Nessun altro cambiamento era stato sollecitato più appassionatamente, come chiave per un governo responsabile ed efficiente, dal pensiero unico dell’epoca. Non ne era seguito nulla del genere. Un decennio dopo, nel 2005, la coalizione di centrodestra in carica, temendo la sconfitta sotto tale sistema – di cui in precedenza aveva beneficiato – lo aveva modificato in un sistema formalmente proporzionale, ma integrato da un premio che dava a qualsiasi coalizione ottenesse i maggiori voti, indipendentemente dalla percentuale dei voti ricevuti, un premio automatico del 54 per cento dei seggi alla Camera. Descritto sprezzantemente come una porcata persino dal ministro responsabile di averlo ideato, il paladino della Lega Nord Roberto Calderoli, il Porcellum, come era divenuto noto, era il discendente di due altre famigerate distorsioni della volontà popolare in Italia: la Legge Acerbo del 1923, fatta approvare da Mussolini per consolidare il suo governo, che assegnava due terzi dei seggi al parlamento a qualsiasi partito avesse la maggioranza dei voti sopra una soglia del 25 per cento, e la Legge Truffa di Scelba del 1953, che assegnava il 65 per cento dei seggi a qualsiasi coalizione ottenesse più del 50 per cento dei voti e che fu così impopolare che dovette essere abrogata una volta che la coalizione democrazia al governo non ottenne il richiesto 50 più uno dei voti nelle sole elezioni tenutesi regolate da essa. Il Porcellum era meno generoso dei suoi predecessori fascista e democristiano nella misura del premio – il 54 contro il 65/66 dei deputati – ma anche meno esigente nei presupposti per ottenerlo, non essendo necessario nemmeno un quarto dei voti per avere più di metà dei seggi alla Camera.

Nel 2013 ciò si è tradotto nel fatto che il centrosinistra – che anche ai suoi stessi occhi aveva ottenuto risultati disastrosi ai seggi – nonostante ciò, in virtù del suo minuscolo margine di vantaggio, ha ottenuto una schiacciante maggioranza di deputati: 345 rispetto ai 125 del centrodestra e ai 109 del M5S, su 630. Ma la cosa non ha aperto la via al governo. Poiché in base alla costituzione il Senato – i cui poteri sono di uguale livello – richiede una base elettorale regionale. Il premio assegnato dal Porcellum su base nazionale non poteva perciò applicarsi a esso, come ha segnalato Ciampi, che era presidente quando il Porcellum è stato introdotto. Doveva invece andare alla coalizione con il numero maggiore dei voti in ciascuna regione. Il risultato era molto meno favorevole al PD che aveva ottenuto non più di 123 seggi su 315. Formare un governo necessitava di un voto di fiducia in entrambe le Camere.

Per crearne uno Bersani doveva concludere un accordo – di coalizione o di tolleranza – con Berlusconi o Grillo. Il primo era un anatema per la base del PD, così ha tentato con il secondo. Ma Grillo non era interessato. Per il M5S il risultato ideale dello stallo post-elettorale era un governo congiunto Berlusconi-Bersani, a dimostrazione della sua affermazione che centrodestra e centrosinistra erano due facce della stessa medaglia (essendo PDL l’acronimo del partito di Berlusconi, Grillo si riferiva a quello di Bersani come ‘PD meno L’) nei confronti della quale il M5S era l’unica opposizione autentica. Ciò lasciava la scelta di un governo di minoranza di centrosinistra basato su una tolleranza ad hoc sulle sue misure. Napolitano, il cui invito era necessario per presentare un governo all’investitura in parlamento, ha rifiutato ciò. Insoddisfatto che il governo che Monti aveva messo insieme, appoggiato sia dal centrosinistra sia dal centrodestra, fosse arrivato a una fine prematura, ne ha voluto una riedizione. Coerente con una carriera di adesione a quali che fossero i poteri forti del momento, per lui ora si trattava della UE le cui direttive erano la pietra di paragone della responsabilità. Dunque l’imperativo era un governo bipartisan che proteggesse dal malcontento populista la stabilità e l’austerità richieste da Francoforte e Bruxelles. Di fronte a questa prospettiva Bersani si è impuntato. Non era in vista alcuna soluzione allo stallo quando – dopo sei settimane di trattative post-elettorali – è venuto a scadenza il mandato di Napolitano. La stampa si è riempita di editoriali che lo supplicavano di accettare un secondo mandato come unico argine contro il caos. Ma era una regola non scritta che nessun presidente italiano avesse più di un mandato e Napolitano ha rifiutato ripetutamente e categoricamente tale idea. Aveva compiuto il suo dovere e stava facendo le valigie.

Nel farlo ha reso un ultimo servizio. Il 5 aprile ha graziato il colonnello statunitense Joseph Romano, condannato in contumacia a sette anni per la sua parte nel rapimento a Milano di un religioso egiziano che era stato poi spedito al Cairo su un aereo militare statunitense per esservi torturato per mesi dalla polizia di Mubarak. Costituzionalmente la grazia presidenziale può essere concessa solo per motivi ‘umanitari’ e non per motivi ‘politici’. Romano non aveva passato in prigione neppure un giorno, essendo fuggito dal paese. Ma Obama aveva personalmente richiesto che si chiudesse un occhio sulla sua bagatella e Napolitano non ha esitato, come tanto spesso in precedenza, a violare la costituzione, spiegando di aver graziato Romano ‘per ovviare a una situazione di evidente delicatezza con un paese amico’. Il feudatario era cambiato e anche i reati. L’atteggiamento nei confronti del potere più elevato no.

Il presidente italiano è eletto da una sessione congiunta delle due Camere del Parlamento, più rappresentanti delle regioni, a scrutinio segreto. Per l’elezione è necessaria una maggioranza di due terzi nelle prime tre votazioni e successivamente una maggioranza semplice. Poiché il voto è segreto la disciplina di partito è debole e possono essere necessarie molte votazioni per produrre un candidato vincente. Nel 2006 Napolitano era passato al quarto voto. Nel 2013 gli elettori erano 1.007, richiedendo 672 voti nel primo gruppo di votazioni e 504 poi. Il centrosinistra ne aveva 493, una posizione di partenza di una forza senza precedenti. Ma poiché il presidente deve essere super partes, la consuetudine vuole che un candidato vincente debba godere di un certo livello di consenso trasversale. Il PD ha così cercato un accordo con il centrodestra su una figura che entrambi potessero appoggiare. E’ stato scelto Franco Marini, un veterano della Democrazia Cristiana ed ex presidente del Senato. Immediatamente attaccato come fossile screditato da Renzi, la cui fazione nel PD ha disertato, ha ottenuto 521 voti, molto meno di due terzi ma sufficienti nel caso di maggioranza semplice.

Innervosito da questo intoppo, anziché tener duro fino alla quarta votazione il PD ha abbandonato Marini e ha votato disordinatamente scheda bianca nei due turni successivi, in cui il giurista Stefano Rodotà, proposto dal M5S, è arrivato primo con 230 e 250 voti. Grillo, abbandonando il suo rifiuto di avere qualsiasi cosa a che fare con il PD, si è appellato a esso perché unisse le forze con il M5S per eleggere Rodotà alla votazione successiva, lasciando intendere che se ciò fosse stato fatto, sarebbe stata possibile una collaborazione tra i due in vista di un accordo su un governo. Rodotà non era una scelta settaria; largamente rispettato era egli stesso un ex presidente della precedente incarnazione del PD. Ma da puntiglioso quanto alla legalità costituzionale non era accettabile per il partito che era diventato, che temeva che potesse impedire le modifiche istituzionale che aveva in mente, per non parlare della distruzione di qualsiasi intesa con Berlusconi per il quale egli costituiva un anatema.

Schierando le sue truppe, Bersani ha proposto invece Romano Prodi, il cui nome ha ricevuto una standing ovation dal suo partito. A quel punto basta una maggioranza semplice. Il centrodestra ha disertato l’urna. Tuttavia quando i voti sono stati contati, Prodi ne ha ricevuti solo 395, cento in meno rispetto a quelli in possesso del centrosinistra. Questa volta a sabotare non è stata tanto la fazione di Renzi, quando i seguaci del suo arcinemico D’Alema, che ancora coltivava rancore contro Prodi dai tempi della loro rivalità negli anni ’90. Il PD si è ritrovato a dimostrarsi una marmaglia demoralizzata, apparentemente incapace di un minimo di lealtà e unità politica. In lacrime, Bersani si è dimesso da leader e in mezzo ad assordanti ululati della stampa circa i pericoli di ingovernabilità cui si trovava esposto il paese, il partito è corso a unirsi a Berlusconi nel pregare Napolitano di salvare l’Italia accettando un secondo mandato. Con molte proteste che ciò era contro la sua volontà, egli ha graziosamente accettato e al sesto voto è riscivolato senza problemi nel palazzo che aveva appena apparentemente lasciato vuoto. All’età di 87 anni, secondo solo a Mugabe, Peres e al moribondo re saudita.

Il governo doveva ancora essere formato ma con Bersani – una figura troppo trasparente per essere congeniale – tolto di mezzo, Napolitano poteva procedere a ricreare un governissimo [in italiano nel testo – n.d.t.] di suo gradimento, di un incastro di centrosinistra e centrodestra. Questa volta poteva farlo più apertamente, convocando i leader a conferire con lui e dettando le loro scelte. Come premier ha scelto il vice presidente del PD, Enrico Letta, un ex democristiano il cui zio, Gianni Letta, era il più raffinato dei consiglieri di Berlusconi. Vicepremier è diventato Alfano, responsabile della legge che aveva conferito immunità a Berlusconi e a Napolitano. Un funzionario della Banca Centrale è stato insediato al Tesoro come garanzia di continuità con le politiche di Monti e di rispetto del Fiscal Compact. Berlusconi, tuttavia, che doveva la sua ripresa elettorale alla promessa che avrebbe cancellato l’imposta di Monti sulla casa e bloccato qualsiasi altro aumento dell’IVA ha fatto dell’attuazione di queste promesse una condizione dell’assenso alla coalizione. Il risultato è stato un governo che ha zigzagato inefficacemente tra impegni incompatibili. Arrivati alla fine d’anno l’economia si era contratta di un ulteriore 1,9 per cento e il debito era salito al 133 per cento del PIL. Dati economici a parte, il governo Letta è stato rapidamente macchiato da due scandali di un genere familiare. Alfano, che era anche ministro dell’interno, è rimasto colluso nel trasferimento della moglie e della figlia di un dissidente kazako nelle grinfie di Nazarbaev, mentre il ministro della giustizia, Anna Maria Cancellieri, è stata colta a dire alla figlia incarcerata di un magnate delle costruzioni diffusamente ritenuto avere collegamenti con la mafia (in tempi passati un sostenitore de Il Moderno) che da amica di famiglia avrebbe fatto il possibile per lei, a tempo debito liberandola a motivo della sua anoressia. Pur se ci sono state proteste in entrambi i casi, nessuno dei due ministri è caduto, avendo Napolitano e Letta al loro fianco. In parlamento il culto del presidente ha raggiunto un punto talmente grottesco che i presidenti di entrambe le Camere hanno formalmente vietato addirittura di citare Napolitano dai banchi, in quanto affronto alla dignità della repubblica. Naturalmente lo stesso innominabile ha deprecato una protezione così eccessiva.

L’altro obiettivo principale del governo era la riforma elettorale per cancellare il porcellum e una modifica della Costituzione per cancellare il Senato. Poiché in base alle norme esistenti quest’ultimo sarebbe stato un processo lungo, è stata introdotta una proposta di legge per accorciarlo. L’attenzione del pubblico, comunque, è stata presto distratta dal dramma delle disgrazie di Berlusconi. In giugno è stato giudicato colpevole di induzione alla prostituzione di una minore e condannato a sette anni di carcere. Pur non aiutando la sua immagine, la sentenza lo ha danneggiato poco nel breve termine; appelli successivi contro di essa sono stati in grado di ritardare il giudizio finale di anni. Ma in agosto è arrivata sentenza simile: quattro anni di carcere (tre di essi cancellati) per evasione fiscale personale – 7,3 milioni di euro pagati in meno – e un’interdizione di due anni dai pubblici uffici. La condanna al carcere, a sua volta, ha fatto scattare la previsione di una legge approvata nei mesi finali del governo Monti che escludo dalla carica per sei anni chiunque subisca una condanna simile. La sua applicazione ha comportato l’espulsione di Berlusconi dal Senato.

Consapevole che ciò avrebbe rischiato una ribellione del centrodestra che avrebbe fatto cadere il suo governo, Letta non ha avuto alcuna fretta di accelerare il provvedimento, mentre Berlusconi indirizzava appelli sempre più frenetici a Napolitano perché lo salvasse, nella speranza, o convinzione, che la loro intesa del passato si sarebbe estesa a tale solidarietà. Napolitano era disponibile a far intendere che se Berlusconi avesse chiesto la grazia, ammettendo la sua colpevolezza (egli protestava la sua innocenza) avrebbe potuto riceverla in considerazione della sua importanza per la vita politica del paese. Ma non c’era possibilità che Napolitano si spingesse oltre. Non era un sentimentale: Berlusconi non era più da tenere in considerazione come in passato. Furioso per questa freddezza, Berlusconi ha preteso che i ministri del suo partito si dimettessero dal governo, come preparativo per farlo cadere. All’inizio hanno obbedito ma poi hanno riflettuto sul loro posto e sul probabile destino del centrodestra se ci fossero state nuove elezioni in una situazione simile. La conseguenza è stata una scissione aperta, con Alfano che ha portato fuori dal controllo di Berlusconi un numero di parlamentari sufficiente a formare un nuovo partito di centrodestra, dando al governo una maggioranza stabile non più subordinata ai suoi capricci. Dieci giorni dopo Berlusconi è stato allontanato dal Senato.

