LA MODERNA TIRANNIA: LA GLOBALIZZAZIONE NEOLIBERISTA. (Dal MAI al TTI)

chomsky 

Questo scriveva Noam Chomsky nel 1998, in occasione dello sventato pericolo  conseguente alla mancata approvazione in sede OCSE del MAI, (Multilateral Agreement On Investment), – per merito di organizzazioni non governative australiane e canadesi – riproposto ora in gran segreto, a distanza 16 anni, sotto la denominazione di TTIP (Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti), che ancora una volta i media prezzolati, italiani ed occidentali, colpevolmente ignorano:

” Stiamo assistendo a sviluppi decisamente importanti. Naturalmente le potenze dell’OCSE e i loro “referenti interni” non sono disposti ad accettare la sconfitta: metteranno in campo relazioni pubbliche più efficienti per spiegare alla gente, alle “orde”, che è meglio che si occupino dei loro progetti privati, lasciando che gli affari del mondo vengano gestiti in gran segreto; e dal canto loro cercheranno di introdurre il MAI nei paesi dell’OCSE o in qualche altra organizzazione di stati. Trattative già in corso stanno cercando di cambiare la carta del FMI per introdurre alcune clausole del MAI come condizioni per la concessione di crediti, facendo così valere per i deboli, ossia per gli altri, le regole di quell’accordo mancato. Le grandi potenze, dal canto loro, seguiranno regole proprie (…). Potere e privilegio naturalmente non si arrenderanno, ma le vittorie popolari sono nondimeno incoraggianti (…)

E’ vero, si tratta di vittorie solo difensive (..). Da un lato ci sono le democrazie industriali e i loro “referenti interni” . Dall’altro le “orde di ficcanaso”, gli “interessi speciali” e le “frange di estremisti” che chiedono trasparenza e giustificazione pubblica delle scelte, e manifestano la propria contrarietà ogni volta che i parlamenti approvano a occhi chiusi patti segreti tra pubblico e privato. Nel nostro caso tali orde erano impegnate a fronteggiare la più importante concentrazione di potere che si sia mai profilata nella storia: quella comprendente i governi di stati ricchi e potenti, le istituzioni finanziarie internazionali e l’aggregazione  di interessi finanziari e industriali , stampa compresa. Tutto ciò minaccia ulteriormente la democrazia e trasferisce un potere ancora maggiore nelle mani di tirannie private in via di rapida formazione, decise ad amministrare, con l’ausilio degli stati più forti, in proprio i mercati e a costituire una sorta di senato virtuale” (Noam Chomsky, Profit Over People, 1998, trad.it” Sulla Nostra Pelle”, Marco Tropea editore, 1999, pp.194 ss).

Troppo facilmente profetico Noam Chomsky, verrebbe da dire. Quattordici  anni dopo, nel 2012, il governo italiano, su “sollecitazione” della BCE e della Troika approvava il Fiscal Compact, il MES ed inseriva il pareggio di bilancio in Costituzione. Insomma, se non la fine certamente la più grande compressione della democrazia in occidente dalla caduta dei regimi fascisti nel 1945.




Un bel saggio del direttore de Il Ponte sull’originale cultura socialista della rivista

ilponteDA «LA LIBERTÀ» A «IL PONTE»

Gli azionisti fiorentini avevano una loro “storia” in quanto derivavano dal liberalsocialismo, quel movimento che si era formato intorno al 1937 a opera di Aldo Capitini e Guido Calogero. Questa loro peculiarità li differenziò dagli altri azionisti, e in particolare da chi pensava di orientare il partito verso il ceto medio. Al contrario, i liberalsocialisti ritenevano il loro movimento un movimento rivoluzionario con forti caratterizzazioni socialiste. Enzo Enriques Agnoletti, ripercorrendo nel 1982 le vicende del movimento, lo sentiva «rivoluzionario di fronte al fascismo, e […] rivoluzionario non solo per la volontà di rovesciare le istituzioni e il regime fascista, ma anche sul piano sociale. Il regime democratico si sarebbe conquistato infatti solo se contemporaneamente si fossero compiute profonde riforme di struttura e si fosse rifiutata l’idea di uno Stato organizzato sulle vecchie for-me» .
Per cogliere questo spirito rivoluzionario nel suo nascere e nel suo farsi dottrina politica non sarà inutile prendere visione prima di un foglio clandestino – «La Libertà» – che fu stampato a Firenze tra il 1943 e il 1944 e poi delle prime annate de «Il Ponte» di Piero Calamandrei.
E veniamo a «La Libertà». Il foglio nasce per divulgare a un largo pubblico le idee di questo “liberalsocialismo socialista”. Tristano Codignola, che nella sua relazione (letta all’Assemblea generale del Partito d’Azione l’11 febbraio 1945) faceva il punto sulle azioni compiute dal Partito d’Azione durante il periodo della clandestinità, a proposito de «La Libertà» cosí si esprimeva: «Molti degli articoli comparsi su “La Libertà” conservano tuttora un valore essenziale per il chiarimento ideologico della nostra posizione; molti altri mantengono a distanza una magica efficacia rievocatrice, che ne testimonia l’alto grado di potenza sentimentale e morale».
E allora, prima di ogni altra analisi, diamo di questo periodico, in gran parte sconosciuto anche agli addetti ai lavori, alcune notizie puramente tecniche e tuttavia fondamentali. «La Libertà» si compone di 13 numeri. Il primo numero, che porta il titolo «Oggi e Domani», con il sottotitolo «Periodico del Partito d’Azione» è datato agosto 1943. Gli altri 12 numeri uscirono con il titolo «La Libertà», proseguendo la numerazione col n. 2 che porta la data 27 ottobre 1943.
Sul titolo si ebbe un’ampia discussione e all’antico «Non mollare», che alcuni volevano riportare in auge, si preferí «La Libertà», proposto da Ragghianti, in quanto si voleva mettere in evidenza una fase di attacco contro il nazifascismo e non di difesa.
La direzione e la redazione del periodico, come si evince da una dichiarazione di Tristano Codignola , fu affidata dal Comitato esecutivo toscano del Partito d’Azione a Tristano Codignola, Enzo Enriques Agnoletti e Carlo Ludovico Ragghianti. La tiratura, sempre secondo la testimonianza di Codignola, variava, secondo le circostanze e le possibilità economiche, dalle 5.000 alle 15.000 copie e la distribuzione avveniva per tutta la Toscana e anche fuori Toscana (particolarmente in Umbria) attraverso l’organizzazione politica e militare del Partito d’Azione. I rapporti con i tipografi, per l’impaginazione e i necessari adattamenti, venivano in genere tenuti da Codignola ed Enriques A-gnoletti.
Nove numeri – includendovi quello che porta il n. 10 in data 15 luglio 1944 – furono stampati sotto l’occupazione tedesca e ne rispecchiano le drammatiche vicende tipografiche ed editoriali, come appare dalla diversa periodicità, dai diversi formati e caratteri. Il n. 11 – che non porta né data né numero ed è indicato come «numero straordinario dell’insurrezione» – e il n. 12 furono stampati quando il centro storico di Firenze era già stato liberato. Il n. 13 fu stampato a liberazione conclusa e porta la data del 10 settembre 1944. I tre ultimi numeri furono curati da Sergio Telmon in quanto i primi curatori – cioè Codignola, Enriques Agnoletti e Ragghianti – erano troppo impegnati nelle operazioni militari e politiche che portarono alla liberazione di Firenze.
La cessazione del periodico avvenne per ordine degli Alleati che soppressero tutti i giornali, eccetto quello stampato da loro, e ammisero solo successivamente un unico giornale espressione del Ctln, «La Nazione del Popolo».
Per ovvie ragioni di sicurezza, gli articoli non venivano firmati per cui non è sempre stato agevole arrivare a una corretta attribuzione. Al riguardo sono state preziose le notizie del Disegno della Liberazione italiana di Ragghianti, i ricordi e gli appunti di Codignola e la testimonianza diretta di Enzo Enriques Agnoletti.
La famiglia Codignola, in ricordo di Tristano, nel dicembre 1982 curò una ristampa anastatica in 500 copie numerate dei 13 numeri de «La Libertà».

Il socialismo dei liberalsocialisti

E veniamo ai contenuti del periodico. Le quattro pagine del primo numero – «Oggi e Domani» – presentano già alcuni particolari di notevole interesse. Il primo è il richiamo a un’azione internazionale che oltrepassi i piccoli interessi di bottega a cui il fascismo fu oltremodo sensibile. Chi agita il problema è Enzo Enriques Agnoletti. Siamo nell’agosto 1943: il nazismo in Germania è ancora vivo e vegeto, in Oriente il Giappone è ancora una potenza che dà molto filo da torcere agli Stati Uniti. Pensare a un internazionalismo “che oltrepassi i limiti delle nostre frontiere presenti e future” è senz’altro una grande novità, espressione della certezza che le forze dell’Asse saranno sconfitte e, nel contempo, che la ricostruzione del mondo civile non avverrà riproponendo gli antichi valori, ma assumendo come punto di riferimento un valore nuovo: il lavoro. Un’anticipazione, non so quanto inconscia, del primo articolo della nostra Costituzione.

Dobbiamo […] entrare a far parte di un’organizzazione internazionale, politica ed economica, che oltrepassi i limiti delle nostre frontiere presenti e future. Si chiami federazione, Paneuropa o in qualsiasi altro modo, questa organizzazione deve poter assicurare la pace internazionale e quelle condizioni di vita e di lavoro senza di cui il mondo ricadrebbe ben presto nel caos.
[…] Cadano le vecchie impalcature secolari, rose dal tempo e verniciate a nuovo dal fascismo. Sentiamoci popolo nuovo, semplice, umano, popolo di lavoratori. Rimettiamo tutto in comune, educhiamoci. Soprattutto educhiamoci, non per uscire dal popolo, ma per restarci, non per formare una casta privilegiata, ma perché tutti possano capire la ragione e il senso del proprio lavoro, l’unica cosa veramente sacra ed inviolabile, quando sia rivolta al bene della comunità .

Altra caratteristica del periodico è l’assenza quasi completa della cronaca. Eppure in tempo di contrasto diretto alle truppe nazifasciste, episodi di cronaca da raccontare certo non dovevano mancare. Ma la scelta del giornale è un’altra: occorre esplicitare la propria identità per raccogliere consensi intorno al Partito d’Azione. E cosí, nelle due pagine centrali, sotto un occhiello che recita «Vogliamo il socialismo, vogliamo la libertà», un articolo dal titolo Il nostro atteggiamento delinea i punti qualificanti del gruppo.

Noi sappiamo impossibile il raggiungimento della vera libertà individuale e politica, quando un apparato, solamente formale, di istituzioni liberali non esista che per nascondere una realtà fatta di privilegi economici che permetta esclusivamente a pochi il godimento, non solo, ma lo sfruttamento di quelle istituzioni, allo scopo di mantenere e consolidare, attraverso il dominio politico sull’intera massa della popolazione, quelle loro posizioni privilegiate.

È la prima, chiara, impostazione del rapporto democrazia formale/democrazia materiale in cui la politica si raccorda indissolubilmente con l’economia. Senza un’economia che abbatta i privilegi materiali (giustizia), la democrazia (libertà) è solo un flatus vocis o un’esercitazione da accademia.
È implicita in queste affermazioni una critica alla «religione della libertà» di Croce che ignorava una rivoluzione economica, ma è evidente anche l’esigenza di costruire nella nuova Italia che nascerà sulle ceneri del fascismo una democrazia che abbia ben poco da spartire con quel sistema liberale che aveva realizzato l’unità d’Italia e governato il paese in termini assolutamente classisti anche prima della marcia su Roma. Non una ripresa del liberalismo, pertanto, secondo la teoria parentetica, ma la costruzione ex novo di una democrazia che l’Italia non aveva mai conosciuto. E per questo

La nostra meta è l’instaurazione di un regime attraverso il quale i cittadini possono assicurarsi un funzionamento reale ed efficace delle istituzioni democratiche; e questo non può attuarsi se non mettendo tutti in grado di vivere in condizioni d’indipendenza economica. La giustizia e la libertà devono operare concordi, garantendosi reciprocamente un funzionamento efficace.
[…] L’Italia non è un grande paese industriale: tuttavia vi sono numerosi esempi di vasti complessi produttivi che, sotto la protezione delle barriere doganali, dominano il mercato interno, con prezzi di monopolio, assicurando ai pochi che finanziariamente li dominano, i piú lauti guadagni, mercé lo sfruttamento completo dell’operaio ed il saccheggiamento del consumatore. Non è pensabile che si possa continuare in un regime che metta le nostre poche disponibilità nel campo industriale a disposizione di pochi ed avidi individui. Esse devono, immediatamente, essere poste al servizio della comunità, attraverso una disciplina collettiva della produzione e della distribuzione. […] L’operaio imporrà i suoi diritti di diretto produttore e sarà tutelato nella sua posizione di consumatore attraverso il controllo sulla vita dell’impresa.
I complessi finanziari, commerciali, assicurativi i sevizi pubblici si trasformeranno immediatamente in istituti con carattere pubblico. Riguardo ai minori complessi industriali, alle attività che si devon chiamare artigiane, e che in Italia abbondano, dato il carattere particolaristico della sua economia, appaiono chiare le difficoltà e le conseguenze disastrose di una immediata collettivizzazione. Però il Partito d’Azione si propone anche una soluzione netta e definitiva della questione in questo suo aspetto difficile e complicato.

A chi attribuire l’articolo? Se si tiene presente che il pezzo d’apertura – Conquista della libertà – è di Carlo De Cugis, che Ideali e realtà, come abbiamo visto, è di Enzo Enriques Agnoletti e che In guardia contro i falsi profeti, che chiude il numero, è di Carlo Furno, non è azzardato pensare che Il nostro atteggiamento sia di Tristano Codignola. Sia il tono dell’articolo, sia le argomentazioni si addicono a chi in quel momento aveva la responsabilità politica del partito.
Ma è questa una posizione che rimarrà salda per tutto il periodo della lotta clandestina e sarà uno dei punti di forza di questo gruppo se ancora un anno dopo – e precisamente nel n. 10 del 15 luglio 1944 – Carlo Ludovico Ragghianti scriveva:

Noi vogliamo – lo diciamo chiaramente – non per interesse di partito, ma nell’interesse generale del popolo e dei lavoratori, che alle prime conquiste rivoluzionarie sul piano politico, amministrativo, giudiziario, istituzionale, corrispondano altre e altrettante legittime conquiste sul piano sociale. […]
Il consiglio di fabbrica, cioè la gestione diretta del lavoro, è lo strumento piú idoneo per la liberazione dell’operaio dalla condizione di salariato, dalla passività di strumento, dalla servitú di sfruttato. La piena e differenziata partecipazione all’attività dell’impresa, che è la sua vita, assicura al lavoratone la dignità di produttore, lo impegna a compiti e funzioni di responsabilità e di solidarietà, lo eleva con la libertà all’eguaglianza sociale, gli consente di impadronirsi sempre meglio della tecnica economica della produzione e dello scambio. Operai, tecnici, impiegati, ingegneri (questi ultimi in genere poco sensibili per la loro condizione economica alla organizzazione sindacale), uniti nei consigli di fabbrica, nella partecipazione direttiva al controllo di tutta la gestione: questa novità vitale dell’autogoverno del lavoro deve diventare una delle istituzioni base della nuova società del lavoro. Chi può, nell’interesse stesso della produzione, esercitare questo controllo meglio di loro, che conoscono nei minuti particolari l’organizzazione, i fabbisogni obiettivi dell’azienda, le capacità, le esigenze, ecc.? Non dimentichiamo infine che i consigli saranno la migliore garanzia contro ogni ritorno sia di un capitalismo sfruttatore che di una dittatura di Stato o di partito che tornerebbe a confinare i lavoratori nella servitú passiva del salariato.

Quante reminiscenze dei consigli di fabbrica gramsciani, ma anche quanta novità rispetto a chi pensava di restaurare sulle ceneri del fascismo una democrazia formale.
E veniamo all’occhiello, che a prima vista potrebbe creare qualche perplessità. Perché un organo del Partito d’Azione reclama «il socialismo»? Per dare risposta a questa domanda occorre tener presente il liberalsocialismo del gruppo, e in particolare il liberalsocialismo capitiniano.

Il liberalsocialismo […] dovrà far di tutto per portarsi in mezzo alle moltitudini e volgerle […] alla libertà. Per far questo bisogna assimilare pienamente l’esigenza socialista, cioè la compresenza reale dell’umanità lavoratrice, come soggetto della storia, come proprietaria dei mezzi di produzione, come avente nei suoi membri uguali possibilità di benessere, di sviluppo, di cultura, di fruizione dei beni della civiltà. Assimilata in pieno questa base socialista, non si deve restare in essa, che può correre il rischio di stabilire un totalitarismo amministrativo, e bisogna perciò far vivere il valore della libertà, cioè intima tensione alla produzione dei valori, del Bello, del Vero, del Buono, quella tensione a uno sviluppo non semplicemente fisico, ma nel dramma del miglioramento, nell’affisarsi agli atti di bontà, di verità, di bellezza, in cui l’umanità lavoratrice si eleva e si fa eterna. Il socialismo, presenza effettiva del coro; la libertà continuo punto di arrivo, cioè melodia del coro stesso. Il socialismo come effettiva democrazia non solo politica, ma anche economica; la libertà come liberazione spirituale .

E tuttavia “liberalsocialismo” è parola ambigua, politicamente infelice, in quanto induce – anche contro la volontà di Capitini – nell’idea che tra liberalismo e socialismo sia possibile un punto d’incontro: qualcosa di simile a una “terza forza”, espressione del ceto medio. Ma non era questo il modo in cui gli azionisti fiorentini intendevano il liberalsocialismo. Come poi chiarí Walter Binni, che tuttavia come Capitini non apparteneva al Partito d’Azione, il movimento «non era un contemperamento di liberalismo e socialismo, ma la strutturazione di una società radicalmente socialista entro cui riemergesse una libertà anch’essa nuova e ben diversa dalla libertà formale e ingannevole dei sistemi liberal-capitalistici. Il nostro liberalsocialismo aveva al centro il problema della “libertà nel socialismo” e non quello socialdemocratico del “socialismo nella libertà”» . E ancora: «Questa parola [liberalsocialismo], coniata soprattutto da Capitini, voleva indicare un “socialismo” che proponendosi obbiettivi radicali da un punto di vista sociale (socializzazione dei mezzi di produzione, messa in discussione della proprietà privata nel momento in cui essa assumeva l’aspetto di sfruttamento dell’uomo sull’uomo), permettesse una circolazione di libertà, in qualche modo una nuova “libertà”. Il liberalsocialismo suscitava il problema di come in una società socialista si potessero far rivivere la libertà e la democrazia ma non nei termini “socialdemocratici” del “socialismo della libertà” che è cosa assai diversa» .
E ancora Capitini: «Secondo me il liberalsocialismo deve essere il lievito della trasformazione sociale e una luce critica gettata sulle posizioni di sinistra; […]. Non sentono, i socialisti e i comunisti stessi, che bisogna tendere al “partito nuovo”, che bisogna essere diversi da come l’ideologia e la prassi sono state nel passato o sono altrove? E ancora, quando si attuassero politicamente, ecco il liberalsocialismo a dire che il rinnovamento è piú che politico, e che la crisi odierna è anche crisi dell’assolutizzazione della politica e dell’economia» .
È la «libertà nel socialismo», di cui parla Binni, l’elemento fondante del liberalsocialismo. Interessante e profondamente innovativa quella «luce critica gettata sulle posizioni di sinistra» a dimostrazione che il liberalsocialismo non intende assolutamente ripercorrere le posizioni storiche e consolidate del socialismo ma ricerca una diversità «da come l’ideologia e la prassi sono state nel passato o sono altrove». E che dire di quell’«altrove» che inconfutabilmente rimanda all’Unione Sovietica? Socialismo, dunque, «come soggetto della storia» in cui l’umanità lavoratrice è «proprietaria dei mezzi di produzione» ma nel contempo socialismo di nuovo conio che rifiuta un «totalitarismo amministrativo» per farsi, con un’immagine poetica, «presenza effettiva del coro» in una realtà in cui la libertà è la «melodia del coro stesso». E per uscire dalla metafora, «socialismo come effettiva democrazia».
Con questi antecedenti e con Capitini alle spalle non meraviglia che nel n. 2 de «La Libertà» (27 ottobre 1943), Carlo De Cugis in un articolo intitolato Il nostro socialismo sostenga che

Il P.d’A. è un partito socialista […] perché propugna e vuole una economia socialistica o socializzata in contrapposto a quell’economia liberistica basata sull’iniziativa e sul profitto dei possessori privati del capitale e delle loro associazioni, e sulla considerazione del lavoro come merce.
[…] Neghiamo anzitutto in via assoluta come forma socialista il socialismo di Stato di bismarckiana memoria […] e lo neghiamo perché è evidente l’assurdità di attribuire al capitalismo, vero padrone dello Stato, atteggiamenti altruistici. Esso non può che mirare all’inganno e allo sfruttamento delle masse lavoratrici, narcotizzandole con l’elemosina di alcune concessioni economiche, affinché non disturbino i suoi grandi affari.

