David Harvey, Breve storia del neoliberismo

David Harvey, Breve storia del neoliberismo

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David Harvey

BREVE  STORIA

DEL NEOLIBERISMO

Il Saggiatore – Milano – 2007

Sommario

Introduzione ………………………………………………………………………………………………………………………3

  1. «Libertà» è solo una parola……………………………………………………………………………………………..6
  2. Perché la svolta neoliberista?………………………………………………………………………………………………………………………. 9
  3. Il significato del potere di classe ………………………………………………………………………………………………………………… 26
  4. La prospettiva della libertà…………………………………………………………………………………………………………………………29
  5. La costruzione del consenso ………………………………………………………………………………………….. 31
  6. Lo stato neoliberista………………………………………………………………………………………………………46
  7. Lo stato neoliberista nella teoria ………………………………………………………………………………………………………………… 46
  8. Tensioni e contraddizioni…………………………………………………………………………………………………………………………… 47
  9. Lo stato liberista nella pratica…………………………………………………………………………………………………………………….49
  10. La risposta neoconservatrice ……………………………………………………………………………………………………………………… 56
  11. L’irregolarità degli sviluppi geografici ………………………………………………………………………….. 60
  12. [pagine 103-133 saltate] ………………………………………………………………………………………………………………………………….. 60
  13. Forze e flussi ……………………………………………………………………………………………………………………………………………. 60
  14. Il Neoliberismo “con caratteristiche cinesi” …………………………………………………………………… 63
  15. [pagine 139-173 saltate] ………………………………………………………………………………………………………………………………….. 63
  16. Il neoliberismo alla prova………………………………………………………………………………………………64
  17. I risultati del neoliberismo …………………………………………………………………………………………………………………………. 65
  18. La mercificazione di tutto ………………………………………………………………………………………………………………………….. 72
  19. Degradi ambientali …………………………………………………………………………………………………………………………………… 76
  20. Sui diritti …………………………………………………………………………………………………………………………………………………. 78
  21. La prospettiva della libertà …………………………………………………………………………………………… 83
  22. [pagine 208-233 saltate] ………………………………………………………………………………………………………………………………….. 83
  23. [nota bene: i numeri tra parentesi quadra sono i numeri di pagina dell’edizione originale dell’opera; le parti indicate con la parola “omissis” tra parentesi quadra sono quelle non incluse in questa copia dell’opera]

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Introduzione

[9] Molto probabilmente in futuro gli storici guarderanno al biennio tra il 1978 e il 1980 come a un punto di svolta rivoluzionario nella storia sociale ed economica del mondo. Nel 1978 Teng Hsiao-ping compì il primo passo importante verso la liberalizzazione di un’economia governata da comunisti in un paese che ospitava un quinto della popolazione mondiale. La strada intrapresa da Teng avrebbe trasformato la Cina, nell’arco di due decenni, da paese arretrato e chiuso in se stesso a centro aperto del dinamismo capitalista, caratterizzato da tassi di crescita talmente sostenuti da non avere confronti nella storia. Sull’altra sponda del Pacifico, e in circostanze assai diverse, un personaggio allora relativamente oscuro (ma oggi famoso) di nome Paul Volcker assumeva, nel luglio 1979, la guida della Federal Reserve e, nel giro di pochi mesi, modificava radicalmente la politica monetaria. Di lì in avanti la Fed avrebbe condotto la lotta all’inflazione senza alcun riguardo per le conseguenze (in particolare per la disoccupazione). Dall’al tra parte dell’Atlantico Margaret Thatcher era già stata eletta, nel maggio 1979, primo ministro della Gran Bretagna, con il manda to di porre un freno al potere dei sindacati e mettere fine alla de primente stagnazione inflazionistica che aveva soffocato il paese nel decennio precedente. Poi, nel 1980, Ronald Reagan fu eletto presidente degli Stati Uniti e, in virtù della sua capacità comunicativa e del suo carisma personale, avviò il paese verso una rivitalizzazione dell’economia fondata da un lato sul sostegno alle manovre compiute da Volcker alla Fed e dall’altro sulla sua [10] personale miscela di politiche finalizzate a contenere i sindacati, a deregolamentare l’industria, l’agricoltura e lo sfruttamento delle risorse, e a liberare le potenzialità della finanza a livello nazionale e sullo scenario mondiale. Da questi vari epicentri si sono diramati e diffusi gli impulsi rivoluzionari che hanno trasformato l’immagine del mondo intorno a noi.

Mutamenti di questa portata ed estensione non si verificano accidentalmente; dunque è legittimo cercare di capire grazie a quali strumenti e attraverso quali percorsi la nuova configurazione economica – spesso indicata con il termine generico di «globalizzazione» – sia scaturita da quella precedente. Volcker, Reagan, Thatcher e Teng Hsiao-ping hanno tutti adottato argomenti minoritari diffusi da tempo e li hanno resi maggioritari (sempre attraverso una lunga lotta). Reagan recuperò una concezione minoritaria che all’interno del Partito repubblicano risaliva a Barry Goldwater, all’inizio degli anni sessanta. Teng osservò l’aumento di ricchezza e di potere economico in Giappone, a Taiwan, a Hong Kong, a Singapore e nella Corea del Sud e, per tutelare e promuovere gli interessi del proprio paese, adottò il socialismo di mercato in luogo della pianificazione centralizzata. Sia Volcker sia la Thatcher fecero uscire dall’ombra di una relativa oscurità una dottrina nota come «neoliberismo», e la trasformarono nel principio guida della teoria e della pratica economica.

Ed è di questa dottrina – delle sue origini, del suo sviluppo e delle sue implicazioni – che mi occuperò principalmente in questo volume.

Il neoliberismo è in primo luogo una teoria delle pratiche di politica economica secondo la quale il benessere dell’uomo può essere perseguito al meglio liberando le risorse e le capacità imprenditoriali dell’individuo all’interno di una struttura istituzionale caratterizzata da forti diritti di proprietà privata, liberi mercati e libero scambio. Il ruolo dello stato è quello di creare e preservare una struttura istituzionale idonea a queste pratiche. Lo stato deve garantire, per esempio, la qualità e l’integrità del denaro; deve predisporre le strutture e le funzioni militari, difensive, poliziesche e legali necessarie per garantire il diritto alla proprietà privata e assicurare, ove necessario con la forza, il corretto funzionamento dei mercati. Inoltre, laddove i mercati non esistono (in settori come

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l’amministrazione del territorio, le risorse idriche, l’istruzione, l’assistenza sanitaria, la sicurezza sociale o l’inquinamento [11] ambientale), devono essere creati, se necessario tramite l’intervento dello stato al di là di questi compiti, lo stato non dovrebbe avventurarsi Gli interventi statali nei mercati (una volta creati) devono mantenersi sempre a un livello minimo, perché secondo la teoria neoliberista lo stato non può in alcun modo disporre di informazioni sufficienti per interpretare i segnali del mercato (i prezzi), e perché in ogni caso potenti gruppi di interesse distorcerebbero e influenzerebbero in modo indebito, a proprio beneficio, tali interventi (in particolar modo nelle democrazie).

Ovunque, a partire dagli anni settanta, si è assistito a un’impetuosa svolta verso il neoliberismo nelle pratiche e nelle teorie di politica economica.

La deregolamentazione, la privatizzazione e il ritiro dello stato da molte aree d’intervento sociale sono stati estremamente diffusi. Quasi tutti gli stati, da quelli nati in seguito al crollo dell’Unione Sovietica alle socialdemocrazie tradizionali a stati del welfare come la Nuova Zelanda e la Svezia, hanno adottato, a volte volontariamente, altre a seguito di pressioni coercitive, questa o quella versione della teoria neoliberista, adattandovi al meno in parte le loro politiche. Il Sudafrica del dopo-apartheid ha presto adottato il neoliberismo, e anche la Cina contemporanea, come vedremo, sembra puntare in questa direzione. I sostenitori della svolta neoliberista occupano oggi posizioni molto influenti nell’istruzione (università e molti think-tanks), nei media, nei consigli di amministrazione delle grandi aziende e nelle istituzioni finanziarie, in strutture chiave dello stato (ministeri del Tesoro, banche centrali) e anche in quelle istituzioni internazionali, come il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO), che regolano la finanza e gli scambi globali. Il discorso proposto dal neoliberismo è, in breve divenuto egemonico, e la sua influenza talmente pervasiva da costituire parte integrante del modo in cui molti di noi comunemente interpretano, vivono e comprendono il mondo.

La conversione al neoliberismo ha comportato tuttavia una ingente «distruzione creativa», non solo di strutture e poteri istituzionali preesistenti (tanto da minacciare le forme tradizionali di sovranità statale) ma anche nell’ambito della divisione del lavoro, delle relazioni sociali, del welfare, degli assetti tecnologici, degli stili di vita e di pensiero, delle attività riproduttive, dell’attaccamento alla propria terra e degli atteggiamenti affettivi. Facendo [12] dello scambio di mercato «un’etica in sé, capace di fungere da guida di tutte le azioni umane e di sostituire tutte le convinzioni etiche coltivate in precedenza», il neoliberismo sottolinea l’importanza dei rapporti contrattuali nel mercato. Sostiene che il bene sociale può essere massimizzato intensificando la portata e la frequenza delle transazioni commerciali, e tenta di ricondurre tutte le azioni umane nell’ambito del mercato.

Questo richiede tecnologie per la creazione di informazione e per l’accumulazione, l’immagazzinamento, il trasferimento, l’analisi e l’utilizzo di enormi database necessari per orientare le decisioni nel mercato globale. Di qui il profondo interesse del neoliberismo per le tecnologie dell’informazione (che ha indotto alcuni a proclamare l’avvento di un nuovo tipo di «società dell’informazione»). Queste tecnologie hanno portato a comprimere nel tempo e nello spazio la densità crescente delle transazioni commerciali, producendo un’esplosione particolarmente intensa di ciò che altrove ho definito «compressione spaziotemporale». Più è vasta l’estensione geografica (di qui l’accento sulla «globalizzazione») e più è breve il termine dei contratti commerciali, meglio è. Questa preferenza trova un parallelo nella famosa definizione della condizione postmoderna fornita da Jean-Francois Lyotard, in cui «il contratto limitato nel tempo» si sostituisce all’«istituzione permanente nel campo professionale, affettivo, sessuale, culturale,

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familiare, internazionale, come negli affari politici». Le conseguenze culturali del trionfo di tale etica del mercato sono innumerevoli, come ho già evidenziato nel saggio La crisi della modernità.

Anche se oggi esistono molti studi generali sulle trasformazioni globali e sui loro effetti, quel che ancora manca è la storia economico-politica delle origini della neoliberalizzazione e del modo in cui si è diffusa sullo scenario mondiale: questa è la lacuna che il presente libro mira a colmare. L’osservazione critica di questo processo costituisce inoltre la cornice entro cui individuare e costruire soluzioni politiche ed economiche alternative.

[omissis]

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1. «Libertà» è solo una parola…

[14] Perché un modo di pensare diventi dominante è necessario mettere a punto un apparato concettuale in grado di sollecitare le nostre intuizioni e i nostri istinti, i nostri valori e i nostri desideri, oltre che le possibilità intrinseche del mondo sociale in cui viviamo. Una volta rivelatosi idoneo allo scopo, questo apparato concettuale si radica a tal punto nel senso comune da apparire scontato e non essere messo più in discussione. I fondatori del pensiero neoliberista adottarono come fondamenti, ovvero come «valori centrali della civiltà», gli ideali politici di dignità umana e di libertà individuale; fu una scelta accorta, poiché si tratta di concetti dall’indubbio potere seduttivo. Tali valori, a loro parere, erano minacciati non solo dal fascismo, dal comunismo e dalle dittature, ma anche da tutte quelle forme di intervento statale che sostituivano al libero arbitrio degli individui le decisioni collettive.

I concetti di dignità e libertà individuale esercitano di per sé un fascino notevole: tali ideali ispirarono i movimenti di dissidenza dell’Europa orientale e dell’Unione Sovietica prima della fine della Guerra fredda, così come gli studenti di piazza Tien-An-Men. I movimenti studenteschi che nel 1968 dilagarono in tutto il mondo – da Parigi e Chicago fino a Bangkok e Città di Messico – erano in parte animati dal desiderio di una maggiore libertà di parola e di scelta. Più in generale questi ideali esercitano un’attrattiva su chiunque consideri preziosa la facoltà di decidere in piena autonomia.

Negli ultimi anni l’idea di libertà, che ha radici profonde nella tradizione americana, ha avuto un ruolo di primo piano negli [15] Stati Uniti. L’11 settembre è stato infatti immediatamente interpretato da molti come un attacco a questo principio. «Un mondo pacifico in cui cresca la libertà» ha scritto il presidente Bush nel primo anniversario di quel giorno terribile «è funzionale agli interessi americani a lungo termine, riflette ideali americani duraturi e unisce gli alleati dell’America.» «L’umanità» concludeva «ha l’opportunità di far trionfare la libertà su tutti i suoi antichi nemici», e «gli Stati Uniti accettano con gioia la responsabilità di porsi alla guida di questa grande missione.» Il documento ufficiale della National Defense Strategy statunitense reso noto qualche tempo dopo faceva proprio questo linguaggio. «La libertà è il dono dell’Onnipotente a ogni uomo e ogni donna di questo mondo» avrebbe affermato Bush in seguito, aggiungendo: «Proprio perché siamo la più grande potenza della terra, abbiamo il dovere di contribuire a diffondere la libertà».

Quando tutte le altre ragioni per scatenare una guerra preventiva contro l’Iraq si dimostrarono infondate, il presidente fece ricorso all’idea secondo cui portare la libertà in quel paese era di per sé una motivazione sufficiente a giustificare il conflitto. Gli iracheni erano liberi, e questa era l’unica cosa che contava veramente. Viene da chiedersi di quale genere di «libertà» si trattasse, visto che, come notava saggiamente molto tempo fa il critico e poeta Matthew Arnold, la libertà «è un ottimo cavallo da cavalcare, ma per andare da qualche parte». Verso quale destinazione ci si aspetta che il popolo iracheno conduca il cavallo della libertà che gli è stato donato con la forza delle armi?

La risposta dell’amministrazione Bush a questa domanda venne formulata il 19 settembre 2003, quando Paul Bremer, alla testa dell’Autorità provvisoria della coalizione, promulgò quattro ordinanze che prevedevano «la totale privatizzazione delle imprese pubbliche, il pieno diritto alla proprietà privata delle attività economiche irachene da parte di aziende straniere, il rimpatrio totale dei profitti da queste ottenuti […] l’apertura delle banche dell’Iraq al controllo straniero, l’equiparazione del trattamento delle società straniere a quello delle imprese nazionali […]

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l’eliminazione di quasi tutte le barriere agli scambi commerciali». Tali disposizioni dovevano essere applicate in tutti gli ambiti dell’attività economica, inclusi i servizi pubblici, i media, le imprese manifatturiere, i servizi, i trasporti, le società finanziarie e l’edilizia; [16] solamente il petrolio era escluso (presumibilmente in ragione del suo status speciale, in quanto produceva gli introiti necessari a finanziare la guerra, e della sua importanza geopolitica). Il mercato del lavoro, invece, sarebbe stato rigidamente regolamentato: gli scioperi erano di fatto proibiti nei settori chiave e il diritto a costituirsi in sindacato veniva limitato. Veniva imposta inoltre una flat tax assai regressiva (un piano di riforma fiscale ambizioso che da tempo i conservatori attendevano di poter attuare negli Stati Uniti).

Secondo alcuni queste ordinanze rappresentavano una violazione delle Convenzioni di Ginevra e dell’Aia, che sanciscono l’obbligo per la potenza occupante di proteggere le risorse economiche del paese occupato, senza svenderle. Alcuni iracheni hanno opposto resistenza all’imposizione all’Iraq di quello che l’Economist di Londra ha definito un regime «da sogno capitalista». Un membro dell’Autorità provvisoria, nominata dagli Stati Uniti, ha criticato aspramente l’imposizione del «fondamentalismo del libero mercato», definendolo frutto di «una logica sbagliata che ignora la storia». Le leggi volute da Bremer potevano essere definite illegali in quanto provenienti da una potenza occupante, ma una volta confermate da un governo «sovrano» sarebbero divenute legittime. E il governo ad interim nominato dagli americani, che assunse il potere alla fine del giugno 2004, fu proclamato «sovrano»; però aveva solo il potere di confermare leggi già esistenti. Prima del passaggio di poteri, Bremer moltiplicò il numero delle leggi che precisavano, in modo più che mai dettagliato, le regole del libero mercato e del libero scambio (toccando temi specifici come le norme sul copyright e i diritti di proprietà intellettuale), esprimendo l’auspicio che queste soluzioni istituzionali assumessero presto «un’autonomia e un rilievo propri», in modo che fosse molto difficile fare marcia indietro.

Secondo la teoria neoliberista, le misure che Bremer aveva delineato erano necessarie e sufficienti per produrre ricchezza e dunque per accrescere il benessere della popolazione nel suo complesso. L’idea che le libertà individuali siano garantite dalla libertà di mercato e di scambio rappresenta un aspetto fondamentale del pensiero neoliberista, e il fulcro dell’ideologia con cui gli Uniti guardano al resto del mondo.

Quello che gli americani, evidentemente cercavano di imporre con la forza all’Iraq era un apparato statale che avesse come obiettivo fondamentale quello di [17] garantire le condizioni ottimali per una redditizia accumulazione di capitale da parte degli investitori nazionali e stranieri. Definisco questo tipo di apparato statale «stato neoliberista»: le libertà che incarna riflettono gli interessi dei detentori della proprietà privata, delle imprese commerciali, delle multinazionali e dei capitali finanziari. In altre parole, Bremer invitò gli iracheni a condurre il loro cavallo della libertà dritto nel recinto neoliberista.

Il primo esperimento di creazione di uno stato neoliberista, vale la pena ricordarlo, si verificò in Cile dopo il golpe di Pinochet, avvenuto l’11 settembre 1973 (quasi trent’anni esatti prima che Bremer chiarisse quale regime doveva essere instaurato in Iraq). Il colpo di stato contro il governo democraticamente eletto di Salvador Allende fu organizzato dalle élite economiche nazionali – che si sentivano minacciate dalla politica socialista promossa dal presidente – con l’appoggio delle grandi società americane, della CIA e del segretario di Stato Henry Kissinger. Il golpe represse con la violenza tutti i movimenti sociali e le organizzazioni politiche del la sinistra e smantellò qualsiasi forma di organizzazione popolare (come i centri sanitari di comunità nei quartieri più poveri), mentre il mercato del lavoro veniva «liberato» dalle restrizioni derivanti da regolamenti e istituzioni (come i sindacati). Ma come si poteva ridare vigore a un’economia in stallo? Le politiche di

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sostituzione delle importazioni (attuate finanziando le industrie nazionali e imponendo dazi protezionistici) che avevano dominato i tentativi dei paesi latinoamericani di sostenere lo sviluppo economico erano cadute in discredito, in particolare in Cile, dove non avevano mai dato i risultati sperati. Ora che tutto il mondo era in recessione economica, il problema andava affrontato in modo nuovo. Per contribuire alla ricostruzione dell’economia cilena fu convocato un gruppo di economisti noti come «Chicago boys», in virtù della loro adesione alle teorie neoliberiste di Milton Friedman, che allora insegnava all’Università di Chicago.

La storia di come furono scelti è interessante.

Gli Stati Uniti avevano finanziato la formazione di economisti cileni presso l’Università di Chicago fin dagli anni cinquanta, nell’ambito di un programma concepito durante la Guerra fredda per contrastare le sinistre in America Latina. Gli economisti formatisi a Chicago divennero figure di spicco dell’Università Cattolica di Santiago, un ateneo [18] privato. Nei primi anni settanta le élite economiche cilene organizzarono la loro opposizione ad Allende attraverso un gruppo chiamato «club del lunedì» e avviarono un rapporto di collaborazione con quegli economisti, finanziando le loro attività attraverso istituti di ricerca. Messo da parte il generale Gustavo Leigh, keynesiano e rivale del leader golpista, nel 1975 Pinochet portò quegli economisti al governo, dove il loro primo compito fu di negoziare prestiti con il Fondo monetario internazionale. Lavorando a fianco dell’FMI, i «Chicago boys» ristrutturarono l’economia secondo le loro teorie. Revocarono le nazionalizzazioni e privatizzarono beni pubblici, resero le risorse naturali (pesca, legname ecc.) accessibili a uno sfruttamento del tutto privo di regole (che in molti casi calpestò senza alcuno scrupolo i diritti delle popolazioni locali), privatizzarono la previdenza sociale, agevolarono gli investimenti stranieri diretti e il libero scambio; fu garantito il diritto delle società straniere al rimpatrio dei proventi delle loro operazioni in Cile; alla sostituzione delle importazioni si preferì una crescita basata sulle esportazioni. L’unico settore riservato allo stato rimase il rame (come il petrolio in Iraq), che era determinante per tenere in piedi il bilancio dello stato, dato che gli introiti che ne derivavano fluivano esclusivamente nelle sue casse. L’immediata ripresa dell’economia cilena in termini di tassi di crescita, accumulo di capitale e alti livelli di profitto sugli investimenti stranieri ebbe vita breve: il sistema crollò con la crisi del debito latinoamericano del 1982. Il risultato fu che, negli anni successivi, le politiche neoliberiste furono applicate in modo molto più pragmatico e meno ideologico. Tutto ciò, incluso il pragmatismo, costituì un utile banco di prova in vista della svolta neoliberista che si sarebbe avuta in Gran Bretagna (sotto la Thatcher) e negli Stati Uniti (sotto Reagan) negli anni ottanta. Non era la prima volta che un esperimento condotto in modo brutale alla periferia del mondo diveniva un modello per la messa a punto di politiche da adottare nel centro (proprio come sarebbe accaduto con la flat tax imposta in Iraq dai decreti di Bremer).

Il fatto che due ristrutturazioni così evidentemente simili di un apparato statale si siano verificate in momenti tanto diversi e in parti molto lontane del mondo sotto l’influenza coercitiva degli Stati Uniti suggerisce che dietro il repentino diffondersi di forme di stato neoliberista, avvenuto in tutto il mondo a partire dalla [19] metà degli anni settanta, si nasconde uno spietato esercizio del potere imperiale americano. Ma anche se questo è senza dubbio avvenuto negli ultimi trent’anni, non basta a spiegare il fenomeno nel suo complesso, come dimostra la presenza, nella svolta neoliberista del Cile, della componente nazionale. E non furono certo gli americani a costringere Margaret Thatcher a imboccare pionieristicamente, nel 1979, la via del neoliberismo. Né furono gli Stati Uniti a costringere la Cina a intraprendere, nel 1978, la strada delle liberalizzazioni. Risulterebbe poi difficile ricondurre al potere imperiale statunitense i parziali spostamenti verso il neoliberismo compiuti dall’India negli anni ottanta e dalla Svezia all’inizio degli anni novanta. La diffusione geografica irregolare di questa tendenza sullo scenario mondiale testimonia che si tratta di un

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processo di notevole complessità, che comporta decisioni molteplici e una discreta dose di confusione. Perché allora si è verificata una tale svolta neoliberista, e quali sono state le forze che l’hanno resa così egemonica all’interno del capitalismo globale?

Perché la svolta neoliberista?

La ristrutturazione delle forme statali e delle relazioni internazionali dopo la Seconda guerra mondiale fu concepita per impedire un ritorno alle condizioni catastrofiche che avevano gravemente minacciato l’ordine capitalista durante la grande recessione degli anni trenta; si riteneva inoltre che potesse impedire il riemergere di quelle rivalità geopolitiche fra stati che avevano portato alla guerra. Per assicurare la pace e la tranquillità all’interno delle nazioni bisognava raggiungere qualche forma di compromesso di classe tra capitale e lavoro. Forse la migliore testimonianza del pensiero dell’epoca può venire da un’opera di due importanti sociologi, Robert Dahl e Charles Lindblom, pubblicata nel 1953; secondo gli autori, poiché sia il capitalismo che il comunismo, nelle loro versioni «pure», avevano fallito, l’unica soluzione possibile era una commistione di stato, mercato e istituzioni democratiche che assicurasse la pace, l’allargamento della partecipazione, il benessere e la stabilità. A livello internazionale un nuovo ordine mondiale prese forma attraverso gli accordi di Bretton Woods, e per contribuire a stabilizzare le relazioni internazionali furono create varie istituzioni, [20] come le Nazioni Unite, la Banca mondiale, FMI e la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea. Il libero scambio delle merci era incoraggiato nell’ambito di un sistema di tassi di cambio fissi ancorato alla convertibilità in oro del dollaro USA a un prezzo prefissato. I tassi di cambio fissi erano incompatibili con il libero flusso del capitale, che doveva essere controllato, ma gli Stati Uniti dovevano consentire il libero flusso del dollaro attraverso i loro confini, se si voleva che fungesse da valuta di riserva internazionale. Questo sistema contava sulla protezione offerta dall’ombrello della potenza militare americana; solo l’Unione Sovietica e la Guerra fredda ne limitavano l’estensione a livello globale.

Dopo la Seconda guerra mondiale in Europa comparvero numerosi stati socialdemocratici, cristiano-democratici e dirigisti. Gli stessi Stati Uniti si orientarono verso una forma di stato democratico liberale, mentre il Giappone, sotto la stretta supervisione americana, costruiva un apparato statale nominalmente democratico ma in pratica estremamente burocratizzato, incaricato di sovrintendere alla ricostruzione del paese.

Ciò che queste forme statali avevano in comune era l’idea che lo stato dovesse porsi come obiettivi la piena occupazione, la crescita economica e il benessere dei cittadini, e che il potere statale dovesse agire liberamente accanto ai meccanismi di mercato, se necessario addirittura sostituendosi a essi, al fine di conseguire tali obiettivi. Per attenuare l’effetto dei cicli economici e assicurare un’occupazione ragionevolmente piena, si faceva ampio uso di politiche fiscali e monetarie definite «keynesiane»; in generale si riteneva che per garantire la pace e la tranquillità interna fosse essenziale raggiungere un «compromesso di classe» tra capitale e lavoro. Gli stati intervenivano attivamente nella politica industriale e si assumevano l’iniziativa di definire i livelli del salario sociale attraverso la creazione di vari sistemi di welfare (sanità, istruzione e così via).

Oggi ci si riferisce a questa forma di organizzazione economico-politica con l’espressione embedded liberalism, che indica come intorno ai processi di mercato e alle attività imprenditoriali e aziendali esistesse una trama di restrizioni sociali e politiche e un contesto di regolamentazioni che a volte limitavano, ma in altri casi orientavano, la strategia economica e industriale. La pianificazione controllata dallo stato e in certi casi la proprietà statale di settori chiave (carbone, acciaio, automobili) non erano [21] infrequenti (per esempio in Gran Bretagna, in Francia e in Italia). Il progetto neoliberista mira precisamente a svincolare il capitale da queste limitazioni.

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Durante gli anni cinquanta e sessanta l’embedded liberalism garantì alti tassi di crescita economica nei paesi a capitalismo avanzato.

Questo dipese, in parte, dalla disponibilità degli Stati Uniti a gestire i deficit con il resto del mondo e ad assorbire qualsiasi eccesso di produzione. Tra le conseguenze positive di questo sistema vi fu l’espansione dei mercati delle esportazioni (ovviamente per il Giappone, ma anche per parte del Sudamerica e alcuni paesi del Sudest asiatico), ma i tentativi di esportare «sviluppo» nel resto del mondo si dimostrarono in genere inefficaci; per gran parte dei paesi del Terzo Mondo, e in particolare in Africa, l’embedded liberalism rimase un sogno irrealizzabile. La successiva svolta verso il neoliberismo, dopo il 1980, non cambiò molto la loro condizione di povertà. Nei paesi a capitalismo avanzato le politiche di redistribuzione (che comportavano una certa integrazione politica delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e il sostegno alla contrattazione collettiva), i controlli sulla libertà di movimento del capitale (certi livelli di repressione finanziaria, esercitata in particolare tramite controlli del capitale), l’ampliamento della spesa pubblica e la creazione del welfare state, gli interventi attivi dello stato nell’economia e un certo grado di pianificazione dello sviluppo si accompagnavano a tassi di crescita relativamente alti. Il ciclo dell’attività economica era controllato efficacemente attraverso l’applicazione di politiche fiscali e monetarie keynesiane; le iniziative di uno stato interventista servivano a promuovere un’economia sociale e morale (a volte sostenuta da un forte senso di identità nazionale).

Di fatto lo stato diveniva un campo di forza che assorbiva al proprio interno i rapporti di classe, e le istituzioni della classe operaia, come i sindacati e i partiti politici della sinistra, godevano di un’effettiva influenza nei suoi apparati.

Alla fine degli anni sessanta l’embedded liberalism cominciò a sfaldarsi sia a livello internazionale sia all’interno delle economie nazionali. Erano evidenti e diffusi i segni di una grave crisi che riguardava l’accumulazione di capitale. Ovunque crescevano in modo esponenziale la disoccupazione e l’inflazione, avviando una fase globale di «stagflazione» che si protrasse per gran parte degli anni settanta. Con il crollo delle entrate e la vertiginosa crescita della [22] spesa sociale diversi stati conobbero gravi crisi fiscali (la Gran Bretagna, per esempio, dovette chiedere aiuto all’FMI nel 1975-1976). @ Le politiche keynesiane non funzionavano più. Già prima della guerra arabo-israeliana e dell’embargo petrolifero dell’OPEC del 1973, il sistema di Bretton Woods, basato su tassi di cambio fissi sostenuti dalle riserve auree, era precipitato nel caos. La porosità dei confini nazionali rispetto ai flussi di capitale metteva sotto pressione il sistema dei tassi di cambio fissi; i dollari americani avevano invaso il mondo e ora, depositati nelle banche europee, erano al di fuori del controllo degli Stati Uniti. Così nel 1971 i tassi di cambio fissi furono abbandonati. L’oro non poteva più fungere da fondamento del sistema monetario internazionale; fu consentita la fluttuazione dei tassi di cambio, e ogni tentativo di controllarla venne presto abbandonato. L’embedded liberalism, che a partire dal 1945 aveva prodotto alti tassi di crescita, se non altro ai paesi a capitalismo avanzato, aveva chiaramente esaurito la sua spinta. Se si voleva superare la crisi, occorreva trovare un’alternativa.

Una delle soluzioni prevedeva l’estensione del controllo dello stato e la regolamentazione dell’economia tramite strategie corporative (tenendo a freno, se necessario, le aspirazioni dei movimenti popolari e dei lavoratori tramite misure di austerità, politiche dei redditi e perfino controlli dei salari e dei prezzi). Questa era la risposta formulata dai partiti socialisti e comunisti europei, che puntavano le loro speranze sugli innovativi esperimenti di governo condotti in luoghi come la «Bologna rossa», amministrata dai comunisti, sulla rivoluzionaria trasformazione del Portogallo dopo il crollo della dittatura nel 1974, sulla svolta verso un socialismo più aperto al mercato e gli ideali dell’«eurocomunismo», diffusi in particolar modo in Italia (sotto la guida di

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Enrico Berlinguer) e in Spagna (sotto l’influenza di Santiago Carrillo), o sull’espansione della solida tradizione del welfare state socialdemocratico in Scandinavia. La sinistra raccolse un considerevole sostegno popolare intorno a programmi di questo genere, giungendo quasi al governo in Italia e arrivando di fatto ad acquisire il potere in Portogallo, in Francia, in Spagna e in Gran Bretagna, mentre continuava a conservarlo in Scandinavia. Perfino negli Stati Uniti un Congresso controllato dal Partito democratico avviò all’inizio degli anni settanta una vasta serie di riforme (poi trasformate in leggi dal repubblicano Richard Nixon, che in quel periodo giunse addirittura [23] affermare: «Oggi siamo tutti keynesiani») che toccavano ogni settore, dalla protezione ambientale alla sicurezza sul lavoro e all’assistenza sanitaria dei lavoratori, dai diritti civili alla tutela dei consumatori. La sinistra non riuscì però ad andare molto al di là delle soluzioni socialdemocratiche e corporative tradizionali, che alla metà degli anni settanta si erano già dimostrate incompatibili con le necessità di accumulazione di capitale. Di conseguenza il dibattito si polarizzò tra i fautori della socialdemocrazia e della pianificazione centralizzata (che però quando giungevano al potere, come nel caso del Partito laburista britannico, finivano spesso per deludere, in genere per ragioni pragmatiche, le aspettative dei loro elettori), e gli interessi di coloro che si preoccupavano di liberare il potere delle aziende e dell’attività economica e ristabilire le libertà di mercato. A metà degli anni settanta prevalsero gli interessi del secondo gruppo. Ma come ricreare le condizioni per la ripresa di un’efficace accumulazione di capitale?

Come e perché il neoliberismo sia diventato la risposta egemone a questa domanda è il punto essenziale del problema che dobbiamo risolvere. Retrospettivamente può sembrare che la scelta fosse inevitabile e ovvia, ma è opportuno ricordare che all’epoca nessuno poteva sapere né prevedere con certezza quale risposta avrebbe funzionato e come. Il mondo capitalista avanzò a tentoni verso il neoliberismo attraverso una serie di giravolte ed esperimenti caotici che riuscirono di fatto a convergere in una nuova ortodossia solo con la formulazione di quello che negli anni novanta sarebbe stato poi definito il «consenso di Washington». A quel punto sia Clinton che Blair avrebbero potuto semplicemente rovesciare il senso dell’affermazione di Nixon e dire: «Oggi siamo tutti liberisti». La diffusione geografica irregolare del neoliberismo, la sua applicazione spesso parziale e squilibrata da uno stato all’altro o da una formazione sociale all’altra, testimoniano della provvisorietà delle soluzioni neoliberiste e della complessità dei modi in cui le forze politiche, le tradizioni storiche e le realtà istituzionali contribuirono a delineare le ragioni e le modalità dell’effettiva attuazione di questo processo.

C’è tuttavia, nell’ambito di questa transizione, un elemento che merita particolare attenzione. La crisi dell’accumulazione di capitale negli anni settanta colpì in modo generalizzato tramite la combinazione tra disoccupazione crescente e accelerazione [24] dell’inflazione (vedi fig. l.1). Lo scontento era diffuso e, in gran parte del mondo capitalista, la convergenza tra movimenti dei lavoratori e movimenti sociali urbani sembrava indicare l’avvento di un’alternativa socialista al compromesso sociale tra capitale e lavoro che con tanto successo aveva costituito la base per l’accumulazione di capitale nel dopoguerra. I partiti comunisti e socialisti guadagnavano terreno, o erano addirittura prossimi ad affermarsi, in buona parte dell’Europa, e perfino negli Stati Uniti le forze popolari si stavano mobilitando per un ampliamento delle riforme e degli interventi statali. Tutto ciò rappresentava ovunque una chiara minaccia politica per le élite economiche e le classi dominanti, sia nei paesi a capitalismo avanzato (come Italia, Francia, Spagna e Portogallo) sia in molti paesi in via di sviluppo (come Cile, Messico e Argentina). In Svezia, per esempio, quello che divenne noto come «piano Rehn-Meidner» prometteva letteralmente di rilevare gradualmente le quote di proprietà delle imprese e di trasformare il paese in una democrazia di lavoratori-azionisti. Ma, al di là di questo, stava divenendo palpabile la minaccia economica alla posizione delle classi dominanti. In quasi tutti i paesi una delle condizioni previste dall’assetto del dopoguerra era che si ponessero dei freni al potere economico delle classi più alte e si concedesse alla forza lavoro una

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fetta assai maggiore della torta economica. Negli Stati Uniti, per esempio, la percentuale del reddito nazionale percepita dall’1 per cento che si trovava in testa alla scala delle entrate precipitò dal 16 per cento dell’anteguerra all’8 per cento scarso della fine della Seconda guerra mondiale, e si assestò più o meno su quel livello per quasi trent’anni. Finché la crescita era forte, questa limitazione sembrava accettabile. Ricevere una percentuale fissa di una quantità complessiva crescente è una cosa, ma quando negli anni settanta la crescita si interruppe, i tassi di crescita reali divennero negativi e dividendi e profitti divennero generalmente irrisori, allora le classi alte si sentirono ovunque minacciate. Negli Stati Uniti la ricchezza (distinta dal reddito) controllata dall’1 per cento più facoltoso della popolazione era rimasta relativamente stabile per tutto il XX secolo, ma negli anni settanta subì una caduta precipitosa (vedi fig. 1.2), mentre il valore dei patrimoni (azioni, proprietà, risparmi) crollava. Le classi più alte dovevano muoversi con decisione, se volevano evitare di essere annientate politicamente ed economicamente.