La vittoria di Letta pareva completa. Le sue abilità diplomatiche, affinate in una tradizione democristiana, avevano avuto un ruolo chiave nello staccare Alfano e i suoi seguaci dal loro leader. Fini era stato un outsider. Alfano era un membro vero, l’erede apparente: la sua defezione è stato la prima vera scissione nel partito che Berlusconi aveva costruito attorno a sé stesso. Ma il trionfo di Letta si è dimostrato breve. Nel giro di giorni Renzi aveva fatto man bassa alle primarie per la presidenza del PD lasciata vacante da Bersani e fatto piazza pulita della vecchia guardia del partito, imbottendo la direzione in carica del suo apparato con esperti e simpatizzanti della sua generazione. Ancora sindaco di Firenze e neppure in Parlamento, ma ora al comando del più numeroso contingente di deputati, aveva più potere reale di Letta e non ha sprecato tempo nel dimostrarlo.

Berlusconi poteva essere un reo condannato, ma non era un paria; piuttosto era l’interlocutore naturale del nuovo leader, un politico che si era ritirato all’opposizione ma non buttato fuori dal ring, a capo del secondo partito maggiore del paese. La via da percorrere era concludere un patto con lui. In men che non si dica Renzi ha avuto discussioni confidenziali con Berlusconi e i due hanno raggiunto un accordo sulle modifiche costituzionali ed elettorali da far passare in un Parlamento di cui nessuno dei due era membro, in un patto che superava la maggioranza di Letta al suo interno. E il primo ministro? In messaggi twitter come un adolescente che tranquillizza una fidanzata prossima a essere scaricata, Renzi gli ha scritto: ‘Enrico stai sereno, nessuno ti vuol prendere il posto’ [frase riportata in italiano, e poi tradotta in inglese, nel testo – n.d.t.]. Un mese dopo aveva cacciato Letta e si era insediato da più giovane primo ministro italiano.

Come la sua vittima, Renzi proviene da un passato democristiano – suo padre era consigliere DC nella loro città natale fuori Firenze – anche se, per motivi di età, è cresciuto nel movimento degli scout cattolici non, come Letta, nell’organizzazione giovanile della DC. L’azienda gestiva un’azienda di marketing che lo ha impiegato fino al suo ingresso a tempo pieno in politica; tra i suoi clienti c’era il giornale locale La Nazione. Aderendo a uno dei residui della DC dopo che questa si era sciolta, Renzi ha proseguito nel partito centrista “Margherita” che a suo tempo si è fusa con i resti del Comunismo Italiano a formare l’ala destra del PD e all’età di 29 anni è stato scelto per diventare presidente della provincia di Firenze: il genere di posizione che in seguito avrebbe denunciato come uno spreco di soldi e che avrebbe cercato di abolire. All’epoca ne ha ricavato il massimo, costruendo rapidamente un apparato di assistenti e dipendenti e promuovendo sé stesso con una serie di eventi mediatici organizzati da una società creata e controllata da lui come organo di propaganda della provincia, i cui debiti sono cresciuti sotto di lui e i cui conti sarebbero stati contestati dai revisori statali.

Dopo cinque anni ha vinto la candidatura del PD a sindaco di Firenze, uno dei bastioni del centrosinistra in Italia. Tra grandi applausi la sua amministrazione ha pedonalizzato il centro storico e lustrato la sua immagine turistica; i cittadini potevano essere nuovamente orgogliosi della loro città. Scarsi progressi sono stati compiuti, tuttavia, nel ridurre l’inquinamento. Fuori dal centro il traffico è peggiorato, gli autobus sono stati privatizzati contro l’opposizione dei sindacati. Dopo essersi assicurato all’inizio un vasto consenso come miglior sindaco del paese, la reputazione di Renzi è scesa, in parte a causa del fatto che troppi dei successi di cui si vantava si sono dimostrati vuoti. Ma sin dall’inizio egli guardava avanti. Le attività comunali erano concepite non tanto come arena di competizione locale ma come trampolino per la scena nazionale. La priorità era attribuita a spettacoli di grande visibilità, con esibizioni di celebrità di tutto il paese in eventi multimediatici, con una serie di raduni nella stazione ferroviaria convertita della Leopolda, sfoggianti titoli quali ‘Prossima fermata Italia’, ‘Big Bang’ e così via: musica rock e video a piena potenza mentre imprenditori, attori, filosofi, musicisti, scrittori assortiti proponevano citazioni al pubblico con l’esaltante finale dello stesso sindaco. La priorità era sempre all’immagine.

La cosa non ha sempre funzionato bene. Tipiche del modo di agire di Renzi sono state due scommesse di lucrare sugli artisti simbolo della città. Sotto gli affreschi del Vasari a Palazzo Vecchio, aveva assicurato al mondo, c’era ancora la Battaglia di Anghieri di Leonardo e con la tecnologia moderna sarebbe stata recuperata, se si fossero trovati donatori che finanziassero le necessarie  ricerche, per trovare i quali – in un’aura di pubblicità a spese del comune – si è recato diverse volte negli Stati Uniti. Dopo mesi di attenzione mediatica non ne è seguito nulla. In un bluff ancor più vacuo ha annunciato piani per coprire la basilica di San Lorenzo con la facciata di marmo progettata per essa da Michelangelo ma che non era mai stata costruita. Anche questo gli è valso chilometri di servizi sulla stampa e sulla televisione, prima di essere messo in ridicolo da storici dell’arte e di sparire dalla vista.

Dal suo periodo a capo della provincia Renzi era andato costruendo una rete di collegamenti con imprese locali. In quel settore il suo sostenitore finanziario chiave era un boss locale delle costruzioni, Marco Carrai, i cui interessi si estendevano oltre Atlantico e i cui collegamenti arrivavano all’Opus Dei. Una volta arrivato Renzi a Palazzo Vecchio, Carrai è stato messo a capo dei lucrativi complesso dei parcheggi e aeroporto, mentre Renzi si insediava senza pagare l’affitto in un appartamento a disposizione di Carrai, un accordo attualmente sotto indagine della magistratura.  Correndo per la presidenza del PD tre anni dopo, la sua campagna finanziata al ritmo di 600.000 euro dalla Fondazione Big Bang, molti dei cui donatori sono rimasti segreti, Renzi non ha badato a spese. Uno dei maggiori contributi è arrivato dal manager del maggior fondo speculativo italiano, Davide Serra, la cui Algebris Investments include una nicchia nelle Isole Cayman. Residente a Londra, Serra è divenuto l’uomo di punta di Renzi nel più vasto mondo della finanza, dove un banchetto in onore del candidato ha riunito durante la campagna l’élite bancaria milanese.  A Firenze l’Ente comunale Cassa di Risparmio ha investito – indubbiamente per pura coincidenza – in titoli Algebris. La fidanzata di Carrai, nel frattempo, una ventiseienne laureata in filosofia, è stata uno dei curatori della maggiore mostra fiorentina di quest’anno, un’acrobazia pubblicitaria che promuove forzati collegamenti tra Michelangelo e Jackson Pollock per un costo di 375.000 euro. Uno degli slogan più popolari di Renzi è l’appello a un paese dove ‘ottieni un lavoro grazie a quello che conosci, non a chi’.

Il mondo degli affari può godere di scambi di favori a livello municipale, ma su un fronte più vasto è stato il messaggio ideologico di Renzi a guadagnargli i sorrisi dei grandi capitali. Sollecitare la rottamazione dei più anziani di lui nel PD gli ha fatto buon gioco sulla stampa e presso un pubblico deluso dalla classe politica. Per banchieri e industriali il suo appello era più visibilmente economico. I mali dell’Italia derivavano da uno stato scialacquatore e da ostacoli corporativi al mercato, in particolare – se non esclusivamente – da parte di sindacati egoisti. Dovevano essere smantellati. Il liberismo – libero commercio di beni, compresa terra e lavoro – era una dottrina non della destra, bensì della sinistra illuminata. Il suo motto doveva essere innovazione, piuttosto che uguaglianza, per quanto valida come ideale fosse quest’ultima, se correttamente intesa come una carriera aperta ai talenti, soprattutto imprenditoriali. Blair era il leader che aveva compreso tutto questo, creando un esempio ispiratore del genere di politica di cui l’Italia aveva urgente bisogno.

Il culto blairiano di Renzi riflette, in un senso, le limitazioni provinciali della sua cultura: egli è chiaramente inconsapevole del fatto che l’oggetto della sua ammirazione osa a malapena mostrarsi in pubblico nel paese che un tempo ha governato. Ma in un altro senso è servito da biglietto da visita per il più grande amico di Blair in Italia. Contatti informali con il centrodestra esistevano dall’inizio dell’ascesa di Renzi a Firenze, dove la sua vittoria su un candidato più noto alle primarie del PD che non richiedevano l’iscrizione al partito è spesso attribuita a voti provenienti da quella parte politica. Circa da questo periodo era in rapporti con un banchiere fiorentino, Denis Verdini, il cui Credito Cooperativo Fiorentino sarebbe crollato in mezzo a incriminazioni penali a suo carico, ma che da figura di spicco nell’organizzazione di Berlusconi in Toscana sarebbe a tempo debito diventato un interlocutore chiave del centrodestra. Mentre era sindaco, Renzi si è recato alla villa di Berlusconi ad Arcore per un pranzo discreto con lui, un pellegrinaggio tabù nel PD dell’epoca, rivelato solo in seguito. Ad attrarre i due non era soltanto una comune simpatia per Blair e un apprezzamento del valore dell’imprenditore. Berlusconi ha spesso spiegato che considera Renzi una versione più giovane di sé stesso: lo stesso stile, audacia e fascino con cui egli aveva affascinato la nazione vent’anni prima.

Chiaramente, quanto a stile politico i due hanno effettivamente molto in comune. In primis e soprattutto un’inattaccabile sicurezza di sé quanto alla propria capacità unica di guidare il paese. La personalizzazione berlusconiana della politica è leggendaria. La promozione di sé stesso da parte di Renzi è di registro diverso, ma si accorda a essa. Sbattuto sui manifesti lungo il percorso del suo giro per l’Italia, lo slogan della sua campagna per conquistare il comando del suo partito ha tralasciato qualsiasi programma diverso dalla sua stessa persona. Diceva semplicemente: “Matteo Renzi ora!” Come nel caso di Silvio, era sufficiente.

Tale sicurezza di sé eleva entrambi al di sopra di dubbi o scrupoli dei loro pari. Le loro forme di spietatezza tattica differiscono. Ma da politici condividono la qualità di non fermarsi di fronte a nulla, giustificati da due convinzioni: che solo loro sono in grado di realizzare ciò che l’ora richiede e che solo loro godono di un rapporto con gli elettori – non tutti gli italiani, ma i migliori, quelli che formano la maggioranza della nazione – che investe ciò che fanno di una legittimazione irrefutabile. Entrambi anche, naturalmente, sono balzati in primo piano in tempi di crisi, promettendo al paese una nuova partenza quando l’ordine politico era caduto in diffuso discredito.

Tali sono gli evidenti paralleli. Ci sono anche evidenti differenze. Di queste, quattro sono le più significative. Berlusconi è entrato in politica a capo di un impero imprenditoriale, usando la sua vasta fortuna per conquistare un potere che potesse proteggere i suoi interessi. Era prossimo ai sessant’anni allora. Il suo strumento principale nel conquistare e conservare il potere era il controllo della televisione come canale. Le sue abilità nella comunicazione erano quelle di un professionista del piccolo schermo che ne conosceva intimamente rituali e risorse, da venditore e proprietario dei canali su cui appariva in discorsi alla nazione allestiti attentamente.

Renzi, per conto, è una creatura della politica pura. La sua ascesa può essersi lasciata dietro una tenue zaffata di fetore; pecunia non olet può applicarsi marginalmente. Ma i fondi, dubbi o alla luce del sole, sono stati dei meri mezzi per le sue ambizioni: la ricchezza non un fine. L’obiettivo è il potere. Il suo possesso – questa è la seconda principale differenza – è stato conseguito da un individuo sulla quarantina, non sui sessanta: di una generazione più giovane. Berlusconi aveva basato gran parte della sua iniziale attrattiva sull’affermazione non solo di essere un estraneo al sistema politico, ma anche uno che aveva dimostrato le proprie competenze creando ricchezza da imprenditore e da manager: era in grado di gestire l’Italia bene quanto aveva gestito le sue stazioni televisive e la sua squadra di calcio. L’appello di Renzi è all’età, non all’esperienza. Di per sé il giovanilismo è una carta banale giocata dovunque dai politici in ascesa nelle società postmoderne. Ma Renzi ha fatto della sua giovinezza qualcosa di più che un mero attributo individuale: la spada emblematica di un ringiovanimento collettivo a venire, a fendere le disfunzioni geriatriche del sistema politico e i suoi detriti nella vita sociale ed economica in generale. Questo genere di promessa è privo delle credenziali tangibili del successo materiale vantate da Berlusconi ma, in collegamento diretto con le frustrazioni delle due generazioni di italiani soffocate dall’immobilismo e dalla decadenza della Prima Repubblica, è un’attrattiva assolutamente altrettanto potente.

