USA, LA MAGGIORE MINACCIA (Intervista della redazione del Ponte a Noam Chomsky, 8.11.1999).*

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chomskyAll’indomani degli attacchi americani e Nato-Otan contro Belgrado e la Serbia, prima città e nazione europee ad essere bombardate dopo il 1944-45, la rivista fondata da Calamandrei e per trent’anni diretta dal socialista Enzo Enriques Agnoletti, fece un’intervista al suo prestigioso collaboratore sin dai tempi del Vietnam, Noam Chomsky.
L’intervista aveva ad oggetto varie questioni: la crisi, irreversibile, dell’Onu, la guerra dei Balcani, i difficili rapporti tra Usa e Europa e i fallimenti di tutti i progetti, dal 1945 in poi, finalizzati all’emancipazione politica e militare di quest’ultima, la fine del secondo mandato Clinton, l’embargo a Cuba, l’Iraq, la globalizzazione e i suoi primi oppositori (il caso dello sventato accordo MAI in sede OCSE, Multilateral agreement on Investments, nel 1997-98, adesso riproposto, sostanzialmente, attraverso il TTIP..), ma soprattutto il ruolo debordante dell’impero americano, che già allora aveva dispiegato la propria, “nuova”, strategia in direzione di un altro ordine mondiale, prima dell’avvento al potere, poco più di un anno dopo, dei neocon di Bush junior & C..

Per Chomsky, le premesse di questo nuovo ordine mondiale liberista erano state gettate agli inizi degli anni ’70, con la liberalizzazione, da parte di USA e UK, dei mercati finanziari e il definitivo abbandono del sistema economico instaurato dopo la II guerra mondiale (la c.d. “età dell’oro” secondo la celebre definizione di Eric J. Hobsbawn). Chomsky definisce la nuova epoca “età del piombo” (crescita più lenta, indebolimento dei sistemi democratici, ecc..), ove soffia ancora più forte uno spirito radicale in direzione della libertà di circolazione dei capitali, trasferendo con velocità inaudita il potere nelle mani del capitale finanziario transnazionale e delle corporations, così avverandosi, a suo dire, puntualmente, quanto previsto da John Maynard Keynes.

La descrizione del filosofo e linguista del MIT sullo stato della politica mondiale e sul ruolo, vieppiù invasivo nello scenario mondiale di finire XX secolo, degli Stati Uniti, torna oggi di bruciante attualità, sol che si considerino i caldissimi fronti di guerra e i genocidi in atto nel vicino oriente (Iraq, Gaza, Siria..) e l’esito, involuto, delle crisi arabe (libia, Egitto e c.d. “primavere arabe”..) oltre al vergognoso attacco, prima strisciante poi plateale, alla Russia, nella “crisi Ucraina”, da parte degli USA e degli alleati europei, servendosi di forze paramilitari e nazifasciste.

Secondo Chomsky, nell’intervista del ’99 suddetta:

 

“In Kosovo gli Stati Uniti sono riusciti a imporre la loro strategia, e questo ha significato una sorta di vittoria sull’Europa e anche un attacco alla Serbia, un modo per trasformare l’ex Jugoslavia in un territorio del Terzo mondo dipendente dal potere occidentale. Erano questi gli obiettivi statunitensi, e sono stati in certa misura raggiunti. Gli Stati Uniti hanno ottenuto una base nei Balcani d’importanza strategica per il Medio Oriente e l’Asia Centrale. Conviene ricordare che la strategia statunitense, a partire dalla Seconda guerra mondiale, ha sempre considerato l’area balcanica, e anche l’Italia, come una sorta di periferia del Medio Oriente. Così, infatti, la Grecia fino al 1974-75 non era nemmeno considerata come facente parte dell’Europa; era collocata di fatto nella sezione del Vicino Oriente dal dipartimento di Stato, e se gli Stati Uniti si impegnarono tanto a minare la democrazia in Italia alla fine degli anni quaranta, tenendo così l’Italia sotto controllo, fu perché erano interessati all’accesso al petrolio del Medio Oriente. L’Italia faceva parte del sistema attraverso cui gli Stati Uniti controllavano il Mediterraneo, che era oggetto d’interesse principalmente perché costituiva la via al petrolio mediorientale. Questo è molto importante, e i  Balcani ne erano parte.