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Il colpo di stato in Cile e la presa del potere da parte dell’esercito in Argentina, promossi da settori dei ceti dominanti con1’appoggio degli Stati Uniti, rappresentarono un tipo di soluzione. Il

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successivo esperimento neoliberista in Cile dimostrò che i vantaggi derivanti da una ripresa dell’accumulatone di capitale, in

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condizioni di privatizzazione forzata, risultavano notevolmente distorti. Il paese e le sue élite dominanti, come pure gli investitori stranieri, trassero enormi vantaggi nelle fasi iniziali. Gli effetti sulla redistribuzione e la crescita della disuguaglianza sociale si sono dimostrati così persistenti nell’ambito dei processi di neoliberalizzazione da poter essere considerati elementi strutturali di tali processi. Gerard Duménil e Dominique Lévy, dopo un’attenta ricostruzione dei dati, hanno concluso che la neoliberalizzazione è stata fin dall’inizio un progetto mirante alla restaurazione del potere di classe. Dopo l’attuazione delle politiche neoliberiste alla fine gli anni settanta, la percentuale del reddito nazionale percepita dall’1 per cento più ricco della popolazione americana è cresciuta vertiginosamente, fino a raggiungere, alla fine del secolo, il 15 per cento (avvicinandosi molto al livello dell’epoca precedente la Seconda guerra mondiale). Lo 0,1 per cento della popolazione statunitense che percepisce i redditi più alti ha visto crescere la propria fetta del reddito nazionale dal 2 per cento del 1978 a oltre il 6 per cento nel 1999, mentre il rapporto tra i salari medi dei lavoratori e gli stipendi dei massimi dirigenti d’azienda è passato dal 30 a 1 del

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1970 al quasi 500 a 1 del 2000 (vedi figg. 1.3 e 1.4). Quasi certa mente, ora che le riforme fiscali dell’amministrazione Bush stanno sortendo il loro effetto, la concentrazione del reddito e della ricchezza nei gradini più alti della scala sociale ha subito un’accelerazione, in seguito alla graduale eliminazione della tassazione sulle proprietà immobiliari (cioè sul patrimonio) e alla diminuzione delle tasse sui redditi da investimento e sui capital gains, mentre è rimasto inalterato il prelievo fiscale su stipendi e salari.

Gli Stati Uniti non sono soli: in Gran Bretagna l’1 per cento che percepisce i redditi più alti ha raddoppiato, dal 1982, la propria fetta del reddito nazionale, passando dal 6,5 al 13 per cento. E se guardiamo altrove, vediamo emergere ovunque concentrazioni di ricchezza e potere eccezionali. In Russia, dopo la somministrazione negli anni novanta della terapia d’urto neoliberista, è emersa un’oligarchia ristretta e potente. Anche in Cina si è registrata un’eccezionale crescita delle disuguaglianze, in termini di redditi e ricchezza, con l’adozione di pratiche orientate al libero

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[29] mercato. L’ondata di privatizzazioni avvenuta in Messico dopo il 1992 ha catapultato quasi da un giorno all’altro un esiguo numero di persone (come Carlos Slim) nell’elenco dei più ricchi del mondo stilato da Fortune. A livello globale, «i paesi dell’Europa del l’Est e della CSI [Comunità degli Stati Indipendenti] hanno registrato alcune delle crescite più grandi mai verificatesi […] nella disuguaglianza sociale. Anche i paesi dell’OCSE [Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici] hanno registrato grandi aumenti della disuguaglianza dopo gli anni ottanta», mentre «il divario dei redditi tra il quinto della popolazione mondiale che vive nei paesi più ricchi e il quinto

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che vive in quelli più poveri era di 74 a 1 nel 1997, di 60 a 1 nel 1990 e di 30 a 1 nel 1960». Esistono eccezioni a questa tendenza (alcuni paesi dell’Est e del Sudest asiatico hanno finora contenuto le disuguaglianze di reddito entro limiti ragionevoli, e così anche la Francia; vedi fig. 1.3), ma i dati indicano chiaramente che la svolta neoliberista è in qual che modo e in una certa misura collegata alla restaurazione o alla ricostruzione del potere delle élite economiche.

È possibile quindi interpretare la neoliberalizzazione come un progetto utopico finalizzato a una riorganizzazione del capitalismo internazionale, oppure come un progetto politico per ristabilire le condizioni necessarie all’accumulazione di capitale e ripristinare il potere delle élite economiche. Nelle pagine che seguono sosterrò che ha prevalso nei fatti il secondo di questi obiettivi. La neoliberalizzazione non è stata molto efficace nel determinare una ripresa dell’accumulazione di capitale a livello globale, però è riuscita in misura considerevole a ripristinare – o in alcuni casi, come in Russia e Cina, a creare – il potere di un’élite economica. L’utopismo teorico delle argomentazioni neoliberiste ha funzionato in primo luogo come sistema di giustificazione e legittimazione di tutto ciò che doveva servire a raggiungere questo scopo. I dati suggeriscono inoltre che quando i princìpi neoliberisti si scontrano con la necessità di ripristinare o sostenere le élite dominanti, vengono abbandonati oppure talmente distorti da risultare irriconoscibili. Ciò non rappresenta una negazione del potere delle idee di produrre cambiamenti storico-geografici, ma indica senz’altro l’esistenza di una tensione creativa tra il potere delle idee neoliberiste e le pratiche diffuse di neoliberalizzazione che hanno trasformato il modo in cui negli ultimi trent’anni ha operato il capitalismo globale.

L’ascesa della teoria neoliberista[30] Il neoliberismo quale potenziale antidoto alle minacce all’ordine sociale e soluzione ai mali del capitalismo si nascondeva da tempo nelle pieghe della politica pubblica. Un ristretto gruppo di suo fautori appassionati – principalmente economisti, storici e filosofi appartenenti al mondo accademico – si era raccolto intorno al famoso filosofo ed economista austriaco Friedrich von Hayek fondando nel 1947 la società di Mont Pélerin (dal nome della località termale svizzera in cui si incontrarono per la prima volta); tra queste importanti figure c’erano Ludwig von Mises, l’economista Milton Friedman e, almeno in un’occasione, il famoso filosofo Karl Popper. La dichiarazione d’intenti della società recita:

I valori centrali della civiltà sono in pericolo. In vaste aree della superfìcie terrestre le condizioni essenziali della dignità e della libertà umane sono già scomparse. In altre permangono sotto la costante minaccia costituita dallo sviluppo delle attuali tendenze politiche. La condizione dell’individuo e dei gruppi volontari è sempre più minata dall’estendersi del potere arbitrario. Anche la preziosissima facoltà dell’Uomo Occidentale, la libertà di pensiero e d’espressione, è minacciata dal diffondersi di convinzioni che, rivendicando il privilegio della tolleranza quando si trovano in posizione di minoranza, cercano solamente di instaurare una posizione di potere da cui poter sopprimere e cancellare tutte le concezioni eccettuata la loro.

Il gruppo è convinto che questi sviluppi siano stati favoriti dalla crescita di una visione della storia che nega ogni criterio morale assoluto e dall’affermarsi di teorie che mettono in discussione l’opportunità del primato della legalità. È convinto inoltre che siano stati favoriti da un declino della fede nella proprietà privata e nel mercato competitivo; perché quando l’energia e le iniziative collegate a queste istituzioni smettono di diffondersi è difficile immaginare una società in cui la libertà possa essere difesa in modo efficace.

I membri del gruppo si definivano «liberali» (in riferimento al liberalismo della tradizione europea) per il loro impegno fondamentale a favore degli ideali di libertà personale. L’etichetta «neoliberista» segnalava la loro adesione ai princìpi di libero mercato tipici delle teorie economiche neoclassiche emerse nella seconda [31] metà dell’Ottocento (grazie all’opera di Alfred Marshall, William Stanley Jevons e Leon Walras) per soppiantare le teorie classiche di Adam Smith, David Ricardo e, naturalmente, Karl Marx. La società di Mont Pélerin tuttavia rimaneva fedele anche

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all’idea di Adam Smith, secondo cui la mano invisibile del mercato è lo strumento migliore per mobilitare, a beneficio di tutti, anche i più bassi istinti dell’uomo, come l’ingordigia, l’avidità e il desiderio di ricchezza e di potere. La dottrina neoliberista era dunque profondamente contraria alle teorie dell’intervento statale, come quelle di John Maynard Keynes, venute alla ribalta negli anni trenta in risposta alla Grande Depressione. Dopo la Seconda guerra mondiale molti legislatori si ispiravano alla teoria keynesiana nel loro tentativo di tenere sotto controllo il ciclo dell’attività economica e la recessione. I neoliberisti avversavano in modo ancora più deciso le teorie della pianificazione centralizzata dello stato, come quelle di Oscar Lange, vicine alla tradizione marxista; le decisioni dello stato, a loro giudizio, erano destinate a peccare di parzialità politica, a causa dell’influenza esercitata dai gruppi di interesse coinvolti (come sindacati, ambientalisti o lobby commerciali); inoltre le decisioni dello stato su questioni relative a investimenti e capitale erano destinate a dimostrarsi errate, perché le informazioni accessibili allo stato non potevano competere con quelle offerte dai segnali del mercato.

Come hanno osservato vari commentatori, questo impianto teorico non è del tutto coerente. Il rigore scientifico delle teorie economiche neoclassiche non si concilia con l’impegno politico a favore di ideali di libertà individuale, e la sfiducia dichiarata nei confronti del potere statale è difficilmente compatibile con la necessità di uno stato forte e, ove necessario, coercitivo, in grado di difendere il diritto alla proprietà privata, le libertà individuali e la libertà d’impresa. L’espediente legale che equipara le aziende agli individui, definendole soggetti giuridici, mette in luce una certa distorsione: in questo senso suona beffardo il motto personale di John D. Rockefeller, inciso nella pietra al Rockefeller Center di New York, che colloca «il valore supremo dell’individuo» al di sopra di ogni altra cosa. La posizione neoliberista presenta inoltre, come vedremo, una serie di contraddizioni tale da rendere le pratiche neoliberiste nella loro evoluzione (rispetto a temi come il potere monopolistico e i difetti del mercato) irriconoscibili in [32] confronto all’apparente purezza della dottrina neoliberista. Dobbiamo prestare molta attenzione, quindi, alla tensione esistente tra la teoria neoliberista e la prassi effettiva.

Hayek, autore di testi fondamentali come La società libera, fu lungimirante nel sostenere che la battaglia per le idee sarebbe stata decisiva, e che ci sarebbe voluta probabilmente almeno una generazione per vincerla, non solo contro il marxismo ma anche contro il socialismo, la pianificazione statale e l’interventismo keynesiano. Il gruppo di Mont Pélerin potè contare su appoggi finanziari e politici, in particolare negli Stati Uniti, dove un in fluente gruppo di miliardari e di grandi dirigenti d’azienda, contrari a qualsiasi forma d’intervento e regolamentazione da parte dello stato come pure all’internazionalismo, cercò di costruire un’opposizione a ciò che ai loro occhi appariva come l’emergere di un consenso al progetto di un’economia mista. Spaventati dal l’idea che l’alleanza con l’Unione Sovietica e l’economia controllata posta in essere negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale potessero avere un seguito politico indesiderato nel contesto postbellico, erano disposti ad abbracciare qualsiasi opzione, dal maccartismo ai think-tanks neoliberisti, per proteggere e accrescere il proprio potere. Il movimento rimase tuttavia ai margini della politica e del mondo universitario fino ai tormentati anni settanta, quando cominciò a guadagnare il centro della scena, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sostenuto da vari think-tanks ben finanziati (derivanti dalla società di Mont Pélerin, come l’lnstitute of Economic Affairs di Londra e la Heritage Foundation di Washington), oltre che dalla sua crescente influenza all’interno del mondo accademico, in particolare all’Università di Chicago, dove dominava Milton Friedman. La teoria neoliberista rafforzò la propria credibilità accademica con il conferimento del premio Nobel per l’economia a Hayek, nel 1974, e a Friedman, nel 1976; ma il premio per l’economia, anche se gode del prestigio del Nobel, non ha nulla a che vedere con gli altri riconoscimenti che portano questo nome ed è sotto lo stretto controllo dell’élite bancaria svedese. La teoria neoliberista, in particolare nella sua veste monetarista, cominciò a esercitare la sua

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influenza in svariati settori della politica; durante la presidenza Carter, per esempio, la deregolamentazione dell’economia si presentò come una delle risposte alla condizione cronica di stagflazione che [33] aveva dominato tutti gli anni settanta. Ma lo straordinario consolidamento del neoliberismo quale nuova ortodossia economica che guidava le politiche pubbliche a livello statale nel mondo del capitalismo avanzato giunse nel 1979 negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.

Nel maggio di quell’anno in Gran Bretagna fu eletta Margaret Thatcher, con il mandato di riformare l’economia del paese. Sotto l’influenza di Keith Joseph, pubblicista e polemista molto attivo e impegnato che aveva forti legami con il neoliberista Institute of Economic Affairs, la Thatcher si convinse che le teorie keynesiane dovevano essere messe da parte e che per curare la stagflazione che aveva caratterizzato l’economia britannica negli anni settanta erano indispensabili soluzioni monetariste supply-side. Ciò significava una vera e propria rivoluzione nelle politiche fiscali e sociali, e la Thatcher dimostrò immediatamente una determinazione ferrea nel liquidare le istituzioni e gli atteggiamenti politici dello stato socialdemocratico che si era consolidato in Gran Bretagna dopo il 1945. Per far questo era necessario contrastare il potere dei sindacati, attaccare tutte le forme di solidarietà sociale che ostacolavano la flessibilità competitiva (come quelle che si esprimevano attraverso le amministrazioni municipali, o che facevano capo anche a molti professionisti influenti con le loro associazioni), smantellare o ridurre gli impegni del welfare state, privatizzare le imprese pubbliche (anche quelle per l’edilizia popolare), ridurre le tasse, incoraggiare l’iniziativa imprenditoriale e creare un clima favorevole all’attività economica, così da attirare un grande afflusso di investimenti stranieri (in particolar modo dal Giappone). Come la stessa Thatcher ebbe a dichiarare con un’espressione di venuta famosa, «non esiste la società, esistono solo gli individui, di sesso maschile e femminile», e, come aggiunse successivamente, le loro famiglie. Tutte le forme di solidarietà sociale dovevano scomparire a favore dell’individualismo, della proprietà privata, della responsabilità individuale e dei valori familiari. L’attacco ideologico sferrato dalla Thatcher fu implacabile. «L’economia fornisce il metodo» dichiarò «ma l’obiettivo è cambiare l’anima.» E il primo ministro inglese la cambiò, anche se in modo tutt’altro che esauriente e completo, e tanto meno privo di costi politici.

Nell’ottobre 1979 Paul Volcker, presidente della Federal Reserve Bank durante la presidenza Carter, impresse una svolta [34] drastica alla politica monetaria statunitense. L’impegno a perseguire i princìpi del New Deal, cioè politiche fiscali e monetarie keynesiane che avevano come obiettivo principale la piena occupazione, come da tempo faceva lo stato democratico liberale americano, fu abbandonato a favore di una politica concepita per tenere a freno l’inflazione, senza riguardo per le conseguenze sull’occupazione. Il tasso reale d’interesse, spesso negativo durante l’ondata inflazionistica a due cifre degli anni settanta, fu reso positivo per ordine della Fed (vedi fig. 1.5). Il tasso nominale d’interesse venne alzato da un giorno all’altro e, dopo qualche oscillazione, nel luglio 1981 si attestò poco al di sotto del 20 per cento. Cominciò così «una lunga e profonda recessione che avrebbe svuotato le fabbriche e distrutto i sindacati negli Stati Uniti, e spinto i paesi debitori sull’orlo dell’insolvenza, aprendo la lunga epoca dell’aggiustamento strutturale». Secondo Volcker, questo era l’unico modo per uscire dalla lamentata crisi di stagflazione che aveva colpito l’economia degli Stati Uniti e di buona parte del mondo per tutti gli anni settanta.

Il «Volcker shock», come fu chiamato, deve essere inteso come una condizione necessaria ma non sufficiente per avviare la neoliberalizzazione. Alcune banche centrali sottolineavano da tempo l’importanza della responsabilità fiscale anti-inflazionistica, adottando politiche più vicine al monetarismo che all’ortodossia keynesiana. Nel caso della Germania occidentale, ciò dipese dalla memoria storica dell’inflazione incontrollabile che negli anni venti aveva cancellato la Repubblica di Weimar (preparando così l’ascesa del nazismo) e dell’inflazione altrettanto pericolosa registrata alla fine della Seconda guerra mondiale. L’FMI aveva da tempo assunto un atteggiamento contrario

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a un indebitamento eccessivo e sollecitava, se non addirittura imponeva, restrizioni fiscali e austerità di bilancio agli stati cui concedeva prestiti. In tutti questi casi al monetarismo si accompagnava tuttavia l’accettazione di un potere sindacale forte e l’impegno politico a costruire un solido stato sociale. La svolta verso il neoliberismo dipese dunque non solo dall’adozione del monetarismo, ma anche dagli sviluppi delle politiche governative in molti altri campi.

La vittoria di Ronald Reagan su Jimmy Carter nel 1980 si rivelò determinante, anche se Carter aveva compiuto qualche passo non senza disagio, in direzione della deregolamentazione (delle

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linee aeree e dei trasporti su strada) per contribuire a risolvere la crisi di stagflazione. I consiglieri di Reagan erano convinti che la «medicina» monetarista di Volcker fosse la cura adatta per un’economia malata e affetta da stagnazione. Volcker fu sostenuto e riconfermato alla presidenza della Federal Reserve; l’amministrazione Reagan fornì poi il necessario appoggio politico tramite ulteriori deregolamentazioni, tagli fiscali, tagli ai bilanci, attacchi ai sindacati e al potere delle categorie professionali. Reagan tenne testa al PATCO (Professional Air Traffic Controllers), il sindacato dei controllori di volo, nel corso di un lungo e duro sciopero nel 1981: fu l’inizio di un attacco frontale al potere delle organizzazioni sindacali, proprio nel momento in cui la recessione ispirata da Volcker stava producendo alti livelli di disoccupazione (10 per cento o più). Ma il PATCO era qualcosa di più di un normale sindacato: era un’organizzazione di colletti bianchi che aveva il caratte re di un’associazione di professionisti specializzati, ed era quindi un’icona della classe media più che dei lavoratori sindacalizzati. l’impatto sulla condizione dei lavoratori in genere fu fortissimo:

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basti dire che la retribuzione federale minima, che nel 1980 era pari alla soglia di povertà, nel 1990 era scesa del 30 per cento al di sotto di quel livello. Il lungo declino dei livelli reali delle retribuzioni iniziò sul serio in quel periodo.

Le nomine decise da Reagan per posizioni che comportavano un potere decisionale su temi come la salvaguardia ambientale, la sicurezza sul lavoro e la sanità portarono a livelli sempre più alti la campagna contro il cosiddetto «big government». La deregolamentazione di tutti i settori, dalle linee aeree alle telecomunicazioni alla finanza, offrì nuove aree di mercato completamente prive di regole ai potenti interessi delle grandi società. Le agevolazioni fiscali sugli investimenti sovvenzionarono di fatto i movimenti di capitali dal Nordest e dal Midwest, aree a forte presenza sindacale, verso il Sud e l’Ovest, scarsamente regolamentati e non sindacalizzati. Per realizzare profitti più alti, il capitale finanziario guardava sempre più all’estero; la deindustrializzazione interna e le iniziative per trasferire la produzione all’estero divennero fenomeni sempre più diffusi. Il mercato, dipinto ideologicamente come lo strumento atto a promuovere la competizione e l’innovazione, divenne il veicolo di un consolidamento del potere monopolistico.

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Le imposizioni fiscali alle aziende furono drasticamente ridotte e la tassa sulle persone fisiche, per la fascia di reddito più alta, fu portata dal 70 al 28 per cento, nell’ambito di quello che fu definito «il più grande taglio fiscale della storia» (vedi fig. 1.7).

Iniziò così un processo di trasformazione profonda in direzione di una maggiore sperequazione sociale e di una restaurazione del potere economico delle classi alte.

Ma vi fu un altro cambiamento che, durante gli anni settanta, contribuì ad aprire la strada verso la neoliberalizzazione. L’impennata del prezzo del petrolio OPEC, causata dall’embargo petrolifero del 1973, mise un ingente potere finanziario a disposizione degli stati produttori di petrolio, come l’Arabia Saudita, il Kuwait e Abu Dhabi. Oggi sappiamo dai rapporti dell’intelligence britannica che nel 1973 gli Stati Uniti si stavano preparando a invadere questi paesi, allo scopo di ripristinare l’approvvigionamento del greggio e abbassarne il prezzo. Sappiamo inoltre che i sauditi in quel periodo accettarono di riciclare i loro petrodollari attraverso le banche d’investimento di New York, [38] presumibilmente a causa della pressione militare, se non addirittura di un’aperta minaccia, esercitata dagli Stati Uniti. Queste banche si trovarono improvvisamente a disposizione ingenti quantità di denaro cui dovevano trovare sbocchi remunerativi. Le opzioni all’interno degli Stati Uniti, viste le condizioni di depressione economica e i bassi tassi di profitto della metà degli anni settanta, non erano favorevoli: bisognava cercare soluzioni più vantaggiose all’estero. I governi sembravano la scommessa più convincente, perché, secondo l’espressione divenuta poi famosa di Walter Wriston, allora alla testa di Citibank, i governi non possono trasferirsi o scomparire. E nel mondo in via di sviluppo, fino ad allora digiuno di finanziamenti, di governi ansiosi di ottenere un prestito ce n’era un discreto numero. Perché questo piano si realizzasse erano però necessarie condizioni che rendessero possibile e ragionevolmente sicura la concessione del prestito. Le banche d’investimento di New York guardavano alla tradizione imperialista americana sia per riuscire ad aprirsi nuove opportunità d’investimento, sia per proteggere le loro operazioni all’estero.

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L’imperialismo americano aveva alle spalle una lunga tradizione, che si era definita soprattutto in contrapposizione alle tradizioni imperialiste di Gran Bretagna, Francia, Olanda e delle altre potenze europee. Gli Stati Uniti si erano trastullati con qualche conquista coloniale alla fine dell’Ottocento, ma avevano creato un vero e proprio sistema di imperialismo senza colonie nel corso del Novecento. Il caso paradigmatico fu quello del Nicaragua negli anni venti e trenta, quando per proteggere gli interessi statunitensi furono inviati i marine, che si trovarono presto coinvolti in una lunga e difficile guerriglia contro i ribelli guidati dal generale Sandino. La soluzione fu affidata a un dittatore – nella fattispecie, Anastasio Somoza – che insieme alla sua famiglia e ai più stretti alleati ricevette l’appoggio economico e militare necessario per reprimere o corrompere l’opposizione, accumulando per sé considerevoli ricchezze e potere. In cambio assicurò l’apertura del paese alle operazioni del capitale statunitense e favorì gli interessi statunitensi nel paese e nell’intera regione (nel caso del Nicaragua, il Centroamerica). Questo fu il modello che venne applicato dopo la Seconda guerra mondiale, durante la fase di decolonizzazione globale imposta alle potenze europee dagli Stati Uniti. La CIA organizzò, per esempio, il colpo di stato che nel 1953 rovesciò [39] il governo democraticamente eletto di Mossadeq in Iran, e installò lo scià, il quale concesse i contratti petroliferi alle società americane (e non restituì alle società britanniche le risorse che Mossadeq aveva nazionalizzato). Lo scià divenne uno dei principali custodi degli interessi statunitensi nella regione petrolifera del Medio Oriente.

Nel dopoguerra il dominio degli Stati Uniti si impose in gran parte del mondo non comunista attraverso l’impiego di tattiche di questo tipo. L’adozione di questo sistema per stroncare la minaccia di insurrezioni e rivoluzioni comuniste comportò da parte degli americani una strategia antidemocratica (e anche più marcatamente antipopulista e antisocialista-anticomunista) che li portò a stringere sempre più spesso alleanze con dittature militari repressive e regimi autoritari (in modo particolarmente evidente in America Latina). Le storie riportate nelle Confessioni di un sicario dell’economia di John Perkins illustrano con dovizia di particolari la spietata durezza con cui fin troppo spesso si perseguiva questo fine. Di conseguenza, nella lotta internazionale contro il comuni- smo gli interessi statunitensi, anziché essere maggiormente rispettati, divennero sempre più vulnerabili. Conquistare il consenso delle élite locali al potere poteva essere facile, ma la necessità di reprimere i movimenti di opposizione o socialdemocratici (come quello di Allende in Cile) coinvolse gli Stati Uniti in una lunga storia di violenze, in gran parte occulte, contro i movimenti popolari in vaste aree del mondo in via di sviluppo.

Fu in questo contesto che i surplus di denaro riciclati attraverso le banche d’investimento di New York furono disseminati in tutto il mondo. Prima del 1973 gli investimenti statunitensi all’estero erano in gran parte di tipo diretto, concentrati soprattutto nello sfruttamento delle materie prime (petrolio, minerali, materiali grezzi, prodotti agricoli) o nello sviluppo di mercati specifici (tele- comunicazioni, automobili ecc.) in Europa e in America Latina. Le banche d’investimento di New York erano sempre state attive a livello internazionale, ma dopo il 1973 lo divennero ancora di più, anche se ormai si concentravano maggiormente sui prestiti di capitali ai governi stranieri. Poiché queste operazioni richiedevano la liberalizzazione del credito internazionale e dei mercati finanziari, negli anni settanta il governo statunitense iniziò a sostenere attivamente questa strategia a livello globale. Affamati di credito, i paesi [40] in via di sviluppo furono incoraggiati a chiedere prestiti ingenti, anche se a tassi che risultavano vantaggiosi per i banchieri di New York. Dato che i prestiti erano denominati in dollari statunitensi, tuttavia, qualsiasi modesto aumento dei tassi d’interesse USA, per non parlare delle impennate, poteva facilmente portare i paesi più vulnerabili all’inadempienza. In tal caso le banche d’investimento di New York sarebbero state esposte a gravi perdite.

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Il primo importante momento di verifica giunse subito dopo il «Volckershock» che nel biennio 1982-1984 portò all’inadempienza il Messico. L’amministrazione Reagan, che nel suo primo anno aveva pensato seriamente di ritirare l’appoggio all’FMI, trovò il modo di mettere insieme il potere del Tesoro USA e quello dell’FMI in modo da risolvere la difficoltà con uno sconto del debito, ma richiese in cambio una serie di riforme neoliberiste. Una volta portata a termine quella che Joseph Stiglitz ha definito l’ «epurazione» di tutte le influenze keynesiane dall’FMI, nel 1982, questo trattamento divenne abituale. Da allora l’FMI e la Banca mondiale divennero centri per la diffusione e l’imposizione del «fondamentalismo del libero mercato» e dell’ortodossia neoliberista. In cambio di una rinegoziazione del debito si chiedeva ai paesi debitori di mettere in atto riforme istituzionali, come tagli alle spese dello stato sociale, leggi sul lavoro più flessibili, privatizzazioni: nacque così l’ «aggiustamento strutturale». Il Messico fu uno dei primi paesi coinvolti in quella che sarebbe divenuta la colonna portante dell’edificio degli stati neoliberisti a livello mondiale.

Il caso del Messico, tuttavia, ha dimostrato che c’era una differenza essenziale tra la pratica liberale e quella neoliberista: in base alla prima, chi eroga prestiti è esposto alle eventuali perdite conseguenti alla scelta di un investimento sbagliato, mentre per la seconda chi accetta un prestito viene costretto, da forze nazionali e internazionali, a farsi carico del costo del rimborso del debito, quali che siano le conseguenze per la sopravvivenza e il benessere della popolazione interna; se ciò richiede la cessione di risorse a società straniere a prezzi di svendita, tanto peggio. Questa prassi però è in contraddizione con la teoria neoliberista. Un effetto, come mostrano Duménil e Lévy, è stato quello di permettere ai detentori di capitale americani di ricavare dal resto del mondo alti tassi di profitto negli anni ottanta e novanta (vedi figg. 1.8 e 1.9). La restaurazione del potere dell’élite economica, o dei ceti elevati,

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[42] negli Stati Uniti e in altri paesi a capitalismo avanzato si è basata soprattutto sui surplus prelevati dal resto del mondo attraverso i flussi internazionali e le pratiche di aggiustamento strutturale.

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Il significato del potere di classe

Che cosa s’intende qui esattamente per «classe»? Si tratta di un concetto non privo di punti oscuri, secondo alcuni addirittura ambiguo, che la neoliberalizzazione ci impone in qualche modo di ridefinire. Proprio qui nasce il problema: se questo processo è stato uno strumento per la restaurazione del potere di classe, allora dovremmo essere in grado di capire quali forze lo hanno guidato e ne hanno tratto beneficio.. Si tratta tuttavia di un’impresa difficile, poiché la «classe» non è una configurazione sociale stabile. In alcuni casi, strati sociali «tradizionali» sono riusciti a rimanere ancorati a una base di potere coerente (spesso articolata attraverso una rete di legami familiari); in altri casi, invece, la neoliberalizzazione è stata accompagnata da una riconfigurazione della classe alta. Margaret Thatcher, per esempio, attaccò alcune delle ‘forme di potere di classe più radicate in Gran Bretagna, contrastando la tradizione aristocratica che aveva grande influenza nell’esercito, nel sistema giudiziario, nell’ élite finanziaria della City di Londra e in molti segmenti dell’industria, e si schierò a fianco degli imprenditori più spregiudicati e dei nuovi ricchi. Sosteneva questa nuova classe di imprenditori (come Richard Branson, Lord Hanson e George Soros) e ne era generalmente a sua volta appoggiata, con grande scalpore dell’ala più tradizionalista del Partito conservatore. Negli Stati Uniti il potere e il peso crescenti dei finanziatori e dei dirigenti delle grandi società, accanto al rapido sviluppo di attività legate a settori completamente nuovi (come quello dell’informatica e di Internet, dei media e della distribuzione), spostarono decisamente il centro del potere economico delle classi alte. Quindi, se pure la neoliberalizzazione ha comportato la restaurazione del potere delle classi alte, ciò non significa necessariamente che abbia restituito il potere economico alle stesse persone.

A ogni modo, come illustrano i casi contraddittori di Stati Uniti e Gran Bretagna, il termine «classe» ha significati diversi in luoghi differenti, e in alcuni casi (per esempio negli Stati Uniti) si [43] ritiene spesso addirittura privo di significato. In diverse parti del mondo, inoltre, ci sono state forti spinte alla differenziazione per quanto attiene la formazione e la riformazione dell’identità di classe. In Indonesia, in Malaysia e nelle Filippine, per esempio, il potere economico ha subìto una forte concentrazione nelle mani di pochi esponenti della minoranza etnica cinese, e il modo in cui tale processo è avvenuto si differenzia profondamente da quanto si è verificato in Australia o negli Stati Uniti (il potere economico risultava fortemente concentrato nell’esercizio di attività com- merciali e comportava la monopolizzazione dei mercati). E l’ascesa dei sette oligarchi in Russia è nata dalla concomitanza di circostanze eccezionali create dal crollo dell’Unione Sovietica.

Ciononostante è possibile individuare alcune tendenze generali. In primo luogo, quella che ha fatto in modo che i privilegi relativi alla proprietà e quelli relativi alla gestione delle imprese capitaliste, tradizionalmente separati, si fondessero attraverso la retribuzione dei massimi dirigenti tramite stock options. In questo modo il valore delle azioni è divenuto la pietra di paragone delle attività economiche, soppiantando la produzione, e le tentazioni speculative si sono fatte irresistibili (come in seguito è divenuto evidente con il crollo di società come la Enron). La seconda tendenza consiste in una drastica riduzione del divario storico tra capitale liquido, che frutta dividendi e interessi, e capitale produttivo, manifatturiero o commerciale, che frutta profitti. In varie epoche del passato questa separazione aveva creato conflitti tra finanzieri, produttori e commercianti. In Gran Bretagna, per esempio, negli anni sessanta la politica del governo andava soprattutto incontro alle richieste dei finanzieri della City, spesso a scapito dell’attività produttiva nazionale, e anche negli Stati Uniti affiorarono frequentemente, nello stesso periodo, conflitti tra attività finanziarie e produttive. Durante gli anni settanta buona parte di questa conflittualità scomparve, oppure assunse forme nuove. L’orientamento delle grandi aziende divenne sempre più finanziario, anche quando, come nel settore automobilistico, erano impegnate nella produzione. Dal 1980 circa non è stato infrequente, che le società registrassero perdite nella produzione che venivano compensate da

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profitti provenienti da operazioni finanziarie (di ogni tipo, da operazioni di credito e assicurative a speculazioni in valuta volatile e mercati di futures). Le fusioni tra settori diversi [44] accorparono produzione, attività commerciali, proprietà immobiliari e interessi finanziari, creando nuovi sistemi per produrre conglomerati diversificati. Quando la US Steel cambiò nome e diventò USX, acquisendo importanti partecipazioni nel ramo assicurativo, il presidente del consiglio d’amministrazione James Roderick rispose alla domanda «Che cosa vuol dire la x?» spiegando semplicemente: «X sta per soldi».

Questo processo era collegato al grande fermento di attività e di potere che agitava il mondo della finanza. Sempre più libera dalle limitazioni poste da regolamentazioni e barriere che fino ad allora avevano delimitato il suo campo d’azione, l’attività finanziaria poteva prosperare come mai prima di allora, pressoché ovunque. Nei servizi finanziari un’ondata di innovazioni produsse non solo interconnessioni molto sofisticate a livello globale, ma anche nuovi tipi di mercati finanziari, basati su securitizzazioni, derivati e tutti i tipi di scambio di futures. In breve, la neoliberalizzazione ha significato la finanziarizzazione dell’economia, rafforzando l’influenza della finanza su tutte le altre aree economiche, oltre che sull’apparato dello stato e, come fa notare Randy Martin, sulla vita quotidiana. Ha inoltre introdotto una crescente volatilità nelle relazioni di scambio a livello globale. Senza dubbio si è verificato un vero e proprio passaggio di potere dal settore della produzione al mondo della finanza. Gli aumenti della capacità produttiva non comportavano più necessariamente una crescita dei redditi procapite, come invece accadeva con la concentrazione sui servizi finanziari. Per questa ragione il sostegno alle istituzioni finanziarie e l’integrità del sistema finanziario sono diventati la preoccupazione principale degli stati neoliberisti (come il gruppo comprendente i paesi più ricchi del mondo, noti come G7). Nel caso di un conflitto tra piccola imprenditoria e grande finanza, doveva essere privilegiata la seconda; ne segue la possibilità reale che Wall Street vada bene mentre il resto degli Stati Uniti (e il resto del mondo) va male. Per un certo periodo, soprattutto negli anni novanta, è accaduto proprio questo: mentre negli anni sessanta si diceva che ciò che andava. bene per la General Motors andava bene per gli Stati Uniti, negli anni novanta lo slogan e cambiato, affermando che conta soltanto ciò che va bene per Wall Street.

Un nucleo essenziale della crescita del potere di classe nell’ambito del neoliberismo è costituito dunque dai grandi manager, [45] operatori chiave nei consigli di amministrazione aziendali e leader degli apparati finanziario, legale e tecnico che ruotano attorno al sancta sanctorum dell’attività capitalistica. Il potere degli azionisti, effettivi detentori del capitale, è però in qualche modo sminuito, a meno che essi non riescano a conquistare un potere di voto tale da incidere sulla politica aziendale. In certe occasioni gli azionisti sono stati truffati per milioni di dollari attraverso le operazioni dei massimi dirigenti e dei loro consulenti finanziari. I profitti speculativi hanno anche reso possibile l’accumulo di im- mense fortune in un arco di tempo molto breve (ne sono esempi Warren Buffett e George Soros).

