Federico Caffè e l’ “intelligente pragmatismo” (a cura di Fernando Vianello; con un’intervista a Federico Caffè di Sinistra ’77).

Federico Caffè

Fernando Vianello
Federico Caffè e l’«intelligente pragmatismo»

Attilio Esposto e Mario Tiberi (A cura di), “Federico Caffè. Realtà e critica del capitalismo storico”, Meridiana Libri, 1995, pp. 25-42.
Con in appendice “Intervista a Federico Caffè” di «Sinistra 77».

 

 

 

 

 

Federico Caffè e l’«intelligente pragmatismo»

l. Introduzione.

«Intelligente pragmatismo» è un’espressione che, forse con scarso scrupolo filologico, ho estratto da un saggio di Federico Caffè (1) per impiegarla come definizione generale di un atteggiamento intellettuale che gli era proprio: l’atteggiamento di chi pensa, con KEYNES, che «la teoria economica non fornisca un insieme di conclusioni definitive immediatamente applicabili alla politica economica», ma rappresenti una «tecnica di pensiero» (2) suscettibile di essere applicata di volta in volta alla soluzione di problemi concreti e di suggerire linee d’azione diverse in diversi momenti e contesti. E’ questo un aspetto della posizione di Keynes cui Caffè si rifà espressamente, sottolineando, in particolare, come dalla teoria keynesiana discendano indicazioni di politica economica «adattabili nel tempo e che Keynes stesso modificò al delinearsi della seconda guerra mondiale» (3), quando il problema non era più la deficienza, ma l’imminente eccesso di domanda (4).

L’intelligente pragmatismo è in realtà, credo di poter dire, il «keynesismo di KEYNES»: un keynesismo che non si affida a regole automatiche, ma considera ciascuna situazione nella sua specificità, sceglie caso per caso i rimedi più adatti e li applica in modo flessibile. Sapendo che vi sono di solito più vie per raggiungere un obiettivo, e che la scelta fra esse è una questione non tanto di principio quanto di opportunità (5). E sapendo altresì che ogni intervento, nel risolvere certi problemi, è suscettibile di crearne altri, che vanno a loro volta affrontati e risolti con opportuni interventi (6).
2. La piena occupazione e il vincolo dei conti con l’estero.

Una tipica applicazione dell’intelligente pragmatismo degli economisti che Caffè si scelse come maestri – e di altri che ebbe per compagni, come Giorgio Fuà e Sergio Steve (7) – è rappresentata dal modo di trattare il vincolo dei conti con l’estero. Tale vincolo – imposto DALLA necessità, o dall’opportunità, di non superare un certo disavanzo di parte corrente – è spesso assimilato a quello della piena occupazione: se il vincolo dei conti con l’estero non viene spontaneamente rispettato, si argomenta, bisogna intervenire con misure deflazionistiche. Ragionare in questo modo significa rinunciare a chiedersi che cosa faccia sì che, nella concreta situazione in esame, il vincolo dei conti con l’estero si incontri PRIMA che venga raggiunta la piena occupazione, e dunque che cosa possa essere fatto per allentare il vincolo stesso.

Se la difficoltà sorge dall’insufficienza della capacità produttiva disponibile – che si traduce in un innalzamento della propensione a importare quando venga superato un certo livello di attività produttiva – è a tale insufficienza che va posto rimedio attraverso un’appropriata politica dell’offerta. Un compito, questo, che risulta fortemente facilitato dal fatto che l’insufficienza della capacità produttiva non si manifesta simultaneamente in tutta l’economia, ma assume la forma di strozzature produttive, aggredibili con interventi settoriali. Complementare, e non alternativo, al compito suddetto è quello di accrescere la capacità di esportazione.

Degli ostacoli che le strozzature frappongono alle politiche di piena occupazione erano ben consapevoli quelli che Steve ha chiamato i «keynesiani della PRIMA generazione» (8), fra i quali vanno compresi Michał Kalecki e gli altri autori del libro L’economia della piena occupazione, del 1944, tradotto in italiano nel 1979 con un’introduzione di Caffè (9). «Se non esistono riserve di capacità o QUESTE sono insufficienti – scrive Kalecki in questo libro – il tentativo di assicurare la piena occupazione nel breve periodo può facilmente causare delle tendenze inflazionistiche in vasti settori dell’economia, poiché la struttura della capacità produttiva non è necessariamente adeguata alla struttura della domanda […]. In un’economia nella quale l’attrezzatura produttiva è scarsa è quindi necessario un periodo di industrializzazione o ricostruzione […]. In tale periodo può essere necessario impiegare controlli non dissimili da quelli impiegati in tempo di guerra.» (10). Un’affermazione come questa basta da sola a mostrare tutta l’inconsistenza e la superficialità dell’identificazione, che tanto spesso si è voluta fare, fra keynesismo e politiche keynesiane, basate esclusivamente sul sostegno della domanda aggregata.

Se, anziché con la politica dell’offerta, il miglioramento dei conti con l’estero viene perseguito per mezzo della deflazione, il freno che ne deriva alla formazione di capacità produttiva tenderà ad aggravare ulteriormente la situazione. «E’ un affare molto serio – ha scritto un altro keynesiano della prima generazione, Richard Kahn – se l’attività produttiva deve essere ridotta perché la produzione a pieno regime comporta un livello di importazioni che il paese non può permettersi. Ed è un affare particolarmente serio se la riduzione in esame prende largamente la forma di una riduzione degli investimenti, inclusi gli investimenti volti alla formazione della capacità produttiva capace di farci esportare più beni a prezzi più concorrenziali e di diminuire la nostra dipendenza dalle importazioni.» (11). Se proprio occorre ridurre gli investimenti, afferma ancora Kahn, tale riduzione deve essere «altamente discriminatoria»: bisogna, cioè, tentare di «stimolare gli investimenti nelle INDUSTRIE esportatrici e in quelle capaci di sostituire le importazioni, particolarmente nei settori in cui è l’attrezzatura produttiva a rappresentare la strozzatura, e di scoraggiarli in tutti gli altri settori. Le restrizioni monetarie possono, tuttavia, essere caricate di un contenuto discriminatorio solo con difficoltà ed entro limiti piuttosto ristretti. Vi sono qui, per eccellenza, forti ragioni per ricorrere a metodi alternativi di scoraggiare gli investimenti, e particolarmente a quei metodi che operano attraverso controlli diretti» (12).

Dal fatto che la sostituzione delle importazioni e il potenziamento della capacità di esportazione sono obiettivi di medio o lungo TERMINE, mentre la deflazione va evitata fin dall’inizio (anche per non pregiudicare il raggiungimento degli obiettivi suddetti) può discendere la necessità di imporre controlli amministrativi sulle importazioni di particolari merci, e dunque sulla loro distribuzione all’interno del paese. A proposito delle critiche frequentemente rivolte all’impiego di questi strumenti, uno degli autori del volume L’economia della piena occupazione, Burchardt, ha osservato che «non esistono ragioni a priori per le quali le discriminazioni OPERATE dal mercato contro coloro che hanno meno capacità di pagare debbano considerarsi ispirate a un criterio più obiettivo di quelle consapevolmente adottate dalla collettività contro certi usi o utenti» (13).
3. «E’ consentito discutere di protezionismo economico?».

Se mi sono dilungato sulle idee dei «keynesiani della prima generazione» è per ricordare le radici di una posizione cui Caffè restò fedele per tutta la vita. «Nel mio giudizio – egli affermava nel 1977 – gran parte dei mali economici del PRESENTE è da attribuire al mancato impiego di ragionevoli, circoscritti e selettivi controlli diretti; il che porta ad affidare soltanto ai “prezzi di mercato” una funzione di razionamento, resa spesso iniqua da una distribuzione del reddito e della ricchezza accentuatamente sperequata» (14).

Caffè non si nascondeva l’impopolarità di simili misure. Ma riteneva che la si dovesse combattere attraverso un’opera di persuasione volta a chiarire quali fossero gli obiettivi dei controlli e quali, ben più dolorosi, inconvenienti si sarebbero potuti evitare grazie a essi. «E’ bensì vero – scriveva a questo riguardo – che gli atteggiamenti sociali sono tutt’altro che favorevoli a interventi del genere. Ma la responsabilità degli economisti come professione non consiste nel prendere atto passivamente di tali atteggiamenti, ma [nel] chiedersi sia quanto essi possano aver contribuito ad alimentarli (drammatizzando i costi che sono inevitabili in ogni azione dei pubblici poteri in campo economico); sia quanto possa essere fatto per modificare gli atteggiamenti stessi con opera di chiarificazione e convincimento. Pure, era stato esattamente previsto che l’alternativa ai controlli, ove essi risultino NECESSARI, “non è qualche situazione ideale di pieno impiego senza controlli, ma la disoccupazione con il succedersi di fluttuazioni economiche» (15). La citazione che chiude il brano è tratta dall’ultimo capitolo dell’Economia della piena occupazione (16).

L’accoglienza riservata a proposte anche solo blandamente protezionistiche era tuttavia tale da indurre Caffè a chiedersi, nel titolo di un suo articolo, E’ consentito discutere di protezionismo economico? Certo, non era consentito discuterne pacatamente, la reazione degli avversari consistendo spesso nel rifiuto aprioristico e nella sleale (o stupida) deformazione delle proposte, quando non nell’accusa di volere l’«autarchia» (con quanto di evocativo dell’esperienza fascista questo termine inevitabilmente comportava). Per parte sua, Caffè non smise di fare appello alla ragione. «L’accorto dosaggio tra le misure intese ad accrescere le esportazioni, mantenendole competitive, e quelle rivolte a favorire l’incremento delle produzioni sostitutive delle importazioni – leggiamo nell’articolo appena ricordato – andrebbe cercato su un PIANO di mutua comprensione e di reciproco rispetto. Colpire ogni voce di dissenso con l’addebito di tendenza all’autarchia è mera espressione di arroganza intellettuale ben poco lodevole. E’ auspicabile che a un inesistente monopolio della verità si sostituisca il proposito di tener conto delle ragioni degli altri. E ve ne sono in abbondanza» (17).
4. Contro la libertà di movimento dei capitali.

Un discorso a parte merita la necessità, su cui Caffè ha sempre insistito, di limitare la libertà di movimento dei capitali, particolarmente in un sistema di cambi come quello di Bretton Woods o come il Sistema monetario europeo, cioè in un sistema di cambi modificabili di tempo in tempo con DETERMINATE procedure, ma fissi, o pressoché fissi, fra una modifica e l’altra. La necessità suddetta nasce da due diverse considerazioni. La prima è che, se i capitali sono liberi di spostarsi da una valuta all’altra, la difesa del tasso di cambio grava interamente sulla politica monetaria, impedendo a quest’ultima di tenere adeguatamente conto della situazione economica interna (o costringendola addirittura a muovere nella direzione opposta a quella che tale situazione richiederebbe). La seconda considerazione è che la manovra dei tassi di interesse è comunque di limitata efficacia di fronte a un attacco speculativo in atto; quando infatti la svalutazione di una moneta è attesa a brevissima scadenza, può risultare attraente speculare contro di essa anche in presenza di tassi d’interesse iperbolici, quali l’economia non potrebbe sopportare per più di poche settimane.

Caffè lodava spesso la saggezza dei costruttori del sistema di Bretton Woods, i quali avevano previsto la possibilità di imporre controlli sui movimenti di capitale. E ricordava con particolare approvazione quella clausola dello statuto del Fondo monetario internazionale (rimasta di fatto in vigore SOLO fino al 1961) che escludeva che un paese membro potesse ricorrere all’assistenza del Fondo allo scopo di fronteggiare un’ingente e prolungata fuga di capitali, e prevedeva inoltre che il paese membro potesse essere invitato ad adottare opportuni controlli, atti a impedire un tale uso dei mezzi valutari concessi (18). Egli non ha potuto assistere al tentativo europeo di far convivere cambi fissi e totale libertà di movimento dei capitali: due termini che l’esperienza e la riflessione facevano ritenere antitetici, e che tali si sono rivelati. E non ha neppure potuto assistere al trionfo di una concezione della politica economica che rappresenta l’esatto contrario dell’intelligente pragmatismo: la concezione che suggerisce di fissare il tasso di cambio, asservire a esso la politica monetaria e attendere che l’intera realtà sociale, nella sua infinita complessità, si riassesti – non importa a quali costi – intorno a questo punto fermo. Ma non è difficile immaginare cosa ne avrebbe pensato.

Mi piace anche ricordare l’apprezzamento espresso da Caffè (19) per l’imposta sugli acquisti di valuta proposta con insistenza da James Tobin (20). Un’imposta del genere ridurrebbe il rendimento dei titoli del paese A per chi dispone di moneta del paese B (propria o presa a prestito), e con esso il divario che è necessario mantenere fra i tassi di interesse del paese B e quelli del paese A quando sulla moneta del primo gravano attese di svalutazione. La suddetta riduzione del rendimento (annuo) dei capitali affluiti nel paese A risulterebbe poi tanto più forte quanto minore è la durata dell’operazione, attenuando così la già segnalata caratteristica che l’operazione stessa presenta, di risultare tanto più attraente quanto più vicina è la data alla quale ci si ATTENDE che la svalutazione abbia luogo (anche se va subito aggiunto che ciò non esime dall’apprestare una seconda, più robusta, linea di difesa contro gli attacchi speculativi).
5. Messaggi non ricevuti.

Fra le manifestazioni della vocazione sobriamente protezionistica (e accentuatamente anti-deflazionistica) di Caffè va ricordata la sua opposizione alla partecipazione dell’Italia al Mercato comune europeo nella seconda metà degli anni cinquanta (21). Non che fosse l’unico ad avanzare dubbi e perplessità al riguardo: dubbi e perplessità, com’egli stesso amava ricordare, erano anzi alquanto diffusi fra gli economisti (22). Particolarmente degni di nota appaiono tuttavia i due pericoli che Caffè segnalava: quello del predominio economico della Germania e quello, conseguente al primo, dell’affermarsi a livello europeo di orientamenti di politica economica poco favorevoli al raggiungimento e al mantenimento nel tempo della piena occupazione. Così come non è senza significato che egli si dichiarasse favorevole alla Zona di libero scambio (proposta allora in alternativa al Mercato comune), al cui interno il peso economico della Germania avrebbe potuto essere controbilanciato da quello dell’Inghilterra e l’inclinazione deflazionistica della PRIMA essere corretta dal prevalere nella seconda di correnti d’opinione e impostazioni di politica economica di derivazione keynesiana.

La preoccupazione che l’Europa nascesse SOTTO un segno deflazionistico ci rimanda alla preoccupazione per la nascita sotto lo stesso segno dell’Italia repubblicana, manifestata da Caffè in un articolo come Il mito della deflazione, pubblicato in forma anonima sulla rivista «Cronache sociali» nel 1949 (23). Al GRANDE equivoco del dopoguerra – la riscoperta in nome dell’antifascismo di un liberismo oltranzista – egli contrapponeva in questo notevolissimo articolo una solida formazione keynesiana, un pacato realismo e un’acuta consapevolezza che le occasioni di progresso sociale, una volta perdute, difficilmente si ripresentano.
Da allora Caffè non ha MAI smesso di sfidare il conformismo imperante. Né di ammonire che una cosa sono le difficoltà economiche del paese, altra cosa la loro indebita drammatizzazione come strumento di pressione sul movimento sindacale e sui partiti della sinistra, e come pretestuosa giustificazione di politiche deflazionistiche: si pensi a titoli quali La strategia dell’allarmismo economico (24) o Dal falso miracolo alla falsa agonia (25). (Personalmente schivo, e dimesso nello stile, Caffè amava consegnare il proprio messaggio a titoli squillanti).

Del fatto che QUESTE denunce e questi ammonimenti cadessero sistematicamente nel vuoto Caffè soffriva acutamente, pur senza darsi per vinto. «Gli scritti riuniti in questo volume – così inizia l’introduzione a Un’economia in ritardo – sono accomunati dal destino di costituire, in qualche modo, dei “messaggi non ricevuti”» (26).

Fra coloro che non davano segno di ricevere i suoi messaggi Caffè annoverava non SOLO le forze di governo, ma anche quelle di opposizione, e in particolare il Partito comunista, cui rimproverava la fede incrollabile nel primato della politica sull’economia e una cultura economica subalterna a quella dominante e impermeabile al keynesismo.
La sua critica assunse toni particolarmente accesi poco dopo la metà degli anni settanta, quando il Partito comunista, forte di poderosi successi elettorali, entrò a far PARTE di una vasta coalizione parlamentare che trovava il suo fragile cemento in un programma di stabilizzazione monetaria. Caffè sorrideva amaramente di quel programma e dei suoi presupposti teorici, come anche della generale approvazione con cui venivano accolte le terroristiche ingiunzioni del Fondo monetario internazionale (divenuto ormai, com’egli sottolineava, un organismo ben diverso da quello prefigurato dagli accordi di Bretton Woods).

Considerava un GRAVE errore, da parte della sinistra, garantire il consenso a una politica deflazionistica. E parlava dei guasti economici e sociali che in questo modo si producevano e di quelli cui ci si asteneva dal porre rimedio, del dramma dei giovani senza lavoro, della disgregazione sociale del Mezzogiorno, delle speranze suscitate e destinate ad andare deluse.
La sinistra, soleva ripetere, cadeva in un errore simile a quello commesso nell’immediato dopoguerra, quando aveva preso parte a governi di coalizione caratterizzati sul PIANOeconomico in senso conservatore; con il risultato di consentire alle classi dominanti di rafforzarsi fino al punto di poter fare a meno di dividere con le sinistre il governo del paese.

Mi accadde di intervistarlo, proprio su questi temi, per una rivista delle tante che nascevano e morivano nel convulso clima politico di quegli anni. La rivista, legata alla sinistra sindacale, si chiamava «Sinistra 77» e in quella forma non andò oltre il numero zero (ma rinacque immediatamente, con una diversa redazione e una diversa veste tipografica, come «Sinistra 78», «Sinistra 79» e «Lettere di Sinistra 80», e Caffè prese a collaborarvi direttamente) (27). All’intervista fu dato il titolo 1947-1977: gli stessi errori? Poiché si tratta di un testo introvabile, credo di fornire un utile contributo di documentazione riproducendolo in appendice a questo scritto.
6. Una discussione su Sraffa.

Essendo con ciò venuto a dire dei miei personali rapporti con Caffè, e poiché anche attraverso essi è possibile gettare qualche ulteriore luce su di lui, mi si consenta di indugiarvi sopra brevemente. La profonda intesa che c’era fra noi in tema di politica economica e il conforto che me ne veniva si accompagnavano a un netto dissenso teorico, tacere del quale non mi pare né giusto né utile. La concezione che Caffè aveva della scienza economica nel suo divenire era quella che amava esprimere con le PAROLE di Gustavo Del Vecchio (un economista che egli ha a più riprese tentato di strappare all’oblio) (28): «un’opera costante, continua e successiva, per cui l’edificio della scienza stessa risulta come una serie di piani che si aggiungono a quelli precedenti, in modo da costituire un tutto solido e armonico» (29). Questa concezione, diciamo così, continuista (o sincretista) era sopravvissuta in lui al chiarimento fornito da Sraffa circa la radicale inconciliabilità fra l’impostazione marginalista e quella propria degli economisti classici e di Marx: per cui non di aggiungere piani si trattava, secondo Sraffa, ma di riprendere un punto di vista «Sommerso e dimenticato» (30).

Fu appunto in occasione della morte di Sraffa che non potei trattenermi dall’entrare in aperta, anche se affettuosissima, polemica con Caffè sulle colonne del «Manifesto», di cui egli era allora un collaboratore abituale. Contro la sua opinione che il contributo di Sraffa dovesse essere assunto come mero «correttivo di incoerenze o storture di ragionamento (31) – dunque, per insistere nella metafora, come consolidamento e abbellimento del vecchio edificio – asserivo che quel che Sraffa aveva mostrato (e inteso mostrare) era la necessità di gettare al macero il marginalismo e di rifondare la teoria economica su basi del tutto DIVERSE (32).

Gettare al macero: l’espressione non gli piacque né punto né poco, e mi telefonò di PRIMAmattina per dirmelo. Per iscritto precisò il suo concetto con accattivante finezza. «Gettare al macero», osservò, è «una variante peggiorativa del “mettere in soffitta” che almeno non esclude che qualcuno possa riscoprire ciò che vi è stato accantonato (33). In seguito mi confessò di essersi convinto che, per quanto riguardava gli intendimenti di Sraffa, avevo probabilmente ragione. Aggiungendo però che si trattava di intendimenti per lui inaccettabili.
7. In difesa del Welfare State.

Tutt’altra, anche se per molti versi convergente, era la sua strada: quella, per così dire, dell’autocritica radicale e dello svuotamento dall’interno, piuttosto che del ripudio dei fondamenti, della teoria neoclassica. E’ per questa strada che egli era giunto alla sfiducia, che pervadeva le fibre più profonde del suo pensiero, nella capacità del mercato di promuovere l’efficienza, di garantire la piena occupazione, di dar luogo a una distribuzione accettabile del reddito e della ricchezza. Ed è da tale motivata sfiducia che derivavano la sua impermeabilità alle lusinghe del neoliberismo e la sua ostinata fedeltà a «una VISIONE del mondo che affida alla responsabilità dell’uomo le possibilità del miglioramento sociale» (34).

Criticando la fretta con cui si era voluta proclamare la «fine» del Welfare State, Caffè parlava di una «riedizione del “crollismo”» (35): come, secondo certe interpretazioni marxiste, il sistema capitalistico era in evitabilmente destinato al «crollo», così, egli diceva, le disfunzioni del Welfare State vengono spesso PRESENTATE come sintomi di una «crisi» irreversibile e della necessità di superare la «vecchia» concezione dello Stato come garante del benessere sociale. E richiamava, a questo proposito, le considerazioni di Albert Hirschman sull’«errore strutturalista (o fondamentalista)»: che consiste appunto nel vedere crisi strutturali anche dove non vi sono che rimediabilissimi difetti di funzionamento (36).

Se si accetta la diagnosi di Hirschman, secondo cui il peggioramento qualitativo dei servizi è una conseguenza dell’estensione dei servizi stessi, se ne deve concludere, osservava Caffè, che «in una VISIONE non reazionaria del progresso sociale, non si tratta di ridurre la quantità dei servizi, ma di migliorarne la qualità» (37) combattendo con opportuni strumenti le conseguenze negative dell’estensione; nella consapevolezza che il Welfare State «è una conquista ancora da realizzare faticosamente, non un intralcio fallimentare da scrollarsi di dosso» (38). Quanto poi ai costi del Welfare State, Caffè faceva notare che, da un lato, esiste un margine elevato di «efficienza X» recuperabile a costo nullo, o pressoché nullo (39); e che, dall’altro, «la reazione critica dei contribuenti dovrebbe investire non lo strumento della tassazione in sé, ma il suo uso distorto, la sua incapacità di incidere in zone altamente protette della proprietà della ricchezza» (40).

Il completamento del Welfare State è l’obiettivo che Caffè assegnava a un riformismo che egli voleva rigorosamente laico e portatore di una concezione del Welfare come umanesimo (41); da intendersi, se ho interpretato bene il suo pensiero, come l’opposto di una concezione paternalistico-autoritaria per la quale si tratta di assistere i poveri, e non di riconoscere dei diritti ai cittadini e di promuoverne l’autonomia (42). Ma dal riformismo laico Caffè ha avuto tante e tali delusioni da indurlo ad augurarsi che i compiti cui esso si sottraeva fossero assolti da altri, quale che fosse la loro ispirazione etico-politica. A questa riflessione egli volle dare il massimo risalto esprimendola nella PRIMA pagina della ricordata raccolta In difesa del welfare state: «Non è improbabile che questi “punti fermi” di una concezione economico-sociale progressista, anche se oggi sembrino essere eco sbiadita di un pensiero attardato, si ripresentino – in realtà si stiano già ripresentando – sotto aspetti diversi: come critica a un profitto considerato avulso da preoccupazioni di indole sociale; come attività di volontariato ispirata a un’etica radicata nei valori della trascendenza; come rifiuto di un individualismo spinto a tal punto da perdere ogni contatto con un’economia “al servizio dell’uomo” […]. Le condizioni di chi è privo di lavoro, di assistenza, di prospettive di elevarsi sono troppo gravi per poter astenersi dal riconoscimento dovuto a chi si faccia carico dei loro problemi, anche se secondo linee di pensiero che siano DIVERSE da quelle dei principi ispiratori del riformismo laico. Ma questo avrà indubbiamente perduta un’occasione; il che del resto non gli è inconsueto» (43).
Appendice.
Intervista a Federico Caffè di «Sinistra 77».

Come ho preannunciato, riproduco qui di seguito il testo dell’intervista concessa da Caffè a «Sinistra 77» sulla partecipazione delle sinistre al governo fino alla metà del 1947 e sugli insegnamenti che se ne potevano trarre trent’anni dopo (44).

 

Federico Caffè
1947-1977: gli stessi errori?

Intervista a «Sinistra 77».
Quali furono le scelte economiche che caratterizzarono i governi di unità nazionale?

Più che di scelte bisognerebbe forse parlare di non scelte, o di cose che si sarebbero potute fare e non si fecero. Fra le molte proposte che rimasero sulla carta, una delle più importanti è certamente quella del riconoscimento ufficiale dei Consigli di gestione. Il relativo progetto di legge, presentato da Morandi e D’Aragona, incontrò la violenta opposizione della Confindustria e fu insabbiato. Ecco una prima occasione perduta. Uso di proposito questo TERMINE, occasione perduta, proprio perché oggi ci sentiamo troppo spesso ripetere che la storia non può essere letta come una storia di occasioni perdute.

A questo punto Caffè cita un’affermazione di Giorgio Amendola: il cliché di un paese sempre pronto a fare la rivoluzione, ma che non la fa mai per colpa di qualcuno che tradisce, è duro a morire. Si parla SOLO e sempre di occasioni perdute: il Risorgimento, il primo dopoguerra, la Resistenza. Ma se in CENTO anni questo paese non l’ha mai fatta, la rivoluzione, delle ragioni oggettive ci saranno pure («la Repubblica», 17 maggio 1977. Nel parlare mi porge il ritaglio).

In questa tesi c’è un equivoco di fondo. A chi parla di occasioni perdute si attribuisce infatti l’idea che fosse possibile uno sbocco rivoluzionario. Ma ciò serve solo a eludere il vero problema. A nessuno sfugge, oggi come allora, che vi era stata una divisione del mondo in sfere d’influenza e che avevamo gli americani in casa. Il problema storico su cui non riusciamo a intenderci è: posto che non si poteva fare la rivoluzione, che cos’altro si poteva fare? Ciò che è mancato è la volontà di attuare un coraggioso programma di riforme. Per tornare ai Consigli di gestione, si trattava semplicemente di tener conto di quanto gli operai avevano fatto durante la ritirata tedesca per salvare gli impianti industriali del Nord.

Quali sono le altre occasioni perdute?

Un esempio è quello del progetto di legge sul cambio della moneta accoppiato con un’imposta straordinaria sul patrimonio. Anche questo progetto, presentato dal governo Parri, fu deliberatamente insabbiato. Non è vero, com’è stato sostenuto, che la sua attuazione presentasse gravi difficoltà tecniche. Le difficoltà erano esclusivamente di natura politica: mantenere la fiducia di quelli che vengono tradizionalmente chiamati i risparmiatori, fu ritenuto più importante che combattere efficacemente l’inflazione. Finora ho parlato solo di proposte che formarono oggetto di specifici progetti di legge. Ma le cose che si sarebbero potute fare sono assai più numerose. Penso al mantenimento e al ripristino dei controlli amministrativi sui prezzi e di un sistema di razionamenti (anche se in questo caso le difficoltà tecniche non possono essere considerate irrilevanti, DATE le condizioni del paese). Penso anche a una seria riforma urbanistica. E ad alcune nazionalizzazioni, come fu fatto in Inghilterra e anche in Francia. La nazionalizzazione dell’energia elettrica, per esempio, avrebbe potuto essere attuata in modo ben diverso che nel 1962, scaglionando i rimborsi su un arco di trenta o quarant’anni. Di nazionalizzare l’energia elettrica si era, in realtà, parlato durante la Resistenza, e se ne continuò a parlare nell’immediato dopoguerra. Ma non se ne fece nulla. Mentre le cose andavano in questo modo, alcuni ministeri economici erano tenuti dai partiti operai, con uomini prestigiosi e autorevoli come Pesenti e Scoccimarro. Ciò mi rende molto scettico sulla possibilità di realizzare alcunché per il semplice fatto di stare nella «stanza dei bottoni».

Se i partiti operai avallarono con la loro presenza al governo un indirizzo economico liberistico, fu perché lo condividevano o perché pensarono di non poter fare altrimenti?

Viene qui in considerazione la grande influenza esercitata, sul terreno culturale, dalla scuola economica liberale, i cui esponenti erano circondati dal più grande rispetto. Da questa influenza la sinistra non fu per nulla indenne. L’egemonia culturale della triade Del Vecchio, Bresciani Turroni, Einaudi era così forte che le voci critiche riuscivano difficilmente a farsi udire. Provenivano, QUESTE voci critiche, da giovani che gli economisti più attempati guardavano con olimpica indifferenza; oppure da studiosi molto rispettati, come Alberto Breglia, ma inclini per loro natura alla testimonianza di un dissenso piuttosto che alla lotta per l’egemonia.

Ma l’arrendevolezza della sinistra in materia economica non rifletteva anche una precisa gerarchia di obiettivi?

La preoccupazione dominante era, per la sinistra, la scelta istituzionale. Ma anche in seguito le scelte economiche furono considerate SECONDARIE rispetto alle scelte politiche. Non a caso lo slogan di Nenni era «politique d’abord». La mia convinzione, maturata fin da allora è che si trattò di una linea miope. Prendiamo, per esempio, la crisi ministeriale del marzo 1947. Fu subito chiaro che essa preludeva all’estromissione dei partiti operai dal governo. Allora mi chiedo: non era preferibile cadere combattendo? Non era preferibile dare battaglia sulle linee di fondo lungo cui si muoveva la ricostruzione? Una riflessione su questo problema può essere ricca di insegnamenti anche per l’oggi.

Veniamo dunque all’oggi. L’attuale discussione sulla politica economica presenta delle analogie con quella svoltasi nel dopoguerra?

Sul piano dell’egemonia culturale trovo delle analogie sconcertanti. Ricompare con forza il tema dell’efficienza. Si riparla dell’impresa come centro del sistema economico e dell’imprenditore come regolatore incontrastato della vita dell’impresa. Si ripetono, talora con PAROLE identiche; i discorsi che si sentivano nel dopoguerra, quando veniva detto che i Consigli di gestione non consentivano all’imprenditore di fare il suo mestiere, di prendere le decisioni con la necessaria rapidità e snellezza. Anche oggi la sinistra accetta un terreno di discussione proposto da altri. Non riesco a comprendere, per esempio, perché il Partito comunista debba rinunciare programmaticamente a qualsiasi estensione del settore pubblico dell’economia. In particolare, non vedo perché non si dovrebbe nazionalizzare almeno l’industria farmaceutica. Per continuare il paragone con il dopoguerra, mi sembra di cogliere nell’atteggiamento del Partito comunista la stessa paralizzante preoccupazione di rassicurare i ceti medi moderati.

Il problema del Pci è sempre stato quello di FARSI accettare all’interno di un assetto socio-politico che voleva emarginarlo. Non è anche per questo che esso ha assunto atteggiamenti più moderati di quelli tipici dei tradizionali partiti riformisti?

Nell’immediato dopoguerra il più forte partito della sinistra non era il Pci, ma il Psi. Il Pci ne prese il posto in seguito, grazie a una politica molto accorta. Per cominciare, lo scavalcò immediatamente a destra già dalla «svolta di Salerno•, riconoscendo la monarchia. SOTTO il profilo dell’acquisizione di rispettabilità, e quindi dell’efficacia propagandistica e degli esiti elettorali, la politica di Togliatti non si può certo definire sbagliata. L’obiezione che ho rivolto ad Amendola nel corso di un dibattito è, tuttavia, che questa politica è stata utile per il partito, ma forse non altrettanto utile per il paese. Le sinistre potevano almeno far pagare qualcosa per ciò che concedevano. E ciò che concedevano non era poco: l’adesione delle forze organizzate del lavoro. Invece tutto si è risolto nell’avallo dato a una politica di restaurazione.

Con quali conseguenze?

Molte delle cose che si sarebbero potute fare allora non furono fatte, a maggior ragione, neppure in seguito. Il modo in cui si provvide alla ricostruzione e le scelte deflazionistiche dei governi centristi condizionarono tutto lo sviluppo economico italiano. La consapevolezza delle cose non fatte emerse improvvisamente nel 1962, quando la «Nota aggiuntiva» di La Malfa colpì molti come una rivelazione.

La politica economica italiana è sempre stata caratterizzata da un orientamento deflazionistico. Oggi, tuttavia, un simile orientamento e la sua accettazione da PARTE della sinistra sembrano trovare qualche giustificazione nello stato della bilancia dei pagamenti. Dobbiamo dunque chiederci: dove conduce questa strada? Ma anche: esiste una strada diversa?

Continuare sulla strada attuale non mi sembra assolutamente auspicabile. Le nostre esportazioni, tutto sommato, reggono. Ma ciò avviene grazie al lavoro nero e accettando una posizione subalterna nella divisione internazionale del lavoro. Il deterioramento delle ragioni di scambio impone senza dubbio dei sacrifici. Ma affidare la distribuzione dei sacrifici al meccanismo dei prezzi non è affatto l’unica scelta possibile. Questa è, però, la strada che ci viene indicata. Inoltre viene richiesta una maggiore mobilità del lavoro e, più in generale, la liberazione delle decisioni imprenditoriali da tutti i vincoli cui sono oggi sottoposte. Il problema che si pone è se le forze di sinistra debbano accettare QUESTE condizioni (o, meglio, subire il ricatto, poiché di questo in realtà si tratta); oppure se esse debbano proporre un sistema di sacrifici generalizzato e controllato. La Robinson ha scritto che se usassimo anche in tempo di pace i metodi dell’economia di guerra il problema della piena occupazione sarebbe risolto. Non dovrebbe essere questo il programma delle sinistre?

Economia di guerra per scopi non di guerra. Quali sono gli obiettivi prioritari?

Il problema principale è quello dell’occupazione. L’aumento dell’occupazione non può essere affidato all’espansione delle esportazioni, e cioè a una variabile che è fuori del nostro controllo. E’ necessario rilanciare l’edilizia e fare una politica di opere pubbliche, espandere la spesa pubblica nelle sue componenti non assistenziali. C’è però un equivoco di cui dobbiamo liberarci: si sente spesso ripetere che la spesa pubblica deve rivolgersi in maggior misura agli investimenti e in minor misura al pagamento di SALARI e stipendi. Ma alcune riforme fra le più importanti, richiedono un aumento dell’occupazione nel settore terziario. Se si vogliono migliorare i servizi sociali, si devono pagare salari e stipendi. Non è vero, poi, che la spesa pubblica è troppo elevata. E’ il gettito fiscale che è troppo basso per le ragioni che sappiamo.

E quali sono i metodi dell’economia di guerra?