Gli Stati Uniti adesso hanno una base strategica nei Balcani e hanno esteso il loro dominio almeno per il momento, al resto dell’Europa: hanno cioè minato l’ultimo centro d’opposizione al programma neoliberista che essi intendono portare avanti, probabilmente in molte aree del mondo, ma sicuramente in Europa.(….) Prima, però, vorrei fare un ulteriore commento riguardo al controllo statunitense sull’ex Jugoslavia. Se guardiamo alle leggi che sono state introdotte in Bosnia, in Croazia, e in ogni altro luogo che sia sotto il controllo degli Stati Uniti, noteremo che esse richiedono che si porti avanti una politica liberista. Nella ex Jugoslavia, cioè, vengono introdotte le stesse leggi che sono state imposte ad Haiti o nelle altre nazioni che tradizionalmente si trovano sotto il dominio statunitense: non devono esserci restrizioni alle importazioni, né intervento statale nell’economia, e gli investitori stranieri debbono avere libero accesso. L’idea è quella di trasformare questi paesi in un serbatoio di manodopera a basso costo per le multinazionali a controllo occidentale, o meglio statunitense. Tali sono le condizioni in cui s’intende mantenere la regione jugoslava, ed è chiaro che esse verranno estese anche al Kosovo, e, quando verrà il momento, al resto della Serbia”.

A PROPOSITO DELLA GLOBALIZZAZIONE..

” ..A governare, come si suol dire, è ora un “senato virtuale”, cioè i circoli finanziari. Il potere è in mano alle corporations, che sono istituzioni totalitarie, basate su un rigido ordine gerarchico, sul segreto. Quando nacquero, nel secolo scorso, furono giustamente osteggiate dalle forze liberali. Ora hanno il predominio:il 40% degli scambi commerciali avviene all’interno delle corporations.E i salari ristagnano o diminuiscono, le spese sociali si riducono.(….) Adam Smith sarebbe inorridito di fronte a un libero scambio che esclude il principale fattore della produzione: dov’è la libera circolazione del lavoro?

E veniamo ora al problema della reazione del resto del mondo alla globalizzazione sotto dominio statunitense.

E’ stato un aspetto parecchio discusso nei circoli di potere statunitensi, di fatto da molto tempo, ma in maniera particolare nell’ultimo anno, già prima che scoppiasse la guerra in Kosovo. Sul principale giornale di politica estera negli USA, “Foreigner Affaire”, all’inizio di quest’anno, prima dei bombardamenti in Serbia e Kosovo, c’è stato un importante articolo di un professore dell’Università di Harvard, Samuel Huntington, una figura autorevole e molto rispettata nell’ambiente politico e accademico, che è da trent’anni molto vicino ai circoli di potere. (..) Ad avviso di Huntington la gran parte del mondo arriverà presto a considerare gli Stati Uniti come la principale minaccia esterna alla propria esistenza. Non che egli abbia alcuna obiezione a riguardo, ma è preoccupato per le conseguenze che potrebbero verificarsi. Ritiene, cioè, che potrebbero svilupparsi nuovi centri di potere, nuove coalizioni, per proteggersi da quella  che viene vista come la potenza schiacciante degli Stati Uniti, che minaccia l’esistenza delle società di gran parte dei paesi del mondo. Questo veniva scritto – ripeto – prima dei bombardamenti, e si può vedere a cosa l’autore già allora si riferisse.

(…) Tutti sanno della crisi finanziaria asiatica del 1997-98. Il Giappone aveva tentato un’iniziativa che avrebbe potuto arginarla. Si trattava di creare un cospicuo fondo monetario, sostanzialmente finanziato appunto dal Giappone, che potesse essere utilizzato dai paesi oggetto di attacchi speculativi, per proteggere le loro economie e per sostenere le loro valute. Gli Stati Uniti si opposero con forza all’iniziativa e non consentirono che venisse messa n pratica. Così ci fu la crisi asiatica, con il risultato che le multinazionali, soprattutto a controllo statunitense, stanno comprando le economie di molti paesi dell’Asia orientale e sudorientale. I giapponesi non hanno rinunciato al loro progetto, sono stati battuti allora; tuttavia, ciò che hanno in mente è un Asia che graviti attorno al Giappone. Ed è molto probabile che il triangolo strategico fra Russia, Cina e India possa includere anche il Giappone. E potrebbe includere anche l’Asia sudorientale”.