Una posizione, questa, di netta intransigenza che dovrebbe far riflettere da una parte tutti coloro che hanno assunto il P. d’A. quale partito del ceto medio illuminato, di quel ceto, cioè, che ha sempre ritenuto che il capitalismo nelle sue diverse manifestazioni fosse la risultante migliore della civiltà occidentale, e dall’altra tutti i sostenitori di un “capitalismo dal volto umano”. De Cugis, e con lui i liberalsocialisti fiorentini, hanno una concezione totalizzante del problema, nel senso che o si sposa il capitalismo con tutte le sue implicazioni e le sue conseguenze o lo si rifiuta: tertium non datur.
A prima vista, questo modo di porre il problema potrebbe sembrare terzinternazionalista ma cosí non è in quanto De Cugis affida la lotta contro il capitalismo alla socializzazione ma non alla statizzazione.
Questo della socializzazione che non si identifica con la statizzazione è uno dei motivi centrali del liberalsocialismo, tanto da rifiutare anche l’idea di una statizzazione soft quale può essere quella della socialdemocrazia.

Il P.d’A. non ha nulla da spartire […] coi vari partiti socialisti a tendenza riformista, con le socialdemocrazie di qualsiasi tinta, con gli altri partiti centristi che dettero vita, un tempo, alla seconda internazionale, ma soprattutto dettero, in tutte le nazioni, spettacolo di insipienza e di inettitudine politica. Non ha nulla da spartire con essi perché il P. d’A. è, e vuole soprattutto essere, un partito rivoluzionario, realmente rinnovatore. Non mira ad accordi di corridoio col grande capitalismo per una graduale riforma della società, perché sa che questo non ha nessuna intenzione di suicidio. Per questa via non si arriverebbe a nessuna sostanziale riforma. Non vogliamo dunque andare al potere con i partiti del centro, o peggio di destra, sotto le ingannatrici bandiere delle unioni sacre, delle concentrazioni nazionali, patriottarde o simili. […] Quindi niente riformismo, niente collaborazionismo: il Partito vuol combattere il capitalismo e tutto il complesso reazionario, ponendosi su un piano rivoluzionario; vuole la resa a discrezione e l’impossibilità di ritorno di tutte le forze e di tutte le condizioni che impediscono il progresso politico, economico, sociale.

I liberalsocialisti intuirono – non voglio dire di piú, ma già l’intuizione è un grande merito – i limiti della socialdemocrazia, da cui vollero prendere con chiarezza le distanze. Dunque socializzazione, che nel concreto diviene gestione dei mezzi di produzione.

Noi insomma non facciamo soltanto un problema di socializzazione, ma anche un problema di gestione: non vogliamo che i lavoratori abbiano soltanto l’illusione della proprietà collettiva, restando dei salariati, ma abbiano, mediante la effettiva e continua partecipazione alla gestione economica, il suo godimento giusto e il suo controllo responsabile […].
Noi ci proponiamo, dunque, come partito del lavoro, cioè rappresentante di tutti coloro che creano valori sociali (operai, contadini, tecnici, professionisti, artigiani e cosí via), di abolire ogni privilegio, sia esso politico o economico […].
Noi vogliamo che il lavoratore possa, giorno per giorno, atto per atto, controllare e giudicare dell’operato degli uomini, dei suoi eguali, che la sua fiducia ha posto alla direzione del paese in tutti i settori. Vogliamo che il lavoratore possa in ogni momento, se questi non rispondono al suo mandato, cacciarli dal potere e sostituirli. Per potenziare al massimo questa facoltà capillare di controllo noi siamo per l’autogoverno del lavoro, siamo autonomisti, federativisti, cioè contro ogni accentramento, contro ogni burocratizzazione, siamo per la separazione dei poteri, siamo per l’esercizio del potere diffuso e ripartito in tutto il paese e in tutti gli organismi e le forze che compongono la vita collettiva. Ci differenziamo, dunque, dalle altre forme di socialismo conosciute […].

Un socialismo diverso, e non solo nel nome, da quello che la tradizione ottocentesca aveva consacrato. Guido Calogero nel rievocare le ragioni del nome – peraltro osteggiato da molti – scrive:

Preferivamo parlare di Liberalsocialismo, piuttosto che di socialismo liberale, per sottolineare anche nel termine il fatto che la nuova sintesi rappresentava il riconoscimento della complementarità indissolubile di due aspetti della stessa idea, e non già la postuma ed ibrida unificazione di due concetti, che se fossero già stati due non sarebbero mai potuti diventare uno. Né il liberalismo era sostantivo, né il socialismo era aggettivo, né viceversa, non c’era diade di sostantivo ed aggettivo, ma un sostantivo unico, che si riferiva etimologicamente ai due vecchi nomi per dare una prima indicazione all’ascoltante, ma in realtà designava un solo e nuovo concetto .

E Tristano Codignola, l’esponente politico di maggiore caratura a Firenze, a caratterizzare questa diversità, sente l’esigenza – come già aveva fatto De Cugis – di prendere le distanze dai comunisti . Una differenziazione che non significava opposizione ma precisazione delle «rispettive posizioni ideali, poiché solo nella reciproca lealtà e nella reciproca stima, bandendo ogni equivoco atto a generare sospetto e sfiducia, i partiti di sinistra potranno operare domani, sul piano politico, cia-scuno, per la propria via, pel raggiungimento d’un ideale comune».

La lotta dichiarata contro ogni genere di privilegio – sia esso di natura politica o economica – per la creazione di una forma di convivenza statale fondata sulla eguaglianza degli uomini e su una giusta distribuzione della ricchezza; la precisazione che un effettivo progresso sulla via della giustizia non potrà realizzarsi se non dopo che sia stato rovesciato – anche in forma rivoluzionaria – il vecchio ordine capitalistico, nel cui ambito nulla è possibile ottenere al di là di concessioni unilaterali ed equivoche che niente hanno a che vedere con le esigenze (morali oltreché economiche) delle classi lavoratrici: sono questi gli elementi fondamentali che accomunano, in vicendevole e umana comprensione, i tre partiti di sinistra che oggi operano e combattono in Italia.

Dunque azione comune ma nella differenza degli ideali. Quanto il ceto medio, che infoltiva le file del Partito d’Azione, condividesse queste posizioni è difficile dire, ma questo conferma quello che divenne in seguito chiaro, e cioè che all’interno del partito le posizioni non erano univoche e l’ala liberaldemocratica di La Malfa avrebbe difficilmente trovato un punto di incontro con il gruppo liberalsocialista. Le ragioni profonde della fine del partito erano già presenti all’inizio quando, per il susseguirsi caotico degli avvenimenti e per le necessità della lotta armata, non fu possibile fare chiarezza ideologica tra i vari gruppi. Quando la si fece, non restò che sciogliere il partito.

La questione istituzionale

Se la questione sociale è di importanza capitale per la rinascita della nuova Italia, non lo è di meno la questione istituzionale. Codignola sintetizza magistralmente le posizioni del gruppo:

Noi non poniamo sul tappeto la questione del liberalismo o del socialismo (sia esso riformista o radicale, gradualista o rivoluzionario): le concezioni di destra o di sinistra sono da noi considerate parziali in quanto […] non potranno mai porre in crisi la struttura tradizionale dello Stato. Noi vogliamo demolire questa struttura tradizionale, che è quella dei poteri centrali, dell’autorità dall’alto, del procedere per decreti legge: noi vogliamo polverizzare i poteri dello Stato, frantumare l’autorità dello Stato nelle infinite autorità delle piccole comunità lavoratrici: vogliamo in una parola l’autonomismo.
Ciò significa modificare profondamente il concetto giuridico dello Stato nell’affermazione contemporanea dei due principi del nostro liberalismo e del nostro socialismo: il decentramento dei poteri e l’estensione del sistema elettivo al minimo settore, da un lato, l’autogoverno del lavoro, cioè la gestione diretta dei mezzi produttivi da parte della minima comunità lavoratrice, dall’altro .

E nello stesso numero – che poi, quasi profeticamente, è l’ultimo della testata – precisa il suo pensiero con un ulteriore intervento, piú disteso e piú articolato del primo:

Si tratta di ricostruire ex novo lo Stato: di ricostruirlo su basi ampie e solide, capaci di sostenere un edificio cosí totalmente diverso dal precedente da prescinderne in guisa pressoché assoluta. […] Il Partito d’Azione ravvisa nell’autonomia una delle condizioni indispensabili, forse la piú necessaria, della ricostruzione dello Stato italiano: autonomia che s’identifica col tradizionale concetto dell’indipendenza, quanto ai rapporti internazionali, ma che, per contro, assume tonalità e riflessi nuovi, quanto ai rapporti tra Stato e regione, tra regione e provincia, tra provincia e comune. […] Federazione di regioni […] significherebbe neutralizzazione della infausta tradizione politica centralista, affrancamento da influenze personali deleterie, impulso alla vita politica locale, gara di iniziative, alleggerimento della burocrazia, potenziamento di responsabilità. […] In questo modo, secondo noi, va impostata e risolta la questione dello Stato. Tra la soluzione della ricostruzione dall’alto, in blocco, con le conseguenze inevitabili del centralismo e della burocrazia, e la soluzione della ricostruzione dal basso, pezzo per pezzo, non successiva ma simultanea con i vantaggi del decentramento e di una burocrazia infinitamente piú leggera e meno pericolosa, noi non esitiamo per la seconda. […] Agilmente articolato sul solido telaio delle autonomie locali, lo Stato sarà davvero per la prima volta una sintesi e una guida; troverà finalmente un’atmosfera piú lucida e piú tersa in cui porsi e realizzarsi come democrazia integrale, instauratrice ad un tempo, indissolubilmente, di libertà politica e di giustizia sociale .

Alessandro Natta, nel commentare queste posizioni di Codignola, faceva presente che nell’ambiente liberalsocialista

nella critica e nell’opposizione al regime fascista aveva operato come uno stimolo forte la riscoperta del Risorgimento, la riflessione in particolare sulle correnti minoritarie, eterodosse, da Pisacane a Cattaneo allo stesso Mazzini. Si trattava certo di dare consistenza e chiarezza alle motivazioni ideali di un movimento che stava ormai impegnandosi nella cospirazione e nella lotta contro la dittatura e la sua politica di guerra, ma in quel ripensamento critico del processo di formazione e dei caratteri costitutivi dello Stato unitario, nell’indagine sulle ragioni della sconfitta della democrazia liberale, nel primo dopoguerra, nella ricerca di nuove, piú solide e aperte forme di vita e di organizzazione della nostra nazione, c’era ben chiaro il segno di una volontà e di un impegno a fondare una nuova Italia. […] [D’altronde] dato comune e unitario della Resistenza fu appunto che non si dovesse tornare all’Italia prefascista, alle strutture e regole nella vita politica e nell’ordinamento dello Stato proprio perché nei limiti e nelle angustie di questa democrazia liberale, sotto il profilo dei diritti e della partecipazione popolare, dell’articolazione territoriale dell’autonomia locale, si individuavano alcune delle cause che avevano aperto la strada all’esperienza rovinosa del fascismo .

Dunque, il problema che Codignola agitava era problema politico e non di storiografia risorgimentale. Pisacane, Cattaneo e Mazzini – pur con le loro diversità di pensiero e di azione – rimandavano a un’idea di Italia che poco si raccordava con quell’Italia “piemontese” e “savoiarda” che, uscita dal Risorgimento, aveva creato una democrazia asfittica, per imbarcarsi poi nell’avventura fascista. Rimandavano – e questo era il vero problema politico del momento – alla lotta per la Repubblica, e l’idea di una repubblica delle autonomie locali – tutta quanta da inventare – era una sfida che il liberalsocialismo raccoglieva e rilanciava in opposizione allo Stato accentratore, che in un primo mo-mento era stato espressione del liberalismo postunitario e poi della dittatura fascista.
Questa esigenza di un rinnovamento radicale della vita associata, che si doveva esprimere attraverso nuove forme di partecipazione e di organizzazione politiche, passava attraverso il tentativo di trasformare i Cln da organi di coordinamento politico e di direzione dei partiti in cellule originarie del tessuto democratico che si voleva costruire. Al proposito è sintomatico il modo in cui ancora su «La Libertà» Carlo Ludovico Ragghianti presenta il compito del Cln.

Il Comitato di Liberazione Nazionale è nato l’11 settembre [1943] con un compito preciso e terribile: essere guida alla liberazione del paese, sostituire il governo fuggiasco e rappresentare il popolo italiano nella sua lotta di libertà. […]
Sul piano militare il C.L.N. ha la suprema responsabilità delle operazioni militari condotte nell’ambito del suo territorio contro il nazifascismo e si vale di un Comando militare in cui sono rappresentati tutti i partiti presenti nel C.L.N. Dal Comando dipendono tutte le forze partigiane che in città o in campagna agiscono contro i tedeschi […]. Esso sorveglia gli organici e cura i collegamenti, provvede al vettovagliamento e al finanziamento, dà istruzioni operative d’accordo con il Comando alleato. Il C.L.N. non riconosce legittima alcuna formazione armata che non si dichiari disposta a rispettare i suoi ordini e che avanzi eventuali pregiudiziali di dipendenza da altre autorità.
Sul piano amministrativo il C.L.N., quale governo potenziale della città o del villaggio, detta norme sull’intera amministrazione pubblica nei limiti consentiti dalla situazione di fatto, designa gli elementi destinati ad assumere, in qualità di commissari, la cura di pubblici uffici, provvede alla tenuta degli elenchi d’epurazione, protegge gli interessi della cittadinanza, cercando di assicurare – a liberazione avvenuta – la continuità dei servizi pubblici essenziali e l’incolumità degli impianti, cura la costituzione di commissioni interne di sorveglianza entro le varie amministrazioni, incaricate di segnalare i responsabili di collaborazione con l’occupante e gli elementi idonei ad assumere, con piene garanzie politiche, compiti amministrativi.
Infine, dal punto di vista economico e sociale, il C.L.N. procura, insieme coi singoli partiti, i mezzi finanziari necessari a sostenere la propria attività e quella del Comando militare, emette prestiti pubblici per la lotta di liberazione nazionale, stimola le iniziative di carattere sindacale e le elezioni di commissioni di fabbrica clandestine, designa le imprese che, per aver collaborato coi tedeschi, saranno soggette a sequestro provvisorio, svolge le attività assistenziali che gli sono consentite in favore delle vittime dell’oppressione e via dicendo.
Tutte queste attribuzioni si dilatano straordinariamente e rapidamente nel momento in cui il C.L.N. passi dall’attività clandestina a quella manifesta, cioè dal momento in cui da governo di diritto esso diventi anche governo di fatto. È evidente che da quel momento ogni iniziativa politica, militare, amministrativa, economica e sociale, anche se prima dipendeva dal governo di fatto dei fascisti, dovrà far capo esclusivamente al C.L.N. come unico governo locale legittimo.
Ciò vale, fra l’altro, per tutte le forze armate di polizia, che hanno l’obbligo di passare immediatamente agli ordini del C.L.N. e di eseguire le istruzioni impartite dal suo Comando militare; per i funzionari dello Stato; per le pubbliche amministrazioni in genere, presso le quali il C.L.N. sarà rappresentato da un proprio commissario, garante dell’aderenza di esse alle direttive generali emanate dal Comitato. Data la delicatissima situazione di emergenza in cui il C.L.N. si trova a raccogliere il potere di fatto per volontà popolare rivoluzionaria, il Comitato militare ha l’ordine di far rispettare contro chiunque le disposizioni del Comitato e di far uso delle armi contro chi cercasse, sotto qualsiasi pretesto, di ostacolare l’opera dell’unico organo legittimo di governo rappresentativo .

Ma al 15 luglio 1944, quando Ragghianti proponeva queste sue considerazioni, la «delicatissima situazione di emergenza» in cui i Cln si trovarono ad agire era già avviata a soluzione con un atto di autorità che poco rispecchiava la «volontà popolare rivoluzionaria». Alludo alla «Svolta di Salerno» che nell’aprile di quell’anno Togliatti, sbarcato a Napoli il 27 marzo, proponeva e realizzava. La proposta immediata era quella di creare un nuovo governo provvisorio, rappresentativo di tutti i partiti antifascisti, che, con un esercito adeguato, potesse combattere, accanto agli alleati, contro i tedeschi e i fascisti. Ma al di sotto di questo intento immediato c’era in Togliatti l’esigenza di risolvere il contrasto acuto con la monarchia che il Congresso dei Cln delle regioni liberate, tenutosi a Bari il 28 gennaio 1944, aveva messo in luce. In quell’occasione, i delegati dei partiti di sinistra avevano proposto addirittura la votazione di una mozione che sancisse l’incriminazione del re e la formazione di un governo straordinario dotato di pieni poteri. Di fronte alla recisa opposizione dei partiti moderati, la sinistra si accordò su una mozione che richiedeva genericamente l’abdicazione del re e la formazione di un governo rappresentativo di tutti i partiti presenti al Congresso. La Svolta togliattiana annacquò ulteriormente queste posizioni e dette l’impressione agli stessi militanti del Pci di una sconfessione delle posizioni assunte precedentemente dal partito all’interno dei vari Cln.
Non è questo il luogo per affrontare il problema storiografico della «Svolta di Salerno», su cui, tra l’altro, sono corsi fiumi d’inchiostro. Qui si vuole solamente evidenziare che su «La Libertà» si ebbe una netta sensazione del freno che questo nuovo corso togliattiano imponeva alle forze rivoluzionarie e le spiegazioni si cercarono, piú che sulla volontà del leader comunista, sulla “ragion di Stato” delle forze belligeranti. Io credo che la “ragion di Stato” delle forze belligeranti – e in particolare dell’Unione Sovietica – abbia senz’altro avuto il suo peso, ma non sottovaluterei neppure un malinteso concetto di “popolo” che Togliatti sembra nutrire. Un popolo che non si ritiene in grado di sviluppare una lotta di classe, che non si ritiene capace di liberarsi delle tradizioni sociali e religiose acquisite nel tempo, che si pensa aneli a una pace sociale che ripristini gli antichi valori e le antiche consuetudini. È lo stesso concetto di popolo che porterà il leader comunista a votare l’articolo 7 della Costituzione, e qui la “ragion di Stato” delle forze belligeranti era assente.
Sulla «Svolta di Salerno» scrive Carlo Ludovico Ragghianti:

La crisi di aprile, che ha portato alla costituzione nell’Italia meridionale di un governo di guerra, è stata causata dalla convergente pressione sul problema italiano da parte degli anglo-americani e dei russi. La mossa del partito comunista in Italia, di rompere a un tratto il C.L.N., i patti che lo legavano alla politica italiana degli altri partiti del fronte antifascista, gli impegni di Bari, non è stato che un elemento, uno degli strumenti, di questa pressione estera. […]
Di fronte agli altri partiti, o collaborazionisti o incerti, il Partito d’Azione assunse subito un atteggiamento di intransigenza per i deliberati del Congresso di Bari. […] Si deve a questo atteggiamento […] se al posto della capitolazione proposta con sorpresa strategica e minatoria il 1° aprile i partiti hanno potuto reagire, resistere, ed ottenere, a vantaggio del paese, quanto è stato ottenuto: l’impegno del re fuggiasco di ritirarsi a vita privata dopo la liberazione di Roma, la luogotenenza, una intera ricomposizione del gabinetto di guerra invece della concessione di alcuni ministeri secondari, e infine il controllo dei partiti antifascisti esteso in ultimo fino ai dicasteri militari. […]
Ma l’organizzazione della guerra di liberazione non deve farci dimenticare che questa guerra è guerra per il rinnovamento rivoluzionario dell’Italia, è guerra per la giustizia e per la libertà. Una guerra che conduciamo da venti anni contro il fascismo.
A fianco del governo di guerra, deve rimanere con tutti i suoi poteri, come un parlamento politico permanente e insostituibile, il Comitato di Liberazione Nazionale. Cosí nell’Italia occupata come nell’Italia liberata. Quel C. di L. N. che è l’organo autonomo della rivoluzione italiana .