Per esempio il circuito dei capitali. Noi facciamo qualcosa del genere quando blocchiamo la scala MOBILE, imponendo un prestito forzoso. Ma lo facciamo poco e male, colpendo alcuni e non altri. Trascuriamo, poi, lo strumento fondamentale, che è rappresentato da una politica di estesi razionamenti.

… e di controllo delle importazioni.

Certo. Ma occorre anche il razionamento. Bisogna evitare che il razionamento avvenga automaticamente attraverso l’aumento dei prezzi. La mia preoccupazione è che si continui sulla strada del liberismo economico, aggravando progressivamente la situazione del paese. Se si vuole parlare di austerità, per me va bene, purché non sia un esercizio retorico e purché l’austerità sia concretamente finalizzata all’aumento dell’occupazione. E a un’occupazione non precaria. Io vedo la situazione dei giovani. Giovani di venticinque anni che appassiscono nell’inattività. Non è escluso che tutto questo si traduca m un aumento dei suicidi. Occorrono misure immediate per aumentare l’occupazione, accompagnate dagli altri provvedimenti che mi sono sforzato di indicare. Dire che tutto si risolve esportando di più praticando l’austerità e restituendo efficienza al sistema è una colossale mistificazione.

Fra gli argomenti più frequentemente addotti contro una politica di controllo delle importazioni e di razionamenti vi sono quelli relativi ai vincoli del Mercato comune e all’inefficienza della pubblica amministrazione. Qual è la forza di questi argomenti?

I regolamenti del Mercato comune sono stati fatti da PERSONE intelligenti, e prevedono clausole di salvaguardia, scappatoie da usare ne1 momenti di difficoltà. Quanto poi all’inefficienza della pubblica amministrazione, non bisogna esagerare. Nel 1945-46, allora sì, la situazione dei ministeri era disastrosa, anche per effetto delle epurazioni. Eppure si è rapidamente compiuta un’imponente opera di ricostruzione delle ferrovie. Quindi, quando qualcuno ha voluto fare, le cose sono state fatte.

Se l’attuale linea di politica economica non verrà modificata, vi saranno ripercussioni sul quadro politico? E’ compatibile questa politica economica, con uno stabile spostamento a sinistra degli equilibri governativi?

Non mi sento completamente in grado di rispondere a questa domanda. Il mio compito di intellettuale, così come io l’intendo, è quello di indicare un modello alternativo e di dimostrare che si tratta di un modello possibile. Sul resto mi è difficile addentrarmi. Posso dire solo questo. Che, dopo un periodo di restaurazione sociale e dell’assetto dell’economia, la sinistra venga ricacciata all’opposizione mi sembra un’ipotesi da prendere in seria considerazione. Vi è tuttavia, un’ipotesi che mi preoccupa ancora di più: quella di una Sinistra subalterna che, per andare o restare al governo, rimette al passo le forze del lavoro senza ottenere sostanziali trasformazioni economiche. Vorrei aggiungere che, se per miracolo qualche risultato si dovesse raggiungere, ma andasse nel senso di un avvicinamento della nostra situazione a quella, poniamo, della Germania, non è questo il destino che augurerei al mio paese. Si tratta, infatti, di una situazione in cui i lavoratori, pur godendo di un certo benessere, sono in una posizione fortemente subalterna. Non credo, in altri termini, che il risanamento della bilancia dei pagamenti e un riassetto dell’economia, senza l’introduzione di veri elementi di socialismo, sia qualcosa che vale, un traguardo degno di essere indicato alla società italiana. Se ci mettessimo su questa strada, tradiremmo per la seconda volta gli ideali della Resistenza. Non vorrei apparire retorico. Ma tradiremmo l’ideale di costruire un mondo in cui il progresso sociale e CIVILE non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito.
__________
Note:
(1) F. Caffè, La crisi del welfare state come riedizione del «crollismo»; in Id., In difesa del welfare state, Rosenberg & Sellier, Torino 1986, p. 19.
(2) J. M. KEYNES, Introduzione ai Cambridge ECONOMIE Handbooks, in Id., COLLECTED Writings, 12, p. 856. Cfr. anche A. Simonazzi, Economia politica: «tecnica di pensiero» o tecniche di aggiustamento?, in «Il Mulino», marzo-aprile 1982.
(3) F. Caffè, Introduzione a In difesa del welfare state cit., p. 10.
(4) Alle proposte avanzate da KEYNES nel novembre 1939 e riformulate qualche mese più tardi in How to Pay for the War (Macmillan, LONDON 1940) Caffè dà il massimo risalto nelle sue Lezioni di politica economica, il cui nono capitolo è significativamente intitolato L’applicazione delle politiche keynesiane: dal finanziamento del secondo conflitto mondiale agli impegni pubblici per il pieno impiego. Cfr. F. Caffè, Lezioni di politica economica, Boringhieri, Torino 1978, pp. 168-9
(5) Keynes, per dirne una, abbraccia il protezionismo negli anni trenta; si piega nel dopoguerra al liberoscambismo americano, adoperandosi tuttavia per una soluzione che lasci spazio alle politiche di piena occupazione; individua dapprima tale soluzione nella predisposizione di una fonte di liquidità per i paesi in disavanzo (L’International CLEARING Union); reagisce infine al mancato accoglimento della sua proposta affidando la salvaguardia della piena occupazione alla modificabilità dei tassi di cambio e alla possibilità di imporre restrizioni alla libertà di movimento dei capitali. Cfr. Simonazzi, Economia politica cit., p. 225. Per un’ampia analisi delle posizioni assunte in diversi momenti da Keynes in tema di relazioni economiche internazionali cfr. L. M. Milone, Libero scambio, protezionismo e cooperazione internazionale nel pensiero di Keynes, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993.
(6) Impedire che la piena occupazione si traduca in un eccessivo aumento dei salari monetari e dei prezzi rappresenta, scrive Keynes nel 1943, «uno dei principali compiti con cui dovrà misurarsi la nostra ARTE di governo». Note by Lord Keynes, in «Economic Journal», december 1944, riprodotta in J. M. Keynes, COLLECTED Writings, 26, pp. 39-40.
(7) Di Fuà e Steve – entrambi presenti a questo Convegno, anche se solo Steve come relatore – voglio ricordare i lucidi interventi alla Conferenza economica nazionale per il «PIANO del lavoro» della Cgil. Cfr. Il PIANO del lavoro. Resoconto integrale della Conferenza economica nazionale della CGIL e un’appendice. Roma 18-20 febbraio 1950, Stab. Tip. Uesisa, Roma, pp. 131-7 e 215-9. Di Steve si veda anche il notevolissimo articolo Politica finanziaria e sviluppo dell’economia italiana, in «Moneta e credito», secondo trimestre, 1950.
(8) Cfr. S. Steve, Politica fiscale keynesiana e inflazione, in «Rivista internazionale di scienze economiche e commerciali», febbraio 1977, p. 98.
(9) F. A. Burchardt e altri, L’economia della piena occupazione, Rosenberg & Sellier, Torino 1979.
(10) M. Kalecki, Tre metodi per la piena occupazione, in Burchardt e altri, L’economia della piena occupazione cit., p. 73.
(11) R. F. Kahn, Memorandum of evidence submitted to the Radcliffe Committee (1958), in Id., Selected Essays on Employment and Growth, Cambridge UNIVERSITY Press, Cambridge 1972, p. 133.
(12) Ibid., p. 136.
(13) F. A. Burchardt, Le CAUSE della disoccupazione, in Burchardt e altri, L’economia della piena occupazione cit., p. 66.
(14) F. Caffè, Teoria economica e politica economica in Italia, in «Civiltà delle macchine», settembre-dicembre 1976, p. 67.
(15) F. Caffè, KEYNES oggi, in Id., L’economia contemporanea. I protagonisti e altri saggi, Edizioni Studium, Roma 1981, p. 87.
(16) Burchardt e altri, L’economia della piena occupazione cit., p. 254.
(17) F. Caffè, E’ consentito discutere di protezionismo economico? (1977), in Id., La solitudine del riformista, a cura di N. Acocella e M. Franzini, Bollati Boringhieri, Torino 1990, p. 240.
(18) Cfr. in particolare F. Caffè, Vecchi e nuovi trasferimenti anormali dei capitali (1966), in Id., Teorie e problemi di politica sociale, Laterza, Bari 1970, p. 105.
(19) Cfr. F. Caffè, Umanesimo del welfare (1986), in Id., La solitudine cit., pp. 258-9.
(20) Cfr. J. Tobin, A Proposal for INTERNATIONAL Monetary Reform (1978), in Id., Essays in ECONOMICS. Theory and Policy, The MIT Press, CAMBRIDGE (Mass.)-London 1982, pp. 488-94.
(21) Cfr. F. Caffè, Sguardi su un mondo economico in trasformazione (1957), in F. Caffè, Saggi critici di economia, De LUCA, Roma 1958. Ho richiamato l’attenzione su questo saggio in un ricordo di Federico Caffè pubblicato sul «Manifesto» del 16 aprile 1988. Da tale testo ho attinto liberamente nella stesura dei punti 5 e 6.
(22) Cfr. su ciò M. de Cecco, Gli economisti italiani e l’adesione dell’Italia al Mec, in Aa.Vv., Scelte politiche e teorie economiche in Italia 1945-1978, a cura di G. Lunghini, Einaudi, Torino 1981, pp. 245-57.
(23) Cfr. F. Caffè, Il mito della deflazione, in «Cronache sociali», 13 luglio 1949. Si veda anche, sulla stessa rivista, il successivo articolo Bilancio di una politica (settembre-ottobre 1949, 16-17 e 18).
(24) F. Caffè, La strategia dell’allarmismo economico (1972) in Id., Un’economia in ritardo, Boringhieri, Torino 1976, pp. 48 segg.
(25) F. Caffè, Dal falso miracolo alla falsa «agonia», in «Il punto di riferimento», maggio-giugno 1975, pp. 27-9.
(26) F. Caffè, Un’economia in ritardo cit., p. 7.
(27) Si vedano gli articoli riprodotti in Caffè, La solutine cit., pp. 80-2, 81-9, 143-5, 146-9, 150-1, 155-8, 163-5, 168-82 e 225-9.
(28) Caffè ha, fra l’altro, curato una raccolta di scritti ti Del Vecchio: Antologia degli scritti di Gustavo Del Vecchio nel centenario della nascita (1883-1983), introduzione e cura di F. Caffè, Collana di pubblicazioni dell’Istituto di Politica economica e finanziaria della Facoltà di economia e commercio dell’Università di ROMA, Angeli, Milano 1983.
(29) G. Del Vecchio, Economia generale, Utet Torino 1961, p. 741. Cfr. anche F. Caffè, Economia senza profeti. Contributi di bibliografia economica, Nuova Universale Studium, ROMA 1977, pp. 10-1.
(30) P. Sraffa, Produzione di MERCI a mezzo di merci, Einaudi, T orino 1960, p. V.
(31) F. Caffè, Morte di un GRANDE economista. La solitudine insidiata di Sraffa, in «Il Mamfesto», 7 settembre 1983; ristampato in Caffè, La solitudine cit., pp. 23-5.
(32) F. Vianello, Sraffa dopo Sraffa. Correggere o rifondare la teoria economica, in «Il Manifesto», 14 settembre 1983.
(33) F. Caffè, Una precisazione, in «Il Manifesto», 14 settembre 1983.
(34) Caffè, Introduzione a In difesa del welfare state cit., p. 10.
(35) Cfr. Caffè, La crisi del welfare state cit., p.18.
(36) Cfr. A. O. Hirschman, Lo stato sociale in difficoltà crisi sistemica o mal di crescita?, in Id., L’economia politica come scienza morale e sociale, Liguori, NAPOLI 1987, pp. 135-40.
(37) Caffè, La crisi del welfare state cit., p. 20.
(38) Ibid., p. 24.
(39) Caffè, Umanesimo del welfare cit., p. 255.
(40) Caffè, La crisi del welfare state cit., p. 18.
(41) Caffè, Umanesimo del welfare cit.
(42) Cfr. F. Vianello, Umanesimo del welfare: qualche riflessione, in Aa.Vv., In difesa del welfare state, a cura di G. M. Rey e G. C. Romagnoli, Angeli, Milano 1993, pp. 107-17 (in particolare p. 112).
(43) Caffè, Introduzione a In difesa del welfare state cit., p. 7.
(44) All’incontro con Caffè partecipò anche ANTONIO Lettieri, cui è dovuta una parte delle domande. Solo mia è invece la trascrizione delle risposte.

 




Internazionalismo del lavoro e globalizzazione

 

Emiliano Brancaccio – Intervento al convegno “La sinistra e la trappola dell’euro” – Roma 22 novembre 2014




Samir Amin: il ritorno del fascismo nel capitalismo contemporaneo

samirdi Samir Amin

Non è per caso che il titolo stesso di questo contributo collega il ritorno del fascismo sulla scena politica con la crisi del capitalismo contemporaneo. Il fascismo non è sinonimo di un regime di polizia autoritario che rifiuta le incertezze della democrazia parlamentare elettorale. Il fascismo è una particolare risposta politica alle sfide che la gestione della società capitalistica può trovarsi di fronte in circostanze specifiche.

Unità e diversità del fascismo

Movimenti politici che si possono giustamente chiamare fascisti erano in prima linea e hanno esercitato il potere in un certo numero di paesi europei, in particolare durante gli anni ’30 fino al 1945. Questi includevano l’Italia di Benito Mussolini, la Germania di Adolf Hitler, la Spagna di Francisco Franco, il Portogallo di António de Oliveira Salazar, la Francia di Philippe Pétain, l’Ungheria di Miklós Horthy, la Romania di Ion Antonescu, e la Croazia di Ante Pavelic. La diversità delle società che sono state vittime del fascismo – sia le maggiori società capitaliste sviluppate sia  le minori società capitaliste dominate, alcune annesse con una guerra vittoriosa, altre trasformatesi in tali come prodotto di una sconfitta- dovrebbe impedirci di considerarle alla stessa stregua tutte insieme. Io quindi specificherò i diversi effetti che questa diversità di strutture e congiunture produsse in queste società.

Eppure, al di là di questa diversità, tutti questi regimi fascisti avevano due caratteristiche in comune:

(1)    Nel caso di specie, erano tutti disposti a gestire il governo e la società in modo tale da non porre i principi fondamentali del capitalismo in discussione, in particolare la proprietà privata capitalistica, compresa quella del moderno capitalismo monopolistico. È per questo che io chiamo queste diverse forme di fascismo particolari modi di gestire il capitalismo e non forme politiche che mettono in discussione la legittimità di quest’ultimo, anche se “capitalismo” o “plutocrazie” sono stati oggetto di lunghe diatribe nella retorica dei discorsi fascisti. La bugia che nasconde la vera natura di questi discorsi appare non appena si esamina l’ “alternativa” proposta da queste varie forme di fascismo, che sono sempre in silenzio in merito al punto principale – la proprietà privata capitalista. Resta il fatto che la scelta fascista non è l’unica risposta alle sfide che deve affrontare la gestione politica di una società capitalista. E’ solo in certe congiunture di crisi violenta e profonda che la soluzione fascista sembra essere quella migliore per il capitale dominante, o talvolta anche l’unica possibile. L’analisi deve, quindi, concentrarsi su queste crisi.

(2)    La scelta fascista per la gestione di una società capitalista in crisi si basa sempre – anche per definizione – sul rifiuto categorico della “democrazia”. Il fascismo sostituisce sempre i principi generali su cui le teorie e le pratiche delle democrazie moderne sono basate – il riconoscimento di una diversità di opinioni, il ricorso a procedure elettorali per determinare la maggioranza, la garanzia dei diritti della minoranza, ecc. – con i valori opposti della sottomissione alle esigenze della disciplina collettiva e all’autorità del leader supremo e dei suoi agenti. Questa inversione di valori è quindi sempre accompagnata da un ritorno di idee rivolte al passato, che sono in grado di fornire una legittimazione apparente alle procedure di sottomissione che vengono implementate. L’annuncio della presunta necessità di tornare al (“medievale”) passato, di sottomettersi alla religione di stato o a qualche presunta caratteristica della “razza” o della “nazione” (etnica) costituiscono la panoplia dei discorsi ideologici messa in atto dalle potenze fasciste.

Le diverse forme di fascismo trovate nella moderna storia europea condividono queste due caratteristiche e rientrano in una delle seguenti quattro categorie:

(1)    Il fascismo delle principali potenze capitaliste “sviluppate” che aspiravano a diventare potenze egemoniche dominanti nel mondo, o almeno nel sistema capitalista regionale.

Il nazismo è il modello di questo tipo di fascismo. La Germania divenne una delle principali potenze industriali a partire dagli anni 1870 e una concorrente dei poteri egemoni dell’epoca (Gran Bretagna e, secondariamente, Francia) e del paese che aspirava a diventare egemone (gli Stati Uniti). Dopo la sconfitta del 1918, ha dovuto affrontare le conseguenze della sua incapacità di realizzare le sue aspirazioni egemoniche. Hitler formulò chiaramente il suo piano: stabilire in Europa, compresa la Russia e forse al di là, la dominazione egemonica della “Germania”, vale a dire dalle capitalismo dei monopoli che avevano sostenuto l’ascesa del nazismo. Egli era disposto ad accettare un compromesso con i suoi principali avversari: l’Europa e la Russia sarebbero state date a lui, la Cina al Giappone, il resto dell’Asia e dell’Africa alla Gran Bretagna, e le Americhe agli Stati Uniti. Il suo errore fu nel pensare che un tale compromesso fosse possibile: la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non l’accettarono, mentre il Giappone, al contrario, lo sostenne.

Il fascismo giapponese appartiene alla stessa categoria. Dal 1895, il moderno Giappone capitalista aspirava a imporre il suo dominio su tutta l’Asia orientale. Qui lo scivolamento è stato fatto “dolcemente” dalla forma “imperiale” di gestire un nascente capitalismo nazionale – basato  su  istituzioni apparentemente  ”liberali” (una dieta eletta), ma in realtà completamente controllate dall’Imperatore e dall’aristocrazia trasformata dalla modernizzazione – a una forma brutale, gestita direttamente dall’Alto Comando militare. La Germania nazista fece un’alleanza con l’imperiale / fascista Giappone, mentre la Gran Bretagna e gli Stati Uniti (dopo Pearl Harbor, nel 1941) si scontrarono con Tokyo, come fece la resistenza in Cina – le carenze del Kuomintang essendo compensate dal sostegno dei comunisti maoisti.

(2)    Il Il fascismo delle potenze capitaliste di secondo rango.

L’Italia di Mussolini (l’inventore del fascismo, compreso il suo nome) è il primo esempio. Il mussolinismo è stata la risposta della destra italiana (la vecchia aristocrazia, la nuova borghesia, le classi medie) alla crisi degli anni ’20 e alla minaccia comunista in crescita. Ma né il capitalismo italiano, né il suo strumento politico, il fascismo di Mussolini, avevano l’ambizione di dominare l’Europa, per non parlare del mondo. Nonostante tutte le vanterie del Duce sulla ricostruzione dell’Impero Romano (!), Mussolini capì che la stabilità del suo sistema poggiava sulla sua alleanza-  come subalterno – o con la Gran Bretagna (padrona del Mediterraneo) o con la Germania nazista. L’esitazione tra le due possibili alleanze continuò fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Il fascismo di Salazar e Franco appartiene a questo stesso tipo. Erano entrambi dittatori installati dalla destra e dalla Chiesa cattolica in risposta ai pericoli dei liberali repubblicani o dei repubblicani socialisti. I due non sono mai stati, per questo motivo, ostracizzati per la loro violenza anti-democratica (con il pretesto dell’ anti-comunismo) dalle grandi potenze imperialiste. Washington li riabilitò dopo il 1945 (Salazar era un membro fondatore della NATO e la Spagna acconsentì a basi militari americane), seguita dalla Comunità europea – garante per natura dell’ordine capitalista reazionario. Dopo la rivoluzione dei garofani (1974) e la morte di Franco (1975), questi due sistemi hanno aderito al campo delle nuove “democrazie” a bassa intensità della nostra epoca.

(3) Il fascismo delle potenze sconfitte.

Queste includono il governo della Francia di Vichy, così come in Belgio di Léon Degrelle e lo pseudo- governo “fiammingo” sostenuto dai nazisti. In Francia, la classe superiore scelse “Hitler piuttosto che il Fronte Popolare” (vedi i libri di Annie Lacroix- Riz su questo argomento). Questo tipo di fascismo, collegato con la sconfitta e la sottomissione all’ “Europa tedesca”, è stato costretto a ritirarsi in secondo piano dopo la sconfitta dei nazisti. In Francia, cedette il passo ai Consigli della Resistenza che, per un certo tempo, unirono i comunisti con gli altri combattenti della Resistenza (Charles de Gaulle, in particolare). La sua ulteriore evoluzione ha dovuto attendere (con l’avvio della costruzione europea e l’adesione della Francia al Piano Marshall e alla NATO, vale a dire, la volontaria sottomissione all’egemonia statunitense) che la destra conservatrice e anti- comunista e la destra  social- democratica rompessero definitivamente con la sinistra radicale  che venne fuori dalla Resistenza antifascista e potenzialmente anti-capitalista.

(4) Il fascismo nelle società dipendenti dell’Europa orientale.

Ci spostiamo verso il basso di parecchi gradi di più quando veniamo a esaminare le società capitalistiche dell’Europa orientale (la Polonia, gli Stati baltici, la Romania, l’Ungheria, la Jugoslavia, la Grecia e l’Ucraina occidentale durante l’era polacca). Dovremmo qui parlare di capitalismo arretrato e, di conseguenza, dipendente. Nel periodo tra le due guerre, le classi dominanti reazionarie di questi paesi hanno appoggiato la Germania nazista. E’, tuttavia, necessario esaminare caso per caso la loro articolazione con il progetto politico di Hitler.

In Polonia, la vecchia ostilità verso la dominazione russa (della Russia zarista), che divenne ostilità nei confronti della Unione Sovietica comunista, incoraggiata dalla popolarità del papato cattolico, di norma hanno fatto di questo paese un vassallo della Germania, sul modello di Vichy. Ma Hitler non la vedeva in questo modo: i polacchi, come i russi, gli ucraini e i serbi, erano popoli destinati allo sterminio, insieme con gli ebrei, i rom, e molti altri. Non c’era, poi, posto per un fascismo polacco alleato con Berlino.

L’Ungheria di Horthy e la Romania di Antonescu erano, al contrario, trattati come alleati subalterni della Germania nazista. Il fascismo in questi due paesi era in sé il risultato di  crisi sociali specifiche per ciascuno di essi: la paura del “comunismo” dopo il periodo di Béla Kun in Ungheria e la mobilitazione sciovinista nazionale contro gli ungheresi e ruteni in Romania.

In Jugoslavia, la Germania di Hitler (seguita dall’Italia di Mussolini) sostenne una Croazia “indipendente”, affidata alla gestione del movimento anti-serbo ustascia con il supporto decisivo della Chiesa cattolica, mentre i serbi erano condannati allo sterminio.

La rivoluzione russa aveva evidentemente cambiato la situazione per quanto riguarda le prospettive di lotta della classe operaia e la risposta delle classi possidenti reazionarie, non solo nel territorio della pre-1939 Unione Sovietica, ma anche nei territori perduti: gli Stati baltici e la Polonia. A seguito del Trattato di Riga nel 1921, la Polonia annesse la parte occidentale della Bielorussia (Volinia) e l’Ucraina (sud della Galizia, che era in precedenza un Crownland austriaco, e nel nord della Galizia, che era stata una provincia dell’Impero zarista).

In tutta questa regione, due campi presero forma dal 1917 (e dal 1905 con la prima rivoluzione russa): pro-socialista (che divenne pro-bolscevico), popolare in gran parte dei contadini (che aspiravano una riforma agraria radicale a loro beneficio) e nei circoli intellettuali (gli ebrei in particolare); e anti- socialista (e di conseguenza compiacenti per quanto riguarda i governi anti-democratici sotto l’influenza fascista) in tutte le classi di proprietari terrieri. La reintegrazione degli stati baltici, Bielorussia e Ucraina occidentale in Unione Sovietica nel 1939 ha enfatizzato questo contrasto.

La mappa politica dei conflitti tra “pro- fascisti” e “antifascisti” in questa parte d’Europa orientale è stata offuscata, da un lato, dal conflitto tra lo sciovinismo polacco (che persisteva nel suo progetto di “Polonizzare” le annesse regioni bielorusse ed ucraine con insediamenti di coloni) e le popolazioni vittime;  e, d’altra parte, dal conflitto tra i “nazionalisti” ucraini che erano al tempo stesso anti-polacchi e anti-russi (a causa dell’ anti-comunismo) e il progetto di Hitler, che non prevedeva nessuno Stato ucraino come alleato subalterno, poiché il suo popolo era semplicemente contrassegnato per lo sterminio.

Io qui rinvio  il lettore al lavoro autorevole di Olha Ostriitchouk  Les Ukrainiens face à leur passé. La rigorosa analisi di Ostriitchouk della storia contemporanea di questa regione (Galizia austriaca, Ucraina polacca, Piccola Russia, che divenne l’Ucraina sovietica) fornirà al lettore una comprensione delle questioni in gioco nei conflitti ancora in corso, nonché dello spazio occupato dal fascismo locale.

La visione accondiscendente della destra occidentale sul fascismo passato e presente

La destra nei parlamenti europei tra le due guerre mondiali fu sempre accondiscendente verso il fascismo e anche il più ripugnante nazismo. Churchill stesso, a prescindere dalla sua estrema “britannicità,” non ha mai nascosto la sua simpatia per Mussolini. I presidenti degli Stati Uniti, e l’establishment dei partiti democratico e repubblicano, solo tardivamente scoprirono il pericolo rappresentato dalla Germania di Hitler e, soprattutto, dal Giappone imperiale / fascista. Con tutto il cinismo caratteristico dell’establishment degli Stati Uniti, Truman apertamente dichiarò quello che altri pensavano in silenzio: consentire alla guerra di consumare i suoi protagonisti – Germania, Russia sovietica, e europei sconfitti – e intervenire il più tardi possibile per raccogliere i frutti. Questa non è affatto l’espressione di una posizione anti-fascista di principio. Nessuna esitazione fu mostrata nella riabilitazione di Salazar e Franco nel 1945. Inoltre, la connivenza con il fascismo europeo è stata una costante nella politica della Chiesa cattolica. Non è poi così fuori luogo descrivere Pio XII come un collaboratore di Mussolini e Hitler.

Lo stesso antisemitismo di Hitler suscitò orrore solo molto più tardi, quando raggiunse la fase finale della sua follia omicida. L’enfasi sull’odio per il “giudeo-bolscevismo” fomentato dai discorsi di Hitler era comune a molti politici. Fu solo dopo la sconfitta del nazismo che si rese necessario condannare l’antisemitismo in linea di principio. Il compito fu reso più facile perché gli eredi autoproclamati del titolo di “vittime della Shoah” erano diventati i sionisti di Israele, alleati dell’imperialismo occidentale contro i palestinesi e il popolo arabo che invece, non era mai stato coinvolto negli orrori dell’antisemitismo europeo!

Ovviamente, il crollo dei nazisti e dell’Italia di Mussolini obbligarono le forze politiche di destra in Europa occidentale (ad ovest della “cortina”) a distinguersi da quelli che – all’interno dei propri gruppi – erano stati complici e alleati del fascismo. Tuttavia, i movimenti fascisti furono solo costretti a ritirarsi in secondo piano e nascondersi dietro le quinte, senza realmente scomparire.

In Germania occidentale, in nome della “riconciliazione”, il governo locale e i suoi committenti (gli Stati Uniti e in secondo luogo la Gran Bretagna e Francia) lasciarono al loro posto quasi tutti coloro che avevano commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità. In Francia, sono stati avviati procedimenti giudiziari contro la Resistenza per “esecuzioni abusive contro i collaborazionisti” quando i Vichyisti riapparvero sulla scena politica con Antoine Pinay. In Italia, il fascismo divenne silenzioso, ma era ancora presente nelle file della Democrazia Cristiana e della Chiesa cattolica. In Spagna, il compromesso di “riconciliazione” imposto dalla Comunità Europea (che più tardi divenne l’Unione europea) puramente e semplicemente vietò qualsiasi richiamo ai crimini franchisti.

Il sostegno dei partiti socialisti e socialdemocratici dell’Europa occidentale e centrale alle campagne anti-comuniste intraprese dalla destra conservatrice condivide la responsabilità per il successivo ritorno del fascismo. Questi partiti della sinistra “moderata” erano, invece, stati autenticamente e risolutamente anti-fascisti. Tuttavia tutto questo è stato dimenticato. Con la conversione di questi partiti al liberalismo sociale, il loro appoggio incondizionato alla costruzione europea- sistematicamente concepita come una garanzia per l’ordine capitalista reazionario – e la loro sottomissione non meno incondizionata alla egemonia degli Stati Uniti (attraverso la NATO, tra gli altri mezzi), si è consolidato un blocco reazionario che combina la classica destra e i liberali sociali;  un blocco che potrebbe se necessario ospitare la nuova estrema destra.

Successivamente, la riabilitazione del fascismo dell’Europa orientale è stata rapidamente effettuata a partire dal 1990. Tutti i movimenti fascisti dei paesi interessati erano stati alleati o collaboratori fedeli a vari livelli con l’hitlerismo. Di fronte alla sconfitta imminente, un gran numero dei loro capi attivi era stato reimpiegato in Occidente e poterono, di conseguenza, “arrendersi” alle forze armate degli Stati Uniti. Nessuno di loro fu restituito ai governi sovietico, jugoslavo, o di altri  nelle nuove democrazie popolari per essere processati per i loro crimini (in violazione degli accordi alleati). Tutti trovarono rifugio negli Stati Uniti e in Canada. Ed essi furono tutti coccolati dalle autorità per il loro feroce anti-comunismo!

In Les Ukrainiens face à leur passé, Ostriitchouk fornisce tutto il necessario per dimostrare inconfutabilmente la collusione tra gli obiettivi della politica degli Stati Uniti (e dietro di essi dell’ Europa) e quelli dei fascisti locali dell’Europa orientale (in particolare, Ucraina). Ad esempio, il “Professore” Dmytro Dontsov, fino alla sua morte (nel 1975), ha pubblicato tutte le sue opere in Canada, che non sono soltanto violentemente anti-comuniste (il termine “bolscevismo giudaico” è consuetudine con lui), ma anche fondamentalmente anti-democratiche. I governi dei cosiddetti stati democratici dell’Occidente sostennero, e anche finanziarono e organizzarono, la “rivoluzione arancione” (vale a dire, la controrivoluzione fascista) in Ucraina. E tutto ciò  sta continuando. In precedenza, in Jugoslavia, il Canada aveva anche spianato la strada agli Ustasha croati.

Il modo intelligente in cui i media “moderati” (che non possono apertamente riconoscere che supportano fascisti dichiarati) nascondono il loro sostegno a questi fascisti è semplice: sostituire il termine “nazionalista” a fascista. Il professor Dontsov non è più un fascista, è un “nazionalista” ucraino, come Marine Le Pen non è più una fascista, ma una nazionalista (come Le Monde, per esempio, ha scritto)!

Sono questi fascisti davvero “nazionalisti”, semplicemente perché dicono così? Questo è dubbio. I nazionalisti oggi meritano questa etichetta solo se mettono in discussione il potere delle forze realmente dominanti nel mondo contemporaneo, vale a dire, quella dei monopoli degli Stati Uniti e dell’Europa. Questi cosiddetti “nazionalisti” sono amici di Washington, Bruxelles, e della NATO. Il loro “nazionalismo” consiste nell’odio sciovinista di persone vicine in gran parte innocenti che non sono mai state responsabili delle loro disgrazie: per gli ucraini, sono i russi (e non lo zar); per i croati, sono i serbi; per la nuova estrema destra in Francia, Austria, Svizzera, Grecia, e altrove, si tratta degli “immigrati”.

Il pericolo rappresentato dalla collusione tra le maggiori forze politiche negli Stati Uniti (repubblicani e democratici) e in Europa (la destra parlamentare e i liberali sociali), da un lato, ed i fascisti d’Oriente, dall’altro, non deve essere sottovalutata. Hillary Clinton si è posta come principale portavoce di questa collusione e spinge l’isteria di guerra al limite. Ancor più che George W. Bush, se possibile, lei aleggia una guerra preventiva di vendetta (e non solo per la ripetizione della guerra fredda) contro la Russia – con interventi decisamente espliciti in Ucraina, Georgia, Moldova, tra gli altri – contro la Cina, e contro i popoli in rivolta in Asia, Africa e America Latina. Purtroppo, questa corsa a capofitto degli Stati Uniti in risposta al loro declino potrebbe trovare un supporto sufficiente per consentire a Hillary Clinton di diventare “la prima donna presidente degli Stati Uniti!” Non dimentichiamo che cosa si nasconde dietro questa falsa femminista!

Senza dubbio, potrebbe ancora apparire oggi che il pericolo fascista non sia una minaccia per l’ordine “democratico” negli Stati Uniti e in Europa ad ovest della vecchia “cortina”. La collusione tra la classica destra parlamentare e i liberali sociali rende superfluo per il capitale dominante ricorrere ai servizi di una estrema destra che segue la scia dei movimenti storici fascisti. Ma allora cosa dovremmo concludere sui successi elettorali dell’estrema destra negli ultimi dieci anni? Gli europei sono chiaramente anche le vittime della diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico. Possiamo capire perché, poi, posti di fronte alla collusione tra la destra e la cosiddetta sinistra socialista, si rifugiano nell’astensione elettorale o nel voto per l’estrema destra. La responsabilità della potenziale sinistra radicale è, in questo contesto, enorme:  se questa sinistra avesse avuto l’audacia di proporre avanzamenti reali al di là del capitalismo attuale, avrebbe ottenuto la credibilità che le manca. Una sinistra radicale audace è necessaria per fornire la coerenza che gli attuali movimenti frammentari di protesta e le lotte difensive ancora non hanno. Il “movimento” potrebbe, quindi, invertire l’equilibrio sociale del potere in favore delle classi lavoratrici e rendere possibili avanzamenti progressisti . I successi conquistati dai movimenti popolari in Sud America ne sono la prova.

Allo stato attuale delle cose, i successi elettorali dell’estrema destra derivano dal capitalismo contemporaneo stesso. Questi successi consentono ai media di mettere insieme, sotto la stessa etichetta di condanna, i “populisti di estrema destra e quelli di estrema sinistra,” oscurando il fatto che i primi sono pro-capitalisti (come il termine estrema destra dimostra ) e, quindi, possibili alleati per il capitale, mentre i secondi sono i soli avversari potenzialmente pericolosi del sistema di potere del capitale.

Osserviamo, mutatis mutandis, una congiuntura simile negli Stati Uniti, anche se la loro estrema destra non viene mai chiamata fascista. Il maccartismo di ieri, proprio come i fanatici del Tea Party e i guerrafondai (ad esempio, Hillary Clinton) di oggi, difendono apertamente le “libertà” – intese come appartenenti esclusivamente ai proprietari e manager del capitale monopolistico contro “il governo” sospettato di acconsentire alle richieste delle vittime del sistema.