Anche in ambienti militari israeliani, secondo Chomsky, analogamente ad Huntington “…si è, in sostanza, ipotizzato che questa situazione porterà a una proliferazione degli armamenti nucleari, di strumenti di distruzione di massa, semplicemente perché la gente dovrà trovare una forma di difesa. Perché è evidente che se la Jugoslavia avesse avuto un deterrente, un modo per scoraggiare l’attacco statunitense, avrebbe potuto proteggersi. Gli jugoslavi non avevano un deterrente, e per questo gli Stati Uniti hanno potuto distruggerli. E’ palese, e tutti reagiscono di conseguenza. E tutti formano alleanze strategiche, costituiscono forze in grado di controbilanciare gli Stati Uniti, potenziano gli arsenali militari e così via”.

CHE PROSPETTIVE SI POSSONO PREVEDERE?

“Non si può prevedere come finirà, ma il processo è sotto gli occhi di tutti, e sicuramente degli analisti americani. (….)”.

” Tutto questo è nella linea di quanto previsto da analisti americani come Huntington. E, se non credo si possa prevedere che aspetto avrà il mondo tra dieci anni, sicuramente è possibile scorgere adesso forze che stanno sviluppandosi al fine di proteggersi da quella che viene vista come la maggiore minaccia esterna alla propria esistenza, ovvero il potere incontrollato degli USA. Ora, nel periodo della guerra fredda vi erano due potenze a dominare il mondo, una più grande e una più piccola. E quando due potenze dominano il mondo rimane un certo spazio di manovra per altri paesi, che possono sfruttare ai loro fini l’ostilità fra le due. Ma quando uno solo domina il mondo, questo spazio di manovra è annullato. Ed è dalla fine del sistema bipolare che l’Occidente – ovvero soprattutto gli USA e la Gran Bretagna -sta intervenendo ovunque con la forza. (…) Dunque, gli Stati Uniti, e il loro bulldog inglese, sono adesso liberi di fare qualsiasi cosa, e sperano di trascinarsi dietro altri piccoli bulldog – come per esempio l’Italia, sempre che essa lo voglia. Ma c’è tensione, e molta preoccupazione, in gran parte del mondo per questa situazione, ed è molto probabile che ciò porterà alla formazione di coalizioni volte a controbilanciare la forza statunitense”.

ANCHE IN OCCIDENTE SI STA DIFFONDENDO  UN MOVIMENTO DI OPPOSIZIONE ALLE CORPORATIONS, CHE SEMBRA RISCUOTERE QUALCHE SUCCESSO..

” La corporation è una forma di globalizzazione nata per il profitto e per accrescere il potere del capitale. Il predominio delle corporations nell’età del piombo, per quanto riguarda i paesi industrializzati, ha significato la perdita progressiva dei diritti dei lavoratori. Il periodo attuale ricorda gli anni venti negli Usa, quando le forze del lavoro furono annientate (…). Una grande vittoria delle forze del lavoro si è avuta nel caso del Mai (Multilateral Agreement on Investments). Dal 1995-96 al 1997 le trattative si sono svolte nel massimo segreto; niente è apparso sulla stampa. Nel 1998, però, è nato un movimento di base e l’Ocse ha dovuto indietreggiare e alla fine cedere. far saltare il Mai è stato un successo sorprendente per le forze del lavoro. La reazione ha assunto toni disperati, addirittura isterici: il “Financial Times” ha scritto che “orde di vigilantes sono calate sul povero Ocse”, o roba del genere. La lotta proseguirà, non è certo finita qui. Si può, comunque, osservare che il sistema di potere è molto fragile. Si fonda sulla passività, sul controllo dell’opinione pubblica e sulla subordinazione degli intellettuli. Funziona, è vero, ma è fragile”.

* In memoria di Livia Rokach, prestigiosa collaboratrice del Ponte ed amica personale di Noam Chomsky, nel trentennale della sua scomparsa (31.03.1984).

(Intervista a Noam Chomsky, 8.11.1999), “Usa, La maggiore minaccia“, In Il Ponte, Anno LVI, n.1,  gennaio 2000.

 

 
 

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