Sarebbe tuttavia sbagliato circoscrivere la definizione di «classe alta» a questo solo gruppo. L’offerta di nuove opportunità imprenditoriali, oltre che di nuove strutture nei rapporti di scambio, ha consentito l’emergere di processi sostanzialmente nuovi di formazione di classe. Rapide fortune sono state accumulate in settori nuovi dell’economia, come le biotecnologie e le tecnologie del- l’informazione (per esempio da Bill Gates e Paul Allen). Nuovi rapporti commerciali hanno aperto le porte a infinite possibilità di acquistare a basso costo e vendere a caro prezzo, se non addirittura di monopolizzare i mercati in modo da costruire fortune che possono estendersi orizzontalmente (come nel caso dell’impero mediatico di Rupert Murdoch, che cresce disordinatamente a livello globale) oppure diversificarsi in tutti i generi di affari, dall’estrazione di risorse e dalla produzione fino ai servizi finanziari, allo sviluppo urbano, alla distribuzione. In questo processo è accaduto di frequente che un rapporto privilegiato con il potere dello stato si sia rivelato cruciale. In Indonesia,

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per esempio, i due uomini d’affari più vicini a Suharto favorivano entrambi gli interessi finanziari della famiglia del presidente, ma allo stesso tempo accumulavano ricchezze immense, traendo vantaggio dai loro rapporti con quell’apparato statale. Nel 1997 il Salim Group, che faceva capo a uno di questi uomini, era «probabilmente il più grande gruppo di proprietà cinese, con un patrimonio di venti milioni di dollari e circa cinquecento società». Partito con una società d’investimento relativamente piccola, Carlos Slim ottenne il controllo del sistema di comunicazioni appena privatizzato del Messico e lo trasformò velocemente in un vasto impero conglomerato, che non solo controlla un’enorme fetta dell’economia [46] messicana, ma i cui interessi si estendono nella distribuzione al dettaglio negli Stati Uniti (Circuit City e Barnes and Noble) oltre che in tutta l’America Latina. Negli Stati Uniti la famiglia Walton è divenuta immensamente ricca mentre la Wal-Mart conquistava una posizione dominante nel commercio al dettaglio statunitense, ma con una partecipazione a linee di produzione cinesi, oltre che a grandi magazzini di vendita al dettaglio di tutto il mondo. Se esistono ovvi legami tra questo genere di attività e il mondo della finanza, l’incredibile abilità non solo nell’accumulare grandi fortune personali ma anche nell’esercitare il controllo su così ampi segmenti dell’economia conferisce a un numero esiguo di individui un immenso potere economico, in grado di influenzare i processi politici. Non c’è da stupirsi se il valore netto delle 358 persone più ricche del 1996 era «uguale al reddito complessivo del 45 per cento più povero della popolazione mondiale, 2,3 miliardi di persone». Cosa più grave ancora, «le duecento persone più ricche del mondo hanno più che raddoppiato il loro patrimonio netto nei quattro anni precedenti il 1998, fino a oltrepassare i mille miliardi di dollari. I patrimoni dei tre miliardari più ricchi [superavano] il PIL complessivo di tutti i paesi meno sviluppati e dei seicento milioni di persone che li abitavano».

C’è tuttavia un altro complesso problema da esaminare in questo processo di riconfigurazione radicale dei rapporti di classe. Sorge infatti la questione, molto dibattuta, se questa nuova configurazione di classe debba essere considerata transnazionale o se possa ancora essere intesa come un’entità che rientra nei confini dello stato-nazione. A mio parere, l’idea che la classe dominante, in qualsiasi parte del mondo, abbia limitato le proprie attività e definito la propria lealtà rispetto a uno stato-nazione specifico è stata storicamente molto sopravvalutata. Non ha mai avuto molto senso parlare di una classe capitalista specificamente statunitense distinta da una britannica o francese o tedesca: i legami internazionali sono sempre stati importanti, soprattutto in relazione alle attività coloniali e neocoloniali, ma anche attraverso collegamenti transnazionali che risalgono al XIX secolo, se non prima. Durante la fase della globalizzazione neoliberista c’è stato tuttavia, senza ombra di dubbio, un approfondimento, oltre che un’estensione, di tali collegamenti transnazionali, ed è fondamentale riconoscerne l’importanza. Ma ciò non significa che i vertici di questa classe [47] non si colleghino a specifici apparati dello stato, in grado di offrire loro vantaggi e protezioni; dove specificamente trovino tali connessioni è importante, anche se queste non sono più stabili dell’attività capitalistica che loro esercitano. Rupert Murdoch può iniziare in Australia e quindi passare alla Gran Bretagna, prima di prendere infine la cittadinanza americana (senza dubbio in tempi accelerati); non si colloca al di sopra o al di fuori degli specifici poteri dello stato, ma tramite le sue partecipazioni nei media esercita una considerevole influenza sulla politica britannica, statunitense e australiana. I 247 editori dei suoi giornali, in tutto il mondo, pur proclamandosi indipendenti, hanno appoggiato tutti l’invasione statunitense dell’Iraq. Per semplificare le cose, tuttavia, ha ancora senso parlare di interessi della classe capitalista starunitense o britannica o coreana, perché interessi aziendali come quelli di Murdoch, di Carlos Slim o del Salim Group traggono vantaggio da specifici apparati statali che al tempo stesso appoggiano. Tuttavia ciascuno di loro può esercitare – e in genere di fatto lo esercita – un potere di classe in più di uno stato simultaneamente.

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Questo disparato gruppo di individui, inserito nel mondo aziendale, finanziario, commerciale e edilizio, non costituisce una vera e propria classe e può essere attraversato da tensioni; ciononostante esiste al suo interno una certa comunanza di interessi che in genere riconosce i vantaggi (e ormai anche alcuni pericoli) che possono venire dalla neoliberalizzazione. Questi individui possiedono inoltre, grazie a organizzazioni come il World Economic Forum di Davos, gli strumenti per scambiarsi idee, associarsi e consultarsi con i leader politici. Esercitano un’immensa influenza sugli affari globali e possiedono una libertà d’azione che a nessun cittadino comune è concessa.

La prospettiva della libertà

È interessante leggere la storia della neoliberalizzazione e della formazione di classe e la sempre più diffusa accettazione delle idee della società di Mont Pélerin sullo sfondo delle riflessioni proposte da Karl Polanyi nel 1944 (poco tempo prima che venisse costituita tale associazione). In una società complessa, notava Polanyi, il significato della libertà diviene tanto più contraddittorio e [48] pregno quanto più le sue sollecitazioni all’azione sono stringenti. Secondo Polanyi esistono due tipi di libertà, uno buono e l’altro cattivo; tra gli esempi di quest’ultimo tipo egli elencava «la libertà di sfruttare i propri simili, o la libertà di impedire che le invenzioni tecnologiche vengano usate a pubblico beneficio, oppure la libertà di trarre profitto da pubbliche calamità organizzate in segreto per trarne vantaggi privati». Ma, continuava, «l’economia di mercato nel cui ambito prosperano queste libertà ha anche prodotto libertà a cui diamo grande valore. La libertà di coscienza, la libertà di parola, la libertà di riunione, la libertà di associazione, la libertà di scegliersi il proprio lavoro». Anche se molti possono «aver care queste libertà di per se stesse» – come certamente accade ancora a molti di noi – si tratta in larga misura di «prodotti secondari della stessa economia che ha prodotto anche le libertà negative». Considerata l’attuale egemonia del pensiero neoliberista, leggere la risposta di Polanyi a questo dualismo può produrre uno strano effetto:

La fine dell’economia di mercato .può divenire l’inizio di un’era di libertà senza precedenti. Le libertà giuridiche ed effettive possono essere rese più ampie e più generali di quanto siano mai state; la regolamentazione e il controllo possono servire a garantire la libertà non solo a pochi, ma a tutti. La libertà non come elemento accessorio del privilegio, contaminato. alla fonte, ma come un diritto. prescrittivo che si estende ben oltre gli stretti limiti del1a sfera politica, nell’organizzazione interna della società stessa. Così le antiche libertà e i diritti civili si aggiungerebbero alla riserva delle nuove libertà generate dal tempo libero e dalla sicurezza che la società industriale offre a tutti. Una simile società potrebbe permettersi di essere tanto giusta quanto libera.

Sfortunatamente, notava Polanyi, il passaggio a un futuro del genere è impedito dall’«ostacolo morale» dell’utopismo liberale (e più di una volta egli cita Hayek come rappresentante di questa tradizione):

Le pianificazioni e il controllo vengono accusati di essere negazioni della libertà. Si afferma che la libera impresa e la proprietà privata sono essenziali alla libertà. Si afferma che nessuna società costruita su fondamenti diversi merita di essere chiamata libera. La [49] libertà creata dalla regolamentazione viene denunciata come illibertà; la giustizia, la libertà e il welfare che offre vengono biasimati come una mascheratura della schiavitù.

L’idea di libertà «degenera così in un mero patrocinio della libera impresa», che significa «piena libertà per coloro che non hanno bisogno di veder crescere i propri redditi, il proprio tempo libero e la propria sicurezza, e una vera e propria carenza di libertà per la gente che invano potrebbe cercare di far uso dei propri diritti democratici per trovare protezione dal potere di quanti detengono le proprietà». Ma se, come sempre accade, «non è possibile una società in cui non siano presenti il

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potere e la costrizione, e neppure un mondo in cui la forza non abbia una funzione», allora l’unico modo in cui questa visione utopica liberale potrà essere sostenuta è con la forza, la violenza e l’autoritarismo. L’utopismo liberale o neoliberista è condannato, nella concezione di Polanyi, a essere frustrato dall’autoritarismo, se non dal fascismo vero e proprio. Le libertà buone svaniscono, e subentrano quelle cattive.

La diagnosi di Polanyi sembra adattarsi perfettamente alla condizione contemporanea; offre un’ottica valida per interpretare le parole del presidente Bush quando afferma che «proprio perché siamo la più grande potenza della terra, noi [gli Stati Uniti] abbiamo il dovere di contribuire a diffondere la libertà»; aiuta a spiegare perché il neoliberismo è divenuto così autoritario, forte e antidemocratico proprio nel momento in cui «l’umanità ha tra le mani l’opportunità di far trionfare la libertà su tutti i suoi antichi nemici»; ci porta a concentrare la nostra attenzione sul fatto che tante aziende hanno tratto profitto dal rifiuto di rendere disponibili a tutti i benefici delle proprie tecnologie (come i farmaci per l’AIDS), oltre che dalle calamità della guerra (come nel caso della Halliburton), delle carestie e dei disastri ambientali; fa sorgere il dubbio che molte di queste calamità o quasi calamità (la corsa agli armamenti, la necessità di far fronte a nemici tanto reali quanto immaginari) siano state segretamente organizzate a vantaggio di interessi aziendali, e rende fin troppo chiaro perché coloro che dispongono di ricchezza e potere sostengano con tanto fervore una certa concezione dei diritti e della libertà, cercando di persuaderci della sua universalità e bontà. Trent’anni di libertà neoliberiste, dopo tutto, non hanno solo restaurato il potere di [50] una classe capitalistica assai ben definita: hanno anche prodotto immense concentrazioni di potere aziendale nei campi dell’energia, dei media, dei prodotti farmaceutici, dei trasporti e del commercio al dettaglio (si pensi al caso della Wal-Mart). La libertà del i mercato, che secondo i proclami di Bush sarebbe il vertice delle aspirazioni umane, si rivela un comodo strumento per diffondere in modo indiscriminato il potere monopolistico aziendale e la Coca-Cola. Grazie a un’influenza spropositata sui media e sulla politica, questa classe (Rupert Murdoch e Fox News in testa) ha l’incentivo e il potere per persuaderci che stiamo meglio in un regime di libertà neoliberista. All’ élite, chiusa nei propri ghetti dorati, il mondo deve sembrare davvero un posto migliore. Come avrebbe potuto dire Polanyi, il neoliberismo conferisce diritti e libertà a coloro «che non hanno bisogno di veder crescere i propri redditi, il proprio tempo libero e la propria sicurezza», lasciandoci soltanto le briciole. Perché allora ci siamo dimostrati così acquiescenti di fronte a questo stato di cose?

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2. La costruzione del consenso

[51] Come e da chi è stato realizzato il neoliberismo? La risposta, nel caso di paesi come il Cile e l’Argentina degli anni settanta, è semplice, brutale e decisa: un colpo di stato militare, appoggiato dalle classi dominanti tradizionali (oltre che dal governo statunitense), cui ha fatto seguito la feroce repressione di tutti i meccanismi di solidarietà creati all’interno delle organizzazioni dei lavoratori e dei movimenti sociali urbani, che avevano minacciato il loro potere. Ma la rivoluzione neoliberista che abitualmente viene attribuita a Margaret Thatcher e a Ronald Reagan dopo il 1979 doveva essere realizzata con strumenti democratici, e affinché si verificasse un cambiamento di tale portata era necessaria innanzitutto la costruzione del consenso politico in una fascia di popolazione abbastanza ampia da garantire la vittoria elettorale. In genere, il consenso affonda le sue radici in quello che Antonio Gramsci ha chiamato «senso comune» (inteso come «il senso condiviso da tutti»). A differenza del «buon senso», che può essere il risultato di una riflessione critica, il senso comune si costruisce attraverso pratiche consolidate di socializzazione culturale, spesso profondamente radicate in tradizioni regionali o nazionali; esso può dunque essere profondamente fuorviante, in quanto nasconde o maschera i veri problemi sotto pregiudizi culturali. I valori culturali e tradizionali (come la fede in Dio e nel proprio paese o le convinzioni in merito alla posizione delle donne nella società) e le paure (dei comunisti, degli immigranti, degli stranieri o degli «altri») possono essere utilizzati per mascherare altre realtà. È possibile fare appello a slogan [52] politici che celino strategie specifiche dietro vaghi espedienti retorici. La parola «libertà» desta un’eco così ampia in chi è partecipe del senso comune americano da diventare «un pulsante che le élite possono premere per avere accesso alle masse» e giustificare pressoché qualsiasi cosa. È in questo modo che Bush ha potuto giustificare retrospettivamente la guerra in Iraq. Secondo Gramsci, le questioni politiche diventano «irrisolvibili» quando «si rivestono di forme culturali». Per cercare di comprendere la costruzione del consenso politico dobbiamo imparare a estrarre i significati politici dai loro involucri culturali.

In che modo, allora, è stato creato un consenso popolare sufficiente a legittimare la svolta neoliberista? Sono stati utilizzati canali diversi: influenze ideologiche potenti hanno circolato nelle grandi aziende, nei media e nelle molte istituzioni che compongono la società civile, come università, scuole, chiese e associazioni professionali. La «lunga marcia» delle idee neoliberiste attraverso queste istituzioni, preconizzata da Hayek già nel 1947, l’organizzazione di think-tanks (sostenuti e finanziati dalle grandi aziende), la conquista di segmenti strategici dei media e la conversione di molti intellettuali all’ideologia neoliberista hanno determinato un clima di opinioni favorevoli a tale dottrina, assurta a garante esclusiva della libertà. In seguito questi movimenti si sono consolidati attraverso la conquista dei partiti politici e, infine, del potere dello stato.

Gli appelli alle tradizioni e ai valori culturali hanno avuto, in questo processo, una grande rilevanza. Un progetto che dichiarasse apertamente di avere come obiettivo la restaurazione del potere economico di una ristretta élite non avrebbe probabilmente ottenuto un forte sostegno popolare, mentre un tentativo programmatico di promuovere la causa delle libertà individuali può esercitare un richiamo sulle masse e così mascherare la tendenza alla restaurazione del potere di classe. Inoltre, una volta compiuta la svolta neoliberista, l’apparato dello stato poteva persuadere, cooptare, corrompere e minacciare per mantenere il clima di consenso necessario a perpetuare il suo potere. Come vedremo, questo è stato il punto di forza della Thatcher e di Reagan.

Come ha fatto dunque il neoliberismo a realizzare la svolta che ha spiazzato in modo così completo l’embedded liberalism? In alcuni casi, la risposta sta soprattutto nell’uso della forza

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(militare, come in Cile, o finanziaria, come nelle operazioni dell’FMI in [53] Mozambico o nelle Filippine). La coercizione può produrre un’accettazione fatalistica, perfino rassegnata, dell’idea che, come affermava con insistenza Margaret Thatcher, non c’era e non c’è «alcuna alternativa». La costruzione attiva del consenso ha seguito vie diverse da un posto all’ altro. Inoltre, come attestano numerosi movimenti di opposizione, spesso il consenso si è indebolito o è svanito in diversi paesi. Ma per meglio riconoscere le basi materiali della costruzione del consenso dobbiamo considerare – al di là di questi variegati meccanismi ideologici e culturali, pur importanti – le caratteristiche dell’esperienza quotidiana. È a questo livello – nell’esperienza della vita quotidiana sotto il capitalismo negli anni settanta – che cominciamo a cogliere in che modo il neoliberismo abbia permeato il «senso comune». L’effetto è che in molte parti del mondo è stato inteso sempre più come un modo necessario, o addirittura del tutto «naturale», per regolare l’ordine sociale.

Ogni movimento politico che consideri inviolabili le libertà individuali è esposto al rischio di essere aggregato alla schiera neoliberista. Gli sconvolgimenti politici avvenuti in tutto il mondo nel 1968, per esempio, erano fortemente segnati dal desiderio di maggiori libertà personali. Ciò era certamente vero per gli studenti, come quelli ispirati dal movimento per la libertà di parola nato a Berkeley negli anni sessanta, o quelli che scesero in strada a Parigi, Berlino e Bangkok, o quelli che furono spietatamente abbattuti a Città di Messico poco prima dei Giochi olimpici del 1968. Chiedevano libertà dalle costrizioni esercitate dalle famiglie, dalle strutture educative, aziendali, burocratiche e dallo stato. Ma il movimento del ‘68 aveva anche come obiettivo politico primario la giustizia sociale.

I valori della libertà individuale e della giustizia sociale non sono, però, necessariamente compatibili. Il perseguimento della giustizia sociale presuppone solidarietà sociali e una propensione a sublimare le esigenze, i bisogni e i desideri individuali nell’ambito di una lotta più generale, per esempio per l’uguaglianza sociale o la giustizia ambientale. Nel movimento del ‘68 gli obiettivi che riguardavano la giustizia sociale e quelli relativi alla libertà individuale si fondevano con qualche difficoltà. L’attrito divenne più che mai evidente nella tensione che caratterizzò i rapporti tra la sinistra tradizionale (organizzazioni dei lavoratori e partiti politici a favore delle solidarietà sociali) e il movimento studentesco, [54] desideroso di libertà individuali. Il sospetto e le ostilità che separarono queste due componenti in Francia (per esempio il Partito comunista e il movimento studentesco) durante i fatti del ‘68 rappresentano un caso indicativo. Anche se non è impossibile colmare tali divergenze, non è però difficile accorgersi che possono anche essere rese più profonde. La retorica neoliberista, con la sua enfasi sulle libertà individuali, è in grado di separare il libertarismo, le politiche dell’identità, il multiculturalismo e il consumismo narcisistico dalle forze sociali che perseguono la giustizia sociale tramite la conquista del potere. Da tempo si è dimostrato estremamente difficile per la sinistra statunitense, per esempio, costruire la disciplina collettiva necessaria per un’azione politica tesa alla conquista della giustizia sociale senza recare offesa all’aspirazione dei partecipanti a libertà individuali e a un pieno riconoscimento ed espressione delle identità particolari. Il neoliberismo non ha creato queste distinzioni, ma ha potuto facilmente sfruttarle, se non fomentarle.

All’inizio degli anni settanta coloro che aspiravano alle libertà individuali e alla giustizia sociale riuscirono a unirsi contro quello che molti vedevano come un nemico comune. Le grandi società e gli stati interventisti sembravano guidare il mondo in modi oppressivi per l’individuo e socialmente ingiusti. La guerra del Vietnam fu il più ovvio catalizzatore dello scontento, ma a costituire motivo di risentimento erano anche le attività distruttive delle grandi aziende e dello stato rispetto all’ambiente, la spinta verso un consumismo insensato, l’incapacità di affrontare le questioni sociali e di rispondere in modo adeguato alle rivendicazioni di diversità, oltre alle pesanti limitazioni delle possibilità individuali e dei comportamenti personali a causa dei controlli imposti dallo stato e dalle

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«tradizioni». I diritti civili erano un tema all’ordine del giorno, e anche le questioni relative a sessualità e diritti riproduttivi avevano un peso importante. Per quasi tutti coloro che erano coinvolti nel movimento del ‘68 lo stato, con la sua invadenza, era il nemico e doveva essere riformato; e su questo i neoliberisti potevano facilmente concordare. Ma anche le grandi aziende capitaliste, le imprese commerciali e il sistema di mercato erano visti come nemici primari che dovevano essere emendati, se non rivoluzionati: di qui la minaccia al potere della classe capitalista. Appropriandosi delle idee di libertà individuale e volgendole [55] contro le pratiche interventiste e regolatorie dello stato, gli interessi della classe capitalista potevano sperare di proteggere, e anche di restaurare, la loro posizione. Il neoliberismo era del tutto funzionale a questo compito ideologico, ma doveva trovare sostegno in una strategia pratica che ponesse l’accento sulla libertà di scelta del consumatore, non solo rispetto a prodotti specifici, bensì anche rispetto a stili di vita, modi d’espressione e un’ampia gamma di pratiche culturali. La neoliberalizzazione richiedeva, politicamente ed economicamente, la costruzione di una cultura populista neoliberista, basata sul mercato, fatta di consumismo differenziato e libertarismo individuale. In quanto tale, si è dimostrata più che compatibile con la corrente culturale chiamata «postmodemismo», che per molto tempo era rimasta in posizione subaltema, ma che ora poteva emergere pienamente come una dominante culturale e intellettuale. La sfida messa a punto con grande sottigliezza dalle corporazioni e dalle classi dominanti negli anni ottanta fu questa.

Nulla di tutto ciò era molto chiaro all’epoca. I movimenti di sinistra non riuscirono a riconoscere o ad affrontare, e meno che mai a risolvere, la tensione implicita tra la ricerca di libertà individuali e di giustizia sociale. Ma il senso intuitivo del problema era, io sospetto, abbastanza chiaro a molti rappresentanti delle classi elevate, anche a coloro che non avevano mai letto Hayek o sentito parlare della teoria neoliberista. Permettetemi di illustrare quest’idea mettendo a confronto le svolte neoliberiste avvenute negli Stati Uniti e in Gran Bretagna nei difficili anni settanta.

Per gli Stati Uniti si può partire da un promemoria confidenziale inviato nell’agosto 1971 da Lewis Powell alla Camera di commercio statunitense. Powell, che stava per essere nominato alla Corte suprema da Richard Nixon, sosteneva che le critiche e l’opposizione al sistema americano della libera impresa si erano spinte troppo in là, e che «era giunto il momento – da un pezzo, in realtà – di mettere in campo la lungimiranza, l’ingegno e le risorse delle imprese americane contro coloro che vorrebbero distruggerle». Powell sosteneva che l’azione individuale era insufficiente. «La forza» scriveva «risiede nell’organizzazione, in un’avveduta attività di pianificazione e attuazione a lungo termine, nella coerenza di iniziative portate avanti per un numero indefinito di anni, in finanziamenti di un’entità che si può raggiungere solamente con [56] uno sforzo congiunto, e anche nel potere politico, che si può con- quistare solo tramite un’azione unitaria e organizzazioni nazionali.» La Camera di commercio nazionale, affermava Powell, avreb- be dovuto porsi alla testa di un attacco alle maggiori istituzioni – le università, le scuole, i media, il mondo dell’editoria, i tribunali- al fine di cambiare le opinioni individuali «in merito alle grandi aziende, la legge, la cultura e l’individuo». Al mondo delle imprese statunitensi non mancavano certo le risorse per uno sforzo del genere, soprattutto se si fossero messe insieme.

Quanto sia risultato influente questo richiamo all’impegno nella lotta di classe è difficile dire. Ma sappiamo che da allora in poi la Camera di commercio ha visto crescere la sua base da circa sessantamila aziende nel 1972 a più di duecentocinquantamila dieci anni dopo. Insieme alla National Association of Manufacturers (che si trasferì a Washington nel 1972), accumulò stanziamenti immensi per esercitare pressioni sul Congresso e finanziare ricerche. Nel 1972 fu fondata la Business Roundtable, un’organizzazione di grandi manager «dedita al perseguimento aggressivo del potere politico per conto delle grandi imprese», che di lì in avanti sarebbe diventata il nucleo centrale degli interventi a favore delle corporations. Le aziende coinvolte

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rappresentavano, negli anni settanta, «circa la metà del PIL degli Stati Uniti», e spesero quasi 900 milioni di dollari all’anno (una cifra enorme a quel tempo) per influenzare il dibattito politico. Con l’appoggio delle grandi aziende furono fondati think-tanks come la Heritage Foundation, lo Hoover Institute, il Centre for the Study of American Business e l’American Enterprise Institute, allo scopo di intervenire nelle polemiche e, quando necessario, come nel caso del National Bureau of Economic Research (NBER), avviare seri studi tecnici ed empirici e dibattiti politico-filosofici, in genere a sostegno delle politiche neoliberiste. Quasi metà dei finanziamenti per il NBER, che godeva di grande considerazione, proveniva dalle più importanti società incluse nella lista di Fortune 500. Fortemente integrato nella comunità accademica, il NBER avrebbe avuto un impatto molto significativo sulla linea di pensiero dei dipartimenti di economia e delle scuole di gestione aziendale delle più importanti università. Grazie ai generosi finanziamenti erogati da persone danarose (come il produttore di birra Joseph Coors, che in seguito divenne membro del kitchen cabinet di Reagan) e dalle loro fondazioni [57] (per esempio Olin, Scaife, Smith Richardson, Pew Charitable Trust), comparve una marea di trattati e di libri che sposavano i valori neoliberisti; tra questi il più letto e apprezzato fu forse Anarchia, stato e utopia di Nozick. Grazie a un finanziamento dello Scaife fu realizzata, nel 1977, una versione televisiva del libro Liberi di scegliere di Milton Friedman. «Il mondo degli affari» conclude Blyth «stava imparando a spendere in quanto classe».

Nel selezionare le università degne di particolare attenzione, Powell mise in evidenza un’opportunità, oltre che un problema, giacché in esse si concentravano effettivamente opinioni antiaziendali e antistatali (gli studenti dell’Università di Santa Barbara avevano incendiato 1’edificio che ospitava la locale filiale della Bank of America e inscenato una cerimonia in cui avevano seppellito nella sabbia un’automobile). Ma molti studenti erano (e sono ancora) benestanti e privilegiati, o almeno di classe media, e negli Stati Uniti i valori della libertà individuale vengono da molto tempo esaltati (nella musica e nella cultura popolare) come primari. Le argomentazioni neoliberiste potevano dunque trovarvi un terreno fertile per propagarsi. Powell non era favorevole a un’estensione del potere dello stato, ma l’attività economica avrebbe dovuto «coltivare assiduamente» lo stato e, quando necessario, usarlo «in modo aggressivo e determinato». Ma in che modo esattamente si doveva impiegare il potere dello stato per riformulare il senso comune?

Un tipo di risposta alla duplice crisi dell’accumulazione di capitale e del potere di classe emerse dalle trincee dei conflitti urbani degli anni settanta. La crisi fiscale di New York fu un caso emblematico. La ristrutturazione e la deindustrializzazione capitalista stavano già da anni erodendo la base economica della città, e il veloce esodo verso le periferie aveva impoverito gran parte delle zone centrali della città. Il risultato fu, negli anni sessanta, l’emergere di esplosive inquietudini sociali tra le popolazioni emarginate, che segnarono la cosiddetta «crisi urbana» (problemi simili sarebbero emersi in molte città statunitensi). Si pensava che la soluzione fosse l’espansione del pubblico impiego e degli interventi pubblici, in parte favorita da generosi finanziamenti federali. Ma di fronte alle difficoltà fiscali, all’inizio degli anni settanta, il presidente Nixon si limitò a dichiarare conclusa la crisi urbana. Molti cittadini accolsero con sorpresa questa bella notizia, che lasciava però prevedere una diminuzione dell’assistenza federale. [58] Mentre la recessione prendeva piede, nel bilancio della città di New York crebbe il divario tra introiti e spese (già vasto per via delle scriteriate politiche di indebitamento portate avanti per molti anni). Dapprincipio le istituzioni finanziarie si mostrarono pronte a colmare il divario, ma nel 1975 una potente cricca di banchieri d’investimento (guidata da Walter Wriston di Citibank) rifiutò di rinnovare il debito e spinse la città, tecnicamente, alla bancarotta. Il successivo intervento di salvataggio comportava la creazione di nuove istituzioni, che assunsero il controllo della gestione del bilancio cittadino. Queste imposero che gli introiti fiscali della città fossero impiegati prima di tutto per ripagare i titolari di obbligazioni; con quel che rimaneva si sarebbero pagati i servizi essenziali. Il risultato fu

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che i potenti sindacati municipali della città vennero messi sotto controllo, furono adottati provvedimenti che congelavano i livelli retributivi, furono effettuati tagli al pubblico impiego e ai servizi sociali (istruzione, sanità pubblica, trasporti) e fu imposto il pagamento di caponi di utenza (per la prima volta vennero introdotte rette nel sistema della City University of New York). Come umiliazione finale, giunse la richiesta che i sindacati municipali investissero i loro fondi pensione nelle obbligazioni cittadine. A quel punto i sindacati si trovarono di fronte a un’alternativa: moderare le loro richieste, o affrontare la prospettiva di perdere i fondi pensione a causa della bancarotta della città.

Aveva tutta l’aria di un colpo di stato da parte delle istituzioni , finanziarie contro il governo democraticamente eletto della città di New York; ed ebbe la stessa efficacia di quello precedentemente compiuto in Cile. Nel bel mezzo di una crisi fiscale, la ricchezza fu ridistribuita alle classi alte. La crisi di New York fu, sostiene Zevin, sintomatica di una «emergente strategia di disinflazione accompagnata a una ridistribuzione regressiva di redditi, ricchezza e potere». Fu «una battaglia iniziale, forse decisiva, di una nuova guerra», che aveva lo scopo di «dimostrare agli altri che ciò che stava accadendo a NewYork poteva accadere, e in alcuni casi sarebbe poi di fatto accaduto, anche a loro».

Se tutti i protagonisti coinvolti in questa rinegoziazione del compromesso fiscale capissero che si trattava di una strategia per ripristinare il potere di classe è una questione aperta. La necessità di mantenere una disciplina fiscale è un tema che merita attenzione di per sé e, come il monetarismo più in generale, non [59] comporta necessariamente ridistribuzioni regressive. È poco probabile, per esempio, che Felix Rohatyn, il banchiere d’affari che fece da intermediario nell’accordo tra la città, lo stato e le istituzioni finanziarie, avesse in mente il ripristino del potere di classe. L’unico modo possibile per «salvare» la città era soddisfare le richieste dei banchieri d’investimento e abbassare i livelli di vita di gran .parte della popolazione di New York. Ma la restaurazione del potere di classe era quasi certamente l’obiettivo di banchieri d’investimento come Walter Wriston, il quale aveva equiparato qualsiasi intervento governativo negli Stati Uniti e nel Regno Unito al comunismo. Ed era probabilmente lo scopo del segretario al Tesoro di Ford, William Simon (che sarebbe poi divenuto direttore dell’ultraconservatrice Olin Foundation). Osservando con approvazione gli sviluppi in Cile, Simon suggerì energicamente al presidente Ford di rifiutare qualsiasi aiuto alla città (il New York Daily News uscì con il titolo «Ford alla città: deciditi a morire»). Le condizioni per compiere il salvataggio, dichiarò, avrebbero dovuto essere «così punitive, l’esperienza complessiva così penosa che nessuna città, nessuna parte politica sarebbe mai stata tentata di percorrere la stessa strada».

Anche se la resistenza alle misure di austerità fu diffusa, riuscì solo, secondo Freeman, a rallentare «la controrivoluzione che giungeva dall’alto, non a fermarla. Nel giro di pochi anni, molte delle conquiste storiche della New York operaia furono cancellate». Gran parte dell’infrastruttura sociale della city fu indebolita e le infrastrutture fisiche (per esempio il sistema della metropolita- na) subirono un evidente deterioramento per mancanza di investimenti o perfino di manutenzione. La vita quotidiana a New York «divenne faticosa e l’atmosfera cittadina si fece squallida». Il governo cittadino, il movimento municipale dei lavoratori e i newyorkesi appartenenti alla classe lavoratrice furono di fatto privati «di buona parte del potere che avevano conquistato nei tre decenni precedenti». Demoralizzati, i newyorkesi dei ceti operai si adeguarono con riluttanza al nuovo stato di cose.

Ma i banchieri d’investimento di New York non smisero di occuparsi della città. Colsero l’opportunità per ristrutturarla nel modo più conveniente per i loro programmi. La creazione di un «clima favorevole all’attività economica» divenne una priorità. Questo voleva dire utilizzare le

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risorse pubbliche per costruire [60] infrastrutture idonee alle iniziative commerciali (in particolare nelle telecomunicazioni), oltre che per sussidi e incentivi fiscali alle imprese capitalistiche. Il corporate welfare si sostituì al welfare destinato ai cittadini. Le istituzioni più prestigiose della città vennero mobilitate per vendere l’immagine della città come centro culturale e meta turistica (fu inventato il famoso logo I LOVE NEW YORK). Le élite dominanti si impegnarono, spesso in modo litigioso, per favorire l’apertura del campo culturale a tutti gli stili delle diverse correnti cosmopolite. L’esplorazione narcisistica di sé, della sessualità e dell’identità divenne il leitmotiv della cultura borghese urbana. La libertà artistica e la licenza artistica, promosse dalle potenti istituzioni culturali della città, portarono di fatto alla neoliberalizzazione della cultura. La «New York delirante» (per usare l’efficace definizione di Rem Koolhaas) cancellò la memoria collettiva della New York democratica. Le élite cittadine acconsentirono, anche se non senza lottare, alla richiesta di diversificazione degli stili di vita (inclusi quelli legati alle preferenze sessuali e all’identità sessuale). New York divenne l’epicentro della sperimentazione culturale e intellettuale postmoderna. Nel frattempo i banchieri d’investimento ricostruivano l’economia della città intorno alle attività finanziarie, a quelle ausiliarie come i servizi legali e i media (molto rivitalizzati dalla finanziarizzazione che si verificò allora) e al consumismo differenziato (in cui ebbero un ruolo importante e redditizio la nobilitazione e il «restauro» di certi quartieri).

Il governo della city acquisì un carattere sempre più imprenditoriale, anziché socialdemocratico o anche solo gestionale. La competizione tra le varie città per il capitale d’investimento trasformò il governo in una governance urbana costituita dalla commistione tra pubblico e privato. L’attività economica della città venne sempre più portata avanti a porte chiuse, mentre i contenuti democratici e rappresentativi del governo locale s’indebolivano.

La New York lavoratrice e quella etnica degli immigrati dovettero sparire nell’ombra, per essere devastate dal razzismo e, negli anni ottanta, da un’epidemia di crack di proporzioni epiche che portò molti giovani alla morte, al carcere o al vagabondaggio, per poi subire il nuovo catastrofico attacco sferrato dall’epidemia di AIDS che si diffuse negli anni novanta. Per i poveri, la ridistribuzione della ricchezza tramite la violenza criminale divenne una delle poche opzioni praticabili, e le autorità risposero [61] criminalizzando intere comunità di gente impoverita ed emarginata. La colpa venne data alle vittime; Giuliani si conquistò la fama grazie alle vendette condotte per conto di una borghesia di Manhattan sempre più benestante e stufa di dover fare i conti con gli effetti di tanta devastazione sulla soglia delle sue case.

La gestione della crisi fiscale di New York preparò la strada allle pratiche neoliberiste, sia a livello nazionale, sotto Reagan, sia a livello internazionale attraverso l’FMI negli anni ottanta. Stabilì il principio che, in caso di conflitto, tra l’integrità delle istituzioni finanziarie e i profitti dei titolari di obbligazioni da una parte e il benessere dei cittadini dall’altra dovevano essere privilegiati i primi. Sottolineò che il ruolo del governo era creare un clima favorevole all’attività economica, e non provvedere ai bisogni e al benessere della popolazione nel suo complesso. Le politiche del- l’amministrazione Reagan negli anni ottanta, conclude Tabb, non produssero «nient’altro che lo scenario della New York» degli anni settanta proiettato «su grande scala».