Un’ultima osservazione sui movimenti fascisti: sembrano incapaci di capire quando e come smettere di fare le loro richieste. Il culto del leader e dell’obbedienza cieca, l’acritica e suprema valorizzazione delle costruzioni mitologiche pseudo-etniche o pseudo-religiose che trasmettono il fanatismo e il reclutamento di milizie per azioni violente rendono il fascismo una forza che è difficile da controllare. Gli errori addirittura oltre le deviazioni irrazionali dal punto di vista degli interessi sociali serviti dai fascisti sono inevitabili. Hitler era una persona veramente malata di mente eppure riuscì a costringere i grandi capitalisti che lo avevano messo al potere a seguirlo fino alla fine della sua follia e ottenne anche il sostegno di una grande parte della popolazione. Anche se questo è soltanto un caso estremo e Mussolini, Franco, Salazar e Pétain non erano malati di mente, un gran numero dei loro collaboratori e seguaci non ha esitato a commettere atti criminali.

 

Il fascismo nel Sud contemporaneo

L’integrazione dell’America Latina nel capitalismo globalizzato nel XIX secolo si basava sullo sfruttamento dei contadini ridotti al rango di “peones” e il loro assoggettamento alle pratiche selvagge dei grandi proprietari terrieri. Il sistema di Porfiro Diaz in Messico ne è un buon esempio. La promozione di questa integrazione nel XX secolo ha prodotto la “modernizzazione della povertà” . Il rapido esodo rurale, più pronunciato e precedente in America Latina che in Asia e in Africa, ha portato a nuove forme di povertà nelle favelas urbane contemporanee, che vennero a sostituire le vecchie forme di povertà rurale. Allo stesso tempo, le forme di controllo politico delle masse sono state “modernizzate” creando dittature, abolendo la democrazia elettorale, vietando i partiti e i sindacati, e attribuendo a “moderni” servizi segreti tutti i diritti di  arrestare e torturare attraverso le loro tecniche di intelligence. Chiaramente, queste forme di gestione politica sono visibilmente analoghe a quelle del fascismo scoperte nei paesi del capitalismo dipendente in Europa orientale. Le dittature del XX secolo in America Latina servirono il blocco reazionario locale (grandi proprietari terrieri, borghesia compradora, e qualche volta le classi medie che hanno beneficiato di questo tipo di sottosviluppo), ma soprattutto, hanno servito il capitale straniero dominante, in particolare quello degli Stati Uniti , che, per questo motivo, sostennero queste dittature fino al loro rovesciamento con la recente esplosione di movimenti popolari. La forza di questi movimenti e le conquiste sociali e democratiche che hanno imposto escludono, almeno nel breve termine, il ritorno delle dittature para-fasciste. Ma il futuro è incerto: il conflitto tra il movimento delle classi lavoratrici e  il capitalismo locale e mondiale è appena cominciato. Come per tutti i tipi di fascismo, le dittature dell’America Latina non evitarono errori, alcuni dei quali sono stati fatali per loro. Penso, per esempio, a Jorge Rafael Videla, che è andato in guerra per le isole Malvinas per capitalizzare il sentimento nazionale argentino a suo beneficio.

A partire dagli anni ’80, il sottosviluppo tipico della diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico prese il posto dei sistemi nazionali populisti dell’epoca di Bandung (1955-1980), in Asia e Africa(3). Questo sottosviluppo produsse inoltre forme affini sia alla modernizzazione della povertà sia alla modernizzazione della violenza repressiva. Gli eccessi dei sistemi post-nasseriani e post-baathisti nel mondo arabo forniscono buoni esempi di questo. Non dobbiamo mettere assieme i regimi populisti nazionali dell’epoca Bandung e quelli dei loro successori, che sono saltati sul carro del neoliberismo globalizzato, perché erano entrambi “non democratici”. I regimi di Bandung, nonostante le loro pratiche politiche autocratiche, godevano di qualche legittimazione popolare sia per i loro risultati effettivi, che beneficiavano la maggioranza dei lavoratori, sia per le loro posizioni anti-imperialiste. Le dittature che seguirono hanno perso questa legittimità non appena hanno accettato la sudditanza al modello neoliberista globalizzato e al sottosviluppo che l’accompagna. L’autorità popolare e nazionale, anche se non democratica, lasciò il posto alla violenza della polizia e al servizio del progetto neoliberista, antipopolare e antinazionale.

Le recenti rivolte popolari, a partire dal 2011, hanno messo in discussione le dittature. Ma le dittature sono state soltanto messe in discussione. Un’alternativa troverà gli strumenti per raggiungere la stabilità soltanto se riuscirà a conciliare i tre obiettivi attorno a cui le rivolte sono riuscite ad aggregare: continuazione della democratizzazione della società e della politica, conquiste sociali progressiste e l’affermazione della sovranità nazionale.

Siamo ancora lontani da questo. Questo è il motivo per cui ci sono molteplici alternative possibili nel breve periodo visibile. Ci può essere un possibile ritorno al modello nazionale popolare dell’epoca di Bandung, magari con maggiore democrazia? O la costituzione e l’affermazione di un fronte democratico, popolare e nazionale? O un tuffo in una illusione rivolta al passato che, in questo contesto, assume la forma di una “islamizzazione” della politica e della società?

Nel conflitto – nella troppa confusione- le potenze occidentali (Stati Uniti ei suoi subalterni alleati europei) hanno fatto la loro scelta su queste tre possibili risposte alla sfida: hanno dato sostegno preferenziale ai Fratelli Musulmani e / o a altre organizzazioni “salafite” dell’Islam politico. La ragione di ciò è semplice ed evidente: queste forze politiche reazionarie accettano di esercitare il loro potere all’interno del neoliberismo globalizzato (e abbandonando così ogni prospettiva di giustizia sociale e indipendenza nazionale). Questo è l’unico obiettivo perseguito dalle potenze imperialiste.

Di conseguenza, il programma dell’ Islam politico appartiene al tipo di fascismo trovato nelle società dipendenti. Infatti condivide con tutte le forme di fascismo due caratteristiche fondamentali: (1) l’assenza di una sfida  agli aspetti essenziali dell’ordine capitalista (e in questo contesto ciò equivale a non contestare il modello di sottosviluppo connesso alla diffusione del capitalismo globalizzato neoliberista); e (2) la scelta di forme di gestione politica anti-democratiche, da stato di polizia (come ad esempio il divieto di partiti e organizzazioni, e l’islamizzazione forzata della morale).

L’opzione anti-democratica delle potenze imperialiste (che dimostra quanto sia falsa la retorica pro-democratica sbandierata nel diluvio di propaganda a cui siamo sottoposti), allora, accetta i possibili “eccessi” dei regimi islamici in questione. Come altri tipi di fascismo e per le stesse ragioni, questi eccessi sono iscritti nei “geni” dei loro modi di pensare: sottomissione indiscussa ai leader, valorizzazione fanatica dell’ adesione alla religione di stato, e la formazione di forze d’urto utilizzate per imporre la sottomissione . In realtà, e questo può essere visto già, il programma “islamista” progredisce soltanto nel contesto di una guerra civile (tra, tra gli altri, sunniti e sciiti) e determina nient’altro che caos permanente. Questo tipo di potere islamico è, quindi, la garanzia che le società in questione restano assolutamente incapaci di affermarsi sulla scena mondiale. E’ chiaro che dei declinanti Stati Uniti hanno rinunciato ad ottenere qualcosa di meglio- uno stabile e sottomesso governo locale – in favore di questa “seconda scelta”.

Sviluppi e scelte analoghe possono essere trovati anche al di fuori del mondo arabo-musulmano, come ad esempio nell’India indù, per esempio. Il Bharatiya Janata Party (BJP), che ha appena vinto le elezioni in India, è un partito religioso indù reazionario che accetta l’inserimento del suo governo nel neoliberismo globalizzato. È la garanzia che l’India, sotto il suo governo, si ritirerà dal suo progetto di essere una potenza emergente. Descriverlo come fascista, poi, non è in fondo un azzardo.

In conclusione, il fascismo ha fatto il suo ritorno a Sud, Est e Ovest: e questo ritorno è intimamente connesso con la diffusione della crisi sistemica del capitalismo monopolistico generalizzato, finanziarizzato e globalizzato. Un effettivo o persino un potenziale ricorso ai servigi dei movimenti fascisti da parte dei centri dominanti di questo sistema ridotto allo stremo richiede la più stretta vigilanza da parte nostra. Questa crisi è destinata a peggiorare e, di conseguenza, la minaccia di una risorgenza di soluzioni fasciste potrebbe diventare un pericolo concreto. Il sostegno di Hillary Clinton a politiche americane guerrafondaie non lascia presagire buone cose per il futuro più immediato.

Note:

1)      Olha Ostriitchouk, Les Ukrainiens face à leur passé [Gli ucraini di fronte al loro passato] (Brussels: P.I.E. Lang, 2013)

2)      Samir Amin, The Implosion of Contemporary Capitalism (New York: Monthly Review Press, 2013)

3)      Per la diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico, vedi ibid.

Articolo originale: http://monthlyreview.org/2014/09/01/the-return-of-fascism-in-contemporary-capitalism/

Traduzione di Maurizio Acerbo e Federico Vernarelli

fonte: rifondazione.it




David Harvey, Riflettendo su “Capital” di Thomas Piketty

fotoRiflettendo su “Capital” di Thomas Piketty on 21 Maggio 2014. di DAVID HARVEY Pubblichiamo la traduzione del commento di David Harvey al tanto discusso “Capitale nel Secolo XXI” di Thomas Piketty. Harvey, con spirito critico e un’impostazione di ragionamento marxiana, ha il merito di evidenziare l’erronea concezione di capitale secondo Piketty – il capitale non viene inteso come processualità relazionale – e le contraddizioni che ne scaturiscono. In sintesi, l’amplio e ben documentato lavoro dell’economista francese offre una preziosa descrizione della diseguaglianza economica in chiave storica, ma non ne spiega né le ragioni immanenti né propone soluzioni politicamente viabili. Di sicuro, il fatto che il discorso sulla spropositata diseguaglianza strutturale abbia perforato il velo della comunicazione mainstream – libro best seller su Amazon, Piketty-mania tra giornalisti e commentatori, un terremoto dentro l’accademia egemonizzata dal pensiero neoliberista – è sintomatico di una nuova sensibilità diffusa e potenzialmente antagonista. Il merito non va tanto alla crisi finanziaria globale del 2008 quanto a Occupy e ai movimenti che dal 2011 in avanti hanno alterato la percezione collettiva, imponendo con forza il discorso “we are the 99%!”, rinnovando il concetto di lotta di classe in un tempo in cui la concentrazione della ricchezza non è storicamente mai stata così polarizzata. Ora che questo discorso è riuscito a stabilire la propria legittimità anche nel mainstream, la sfida è spingerlo oltre un riformismo social-democratico, per ragioni di realismo politico, data l’irriformabilità del capitalismo contemporaneo a cui anche Harvey allude quando si riferisce all’impraticabilità delle soluzioni politiche proposte. L’obiettivo, a partire dalla consapevolezza diffusa dell’attuale situazione di ingiustizia economica e sociale, non può che essere l’organizzazione del conflitto, l’unico innesco possibile a qualsivoglia processo redistributivo. Thomas Piketty è l’autore di “Capital”, libro che ha suscitato un gran scalpore. Argomenta in favore della tassazione progressiva e di una tassa sul patrimonio globale come unica soluzione per contrastare la tendenza verso la creazione di una forma “patrimoniale” di capitalismo, caratterizzata da “terrificanti” disuguaglianze di ricchezza e reddito. Inoltre, documenta dettagliatamente, con una precisione atroce e difficilmente confutabile, l’evoluzione nel corso degli ultimi due secoli della disuguaglianza sociale rispetto sia alla ricchezza che al reddito, con particolare enfasi sul ruolo della ricchezza. Demolisce la largamente diffusa opinione secondo cui il capitalismo del libero mercato sia distributore di ricchezza e rappresenterebbe il grande baluardo per la difesa delle libertà individuali e non. Piketty fa vedere come il capitalismo del libero mercato, in assenza di significativi interventi redistributivi da parte dello Stato, produce oligarchie antidemocratiche. Queste tesi hanno dato adito all’oltraggio liberale, guidato dall’apoplettico Wall Street Journal. Il libro è stato spesso presentato come il sostituto per il ventunesimo secolo dell’opera ottocentesca di Karl Marx dallo stesso titolo. Piketty in realtà nega che questa fosse la sua intenzione, il che è un bene dal momento che il suo non è affatto un libro sul capitale. Non ci spiega il perché del crollo del 2008 e perché da così tanto tempo così tante persone non riescono ad affrancarsi dal duplice fardello della costante disoccupazione e dalla preclusione delle case. Non ci aiuta a capire perché la crescita è attualmente così fiacca negli Stati Uniti, a differenza che in Cina, e perché l’Europa si trova in uno stato di paralisi dato dalle politiche d’austerità e da un’economia in stagnazione. Ciò che Piketty dimostra statisticamente (e dovremmo essere tutti grati a lui e ai suoi colleghi per questo) è che il capitale durante la sua storia ha sempre avuto la tendenza a produrre livelli sempre maggiori di disuguaglianza. Per molti di noi questa non è certo una novità. Inoltre, questa era esattamente la conclusione teorica di Marx nel Volume Uno della sua versione del Capitale. Piketty non se ne accorge, e il che non è sorprendente dal momento che, di fronte alle accuse della stampa di destra di essere un marxista sotto mentite spoglie, ha sempre sostenuto di non aver letto il Capitale di Marx. Piketty fornisce una gran mole di dati a sostegno delle sue argomentazioni. Il suo resoconto sulle differenze tra reddito e ricchezza è convincente e utile. Inoltre, propone una ragionata difesa delle tasse di successione, della tassazione progressiva e di una tassa sul patrimonio globale (anche se quasi certamente trattasi di misure politicamente inattuabili) come possibili antidoti a un’ulteriore concentrazione di ricchezza e potere. Ma perché si verifica questa tendenza a una crescente disuguaglianza nel corso del tempo? A partire dai suoi dati (conditi con alcuni suggestivi aneddoti letterari tratti dalle opere di Jane Austen e Balzac) estrae una legge matematica per spiegare cosa accade: la progressiva accumulazione di ricchezza da parte del famoso uno per cento (termine reso popolare grazie al movimento “Occupy”) è dovuta al semplice fatto che il tasso di rendimento del capitale (r) supera sempre il tasso di crescita del reddito (g). Questo, dice Piketty, è ed è sempre stata “la contraddizione centrale” del capitale. Ads by external sourceAd Options Ma una regolarità statistica di questo tipo non può costituire una spiegazione adeguata, tantomeno una legge. Quindi, quali forze producono e sostengono una tale contraddizione? Piketty non lo dice. La legge è la legge, e così è. Marx avrebbe ovviamente attribuito l’esistenza di una tale legge allo squilibrio di potere tra capitale e lavoro. Ed è una spiegazione che ancora regge. Il costante calo della quota di lavoro nel reddito nazionale dal 1970 è dovuto al calo di potere politico ed economico del lavoro, poiché il capitale ha mobilitato tecnologie, disoccupazione, delocalizzazione e politiche anti-lavoro (come quelle di Margaret Thatcher e Ronald Reagan ) per schiacciare tutte le opposizioni. Come Alan Budd, un consigliere economico di Margaret Thatcher, ha ammesso in un momento di distrazione, le politiche anti-inflazionistiche degli anni 80 si sono rivelate essere “un modo eccellente per aumentare la disoccupazione, e aumentare la disoccupazione era un modo estremamente desiderabile per ridurre la forza del classi lavoratrici… quello che veniva lì progettato era in termini marxisti una crisi del capitalismo, che ha ricreato un esercito di forza-lavoro di riserva e che da allora ha permesso ai capitalisti di ottenere elevati profitti.” La disparità di retribuzione tra CEO e lavoratori medi era pari a trenta a uno nel 1970. Oggi è nettamente superiore a trecento a uno, e nel caso di MacDonalds equivale circa a milleduecento a uno. Eppure nel volume 2 del Capitale di Marx (che Piketty non ha letto ma rigetta spensieratamente) Marx ha sottolineato che la propensione del capitale all’abbassamento dei salari a un certo punto limiterà la capacità del mercato di assorbire il prodotto del capitale stesso. Henry Ford affrontò questo dilemma tempo fa, quando concesse ai suoi operai 5 dollari di salario per giornata lavorativa di otto ore con il fine, disse, di rilanciare il consumo. Erano in molti a ritenere che la mancanza di domanda effettiva fosse alla radice della Grande Depressione del 1930. Fu questo a ispirare le politiche espansive keynesiane del secondo dopoguerra che parzialmente ridussero le disuguaglianze di reddito (anche se non tanto quelle relative alla ricchezza), in un contesto di crescita sostenuta da forte domanda. Ma questa soluzione si basava sulla relativa emancipazione del lavoro e sulla costruzione dello “stato sociale” (termine di Piketty ) finanziato tramite tassazione progressiva. “Tutto sommato”, scrive, ” nel periodo tra il 1932 e 1980, quasi mezzo secolo, l’imposta federale sui redditi elevati era mediamente intorno all’81 per cento negli Stati Uniti. ” E questa non ha in alcun modo attenuato la crescita (un’altra prova di Piketty che confuta le credenze della destra). Verso la fine degli anni 60 molti capitalisti capirono che bisognava agire contro l’eccessivo potere del lavoro. Da qui l’estromissione di Keynes dal pantheon degli economisti rispettabili, e il passaggio al pensiero di Milton Friedman schierato dalla parte dell’offerta, la crociata per stabilizzare e ridurre la tassazione, per decostruire lo stato sociale e disciplinare le forze del lavoro. Dopo il 1980 negli Stati Uniti le aliquote fiscali più elevate furono abbassate e i redditi da capitale – un’importante fonte di reddito per gli ultra-ricchi – tassati ad un tasso molto più basso, incrementando enormemente il flusso di ricchezza diretto verso l’uno per cento. Eppure l’impatto sulla crescita, Piketty dimostra, è stato trascurabile. Dunque, la “trickle down”, la redistribuzione dei benefici a partire dall’alto (un’altra delle convinzioni preferite della destra) non funziona. Alla sua base non c’è alcuna legge economica. Si tratta di una scelta politica. Ma allora la questione più pressante non può che tornare ad essere: dove è la domanda? Una questione che Piketty ignora sistematicamente. Gli anni 90 l’hanno elusa grazie a una vasta espansione del credito, compresa l’estensione del finanziamento ipotecario nei mercati sub-prime. Ma la conseguente bolla speculativa era destinata a esplodere, così come avvenuto nel 2007-8, abbattendo la Lehman Brothers e con essa il sistema creditizio. Tuttavia, i tassi di profitto e l’ulteriore concentrazione di ricchezza privata sono tornati a crescere molto rapidamente dopo il 2009, mentre tutto e tutti versavano in una pessima situazione. I tassi di profitto delle imprese non sono mai stati così alti come oggi negli Stati Uniti. Le aziende dispongono di spropositate quantità di denaro e si rifiutano di spenderlo, perché le condizioni di mercato non sono stabili. La formulazione della legge matematica di Piketty più che rivelare il coinvolgimento della politica di classe, la occulta. Come Warren Buffett ha osservato, “certamente c’è una guerra di classe, ed è la mia classe, i ricchi, che la stanno facendo e stiamo vincendo.” Un chiaro indice della loro vittoria è dato dalle crescenti disparità di ricchezza e di reddito dell’1% rispetto a tutti gli altri. Ads by external sourceAd Options Vi è, tuttavia, un problema centrale nell’argomentazione di Piketty. Essa poggia su una definizione erronea di capitale. Il capitale non è una cosa, ma un processo. Si tratta di un processo di circolazione dove il denaro viene utilizzato per fare altro denaro, spesso ma non esclusivamente attraverso lo sfruttamento della forza lavoro. Piketty definisce il capitale come stock di tutti i beni detenuti da privati, aziende e governi e che possono essere commerciati, indifferentemente se questi beni sono utilizzati o meno. Ciò include terreni, immobili e diritti di proprietà intellettuale così come la propria arte o la propria collezione di gioielli. Come determinare il valore di tutte queste cose è un problema tecnico complicato che non ha una soluzione condivisa. Al fine di calcolare un tasso significativo di rendimento, r , si necessita di un qualche modo per valorizzare il capitale iniziale. Purtroppo non c’è modo per valorizzarlo indipendentemente dal valore dei beni e dei servizi utilizzati, o dal prezzo al quale può essere venduto sul mercato. L’intero pensiero economico neoclassico (che è la base del pensiero di Piketty ) si fonda su una tautologia. Il tasso di rendimento del capitale dipende in modo cruciale dal tasso di crescita perché il capitale si valorizza attraverso cosa produce, e non attraverso ciò che serve alla produzione. Il suo valore è fortemente influenzato dalle condizioni speculative e può essere gravemente deformato dalla famosa “esuberanza irrazionale” che Greenspan ha individuato come caratteristica dei mercati finanziari e immobiliari. Se sottraiamo dalla definizione di capitale (e la motivazione per il loro inserimento è piuttosto debole) abitazioni e immobili – per non parlare del valore delle collezioni d’arte degli investitori speculativi, allora la spiegazione di Piketty per le crescenti disparità di ricchezza e reddito non regge, nonostante rimangano valide le sue descrizioni sullo stato delle disuguaglianze passati e presenti. Denaro, terreni, immobili, fabbriche e macchinari non utilizzati in modo produttivo, non sono capitale. Se il tasso di rendimento sul capitale che viene utilizzato è elevato, è perché una parte del capitale viene ritirato dalla circolazione e praticamente va in sciopero. Limitare l’offerta di capitale per nuovi investimenti (un fenomeno a cui stiamo assistendo) garantisce un alto tasso di rendimento sul capitale in circolazione. La creazione di una scarsità artificiale non è solo ciò che fanno le compagnie petrolifere per assicurarsi alti tassi di rendimento: tutto il capitale lo fa quando ha la possibilità di farlo. E’ questo meccanismo a sostenere la tendenza del tasso di rendimento del capitale (indipendentemente da come viene definito e misurato) a superare sempre il tasso di crescita del reddito. Così il capitale si riproduce, indipendentemente da quali siano le conseguenze per noi altri. Così vive la classe capitalista. L’insieme di dati raccolti da Piketty è prezioso. Ma la sua spiegazione riguardo al perché sorgono disuguaglianze e tendenze oligarchiche è gravemente viziata. Le sue proposte per rimediare alle disuguaglianze sono ingenue, se non utopiche. Inoltre, non si può certo dire che abbia prodotto un modello funzionante per il capitale del XXI secolo. Per questo abbiamo ancora bisogno di Marx o di un suo equivalente contemporaneo. * Traduzione di Ivan Bonnin (@ivnbkn).




La storia del capitalismo è appena cominciata

NEWS_220685Intervista a Luciano Canfora

di Vittorio Bonanni

Classicista di fama internazionale, esponente di spicco della sinistra italiana, già iscritto a Rifondazione comunista e al Pdci, docente presso l’Università di Bari, Luciano Canfora è uno degli intellettuali più prestigiosi e controcorrenti che il panorama italiano può vantare. Quest’anno ha partecipato in qualità di condirettore all’edizione 2014 di FestivalStoria, ospitata presso i locali dell’Università di San Marino, dedicata questa volta al tema “Auri Sacra Fames”. Il denaro, motore della Storia? e che chiude oggi i battenti. A lui abbiamo chiesto di riflettere su questo concetto il quale se per certi versi appare scontato di fatto non trova mai o quasi mai riscontro esplicito nelle discussioni politiche o culturali sia a livello nazionale che internazionale.

 

Professor Canfora, fermo restando che già sappiamo, come sosteneva Marx, che l’economia è la struttura portante della storia dell’umanità, e con essa il denaro e l’avidità dell’uomo, si può intravedere un’epoca dove però questo aspetto ha prevalso più di altri momenti?

Una storia dell’umanità in sintesi l’ha già raccontata Lucrezio, il poeta latino del tempo di Cicerone e di Cesare, a metà del primo anno Avanti Cristo. Nel quinto libro del “De Rerum Natura”, una pagina formidabile, una specie di storia dell’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, dice che il conflitto e quindi la storia conflittuale dell’umanità, comincia quando fu scoperta la proprietà. “Res reperta”, appunto la proprietà, e “aurunque”, cioè l’oro. Riferimento del valore convenzionale. E forse, anche se non possiamo saperlo con certezza, probabilmente già Epicuro si soffermava molto su questo punto se lo stesso Lucrezio appunto lo ha molto tradotto parafrasandolo e rievocandolo. Io sono convinto che Lucrezio sia stato un pensatore originale e molto importante.

Comunque l’intuizione che l’intera vicenda umana sia legata a questo fenomeno e alla dinamica della proprietà e al conflitto che essa determina, diventa lì, nel suo pensiero, molto chiara. Ed è altrettanto chiara e ben presente nella consapevolezza e nella coscienza di tutti gli storici e i pensatori del mondo antico, che sono millenni di storia non certamente un quarto d’ora. Insomma il materialismo storico non ha inventato nulla a riguardo, ha solo preso coscienza di un convincimento radicato nella realtà.

 

Anche quando si parla della “guerra motore della Storia” siamo sempre dentro il concetto di “scontro per la proprietà”?

Certo. Che sia conflitto imperiale o conflitto civile sempre della stessa cosa si tratta. Ci sono però dei momenti in cui tutto questo passa in secondo piano nelle coscienze delle persone, e questo lo abbiamo visto varie volte riprodursi, a seguito della conflittualità a base religiosa. L’altro malanno dell’umanità sono infatti le religioni, che scatenando i fanatismi contrappositivi, ovvero “quello che penso io è vero, quello che pensi tu è demoniaco”, innescano appunto conflitti spaventosi che possono durare secoli.

L’Europa, che è un luogo molto ipocrita, per secoli si è dilaniata per guerre di religione, totalmente sconvolgenti dal punto di vista mentale. Si può ritenere che anche dietro, ma molto mediatamente, questi conflitti allucinanti a base religiosa ci siano motivi di carattere materiale. Di cui gli stessi protagonisti però non sono consapevoli. Sicuramente il petrolio è alla base della guerra lancinante del nuovo califfato contro i paesi vicini, ma i militanti di quella realtà, completamente obnubilati dal punto di vista mentale, credono di lottare per una religione, per una fede. Sono probabilmente molto mediatamente manovrati e quindi la loro posizione appare ancora più tragica in quanto diventano oggetti e non soggetti della storia. Però tendo a pensare che se uno guarda da vicino anche in quel caso al di sotto c’è la “res” come diceva Lucrezio.

 

Questo vale anche per le guerre di religione europee che prima ha citato…

Certamente anche lì c’era un conflitti tra poteri. Non è che Lutero si ponesse solo il problema del culto dei santi o di altre cose di questo genere. C’era il potere romano implicato con le grandi potenze dell’epoca, la Germania che aveva un ruolo in Europa. Però coloro che seguivano i vari movimenti religiosi credevano anche loro di lottare per delle fedi contrapposte più o meno motivabili. E talvolta il potere cercava o cerca ancora di favorire questo equivoco.

Per esempio durante tutto il periodo della Guerra fredda, nello scorso secolo ventesimo, l’Occidente ha cercato di convincere masse sterminate di persone, e molte ci hanno creduto, che quella fosse una lotta per la libertà. E tanti si sono impegnati convinti di fare questo tipo di battaglia. In un certo senso la cartina di tornasole ha dimostrato il carattere propagandistico e quindi falso di questa impostazione. E il risultato ce lo abbiamo sotto il naso. Se la Russia di Putin continua ad essere il nemico ed è un Paese governato dalle mafie capitalistiche, allora vuol dire che era una lotta di potenza anche prima. E’ evidente. Però bisognava dire che era per il mondo libero e via dicendo. E’ un po’ più difficile dirlo per la Cina, perché è un Paese che forse può essere definito nazional-socialista, in quanto ha un’economia mista, con la parte povera con ancora un carattere socialista, mentre la parte ricca è ultracapitalistica e con il partito unico che governa. Ma anche se il capitale comanda, per l’Occidente la Cina resta il nemico giurato.

Bisognerà dunque cercare di dimostrare che stiamo lottando per la libertà contro la tirannide anche lì. E Hong Kong a riguardo ci può servire. Ci sarà tutta una frattaglia giornalistica e mediatica che si sforzerà stancamente di ripetere questa solfa. Meno persone di prima probabilmente ci crederanno però tenteranno di nuovo di far passare lo stesso concetto di guerra del bene contro il male.

 

Nella fase in cui stiamo vivendo, e da qui l’attualità del convegno, il denaro la fa da padrone più che nei decenni scorsi. E la democrazia sempre più è diventata una scatola vuota, ammesso che sia mai stata piena. Ma almeno una volta nell’immediato dopoguerra, le grandi socialdemocrazie e in Italia il Pci, ma anche gli stessi partiti di orientamento cattolico, lottavano per averla questa democrazia e non davano per scontato che fosse già inverata. Ma questa fase è poi terminata. C’è stato il fallimento del modello dell’Est per le ragioni che sappiamo e con delle ripercussioni anche all’Ovest, con le sinistre che hanno subito il fascino perverso del liberismo. Le forze più piccole sono rimaste minoritarie e da noi sono di fatto scomparse. L’esperienza del socialismo reale, che nessuno rimpiange, può essere però rivista come un tentativo per mettere un argine a questo predominio del denaro senza cancellarlo del tutto dal nostro orizzonte?

Io lo direi senza tante esitazioni. Il fatto che ci abbiano martellato con “l’impero del male” fa parte della frattaglia giornalistica di cui parlavo prima. Che non corrisponde al vero. L’esperienza sovietica è crollata perché non è stata capace di eliminare la disuguaglianza al proprio interno. E quindi non era più credibile per i suoi stessi concittadini e sudditi. Perché predicare un’ideologia egualitaria praticando la disuguaglianza sia pure a livello molto più modesto di quelli che oggi sono sotto i nostri occhi era un tallone di Achille colossale. La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta. Sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare nei limiti in cui viene concesso di parlarne. Con rispetto ma anche con la convinzione che è stato un periodo eroico della storia umana.

Però la constatazione più rilevante secondo me è un’altra: che cioè l’errore di partenza del presupposto stesso che mise in moto allora un processo rivoluzionario di grandissima estensione, perlomeno a livello euro-asiatico, era insito nel fatto che ci si illudeva di essere giunti al capolinea della Storia, di essere al punto di arrivo del sistema capitalistico. Intanto perché si aveva una percezione molto limitata e parziale della realtà americana, sottovalutata in pieno. Solo Trotsky ogni tanto intuiva qualcosa anche perché c’era stato e dunque l’aveva vista da vicino quella realtà nel periodo prerivoluzionario. E soprattutto perché con gli occhi di oggi noi possiamo fare la seguente constatazione: l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo, l’ex impero russo e la Cina. Trascinandole fuori da una situazione semi feudale, comunque paleo e proto capitalistica, a chiazze isolate, e ha creato le premesse, crollando sul piano politico, per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello.

Quindi la Storia del capitalismo è appena cominciata. Il fatto che noi non lo vedremo defungere non ha nessunissima importanza. Perché non è detto che uno nell’arco della sua vita debba vedere anche il compimento di qualcosa del genere. Sarebbe una pretesa demiurgica. Però è sciocco non rendersi conto che la Storia comunque cammina. Perché nessuna forma economico-sociale è eterna. Dobbiamo sapere che contro ogni previsione il socialismo reale ha accelerato lo sviluppo capitalistico di paesi dove questo sviluppo non era arrivato perché la Cina era in una posizione semicoloniale e la Russia di impero separato essenzialmente agricolo e arretrato. E’ una durissima lezione della Storia però anche illuminante. Spazza via l’idea, “ergo il capitalismo è eterno poveri illusi avete pensato di liquidarlo”. Non è eterno. Ha una storia molto più lunga di quella che allora, nell’illusione determinata dalla fine della Prima guerra mondiale e dalla crisi gigantesca del 1917-18 e 19, si era pensato.

Erano degli europei e non cittadini del mondo quelli che pensavano queste cose. E come europei vedendo crollare tre imperi che erano stati gli architrave della Storia, quello tedesco, quello austroungarico e quello zarista, si erano convinti che si stava voltando pagina nella Storia dell’umanità. In parte era vero. Ma non nella frettolosa conclusione che eravamo arrivati al dunque. Nessuno può pilotare la Storia, ma bisogna stare dentro quel fiume, serbando la consapevolezza e prendendo atto che collocarsi dentro le lezioni della Storia senza suicidarsi è il metodo giusto.

 

Tornando al tema stringente dell’attualità e del dominio del denaro come possiamo contrastarlo tenendo conto di quanto abbiamo detto finora e di uno scenario europeo lontanissimo dal prendere atto di questa situazione?

L’Europa, come dice tutti i giorni Sergio Romano che non è un bolscevico, è una piccola articolazione della politica statunitense. E’ comico essere europeisti ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della Storia, è una droghetta, mariuana. Il problema magari è come contrastare tutto questo.

Secondo me si tratta di una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Ma non più di questo. Perché le forze politiche nate sull’onda del Novecento sono arrivate al lumicino. E si è realizzato in forme diverse nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce. Che cioè siamo in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico.

Quindi il periodo in cui il movimento operaio riuscì ad essere un soggetto autonomo e fare una sua politica traducendola in opere, in carte costituzionali e conquiste sociali, si è concluso con l’espulsione appunto di questo soggetto. Quel che resta fa un’altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia. Giustamente divisi tra loro, altrimenti l’inganno elettorale non funzionerebbe.

L’aspetto rivoluzionario, potremmo dire, del fascismo era quello di puntare al partito unico. Perché pensava di realizzare una sua propria rivoluzione nazionale, a metà strada tra le due alternative, quella capitalistica e quella sovietica. Una rivoluzione fallita ed anche primitiva dal punto di vista degli strumenti. In realtà il vero strumento è il partito unico articolato, il gioco elettorale, come nel circo di Costantinopoli dove si scannavano azzurri contro verdi. Quindi è inutile contare su quella o quell’altra formazione politica. Poi la storia, si dice heghelianamente, ogni tanto si crea il suo strumento.

Il liquidatore del comunismo italiano è già arrivato. E’ un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la parte sua e localmente sta attuando il piano di Gelli di Rinascita democratica, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere. E gli altri scenari europei non sono molto diversi. Certo, ci sono le specificità nazionali, ma la socialdemocrazia tedesca che era il maestro di tutte le socialdemocrazie, è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro. Perché da solo non ce la farà più. Prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità. Ed io vedo a riguardo dei nuclei intellettuali che hanno un referente: il magma gigantesco del mondo della scuola. Perché per fortuna tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scandente, ma diffusissima e con un inevitabile bisogno di capire. Quindi tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di portare chiarezza.

 

Chiudiamo affrontando sia pure rapidamente un concetto, ovvero il condizionamento che la cultura e l’arte in particolare subiscono dalla presenza del denaro e del profitto. Ne hanno parlato durante il Festival il critico d’arte Roberto Gramiccia, che ha accennato all’imminente uscita del suo ultimo libro “Arte e potere”, e la studiosa francese Isabelle Garo. Che cosa pensa di questa tematica?

