Oltre l’euro, ripensando la democrazia*

fondamentali, a cominciare da quello al lavoro.

, invece, a enfatizzare il ruolo della competitività di prezzo a spese dei salari e dei lavoratori, da un lato, e a beneficio del capitale impiegato in usi finanziari, dall’altro.

o “neoliberista”, il cui fallimento – come il prodursi della crisi internazionale dimostra – lungi dall’averne messo in crisi i presupposti, ha prodotto nuove e più drammatiche reazioni di conservazione. La narrazione secondo cui l’esplosione dei debiti sovrani che ha destabilizzato l’Unione monetaria trae origine da una condotta scellerata della spesa pubblica e non dai salvataggi bancari, rappresenta un primo importante tassello di questa reazione, che ha legittimato da subito le politiche di austerità. In tale contesto si rafforza il ruolo dei poteri tecnocratici – sostenitori della visione mercatista – nell’applicazione di norme e vincoli che riducono in crescendo i margini di autonomia delle politiche di intervento dei governi, indebolendo sempre più gli spazi di democrazia, all’interno degli Stati e nelle relazioni tra questi ultimi, con ciò causando gravi squilibri, come riportato da tutti gli indicatori economici, particolarmente significativi quelli tra la Germania, da una parte, e i paesi dell’area mediterranea, dall’altra (cfr.la Mezzogiornificazione dell’Europa del sud evocata spesso da Emiliano Brancaccio, riprendendo un articolo di Paul Krugman).

in primis), lasciando possibilità sempre più ridotte per una possibile svolta negli indirizzi di politica economica all’interno degli organi Ue e Uem, Commissione europea e Bce in testa, così come, e ciò risulta ancor di più grave, dei singoli Stati membri. Questo processo di deriva ha investito in misura crescente il blocco economico mediterraneo, coinvolgendo, significativamente, paesi come la Francia e l’Italia, che, fino a non molti anni fa occupavano un ruolo centrale nell’Europa comunitaria.

Ma il processo di avvitamento della recessione europea e la difficoltà di prefigurare un rilancio economico se non per via della flessibilità dei prezzi nel gioco del libero mercato, sono anche la dimostrazione più palese del fatto che la crisi alla quale stiamo assistendo ha profonde radici culturali e politiche, e che in assenza di una piena considerazione di queste ultime risulta impossibile concepire reali alternative allo status quo.

Ciò significa, dunque, recuperare il senso di politiche di intervento pubblico che coniughino rilancio qualitativo della base produttiva e salvaguardia del lavoro, creando, preliminarmente, un saldo ancoraggio dei salari a opportuni standard per frenare la slavina deflazionistica e la caduta della domanda.

Per contrastare la mezzogiornificazione dell’Europa del sud è urgente e necessario invertire la rotta, culturale, politica ed economica, all’interno di ciascun paese e nelle relazioni bilaterali e intergovernative tra Stati, e a cascata, eventualmente, – pur con tutte le innumerevoli perplessità che derivano dall’osservazione del caso della Grecia, e le difficilissime trattative da questa condotte con la Troika in questo periodo – nelle sedi degli organismi Ue-Uem.

Parallelamente, per non rendere vana ogni seria prospettiva riformatrice, intra o extra Ue, è prioritario concentrarsi sulla costruzione di una nuova alleanza popolare dei paesi mediterranei che miri a contrastare, con risolutezza, la politica egemonica e dominante condotta dalla Germania.Le recenti elezioni greche hanno visto prevalere le forze di una nuova sinistra popolare (al di fuori della c.d. Internazionale socialista, quest’ultima da tempo non breve parte attiva nelle politiche liberiste e oramai pallido ricordo dell’internazionale dei lavoratori), subito dopo alleatasi con un pezzo di borghesia nazionale, che potrebbero costituire – e questi prossimi mesi ce ne daranno risposta – un primo segnale di discontinuità in tal senso, con possibili evidenti implicazioni geopolitiche e nelle stesse sfere di influenza (si pensi alle possibili aperture, già in parte accennate, ad attori internazionali quali la Cina e la Russia), in attesa dei risultati delle prossime elezioni in Spagna e nel Regno Unito.

Per uscire dal tunnel, in pratica, si renderà necessaria una vera e propria “sovversione democratica” contro i nuovi e vecchi “gattopardi” nazionali e continentali, oltre che contro i neonazionalismi xenofobi in preoccupante ascesa di consensi, finalizzata a un’inversione di rotta: nelle politiche economiche, monetarie, del lavoro e nelle prerogative degli Stati, affinché si riaccentrino in questi ultimi le più importanti decisioni politiche, che solo successivamente dovranno essere condivise, in condizioni di parità e con mutuo riconoscimento, con gli altri paesi europei, in primis quelli mediterranei.

DANIELA PALMA E ROBERTO PASSINI

* Questo articolo è stato elaborato all’interno dell’Associazione Hyperpolis per un’analisi della crisi che ha colpito l’Europa e tutto il mondo occidentale.

(Il Ponte, Aprile 2015)

Bibliografia:

www.Hyperpolis, gennaio 2015;

www.Hyperpolis.it, aprile 2014;

Sugli effetti salariali e distributivi delle crisi dei regimi di cambio, in Rivista di Politica Economica, luglio-settembre 2014;

www.theeconomistswarning.com); id. 2007;

, 2013; Id. Titanic Europa, la crisi che non ci hanno raccontato, 2012;

www.Hyperpolis.it, marzo 2015; id. www.Hyperpolis.it, giugno 2014;

www.Hyperpolis.it, gennaio 2015;

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