Ed Enzo Enriques Agnoletti, sullo stesso numero de «La Libertà» è ancora piú esplicito:

Democrazia vuol dire governo di popolo. Non governo di re, o di potenze straniere, o di forze occulte, del denaro, della corruzione. Il comitato di Liberazione Nazionale era la risorgente democrazia italiana. Il re e Badoglio erano i resti del fascismo, sconfitto nella sua forma piú cruda, ancor vivo in color che per vent’anni avevano condiviso tutte le sue responsabilità e prima fra tutte la guerra a fianco della Germania. […]
Badoglio, il re, i monarchici, i reazionari, parecchi stranieri che vedevano solo l’interesse della guerra e non abbastanza l’interesse dell’Italia, che è l’avvenire, non il presente, predicavano: unità, collaborazione, guerra prima di tutto, concordia per uno sforzo comune. […] Unità sí, ma senza il re fascista, senza Badoglio […].
Noi consideriamo quindi quello che è successo nell’Italia libera una prima sconfitta della democrazia italiana, anche se, naturalmente, una sconfitta non definitiva.
Non modifichiamo in nulla il giudizio che abbiamo dato di Badoglio del re e della sua cricca. Se prima eravamo repubblicani, democratici e socialisti al cento per cento, ora lo siamo al mille per cento. Proprio quello che è avvenuto nell’Italia libera ci ha insegnato una volta di piú, se ne avessimo avuto bisogno, che la monarchia è pronta ad accordarsi con chiunque, oggi col fascismo, domani con l’antifascismo, anche il piú estremista, anche comunista, purché le venga garantita l’esistenza, almeno un po’ d’esistenza. […] Ma la battaglia per una vera democrazia italiana è dunque soltanto rinviata. […]
Noi, per nostro conto, prendiamo solenne impegno verso il popolo italiano, di fare tutto quanto sta in noi perché l’Italia diventi la vera repubblica del popolo italiano: liberale, cioè rispettosa della coscienza e dei diritti dei cittadini; decentrata, cioè autonoma nelle sue regioni, provincie, comuni; democratica, cioè con la diretta gestione da parte dei cittadini dei loro interessi; ugualitaria, cioè con la prevalenza di un’economia fondata sul controllo e la gestione delle imprese da parte dei lavoratori .

Tuttavia all’interno del gruppo liberalsocialista de «La Libertà» non si ha il sentore che la «Svolta di Salerno» sia una svolta epocale che ridimensiona tutte le speranze – o le velleità – di un’Italia rivoluzionaria. Enzo Enriques Agnoletti parla di «una sconfitta non definitiva», Tristano Codignola, circa sei mesi dopo, come abbiamo visto, propone uno Stato autonomista, Calamandrei, nell’ottobre 1944, scrive a Salvemini in questi termini:

Poi c’è la questione istituzionale. Ma su questa occorrerebbe un lungo discorso. Io ho la convinzione che, col decreto che ha approvato la Costituente, la monarchia sia definitivamente liquidata; e che, se si arriverà alla Costituente, alla repubblica si verrà, senza bisogno di scosse rivoluzionarie, attraverso il voto. Secondo me la parte distruttiva della rivoluzione è già avvenuta: tutte le vecchie istituzioni, coll’approvazione della Costituente, sono ormai rimesse in discussione, e rimangono in vigore a titolo puramente provvisorio e formale. […] L’unica salvezza per l’Italia è la repubblica con larga socializzazione e con governi regionali decentrati. In questo programma sono sostanzialmente concordi il Partito d’Azione, una parte dei democratici cristiani e i socialisti. L’enigma sono i comunisti, sulla cui buonafede democratica è lecito avere qualche dubbio: il Partito d’Azione sul programma economico non è molto lontano dai comunisti: ma è energicamente contrario al totalitarismo, verso il quale si può temere che scivolino le masse comuniste .

Il problema non era quello della «buonafede democratica» dei comunisti che su indicazione di Togliatti si adeguavano addirittura a collaborare con il re e con Badoglio, ma di come i Cln avrebbero potuto mantenere la loro funzione di ricostruzione “radicale” dello Stato. Se a Calamandrei, che di queste cose se ne intende, è abbastanza chiaro che il decreto che ha approvato la Costituente liqui-derà definitivamente la monarchia e che si arriverà alla repubblica attraverso il voto, senza bisogno di rivolgimenti rivoluzionari, non è altrettanto chiaro però perché la repubblica dovrebbe organizzarsi su governi regionali decentrati, e perché tali governi sarebbero l’espressione piú corretta del pensiero e dell’azione dei Cln. In altre parole, Calamandrei coglie con estrema chiarezza la crisi irreversibile della monarchia ma non la crisi altrettanto pesante – e su cui la «Svolta di Salerno» cerca di inserirsi – dei Cln che non riescono ad andare oltre il coordinamento politico dei partiti per divenire il momento fondamentale di rinnovamento democratico del tessuto sociale e politico italiano. Proprio in assenza di questa funzione dei Cln, finirono per prevalere, alla Costituente, le forme classiche della democrazia rappresentativa, il sistema dei partiti, il governo parlamentare. Ma in Calamandrei la speranza del rinnovamento che i Cln dovrebbero essere in grado di realizzare è talmente grande che ancora mesi dopo questa lettera – e cioè nel maggio 1945, quando ormai «La Libertà» ha cessato le pubblicazioni – si esprime in questi termini su «Il Ponte»:

In Italia […] c’è stata una rivoluzione: la prima fase, quella distruttiva, di una rivoluzione. Ma ancora ha da compiersi la seconda fase, quella ricostruttiva: e per ricostruire occorre che ci siano gli organi nuovi capaci di volere e di condurre a termine la ricostruzione. Questi organi nuovi di ricostruzione rivoluzionaria sono i comitati di liberazione: i quali, dopo avvenuta la liberazione dallo straniero, hanno la funzione costituzionale di portare a termine la liberazione dell’Italia dal fascismo.
[…] La storia di tutte le rivoluzioni dimostra che a un certo momento, attraverso le crepe della vecchia legalità che crolla, le forze rivoluzionarie cominciano ad aggregarsi e a consolidarsi di fatto, in formazioni spontanee che non somigliano a nessuna preesistente forma giuridica, e che costituiscono le prime cellule germinative del nuovo tessuto costituzionale […]. Qualcosa di simile è avvenuto in Italia […] per i comitati di liberazione: che sono appunto gli organi nuovi, partoriti dalla necessità storica, nei quali si sono spontaneamente raggruppate, fuor da ogni preconcetto schema dottrinario, tutte le forze decise a resistere agli oppressori ed a ricostruire lo stato secondo i principi della democrazia. […] Durante il periodo della lotta clandestina le sole forze politiche vive sono state quelle raggruppate intorno ai comitati di liberazione: vive, perché disposte a lottare e a sacrificarsi. A queste stesse forze, e ad esse sole, spetta oggi il compito di ricostruire il nuovo stato italiano.
Ad esse sole: questo è uno dei punti su cui occorre avere idee chiare. Qualcuno dirà: – Democrazia vuol dire governo di tutti: dunque, se si vuol ricostruire lo Stato italiano in forma democratica, bisogna che tutti partecipino alla ricostruzione: tutti, compresi coloro che per vent’anni hanno favorito il fascismo: tutti, compresi coloro che per vent’anni hanno irriso la democrazia, compresi coloro che durante il periodo clandestino sono stati indifferenti, o magari benevolmente ossequienti all’invasore; tutti, compresi i fascisti. Tutti: altrimenti non sarebbe piú una democrazia! – Un momento, signori: guardiamo di non cadere in equivoci. Noi possiamo anche riconoscere che i partiti raggruppati intorno ai comitati di liberazione (tenuti insieme da alcune premesse comuni che si possono riassumere nei due principi: unione nella resistenza e unione nella democrazia) non costituiscono attualmente la maggioranza numerica del popolo italiano, gran parte del quale non è iscritta ai partiti; ma non dimentichiamo che nei periodi rivoluzionari, e specialmente nei periodi di ricostruzione costituzionale, le sole forze che contano sono quelle vive e deste, quelle che col fatto dimostrano di voler esser presenti nella vita politica, di sentire i loro doveri per quanto duri e i loro compiti per quanto gravosi. I comitati di liberazione sono gli organi di quelle forze politiche che sole, nel momento della tragedia, hanno sentito la responsabilità della lotta e della ricostruzione: gli incerti, gli scettici, i «senza partito» non contano: le rivoluzioni non sono mai opera delle maggioranze assenti e irresponsabili.
[…] Spezzare questo patto di concordia e di resistenza, concluso nell’ora della battaglia, non si può oggi, se non si vuole che la ricostruzione rimanga a mezzo, che la rivoluzione sia tradita. Questa è la grande funzione, non ancora esaurita, dei comitati di liberazione. Per garantire che la Costituente porti davvero alla pacificazione ed alla legalità, ed apra di nuovo a tutti i cittadini, senza distinzione di partiti e di opinioni, la normale partecipazione alla vita politica, occorre che la preparazione della Costituente sia opera delle sole forze rivoluzionarie .

Che si passi quasi impercettibilmente da «La Libertà» a «Il Ponte» mostra quanto l’una testata – «Il Ponte» – sia la continuazione ideale dell’altra. “Continuazione ideale” perché «Il Ponte» è molto diverso e molto di piú de «La Libertà». Non fu, e non è, rivista di partito; nasce nella riconquistata libertà e non in periodo clandestino; allarga il suo raggio d’azione dalla politica all’economia, alla cultura, e si pone come rivista di analisi e ripensamento, in chiave socialista, della società italiana ed europea. Ha, in definitiva, un respiro molto piú largo e piú profondo di quello de «La Libertà» che fu foglio di partito e per di piú clandestino. Ma se si va ad analizzare la provenienza culturale e politica dei collaboratori del primo «Ponte» ci si rende conto che la gran parte proviene dalle file del liberalsocialismo e spesso propone quei temi che erano stati propri de «La Libertà». Uno di questi, se non il piú importante, da attuare con quello spirito rivoluzionario proprio dei Cln, è appunto quella repubblica “decentrata” che Ragghianti Codignola ed Enriques Agnoletti avevano proposto. E anche Calamandrei guarda con attenzione e interesse a questa repubblica delle autonomie, che non può essere identificata sic et simpliciter con il federalismo regionale perché questa autonomia ha come centro propulsore non tanto la regione quanto il comune come parte attiva dell’organizzazione economica, sociale e politica di un popolo. E non è un caso che a esempio di partecipazione dal basso si portino, anche su «Il Ponte», i Cos (Centri di orientamento sociale) capitiniani. Cosí li ricorda lo stesso Capitini pochi anni dopo la liberazione:

L’importanza dei Comitati di liberazione, specialmente per il loro moltiplicarsi nella provincia, nelle città piú piccole, non è stata sufficientemente compresa dalla moltitudine degli italiani che non c’era abituata.
In un paese antico come il nostro, dove non si è avuta una rivoluzione che sommovesse gli strati bassi della popolazione; dove di solito si è disposto e si dispone di strutture, di mezzi, di forze psicologiche ingenti costituite e mantenute mediante una diffusione dall’alto; dove, soprattutto, ci si è sacrificati per creare un mondo ideale di pensiero, di arte, senza propagare queste cose a tutti, il Comitato di liberazione nazionale rappresentava una prima manifestazione di compresenza di forze etico-politiche con una volontà di amministrazione e di sviluppo democratico, che voleva salire fino alla forma dello Stato ed era già, e finalmente, l’antitesi della monarchia. L’antitesi della monarchia nel fascismo originario era stata una velleità; nel C.L.N. era una volontà.
Ma i C.L.N. non potevano durare, perché, risultando da una coalizione, dovevano approfondire la ragione stessa del loro essersi costituiti, e cessando l’antitesi al fascismo armato, svolgersi in altro, pronti anche a perdere qualche elemento pur di vivere, se non piú nella forma originaria, nel significato reale e dinamico della sostanza. La quale era, e non potrà non essere, di autentica democrazia (mai stata in Italia), che chiami tutti, cioè anche la provincia, anche le campagne, troppo separate ora dalle città, e le donne, i giovani, le persone senza partito, che sono la maggioranza in Italia, al controllo democratico, alla consapevolezza dei problemi e delle esigenze di ogni genere.
Per attuare ciò, a Perugia abbiamo fatto vedere che l’antifascismo portava qualche cosa di nuovo per tutti. […]
Questi C.O.S. sono libere assemblee dove tutti possono intervenire e parlare («ascoltare e parlare» ne è il motto) di problemi amministrativi cittadini e nazionali, e di problemi sociali, politici, ideologici, culturali, tecnici, religiosi. Il fatto che si discuta insieme di amministrazione e di idee è, credo, profondamente significativo contro ogni atteggiamento esclusivamente culturale o contro ogni altro limitatamente concreto: nell’un modo e nell’altro, si migliora l’amministrazione, l’educazione, la consapevolezza della realtà, ci si «orienta» .

E Walter Binni, che i Cos li ha vissuti in prima persona, nel ricordare Capitini nel secondo anniversario della morte (1970), non può fare a meno di riferirsi a questa esperienza:

Negli anni luminosi, e brevi! delle speranze del ‘44-’46, come non ricordare il significato […] dell’iniziativa capitiniana del C.O.S.? Come non ricordare la folla che riempiva la sala di Via Oberdan, che arrivava anche un’ora prima dell’inizio dell’Assemblea per trovare posto, che partecipava attivamente alla discussione di ogni problema cittadino e generale, con la possibilità di formarsi un’opinione su partiti e avvenimenti, con la viva gioia di essere promotrice di proposte per il miglioramento della vita associata e civile della nostra città cominciando appunto dal basso e da tutti? .

A questa «repubblica delle autonomie», che nella città ha il suo fulcro e che dovrebbe derivare dall’azione rivoluzionaria e dall’evoluzione politica dei Cln, sembra riferirsi Calamandrei quando su «Il Ponte», per affrontare il problema, chiama a raccolta i suoi amici. E nel dicembre 1945, cioè quando ancora la rivista era alle sue prime battute e la Costituente era ancora di là da venire, Mario Bracci tratta con molti distinguo e con non pochi dubbi di una nuova organizzazione dello Stato che solo i Cln, vera e unica forza rivoluzionaria uscita dalla guerra di Liberazione, potrebbero realizzare.

Se l’Italia dovesse essere ordinata come stato federale, certamente le regioni attuali non sarebbero una base territoriale adeguata per gli stati federati e non credo che sarebbe facile adattarle a questa bisogna con limitate modificazioni. […]
Gli argomenti in favore e contrari [all’ipotesi federale] sono numerosi e seri: secondo me questa ipotesi merita piú attenta considerazione di quanta ne abbia avuta finora e se questo nostro disgraziato paese non fosse cosí squilibrato socialmente ed economicamente fra nord e sud (e l’organizzazione federale aggraverebbe inevitabilmente le differenze) i motivi positivi sarebbero probabilmente prevalenti.
Comunque la regione non è utilizzabile per questa soluzione: bisognerebbe ricercare la base territoriale dello stato federale in limiti assai piú vasti e magari adottare quella grande divisione che è viva nelle abitudini italiane, cioè l’Italia settentrionale, l’Italia centrale, il Mezzogiorno, la Sicilia e la Sardegna, salvo qualche statuto speciale per le zone di frontiera. Naturalmente fra lo stato federato e i comuni bisognerebbe conservare l’ente intermedio provinciale arricchito di attribuzioni .

E nel febbraio 1946 – cioè due mesi dopo l’articolo di Bracci – Alessandro Levi presenta uno studio su Cattaneo che non a caso – siamo a pochi mesi dal referendum su repubblica o monarchia – insiste sul concetto di repubblica e su quello di federazione:

«Libertà è repubblica; e repubblica è pluralità, cioè federazione». Le ragioni dell’una e dell’altra equazione sono assai semplici. E si possono riassumere in due altri aforismi cattaneani.
Libertà è repubblica; perché, se nell’ordine morale è esercizio della ragione cioè autocontrollo, nell’ordine civile non può essere che autogoverno. Questo è, infatti, nella sua piú schietta essenza, la repubblica. Come «Chiesa è popolo in atto di pregare […] Repubblica è popolo in atto di far leggi».
Repubblica, a sua volta, è pluralità, ossia federazione: e ciò per un’altra ragione ancora piú viva, che Cattaneo espone col rievocare un precetto del Machiavelli, da lui piú di una volta rammentato. Cioè, che «un popolo, per conservare la libertà, deve tenervi sopra le mani»; «ora – aggiunge – per tenervi sopra le mani ogni popolo deve tenersi in casa sua la sua libertà» .

Calamandrei a sua volta con molto ottimismo cerca una ragione innovativa nella realizzazione della Regione e la trova in una struttura «a mezza strada tra lo Stato accentrato e lo Stato federale». Che cosa sia questo ircocervo istituzionale non è facile dire e lo stesso Calamandrei non si addentra in definizioni piú puntuali, convinto com’è che il tempo, che è una grande medicina, risolverà i molti problemi che senz’altro sorgeranno con uno Stato che non è né regionale né federale.

Le disposizioni piú originali e sotto l’aspetto costituzionale piú innovatrici sono quelle che regolano l’ordinamento regionale (artt. 114-133) […]. La nuova costituzione non si è contentata di attuare un largo decentramento amministrativo, ma ha fatto delle diciannove regioni in cui è stato diviso il territorio della repubblica (art.131) altrettanti «enti autonomi» (art. 115), dotati di una propria competenza legislativa e governati da propri organi politici ed amministrativi secondo le disposizioni stabilite dal proprio «statuto regionale». […] Soltanto quando ogni regione avrà il proprio statuto, si potrà avere un’idea piú concreta e precisa di questo nuovo ordinamento: il quale, riservando al governo centrale soltanto le funzioni generali ed essenziali della sovranità, e decentrando le funzioni di interesse locale nei governi regionali (costituenti ciascuno qualcosa di piú di una circoscrizione amministrativa, ma qualcosa di meno di uno Stato), dovrebbe apparire, secondo la concezione di chi lo ha ideato, una nuova forma di Stato, lo «Stato regionale», a mezza strada tra lo Stato accentrato e lo Stato federale .

E anche Enzo Santarelli, a costituzione ormai approvata – siamo nell’aprile 1949 –, evidentemente preoccupato di una istituzione che non decolla e poco si amalgama con le altre, sempre su «Il Ponte», commenta con note di speranza la nascita della Regione:

Quanto alla regione il diavolo non è cosí nero come lo si dipinge, e la sopravvivenza della provincia è per sé stessa una garanzia. Se la regione risponde a un’esigenza tacita ma profonda vivrà, migliorando tutto il nostro sistema amministrativo. Per maturare alla libertà bisogna pure sperimentare l’autogoverno: e la regione produrrà, anche per questo aspetto, un processo nel costume politico.
Guardiamo le cose in faccia: nella polemica antiregionalista solo la paura, la vecchia paura del salto nel buio è ben viva. Per questo, soltanto per questo, lo Stato, cioè il Prefetto, come ieri il Re, è diventato tabú.
Per gli altri, per noi, soltanto la libertà – viva nel problema e nella storia – è sacra .

Chi toglie, però, ogni speranza alla Regione, cosí come è uscita dalla Costituzione, è Gaetano Salvemini che in un articolo apparso su «Il Ponte» nel luglio 1949 sembra rispondere sia alle speranze di Calamandrei sia a quella lettera dell’ottobre 1944 in cui Calamandrei – come abbiamo visto – aveva sperato in governi regionali decentrati. «Se la class di asen di Ferravilla avesse preso il posto della Costituente italiana nel 1946-47, non avrebbe potuto mettere insieme una piú alta piramide di asinità», sentenzia Salvemini e questo perché l’autonomia non può derivare da una regione vuota di forma e di contenuto, espressione del governo centrale e della sua burocrazia. L’autonomia – come già aveva messo in chiaro Codignola su «La Libertà» – deve essere prima di tutto della città e della provincia e da qui salire alla regione e allo Stato. Un po’ di conoscenza di Cattaneo, secondo Salvemini, non disturberebbe, ma i «bestioni di Roma» di Cattaneo masticano ben poco e non vanno troppo oltre il nome.