Assieme alla differenza nel messaggio c’è una variazione nel mezzo. Renzi è arrivato la prima volta all’attenzione del pubblico da vincitore di un popolare programma televisivo a premi e non ha mai perso il suo entusiasmo per le apparizioni di ogni genere in televisione, dove il suo piacevole aspetto rubicondo e le sue maniere impertinenti ne hanno fatto un’attrazione naturale, una volta entrato in politica. Ma col tempo il suo vero punto di forza è diventato la rete. Facebook per proiettare la sua immagine e coltivare il sostegno in modi molto più agili di quelli consentiti dagli studi televisivi e sotto un controllo molto più completo (anche se ancora suscettibile di gaffe occasionali, come l’impaziente pubblicazione di una sua foto al capezzale di Mandela in ospedale, una frazione di secondo dopo l’arrivo della notizia della sua morte); Twitter per fornire un flusso continuo dei suoi detti e opinioni sugli affari del momento. Berlusconi, pur appassionato narratore di barzellette da osteria in contesti informali, tendeva all’ampollosità formale nei suoi discorsi politici importanti, tenuti in abiti a doppiopetto in un grandioso studio pieno di libri ad Arcore. Renzi per contro, è ostentatamente informale nell’abbigliamento e nel parlare. Salendo al potere si è rivolto al Senato con le mani in tasca. La cosa non è stata molto gradita. Ma in generale è molto superiore a Berlusconi come comunicatore, molto più rapido nel passo politico, con un fiuto eccezionale per battute fulminanti e pungenti botta e risposta. In confronto a lui i suoi modelli di ruolo, Blair e Obama, sono creature goffe di chi scrive i loro discorsi. Renzi non solo è molto più veloce in campo verbale. Come ha segnalato il suo miglior ritrattista, virtualmente diversamente da qualsiasi altro leader dell’occidente oggi, non ha bisogno di curatori d’immagine. Se la cura agevolmente da solo. Il pericolo per lui sta in un’arroganza troppo esibita, che invita alla satira. Nella sua salita in alto ha saputo come trasformare in sorridente autoironia le parodie che gli sono state riservate. Se ciò continuerà oggi che è al vertice, quando troppe delle sue battute e offese buttate lì rischiano di irritare, resta da vedere.

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Per il momento sta andando bene. Per vent’anni i discendenti del comunismo italiano hanno cercato invano quello che egli ha ottenuto in un paio di settimane con una stretta di mano a Berlusconi. Per il PD, come per i suoi predecessori, la disgrazia in ogni elezione in Italia era la presenza, rappresentanza consentita dal sistema elettorale, di rivali minori alla sua sinistra oppure – un mal di capo minore – di alleati un po’ a destra. Se solo, anelava il partito, avesse potuto eliminare tali concorrenti con un doppio turno in stile francese, in cui dopo una dimostrazione di proporzionalità al primo turno la vittoria arrivava a maggioranza semplice nel secondo, avrebbe occupato senza ostacoli il posto che gli spettava di diritto di partito di governo del centrosinistra in un sistema politico limitato, e al sicuro, a sé stesso e a un omologo del centrodestra. Ciò era sempre rimasto fuori portata, in parte per la naturale riluttanza a votare per esso in Parlamento dei partiti destinati all’impotenza o all’estinzione in tale sistema. E’ stato anche – più crucialmente – perché Berlusconi, anche se spesso agitava simili rumori, non soltanto non stava meglio del centrosinistra quanto al tenersi dietro una vasta coalizione di forze con meno da guadagnare da una riduzione drastica della loro gamma, ma aveva anche bisogno del sostegno di una forza particolare, la Lega Nord, che aveva un’identità forte e una base organizzata che non poteva essere facilmente inquadrata in una Gleichschaltung [allineamento] del genere immaginato dagli ex comunisti.

Un’equa rappresentanza dell’opinione politica in Italia, una caratteristica della Prima Repubblica, è stata gettata a mare nell’atto fondante della Seconda. Ma i sistemi elettorali ibridi installati dopo non hanno soddisfatto nessuno. Tra questi il Porcellum è stato diffusamente considerato il peggiore. Napolitano, una volta saldamente sulla sua sella ultra-presidenziale, ha esercitato pressioni sul Parlamento per liberarsene. Come per il partito cui un tempo apparteneva, e per le stesse ragioni, non era un segreto che egli riteneva il doppio turno la soluzione ideale.  L’esito delle elezioni del 2013, una protesta contro lo stallo istituzionale seguitone, rendeva le sollecitazioni a una riforma elettorale – per anni un’ossessione nei titoli dei media – ancora più forti e urgenti. Tale era la situazione quando nella prima settimana di dicembre dell’anno scorso la Corte Costituzionale alla lunga ha dichiarato incostituzionale il Porcellum per due motivi. Il premio di una maggioranza assoluta assegnato al partito con il numero maggiore di voti, indipendentemente da quanto pochi fossero, era una distorsione della volontà democratica. Le liste bloccate presentate da ciascun partito, che fissavano i candidati in una gerarchia d’importanza in ciascun distretto elettorale, negava agli elettori la scelta dei propri rappresentanti.

La decisione della corte è arrivata come un’improvvisa doccia fredda per il PD. Se le cose fossero rimaste così le elezioni successive avrebbero dovuto essere combattute con un sistema proporzionale, senza alcun premio, e gli elettori sarebbero stati in grado di scegliere i candidati preferiti nella lista, cosa ripugnante per i bonzi di ogni genere, in quanto indeboliva il loro potere sulle truppe. Uno scenario simile era quello che il PD aveva maggiori motivi di temere. Era vitale metterlo al bando. Provvidenzialmente, era arrivato l’uomo per farlo. Cinque giorni dopo la decisione della corte, Renzi ha attaccato il PD. In poche affrettate sessioni a porte chiuse, Renzi e Berlusconi, ciascuno assistito da un collaboratore dotato di competenza tecnica – il politologo Roberto D’Alimonte, da lungo tempo all’Università di Firenze per Renzi; il suo faccendiere fiorentino Verdini, per Berlusconi – hanno concluso un patto per dividersi tra loro la torta elettorale. Insieme avrebbero forzato in Parlamento un sistema progettato per garantir loro la parte del leone della rappresentanza politica nel futuro.

Dopo modifiche minori le disposizioni della legge che dovrà entrare in vigore darebbero un premio del 15 per cento dei seggi alla Camera a qualsiasi partito ottenga il 37 per cento, o più, dei voti nella prima tornata, con un limite superiore del 55 per cento dei seggi; e se nessun partito raggiungesse il 37 per cento, un totale del 52 per cento dei seggi a quello dei due partiti con i maggiori voti al primo turno che arrivasse primo al secondo. In ciascun distretto elettorale, di cui ce ne sarebbero  molti di più, ci sarebbero ancora liste bloccate, ma sarebbero più corte – da tre a sei candidati – rendendo più facile agli elettori scegliere. Scopo dello schema era aggirare le obiezioni della Corte al Porcellum, specificando un limite al di sotto del quale il premio non scatterebbe, pur preservando l’essenza del Porcellum, una sfacciata distorsione dell’opinione degli elettori, cui è stato concesso il contentino di un gesto simbolico in direzione di una maggior libertà di scelta tra i candidati. A completare il pacchetto – grandiosamente intitolato Italicum dai suoi architetti e definito Renzusconi dai suoi critici – c’era l’ulteriore assicurazione contro tentazioni di ritorno all’indietro dell’elettorato. Erano previste tre soglie diverse di rappresentanza politica di ogni genere: un partito che corresse da solo doveva superare l’8 per cento per aver diritto a un qualsiasi seggio; un partito interno a una coalizione il 4,5 per cento e qualsiasi coalizione il 12 per cento.

Il patto tra i due leader, tuttavia, prevedeva anche che il Senato sarebbe stato a tempo debito abolito tout court come organismo eletto, aprendo la via a un’assemblea di notabili regionali, in effetti una foglia di fico per un Parlamento monocamerale. Ma mentre un nuovo sistema elettorale può essere approvato a maggioranza semplice in entrambe le Camere, la Camera alta non può essere modificata senza cambiare la Costituzione italiana. Letta aveva tentato un corto circuito delle procedure per farlo, ma aveva fallito. L’articolo 138 della Carta rimane in vigore, integro: prevede che le modifiche della Costituzione richiedono due votazioni successive di ciascuna Camera, con un intervallo non inferiore a tre mesi tra di esse, e nella seconda le modifiche devono ottenere l’approvazione della maggioranza assoluta in ciascuna Camera, e devono essere sottoposte a un referendum popolare entro tre mesi dalla pubblicazione, se un quinto dei membri di ogni Camera, o mezzo milione di cittadini, lo richiedono; una disposizione che può essere superata solo da una maggioranza di due terzi dei membri di ciascuna Camera, maggioranza di cui non esiste attualmente la possibilità. Alla legge elettorale potevano essere fatte bruciare le tappe nel giro di giorni. L’abolizione del Senato avrebbe richiesto almeno un anno, con la certezza di un referendum al termine del processo.

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L’assenza di sincronia tra le due procedure ha consentito ai partiti minori della coalizione di centrodestra al governo, e a una minoranza interna allo stesso PD, di inserire un piccolo cuneo nelle ruote del carrozzone del Renzusconi.  Se la legge elettorale fosse passata così come proposta, applicandosi a entrambe le Camere prima che il Senato fosse abolito, non ci sarebbe stato nulla che impedisse a Renzi di convocare elezioni seduta stante, in cui i partiti minori sarebbero stati distrutti e quella parte del PD la cui fedeltà era nei confronti di Bersani o D’Alema, sui cui corpi era volato al potere, sarebbe stata anch’essa spazzata via. Me se fosse stata limitata alla Camera, mentre procedeva la lunga attività di modificare la Costituzione per abolire il Senato, ci sarebbe stato almeno un anno di grazia prima che questi gruppi affrontassero il carro per la ghigliottina, e nell’intervallo poteva saltar fuori qualcosa a salvarli. Anche se in diminuzione nel numero, mentre gli oppositori di un tempo cominciavano a raggrupparsi attorno al nuovo leader, la freddezza di una minoranza interna al PD non poteva essere ignorata. Così da un giorno all’altro il nuovo sistema elettorale è stato limitato alla Camera, precludendo efficacemente il ritorno alle urne sino a quando il Senato non fosse stato cancellato, poiché altrimenti quest’ultimo sarebbe stato eletto con il Porcellum, ora ripulito del premio e delle liste bloccate, non garantendo altro che un esito asimmetrico rispetto a quello della Camera, come nel 2013.

Il calcolo di Renzi nel raggiungere il suo accordo con Berlusconi era duplice. Aveva uno scopo a breve termine. Nell’assicurarsi quel patto fondamentale con il più vasto partito oppositore del governo aveva dimostrato che Letta era a quel punto irrilevante e poteva essere allontanato senza altro clamore. Di importanza molto maggiore e più duratura era il palese vantaggio che l’accordo assegnava al PD, consentendogli di spostarsi più al centro, invadendo l’elettorato di Berlusconi, senza dover temere perdite a sinistra. Il doppio turno era da tempo il suo Santo Graal: il partito a quel punto lo aveva ottenuto.

Con Renzi molto più avanti di lui nei sondaggi, perché Berlusconi ha accettato un accordo dal quale aveva così poco da guadagnare e certamente tanto da perdere? Tre situazioni lo hanno spinto nella trappola. Dalla caduta in disgrazia di Bossi, la Lega Nord – che in passato era sempre stata necessaria per vincere le elezioni e che per motivi ovvii aveva posto il veto a tale accordo – era in eclissi. Berlusconi si è reso conto di non poterlo ignorare. Inoltre egli stesso era a quel punto un reo condannato, escluso dalla carica per due e forse più anni a seguire, che aveva tentato, e fallito, di far cadere il governo a costo di una divisione nel suo partito. Sigillando un patto con Renzi per trasformare il sistema elettorale e costituzionale, avrebbe potuto riposizionarsi al centro della vita politica, non solo indipendentemente dalle sentenze della magistratura contro di lui, ma nella speranza di poter essere appropriatamente ricompensato per il suo servizio disinteressato all’Italia da statista responsabile avendole messe da parte. Alcuni degli elementi del pacchetto, rafforzamento dei poteri del governo a spese del parlamento, erano dopotutto quelli che egli stesso aveva promosso, anche se non era mai riuscito a far molto al riguardo. Poteva sentirsi titolato a una parte dell’ispirazione del patto e a una ricompensa proporzionale da architetto di un ordine nuovo e migliore.

Infine, e criticamente, dalla primavera del 2012 in poi, quando il cerchio dei processi aveva cominciato a chiudersi su di lui, il giudizio politico dei Berlusconi era divenuto sempre più eccentrico. Rimosso dal potere da Napolitano senza mai divenir consapevole di ciò che gli era successo, si è sempre più allontanato da suoi consiglieri più esperti, circondandosi di un paio di soubrette semianalfabete del sud, una delle quali sua attuale compagna, che hanno cominciato a comandare nel partito, più il suo cagnolino e un indefinito giornalista televisivo. Nel suo bunker di sottane erano alimentate illusioni che sarebbe stato facile appropriarsi del Nord liberato dalla Lega e farla più o meno franca riguardo alle sentenze a suo carico. Persino Verdini, rischiando l’esilio da Arcore, ha manifestato sgomento. In tali condizioni Renzi, vedendo quanto debole era diventato Berlusconi, poteva sostanzialmente imporre le linee di un accordo favorevole al PD.