A partire dalla metà degli anni settanta, le conclusioni cui si era giunti a livello locale furono rapidamente trasferite a livello nazionale. Thomas Edsall (un giornalista che segue da molti anni quel che accade a Washington) pubblicò nel 1985 un resoconto preveggente:

Durante gli anni settanta le imprese commerciali affermarono la loro capacità di agire come classe, mettendo da parte gli istinti competitivi in favore di un’azione congiunta e collaborativa in campo legislativo. Invece che singole società che puntavano solo a ottenere favori speciali […] nella strategia politica delle imprese divenne dominante il desiderio, da tutte condiviso, di veder

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sconfitti provvedimenti come quelli per la protezione del consumatore e per la riforma della legge sul lavoro, e l’adozione di legislazioni favorevoli in campo fiscale, normativo e antitrust.

Per realizzare questo obiettivo le aziende avevano bisogno di uno strumento politico di classe e di un sostegno popolare. Si diedero quindi da fare per trasformare il Partito repubblicano in un loro strumento. La costituzione di potenti comitati di azione politica al fine di ottenere, come suol dirsi, «il miglior governo che il denaro possa comprare» fu un passo importante. Le leggi del 1971 [62] per il finanziamento delle campagne elettorali, presentate come «progressiste», di fatto legalizzarono la corruzione finanziaria della politica. Nel 1976 la Corte suprema diede l’avvio a una fondamentale serie di decisioni, stabilendo per la prima volta che il diritto di un’azienda a versare contributi illimitati a partiti e comitati politici era protetto in base al Primo emendamento, che garantisce il diritto degli individui (in questo caso delle grandi aziende) alla libertà di parola Di lì in avanti, i comitati d’azione politica (PAC) poterono garantire a gruppi d’interessi costituiti da grandi aziende, miliardari e associazioni professionali il dominio finanziario di entrambi i partiti politici. I PAC creati dalle aziende, che nel 1974 erano in tutto 89, nel 1982 erano divenuti 1467. Erano disposti a finanziare esponenti di entrambi i partiti, purché facessero i loro interessi, ma erano sistematicamente portati a privilegiare i rappresentanti di destra. Alla fine degli anni settanta Reagan (allora governatore della California) e William Simon (che abbiamo già incontrato) si fecero in quattro per invitare i PAC a orientare i loro finanziamenti verso candidati repubblicani di destra. Il limite di 5000 dollari per qualsiasi contributo di un PAC a un singolo candidato costrinse i comitati di diverse società e industrie a unire i loro sforzi, il che significava costruire alleanze basate sugli interessi di classe, anziché su interessi particolari.

In questo periodo, alla disponibilità del Partito repubblicano a divenire li rappresentante del «suo elettorato della classe dominante» si opponeva, nota Edsall, l’atteggiamento «ideologicamente ambivalente» dei democratici, che derivava «dal fatto che in- trattengono legami disparati con diversi gruppi sociali, e nessuno di questi gruppi – donne, neri, organizzazioni dei lavoratori, an- ziani, ispanici, organizzazioni politiche urbane – ha un peso chiaramente maggiore degli altri». Inoltre, la dipendenza dei democratici dai contributi del grande capitale rendeva molti di loro particolarmente sensibili all’influenza diretta degli interessi economici. Anche se il Partito democratico aveva una base popolare, non poteva perseguire apertamente una linea politica anticapitalista o antiaziendale senza recidere completamente i suoi legami con potenti interessi finanziari.

Però il Partito repubblicano aveva bisogno di una solida base elettorale se voleva impadronirsi del potere in modo efficace. Fu più o meno in questo periodo che i repubblicani cercarono [63] un’al leanza con la destra cristiana. Quest’ultima non era stata politicamente attiva in precedenza, ma nel 1978 la fondazione, da parte di Jerry Falwell, del movimento politico della «maggioranza morale» cambiò tutto. Adesso il Partito repubblicano aveva la sua base cristiana, capace di fare appello anche al nazionalismo culturale dei lavoratori bianchi e alla loro sensazione di essere vittime di un’ingiustizia morale (dovuta al fatto che questa classe viveva: in condizioni di insicurezza economica cronica e si sentiva esclusa da molti dei benefici distribuiti attraverso i provvedimenti in favore delle minoranze e altri programmi statali). Questa base politica poteva essere mobilitata in chiave positiva grazie alla religione e al nazionalismo culturale e in chiave negativa grazie a una componente velata, e talvolta palese, di razzismo, omofobia e antifemminismo. Il problema non era costituito dal capitalismo e dalla neoliberalizzazione della cultura, ma dai liberals che avevano abusato del potere statale per avvantaggiare gruppi specifici (i neri, le donne, gli ambientalisti ecc.). Un ben finanziato momento di intellettuali neoconservatori (raccolto intorno a Irving Kristol e Norman Podhoretz e alla rivista Commentary), favorevole a moralità e valori tradizionali, accrebbe la credibilità di queste tesi. Appoggiando la svolta

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neoliberista dal punto di vista economico ma non da quello culturale, questi intellettuali criticavano aspramente gli eccessi interventisti della cosiddetta «élite liberale», confondendo così ulteriormente il significato del termine «liberale». L’effetto fu di distogliere l’attenzione dall’idea che il capitalismo e il potere delle grandi aziende avessero qualcosa a che fare con i problemi, economici o culturali, creati dal mercantilismo e dall’individualismo sfrenati.

Da allora in poi l’alleanza profana tra grandi affaristi e cristiani conservatori, appoggiata dai neoconservatori, si consolidò fortemente, e finì per eliminare dal Partito repubblicano tutti gli elementi di liberalismo (significativi e influenti negli anni sessanta); in particolare dopo il 1990 lo trasformò nella forza elettorale di destra relativamente omogenea che conosciamo oggi. Non è stata la prima volta nella storia, e probabilmente neanche l’ultima, In cui un gruppo sociale è stato persuaso a votare contro i propri interessi materiali, economici e di classe per motivi culturali, nazionalistici e religiosi. In certi casi, tuttavia, sarebbe probabilmente più appropriato sostituire la parola «persuaso» con «ammesso», [64] visto che ci sono molti elementi a riprova del fatto che i cristiani evangelici (non più del 20 per cento della popolazione), che costituiscono il nucleo centrale della «maggioranza morale», hanno abbracciato con entusiasmo l’alleanza con i grandi affaristi e il Partito repubblicano come strumento per promuovere ulteriormente il loro programma evangelico e morale. È certamente il caso dell’oscura organizzazione segreta di cristiani conservatori che nel 1981 costituì il Council for National Policy «per elaborare una strategia che possa far sterzare il paese a destra».

Il Partito democratico, d’altro canto, era fondamentalmente spaccato dalla necessità di venire incontro agli interessi aziendali e finanziari, mentre allo stesso tempo assumeva iniziative per favorire un miglioramento delle condizioni di vita della sua base popolare. Durante la presidenza Clinton il partito finì per privilegiare la prima esigenza, e si ritrovò così al fianco dei neoliberisti (per esempio con la riforma del welfare). Ma, come nel caso di Felix Rohatyn, non sappiamo se questo fosse il programma di Clinton fin dall’inizio. Di fronte alla necessità di gestire un deficit enorme e di far ripartire la crescita economica, l’unica via percorribile era la riduzione del debito per far abbassare i tassi d’interesse. Questo significava o un’imposizione fiscale decisamente maggiore (che equivaleva a un suicidio politico) oppure tagli al bilancio. Scegliere quest’ultima opzione significava, per citare Yergin e Stanislaw, «tradire il suo elettorato tradizionale per assecondare i ricchi»; in altre parole, come ammise poi Joseph Stiglitz, il consigliere economico dell’amministrazione Clinton, «siamo riusciti a far tirare la cinghia ai poveri e a farla allentare ai ricchi». La gestione della politica sociale fu di fatto affidata agli azionisti di Wall Street (in un modo che ricorda molto quanto era accaduto a New York), con conseguenze prevedibili. La struttura politica che ne emerse era molto semplice. Il Partito repubblicano poteva mobilitare ingenti risorse finanziarie e chiamare la sua base popolare a votare contro i propri interessi materiali per motivi culturali e religiosi, mentre il Partito democratico non poteva permettersi di pensare alle necessità materiali della sua base. popolare tradizionale (per esempio a un sistema nazionale di assistenza sanitaria) per paura di intaccare gli interessi della classe capitalista. Data l’asimmetria, l’egemonia politica del Partito repubblicano divenne più salda. [65] L’elezione di Reagan nel 1980 non fu che il primo passo nel lungo processo di consolidamento del mutamento politico necessario a sostenere la svolta di Volcker verso il monetarismo e l’attribuzione della priorità alla lotta contro l’inflazione. La politica di Reagan, notò all’epoca Edsall, si incentrava su «una tendenza generalizzata alla riduzione della portata e del contenuto della regolamentazione federale nell’industria, nelle questioni ambientali, sul posto di lavoro, nell’assistenza sanitaria e nel rapporto tra acquirente e venditore». I principali metodi usati furono i tagli di bilancio, la deregolamentazione e la nomina in posti chiave «di funzionari orientati contro la regolamentazione e a favore dell’industria».

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Il National Labour Relations Board, creato negli anni trenta per regolamentare le relazioni tra capitale e manodopera sul posto di lavoro, fu trasformato dai funzionari di Reagan in uno strumento per attaccare e limitare i diritti dei lavoratori proprio nel momento in cui l’attività economica veniva deregolamentata. Ci vollero meno di sei mesi, nel 1983, per capovolgere quasi il 40 per cento di quelle decisioni, adottate negli anni settanta, che secondo gli imprenditori erano troppo favorevoli ai lavoratori. Reagan considerava negativa qualsiasi regolamentazione, tranne quelle che limitavano i lavoratori. L’Office of Management and Budget fu incaricato di condurre dettagliate analisi del rapporto costi-benefici in merito a tutte le proposte di regolamentazione (passate e presenti). Se non si poteva dimostrare che i benefici di una regolamentazione erano nettamente superiori ai costi, la normativa veniva smantellata. A completare l’opera, complesse rielaborazioni del regolamento fiscale – relative soprattutto al deprezzamento degli investimenti – consentirono a molte grandi società di non pagare tasse, mentre la riduzione dal 78 al 28 per cento dell’aliquota massima di imposta individuale rifletteva ovviamente l’intento di restaurare il potere di classe (vedi fig. 1.7). Ma la cosa peggiore fu che beni pubblici furono ceduti gratuitamente ai privati. Molte delle conquiste più importanti della ricerca farmaceutica, per esempio, erano state finanziate dai National lnstitutes of Health in collaborazione con le aziende farmaceutiche, e tuttavia nel 1978 alle società fu concesso di appropriarsi di tutti i benefici dei brevetti senza restituire nulla allo stato, assicurando all’industria, da quel momento in poi, profitti elevati generati in gran parte grazie a sovvenzioni pubbliche.[66] Ma tutto questo richiedeva che i lavoratori e le loro organizzazioni si conformassero al nuovo ordine sociale. Se New York aveva aperto la strada castigando i potenti sindacati municipali tra il 1975 e il 1977, Reagan proseguì a livello nazionale, riuscendo nel 1981 a battere i controllori di volo e chiarendo ai sindacati che non erano i benvenuti nelle stanze dei bottoni del governo. L’inquieto patto sociale che aveva dominato i rapporti tra grandi aziende e sindacati negli anni sessanta era tramontato. Con una disoccupazione che a metà degli anni ottanta arrivava al 10 per cento, il momento era propizio per attaccare tutte le forme di organizzazione dei lavoratori, revocando i privilegi e il potere di cui avevano goduto. Il trasferimento delle attività industriali dalle aree sindacalizzate del Nordest e del Midwest agli stati non sindacalizzati e «più volenterosi» del Sud – quando non in Messico e nel Sudest asiatico – divenne una prassi abituale, sovvenzionata da una politica fiscale favorevole ai nuovi investimenti e favorita dal passaggio dalla produzione alla finanza come nucleo forte del potere della classe capitalista. La deindustrializzazione delle principali regioni prima sindacalizzate (che costituivano la cosiddetta rust belt) sottrasse potere alle organizzazioni dei lavoratori. Le società poterono allora minacciare chiusure di stabilimenti e se necessario correre il rischio – da cui in genere uscivano vincitrici – di uno sciopero (per esempio nell’industria del carbone).

Ma anche in quest’ ambito non si ci affidava solo a un uso massiccio del bastone, perché c’era anche una certa quantità di carote da offrire ai singoli lavoratori per disarticolare l’azione collettiva. La rigidezza delle loro normative e delle loro burocrazie rendevano i sindacati vulnerabili agli attacchi. Spesso la mancanza di flessibilità era uno svantaggio per i singoli lavoratori quanto lo era per il capitale. Il virtuoso appello a favore di una specializzazione flessibile nei processi lavorativi e di accordi che consentissero orari flessibili entrò a far parte della retorica neoliberista e risultò persuasiva per singoli lavoratori, in particolare coloro che erano stati esclusi dai benefici monopolistici a volte procurati dalla forte sindacalizzazione. Una maggiore libertà e possibilità di movimento nel mercato del lavoro poteva essere presentata come un toccasana tanto per il capitale quanto per i lavoratori, e anche in questo caso non fu difficile incorporare alcuni valori neoliberisti nel «senso comune» di molti lavoratori. Questa potenzialità dinamica [67] fu trasformata in un sistema di accumulazione flessibile basato sullo sfruttamento intensivo (in cui tutti i benefici derivanti dal. l’aumento della flessibilità nell’utilizzo della manodopera, nello spazio e nel tempo, vanno al capitale), e si tratta di un fenomeno fondamentale per spiegare perché il livello delle retribuzioni reali, salvo un breve periodo durante gli anni novanta, sia risultato stagnante o in calo

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(vedi fig. 1.6) e siano diminuite anche le indennità. La teoria neoliberista sostiene, molto opportunamente, che la disoccupazione è sempre volontaria. La forza lavoro avrebbe un «prezzo minimo» al di sotto del quale preferisce non lavorare, e la disoccupazione nasce quando il prezzo minimo del lavoro è troppo alto. Dato che il prezzo minimo è in parte determinato dai sussidi del welfare (di qui l’abbondanza di aneddoti su «regine del welfare» che circolavano in Cadillac), è chiaro che la riforma neoliberista di quel «welfare così come lo conosciamo» realizzata da Clinton avrebbe dovuto essere un passo fondamentale verso una riduzione della disoccupazione.

Tutto questo richiedeva una qualche giustificazione logica, e la battaglia delle idee ha svolto un ruolo importante. I concetti economici elaborati a sostegno della svolta neoliberista non erano altro, secondo Blyth, che una complessa miscela di monetarismo (Friedman), aspettative razionali (Robert Lucas), libera scelta pubblica (James Buchanan e Gordon Tullock) e delle meno rispettabili ma tutt’ altro che ininfluenti idee supply-side di Arthur Laffer, il quale giunse a sostenere che l’incentivo dei tagli fiscali avrebbe fatto crescere l’attività economica a un livello tale da produrre automaticamente un aumento del gettito fiscale (Reagan si invaghì di questa idea). Tutte queste teorie condividevano l’assunto che l’intervento del governo rappresentava il problema e non la soluzione, e che «una politica monetaria stabile e tagli fiscali radicali per le fasce più alte avrebbero prodotto un’economia più sana» allineando in modo corretto gli incentivi per l’attività imprenditoriale. La stampa finanziaria, con il Wall Street Journal in testa, adottò queste idee e sostenne apertamente il neoliberismo come soluzione necessaria per tutti i mali dell’economia. Queste idee furono divulgate e diffuse grazie ad autori prolifici come George Gilder (sostenuto dai finanziamenti dei think-tanks), e le scuole di gestione aziendale istituite in università prestigiose come Stanford e Harvard, generosamente finanziate [68] da aziende e fondazioni, divennero fin dal primo momento centri dell’ ortodossia neoliberista. Ricostruire la storia della diffusione delle idee è sempre difficile, ma intorno al 1990 gran parte dei dipartimenti di economia delle maggiori università, così come le scuole di gestione aziendale, era dominata dal pensiero neoliberista. L’importanza di questo fenomeno non dovrebbe essere sottovalutata. Le università di punta statunitensi costituivano e costituiscono il terreno di formazione per molti stranieri, che poi riportano ciò che hanno imparato nei loro paesi d’origine – le figure chiave nel processo di adattamento del Cile e del Messico al neoliberismo furono, per esempio, economisti che avevano studiato negli Stati Uniti – oltre che in istituzioni internazionali come l’FMI, la Banca mondiale e l’ONU.

La conclusione mi pare chiara: «Durante gli anni settanta l’ala politica del settore privato della nazione» scrive Edsall «mise in atto una delle più imponenti campagne per la conquista del potere che si siano registrate nella storia recente». All’inizio degli anni ottanta «aveva raggiunto un livello di influenza e di potere che si avvicinava a quello del boom degli anni venti». E nel 2000 aveva già usato quel potere per riportare la sua quota della ricchezza e del reddito nazionali a livelli che non si vedevano dagli anni venti.

La costruzione del consenso si verificò con modalità assai diverse in Gran Bretagna. Quel che accadeva nel Kansas era molto diverso da quel che accadeva nello Yorkshire; le tradizioni culturali e politiche erano molto differenti. In Gran Bretagna non c’è una destra cristiana degna di nota che si possa mobilitare per creare una maggioranza morale. Le grandi aziende erano poco inclini ad appoggiare apertamente iniziative politiche (i loro contributi ai partiti politici erano minimi) e preferivano esercitare la loro influenza attraverso le reti dell’appartenenza di classe e dei privilegi che da tempo collegavano governo, università, sistema giudiziario e pubblica amministrazione (che all’epoca manteneva ancora la sua tradizione di indipendenza) ai leader dell’industria e della finanza. Anche la situazione politica era radicalmente diversa, dato che il Partito laburista, nato soprattutto come strumento di potere della classe lavoratrice, era legato a sindacati forti e a volte molto militanti. La Gran Bretagna aveva di conseguenza sviluppato una struttura statale di welfare

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molto più elaborata ed estesa di quella che si sarebbe mai potuta immaginare negli Stati [69] Uniti. I vertici dei settori economici più importanti (carbone, acciaio, automobili) erano nazionalizzati e gran parte del’ patrimonio immobiliare faceva capo al settore pubblico. E il Partito laburista aveva costruito, fin dagli anni trenta, importanti bastioni di potere nelle amministrazioni municipali; l’avanguardia era rappresentata dal County Council londinese di Herbert Morrison. Le solidarietà sociali create grazie al movimento sindacale e alle amministrazioni locali avevano un peso evidente. Perfino il Partito conservatore, quando dopo la Seconda guerra mondiale assunse il potere per periodi prolungati, si astenne in genere da ogni tentativo di smantellare il welfare state che aveva ereditato.

Il governo laburista degli anni sessanta aveva rifiutato di inviare truppe in Vietnam, risparmiando così al paese il trauma di una partecipazione diretta a una guerra impopolare. Dopo la Seconda guerra mondiale la Gran Bretagna aveva acconsentito alla decolonizzazione (sia pure con riluttanza e in alcuni casi non senza violenti conflitti e forti sollecitazioni da parte degli Stati Uniti) e, dopo l’avventura abortita di Suez nel 1956, aveva gradualmente rinunciato (anche in questo caso con riluttanza) a gran parte del potere imperiale diretto. Il ritiro delle Sue forze a est di Suez, negli anni sessanta, fu un passaggio importante in questo processo. Da quel momento la Gran Bretagna avrebbe operato soprattutto come partner di minoranza, all’interno della NATO, sotto lo scudo militare della potenza americana. Ma la Gran Bretagna continuò a far sentire la propria presenza neocoloniale in buona parte delle regioni che avevano costituito il suo impero, e per questo si scontrò più volte con a1tre grandi potenze (per esempio nella sanguinosa guerra civile in Nigeria, quando il Biafra tentò la secessione). Il tema dei rapporti tra la Gran Bretagna e le sue ex colonie, e delle sue responsabilità verso di esse, è stato spesso al centro di accesi dibattiti, in patria e all’estero. In molti casi le strutture neocoloniali di sfruttamento commerciale, anziché essere sradicate, furono potenziate. Ma le correnti migratorie dalle ex colonie verso la Gran Bretagna stavano cominciando a far sentire nella madrepatria le conseguenze dell’impero.

Lo strascico più importante della presenza imperiale britannica era il ruolo della City di Londra come centro della finanza internazionale. Durante gli anni sessanta questo aspetto divenne sempre più importante, man mano che il Regno. Unito interveniva per [70] proteggere e potenziare la posizione della City di fronte alla forza crescente del capitale finanziario globale. Ciò creò una serie di contraddizioni importanti. La protezione del capitale finanziario (attraverso la manipolazione dei tassi di interesse) entrava spesso in conflitto con le esigenze del capitale produttivo nazionale (provocando così una divisione strutturale all’interno della classe capitalista) e a volte ostacolava l’espansione del mercato nazionale (riducendo il credito). L’impegno a mantenere una sterlina forte indebolì negli anni settanta le esportazioni dell’industria britannica, contribuendo a provocare una crisi nella bilancia dei pagamenti. Vennero alla luce le contraddizioni tra l’embedded liberalism costruito a livello nazionale e il liberismo del capitale finanziario che da Londra operava a livello mondiale. La City, il centro finanziario, da tempo era favorevole al monetarismo rispetto alle politiche keynesiane, e quindi aveva innalzato un bastione di resistenza all’embedded liberalism.

Il welfare state creato in Gran Bretagna dopo la Seconda guerra mondiale non era mai stato gradito a tutti. Forti critiche circolavano nei media (con alla testa il rispettato Financial Times), sempre più sottomessi agli interessi finanziari. L’individualismo, la libertà e l’autonomia venivano rappresentati come alternative alla soffocante inettitudine burocratica dell’apparato statale e al potere oppressivo dei sindacati. Queste critiche trovarono ampia diffusione in Gran Bretagna negli anni sessanta e divennero ancora più veementi durante il grigio periodo di stagnazione economica degli anni settanta. La gente temeva che la Gran Bretagna stesse diventando «uno stato corporativo, ridotto a una condizione di grigia mediocrità». La sotterranea corrente di pensiero rappresentata da Hayek costituiva un tipo di opposizione possibile, aveva i suoi seguaci nelle università e soprattutto

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dominava l’attività dell’Institute of Economic Affairs (fondato nel 1955), dove negli anni settanta conquistò un ruolo pubblico di primo piano Keith Joseph, che più tardi sarebbe divenuto un consulente di spicco di Margaret Thatcher. La fondazione del Centre for Policy Studies (1974), dell’Adam Smith Institute (1976) e il crescente impegno della stampa a sostegno del neoliberismo durante gli anni settanta. ebbero un effetto rilevante nel determinare il clima dell’opinione pubblica. La precedente crescita di un importante movimento studentesco (dedito alla satira politica) e l’avvento della cultura [71] pop nella swinging London degli anni sessanta irridevano e sfidavano la struttura tradizionale dei rapporti tra le classi sociali. Si discuteva di individualismo e libertà d’espressione, e un movimento studentesco orientato a sinistra, variamente influenzato dai problemi legati all’accettazione del consolidato sistema di classe britannico, oltre che dell’eredità coloniale, divenne un elemento attivo del mondo politico nazionale, come avvenne in altri paesi con il movimento del ‘68. Il suo atteggiamento irrispettoso verso i privilegi di classe (degli aristocratici come dei politici o dei burocrati sindacali) avrebbe costituito la base del successivo radicalismo della svolta postmoderna. Lo scetticismo nei confronti della politica avrebbe aperto la via a un atteggiamento sospettoso verso tutti gli impianti interpretativi.

Anche se c’erano molti elementi con cui costruire il consenso a una svolta neoliberista, il fenomeno Thatcher non sarebbe nato, e certo non avrebbe avuto successo, senza la grave crisi dell’accumulazione di capitale durante gli anni settanta. La stagflazione colpiva tutti. Nel 1975 l’inflazione arrivò al 26 per cento e il numero dei disoccupati superò il milione (vedi fig. 1.1). Le industrie nazionalizzate assorbivano risorse dal Tesoro. Questo diede l’avvio a un confronto tra lo stato e i sindacati. Nel 1972, e poi di nuovo nel 1974, i minatori britannici (un’industria nazionalizzata) entrarono in sciopero per la prima volta dal 1926. I minatori erano sempre stati all’avanguardia nelle lotte dei lavoratori britannici. I loro salari non tenevano il passo dell’inflazione e la gente simpatizzava con loro. Il governo conservatore, in una situazione caratterizzata da vuoti di potere, dichiarò lo stato di emergenza, ingiunse una settimana lavorativa di tre giorni e cercò di conquistarsi l’appoggio del pubblico contro i minatori. Nel 1974 indisse una consultazione elettorale, cercando sostegno alla sua posizione. Perse; il governo laburista, tornato al potere, mise fine allo sciopero in modo favorevole ai minatori.

Fu però una vittoria di Pirro. Il governo laburista non poteva rispettare i termini previsti dall’accordo e le sue difficoltà in campo fiscale aumentarono. Alla crisi della bilancia dei pagamenti si accompagnavano deficit enormi. Quando ne1 1975-1976, per ottenere credito il governo si rivolse all’FMI, si trovò di fronte a una scelta: sottomettersi a restrizioni di bilancio e a un regime di austerità, come ordinato dall ‘FMI, oppure dichiarare bancarotta e [72] sacrificare l’integrità della sterlina, infliggendo un colpo fatale agli interessi finanziari della City. Scelse la prima strada, e apportò tagli draconiani alle spese dd welfare state. Il governo la- burista andò contro gli interessi materiali dei suoi sostenitori tradizionali, ma questo non bastò a risolvere le crisi dell’accumulazione e della stagflazione. Cercò, senza riuscirci, di mascherare le difficoltà facendo ricorso a ideali corporativi, in base ai quali tutti avrebbero dovuto sacrificare qualcosa a beneficio dell’interesse generale. I sostenitori dei laburisti erano in aperta rivolta, e nell’«inverno del malcontento» del 1978 i lavoratori del settore pubblico iniziarono una serie di scioperi paralizzanti. «I dipendenti degli ospedali lasciarono i loro posti e l’assistenza medica dovette essere rigorosamente razionata. I becchini in sciopero rifiutavano di seppellire i morti. Anche i camionisti erano in sciopero. Solo i titolari dei negozi avevano il diritto di lasciare che i camion che portavano “scorte essenziali” oltrepassassero i picchetti. Le ferrovie britanniche esposero un laconico avviso che diceva “Oggi non ci sono treni” […] sembrava che i sindacati fossero sul punto di bloccare l’intera nazione». La stampa tradizionale era infuriata per l’avidità e l’atteggiamento distruttivo dei sindacati, e il sostegno del pubblico svanì. Il governo laburista cadde e, nelle elezioni che

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seguirono, Margaret Thatcher ottenne una maggioranza consistente che comportava il chiaro mandato dei suoi elettori della classe media di piegare il potere sindacale nel settore pubblico.

La somiglianza più ovvia tra il caso degli Stati Uniti e quello del Regno Unito riguarda i rapporti con il mondo del lavoro e la lotta all’inflazione. Rispetto a quest’ultima, la Thatcher mise il monetarismo e il rigido controllo del bilancio all’ordine del giorno. Alti tassi di interesse significavano molta disoccupazione (che superò il 10 per cento tra il 1979 e il 1984; il Trade Union Congress perse il 17 per cento dei suoi membri nel. giro di cinque anni). Il potere di scambio dei laburisti era indebolito. Alan Budd, consulente economico della Thatcher, in seguito ammise che «le politiche degli anni ottanta, fatte di attacchi all’inflazione che esercitavano una forte pressione sull’economia e la spesa pubblica, non erano che una copertura per colpire i lavoratori». Proseguì rilevando che la Gran Bretagna aveva creato quello che Marx de- finiva un «esercito di riserva dell’industria», indebolendo così le [73] organizzazioni dei lavoratori e permettendo ai capitalisti di realizzare, da allora in poi, facili profitti. Con un’iniziativa che ricordava la provocazione di Reagan contro il PATCO nel 1981, la Thatcher nel 1984 provocò uno sciopero dei minatori annunciando un’ondata di licenziamenti e di chiusure di pozzi (il carbone importato era più economico). Lo sciopero durò quasi un anno e, nonostante la grande simpatia e il sostegno della gente, i minatori persero. Era stata spezzata la spina dorsale di uno degli elementi centrali del movimento laburista britannico. La Thatcher ridusse ulteriormente il potere dei sindacati aprendo il Regno Unito alla competizione straniera e agli investimenti esteri. Negli anni ottanta la competizione straniera distrusse buona parte dell’industria tradizionale britannica: quella dell’acciaio (Sheffield) e quella navale (Glasgow) scomparvero più o meno completamente nel giro di pochi anni, e insieme a loro scomparve quasi del tutto il potere dei sindacati. La Thatcher di fatto distrusse l’industria automobilistica nazionalizzata, con i suoi sindacati forti e le tradizioni di militanza, trasformando la Gran Bretagna in una base operativa per le società automobilistiche giapponesi che cercavano accesso all’Europa. Queste costruirono dove c’erano spazi verdi e reclutarono lavoratori non sindacalizzati disposti ad accettare rapporti di lavoro in stile giapponese. L’effetto complessivo fu che, nel giro di tre anni, il Regno Unito si trasformò in un paese di salari relativamente bassi con una forza lavoro molto arrendevole rispetto al resto d’Europa. Quando la Thatcher lasciò la sua carica, gli scioperi si erano ridotti a un decimo rispetto ai periodi precedenti. Aveva sradicato l’inflazione, piegato i sindacati, domato i lavoratori e costruito progressivamente il consenso della classe media alle sue politiche.

Ma la Thatcher doveva combattere la sua battaglia su altri fronti. Una nobile azione di retroguardia contro le politiche neoliberiste si era sviluppata in molte municipalità: Sheffield, il Greater London Council (che la Thatcher negli anni ottanta dovette abolire per raggiungere i suoi obiettivi più generali) e Liverpool (dove metà dei consiglieri locali fu trascinata in tribunale) costituivano centri di resistenza attiva, in cui gli ideali di un nuovo socialismo comunale (che nel caso di Londra coinvolgeva molti nuovi movimenti sociali) furono perseguiti e messi in pratica finché, a metà degli anni ottanta, non furono stroncati [74] definitivamente. La Thatcher cominciò tagliando in modo feroce i finanziamenti del governo centrale alle amministrazioni comunali, ma alcune di queste risposero alzando semplicemente le tasse sulle proprietà immobiliari, costringendo il primo ministro a far approvare provvedimenti di legge che revocassero il loro diritto di farlo. Liquidando i labour councils progressisti come congreghe di «pazzoidi di sinistra» (un’espressione che la stampa di orientamento conservatore fu pronta a raccogliere), la Thatcher cercò allora di imporre i princìpi del neoliberismo attraverso una riforma della finanza municipale. Propose una poll tax – cioè una tassa regressiva sulle persone, invece che sulle proprietà – che avrebbe posto un limite alle spese municipali facendo pagare tutti i residenti. Questa iniziativa diede avvio a una grande battaglia che ebbe un certo peso nel determinare la fine politica della Thatcher.

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La Thatcher si impegnò inoltre a privatizzare tutti i settori dell’economia che erano di proprietà pubblica. Le vendite avrebbero arricchito il Tesoro e liberato il governo da futuri obblighi fastidiosi verso imprese in perdita. Le imprese gestite dallo stato dovevano essere adeguatamente preparate per la privatizzazione, riducendone i debiti e ottimizzandone efficienza e costi strutturali, e spesso liberandosi dei lavoratori. Anche la stima del loro valore veniva condotta con criteri assai invoglianti per il capitale privato; gli oppositori parlarono di «svendita dei gioielli di famiglia». In alcuni casi le modalità di valutazione equivalevano a sussidi non dichiarati; le società idriche, ferroviarie e anche le imprese automobilistiche e siderurgiche gestite dallo stato possedevano terreni di grande valore, in località di primaria importanza, che venivano esclusi dalla valutazione dell’impresa. Privatizzazione e profitti speculativi sulle proprietà cedute andavano di pari passo. Ma lo scopo era anche cambiare la cultura politica, estendendo il campo della responsabilità privata e aziendale e favorendo una crescita dell’efficienza, dell’iniziativa individuale e aziendale e dell’innovazione. British Aerospace, British Telecom, British Airways, l’acciaio, l’elettricità e il gas, il petrolio, il carbone, le risorse idriche, i servizi di autobus, le ferrovie e una quantità di imprese statali minori furono venduti in una grande ondata di privatizzazioni. La Gran Bretagna aprì la strada, mostrando come si poteva privatizzare in modo abbastanza ordinato e, per il capita- le, proficuo. La Thatcher era convinta che, una volta compiuti, [75] questi cambiamenti sarebbero divenuti irreversibili: di qui la sua fretta. La legittimità di questo movimento venne corroborata, tuttavia, da una grande svendita di alloggi pubblici agli affittuari. Aumentò così in modo consistente, nel giro di un decennio, il numero dei proprietari di case. Questo soddisfaceva l’ideale tradizionale della proprietà individuale della casa d’abitazione, sogno della classe lavoratrice, e introduceva nel mercato immobiliare un dinamismo nuovo, .spesso di tipo speculativo, molto apprezzato dalle classi medie, che vedevano crescere il valore dei loro patrimoni, almeno fino al crollo del valore delle proprietà immobiliari all’inizio degli anni novanta.

Lo smantellamento del welfare state era però una questione ben diversa. Intervenire nei campi dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, dei servizi sociali, delle università, della burocrazia statale e del sistema giudiziario si dimostrò difficile. Qui il governo doveva confrontarsi con l’atteggiamento radicato e a volte tradizionalista del nucleo principale dei suoi sostenitori fra le classi medio-alte. La Thatcher cercò disperatamente di allargare in modo indiscriminato l’ideale della responsabilità personale (per esempio tramite la privatizzazione dell’assistenza sanitaria) e di ridurre gli impegni dello stato, ma non riuscì a fare progressi rapidi. Per gli inglesi c’erano dei limiti alla liberalizzazione generalizzata. Solo nel 2003, per esempio, un governo laburista riuscì, in- contrando molte resistenze, a introdurre nell’istruzione superiore britannica un meccanismo che prevedeva il pagamento di tasse di frequenza. In tutti questi ambiti si rivelò difficile dar vita a un’alleanza di consenso al cambiamento radicale. Su questo il gabinetto Thatcher (e i suoi sostenitori) era notoriamente diviso (c’erano gli «umidi» e gli «asciutti») e ci vollero annidi feroci confronti all’interno del suo stesso partito e nei media per giungere a qualche modesta riforma neoliberista. Il meglio che la Thatcher poté fare fu cercare di introdurre a forza una cultura imprenditoriale e imporre rigide regole di vigilanza, per cui istituzioni come le università dovettero assumere responsabilità finanziarie e produttive poco adatte alla loro missione.

La Thatcher costruì il consenso coltivando una classe media che apprezzava la proprietà della casa d’abitazione, la proprietà privata, l’individualismo e la creazione di opportunità imprenditoriali. Mentre-la solidarietà tra lavoratori si dissolveva a causa [76] della pressione cui erano sottoposti e le strutture del lavoro cambiavano in modo radicale a causa della deindustrializzazione, i valori della classe media si diffusero sempre di più, fino a conquistare molti di coloro che un tempo avevano una solida identità operaia. L’apertura della Gran Bretagna a un regime di scambi commerciali più libero consentì, alla cultura dei consumi di prosperare, e la proliferazione delle istituzioni finanziarie portò sempre più al centro della vita britannica., un tempo

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compassata, la cultura del debito. Il neoliberismo comportava la trasformazione della vecchia struttura di classe britannica a entrambe le estremità. Inoltre, difendendo il ruolo della City di Londra come protagonista della finanza globale, trasformò sempre più il cuore del- l’economia britannica, cioè Londra e le aree del Sudest, in un dinamico centro di ricchezza e di potenza sempre crescenti. Il potere di classe non era stato restituito a un settore tradizionale, piuttosto si era raccolto crescendo intorno a uno dei centri finanziari più importanti a livello globale. Da Oxford e Cambridge affluivano a Londra nuove reclute per commerciare in obbligazioni e valuta, accumulando rapidamente ricchezze e potere e trasformando la capitale in una delle città più costose del mondo.