Cattaneo avrebbe voluto che […] dopo la espulsione delle vecchie dinastie, un Parlamento locale continuasse a provvedere ai bisogni locali, modificando le istituzioni locali via via che gli interessati ne sentissero la necessità; al disopra dei Parlamenti locali doveva essere creato un Parlamento federale – organo nuovo sorto con la nuova unità politica italiana – il quale curasse i soli interessi comuni a tutta l’Italia unificata. Al di sotto dei Parlamenti locali, dovevano rimanere le municipalità, anche esse elettive e non asservite alle autorità regionali, come queste non dovevano essere asservite alla nuova autorità federale nazionale. Modello la Svizzera e gli Stati Uniti.
[…] Se Carlo Cattaneo e Alberto Mario non fossero vissuti invano, cioè se il loro pensiero fosse stato piú studiato e il loro nome meno ripetuto a vuoto, i repubblicani (storici e non storici) non avrebbero votato una “regione”, della quale i piú non avevano in testa nessuna definizione chiara. Prima di comprare un vaso vuoto con sopra la targhetta “regione”, avrebbero chiesto la definizione della parola, e solo dopo essersi messi d’accordo nel definire quel che votavano, avrebbero dovuto o no approvarla. Seguirono il metodo, o meglio il non metodo opposto. Misero il carro avanti ai buoi.
L’Italia, dunque, dovrebbe avere 19 “regioni”. Ma i rapporti di queste “regioni” col governo centrale e con le istituzioni inferiori preesistenti rimasero nelle nuvole. Soprattutto non furono assegnate loro risorse finanziarie indipendenti. Diciannove figliuole senza dote. Dovranno fare le nozze coi fichi secchi.
[…] Quel che occorre in Italia non è sovrapporre catafalchi di “regioni”, buone a niente, su gruppi di provincie buone a niente. Occorre invece trasferire dall’amministrazione centrale agli enti locali (comuni e provincie) fonti di reddito e funzioni, che appartengono malamente oggi alla burocrazia centrale, liberare quelle amministrazioni locali dal soffocamento prefettizio, e poi lasciare che i cittadini, attraverso tentativi liberamente fatti ed errori pagati da loro stessi, imparino a poco a poco ad auto-governarsi.
[…] Insomma, invece di applicare quel cretino articolo della Costituzione, che ha inventato diciannove regioni artificiali, sarebbe bene prendere in esame il problema delle autonomie comunali e provinciali. Basterebbe, a questo scopo, cominciare con estendere a tutta l’Italia l’autonomia concessa alla regione-provincia di Val d’Aosta, e poi lasciare che ciascuno se la sbrighi da sé, come meglio crede, a proprio rischio e pericolo, e a proprie spese .

Gli Stati Uniti d’Europa

«Non sovrapporre catafalchi di regioni buone a niente, su gruppi di provincie buone a niente», questa la via che Salvemini propone su «Il Ponte», ma nel proporre questa soluzione non tiene conto della scomparsa dalla scena politica dei Cln dopo la Svolta di Salerno, della rottura dell’unità antifascista nella primavera del 1947, del “compromesso” tra cattolici, liberali e socialisti che la Costituzione ha richiesto, dei risultati delle elezioni politiche del 18 aprile 1948. Non tiene conto, cioè, dell’organizzazione politica e amministrativa che l’Italia uscita dal fascismo riesce a darsi attraverso quella forma-partito che determina lo Stato accentrato, la democrazia rappresentativa e il governo parlamentare. E inoltre – e forse questo è l’aspetto piú pesante di tutta quanta la questione – Salvemini non prende assolutamente in considerazione l’idea liberalsocialista che la “Repubblica delle autonomie” avrebbe avuto un senso se messa in relazione con la creazione degli Stati Uniti d’Europa . Voglio dire che gli Stati Uniti d’Europa non sono “un di piú”, un optional, da aggiungere alla riforma dello Stato che i liberalsocialisti perseguivano: sono il completamento necessario e irrinunciabile della riforma stessa. Senza gli Stati Uniti d’Europa l’azione riformatrice è monca e gran parte del suo effetto svanisce, come già aveva intuito Enzo Enriques Agnoletti nel primo numero de “La Libertà”. Cosí la “Repubblica delle autonomie” non può non culminare in un’Europa che ripudia quel concetto di Stato nazionalistico che ha portato prima alle dittature fascista, nazista e franchista e poi alla Seconda guerra mondiale. Senza questa Europa politica di nuovo conio, ma che si sostanzia di idee socialiste, le autonomie cittadine, provinciali e regionali, che rientrano in uno Stato nazionale fine a se stesso, hanno poco senso e rischiano di essere contenitori vuoti o, come dice Salvemini, buoni a niente.
Eppure Salvemini doveva aver avuto sentore dell’importanza che i “pontieri” attribuivano agli Stati Uniti d’Europa dal momento che proprio nel numero di aprile del 1949 del «Ponte» Calamandrei aveva presentato il suo intervento alla Camera contro la ratifica del Patto Atlantico, un discorso che poi divenne famoso e che creò sconcerto tra tutti i benpensanti laici, compreso forse lo stesso Salvemini.

A nome dei socialisti indipendenti dei quali son rimasto l’unico rappresentante nel gruppo di «Unità socialista» (l’ultimo dei Mohicani, direbbe l’onorevole Togliatti) ritengo che sulla soglia di una decisione che ci turba e quasi ci schiaccia col suo peso […] sia doveroso un voto esplicito e netto. Dichiaro quindi serenamente che il mio voto sarà contrario .

L’opposizione di Calamandrei non è però quella dei comunisti, perfettamente “allineati e coperti” sulle posizioni dell’Unione Sovietica, il paese socialista per eccellenza. La sua è una posizione piú complessa, che affonda le radici – come si è detto – proprio nell’esigenza, dopo la catastrofe della guerra, della costruzione di un’Europa unita.

Sotto l’aspetto della politica europea, noi socialisti federalisti pensiamo che un patto militare, anche se difensivo, che trasforma gli Stati europei in satelliti di uno dei blocchi che si fronteggiano, e dà al suolo europeo la funzione di un trinceramento di prima linea per eserciti che stanno in riserva al di là dell’Atlantico, allontani la nascita di quella Federazione occidentale europea, politicamente e militarmente unita e indipendente, che noi auspichiamo né alleata né ostile, ma mediatrice tra i due blocchi opposti, e capace di conciliare in una sua sintesi di democrazia socialista due esigenze per noi ugualmente preziose e irrinunciabili, quella della libertà democratica e parlamentare, e quella della giustizia sociale .

E ci sono anche motivi di politica interna:

L’adesione data dall’Italia a questo patto […] costituirà […] un ostacolo immediato alla pacificazione interna e al funzionamento normale della nostra democrazia; perché la contrapposizione militare di due schieramenti che difendono due contrapposte concezioni sociali, darà sempre maggiore asprezza alla lotta interna dei corrispondenti partiti, e sempre piú ai dissensi politici darà minacciosi aspetti di guerra civile. […] Ma ciò che soprattutto ci angustia sono le conseguenze di carattere militare. Se per tutti gli altri Stati europei la firma del patto sarà accompagnata da rischi ma anche da vantaggi, c’è da temere che solo per l’Italia esso possa significare pericoli senza corrispettivo. Diventare alleato militare di uno dei due blocchi in conflitto significa assumere fin da ora la posizione di nemico potenziale dell’altro blocco: firmando quel patto con le potenze occidentali noi ci saremo condannati a non poter essere piú amici degli Stati orientali […]. E anche se il patto è difensivo, bisogna vedere se sembrerà difensivo a coloro da cui ci apprestiamo a difenderci, e quali saranno le loro reazioni contro i firmatari e soprattutto contro l’Italia che di tutti i firmatari è il piú debole e il piú esposto .

Chiara, dunque, la posizione di Calamandrei: alla logica dei due blocchi contrapposti occorreva opporre quella di una “terza via” che alla guerra preferiva la mediazione e la costruzione di una fiducia reciproca. Era una posizione che proponeva, oltre la guerra fredda, un nuovo concetto di Stato. Dopo la catastrofe della guerra, se veramente si voleva essere rivoluzionari, occorreva costruire fra gli Stati un rapporto di reciproca collaborazione, in altre parole un federalismo. Le sinistre socialcomuniste ritennero questa posizione sterile, inefficace e improduttiva, la Democrazia cristiana e le destre, invece, una posizione – come si disse – da «utili idioti», cioè propria di tutti quei borghesi che, estranei alle ragioni “vere” della politica, non si rendevano conto di portare acqua al mulino del comunismo sovietico. Non fu assolutamente colta, né a destra né a sinistra, la novità politica, sociale e morale del discorso di Calamandrei e il grande progetto che egli lanciava come sfida ai politici di professione – quello della costruzione degli Stati Uniti d’Europa – non andò oltre il regno di Utopia.

Mentre su di noi si addensa l’ombra di un’altra catastrofe, che cosa posso fare io, quale contributo posso portare io, piccolo uomo, atomo effimero, per allontanare dal mio paese questo flagello? […] Io temo che, quando si dice che con questo patto militare la guerra si allontana, si ricada in quel tremendo equivoco del vecchio motto illusorio: si vis pacem para bellum, che gli uomini ciechi continuano a ripetere senza accorgersi da cento tragiche esperienze che per voler la pace non c’è altra via che quella di prepararla coi trattati di commercio e di lavoro, che stringono tra gli uomini legami di solidarietà, e che chi prepara la guerra, anche a fini che crede difensivi, non fa altro, senza accorgersene, che volere la guerra. […] Io so che qualcuno della maggioranza, prima di decidersi a votare, si è raccolto lungamente in preghiera. […] Ma per pregare non ci si raccoglie soltanto nelle chiese: anche noi, dopo essere stati lungamente raccolti con noi stessi, abbiamo udito in fondo alla nostra coscienza una voce che ci mette tranquilli. E la voce ci ha detto: No .

E un mese dopo questo discorso alla Camera, al III Congresso nazionale del Movimento federalista europeo (Firenze, 23-25 aprile 1949), Calamandrei torna sul problema con argomentazioni ancora piú stringenti e puntuali di quanto l’aula di Montecitorio gli aveva permesso:

Posso anche rendermi conto delle ragioni che spingono a ritenere che per salvarsi da una guerra catastrofica sia opportuno allearsi con la parte piú forte che ci promette salvezza e difesa. Ma con questo che cosa c’entra il federalismo? Che cosa c’entra l’unità e l’indipendenza europea? Il Patto Atlantico per chi ragiona cosí è basato su questa considerazione: che l’Europa povera e indebolita non è in questo momento in condizione di potersi difendere da sé: bisogna dunque, come l’uomo che non ha da mangiare, scegliersi un padrone per sopravvivere. L’Europa si trova tra due possibili padroni; uno a Oriente e uno a Occidente. E l’Europa (per chi ragiona cosí) dice: di questi due possibili padroni, quello di cui mi fido di piú, quello che mi sento spiritualmente vicino, quello dal quale, appena avrò ripreso forza, potrò piú facilmente sperare la libertà, è il padrone occidentale. Per questo io mi lego al suo carro, pronta a far la guerra ai suoi ordini; aderire al Patto Atlantico non è che mettersi al comando di uno Stato Maggiore americano. Ammetto che questo sia un ragionamento: ma che c’entra in questo l’unità europea? Questo, secondo me, può essere il modo di rinunziare all’unità europea. Se gli Stati Uniti d’Europa come noi li pensiamo, dovrebbero essere un tertium genus fra i due blocchi ostili, avente la forza di difendersi con le proprie armi, tanto verso Oriente quanto verso Occidente, e di impedire ai due blocchi nemici di trasformare l’Europa in un campo per le loro battaglie, evidentemente, se questo è il nostro ideale, non è attraverso il Patto Atlantico che ci si avvicina a questo ideale!
Posso capire anche io, indipendentemente dal federalismo, che il primo problema è quello di esistere, di sopravvivere; ma come federalista il ponte di passaggio fra il Patto Atlantico, che assorbe l’Europa occidentale nell’America, e la Federazione Europea, che vuol dire Europa unita e indipendente dalla Russia e dall’America, non riesco a vederlo .

È passato poco piú di un anno (novembre 1950), e Calamandrei riapre su «Il Ponte» il problema dell’unità politica dell’Europa con un’inchiesta, inviando «ad alcuni tra i piú autorevoli esponenti» del federalismo un questionario.
Siamo a pochi mesi dallo scoppio della guerra in Corea e in piena guerra fredda. L’idea di un’Europa federalista che realizzi una sua politica sembra ormai tramontata.
Anche se «molti federalisti, i quali hanno sempre considerato il federalismo europeo come strumento di pace e di neutralità europea, si trovano perplessi e disorientati sulla funzione e le mete di esso nella presente situazione mondiale» , non per questo è lecito gettare la spugna. Cosí i quesiti che Calamandrei rivolge ai suoi interlocutori tendono implicitamente a riaffermare quei valori che erano già stati esposti nelle Ragioni di un no.
Può la possibile Europa federata essere «indipendente tra America e Russia» oppure, ormai all’interno del Patto Atlantico non sarà altro che «uno dei dispositivi strategici, in funzione antirussa e antiasiatica?». E, di conseguenza, chi pensava alla realizzazione della prima ipotesi, la considera ancora attuabile, anche se non immediatamente, «oppure ritiene che il federalismo europeo si debba dichiaratamente inserire nel programma del riarmo atlantico?». E l’unificazione politica dell’Europa, se avverrà al di fuori e indipendentemente dalla Nato, non comporta la creazione di un esercito europeo? E infine, «si può sperare la unificazione europea sul piano puramente politico, senza un piano comune di radicale rinnovamento delle strutture economiche; ovvero si deve ritenere che l’Europa possa diventare unità solo quando ve la spinga un comune ideale di trasformazione sociale e di lotta contro la miseria, che dia alla unificazione europea un significato socialmente rinnovatore, e non di conservazione di privilegi e di monopoli?».
Le risposte che Calamandrei riceve «e che sono di federalisti e di antifederalisti, o forse meglio di federalisti e di ex-federalisti […], nonostante le grandi divergenze fra i punti di vista rispettivi», permettono di trarre qualche conclusione. Prima di tutto la federazione europea possibile comprenderebbe soltanto alcuni Stati «con esclusione non solo degli Stati satelliti della Russia, ma anche degli Stati iberici, scandinavi e, attualmente, dell’Inghilterra. Si tratta dunque di un’Europa che, con termine inesatto, ma pure efficace, è stata chiamata Europa di Carlo Magno. Tutte le risposte che si occupano dell’argomento sono concordi nel ritenere che anche una tale ristretta federazione sia concepibile soltanto nell’ambito di un sistema militare atlantico. La federazione europea di cui con-cretamente si discute è quindi una federazione europea parziale, non neutrale, e alleata all’America. Ed è anche una federazione non socialista».
Conclusioni molto diverse da quelle che Calamandrei si aspettava, direi, ma non prive di realismo politico. Mala tempora currunt. Ciò nonostante, Calamandrei, secondo un suo modo di pensare che lo ha sorretto per tutto il lungo periodo della dittatura fascista, non si ferma all’accettazione dell’esistente.

Nessuno può dire se e quando si arriverà a un’Europa unita e federata, come nessuno può dire se e quando l’Europa organizzerà la propria economia in senso socialista. Ma essere pessimisti sulle possibilità immediate non vuol dire rinunciare a cercare di realizzarle nei modi in cui oggi sono possibili, soprattutto se non si vede un’altra alternativa di politica europea. Forse il pessimismo di alcune risposte sarà giustificato dagli avvenimenti, ma prima o poi, prima di altre catastrofi o dopo di esse, l’impulso ad allargare i confini della patria non mediante guerra e conquista, ma mediante una libera associazione di popoli, dovrà pure arrivare a costituire l’interesse fondamentale degli europei. Meglio decidersi prima che dopo .

La decisione purtroppo non è mai arrivata.

La Costituzione

Di fronte alla disfatta di tutte le speranze che avevano animato gli anni luminosi e brevi della lotta armata, di fronte a un’economia che ha rifiutato ogni prospettiva di socializzazione, di fronte a un’organizzazione politica che non è riuscita a discostarsi dalle vecchie vie dell’accentramento statalista, di fronte a un’Europa divisa in due blocchi, serva ora del blocco occidentale, ora del blocco orientale, che cosa è rimasto della grande epopea della Resistenza?
Calamandrei non ha dubbi: la Repubblica e la Costituzione.
Certo, non si può sottovalutare il fatto che, dopo le elezioni del 18 aprile 1948,

il regime democristiano non può sentirsi sinceramente ostile al rinascente fascismo, perché il fascismo, coi suoi veleni piú insidiosi, è già penetrato dentro questo regime: il quale non potrebbe liberarsene senza lacerare sé stesso. Non parlo del neofascismo che strepita e minaccia, irrequietezza rumorosa ma superficiale di ignoranza giovanile, nelle Università; parlo del fascismo degli esperti profittatori, del fascismo come metodo professionale e come habitus morale, che è penetrato con molti tentacoli nel partito di maggioranza e nella burocrazia che lo serve, e che ha mescolato, in maniera non piú distinguibile, i credenti, quelli che nel Dio cristiano ci credon sul serio (l’on. Calosso disse una volta alla Camera che anche tra i democristiani una diecina ce n’è) con coloro che oggi son democristiani perché ieri erano fascisti, e che domani, se il comunismo salisse al potere, sarebbero comunisti perché oggi sono democristiani. Questa è la lue nefanda che il fascismo ha lasciato in eredità alla Repubblica italiana, e che oggi circola, in maniera sempre piú inguaribile, nelle vene del partito di maggioranza: questi falsi credenti che non credono a nulla, ma che vanno in processione perché questo serve ai loro sporchi affari; questi bocciati agli esami che vincono i concorsi, in mancanza di una laurea, con un certificato parrocchiale; questi professionisti della corruzione, i quali si accorgono che i metodi di arricchimento che ieri erano tollerati a prezzo di un saluto romano, sono anche oggi rispettati ugualmente a prezzo di una genuflessione .

Questo rinascente fascismo non ha alcun interesse ad attuare una Costituzione che è emanazione diretta della Resistenza. «Per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa» , dirà Calamandrei riandando alle origini della Carta, ma in realtà le forze di destra cercarono con ogni mezzo di contrastare questa rivoluzione che la Costituzione prometteva perché l’attuazione della Carta non era cosa da poco: significava dar di balta a quell’organizzazione statuale su cui la borghesia uscita dalla Seconda guerra mondiale stava costruendo il suo potere.
Questo il paradosso della politica italiana: aver realizzato una Carta costituzionale che il partito di maggioranza – la Democrazia cristiana – intriso di autoritarismo, clericalismo, bigottismo, neofascismo non poteva usare, pena la sua disfatta. «Ne derivò un perdurare immutato delle strutture sociali di una volta, il che lasciava intravedere un avvenire incerto e del tutto privo di quei mutamenti sostanziali che gli uomini della Resistenza, in misura maggiore o minore e con piú o meno ardore, avevano auspicato» .
Ed è questo un paradosso che rimarrà nel tempo, perché è divenuto sempre piú chiaro ai politici che se veramente si dovesse attuare la Costituzione nel suo spirito, si dovrebbe dar corso a un governo che ritiene i diritti sociali fondamentali per la vita associata e si muove di conseguenza.
L’economista Alberto Bertolino, anch’egli liberalsocialista della prima ora, negli anni luminosi e brevi puntava la sua attenzione proprio su questo:

Il mondo è indubbiamente piú cosciente di prima – almeno finché durano i travagli della guerra – del valore della socialità; ci sentiamo, entro l’ambito della patria e fra le nazioni, piú bisognosi di collegamento, di intesa, di comunione.
Socializzazione vuol dire oggi qualcosa di piú ampio e di meno rigido di quel che significasse una volta, quando essa era una bandiera di lotta. Oggi è bandiera di pace: perché significa unione e non separazione d’interessi, cooperazione e non egoistica competizione, partecipazione di tutti alla costruzione e all’uso dell’ambiente comune .