La manipolazione dei sistemi elettorali per influenzare i risultati non è una rarità nelle democrazie liberali: è semmai la regola, piuttosto che l’eccezione. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti il sistema uninominale maggioritario risale alle organizzazioni premoderne di una società gerarchica di piccola nobiltà, a malapena emergente dalle sue origini feudali, in cui pochi seggi erano addirittura oggetto di contesa. Agli inizi del diciassettesimo secolo solo il 5 o 6 per cento dei distretti elettorali aveva più di un candidato; persino nel ‘Parlamento Lungo’ non più del 15%. La sua conservazione in tempi moderni la dice lunga sulla natura della democrazia anglosassone. La Quinta Repubblica in Francia e la monarchia restaurata in Spagna offrono altri esempi famigliari di sistemi elettorali manipolati per tener fuori l’indesiderata concorrenza della sinistra. In Italia il sistema oligarchico seguito al Risorgimento – nel 1909 l’elettorato era costituito da tre milioni su una popolazione di 33 milioni – mutuò un sistema uninominale maggioritario modificato dalla Gran Bretagna. Dopo la prima guerra mondiale il suffragio universale maschile e la rappresentanza proporzionale arrivarono insieme, come complementi logici della democratizzazione. Il fascismo, non meno logicamente, svuotò quest’ultima con la legge Acerbo. Quando la democrazia fu ripristinata dopo la seconda guerra mondiale, la Costituzione italiana emersa dalla Resistenza fu progettata per impedire qualsiasi ritorno a un governo autoritario. Nella Prima Repubblica una presidenza onorifica di ambito strettamente limitato, due Camere legislative di ugual peso che si equilibravano reciprocamente, nessun diritto del premier di licenziare ministri, voto segreto sulle proposte di legge parlamentari, referendum popolari su istanza dei cittadini – e rappresentanza proporzionale – andarono insieme.

Con la Seconda Repubblica questa configurazione cominciò a essere distorta a due livelli. In basso la rappresentanza proporzionale fu prima ridotta a un residuo del sistema elettorale, poi negata del tutto con l’introduzione di un premio sulla falsariga della legge Acerbo. In alto la presidenza divenne alla fine la carica più potente del paese, facendo e disfando governi. Il patto tra Renzi e Berlusconi introdurrà una Terza Repubblica, concentrando il potere nel governo e riducendo ancor più drasticamente la scelta degli elettori. Secondo ogni metro il nuovo sistema elettorale, approvato in prima lettura, è un mostro. Non contento di un premio che assegna al vincitore quasi la metà dei seggi rispetto a quelli ottenuti con il voto, si spinge anche oltre il regime mussoliniano negli ostacoli che oppone a qualsiasi partito o coalizione minore nell’assicurarsi dei seggi. Nelle parole dell’avvocato Aldo Bozzi – da cittadino privato – la cui causa alla fine ha ottenuto un verdetto della Corte Costituzionale contro il Porcellum, il Renzusconi è un Super-Porcellum. Persino D’Alimonte, uno dei suoi architetti, ha espresso pubblicamente dubbi sulla costituzionalità delle sue soglie.

Questo significa che, come quello che l’ha preceduto, sarà cassato? Una tale ipotesi sarebbe ingenua. In Europa le corti costituzionali sono raramente sorde alle necessità del governo in carica – la duttilità della Bundesverfassungsgericht in Germania è abbastanza tipica – e quella italiana meno di tutte le altre. Dieci dei suoi quindici giudici sono di diretta nomina politica, metà scelti dal Parlamento e metà dal presidente. Per avere un’idea dell’effetto, è sufficiente notare che la scelta più recente di Napolitano è stata il consigliere di Craxi, Amato, mentre il suo attuale vicepresidente, Mazzella – scelto dal Parlamento sotto Berlusconi – è stato ospite di Alfano, Berlusconi e Letta anziano a una cena privata pochi mesi prima che la corte dovesse pronunciarsi sul lodo Alfano. Dopo aver cassato le liste bloccate del Porcellum a dicembre, quando la Corte ha pubblicato a gennaio le motivazioni della sentenza ne ha lasciata aperta  – ‘dopo consultazioni informali’ – l’ammissibilità, dopotutto, in circoscrizioni più ristrette. Tre giorni dopo, avendo in anticipo inquadrato la Corte, Renzi e Berlusconi hanno annunciato il loro pacchetto con questa sola modifica del Porcellum.

Comportamenti di questo tipo della magistratura sono lungi dall’essere specifici dell’Italia. In Gran Bretagna basta che pensiamo ai giudici Denning, Widgery o Hutton. Unico, tuttavia, è lo spettacolo di un Parlamento composto da deputati i cui seggi sono dovuti a una legge giudicata una violazione incostituzionale dei diritti dei cittadini, non solo continuare a riunirsi e a legiferare imperturbabilmente , ma addirittura riscrivere la Costituzione. Negli annali del diritto pubblico non si è mai visto prima nulla di paragonabile. Ma in Italia la Corte Costituzionale è imperturbabile. Spiegando che ‘la continuità dello stato’ sarebbe in pericolo se l’illegalità del Porcellum dovesse mettere in discussione il parlamento eletto in base ad essa, la Corte ha già legittimato il Parlamento a modificare la Costituzione. Secondo questa logica da Alice nel paese delle meraviglie, se domani un governo manipolasse interamente le elezioni, o proclamasse uno stato d’emergenza sospendendo le libertà civili, commetterebbe un abuso ma dovrebbe continuare il suo corso, perché altrimenti sarebbe a rischio la continuità dell’esistenza della repubblica; la dottrina dei due corpi del re aggiornata per i postmoderni.

Durante la rivoluzione del 1848, all’alba dei principi del proporzionalismo democratico – il primo piano per una rappresentanza politica equa era stato proposto da un seguace di Fourier due mesi prima – Lamartine osservò: ‘le leggi elettorali sono le dinastie della sovranità nazionale’. Non avrebbe saputo quanto appropriata e profetica si sarebbe dimostrata l’analogia. La dinastia oggi da imporre al popolo italiano è retrograda persino tra le sue pari: borbonica di varietà napoletana, si potrebbe dire [gioco di parole su Bourbon (borbonico, ma anche whisky) e Neapolitan (napoletano, ma anche ‘di Napolitano’ – n.d.t.]. Ma il suo creatore può esultare legittimamente. Con essa lo slancio di cui attualmente gode Renzi potrebbe essere mantenuto per parecchio.

Da un giorno all’altro il suo partito è divenuto una falange in larga misura sottomessa al suo seguito. Troppo compiaciuto di sé stesso e sprezzante degli altri estranei alla sua cricca fiorentina per essere molto amato a stretto contatto, nonostante ciò Renzi promette di consegnare al PD un potere di cui non ha mai goduto. Il partito alla fine ha trovato un vincitore, e per il momento le fronde saranno poche. I membri del suo gabinetto sono pesi leggeri incapaci di contrastarlo, la cui funzione è di proiettare giovinezza e parità di genere e di mettere al sicuro la sua preminenza. La stampa dominante è solidale a tutto campo, quando non addirittura lirica. Ma se il suo entusiasmo ricorda l’euforia dei media britannici per il primo Blair, il contesto è cambiato. Il neoliberismo era sulla cresta dell’onda. Oggi la sua marea prosegue, ma i suoi cavalloni bianchi si stanno assottigliando; l’esuberanza è svanita. Cameron e Clegg possono avere più pubblicità della Thatcher, ma non c’è ottimismo nei confronti del loro programma. Sotto Hollande o Rajoy, Kenny o Passos Coelho, per non parlare di Samaras, procedono i tagli alla spesa e la liberalizzazione del mercato del lavoro, ma in uno spirito di necessità arcigna, non di entusiasta emancipazione.

Lo stile di Renzi non permette questo. Il suo messaggio di speranza ed eccitazione richiede misure che siano qualcosa di meglio del tirare la cinghia. Salito al potere mediante un colpo di stato interno al partito, privo di mandato popolare, ha necessità di una convalida alle urne e le elezioni europee incombono. In passato le varianti di centrosinistra del neoliberismo erano tipicamente compensative, offrendo pagamenti risarcitori a elettorati strategici per assopirne l’impatto sociale. Con la crisi i margini per tali concessioni si sono ridotti. Per Renzi è cruciale che si amplino nuovamente. I risarcimenti collaterali devono arrivare in anticipo, senza ritardo, prima che gli elettori si disilludano. Perciò il suo pacchetto di apertura di misure sociali combina leggi che rendono tanto facile per i nuovi lavoratori essere licenziati che persino l’Economist ha aggrottato le sopracciglia, con un’elemosina di 1.000 euro di tagli fiscali ai pagati di meno, sfrontatamente presentata come un compenso per i voti.

Per pagare per queste e altre spese per indurre la crescita, Renzi ha chiarito che il corsetto del patto fiscale andava allentato. All’Italia, ha informato Bruxelles, non devono più essere impartite prediche come a uno scolaretto davanti alla lavagna. Poiché i calcoli della Commissione Europea, come quelli della Banca Centrale Europea e, non ultimi, quelli del regime di Berlino – le tre autorità che contano – sono alla fine sempre più politici che tecnici, è probabile che ce la farà. Il fervore di Renzi per le riforme strutturali può essere creduto, mentre non poteva esserlo quello di Berlusconi, perciò non ha senso rendergli la vita difficile essendo troppo pignoli sul tetto ammissibile dei deficit. Le regole nella UE, nel caso si dimostrino inadatte, esistono per essere ragionevolmente forzate, non seguite meccanicamente. Gran parte della stessa cosa si applica a Manuel Valls in Francia, salutato non meno entusiasticamente dalla stampa finanziaria, con il Financial  Times ha immediatamente intitolato un editoriale: “Alla prova i nuovi ragazzi d’Europa – Bruxelles dovrebbe prendere in considerazione bilanci meno rigidi per Valls e Renzi”. Resta da vedere quanto simili aggiustamenti potranno offrire ossigeno all’economia italiana nel lungo termine. Quello che conta nel breve termine è l’ossigeno elettorale per il nuovo governante. Per il momento Renzi ha ogni ragione per essere fiducioso.

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E riguardo all’autunno del patriarca? In una farsa tipica della giustizia italiana la sua condanna per un’evasione fiscale multimilionaria è finita con l’accusa che ha rinunciato a ogni pretesa di suoi arresti domiciliari e con la corte – mossa dal suo cambiamento di orientamento – che gli ha assegnato un oneroso servizio alla comunità di quattro ore in una residenza per anziani vicina al suo palazzo di Arcore: proprio l’esito necessario per tenere in sella il Renzusconi, che egli aveva minacciato di far naufragare se gli fosse stata imposta una punizione peggiore: ma chi potrebbe sospettare i governanti del paese di avere rapporti con i funzionari della legge? Tuttavia, pur avendo sin qui mantenuto la sua libertà personale, Berlusconi rischia pene molto più severe una volta che la sentenza a suo carico dello scorso giugno a sette anni di carcere per induzione alla prostituzione minorile divenga definitiva in una corte di secondo grado ed è probabile che la sua vita politica si approssimi alla fine. Il suo partito, Forza Italia, già semisommerso ai sondaggi, affonderà ancor di più o si capovolgerà nel caso egli non sia più in grado di gestirlo quotidianamente.  Poiché il suo unico patrimonio è il suo nome, ci saranno pressioni dai suoi ranghi perché a portabandiera sia nominato uno dei suoi figli. Un figlio scioperato è impresentabile. Tra le sue figlie egli è più vicino alla maggiore del suo primo matrimonio, Marina, che dirige la parte Fininvest e Mondadori del suo impero. Ma lei è piuttosto schiva e non mostra segni di voler raccogliere lo scettro. Barbara, la sua figlia mediana che ha 29 anni, aiuta a gestire la squadra di calcio di Berlusconi, il Milan AC. E’ attraente, estroversa e ritenuta molto più tagliente. Sua madre, Veronica Lario, oggi profondamente isolata da suo padre, si è presa cura di allevarla protetta quanto più possibile da lui, perciò le relazioni tra loro sono più distanti. Meno popolare della sua sorellastra, ha più passione per la politica. A tempo debito un ticket Barbara Berlusconi non è inconcepibile.

Gli eredi biologici, comunque, saranno la parte meno importante dell’eredità di Berlusconi. Per i vent’anni della Seconda Repubblica l’Italia ha segnato il passo, in qualcosa di simile a un equivalente peninsulare del ‘periodo di stagnazione’ nell’URSS. La corruzione è stata scarsamente ridotta e il paese è entrato in un declino sociale ed economico. I governi di Berlusconi sono stati peggiori di quelli dei suoi avversari, ma non di un grande margine, visto che né gli uni né gli altri hanno lasciato una grande impronta legislativa. Il cambiamento maggiore del periodo si è avuto con l’ingresso dell’Italia nell’unione monetaria sotto Prodi, ma è stato ambiguo, riducendo i costi dell’indebitamento del paese, ma minandone le esportazioni. A parte questo il libro mastro è in larga misura bianco, e poiché Berlusconi ha governato un po’ più a lungo del centrosinistra, la sua responsabilità è in qualche modo maggiore.

Ma sarebbe un errore concludere che egli non ha ottenuto nulla, alla fine nemmeno l’immunità per cui era entrato in politica. Il grande risultato di Berlusconi è consistito nell’aver trasformato i suoi avversari in sue immagini. L’Italia ha una lunga tradizione di studi politici di elevata qualità. L’anno scorso una delle sue menti migliori, Mauro Calise, ha pubblicato un libro intitolato ‘Fuorigioco’. In esso ha sostenuto che la personalizzazione della politica non è stata soltanto uno spettro antidemocratico che richiama le tentazioni di un passato screditato, come ha temuto a lungo la sinistra italiana, ma anche la forma egemone di governo in ogni democrazia atlantica ad eccezione dell’Italia. Weber pensava che la leadership patrimoniale o carismatica fosse storicamente in declino in occidente. Ma in realtà è stata l’autorità legale-razionale, che egli credeva caratteristica delle forme moderne di governo, a essere obsoleta. Poiché oggi la macro-personalizzazione del potere è pubblica, chiamata a rispondere e criticabile.  Risponde a un mondo in cui la comunicazione non è più uno strumento della politica, bensì la sua essenza, di cui non c’è motivo di avere timore. Poiché la video-politica si autolimita, producendo leader che sono al tempo stesso molto potenti e molto fragili, vulnerabili ai sondaggi d’opinione e alle urne. Ciò che una politica simile eleva, può velocemente abbattere. La verità è che la macro-personalizzazione non è in antitesi con la democrazia, bensì ne è la condizione, in un’epoca in cui i partiti hanno perso la loro forza. La sinistra italiana si è rifiutata di afferrare questo, associando erroneamente la norma liberale del ‘presidenzialismo monocratico’ ai ricordi del fascismo, e poi stigmatizzandola come berlusconismo. Ritirandosi in forme collettive introverse di dirigenza, mancando di un qualsiasi carisma, ha consegnato il campo della competizione relativa a Berlusconi, un maestro di ciò.