Pindaro diceva “l’uomo è denaro”. E se i signori della Grecia del nord lo pagavano di più parlava in poesia, dove in versi recitava di quanto fossero bravi coloro nella corsa dei cavalli o nella ginnastica. Il fatto che il denaro compra tutto e la sublime poesia pindarica di fatto sia un prodotto del denaro alle persone informate non suscita stupore. Sul fatto che adesso ci sia un salto di qualità non saprei. Se uno leggesse Balzac forse si renderebbe conto che era già così. E’ irresistibile in un certo senso. Ma perché fa leva su un elemento fondamentale elementare e biologico, l’egoismo cioè, l'”amor sui”. L’altruismo, come l’antirazzismo o il pacifismo sono conquiste mentali, ma il punto di partenza è un altro e queste conquiste sono punti di arrivo di uno sforzo mentale nel fare dei passi in quella direzione. Altrimenti l’istinto va naturalmente dove abbiamo detto. Hobbes diceva “homo homini lupus” è la realtà, dovremmo poi creare delle regole per frenare quella che sarebbe una guerra ferocissima.

Dopo la fine del fascismo, quella fase che potremmo definire dei buoni propositi, per la generosità di tanti che si sono gettati nella mischia e hanno dato la vita per questo, si è esaurita. E il grande capitale che fa: governa direttamente. E’ stufo di questa mediazione politica, le costituzioni da difendere, i principi fondamentali e via dicendo. E questa è un’esperienza che a rigore non è nuovissima. Basti ricordare la Francia di Luigi Filippo e dei banchieri e quella di Pompidou dopo la crisi della quarta repubblica, che, dopo la parentesi bonapartista di De Gaulle, riporta al potere i banchieri al potere. Non è dunque una cosa nuovissima. Si tratta di un andamento ciclico. Se si fidano del personale che hanno al proprio servizio lo lasciano fare. Altrimenti i capitalisti intervengono direttamente. Vivono dentro l’economicismo, vissuto come esperienza intellettuale totalizzante. Non possono fuoriuscirne e men che meno distrarsi.

 

(controlacrisi.org, 18 ottobre 2014)




USA, LA MAGGIORE MINACCIA (Intervista della redazione del Ponte a Noam Chomsky, 8.11.1999).*

chomskyAll’indomani degli attacchi americani e Nato-Otan contro Belgrado e la Serbia, prima città e nazione europee ad essere bombardate dopo il 1944-45, la rivista fondata da Calamandrei e per trent’anni diretta dal socialista Enzo Enriques Agnoletti, fece un’intervista al suo prestigioso collaboratore sin dai tempi del Vietnam, Noam Chomsky.
L’intervista aveva ad oggetto varie questioni: la crisi, irreversibile, dell’Onu, la guerra dei Balcani, i difficili rapporti tra Usa e Europa e i fallimenti di tutti i progetti, dal 1945 in poi, finalizzati all’emancipazione politica e militare di quest’ultima, la fine del secondo mandato Clinton, l’embargo a Cuba, l’Iraq, la globalizzazione e i suoi primi oppositori (il caso dello sventato accordo MAI in sede OCSE, Multilateral agreement on Investments, nel 1997-98, adesso riproposto, sostanzialmente, attraverso il TTIP..), ma soprattutto il ruolo debordante dell’impero americano, che già allora aveva dispiegato la propria, “nuova”, strategia in direzione di un altro ordine mondiale, prima dell’avvento al potere, poco più di un anno dopo, dei neocon di Bush junior & C..

Per Chomsky, le premesse di questo nuovo ordine mondiale liberista erano state gettate agli inizi degli anni ’70, con la liberalizzazione, da parte di USA e UK, dei mercati finanziari e il definitivo abbandono del sistema economico instaurato dopo la II guerra mondiale (la c.d. “età dell’oro” secondo la celebre definizione di Eric J. Hobsbawn). Chomsky definisce la nuova epoca “età del piombo” (crescita più lenta, indebolimento dei sistemi democratici, ecc..), ove soffia ancora più forte uno spirito radicale in direzione della libertà di circolazione dei capitali, trasferendo con velocità inaudita il potere nelle mani del capitale finanziario transnazionale e delle corporations, così avverandosi, a suo dire, puntualmente, quanto previsto da John Maynard Keynes.

La descrizione del filosofo e linguista del MIT sullo stato della politica mondiale e sul ruolo, vieppiù invasivo nello scenario mondiale di finire XX secolo, degli Stati Uniti, torna oggi di bruciante attualità, sol che si considerino i caldissimi fronti di guerra e i genocidi in atto nel vicino oriente (Iraq, Gaza, Siria..) e l’esito, involuto, delle crisi arabe (libia, Egitto e c.d. “primavere arabe”..) oltre al vergognoso attacco, prima strisciante poi plateale, alla Russia, nella “crisi Ucraina”, da parte degli USA e degli alleati europei, servendosi di forze paramilitari e nazifasciste.

Secondo Chomsky, nell’intervista del ’99 suddetta:

 

“In Kosovo gli Stati Uniti sono riusciti a imporre la loro strategia, e questo ha significato una sorta di vittoria sull’Europa e anche un attacco alla Serbia, un modo per trasformare l’ex Jugoslavia in un territorio del Terzo mondo dipendente dal potere occidentale. Erano questi gli obiettivi statunitensi, e sono stati in certa misura raggiunti. Gli Stati Uniti hanno ottenuto una base nei Balcani d’importanza strategica per il Medio Oriente e l’Asia Centrale. Conviene ricordare che la strategia statunitense, a partire dalla Seconda guerra mondiale, ha sempre considerato l’area balcanica, e anche l’Italia, come una sorta di periferia del Medio Oriente. Così, infatti, la Grecia fino al 1974-75 non era nemmeno considerata come facente parte dell’Europa; era collocata di fatto nella sezione del Vicino Oriente dal dipartimento di Stato, e se gli Stati Uniti si impegnarono tanto a minare la democrazia in Italia alla fine degli anni quaranta, tenendo così l’Italia sotto controllo, fu perché erano interessati all’accesso al petrolio del Medio Oriente. L’Italia faceva parte del sistema attraverso cui gli Stati Uniti controllavano il Mediterraneo, che era oggetto d’interesse principalmente perché costituiva la via al petrolio mediorientale. Questo è molto importante, e i  Balcani ne erano parte.

Gli Stati Uniti adesso hanno una base strategica nei Balcani e hanno esteso il loro dominio almeno per il momento, al resto dell’Europa: hanno cioè minato l’ultimo centro d’opposizione al programma neoliberista che essi intendono portare avanti, probabilmente in molte aree del mondo, ma sicuramente in Europa.(….) Prima, però, vorrei fare un ulteriore commento riguardo al controllo statunitense sull’ex Jugoslavia. Se guardiamo alle leggi che sono state introdotte in Bosnia, in Croazia, e in ogni altro luogo che sia sotto il controllo degli Stati Uniti, noteremo che esse richiedono che si porti avanti una politica liberista. Nella ex Jugoslavia, cioè, vengono introdotte le stesse leggi che sono state imposte ad Haiti o nelle altre nazioni che tradizionalmente si trovano sotto il dominio statunitense: non devono esserci restrizioni alle importazioni, né intervento statale nell’economia, e gli investitori stranieri debbono avere libero accesso. L’idea è quella di trasformare questi paesi in un serbatoio di manodopera a basso costo per le multinazionali a controllo occidentale, o meglio statunitense. Tali sono le condizioni in cui s’intende mantenere la regione jugoslava, ed è chiaro che esse verranno estese anche al Kosovo, e, quando verrà il momento, al resto della Serbia”.

A PROPOSITO DELLA GLOBALIZZAZIONE..

” ..A governare, come si suol dire, è ora un “senato virtuale”, cioè i circoli finanziari. Il potere è in mano alle corporations, che sono istituzioni totalitarie, basate su un rigido ordine gerarchico, sul segreto. Quando nacquero, nel secolo scorso, furono giustamente osteggiate dalle forze liberali. Ora hanno il predominio:il 40% degli scambi commerciali avviene all’interno delle corporations.E i salari ristagnano o diminuiscono, le spese sociali si riducono.(….) Adam Smith sarebbe inorridito di fronte a un libero scambio che esclude il principale fattore della produzione: dov’è la libera circolazione del lavoro?

E veniamo ora al problema della reazione del resto del mondo alla globalizzazione sotto dominio statunitense.

E’ stato un aspetto parecchio discusso nei circoli di potere statunitensi, di fatto da molto tempo, ma in maniera particolare nell’ultimo anno, già prima che scoppiasse la guerra in Kosovo. Sul principale giornale di politica estera negli USA, “Foreigner Affaire”, all’inizio di quest’anno, prima dei bombardamenti in Serbia e Kosovo, c’è stato un importante articolo di un professore dell’Università di Harvard, Samuel Huntington, una figura autorevole e molto rispettata nell’ambiente politico e accademico, che è da trent’anni molto vicino ai circoli di potere. (..) Ad avviso di Huntington la gran parte del mondo arriverà presto a considerare gli Stati Uniti come la principale minaccia esterna alla propria esistenza. Non che egli abbia alcuna obiezione a riguardo, ma è preoccupato per le conseguenze che potrebbero verificarsi. Ritiene, cioè, che potrebbero svilupparsi nuovi centri di potere, nuove coalizioni, per proteggersi da quella  che viene vista come la potenza schiacciante degli Stati Uniti, che minaccia l’esistenza delle società di gran parte dei paesi del mondo. Questo veniva scritto – ripeto – prima dei bombardamenti, e si può vedere a cosa l’autore già allora si riferisse.

(…) Tutti sanno della crisi finanziaria asiatica del 1997-98. Il Giappone aveva tentato un’iniziativa che avrebbe potuto arginarla. Si trattava di creare un cospicuo fondo monetario, sostanzialmente finanziato appunto dal Giappone, che potesse essere utilizzato dai paesi oggetto di attacchi speculativi, per proteggere le loro economie e per sostenere le loro valute. Gli Stati Uniti si opposero con forza all’iniziativa e non consentirono che venisse messa n pratica. Così ci fu la crisi asiatica, con il risultato che le multinazionali, soprattutto a controllo statunitense, stanno comprando le economie di molti paesi dell’Asia orientale e sudorientale. I giapponesi non hanno rinunciato al loro progetto, sono stati battuti allora; tuttavia, ciò che hanno in mente è un Asia che graviti attorno al Giappone. Ed è molto probabile che il triangolo strategico fra Russia, Cina e India possa includere anche il Giappone. E potrebbe includere anche l’Asia sudorientale”.

Anche in ambienti militari israeliani, secondo Chomsky, analogamente ad Huntington “…si è, in sostanza, ipotizzato che questa situazione porterà a una proliferazione degli armamenti nucleari, di strumenti di distruzione di massa, semplicemente perché la gente dovrà trovare una forma di difesa. Perché è evidente che se la Jugoslavia avesse avuto un deterrente, un modo per scoraggiare l’attacco statunitense, avrebbe potuto proteggersi. Gli jugoslavi non avevano un deterrente, e per questo gli Stati Uniti hanno potuto distruggerli. E’ palese, e tutti reagiscono di conseguenza. E tutti formano alleanze strategiche, costituiscono forze in grado di controbilanciare gli Stati Uniti, potenziano gli arsenali militari e così via”.

CHE PROSPETTIVE SI POSSONO PREVEDERE?

“Non si può prevedere come finirà, ma il processo è sotto gli occhi di tutti, e sicuramente degli analisti americani. (….)”.

” Tutto questo è nella linea di quanto previsto da analisti americani come Huntington. E, se non credo si possa prevedere che aspetto avrà il mondo tra dieci anni, sicuramente è possibile scorgere adesso forze che stanno sviluppandosi al fine di proteggersi da quella che viene vista come la maggiore minaccia esterna alla propria esistenza, ovvero il potere incontrollato degli USA. Ora, nel periodo della guerra fredda vi erano due potenze a dominare il mondo, una più grande e una più piccola. E quando due potenze dominano il mondo rimane un certo spazio di manovra per altri paesi, che possono sfruttare ai loro fini l’ostilità fra le due. Ma quando uno solo domina il mondo, questo spazio di manovra è annullato. Ed è dalla fine del sistema bipolare che l’Occidente – ovvero soprattutto gli USA e la Gran Bretagna -sta intervenendo ovunque con la forza. (…) Dunque, gli Stati Uniti, e il loro bulldog inglese, sono adesso liberi di fare qualsiasi cosa, e sperano di trascinarsi dietro altri piccoli bulldog – come per esempio l’Italia, sempre che essa lo voglia. Ma c’è tensione, e molta preoccupazione, in gran parte del mondo per questa situazione, ed è molto probabile che ciò porterà alla formazione di coalizioni volte a controbilanciare la forza statunitense”.

ANCHE IN OCCIDENTE SI STA DIFFONDENDO  UN MOVIMENTO DI OPPOSIZIONE ALLE CORPORATIONS, CHE SEMBRA RISCUOTERE QUALCHE SUCCESSO..

” La corporation è una forma di globalizzazione nata per il profitto e per accrescere il potere del capitale. Il predominio delle corporations nell’età del piombo, per quanto riguarda i paesi industrializzati, ha significato la perdita progressiva dei diritti dei lavoratori. Il periodo attuale ricorda gli anni venti negli Usa, quando le forze del lavoro furono annientate (…). Una grande vittoria delle forze del lavoro si è avuta nel caso del Mai (Multilateral Agreement on Investments). Dal 1995-96 al 1997 le trattative si sono svolte nel massimo segreto; niente è apparso sulla stampa. Nel 1998, però, è nato un movimento di base e l’Ocse ha dovuto indietreggiare e alla fine cedere. far saltare il Mai è stato un successo sorprendente per le forze del lavoro. La reazione ha assunto toni disperati, addirittura isterici: il “Financial Times” ha scritto che “orde di vigilantes sono calate sul povero Ocse”, o roba del genere. La lotta proseguirà, non è certo finita qui. Si può, comunque, osservare che il sistema di potere è molto fragile. Si fonda sulla passività, sul controllo dell’opinione pubblica e sulla subordinazione degli intellettuli. Funziona, è vero, ma è fragile”.

* In memoria di Livia Rokach, prestigiosa collaboratrice del Ponte ed amica personale di Noam Chomsky, nel trentennale della sua scomparsa (31.03.1984).

(Intervista a Noam Chomsky, 8.11.1999), “Usa, La maggiore minaccia“, In Il Ponte, Anno LVI, n.1,  gennaio 2000.

 




Jobs Act: l’incerto equilibrio tra flessibilità e sicurezza – un saggio di Martina Cataldi

Il disegno di legge governativo intende dare una delega ampia al governo per riformare i contratti di lavoro, gli ammortizzatori sociali e le politiche per l’impiego. In un approfondito studio di Martina Cataldi (Univ. Piemonte Or.) emerge come l’intervento del governo Renzi, aggiungendosi al DL 34/2014, introdurrebbe ulteriore flessibilità e come – scrive l’autrice nelle conclusioni – “nell’incerto equilibrio tra flessibilità e sicurezza, pende ancora troppo verso la flessibilità, lasciando mano libera all’insicurezza che riesce così a penetrare in maniera sempre più invasiva nella vita di chi cerca lavoro”.

Il saggio su http://www.costituzionalismo.it/articoli/485/




Henri Lefebvre: PENSARE LA PACE

henri-lefebvre-1                                           PENSARE LA PACE

                                  Intervista a Henri Lefebvre*

                                        Parigi, 11 dicembre 1983

                    «Il Ponte», n. 1, gennaio-febbraio 1984, pp. 9-34

Le domande che tempo fa mi avete inviato per posta[1] richiamano una situazione che non è per niente semplice, perché, per rispondere, sono obbligato ad avere un duplice linguaggio, quasi un duplice pensiero. Se io dicessi tutto quello che penso, per esempio, della politica attuale del governo o di quello che riguarda l’Europa, sarei molto critico: rischierei di essere ipercritico e di eccedere, di non centrare il bersaglio voluto, rischierei anche di essere utopistico; ma se fossi realistico, allora farei un discorso ben diverso e apparirei come se, in nome della realtà, accettassi quello che succede.

Ciò vuol dire che ci si trova davanti a un divorzio tra teoria e pratica, che si adotta in modo distinto il linguaggio della teoria o il linguaggio della pratica. La differenza è enorme ed è estremamente difficile evitare gli errori, sia 1’ipercriticismo, in nome del quale si demolisce tutto, sia il realismo, in nome del quale si accetta tutto. Poco tempo fa la rivista «En jeux» mi ha posto questa domanda:

 

il 10 maggio[2] è stato un evento fondamentale, come molti hanno creduto, cioè un evento che rende possibile una visione del mondo rinnovata, oppure non ha fatto altro che completare le trasformazioni socio-economiche e culturali dei due decenni precedenti? In altri termini sarà una data storica per il domani che esso annunciava, oppure sarà una data storica come punto d’arrivo di un’evoluzione?

 

Ecco una domanda che è estremamente imbarazzante, che non è falsa, che è precisa, che è giusta, che non coincide esattamente con quelle che voi mi fate, ma che le implica, e alla quale è molto difficile rispondere, evitando sia il punto di vista ipercritico, sia quello realistico che tutto accetta. Allora, a una domanda come questa, sono sempre tentato di dire che 1’uno non esclude 1’altro, che quello che succede in Francia da due anni è nello stesso tempo il risultato e 1’esito di un certo periodo, e forse l’inizio di un altro.

Questo pone di nuovo il problema della transizione, un vecchio problema, che si pone da piú di un secolo. È stato ripreso da tutti e da tutte le parti, senza per questo essere stato risolto. Siamo veramente in una transizione o in un vicolo cieco? È molto difficile rispondere senza evitare gli eccessi o senza cadere nell’ambiguità.

Ma vorrei cominciare a rispondervi con una considerazione: ci invitano da ogni parte a pensare la guerra. In questi ultimi tempi, qualcuno che io conosco un po’, Glucksmann, ha avuto un grossissimo successo; è un lettore di Clausewitz, è stato maoista. Non ho letto il suo ultimo libro[3], ma a sentire i commenti – e lui stesso è pressapoco cosí – adesso egli sembra voler pensare lo stato di guerra come qualche cosa di permanente, non solamente come minaccia, ma come prospettiva immediata.

Ci invitano a pensare la guerra o uno stato di guerra imminente. Io propongo di pensare la pace. Mi sono accorto che nessuno pensa la pace, né si predispone a pensarla. Il problema mi è apparso con molta chiarezza qualche tempo fa, quando ho potuto leggere un libretto di cui avevo sentito parlare ma che avevo perso di vista, dal titolo La pace indesiderabile. Rapporto sull’utilità della guerra[4]. Credo che tutto quello che è stato detto dopo sia uno scherzo in confronto a questo libro, scritto da una decina di americani altamente qualificati e poi pubblicato da uno di loro. Il libro inizia cosí:

 

la pubblicazione senza autorizzazione di questo documento, che sarà oggetto di serie polemiche, pone tre domande: la prima è quella dell’autenticità; la seconda è quella di sapere se si possono considerare come fondati i motivi che hanno spinto uno degli autori a pubblicarlo, in violazione al giuramento che aveva prestato; la terza riguarda la validità, tanto sul piano teorico quanto su quello pratico, della sua conclusione.

 

Chi lo ha pubblicato è Galbraith, ed è un’autorità su scala mondiale. Egli dice che la pace è non solo impensabile ma indesiderabile, perché tutta l’economia è basata sugli armamenti, e non solo questo: tutti i nostri valori morali sono basati sulle tradizioni «guerriere», sul fatto che bisogna essere capaci di vivere con l’idea della guerra, di entrare in guerra, di accettarla, di condurla con successo. Tutta la nostra civiltà occidentale è basata sulla guerra, e la pace è impensabile. La pace non è nemmeno pensata, perché tutte le società hanno sempre vissuto sul piede di guerra, con valori «guerrieri».

A mio parere la vostra rivista dovrebbe ricordare 1’esistenza di questo libro o ripubblicarlo con un commento, perché mi sembra un documento capitale per la politica americana e anche per la politica attuale.

Ci si dovrebbe chiedere se per il pensiero marxista – o che tenta di esserlo – non sia venuto il tempo di introdurre qualche cosa di nuovo, pensando la pace. Sarebbe proprio una novità. Abbiamo constatato in diverse occasioni che la gente ha bisogno di qualcosa di nuovo, ne ha bisogno e nello stesso tempo lo teme; sarebbe una novità provare a pensare la pace, perché non c’e mai stata una società fondata sulla pace. Guardate la situazione in relazione al pensiero di Marx: non soltanto ci si è messi sotto il patrocinio di Eraclito – la guerra è il padre di tutte le cose –, ma l’idea stessa della lotta di classe è sempre stata accettata come qualcosa che porta a un confronto armato. Marx, inoltre, pensava che 1’epoca borghese arrivasse già a oltrepassare lo stadio delle società «guerriere» con l’importanza del mercato internazionale. Invece, è successo che con l’importanza assunta dal mercato mondiale, e precisamente nella prospettiva e nella pratica del modo di produzione capitalistico e della borghesia, dall’estensione del mercato mondiale è risultata l’importanza dei mercati nazionali, con tutto quello che ciò comporta, cioè le implicazioni non solo politiche e concorrenziali, ma «guerriere». E questo lo si vede da da piú di un secolo. In quanto a Lenin, egli ha pensato che i confronti tra gli imperialismi portassero necessariamente alla guerra e che la classe operaia avrebbe potuto approfittarne per mandare avanti la propria lotta. In quanto a Stalin, quello che ha pensato fino al 1940 rimane oscuro; forse si è immaginato che la guerra tra i paesi imperialisti risparmiasse questa prova alla Russia sovietica.

A ogni modo, nel pensiero marxista solamente Rosa Luxemburg sembra abbia detto che la pace era necessaria alla classe operaia (la quale poteva e doveva imporla) e abbia elevato a pensiero teorico l’idea della pace. E anche comparsa – cosa curiosa – presso i marxisti l’idea di un’aggressività fondamentale dell’essere umano; credo che appaia in Marcuse soprattutto, e forse in Adorno, perché la dialettica del negativo sembra implicare 1’aggressività o la negatività fondamentale dell’uomo; anche se questo non è chiaro in Adorno, mentre lo è di piú in Marcuse.

Dunque, il pensiero marxista è anche un pensiero della guerra; possiamo allora pensare la pace? Possiamo pensare una società che non sia fondata su valori «guerrieri»? Quando in qualche modo anche Marx ha concepito il lavoro come una specie di lotta «guerriera» contro la natura, come una specie di aggressività fondamentale dell’essere umano nei confronti della realtà naturale? Si possono introdurre dei nuovi valori che non siano piú dei valori «guerrieri», diretti o indiretti?

Ecco il primo problema, che io vorrei porre in questo colloquio e che la vostra rivista potrebbe affrontare, e sarebbe la prima a farlo.

 

 

La società autodistruttiva

 

D. Bisognerebbe allora pensare al rapporto tra guerra e distruzione?

 

R. Ah sí, molto giusto! Perché una società che si fonda sulla distruzione, arriva alla propria autodistruzione. Non è mai inoffensiva la volontà «guerriera»; presto o tardi si rivolta contro se stessa e la volontà di distruzione si rovescia letteralmente in autodistruzione. Forse si può concepire un modo di confronto che non porti alla guerra, cioè allo spargimento di sangue, anche se evitato a mala pena, come se ci si potesse avvicinare indefinitamente a questo punto limite, senza mai raggiungerlo. Questo mi sembra il punto di vista dello spirito diplomatico e politico: però non si è mai realizzato, si è toccato sempre, a un certo momento, il punto fatale dello scoppio. Mentre bisogna, forse, portare un po’ oltre l’idea della coesistenza pacifica, che era emersa e poi abbandonata da molto tempo, ma che non ha permesso di pensare la pace, consistendo semplicemente nell’evitare la guerra.

Quello che vorrei dire è che pensare la pace non è per niente pacifismo; il pacifismo è evitare la guerra, evitare la catastrofe, mentre ci si sente sull’orlo. Pensare la pace è pensare, concepire e sforzarsi di realizzare una società il cui problema non sia piú di evitare la guerra; è pensare una società pacifica. Ciò fa parte di questa problematica immensa con la quale ci stiamo confrontando.

 

 

Il non-lavoro

 

Immaginate che sotto questo termine, «crisi», si intendano molte cose molto diverse le une dalle altre, perché dire che c’e una crisi profonda è una banalità; dire che la crisi è totale, che tocca tutti i valori, diventa banale; dire che le morali e le estetiche sono in crisi è forse meno banale, ma infine non porta è niente di molto nuovo. Mentre quello che non si dice è che questa famosa automazione di cui si parla tanto, conduce, non subito, ma in un orizzonte forse non lontano, al non-lavoro. È la fine del lavoro che si annuncia in questa crisi. Invece, prima tutti lavoravano, e bisogna pur farlo: si cerca di lavorare, si vuole del lavoro. Solo il lavoro permette di vivere, mentre, invece, con 1’automazione completa della produzione è all’orizzonte il non-lavoro. E ciò fa parte di questa crisi, è forse anche un aspetto subordinato a volte, ma essenziale, e che passa assolutamente sotto silenzio.

C’e una specie di relazione tra questo problema del non-lavoro e quello della pace, ed è una relazione mal determinata, mal definibile, che bisognerebbe forse pensare e concepire, perché questa società che considera il lavoro come unico valore di pace, non è la società pacifica, non è la società di pace da pensare. Allora qui c’e un pensiero teorico completamente utopico: il non-lavoro è utopico oggi; non è mai stato cosí utopico, e però ci siamo già, è presente, con i nomi di cibernetica, informatica, di questo e di quello; è l’automazione completa del lavoro produttivo, che non è per domani, né per dopodomani, ma è all’orizzonte, è il nostro orizzonte.

Anche il problema del lavoro è particolarmente difficile da porsi, come quello della pace, d’altronde. Come questo problema sarà affrontato, come sarà risolto? Non si vede bene alcuna prospettiva. Ciò non entra nemmeno nelle prospettive degli uomini politici, non piú, del resto, del problema della pace o di quello del disarmo. D’altronde, si parla della robotizzazione completa, ma senza dire come ci arriveremo e dove, poi, ci condurrà.

C’è parecchio da pensare: si dirà, forse, che si fa della filosofia, si dirà, forse, che si fanno delle speculazioni, ma in effetti, come problema, è terribilmente pratico e concreto.

 

 

La mondialità e il lavoro

 

D. Come vede ora la situazione globale, la mondialità? Otto anni dopo la pubblicazione dei suoi quattro volumi sullo Stato, nei quali Lei ha messo in luce il concetto di modo di produzione statuale – che ricopre sia il capitalismo che il socialismo di Stato[5] – ritiene che si imponga un aggiornamento? E i rapporti fra lo Stato e le imprese multinazionali?

 

R. Sulla mondialità: ancora non è chiaro questo concetto di mondialità. La mondialità ci appare piú come un ammasso di contraddizioni e di conflitti che come qualche cosa che può essere definito. E tuttavia la mondialità ha un senso: 1’uomo di domani, e forse anche quello di oggi, è già un essere planetario, che ha una certa conoscenza, che ha delle relazioni con quasi tutto il pianeta (e anche al di là del pianeta). Ma la nozione di mondialità rimane poco elaborata. La nozione stessa di mondo rimane oscura – quella di mondiale o di planetario, visto che si tratta quindi della terra, e non dell’universo, comprese le stelle e le galassie –, rimane praticamente e teoricamente inesplorata.

Sarà 1’uomo planetario colui che troverà delle attività adeguate a rimpiazzare le attività «guerriere» e le attività produttrici cosí come sono oggi? È questa la domanda. La questione del mondiale e del planetario è, dunque, legata a quella di prima, quella del lavoro; è il terzo aspetto della questione.

In quanto allo Stato, credo che ci sia del nuovo da quando il mio libro è stato scritto, senza che quello che io ho provato a dire sullo Stato abbia per questo perso validità. Per esempio, lo Stato appare come gestore dell’energia: del petrolio, che è importato o esportato; dell’energia nucleare. Lo Stato ha un’importanza primordiale nelle informazioni; anche quando non sono completamente sottoposte al politico e allo statuale, questi hanno un ruolo determinante da tutti i punti di vista, e anche nella tecnologia. Lo Stato, poi, è sempre piú importante nelle relazioni di ogni paese con il mercato interno, con il mercato mondiale e con le imprese multinazionali[6].

Voi mi richiamate, molto giustamente, sulla questione delle imprese multinazionali: è di un’importanza estrema.

Quali sono i mezzi che gli Stati nazionali possiedono nei confronti delle società multinazionali o sovranazionali? Ecco, non c’e possibilità di saperlo e ci si chiede anche se gli uomini di Stato lo sappiano chiaramente. Forse procedono volta per volta, empiricamente e pragmaticamente, cedendo su un campo per guadagnare su un altro. Mi chiedo quali siano le capacità degli Stati, come lo Stato francese, nei confronti dell’Ibm, per esempio, che non ha il monopolio completo su scala mondiale, ma che comunque controlla gran parte di ciò che riguarda l’informatica. Lo Stato, cosí com’è oggi, rischia di diventare il gestore, per conto delle società multinazionali, su scala nazionale delle forze produttive arretrate tecnologicamente ed economicamente.

Ciò che ancora mi colpisce molto, è che le multinazionali tengono i due capi della catena: ce ne sono che fanno gli yogurth, il pesce surgelato, i blue-jeans, eccetera, e altre che detengono l’informazione. Ciò vuol dire che le une controllano la vita quotidiana e le altre i mezzi di comunicazione su scala mondiale. Questo è estremamente minaccioso.

Già una parte immensa del commercio, forse i1 30 o i1 40%, si svolge direttamente tramite società multinazionali. Su ciò ho una documentazione che proviene da una pubblicazione, Le forum du développement, organo dell’università mondiale che ha sede a Tokyo (ne faccio parte dalla fondazione); pubblica un mensile su cui c’e una documentazione insostituibile su tutti questi problemi, compresa 1’attività delle multinazionali. Con questo non è che i problemi siano risolti: si sono posti solo gli interrogativi, le soluzioni sono di la da venire.

 

D. Anche gli Stati del Socialismo di Stato corrono questo rischio, di diventare i gestori per conto delle società multinazionali?

 

R. Sí, credo che non sfuggano a questo rischio, ma che abbiano probabilmente – dico probabilmente – piú mezzi per reagire nei confronti delle società multinazionali. Non senza difficoltà, perché queste multinazionali sono in testa nella produzione, soprattutto dal punto di vista tecnologico.

Ho anche sentito sostenere che sono quelle che, secondo Marx e il marxismo, devono essere considerate come portatrici del progresso, visto che rappresentano le forze produttive e la tecnologia. Ma non è senza pericolo consegnare loro il mondo intero, perché ciò si traduce nell’impoverimento. Si prendono la ricchezza di un intero paese, anche se poi la riportano in altri paesi, come gli Stati Uniti.

Il caso piú curioso è senza dubbio il Messico, in cui le grandi società multinazionali hanno prestato il denaro e venduto il materiale per estrarre il petrolio e poi hanno comperato il petrolio estratto, pretendendo il rimborso con gli interessi per il denaro prestato. È un modo di sfruttamento straordinario, e questa nozione di sfruttamento, che è la nozione piú banale in Marx, sento dire da tutte le parti in Francia che è fuori moda. Evidentemente non si sa come si applica nel mondo moderno.

Sono andato spesso in Messico e ho un po’ osservato gli affari messicani: è lo sfruttamento di tutto un paese. Gli si e succhiata la ricchezza fino a portarlo vicinissimo alla scomparsa, alla fine, alla morte da tutti i punti di vista: agricolo, petrolifero, industriale. Questo paese è sull’orlo della catastrofe, certamente con la complicità di una parte della borghesia e del capitalismo locali. Insomma è un paese che è stato sfruttato a morte; è un esempio particolare, ma ce ne sono tanti altri. Non è sicuro che la Francia sfugga a questo destino, e nemmeno l’Italia. Quali sono i mezzi di difesa degli Stati nazionali: ci sono delle leggi? Ci sono delle procedure? Come si trasferiscono i capitali? Devono esserci dei mezzi, ma io non li conosco. Probabilmente è solo la “gente” al potere che li conosce, ma è senz’altro molto pericoloso non avere un controllo democratico, o almeno un controllo parlamentare, su questi trasferimenti di capitali, che sono trasferimenti di plusvalore. Non è solo denaro che si sposta, infatti, ma plusvalore.

 

 

Decentramento difficile

 

Allora bisogna modificare quello che ho scritto sul modo di produzione statuale e sul ruolo dello Stato, per certi aspetti aggravandolo[7]. C’e, tuttavia, anche il processo opposto, contraddittorio: un po’ dappertutto affiora la tendenza alla decentralizzazione. Questa è manipolata dallo Stato con i suoi apparati, ma comunque esiste[8]. In Italia, per esempio, le città e le regioni hanno certamente conquistato, o ritrovato, una certa autonomia nei confronti dello Stato centrale, il che non è senza pericolo. In Francia ci sono difficoltà da tutte le parti: nelle regioni periferiche i vecchi notabili riprendono il potere e ne scaturiscono disordini e problemi locali, non ancora come in Sicilia, ma non mi meraviglierei se un giorno arrivassimo a tanto.

Dunque, tutto questo non è privo di rischi. È molto probabile che si finisca per oscillare tra un decentramento, piú o meno riuscito, e un nuovo accentramento. A ogni modo, da una parte c’e una tendenza al decentramento, ed è un indebolimento dello Stato, e dall’altra al suo rafforzamento. Elementi di rafforzamento dello Stato sono gli armamenti, la strategia militare, le decisioni di ordine militare, che non si improvvisano, che bisogna prendere frequentemente; non si sarebbe pensato, qualche anno fa, che a ogni momento ci sarebbe stata per il capo dello Stato una decisione militare da prendere. Da questo rapporto dialettico, decentramento-accentramento, dipendono molte cose e su questo bisognerebbe fare un’analisi precisa.

 

 

La potenza degli Stati Uniti

 

D. Gli Usa si trovano in cima alla gerachia[9], al centro dell’impero, le multinazionali piú potenti vi hanno la loro sede. Pericolosi sul piano economico, politico e militare, gli Stati Uniti lo sono anche sul piano dell’ideologia. Lei soggiorna spesso negli Stati Uniti: qual è la sua opinione? È possibile differenziare la cultura americana dall’americanismo?

 

R. Solo per rispondere è questa domanda sarebbero necessarie delle ore. Gli Usa sono una potenza economica e finanziaria di cui ci si fa male l’idea, se non la si è vista da vicino. Eravamo quest’estate nell’Illinois: è il centro dell’America profonda, c’e una ricchezza favolosa di cui è difficile farsi un’idea. Sorvolando in aereo la campagna, ci si accorge che le aziende agricole hanno 200, 300, 400 ettari di mais o di soja, che non sono delle fattorie, ma delle industrie, delle industrie agricole. Alla televisione si segue la borsa di Chicago. È qui che per tutte le materie prime (come la carne di manzo, di vitello o di maiale, il mais o il grano) si fanno i prezzi. È qui che ci si accorge del modo in cui funzionano le cose con un capitalismo di grande flessibilità e di notevole abilità. Mi sono molto meravigliato nel vedere le quotazioni a termine differito della carne di maiale, ossia quotazioni su maiali che non sono ancora nati e che sono già venduti. Ci si gioca sopra e si può vincere del denaro o perderlo: è straordinario.