La rivoluzione Thatcher fu preparata dall’organizzazione del consenso all’interno delle classi medie tradizionali, che le garantirono tre vittorie elettorali; ma il programma complessivo, in particolare quello della sua prima amministrazione, era ben più orientato ideologicamente (grazie soprattutto a Keith Joseph) verso la teoria neoliberista di quanto non sia mai accaduto negli Stati Uniti. Anche se proveniva da un solido ambiente di classe media, la Thatcher godeva in modo evidente dei tradizionali rapporti di stretta vicinanza che intercorrono tra un primo ministro e i «capitani» dell’industria e della finanza. Spesso si rivolgeva a loro per ricevere consigli e in alcuni casi fece loro dei favori, stimando al di sotto del valore reale i beni dello stato destinati alla privatizzazione. Il suo progetto di restaurazione del potere di classe – rispetto allo smantellamento del potere della classe lavoratrice – probabilmente ebbe un ruolo più inconsapevole nella sua evoluzione politica.

Il successo di Reagan e della Thatcher può essere valutato in vari modi, ma io credo più utile sottolineare la maniera in cui entrambi adottarono posizioni politiche, ideologiche e intellettuali che fino ad. allora erano state minoritarie, trasformandole in [77] correnti dominanti. L’alleanza che contribuirono a consolidare e le maggioranze che guidarono divennero un’eredità di cui la successiva generazione di leader politici avrebbe avuto difficoltà a liberarsi. Forse la più grande testimonianza del loro successo sta nel fatto che sia Clinton che Blair si trovarono a disporre di uno spazio di manovra talmente limitato da non poter fare altro che sostenere il processo di restaurazione del potere di classe, pur contro le loro migliori intenzioni. E una volta che il neoliberismo divenne così profondamente radicato nel mondo di lingua inglese risultò difficile negare la grande importanza che aveva assunto per il funzionamento del capitalismo a livello internazionale. Questo non vuol dire, come vedremo, che il neoliberismo sia stato semplicemente imposto agli altri paesi dall’influenza e dalla potenza angloamericana. Come dimostrano ampiamente questi due esempi, le circostanze interne e di conseguenza la natura della svolta neoliberista furono ben diverse in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ed è quindi lecito attendersi che anche in altri paesi forze interne, oltre a influenze e imposizioni esterne, abbiano avuto un ruolo specifico.

Reagan. e la Thatcher colsero le opportunità che si presentarono (dal Cile a New York) e si posero alla testa di una classe decisa a ripristinare il proprio potere. Il loro punto di forza è consistito nel creare un’eredità e una tradizione in grado di condizionare i politici successivi, imponendo loro una serie di costrizioni cui non potevano sottrarsi facilmente. Quelli che sono venuti dopo, come Clinton e Blair, hanno potuto fare poco altro, se non continuare l’opera di neoliberalizzazione, che a loro piacesse o no.

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3. Lo stato neoliberista

[78] Il ruolo dello stato nella teoria neoliberista è abbastanza facile da definire, ma la pratica neoliberista, nella sua evoluzione, si è allontanata in modo notevole dal modello teorico. L’evoluzione caotica e lo sviluppo geografico irregolare delle istituzioni, dei poteri e delle funzioni statali negli ultimi trent’anni fanno inoltre pensare che lo stato neoliberista possa costituire una forma politica instabile e contraddittoria.

Lo stato neoliberista nella teoria

Secondo la teoria, lo stato neoliberista dovrebbe favorire in modo precipuo il diritto individuale alla proprietà privata, il primato della legalità, l’istituzione di mercati in grado di funzionare liberamente e il libero scambio. Queste sono le condizioni istituzionali ritenute essenziali per garantire le libertà individuali. La .struttura legale è quella degli obblighi contrattuali liberamente negoziati nel mercato tra individui giuridici. Il rispetto dei contratti e i diritti individuali alla libertà d’azione, di espressione e di scelta devono essere protetti. Lo stato deve dunque utilizzare il suo monopolio degli strumenti di coercizione violenta per tutelare queste libertà a tutti i costi. Per estensione, la libertà delle imprese commerciali e delle grandi aziende (che dal punto di vista legale sono considerate come individui) di operare all’interno del- la struttura istituzionale di liberi mercati e libero scambio è [79] considerata un bene fondamentale. L’impresa privata e l’iniziativa imprenditoriale sono ritenute fondamentali per l’innovazione e la creazione di ricchezza. I diritti di proprietà intellettuale sono tutelati (per esempio tramite brevetti) in modo da incoraggiare i cambiamenti tecnologici. Il continuo aumento della produttività dovrebbe dunque garantire a tutti un livello di vita più alto. Basandosi sull’assunto per cui «l’alta marea solleva tutte le barche» o sull’idea del trickle down (secondo la quale un maggior benessere dei ceti elevati e delle grandi imprese produce ricadute positive per tutta la popolazione), la teoria neoliberista sostiene che l’eliminazione della povertà (a livello nazionale e in tutto il mondo) può essere garantita al meglio attraverso il libero mercato e il libero scambio.

I neoliberisti insistono particolarmente sulla privatizzazione delle risorse. La mancanza di diritti ben definiti a tutela della proprietà privata – tipica di molti paesi in via di sviluppo – è considerata uno degli ostacoli maggiori allo sviluppo economico e alla crescita del benessere generale. La delimitazione e l’attribuzione dei diritti di proprietà sarebbero la miglior forma di protezione contro la cosiddetta «tragedia delle proprietà comuni» (cioè la tendenza degli individui a sfruttare in modo eccessivo e irresponsabile le risorse di proprietà comune, come la terra e l’acqua). I settori in precedenza gestiti o regolati dallo stato devono essere trasferiti nella sfera privata ed essere deregolamentati (liberati cioè da qualsiasi intervento dello stato). La competizione – tra individui, aziende, entità territoriali (città, regioni, nazioni, raggruppamenti regionali) – è considerata un meccanismo virtuoso. Le regole di base della competizione di mercato devono essere ovviamente rispettate; nelle situazioni in cui non sono chiaramente definite, o in cui i diritti di proprietà risultano difficili da definire, lo stato deve usare il proprio potere per imporre o inventare sistemi di mercato (come il commercio dei pollution rights, o permessi di emissione). Secondo i neoliberisti, la privatizzazione e la deregolamentazione, combinate con la competizione, eliminano le lungaggini burocratiche, accrescono l’efficienza e la produttività, migliorano la qualità e riducono i costi, sia direttamente. presso il consumatore, perché prodotti e servizi costano meno, sia indirettamente, per via della riduzione del peso fiscale. Lo stato neoliberista dovrebbe perseguire con costanza le ristrutturazioni [80] interne e le nuove soluzioni istituzionali che possono migliorare la sua posizione competitiva rispetto agli altri stati nel mercato globale.

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Una volta garantita la libertà personale e individuale nel mercato, ciascun individuo è ritenuto responsabile delle proprie azioni e del proprio benessere, e può essere chiamato. a risponderne. Questo principio si estende ai campi dell’assistenza sociale, dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria e perfino delle pensioni (la previdenza sociale è stata privatizzata in Cile e in Slovacchia e sono state avanzate proposte per fare lo stesso negli Stati Uniti). Il successo o l’insuccesso individuale vengono interpretati in termini di doti imprenditoriali o di fallimenti personali (per esempio perché non si è investito abbastanza nel proprio capitale umano tramite l’istruzione) invece di essere attribuite il qualche caratteristica del sistema (come le esclusioni classiste che in genere si imputano al capitalismo).

La libera mobilità del capitale tra settori, regioni e paesi è considerata cruciale. Ogni barriera a questa libertà di movimento (dazi doganali, provvedimenti fiscali punitivi, pianificazioni e controlli in campo ambientale o altri impedimenti relativi alla localizzazione) deve essere rimossa, tranne che nelle aree cruciali per l’«interesse nazionale», quale che sia il significato che si attribuisce a questo termine. Rispetto ai movimenti di prodotti e capitali la sovranità dello stato viene volontariamente ceduta al mercato globale. La competizione internazionale è intesa come un fatto salutare, poiché migliora l’efficienza e la produttività, abbassa i prezzi e dunque controlla le tendenze all’inflazione. Gli stati dovrebbero dunque perseguire e negoziare collettivamente la riduzione delle barriere al movimento di capitali attraverso i confini e l’apertura dei mercati (sia per i prodotti che per il capitale) agli scambi globali; se ciò si applichi alla manodopera, intesa come risorsa, è tuttavia controverso. Visto che tutti gli stati devono collaborare a ridurre le barriere agli scambi, è necessaria la nascita di strutture di coordinamento, come il gruppo delle nazioni più industrializzate (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Canada e Giappone) noto come G7 (ora, con l’aggiunta della Russia, G8). Gli accordi internazionali tra stati per garantire la legalità e la libertà di scambio, come quelli oggi inclusi negli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTQ), sono cruciali per il progetto neoliberista a livello globale. [81] I teorici del neoliberismo nutrono, tuttavia, profondi sospetti nei confronti della democrazia. Il governo basato sulla regola della maggioranza è visto come una minaccia potenziale ai diritti individuali e alle libertà costituzionali. La democrazia è considerata un lusso, possibile solo in condizioni di relativa ricchezza, laddove esista una forte classe media in grado di garantire la stabilità politica. I neoliberisti tendono quindi a favorire l’egemonia degli esperti e delle élite. Esiste una netta preferenza per l’esercizio del governo tramite decreti esecutivi e decisioni giudiziarie, piuttosto che tramite il processo decisionale democratico e parlamentare. I neoliberisti preferiscono mantenere le istituzioni chiave, come la banca centrale, al riparo dalle pressioni democratiche. Dato che la teoria neoliberista si fonda sul primato della legalità e su una rigida interpretazione della costituzionalità, ne consegue che conflitti e contrapposizioni devono essere mediati attraverso i tribunali. Soluzioni e rimedi ai problemi di qualsiasi tipo vanno cercati a titolo individuale, attraverso il sistema legale.

Tensioni e contraddizioni

Vi sono alcune zone d’ombra e alcuni punti controversi nella teoria generale dello stato neoliberista. In primo luogo, c’è il problema di come interpretare il potere monopolistico. Spesso la competizione produce monopoli o oligopoli, dato che le aziende più forti eliminano le più deboli. Gran parte dei teorici neoliberisti non vede in questo alcun problema (dovrebbe, anzi, massimizzare l’efficienza) finché non vi siano vere e proprie barriere che impediscono l’accesso alla concorrenza (una condizione spesso difficile da realizzare, e che lo stato avrebbe quindi il dovere di promuovere). Il caso dei cosiddetti «monopoli naturali» è più difficile. Non avrebbe senso la coesistenza tra diverse reti di energia elettrica, di condutture del gas, tra sistemi idrici e fognari e collegamenti ferroviari tra Washington e Boston in competizione tra loro. In questi campi una regolazione statale delle erogazioni, dell’accesso e dei prezzi sembra inevitabile. Anche se si può

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accettare una parziale deregolamentazione (che permetta ai produttori in competizione tra loro di far passare l’elettricità sulla stessa rete elettrica, o di far correre i treni sulle stesse rotaie, per esempio), la possibilità [82] che si verifichino speculazioni e abusi, come ha abbondantemente dimostrato la crisi elettrica della California nel 2002, e che prevalgano il caos e la confusione più totali, come ha dimostrato la situazione delle ferrovie britanniche, è dei tutto reale.

Il secondo principale terreno di controversie concerne i difetti del mercato. Questi emergono quando individui o ditte evitano di pagare tutti i costi loro spettanti trasferendo i loro impegni passivi al di fuori del mercato (gli impegni passivi vengono, secondo la terminologia tecnica, «esternalizzati»), L’esempio classico è quello dell’inquinamento, quando individui e aziende evitano i costi scaricando i rifiuti nocivi, senza pagare alcunché, nell’ambiente; ne può conseguire il degrado o la distruzione di ecosistemi produttivi. Essere esposti a sostanze pericolose o a rischi fisici sul lavoro può avere effetti sulla salute degli esseri umani e ridurre la riserva di manodopera sana. Anche se i neoliberisti ammettono il problema e alcuni di loro riconoscono che in questo caso è opportuno un intervento limitato dello stato, altri sono a favore dell’inazione, perché la cura sarebbe quasi certamente peggiore della malattia. Gran parte di loro tende però a concordare sul fatto che, se ci devono essere interventi, questi dovrebbero essere attuati attraverso meccanismi di mercato (per mezzo di imposizioni o incentivi fiscali, negoziazione dei permessi di emissione ecc.). Anche i difetti della competizione vengono affrontati in modo simile. Quando le relazioni contrattuali e subcontrattuali proliferano, si può incorrere in una crescita dei costi delle transazioni. Per fare un esempio, il vasto apparato della speculazione valutaria diviene sempre più costoso mano a mano che diventa fondamentale per ricavare profitti speculativi. Altri problemi nascono quando tutti gli ospedali di una regione, in concorrenza tra loro, acquistano le stesse sofisticate attrezzature destinate a rimanere poco utilizzate, provocando in questo modo un aumento dei costi aggiuntivi: in questo caso sembrerebbe evidente la necessità di un contenimento dei costi attraverso la pianificazione statale, la regolamentazione e un coordinamento obbligatorio, ma anche in questo caso i neoliberisti considerano con profondo sospetto interventi simili.

In genere si tende a presumere che tutti coloro che agiscono nel mercato abbiano accesso alle stesse informazioni, ovvero che non esistano asimmetrie di potere o di informazione tali da interferire con la capacità degli individui di prendere, nel proprio [83] interesse decisioni economiche razionali. In pratica a una condizione del genere ci si avvicina, se mai ciò avviene, solo di rado, e questo ha conseguenze rilevanti. I giocatori meglio informati e più potenti dispongono di un vantaggio che può facilmente essere sfruttato per procurarsi ulteriori informazioni e di conseguenza maggior potere. L’affermazione dei diritti di proprietà intellettuale (brevetti) incoraggia inoltre la ricerca di posizioni «di rendita»: coloro che detengono i diritti di un brevetto fanno uso del loro potere monopolistico per stabilire prezzi di monopolio e impedire i trasferimenti di tecnologie, se non a un costo molto alto. Con il tempo l’asimmetria nelle relazioni di potere tende dunque ad aumentare, piuttosto che a diminuire, se non entra in campo lo stato per contrastarla. La presunzione neoliberista che l’informazione sia distribuita in modo ideale e il campo di gioco perfettamente idoneo per una leale competizione appare o innocentemente utopistica o un deliberato occultamento dei processi che conducono alla concentrazione della ricchezza e, dunque, alla restaurazione del potere di classe.

La teoria neoliberista del cambiamento tecnologico conta sul potere coercitivo della competizione, che spingerebbe alla ricerca di nuovi prodotti, nuovi metodi di produzione e nuove forme di organizzazione. Questa sollecitazione diviene però così profondamente radicata nel senso comune imprenditoriale da trasformarsi in una convinzione quasi idolatrica che esista una soluzione tecnologica per tutti i problemi. Nella misura in cui prende piede non solo all’interno delle grandi aziende ma anche nell’apparato dello stato (in particolare nell’esercito), questa idea produce forti e

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indipendenti tendenze al cambiamento tecnologico che possono diventare destabilizzanti, se non controproducenti. Gli sviluppi tecnologici possono girare a vuoto se settori dedicati unicamente all’innovazione tecnologica creano nuovi prodotti e procedimenti che non hanno ancora un mercato (una volta che sono stati creati nuovi prodotti farmaceutici, s’inventano nuove malattie per usarli). Esiste poi la possibilità che qualche intruso geniale approfitti delle innovazioni tecnologiche per minare le relazioni sociali e le istituzioni esistenti; attraverso le sue operazioni potrebbe anche riuscire a produrre cambiamenti nel senso comune per il proprio vantaggio economico. C’è uno stretto collegamento, quindi, tra il dinamismo tecnologico, l’instabilità, la dissoluzione dei [84] meccanismi di solidarietà sociale, il degrado ambientale, la deindustrializzazione, i rapidi cambiamenti nei rapporti spazio-tempo, le bolle speculative e la tendenza generale alle crisi interne al capitalismo.

Vi sono, infine, nel neoliberismo, alcuni problemi politici fondamentali che vanno affrontati. Esiste una contraddizione tra un individualismo possessivo, seducente ma anche alienante, e il desiderio di una vita collettiva ricca di senso. Si ritiene che gli individui siano liberi di scegliere, ma non si prende in considerazione l’ipotesi che possano scegliere di costruire forti istituzioni collettive (come i sindacati) invece che deboli associazioni volontarie (come le organizzazioni assistenziali). Senza dubbio non dovrebbero mai scegliere di mettersi insieme per creare partiti politici con l’obiettivo di costringere lo stato a intervenire nel mercato o a eliminarlo. Per tenere a bada le loro paure fondamentali – fascismo, comunismo, socialismo, populismo autoritario e anche governo della maggioranza – i neoliberisti devono imporre limitazioni sostanziali al governo democratico e affidarsi invece, per certe decisioni cruciali, a istituzioni non democratiche e non tenute a rendere conto dei propri atti (come la Federal Reserve o l’FMI). Il risultato è paradossale: massicci interventi dello stato e un governo affidato alle élite e agli «esperti» in un mondo in cui lo stato non dovrebbe essere interventista. È un assetto che ricorda il racconto utopico di Francis Bacon La nuova Atlantide (pubblicato per la prima volta nel 1626), in cui tutte le decisioni rilevanti vengono assunte da un consiglio di saggi costituito dai più anziani. Di fronte a movimenti sociali che chiedono interventi collettivi, quindi, lo stato neoliberista è costretto a intervenire, a volte in modo repressivo, negando così proprio quella libertà che dovrebbe difendere. In una situazione del genere può però disporre di un’arma segreta: la competizione internazionale e la globalizzazione possono essere usate per disciplinare i movimenti che si oppongono ai programmi neoliberisti all’interno dei singoli stati. Se questo non basta, lo stato può ricorrere alla persuasione, alla propaganda o, se necessario, alla forza bruta e al potere poliziesco per schiacciare quanti si oppongono al neoliberismo. Era proprio questo il timore di Polanyi: che il progetto utopico liberale (e per estensione quello neoliberista) possa alla fin fine reggersi solo ricorrendo all’autoritarismo. La libertà delle masse verrebbe così limitata a vantaggio delle libertà di pochi.

Lo stato liberista nella pratica

[85] Definire il carattere generale dello stato nell’era del neoliberismo è difficile per due ragioni specifiche: in primo luogo, le divergenze sistematiche rispetto al modello teorico neoliberista sono presto divenute evidenti, e non tutte possono essere attribuite alle contraddizioni interne già delineate; in secondo luogo, la dinamica dell’evoluzione della neoliberalizzazione è stata tale da rendere necessari aggiustamenti notevolmente diversi da un posto all’altro, oltre che da un periodo all’altro. Cercare di ricavare, da una geografia così instabile e volatile, una rappresentazione articolata del tipico stato neoliberista è certo un’impresa destinata all’insuccesso. Ciononostante ritengo sia utile abbozzare nelle sue linee generali un discorso che serva a mantenere in gioco il concetto di stato neoliberista.

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Ci sono in particolare due campi in cui la spinta a restaurare il potere di classe distorce, e per certi aspetti addirittura rovescia, nella pratica la teoria neoliberista. Il primo è determinato dalla necessità di creare un «clima favorevole all’attività economica o agli investimenti» per le iniziative capitalistiche. Anche se esistono alcune condizioni, come la stabilità politica o il pieno rispetto della legge e l’imparzialità nella sua applicazione, che potrebbero essere considerate neutrali dal punto di vista della classe, ve ne sono altre che risultano chiaramente distorte. Le parzialità riguardano in particolare il trattamento della manodopera e dell’ambiente come merci. Se insorge un conflitto, il tipico stato neoliberista tenderà a schierarsi a favore di un clima propizio all’attività economica e contro i diritti collettivi (e la qualità della vita) dei lavoratori, oppure contro la capacità dell’ambiente di rigenerarsi. L’altro problema deriva dal fatto che, in caso di conflitto, gli stati neoliberisti tendono ad anteporre l’integrità del sistema finanziario e la solvibilità delle istituzioni finanziarie al benessere della popolazione o alla qualità dell’ambiente.

Queste distorsioni sistematiche non sono sempre facili da riconoscere all’interno del guazzabuglio di iniziative statali divergenti e spesso discordanti. Le considerazioni pragmatiche e opportunistiche qui giocano un ruolo importante. Il presidente Bush è un fautore del libero mercato e del libero scambio, ma ha imposto dazi doganali sull’acciaio per rafforzare le proprie chance [86] elettorali nell’Ohio (con successo, come si è visto). Per placare gli scontenti a livello nazionale, vengono arbitrariamente stabilite quote che limitano le importazioni straniere. Gli europei, pur insistendo sul libero scambio in tutti gli altri settori, proteggono l’agricoltura, per ragioni sociali, politiche e magari anche estetiche. Vi sono interventi speciali dello stato a favore di specifici interessi commerciali (per esempio il commercio di armi), e vengono arbitrariamente accordati crediti ingenti da uno stato a un altro per ottenere accesso politico e influenza in regioni delicate dal punto di vista geopolitico (come il Medio Oriente). Per tutti questi motivi sarebbe davvero sorprendente riscontrare l’esistenza uno stato neoliberista, anche il più fondamentalista, che si mantenga sempre fedele all’ortodossia neoliberista.

In altri casi possiamo ragionevolmente attribuire le divergenze tra teoria e pratica a problemi di attrito causati dalla transizione, che riflettono le diverse forme di stato esistenti prima della svolta neoliberista. Le condizioni che hanno prevalso nell’Europa centrale e dell’Est dopo il crollo del comunismo, per esempio, erano molto particolari. La velocità con cui si è compiuta la privatizzazione per effetto della terapia d’urto inflitta a quei paesi negli anni novanta ha creato enormi tensioni di cui si avverte l’eco ancora oggi. Gli stati socialdemocratici (come quelli scandinavi o la Gran Bretagna del periodo immediatamente successivo alla guerra) avevano da tempo sottratto al mercato settori chiave dell’economia come l’assistenza sanitaria, l’istruzione e anche l’edilizia pubblica, con la giustificazione che la possibilità di soddisfare le necessità basilari degli esseri umani non dovrebbe essere mediata dalle forze del mercato e limitata dalla disponibilità economica. Se Margaret Thatcher riuscì a cambiare questo stato di cose, gli svedesi hanno resistito molto più a lungo, anche di fronte a energici tentativi da parte degli interessi capitalisti di imboccare la strada neoliberista. Alcuni stati in via di sviluppo (come Singapore e altri paesi asiatici), per ragioni assai diverse, si affidano al settore pubblico e alla pianificazione statale, in stretto collegamento con il capitale nazionale e aziendale (spesso straniero e multinazionale), per promuovere l’accumulazione di capitale e la crescita economica. Generalmente gli stati in via di sviluppo prestano molta attenzione alle infrastrutture sociali, oltre che a quelle materiali; ciò comporta politiche molto più ugualitarie per quanto [87] riguarda, per esempio, le opportunità nel campo dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria. Gli investimenti statali nell’istruzione, per esempio, vengono visti come un prerequisito essenziale per conquistare una posizione più competitiva nel commercio mondiale. Gli stati in via di sviluppo sono coerenti con i princìpi neoliberisti quando facilitano la competizione tra imprese, grandi aziende ed entità territoriali, accettano le regole del libero scambio e fanno capo, per le esportazioni, a mercati aperti; però sono

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attivamente interventisti nel creare le infrastrutture che determinano un clima favorevole all’attività economica. La neoliberalizzazione apre quindi agli stati in via di sviluppo la possibilità di migliorare la loro posizione nella competizione internazionale sviluppando nuove strutture di intervento statale (come il sostegno alla ricerca e allo sviluppo). Ma, per la stessa ragione, la neoliberalizzazione crea le condizioni per la formazione di classi e, mano a mano che il potere di classe si rafforza, si affaccia la tendenza della classe dominante (per esempio nella Corea contemporanea) a cercare di affrancarsi dalla dipendenza dal potere statale e a modificare questo potere secondo un orientamento neoliberista.

Mentre nuovi assetti istituzionali definiscono le regole del commercio mondiale – l’apertura dei mercati del capitale, per esempio, è oggi una delle condizioni per far parte dell’FMI e del WTO – gli stati in via di sviluppo si trovano sempre più attirati nella schiera neoliberista. Uno dei principali effetti della crisi asiatica del 1997 -1998, per esempio, è stato quello di portare diversi paesi in via di sviluppo a un maggiore allineamento con le pratiche neoliberiste standard. Come si è visto nel caso della Gran Bretagna, è difficile mantenere una posizione neoliberista nei confronti dell’esterno (per esempio facilitando le operazioni del capitale finanziario) senza accettare un minimo di neoliberalizzazione anche all’interno (la Corea del Sud ha recentemente dovuto affrontare proprio questo tipo di tensioni). Ma gli stati in via di sviluppo non sono affatto convinti che il percorso neoliberista sia quello giusto, in particolare visto che durante la crisi finanziaria del 1997 -1998 i paesi che non avevano liberalizzato i loro mercati del capitale (come Taiwan e la Cina) hanno sofferto molto meno di quelli che lo avevano fatto.

Le pratiche contemporanee riguardo al capitale finanziario e alle istituzioni finanziarie sono forse quelle più difficilmente conciliabili con l’ortodossia neoliberista. Normalmente gli stati [88] neoliberisti favoriscono la crescita dell’influenza delle istituzioni finanziarie attraverso la deregolamentazione, ma oltre a ciò fin troppo spesso arrivano a garantire a qualsiasi costo l’integrità e la solvibilità delle istituzioni finanziarie. Questo impegno deriva in parte (legittimamente, secondo alcune versioni della teoria neoliberista) dal fatto che si ci affida al monetarismo come elemento fondamentale della politica statale, e l’integrità e validità del denaro è cruciale per una simile politica. Ma questo paradossalmente significa che lo stato neoliberista non può tollerare nessuna grave inadempienza finanziaria anche quando sono state le stesse istituzioni finanziarie a prendere decisioni sbagliate. Lo stato deve farsi avanti e sostituire il denaro «cattivo» con il proprio denaro, che si suppone «buono», e questo spiega la pressione sulle banche centrali perché tengano viva la fiducia nella validità del denaro dello stato. Il potere statale è spesso stato usato per togliere dai guai aziende o evitare fallimenti commerciali, come la crisi dei risparmi e dei prestiti USA del 1987-1988 che costò ai contribuenti americani una cifra valutata in 150 miliardi di dollari, o il crollo nel 1997-1998 dell’hedge fund Long-Term Capital Management che costò 3,5 miliardi di dollari.

A livello internazionale, nel 1982 i principali stati neoliberisti conferirono all’FMI e alla Banca mondiale la piena autorità di negoziare una diminuzione del debito, il che in effetti significava proteggere le principali istituzioni finanziarie dal rischio di inadempienze. L’FMI di fatto copre, per quanto gli è possibile, i rischi e le incertezze nei mercati finanziari internazionali. Questa prassi è difficile da giustificare secondo la teoria neoliberista, visto che in linea di principio gli investitori dovrebbero essere responsabili dei loro errori, e di conseguenza i neoliberisti di orientamento più fondamentalista ritengono che l’FMI dovrebbe essere abolito. Questa possibilità fu presa seriamente in esame durante i primi anni dell’amministrazione Reagan, e i repubblicani l’hanno nuovamente proposta al Congresso nel 1998. James Baker, segretario al Tesoro di Reagan, infuse nuova vita all’istituzione quando si trovò di fronte alla potenziale bancarotta del Messico, che avrebbe inflitto gravi perdite alle principali banche d’investimento di New York, le quali nel 1982 controllavano il

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debito del Messico. Baker utilizzò l’FMI per imporre al Messico aggiustamenti strutturali e proteggere i banchieri di New York dalle conseguenze [89] dell’inadempienza. Questa prassi – dare la priorità alle esigenze delle banche e delle istituzioni finanziarie penalizzando i livelli di vita del paese debitore – era già stata messa alla prova durante la crisi debitoria della città di New York. Nel contesto internazionale ciò significava ricavare surplus dalle popolazioni povere del Terzo Mondo per ripagare i banchieri internazionali. «E un mondo strano» osserva sconcertato Stiglitz «in cui i paesi poveri sovvenzionano di fatto i più ricchi.» Anche il Cile – esempio dopo il 1975 di pratiche neoliberiste «pure» – fu colpito in questo modo nel 1982-1983, e il risultato fu che il prodotto interno lordo crollò di quasi il 14 per cento e la disoccupazione salì del 20 per cento in un solo anno. A livello teorico si evitò di trarne la conclusione che la neoliberalizzazione «pura» non funziona, anche se i pragmatici aggiustamenti successivamente apportati in Cile (oltre che in Gran Bretagna dopo il 1983) aprirono il campo a compromessi che ampliarono ancora di più il divario tra teoria e pratica.

Quella di estorcere tributi grazie a meccanismi finanziari è una vecchia pratica imperiale. Si è dimostrata molto utile alla restaurazione del potere di classe, in particolar modo nei principali centri finanziari del mondo, e non sempre ha bisogno, per operare, di una crisi di aggiustamento strutturale. Quando gli imprenditori dei paesi in via di sviluppo prendono a prestito denaro dall’estero, per esempio, la condizione che viene posta, e cioè che lo stato disponga di riserve sufficienti di valuta estera per coprire i prestiti, si traduce nella necessità di investimenti statali, per esempio, in buoni del Tesoro USA. La differenza tra il tasso di interesse sul denaro preso a prestito (per esempio il 12 per cento) e quello sul denaro contestualmente depositato presso le casse del Tesoro di Washington (che può essere il 4 per cento) produce un ingente flusso finanziario netto verso il centro imperiale, a spese dei paesi in via di sviluppo. Questa tendenza degli stati principali, come gli Stati Uniti, a proteggere gli interessi finanziari e a rimanere a guardare mentre questi risucchiano i surplus provenienti da altre aree favorisce e al tempo stesso riflette il consolidamento del potere delle classi più alte all’interno di questi stati intorno ai processi di finanziarizzazione. Ma l’abitudine a intervenire nel mercato e trarre d’impaccio le istituzioni finanziarie quando finiscono nei guai non può conciliarsi con la teoria neoliberista. Gli investimenti avventati [90] dovrebbero essere puniti con le perdite di chi presta il denaro, e invece lo stato fa sì che i prestatori rimangano ampiamente al sicuro. Al contrario, sono coloro che prendono prestiti a dover pagare, quale che sia il costo sociale. La teoria neoliberista dovrebbe dire «quando fai un prestito, stai attento», ma in pratica dice «quando prendi un prestito, stai attento».

Ci sono limiti alla capacità di spremere surplus dalle economie dei paesi in via di sviluppo. Presi nella morsa di misure di austerità che li tengono confinati in condizioni di stagnazione economica cronica, spesso questi paesi vedono la prospettiva di ripagare il loro debito sfumare verso un remoto futuro. In questa situazione, anche certe perdite moderate possono apparire un’opzione attraente. È quel che è accaduto con il piano Brady del 1989. Le istituzioni finanziarie accettarono di cancellare il 35 per cento del debito in corso presso di loro in cambio di obbligazioni scontate (avallate dall’FMI e dal Tesoro USA) a garanzia del pagamento della parte residua del debito (in altre parole, ai creditori fu garantita la restituzione di 65 centesimi per ogni dollaro preso a prestito). Nel 1994 ben diciotto paesi (inclusi Messico, Brasile, Argentina, Venezuela e Uruguay) avevano sottoscritto accordi che consentivano loro lo sconto di circa 60 miliardi di dollari di debiti. La speranza, naturalmente, era che questa cancellazione del debito desse il via a una ripresa economica che avrebbe permesso di ripagare puntualmente la parte residua del debito. Il problema fu che l’FMI fece in modo che tutti i paesi che traevano vantaggio da questa esigua cancellazione del debito (che molti consideravano minima rispetto alle reali possibilità delle banche) fossero anche tenuti a inghiottire la pillola avvelenata delle riforme istituzionali neoliberiste. La crisi della valuta

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messicana nel 1995, di quella brasiliana del 1998 e il crollo dell’economia argentina nel 2001 sono stati i risultati prevedibili.

Questo ci porta, infine, al discusso tema dell’atteggiamento dello stato neoliberista nei confronti dei mercati del lavoro. A livello interno, lo stato neoliberista è per forza di cose ostile a ogni forma di solidarietà sociale che limiti l’accumulazione di capitale. Sindacati indipendenti o altri movimenti sociali (come il socialismo municipale del Greater London Council), che avevano acquisito un potere considerevole nel periodo dell’embedded liberalism, dovevano quindi essere messi in riga, se non distrutti, nel nome di [91] quella che veniva presentata come l’inviolabile libertà individuale del singolo lavoratore. La parola d’ordine, per i mercati del lavoro, è «flessibilità». È difficile sostenere che l’aumento della flessibilità sia un fenomeno del tutto negativo, in particolare di fronte a pratiche sindacali estremamente restrittive e sclerotiche. Ci sono quindi riformisti di sinistra che sostengono vigorosamente che la «specializzazione flessibile» costituisce una forma di progresso. Ma anche se alcuni lavoratori possono senz’altro beneficiarne, le asimmetrie che sorgono quanto a informazione e potere, insieme alla mancanza di una facile e libera mobilità del lavoro (in particolare attraverso i confini tra gli stati), pongono la forza lavoro in condizioni di svantaggio. La specializzazione flessibile può divenire per il capitale un comodo strumento per procurarsi mezzi di accumulazione più flessibili. I due termini – specializzazione flessibile e accumulazione flessibile – hanno connotazioni assai diverse. Il risultato complessivo è costituito da salari più bassi, crescente insicurezza del lavoro e in molti casi perdita di benefici e di ogni garanzia a tutela del posto di lavoro. Si tratta di tendenze chiaramente percepibili in tutti gli stati che hanno imboccato la strada neoliberista. Dato il violento attacco a tutte le forme di organizzazione del lavoro e di diritti del lavoro e il massiccio ricorso a riserve di manodopera ampie ma molto disorganizzate in paesi come Cina, Indonesia, India, Messico e Bangladesh, sembrerebbe che il controllo della forza lavoro e il mantenimento di un alto tasso di sfruttamento della manodopera siano stati essenziali per il processo di neoliberalizzazione. Il ripristino o la creazione del potere di classe si verifica, come sempre, a spese del lavoro.

È proprio in tale contesto di riduzione delle risorse personali provenienti dal mercato del lavoro che la determinazione con cui il neoliberismo trasferisce all’individuo tutta la responsabilità del proprio benessere ha effetti doppiamente deleteri. Mentre si ritrae dall’impegno nel welfare e riduce il proprio ruolo in campi come l’assistenza sanitaria, la pubblica istruzione e i servizi sociali, un tempo fondamentali per l’embedded liberalism, lo stato espone strati sempre più vasti della popolazione all’impoverimento. La rete della protezione sociale viene ridotta al minimo, in favore di un sistema che dà grande rilievo alla responsabilità individuale. L’insuccesso personale viene generalmente attribuito a incapacità personali, e fin troppo spesso è la vittima a essere biasimata. [92] Dietro questi grandi cambiamenti della politica sociale si celano importanti modificazioni strutturali nella natura della governance. Data la diffidenza neoliberista verso la democrazia, bisogna trovare un modo per integrare il processo decisionale dello stato nelle dinamiche dell’accumulazione di capitale e nelle reti del potere di classe di cui è in corso il ripristino o, come in Cina e in Russia, la formazione. La neoliberalizzazione ha comportato, per esempio, l’aumento della dipendenza dalle partnership pubblico-privato (era una delle idee forti di Margaret Thatcher quando creò «istituzioni quasi governative», come le società per l’edilizia urbana, per incoraggiare lo sviluppo economico). Imprese e grandi aziende non solo collaborano attivamente con rappresentanti dello stato, ma acquisiscono anche un ruolo di primo piano nella stesura delle leggi, nella scelta delle politiche pubbliche e nel predisporre strutture di regolamentazione (vantaggiose soprattutto per loro stesse). Nascono così forme di negoziazione che incorporano nella governance attività commerciali e interessi professionali, grazie a consultazioni strette e a volte segrete. L’esempio più palese è stato il persistente rifiuto del vicepresidente Cheney di rendere noti i nomi dei membri del gruppo di consulenti che ha elaborato il documento sulla politica energetica

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dell’amministrazione Bush nel 2002; quasi certamente ne faceva parte anche Kenneth Lay, allora alla testa della Enron, una società accusata di aver favorito deliberatamente, per trarne profitto, una crisi energetica in California e che poi è crollata sotto il peso di un enorme scandalo. Il passaggio dal governo (potere statale a se stante) alla governance (una configurazione più vasta di cui fanno parte lo stato e figure chiave della società civile) è dunque avvenuto sotto il neoliberismo. Da questo punto di vista le pratiche dello stato neoliberista e quelle degli stati in via di sviluppo in linea di massima convergono.