Calise ha pubblicato il suo libro un paio di mesi prima che Renzi s’impossessasse del PD, e il libro può essere letto come note programmatiche di esemplare lucidità a proposito di ciò che sarebbe seguito, una volta che il centrosinistra ha trovato un leader capace di sconfiggere Berlusconi sul suo stesso terreno. Ciò che è lasciato tra parentesi, naturalmente, nella sua diagnosi ottimista delle forme necessarie della vita democratica oggi è ogni riferimento alla sua sostanza. La macro-personalizzazione non è ideologicamente neutra. Per adottare la terminologia di Calise, essa risponde a un mondo in cui le personalità sono divenute grottescamente amplificate – Super Mario e il resto – mentre le differenze di parte, e con esse le scelte dell’elettore, si avvizziscono di pari passo. Il duraturo successo di Berlusconi, di cui egli è consapevole, consiste nell’aver riprodotto in Renzi non semplicemente uno stile di leadership, ma anche un genere di politica paragonabile alla sua, in gran parte ciò che la Thatcher fece con Blair. E’ grazie a lui, ha affermato ripetutamene, che Renzi ha trasformato completamente il PD, seppellendo una volta per tutte qualsiasi vestigio del passato socialista-comunista. E’ una rivendicazione legittima.

Ma l’Italia, che dopo la guerra ha conosciuto più ribellioni politiche, di un genere o dell’altro, contro l’ordine costituito di qualsiasi altra società europea, non si è ancora liberata del tutto di esse. Mentre Berlusconi e Renzi capitalizzano l’uno sull’altro, la loro forma più recente permane attiva.  Il M5S non si sottrae certo all’eziologia di Calise, anche se non si tratta di video-politica. Grillo incarna il Movimento Cinque Stelle da suo fondatore e leader esagerato. Autocrate che non tollera dissenso, opera anch’egli fuori dal Parlamento, tenendo sotto stretta osservazione i suoi seguaci all’interno di esso e procedendo all’espulsione sommaria di quelli che rompono i ranghi, mentre il numero di quelli che votano le delibere in rete del movimento resta esiguo, non più di trentamila, o giù di lì. La rozzezza di molti interventi di Grillo ripugna tanto quanto attira; analogamente l’indeterminatezza ideologica di gran parte del suo appello, consentendo intonazioni sia di destra sia di sinistra.  Il suo rifiuto generale – è un no quasi invariabile – di fare accordi con altri partiti è stato anch’esso controproducente. Se fosse stato disponibile, dopo il successo del M5S alle elezioni dell’anno scorso, a prestare sostegno esterno a Bersani in cambio di un accordo sulle riforme politiche, oggi al Quirinale non ci sarebbe Napolitano, Renzi starebbe ad agitarsi a Palazzo Vecchio e l’Italia avrebbe evitato un Neo-Porcellum.

Se vuol essere efficace, la protesta richiede manovre dell’intelligenza e intransigenza della volontà. Forse Grillo, imparando dall’esperienza, si dimostrerà più esperto e meno autoritario in futuro, e il movimento che ha creato più di un passeggero vortice di turbolenza. Gli italiani devono sperarlo, poiché con la scomparsa di qualsiasi sinistra significativa, della quale non esistono sostituti, il M5S potrebbe ben emergere come l’unica opposizione rilevante nel paese, e nonostante tutti i suoi difetti e paradossi, continua a rappresentare l’unico abbozzo dovunque in Europa di una forza antagonista a ciò che si è impossessato della democrazia rappresentativa. Fortunatamente, in mezzo a un deserto di conformismo mediatico – con cinica benevolenza, un senatore del centrosinistra ha una volta descritto privatamente La Repubblica, il principale quotidiano della nazione come ‘la nostra Pravda’ – l’Italia possiede un giornale, Il Fatto Quotidiano, fondato quattro anni fa da un gruppo di giornalisti indipendenti, che non teme nessuno e infrange ogni tabù: un caso unico nel suo genere da un versante all’altro del continente. In generale amichevole nei confronti del M5S, Il Fatto è anche spesso critico in modo tagliente di esso: esattamente quello che serve.

I discorsi sul ‘miracolo italiano’, di moda all’epoca di Fellini e della Vespa, si sono da tempo trasformati nell’opposto. Per decenni gli italiani hanno superato gli stranieri nel lamentare il Disastro Italiano con, al meglio, pochi spiriti coraggiosi a mantenere qualche nicchia redentrice di eccellenza qui e là: la moda, la Ferrari, la Banca Centrale. Non c’è dubbio che il paese occupa oggi un posto speciale nel concerto degli stati europei. Ma è solitamente frainteso. L’Italia non è un membro ordinario dell’Unione. Ma non è neppure deviante da qualsiasi standard cui potrebbe essere riferito. C’è un’espressione consacrata per descrivere la sua posizione, molto usata dentro e fuori dal paese, ma è sbagliata. L’Italia non è un’anomalia in Europa. E’ molto più prossima a esserne un concentrato.

(zcomm.org e znetitaly.org, 19 maggio)




A proposito di merito


trentindi Bruno Trentin

Ecco il testo completo dell’ultimo articolo scritto da Bruno Trentin per l’Unità. Un’analisi storica e filosofica del concetto di merito.

La meritocrazia come criterio di selezione degli individui al lavoro ritorna alla moda nel linguaggio della sinistra e del centrosinistra, dopo il 1989; ma prima ancora con la scoperta fatta da Claudio Martelli a un Congresso del Psi sulla validità di una società «dei meriti e dei bisogni». In realtà, sin dall’illuminismo, la meritocrazia che presupponeva la legittimazione della decisione discrezionale di un «governante», sia esso un caporeparto, un capo ufficio, un barone universitario o, naturalmente un politico inserito nella macchina di governo, era stata respinta.

Era stata respinta come una sostituzione della formazione e dell’educazione, che solo possono essere assunte come criterio di riconoscimento dell’attitudine di qualsiasi lavoratore di svolgere la funzione alla quale era candidato. Già Rousseau e, con lui, Condorcet respingevano con rigore qualsiasi criterio, diverso dalla conoscenza e dalla qualificazione specializzata, di valutazione del «valore» della persona e lo riconoscevano come una mera espressione di un potere autoritario e discriminatorio.

Ma da allora, con il sopravvento nel mondo delle imprese di una cultura del potere e dell’autorità il ricorso al «merito» (e non solo e non tanto alla qualificazione e alla competenza accertata) ha sempre avuto il ruolo di sancire, dalla prima rivoluzione industriale al fordismo, il potere indivisibile del padrone o del governante; e il significato di ridimensionare ogni valutazione fondata sulla conoscenza e il «sapere fare», valorizzando invece, come fattori determinanti, criteri come quelli della fedeltà, della lealtà nei confronti del superiore, di obbedienza e, in quel contesto, negli anni del fordismo, dell’anzianità aziendale.

Nella mia storia di sindacalista ho dovuto fare ogni giorno i conti la meritocrazia, e cioè con il ricorso al concetto di «merito», utilizzato (anche in termini salariali) come correttivo di riconoscimento della qualificazione e della competenza dei lavoratori. E, soprattutto negli anni 60 del secolo passato, quando mi sono confrontato con la struttura della retribuzione, alla Fiat e in altre grandi fabbriche e ho scoperto la funzione antisindacale degli «assegni» o «premi» di merito; quando questi, oltre a dividere i lavoratori della stessa qualifica o della stessa mansione, finirono per rappresentare un modo diverso di inquadramento, di promozione e di comando della persona, sanzionato, per gli impiegati, da una divisione normativa, che nulla aveva a che fare con l’efficienza e la funzionalità, ma che sancivano fino agli anni 70 la garanzia del posto di lavoro e quindi la fedeltà all’impresa.

Un sistema di inquadramento e di organizzazione del lavoro apertamente alternativo alla qualifica definita dalla contrattazione nazionale e aziendale. Ma molto presto questa utilizzazione dei premi di merito o dei premi tout court giunse alla penalizzazione degli scioperi e delle assenze individuali (anche per malattia), quando di fronte a poche ore di sciopero o alla conseguenza di un infortunio sul lavoro (mi ricordo bene una vertenza all’Italcementi a questo proposito), le imprese sopprimevano anche 6 mesi di premio.

È questa concezione del merito, della meritocrazia, della promozione sulla base di una decisione inappellabile di un’autorità «superiore» che è stato cancellato con la lotta dei metalmeccanici nel ‘69 e con lo Statuto dei diritti del lavoro che nel 1970 dava corpo alla grande idea di Di Vittorio di dieci anni prima. Purtroppo una parte della sinistra, i parlamentari del Pci, si astennero al momento della sua approvazione, solo perché esclusa dalla partecipazione al Governo.

Ma quello che è più interessante osservare è come, alla crisi successiva del Fordismo e alla trasformazione della filosofia dell’impresa, con la flessibilità ma anche con la responsabilità che incombe sul lavoratore sui risultati quantitativi e qualitativi delle sue opere, si sia accompagnato in Italia a una risorgenza delle forme più autoritarie del Taylorismo, particolarmente nei servizi, santificata non solo dal mito del manager che si fa strada con le gomitate e le stock options, ma dalla ideologia del liberismo autoritario. Con gli «yuppies» che privilegiano l’investimento finanziario a breve termine, ritorna così per gli strati più fragili (in termini di conoscenza) l’impero della meritocrazia.

A questa nuova trasformazione (e qualche volta degrado) del sistema industriale italiano ha però contribuito, bisogna riconoscerlo, l’egualitarismo salariale di una parte del movimento sindacale, a partire dall’accordo sul punto unico di scala mobile, che ha offerto, in un mercato del lavoro in cui prevale la diversità (anche di conoscenze) e nel quale diventa necessario ricostruire una solidarietà fra persone e fra diversi, una sostanziale legittimazione alle imprese che hanno saputo ricostruire un rapporto diverso (autoritario ma compassionevole) con la persona sulla base di una incomprensibile meritocrazia.

Non è casuale, del resto, che, di questi tempi, il concetto di merito, sinonimo di obbedienza e di dovere, abbia ritrovato un punto di riferimento nel sistema di promozione e di riconoscimento delle organizzazioni militari nel confronto del comportamento dei loro sottoposti.

Le stesse osservazioni si possono fare per i «bisogni», contrapposti negli anni 60 del secolo scorso, alle domande che prevalgono nel vissuto dei cittadini nella società dei consumi. Era questa anche la convinzione di un grande studioso marxista come Paul Sweezy. Sweezy opponeva i «needs» (i bisogni reali, le necessità) ai «wants» (le domande, i desideri), attribuendo implicitamente ad uno stato illuminato e autoritario la selezione, «nell’interesse dei cittadini» fra gli uni e gli altri. Come se non fossero giunti i tempi in cui le domande e i desideri, pur influenzati dalla pubblicità, di fronte alle dure scelte e alle priorità imposte dalla condizione del lavoro e dalle lotte dei lavoratori si trasformano gradualmente in diritti universali, attraverso i quali, i cittadini, i lavoratori (non un padrone o uno stato illuminato), con il conflitto sociale, riuscirono a far progredire la stessa nazione di democrazia.

Meriti e bisogni o capacità e diritti? Può sembrare una questione di vocabolario ma in realtà la meritocrazia nasconde il grande problema dell’affermazione dei diritti individuali di una società moderna.

E quello che sorprende è che la cultura della meritocrazia (magari come antidoto alla burocrazia, quando la meritocrazia è il pilastro della burocrazia) sia riapparsa nel linguaggio corrente del centrosinistra e della stessa sinistra, e con il predominio culturale del liberismo neoconservatore e autoritario, come un valore da riscoprire. Mentre in Europa e nel mondo oltre che nel nostro paese, i più noti giuristi, i più noti studiosi di economia e di sociologia, da Bertrand Swartz a Amartya Sen, a Alain Supiot si sono affannati ad individuare e a riscoprire dei criteri di selezione e di opportunità del lavoro qualificato, capaci di riconciliare – non per pochi ma per tutti- libertà e conoscenza; di immaginare una crescita dei saperi come un fattore essenziale, da incoraggiare e da prescrivere, introducendo così un elemento dinamico nella stessa crescita culturale della società contemporanea.

La «capability» di Amartya Sen non comporta soltanto la garanzia di una incessante mobilità professionale e sociale che deve ispirare un governo della flessibilità che non si traduca in precarietà e regressione. Ma essa rappresenta anche l’unica opportunità (solo questo, ma non è poco) di ricostruire sempre nella persona le condizioni di realizzare se stessa, «governando» il proprio lavoro. Perché questa sordità? Forse perché con una scelta acritica per la «modernizzazione», ci pieghiamo alla riesumazione – in piena rivoluzione della tecnologia e dei saperi – dei più vecchi dettami di una ideologia autoritaria.