Tuttavia 1’economia degli Usa, cosí forte, ha pur le sue debolezze. È potente solo perché si annette il Canada e il Messico. Si dice che negli Usa solo il 30% della popolazione è produttiva, il resto è adibito ai servizi: è questo l’avvenire. Forse, ma nella popolazione produttiva degli Usa bisogna contare gli operai messicani che estraggono il petrolio e i canadesi che abbattono gli alberi e che fanno la pasta di carta per i giornali di New York. Cosí le cifre che abbiamo sono falsificate e, di conseguenza, niente affatto attendibili. Inoltre, i lavoratori addetti ai trasporti non sono considerati produttivi; ma un pezzo di acciaio alla fabbrica non è niente, bisogna trasportarlo dove serve, e questo fa parte del ciclo di produzione. Se si considera questo, si arriva a cifre completamente diverse. Ora, se gli Usa non riuscissero a dominare queste popolazioni in termini di neocolonialismo, la loro economia non reggerebbe, e se la loro economia perdesse questi sostegni la loro decadenza sarebbe estremamente rapida. Non sono al riparo dalle piú grandi difficoltà; per esempio, tutta la produzione della costa atlantica è in veloce perdita; tutta la creatività produttiva si è trasferita sulla costa pacifica, tanto che il Pacifico è il centro dell’economia mondiale.

Gli Usa hanno cosí una potenza economica straordinaria, ma niente affatto definitiva; per questo hanno bisogno di una politica imperialistica, per mantenere, cioè, le condizioni di questa straordinaria prosperità economica, accompagnata da un’ideologia terrificante.

 

 

Americanismo e cultura americana

 

Ho sentito dire negli Usa:

 

i paesi poveri? È colpa loro, non hanno voluto o non hanno saputo lavorare, non hanno saputo produrre, non hanno saputo inventare, peggio per loro, che muoiano, che scompaiano!

 

Chi dice cosí dimentica che gli Usa vendono molti dei loro prodotti e che il commercio fa parte dell’economia americana. L’idea che i paesi poveri siano colpevoli della loro povertà, che la gente che è nella miseria sia colpevole della miseria, è un’ideologia, non è la vera cultura americana. Ma negli Usa c’e anche da molto tempo un pensiero critico, e una cultura politica che non riesce, purtroppo, a proporre per ora un’alternativa politica molto chiara, e c’e una grande letteratura.

I rappresentanti della cultura di sinistra in America lottano con molte difficoltà, e si pongono come prioritario il problema del capitalismo. Negli Usa non si tratta solamente di lottare contro la destra, ma di trovare un’alternativa al capitalismo. In questo senso la lotta politica non è affatto arretrata. Si lotta contro la politica internazionale, anche se 1’ideologia dominante è quella del capitalismo dominante. Credo pertanto che bisogna sostenere la cultura americana contro l’ideologia americana, che è cosa estremamente diversa.

 

 

L’Unione Sovietica

 

D. Adesso l’Urss: l’Unione sovietica si contrappone agli Usa, ma il suo prestigio è molto discusso. La sua politica è contestata e in quanto modello non fa piú “ricetta”. Cosa pensa dell’Unione sovietica, del suo valore in quanto modello e della sua politica internazionale?

 

R. La risposta è molto semplice: in quanto modello l’Unione sovietica è inammissibile; non capisco nemmeno come l’Unione sovietica per qualcuno rappresenti un modello, visto che quello che si chiama «socialismo reale» non ha niente in comune con quello che Marx, e tutti quelli che hanno provato è dare un senso preciso è questo termine, hanno chiamato socialismo. Non voglio dire che tutto sia catastrofico, ma non è quello che si chiamava socialismo, è qualcosa di nuovo, è un modo di produzione statuale, visto che lo Stato dirige tutto, domina tutto e, nelle condizioni attuali[10], esce sempre piú rafforzato.

Detto ciò, se, insisto, l’Unione sovietica non esistesse, gli americani sarebbero i padroni del mondo. È meglio che ci sia questa rivalità, piuttosto che una potenza regnante, perché nella rivalità c’e almeno una qualche apertura, mentre con un’unica potenza dominante per fare qualcosa di nuovo occorre aspettare il suo declino, il suo deperimento.

Pertanto la politica estera dell’Unione sovietica, in quanto si oppone alla politica estera americana, mi sembra degna del piú grande interesse. Con questo non voglio dire di approvare e seguire il modello sovietico, non piú di quello americano d’altronde, ammesso che esista un modello americano e non sia invece 1’adozione pura e semplice delle tecnologie.

Allora, per quello che riguarda l’Unione sovietica la risposta è, da una parte, abbastanza semplice e, dall’altra, molto piú complessa, in quanto occorrerebbe spostare il discorso sulla classe operaia. Si parla molto della classe operaia, ma essa ha un po’ dappertutto difficoltà a costituirsi come classe. La parola d’ordine di Marx «proletari di tutti i paesi unitevi» ha qualcosa di folkloristico e non bisogna illudersi: l’internazionalismo proletario è diventato ideologico e fittizio.

Bisogna ricordare che la classe operaia registrò la prima sconfitta quando non impedí la guerra del 1914. L’Internazionale aveva detto che avrebbe impedito la guerra: non c’e riuscita. La seconda sconfitta è quella della classe operaia tedesca, la piú forte e la meglio organizzata, mezzo secolo fa, con 1’hitlerismo[11]. È seguito poi lo stalinismo e il suo tracollo ideologico: lo stalinismo cancro della rivoluzione.

E in seguito, è un punto sul quale vorrei insistere, dopo che lo stalinismo ha perso il suo prestigio – c’e una data precisa: il 1956 –, c’e stato un vuoto immenso, e questo vuoto, a partire dal 1960, si è riempito, piú o meno, in modo contraddittorio. Da una parte, c’e quella che si chiama rivoluzione scientifica e tecnologica con fenomeni di urbanizzazione ultrarapidi e barbari, con 1’industrializzazione molto rapida; dall’altra la contestazione. È un fenomeno straordinario: a partire dal 1960, da un lato abbiamo crescita tecnologica, pseudo-rivoluzione (infatti si fa nel quadro del modo di produzione capitalistico[12]) e contemporaneamente la contestazione, che cresce e che nel 1968 esplode, per poi attenuarsi e diminuire. E qui che nasce la nostra epoca, con le sue difficoltà: la contestazione è stata, infatti, inefficace e, se ha prodotto qualche turbine, ora tutto si è molto attenuato. Cosí il pensiero critico non si sa piú a che cosa serva, e la tecnologia, se pur promette delle meraviglie, è, a mio avviso, al suo ultimo respiro.

La rivoluzione tecnologica è alla fine; è difficile pensare un’altra innovazione che abbia un ruolo uguale è quello svolto dai microprocessori. Ma cosa verrà dopo, se non c’e una catastrofe mondiale? È a questo che bisogna pensare.

 

D. La genetica?

 

R. Si svilupperà la biologia, ma non si sa bene quello che ci riserva. Avete ragione, bisogna considerare la questione della genetica e delle sue applicazioni. Per esempio, a San Francisco ho saputo che si è scoperto il modo in cui i bachi da seta fabbricano la seta. Sono stati, quindi, inventati dei falsi “bachi” metallici che fanno della vera seta. Si è in procinto di industrializzare e commercializzare il procedimento. Una scoperta tecnologica ha, però, bisogno di anni per essere industrializzata e commercializzata: questa è la condizione della biologia genetica attuale. Non parlo nemmeno dei metodi di clonazione o di fabbricazione di specie, ma semplicemente di prodotti commerciali come la seta.

Allora, rispetto a queste nuove applicazioni, non si sa cosa ci riserva il futuro. Ma quella che si chiama la rivoluzione scientifica e tecnologica non è piú in crescita. È il mercato, è un’ideologia, è una moda, uno snobismo, e, infine, parecchie cose che rimangono molto superficiali e non rinnovano il modo di produzione. In ogni caso, è molto probabile che l’informatica diminuisca il numero dei posti di lavoro, anziché aumentarli.

Ciò che è biogenetico impiegherà molta gente? Non ho alcuna idea su questo. A ogni modo, può darsi che arrivi un momento in cui si cercherà di rilanciare la situazione, ma tutto quello che conosciamo è alla fine.

 

 

L’olocausto dell’Europa

 

D. Come vede oggi la situazione attuale dell’Europa, pensando alla sua ipotesi sul «Vento del Sud» di qualche anno fa[13]?

 

R. Prima una considerazione: quando una congiuntura, un’occasione storica è stata mancata, non si ritrova piú: è molto probabile che ci siano stati dei momenti in cui quella che si chiama rivoluzione sociale e politica avrebbe potuto essere attuata, ma non è stata fatta.

Per esempio, un’occasione come quella del 1968, come congiuntura, non si ritroverà piú in Francia. Sapete quello che è successo: ci sono stati gli studenti in agitazione e poi, di colpo, lo sciopero della classe operaia, ma uno sciopero cosí generale che nei ministeri non c’era piú nessuno e 1’apparato dello Stato era crollato. Se la classe operaia e il Partito comunista avessero voluto prendere il potere, certo pur con molte difficoltà, lo avrebbero conquistato su scala nazionale. C’è stato un solo uomo che ha tentato, Mendes France, ma in modo cosí maldestro che la cosa non ha funzionato. Questa situazione non si ripresenterà mai piú.

L’Europa ha avuto diverse occasioni, soprattutto alla fine della guerra, di fare la rivoluzione: non le è riuscito. La Francia ha la sua parte di responsabilità: De Gaulle, il nazionalismo francese e tutti i nazionalismi non volevano e non vogliono 1’Europa. Adesso i problemi dell’Europa si arenano in difficoltà che potrebbero sembrare secondarie, ma che di fatto sono primarie. Non sono per niente ottimista, e vedo 1’Europa destinata, con tutti questi errori, all’olocausto. Gli americani, d’altronde, vedrebbero volentieri sparire 1’Europa come concorrente.

La questione dei missili in Germania: il primo obiettivo della loro installazione è quello di impedire 1’unità della Germania, mentre invece ci può essere un’Europa unificata solo se c’e una Germania unificata. L’unificazione dell’Europa è l’unificazione della Germania, cioè la fusione della Germania dell’Est con la Germania dell’Ovest. Di questa aspirazione voglio ricordare un fenomeno molto curioso: le grandi feste che si sono svolte nella Germania dell’Est per la nascita di Lutero. Ebbene, Lutero e stato festeggiato quanto Marx. Questa è una mano tesa e molte altre cose; è un elemento rivelatore dell’esigenza della riunificazione. Il secondo obiettivo è quello di portare 1’economia sovietica al tracollo, obbligandola a uno sforzo di guerra gigantesco.

Buona parte della sinistra francese considera freddamente la guerra; non tanto per difendere 1’Europa, quanto perché è visceralmente antisovietica; la parola d’ordine è: «piuttosto morto che rosso». In tal caso non è solamente la Francia che è minacciata, ma 1’Europa intera.

Alla televisione, quel tale che ha quasi il monopolio delle transazioni agro-alimentari con la Russia, che è membro del Partito comunista e che è plurimiliardario, ha detto: «fate la guerra: se ci sono 40 milioni di morti negli Usa, il capitalismo è finito; se ce ne sono 40 milioni in Russia il socialismo continuerà e addirittura progredirà». E fantastico sentire questi discorsi: discorsi senza senso, incredibili; ma c’e molta gente che accetta 1’idea della guerra, con l’idea del sacrificio dell’Europa.

Oh 1’Europa! Ha avuto un gran passato, ma è sull’orlo del declino; allora è meglio che muoia gloriosamente. Ho sentito sostenere questo da amici molto vicini al governo. Sono molto decisi; si riorganizza 1’esercito francese in due parti: un corpo di guerra costituito soprattutto da elicotteri blindati, e un esercito di sorveglianza dell’interno. Il corpo di guerra può spostarsi alla frontiera dei paesi dell’Est in quattro ore; poi il resto dell’esercito si unirà alla polizia per sorvegliare le retrovie. Io sono totalmente avverso a questa riorganizzazione dell’esercito.

Che 1’Europa declini, questo è sicuro; che sia colpa sua, è altrettanto sicuro: due guerre mondiali da essa scatenate pesano! Ma non è una buona ragione per accettare il sacrificio.

Una rivista come la vostra deve mettere in guardia l’opinione pubblica su questo stato di cose: c’è gente che considera freddamente non solo lo scatenamento di una guerra, ma anche che 1’Europa serva da olocausto, il prossimo olocausto.

Dunque, io penso che 1’Europa sia veramente in pericolo, ma nessuno ne prende la difesa. Si parla molto del pericolo nucleare, ma, a parer mio, il pericolo non è tanto quello di una guerra intercontinentale, quanto quello di una guerra «di teatro» sul territorio tedesco, che in seguito si allargherà, e con dei mezzi di distruzione terribili, perché ci sono dei missili tattici che sono di un’efficacia terribile.

Vi segnalo, per divertire i vostri lettori, che i vecchi missili dell’esercito francese si chiamavano «Pluton», come il dio degli Inferi; i nuovi missili si chiamano «Ades», che è il nome in greco degli Inferi stessi. I missili «Ades» sono di portata molto piú grande e piú potenti.

Di questa riorganizzazione militare se ne parla molto poco, il meno possibile. Ci sono delle cose di cui non si parla in Francia, o molto poco; non bisogna parlarne, come se fosse grossolano o quasi osceno. Per esempio, sotto il governo di sinistra, parlare dell’autogestione[14] è grossolano, osceno, è essere maleducati, non bisogna farlo. Io sono solito ricordare che, come in Inghilterra sotto la regina Vittoria non si dovesse parlare di cosce o di natiche; ebbene ora in Francia non si deve parlare di autogestione.

Tornando all’Europa ribadisco che la sua posizione è estremamente compromessa; sta andando verso il sacrificio, perché – come ho detto – molto probabilmente non ci sarà una guerra intercontinentale, ma una guerra con eserciti convenzionali. È per questo che 1’idea di un equilibrio militare all’interno dell’Europa è assolutamente folle: prima di tutto non c’e equilibrio stabile possibile e poi è proprio quest’idea che destina 1’Europa a essere il teatro delle operazioni militari. Non so se queste arriveranno fino alla Spagna e all’Italia, ma è molto probabile.

Allora c’e anche questa considerazione: 1’esercito francese, finché era un esercito difensivo, poteva sfuggire al comando integrato della Nato, ma come esercito offensivo non sfuggirà, perché un’offensiva si realizza solo in rapporto con gli altri eserciti europei. Allora, quando i simpatizzanti del governo e della legge che potenzia 1’esercito mi dicono «non accetteremo mai un comando integrato, ti sbagli, la tua accusa è falsa», io rispondo: «un esercito offensivo è necessariamente sotto il comando di coloro che dirigono le operazioni».

Siamo giunti, dunque, a questa situazione: la guerra si terrà sul territorio europeo e siccome le armi attuali hanno una potenza distruttiva non molto al di sotto di quella delle armi atomiche strategiche, 1’Europa va verso la sua autodistruzione.

 

 

Creatività o autodistruzione?

 

Parlo adesso da filosofo: la capacità creativa dell’essere umano, del pensiero umano e dell’attività umana, va insieme a una capacità autodistruttiva. È vero da tutti i punti di vista. Le stesse potenze che sono capaci di modificare il mondo in modo costruttivo, possono anche distruggerlo. Nell’essere umano le capacità creative e le capacità di autodistruzione sono uguali, ancora oggi. E questo il problema dei valori «guerrieri» cui prima accennavo: 1’autodistruzione è potente quanto le capacità creatrici; è questa la dialettica profonda dell’essere umano. E la riprova è in questa povera Europa, che è stata alla testa delle capacità costruttive e creative, che ha inventato tante di quelle cose, da 2.500 anni, dal tempo dei greci, ma che inventa anche la sua autodistruzione. Cosa fa 1’Europa da un secolo? Lavora alla sua autodistruzione.

Allora il problema è di sapere chi vincerà: le forze di autodistruzione o le forze creative? E questa la posta in gioco, e si gioca in Europa una partita colossale; in gioco – notate la parola gioco – è prima di tutto 1’esistenza dell’Europa, poi il tutto si allargherà e coinvolgerà molte altre cose. È questa la posta di una partita che non è facile, né innocente, né inoffensiva; è un gioco terrificante tra queste due capacità: è tutta la dialettica dell’essere umano.

Non è del tutto marxista quello che dico, cioè che le capacità autodistruttive fanno parte delle capacità costruttive, creative.

 

 

Un progetto alternativo

 

D. Cosa pensa della situazione interna dei nostri paesi? Appare come bloccata, nell’assenza di una spinta alternativa.

 

R. Voglio rispondere abbastanza a lungo su questo punto, Credo che la questione sia quella di proporre un’alternativa[15].

Ci sono state nella storia delle alternative proposte da Marx, da Lenin; non hanno funzionato molto bene, hanno anche dato dei risultati contrari a quelli che ci si aspettava. Lenin – come Marx – voleva una società senza Stato, con uno Stato in via di deperimento. Marx lo ha scritto in La Comune di Parigi, Lenin in Stato e rivoluzione; la rivoluzione doveva portare alla sparizione dello Stato. È andata male; bisogna trovare una nuova alternativa, ed è un lavoro gigantesco. Quali gli elementi di questa alternativa? Bisogna trovarli altrimenti la situazione rimane bloccata.

Credo che vi siano in Francia e nei paesi del Sud, per ragioni non sempre chiare, delle forze di intervento capaci di creatività e di azione, che adesso sono bloccate. I governanti, in Francia, credono di essere 1’alternativa al capitalismo: non ne sono convinto. Bisogna passare tramite loro? E come proporre cosí un’alternativa? Credo che un progetto di alternativa potrebbe essere esteso alla Spagna, all’Italia, alla Francia, alla Grecia, e forse a tutto il Bacino mediterraneo.

La dichiarazione dei diritti dell’uomo cosí com’è, è molto importante, ma è incompleta. Non bisognerà forse aggiungerci il concetto di «nuova cittadinanza»[16] a ribadire la partecipazione attiva del cittadino, per esempio, alla vita della sua città? Occorre, inoltre, fare tutti gli sforzi per cambiare la vita quotidiana, e per questo possiamo usare anche le nuove tecnologie.

Tempo fa a Marsiglia ho saputo come la povera gente, gli emigrati, gli iugoslavi, i magrebini, la gente dell’Africa del Nord, non si scrivono piú (prima avevano degli scrivani pubblici). Sapete cosa fanno? Si mandano delle cassette. Ecco un uso concreto, pratico, della tecnologia. Mi è stata raccontata la storia di una donna il cui marito era partito per Lione, lasciandola sola con due bambini. Non avendo piú notizie di lui, gli ha spedito una cassetta, dicendogli: “razza di sporco individuo, sei un uomo schifoso che lasci la tua moglie e i tuoi figli; sbrigati a dare tue notizie!”. Forse non avrebbe mai scritto questi insulti, ma la cassetta è una forma diretta e immediata di comunicazione, e dà bene l’idea di una nuova immediatezza, che si conquista tramite i mezzi tecnologici moderni.

Allora. un progetto di società alternativa dovrà essere molto largo e comprendere una democrazia completa per le comunità, la trasformazione della vita quotidiana e un adattamento progressivo al non-lavoro (la disoccupazione, infatti, non credo che la si riassorba con 1’aumento delle forze produttive, visto che queste vanno verso 1’automazione del lavoro). È necessario, inoltre, un adattamento progressivo della società non solo agli svaghi, che hanno dato luogo a un’industria, e alla cultura, che ha dato luogo a una produzione, ma a una nuova cultura politica[17].

La «nuova cittadinanza» comporta un’idea interessante in rapporto al marxismo. Marx ha detto che bisognava realizzare la filosofia; anche un noto libro di Adorno dice che la filosofia continua perché il momento della sua realizzazione è stato mancato. Ora questa «realizzazione» si potrebbe trovare anche nell’estetica. L’estetica, come conoscenza dell’arte, ha un senso, infatti, se dà luogo a una pratica, alla realizzazione dell’estetica stessa. E quello che succedeva in altri tempi per 1’architettura nelle vostre città, a Firenze: non una visione astratta, ma un’estetica, un’idea dell’arte.

La realizzazione dell’arte (ma la realizzazione vera, che non passa attraverso disegni, o riproduzioni, o scarabocchi, che si attaccano al muro) tocca 1’architettura, l’urbanistica, la trasformazione della vita, in altre parole la metamorfosi della vita[18]. Bisognerà servirsi di tutti questi elementi per giungere ad un progetto di società alternativa.

I socialisti in Francia, invece, hanno concepito un progetto di società, che d’altronde non si e realizzato, che non va oltre la democrazia rappresentativa. Occorre allora arrivare all’allargamento dei diritti dei cittadini, reintegrare, ravvivare, 1’idea della «cittadinanza», che si è un po’ smorzata. Qui credo che la vostra rivista potrebbe svolgere un ruolo attivo nell’elaborazione di questo progetto: perché ormai non si sa piú che cosa sia socialismo. Se il socialismo è da ridefinire, è necessario un progetto.

 

 

La sinistra francese

 

D. Qual è la sua valutazione sulla sinistra francese?

 

R.: Sono un uomo di sinistra, ma devo dire che questa non è in uno stato eccellente e vive una condizione paradigmatica.

Parlavo prima della capacità autodistruttiva che si unisce alla capacità creativa: è esattamente questa la condizione della sinistra. Da molti anni lavora per distruggere se stessa. Il discorso ha un senso soprattutto sul piano teorico e ideologico, ma da venti o trenta anni è successo di tutto, sembra che la sinistra abbia voluto demolire tutto quello che aveva realizzato: la sua forza, il suo patrimonio, quello che aveva ricevuto dalla Rivoluzione francese, da Marx, e da altre parti. Non c’e un’idea che non sia stata sottoposta a critica, e per di piú a critica distruttiva.

Prendo a esempio l’umanesimo. Quello che si chiamava umanesimo era qualcosa di molto fragile. Derivava in parte dai gesuiti e dalla borghesia liberale; era un eclettismo un po’ fittizio, che idealizzava tutto e valorizzava 1’essere umano solo in quanto cittadino astratto. Si potevano fare mille rimproveri a questo umanesimo: in particolare, sia di tenere conto solamente di certe leggi, come la dichiarazione dei diritti dell’uomo, e non delle loro applicazioni reali, sia di limitarsi alle analisi di testi classici e letterari piú o meno tradizionali. Tuttavia, c’era anche 1’umanesimo che Marx tentava di costituire, un umanesimo piú concreto, né borghese, né liberale; ebbene niente di tutto questo è sfuggito alla critica.

L’umanesimo marxista è stato demolito, non senza virtuosismo, da un marxista: Althusser. Il punto di partenza di Althusser è la distruzione di quello che Marx ci aveva lasciato come valori, come valorizzazione dell’essere umano, sostituendovi solo il sapere, il sapere del sapere, quello che sfuggiva alla critica condotta attraverso 1’epistemologia. Dopo non si sono piú avuti valori; l’unico valore persistente era questa epistemologia che non permette di vivere: non si vive su un sapere o sulla semplice applicazione del sapere. Il marxismo ridotto a un’epistemologia è un marxismo irrigidito, ghiacciato, senza capacità di emozione[19].

Ma non ci si può fermare solo all’umanesimo: è tutta la tradizione giacobina che è passata sotto la critica, e non ne è rimasto nulla.

II progresso: l’idea di progresso è facile; divulgata sotto la Terza repubblica è servita a miriadi di discorsi, da quelli dei consiglieri comunali, dei maestri di paese, fino a quelli del presidente della Repubblica. Era facile da demolire, ma, una volta demolita, cosa rimane?

La razionalità: eccetto la sua base tecnologica, il suo fondamento era senza dubbio fragile. La filosofia costitutiva di questa trilogia – umanesimo, razionalismo, progressismo – era forse la filosofia di Kant, che non ha resistito agli attacchi; 1’irrazionalismo è spuntato da tutte le parti, in psicologia, in sociologia, in storia, in psicanalisi; non c’e rimasta razionalità.

L’informatica: è stata data come qualcosa che basta a se stessa, come se 1’attività principale dell’uomo consistesse nel ricevere dei messaggi o nel decifrarli. Ma cosa ce ne facciamo di questi messaggi, e cosa passa tramite questi, qual è il loro contenuto e come si utilizzano quando li si riceve? Tutto questo è stato lasciato da parte, a vantaggio della semplice nozione formale del messaggio e della comunicazione.

Dunque, tutto quello che dava un senso alla sinistra è stato distrutto dalle fondamenta e non è stato proposto niente per rimpiazzarlo, o, quando qualcosa è comparso, non ha avuto eco.

La sinistra ha dato prova di un potere di autodistruzione straordinario, favoloso, fin dall’inizio del XX secolo. Ciò che dice Lukycás in La distruzione della ragione è solo parzialmente esatto, perché l’umanesimo ha persistito e anche il razionalismo. Tutto ciò doveva essere criticato, ma non distrutto, insieme al progressismo. Adesso c’e un ammasso di rovine.

La sinistra è arrivata al potere sulle rovine della sua ideologia. Qui che c’e bisogno di qualche cosa di nuovo, è qui che potete, dovete, aprire l’orizzonte e sforzarvi, nella vostra rivista, di porre le basi di un discorso innovatore.

 

 

Lo storicismo della sinistra italiana

 

D. E la sinistra italiana?

 

R. Conosco la sinistra italiana meno della sinistra francese. Conosco la sinistra francese come testimone da decine di anni, so come lavora alla propria distruzione, che mi sembra, d’altronde, essere un cattivo presagio per 1’Europa stessa. Mi pare che apra un processo che può avere delle conseguenze piuttosto gravi. La sinistra francese si basava su un’idea abbastanza astratta, che avrebbe dovuto essere completata dalla ragione, ma ciò non e avvenuto.

La sinistra italiana si fonda di piú sulla storia, su una certa storia, che diviene storicismo e marxismo (Labriola, Gramsci). Dico subito che non sono gramsciano e non so se oggi potete trarre ancora molto da Gramsci. Ciò che io non accetto di Gramsci è che è prestaliniano. Tutto quello che ha scritto in Il principe moderno e Le note su Machiavelli mi sembra molto preoccupante dopo 1’esperienza staliniana; restano comunque scritti di grandissima importanza. Non credo però che dopo il periodo staliniano possano servire per trarne molte conseguenze politiche e pratiche[20].

A ogni modo, la sinistra italiana mi sembra avere basi piú solide della sinistra francese, particolarmente perché non ha avuto questa spinta – che gli psicanalisti chiamerebbero masochista – all’autodistruzione. In Francia c’è gente di sinistra che, per fondare un sapere inespugnabile, ha costruito, in nome dell’epistemologia, una specie di fortezza imprendibile e completamente isolata, ma inefficace e destinata a cadere in rovina.

È anche grave che i governanti non abbiano altro mezzo di agire sull’opinione pubblica se non quello di dire che la destra è una minaccia. Questo è senz’altro un buon argomento, ma non dà un’ideologia, una teoria, un’argomentazione, su cui si possa costruire qualcosa. In questo senso voi avete basi migliori per costruire una nuova prospettiva di sinistra.

 

D. Come spiega questo comportamento autodistruttivo della gauche francese?

 

R. Il fenomeno dipende dal fatto che non ci sono confini precisi tra la critica e l’ipercritica, e nel pensiero critico si e sempre tentati di cedere all’ipercritica.

Lo si vede molto bene anche nel pensiero marxista, laddove Adorno parla di una dialettica negativa: se questa si spinge fino in fondo, si distrugge da sé. L’estetica di Adorno, infatti, si distrugge da sé; vuole dare una teoria dell’arte e dice che la teoria dell’arte è destinata è distruggersi. Quindi, questo eccesso di negatività si trova nello stesso pensiero marxista, nello stesso Adorno, che, per quanto sia un grande, passa dalla critica all’ipercritica. L’ipercritica è la critica che mette in discussione se stessa, che mette in gioco la sua validità e la sua efficacia.

 

 

Per un progetto internazionale

 

D. Come pensare il progetto della costruzione di una nuova cultura politica? Infine, che cosa bisogna o che cosa si può fare in questa situazione?

 

R. Ponete la domanda su un piano filosofico e teorico, o su un piano politico e pratico? Perché non è la stessa cosa. Devo rispondervi su un piano teorico e filosofico, o pratico e politico, o, come penso, su tutti e due? Non è una risposta semplice.

È necessario, ma non sufficiente, proporre un’alternativa. Questa alternativa bisogna che sia un progetto. Ci sono gia stati dei progetti di società e molti ne hanno a tutt’oggi. C’e un progetto di società cristiana in Vaticano o in Polonia, forse; c’e un progetto di società in Iran, che si regge su quel fanatismo straordinario e completamente imprevisto che la religione ha prodotto in molto paesi.

I progetti di società non mancano, ma abbiamo bisogno di un progetto di società credibile e accettabile. Si tratta, dunque, di un grande lavoro collettivo e internazionale. Non penso affatto che bisogna farlo per l’Italia, per la Francia, per la Spagna singolarmente. Ciò vuol dire che, se volete procedere su questa strada, vi dovete sforzare di costituire un “gruppo” internazionale che tenga conto delle particolarità dei differenti paesi, ma che sappia anche proporre qualcosa di ordine piú generale, per ritrovare una certa universalità.

Un progetto di società accettabile, credibile, è necessario, ma non sufficiente. Se lo si vuole diffondere, occorre intervenire politicamente. Devo dire che finora i politici si sono mostrati piuttosto chiusi; si sono ripiegati sul pragmatismo, non hanno nemmeno piú strategie (forse una strategia militare), almeno in Francia, vivono alla giornata, non hanno un piano d’insieme.

È per questo che si fa sentire il bisogno di un progetto globale, senza che per questo sia un modello esclusivo e totalitario; occorre lasciare spazio al pluralismo. Forse non si è insistito abbastanza sull’idea di un pluralismo politico, in modo da tenere conto delle differenti correnti, dei diversi gruppi sociali, delle differenze di classe e cosí via. Occorre definire un progetto di democrazia pluralistica e diretta nello stesso tempo, il che è paradossale, ma necessario.

Per arrivare a diffondere questo progetto, bisogna svolgere un ruolo di avanguardia, il che non è facile oggi, e bisogna farsi ascoltare. Come? Vi sono dei gruppi in Francia che sarebbero disposti ad ascoltare un nuovo progetto, ma non li credo molto efficaci. Non ho alcuna idea di quello che può succedere in Italia: forse bisogna formare dei quadri politici, o dei circoli politici, o degli scrittori politici?

A ogni modo il problema è politico, ma prima ancora è teorico; occorre riprendere da Gramsci, in modo molto critico, 1’idea che, almeno nel caso della rivoluzione borghese – è l’unica che Gramsci abbia conosciuto e analizzato (e che ricava dall’esame della Rivoluzione francese e anche dalla storia italiana del XIX secolo) –, la rivoluzione culturale ha preceduto la rivoluzione politica. Anche in Francia il XVIII secolo, con Diderot, è il periodo di una vera rivoluzione culturale, che precede e prepara la rivoluzione politica. Forse bisogna ritornare è questa idea, tenendo conto di tutto quello che e cambiato.

Forse il legame tra rivoluzione politica e rivoluzione culturale non è piú quello, ma questo schema di una rivoluzione culturale che accompagna, che addirittura precede la rivoluzione politica va ben esaminato, tanto piú che in nome di Marx, e soprattutto in nome di Lenin, è stato trasformato lo schema per arrivare a dire che la rivoluzione culturale segue la rivoluzione politica. È una questione assai grossa, che voi potreste sollevare nella vostra rivista.

Allora, qui una linea si profila: progetto credibile, da perfezionare e trasformare, tenendo conto di tutto quello che può succedere di nuovo, sia nelle città che nella condizione delle donne. Poi trasformazione della cultura, sia tramite la critica che attraverso delle proposte.

Occorrerebbe proprio proporre qualche cosa nella cultura e forse questo già avviene intorno a noi, senza che ce ne rendiamo conto: forse nella musica, forse nel teatro, vi sono degli elementi nuovi che bisognerebbe valorizzare; forse anche nella poesia.

 

D. Un’ultima cosa: non vuole tornare un momento sulla definizione di nuova immediatezza?

 

R. Attraverso le “mediazioni” formidabili che noi subiamo, con la televisione e la radio, appaiono gli elementi di una nuova immediatezza e il bisogno di contatti diretti[21]. Hanno chiamato questo «convivialità», ma si può ben chiamarlo immediatezza.

Vi ho raccontato, per esempio, la storia delle comunicazioni tramite cassette, dove la mediazione – i media – servono di supporto a una nuova immediatezza: tutto questo nella linea dello sviluppo di una nuova cultura politica.

 

* Henri Lefebvre, nato in Francia nel 1901 ad Hagetmau (Landes), è entrato nel Partito comunista francese nel 1928 e ne è uscito nel 1958, dopo trent’anni di militanza, in seguito al perdurare dell’ostilità del partito, anche dopo il XX Congresso del Pcus, alla sua lunga battaglia antistalinista, riaffermando però la sua adesione al pensiero marxiano e la sua posizione del tutto critica del modo di produzione vigente. Nel 1965 ha avuto la cattedra di sociologia all’Università di Nanterre e nel 1968 ha partecipato direttamente al «maggio francese». Lefebvre è riconosciuto fra i maggiori pensatori marxiani del Novecento. Del filosofo, o piuttosto del metafilosofo (come siamo certi preferirebbe essere chiamato), francese sono stati pubblicati in Italia Il materialismo dialettico, Torino, Einaudi, 1949 (riediz. 1975); Il marxismo visto da un marxista, Milano, Garzanti, 1954; La sociologia di Marx, Milano, Il Saggiatore, 1969; Il diritto alla città, Padova, Marsilio, 1970; Linguaggio e società, Firenze, Valmartina, 1971; La fine della storia, Milano, Sugar, 1972; Il marxismo e la città, Milano, Mazzotta, 1973; La rivoluzione urbana, Roma, Armando, 1973; Dal rurale all’urbano, Firenze, Guaraldi, 1973; Spazio e politica, Milano, Moizzi, 1976; La produzione dello spazio, Milano, Moizzi, 1976, vol. I e II; Lo Stato, Bari, Dedalo, 1976-1978, vol. I, II, III, IV; La critica della vita quotidiana, Bari, Dedalo, 1977, vol. I e II; La vita quotidiana nel mondo moderno, Milano, Il Saggiatore, 1978; Il manifesto differenzialista, Bari, Dedalo, 1980; La rivoluzione non è piú quella (scritto con Catherine Regulier), Bari, Dedalo, 1980; Abbandonare Marx?, Roma, Editori Riuniti, 1983.

[1] Dalla redazione del «Ponte», in preparazione all’intervista. Intervista, traduzione e note al testo di Mario Monforte.

[2] Ricordiamo che il 10 maggio del 1981 si ha in Francia l’affermazione elettorale che segna 1’ascesa al governo della sinistra.

[3] A. Glucksmann, La force du vertige, Paris, Grasset, 1983.

[4] La paix indésirable. Rapport sur l’utilité des guerres, preface de H. Mc Landress (J. K. Galbraith), Paris, Calmann-Levy, 1968.