«Almeno finché durano i travagli della guerra», aveva scritto Bertolino, e aveva visto lungo perché a guerra finita lo scenario cambia e la socializzazione, anche se affermata solennemente in una Carta costituzionale, torna a essere la speranza dei diseredati, la rivoluzione promessa.
Calamandrei, alternando momenti di ottimismo a momenti di cupo pessimismo, percepisce questo dramma e ricorda che «abbiamo avuto per venti anni, sotto il regime fascista, l’esperimento di un ordinamento giuridico a doppio fondo, nel quale, dietro lo scenario venerando dello statuto albertino, un regime di assolutismo dittatoriale faceva tranquillamente i suoi affari. Non vorremmo che anche la Repubblica diventasse un apparato di illusionismo costituzionale dello stesso stampo» . Illusionismo costituzionale, che è poi il tradimento degli ideali piú profondi della Resistenza:

La rinuncia alla guerra, il diritto al lavoro, il diritto ad una esistenza libera e dignitosa: i deputati della Costituente votarono quegli articoli credendo di esserne gli artefici; in realtà dietro di loro, a dar loro l’ispirazione, c’erano i caduti, c’era la Resistenza.
Chi tradisce quegli impegni, tradisce la Resistenza. E il tradimento non è tanto nelle vociferazioni disgustose ma innocue, di chi ritenta per le strade il gesto del saluto romano, il pericolo è in questa “resistenza alla Resistenza”, sordamente ma sistematicamente organizzata, che inquina subdolamente tutti i gangli piú importanti della vita nazionale, dalle banche alle università, dalla stampa alla burocrazia, ove, per sbarrare il cammino al rinnovamento sociale che la Costituzione promette, si ricostituiscono protezioni ed omertà e si ristabiliscono vecchie consorterie d’affari tra ex camerati, che si riconoscono strizzando l’occhio e che tranquillamente ricostituiscono, agli ordini degli ex gerarchi, le lucrose complicità.
“Repubblica fondata sul lavoro” questo vollero i morti della Resistenza; ma questo è anche scritto a chiare lettere nella Costituzione. Non è piú vaga speranza, non è piú generosa utopia; è legge dello Stato che dev’essere a tutti i costi obbedita .

Non legge dello Stato condivisa da tutti, ma legge dello Stato che dev’essere a tutti i costi obbedita. Già quel dover essere sottintende una difficoltà che è poi rafforzata dall’espressione “obbedire a tutti i costi”. Il grande ottimismo di Calamandrei cominciava a incrinarsi di fronte a una realtà che sostituiva ai grandi ideali della Resistenza una quotidianità gretta e reazionaria, indice di un’incapacità a ripensare, e quindi trasformare, l’esistente.
E un anno dopo – nel giugno 1951 – tornava sull’argomento con una denuncia ancora piú circostanziata.

Nella Costituzione teorica è scritta a chiare lettere la condanna dell’ordinamento sociale in cui viviamo, e la promessa di trasformarlo dalle fondamenta: frasi impegnative come il “diritto al lavoro”, la “pari dignità sociale” di una persona, il diritto di chi lavora a una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, sembrerebbero lo squillo di una rivoluzione legalitaria già in marcia. […] A distanza di tre anni, niente ha fatto il governo per assolvere questo suo impegno di lealtà repubblicana. Nei primi tempi si poté credere che la lentezza fosse un inevitabile effetto della difficoltà tecnica dei problemi; ma oggi, a distanza di tre anni, e dopo aver attentamente considerato gli espedienti messi in opera per protrarre questo indugio, sarebbe ingenuo credere che tutto questo non sia voluto. Oggi è lecito precisar serenamente questa denuncia: il governo non vuole che la Costituzione sia compiuta; non vuole che entrino in funzione gli strumenti per farla rispettare, perché sa che lo costringerebbero a rispettarla.
È stato detto che la vera costituzione è la maggioranza: se la maggioranza non vuol rispettare la costituzione, vuol dire che la costituzione non c’è piú. Ma proprio per non sentir ripetere questo discorso, che era di moda sotto il fascismo, la Costituzione aveva predisposto al disopra della maggioranza organi indipendenti di garanzia costituzionale, destinati a proteggere la costituzione contro la stessa maggioranza. […] Non saranno certo i governanti d’oggi che, dopo aver esperimentato com’è facile e comodo governare contro la Costituzione quando a difenderla non c’è la Corte costituzionale e l’autonomia della Magistratura, vorranno creare colle loro stesse mani i freni alla propria strapotenza!
È inutile proclamare sui libri che la Costituzione è rigida, quando mancano le garanzie che la salvino praticamente dalle deformazioni: a lungo andare, se non si reagisce, le deformazioni diventano a lor volta fonte di diritto costituzionale. Le costituzioni vivono fino a che le alimenta dal didentro la forza politica: se in qualche parte ristagna questa circolazione vitale, gli istituti costituzionali rimangono formule inerti, come avviene nei tessuti del cuore umano, dove, se il sangue cessa di affluire, si produce quella mortale inerzia che i patologi chiamano infarto .

È la prima volta che compare nel discorso calamandreiano una distinzione tra costituzione teorica e costituzione reale, indice di uno scollamento tra la volontà dei costituenti e l’azione dei governi in carica. I diritti sociali che qui Calamandrei elenca (il diritto al lavoro, la pari dignità sociale, il diritto a un’equa retribuzione) sono la novità che caratterizza questa Costituzione e sono la linfa vitale, la forza politica, di questa democrazia che i costituenti hanno proposto quale risultante della lotta contro il vecchio liberalismo monarchico e contro la dittatura fascista. Una democrazia mediata e indiretta, procedurale e garantista, che è nuova proprio in quanto intende porre un argine anche, e soprattutto, allo strapotere della maggioranza. Il rifiuto del fascismo è tutto qui e Calamandrei lo dice a chiare note: la Costituzione non dipende dalla volontà della maggioranza, ma anzi indica addirittura al governo un programma irrinunciabile di trasformazione sociale. Lo volle ribadire Calamandrei nel suo ultimo articolo, uscito postumo su «Il Ponte» nell’ottobre 1956.

Indubbiamente la nostra è una Repubblica parlamentare, in cui il capo del governo è distinto dal capo dello Stato, e non può governare senza la fiducia del Parlamento. Ma forse ancora i cittadini italiani, ed i partiti, non hanno valutato a pieno che cosa voglia dire, e quali essenziali novità abbia introdotto nei vecchi schemi del sistema parlamentare l’avere una Costituzione, come dicono i costituzionalisti, rigida e programmatica. Rigidezza della Costituzione (cioè immutabilità di essa con leggi ordinarie) vuol dire che è venuta meno la onnipotenza del Parlamento nel legiferare: il Parlamento (a meno che si aduni in Costituente) non è piú libero di fare le leggi che crede. […] Il Parlamento può tutto meno che fare leggi in contrasto colla Costituzione. […]
Ma altre caratteristiche tipiche derivano dal fatto che la nostra Costituzione è programmatica, cioè contenente un vero e proprio programma di trasformazione sociale della società, i cui capisaldi sono quelli del diritto al lavoro, della effettiva partecipazione dei lavoratori al governo, del diritto al salario. Questo programma è un proposito di riforme: il governo deve seguire l’indirizzo politico che porta a queste riforme. Vi è dunque una doppia serie di vincoli: non può fare contro la Costituzione; deve fare secondo la Costituzione: deve legiferare e governare. […]
Questa è la nostra Costituzione: la quale non è la traduzione in lingua repubblicana dello Statuto albertino, dove il re regna ma non governa. Il re era un potere diverso: ma il presidente della repubblica emana dal popolo: e quindi è lui il rappresentante di questo potere del popolo di ricordare agli altri organi l’impegno preso dal popolo nella Costituzione.
In questo congegno vi è una garanzia giuridica di continuità di direttive politiche che non vi è in altre costituzioni: un governo che volesse sottrarsi al programma di riforme sociali andrebbe contro la Costituzione, che è garanzia non solo che non si tornerà indietro, ma si andrà avanti. Chi si vuol fermare è contrario alla Costituzione.
Questo può dispiacere a qualcuno che vorrebbe restar fermo. Ma questa è la Costituzione: hoc iure utimur. Questo è il programma su cui i partiti democratici possono trovarsi d’accordo: questo è lo spirito secondo il quale la speranza che animò i caduti della Resistenza si è tradotta in dovere politico .

Dovere politico: ancora una volta una proiezione verso un futuro migliore, dopo che il patto che fu stipulato il 2 giugno 1946, all’atto dell’insediamento della Costituente, si è sciolto nelle acque salate del capitalismo che tutto corrode. Dovere politico che solo il socialismo può compiere: questo il messaggio che «Il Ponte» di Calamandrei lancia agli italiani e agli europei di buona volontà.

MARCELLO ROSSI




L’austerità è di destra e sta distruggendo l’Europa – Intervista a Marco Passarella

l-austerita-e-di-destra1“L’austerità è di destra e sta distruggendo l’Europa” (Il Saggiatore, 152 pagine, 13 euro) di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella è un libro che ha diversi pregi, il primo dei quali è forse la chiarezza con cui vengono spiegati i fenomeni che hanno portato alla crisi e smontate le tesi liberiste correnti, delineando al tempo stesso una via alternativa, basata da un lato su meccanismi di riequilibrio automatici e dall’altra sul ritorno dello Stato al ruolo di indirizzo dell’economia, attraverso la pianificazione (si parla segnatamente delle proposte del Premio Nobel Leontief).

Il secondo pregio che abbiamo riscontrato nel libro consiste nel fatto che gli autori – senza cadere mai nella polemica “spicciola” e fine a se stessa – non lasciano spazio alla nebulosità e al non-detto, che spesso contraddistinguono il dibattito pubblico su temi economici e, soprattutto, politici. Una critica precisa e puntuale all’austerità (socialmente di destra) non esime e anzi implica la corrispettiva critica alla sinistra politica, la quale ha assunto l’obiettivo dei tagli, del pareggio di bilancio, del “risanamento” come sua stella polare durante l’ultimo ventennio (e, per certi versi, anche prima). Allo stesso modo per gli autori si deve sottoporre a critica il “liberoscambismo di sinistra”, quel tabù antiprotezionista che ha imprigionato i progressisti, incapaci di governare la globalizzazione (obiettivo che a parole perseguivano) proprio perché convinti dell’ineluttabilità dei suoi meccanismi e dei suoi esiti, tanto da paragonarla ad un fenomeno naturale.

Ne parliamo con uno degli autori, Marco Passarella, ricercatore presso l’Università di Leeds, Gran Bretagna.

 

Iniziamo con una domanda provocatoria partendo dal titolo del volume: “L’austerità è di destra”. E allora? Ammettendo che sia così, l’importante non è che funzioni?

Beh, è lo stesso titolo del pamphlet ad assumere un sapore provocatorio se solo si considera che proprio il centrosinistra (in Italia, ma non solo) è stato, negli ultimi decenni, il principale sponsor ed artefice del “rigore” dei conti pubblici. In effetti, “destra” va qui inteso come sinonimo di “classista”: l’austerità rappresenta, infatti, la “via bassa” alla soluzione degli squilibri strutturali esterni che caratterizzano i paesi-membri dell’Eurozona. Una via che passa per l’inferno della disoccupazione diffusa, della precarizzazione delle condizioni di lavoro di milioni di salariati, della deflazione salariale competitiva e della centralizzazione dei capitali europei a guida tedesca. Naturalmente, le sue possibilità di “successo” dipenderanno in modo decisivo da un vincolo di sostenibilità politica e sociale, non meno che dal contesto macroeconomico internazionale. Ma è bene aver chiaro in mente che, in tale evenienza, l’Italia e le periferie europee conoscerebbero un processo di mezzogiornificazione simile a quello che investì il meridione italiano nei decenni successivi all’unificazione. Al più, alcune tra le imprese presenti nelle aree ad alta concentrazione industriale, come le regioni del Nord Italia, potrebbero aspirare a ricoprire il ruolo di subfornitori a basso costo della manifattura tedesca e dei suoi satelliti. In ogni caso, si tratta di una prospettiva tutt’altro che auspicabile.

In questi giorni lo spread torna a mordere. Monti ha dato per due volte la colpa alla Spagna e per due volte si è dovuto scusare con il premier iberico. Alcuni hanno tentato di sostenere, non si sa su quali basi, che lo spread saliva a causa delle tensioni sull’articolo 18. A ben vedere però tutti gli indici macroeconomici dell’Italia continuano a peggiorare. L’austerità è solo apparentemente irrazionale e controproducente o c’è un preciso disegno?

Come Emiliano Brancaccio ed io argomentiamo nel libro, è il crescente indebitamento estero dei paesi periferici, e non il presunto lassismo fiscale dei loro governi, né la presunta rigidità della loro legislazione sul lavoro, ad alimentare gli spread. Non si deve, tuttavia, cadere nell’errore di pensare che le politiche di austerità siano l’esito di un capriccio politico, di premesse teoriche irrazionali o, peggio, di un “complotto”. Tali politiche si basano, al contrario, sul convincimento, tutt’altro che infondato e ideologico, sebbene pubblicamente inconfessabile, che la crisi e le politiche di austerità svolgano una funzione disciplinante nei confronti della forza-lavoro. Che, insomma, sia possibile ridare fiato all’export mediante un’ulteriore compressione del potere contrattuale dei lavoratori, e quindi un taglio del costo del lavoro per unità di prodotto. Dietro l’apparente irrazionalità dell’austerity si celano, dunque, uno specifico retroterra teorico (quello che nel testo riconduciamo al “paradigma della scarsità”), una precisa filosofia sociale (quella “individualista”) e un’idea ben definita di modello di sviluppo economico (al traino dalle esportazioni nette).

Molti lettori di sinistra probabilmente saranno irritati dalla critica all’austerità berlingueriana. Pur con tutti i distinguo del caso, tuttavia, è difficilmente contestabile che allora il Pci commise un errore in cui trascinò anche la Cgil. Oggi la storia si ripete in modo persino grottesco. Nei convegni e nei libri si criticano le “idee fallite” ma poi si votano manovre e riforme che sono chiaramente figlie di quelle idee. Basti pensare al pareggio di bilancio in Costituzione. Come è possibile che, pur rendendosi conto degli errori teorici alla base del liberismo, la sinistra non sia capace di dire dei no e proporre una sua alternativa? E’ il timore per il vincolo esterno? Manca nella testa dei dirigenti una elaborazione teorica alternativa?

Credo che il punto sia che i principali partiti della sinistra italiana (ed europea) hanno rinunciato da tempo alla messa in discussione dei rapporti di produzione capitalistici. In assenza di un progetto alternativo di società, la posizione assunta dal governo Monti appare l’unica via d’uscita possibile, “realistica”, dalla crisi di competitività in cui versa la nostra economia. Va da sé che si tratta di un errore che non soltanto i lavoratori, ma le stesse imprese italiane, rischiano di pagare a caro prezzo.

Riassumendo, il campo della teoria economica si può dividere in due grandi filoni. Chi come Marx e Keynes non crede nella possibilità che il capitalismo sia sempre in grado di “aggiustarsi” da solo e chi al contrario pensa che il problema è semmai l’eccesso di presenza pubblica nell’economia, l’azione dei sindacati, i monopoli e gli oligopoli, tutti fattori che distorcono i mercati. Un contributo notevole alla seconda idea è venuto da quelli che pure si definiscono “New Keynesian”. Tuttavia oggi molti di loro, diciamo l’ala progressista del mainstream, da Krugman a Stiglitz passando per Roubini e Fitoussi, sembrano aver riscoperto un pensiero più critico. Persino alcune ricerche del Fondo monetario internazionale di Blanchard mettono in evidenza che l’austerità ha effetti negativi non solo nel breve ma anche nel lungo periodo. Ma nessuno di loro ha avuto il coraggio di uscire dal mainstream, di dire “ci siamo sbagliati”, di gettare alle ortiche i libri di testo di Macroeconomia che avevano scritto.

L’autocritica, sia pure implicita e parziale, di economisti del calibro di Stiglitz e Fitoussi è un segnale importante di risveglio dal torpore ideologico degli anni Novanta, e non va sottovalutato. Certo, non è un elemento sufficiente ad aprire un dibattito vero, all’interno della comunità accademica internazionale, circa i limiti evidenti del paradigma della scarsità, e circa la necessità di garantire la sopravvivenza di una pluralità di approcci teorici in competizione tra di loro. Non credo, peraltro, che sia necessario “gettare alle ortiche” i vecchi manuali per avviare un confronto serrato su questi temi. Per fare un esempio, da alcuni giorni è disponibile in libreria “L’Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia“. In quel volume Emiliano Brancaccio mostra come sia possibile avanzare una comparazione tra approcci teorici differenti proprio a partire dal modello-base del pensiero macroeconomico dominante (quello contenuto nel celebre testo di Olivier Blanchard, appunto). L’idea di fondo è quella di far vedere agli studenti che gli esiti teorici, e dunque le prescrizioni di politica economica, a cui pervengono gli economisti mainstream, discendono da ipotesi teoriche ben definite circa la natura delle variabili incluse nel modello. Aggiustamenti anche minimi di tali ipotesi consentono, peraltro, di rovesciarne le implicazioni logiche, riportandole in linea con quelle (assai più “robuste” sul piano dell’analisi empirica) raggiunte dal pensiero economico critico.

Diversi capi di governo, tra cui Monti (ma non Merkel e Sarkozy), hanno inviato una lettera alla Commissione Europea chiedendo misure per la “crescita”. Leggendola sembra che il focus sia molto orientato verso l’apertura del mercato interno e accordi di libero scambio con l’Asia. Ma non è proprio l’eccessiva libertà dei capitali una delle origini della crisi?

Sì, è così. Nel caso di paesi quali l’Irlanda e la Spagna, proprio l’afflusso massiccio prima, e il deflusso altrettanto imponente poi, di capitali esteri può, anzi, essere considerato il principale fattore di crisi. Quanto ai rapporti di scambio con i paesi asiatici, non mi farei troppe illusioni: tali economie sono destinate a svolgere ancora a lungo il ruolo di esportatrici nette di manufatti verso il resto del mondo. L’eventuale afflusso di capitali verso i paesi dell’Eurozona sarebbe, dunque, l’esito dei surplus commerciali realizzati dai paesi asiatici ai danni degli stati-membri dell’unione e “riciclati” in attività denominate in Euro. Tuttavia, proprio l’esperienza di Irlanda e Spagna dovrebbe aver insegnato che una crescita sbilanciata, “drogata” dagli investimenti esteri e caratterizzata da squilibri crescenti nella bilancia dei pagamenti, finisce alla lunga per rivelarsi unboomerang. No, quello che ci vuole non è un ulteriore allentamento dei vincoli alla circolazione dei capitali. Al contrario, è di un “motore interno” dello sviluppo economico e sociale, nonché di un vero e proprio sistema di “repressione dei mercati finanziari”, che le classi lavoratrici europee (e lo stesso sistema produttivo dell’Eurozona) hanno bisogno.

Lo squilibrio delle bilance commerciali, con la Germania che esporta e la “mezzogiornificazione” dei paesi periferici sono tra i problemi all’origine del perdurare della crisi in Europa che indicate nel vostro libro. In molti sostengono che l’unica soluzione sia “più Europa”, anche tra coloro che invocano maggiore intervento pubblico in funzione anticiclica. Eppure il bilancio UE è una miseria: solo l’1% del PIL dell’Unione e tendenzialmente in calo. Se ne esce con “più Europa”?

Dipende da come quello slogan viene declinato. Se “più Europa” significa un ripensamento radicale dei principi ispiratori dell’unione monetaria, che assegni alle autorità pubbliche (statuali e sovrastatuali) il ruolo di indirizzo e di intervento diretto su volume e composizione della produzione, di garanzia del pieno impiego della forza-lavoro, di segmentazione dei mercati finanziari, e di adozione di meccanismi che garantiscano, ad un tempo, un incremento della quota dei redditi da lavoro e l’aggiustamento degli squilibri esteri, allora si tratta di uno slogan condivisibile. Se, invece, si intende, come pare più probabile, una ristrutturazione del sistema produttivo europeo ad uso e consumo del capitale tedesco, allora meglio un’uscita pilotata dall’Euro, coordinata con gli altri paesi periferici (e con la Francia) e accompagnata da una revisione degli stessi accordi di libera circolazione dei capitali e delle merci.

La pianificazione economica è un concetto che rivalutate esplicitamente nel libro. Ma quale forma dovrebbe prendere? Se ad esempio guardiamo ai paesi emergenti i modelli di intervento pubblico sono piuttosto differenti, si va da un vastissimo “capitalismo di stato” in Cina alla “socializzazione dell’investimento” tramite una banca di investimenti pubblica in Brasile. E’ in mezzo a questi casi di successo che dovremmo pescare buone idee? Abbiamo anche da riguardare in modo critico un abbandono frettoloso dell’economia mista da parte delle socialdemocrazie europee?