Forse qui si trova la spiegazione (ma mi auguro di sbagliare) della ragione per cui malgrado importanti scelte programmatiche del centrosinistra in Italia, per affermare una società della conoscenza come condizione non solo di «dare occupazione» ma anche per affermare nuovi spazi di libertà alle giovani generazioni, la classe dirigente, anche di sinistra, finisce per fermarsi, in definitiva, di fronte alla scelta, certo molto costosa, di praticare nella scuola e nell’Università ma anche nelle imprese e nei territori, un sistema di formazione lungo tutto l’arco della vita, aperto, per tutta la durata della vita lavorativa, come sosteneva il patto di Lisbona, a tutti i cittadini di ogni sesso di ogni età e di ogni origine etnica (e non solo per una ristretta elite di tecnici o di ricercatori, dalla quale è pur giusto partire).

Speriamo che Romano Prodi che così bene ha iniziato questo mandato, sia capace di superare questa confusione di linguaggi, e di rompere questo handicap della cultura meritocratica del centro sinistra. Anche un auspicabile convegno sui valori, le scelte di civiltà di un nuovo partito aperto alle varie identità e alla storia dei partiti come della società civile, dovrebbe, a mio parere, assumere il governo e la socializzazione della conoscenza come insostituibile fattore di inclusione sociale.

(l’Unità,  24.08.07)

 




Il territorio bene comune degli italiani


“Solo il rigoroso fondamento sul disegno di società voluto dalla Costituzione può far uscire le tematiche dei beni comuni dal limbo dell’utopia, e farne invece il manifesto di una politica dei cittadini non solo auspicabile, ma possibile”. Pubblichiamo la prefazione di Salvatore Settis al volume “Il territorio bene comune degli italiani” di Paolo Maddalena (Donzelli).

di Salvatore Settis

Una nuova dimensione politica avanza con passo lento, incerto, desultorio: è la politica dei cittadini, che si forma e si esercita non necessariamente contro, ma sicuramente malgrado la politica dei politici di mestiere. Forse in nessuna democrazia quanto in Italia vediamo oggi la «politica militante» «trasformarsi da munus publicum in una professione privata, in un impiego», secondo la desolata profezia di Piero Calamandrei. La politique politicienne diventa anzi anche troppo spesso uno strumento, ora inconsapevole ora cinicamente complice, al servizio della devastazione delle istituzioni e dello Stato mirata alla spartizione delle spoglie, al feroce saccheggio di risorse comuni e pubbliche per il vantaggio dei pochi. Ma «politica» dovrebbe invece essere, non solo per etimologia ma anche per le ragioni della storia e dell’etica, prima di tutto un libero discorso da cittadino a cittadino: un discorso sulla polis, dentro la comunità dei cittadini e a suo beneficio.

Nel degrado dei valori e dei comportamenti che appesta il tempo presente, è sempre più urgente che i cittadini si impegnino in quanto tali, e non per ambizioni, patteggiamenti e scambi di potere e di carriera, in una riflessione alta, non macchiata da personali interessi, sui grandi temi del bene comune, dei diritti della persona, della costruzione del futuro per le nuove generazioni. Davanti al neo-assolutismo di un’economia che degrada perfino gli esseri umani a meri fattori di costo, costringendoli a nuove forme di servitù e condannando alla disoccupazione le «generazioni perdute» dei giovani, è sempre più essenziale il richiamo alla polis (cioè alle comunità di cittadini) come spazio di riflessione, di discussione, di progetto e di resistenza che esalti e consolidi le libertà personali mentre costruisce una lungimirante etica pubblica.

Ma il bene comune è oggi sempre più spesso accantonato come un ferrovecchio, e in nome delle logiche di mercato cresce ogni giorno l’erosione dei diritti, si consolida la struttura autoritaria dei governi, la loro funzione ancillare rispetto ai centri del potere finanziario e bancario, «stanze dei bottoni» totalmente al di fuori di ogni meccanismo democratico di selezione, al riparo da ogni controllo, al di sopra di ogni regola, di ogni legalità, di ogni sanzione. «Mai nella storia l’umanità è stata di fronte a un’alternativa così radicale: o cambiare profondamente i valori della nostra civiltà o perire», ha scritto in un suo libro recente Heiner Geissler, deputato Cdu per 25 anni, ministro in un Land e poi nel governo federale, e infine segretario generale della Cdu (1977-89)*, che nel nuovo scenario economico e politico ha profondamente modificato le proprie idee, come su una drammatica via di Damasco. Politica, cittadinanza, scontro frontale fra le ragioni del mercato e i principi del bene comune: queste le coordinate entro le quali Paolo Maddalena ha composto questo suo libro.

Il carattere squisitamente urbano di alcune grandi proteste popolari degli ultimi anni, da Madrid (Puerta del Sol) a New York (Zuccotti Park) ha almeno due matrici, anche se non tutti ne sono consapevoli. Prima di tutto, la forte tematica del diritto alla città non solo come spazio urbano ma per il necessario equilibrio, dimensionale e strutturale, fra il tessuto delle architetture e delle strade e la dignità personale dei cittadini. A quasi cinquant’anni dal Droit à la ville di Henri Lefebvre (1968, ma prima dei moti parigini del Maggio), questa riflessione aveva bisogno di un radicale ripensamento davanti al disfacimento della forma urbana che la generò e all’insorgere delle megalopoli, le immense conurbazioni formatesi al servizio di altrettante spietate macchine produttive. Rebel Cities. From the Right to the City to the Urban Revolution di David Harvey (Verso, 2013) ci offre oggi una nuova cornice di pensiero e di categorie descrittive per dare al diritto alla città, attraverso l’universo dei beni comuni, la nuova dimensione di una cittadinanza consapevole dei propri diritti sovrani: primo passo per intendere come, perché e da chi essi sono calpestati, e per organizzare una riscossa.

La seconda matrice è più remota: ed è l’antica arma dell’azione popolare, che già nel diritto romano rappresentava al massimo livello la dignità personale del cittadino, conferendogli il potere di agire contro le istituzioni in nome del bene comune, contro le mutevoli leggi in nome di uno stabile Diritto intessuto di profondi legami sociali e di alti principi etici. Non insisto qui su questo tema, al quale è dedicato un mio libro recente (Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi, 2013); se non per ricordare il filo rosso che lo riconnette al diritto di resistenza del cittadino, quale ricorre in alcune antiche Costituzioni, per esempio in quella della Repubblica Partenopea (1799) che all’art. 15 lo definisce «il baluardo di tutti i diritti». È un diritto che ricompare oggi insistentemente sulla scena, riarticolato secondo i linguaggi della adversary democracy, e cioè della necessaria dinamica fra gli organi della democrazia rappresentativa e il diritto di parola dei cittadini (singoli o associati). Perché in uno Stato moderno è cruciale «l’idea che il popolo sovrano conservi un potere negativo che gli consente di vigilare, giudicare, influenzare e censurare i propri legislatori» (così Nadia Urbinati).

Queste due matrici del nuovo dissenso (diritto alla città e azione popolare) hanno in comune un punto essenziale, il richiamo ad alti principi etico-politici contro la contingenza di norme concepite al servizio del potere. Nello scenario italiano di oggi, questo aspro contrasto, evidenziato dal continuo ricorso a norme efferate non solo ad personam ma contra cives (basti richiamare il «federalismo demaniale» o le leggi elettorali che impediscono al cittadino la libera scelta dei propri rappresentanti, dal Porcellum di Calderoli alla similare proposta Berlusconi-Renzi), prende la forma di un richiamo alla Costituzione della Repubblica. In essa troviamo il coerente manifesto di uno Stato fondato sul bene comune e non sul profitto dei pochi; sulla dignità della persona e non sulla sua oppressione; sul diritto al lavoro e non sull’«austerità» che condanna alla disoccupazione; sulla cultura che progetta il futuro e non su una pretesa «stabilità» che di fatto paralizza il paese.

È in questo aspro contrasto che si capisce – che è, anzi, necessaria e sacrosanta – l’ira dei miti. «Oggi Goethe andrebbe sulle barricate», ha scritto John le Carré. È in questo quadro che Paolo Maddalena ha raggiunto con questo libro il punto (per ora) culminante della sua traiettoria di giurista, che parte da una formazione romanistica, passa attraverso la Corte costituzionale, e attraverso la riflessione sul danno ambientale e sulle tematiche connesse allarga crescentemente il proprio orizzonte. Già col suo importante libro sul Danno pubblico ambientale (Maggioli, 1990), con numerosi altri contributi di studio e col suo lavoro di capo dell’Ufficio legislativo al ministero dell’Ambiente, ma poi specialmente con la sua opera di giudice della Corte costituzionale (2002-2011), l’autore di questo libro ha mostrato una straordinaria sensibilità, illuminata dai valori della Costituzione, verso l’interesse pubblico e la necessità di proteggerlo con norme di alto profilo e radici profonde nella nostra tradizione normativa.

Fra le pronunce da lui redatte alla Corte, specialmente numerose sono quelle incentrate sui temi dell’ambiente. Si sa che la tutela dell’ambiente è assente nel testo originario della Costituzione (quale entrò in vigore il 1° gennaio 1948); ma la sua rilevanza giuridica emerse gradualmente ben prima che la riforma del Titolo V (legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3) ne prendesse atto, e Paolo Maddalena è fra quanti vi hanno contribuito con lucido argomentare. Le pronunce della giurisprudenza costituzionale avevano messo a punto, almeno a partire dalla sentenza n. 151 del 1986, la centralità della tutela dell’ambiente, come nozione giuridica e come dovere civile, rilevandone i molteplici intrecci con altri interessi costituzionalmente rilevanti, in particolare nell’incrocio fra tutela del paesaggio (art. 9) e diritto alla salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art. 32).

Questo percorso mette in luce la straordinaria lungimiranza della nostra Carta costituzionale. Nata in un momento storico in cui la cultura ambientalistica non si era ancor formata, essa tuttavia fissò già allora un sistema di relazioni, di valori e di principi a difesa del cittadino, che hanno consentito al giudice delle leggi di affermare con forza la tutela dell’ambiente come valore costituzionale primario, in quanto espressione dell’interesse diffuso dei cittadini.

Paolo Maddalena ha contribuito notevolmente a consolidare questa evoluzione, con le sentenze di cui è stato estensore alla Corte costituzionale e, più di recente, come autore di numerosi saggi, fra cui specialmente rilevante è Ambiente, bene comune (nel volume a cura di Tomaso Montanari Costituzione incompiuta, Einaudi, 2013). Ma vi aveva contribuito anche prima di entrare da giudice alla Consulta, affermando, con circa venti anni di anticipo sulla normativa comunitaria (direttiva 2004/35/CE), la risarcibilità del danno ambientale, il quale non è un danno civilistico di natura individuale, bensì un danno pubblico, nel senso che è un danno alla collettività e allo Stato che la rappresenta e la incarna. In tale concezione, già accolta in Italia dalla l. 349/1986, l’ambiente è un bene comune, e come tale l’interesse pubblico dello Stato coincide con il diritto individuale, fondamentale e inviolabile, alla fruizione e alla tutela dell’ambiente. Ma la tutela ambientale (come quella del paesaggio e del patrimonio storico-artistico) non è un tema «di nicchia»: a ogni giorno che passa, la devastazione dell’ambiente è sempre più chiaramente la cartina di tornasole di un degrado etico, politico e civile che, per essere combattuto, deve giocoforza ricorrere a categorie analitiche ancor più ampie, collegandosi ad altre prescrizioni costituzionali, ad altri diritti. Dobbiamo dunque cercare la radice del male nella deriva della politica, nell’invasiva presenza della finanza e dei mercati, nell’asservimento delle istituzioni democratiche ai poteri non-democratici di banche e imprese. Proporre, come fa Maddalena, una nuova consapevolezza del cittadino a partire dall’orizzonte dei suoi diritti.

L’argomentazione sul territorio come bene comune degli italiani, che Maddalena ci offre in questo libro, è un contributo, appassionato e rigoroso, a quella discussione sui beni comuni che va oggi dilagando, ma non sempre con piena consapevolezza delle categorie giuridiche adoperate né del loro spessore storico né, infine, del loro concreto potenziale politico e civile. Pochi intendono infatti, come Maddalena fa in questo libro, che solo il rigoroso fondamento sul disegno di società voluto dalla Costituzione e il puntuale radicarsi nel nostro ordinamento possono far uscire le tematiche dei beni comuni dal limbo dell’utopia, e farne invece il manifesto di una politica dei cittadini non solo auspicabile, ma possibile. Perciò è necessario far crescere nei cittadini (come sarà, credo, per ogni lettore di questo libro) la consapevolezza di categorie come «proprietà pubblica»/«proprietà privata»/ «proprietà collettiva», nella loro interazione e nella loro gerarchia. Partendo dallo squilibrio ambientale, economico, sociale che è sotto gli occhi di tutti, Paolo Maddalena ha costruito in queste pagine un percorso che lega fortemente, come vuole la Costituzione, le forme della proprietà ai diritti fondamentali, e ha indicato le res communes omnium come lo scenario di una rinnovata tensione fra i problemi (e i rischi) della biosfera e lo statuto (e i doveri) della cittadinanza.

Tutto in questo libro, anche l’ingrediente romanistico usato come grimaldello esplicativo e non come apparato erudito, concorre a un calibrato omaggio alla Costituzione, in particolare al disegno di «ordine pubblico economico» scolpito negli artt. 41-46, dei quali Maddalena sottolinea il carattere precettivo. A questa luce, egli scrive, «è un intero mondo di cose che deve essere rivisto e ripensato. La distruzione del nostro territorio, infatti, può essere evitata non solo con norme penali ma anche, e forse soprattutto, facendo valere l’inesistenza di diritti di proprietà che perseguano una funzione “antisociale”, ovvero la nullità assoluta di contratti con “causa illecita”, aventi anch’essi un chiaro contenuto “antisociale” (art. 1322 c.c.)».