[5] Nella sua opera Lo Stato, voll. I-IV, Bari, Dedalo, 1976-1978, ma anche in Il manifesto differenzialista e La rivoluzione non è piú quella (Bari, Dedalo, 1980), Henri Lefebvre sviluppa e articola la sua concezione, che è vista come rilettura, continuazione e applicazione del marxismo al mondo «moderno». Fondamentale nella sua riflessione è appunto lo Stato; è sulla mancata soluzione della questione dello Stato e sull’abbandono dell’impostazione iniziale del marxismo in merito, che lo stesso marxismo – dice Lefebvre – è finito per scoppiare e ridursi in vane «schegge», «frammenti»: i diversi marxismi. Non abbiamo certo la pretesa di sintetizzare in questa nota una parte essenziale di un pensiero vasto e complesso come quello di Lefebvre. Ne indichiamo soltanto alcuni parziali elementi – in modo forzatamente schematico e riduttivo -, per chiarire il senso di questa parte dell’intervista, rinviando per il resto il lettore interessato alla lettura delle opere indicate. Lo Stato, secondo Lefebvre, e quindi 1’istituzione, il politico, ha sempre avuto una funzione essenziale nell’esprimere e assicurare l’omogeneita e 1’equivalenza, l’astrazione concreta del valore di scambio, dei circuiti commerciali, del lavoro astratto, rispetto all’uso e al valore d’uso, al lavoro concreto, insomma 1’omogeneità «indifferente» rispetto e sulla «differenza». L’economico procede insieme al politico e si sviluppa coerentemente in tal senso, con il formarsi ed estendersi del modo di produzione capitalistico, finendo per schiacciare il sociale (cioè la base dell’esistenza; la suddivisione che compie Lefebvre supera infatti quella dicotomica struttura-sovrastruttura, per articolarsi cosí: base-struttura-sovrastruttura; sociale, economico, politico-ideologico). L’opera e il pensiero di Marx hanno potuto essere fraintesi e distorti anche (ma non solo) perché il lavoro fondamentale di Marx – II Capitale – che doveva occuparsi del reddito, delle classi e dello Stato, come risulta dal piano iniziale, è rimasto incompiuto. Perciò il suo pensiero deve essere interpretato alla luce del complesso delle sue opere (che Lefebvre recupera nel loro insieme, dai Manoscritti economico-filosofici in poi, rifiutando la divisione fra un Marx «marxista» e un Marx «democratico-radicale»), vedendone anche limiti e oscillazioni, ma conservandolo e sviluppandolo. Il modo di produzione capitalistico, che si sviluppa sul piano economico, implicando però costantemente quello politico (basti vedere, dice Lefebvre, il processo di accumulazione primitiva in un quadro piú ampio di quello avvenuto in Inghilterra, comprendendo anche l’esame di quello avvenuto in Europa, insieme alto sviluppo e affermazione degli Stati-nazione), procede attraverso crisi e contraddizioni, estendendosi a tutto il mondo, creando il mercato mondiale e la mondialità, implicando una sempre maggiore fusione con il politico, e viene coerentemente sviluppandosi secondo la sua «natura» (la sua essenza, il suo concetto). Non vi è un momento in cui si può dire che il modo di produzione capitalistico si è gia pienamente realizzato in quanto tale, perché appunto si modifica, procede, si sviluppa. Sviluppandosi, il modo di produzione capitalistico conduce e sbocca net modo di produzione statuale. Questo è caratterizzato dal fatto che è lo Stato che si fa carico della crescita economica, attraverso quel processo che si chiama programmazione economica (di vario tipo) e tramite l’istituzionalizzazione (piú o meno formale) delle imprese e dei processi economici in genere. Ciò implica che i rapporti sociali e di produzione capitalistici, e le classi sociali, non si riproducono da sé, per un cieco meccanismo economico, ma vengono riprodotti, sono oggetto di strategie (non senza un complesso di continue contraddizioni).

[6] Lefebvre ha affrontato piú volte la questione delle multinazionali (in Lo Stato e Il manifesto differenzialista). Ricordiamo, in particolare, La rivoluzione non è piú quella, p. 114 ss. La. concezione di. Lefebvre relativa alle multinazionali è da inserire in quella di «mondalità», cioè di mercato mondiale (sostanzialmente unico) da un lato e, dall’altro, di strategie politico-statuali, che, per essere veramente tali, devono estendersi su un piano mondiale. Le multinazionali non sono le semplici eredi dei monopoli; organizzano la produzione alla loro scala, esprimono strategie globali (cioè mondiali) e occupano gli spazi vuoti esistenti, dalle regioni locali al mercato mondiale. Sono un’altra forma, generata dallo sviluppo del modo di produzione capitalistico in modo di produzione statuale, di raggiungere e installarsi (istituirsi) nella mondialità. Ma questo implica una contraddizione continua, latente o aperta a seconda dei casi, con lo Stato, con gli Stati, i quali sono posti nella condizione di doversi sottomettere alle multinazionali, oppure opporsi.

[7] Con questo «aggravandolo» Lefebvre intende sia confermare e riaffermare quanto ha detto sul modo di produzione statuale e sullo Stato della crescita economica («Stato della crescita, crescita dello Stato», Lo Stato, vol. I, p. 75 ss. in particolare) nonché sulle multinazionali e sulla dialettica fra queste ultime e Stato, sia mettere in evidenza come il modo di produzione statuale e il sistema degli Stati si è perfezionato, radicato, saldamente installato nel mondo – cosí si è anche accentuato il complesso di contraddizioni che comporta, lo «stato critico» permanente e globale – ,e come si sono intensificate le contraddizioni con le multinazionali.

[8] La tematica del decentramento si connette nel pensiero Lefebvfre a quella della democrazia sostanziale, diretta, e dell’autogestione; è una linea che unisce tutto il complesso delle sue opere. E cosí che, secondo Lefebvre, si esprime ciò che strategie politiche e politica economica tendono costantemente è ridurre, a schiacciare, ciò che è compresso fra il politico e 1’economico, e che invece è irriducibile: il sociale, la società, con le sue tendenze, negate e soffocate, strumentalizzate e subalternizzate, ma tuttavia esistenti, a riappropriarsi dell’economico e del politico, sussumendoli. Si tratta perciò di tendenze intrinsecamente rivoluzionarie.

[9] Si allude alla gerarchia statuale, cioè al sistema gerarchico di Stati che si è installato su tutto il pianeta – gerarchia instabile, perché sottoposta alla legge dello sviluppo ineguale e carica di conflitti e tensioni –, che trova una sua forma di espressione nel «parlamento» mondiale degli Stati, 1’Onu (vedi Lo Stato, vol. I).

[10] Sul modo di produzione statuale nel suo «genere» del socialismo di Stato, con 1’esame della sua genesi in Urss tramite lo stalinismo e 1’analisi delle condizioni contemporanee, vedi Lo Stato, vol. I, p. 255 ss., vol. II, p. 295 ss., anche vol. IV, p. 330 ss.; vedi inoltre Il manifesto differenzialista.

[11] Su questo punto insiste Lefebvre nelle sue opere (Il manifesto … , La rivoluzione … , Lo Stato, op. cit.): la classe operaia ha subito due sconfitte di importanza storica: la prima, non riuscendo a impedire la prima guerra mondiale, anzi subendola e partecipandovi; la seconda, con il nazismo e i «regimi totalitari». Protagonista di questi conflitti è stato sempre ciò che di nuovo si annunciava, cioè lo Stato, nel suo perfezionamento, e il procedere del capitalismo verso il modo di produzione statuale.

[12] Questa «pseudo-rivoluzione» avviene all’interno del capitalismo; ricordiamo che, secondo Lefebvre, il capitalismo di Stato è uno dei due «generi» del modo di produzione statuale. Nel capitalismo di Stato i rapporti di produzione capitalistici vengono riprodotti attraverso le strategie politiche ed economiche, anche se questa riproduzione non avviene senza continue contraddizioni e conflitti, senza modificazioni (e nuovi contrasti fra quanto resta di capitalismo vero e proprio, e rapporti relativi invece al modo di produzione statuale). In questo senso Lefebvre parla di «pseudo-rivoluzione»: perché all’interno del capitalismo e utilizzata per la sua riproduzione.

[13] Ci riferiamo all’articolo di Lefebvre pubblicato su «Le Monde» il 7 gennaio 1978 e intitolato Le vent du Sud. In quest’articolo Lefebvre metteva in luce le potenzialità esistenti nell’«Europa latina» (riferendosi espressamente a Spagna, Italia e Francia) sia in termini di base industriale, sia di posizione strategica, sia di forza e attività della società civile e spazi di democrazia. Potenzialità dirette verso una chance: aprire una nuova via, nello svincolamento dalle due superpotenze, verso una società nuova, diversa sia dal socialismo di Stato che dal capitalismo di Stato (pur nella sua variante socialdemocratica), una società non subordinata allo Stato, fondata sulla democrazia diretta, sul decentramento effettivo che implica 1’autogestione. Lefebvre collegava allora l’individuazione di queste potenzialità alle possibilità che si aprivano per quello che fu chiamato «eurocomunismo» (pur riferendosi ai partiti «eurocomunisti» in modo molto problematico). In altre occasioni Lefebvre si è già espresso, in seguito, sul fallimento dell’«eurocomunismo» (in generale e come momento di apertura e di avanzata per le potenzialità indicate) e nell’intervista che pubblichiamo non ne fa piú parola, mentre conferma 1’esistenza delle potenzialità individuate, che anzi estende ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

[14] Ricordiamo l’importanza centrale che hanno nel pensiero di Lefebvre il concetto e la pratica dell’autogestione, come espressione concreta del decentramento e della democrazia diretta, quindi come ripresa del marxismo rivoluzionario sulla questione dello Stato e del socialismo. Perciò Lefebvre ha anche seguito l’esperienza iugoslava, che non costituisce però per lui né un modello, né una via da seguire (vedi La rivoluzione non è piú quella; vedi Lo Stato, vol. III, p. 290 ss.). L’autogestione implica necessariamente il movimento dal basso; se fatta propria, gestita e imposta dall’alto, si snatura e fallisce.

[15] Lefebvre è già recentemente entrato in merito alla questione dell’alternativa, nell’intervista intitolata Pour un projet politique, rilasciata il 29 aprile 1982 e pubblicata sulla rivista «Autogestions», n. 10, estate 1982, pp. 3-12. Termini e concetti che userà nella presente intervista hanno come presupposto e quadro di riferimento il discorso sviluppato su «Autogestions».

[16] Vedi Pour un projet politique cit., p. 7; la nouvelle citoyenneté si configura, secondo Lefebvre, come diritto del cittadino di partecipare attivamente, attraverso la cultura e la conoscenza politica, alle decisioni, in contrapposizione al ruolo a cui viene sempre piú ridotto, quello di utente, che deve invece essere riassorbito e sussunto in quello del «nuovo cittadino».

[17] Vedi Pour un projet politique cit., p. 7; secondo Lefebvre la nuova cultura politica si deve caratterizzare per un aggiornamento concreto della coscienza e della conoscenza politiche, per la spinta a prendere parte attiva a tutte e decisioni (e a negarne anche alcune), per 1’acquisizione degli elementi fondamentali di un pensiero teorico adeguato alla situazione attuale.

[18] L’estetica «applicata» come uno dei mezzi per trasformare e metamorfizzare la vita, la vita quotidiana; la trasformazione della vita vista come molla e scopo reali della rivoluzione sono altre tematiche fondamentali per Lefebvre, da lui affrontate in La vita quotidiana nel mondo moderno e nella Critica della vita quotidiana cit. (e altre opere non pubblicate in Italia). Ma la vita esiste, avviene, si svolge nello spazio e la sua metamorfizzazione implica e richiede quella dello spazio (quindi della città, dell’urbano). Qui un altro campo di tematiche essenziali, che Lefebvre tratta in opere quali Il diritto alla città, La rivoluzione urbana, Dal rurale all’urbano, Il marxismo e la città, Spazio e politica, La produzione dello spazio cit.

[19] Lefebvre ha condotto una lunga e approfondita battaglia teorica contro il «marx-strutturalismo» di Althusser e della sua scuola, nonché contro lo strutturalismo in generale come tendenza filosofico-ideologica; vedi in particolare L’Ideologie structuraliste, Parigi, Anthropos, 1971 e, per la linguistica strutturalista, vedi Linguaggio e società cit.

[20] In proposito vedi Lo Stato, vol. II, p. 285 ss.

[21] I bisogni di contatti diretti fanno parte di quelli che Lefebvre chiama i «nuovi bisogni» (che vede come fondamento per la ripresa del sociale sul politico e 1’economico). Lefebvre definisce in generale i «nuovi bisogni» come quelli che non passano attraverso gli scambi commerciali e le reti dell’equivalenza. Si tratta dei bisogni di beni non scambiabili, nel lavoro, nelle opere, nella vita, nello spazio; vedi Pour un projet politique cit., p. 9.

PENSARE LA PACE

Intervista a Henri Lefebvre*

Parigi, 11 dicembre 1983

«Il Ponte», n. 1, gennaio-febbraio 1984, pp. 9-34

 

Le domande che tempo fa mi avete inviato per posta[1] richiamano una situazione che non è per niente semplice, perché, per rispondere, sono obbligato ad avere un duplice linguaggio, quasi un duplice pensiero. Se io dicessi tutto quello che penso, per esempio, della politica attuale del governo o di quello che riguarda l’Europa, sarei molto critico: rischierei di essere ipercritico e di eccedere, di non centrare il bersaglio voluto, rischierei anche di essere utopistico; ma se fossi realistico, allora farei un discorso ben diverso e apparirei come se, in nome della realtà, accettassi quello che succede.

Ciò vuol dire che ci si trova davanti a un divorzio tra teoria e pratica, che si adotta in modo distinto il linguaggio della teoria o il linguaggio della pratica. La differenza è enorme ed è estremamente difficile evitare gli errori, sia 1’ipercriticismo, in nome del quale si demolisce tutto, sia il realismo, in nome del quale si accetta tutto. Poco tempo fa la rivista «En jeux» mi ha posto questa domanda:

 

il 10 maggio[2] è stato un evento fondamentale, come molti hanno creduto, cioè un evento che rende possibile una visione del mondo rinnovata, oppure non ha fatto altro che completare le trasformazioni socio-economiche e culturali dei due decenni precedenti? In altri termini sarà una data storica per il domani che esso annunciava, oppure sarà una data storica come punto d’arrivo di un’evoluzione?

 

Ecco una domanda che è estremamente imbarazzante, che non è falsa, che è precisa, che è giusta, che non coincide esattamente con quelle che voi mi fate, ma che le implica, e alla quale è molto difficile rispondere, evitando sia il punto di vista ipercritico, sia quello realistico che tutto accetta. Allora, a una domanda come questa, sono sempre tentato di dire che 1’uno non esclude 1’altro, che quello che succede in Francia da due anni è nello stesso tempo il risultato e 1’esito di un certo periodo, e forse l’inizio di un altro.

Questo pone di nuovo il problema della transizione, un vecchio problema, che si pone da piú di un secolo. È stato ripreso da tutti e da tutte le parti, senza per questo essere stato risolto. Siamo veramente in una transizione o in un vicolo cieco? È molto difficile rispondere senza evitare gli eccessi o senza cadere nell’ambiguità.

Ma vorrei cominciare a rispondervi con una considerazione: ci invitano da ogni parte a pensare la guerra. In questi ultimi tempi, qualcuno che io conosco un po’, Glucksmann, ha avuto un grossissimo successo; è un lettore di Clausewitz, è stato maoista. Non ho letto il suo ultimo libro[3], ma a sentire i commenti – e lui stesso è pressapoco cosí – adesso egli sembra voler pensare lo stato di guerra come qualche cosa di permanente, non solamente come minaccia, ma come prospettiva immediata.

Ci invitano a pensare la guerra o uno stato di guerra imminente. Io propongo di pensare la pace. Mi sono accorto che nessuno pensa la pace, né si predispone a pensarla. Il problema mi è apparso con molta chiarezza qualche tempo fa, quando ho potuto leggere un libretto di cui avevo sentito parlare ma che avevo perso di vista, dal titolo La pace indesiderabile. Rapporto sull’utilità della guerra[4]. Credo che tutto quello che è stato detto dopo sia uno scherzo in confronto a questo libro, scritto da una decina di americani altamente qualificati e poi pubblicato da uno di loro. Il libro inizia cosí:

 

la pubblicazione senza autorizzazione di questo documento, che sarà oggetto di serie polemiche, pone tre domande: la prima è quella dell’autenticità; la seconda è quella di sapere se si possono considerare come fondati i motivi che hanno spinto uno degli autori a pubblicarlo, in violazione al giuramento che aveva prestato; la terza riguarda la validità, tanto sul piano teorico quanto su quello pratico, della sua conclusione.

 

Chi lo ha pubblicato è Galbraith, ed è un’autorità su scala mondiale. Egli dice che la pace è non solo impensabile ma indesiderabile, perché tutta l’economia è basata sugli armamenti, e non solo questo: tutti i nostri valori morali sono basati sulle tradizioni «guerriere», sul fatto che bisogna essere capaci di vivere con l’idea della guerra, di entrare in guerra, di accettarla, di condurla con successo. Tutta la nostra civiltà occidentale è basata sulla guerra, e la pace è impensabile. La pace non è nemmeno pensata, perché tutte le società hanno sempre vissuto sul piede di guerra, con valori «guerrieri».

A mio parere la vostra rivista dovrebbe ricordare 1’esistenza di questo libro o ripubblicarlo con un commento, perché mi sembra un documento capitale per la politica americana e anche per la politica attuale.

Ci si dovrebbe chiedere se per il pensiero marxista – o che tenta di esserlo – non sia venuto il tempo di introdurre qualche cosa di nuovo, pensando la pace. Sarebbe proprio una novità. Abbiamo constatato in diverse occasioni che la gente ha bisogno di qualcosa di nuovo, ne ha bisogno e nello stesso tempo lo teme; sarebbe una novità provare a pensare la pace, perché non c’e mai stata una società fondata sulla pace. Guardate la situazione in relazione al pensiero di Marx: non soltanto ci si è messi sotto il patrocinio di Eraclito – la guerra è il padre di tutte le cose –, ma l’idea stessa della lotta di classe è sempre stata accettata come qualcosa che porta a un confronto armato. Marx, inoltre, pensava che 1’epoca borghese arrivasse già a oltrepassare lo stadio delle società «guerriere» con l’importanza del mercato internazionale. Invece, è successo che con l’importanza assunta dal mercato mondiale, e precisamente nella prospettiva e nella pratica del modo di produzione capitalistico e della borghesia, dall’estensione del mercato mondiale è risultata l’importanza dei mercati nazionali, con tutto quello che ciò comporta, cioè le implicazioni non solo politiche e concorrenziali, ma «guerriere». E questo lo si vede da da piú di un secolo. In quanto a Lenin, egli ha pensato che i confronti tra gli imperialismi portassero necessariamente alla guerra e che la classe operaia avrebbe potuto approfittarne per mandare avanti la propria lotta. In quanto a Stalin, quello che ha pensato fino al 1940 rimane oscuro; forse si è immaginato che la guerra tra i paesi imperialisti risparmiasse questa prova alla Russia sovietica.

A ogni modo, nel pensiero marxista solamente Rosa Luxemburg sembra abbia detto che la pace era necessaria alla classe operaia (la quale poteva e doveva imporla) e abbia elevato a pensiero teorico l’idea della pace. E anche comparsa – cosa curiosa – presso i marxisti l’idea di un’aggressività fondamentale dell’essere umano; credo che appaia in Marcuse soprattutto, e forse in Adorno, perché la dialettica del negativo sembra implicare 1’aggressività o la negatività fondamentale dell’uomo; anche se questo non è chiaro in Adorno, mentre lo è di piú in Marcuse.

Dunque, il pensiero marxista è anche un pensiero della guerra; possiamo allora pensare la pace? Possiamo pensare una società che non sia fondata su valori «guerrieri»? Quando in qualche modo anche Marx ha concepito il lavoro come una specie di lotta «guerriera» contro la natura, come una specie di aggressività fondamentale dell’essere umano nei confronti della realtà naturale? Si possono introdurre dei nuovi valori che non siano piú dei valori «guerrieri», diretti o indiretti?

Ecco il primo problema, che io vorrei porre in questo colloquio e che la vostra rivista potrebbe affrontare, e sarebbe la prima a farlo.

 

 

La società autodistruttiva

 

D. Bisognerebbe allora pensare al rapporto tra guerra e distruzione?

 

R. Ah sí, molto giusto! Perché una società che si fonda sulla distruzione, arriva alla propria autodistruzione. Non è mai inoffensiva la volontà «guerriera»; presto o tardi si rivolta contro se stessa e la volontà di distruzione si rovescia letteralmente in autodistruzione. Forse si può concepire un modo di confronto che non porti alla guerra, cioè allo spargimento di sangue, anche se evitato a mala pena, come se ci si potesse avvicinare indefinitamente a questo punto limite, senza mai raggiungerlo. Questo mi sembra il punto di vista dello spirito diplomatico e politico: però non si è mai realizzato, si è toccato sempre, a un certo momento, il punto fatale dello scoppio. Mentre bisogna, forse, portare un po’ oltre l’idea della coesistenza pacifica, che era emersa e poi abbandonata da molto tempo, ma che non ha permesso di pensare la pace, consistendo semplicemente nell’evitare la guerra.

Quello che vorrei dire è che pensare la pace non è per niente pacifismo; il pacifismo è evitare la guerra, evitare la catastrofe, mentre ci si sente sull’orlo. Pensare la pace è pensare, concepire e sforzarsi di realizzare una società il cui problema non sia piú di evitare la guerra; è pensare una società pacifica. Ciò fa parte di questa problematica immensa con la quale ci stiamo confrontando.

 

 

Il non-lavoro

 

Immaginate che sotto questo termine, «crisi», si intendano molte cose molto diverse le une dalle altre, perché dire che c’e una crisi profonda è una banalità; dire che la crisi è totale, che tocca tutti i valori, diventa banale; dire che le morali e le estetiche sono in crisi è forse meno banale, ma infine non porta è niente di molto nuovo. Mentre quello che non si dice è che questa famosa automazione di cui si parla tanto, conduce, non subito, ma in un orizzonte forse non lontano, al non-lavoro. È la fine del lavoro che si annuncia in questa crisi. Invece, prima tutti lavoravano, e bisogna pur farlo: si cerca di lavorare, si vuole del lavoro. Solo il lavoro permette di vivere, mentre, invece, con 1’automazione completa della produzione è all’orizzonte il non-lavoro. E ciò fa parte di questa crisi, è forse anche un aspetto subordinato a volte, ma essenziale, e che passa assolutamente sotto silenzio.

C’e una specie di relazione tra questo problema del non-lavoro e quello della pace, ed è una relazione mal determinata, mal definibile, che bisognerebbe forse pensare e concepire, perché questa società che considera il lavoro come unico valore di pace, non è la società pacifica, non è la società di pace da pensare. Allora qui c’e un pensiero teorico completamente utopico: il non-lavoro è utopico oggi; non è mai stato cosí utopico, e però ci siamo già, è presente, con i nomi di cibernetica, informatica, di questo e di quello; è l’automazione completa del lavoro produttivo, che non è per domani, né per dopodomani, ma è all’orizzonte, è il nostro orizzonte.

Anche il problema del lavoro è particolarmente difficile da porsi, come quello della pace, d’altronde. Come questo problema sarà affrontato, come sarà risolto? Non si vede bene alcuna prospettiva. Ciò non entra nemmeno nelle prospettive degli uomini politici, non piú, del resto, del problema della pace o di quello del disarmo. D’altronde, si parla della robotizzazione completa, ma senza dire come ci arriveremo e dove, poi, ci condurrà.

C’è parecchio da pensare: si dirà, forse, che si fa della filosofia, si dirà, forse, che si fanno delle speculazioni, ma in effetti, come problema, è terribilmente pratico e concreto.

 

 

La mondialità e il lavoro

 

D. Come vede ora la situazione globale, la mondialità? Otto anni dopo la pubblicazione dei suoi quattro volumi sullo Stato, nei quali Lei ha messo in luce il concetto di modo di produzione statuale – che ricopre sia il capitalismo che il socialismo di Stato[5] – ritiene che si imponga un aggiornamento? E i rapporti fra lo Stato e le imprese multinazionali?

 

R. Sulla mondialità: ancora non è chiaro questo concetto di mondialità. La mondialità ci appare piú come un ammasso di contraddizioni e di conflitti che come qualche cosa che può essere definito. E tuttavia la mondialità ha un senso: 1’uomo di domani, e forse anche quello di oggi, è già un essere planetario, che ha una certa conoscenza, che ha delle relazioni con quasi tutto il pianeta (e anche al di là del pianeta). Ma la nozione di mondialità rimane poco elaborata. La nozione stessa di mondo rimane oscura – quella di mondiale o di planetario, visto che si tratta quindi della terra, e non dell’universo, comprese le stelle e le galassie –, rimane praticamente e teoricamente inesplorata.

Sarà 1’uomo planetario colui che troverà delle attività adeguate a rimpiazzare le attività «guerriere» e le attività produttrici cosí come sono oggi? È questa la domanda. La questione del mondiale e del planetario è, dunque, legata a quella di prima, quella del lavoro; è il terzo aspetto della questione.

In quanto allo Stato, credo che ci sia del nuovo da quando il mio libro è stato scritto, senza che quello che io ho provato a dire sullo Stato abbia per questo perso validità. Per esempio, lo Stato appare come gestore dell’energia: del petrolio, che è importato o esportato; dell’energia nucleare. Lo Stato ha un’importanza primordiale nelle informazioni; anche quando non sono completamente sottoposte al politico e allo statuale, questi hanno un ruolo determinante da tutti i punti di vista, e anche nella tecnologia. Lo Stato, poi, è sempre piú importante nelle relazioni di ogni paese con il mercato interno, con il mercato mondiale e con le imprese multinazionali[6].

Voi mi richiamate, molto giustamente, sulla questione delle imprese multinazionali: è di un’importanza estrema.

Quali sono i mezzi che gli Stati nazionali possiedono nei confronti delle società multinazionali o sovranazionali? Ecco, non c’e possibilità di saperlo e ci si chiede anche se gli uomini di Stato lo sappiano chiaramente. Forse procedono volta per volta, empiricamente e pragmaticamente, cedendo su un campo per guadagnare su un altro. Mi chiedo quali siano le capacità degli Stati, come lo Stato francese, nei confronti dell’Ibm, per esempio, che non ha il monopolio completo su scala mondiale, ma che comunque controlla gran parte di ciò che riguarda l’informatica. Lo Stato, cosí com’è oggi, rischia di diventare il gestore, per conto delle società multinazionali, su scala nazionale delle forze produttive arretrate tecnologicamente ed economicamente.

Ciò che ancora mi colpisce molto, è che le multinazionali tengono i due capi della catena: ce ne sono che fanno gli yogurth, il pesce surgelato, i blue-jeans, eccetera, e altre che detengono l’informazione. Ciò vuol dire che le une controllano la vita quotidiana e le altre i mezzi di comunicazione su scala mondiale. Questo è estremamente minaccioso.

Già una parte immensa del commercio, forse i1 30 o i1 40%, si svolge direttamente tramite società multinazionali. Su ciò ho una documentazione che proviene da una pubblicazione, Le forum du développement, organo dell’università mondiale che ha sede a Tokyo (ne faccio parte dalla fondazione); pubblica un mensile su cui c’e una documentazione insostituibile su tutti questi problemi, compresa 1’attività delle multinazionali. Con questo non è che i problemi siano risolti: si sono posti solo gli interrogativi, le soluzioni sono di la da venire.

 

D. Anche gli Stati del Socialismo di Stato corrono questo rischio, di diventare i gestori per conto delle società multinazionali?

 

R. Sí, credo che non sfuggano a questo rischio, ma che abbiano probabilmente – dico probabilmente – piú mezzi per reagire nei confronti delle società multinazionali. Non senza difficoltà, perché queste multinazionali sono in testa nella produzione, soprattutto dal punto di vista tecnologico.

Ho anche sentito sostenere che sono quelle che, secondo Marx e il marxismo, devono essere considerate come portatrici del progresso, visto che rappresentano le forze produttive e la tecnologia. Ma non è senza pericolo consegnare loro il mondo intero, perché ciò si traduce nell’impoverimento. Si prendono la ricchezza di un intero paese, anche se poi la riportano in altri paesi, come gli Stati Uniti.

Il caso piú curioso è senza dubbio il Messico, in cui le grandi società multinazionali hanno prestato il denaro e venduto il materiale per estrarre il petrolio e poi hanno comperato il petrolio estratto, pretendendo il rimborso con gli interessi per il denaro prestato. È un modo di sfruttamento straordinario, e questa nozione di sfruttamento, che è la nozione piú banale in Marx, sento dire da tutte le parti in Francia che è fuori moda. Evidentemente non si sa come si applica nel mondo moderno.

Sono andato spesso in Messico e ho un po’ osservato gli affari messicani: è lo sfruttamento di tutto un paese. Gli si e succhiata la ricchezza fino a portarlo vicinissimo alla scomparsa, alla fine, alla morte da tutti i punti di vista: agricolo, petrolifero, industriale. Questo paese è sull’orlo della catastrofe, certamente con la complicità di una parte della borghesia e del capitalismo locali. Insomma è un paese che è stato sfruttato a morte; è un esempio particolare, ma ce ne sono tanti altri. Non è sicuro che la Francia sfugga a questo destino, e nemmeno l’Italia. Quali sono i mezzi di difesa degli Stati nazionali: ci sono delle leggi? Ci sono delle procedure? Come si trasferiscono i capitali? Devono esserci dei mezzi, ma io non li conosco. Probabilmente è solo la “gente” al potere che li conosce, ma è senz’altro molto pericoloso non avere un controllo democratico, o almeno un controllo parlamentare, su questi trasferimenti di capitali, che sono trasferimenti di plusvalore. Non è solo denaro che si sposta, infatti, ma plusvalore.

 

 

Decentramento difficile

 

Allora bisogna modificare quello che ho scritto sul modo di produzione statuale e sul ruolo dello Stato, per certi aspetti aggravandolo[7]. C’e, tuttavia, anche il processo opposto, contraddittorio: un po’ dappertutto affiora la tendenza alla decentralizzazione. Questa è manipolata dallo Stato con i suoi apparati, ma comunque esiste[8]. In Italia, per esempio, le città e le regioni hanno certamente conquistato, o ritrovato, una certa autonomia nei confronti dello Stato centrale, il che non è senza pericolo. In Francia ci sono difficoltà da tutte le parti: nelle regioni periferiche i vecchi notabili riprendono il potere e ne scaturiscono disordini e problemi locali, non ancora come in Sicilia, ma non mi meraviglierei se un giorno arrivassimo a tanto.

Dunque, tutto questo non è privo di rischi. È molto probabile che si finisca per oscillare tra un decentramento, piú o meno riuscito, e un nuovo accentramento. A ogni modo, da una parte c’e una tendenza al decentramento, ed è un indebolimento dello Stato, e dall’altra al suo rafforzamento. Elementi di rafforzamento dello Stato sono gli armamenti, la strategia militare, le decisioni di ordine militare, che non si improvvisano, che bisogna prendere frequentemente; non si sarebbe pensato, qualche anno fa, che a ogni momento ci sarebbe stata per il capo dello Stato una decisione militare da prendere. Da questo rapporto dialettico, decentramento-accentramento, dipendono molte cose e su questo bisognerebbe fare un’analisi precisa.

 

 

La potenza degli Stati Uniti

 

D. Gli Usa si trovano in cima alla gerachia[9], al centro dell’impero, le multinazionali piú potenti vi hanno la loro sede. Pericolosi sul piano economico, politico e militare, gli Stati Uniti lo sono anche sul piano dell’ideologia. Lei soggiorna spesso negli Stati Uniti: qual è la sua opinione? È possibile differenziare la cultura americana dall’americanismo?

 

R. Solo per rispondere è questa domanda sarebbero necessarie delle ore. Gli Usa sono una potenza economica e finanziaria di cui ci si fa male l’idea, se non la si è vista da vicino. Eravamo quest’estate nell’Illinois: è il centro dell’America profonda, c’e una ricchezza favolosa di cui è difficile farsi un’idea. Sorvolando in aereo la campagna, ci si accorge che le aziende agricole hanno 200, 300, 400 ettari di mais o di soja, che non sono delle fattorie, ma delle industrie, delle industrie agricole. Alla televisione si segue la borsa di Chicago. È qui che per tutte le materie prime (come la carne di manzo, di vitello o di maiale, il mais o il grano) si fanno i prezzi. È qui che ci si accorge del modo in cui funzionano le cose con un capitalismo di grande flessibilità e di notevole abilità. Mi sono molto meravigliato nel vedere le quotazioni a termine differito della carne di maiale, ossia quotazioni su maiali che non sono ancora nati e che sono già venduti. Ci si gioca sopra e si può vincere del denaro o perderlo: è straordinario.

Tuttavia 1’economia degli Usa, cosí forte, ha pur le sue debolezze. È potente solo perché si annette il Canada e il Messico. Si dice che negli Usa solo il 30% della popolazione è produttiva, il resto è adibito ai servizi: è questo l’avvenire. Forse, ma nella popolazione produttiva degli Usa bisogna contare gli operai messicani che estraggono il petrolio e i canadesi che abbattono gli alberi e che fanno la pasta di carta per i giornali di New York. Cosí le cifre che abbiamo sono falsificate e, di conseguenza, niente affatto attendibili. Inoltre, i lavoratori addetti ai trasporti non sono considerati produttivi; ma un pezzo di acciaio alla fabbrica non è niente, bisogna trasportarlo dove serve, e questo fa parte del ciclo di produzione. Se si considera questo, si arriva a cifre completamente diverse. Ora, se gli Usa non riuscissero a dominare queste popolazioni in termini di neocolonialismo, la loro economia non reggerebbe, e se la loro economia perdesse questi sostegni la loro decadenza sarebbe estremamente rapida. Non sono al riparo dalle piú grandi difficoltà; per esempio, tutta la produzione della costa atlantica è in veloce perdita; tutta la creatività produttiva si è trasferita sulla costa pacifica, tanto che il Pacifico è il centro dell’economia mondiale.

Gli Usa hanno cosí una potenza economica straordinaria, ma niente affatto definitiva; per questo hanno bisogno di una politica imperialistica, per mantenere, cioè, le condizioni di questa straordinaria prosperità economica, accompagnata da un’ideologia terrificante.

 

 

Americanismo e cultura americana

 

Ho sentito dire negli Usa:

 

i paesi poveri? È colpa loro, non hanno voluto o non hanno saputo lavorare, non hanno saputo produrre, non hanno saputo inventare, peggio per loro, che muoiano, che scompaiano!

 

Chi dice cosí dimentica che gli Usa vendono molti dei loro prodotti e che il commercio fa parte dell’economia americana. L’idea che i paesi poveri siano colpevoli della loro povertà, che la gente che è nella miseria sia colpevole della miseria, è un’ideologia, non è la vera cultura americana. Ma negli Usa c’e anche da molto tempo un pensiero critico, e una cultura politica che non riesce, purtroppo, a proporre per ora un’alternativa politica molto chiara, e c’e una grande letteratura.

I rappresentanti della cultura di sinistra in America lottano con molte difficoltà, e si pongono come prioritario il problema del capitalismo. Negli Usa non si tratta solamente di lottare contro la destra, ma di trovare un’alternativa al capitalismo. In questo senso la lotta politica non è affatto arretrata. Si lotta contro la politica internazionale, anche se 1’ideologia dominante è quella del capitalismo dominante. Credo pertanto che bisogna sostenere la cultura americana contro l’ideologia americana, che è cosa estremamente diversa.