Discutere oggi di “pianificazione economica” significa, anzitutto, riaprire il dibattito circa la necessità di garantire un controllo democratico su “cosa, quanto e come produrre”. Il fine è di porre un freno ai disastri sociali, economici ed ambientali prodotti dalla logica del capitale. Naturalmente, sarebbe non soltanto ingenuo, ma del tutto velleitario ed inconcludente, discettare di “piano” in termini meramente ideali ed astratti. È, infatti, evidente che le forme “concrete” della pianificazione debbano essere declinate sulla base della complessa articolazione delle economie e delle società europee, della loro collocazione specifica nell’ambito della catena internazionale del valore, e dei relativi rapporti di classe. Il punto di partenza della nostra riflessione è, comunque, la convinzione che il ruolo del settore pubblico non possa essere ridotto a quello di “ancella” del capitale finanziario ed industriale. Piuttosto, è necessario ridimensionare pesantemente il ruolo dei mercati finanziari mediante l’introduzione generalizzata di strumenti di controllo sui movimenti di capitale. È questa, infatti, la precondizione per l’attribuzione al settore pubblico del ruolo di creatore “di prima istanza” di occupazione. L’obiettivo è quello di indirizzare la produzione verso quelle basic commodities che maggiormente incidono sul progresso materiale e civile della società, e la cui produzione non può essere lasciata alla logica del profitto privato. È questa, e non l’illusione dei “beni comuni”, la vera sfida politica con la quale i movimenti e le organizzazioni della sinistra europea dovranno misurarsi nel prossimo decennio.

(da keynesblog.com, 23 aprile 2012)

Il libro (è possibile scaricare l’introduzione e il primo capitolo)

Sito web di Emiliano Brancaccio

Sito web di Marco Passarella




Enzo Enriques Agnoletti: l’utopia in compiuta del socialismo – numero speciale de Il Ponte, gennaio-febbraio 2014

agnoletti




Ancora No-Global

WTO-Stop-the-WTO-protestDopo lo sventato MAI, Multilateral Agreement on Investment, ecco il TTIP, Trattato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti, un accordo per il libero scambio tra UE e USA che mira a abbattere gli ultimi residui spazi di sovranità popolare e la tutela dei diritti sociali e del lavoro.
Se il MAI fu una delle maggiori cause scatenanti la protesta di Seattle del 1999 e dello sviluppo del movimento No-global a livello planetario, il tentativo di rilanciare la stessa operazione politico-economica (un’ulteriore accentuazione di un’economia basata solo sull’export) senza coinvolgere nessuna istituzione rappresentativa americana e europea, ma solo il Commissario UE al Commercio e il rappresentante per il Commercio della Presidenza USA meriterebbe un diffuso allarme e una mobilitazione di massa.
I principi fondamentali del TTIP sono in evidente connessione col paper della JP Morgan del maggio 2013 che invitava i paesi UE a liberarsi dai vincoli delle costituzioni antifasciste e democratico-sociali per lasciare libero spazio al liberoscambismo che purtroppo tante fortune ha raccolto, anche a sinistra, negli ultimi venti anni in Europa. Ancora una volta alle spalle dei parlamenti degli stati membri, oltre che di quello dell’UE, si impone un’ulteriore compressione della tutela dei diritti e un peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini proprio quando servirebbero politiche economiche di segno opposto: le politiche di deregulation e di negazione delle prerogative pubbliche si sono già dimostrate fallimentari.
Un saggio di Alessandra Algostino affronta le tematiche giuridiche e costituzionali connesse, i rischi che corre la democrazia ad ogni livello e descrive gli strumenti di ricatto – i “tribunali speciali per la sicurezza degli investitori” – messi in mano alle oligarchie del grande capitale transnazionale contro le ormai esangui istituzioni democratiche statuali.

Transatlantic Trade and Investment Partnership: quando l’impero colpisce ancora?
di Alessandra Algostino

Sommario. 1. Introduzione; 2. Questioni procedurali e democrazia; 3. La deregolamentazione; 4. I “tribunali speciali per la sicurezza degli investitori”; 5. Commercio transatlantico e diritti; 6. Osservazioni conclusive: l’impero colpisce ancora?

il saggio su:
http://www.costituzionalismo.it/articoli/469/




La crisi del neoliberismo e della governabilità coatta

neoliberismodi Gianni Ferrara

L’autore riflette sulle connessioni tra la dimensione economico-sociale e
quella politico-istituzionale della crisi del neoliberismo. L’attuale
congiuntura storica è definita come quella dei “fallimenti interdipendenti”
tra le promesse di sviluppo non mantenute dal liberalismo, quelle fatte
proprie dal sistema istituzionale dell’Unione europea e quelle perseguite
negli Stati attraverso la ricerca coatta della governabilità. La
governabilità, come politica istituzionale volta a rimuovere ogni domanda
politica e sociale non compatibile con il liberismo, in particolare, ha
svuotato la rappresentanza politica e ha prodotto una mutazione funzionale dei partiti. In questo quadro si inserisce la formazione del governo attualmente in carica.

 

La crisi che stiamo vivendo è totale. Coinvolge ogni aspetto della convivenza umana. È crisi politica, economica, sociale, istituzionale, morale. Viene da lontano. Da quando iniziò la controrivoluzione capitalistica. Quella che reagì alla fondazione e alle realizzazioni dello stato sociale costruito in Occidente nei trenta “anni d’oro” della “rivoluzione sociale” e della”rivoluzione culturale” come li chiamò Hobsbawm. Reagì per liquidarne le conquiste, rovesciarne i principi, disperdere i soggetti storico-politici che lo avevano progettato e che lo sostenevano. Ha compattato la sua azione dissolutrice sostituendo alle politiche keynesiane il neoliberismo, all’etica della solidarietà e dell’eguaglianza quella dell’individualismo proprietario, della concorrenza distruttiva e della competizione omicida, al pluralismo ideale e politico l’assolutismo del pensiero unico, alla rappresentanza politica inclusiva quella selettiva delle sole domande compatibili con l’economia del turbo-capitalismo, alla primazia dei Parlamenti la mistica della governabilità.

Da questo coacervo esplosivo emerge la spinta della crisi economica che ha creato più di venti milioni di disoccupati in Europa e in Italia un’area di 8 milioni e 750 mila persone in stato di difficoltà nel lavoro e di disagio sociale tra disoccupati, scoraggiati, cassintegrati, precari e part-time involontari (dei quali più del il 36 per cento giovani).[1] Crisi che non accenna ad attenuarsi né può perché la religione neoliberista, avendola provocata, continua ad ispirare con l’austerity la politica economica dell’Unione europea per esserne il fondamento. Per di più ha trovato nel rapporto tra società e stato il cratere sul quale versare tutti i suoi deflagranti effetti di dissoluzione del tessuto sociale e morale, con fame, suicidi, violenze, malattie infettive, calo precipitoso delle condizioni di salute dei Paesi su cui l’austerity si scatena con forsennato vigore.

Tra essi infatti si distingue, per evidenza, quello che incrina proprio la ragione che ha preteso di legittimare lo stato come concentrazione, fonte e ricaduta del potere sulla pluralità dei suoi destinatari, sugli uomini e sulle donne che integrano la cosiddetta “società civile”. Il fondamento della pretesa è noto. Fu l’assunzione del compito di garante della sicurezza dei sottoposti da cui derivò la titolarità del monopolio della forza legittima da usare solo a difesa della loro vita e dei loro beni all’interno e dall’esterno dei confini. Dopo secoli di deviazioni, torsioni, regressioni, negazioni, quella sicurezza si era incrementata, arricchita, mirava a consolidarsi. La si qualificava aggettivandola come “sociale”.

È l’affievolirsi progressivo di questa qualificazione che ha determinato la crisi politica che investe le istituzioni dello stato e lo stato stesso. Investe le istituzioni per essere state considerate – e fondatamente – come responsabili dello svuotamento della socialità dello stato e lo stato per aver abdicato alla missione che gli era stata assegnata. C’è una strumentazione duplice nell’età contemporanea che determina l’interazione tra stato-apparato e pluralità umana cui si riferisce. La strumentazione è la rappresentanza che funge da canale insostituibile del flusso di legittimazione che congiunge la base umana e la sovrastruttura istituzionale statale. Tale strumentazione, percoccasionalehé ignara di bisogni, progetti ed ideali delle masse umane che formano un popolo, si rivelerebbe vuota di contenuto, resterebbe muta di fronte all’apparato istituzionale, se a formulare le domande di soddisfare bisogni, di favorire progetti, rispettare le speranze non fossero soggetti plurimi. Tali perché plurima è l’entità legittimante e, ad un tempo, diversificata per posizione economica e sociale, per cultura, propensione, progetti di vita. Plurima infatti è, quanto a contenuti, ogni domanda che abbia senso politico non immediato e non .

La pluralità dei contenuti non può essere d’altronde sconnessa ma neanche indifferente a fronte di un qualche criterio ordinatore, coordinatore ed anche selettivo che dia un senso complessivo alla domanda per procurarle una forza condizionante se non addirittura vincolante e comunque idonea a farla valere ed accogliere. È del tutto evidente che riferirsi ad un criterio ordinatore e finalizzato a realizzarsi è lo stesso che richiamarsi ad un principio che non può che essere politico. Sto evocando il partito politico? Sì. Ma definendolo innanzitutto ed essenzialmente come strumento di espressione di domande che emergono dalla società, che alla società possono tornare, previa trasformazione in diritti, in garanzie, in beni disponibili ed appropriabili dalle masse di coloro che quelle domande hanno formulato reclamandone l’accoglimento e che perciò si sono organizzate appunto in partiti politici.

Ho voluto in tal modo significare la necessità dell’inerenza dei partiti alle domande sociali, ai bisogni umani, ai progetti di trasformazione sociale. O anche di difesa degli assetti esistenti. Ma comunque alla loro strumentalità rispetto alle istanze della base umana della convivenza. Inerenza, strumentalità che devono porsi come invarianti e come costanti della dinamica politica per affermarne e riprodurne il senso. Che verrebbe disperso e poi negato se la pluralità dei partiti si configurasse come simmetrica riproduzione degli apparati statali. Autoreferenziali come quelli rispetto ai quali devono invece porsi come espressivi di interessi altri. Altri appunto rispetto a quelli delle istituzioni statali, la cui referenza è data dagli interessi pubblici già legalmente canonizzati (dicastero per dicastero) laddove gli interessi che le domande sociali mirano a soddisfare non sono ancora legalizzati o lo sono ma in modo insufficiente o distorto nella percezione della base da cui partono le domande sociali.

Sono davvero partiti politici quelli esistenti in Italia? Sono qualificabili come estrattori, selettori e portatori di domande sociali coordinate in programmi credibili, non mediati con tutti i contenuti immaginabili e sfocati? Sono stati e sono collegabili a una qualche storia non rinnegata o non confessabile, o non indebitamente appropriata? Sono identificabili in qualche progetto almeno dignitoso di società e di stato, in qualche ideale non fumoso e non pasticciato, si basano su un qualche embrione di democrazia interna non degradata a riti acclamatori occasionali? La risposta è ovviamente scontata. D’altra parte, con l’eccezione del PD, hanno rifiutato anche il nome di partito le formazioni elettorali che si sono presentate agli elettori 24 e 25 febbraio scorso. Una scelta onomastica che potrebbe apparire onesta – perché autentici partiti non sono – se non fosse dovuta alla voglia di presentarsi con una qualche logora maschera dell’antipolitica proprio nel compiere l’atto politico per eccellenza, quella dell’elezione alle Camere del Parlamento[2].

A degradare i partiti in quel che son diventati è stata certamente l’adesione e la conversione alla funzione servente della cosiddetta “governabilità”. Sia perché per una elite (non più di “rivoluzionari professionali”, né di credenti impegnatisi nel sociale per obbedienza al loro sentimento religioso, né di borghesi per difendere con i diritti di libertà, che avevano conquistato per tutti, quello di proprietà da garantire alla propria classe) governare è più attraente che rappresentare. Sia perché la connessione diretta elezione-governo riduce a due sole le cadenze del rapporto fondante della democrazia moderna che è, come è più che noto, quello che procede dall’elezione per conseguire la rappresentanza da cui promana il governo se divisa in maggioranza e minoranze. L’elezione diretta del governo elude la rappresentanza, la comprime, la dissolve nell’investitura del governo sostanzialmente immunizzandolo dalla responsabilità politica, che evapora nello spazio e nel tempo. Nello spazio, per l’enormità che lo allontana dal corpo elettorale. Nel tempo, per la distanza che separa una elezione politica da quella successiva. Un esercizio efficace degli strumenti predisposti per far valere la responsabilità politica da parte del Parlamento è d’altronde frustrato dalla disciplina di partito che collega strettamente maggioranza e governo. Soprattutto nei sistemi bipartitici o, peggio, bipolari. Quelli che, con effetti disastrosi per la credibilità della rappresentanza, mediante sistemi elettorali ad altissima distorsione vengono raccomandati o addirittura imposti per garantire la “governabilità” [3]. Di questo termine “governabilità” non è mai superfluo ricordare l’origine. Fu la Commissione Trilaterale[4] a farne lo slogan di una politica, di una ideologia, di una lotta. Di una politica istituzionale mirante al taglio preventivo di ogni domanda incompatibile o non coincidente con le risposte che poteva dare il mercato capitalistico. Una ideologia servente ed esaltante il liberismo come principio pervasivo del sistema economico e di quello sociale. Una lotta spietata alle conquiste dello stato sociale.

Ma è necessario rivelare in che cosa sostanzialmente si sia poi tradotta la “governabilità”, in che cosa sia consistita e consista. Si può dire, con sufficiente sicurezza, che si sia trattato e si tratti di una tecnica coattiva funzionale all’esecuzione di imposizioni derivanti da esigenze altre rispetto a quelle proprie dei sottoposti e per obiettivi non scelti da soggetti, istituzioni, organi che li deliberano. Esigenze ed obiettivi che hanno coinvolto gli stati ponendosi al di sopra di essi ma assumendone la forza prescrittiva. Volere, proporre, mirare a realizzare la “governabilità” equivale a volere, proporre e realizzare una doppia espropriazione. Una a carico dei governi, l’altra a carico dei popoli. La governabilità è trasformazione degli esecutivi mediante la sostituzione del termine del rapporto del quale eseguire il volere. Al posto del Parlamento si colloca il sistema economico, quello capitalistico della finanza globale. Per rendere possibile tale sostituzione è stato però necessario incidere sui fondamenti del sistema statuale, aggredendo la rappresentanza politica. Svuotandola e per svuotarla sono stati operati due altri interventi. Uno sui partiti politici sostituendone il genoma. Erano nati – lo si diceva – come strumenti della rappresentanza, li si converte rendendoli funzionali alla governabilità. La cui condizione ottimale è data dalla riduzione del sistema dei partiti a due soli, assimilati nel convergere al centro e assicurare l’alternanza di omologhi. È perciò che da portatori delle domande della società sono poi diventati agenzie personali o di consorterie. Non poteva mancare l’intervento definitivo di mutazione genetica dello stato democratico. Ha riguardato l’atto politico che identifica la forma di stato prima ancora che la forma di governo. Inerisce alla declinante deriva della democrazia e ne prepara l’estinzione. Ormai, nel senso comune e per gli effetti derivanti da mistificanti sistemi elettorali, con le elezioni politiche generali non si eleggono più i parlamenti ma i governi. Che, appunto perché eletti con sistemi ad effetti maggioritari dispongono di un potere legale che li immunizza dalla responsabilità politica nei confronti della rappresentanza parlamentare. Responsabilità dei governi che, peraltro, si dissolve nella collegialità sovranazionale europea dei Consigli (quello dei capi di stato e di governo e quello dei ministri) e della Commissione responsabile sì ma … nei confronti dei Trattati, quindi dell’astratto principio posto alla sua base, quello neoliberista dell’economia di mercato aperta ed in libera concorrenza.

 

Eleggere governi significa, dunque, eleggere esecutori di dettami normativi sovrastatali, significa sottrarre ai popoli quel potere che fu denominato sovrano provando a rovesciarne la titolarità e l’esercizio dall’alto dov’era verso il basso. Ma che da venti anni viene sospinto verso l’alto restaurandone la collocazione spaziale che gli riservavano gli stati assoluti. Solo che ad una dinastia regnante viene sostituito un modo di produzione dispiegato secondo la più spietata delle sue realizzazioni. L’ordinamento dell’Unione europea è emblematico di questa corrispondenza tra strutturazione economica della società e sovrastruttura istituzionale. L’enorme deficit di democrazia che lo caratterizza è stato riconosciuto anche da una delle Corti costituzionali dell’Europa, ilBundesverfassungsgericht, che giudicando sulla legge di ratifica del Trattato di Lisbona, nel giugno 2009
non esitava a dichiarare che l’ordinamento europeo non ha né basi né struttura democratiche. Era ed è infatti costruito per restaurare nella sua pienezza l’economia capitalistica non mediata, non controllata, non soggetta ai limiti derivanti dalla democrazia, per costruire il monumento del neoliberismo istituzionalizzato. Che, d’altronde, solo nella dimensione sovranazionale può essere affrontato, disarmato ed almeno regolato.

Il fallimento del principio e della realizzazione di quest’ultima versione del capitalismo non ha trovato un soggetto storico-politico che ne denunzi il catastrofico fallimento e ne proponga il superamento o, almeno, la transizione verso un nuovo modello di sviluppo economico sociale e politico. L’avversario storico del capitalismo è stato disperso dalla globalizzazione e dal tragico fallimento del socialismo reale. I partiti eredi di quelli che organizzarono e rappresentarono il movimento operaio immedesimandosene hanno accettato il neoliberismo e di fronte al fallimento di quest’ultima configurazione del capitalismo brancolano nella ricerca di mezzi e forme che ne attenuino almeno gli effetti disastrosi. Non traggono però tutte le conseguenze della loro sciagurata acquiescenza al trionfo del loro antagonista.

È in tale congiuntura storica che si è votato in Italia il 24 ed il 25 febbraio scorso per il rinnovo delle Camere del Parlamento. Alle cifre della disoccupazione indicate all’inizio bisogna aggiungere l’incremento del precariato, l’inarrestabile riduzione dei redditi da lavoro, le migliaia di aziende chiuse, la contrazione crescente di consumi, la scandalosa riduzione delle risorse destinate alla scuola e alla ricerca, la fuga dei ricercatori, la caduta del nostro Paese all’ultimo posto del tenore di vita degli Stati d’Europa, il suicidio per disperazione di operai e di imprenditori. Questa congiuntura può essere quindi definita come quella dei fallimenti interdipendenti. Del neoliberismo che prometteva progresso economico e sociale, sviluppo sostenibile, coesione sociale e del sistema istituzionale sul quale si è basata l’Unione europea. Della governabilità come conseguenza dello svuotamento della rappresentanza e della connessa mutazione genetica e funzionale dei partiti politici, che in Italia ha raggiunto la forma esasperata ma certamente indicativa di una regressione che coinvolge tutti i Paesi dell’Occidente capitalistico.

Le catastrofiche conseguenze economiche e sociali abbattutesi sull’Italia con tali fallimenti non potevano non riflettersi sui risultati elettorali. Il successo del M5S angoscia ed allarma per la esasperata personalizzazione del potere che lo aggrega, per gli obiettivi totalizzanti che va gridando il suo leader e per la contraddizione endemica degli interessi che affastella e vorrebbe rappresentare, anche se tra le proposte che avanza non sono poche quelle condivisibili. Va detto però, oltre ogni ragionevole dubbio, che quello del M5S è un successo dovuto alla abdicazione da parte del Pd della rappresentanza delle masse colpite dall’austerity, riconosciuta come errore dal FMI (dopo averla prescritta per decenni) e imposta spietatamente dall’Europa dei mercati, contro la quale austerità tale partito non si è battuto, perdendo il consenso di tre milioni e mezzo di voti. Così come, dalla parte opposta, il Pdl, che propugna il premierato assoluto fino alla monocrazia, ha perduto quattro milioni di voti per aver dimostrato chiara e assoluta incapacità di governare e per essersi dimostrato inequivocabilmente solo azienda privata di gestione politica degli interessi privati del suo leader.