Centrale è dunque, in questo libro, il principio di «utilità sociale», che illumina non solo la tessitura della Costituzione, ma l’intero nostro ordinamento, rendendo possibili forme di azione popolare che non siano astratte rivendicazioni ma forti e concreti richiami alla legalità costituzionale; ad esempio specificando e limitando lo ius aedificandi, che non può essere inerziale e inespugnabile attributo di una rendita fondiaria spesso parassitaria e devastatrice. Su questo come su altri punti, l’apporto interpretativo e propositivo di Paolo Maddalena in questo libro dovrà, io spero, trovare nei movimenti di resistenza civile e di consapevolezza ambientale il proprio spazio di sperimentazione e di applicazione, fra diritto alla città e azione popolare.

* Sapere aude! Warum wir eine neue Aufklärung brauchen, Ullstein, Berlin 2012.




Egemonia culturale e neoliberismo


mag5Riproduciamo l’articolo “Neoliberismo e egemonia culturale” di  Daniela Palma e Francesco Sylos Labini trattato dal numero 0 della rivista “La Costituente”che ringraziamo per il permesso a riprodurre il testo. Altri articoli del numero 0 sono disponibili a questo link.

Il 5 novembre del 2008 la regina d’Inghilterra visitò la prestigiosa London School of Economics e durante la cerimonia fece una domanda passata alla storia come “la domanda della regina”. Ci sono delle versioni discordanti sulle parole esatte che ha utilizzato, ma il senso è questo: “Come mai la maggioranza degli economisti non ha previsto la crisi finanziaria del 2008?” Ricordiamo, infatti, che il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008 ha dato origine alla più grande crisi finanziaria dal 1929 e alla recessione di tanti paesi che ancora dura, e che economisti di fama mondiale non sono stati capaci né di prevedere la crisi né  di interpretare quello che stava avvenendo dopo che la bolla era già scoppiata.

Dieci autorevoli economisti inglesi hanno poi scritto alla Regina una lettera, spiegando che una delle ragioni principali dell’incapacità della professione di dare avvertimenti tempestivi della crisi imminente è la formazione inadeguata degli economisti, concentrata sulle tecniche matematiche: così che “l’economia – l’economics – è diventata una branca delle matematiche applicate.”

Sono passati da quei giorni più di quattro anni e la crisi si è approfondita, mentre nulla sembra essere cambiato delle posizioni assunte sulla crisi dagli economisti che hanno voce in capitolo nelle maggiori istituzioni internazionali e nel governo degli stati. Qualcuno direbbe che, ultimamente, un numero crescente di attori della crisi sta maturando una riflessione sugli sbagli fatti e sulle possibili correzioni da mettere in pratica per cominciare almeno a invertire la direzione del declino economico che si è inesorabilmente affermata. Molti dubbi hanno cominciato, infatti, ad addensarsi intorno alla tesi della cosiddetta “austerità espansiva”, che ha tratto la sua ragion d’essere nel ritenere responsabile della crisi la “finanza allegra” degli stati, ignorando (o facendo finta di ignorare) che il dissesto dei bilanci pubblici è derivato dal salvataggio pubblico di un sistema finanziario al collasso e collocato ormai a una distanza siderale  dalle questioni dell’economia reale. Ma i ripensamenti sull’erroneità dell’ “austerità espansiva” sembrano soprattutto aver riguardato gli effetti depressivi immediati che le politiche di austerità hanno impresso al ciclo economico. Le valutazioni prevalenti sull’origine della crisi sono ancora per lo più collegate all’idea che l’economia possa subire degli shock, ma che sia poi in grado di tornare allo stato della piena occupazione delle risorse, e che sia sufficiente mantenere il controllo sulle turbolenze dei mercati finanziari sotto il profilo della loro regolamentazione. Non fa invece parte di queste valutazioni l’idea che la crisi finanziaria sia l’epifenomeno di una profonda crisi dell’economia reale, una crisi di domanda che la finanza ha drogato drogando sempre più se stessa. E’ evidente che la diversa interpretazione della crisi condiziona le terapie che vengono messe in atto per un suo superamento e che, naturalmente, gli esiti delle terapie saranno tanto migliori quanto più il “modello” interpretativo della crisi ne catturi reali caratteristiche e fondamenti.

Ed è qui che sorge il problema cruciale.

Quando si parla di economia non è possibile infatti rapportarvisi alla stregua di una disciplina delle scienze naturali, poiché l’oggetto del suo studio è la società con caratteristiche storicamente determinate. Guardare a un “modello” piuttosto che a un altro nell’interpretazione fondamentale dei fatti economici, non significa quindi semplicemente introdurre assunzioni alternative rispondenti ad uno statuto epistemologico in grado di testarne la validità – così come accade nelle scienze naturali-, ma significa sposare delle vere e proprie weltanschauung diverse, visioni alternative del mondo in cui la componente egemonica della cultura dominante in ogni dato periodo svolge un ruolo determinante. In questo senso è possibile affermare che la genesi della crisi, il suo svolgimento, le possibilità di uscirne nonché gli effetti sulle economie che la attraversano, sono intrinsecamente collegati ad un problema di egemonia culturale.

Il modo con cui la riflessione economica prevalente si è rapportata alla crisi fin dal suo nascere è tipico della visione mainstream, che affonda le sue radici nei riferimenti principali della cosiddetta teoria neoclassica: l’economia è concepita come una scienza che studia le scelte alternative tra risorse scarse, e il mercato è il luogo di allocazione ottima delle risorse, garantita da soggetti razionali in grado di utilizzare tutta l’informazione disponibile veicolata dai prezzi che di tali risorse misurano la scarsità. Nel mercato si determina “naturalmente” un equilibrio che è il punto di incontro tra domanda e offerta, secondo un processo che è di tipo esclusivamente logico e che quindi prescinde totalmente dalle diversità tra economie nel tempo e nello spazio. Eventuali scostamenti dall’equilibrio del mercato, hanno solo natura temporanea perché il sistema economico è destinato a convergere verso l’equilibrio. In tale contesto la crisi non può essere prevista semplicemente perché non è neppure concepita. Ed anche di fronte al suo manifestarsi è possibile attribuirle il carattere della momentanea accidentalità, oppure individuare imperfezioni del mercato che non consentono il raggiungimento dell’equilibrio.

Molti economisti hanno infatti interpretato la crisi del 2008 attraverso il pregiudizio ideologicosecondo cui la crisi finanziaria è stata innescata da cause del tutto imprevedibili, il fallimento dellaLehman Brothers, ma, giacché, i mercati liberi tendono alla stabilità, non ci sarebbero state ripercussioni sull’economia reale. Questa interpretazione, che ha influenzato l’opinione pubblica e le successive scelte politiche, è originata da convinzioni teoriche secondo cui i mercati deregolatidovrebbero essere efficienti e gli agenti razionali dovrebbero aggiustare velocemente ogni prezzo non completamente corretto e ogni errore di valutazione. Il prezzo dovrebbe dunque fedelmente riflettere la sottostante realtà e assicurare l’allocazione ottimale delle risorse. Questi mercati “equilibrati” dovrebbero essere stabili: perciò le crisi possono essere innescate solo da grandi perturbazioni esogene come gli uragani, i terremoti o sconvolgimenti politici, ma certo non causate dal mercato stesso.

Questi pregiudizi teorici sono originati da un’eccessiva semplificazione del problema in cui l’idealizzazione non è solo dissimile dalla realtà, ma, in effetti, è completamente irrilevante alla sua comprensione. I fisici che si occupano di complessità studiano da una ventina d’anni sistemi che mostrano comportamenti intermittenti molto simili a quelli dei mercati finanziari, in cui la natura non banale delle dinamiche si origina da effetti collettivi. Le singole parti hanno un comportamento relativamente semplice, ma le interazioni portano a nuovi fenomeni emergenti così che ilcomportamento dell’insieme è fondamentalmente diverso da quello dei suoi costituenti elementari. Anche se uno stato di equilibrio esiste in teoria, questo può essere totalmente irrilevante in pratica, perché il tempo per raggiungerlo è troppo lungo e perché questi sistemi possono essere intrinsecamente fragili rispetto all’azione delle piccole perturbazioni evolvendo in modo intermittente con un susseguirsi di epoche stabili intervallate da cambiamenti rapidi e imprevedibili. Per questo finché non s’interverrà sulle cause endogene delle crisi, e sui preconcetti teorici alla base dell’ineffabile equilibrio dei mercati liberi, altre crisi come quella di cinque anni fa si potranno ripetere senza alcun preavviso.

Secondo la visione che ha segnato lo stesso nascere della disciplina economica e che si afferma all’indomani della prima Rivoluzione Industriale con il pensiero di Adam Smith, l’economia è invece una riflessione scientifica sulla società, tesa a studiarne le caratteristiche che ne assicurano le condizioni di riproducibilità ed eventualmente di sviluppo in base a criteri di divisione del lavoro, in un contesto sociale, istituzionale e normativo che condiziona nel tempo e nello spazio ruolo e azione dei soggetti. Non a caso si parla di economia politica, guardando al mercato come a un complesso sistema istituzionale di norme storicamente determinato e privo di qualsiasi connotato di naturalità, che non è detto che assicuri il pieno impiego delle risorse.

L’approccio dell’economia politica è dunque intrinsecamente predisposto a concepire il prodursi di crisi e la necessità di operare nel mercato quei correttivi che assicurino almeno la riproducibilità del sistema economico. Al di là delle diverse versioni ed approfondimenti che si sono succeduti passando per Ricardo, Marx per arrivare fino a Keynes, la visione dell’economia politica resta ancorata a una rappresentazione del sistema economico in cui la dimensione delle classi sociali e la diversità di interessi che a queste si associano ne determinano un assetto fondamentalmente instabile[1].

Alla luce di ciò, è facilmente comprensibile come nella visione neoclassica mainstream sia assente un qualsiasi ruolo della politica, e che questa sia anzi subordinata ai mercati, agendo in una forma tutt’al più tecnocratica al fine di facilitarne il funzionamento. La predominanza trentennale di questa visione ha tuttavia prodotto una specifica egemonia culturale che, nonostante il perdurare della crisi, è dura a morire. E, in effetti la visione neoclassica mainstream appare dotata di una intrinseca capacità di sopravvivenza: la dimensione del sistema economico come dato di natura suscettibile di essere studiato secondo un metodo che si confà alle leggi delle scienze naturali, è un aspetto di fondo che la caratterizza e che porta ad escludere l’esistenza di qualunque dimensione ideologica alternativa con la quale confrontarsi. In questo modo la visione neoclassica mainstream ha goduto (e tuttora gode) della possibilità di blindarsi attraverso il portato assiomatico dei suoi assunti. E così facendo lascia trasparire che le uniche discussioni ammissibili siano quelle condotte entro la propria cinta concettuale.

Questa situazione si traduce in un predominio degli economisti mainstream nell’ambito accademico in ragione del quale vi è una maggioranza di economisti di scuola liberista sia nell’ambito dei media, che gioca un ruolo di orientamento dell’opinione pubblica, che nell’ambito più propriamente politico: dalle istituzioni internazionali ai governi stessi. E’ dunque interessante discutere più in dettaglio il legame tra la ruolo accademico e politico degli economisti, ed in particolare degli economisti mainstream. Mentre la “domanda della regina” è stata la cartina di tornasole per mostrare che ci fosse un problema fondamentale nell’attuale ricerca economica, nello stesso periodo i cui questa domanda è stata posta è stato reso pubblico il  risultato della valutazione per le discipline economiche in Inghilterra. Il risultato è stato sorprendente: l’economia come disciplina non ha ottenuto solo un buon piazzamento, ma ha avuto la migliore valutazione accademica di tutte le discipline  in Inghilterra.

La domanda che si pone Donald Gillies, filosofo della scienza e studioso dei sistemi di valutazione della ricerca, è la seguente: “Com’è possibile che una valutazione così errata sia potuta accadere?” E’ chiaro infatti che ci sia un problema fondamentale con l’attuale corso della disciplina economica se la più grande crisi globale mai avvenuta dal 1929 è esplosa lasciando la maggior parte degli economisti sorpresi. Per capire la sua interpretazione è necessario fare un piccolo excursus nell’epistemologia della scienza, perché è proprio in quest’ambito che la (apparente) veste tecnico-scientifica e depoliticizzata dell’economia gioca un ruolo chiave.

Thomas Kuhn nel suo magistrale La struttura delle rivoluzioni scientifiche ha sviluppato una visione della scienze naturali che è diventata molto nota e ampiamente accettata.  Secondo Kuhn, le scienze naturali mature si sviluppano per la maggior parte nel modo che egli descrive come “scienza normale”. Durante il periodo di scienza normale, tutti i ricercatori che lavorano nel campo accettano la stessa struttura d’assunzioni, che Kuhn chiama “paradigma”. Tuttavia, questi periodi di scienza normale sono, di volta in volta, interrotti da rivoluzioni scientifiche in cui è rovesciato il paradigma dominante del campo e sostituito da un nuovo paradigma. La differenza fondamentale tra le scienze naturali e le scienze sociali è generalmente che nelle scienze naturali, fuori dei periodi rivoluzionari, tutti gli scienziati accettano lo stesso paradigma, mentre nelle scienze sociali  i ricercatori si dividono in scuole concorrenti. Ogni scuola ha il suo paradigma, ma questi paradigmi sono spesso molto diversi l’uno dall’altro. Il contrasto è dunque tra una situazione con un paradigma singolo e una multi-paradigma.