 

 

L’Unione Sovietica

 

D. Adesso l’Urss: l’Unione sovietica si contrappone agli Usa, ma il suo prestigio è molto discusso. La sua politica è contestata e in quanto modello non fa piú “ricetta”. Cosa pensa dell’Unione sovietica, del suo valore in quanto modello e della sua politica internazionale?

 

R. La risposta è molto semplice: in quanto modello l’Unione sovietica è inammissibile; non capisco nemmeno come l’Unione sovietica per qualcuno rappresenti un modello, visto che quello che si chiama «socialismo reale» non ha niente in comune con quello che Marx, e tutti quelli che hanno provato è dare un senso preciso è questo termine, hanno chiamato socialismo. Non voglio dire che tutto sia catastrofico, ma non è quello che si chiamava socialismo, è qualcosa di nuovo, è un modo di produzione statuale, visto che lo Stato dirige tutto, domina tutto e, nelle condizioni attuali[10], esce sempre piú rafforzato.

Detto ciò, se, insisto, l’Unione sovietica non esistesse, gli americani sarebbero i padroni del mondo. È meglio che ci sia questa rivalità, piuttosto che una potenza regnante, perché nella rivalità c’e almeno una qualche apertura, mentre con un’unica potenza dominante per fare qualcosa di nuovo occorre aspettare il suo declino, il suo deperimento.

Pertanto la politica estera dell’Unione sovietica, in quanto si oppone alla politica estera americana, mi sembra degna del piú grande interesse. Con questo non voglio dire di approvare e seguire il modello sovietico, non piú di quello americano d’altronde, ammesso che esista un modello americano e non sia invece 1’adozione pura e semplice delle tecnologie.

Allora, per quello che riguarda l’Unione sovietica la risposta è, da una parte, abbastanza semplice e, dall’altra, molto piú complessa, in quanto occorrerebbe spostare il discorso sulla classe operaia. Si parla molto della classe operaia, ma essa ha un po’ dappertutto difficoltà a costituirsi come classe. La parola d’ordine di Marx «proletari di tutti i paesi unitevi» ha qualcosa di folkloristico e non bisogna illudersi: l’internazionalismo proletario è diventato ideologico e fittizio.

Bisogna ricordare che la classe operaia registrò la prima sconfitta quando non impedí la guerra del 1914. L’Internazionale aveva detto che avrebbe impedito la guerra: non c’e riuscita. La seconda sconfitta è quella della classe operaia tedesca, la piú forte e la meglio organizzata, mezzo secolo fa, con 1’hitlerismo[11]. È seguito poi lo stalinismo e il suo tracollo ideologico: lo stalinismo cancro della rivoluzione.

E in seguito, è un punto sul quale vorrei insistere, dopo che lo stalinismo ha perso il suo prestigio – c’e una data precisa: il 1956 –, c’e stato un vuoto immenso, e questo vuoto, a partire dal 1960, si è riempito, piú o meno, in modo contraddittorio. Da una parte, c’e quella che si chiama rivoluzione scientifica e tecnologica con fenomeni di urbanizzazione ultrarapidi e barbari, con 1’industrializzazione molto rapida; dall’altra la contestazione. È un fenomeno straordinario: a partire dal 1960, da un lato abbiamo crescita tecnologica, pseudo-rivoluzione (infatti si fa nel quadro del modo di produzione capitalistico[12]) e contemporaneamente la contestazione, che cresce e che nel 1968 esplode, per poi attenuarsi e diminuire. E qui che nasce la nostra epoca, con le sue difficoltà: la contestazione è stata, infatti, inefficace e, se ha prodotto qualche turbine, ora tutto si è molto attenuato. Cosí il pensiero critico non si sa piú a che cosa serva, e la tecnologia, se pur promette delle meraviglie, è, a mio avviso, al suo ultimo respiro.

La rivoluzione tecnologica è alla fine; è difficile pensare un’altra innovazione che abbia un ruolo uguale è quello svolto dai microprocessori. Ma cosa verrà dopo, se non c’e una catastrofe mondiale? È a questo che bisogna pensare.

 

D. La genetica?

 

R. Si svilupperà la biologia, ma non si sa bene quello che ci riserva. Avete ragione, bisogna considerare la questione della genetica e delle sue applicazioni. Per esempio, a San Francisco ho saputo che si è scoperto il modo in cui i bachi da seta fabbricano la seta. Sono stati, quindi, inventati dei falsi “bachi” metallici che fanno della vera seta. Si è in procinto di industrializzare e commercializzare il procedimento. Una scoperta tecnologica ha, però, bisogno di anni per essere industrializzata e commercializzata: questa è la condizione della biologia genetica attuale. Non parlo nemmeno dei metodi di clonazione o di fabbricazione di specie, ma semplicemente di prodotti commerciali come la seta.

Allora, rispetto a queste nuove applicazioni, non si sa cosa ci riserva il futuro. Ma quella che si chiama la rivoluzione scientifica e tecnologica non è piú in crescita. È il mercato, è un’ideologia, è una moda, uno snobismo, e, infine, parecchie cose che rimangono molto superficiali e non rinnovano il modo di produzione. In ogni caso, è molto probabile che l’informatica diminuisca il numero dei posti di lavoro, anziché aumentarli.

Ciò che è biogenetico impiegherà molta gente? Non ho alcuna idea su questo. A ogni modo, può darsi che arrivi un momento in cui si cercherà di rilanciare la situazione, ma tutto quello che conosciamo è alla fine.

 

 

L’olocausto dell’Europa

 

D. Come vede oggi la situazione attuale dell’Europa, pensando alla sua ipotesi sul «Vento del Sud» di qualche anno fa[13]?

 

R. Prima una considerazione: quando una congiuntura, un’occasione storica è stata mancata, non si ritrova piú: è molto probabile che ci siano stati dei momenti in cui quella che si chiama rivoluzione sociale e politica avrebbe potuto essere attuata, ma non è stata fatta.

Per esempio, un’occasione come quella del 1968, come congiuntura, non si ritroverà piú in Francia. Sapete quello che è successo: ci sono stati gli studenti in agitazione e poi, di colpo, lo sciopero della classe operaia, ma uno sciopero cosí generale che nei ministeri non c’era piú nessuno e 1’apparato dello Stato era crollato. Se la classe operaia e il Partito comunista avessero voluto prendere il potere, certo pur con molte difficoltà, lo avrebbero conquistato su scala nazionale. C’è stato un solo uomo che ha tentato, Mendes France, ma in modo cosí maldestro che la cosa non ha funzionato. Questa situazione non si ripresenterà mai piú.

L’Europa ha avuto diverse occasioni, soprattutto alla fine della guerra, di fare la rivoluzione: non le è riuscito. La Francia ha la sua parte di responsabilità: De Gaulle, il nazionalismo francese e tutti i nazionalismi non volevano e non vogliono 1’Europa. Adesso i problemi dell’Europa si arenano in difficoltà che potrebbero sembrare secondarie, ma che di fatto sono primarie. Non sono per niente ottimista, e vedo 1’Europa destinata, con tutti questi errori, all’olocausto. Gli americani, d’altronde, vedrebbero volentieri sparire 1’Europa come concorrente.

La questione dei missili in Germania: il primo obiettivo della loro installazione è quello di impedire 1’unità della Germania, mentre invece ci può essere un’Europa unificata solo se c’e una Germania unificata. L’unificazione dell’Europa è l’unificazione della Germania, cioè la fusione della Germania dell’Est con la Germania dell’Ovest. Di questa aspirazione voglio ricordare un fenomeno molto curioso: le grandi feste che si sono svolte nella Germania dell’Est per la nascita di Lutero. Ebbene, Lutero e stato festeggiato quanto Marx. Questa è una mano tesa e molte altre cose; è un elemento rivelatore dell’esigenza della riunificazione. Il secondo obiettivo è quello di portare 1’economia sovietica al tracollo, obbligandola a uno sforzo di guerra gigantesco.

Buona parte della sinistra francese considera freddamente la guerra; non tanto per difendere 1’Europa, quanto perché è visceralmente antisovietica; la parola d’ordine è: «piuttosto morto che rosso». In tal caso non è solamente la Francia che è minacciata, ma 1’Europa intera.

Alla televisione, quel tale che ha quasi il monopolio delle transazioni agro-alimentari con la Russia, che è membro del Partito comunista e che è plurimiliardario, ha detto: «fate la guerra: se ci sono 40 milioni di morti negli Usa, il capitalismo è finito; se ce ne sono 40 milioni in Russia il socialismo continuerà e addirittura progredirà». E fantastico sentire questi discorsi: discorsi senza senso, incredibili; ma c’e molta gente che accetta 1’idea della guerra, con l’idea del sacrificio dell’Europa.

Oh 1’Europa! Ha avuto un gran passato, ma è sull’orlo del declino; allora è meglio che muoia gloriosamente. Ho sentito sostenere questo da amici molto vicini al governo. Sono molto decisi; si riorganizza 1’esercito francese in due parti: un corpo di guerra costituito soprattutto da elicotteri blindati, e un esercito di sorveglianza dell’interno. Il corpo di guerra può spostarsi alla frontiera dei paesi dell’Est in quattro ore; poi il resto dell’esercito si unirà alla polizia per sorvegliare le retrovie. Io sono totalmente avverso a questa riorganizzazione dell’esercito.

Che 1’Europa declini, questo è sicuro; che sia colpa sua, è altrettanto sicuro: due guerre mondiali da essa scatenate pesano! Ma non è una buona ragione per accettare il sacrificio.

Una rivista come la vostra deve mettere in guardia l’opinione pubblica su questo stato di cose: c’è gente che considera freddamente non solo lo scatenamento di una guerra, ma anche che 1’Europa serva da olocausto, il prossimo olocausto.

Dunque, io penso che 1’Europa sia veramente in pericolo, ma nessuno ne prende la difesa. Si parla molto del pericolo nucleare, ma, a parer mio, il pericolo non è tanto quello di una guerra intercontinentale, quanto quello di una guerra «di teatro» sul territorio tedesco, che in seguito si allargherà, e con dei mezzi di distruzione terribili, perché ci sono dei missili tattici che sono di un’efficacia terribile.

Vi segnalo, per divertire i vostri lettori, che i vecchi missili dell’esercito francese si chiamavano «Pluton», come il dio degli Inferi; i nuovi missili si chiamano «Ades», che è il nome in greco degli Inferi stessi. I missili «Ades» sono di portata molto piú grande e piú potenti.

Di questa riorganizzazione militare se ne parla molto poco, il meno possibile. Ci sono delle cose di cui non si parla in Francia, o molto poco; non bisogna parlarne, come se fosse grossolano o quasi osceno. Per esempio, sotto il governo di sinistra, parlare dell’autogestione[14] è grossolano, osceno, è essere maleducati, non bisogna farlo. Io sono solito ricordare che, come in Inghilterra sotto la regina Vittoria non si dovesse parlare di cosce o di natiche; ebbene ora in Francia non si deve parlare di autogestione.

Tornando all’Europa ribadisco che la sua posizione è estremamente compromessa; sta andando verso il sacrificio, perché – come ho detto – molto probabilmente non ci sarà una guerra intercontinentale, ma una guerra con eserciti convenzionali. È per questo che 1’idea di un equilibrio militare all’interno dell’Europa è assolutamente folle: prima di tutto non c’e equilibrio stabile possibile e poi è proprio quest’idea che destina 1’Europa a essere il teatro delle operazioni militari. Non so se queste arriveranno fino alla Spagna e all’Italia, ma è molto probabile.

Allora c’e anche questa considerazione: 1’esercito francese, finché era un esercito difensivo, poteva sfuggire al comando integrato della Nato, ma come esercito offensivo non sfuggirà, perché un’offensiva si realizza solo in rapporto con gli altri eserciti europei. Allora, quando i simpatizzanti del governo e della legge che potenzia 1’esercito mi dicono «non accetteremo mai un comando integrato, ti sbagli, la tua accusa è falsa», io rispondo: «un esercito offensivo è necessariamente sotto il comando di coloro che dirigono le operazioni».

Siamo giunti, dunque, a questa situazione: la guerra si terrà sul territorio europeo e siccome le armi attuali hanno una potenza distruttiva non molto al di sotto di quella delle armi atomiche strategiche, 1’Europa va verso la sua autodistruzione.

 

 

Creatività o autodistruzione?

 

Parlo adesso da filosofo: la capacità creativa dell’essere umano, del pensiero umano e dell’attività umana, va insieme a una capacità autodistruttiva. È vero da tutti i punti di vista. Le stesse potenze che sono capaci di modificare il mondo in modo costruttivo, possono anche distruggerlo. Nell’essere umano le capacità creative e le capacità di autodistruzione sono uguali, ancora oggi. E questo il problema dei valori «guerrieri» cui prima accennavo: 1’autodistruzione è potente quanto le capacità creatrici; è questa la dialettica profonda dell’essere umano. E la riprova è in questa povera Europa, che è stata alla testa delle capacità costruttive e creative, che ha inventato tante di quelle cose, da 2.500 anni, dal tempo dei greci, ma che inventa anche la sua autodistruzione. Cosa fa 1’Europa da un secolo? Lavora alla sua autodistruzione.

Allora il problema è di sapere chi vincerà: le forze di autodistruzione o le forze creative? E questa la posta in gioco, e si gioca in Europa una partita colossale; in gioco – notate la parola gioco – è prima di tutto 1’esistenza dell’Europa, poi il tutto si allargherà e coinvolgerà molte altre cose. È questa la posta di una partita che non è facile, né innocente, né inoffensiva; è un gioco terrificante tra queste due capacità: è tutta la dialettica dell’essere umano.

Non è del tutto marxista quello che dico, cioè che le capacità autodistruttive fanno parte delle capacità costruttive, creative.

 

 

Un progetto alternativo

 

D. Cosa pensa della situazione interna dei nostri paesi? Appare come bloccata, nell’assenza di una spinta alternativa.

 

R. Voglio rispondere abbastanza a lungo su questo punto, Credo che la questione sia quella di proporre un’alternativa[15].

Ci sono state nella storia delle alternative proposte da Marx, da Lenin; non hanno funzionato molto bene, hanno anche dato dei risultati contrari a quelli che ci si aspettava. Lenin – come Marx – voleva una società senza Stato, con uno Stato in via di deperimento. Marx lo ha scritto in La Comune di Parigi, Lenin in Stato e rivoluzione; la rivoluzione doveva portare alla sparizione dello Stato. È andata male; bisogna trovare una nuova alternativa, ed è un lavoro gigantesco. Quali gli elementi di questa alternativa? Bisogna trovarli altrimenti la situazione rimane bloccata.

Credo che vi siano in Francia e nei paesi del Sud, per ragioni non sempre chiare, delle forze di intervento capaci di creatività e di azione, che adesso sono bloccate. I governanti, in Francia, credono di essere 1’alternativa al capitalismo: non ne sono convinto. Bisogna passare tramite loro? E come proporre cosí un’alternativa? Credo che un progetto di alternativa potrebbe essere esteso alla Spagna, all’Italia, alla Francia, alla Grecia, e forse a tutto il Bacino mediterraneo.

La dichiarazione dei diritti dell’uomo cosí com’è, è molto importante, ma è incompleta. Non bisognerà forse aggiungerci il concetto di «nuova cittadinanza»[16] a ribadire la partecipazione attiva del cittadino, per esempio, alla vita della sua città? Occorre, inoltre, fare tutti gli sforzi per cambiare la vita quotidiana, e per questo possiamo usare anche le nuove tecnologie.

Tempo fa a Marsiglia ho saputo come la povera gente, gli emigrati, gli iugoslavi, i magrebini, la gente dell’Africa del Nord, non si scrivono piú (prima avevano degli scrivani pubblici). Sapete cosa fanno? Si mandano delle cassette. Ecco un uso concreto, pratico, della tecnologia. Mi è stata raccontata la storia di una donna il cui marito era partito per Lione, lasciandola sola con due bambini. Non avendo piú notizie di lui, gli ha spedito una cassetta, dicendogli: “razza di sporco individuo, sei un uomo schifoso che lasci la tua moglie e i tuoi figli; sbrigati a dare tue notizie!”. Forse non avrebbe mai scritto questi insulti, ma la cassetta è una forma diretta e immediata di comunicazione, e dà bene l’idea di una nuova immediatezza, che si conquista tramite i mezzi tecnologici moderni.

Allora. un progetto di società alternativa dovrà essere molto largo e comprendere una democrazia completa per le comunità, la trasformazione della vita quotidiana e un adattamento progressivo al non-lavoro (la disoccupazione, infatti, non credo che la si riassorba con 1’aumento delle forze produttive, visto che queste vanno verso 1’automazione del lavoro). È necessario, inoltre, un adattamento progressivo della società non solo agli svaghi, che hanno dato luogo a un’industria, e alla cultura, che ha dato luogo a una produzione, ma a una nuova cultura politica[17].

La «nuova cittadinanza» comporta un’idea interessante in rapporto al marxismo. Marx ha detto che bisognava realizzare la filosofia; anche un noto libro di Adorno dice che la filosofia continua perché il momento della sua realizzazione è stato mancato. Ora questa «realizzazione» si potrebbe trovare anche nell’estetica. L’estetica, come conoscenza dell’arte, ha un senso, infatti, se dà luogo a una pratica, alla realizzazione dell’estetica stessa. E quello che succedeva in altri tempi per 1’architettura nelle vostre città, a Firenze: non una visione astratta, ma un’estetica, un’idea dell’arte.

La realizzazione dell’arte (ma la realizzazione vera, che non passa attraverso disegni, o riproduzioni, o scarabocchi, che si attaccano al muro) tocca 1’architettura, l’urbanistica, la trasformazione della vita, in altre parole la metamorfosi della vita[18]. Bisognerà servirsi di tutti questi elementi per giungere ad un progetto di società alternativa.

I socialisti in Francia, invece, hanno concepito un progetto di società, che d’altronde non si e realizzato, che non va oltre la democrazia rappresentativa. Occorre allora arrivare all’allargamento dei diritti dei cittadini, reintegrare, ravvivare, 1’idea della «cittadinanza», che si è un po’ smorzata. Qui credo che la vostra rivista potrebbe svolgere un ruolo attivo nell’elaborazione di questo progetto: perché ormai non si sa piú che cosa sia socialismo. Se il socialismo è da ridefinire, è necessario un progetto.

 

 

La sinistra francese

 

D. Qual è la sua valutazione sulla sinistra francese?

 

R.: Sono un uomo di sinistra, ma devo dire che questa non è in uno stato eccellente e vive una condizione paradigmatica.

Parlavo prima della capacità autodistruttiva che si unisce alla capacità creativa: è esattamente questa la condizione della sinistra. Da molti anni lavora per distruggere se stessa. Il discorso ha un senso soprattutto sul piano teorico e ideologico, ma da venti o trenta anni è successo di tutto, sembra che la sinistra abbia voluto demolire tutto quello che aveva realizzato: la sua forza, il suo patrimonio, quello che aveva ricevuto dalla Rivoluzione francese, da Marx, e da altre parti. Non c’e un’idea che non sia stata sottoposta a critica, e per di piú a critica distruttiva.

Prendo a esempio l’umanesimo. Quello che si chiamava umanesimo era qualcosa di molto fragile. Derivava in parte dai gesuiti e dalla borghesia liberale; era un eclettismo un po’ fittizio, che idealizzava tutto e valorizzava 1’essere umano solo in quanto cittadino astratto. Si potevano fare mille rimproveri a questo umanesimo: in particolare, sia di tenere conto solamente di certe leggi, come la dichiarazione dei diritti dell’uomo, e non delle loro applicazioni reali, sia di limitarsi alle analisi di testi classici e letterari piú o meno tradizionali. Tuttavia, c’era anche 1’umanesimo che Marx tentava di costituire, un umanesimo piú concreto, né borghese, né liberale; ebbene niente di tutto questo è sfuggito alla critica.

L’umanesimo marxista è stato demolito, non senza virtuosismo, da un marxista: Althusser. Il punto di partenza di Althusser è la distruzione di quello che Marx ci aveva lasciato come valori, come valorizzazione dell’essere umano, sostituendovi solo il sapere, il sapere del sapere, quello che sfuggiva alla critica condotta attraverso 1’epistemologia. Dopo non si sono piú avuti valori; l’unico valore persistente era questa epistemologia che non permette di vivere: non si vive su un sapere o sulla semplice applicazione del sapere. Il marxismo ridotto a un’epistemologia è un marxismo irrigidito, ghiacciato, senza capacità di emozione[19].

Ma non ci si può fermare solo all’umanesimo: è tutta la tradizione giacobina che è passata sotto la critica, e non ne è rimasto nulla.

II progresso: l’idea di progresso è facile; divulgata sotto la Terza repubblica è servita a miriadi di discorsi, da quelli dei consiglieri comunali, dei maestri di paese, fino a quelli del presidente della Repubblica. Era facile da demolire, ma, una volta demolita, cosa rimane?

La razionalità: eccetto la sua base tecnologica, il suo fondamento era senza dubbio fragile. La filosofia costitutiva di questa trilogia – umanesimo, razionalismo, progressismo – era forse la filosofia di Kant, che non ha resistito agli attacchi; 1’irrazionalismo è spuntato da tutte le parti, in psicologia, in sociologia, in storia, in psicanalisi; non c’e rimasta razionalità.

L’informatica: è stata data come qualcosa che basta a se stessa, come se 1’attività principale dell’uomo consistesse nel ricevere dei messaggi o nel decifrarli. Ma cosa ce ne facciamo di questi messaggi, e cosa passa tramite questi, qual è il loro contenuto e come si utilizzano quando li si riceve? Tutto questo è stato lasciato da parte, a vantaggio della semplice nozione formale del messaggio e della comunicazione.

Dunque, tutto quello che dava un senso alla sinistra è stato distrutto dalle fondamenta e non è stato proposto niente per rimpiazzarlo, o, quando qualcosa è comparso, non ha avuto eco.

La sinistra ha dato prova di un potere di autodistruzione straordinario, favoloso, fin dall’inizio del XX secolo. Ciò che dice Lukycás in La distruzione della ragione è solo parzialmente esatto, perché l’umanesimo ha persistito e anche il razionalismo. Tutto ciò doveva essere criticato, ma non distrutto, insieme al progressismo. Adesso c’e un ammasso di rovine.

La sinistra è arrivata al potere sulle rovine della sua ideologia. Qui che c’e bisogno di qualche cosa di nuovo, è qui che potete, dovete, aprire l’orizzonte e sforzarvi, nella vostra rivista, di porre le basi di un discorso innovatore.

 

 

Lo storicismo della sinistra italiana

 

D. E la sinistra italiana?

 

R. Conosco la sinistra italiana meno della sinistra francese. Conosco la sinistra francese come testimone da decine di anni, so come lavora alla propria distruzione, che mi sembra, d’altronde, essere un cattivo presagio per 1’Europa stessa. Mi pare che apra un processo che può avere delle conseguenze piuttosto gravi. La sinistra francese si basava su un’idea abbastanza astratta, che avrebbe dovuto essere completata dalla ragione, ma ciò non e avvenuto.

La sinistra italiana si fonda di piú sulla storia, su una certa storia, che diviene storicismo e marxismo (Labriola, Gramsci). Dico subito che non sono gramsciano e non so se oggi potete trarre ancora molto da Gramsci. Ciò che io non accetto di Gramsci è che è prestaliniano. Tutto quello che ha scritto in Il principe moderno e Le note su Machiavelli mi sembra molto preoccupante dopo 1’esperienza staliniana; restano comunque scritti di grandissima importanza. Non credo però che dopo il periodo staliniano possano servire per trarne molte conseguenze politiche e pratiche[20].

A ogni modo, la sinistra italiana mi sembra avere basi piú solide della sinistra francese, particolarmente perché non ha avuto questa spinta – che gli psicanalisti chiamerebbero masochista – all’autodistruzione. In Francia c’è gente di sinistra che, per fondare un sapere inespugnabile, ha costruito, in nome dell’epistemologia, una specie di fortezza imprendibile e completamente isolata, ma inefficace e destinata a cadere in rovina.

È anche grave che i governanti non abbiano altro mezzo di agire sull’opinione pubblica se non quello di dire che la destra è una minaccia. Questo è senz’altro un buon argomento, ma non dà un’ideologia, una teoria, un’argomentazione, su cui si possa costruire qualcosa. In questo senso voi avete basi migliori per costruire una nuova prospettiva di sinistra.

 

D. Come spiega questo comportamento autodistruttivo della gauche francese?

 

R. Il fenomeno dipende dal fatto che non ci sono confini precisi tra la critica e l’ipercritica, e nel pensiero critico si e sempre tentati di cedere all’ipercritica.

Lo si vede molto bene anche nel pensiero marxista, laddove Adorno parla di una dialettica negativa: se questa si spinge fino in fondo, si distrugge da sé. L’estetica di Adorno, infatti, si distrugge da sé; vuole dare una teoria dell’arte e dice che la teoria dell’arte è destinata è distruggersi. Quindi, questo eccesso di negatività si trova nello stesso pensiero marxista, nello stesso Adorno, che, per quanto sia un grande, passa dalla critica all’ipercritica. L’ipercritica è la critica che mette in discussione se stessa, che mette in gioco la sua validità e la sua efficacia.

 

 

Per un progetto internazionale

 

D. Come pensare il progetto della costruzione di una nuova cultura politica? Infine, che cosa bisogna o che cosa si può fare in questa situazione?

 

R. Ponete la domanda su un piano filosofico e teorico, o su un piano politico e pratico? Perché non è la stessa cosa. Devo rispondervi su un piano teorico e filosofico, o pratico e politico, o, come penso, su tutti e due? Non è una risposta semplice.

È necessario, ma non sufficiente, proporre un’alternativa. Questa alternativa bisogna che sia un progetto. Ci sono gia stati dei progetti di società e molti ne hanno a tutt’oggi. C’e un progetto di società cristiana in Vaticano o in Polonia, forse; c’e un progetto di società in Iran, che si regge su quel fanatismo straordinario e completamente imprevisto che la religione ha prodotto in molto paesi.

I progetti di società non mancano, ma abbiamo bisogno di un progetto di società credibile e accettabile. Si tratta, dunque, di un grande lavoro collettivo e internazionale. Non penso affatto che bisogna farlo per l’Italia, per la Francia, per la Spagna singolarmente. Ciò vuol dire che, se volete procedere su questa strada, vi dovete sforzare di costituire un “gruppo” internazionale che tenga conto delle particolarità dei differenti paesi, ma che sappia anche proporre qualcosa di ordine piú generale, per ritrovare una certa universalità.

Un progetto di società accettabile, credibile, è necessario, ma non sufficiente. Se lo si vuole diffondere, occorre intervenire politicamente. Devo dire che finora i politici si sono mostrati piuttosto chiusi; si sono ripiegati sul pragmatismo, non hanno nemmeno piú strategie (forse una strategia militare), almeno in Francia, vivono alla giornata, non hanno un piano d’insieme.

È per questo che si fa sentire il bisogno di un progetto globale, senza che per questo sia un modello esclusivo e totalitario; occorre lasciare spazio al pluralismo. Forse non si è insistito abbastanza sull’idea di un pluralismo politico, in modo da tenere conto delle differenti correnti, dei diversi gruppi sociali, delle differenze di classe e cosí via. Occorre definire un progetto di democrazia pluralistica e diretta nello stesso tempo, il che è paradossale, ma necessario.

Per arrivare a diffondere questo progetto, bisogna svolgere un ruolo di avanguardia, il che non è facile oggi, e bisogna farsi ascoltare. Come? Vi sono dei gruppi in Francia che sarebbero disposti ad ascoltare un nuovo progetto, ma non li credo molto efficaci. Non ho alcuna idea di quello che può succedere in Italia: forse bisogna formare dei quadri politici, o dei circoli politici, o degli scrittori politici?

A ogni modo il problema è politico, ma prima ancora è teorico; occorre riprendere da Gramsci, in modo molto critico, 1’idea che, almeno nel caso della rivoluzione borghese – è l’unica che Gramsci abbia conosciuto e analizzato (e che ricava dall’esame della Rivoluzione francese e anche dalla storia italiana del XIX secolo) –, la rivoluzione culturale ha preceduto la rivoluzione politica. Anche in Francia il XVIII secolo, con Diderot, è il periodo di una vera rivoluzione culturale, che precede e prepara la rivoluzione politica. Forse bisogna ritornare è questa idea, tenendo conto di tutto quello che e cambiato.

Forse il legame tra rivoluzione politica e rivoluzione culturale non è piú quello, ma questo schema di una rivoluzione culturale che accompagna, che addirittura precede la rivoluzione politica va ben esaminato, tanto piú che in nome di Marx, e soprattutto in nome di Lenin, è stato trasformato lo schema per arrivare a dire che la rivoluzione culturale segue la rivoluzione politica. È una questione assai grossa, che voi potreste sollevare nella vostra rivista.

Allora, qui una linea si profila: progetto credibile, da perfezionare e trasformare, tenendo conto di tutto quello che può succedere di nuovo, sia nelle città che nella condizione delle donne. Poi trasformazione della cultura, sia tramite la critica che attraverso delle proposte.

Occorrerebbe proprio proporre qualche cosa nella cultura e forse questo già avviene intorno a noi, senza che ce ne rendiamo conto: forse nella musica, forse nel teatro, vi sono degli elementi nuovi che bisognerebbe valorizzare; forse anche nella poesia.

 

D. Un’ultima cosa: non vuole tornare un momento sulla definizione di nuova immediatezza?

 

R. Attraverso le “mediazioni” formidabili che noi subiamo, con la televisione e la radio, appaiono gli elementi di una nuova immediatezza e il bisogno di contatti diretti[21]. Hanno chiamato questo «convivialità», ma si può ben chiamarlo immediatezza.

Vi ho raccontato, per esempio, la storia delle comunicazioni tramite cassette, dove la mediazione – i media – servono di supporto a una nuova immediatezza: tutto questo nella linea dello sviluppo di una nuova cultura politica.

 

* Henri Lefebvre, nato in Francia nel 1901 ad Hagetmau (Landes), è entrato nel Partito comunista francese nel 1928 e ne è uscito nel 1958, dopo trent’anni di militanza, in seguito al perdurare dell’ostilità del partito, anche dopo il XX Congresso del Pcus, alla sua lunga battaglia antistalinista, riaffermando però la sua adesione al pensiero marxiano e la sua posizione del tutto critica del modo di produzione vigente. Nel 1965 ha avuto la cattedra di sociologia all’Università di Nanterre e nel 1968 ha partecipato direttamente al «maggio francese». Lefebvre è riconosciuto fra i maggiori pensatori marxiani del Novecento. Del filosofo, o piuttosto del metafilosofo (come siamo certi preferirebbe essere chiamato), francese sono stati pubblicati in Italia Il materialismo dialettico, Torino, Einaudi, 1949 (riediz. 1975); Il marxismo visto da un marxista, Milano, Garzanti, 1954; La sociologia di Marx, Milano, Il Saggiatore, 1969; Il diritto alla città, Padova, Marsilio, 1970; Linguaggio e società, Firenze, Valmartina, 1971; La fine della storia, Milano, Sugar, 1972; Il marxismo e la città, Milano, Mazzotta, 1973; La rivoluzione urbana, Roma, Armando, 1973; Dal rurale all’urbano, Firenze, Guaraldi, 1973; Spazio e politica, Milano, Moizzi, 1976; La produzione dello spazio, Milano, Moizzi, 1976, vol. I e II; Lo Stato, Bari, Dedalo, 1976-1978, vol. I, II, III, IV; La critica della vita quotidiana, Bari, Dedalo, 1977, vol. I e II; La vita quotidiana nel mondo moderno, Milano, Il Saggiatore, 1978; Il manifesto differenzialista, Bari, Dedalo, 1980; La rivoluzione non è piú quella (scritto con Catherine Regulier), Bari, Dedalo, 1980; Abbandonare Marx?, Roma, Editori Riuniti, 1983.

[1] Dalla redazione del «Ponte», in preparazione all’intervista. Intervista, traduzione e note al testo di Mario Monforte.

[2] Ricordiamo che il 10 maggio del 1981 si ha in Francia l’affermazione elettorale che segna 1’ascesa al governo della sinistra.

[3] A. Glucksmann, La force du vertige, Paris, Grasset, 1983.

[4] La paix indésirable. Rapport sur l’utilité des guerres, preface de H. Mc Landress (J. K. Galbraith), Paris, Calmann-Levy, 1968.

[5] Nella sua opera Lo Stato, voll. I-IV, Bari, Dedalo, 1976-1978, ma anche in Il manifesto differenzialista e La rivoluzione non è piú quella (Bari, Dedalo, 1980), Henri Lefebvre sviluppa e articola la sua concezione, che è vista come rilettura, continuazione e applicazione del marxismo al mondo «moderno». Fondamentale nella sua riflessione è appunto lo Stato; è sulla mancata soluzione della questione dello Stato e sull’abbandono dell’impostazione iniziale del marxismo in merito, che lo stesso marxismo – dice Lefebvre – è finito per scoppiare e ridursi in vane «schegge», «frammenti»: i diversi marxismi. Non abbiamo certo la pretesa di sintetizzare in questa nota una parte essenziale di un pensiero vasto e complesso come quello di Lefebvre. Ne indichiamo soltanto alcuni parziali elementi – in modo forzatamente schematico e riduttivo -, per chiarire il senso di questa parte dell’intervista, rinviando per il resto il lettore interessato alla lettura delle opere indicate. Lo Stato, secondo Lefebvre, e quindi 1’istituzione, il politico, ha sempre avuto una funzione essenziale nell’esprimere e assicurare l’omogeneita e 1’equivalenza, l’astrazione concreta del valore di scambio, dei circuiti commerciali, del lavoro astratto, rispetto all’uso e al valore d’uso, al lavoro concreto, insomma 1’omogeneità «indifferente» rispetto e sulla «differenza». L’economico procede insieme al politico e si sviluppa coerentemente in tal senso, con il formarsi ed estendersi del modo di produzione capitalistico, finendo per schiacciare il sociale (cioè la base dell’esistenza; la suddivisione che compie Lefebvre supera infatti quella dicotomica struttura-sovrastruttura, per articolarsi cosí: base-struttura-sovrastruttura; sociale, economico, politico-ideologico). L’opera e il pensiero di Marx hanno potuto essere fraintesi e distorti anche (ma non solo) perché il lavoro fondamentale di Marx – II Capitale – che doveva occuparsi del reddito, delle classi e dello Stato, come risulta dal piano iniziale, è rimasto incompiuto. Perciò il suo pensiero deve essere interpretato alla luce del complesso delle sue opere (che Lefebvre recupera nel loro insieme, dai Manoscritti economico-filosofici in poi, rifiutando la divisione fra un Marx «marxista» e un Marx «democratico-radicale»), vedendone anche limiti e oscillazioni, ma conservandolo e sviluppandolo. Il modo di produzione capitalistico, che si sviluppa sul piano economico, implicando però costantemente quello politico (basti vedere, dice Lefebvre, il processo di accumulazione primitiva in un quadro piú ampio di quello avvenuto in Inghilterra, comprendendo anche l’esame di quello avvenuto in Europa, insieme alto sviluppo e affermazione degli Stati-nazione), procede attraverso crisi e contraddizioni, estendendosi a tutto il mondo, creando il mercato mondiale e la mondialità, implicando una sempre maggiore fusione con il politico, e viene coerentemente sviluppandosi secondo la sua «natura» (la sua essenza, il suo concetto). Non vi è un momento in cui si può dire che il modo di produzione capitalistico si è gia pienamente realizzato in quanto tale, perché appunto si modifica, procede, si sviluppa. Sviluppandosi, il modo di produzione capitalistico conduce e sbocca net modo di produzione statuale. Questo è caratterizzato dal fatto che è lo Stato che si fa carico della crescita economica, attraverso quel processo che si chiama programmazione economica (di vario tipo) e tramite l’istituzionalizzazione (piú o meno formale) delle imprese e dei processi economici in genere. Ciò implica che i rapporti sociali e di produzione capitalistici, e le classi sociali, non si riproducono da sé, per un cieco meccanismo economico, ma vengono riprodotti, sono oggetto di strategie (non senza un complesso di continue contraddizioni).