La conclusione non pare dubbia. È duplice. La catastrofica crisi economica è sicuramente l’effetto dell’economia autoregolata del neoliberismo. L’ingovernabilità del Parlamento del bipolarismo fallito e della rappresentanza mistificata è il prodotto della “governabilità” coatta. Ai “trent’anni gloriosi” che nel secolo scorso derivarono dalla vittoria dell’antifascismo e dell’anti nazismo nella guerra rivoluzionaria, sono seguiti i quaranta di piombo della controrivoluzione del capitalismo neoliberista. Constatarlo non basta, certo. Ma è doveroso.

Così come è doveroso denunziare le torsioni che sono state perpetrate dal febbraio all’aprile di quest’anno in Italia sulla forma di governo e non tutte ascrivibili alla liquefazione della forma di stato con l’attrazione della sovranità popolare, a mezzo dell’abdicazione degli stati, nella dimensione sovranazionale dell’Eu, per disperderla assoggettandola al dominio del mercato neoliberista.

Il pur pessimo sistema elettorale vigente una maggioranza parlamentare la aveva pur determinata ed era addirittura assoluta alla Camera dei deputati. Solo da questo risultato, da questa situazione di fatto, peraltro inequivocabile, poteva e doveva scaturire l’esercizio, da parte del Presidente della Repubblica, del potere di affidare l’incarico di formare il governo. Incarico che fu infatti affidato, ma alla condizione di “dimostrare in modo certo di avere i numeri per la fiducia”. Un condizione “quasi impossibile[5].

Per essere stata posta ed in tali termini, questa condizione pone problemi. Non pochi. Non certo quelli dell’estensione, nel sistema parlamentare, dei poteri del Presidente della Repubblica in ragione esattamente corrispondente alla contrazione di quelli di uno degli altri due organi o di tutti e due, istituzionalizzata o contingente che sia tale flessione. Si tratterrebbe di una variante fisiologica del funzionamento del sistema. Si sa o, invece di andare cianciando dell’avvento subitaneo del presidenzialismo autentico (o aggravato ma camuffato come dimezzato), si dovrebbe sapere da parte dei fautori dell’autoritarismo istituzionale, che la nostra come ogni Costituzione lascia tra norma e norma rilevanti ed inevitabili spazi bianchi. A coprirli provvedono le normative di attuazione mediante leggi, regolamenti, consuetudini. A tali normative si aggiungono le convenzioni, che intercorrono tra gli organi supremi impegnandoli reciprocamente in quanto riflettono i rapporti di forza istituzionale che tra essi si stabiliscono e si riconoscono. È in uno di tali spazi bianchi che si aggruma un plus-potere a densità variabile e a titolarità indefinita e perciò disponibile per l’organo che viene a trovarsi, volta a volta, nella situazione di maggiore forza istituzionale. Tale forza, allocandosi in uno dei tre organi che compongono la configurazione essenziale della forma parlamentare di governo, integra la convenzione[6]. Conferisce infatti l’attribuzione specifica di quel plus-potere specifico di usare l’ampiezza dei margini che la condizione concreta può, ad esempio, conferire al propulsore della dinamica del sistema, quale è il Presidente della Repubblica. O in altre circostanze conferisce al Parlamento tale plus-potere se una maggioranza, già definita a seguito dell’elezione, è in grado di esprimere il candidato all’incarico o, addirittura, alla nomina di Presidente del consiglio.

Ed è da convenzioni costituzionali che derivano d’altronde sia le consultazioni sia l’incarico di formare il governo. A determinarne la necessità fu il sistema politico a struttura multipartitica. Se tale struttura per contrazione, mutilazione o mutazione genetica cambiasse diventando strettamente bipartitica non solo si realizzerebbe il sogno degli idolatri di tale modello di sistema politico, ma scomparirebbero le consultazioni e scomparirebbe l’incarico, per sopraggiunta e contestuale inutilità. Pur in presenza di un sistema multipartitico, ma dispostosi in coalizioni contrapposte, a seguito dei risultati avutesi con le elezioni del 2006 e 2008, le consultazioni che in quelle due occasioni precedettero il conferimento dell’incarico di formare il governo furono di mero stile. Così come apparve ed era come del tutto scontato il conferimento dell’incarico di formare il governo al leader della coalizione che aveva ottenuto la maggioranza dei seggi. Pur se, a seguito delle elezioni del 2006, la coalizione che disponeva della maggioranza assoluta alla Camera disponeva al Senato della sola maggioranza relativa. Ad integrarla, quando occorreva, erano infatti i voti dei senatori a vita e di diritto.

Le elezioni del 24-25 febbraio scorso hanno prodotto un risultato esattamente identico a quello del 2006 quanto a composizione dei due rami del Parlamento, quanto a coalizione risultata maggioritaria assoluta alla Camera. Ma al leader della coalizione vincente nei due rami del Parlamento non è stato conferito l’incarico che fu offerto al leader della coalizione vincente nel 2006. A situazione uguale un trattamento diseguale: il massimo di contorsione di un principio giuspolitico cardine della civiltà contemporanea. Una contraddizione anche di immediata evidenza. Non basta. La richiesta al leader della coalizione vincente di “mostrare di avere i numeri certi” per ottenere la fiducia comportava la dimostrazione anticipata di un comportamento altrui e, per di più, prima ancora che maturassero le condizioni e prima di offrire le motivazioni che avrebbero potuto permettere e quindi consentire, determinare un tale comportamento di forze politiche in Parlamento.

Nel porre la condizione, la richiesta fuoriusciva dalle competenze del Presidente della Repubblica per eccesso nell’esercizio. Perché comportava l’effetto sostanziale di precostituire, rispetto al Parlamento e rispetto allo stesso Presidente del consiglio incaricato, il programma, cioè la premessa e la prefigurazione dell’indirizzo politico del governo, se non anche la composizione del Consiglio dei ministri. Invadeva l’ambito delle competenze dell’uno e dell’altro.

Lo stanno a dimostrare due atti del Presidente. Uno è quello dell’istituzione il 30 marzo di “due gruppi di lavoro” col compito di accertare le convergenze che si erano raggiunte tra le forze politiche pur contrapposte, e duramente, da decenni e nel corso della recentissima campagna elettorale in ordine alle riforme istituzionali ed alle misure da adottare per fronteggiare la crisi economica. Si era trattato di una iniziativa presidenziale assolutamente innovativa del procedimento di formazione del governo. Ma significativamente preconizzante la formula del governo che poteva essere costituita ed anche il programma. Lo si desumeva dalla notorietà dei componenti dei due gruppi di lavoro la cui “tecnicità” ben si sposava con le diverse aree di cultura politica cui apparteneva ciascuno di essi, aree che non a caso coincidevano con tre delle quattro forze politiche risultanti dal responso elettorale, esclusa quella che per la prima volta conquistava la sua presenza nelle aule del Parlamento, il M5S. Più che intuibile risultava così la scelta del Presidente sulla formula di governo per la quale operava, quella delle cosiddette “ampie intese” cioè dell’infausto connubio tra un partito che ha sbandierato la legalità come suo valore fondante e quello che ha come leader un imputato abituale.

L’altro atto sicuramente estensivo delle competenze presidenziali è contenuto nel messaggio che il Presidente Napolitano rivolse alle Camere in seduta comune con i rappresentanti delle Regioni dopo aver prestato il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Un messaggio quanto mai duro nel denunziare la “lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità” [7] delle forze politiche come premessa per pronunziarsi con tono chiaramente prescrittivo “sull’insieme degli obiettivi in materia di riforme istituzionali e di proposte per l’avvio di un nuovo sviluppo economico più equo e sostenibile”. Obiettivi che “anche per ovvie ragioni di misura” del messaggio rinviò “ai documenti dei due gruppi di lavoro … istituiti il 30 marzo” esaltandone la “serietà e concretezza” ed anche i fondamenti sulle “elaborazioni sistematiche non solo delle istituzioni in cui operano i componenti dei due gruppi ma anche di altre istituzioni e associazioni qualificate” [8].

Pari rilevanza ed eguale problematicità mostrano le successive considerazioni del Presidente Napolitano nella parte conclusiva del messaggio. Attengono alla delicata concezione delle funzioni presidenziali relative alla formazione del governo. Come a voler attrarre nella esatta configurazione della forma di governo che la nostra Costituzionale ha dettato sia la predisposizione dei contenuti del programma governativo come quello disegnato dai documenti dei due gruppi di lavoro che aveva istituito il 30 marzo, sia l’imperiosa affermazione appena operata della necessità politica di realizzare gli obiettivi indicati da tali documenti, il Presidente afferma che non spetta a lui “dare mandati per la formazione del Governo che siano vincolati a qualsiasi prescrizione, se non quella voluta dall’articolo 94 della Costituzione, un Governo che abbia la maggioranza in ambedue le Camere”.[9]

Tesi ineccepibile. Se non se ne traessero alcune conseguenze francamente eccessive, e qui l’eccesso è esattamente nell’incremento di quel plus-potere che perviene dalla condizione specifica in cui si può trovare uno dei tre organi del sistema parlamentare di governo e che a seguito delle elezioni del 24-25 febbraio è stato acquisito dal Presidente della Repubblica. Potere che, com’è evidente, non gli sarebbe minimamente toccato se la coalizione dotata della maggioranza assoluta alla Camera avesse conseguito un corrispondente risultato anche al Senato. Prescindendo dalla coincidenza con l’elezione del Presidente della Repubblica, nell’ipotesi testé configurata, non ci sarebbe stata né l’istituzione dei gruppi di lavoro e, con ogni probabilità, neanche un messaggio presidenziale sulle riforme così imperioso e sopratutto condizionante il programma e l’indirizzo di governo. Stante la acquisizione di un plus-potere a favore del Presidente della Repubblica prodotta dalla mancanza della maggioranza assoluta al Senato per la coalizione che la ha invece ottenuta alla Camera, la questione che ne deriva è quella della misura di questo plus-potere presidenziale. Poteva e, in via generale può mai, tale plus-potere che la forma parlamentare di governo produce in determinate evenienze a favore di uno dei tre organi cha la compongono, correttamente sottrarre ad uno degli altri due o ad ambedue il contenuto essenziale del potere che a loro deriva dalla presenza nella stessa composizione di tale forma? A negare detta possibilità è la stessa configurazione del quesito che non può avere diversa risposta se lo si specifica. Se cioè lo si riferisce alla possibilità che ad una maggioranza parlamentare, che il voto popolare aveva resa assoluta alla Camera e relativa al Senato, si possa precludere il potere di esprimere un Governo e di chiedere ai due rami del Parlamento di pronunziarsi su di una mozione di fiducia a tale Governo motivata dal programma enunciato e dall’indirizzo che si impegna a realizzare[10]. Quel che stupisce è che tale potere di proporsi come maggioranza di governo o comunque come forza parlamentare decidente la formula del governo da costituire non sia stato esercitato. Il che, d’altronde, conferma la recessione del partito politico quanto a dignità politica ed a ruolo, come si notava all’inizio di queste riflessioni. C’è da domandarsi: tale acquiescenza può costituire precedente e vincolare la prassi futura dando origine ad una deminutio del potere parlamentare a vantaggio della sfera dei poteri presidenziali?

Non è detto. Un effetto costitutivo di incremento stabile del potere presidenziale non dovrebbe essersi prodotto. Innanzitutto perché se si dovesse replicare la vicenda che si esamina ben potrebbe una maggioranza zoppa in una delle due Camere rifiutarsi di accedere alla soluzione della crisi risoltasi con la formazione del governo delle “larghe intese”o ad altra soluzione non conforme al suo programma elettorale o addirittura alla sua identità politica. Ma soprattutto perché potrebbe essere constatata la fallacia della concezione del potere presidenziale di nomina del Presidente del Consiglio e dei Ministri fondata sulla idolatria della governabilità e del maggioritario che da trent’anni stanno sconvolgendo la Costituzione della Repubblica e travolgendo la democrazia italiana. È il sistema elettorale maggioritario infatti che, se poggia sul bipartitismo o produce gli effetti del bipartitismo, determina mediante i risultati elettorali immediata costituzione della maggioranza e del governo. Sistema clamorosamente fallito in Italia come dimostrano proprio le elezioni del 24-25 febbraio ma che, non ostante il fallimento, continua ad esercitare tale disastrosa influenza da determinare effetti perversi sulla tenuta della forma parlamentare di governo.

Si rende però necessario soffermarsi ancora sul significato istituzionale della vicenda che ci occupa. Che si sia concretata una delle figure di eccesso di potere ed esattamente quella di straripamento (détournement direbbero i giuspubblicisti francesi che la scoprirono come vizio dei provvedimenti amministrativi) appare sicuro. Così come va detto, a scanso di equivoci, che non si tratta di potere amministrativo esercitato con atti amministrativi, come tali giustiziabili, ma di potere politico tradottosi in atti politici e come tali non giustiziabili. Ma sottoposti allo scrutinio della dottrina costituzionalista ed al controllo diffuso dell’opinione pubblica, sì. Compiere tale scrutinio comporta la rilevazione in questi atti dello straripamento del potere. Sia per sottrazione al Parlamento della valutazione, del giudizio, della decisione di altre eventuali e non del tutto improbabili soluzioni della crisi rispetto a quella “delle larghe intese” attraendo nelle competenze presidenziali tale esclusiva valutazione. Sia per svuotamento del ruolo delle dichiarazioni programmatiche e della determinazione dell’indirizzo politico in Parlamento come presupposti e ragioni della fiducia, fondamento prioritario della forma di governo, perché programma e indirizzo risultano dal messaggio presidenziale predeterminati congiuntamente alla formula di governo. Sottrazione di potere parlamentare nella scelta della formula di governo, svuotamento del rapporto di fiducia tra Governo e Parlamento “regola essenziale”[11]della forma di governo e condizionante qualsiasi formula che la concretizzi.

Il Presidente Napolitano annunziando la composizione del Governo Letta ha tenuto a ribadire che trattasi di governo parlamentare. Lo è. Ma in una traduzione distorta della forma parlamentare di governo. Distorta dalla dominanza dell’ideologia del “pensiero unico” che ha la governabilità come postulato e il maggioritario come corollario. Dominanza che produrrebbe effetti catastrofici sulla democrazia italiana se dovesse attuarsi il programma annunciato dal Presidente del Consiglio Letta di sfigurare la forma di governo offrendola alla furia autoritaria del berlusconismo istituzionale.

P. S. La traduzione in russo del termine “maggioritario” è: bolscevico. Potremmo chiamare bolscevismo il sistema propugnato, realizzato ed idealizzato in Italia. Un bolscevismo senza rivoluzione. Il culmine della contraddizione.

 

 

[1] Cfr. www. CGIL it Ires 20.05. 2013. I dati sono confermati dal Rapporto annualedell’Istat pubblicato il 22 05 2013.

[2] Sulla trasformazione dei partiti la letteratura è ormai vasta. Tra i molti A. cfr. O. Massari, La parabola dei partiti in Italia: da costruttori a problema della democrazia, inDemocrazia e diritto, 3-4 2009, 23 e ss. e soprattutto A. Mastropaolo, Dei partiti, in Id.La democrazia è una causa persa? Torino, 2011, 185 ess.

[3] Cfr. M. Crozier, S. P. Huntington, e J. Watanuki, The Crisis of Democracy. Report on the Governability of Democracies to the Trilateral Commission, New York, 1975

[4] Ogni informazione utile all’indirizzo web http://www.trilateral.org/ .

[5] La definisce così Lorenza Carlassare, Capo dello stato: potere di nomina(art. 92) e modalità di elezione (art. 83) a Costituzione invariata, www. Rivista dell’AIC, 2/2013.

[6] Su tema resta fondamentale nella dottrina costituzionalista italiana G. U. Rescigno, Le convenzioni costituzionali, Padova, 1972.

[7] Cfr. Camera dei Deputati – Senato della Repubblica, XVII Legislatura, Resoconto stenografico 2. Seduta Comune di Lunedì 22 aprile Giuramento e messaggio del Presidente della Repubblica, p. 2

[8] Ibidem, p. 3.

[9] Ibidem, p.5.

[10] È l’equilibrio tra gli organi che compongono il governo parlamentare che infatti definisce il modello come risulta da una delle classiche trattazioni, quella di G. Burdeau, Le régime parlamentaire dans les Constitutions européennes d’Aprés Guerre, tr. it, Milano, 1950, 117 e ss.,

[11] È l’espressione usata nella esauriente voce sul lemma da M. Luciani, v. Governo (forme di) in Enc. Dir. Annali III, p. 569

(da costituzionalismo.it, 29 maggio 2013)




A proposito di Europa (Se non si vede l’inganno)

euro-cappio

La Cee nasce come un qualcosa che assomiglia a un Ente di alta amministrazione, senza alcun legame con il federalismo, ne’, dunque, con la dimensione politica e statuale tipica della suddetta forma di organizzazione politico-statuale.

Con l’Atto unico dell”85-’86 e soprattutto con Maastricht (’91-’92) e Amsterdam (’96), sino a Lisbona (2007), passando per la tiepidissima e liberalissima Carta di Nizza (2000), si dota quello stesso impianto ademocratico e astatuale delle origini di molti maggiori poteri su moneta, politiche economiche ecc., svuotando progressivamente le prerogative sovrane e la democrazia dei vari stati membri, che tra i tanti effetti perversi non possono più autofinaziarsi.

Il cancro ideologico di cui ci si serve per smembrare dal di dentro dei singoli ordinamenti giuridici e costituzionali, è il “principio fondamentale” della concorrenza e connesso divieto di aiuti di stato.
Dopo l’89 il patto intergovernativo tra Mitterand e Kohl, che diverrà il metodo di governance prevalente dell’Unione, con tutto ció che ha comportato sul piano geopolitico europeo, ha cristallizzato un UE a trazione germanica che negli anni duemila è divenuta il referente europeo, sicuro, del capitalismo oligopolistico transnazionale atlantico sotto i nostri occhi.
Dunque, la UE è per natura e funzione niente di diverso dalle altre organizzazioni internazionali dell’ordine capitalistico mondiale: G-8, World Bank, IMF, WTO, Nato-Otan, e Usa.
Il suo ruolo di strumento Usa, spesso da utile idiota, negli Scenari di crisi (Georgia 2008, Libia 2011, Siria 2012-2014, Ucraina 2014) è di palmare evidenza!
Niente a che vedere, né normativamente, né, tantomeno, sotto il profilo culturale e politico, con il federalismo europeo, nelle sue varie accezioni, propugnato dall’inizio del Novecento da un’esigua quanto valorosa schiera di intellettuali del socialismo europeo quali Otto Bauer, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Piero Calamandrei, Il resto è pericolosa ideologia da combattere.

Hyperpolis




Territorio zero

Territorio zero è un libro/manifesto scritto da me e Livio de Santoli (e pubblicato dalla Minimum Fax), che davanti alla crisi irreversibile della civiltà del petrolio, indica una via  di uscita di una nuova idea di società in cui l’entropia fisica e sociale (inquinamento, cambiamento climatico, devastazione del territorio, crisi economica, disoccupazione disgregazione sociale) viene progressivamente ridotta a zero.

L’attuale crisi strutturale della seconda rivoluzione industriale (l’era del petrolio) travolge non solo l’infrastruttura energetica mondiale ma anche la logistica della grande distribuzione commerciale,  la sovranità alimentare, le dinamiche di funzionamento dei mercati finanziari internazionali, e la nostra stessa idea di società.

Entra in crisi un modello economico che ha governato il mondo per gli ultimi 200 anni, fondato sull’idea, rivelatasi tragicamente sbagliata, che le fonti fossili fossero inesauribili e le risorse materiali infinite.

In questo contesto è necessario interrogarsi sulla esistenza di modelli alternativi validi e rapidamente applicabili in modo uniforme sia nel mondo occidentale che nei paesi in via di sviluppo. Secondo il Manifesto Territorio Zero,  la risposta esiste e sta nell’adozione di modelli economici ed energetici che rispettino le leggi della termodinamica solare e la capacità delle risorse naturali di rigenerarsi.  Questi modelli sono ad alta intensità di lavoro e generano “neo crescita” (= PIL distribuito anziché concentrato in grandi ricchezze). E soprattutto rimettono in gioco l’economia locale di filiera corta, i comuni le PMI i cittadini.

Tre grandi pensatori del nostro tempo hanno delineato questa nuova visione olistica ciascuno nel proprio campo, Jeremy Rifkin per una energia a emissioni zero e un mondo post carbon, Carlo Petrini per una agricoltura a chilometro zero e il ritorno alla sovranità alimentare del territorio, Paul Connett per un modello di consumi a rifiuti zero senza discariche e inceneritori. Territorio Zero porta a sinergia queste tre grandi visioni in un programma politico amministrativo direttamente realizzabile sul territorio da amministrazioni virtuose. Ciascuno di loro arricchisce Territorio Zero con un suo contributo monografico che so aggiunge al manifesto.