Lo stato in genere produce leggi e strutture normative che avvantaggiano le aziende, e in alcuni casi interessi specifici come quelli legati all’energia, alla produzione farmaceutica, alle imprese agricole. In molti casi di partnership tra pubblico e privato, in particolare a livello municipale, lo stato si assume buona parte dei rischi mentre il settore privato ricava gran parte dei profitti. Se necessario, poi, lo stato neoliberista ricorre a leggi coercitive e a tattiche poliziesche (norme contro i picchettaggi, per esempio) per [93] disperdere o reprimere le forme collettive di opposizione alle grandi aziende. Le forme di sorveglianza e di controllo poliziesco si moltiplicano: negli Stati Uniti la carcerazione è divenuta una strategia cruciale dello stato per affrontare i problemi che sorgono tra lavoratori licenziati e popolazioni emarginate. Le capacità coercitiva dello stato vengono rafforzate per proteggere gli interessi delle grandi aziende ed eventualmente reprimere il dissenso. Nulla di tutto ciò sembra coerente con la teoria neoliberista. In nessun luogo il timore neoliberista che gruppi d’interesse possano corrompere e sovvertire lo stato si è avverato più che a Washington, dove eserciti di lobbisti aziendali (molti dei quali hanno beneficiato della «porta girevole» che permette di passare da un impiego statale a un ben più redditizio impiego aziendale) di fatto impongono leggi: che assecondano i loro interessi particolari. Anche se alcuni stati continuano a rispettare la tradizionale autonomia della pubblica amministrazione, questa condizione è ovunque stata presa di mira nel corso della neoliberalizzazione. Il confine tra stato e potere aziendale è divenuto sempre più permeabile; quel che rimane della democrazia rappresentativa è sopraffatto, se non corrotto in modo totale ma legale, dal potere del denaro.

Dato che l’accesso al sistema giudiziario, nominalmente ugualitario, in pratica è estremamente costoso (si tratti di un individuo che intenta una causa per comportamenti negligenti o di un paese che avvia un contenzioso contro gli Stati Uniti per violazione delle regole del WTO, procedura questa che può costare fino a un milione di dollari, somma equivalente al bilancio annuale di certi piccoli paesi poveri), i risultati spesso sono inquinati dalla parzialità a favore di coloro che dispongono del potere del denaro. Nei procedimenti decisionali del sistema giudiziario il pregiudizio di classe è in ogni caso molto diffuso, se non assicurato. Non c’è da stupirsi che i principali strumenti collettivi di intervento siano definiti e articolati tramite gruppi non eletti (e in molti casi guidati dalle élite) che si ergono a difensori di vari tipi di diritti. In alcuni casi, come nella tutela del consumatore, nei diritti civili o delle persone handicappate, questi strumenti si sono rivelati molto redditizi. Organizzazioni non governative (ONG) e di base sono cresciute e proliferate in modo considerevole sotto il neoliberismo, facendo: nascere la convinzione che la vera fucina delle politiche di opposizione e della trasformazione sociale sia 1’opposizione che si [94] mobilita al di fuori dall’apparato statale e all’interno di un’entità separata chiamata «società civile». Il periodo in cui è divenuto egemonico lo stato neoliberista ha coinciso con quello in cui il concetto di società civile – spesso intesa come entità alternativa al potere dello stato – è divenuto centrale nella formulazione delle politiche di opposizione. L’idea gramsciana dello stato come unità di società politica e civile lascia il campo all’idea di società civile come centro di opposizione, se non alternativa, allo stato.

Da questo resoconto possiamo chiaramente vedere che il neoliberismo non rende irrilevanti lo stato o certe sue particolari istituzioni (tra cui tribunali e forze di polizia), come hanno sostenuto

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alcuni osservatori sia a destra che a sinistra. C’è stata, però, una radicale riconfigurazione delle istituzioni e delle pratiche dello stato, in particolare rispetto all’equilibrio tra coercizione e consenso, tra il potere del capitale e quello dei movimenti popolari e tra il potere esecutivo e quello giudiziario da una parte e i poteri della democrazia rappresentativa dall’altro.

Ma non tutto va per il meglio nello stato neoliberista, ed è per questo che esso appare come una forma politica transitoria o instabile. Al cuore del problema c’è una disparità rapidamente crescente tra gli scopi pubblici dichiarati del neoliberismo (il benessere di tutti) e i suoi risultati effettivi (la restaurazione del potere di classe). Ma al di là di questo c’è un’intera serie di contraddizioni specifiche che è opportuno evidenziare.

1. Da una parte ci si aspetta che lo stato neoliberista rimanga in disparte, limitandosi a predisporre l’ambiente più idoneo per le funzioni del mercato, ma dall’altra si vuole che sia interventista per creare un clima favorevole all’attività economica e che si comporti come un’entità competitiva nelle politiche globali. In quest’ultimo ruolo deve funzionare come un’azienda collettiva, e ciò pone il problema di come garantirsi la fedeltà dei cittadini. Il nazionalismo è una risposta ovvia, ma è profondamente antagonistico rispetto al programma neoliberista. È stato questo il dilemma di Margaret Thatcher, giacché fu solo giocando la carta del nazionalismo con la guerra delle Falkland-Malvine e, in modo ancora più significativo, con la campagna contro l’integrazione politica con l’Europa che poté guadagnarsi la rielezione e promuovere all’interno altre riforme neoliberiste. Spesso, nell’Unione Europea, nel Mercosur (dove i nazionalismi brasiliano e argentino [95] impediscono l’integrazione), nel NAFTA o nell’ ASEAN, il nazionalismo necessario per far funzionare lo stato come entità aziendale competitiva nel mercato mondiale intralcia in modo generalizzato le libertà di mercato.

2. L’autoritarismo nell’imposizione del mercato mal s’accorda con gli ideali di libertà individuali. Più il neoliberismo volge il timone verso il primo, più gli diventa difficile mantenere la sua legittimità rispetto ai secondi e più è costretto a rivelare i propri toni antidemocratici, A questa contraddizione si accompagna una crescente mancanza di simmetria nella relazione di potere tra grandi aziende e individui comuni, Se «il potere delle grandi aziende vi sottrae le vostre libertà personali», allora la promessa del neoliberismo si riduce a nulla. Questo vale per gli individui sul posto di lavoro e nelle altre dimensioni della vita. Una cosa è sostenere, per esempio, che lo status della mia assistenza sanitaria costituisce una scelta e una responsabilità mia personale; altra cosa è scoprire che l’unico modo per soddisfare le mie necessità sul mercato è pagare premi esorbitanti a società d’assicurazioni inefficienti, mastodontiche, estremamente burocratizzate, ma anche altamente redditizie. Quando queste società hanno addirittura il potere di definire nuove categorie di malattie che si adattano a nuovi farmaci che giungono sul mercato, allora è chiaro che c’è qualcosa che non va. In circostanze del genere, mantenere la legittimità e il consenso, come abbiamo visto nel capitolo 2, diventa un atto di bilanciamento ancora più difficile, che può facilmente rovesciarsi appena le cose cominciano ad andare male.

3. Anche se può risultare cruciale per preservare l’integrità del sistema finanziario, l’individualismo irresponsabile e autocelebrativo di coloro che operano al suo interno produce volatilità speculativa, scandali finanziari e instabilità cronica. Gli scandali di Wall Street e di varie aziende negli ultimi anni hanno minato la fiducia e messo in seria difficoltà le autorità di regolamentazione che devono decidere come e quando intervenire, a livello internazionale oltre che nazionale, Il libero scambio internazionale richiede regole del gioco globali, e ciò chiama in causa la necessità di qualche tipo di governance globale (per esempio da parte del WTO), La deregolamentazione del sistema finanziario facilita comportamenti che rendono necessaria una riregolamentazione, se si vogliono evitare le crisi.[96] 4. Si mettono al primo posto le virtù della

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competizione, ma la realtà è il crescente consolidamento del potere oligopolistico, monopolistico e transnazionale all’interno di poche grandi aziende multinazionali: il mondo della competizione tra soft drinks si riduce a Cola-Cola contro Pepsi, l’industria dell’energia si riduce a cinque enormi aziende transnazionali, mentre pochi magnati dei media controllano gran parte del flusso dell’informazione, che a questo punto diventa prevalentemente mera propaganda. A livello popolare, la spinta verso la libertà di mercato e la trasformazione di ogni cosa in merce può facilmente impazzire e produrre incoerenza sociale. La distruzione delle forme di solidarietà sociale e, come ha suggerito la Thatcher, anche dell’idea stessa di società in quanto tale, lascia un vuoto crescente nell’ordine sociale. Diventa allora particolarmente difficile combattere l’anomia e controllare i comportamenti antisociali che ne conseguono, come criminalità, pornografia o virtuale riduzione in schiavitù di altri. Riducendo la «libertà» alla «libertà d’impresa» si scatenano tutte quelle «libertà negative» che Polanyi vedeva inestricabilmente intrecciate alle libertà positive. La risposta inevitabile è la ricostruzione delle solidarietà sociali, anche se su linee diverse: di qui la rinascita dell’interesse per la religione e la moralità, per nuove forme di associazionismo (basate su temi come diritti e cittadinanza) e anche il ritorno di forme politiche più vecchie (fascismo, nazionalismo, localismo e così via). Il neoliberismo nella sua forma pura ha sempre rischiato di evocare la propria nemesi, sotto forma di populismi e nazionalismi autoritari. Schwab e Smadja, organizzatori del raduno annuale neoliberista di Davos, un tempo puramente celebrativo, avvertivano fin dal 1996:

La globalizzazione economica è entrata in una nuova fase. Un contraccolpo sempre più forte ai suoi effetti, specialmente nelle democrazie industriali, minaccia di avere un impatto distruttivo sull’attività economica e sulla stabilità sociale in molti paesi. Lo stato d’animo dominante in queste democrazie è di rassegnazione e ansia, il che contribuisce a spiegare l’ascesa di un nuovo tipo di politici populisti. Ciò può facilmente trasformarsi in rivolta.

La risposta neoconservatrice

[97] Se lo stato neoliberista è per sua natura instabile, che cosa potrà rimpiazzarlo? Negli Stati Uniti vi sono segnali di una risposta decisamente neoconservatrice a questa domanda. Riflettendo sulla storia recente della Cina, Wang suggerisce che, sul piano teorico,

espressioni descrittive come «neoautoritarismo», «neoconservatorismo», «liberalismo classico», estremismo del mercato, modernizzazione nazionale […] avevano tutte uno stretto rapporto, di un tipo o di un altro, con la costruzione del neoliberismo. Le successive sostituzioni di questi termini (o anche le contraddizioni che esistono tra loro) dimostrano i cambiamenti nella struttura di potere, tanto nella Cina contemporanea quanto nel mondo contemporaneo nel suo complesso.

Se questo preannuncia una più generalizzata riconfigurazione delle strutture di governance in tutto il mondo rimane da verificare. È, tuttavia, interessante notare come la neoliberalizzazione in stati autoritari come Cina e Singapore sembri convergere con il crescente autoritarismo che è evidente in stati neoliberisti come Stati Uniti e Gran Bretagna. Si consideri, allora, il modo in cui si è evoluta negli Stati Uniti la risposta neoconservatrice alla crescente instabilità dello stato neoliberista.

Come i neoliberisti che li hanno preceduti, i «neocon» avevano a lungo messo a punto le loro concezioni dell’ordine sociale nelle università (particolarmente autorevole fu Leo Strauss all’Università di Chicago), in think-tanks ben finanziati e tramite pubblicazioni influenti (come Commentary). I neoconservatori americani sono favorevoli al potere delle grandi aziende, all’impresa privata e alla restaurazione del potere di classe. Il neoconservatorismo è dunque del tutto coerente con il programma neoliberista di governo delle élite, sfiducia nella democrazia e

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mantenimento delle libertà di mercato, ma si allontana dai princìpi del neoliberismo puro e ha riformulato le pratiche neoliberiste per quanto concerne due aspetti fondamentali: in primo luogo nella preoccupazione che mostra per l’ordine quale risposta al caos degli interessi individuali, e in secondo luogo nel suo interesse per una morale esasperata come necessario collante sociale per mantenere lo stato al sicuro da pericoli interni ed esterni. [98] Con la sua preoccupazione per l’ordine, il neoconservatorismo non sembra fare molto più che strappare quel velo di autoritarismo in cui il neoliberismo aveva cercato di avvolgersi. Ma propone anche risposte specifiche a una delle contraddizioni centrali del neoliberismo. Se davvero «non esiste la società, esistono solo gli individui», come disse la Thatcher, allora il caos degli interessi individuali può facilmente finire per prevalere sull’ordine. L’anarchia del mercato, della competizione e dell’individualismo sfrenato (speranze, desideri, ansie e paure individuali; scelte di stile di vita e di abitudini e orientamento sessuali; forme di autoespressione e di comportamento verso gli altri) genera una situazione sempre più ingovernabile. Può anche condurre a un crollo di tutti i legami di solidarietà e a una condizione al limite dell’anarchia e del nichilismo sociale.

Di fronte a questa situazione, per ripristinare l’ordine appare necessario esercitare qualche livello di coercizione. I neoconservatori esaltano, dunque, l’importanza della militarizzazione come antidoto al caos degli interessi individuali, e per questa ragione sono estremamente portati a sottolineare le minacce, reali o immaginate, sia in patria che all’estero, all’integrità e alla stabilità della nazione. Negli Stati Uniti questo implica lo scatenamento di -quello che Hofstadter chiama «lo stile paranoide della politica americana», che porta a rappresentare la nazione assediata e minacciata da nemici interni ed esterni. Negli Stati Uniti questo tipo di politica ha una lunga storia. Il neoconservatorismo non è nuovo, e dopo la Seconda guerra mondiale ha trovato ospitalità in un potente complesso militare-industriale che ha un interesse specifico per la militarizzazione permanente. Ma con la fine della Guerra fredda ci si cominciò a chiedere da dove provenisse la minaccia alla sicurezza americana. All’esterno emersero come candidati principali l’lslam radicale e la Cina, mentre i movimenti di dissidenza nazionali (i davidiani ridotti in cenere a Waco, i miliziani che appoggiarono l’attentato di Oklahoma, i disordini seguiti all’aggressione a Rodney King a Los Angeles e infine gli incidenti scoppiati a Seattle nel 1999) rendevano necessaria una maggiore sorveglianza e una più intensa attività di polizia all’interno. Negli anni novanta è infine venuta in primo piano la minaccia molto reale dell’Islam radicale, culminata con i fatti dell’11 settembre, che ha fornito la principale giustificazione per la [99] dichiarazione di una «guerra al terrore» permanente, che richiedeva la militarizzazione sia in patria che all’estero per garantire la sicurezza della nazione. Anche se ovviamente era necessaria una risposta poliziesca e militare di qualche tipo alla minaccia posta dai due attacchi al World Trade Center di New York, l’avvento al potere dei neoconservatori ha garantito una risposta onnicomprensiva e a giudizio di molti eccessiva, sotto forma di vasta militarizzazione in patria e all’estero.

Per molto tempo il neoconservatorismo è rimasto dietro le quinte presentandosi come un movimento contro la permissività morale favorita in genere dall’individualismo. Di conseguenza cerca di recuperare un senso di finalità morale, alcuni valori di ordine superiore che costituiscano il centro stabile dello stato. Questa possibilità è in un certo modo preconizzata dalle teorie neoliberiste che, «ponendo in discussione gli stessi fondamenti politici dei modelli interventisti di gestione economica […] hanno riportato nell’ambito dell’economia temi che riguardano la moralità, la giustizia e il potere, anche se l’hanno fatto in modi peculiari». Quello che fanno i neoconservatori è cambiare i «modi peculiari» in cui questi temi entrano nel dibattito. Il loro scopo è contrastare l’effetto disgregante del caos di interessi individuali che il neoliberismo produce. Non si distaccano affatto dal programma neoliberista di formazione o ripristino del potere della classe dominante; cercano però di dare legittimità a questo potere, oltre che puntare a ottenere il controllo sociale attraverso la costruzione di un clima di consenso intorno a un complesso coerente di valori morali.

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Questo pone immediatamente la questione di quali siano i valori morali che dovrebbero prevalere. Sarebbe per esempio del tutto possibile fare appello all’impianto liberale dei diritti umani, visto che, dopo tutto, lo scopo dell’attivismo per i diritti umani, come sostiene Mary Kaldor, «non comporta solo interventi per tutelare i diritti umani, ma la creazione di una comunità morale». Negli Stati Uniti le dottrine dell’«eccezionalismo americano» e la lunga storia di attivismo per i diritti civili hanno indubbiamente generato movimenti morali intorno a temi come i diritti civili, la fame nel mondo e l’impegno filantropico, oltre che zelo missionario.

Ma i valori morali che adesso sono divenuti cruciali per i neoconservatori possono essere meglio compresi quali prodotti della particolare coalizione creatasi negli anni settanta tra gli interessi di [100] classe ed economici delle élite, determinate a restaurare il potere della loro classe, e una base elettorale che faceva capo a una «maggioranza morale» composta da ceti operai bianchi scontenti. Si tratta di valori morali centrati su nazionalismo culturale, virtù morale, cristianesimo (di un certo tipo evangelico), famiglia e diritto alla vita, e sull’opposizione ai nuovi movimenti sociali come il femminismo, i diritti degli omosessuali, la tutela dei diritti delle minoranze e l’ambientalismo. Sotto Reagan questa alleanza era principalmente tattica, ma il disordine interno degli anni di Clinton ha portato il tema dei valori morali in cima al programma repubblicano di Bush figlio. Attualmente esso costituisce il nucleo centrale del programma morale del movimento neoconservatore.

Sarebbe però sbagliato pensare a questa svolta neoconservatrice come a un fatto eccezionale o specifico degli Stati Uniti, anche se in questo paese intervengono elementi speciali che possono non essere presenti altrove. Negli Stati Uniti questa rivendicazione di valori morali poggia in modo preponderante sul richiamo a ideali di nazione, religione, storia, tradizione culturale e così via, e questi ideali non sono affatto limitati agli USA. Ciò riporta l’attenzione su uno degli aspetti più inquietanti della neoliberalizzazione: la curiosa relazione tra stato e nazione. In linea di principio, la teoria neoliberista non considera con favore la nazione, anche quando sostiene l’idea di uno stato forte. Il cordone ombelicale che legava stato e nazione sotto l’embedded liberalism doveva essere reciso, se si voleva che il neoliberismo prosperasse; questo era particolarmente vero per quegli stati, come il Messico e la Francia, che presentavano una forma corporativa. In Messico il Partido revolucionario institucional ha governato per molto tempo facendo leva sul tema dell’unità tra stato e nazione, poi questo assetto si è dissolto e una parte considerevole della nazione si è schierata contro lo stato, in conseguenza delle riforme neoliberiste realizzate negli anni novanta. Naturalmente il nazionalismo è da tempo una caratteristica dell’economia globale, e sarebbe stato davvero strano se fosse affondato senza lasciar traccia in conseguenza delle riforme neoliberiste; infatti è tornato in auge, in una certa misura come forma di opposizione agli obiettivi del neoliberismo. Si pensi all’affermazione dei partiti di estrema destra in Europa, che esprimono sentimenti fortemente ostili agli immigranti. Ancora più inquietante è stato il nazionalismo etnico sorto [101] subito dopo il crollo economico dell’Indonesia, che è sfociato in un brutale attacco contro la minoranza cinese.

Ma, come abbiamo visto, lo stato neoliberista ha bisogno di un certo tipo di nazionalismo per sopravvivere. Costretto a intervenire in modo competitivo nel mercato mondiale, e impegnato nel tentativo di creare il miglior clima possibile per l’attività economica, mobilita il nazionalismo per cercare di raggiungere i suoi scopi. La competizione nella lotta globale per conquistare posizioni produce vittorie e sconfitte effimere, e può essere fonte di orgoglio nazionale oppure di ripensamenti sul carattere nazionale. Il nazionalismo che circonda le competizioni sportive tra nazioni ne è una testimonianza. In Cina il richiamo al sentimento nazionale sta nella lotta per promuovere la posizione dello stato (se non la sua egemonia) nell’economia globale è palese (come lo è l’intensità dei programmi di allenamento per gli atleti in vista delle Olimpiadi di Pechino). Il sentimento nazionalista è altrettanto diffuso in Corea del Sud e in Giappone, e in entrambi i casi può

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essere inteso come un antidoto alla dissoluzione dei legami di solidarietà sociale esistenti prima dell’impatto con il neoliberismo. Forti correnti di nazionalismo culturale si agitano all’interno dei vecchi stati-nazione (come la Francia) che oggi costituiscono l’Unione Europea. La religione e il nazionalismo culturale hanno fornito il peso morale che in anni recenti ha consentito al Partito nazionalista indù di attuare politiche neoliberiste in India. Gli appelli ai valori morali nella rivoluzione iraniana e la successiva svolta verso l’autoritarismo non hanno portato al totale abbandono delle pratiche basate sul mercato, anche se la rivoluzione era diretta contro la decadenza dello scatenato individualismo mercantile. C’è una sollecitazione dello stesso genere dietro il tradizionale senso di superiorità morale che pervade paesi come Singapore e il Giappone, di fronte a quello che considerano l’individualismo «decadente» e il multiculturalismo informe degli Stati Uniti. Il caso di Singapore è particolarmente istruttivo: ha mescolato il neoliberismo del mercato con un potere statale fortemente coercitivo e autoritario, invocando solidarietà morali basate sugli ideali nazionalisti di uno stato isolano assediato (dopo la sua espulsione dalla Federazione malese), su valori confuciani e, più recentemente, su una particolare forma di etica cosmopolita adeguata alla sua posizione attuale nel mondo del commercio internazionale. Il caso [102] britannico è particolarmente interessante. Margaret Thatcher con la guerra delle Falkland-Malvine e il suo atteggiamento antagonistico verso l’Europa, ha fatto appello a sentimenti nazionalistici a sostegno del suo progetto neoliberista, anche se ad animare la sua visione era l’idea dell’Inghilterra e di San Giorgio, piuttosto che il Regno Unito, e questo rese ostili la Scozia e il Galles.

È evidente che, se non mancano i rischi quando il neoliberismo flirta con il nazionalismo di un certo tipo, il fatto che i neoconservatori adottino con accanimento una finalità morale nazionale è molto più pericoloso. L’immagine di molti stati che competono tra loro sulla scena mondiale, ciascuno preparato a ricorrere a pratiche coercitive drastiche e legato a propri particolari valori morali che ritiene superiori, è poco rassicurante. Quella che sembra una risposta alle contraddizioni del neoliberismo può facilmente trasformarsi in un problema. La diffusione del potere neoconservatore, se non direttamente autoritario (come quello che esercitano in Russia Vladimir Putin e in Cina il Partito comunista), quantunque abbia basi molto differenti in diverse formazioni sociali, mette in evidenza i pericoli che possono sorgere quando vi sono nazionalismi in competizione, e forse anche in guerra, tra loro. Se è all’opera un elemento di inevitabilità, questo nasce più dalla svolta neoconservatrice che da verità eterne collegate a presunte differenze nazionali. Per evitare risultati catastrofici è quindi necessario respingere la soluzione offerta dai neoconservatori alle contraddizioni del neoliberismo. Questo presuppone, tuttavia, che esistano delle alternative; e tale problema sarà affrontato più avanti.

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4. L’irregolarità degli sviluppi geografici

[pagine 103-133 saltate]

Forze e flussi

[134] I dati che abbiamo presentato fanno pensare che l’irregolarità nello sviluppo sia stata un risultato tanto della diversificazione, dell’innovazione e della competizione (a volte di tipo monopolistico) tra modelli di governance nazionali, regionali e in alcuni casi anche metropolitani, quanto delle imposizioni di qualche potenza egemonica esterna, come gli Stati Uniti. Un’analisi più dettagliata induce a pensare che i fattori che hanno determinato il livello di neoliberalizzazione nei singoli casi siano stati di molti tipi. Le analisi più convenzionali delle forze in campo tendono a cogliere soprattutto qualche legame tra l’efficacia delle idee neoliberiste (ritenuta particolarmente forte nei casi della Gran Bretagna e del Cile), la necessità di rispondere a crisi finanziarie di vario genere (come in Messico e nella Corea del Sud) e un approccio più pragmatico alle riforme dell’apparato statale (come in Francia e in Cina) per migliorare la posizione competitiva nel mercato globale. Anche se questi sono stati tutti elementi di qualche rilevanza, è abbastanza sorprendente che non ci si interroghi mai su quale ruolo possano avere avuto le forze di classe. L’ipotesi, per esempio, che le idee dominanti possano essere quelle di una classe dominante non è neppure presa in considerazione, anche se esistono prove evidenti che attestano interventi pesanti da parte degli interessi delle élite economiche e finanziarie nella formazione di idee e ideologie, tramite investimenti nei think-tanks, formazione di tecnocrati e controllo dei media. La possibilità che le crisi finanziarie possano essere provocate da offensive del capitale, fughe di capitale o speculazioni finanziarie, o che certe crisi finanziarie vengano architettate proprio per facilitare l’accumulazione tramite esproprio, viene liquidata come troppo macchinosa, anche di fronte agli innumerevoli segnali che fanno sospettare attacchi speculativi coordinati contro questa o quella valuta. Abbiamo bisogno, a quanto pare, di una visuale più ampia per interpretare il percorso complesso e geograficamente irregolare della neoliberalizzazione.

Bisogna considerare con una certa attenzione le condizioni del contesto e gli assetti istituzionali, che variano molto da Singapore al Messico, al Mozambico, alla Svezia e alla Gran Bretagna; e di conseguenza varia la facilità con cui si compie la conversione al neoliberismo. Il caso del Sudafrica è particolarmente inquietante: [135] quando il paese cercava in tutti i modi, nel clima di speranza generato dalla fine dell’apartheid, di reintegrarsi nell’economia globale, fu in parte persuaso e in parte costretto dall’FMI e dalla Banca mondiale a adottare la linea neoliberista, con il prevedibile risultato che adesso esiste un apartheid economico che rispecchia ampiamente l’apartheid razziale che lo aveva preceduto. Anche i mutamenti dei rapporti tra le classi in uno specifico stato costituiscono un fattore determinante. Quando le organizzazioni sindacali sono riuscite a mantenere o ad acquisire (come nel caso della Corea del Sud) una presenza forte, la neoliberalizzazione si è tro vata davanti barriere efficaci e in alcuni casi insormontabili. Indebolire (come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti), scavalcare (come in Svezia) o distruggere violentemente (come in Cile) il potere sindacale è una precondizione necessaria alla neoliberalizzazione. Analogamente, la neoliberalizzazione spesso è stata una conseguenza dell’aumento del potere, dell’autonomia e della coesione di imprese e aziende e della loro capacità di esercitare, in quanto classe, sollecitazioni sul potere dello stato (come negli Stati Uniti e in Svezia). Questa capacità viene esercitata generalmente in modo diretto, tramite istituzioni finanziarie, comportamenti del mercato, attacchi del capitale o

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fughe del capitale, ma anche indiretto, influenzando le elezioni, utilizzando le lobby, la corruzione e le tangenti oppure, in modo ancor più sottile, attraverso il controllo del potere delle idee in campo economico. La misura in cui il neoliberismo è entrato a far parte del senso comune della popolazione nel suo complesso varia in modo considerevole, a seconda di quanto è radicata la fiducia nelle forme di solidarietà sociale e nell’importanza delle tradizioni di responsabilità sociale collettiva. Le tradizioni culturali e politiche su cui si regge il senso comune popolare hanno dunque avuto un ruolo nel differenziare il livello di accettazione politica degli ideali di libertà individuale e di libero mercato, in alternativa ad altre forme di socialità.

Ma forse l’aspetto più interessante della neoliberalizzazione nasce dalla complessa interazione tra dinamiche interne e forze esterne. Mentre in alcune situazioni queste ultime possono ragionevolmente essere ritenute dominanti, nella maggior parte dei casi le relazioni sono più complesse. In Cile, dopo tutto, furono le classi alte a cercare l’aiuto degli Stati Uniti per organizzare il colpo di stato e ad accettare le ristrutturazioni neoliberiste come una [136] forma di progresso, sia pure sulla base dei consigli elargiti da tecnocrati formati negli Stati Uniti. E in Svezia sono stati i datori di lavoro a volere l’integrazione europea, come strumento per attuare un programma nazionale di neoliberismo che si trovava in difficoltà. Difficilmente anche il più draconiano dei programmi di ristrutturazione dell’FMI può andare avanti, se non c’è un minimo di sostegno interno da parte di qualcuno. A volte sembra che l’FMI si limiti ad assumersi la responsabilità di operazioni che alcune forze di classe interne desiderano compiere comunque. E poi il numero dei casi in cui i consigli dell’FMI sono stati respinti basta a suggerire che il complesso Tesoro statunitense-Wall Street-FMI potrebbe non essere così potente come a volte si sostiene. È solo quando la struttura di potere interna è stata ridotta a un guscio vuoto, quando le soluzioni istituzionali interne sono nel caos totale – per via di un crollo (come nell’ex Unione Sovietica e nell’Europa centrale), o a causa di guerre civili (come in Mozambico, Senegal e Nicaragua), o ancora a seguito di una debolezza degenerativa (come nelle Filippine) – che poteri esterni possono organizzare liberamente ristrutturazioni neoliberiste. E in questi casi il grado di riuscita tende a essere scarso, proprio perché il neoliberismo non può funzionare senza uno stato forte e solide istituzioni di mercato e legali.

È senza dubbio vero che anche la sollecitazione esercitata su tutti gli stati perché creassero «un clima favorevole all’attività economica», per attirare e trattenere il capitale caratterizzato da mobilità geografica, ha avuto la sua parte, in particolare nei paesi a capitalismo avanzato (come la Francia). Ma è curioso che spesso neoliberalizzazione e clima favorevole all’attività economica siano ritenuti equivalenti, come nel World Development Report 2004 della Banca mondiale. Se la neoliberalizzazione produce agitazioni sociali e instabilità politica, come in Indonesia o in Argentina negli ultimi anni, o se il suo esito è una depressione con una riduzione della crescita dei mercati interni, allora si può affermare che la neoliberalizzazione scoraggia, più che incoraggiare, gli investimenti. Anche quando certi aspetti della politica neoliberista, come la flessibilità del mercato del lavoro o la liberalizzazione finanziaria, hanno preso piede, non è detto che questo basti per allettare il capitale. Inoltre, c’è il problema, ancora più serio, del tipo di capitale che viene attratto. Il capitale di portafoglio viene [137] attirato con la stessa facilità da un boom speculativo come da solide soluzioni istituzionali e infrastrutturali, che possono invogliare industrie ad alto valore aggiunto. Attrarre vulture capital non sembra proprio un’impresa fruttuosa, ma in realtà è proprio questo che ha fin troppo frequentemente ottenuto la neoliberalizza zione (critici come Stiglitz lo riconoscono apertamente).

Anche considerazioni geopolitiche contingenti hanno avuto la loro parte. La posizione della Corea del Sud, in prima linea nella Guerra fredda, ha inizialmente garantito al paese la protezione americana nella fase in cui puntava allo sviluppo. La posizione del Mozambico come stato di trincea ha portato a una guerra civile fomentata dal Sudafrica per minare il tentativo del FRELIMO

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di costruire il socialismo. Pesantemente indebitato in conseguenza del la guerra, il Mozambico è caduto facilmente preda della tendenza dell’FMI alle ristrutturazioni neoliberiste. I governi controrivoluzionari appoggiati dagli Stati Uniti nel Centroamerica, in Cile e in altre regioni hanno spesso prodotto risultati simili. Anche una particolare collocazione geografica, come la prossimità del Messico agli Stati Uniti e la sua peculiare vulnerabilità alle pressioni statunitensi, ha giocato la sua parte. E il fatto che gli Stati Uniti non abbiano più bisogno di difendersi dalla minaccia del comunismo significa che non devono più porsi preoccupazioni eccessive quando le ristrutturazioni neoliberiste producono disoccupazione diffusa e agitazioni sociali in questa o quella regione. Gli Stati Uniti non hanno voluto, con grave dispiacere dei leali amici thailandesi che li avevano appoggiati durante tutta la guerra del Vietnam, togliere dai guai la Thailandia caduta in disgrazia. In verità gli USA, come diverse istituzioni finanziarie, hanno assunto, e con grande soddisfazione, il ruolo del vulture capital.

Ma c’è un aspetto costante in questa complessa storia di neoliberalizzazione irregolare, ed è la tendenza universale ad aumentare la disuguaglianza sociale e ad esporre gli elementi meno fortunati, in qualsiasi società – in Indonesia come in Messico o in Gran Bretagna – ai venti gelidi dell’austerità e a un’emarginazione crescente. Se a una tendenza del genere si è in qualche caso posto rimedio grazie a politiche sociali, all’altra estremità dello spettro sociale gli effetti sono stati davvero spettacolari. Le incredibili concentrazioni di ricchezza e di potere che esistono adesso ai livelli più alti del capitalismo non si vedevano dagli anni venti.[138] Il flusso dei tributi verso i maggiori centri finanziari del mondo è stato stupefacente. Quello che però è ancora più stupefacente è l’abitudine a trattare tutto questo come un semplice – e magari in qualche caso deprecabile – effetto collaterale della neoliberalizzazione. La sola idea che questo aspetto possa invece costituire proprio l’elemento sostanziale a cui puntava la neoliberalizzazione fin dall’inizio – la sola idea che esista questa possibilità – appare inaccettabile. La teoria neoliberista ha dato prova di molto talento presentandosi con una maschera di benevolenza, con parole altisonanti come libertà, indipendenza, scelte e diritti, nascondendo le amare realtà della restaurazione del puro e semplice potere di classe, a livello locale oltre che transnazionale, ma in particola re nei principali centri finanziari del capitalismo globale.

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5. Il Neoliberismo “con caratteristiche cinesi”

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6. Il neoliberismo alla prova

[174] Le due locomotive economiche che hanno trainato il mondo durante la recessione globale iniziata dopo il 2001 sono stati gli Stati Uniti e la Cina. L’ironia è che tutti e due i paesi si sono comportati come stati keynesiani in un mondo che si presumeva governato da regole neoliberiste. Gli Stati Uniti hanno fatto ricorso in modo pesante al deficit per finanziare campagne militari e consumi, mentre la Cina ha finanziato a debito, con prestiti bancari improduttivi, grandi investimenti infrastrutturali e investimenti di capitale fisso. I neoliberisti più convinti di certo dichiareranno, come prova a sostegno della loro posizione, che la recessione indica un livello di neoliberalizzazione insufficiente o imperfetto; magari punteranno il dito contro le operazioni dell’FMI e contro quelle schiere di ben retribuiti lobbisti di Washington che regolarmente alterano il processo del bilancio statunitense per scopi legati a interessi particolari. Ma queste posizioni sono impossibili da verificare e loro stessi, nel proporle, si limitano a seguire le orme di una lunga serie di eminenti teorici dell’economia che sostengono che al mondo tutto andrebbe bene se soltanto ci comportassimo secondo i precetti dei loro manuali.