Ad esempio, tutti i fisici teorici accettano il paradigma il cui nucleo è costituito dalla teoria della relatività e dalla meccanica quantistica. Questo non significa che i fisici teorici contemporanei sono eccessivamente dogmatici: piuttosto pensano che, in qualche momento nel futuro, ci sarà un’altra rivoluzione nel campo, originata da qualche nuova scoperta sperimentale, che sostituirà la relatività e la meccanica quantistica con alcune nuove, e forse ancora più strane, teorie. Tuttavia, essi sostengono, la relatività e la meccanica quantistica funzionano molto bene, nel senso che spiegano i fenomeni naturali, e quindi è ragionevole accettarle per il momento.

Se guardiamo all’economia troviamo una situazione molto diversa: la comunità è, infatti, divisa in diverse scuole. I membri di ciascuna di queste scuole condividono lo stesso paradigma, ma il paradigma di una scuola può essere molto diverso da quello di un altro. Inoltre, i membri di una scuola sono spesso molto critici verso i membri di un’altra scuola. Le diverse scuole, che per semplicità possiamo identificare in quella neoclassica, che ha il numero più elevato d’aderenti al momento, nelle varie versioni del keynesismo e nella scuola marxista, sono associate a ideologie politiche: in particolare queste scuole sono disposte su uno spettro politico che va dalla destra alla sinistra. Dunque, secondo Gillies, l’esame della comunità dei ricercatori in economia ha portato alla seguente immagine: questa comunità è divisa in una serie di diverse scuole di pensiero A, B, C…, ognuna con il proprio paradigma. I membri d’ogni scuola hanno una pessima opinione del lavoro di ricerca prodotto da altre scuole. Ora, se un sistema di valutazione della ricerca è applicato a questo tipo di comunità, quale risultato darà? La tesi di Gillies, che deriva dallo studio di quello che è avvenuto in Inghilterra negli ultimi venti anni, è che i lavori di ricerca dei membri di qualsiasi scuola che abbia il maggior numero d’iscritti riceveranno la massima valutazione. Nel caso specifico, la scuola dominate è quella dei neoclassici. In questa situazione, con l’affermazione di una scuola di mainstream, le altre scuole vengono marginalizzate.

Mentre nell’ambito delle scienze sociali questo è un fenomeno noto, nell’economia questo aspetto si lega ad un altro che riguarda appunto la matematizzazione dell’economia: l’uso di tecniche matematiche e statistiche proprie delle scienze dure che fornisce all’economia una apparente veste tecnico-scientifico così che il problema economico sembra che ammetta, come ad esempio nella fisica, una soluzione derivata secondo il metodo scientifico. Questa situazione è suggellata dal “premio Nobel per l’economia” che, al pari di quello nelle scienze esatte, sembra mettere un marchio di qualità alle scoperte nel campo. In realtà è bene ricordare che Alfred Nobel nel suo testamento non scrisse d’istituire un premio per l’economia. Il “Premio in Scienze Economiche della Banca di Svezia in memoria di Alfred Nobel” è istituito 70 anni dopo il premio Nobel vero e proprio  e coloro che lo hanno promosso, conoscendo i principi basilari del marketing, sono riusciti, con la “violazione di un marchio di successo” a conferire un’aurea di prestigio alla scienza economica: è indubbio infatti che ogni anno su tutti i quotidiani del mondo appaiono commenti sui vincitori del Nobel e l’attenzione dei media, e dunque dell’opinione pubblica, ai premiati, e conseguentemente a quello che dicono e pensano, è altissima e certamente maggiore rispetto a qualsiasi altro premio grazie al prestigio di un marchio di successo.

La combinazione tra veste matematica dell’economia, con la sua apparenza tecnico-scientifica, e la sua apparente depoliticizzazione ha dato luogo alla falsa rappresentazione che l’economia sia una scienza al pari della fisica, per cui le soluzioni che vengono proposte sono soluzioni tecniche risultato di analisi scientifiche. Gli economisti mainstream hanno utilizzato questa ideologia. Ad esempio  Milton Friedman, sosteneva che l’unica cosa che contava nell’economia era il suo potere predittivo proprio come la fisica.Più recentemente Luigi Zingales scrive nel suo Manifesto Capitalista: “La storia della fisica nella prima metà del XX secolo è stata una straordinaria avventura intellettuale: dall’intuizione di Einstein del 1905 sull’equivalenza tra massa e energia alla prima reazione nucleare controllata del 1942. Lo sviluppo della finanza nella seconda metà del Novecento ha caratteristiche simili”. La finanza come la teoria relatività, la meccanica quantistica e la fisica nucleare: dunque una visione dell’economia molto pretenziosa.

Da questo atteggiamento è nata quello che si chiama “l’invidia per la fisica”, disciplina quest’ultima  che basa il suo sviluppo su di un confronto serrato tra teoria e esperimento. Anche gli economisti neoliberisti dichiarano di procedere ad una verifica empirica delle loro teorie: ma quando gli economisti “si sporcano le mani con i dati” (come alcuni dichiarano di fare) siamo sicuri che il risultato alla fine non sia quello di “sporcare i dati con le ideologie”, con quelle ideologie (preconcetti considerati veri a prescindere dall’osservazione empirica) che invece guidano molte delle ricette che sono propinate come soluzioni scientifiche? Certo è che la falsificazione di una teoria scientifica è altra cosa dall’utilizzare alcuni dati opportunamente selezionati o accuratamente manipolati per portare acqua al proprio mulino. Sembra che si voglia la botte piena e la moglie ubriaca: il prestigio di una scienza dura senza pagare il dazio della falsificabilità, che è la vera e unica chiave di volta d’ogni scienza dura. Queste sono questioni fondamentali che vanno poste perché se non si ammette che la crisi economica ha prodotto una chiara crisi nei modelli economici dominanti, e se sono sempre i soliti, indipendentemente dalla bontà delle loro previsioni, a suggerire scelte cruciali in campo economico (ovvero in qualsiasi campo della vita pubblica) avendo a disposizione l’intero universo mediatico come accade in Italia, con ogni probabilità si continueranno a fare scelte sbagliate che peggioreranno le cose, mascherandole però da scelte dettate da una scienza naturale.

Per spiegare meglio il punto possiamo fare un parallelo con quella che è considerata la “regina” delle scienze dure, la fisica. I fisici hanno imparato a considerare criticamente ogni teoria entro dei limiti ben precisi che sono dettati dalle assunzioni usate e dagli esperimenti disponibili: hanno perciò da tempo appreso a non scambiare ciò che avviene nel modello con ciò che invece accade nella realtà. In fisica i modelli si confrontano con le osservazioni per provare se sono in grado di fornire spiegazioni precise, come ad esempio la processione del perielio di Mercurio che con la Teoria della Relatività Generale può essere calcolata di circa 0,019 gradi per secolo in accordo entro 0,0005 gradi per secolo con le misure sperimentali, oppure di fornire previsioni di successo, come ad esempio le onde elettromagnetiche postulate da Maxwell nel 1873 e generate da Hertz nel 1887. Similmente, si può asserire che l’uso della matematica nell’economia (neoclassica) serva ad un tale scopo? Oppure questo uso si riduce ad un puro esercizio retorico in cui si fa sfoggio di usare uno strumento (relativamente) sofisticato per calcolare precisamente cose irrilevanti come capita in astrologia? Ad esempio, secondo il filosofo della scienza Donald Gillies, “l’uso della matematica in economia neoclassica non ha prodotto alcun spiegazione precisa o previsione di successo”.

Per dipanare la questione si deve rispondere a questa domanda: gli assiomi fondamentali usati in economia sono sottoposti a test empirici? Ad esempio: i mercati liberi sono efficienti o sono selvaggi? La risposta a questa domanda viene dalle osservazioni o è un’assunzione indiscutibile? Questo è un punto cruciale in quanto chi pensa che i mercati liberi siano efficienti e si auto-regolino verso una situazione di equilibrio stabile sarà portato a proporre un ruolo dei mercati sempre più importante e ad “affamare la bestia”, lo Stato corrotto e clientelare. Chi pensa che i mercati liberi siano invece dominati da fluttuazioni selvagge e intrinsecamente lontani da un equilibrio stabile, generando invece pericolosi squilibri e disuguaglianze, sarà indotto a proporre un maggiore intervento dello Stato, cercando di migliorare l’efficienza di quest’ultimo.

Dunque il successo all’interno dell’università dell’economia mainstream, oltre a delle implicazioni puramente accademiche, pur importanti, come il fatto che le posizioni in ambito accademico vengono assegnate soprattutto ai membri della scuola dominante, comporta una implicazione politica fondamentale: quando è il momento di chiedere una consulenza all’“esperto” su un tema specifico, a chi si rivolgerà il politico di turno se non all’accademico? E, nel nostro tempo, quale categoria di accademici è la più ascoltata dai politici?

A questo proposito Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Guido Rossi ed altri hanno recentemente scritto una lettera in cui denunciano quella che è, a loro avviso, una gravissima distorsione della realtà da parte dei principali media di questo paese: “La politica è scontro d’interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c’è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia. Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e un’intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell’opinione pubblica. Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all’origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate … come comportamenti obbligati … immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell’eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare. Viene nascosto all’opinione pubblica che, lungi dall’essere un’evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori.”

I promotori di questa lettera non sono gli unici a denunciare un certo monopolio dell’informazione in tema economico. Ma c’è davvero un monopolio d’informazione? Per rispondere a questa domanda in maniera quantitativa abbiamo cercato di identificare chi tra i professori universitari d’economia ha maggiore spazio nei più diffusi quotidiani italiani. Abbiamo dunque considerato la lista dei professori di economia politica, che erano 704 nel 2008, e per ognuno abbiamo contato quanti articoli hanno scritto su La Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Sole 24 ore e La Stampa negli ultimi 5 anni e precisamente dal 1 gennaio 2007 al 31 dicembre 2011 (per questo abbiamo utilizzato l’archivio della Camera dei Deputati). il risultato di questo studio è molto chiaro: c’è una netta predominanza d’economisti di scuola liberista a cui sono affidati i commenti economici sui principali quotidiani nazionali. E’, infatti, possibile identificare gruppi connessi di editorialisti che sono anche coautori di articoli scientifici e che dunque hanno la stessa visione del problema economico. E’ interessante notare che il gruppo connesso principale è formato da Francesco Giavazzi, Tito Boeri, Alberto Alesina, Luigi Zingales, Roberto Perotti, Luigi Guiso, Andrea Ichino e Guido Tabellini, tutti docenti o ex studenti dell’università Bocconi, la gran parte dei quali si è avventurata nel fallimentare lancio del partito “Fermare il declino” scegliendo come leader Oscar Giannino che ha poi abbandonato la partita in quanto ha millantato falsi titoli di studio proprio in economia.

 

Si potrebbe però argomentare: scrivono più articoli perché sono i migliori.  Tuttavia, come abbiamo discusso in precedenza, nell’economia ci sono diversi paradigmi e, a differenza di quanto accade nelle scienze esatte in cui è possibile una verifica sperimentale delle diverse teorie, coesistono in maniera conflittuale e per questo il pluralismo di posizioni è particolarmente importante. Ha oggi dunque ottime ragioni chi denuncia che la crisi economica è presentata quasi esclusivamente come una crisi del debito pubblico e non crisi delle banche, che hanno accumulato quintali di prodotti finanziari tossici. Il megafono di questa visione sono i soliti cultori del dio mercato e i seguaci delle le dottrine neoliberali che, facendo passare per soluzioni tecniche scelte ideologiche, “hanno goduto di un monopolio dei cervelli che non ha precedenti nella storia”

“Il nuovo e vincente personaggio che sta attraversando la scena del mondo è l’estrema destra economica che ormai comanda con forza brutale e che ha finalmente rimpiazzato il vuoto lasciato nella storia dall’estrema destra politica, ormai ridotta a poche caricature. L’estrema destra economica ha visto il vuoto culturale e politico che si è creato e si è inserita cercando di sovvertire la Costituzione solidaristica italiana nei tre punti fondamentali del rimuovere ogni controllo alle decisioni del settore privato, nel togliere al governo dei cittadini il controllo e la responsabilità della spesa pubblica (il cosiddetto vincolo di pareggio del bilancio) e nel mettere i lavoratori in condizione di ubbidire senza parlare, se hanno la fortuna di essere accolti dentro le mura di una delle fabbriche superstiti”. Nella confusione politica generale che stiamo vivendo, le idee dell’estrema destra economica hanno permeato i partiti di centrosinistra in tutta Europa. In Italia il Partito Democratico, porta avanti anche idee che altrove sono dell’estrema destra politica ed è non di rado in balìa di gruppi di pressione molto ben organizzati. Gli stessi che, presenti su tutti i media nazionali, come un sol uomo continuano propugnare le stesse tesi appoggiati anche da riviste e quotidiani di riferimento per i riformisti di questo paese, che danno ampio spazio a queste idee. Nel vuoto generale questa lobby di pensieri prefabbricati cerca di vendere a una politica ormai priva d’idee e di contenuti la soluzione liberista come l’unica possibile, falsando i dati e deformando la realtà. Per questo la battaglia culturale è intrinsecamente legata a quella politica: senza un punto di riferimento culturale l’azione politica rimane alla mercé di chi è più organizzato per manipolare l’opinione pubblica.

 

 

 

 

 


[1] Per approfondimenti  questi aspetti rimandiamo a Giorgio Lunghinihttp://www.sinistrainrete.info/teoria-economica/1332-giorgio-lunghini-la-teoria-economica-dominante-e-le-teorie-alternative.html; Alessandro Roncaglia http://www.syloslabini.info/online/le-origini-culturali-della-crisi/