Altri saggi monografici sono stati offerti fra gli altri, dall’economista Alessandro Politi inventore del concetto di “neocrescita”(= crescita distribuita alimentata da fonti energetiche solari), del blogger e scrittore “Sergio Di Cori Modigliani”, italo argentino e membro per la commissione Kirchner di revisione del debito in Argentina, che si interroga sulla filosofia esistenziale della prospettiva-Territorio Zero, e Eric Toussaint, professore belga fondatore della CADTM (Commissione per l’annullamento del Debito del Terzo Mondo) e membro delle Commissione del Presidente Correa per la revisione del debito dell’Ecuador, e teorico del concetto di “debito immorale”.  (per maggiori dettagli su questa operazione si veda questo video dal minuto 42:00 al minuto 54:49

Il Manifesto Territorio Zero si può consultare on line alla pagina

www.territoriozero.org

 

Angelo Consoli

 

Allegato:

Profilo degli autori.

Angelo Consoli, nato a Brindisi nel 1957, vive a Bruxelles dal 1985, e per gli ultimi 10 anni ha diretto l’ufficio Europeo di Jeremy Rifkin a Bruxelles, dirigendo la campagna che ha portato all’approvazione della strategia energetica europea meglio conosciuta come il “pacchetto clima energia 20 20 20” approvata durante il semestre di presidenza tedesca dell’Unione Europea. Ha collaborato alla redazione dell’Ultimo libro di Jeremy Rifkin (la Terza Rivoluzione Industriale) ed è il Presidente fondatore del CETRI-TIRES (www.cetri-tires.org), il Circolo Europeo per la Terza Rivoluzione Industriale, organismo per la promozione della visione di Jeremy Rifkin in Europa. E’ stato consigliere in questioni energetiche di molti leader europei fra i quali Merkel, Zapatero, Papandreu, Barroso, Prodi, Socrates. Dal 2010 insegna Energia e produzioni sistemiche al Master “FOOD CULTURE AND COMMUNICATIONS: Human Ecology and Sustainability” all’Università di scienze gastronomiche dello Slow Food a Pollenzo. Ha elaborato le linee guida per l’energia di Terra Madre.  Ha collaborato alla elaborazione delle strategie del Patto dei Sindaci nel cui ambito ha anche collaborato con varie amministrazioni locali per la definizione di piani energetici sostenibili, fra cui la Regione Siciliana e il Comune di Roma Capitale, nel cui contesto ha incontrato Livio de Santoli.

Livio de Santoli, nato a Roma nel 1955, è professore ordinario di impianti e fisica tecnica presso l’Università La Sapienza di Roma dove è stato anche Preside della Facoltà di Architettura a Valle Giulia. E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche fra cui “Le Comunità dell’Energia” . Fautore del modello energetico distribuito (contrapposto a quello centralizzato delle fonti energetiche convenzionali), ha realizzato in quanto “Energy Manager” de La Sapienza il sistema delle isole energetiche in rete con le smart grids degli edifici del Campus Universitario e il cogeneratore per le piscine del Centro Sportivo di Tor di Quinto, dove ha anche realizzato il primo distributore di idrogeno da fonti rinnovabili della Capitale. E’ Direttore del centro di ricerca interdipartimentale CITERA, che integra restauro e energia, un concetto messo in pratica con la realizzazione dell’impianto fotovoltaico sulla sala Nervi in Vaticano (l’impianto fotovoltaico “più fotografato del mondo”). E’ stato delegato del Comune di Roma per l’energia dove ha realizzato il piano energetico in collaborazione con Angelo Consoli.

 

Allegati Video Angelo Consoli

Angelo Consoli a Ballarò martedì 19 marzo 2013:

 

 

Intervista a Angelo Consoli a Roma Zero Emission:

 

 

Servizio Giornalistico su Rifiuti Zero a Valle Giulia:

 


 

Allegati video  Livio de Santoli

 

 

 

 


 

 

Brevi cenni sugli  ispiratori del Manifesto TERRITORIO ZERO, Jeremy Rifkin, Carlo Petrini e Paul Connett.

 

Jeremy Rifkin

Jeremy Rifkin nasce alla vita pubblica come attivista per i diritti umani e dirige il primo tribunale “Russell” americano per la denuncia dei crimini di guerra americani nel villaggio di Mi Lay in Viet-Nam. In occasione del bicentenario della rivoluzione americana, organizza una manifestazione con un milione di persone contro le sette sorelle petrolifere, accusate di rovinare il mondo con la loro ingordigia.

Negli anni successivi studia alla scuola del grande economista Americano di origine rumena Nicolau Georgescu Rogen, che gli trasmette la consapevolezza che non solo la fisica ma anche l’economia è governata dalle leggi della termodinamica, che sta alla base di quello che è considerato la pietra miliare della letteratura prodotta da  Jeremy Rifkin:  il libro ENTROPIA, che è diventato il manifesto del movimento ecologista a cui si sono ispirati i primi partiti verdi della storia, e il primo di una lunga serie di libri  che hanno creato movimenti globali

Ogni libro ha infatti rappresentato il cuore ideologico di un movimento.

Entropia fu la bibbia dei primi ecologisti negli anni settanta, Ecocidio il manifesto di vegetariani e animalisti, La fine del Lavoro è la suggestione di ripensare il lavoro umano in funzione dell’uomo e non della macchina, Il secolo Biotech la guida contro le manipolazioni genetiche, l’Era dell’Accessoil faro della new economy dell’era di internet basata sul concetto di uso dei beni e non di proprietà, L’economia all’Idrogeno la referenza per una green economy distribuita e anti-speculativa, La civiltà dell’Empatia, così come anche Il Sogno Europeo, la speranza di una generazione post nazionalistica nell’occidente post bellico.

Ma è soprattutto con La Terza Rivoluzione Industriale che Jeremy mette a fuoco la nuova società che supera le ingiustizie del’ultraliberismo e porta a sintesi 40 anni di pensiero eco-umanista, ricominciando dalla scuola e dalla formazione per rimettere l’uomo al centro di un mondo diverso da quello di oggi, dove l’uomo ha dimenticato la sua umanità, totemizzato il denaro e finanziarizzato l’economia, distruggendo nel frattempo l’ambiente che lo ospita, forse in maniera irreparabile.

Jeremy Rifkin incontra Angelo Consoli a Bruxelles nel 2001 in occasione della campagna contro il brevetto dei geni e della vita scaturita dal suo libro “Il Secolo Biotech”. Dal 2003 Angelo Consoli diventa Direttore del suo ufficio europeo, a Bruxelles, una collaborazione che Rifkin descrive nel libro “la Terza Rivoluzione Industriale”, con queste parole:

Allo scopo di promuovere la visione di una società post carbon e a emissioni zero, più democratica e interattiva viene fondato nel  2009 il CETRI-TIRES, Circolo Europeo per la Terza Rivoluzione Industriale di cui Angelo Consoli è Presidente.

La visione del CETRI di una società integrata nella biosfera e capace di preservare il pianeta per generazioni future, è il fondamento principale per il manifesto/libro Territorio Zero.

 

Carlo Petrini

Carlo Petrini nasce come gastronomo a Brà in provincia di Cuneo. Dalle prime “abboffate” nel ristorante ormai entrato nella leggenda “Boccon di Vino”, il “gastronomo” diventa rapidamente “gastrosofo” e nasce  la consapevolezza che per tutelare la qualità eccezionale dell’enogastronomia italiana è necessario preservare la biosfera e la biodiversità. Nasce così il movimento “Slow Food”,  che rapidamente diventa  un punto di riferimento mondiale, grazie anche al “Salone del Gusto” di Torino, dove si afferma anche il movimento globale di contadini “Terra Madre”. Nel 2009 Terra Madre abbraccia la filosofia della Terza Rivoluzione Industriale e Angelo Consoli diventa docente del Master Internazionale dell’Università di Scienze gastronomiche  di Pollenzo fondata da Carlo Petrini. Nel 2010 viene elaborata sotto la direzione di Angelo Consoli il documento di linee guida energetiche per lo Slow Food/Terra Madre che lo stesso Angelo Consoli presenterà a Terra Madre 2010 a Torino nel plenum del movimento davanti a 10.000 contadini da tutto il pianeta, in un panel con Carlo Petrini, Vandana Shiva, Edgar Morin e Serge Latouche.  Carlo Petrini ridefinisce la Terza Rivoluzione Industriale come la rivoluzione economica in cui fotosintesi e la termodinamica solare sono entrambe alla base della produzione agricola e della produzione energetica.  Dall’idea di un ritorno alla filiera corta (e dunque al chilometro zero) in agricoltura scaturisce la sovranità alimentare del territorio. E dalla sovranità alimentare alla sovranità energetica il passo è breve.  Per questo Carlo Petrini ha collaborato all’elaborazione del Manifesto Territorio Zero, come parte integrante di una strategia che mira a rimettere l’attività dell’uomo al centro dell’economia, superando logiche speculative e finanziaristiche sulle derrate alimentari così come sui prodotti industriali.

 

Paul Connett

Professore emerito di chimica ambientale al’Università di New York e tossicologo di fama mondiale,  Paul Connett è l’ispiratore della strategia “Rifiuti Zero” che mira a sopprimere totalmente il concetto di rifiuto sostituendolo con quello di “Risorsa a Fine Ciclo”. Secondo la visione di Paul Connett la stessa idea di rifiuto non esiste in natura dove i cicli energetici e produttivi sono circolari per cui la materia passa da un ciclo all’altro senza diventare mai “rifiuto”.  Questa idea è scaturita dalla seconda rivoluzione industriale in cui i processi industriali e commerciali abbandonano i cicli naturali “circolari” e diventano  “cicli lineari”, cioè con alla fine la produzione di uno scarto, appunto il rifiuto.Per abbandonare questa logica dissipativa, Paul Connett propone una strategia in 10 fasi basata su quelle che lui chiama la Gerarchia delle 5 “R”, ovverossia un prodotto a fine ciclo per entrare in un nuovo ciclo va

Riutilizzato. Se rotto ma riparabile deve essere :

Riparato, Una volta riparato va

Ricommercializzato se non può essere ricommercializzato va

Riciclato. Se  non può essere né riutilizzato né riciclato non deve essere prodotto e  va

Riprogettato

Questa strategia in dieci fasi prescinde dai grandi impianti, inceneritori e discariche, (che sono tipici dei cicli produttivi “lineari”) e si basa sull’insediamento sul territorio di “banche del rifiuto”, centri di riparazione meccanica, elettronica, sartoriale ect), sistemi di distribuzione commerciale sfusa o con imballaggi riutilizzabili e così via, tutte operazioni ad altissima intensità occupazionale e quindi in grado di garantire sviluppo economico. Essa è stata codificata nel libro RIFIUTI ZERO – Una Rivoluzione In Corso, scritto da Paul Connett con la studiosa siciliana Patrizia lo Sciuto, che fa parte del comitato scientifico del CETRI-TIRES. Paul Connett ha collaborato con Angelo Consoli e Livio de Santoli per l’integrazione nel piano energetico di Roma Capitale di una strategia “Rifiuti Zero”. Da questa collaborazione è scaturito il suo contributo a Territorio Zero. NelNovembre 2013 alla Sapienza a Roma, Paul Connett, Angelo Consoli e Livio de Santoli hanno presentato il marchio “Second Life”, disponibile gratutitamente per tutte le banche del riuso e i negozi dell’usato, come segno di riconoscimento e di appartanenza alla comunità “rifiuti zero” per i compratori di prodotti usati o riciclati.

 




Oltre il neoliberismo. Teorie e pratiche per ripensare la democrazia. A partire dalla Costituzione

 

Oltre il neoliberismo. Teorie e pratiche per ripensare la democrazia. A partire dalla Costituzione

Contributo al seminario di Roma, Oltre il neoliberismo, 11 dicembre 2013.

La Costituzione italiana del 1948 fu il prodotto di un processo costituente reso necessario dal tradimento delle classi dirigenti che avevano abbandonato la guida del paese e svenduto la sua sovranità a interessi e paesi stranieri. Fu anche il tentativo di rimettere in piedi un progetto condiviso tra forze politiche, sociali, culturali e religiose diverse ma concordanti su alcuni punti centrali di pace, di giustizia sociale, di valorizzazione delle risorse nazionali e di rilancio di un contributo autonomo dell’Italia alla realizzazione di questi obiettivi in e con la solidarietà di altri paesi. Il progetto europeo fu il prodotto di queste scelte e di questo clima politico, e non certo d’illuminati europei delle cancellerie degli Stati o di intellettuali impegnati nella elaborazione delle teorie sulla pace universale. L’Europa di Ernesto Rossi e di Altiero Spinelli nacque dal bisogno di contrappore all’idea nazista della Grande Europa l’idea internazionalista di un’Europa di pace e solidarietà.

La rottura del patto costituzionale, già incrinato dalle imposizioni della Guerra Fredda, si realizza dagli anni Novanta con la scelta di parti importanti delle élite politiche di svendere la sovranità politica del paese e le ricchezze nazionali per inserirsi nel gioco dei nuovi centri internazionali del potere militare, economico e finanziario. I passaggi principali di questo trasfigurazione del patto costituzionale sono noti e documentati. L’ex ministro delle finanze Giuseppe Guarino ne ha dato un resoconto puntuale nel suo scritto “Un saggio di verità” nel quale data al 1999 il “colpo di Stato” attuato dai poteri europei contro gli Stati nazionali espropriandoli della loro sovranità economica. L’euro è parte integrante di questa operazione resa possibile dal trasformismo (Mauro Fotia, Il consociativismo infinito, 2011) di parte delle élite nazionali dei paesi europei, e dell’adesione corporativa a questo piano da parte di sindacati, sinistra europea, organi separati del potere (istituzioni, magistratura, ecc.) interessati a negoziare la propria adesione alla nuova struttura del potere con la conservazione dei propri privilegi (Giulio Sapelli, Chi comanda in Italia, 2013).

Sono gli anni in cui si organizza scientificamente la conquista del potere da parte della borghesia globale, mettendo fuori gioco le istituzioni democratiche esistenti mediante la loro delegittimazione sistematica, fino allo stravolgimento del sistema politico italiano attuato su direttiva della Troika e dei nuovi poteri finanziari nel 2011 (Governo Monti e seguenti). Questo piano si realizza con la copertura del polverone mediatico che utilizza le sue armi di confusione di massa per dividere le opposizioni e le voci critiche su falsi obiettivi: pro o contro l’Europa, pro o contro l’euro, pro o contro la Costituzione, pro o contro la democrazia, pro o contro la corruzione. Su queste false divisioni si realizza l’unità delle nuove élite europee che assorbono le élite politiche nazionali dentro il nuovo meccanismo del potere trasversale ai partiti e ai poteri economici. Mentre l’attenzione si concentra sui “faccendieri”, sui “furbetti” sul “bunga bunga”, le p4 o p5 la Troika consolida il proprio potere sparando nel mucchio e rimuovendo con l’appoggio di pezzi delle istituzioni da incarichi istituzionali le persone “inaffidabili” al nuovo sistema di potere (da Baffi a Fazio). Si consolida così un sistema di potere autoritario in grado di controllare le politiche e le economie di tutti i paesi europei dei quali prende sempre più in presa diretta la gestione del potere. Un sistema di potere “criminale” del “capitalismo predatorio”, secondo la definizione utilizzata da James K. Galbraith per descriverne l’equivalente negli Stati Uniti..

La resistenza a tutto questo c’è stata dagli anni Ottanta anche nel campo della cultura e della società civile. Tre voci a noi ben note, definite “gli innominati” della politica e dell’economia, sono state quelle di Federico Caffè, di Augusto Graziani, e di Paolo Sylos Labini. Tre voci rapidamente isolate e marginalizzate da una sinistra e forze della società civile impegnate a ritagliarsi spazi “critici” e di proprio inserimento e sopravvivenza dentro le nuove strutture del potere. Tre voci che non hanno mai confuso il diritto con l’economia, le teorie con il progetto politico, ma che hanno tentato e potentemente contribuito a servirsi di questi strumenti per tenere la dritta di un processo di costruzione democratica e sociale. La loro biografia documenta la loro attiva partecipazione e intreccio con il processo costituzionale. Il loro impegno di studio ha contribuito in modo veramente innovativo, con una innovazione a servizio dei cittadini e non del principe o dei baroni di turno, ad aprire nuove vie alla riflessione e alla elaborazione politica. Basta ricordare qui il contributo di Federico Caffè a creare le basi teoriche per una economia sociale e uno spirito civico di solidarietà sul quale far convergere pezzi diversi e importanti della cultura economica e civile italiana, al di fuori delle schematizzazione delle scuole accademiche. Uno sforzo ostacolato da chi allora propugnava approcci più o meno marxisti e che ritroviamo oggi nelle file del pensiero liberista e nei posti del potere economico e finanziario. Interrompendo due decenni di contrapposizioni teoriche sull’analisi di classe della società italiana, con le quali i partiti e il sindacato hanno reso impossibile ogni strategia politica di alleanze sociali che non fosse quella del loro schema preferito della “compartecipazione” al potere dominante, Paolo Sylos Labini produsse una riflessione sulle classi sociali in Italia a metà degli anni Settanta nel tentativo di riaprire uno spazio di iniziativa politica non corporativa e non trasformistica alla creazione di un sistema politico di alleanze popolari in Italia. Impegno contrastato da gran parte della cultura istituzionale e di sinistra in Italia. Infine è utile richiamare anche il contributo di Augusto Graziani, un economista di chiara impostazione marxista, che mai ha piegato l’analisi della questione meridionale alle mode sociologiche di sinistra degli anni Ottanta-Novanta orientate ad addomesticare il problema sociale e di classe del Mezzogiorno ai nuovi bisogni del potere che si è cercato di legittimare con la tesi della scomparsa della questione meridionale, dei distretti chiavi in mano importati dal nord, ecc.; tesi sostenute da chi è passato dalle posizioni di sinistra di riviste come i Quaderni Piacentini, Stato e Mercato a quelle di Meridiana e, poi, a posizioni accademiche e politiche di potere.

Noi vogliamo ripartire da qui. Dalla consapevolezza che il tradimento che ancora una volta si è consumato in questi anni, e che vede oggi coinvolte forze politiche, economiche e “sindacali”, richiede la nascita di una nuova resistenza, l’unione di tutte le forze popolari che vi si oppongono. Sarà la partecipazione a questa nuova resistenza a segnare i confini dell’appartenenza dei movimenti e dei partiti al nuovo arco costituzionale, all’elaborazione di un patto costituzionale così come fu dopo il 1945. Non esistono scorciatoie giuridiche o economiche per riappropriarsi della sovranità nazionale e del progetto europeo. Quanto è accaduto non è il frutto di ingordigia, di ignoranza, ma di una rapina annunciata e scientificamente attuata del potere. Non siamo in presenza di errori o di fallimenti, ma del pieno successo delle strategie messe in campo. La crisi ha segnato in modo chiaro i confini geografici e sociali delle forze in campo; partendo da questi deve ripartire la formazione di un blocco sociale e politico europeo e nazionale.

Le proposte su come affrontare la situazione esistono. Non si tratta di aggiungere buone idee a quelle esistenti, di continuare nella gara sulle “buone pratiche” o della scoperta risolutiva dell’uovo di Colombo, ma di uscire dall’illusione del tecnicismo e del tatticismo. È necessario un grande sforzo di verità che sappia fondere insieme, così come fu con la Resistenza e la Costituente, proposte e movimenti popolari, scegliendo le idee sulla loro capacità di camminare sulle gambe delle persone coinvolte.  Così come avvenne nel 1945 è necessario riproporre un progetto europeo di pace e di solidarietà che contrasti e travolga quello della Grande Germania, oggi espresso dalle istituzioni dell’Unione Europea.

 




L’attacco alla democrazia in Europa

Il 6 febbraio 2014, Centro studi Piero Gobetti“L’attacco alla democrazia in Europa” a partire dal libro del sociologo Luciano Gallino “Il colpo di stato di banche e governi” (Einaudi 2013).  Con: Luciano Gallino, Pietro Polito, Antonio Caputo, Massimo L. Salvadori e Francesco Sylos Labini.