C’è però un’interpretazione più inquietante di questo paradosso. Se mettiamo da parte, come credo che dovremmo fare, l’affermazione secondo cui la neoliberalizzazione non è che un esempio di teoria sbagliata finita fuori controllo (con buona pace dell’economista Stiglitz), o un caso di attuazione insensata di una falsa utopia (con buona pace del filosofo politico conservatore John [175] Gray), quel che ci rimane è una tensione tra il sostegno al capitalismo, da una parte, e la restaurazione/ricostituzione del potere della classe dominante dall’altra. Se abbiamo a che fare con un’aperta contraddizione tra questi due obiettivi, allora non può sussistere alcun dubbio su quale sia la parte verso cui tende l’amministrazione Bush, vista la sua insistente propensione per i tagli fiscali alle grandi aziende e ai ricchi. E poi una crisi finanziaria globale, in parte provocata proprio dalle sue sciagurate politiche economiche, permetterebbe al governo americano di sbarazzarsi finalmente di qualsiasi obbligo relativo al welfare dei suoi cittadini e di limitarsi a mettere insieme le forze militari e di polizia che potrebbero risultare necessarie per reprimere le agitazioni sociali e imporre una disciplina globale. All’interno della classe capitalista potrebbero però prevalere voci più assennate, che hanno ascoltato con attenzione gli avvertimenti di persone come Paul Volcker, secondo cui esiste un’alta probabilità che nei prossimi cinque anni si apra una grave crisi finanziaria. Ma questo significherebbe revocare parte dei privilegi e del potere che negli ultimi trent’anni si sono accumulati nei gradini più alti della classe capitalista. Se si considerano fasi precedenti della storia del capitalismo – viene da pensare al 1873 o agli anni venti del Novecento – quando s’impose una scelta altrettanto cruda, non c’è da ben sperare. Le classi più alte, insistendo sulla natura inviolabile dei loro diritti di proprietà, allora preferirono scardinare il sistema, piuttosto che rinunciare a qualcuno dei loro privilegi e poteri. Così facendo non erano dimentiche dei loro interessi, perché quando assumono l’assetto più appropriato alla situazione possono, come abili curatori fallimentari, trarre vantaggio da un crollo, mentre noi rimaniamo atrocemente intrappolati nel bel mezzo del diluvio. Alcuni di loro possono finire nella morsa e terminare la loro vita con un salto dalle finestre di Wall Street, ma non è la norma. L’unica cosa che temono sono i movimenti politici che li minacciano di espropri o di violenze rivoluzionarie. Anche se possono sperare che il sofisticato apparato militare di cui adesso dispongono (grazie al complesso militare-industriale) proteggerà la loro ricchezza e il loro potere, l’incapacità dimostrata da quell’apparato a pacificare l’Iraq dovrebbe farli riflettere. Ma le classi dominanti raramente cedono volontariamente, se mai lo fanno, una parte del loro potere, e non vedo per quale ragione si debba [176] credere che lo farebbero in questo caso. Paradossalmente, un movimento socialdemocratico della classe lavoratrice, se forte e potente, è in posizione migliore per riscattare il capitalismo di quanto non lo

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sia lo stesso potere della classe capitalista. Anche se a quanti si collocano all’estrema sinistra questa può suonare come una conclusione controrivoluzionaria, non è priva di un forte elemento d’interesse personale, visto che è la gente comune quella che soffre, che fa la fame e magari muore nel corso delle crisi capitaliste (si pensi all’Indonesia o all’Argentina), e non le classi più alte. Se la politica preferita delle élite al potere è après moi le déluge, è perché il diluvio sommerge soprattutto coloro che non hanno risorse e coloro che non hanno sospetti, mentre le élite dispongono di ben attrezzate arche in cui possono, almeno per un po’, sopravvivere piuttosto bene.

I risultati del neoliberismo

Quello che ho scritto sopra è speculativo, ma può essere utile passare in rassegna, dal punto di vista storico-geografico, i risultati ottenuti dalla neoliberalizzazione per verificare fino a che punto possa funzionare come potenziale panacea per i mali politico-economici che attualmente ci minacciano. Fino a che punto, dunque, la neoliberalizzazione è riuscita a stimolare l’accumulazione di capitale? I risultati attuali si rivelano assolutamente deludenti. I tassi di crescita globale aggregata si collocavano intorno al 3,5 per cento negli anni sessanta e perfino durante i difficili anni settanta non scesero sotto il 2,4 per cento. Ma i tassi di crescita dell’1,4 e dell’1,1 per cento negli anni ottanta e novanta (con un tasso che dal 2000 a stento arriva all’1 per cento) mostrano che la neoliberalizzazione non è sostanzialmente riuscita a stimolare la crescita globale (vedi fig. 6.1). In alcuni casi, come nei territori dell’ex Unione Sovietica e in quei paesi dell’Europa centrale che si sono sottoposti alla terapia d’urto neoliberista, si sono registrate perdite catastrofiche. Durante gli anni novanta il reddito pro capite della Russia è diminuito al ritmo del 3,5 per cento all’anno; gran parte della popolazione è caduta in povertà, e di conseguenza l’aspettativa di vita maschile è scesa di cinque anni. L’esperienza dell’Ucraina è stata simile. Solo la Polonia, che si è fatta beffe dei

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[178] consigli dell’FMI, ha registrato qualche miglioramento netto. In gran parte dell’America Latina la neoliberalizzazione ha prodotto stagnazione (nel «decennio perso» degli anni ottanta) o sprazzi di crescita seguiti da crolli economici (come in Argentina). E in Africa non ha fatto

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assolutamente nulla per generare cambiamenti positivi. Solo nell’Estremo Oriente e nel Sudest asiatico, ora in parte seguiti dall’India, la neoliberalizzazione è stata collegata a risultati positivi, quanto a crescita, e in questo caso ad aver svolto un ruolo molto significativo sono i paesi in via di sviluppo che non possono davvero dirsi neoliberisti. Il contrasto tra la crescita della Cina (circa il 10 per cento all’anno) e il declino della Russia (meno 3,5 per cento all’anno) è radicale. L’occupazione informale è cresciuta vertiginosamente (le stime suggeriscono che in America Latina sia passata dal 29 per cento della popolazione economicamente attiva durante gli anni ottanta al 44 per cento durante gli anni novanta) e quasi tutti gli indicatori globali che riguardano livelli di salute, aspettativa di vita, mortalità infantile e così via dagli anni sessanta mostrano, quanto a benessere, regressi e non conquiste. La percentuale della popolazione mondiale che si trova in povertà è diminuita, ma questo è dovuto quasi esclusivamente ai miglioramenti in India e Cina. Gli unici successi che la neoliberalizzazione può sistematicamente rivendicare sono quelli che riguardano la riduzione e il controllo dell’inflazione.

I confronti sono sempre odiosi, naturalmente, ma in nessun caso questo è più vero che per la neoliberalizzazione. La neoliberalizzazione circoscritta della Svezia, per esempio, ha ottenuto risultati assai migliori della neoliberalizzazione sostenuta del Regno Unito. I redditi pro capite svedesi sono più alti, l’inflazione più bassa, l’attuale situazione dei conti con il resto del mondo migliore e tutti gli indici, quanto a posizione competitiva e alle condizioni che possono favorire l’attività economica, superiori. Gli indici della qualità della vita sono più alti. La Svezia si classifica terza al mondo quanto ad aspettativa di vita, mentre il Regno Unito si colloca al ventinovesimo posto. Il tasso di povertà è del 6,3 per cento in Svezia e del 15,7 per cento nel Regno Unito; il 10 per cento più ricco della popolazione svedese guadagna 6,2 volte quello che guadagna il 10 per cento al fondo della scala, mentre nel Regno Unito il rapporto è di 13,6. In Svezia l’analfabetismo è più basso e la mobilità sociale maggiore.[179] Se la consapevolezza di questi fatti fosse più diffusa, l’esaltazione del neoliberismo e della sua specifica forma di globalizzazione dovrebbe smorzarne i toni. Perché, allora, ci sono così tante persone persuase che la neoliberalizzazione attraverso la globalizzazione sia «l’unica alternativa» e perché ha avuto tanto successo? Due ragioni emergono in primo piano. In primo luogo la volatilità dell’irregolare sviluppo geografico si è intensificata, permettendo a determinati territori di progredire in modo spettacolare (almeno per un certo tempo) a spese di altri. Se, per esempio, gli anni ottanta sono appartenuti soprattutto al Giappone, alle «tigri asiatiche» e alla Germania occidentale, e se gli anni novanta sono appartenuti a Regno Unito e Stati Uniti, allora il fatto che il «successo» atteso da qualche parte ci fosse ha oscurato il fatto che la neoliberalizzazione in genere non stava affatto stimolando la crescita o accrescendo il benessere. In secondo luogo, la neoliberalizzazione, in quanto processo effettivo più che come teoria, ha rappresentato un successo enorme dal punto di vista delle classi più alte: ha ripristinato il potere dei ceti dominanti (come è accaduto negli Stati Uniti e in una certa misura in Inghilterra; vedi fig. 1.3) oppure ha creato le condizioni per la formazione di una classe capitalista (come in Cina, India, Russia e altrove). Poiché i media sono dominati dagli interessi delle classi più alte, si è potuto propagare il mito secondo il quale gli stati fallivano economicamente perché non erano competitivi (creando di conseguenza la richiesta di ulteriori riforme neoliberiste). Si è voluto sostenere che una crescente disuguaglianza sociale all’interno di un territorio era condizione necessaria per incoraggiare quel rischio imprenditoriale e quell’innovazione che potevano accrescere la forza competitiva e stimolare la crescita. Se tra gli esponenti delle classi più basse le condizioni di vita si deterioravano, era perché non riuscivano, in genere per ragioni personali e culturali, a potenziare il proprio capitale umano (tramite l’istruzione, l’acquisizione di un’etica protestante del lavoro, l’adattamento alla disciplina e alla flessibilità del lavoro e così via). Certi problemi nascevano, in breve, a causa della mancanza di forza competitiva o per via di carenze personali, culturali e politiche. In un mondo di darwinismo neoliberista, si diceva, solo i più adatti avrebbero potuto e dovuto sopravvivere!

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Naturalmente ci sono stati molti cambiamenti spettacolari nelle priorità della neoliberalizzazione, che le conferiscono un’aura[180] di incredibile dinamismo. La crescita della finanza e dei servizi finanziari è stata accompagnata da un notevole cambiamento nella remunerazione delle operazioni finanziarie (vedi fig. 6.2), oltre che da una tendenza, da parte delle società più grandi (come la General Motors), a fondere le due funzioni. In questi settori l’occupazione ha avuto un’espansione notevole. Ma bisogna chiedersi seriamente fino a che punto ciò sia stato produttivo. A ben guardare, gran parte dell’attività finanziaria si concentra solo sulla finanza. Non si fa altro che andare alla ricerca di profitti speculativi, e finché questi si possono realizzare qualsiasi spostamento di potere diventa possibile. Le cosiddette città globali della finanza e del comando sono divenute isole di ricchezza e privilegio eccezionali, con grattacieli torreggianti e milioni su milioni di metri quadri di spazio destinati a uffici per ospitare queste operazioni. All’interno di queste torri si conducono affari passando da un piano all’altro e in questo modo si crea una grande quantità di ricchezza fittizia. E anche i mercati speculativi delle proprietà immobiliari urbane sono diventati locomotive di primo piano dell’accumulazione di capitale. Gli skyline di Manhattan, Tokyo, Londra, Parigi, Francoforte, Hong Kong e ora Shanghai, con i loro veloci cambiamenti, sono meraviglie da vedere.

Insieme a questo c’è stata una straordinaria crescita delle tecnologie informative. Intorno al 1970 gli investimenti in questo campo erano pari a quel 25 per cento che andava rispettivamente alla produzione e alle infrastrutture fisiche, ma nel 2000 la tecnologia dell’informazione assorbiva circa il 45 per cento di tutti gli investimenti, mentre le quote di investimento in produzione e infrastrutture fisiche diminuivano. Negli anni novanta si pensava che questo segnasse la nascita di una nuova economia dell’informazione; di fatto ha rappresentato un’infelice deviazione del corso di cambiamento tecnologico, che si è allontanato da produzione e infrastrutture per andare incontro a quella finanziarizzazione orientata al mercato che era il marchio di fabbrica della neoliberalizzazione. La tecnologia dell’informazione è la tecnologia preferita del neoliberismo: è molto più utile per l’attività speculativa e per massimizzare il numero dei contratti a breve termine che per migliorare la produzione. È interessante notare che le principali aree di produzione che ci hanno guadagnato sono state le industrie culturali emergenti (film, video, videogame, musica,

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[182] pubblicità, mostre d’arte), che usano la tecnologia dell’informazione come base per l’innovazione e per il marketing di nuovi prodotti. Il battage pubblicitario su questi nuovi settori ha distolto l’attenzione dalla carenza di investimenti nelle infrastrutture materiali e sociali di base. A questo si è accompagnata la propaganda della «globalizzazione» e di tutto ciò che essa implicava, in termini di costruzione di un’economia globale del tutto diversa e totalmente integrata.

La conquista più importante della neoliberalizzazione, tuttavia, è stata quella di ridistribuire, più che generare, ricchezza e redditi. I meccanismi principali attraverso cui ciò è stato ottenuto li ho già esaminati nelle pagine in cui ho parlato dell’«accumulazione tramite esproprio». Mi riferisco, con

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questo, alla continuazione e alla proliferazione delle pratiche di accumulazione che Marx considerava «primitive» o «originarie» durante l’ascesa del capitalismo. Tra queste ci sono la mercificazione e la privatizzazione dei terreni e la forzata espulsione delle popolazioni contadine (si vedano i casi sopra descritti di Messico e Cina, paesi in cui si stima che settanta milioni di contadini siano stati costretti a spostarsi in anni recenti); la conversione di varie forme di diritti di proprietà (comune, collettiva, dello stato ecc.) in diritti di proprietà esclusivamente privati (il caso più spettacolare è quello della Cina); la soppressione dei diritti alle proprietà comuni; la trasformazione in merce della manodopera e la soppressione delle forme alternative (indigene) di produzione e consumo; i processi coloniali, neocoloniali e imperiali di appropriazione di risorse (incluse quelle naturali); la monetizzazione dello scambio e della tassazione, in particolare della terra; la tratta di schiavi (che continua, particolarmente nell’industria del sesso); l’usura, il debito nazionale e, più sconvolgente che mai, l’uso del sistema di credito come strumento radicale di accumulazione tramite esproprio. Lo stato, con il suo monopolio della violenza e il suo potere di definire ciò che è legale, svolge un ruolo fondamentale nel sostenere e promuovere questi processi. A questa lista di meccanismi possiamo adesso aggiungere altre tecniche, come il ricavo di rendite dai brevetti e dai diritti di proprietà intellettuale e la diminuzione o la cancellazione di varie forme di proprietà comuni (come pensioni statali, ferie pagate e diritti di godere di istruzione e assistenza sanitaria) ottenute attraverso lotte di classe durate una o più generazioni.[183] La proposta di privatizzare tutti i diritti alla pensione dello stato (all’avanguardia in questo campo è stato il Cile durante la dittatura) è, per esempio, uno degli obiettivi accarezzati negli Stati Uniti dai repubblicani.

L’accumulazione tramite esproprio comprende quattro caratteristiche principali:

1. Privatizzazione e mercificazione. La trasformazione in risorsa aziendale, la mercificazione e la privatizzazione di risorse finora pubbliche sono stati tratti caratteristici del progetto neoliberista. Il suo scopo primario è stato aprire nuovi campi all’accumulazione di capitale in ambiti finora esclusi da considerazioni di possibile profitto. Servizi pubblici di ogni tipo (acqua, telecomunicazioni, assistenza sanitaria, pensioni), istituzioni pubbliche (università, laboratori di ricerca, prigioni) e anche attività belliche (ne è un esempio l’«esercito» di contraenti privati che operavano insieme alle forze armate in Iraq) sono stati privatizzati in qualche misura in tutto il mondo capitalista e anche oltre (per esempio in Cina). Il diritto di proprietà intellettuale definito tramite i cosiddetti accordi TRIPS (Trade-Related Intellectual Property Rights) all’interno del WTO definisce come proprietà privata i materiali genetici, il plasma seminale e ogni genere di altri prodotti. È dunque possibile ricavare, dalle popolazioni che con le loro pratiche hanno svolto un ruolo cruciale nello sviluppo di questi materiali genetici, canoni d’affitto per l’uso. La biopirateria trionfa e il saccheggio delle riserve mondiali di risorse genetiche procede a tutto spiano, a vantaggio di poche grandi aziende farmaceutiche. Il crescente depauperamento delle ricchezze ambientali comuni (terra, aria, acqua) e il sempre più diffuso degrado dell’habitat, che non consente altro che sistemi di produzione agricola a uso intensivo di capitale, sono anch’essi risultati dell’assoluta mercificazione della natura in ogni sua forma. La mercificazione (attraverso il turismo) delle forme culturali, delle diverse storie e della creatività intellettuale comporta forme di esproprio integrali (l’industria della musica è nota per la sua capacità di appropriarsi delle culture e delle creatività di base e sfruttarle). Come in passato, spesso per imporre con la forza questi processi viene usato il potere dello stato, anche contro la volontà popolare. La cancellazione delle strutture di regolamentazione concepite per proteggere la forza lavoro e l’ambiente dal degrado ha comportato la perdita di diritti. Il trasferimento nell’ambito [184] privato dei diritti di proprietà comune ottenuti attraverso anni di dura lotta di classe (il diritto a una pensione statale, al welfare, all’assistenza sanitaria nazionale) è stato una delle strategie di esproprio più riuscite, e spesso è stato ottenuto contro la volontà politica generale della popolazione. Tutti questi processi non sono stati altro che il

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trasferimento di risorse dal campo del pubblico e del popolare a quello del privato e del privilegio di classe.

2. Finanziarizzazione. La forte ondata di finanziarizzazione iniziata dopo il 1980 è stata contrassegnata da uno stile speculativo e predatorio. Il giro d’affari giornaliero totale delle transazioni finanziarie sui mercati internazionali, che nel 1983 ammontava a 2,3 miliardi di dollari, era salito a 130 miliardi di dollari nel 2001. I 40.000 miliardi di dollari di giro d’affari annuale del 2001 vanno messi a confronto con gli 800 miliardi di dollari che secondo le stime sarebbero necessari per alimentare il flusso degli scambi internazionali e degli investimenti produttivi. La deregolamentazione ha consentito al sistema finanziario di diventare uno dei principali centri di attività ridistributiva, grazie a speculazioni, saccheggi, frodi e furti. La promozione di titoli azionari, i piani truffaldini, la distruzione tramite inflazione di attività strutturate, il frazionamento di attività aziendali tramite fusioni e acquisizioni, la promozione di titoli di debito a livelli che riducevano intere popolazioni, anche in paesi a capitalismo avanzato, in condizioni di schiavitù debitoria, per non parlare delle frodi aziendali, dell’esproprio di ricchezze (le razzie dei fondi pensioni e la loro decimazione, attraverso crolli azionari e aziendali) tramite manipolazione del credito e del capitale azionario: tutti questi sono divenuti aspetti centrali del sistema finanziario capitalista. Esistono innumerevoli modi per fare il proprio tornaconto quando si è dentro il sistema finanziario. Dato che gli intermediari ricevono una commissione per ogni transazione, possono massimizzare i loro introiti compiendo frequenti operazioni sui loro conti (una pratica che viene definita churning); che i movimenti aggiungano qualcosa o no al conto stesso non ha importanza. Un certa movimentazione nella borsa può riflettere un semplice churning, invece che fiducia nel mercato. L’enfasi sul valore azionario, che deriva dalla confluenza degli interessi dei proprietari di capitali con quelli dei loro gestori, attraverso la remunerazione di questi ultimi mediante stock options, ha portato, come adesso sappiamo, a manipolazioni nel mercato che [185] hanno fruttato immense ricchezze per pochi a spese di molti. Lo spettacolare crollo della Enron è stato emblematico di un processo complessivo che ha tolto a molti ciò di cui vivevano e anche il diritto alla loro pensione. Oltre a questo, dobbiamo poi considerare le razzie speculative condotte dagli hedge funds e da altre importanti istituzioni del capitale finanziario, giacché sono state queste a costituire la vera avanguardia dell’accumulazione tramite esproprio sullo scenario globale, anche se si riteneva comportassero la vantaggiosa possibilità di «diffondere i rischi».

3. La gestione e la manipolazione delle crisi. Al di là della schiuma di superficie, speculativa e spesso fraudolenta, che caratterizza buona parte della manipolazione finanziaria neoliberista, c’è un processo più profondo che comporta lo scatto della «trappola debitoria», strumento primario di accumulazione tramite esproprio. La creazione, la gestione e la manipolazione delle crisi sullo scenario mondiale si è evoluta in un’arte sottile di ridistribuzione intenzionale di ricchezze dai paesi poveri a quelli ricchi. Ho documentato in precedenza l’impatto sul Messico dell’aumento apportato da Volcker al tasso d’interesse. Mentre esaltavano il proprio ruolo di nobile leader che organizzava «salvataggi» per mantenere sui giusti binari l’accumulazione di capitale globale, gli Stati Uniti preparavano la strada al saccheggio dell’economia messicana. In queste attività il complesso Tesoro statunitense-Wall Street-FMI è divenuto esperto, ovunque. Alla Federal Reserve, Greenspan ha più volte attuato, negli anni novanta, la tattica di Volcker. Le crisi debitorie di singoli paesi, non comuni durante gli anni sessanta, sono divenute molto frequenti negli anni ottanta e novanta. Nessun paese o quasi in via di sviluppo è stato risparmiato e in alcuni casi, come in America Latina, crisi del genere sono divenute endemiche. Queste crisi debitorie sono state orchestrate, gestite e controllate allo scopo di razionalizzare il sistema e di ridistribuire ricchezze. Dal 1980, è stato calcolato, «l’equivalente di oltre cinquanta piani Marshall (cioè più di 4.600 miliardi di dollari) è stato inviato dalle popolazioni della periferia del mondo ai loro creditori al centro». «E un mondo strano» sospira Stiglitz «quello in cui sono i paesi poveri a sovvenzionare i più ricchi.» Ciò che i neoliberisti

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chiamano «deflazione confiscatoria» non è altro che accumulazione tramite esproprio. Wade e Veneroso ne colgono l’essenza quando scrivono, a proposito della crisi asiatica del 1997- 1998:[186] Le crisi finanziarie hanno sempre provocato trasferimenti di proprietà e potere a coloro che mantengono intatte le loro risorse e che sono in posizione di creare credito, e la crisi asiatica non fa eccezione […] non c’è dubbio che le aziende occidentali e giapponesi siano le grandi vincitrici. […] La miscela di massicce svalutazioni, liberalizzazione finanziaria sollecitata dall’FMI e ripresa facilitata dall’FMI può anche avere come esito il più grande trasferimento di ricchezze avvenuto in tempo di pace da proprietari nazionali a proprietari stranieri negli ultimi cinquant’anni in tutto il mondo, facendo impallidire i trasferimenti da proprietari nazionali a proprietari statunitensi avvenuti in America Latina negli anni ottanta o in Messico dopo il 1994. Viene da pensare alla dichiarazione attribuita a Andrew Mellon: «In una fase di depressione le ricchezze tornano ai loro legittimi proprietari».

L’analogia con la creazione deliberata di disoccupazione per produrre un surplus di manodopera utilizzabile per ulteriore accumulazione è esatta. Beni di valore vengono messi fuori uso e perdono il loro valore; vengono lasciati deperire, finché i capitalisti dotati di liquidità decidono di infondervi nuova vita. Esiste il pericolo, però, che le crisi possano finire fuori controllo e divenire generalizzate, oppure che scoppino rivolte contro il sistema che le crea. Una delle funzioni più importanti degli interventi dello stato e delle istituzioni internazionali è quella di controllare che crisi e svalutazioni seguano modalità che consentano il manifestarsi di accumulazione tramite esproprio senza che s’inneschi un crollo generale o una rivolta popolare (come è accaduto in Indonesia e in Argentina). Il programma di aggiustamento strutturale gestito dal complesso Wall- Street-Tesoro-FMI si occupa del primo, mentre è compito dell’apparato comprador dello stato (sostenuto dall’aiuto militare dei poteri imperiali) nel paese che è stato razziato assicurare che non si verifichi la seconda. Ma i segni della rivolta popolare sono ovunque, come dimostrano la sollevazione zapatista in Messico, gli innumerevoli disordini anti-FMI e il cosiddetto movimento «no global» che si è fatto le ossa nelle rivolte di Seattle, Genova e altre località.

4. Ridistribuzioni dello stato. Lo stato, una volta neoliberalizzato, diventa un primo agente delle politiche ridistributive, invertendo quel flusso dalle classi più alte a quelle più basse che si veri- ficava all’epoca dell’embedded liberalism. Lo fa in primo luogo[187] cercando di mettere in atto piani di privatizzazione e tagli di quelle spese statali che sostengono il salario sociale. Anche quando la privatizzazione sembra portare benefici alle classi inferiori, gli effetti a lungo termine possono essere negativi. A prima vista, per esempio, il programma della Thatcher per la privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico in Inghilterra sembrò un dono alle classi inferiori, i cui componenti potevano trasformarsi da affittuari a proprietari a un costo relativamente basso, ottenere il controllo di un bene prezioso e accrescere la loro ricchezza. Ma quando il trasferimento fu compiuto, subentrò la speculazione immobiliare, soprattutto nelle aree più importanti e centrali, convincendo alla fine con qualche regalia oppure costringendo le popolazioni a basso reddito a spostarsi verso la periferia di città come Londra e trasformando i complessi immobiliari in cui un tempo viveva la classe lavoratrice in centri residenziali signorili. A causa della perdita degli alloggi a prezzi accessibili nelle aree centrali, alcuni sono rimasti senza casa mentre altri, che avevano posti di lavoro a basso reddito, hanno dovuto affrontare gravose situazioni di pendolarismo. La privatizzazione degli ejidos in Messico, negli anni novanta, ebbe effetti analoghi sulle prospettive dei contadini messicani, costringendo molti abitanti delle aree rurali ad abbandonare le terre per andare in città in cerca di lavoro. Lo stato cinese ha sancito il trasferimento di ricchezze a una ristretta élite a svantaggio della massa della popolazione, scatenando proteste represse con la violenza. Attualmente, stando agli studi, trecentocinquantamila famiglie (un milione di persone) sono costrette a lasciare le loro case per consentire la ristrutturazione urbanistica di gran parte della Pechino più antica, con lo stesso risultato sopra descritto per l’Inghilterra e il Messico. Negli Stati

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Uniti le municipalità rimaste senza introiti stanno adesso utilizzando il loro potere di esproprio delle proprietà private per allontanare i proprietari a reddito più basso e anche a reddito medio che si trovano a vivere in alloggi attraenti, in modo da liberare terreni destinati alla costruzione di complessi commerciali e residenze eleganti che frutteranno un innalzamento della base imponibile (attualmente nello stato di New York ci sono più di sessanta casi di questo tipo).

Inoltre lo stato neoliberista ridistribuisce ricchezze e introiti attraverso revisioni delle normative fiscali che vanno a beneficio dei [188] profitti sugli investimenti e non dei redditi o dei salari, la promozione di elementi regressivi nella normativa fiscale (come le tasse sulle vendite), l’imposizione di canoni di utilizzo (ora molto diffusi nella Cina rurale) e disponendo una grande varietà di sussidi ed esenzioni fiscali per le aziende. Negli Stati Uniti il livello dell’imposizione fiscale alle aziende è diminuito in modo costante e la rielezione di Bush è stata accolta con grande soddisfazione dai leader delle grandi società, in previsione di ulteriori riduzioni dei loro oneri fiscali. I programmi di corporate welfare attualmente esistenti negli Stati Uniti a livello federale, statale e locale costituiscono un cambiamento nel modo di utilizzare il denaro pubblico, che ora va a beneficio delle imprese (direttamente, come nel caso dei sussidi alle aziende agricole, e indirettamente, come nel caso del settore militare-industriale), proprio allo stesso modo in cui negli Stati Uniti la possibilità di dedurre dalla denuncia dei redditi gli interessi sui mutui ipotecari funziona come un sussidio, per chi dispone di un reddito più alto oltre che per l’industria delle costruzioni. La crescita delle attività di sorveglianza e controllo poliziesco e, nel caso dell’America, l’incarcerazione delle componenti recalcitranti della popolazione indicano una svolta preoccupante verso un controllo sociale più rigido. Il complesso dell’industria carceraria è un settore fiorente (insieme ai servizi di sicurezza personale) dell’economia statunitense. Nei paesi in via di sviluppo, dove l’opposizione all’accumulazione tramite esproprio può rivelarsi più forte, lo stato neoliberista assume un ruolo attivamente repressivo e giunge a condurre guerre a bassa intensità contro i movimenti di opposizione (molti dei quali possono ormai essere comodamente definiti «trafficanti di droga» o «terroristi», così da ottenere assistenza e appoggio militare dagli Stati Uniti, come accade in Colombia). Altri movimenti, come gli zapatisti del Messico o il movimento dei contadini senza terra in Brasile, sono contenuti dal potere dello stato attraverso una combinazione di cooptazione ed emarginazione.

La mercificazione di tutto

Presumere che i mercati e i segnali del mercato possano determinare nel modo migliore tutte le decisioni di stanziamento significa[189] affermare che ogni cosa può in linea di principio essere trattata come una merce. La mercificazione presuppone che esistano diritti di proprietà su processi, cose e relazioni sociali, che si possa attribuire loro un prezzo e che possano essere scambiati in base a contratti legali. Si presuppone che il mercato operi come una guida giusta – un’etica – per tutte le azioni umane. In pratica, naturalmente, ogni società stabilisce dove può iniziare e dove deve finire la mercificazione, e dove si collochino questi limiti è materia di discussione. Certe droghe sono ritenute illegali. Vendere e comprare favori sessuali è fuori legge in gran parte degli stati americani, anche se in altri può essere legalizzato e perfino regolato dallo stato come un’industria. La legge statunitense in genere protegge la pornografia, come forma di libertà di parola, anche se vi sono versioni (che riguardano principalmente i bambini) che vengono considerate inaccettabili. Negli Stati Uniti si suppone che la coscienza e l’onore non siano in vendita ed esiste una curiosa tendenza a perseguire la «corruzione» come se fosse chiaramente distinguibile dalle pratiche normalmente usate per diffondere la propria influenza e far soldi nel mercato. La mercificazione di sessualità, cultura, storia, patrimonio ereditario, della natura come spettacolo o come forma di terapia del riposo; il ricavo di rendite monopolistiche dall’originalità, dall’autenticità e dall’unicità (delle opere d’arte, per esempio): tutto questo equivale a dare un prezzo a cose che non sono mai state prodotte

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come merci. Spesso si manifestano disaccordi in merito all’opportunità di mercificare certe cose (eventi e simboli religiosi, per esempio) o a chi dovrebbe esercitare i diritti di proprietà e ricavare le relative rendite (dall’accesso alle rovine azteche o dal marketing dell’arte aborigena, per esempio).

La neoliberalizzazione ha senza dubbio ampliato i limiti della mercificazione e allargato di molto l’area in cui vigono i contratti legali. In genere celebra (come buona parte della teoria postmoderna) l’effimero e il contratto a breve termine; il matrimonio, per esempio, è inteso come un accordo contrattuale a breve termine, invece che come un legame sacro e inviolabile. In parte, la divisione tra neoliberisti e neoconservatori riflette una diversa idea su quale sia il punto in cui si dovrebbero tracciare le linee divisone I neoconservatori generalmente attribuiscono ai «liberali», a «Hollywood» o anche ai «postmoderni» la colpa della dissoluzione e [190] dell’immoralità dell’ordine sociale, piuttosto che ai capitalisti delle grandi società (come Rupert Murdoch), che in realtà sono quelli che procurano gran parte del danno imponendo al mondo ogni genere di materiali, se non lascivi, dotati di valenze sessuali, e che ostentano continuamente, nella loro perenne ricerca del profitto, un’onnipresente preferenza per gli impegni a breve piuttosto che a lungo termine.

Ma qui sono in ballo questioni ben più serie che il mero tentativo di tutelare qualche oggetto di pregio, qualche particolare rituale o qualche attraente angolino di vita sociale dal calcolo monetario e dal contratto a breve termine. Questo perché al cuore della teoria liberale e neoliberista c’è la necessità di costruire mercati coerenti per i terreni, la manodopera e il denaro, e questi, come ha notato Karl Polanyi, «non sono ovviamente delle merci. […] La descrizione del lavoro, della terra e della moneta come merce è interamente fittizia». Anche se il capitalismo non può funzionare senza queste finzioni, produce un danno indescrivibile quando evita di prendere atto delle realtà complesse che ci sono dietro. Polanyi, in un passo assai celebre, scrive:

Permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione della società. La presunta merce «forza lavoro» non può essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva di impiego, senza influire anche sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. Nel disporre della forza lavoro di un uomo, il sistema disporrebbe tra l’altro dell’entità fisica, psicologica e morale «uomo» che si collega a questa etichetta. Privati della copertura protettiva delle istituzioni culturali, gli esseri umani perirebbero per gli effetti stessi della società, morirebbero come vittime di una grave disorganizzazione sociale, per vizi, perversioni, crimini e denutrizione. La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati, la sicurezza militare messa a repentaglio e la capacità di produrre cibo e materie prime distrutta. Infine, l’amministrazione da parte del mercato del potere d’acquisto liquiderebbe periodicamente le imprese commerciali poiché le carenze e gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrosi per il commercio quanto le alluvioni e la siccità nelle società primitive.[191] Il danno creato da «alluvioni e siccità» dei capitali fittizi all’interno del sistema di credito globale, in Indonesia come in Argentina in Messico o anche negli Stati Uniti, testimonia fin troppo a favore dell’argomentazione finale di Polanyi. Ma le sue tesi sul lavoro e sulla terra meritano un’ulteriore elaborazione.

Gli individui entrano nel mercato del lavoro come persone con un certo carattere, individui radicati in reti di relazioni sociali e con diverse forme di socializzazione, come esseri fisici identificabili grazie a certe caratteristiche (particolarità genetiche, ambientali e di genere sessuale), come individui che hanno accumulato varie capacità (a volte chiamate «capitale umano») e predilezioni (a volte chiamate «capitale culturale») nonché come esseri viventi che hanno sogni, desideri, ambizioni, speranze, dubbi e paure. Per i capitalisti, tuttavia, questi individui non sono

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altro che un fattore produttivo, anche se non indifferenziato, visto che i datori di lavoro richiedono manodopera dotata di certe qualità, come forza fisica, capacità, flessibilità, docilità e così via, che le rendano idonee a determinati compiti. I lavoratori vengono assunti a contratto e in base allo schema liberale sono preferibili i contratti a breve termine, per massimizzare la flessibilità. Storicamente, i datori di lavoro hanno utilizzato le differenziazioni all’interno delle riserve di manodopera per dividere e dominare. Nascono così segmenti di mercati del lavoro e vengono usate con frequenza, in modo palese o occulto, distinzioni di razza, caratteristiche etniche, sesso e religione, secondo un modello che torna a tutto vantaggio dei datori di lavoro. D’altro canto, i lavoratori possono usare le reti sociali in cui sono radicati per ottenere accesso privilegiato a certi tipi di occupazione. In genere cercano di monopolizzare le capacità e, attraverso l’azione collettiva e la creazione di istituzioni appropriate, cercano di regolare il mercato del lavoro per proteggere i loro interessi. In questo non fanno altro che costruire quella «copertura protettiva delle istituzioni culturali» di cui parla Polanyi.

La neoliberalizzazione cerca di strappare le coperture protettive consentite e in certi casi promosse dall’embedded liberalism. L’attacco generale contro il mondo del lavoro ha due punte. Il potere dei sindacati e di altre istituzioni della classe lavoratrice viene stroncato o smantellato all’interno di un certo stato (con la violenza, se necessario). Vengono creati mercati del lavoro flessibili. Il ritiro dello stato dagli impegni del welfare e i cambiamenti [192] indotti dalla tecnologia nelle strutture del lavoro, che rendono ridondanti ampi settori della manodopera, completano il dominio del capitale sul lavoro all’interno del mercato. Il lavoratore individualizzato e relativamente privo di potere si trova così ad affrontare un mercato del lavoro in cui per consuetudine vengono offerti solo contratti a breve termine. La sicurezza della permanenza sul lavoro diviene un fenomeno del passato (nelle università la Thatcher l’ha abolita, per esempio). Un «sistema di responsabilità personale» (quanto era accorto il linguaggio di Teng!) si sostituisce alle protezioni sociali (pensioni, assistenza sanitaria, tutela contro gli infortuni) che precedentemente erano un obbligo per i datori di lavoro come per lo stato. Gli individui devono invece acquistare prodotti sul mercato che vende forme di protezione sociale. La sicurezza individuale è dunque un problema di scelta individuale legata alla possibilità di permettersi prodotti finanziari inseriti in mercati finanziari pieni di rischi.

La seconda punta dell’attacco comporta trasformazioni nelle coordinate spaziali e temporali del mercato del lavoro. I risultati che si possono ottenere con la «corsa verso il fondo» alla ricerca delle riserve di manodopera più economiche e più docili sono fin troppi, ma la mobilità geografica del capitale consente di esercitare il dominio su una manodopera globale che ha una mobilità geografica limitata. Le forze lavoro imprigionate abbondano, perché l’immigrazione è limitata. Queste barriere possono essere eluse solo tramite l’immigrazione illegale (che crea manodopera facilmente sfruttabile) o attraverso contratti di lavoro brevi che permettono, per esempio, ai lavoratori messicani di lavorare nel settore agricolo californiano per poi essere rimpatriati senza vergogna in Messico, dove si ammalano e magari muoiono per i pesticidi a cui sono stati esposti.

Con la neoliberalizzazione emerge come prototipo, sullo scenario mondiale, la figura del «lavoratore usa e getta». Nel mondo abbondano i resoconti sulle condizioni spaventose e dispotiche in cui lavorano gli operai in aziende che li sfruttano. In Cina, le condizioni di lavoro delle giovani donne che migrano dalle aree rurali fanno inorridire: «Orari insopportabilmente lunghi, alimentazione al di sotto degli standard, dormitori angusti, manager sadici che picchiano e violentano e salari che arrivano dopo mesi, e a volte non arrivano affatto». In Indonesia, due giovani donne[193] hanno raccontato così le loro esperienze sul lavoro presso il titolare di un subappalto Levi-Strauss che ha sede a Singapore:

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Veniamo regolarmente insultate, come fosse naturale. Quando il boss si infuria apostrofa le donne chiamandole cagne, troie, sgualdrine, e tutto questo lo dobbiamo sopportare con pazienza, senza reagire. Lavoriamo ufficialmente dalle sette del mattino fino alle tre (il salario non raggiunge i 2 dollari al giorno), ma spesso ci sono straordinari obbligatori, a volte – specialmente se c’è un ordinazione urgente da evadere – fino alle nove. Per quanto stanche si possa essere, non ci è consentito andare a casa. Possiamo avere 200 rupie extra (10 centesimi USA) […] Andiamo a piedi alla fabbrica dal posto in cui alloggiamo. All’interno fa molto caldo. L’edificio ha un tetto metallico e non c’è molto spazio per tutte le operaie. È molto angusto. Ci sono più di duecento persone che ci lavorano, in gran parte donne, ma c’è soltanto un bagno per tutta la fabbrica […] quando arriviamo a casa dal lavoro non ci rimangono le forze per fare altro che mangiare e dormire…

Racconti simili arrivano dalle fabbriche «maquila» messicane, dagli impianti gestiti da taiwanesi e coreani in Honduras, Sudafrica, Malaysia e Thailandia. I rischi per la salute, le esposizioni a una serie di sostanze tossiche e i decessi sul lavoro rimangono non regolamentati e passano inosservati. A Shanghai l’uomo d’affari taiwanese che gestiva un magazzino tessile «in cui sessantuno operai, chiusi a chiave nell’edificio, sono morti a causa di un incendio» ha ricevuto una «clemente» condanna a due anni con la condizionale, perché si era «mostrato pentito» e aveva «cooperato subito dopo l’incendio».

Sono soprattutto le donne e a volte i bambini a portare il peso di questo genere di fatiche degradanti, debilitanti e pericolose. Le conseguenze sociali della neoliberalizzazione in realtà sono estreme. In genere l’accumulazione tramite esproprio cancella qualsiasi potere le donne possano mai aver conquistato all’interno dei sistemi familiari di produzione e distribuzione e all’interno delle strutture sociali, riportando tutto nell’ambito dei mercati maschili delle merci e del credito. Il percorso dell’emancipazione femminile dal controllo delle tradizioni patriarcali nei paesi in via di sviluppo passa attraverso un degradante lavoro in fabbrica o attraverso il commercio della sessualità, che va da occupazioni [194] rispettabili, come hostess o cameriera, fino al commercio sessuale (una delle più redditizie tra tutte le industrie contemporanee, che coinvolge una grande quantità di schiavitù). La perdita di protezioni sociali nei paesi a capitalismo avanzato ha avuto un effetto particolarmente negativo sulle donne delle classi inferiori, mentre in molti paesi ex comunisti del blocco sovietico la perdita dei diritti delle donne attraverso la neoliberalizzazione è stata assolutamente catastrofica.

Allora come sopravvivono i lavoratori usa e getta – le donne in particolare – socialmente e affettivamente, in un mondo di mercati del lavoro flessibili e di contratti a breve termine, con la cronica insicurezza del posto di lavoro, la perdita delle protezioni sociali e spesso il lavoro debilitante, tra i relitti delle istituzioni sociali che una volta davano loro un minimo di dignità e sostegno? Per alcuni l’accresciuta flessibilità dei mercati del lavoro è un vantaggio; anche quando non porta profitti materiali, il semplice diritto di cambiare posto di lavoro con relativa facilità e senza i condizionamenti delle tradizionali costrizioni sociali del patriarcato e della famiglia comporta benefici intangibili. Coloro che negoziano con successo nel mercato del lavoro possono ricavare compensi apparentemente abbondanti, nel mondo della cultura dei consumi capitalista. Sfortunatamente tale cultura, per quanto attraente, affascinante e ingannevole, gioca perpetuamente con i desideri senza mai concedere soddisfazioni che vadano oltre le possibilità d’immedesima- zione offerte dalla dimensione limitata del centro commerciale e dalle ansie per il proprio status in termini di attrattive fisiche (nel caso delle donne) o di proprietà materiali. Il «compro dunque sono» e l’individualismo possessivo creano un mondo di pseudosoddisfazioni superficialmente eccitante, ma vuoto all’interno.

Ma per coloro che hanno perso il posto di lavoro, o che non sono mai riusciti a uscire dalle vaste aree delle economie informali che ormai offrono un rischioso rifugio a buona parte dei lavoratori

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usa e getta del mondo, la storia è del tutto diversa. Ai due miliardi circa di persone condannate a vivere con meno di 2 dollari al giorno, il mondo irrisorio della cultura consumistica capitalista, gli enormi dividendi ricavati con i servizi finanziari e le autogratificanti diatribe sul potenziale d’emancipazione della neoliberalizzazione, della privatizzazione e della responsabilità personale devono sembrare uno scherzo crudele. Dall’impoverita Cina rurale[195] ai ricchi Stati Uniti, la perdita delle protezioni sanitarie e la crescente imposizione di ogni tipo di canoni di utilizzo accresce in modo considerevole il peso finanziario che grava sui poveri.

La neoliberalizzazione ha trasformato il modo in cui si posizionano la forza lavoro, le donne e i gruppi indigeni nell’ordine sociale, sottolineando il fatto che il lavoro è una materia prima come qualsiasi altra. Privata della copertura protettiva di istituzioni democratiche incisive e minacciata da ogni genere di trasferimenti geografici, una manodopera usa e getta si volge inevitabilmente verso altre forme istituzionali grazie a cui costruire solidarietà sociali ed esprimere una volontà collettiva. Proliferano realtà di ogni tipo, dalle gang e dai cartelli criminali alle reti di narcotraffico, dai boss delle minimafie e delle favelas fino alle organizzazioni di comunità di base e non governative, ai culti secolari e alle sette religiose. Ecco quali sono le forme sociali alternative che riempiono il vuoto che si apre mentre i poteri dello stato, i partiti politici e le altre forme istituzionali vengono attivamente smantellati o semplicemente perdono la propria valenza in quanto centri di ricerca collettiva e di legami sociali. La marcata svolta verso la religione è da questo punto di vista interessante. I resoconti dell’improvvisa comparsa e proliferazione di sette religiose nelle derelitte regioni rurali della Cina, per non parlare dell’emergere del Falun Gong, illustrano questa tendenza. La rapida avanzata del proselitismo evangelico nelle caotiche economie informali che sono prosperate con la neoliberalizzazione in America Latina, il riaffacciarsi e in qualche caso la creazione ex novo di quel tribalismo religioso e di quel fondamentalismo che plasmano le politiche di gran parte dell’Africa e del Medio Oriente testimoniano la necessità di costruire meccanismi di solidarietà sociale significativi. L’avanzata del cristianesimo evangelico fondamentalista negli Stati Uniti è in certo modo collegata al moltiplicarsi delle insicurezze del posto di lavoro, alla perdita di altre forme di solidarietà sociale e al vuoto della cultura dei consumi capitalista. Secondo lo studio di Thomas Frank, la destra religiosa è decollata in Kansas solo alla fine degli anni ottanta, dopo un decennio e più di ristrutturazioni e deindustrializzazioni neoliberiste. Questi collegamenti possono sembrare artificiosi; ma se Polanyi ha ragione quando dice che trattare la forza lavoro come merce porta a scardinare la struttura sociale, allora appare sempre più verosimile[196] che si compiano passi per ricostruire differenti reti sociali per difendersi da una simile minaccia.

Degradi ambientali

L’imposizione di una logica contrattuale a breve termine all’utilizzo delle risorse ambientali ha conseguenze disastrose. Fortunatamente su questo tema all’interno del campo neoliberista le concezioni sono in qualche modo differenti. Mentre a Reagan non importava nulla dell’ambiente, tanto che a un certo punto accusò gli alberi di essere una delle principali fonti di inquinamento atmosferico, la Thatcher prese seriamente il problema. Ebbe un ruolo importante nel negoziare il Protocollo di Montreal, che limita l’uso dei CFC, responsabili del buco dell’ozono intorno all’Antartico; considerò con serietà la minaccia del surriscaldamento globale derivante dall’aumento delle emissioni di biossido di carbonio. Il suo impegno ambientalista non era del tutto disinteressato, naturalmente, visto che in nome dell’ambientalismo poteva in una certa misura legittimare la chiusura delle miniere di carbone e l’azzeramento del sindacato dei minatori.

Le politiche dello stato neoliberista rispetto all’ambiente sono di conseguenza geograficamente discontinue e temporalmente instabili (a seconda di chi tiene le redini del potere; negli Stati Uniti le amministrazioni di Reagan e George W. Bush sono state particolarmente retrograde). Il movimento

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ambientalista ha poi visto crescere la propria importanza dagli anni settanta; spesso ha svolto una funzione di contenimento, a seconda dei tempi e dei luoghi. E in alcuni casi le aziende capitaliste hanno scoperto che una maggiore efficienza e un maggior rispetto dell’ambiente possono procedere di pari passo. Ciononostante, il bilancio complessivo delle conseguenze della neoliberalizzazione sull’ambiente è quasi certamente negativo. I tentativi seri, anche se controversi, di creare indici del benessere umano che includano anche i costi del degrado ambientale suggeriscono che intorno al 1970 è iniziato un percorso sempre più negativo. Tale valutazione è confermata da molti casi di perdite ambientali conseguenti all’applicazione priva di restrizioni dei princìpi neoliberisti. La sempre più rapida distruzione delle foreste pluviali tropicali a partire dal 1970 [197] costituisce un esempio ben noto e ha gravi implicazioni per quanto concerne il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità. Inoltre l’era della neoliberalizzazione è anche quella in cui si verifica la più veloce estinzione di massa di specie nella storia recente della Terra. Se stiamo entrando nel terreno pericoloso in cui si compiono trasformazioni dell’ambiente globale, e in particolare del clima, tali da rendere la terra inadatta a essere abitata dagli uomini, allora abbracciare in modo ancor più completo l’etica neoliberista e le pratiche di neoliberalizzazione non potrà che essere fatale. L’atteggiamento dell’amministrazione Bush verso le tematiche ambientali di solito consiste nel mettere in discussione le prove scientifiche e non far nulla (se non effettuare tagli alle risorse destinate a ricerche scientifiche importanti). Ma la sua stessa squadra di ricerca riferisce che il contributo umano al surriscaldamento globale è cresciuto vertiginosamente dopo il 1970. Il Pentagono sostiene inoltre che il surriscaldamento della terra potrebbe essere una minaccia più grave del terrorismo per la sicurezza degli Stati Uniti. È interessante notare che i due principali responsabili della crescita delle emissioni di biossido di carbonio, in questi ultimi anni, sono stati i due paesi che costituiscono le fucine dell’economia globale, gli Stati Uniti e la Cina (che nell’ultimo decennio ha aumentato le sue emissioni del 45 per cento). Negli USA sono stati compiuti notevoli progressi nella crescita dell’efficienza energetica dell’industria e delle costruzioni residenziali. La prodigalità in questo caso deriva in buona misura da quel tipo di consumismo che continua a incoraggiare un’espansione incontrollata suburbana e urbana con alti consumi energetici e da una cultura che preferisce l’acquisto di SUV che divorano benzina invece di auto più efficienti sul piano energetico, che pure sono disponibili. La crescente dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di petrolio ha ovvie ramificazioni geografiche. Nel caso della Cina la rapidità dell’industrializzazione e della crescita del numero di auto di proprietà raddoppia la pressione sul consumo di energia. La Cina, che quanto a produzione petrolifera era autosufficiente, dalla fine degli anni ottanta è divenuta il secondo importatore al mondo dopo gli Stati Uniti. Anche qui le implicazioni geopolitiche sono vaste, visto che la Cina sta cercando di conquistare qualche punto d’appoggio in Sudan, in Asia centrale e in Medio Oriente per assicurarsi l’approvvigionamento di petrolio. Ma la [198] Cina ha anche vaste riserve di carbone, di qualità piuttosto bassa e con un alto contenuto di zolfo, e l’uso di questo carbone per generare energia sta creando gravi problemi ambientali, contribuendo notevolmente al riscaldamento globale. Inoltre, date le gravi carenze di energia che ora affliggono l’economia cinese, con i frequenti abbassamenti di tensione e i blackout, i governi locali non hanno assolutamente alcun incentivo a seguire le sollecitazioni del governo centrale a chiudere le centrali elettriche inefficienti e «sporche». Lo stupefacente aumento del numero e dell’uso delle auto di proprietà, che nel giro di dieci anni hanno del tutto rimpiazzato le biciclette in grandi città come Pechino, ha fruttato al paese un primato negativo: sedici delle venti città del mondo in cui la qualità dell’aria è peggiore si trovano in Cina. Gli effetti sul riscaldamento globale sono ovvi. Come abitualmente accade nelle fasi di veloce industrializzazione, la scarsa attenzione per le conseguenze ambientali produce effetti deleteri ovunque: i fiumi sono estremamente inquinati, le risorse idriche sono piene di sostanze chimiche pericolose che provocano il cancro, i provvedimenti per la sanità pubblica sono deboli (come illustrato dai problemi della SARS e dell’influenza aviaria), mentre la rapida conversione dei terreni agricoli all’urbanizzazione o alla creazione di imponenti progetti idroelettrici (come nella valle dello Yangtze Kiang) si

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aggiunge a una quantità già consistente di problemi ambientali che il governo centrale sta solo adesso cominciando ad affrontare. La Cina non è l’unico paese in questa situazione, visto che la rapida crescita dell’India si accompagna anch’essa a cambiamenti ambientali che derivano dall’allargamento dei consumi, oltre che dall’aumento della sollecitazione a sfruttare le risorse naturali.

La neoliberalizzazione ha un primato piuttosto triste, quando si considera lo sfruttamento delle risorse naturali. Le ragioni non sono difficili da cogliere. La preferenza per i rapporti contrattuali di breve durata spinge tutti i produttori a ricavare quanto più possono finché dura il contratto. Anche se contratti e opzioni possono essere rinnovati, l’incertezza permane sempre, perché esiste la possibilità che si trovino altre fonti. L’orizzonte temporale più lungo possibile per lo sfruttamento delle risorse naturali è quello del tasso di sconto (cioè circa venticinque anni), ma attualmente gran parte dei contratti è molto più breve. In genere si ritiene che l’impoverimento sia lineare, mentre adesso è evidente [199] che molti sistemi ecologici crollano improvvisamente, una volta che è stato raggiunto un livello massimo oltre il quale la capacità di riproduzione naturale non è più garantita. Le riserve ittiche – le sardine al largo della California, i merluzzi al largo di Newfoundland e i branzini cileni – sono esempi classici di una risorsa sfruttata a un livello «ottimale» che improvvisamente viene meno, senza apparente preavviso. Meno drammatico, ma ugualmente insidioso, è il caso delle foreste. L’insistenza neoliberista a favore della privatizzazione rende difficile giungere a qualsiasi accordo globale sui princìpi di gestione delle foreste per proteggere habitat preziosi e biodiversità, particolarmente nelle foreste pluviali tropicali. Nei paesi più poveri dotati di grandi risorse boschive la spinta ad accrescere le esportazioni e ad accordare diritti di proprietà e di sfruttamento agli stranieri implica il venir meno di qualsiasi protezione delle foreste: a questo proposito si può citare il caso dello sfruttamento esasperato delle risorse forestali che ha avuto luogo in Cile dopo le privatizzazioni. Ma l’impatto dei programmi di aggiustamento strutturale amministrati dall’FMI ha avuto esiti ancora peggiori. Imporre l’austerità significa mettere i paesi più poveri nella condizione di avere meno soldi per la gestione delle foreste. E in più c’è la sollecitazione a privatizzare le foreste e consentirne lo sfruttamento alle società di legname straniere con contratti a breve termine. Spinti a guadagnare valuta straniera per ripagare i propri debiti, questi paesi sono esposti alla tentazione di acconsentire a un regime di massimo sfruttamento nel breve termine. A peggiorare le cose, quando su mandato dell’FMI subiscono la sferza dell’austerità e della disoccupazione, masse di gente senza lavoro possono cercare il loro sostegno dalla terra e dare l’avvio a una deforestazione indiscriminata. Dato che il metodo preferito è quello di appiccare incendi, l’azione combinata delle masse contadine senza terra e delle aziende incaricate dell’abbattimento può provocare in tempo assai breve vere e proprie devastazioni di risorse forestali, come è accaduto in Brasile, in Indonesia e in parecchi paesi africani. Non è stato certo un caso se, quando l’Indonesia era al culmine della crisi fiscale che nel 1997-1998 espulse milioni di persone dal mercato del lavoro, a Sumatra imperversavano incendi delle foreste (collegati alle operazioni di approvvigionamento di legname affidate a uno dei più ricchi uomini d’affari di etnia cinese legati a Suharto), i quali crearono una [200] grande coltre di fumo che coprì per vari mesi l’intero Sudest asiatico. Solo quando gli stati e altri interessi sono preparati a opporsi alle regole neoliberiste e agli interessi di classe che li sostengono – e questo si è verificato in un numero significativo di situazioni -si può ottenere un’utilizzazione minimamente bilanciata dell’ambiente.

Sui diritti

La neoliberalizzazione ha generato al proprio interno una vasta cultura d’opposizione, la quale tende, tuttavia, ad accettare molte delle proposizioni che sono alla base del neoliberismo, concentrandosi invece su alcune contraddizioni interne. Ha a cuore, per esempio, le questioni relative a diritti e libertà individuali e le contrappone all’autoritarismo e all’esercizio spesso

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arbitrario del potere politico, economico e di classe; affronta la retorica neoliberista di un aumento generalizzato del benessere e accusa il processo di neoliberalizzazione di aver fallito proprio su questo terreno. Si consideri, per esempio, il primo, significativo paragrafo di un documento che rappresenta la quintessenza del neoliberismo, l’accordo WTO. Eccone lo scopo:

Innalzamento degli standard di vita, piena occupazione con un volume alto e sempre crescente di redditi reali e di domanda effettiva, un’espansione della produzione di, e degli scambi in, beni e servizi, mentre [i paesi] consentono l’uso ottimale delle risorse mondiali in armonia con l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile, allo scopo sia di proteggere e preservare l’ambiente sia di rendere più efficaci gli strumenti per farlo in modo coerente con le loro rispettive necessità e interessi a differenti livelli di sviluppo economico.

Pie speranze di questo genere si ritrovano nelle dichiarazioni della Banca mondiale («la riduzione della povertà è il nostro scopo primario»). Nulla di tutto ciò si concilia con le pratiche che attualmente sostengono la restaurazione o la creazione del potere di classe né con i risultati in termini di impoverimento e degrado ambientale.

L’affermarsi di un’opposizione attenta alle violazioni dei diritti, a partire dal 1980, è stato spettacolare. Prima di allora, riferisce [201] Chandler, su una rivista autorevole come Foreign Affairs non si trovava neppure un articolo sui diritti umani. I temi attinenti ai diritti umani sono balzati in primo piano dopo il 1980 e hanno cominciato a dilagare dopo i fatti di piazza Tien-An- Men e la fine della Guerra fredda nel 1989. L’arco temporale corrisponde esattamente alla traiettoria della neoliberalizzazione e i due movimenti sono profondamente intrecciati tra loro. Senza dubbio l’insistenza neoliberista sui valori individuali come elemento fondamentale della vita politico-economica apre la strada all’attivismo a favore dei diritti dell’individuo. Ma, concentrandosi su tali diritti invece che sulla creazione o riformulazione di strutture aperte ed efficienti di governance democratica, l’opposizione coltiva metodi che non riescono a uscire dalla struttura concettuale neoliberista. La preoccupazione neoliberista per l’individuo è superiore a qualsiasi interesse socialdemocratico per l’uguaglianza, la democrazia e le solidarietà sociali. Il frequente appello all’azione legale, inoltre, fa propria la predilezione neoliberista per il ricorso ai poteri giudiziari ed esecutivi, piuttosto che a quelli parlamentari. Ma procedere lungo i binari della legge è costoso e richiede tempo, e in ogni caso i tribunali sono fortemente influenzati dagli interessi della classe dominante, data la tipica lealtà di classe del sistema giudiziario. Le decisioni legali tendono a privilegiare il diritto alla proprietà privata e il tasso di profitto rispetto ai diritti all’uguaglianza e alla giustizia sociale. E proprio, conclude Chandler, «la sfiducia dell’élite liberale nei confronti delle persone comuni e del processo politico [che] la spinge a focalizzarsi più sull’individuo come protagonista e a portare il caso di fronte al giudice che ascolterà e deciderà».

Dato che agli individui più bisognosi mancano le risorse finanziarie per affermare i propri diritti, l’unico modo in cui questo ideale può trovare applicazione è tramite la creazione di gruppi di sostegno. La svolta neoliberista è stata accompagnata dalla nascita di gruppi di sostegno e di ONG, così come dal dibattito sui diritti in generale; tali strutture sono aumentate in modo spettacolare più o meno a partire dal 1980. In molti casi le ONG hanno occupato il vuoto lasciato dello stato nel campo dei provvedimenti dl natura sociale. Si compie così un processo che corrisponde a una privatizzazione da parte delle ONG. In alcuni casi ciò ha contribuito ad accelerare ulteriormente il ritiro dello stato dai [202] provvedimenti sociali. Le ONG quindi funzionano come «cavalli di Troia del neoliberismo globale». Inoltre, le ONG non sono istituzioni intrinsecamente democratiche: tendono a essere elitarie, inattendibili (eccetto che verso i propri donatori) e per definizione distanti da coloro che cercano di proteggere o aiutare, indipendentemente dalle loro buone intenzioni o dal loro spirito progressista. Spesso nascondono i loro programmi e preferiscono negoziare direttamente con lo stato e il potere di classe o esercitare la propria influenza su di essi. Spesso controllano la

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loro clientela, invece di rappresentarla. Affermano e presumono di parlare per conto di coloro che non possono parlare per se stessi e anche di definire gli interessi di coloro per cui parlano (come se la gente fosse incapace di farlo da sé), ma la legittimità del loro ruolo è sempre aperta al dubbio. Quando, per esempio, le organizzazioni si mobilitano per bandire il lavoro infantile dalla catena produttiva, nel quadro della difesa di diritti umani universali, possono minare economie in cui quel lavoro è fondamentale per la sopravvivenza familiare. Senza alcuna alternativa economica praticabile, i bambini possono finire venduti alla prostituzione (lasciando a un altro gruppo di sostegno il compito di sradicare quest’altra piaga). L’universalità data per scontata nelle «trattative sui diritti» e la preferenza delle ONG e dei gruppi di sostegno per i principi universali si scontra con le specificità locali e con le pratiche quotidiane della vita politica ed economica, che è sottoposta alle pressioni della mercificazione e della neoliberalizzazione.

Ma c’è un’altra ragione per cui questa cultura d’opposizione ha acquistato una simile forza trainante in anni recenti. L’accumulazione tramite esproprio comporta un complesso di pratiche molto diverse, dall’accumulazione all’aumento del lavoro salariato nell’industria e nell’agricoltura. Quest’ultimo aspetto, che ha dominato i processi di accumulazione di capitale negli anni cinquanta e sessanta, ha dato avvio a una cultura d’opposizione (del tipo di quella radicata nei sindacati e nei partiti politici della classe lavoratrice) che ha prodotto embedded liberalism. L’esproprio, d’altra parte, è frammentato e particolare: una privatizzazione qui, un degrado ambientale lì, una crisi finanziaria di indebitamento da qualche altra parte. È difficile opporsi a tutta questa specificità e particolarità senza fare appello a principi universali. L’esproprio comporta la perdita di diritti; di qui la svolta verso una retorica [203] universalistica dei diritti e della dignità umana, delle pratiche ecologiche sostenibili, dei diritti ambientali e così via, come base di una politica di opposizione unitaria.

Questo richiamo all’universalismo dei diritti è un’arma a doppio taglio. Può essere in effetti usato in vista di obiettivi progressisti: non si può liquidare la tradizione rappresentata, al livello più eclatante, da Amnesty International o Médecins sans Frontières come mera appendice del pensiero neoliberista. La storia dell’umanesimo nel suo complesso (sia nella versione occidentale – classicamente liberale – che in varie versioni non occidentali) è troppo complicata. Però la limitatezza degli obiettivi di molti discorsi sui diritti umani (nel caso di Amnesty la concentrazione esclusiva, fino a tempi recenti, sui diritti civili e politici invece che su quelli economici) rende fin troppo facile assorbire queste battaglie all’interno della struttura neoliberista. L’universalismo sembra funzionare particolarmente bene con temi globali come i cambiamenti climatici, il buco dell’ozono, la perdita della biodiversità attraverso la distruzione dell’habitat e così via; ma ottenere risultati nel campo dei diritti umani è più problematico, data la disparità di situazioni politico- economiche e di pratiche culturali esistenti nel mondo. Inoltre, è stato fin troppo facile cooptare i temi relativi ai diritti umani come «spade dell’impero» (per usare l’incisiva espressione di Bartholomew e Breakspear). Negli Stati Uniti i cosiddetti «falchi liberali», per esempio, hanno fatto appello a questi temi per giustificare gli interventi imperialisti in Kosovo, Timor Est, Haiti e, soprattutto, Afghanistan e Iraq. Giustificano l’umanesimo delle armi «in nome della tutela della libertà, dei diritti umani e della democrazia, anche quando viene perseguito unilateralmente da parte di una potenza imperialista che si arroga il diritto di agire» come gli Stati Uniti. Più generalmente, è difficile non concludere con Chandler che «le radici dell’odierno umanitarismo basato sui diritti umani affondano nel crescente consenso a sostegno del coinvolgimento dell’Occidente negli affari interni dei paesi in via di sviluppo a partire dagli anni settanta». L’argomento cruciale è che «le istituzioni internazionali, i tribunali internazionali e nazionali, le ONG e i comitati etici rappresentano i bisogni della gente meglio dei governi eletti. I governi e i rappresentanti eletti vengono visti come sospetti proprio perché sono ritenuti responsabili dal loro elettorato e, dunque, sono [204] percepiti come portatori di interessi “particolari”, ostili agli interventi basati su princìpi

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etici». A livello nazionale, gli effetti non sono meno insidiosi. L’esito è quello di restringere «il dibattito politico pubblico tramite la legittimazione di un ruolo sempre più decisivo del sistema giudiziario e di forze d’intervento e comitati etici non eletti». Gli effetti politici possono essere scoraggianti. «Invece di mettere in discussione l’isolamento e la passività individuale delle nostre società parcellizzate, la regolamentazione dei diritti umani può solo istituzionalizzare tali divisioni.» Ancor peggio, «la visione degradata della dimensione sociale proposta dal discorso etico sui diritti umani serve, come qualsiasi teoria d’élite, a sostenere l’autostima della classe al governo».

Ci si sente tentati, alla luce di queste critiche, di evitare tutti i richiami a valori universali, in quanto fatalmente viziati, e a far cadere ogni riferimento ai diritti, in quanto insostenibile imposizione di etiche astratte, basate sul mercato, per mascherare la restaurazione del potere di classe. Anche se entrambe le precedenti proposizioni meritano attenta considerazione, ritengo però sbagliato abbandonare il campo dei diritti all’egemonia neoliberista. C’è una battaglia da combattere, non solo per decidere a quale universalità e a quali diritti si dovrebbe fare appello nelle situazioni particolari, ma anche per decidere come si dovrebbero costruire i principi universali e le concezioni dei diritti. Il collegamento cruciale che è stato creato tra il neoliberismo, come particolare insieme di pratiche politico-economiche, e il crescente richiamo ai diritti universali di un certo tipo, quale fondamento etico per conferire legittimità morale e politica, dovrebbe metterci in allerta. I decreti di Bremer impongono all’Iraq una certa concezione dei diritti, e allo stesso tempo violano il diritto iracheno all’autodeterminazione. «Fra diritti uguali» osservò Marx «decide la forza». Se la restaurazione di classe comporta l’imposizione di uno specifico complesso di diritti, allora la resistenza a tale imposizione comporta una lotta per diritti completamente diversi.

Il senso positivo della giustizia come diritto, per esempio, ha avuto un ruolo di primo piano nell’innescare movimenti politici: spesso sono state le lotte contro l’ingiustizia a dare un’anima ai movimenti per il cambiamento sociale. La storia gloriosa del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti può rappresentare un esempio. Il problema, naturalmente, è che ci sono innumerevoli [205] concetti di giustizia cui possiamo fare riferimento. Ma l’analisi mostra che certi processi sociali dominanti pongono in primo piano determinate concezioni della giustizia e dei diritti e fanno leva su di esse. Mettere in discussione questi particolari diritti significa sfidare il processo sociale a cui sono intrinseci. Al contrario, si dimostra impossibile far passare la società da un dato processo sociale dominante (come quello dell’accumulazione di capitale tramite scambi di mercato) a un altro (come quello della democrazia politica e dell’azione collettiva) senza simultaneamente far cadere l’alleanza con una concezione dominante dei diritti e della giustizia per passare a un’altra. Il problema di tutte le definizioni idealistiche dei diritti e della giustizia è che nascondono questo collegamento. Solo quando riescono a saldarsi con qualche processo sociale trovano un significato sociale.

Prendiamo il caso del neoliberismo. I diritti si raggruppano intorno a due logiche di potere dominanti: quella dello stato territoriale e quella del capitale. Per quanto possiamo desiderare che i diritti siano universali, è lo stato che deve applicarli: se il potere politico non intende farlo, allora la nozione di diritti perde significato. I diritti, dunque, derivano e sono condizionati dalla cittadinanza. Entra così in campo la territorialità della giurisdizione, che è però un’arma a doppio taglio. Sorgono questioni complesse, come il caso delle persone che non hanno uno stato di appartenenza o quello degli immigrati clandestini. Stabilire chi è e chi non è «cittadino» diventa un problema degno della massima attenzione, che definisce i principi di inclusione e di esclusione rispetto alla specificità territoriale dello stato. Anche il modo in cui lo stato esercita la propria sovranità rispetto ai diritti è una questione complessa e dibattuta, ma vi sono limiti imposti a questa sovranità (come la Cina sta scoprendo attualmente) dalle regole globali implicite nell’accumulazione neoliberista di capitale. Tuttavia lo stato-nazione, con il suo monopolio sull’esercizio legittimo della violenza, può definire

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in termini hobbesiani un proprio insieme di diritti ed essere scarsamente condizionato dalle convenzioni internazionali. Gli Stati Uniti, per esempio, insistono sul proprio diritto a non rendere conto di crimini contro l’umanità, proprio mentre esigono che i criminali di guerra di altri paesi siano condotti in giudizio negli stessi tribunali ai quali, quando si tratta di cittadini americani, non riconoscono alcuna autorità.[206] Vivere sotto il neoliberismo significa anche accettare o sottomettersi a quell’insieme di diritti che è necessario per l’accumulazione di capitale. Viviamo quindi in una società in cui i diritti inalienabili degli individui alla proprietà privata e al profitto (e ricordiamo che le aziende sono equiparate a individui di fronte alla legge) prevalgono su qualsiasi altra concezione di diritto inalienabile. I fautori di questa concezione affermano che essa incoraggia «virtù borghesi» senza le quali vivremmo tutti peggio: la responsabilità individuale, l’indipendenza dalle interferenze dello stato (il che spesso contrappone questo insieme di diritti a quelli in vigore all’interno dello stato), la pari opportunità nel mercato e di fronte alla legge, la remunerazione dell’iniziativa imprenditoriale, la cura di se stessi e dei propri beni, e un mercato aperto che consenta un’ampia possibilità di scelta in materia di contratti e di scambi. Questo sistema di diritti appare ancora più persuasivo quando si estende fino a includere il diritto di proprietà privata del proprio corpo (che implica il diritto personale di negoziare e vendere la propria forza lavoro, nonché di essere trattati con dignità e di non subire coercizioni fisiche come la schiavitù) e il diritto alla libertà di pensiero, di espressione e di parola. Questi diritti esercitano un forte richiamo, e molti di noi attribuiscono loro grande importanza. Ma in questo ci comportiamo come mendicanti che vivono delle briciole che cadono dalla tavola del ricco.

Non posso convincere nessuno con argomentazioni filosofiche che il sistema neoliberista dei diritti è ingiusto. Ma l’obiezione contro tale sistema è semplice: accoglierlo significa accettare che non abbiamo alternativa a un regime di eterna accumulazione di capitale e di crescita economica illimitata, incurante delle conseguenze sociali, economiche o politiche. A sua volta, l’accumulazione illimitata di capitale richiede che il sistema neoliberista dei diritti sia esteso geograficamente, se necessario, attraverso la violenza (come in Cile e in Iraq), le pratiche imperialiste (come quelle del WTO, dell’FMI e della Banca mondiale) o l’accumulazione originaria (come in Cina e in Russia). In un modo o nell’altro, i diritti inalienabili alla proprietà privata e al profitto devono essere universalmente affermati: è ciò che intende Bush quando afferma che gli Stati Uniti sono impegnati a estendere la libertà in tutto il mondo.

Ma i diritti alla proprietà privata non sono gli unici che abbiamo a disposizione. Anche la concezione liberale, espressa nella [207] Carta dell’ONU, include diritti come la libertà di espressione e di parola, il diritto ali istruzione e alla sicurezza economica, o a organizzarsi in sindacato. Applicare questi diritti significa sfidare il neoliberismo; rendere primari questi diritti derivati e trasformare in diritti derivati quelli primari alla proprietà privata e al profitto costituirebbe una profonda rivoluzione delle pratiche politico-economiche. Vi sono altri diritti, del tutto diversi, a cui potremmo ispirarci: l’accesso alle risorse globali comuni o la sicurezza alimentare, per esempio. «Tra diritti uguali decide la forza.» Quando si cercano alternative, la lotta politica per definire una concezione dei diritti – e perfino della libertà – conquista il centro della scena.

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7. La prospettiva della libertà

[pagine 208-233 saltate]

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