[6] Lefebvre ha affrontato piú volte la questione delle multinazionali (in Lo Stato e Il manifesto differenzialista). Ricordiamo, in particolare, La rivoluzione non è piú quella, p. 114 ss. La. concezione di. Lefebvre relativa alle multinazionali è da inserire in quella di «mondalità», cioè di mercato mondiale (sostanzialmente unico) da un lato e, dall’altro, di strategie politico-statuali, che, per essere veramente tali, devono estendersi su un piano mondiale. Le multinazionali non sono le semplici eredi dei monopoli; organizzano la produzione alla loro scala, esprimono strategie globali (cioè mondiali) e occupano gli spazi vuoti esistenti, dalle regioni locali al mercato mondiale. Sono un’altra forma, generata dallo sviluppo del modo di produzione capitalistico in modo di produzione statuale, di raggiungere e installarsi (istituirsi) nella mondialità. Ma questo implica una contraddizione continua, latente o aperta a seconda dei casi, con lo Stato, con gli Stati, i quali sono posti nella condizione di doversi sottomettere alle multinazionali, oppure opporsi.

[7] Con questo «aggravandolo» Lefebvre intende sia confermare e riaffermare quanto ha detto sul modo di produzione statuale e sullo Stato della crescita economica («Stato della crescita, crescita dello Stato», Lo Stato, vol. I, p. 75 ss. in particolare) nonché sulle multinazionali e sulla dialettica fra queste ultime e Stato, sia mettere in evidenza come il modo di produzione statuale e il sistema degli Stati si è perfezionato, radicato, saldamente installato nel mondo – cosí si è anche accentuato il complesso di contraddizioni che comporta, lo «stato critico» permanente e globale – ,e come si sono intensificate le contraddizioni con le multinazionali.

[8] La tematica del decentramento si connette nel pensiero Lefebvfre a quella della democrazia sostanziale, diretta, e dell’autogestione; è una linea che unisce tutto il complesso delle sue opere. E cosí che, secondo Lefebvre, si esprime ciò che strategie politiche e politica economica tendono costantemente è ridurre, a schiacciare, ciò che è compresso fra il politico e 1’economico, e che invece è irriducibile: il sociale, la società, con le sue tendenze, negate e soffocate, strumentalizzate e subalternizzate, ma tuttavia esistenti, a riappropriarsi dell’economico e del politico, sussumendoli. Si tratta perciò di tendenze intrinsecamente rivoluzionarie.

[9] Si allude alla gerarchia statuale, cioè al sistema gerarchico di Stati che si è installato su tutto il pianeta – gerarchia instabile, perché sottoposta alla legge dello sviluppo ineguale e carica di conflitti e tensioni –, che trova una sua forma di espressione nel «parlamento» mondiale degli Stati, 1’Onu (vedi Lo Stato, vol. I).

[10] Sul modo di produzione statuale nel suo «genere» del socialismo di Stato, con 1’esame della sua genesi in Urss tramite lo stalinismo e 1’analisi delle condizioni contemporanee, vedi Lo Stato, vol. I, p. 255 ss., vol. II, p. 295 ss., anche vol. IV, p. 330 ss.; vedi inoltre Il manifesto differenzialista.

[11] Su questo punto insiste Lefebvre nelle sue opere (Il manifesto … , La rivoluzione … , Lo Stato, op. cit.): la classe operaia ha subito due sconfitte di importanza storica: la prima, non riuscendo a impedire la prima guerra mondiale, anzi subendola e partecipandovi; la seconda, con il nazismo e i «regimi totalitari». Protagonista di questi conflitti è stato sempre ciò che di nuovo si annunciava, cioè lo Stato, nel suo perfezionamento, e il procedere del capitalismo verso il modo di produzione statuale.

[12] Questa «pseudo-rivoluzione» avviene all’interno del capitalismo; ricordiamo che, secondo Lefebvre, il capitalismo di Stato è uno dei due «generi» del modo di produzione statuale. Nel capitalismo di Stato i rapporti di produzione capitalistici vengono riprodotti attraverso le strategie politiche ed economiche, anche se questa riproduzione non avviene senza continue contraddizioni e conflitti, senza modificazioni (e nuovi contrasti fra quanto resta di capitalismo vero e proprio, e rapporti relativi invece al modo di produzione statuale). In questo senso Lefebvre parla di «pseudo-rivoluzione»: perché all’interno del capitalismo e utilizzata per la sua riproduzione.

[13] Ci riferiamo all’articolo di Lefebvre pubblicato su «Le Monde» il 7 gennaio 1978 e intitolato Le vent du Sud. In quest’articolo Lefebvre metteva in luce le potenzialità esistenti nell’«Europa latina» (riferendosi espressamente a Spagna, Italia e Francia) sia in termini di base industriale, sia di posizione strategica, sia di forza e attività della società civile e spazi di democrazia. Potenzialità dirette verso una chance: aprire una nuova via, nello svincolamento dalle due superpotenze, verso una società nuova, diversa sia dal socialismo di Stato che dal capitalismo di Stato (pur nella sua variante socialdemocratica), una società non subordinata allo Stato, fondata sulla democrazia diretta, sul decentramento effettivo che implica 1’autogestione. Lefebvre collegava allora l’individuazione di queste potenzialità alle possibilità che si aprivano per quello che fu chiamato «eurocomunismo» (pur riferendosi ai partiti «eurocomunisti» in modo molto problematico). In altre occasioni Lefebvre si è già espresso, in seguito, sul fallimento dell’«eurocomunismo» (in generale e come momento di apertura e di avanzata per le potenzialità indicate) e nell’intervista che pubblichiamo non ne fa piú parola, mentre conferma 1’esistenza delle potenzialità individuate, che anzi estende ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

[14] Ricordiamo l’importanza centrale che hanno nel pensiero di Lefebvre il concetto e la pratica dell’autogestione, come espressione concreta del decentramento e della democrazia diretta, quindi come ripresa del marxismo rivoluzionario sulla questione dello Stato e del socialismo. Perciò Lefebvre ha anche seguito l’esperienza iugoslava, che non costituisce però per lui né un modello, né una via da seguire (vedi La rivoluzione non è piú quella; vedi Lo Stato, vol. III, p. 290 ss.). L’autogestione implica necessariamente il movimento dal basso; se fatta propria, gestita e imposta dall’alto, si snatura e fallisce.

[15] Lefebvre è già recentemente entrato in merito alla questione dell’alternativa, nell’intervista intitolata Pour un projet politique, rilasciata il 29 aprile 1982 e pubblicata sulla rivista «Autogestions», n. 10, estate 1982, pp. 3-12. Termini e concetti che userà nella presente intervista hanno come presupposto e quadro di riferimento il discorso sviluppato su «Autogestions».

[16] Vedi Pour un projet politique cit., p. 7; la nouvelle citoyenneté si configura, secondo Lefebvre, come diritto del cittadino di partecipare attivamente, attraverso la cultura e la conoscenza politica, alle decisioni, in contrapposizione al ruolo a cui viene sempre piú ridotto, quello di utente, che deve invece essere riassorbito e sussunto in quello del «nuovo cittadino».

[17] Vedi Pour un projet politique cit., p. 7; secondo Lefebvre la nuova cultura politica si deve caratterizzare per un aggiornamento concreto della coscienza e della conoscenza politiche, per la spinta a prendere parte attiva a tutte e decisioni (e a negarne anche alcune), per 1’acquisizione degli elementi fondamentali di un pensiero teorico adeguato alla situazione attuale.

[18] L’estetica «applicata» come uno dei mezzi per trasformare e metamorfizzare la vita, la vita quotidiana; la trasformazione della vita vista come molla e scopo reali della rivoluzione sono altre tematiche fondamentali per Lefebvre, da lui affrontate in La vita quotidiana nel mondo moderno e nella Critica della vita quotidiana cit. (e altre opere non pubblicate in Italia). Ma la vita esiste, avviene, si svolge nello spazio e la sua metamorfizzazione implica e richiede quella dello spazio (quindi della città, dell’urbano). Qui un altro campo di tematiche essenziali, che Lefebvre tratta in opere quali Il diritto alla città, La rivoluzione urbana, Dal rurale all’urbano, Il marxismo e la città, Spazio e politica, La produzione dello spazio cit.

[19] Lefebvre ha condotto una lunga e approfondita battaglia teorica contro il «marx-strutturalismo» di Althusser e della sua scuola, nonché contro lo strutturalismo in generale come tendenza filosofico-ideologica; vedi in particolare L’Ideologie structuraliste, Parigi, Anthropos, 1971 e, per la linguistica strutturalista, vedi Linguaggio e società cit.

[20] In proposito vedi Lo Stato, vol. II, p. 285 ss.

[21] I bisogni di contatti diretti fanno parte di quelli che Lefebvre chiama i «nuovi bisogni» (che vede come fondamento per la ripresa del sociale sul politico e 1’economico). Lefebvre definisce in generale i «nuovi bisogni» come quelli che non passano attraverso gli scambi commerciali e le reti dell’equivalenza. Si tratta dei bisogni di beni non scambiabili, nel lavoro, nelle opere, nella vita, nello spazio; vedi Pour un projet politique cit., p. 9.




La riforma del bicameralismo: per un diverso rapporto tra istituzioni e cittadini

pericle

Il progetto governativo di riforma costituzionale sacrifica la rappresentatività delle istituzioni e l’indipendenza degli organismi di garanzia, ma sarebbe possibile una diversa configurazione del bicameralismo? L’unità dell’indirizzo politico può convivere con la tutela delle minoranze? Gli spazi di confronto dialettico sono destinati a ridursi? Una riflessione in difesa dei principi del costituzionalismo mentre in Senato si vota in tempi serrati una riforma che sembra volerne il superamento.

di Maurizio Pagano

La proposta di riforma del bicameralismo paritario attualmente in discussione pare, a un primo sguardo, differenziarsi sensibilmente dai progetti di riforma della Costituzione che, negli ultimi decenni, sono stati avanzati, discussi e, ad eccezione di revisioni parziali, respinti. Potrebbe sembrare infatti che essa non voglia modificare in profondità l’architettura istituzionale disegnata dalla Carta del 1947, ma solo porre rimedio alle disfunzioni che, secondo ampi settori dell’opinione pubblica, sarebbero dovute alla divisione del Parlamento in due rami che esercitano le stesse funzioni. L’obiettivo di garantire una maggiore accuratezza nella produzione legislativa attraverso un doppio esame dei disegni di legge pare risolversi in un mero rallentamento della procedura quando le assemblee chiamate a svolgere questa funzione presentano la stessa composizione. D’altra parte, essendo attribuito a entrambe le Camere il potere di dare e revocare la fiducia all’esecutivo, una differenziazione nella loro durata (come quella prevista dalla prima formulazione dell’art. 60 Cost., di fatto mai applicata e infine modificata dalla legge Cost. del 9 febbraio 1963) o nelle modalità di elezione rende più difficile la formazione di una maggioranza parlamentare e conseguentemente più incerta l’investitura e la stabilità dei Governi, come è dimostrato dagli effetti della riforma elettorale n. 270 del 2005.

Ma un progetto di riforma che fosse realmente limitato alla correzione di questi elementi disfunzionali e non mirasse a intaccare il disegno generale dell’ordinamento repubblicano, dovrebbe muovere da un attento esame del ruolo che la Carta attribuisce al Parlamento e delle varie funzioni di cui tale ruolo si compone, e proporre quindi una distribuzione dei vari momenti del lavoro parlamentare che elimini inutili sovrapposizioni tra le due Camere e valorizzi invece la specializzazione di ciascuna, connettendola ai rispettivi criteri di composizione.

Il disegno attualmente all’esame del Parlamento propone invece di concentrare nella Camera dei Deputati tutte le funzioni che il dettato costituzionale ora in vigore attribuisce a entrambe le Camere, con la conseguente perdita dei possibili benefici derivanti da una distribuzione dei compiti che, nel rispetto dell’attuale forma di governo e dei principi generali ad essa sottesi, voglia restituire al Parlamento un ruolo cardinale, adattandolo alle trasformazioni occorse nella società e nel funzionamento del sistema politico. Secondo un’idea che in parte riprende proposte discusse dall’Assemblea Costituente, ma senza riflettere sufficientemente sulle ragioni del loro insuccesso, un Senato delle Autonomie dovrebbe affiancare la Camera dei Deputati in alcuni compiti e, in particolare, nella legislazione su determinati temi, e svolgere alcune altre funzioni derivanti dalla nuova configurazione del rapporto tra Stato e autonomie locali, che dovrà essere introdotto dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Una piena comprensione di questi ultimi aspetti richiederebbe perciò un confronto con le proposte relative al Titolo V, che esula dagli obiettivi del presente articolo.

Rispetto alla capacità del Senato prefigurato dal disegno di riforma di funzionare come elemento di collegamento fra centro e periferia, è comunque possibile fare due considerazioni. La prima è che il meccanismo che prevede l’accesso al Senato di due sindaci eletti in ciascuna Regione da un collegio formato dagli altri sindaci non sembra in grado di costruire un valido veicolo di trasmissione della volontà politica dei territori, non essendo prevista alcuna sede nella quale il sindaco eletto Senatore possa prendere contatto con le altre amministrazioni comunali da lui rappresentate, conoscerne i problemi e i bisogni ed essere efficacemente responsabilizzato rispetto ad esse. Inoltre il diritto dei sindaci delle città capoluogo di Regione e Provincia autonoma di entrare a far parte del Senato anche senza un’investitura da parte degli altri sindaci della Regione introduce un elemento di forte disomogeneità nella rappresentanza dei territori, differenziando di fatto le modalità con cui i cittadini concorrono alla formazione di un organo costituzionale, ossia gli uni in modo diretto, gli altri in modo indiretto, e questo non può non apparire lesivo del principio di uguaglianza nella titolarità e nell’esercizio dei diritti politici da parte dei cittadini. D’altra parte, l’adozione di un modello di rappresentanza delle Regioni coerente e di sperimentata efficacia, come quello alla base del Bundesrat tedesco, non pare una scelta opportuna in assenza di un vero federalismo, visto anche che la proposta di riforma del Titolo V mira a ridimensionare il campo d’azione a disposizione delle Regioni.

Se i criteri proposti per la formazione del Senato non sembrano soddisfare l’esigenza di dare rappresentanza agli enti locali – che potrebbe essere altrimenti conseguita elevando la Conferenza Stato-Regioni a organo ausiliario con funzioni consultive e di iniziativa legislativa –, le maggiori perplessità riguardano la razionalità generale del disegno riformatore, il significato e il valore degli scopi che si prefigge.

Nell’insieme delle argomentazioni portate avanti a difesa del progetto si possono riscontrare quelle retoriche dell’efficienza che da decenni accompagnano le principali iniziative politiche, soprattutto in campo istituzionale, e di cui l’opinione pubblica italiana dovrebbe avere ormai imparato a riconoscere le ambiguità e le insidie. Se per efficienza s’intende l’accresciuta capacità di conseguire determinati scopi da parte di un dato processo o sistema, allora è chiaro come nessuna argomentazione possa porre al centro l’efficienza, ma debba piuttosto dimostrare, innanzi tutto, il valore degli scopi che si propone di massimizzare e, secondariamente, la capacità della soluzione proposta di adempiere a tale compito. Il primo problema, oltre ad avere una precedenza logica rispetto al secondo, è anche quello che, riferito al tema qui discusso, consente di legare l’elaborazione di progetti di cambiamento a una seria riflessione sulla recente storia politica del Paese.

Se tra gli obiettivi di una riforma costituzionale c’è quello di rendere più trasparente e partecipata l’investitura dell’esecutivo, è possibile che un superamento del bicameralismo paritario, che attribuisca a una sola camera il potere di dare la fiducia al governo, incoraggi il sistema politico a trovare assetti e regole che favoriscano, nel rispetto della forma di governo parlamentare, una maggiore aderenza dei processi di formazione degli schieramenti parlamentari alla volontà politica espressa nel voto popolare. Ma è anche necessario che, nel decidere quale forma dare al nuovo bicameralismo, ci si preoccupi di trovare i modi affinché le funzioni del Parlamento che non concorrono alla determinazione dell’indirizzo politico siano esercitate nel rispetto delle minoranze e rispondano a una rappresentanza politica più ampia e plurale di quella che trova spazio nei sistemi elettorali orientati a criteri disproporzionali e competitivi. Dopo l’abbandono del metodo proporzionale si è infatti assistito a una certa difficoltà del Parlamento nell’esercitare le funzioni di controllo e garanzia in maniera autonoma dall’indirizzo politico della maggioranza. Al tempo stesso la semplificazione della dialettica tra maggioranza e opposizioni e l’eccessiva insistenza sul problema della governabilità ha portato a un progressivo impoverimento del ruolo del Parlamento anche nella funzione di indirizzo politico, che è svolta spesso come mera ratifica delle decisioni dell’esecutivo e non come elaborazione aperta e discorsiva delle proposte dell’assemblea, del Governo e di tutti gli altri soggetti titolari del diritto di iniziativa legislativa. La scelta di un bicameralismo imperfetto attento alle esigenze suddette potrebbe perciò essere il vero rimedio alle tante anomalie determinate dalle scelte politiche che, in materia elettorale e nella prassi parlamentare, sono state adottate allo scopo di favorire la governabilità ma senza prestare attenzione agli effetti che esse potevano produrre sull’equilibrio generale del sistema istituzionale. Da questo punto di vista la riforma della Costituzione potrebbe rappresentare non la negazione ma, al contrario, la riaffermazione di alcuni dei principi che negli ultimi vent’anni sono stati disattesi e che ora possono trovare applicazione in una forma che, potendo coesistere con un efficace concorso del voto popolare alla determinazione della maggioranza parlamentare e quindi alla designazione dell’esecutivo, aggiunga nuovi spazi all’esercizio dei diritti politici.

È invece da respingere l’idea che l’efficienza vada cercata in una velocizzazione dei processi decisionali. È stato infatti osservato e ampiamente dimostrato come questo problema non sussista e come nel Parlamento italiano la velocità della legislazione non sia mai ostacolata dall’obbligo della doppia lettura né da altri aspetti strutturali. A ciò si devono forse aggiungere alcune considerazioni sugli effetti negativi prodotti da un’attività legislativa frenetica, spesso diretta dalle decisioni dell’esecutivo e caratterizzata perciò dalla chiusura degli spazi di discussione. Se l’analisi di questo fenomeno mette da parte le retoriche con cui la classe politica si autopromuove come attiva e laboriosa, e rivolge invece la propria attenzione al funzionamento reale dei tanti ambiti che la legge disciplina e organizza, si vede bene come una moltitudine di interventi legislativi parziali, irragionevoli, assunti sulla base di considerazioni contingenti e particolaristiche e quasi mai fondati su un attento studio dei problemi in oggetto, si sedimenti nel tempo costruendo un quadro normativo frammentario ed incoerente, che complica enormemente il lavoro e le attività dei soggetti che ad esso devono fare riferimento: l’amministrazione, la giustizia, i servizi sociali, sanitari, scolastici, i soggetti del mondo del lavoro e dell’economia e i cittadini stessi che devono assumere decisioni importanti e programmare la propria vita. In altre parole, se l’efficienza dell’attività parlamentare è fatta consistere nella velocità e quantità della produzione legislativa, la conseguenza non può che essere una diffusa inefficienza degli ambiti sociali e istituzionali che da quella legislazione dipendono.

Le poche considerazioni fin qui svolte suggeriscono l’opportunità di ricercare le inefficienze dell’attuale funzionamento delle assemblee legislative non tanto nella quantità di decisioni prese quanto piuttosto nella loro qualità, intesa non in un’accezione generica, ma in quella specifica che il dettato costituzionale prescrive, cioè nell’implementazione di quei diritti civili, politici e sociali il cui esercizio, accompagnato dall’“adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2), è considerato la condizione per il “pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3). Come fa intendere la formulazione stessa dell’art. 3 appena citato, gli obiettivi programmatici della Costituzione non sono cosa distinta dalle procedure incaricate di portarli a compimento. Il circolo virtuoso che deve connettere l’ampliamento dei diritti alla partecipazione politica non è compatibile con meccanismi istituzionali che alla discussione ed elaborazione delle idee sostituiscono la competizione tra gruppi dirigenti e mettono i vincitori nella posizione di poter ignorare le opinioni delle minoranze e influenzare in modo decisivo gli organi di controllo e garanzia.

Se negli ultimi decenni il Parlamento italiano ha mostrato delle inefficienze, esse consistono proprio nell’incapacità di apprendere e farsi interprete delle istanze più avanzate che hanno preso forma nel dibattito fra i cittadini e nei tanti conflitti che, interessando i campi più diversi, hanno avuto come obiettivo comune l’ampliamento dei diritti e la possibilità di orientare l’attività economica e l’impiego delle risorse in direzione di un accrescimento dell’“utilità sociale” e del rispetto della “sicurezza”, della “libertà”, e della “dignità umana” (art. 41). Il dinamismo del mondo del lavoro e della cittadinanza più attiva ed impegnata ha espresso bisogni e prodotto saperi e competenze che la politica ha ignorato, preferendo chiudersi in un linguaggio sclerotizzato, fondato sulla ripetizione di poche parole-chiave, di fatto prive di qualsiasi significato, ma capaci di evocare, proprio grazie alla loro inconsistenza semantica, lo spettro minaccioso di una ‘necessità’, sempre incombente ma mai veramente chiarita nelle sue ragioni e nei suoi principi, utile a giustificare le scelte più regressive e completamente disancorata dagli obiettivi programmatici della Carta Costituzionale.

Perché la politica ritrovi la capacità di accrescere le proprie competenze e rinnovare e arricchire il bagaglio concettuale necessario a interpretare i nuovi bisogni, occorre che il Parlamento riacquisti la sua importanza e quella capacità di conoscenza ed elaborazione che è possibile solo rivitalizzando la varietà delle sue funzioni di studio, vigilanza, inchiesta, sottraendole al monopolio di poche forze politiche, e servendosene per la preparazione e l’assunzione delle decisioni di volta in volta sottoposte al suo esame. Un modo efficace per favorire l’interscambio tra i vari momenti dell’attività parlamentare, conservandone l’autonomia, può essere offerto da un superamento del bicameralismo paritario che riservi alla sola Camera dei Deputati il compito di votare la fiducia al governo e garantire l’attuazione dell’indirizzo politico, ma che prescriva che il Senato, cui vanno affidate funzioni di studio, controllo e garanzia, sia eletto con un sistema che assicuri una rappresentanza più articolata e plurale di quella che, nella Camera dei Deputati, deve servire a dare stabilità all’esecutivo. A questo scopo, la Costituzione stessa dovrebbe stabilire i requisiti fondamentali per la legge elettorale del Senato, orientandosi verso un sistema proporzionale senza premi né sbarramenti.

La preferenza per questo modello non deve fondarsi sulla tradizionale considerazione secondo cui esso “fotografa” la distribuzione delle opinioni tra i cittadini offrendone un’immagine in scala, fedele all’originale. Quest’ingenua rappresentazione si basa sull’assunzione secondo cui, nel voto, il corpo elettorale esprime in modo pieno e uniforme quella volontà politica che il sistema elettorale deve semplicemente tradurre nell’assegnazione dei seggi. Si vede bene come un’argomentazione di questo tipo converga paradossalmente con l’opinione di chi ritiene che la partecipazione dei cittadini alla vita politica del proprio paese debba ridursi al momento del voto e che ogni altra manifestazione di impegno debba essere trascurata e scoraggiata, se non addirittura repressa. In realtà il voto, pur essendo un elemento fondamentale e imprescindibile della vita democratica, rappresenta un’espressione parziale della volontà politica del cittadino e più ancora del complesso di pensieri, sentimenti e valori in cui essa si forma e si determina. Voti identici possono essere manifestazione di orientamenti e opinioni anche molto diversi ed è perciò necessario e utile che la decisione dell’elettore sia sempre problematizzata, sia dal confronto diretto con altri cittadini, sia dagli stimoli provenienti da un dibattito politico in cui le posizioni dei vari soggetti coinvolti siano continuamente indotte a chiarificare e illustrare le proprie implicite premesse, i valori di fondo, gli obiettivi di medio e lungo termine. All’interno di questo tessuto comunicativo, la cui ricchezza e complessità è misura della qualità democratica della vita politica, il sistema elettorale è uno degli elementi che orienta il cittadino nella determinazione del voto, interrogandolo attivamente e configurando le alternative su cui egli è chiamato ad esprimersi.

Una legge elettorale è adeguata se le opzioni che sottopone alla scelta del cittadino sono tali da consentire che l’esito del voto e la distribuzione delle preferenze condizionino l’assemblea in modo efficace e aderente alla specificità dei suoi compiti e delle sue modalità di funzionamento. Perciò, se una legge che incoraggia la formazione di alleanze che concorrono per la conquista di una posizione di maggioranza, può apparire più adeguata alla formazione di un organo che ha il compito di attuare un programma in modo tendenzialmente stabile e coerente, il sistema proporzionale puro è quello che si presta nel modo più idoneo all’elezione di una Camera in cui la diversificazione delle posizioni concorre alla ricchezza e alla qualità del lavoro deliberativo, ma non rischia di alimentare il tatticismo delle forze politiche che contendono posizioni di potere e d’influenza.

La composizione pluralistica del Senato può essere valorizzata, innanzi tutto, riservando ad esso alcune delle prerogative che la Costituzione attribuisce a entrambe le Camere o al Parlamento in seduta comune, mantenendo le percentuali già prescritte per l’adozione delle decisioni. Tali funzioni dovrebbero essere scelte tra quelle che coinvolgono il Parlamento nell’attività degli organi di garanzia costituzionale o nell’organizzazione di altri poteri dello Stato, e quelle per le quali è possibile e opportuno che siano esercitate in maniera autonoma rispetto all’indirizzo politico del Governo: concessione dell’amnistia e dell’indulto (art. 79), ratifica dei trattati internazionali (art. 80), inchieste parlamentari (art. 82), messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica (art. 90), autorizzazione a procedere penalmente nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri “per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni” (art. 96), elezione di un terzo dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura (art. 104), elezione di cinque giudici della Corte Costituzionale (art. 135).

Una coerente applicazione del criterio sopra esposto richiederebbe che un’apposita norma costituzionale prescrivesse che anche le Commissioni di vigilanza, istituite con legge ordinaria, fossero di competenza esclusiva del Senato e che gli organi di nomina parlamentare presenti nelle Autorità Amministrative Indipendenti ricevessero la propria investitura dalla seconda Camera.

Per quanto riguarda la revisione della Costituzione e l’approvazione delle altre leggi costituzionali, il mantenimento della procedura già prevista dall’art. 138 non dovrebbe limitare la capacità del Senato di bilanciare, con la sua composizione a base proporzionale, l’influenza decisiva della maggioranza della Camera. Qualora tuttavia si volesse affidare questa prerogativa esclusivamente al Senato, sarebbe necessario che la procedura fosse rivista in modo che la garanzia di un’attenta e accurata decisione, che oggi è resa possibile dalle quattro letture, possa essere assicurata da una diversa configurazione del meccanismo di decisione e approvazione, che può interessare la ripetizione del voto in due legislature diverse e le quote stabilite per la votazione nelle diverse letture.

Può essere considerata parte dei compiti di garanzia e di difesa dell’equilibrio generale del sistema anche la prerogativa di stabilire la legge elettorale della Camera dei Deputati, che dovrebbe essere affidata al Senato, in modo che l’eventuale scelta dei criteri disproporzionali su cui strutturare la competizione per la guida dell’esecutivo sia sottratta alle considerazioni tattiche della maggioranza uscente ed esprima invece un orientamento che goda di un consenso più largo.

L’attribuzione dell’elezione del Presidente della Repubblica al più ampio collegio composto dal Parlamento in seduta comune e dai delegati dei Consigli regionali, è una delle ragioni che fanno ritenere opportuno che il numero dei Senatori sia superiore a quello dei Deputati. Questa prescrizione, che contraddirebbe sia le disposizioni costituzionali ora in vigore, sia le proposte di riforma attualmente in discussione, si adatta meglio alle funzioni e ai criteri di formazione attribuiti ai due rami del Parlamento. La Camera dei Deputati, incaricata di portare a termine i processi deliberativi in modo da assicurare l’unità e la coerenza dell’indirizzo politico, può trarre vantaggio da una drastica riduzione del numero dei suoi membri e dal conseguente snellimento delle sue procedure. Viceversa, la necessità di garantire una rappresentanza più ampia e articolata possibile raccomanderebbe un numero relativamente alto di Senatori (pari o superiore a quello attuale), che sarebbero così nelle condizioni di esercitare con attenzione e dedizione gli speciali compiti loro attribuiti, in particolare le attività di approfondimento e discussione con le quali il Senato contribuisce al processo legislativo ordinario.

Rispetto a quest’ultimo aspetto sarebbe necessario che un approfondito esame di carattere tecnico ne progettasse in dettaglio il funzionamento, prestando attenzione a tutte le possibili disfunzioni che una procedura, che coinvolge ambedue le Camere, ma affida alla sola Camera dei Deputati il potere di assumere, nella maggior parte dei casi, la decisione finale, potrebbe presentare; in particolare è da evitare il rischio che talune ambiguità del disposto normativo rendano possibile una competizione tra le due Camere, foriera di pericoli per l’equilibrio generale del sistema e destinata a snaturare la vera funzione della seconda Camera. In questa sede, ci si limiterà invece ad abbozzare alcune indicazioni di quello che potrebbe essere un modello per il funzionamento del processo di formazione delle leggi.

Innanzi tutto, commissioni del Senato potrebbero lavorare in sede consultiva sui disegni di legge proposti da vari organi titolari del diritto di iniziativa e sottoposti all’esame del Parlamento. È fondamentale che il risultato del lavoro consultivo dei Senatori, che può consistere di una o più relazioni, piuttosto che esprimere l’opinione della maggioranza, si sforzi di evidenziare quali siano i punti di dissenso tra i vari gruppi e a quali principi e visioni facciano riferimento i diversi orientamenti, dando spazio il più possibile ai modi in cui ciascuna posizione risponde alle esigenze avanzate e messe in evidenza dalle altre.

Questo lavoro di studio ed elaborazione deve ovviamente poter coinvolgere anche personalità esterne dotate di speciali competenze nei campi di volta in volta in oggetto. La consulenza tecnica e il dibattito aperto tra una pluralità di punti di vista non sono metodi che si escludono a vicenda, ma devono, al contrario, integrarsi. Se infatti il parere tecnico aggiunge un indispensabile apporto di conoscenze, la possibilità che da esso emergano gli aspetti rilevanti per l’assunzione di una decisione dipende dalla varietà di schemi interpretativi al cui esame è sottoposto, ciascuno portatore di specifici interessi e orientamenti di valore. È per questa ragione che, in un sistema democratico, l’esecutivo non può rivendicare prerogative in ambito normativo sulla base delle competenze tecniche del suo collegio o del suo apparato. Tali competenze possono essere valorizzate solo se messe a confronto con le opinioni rappresentate in Parlamento, sia nelle attività consultive delle commissioni, sia nelle interrogazioni che devono tenersi nelle assemblee plenarie.

Si potrebbe inoltre disporre che, almeno in tutti quei casi in cui è possibile seguire una procedura normale, il Senato possa effettuare una prima lettura dei disegni di legge, nella quale approvare un testo in cui specifici segmenti siano redatti in più formulazioni tra loro alternative, ciascuna approvata da minoranze qualificate e supportata da una breve relazione che ne giustifichi il contenuto. Questa fase del processo decisionale offrirebbe la possibilità di creare convergenze motivate e trasversali tra gruppi distinti, anche minoritari, e di avanzare così una varietà di proposte già portatrici di un buon grado di elaborazione, che possono facilitare il lavoro della Camera dei Deputati, ampliando, al contempo, il ventaglio dei possibili esiti. D’altra parte, le incongruenze che un testo approvato in questo modo inevitabilmente presenterebbe, sarebbero comunque superate nella seconda lettura, in cui la Camera dei Deputati avrebbe il potere di emendare ulteriormente il testo al fine di dargli l’unità e la coerenza necessarie.

Non si dovrebbe neanche escludere che, in tutti quei casi in cui la stessa maggioranza della Camera ritenga opportuno e possibile promuovere un consenso più ampio su un determinato tema, essa conferisca al Senato, con un’apposita legge delega, la facoltà di portare a termine l’intera procedura, rinunciando alla seconda lettura. Una decisione come questa, che prima facie sembrerebbe una volontaria e poco probabile diminuzione delle proprie prerogative, potrebbe invece essere adottata per rispondere alla necessità di garantire, nei campi non strettamente legati all’attività di governo, una legislazione più stabile e duratura attraverso la ricerca di un accordo tra un numero più elevato di parti politiche. I vantaggi funzionali che una simile procedura presenterebbe già nel momento stesso del suo svolgimento, non sarebbero limitati all’alleggerimento del lavoro complessivo della Camera dei Deputati, ma riguarderebbero anche la stabilità della maggioranza di governo, che non vedrebbe la propria coesione minacciata dai dissensi e dalle convergenze trasversali che possono prendere forma in campi della legislazione circoscritti e non influenti sulla direzione politica dell’esecutivo.

Ulteriori disposizioni potrebbero stabilire delle materie di competenza esclusiva del Senato o prescrivere in alcune altre il dovere di dare alle leggi l’approvazione di entrambe le Camere. Ma su questo punto, come sugli altri aspetti tecnici di cui si è appena fatta un’esposizione sommaria, non è utile dilungarsi senza un esame scientificamente approfondito delle idee qui proposte e della loro attuabilità.

Appare invece più importante chiarire meglio quali possano essere i criteri che dovrebbero informare la partecipazione del Senato alla funzione legislativa. La sottolineatura del carattere discorsivo dei processi democratici di decisione, e in special modo di quelli che, secondo il progetto tracciato in questo articolo, potrebbero essere affidati al Senato, non deve far ritenere che il modello che qui si sta cercando di delineare abbia come meta ideale un tendenziale unanimismo ed escluda il conflitto tra posizioni reciprocamente esclusive e concorrenti. Al contrario, come si è visto, le procedure prima proposte per il funzionamento delle commissioni consultive del Senato e per la prima lettura dei disegni di legge, non avendo come obiettivo la conclusione del processo decisionale, dovrebbero mirare a rendere trasparente il significato e le ragioni dei dissensi su cui si svolge il confronto politico.

Per capire quale possa essere il valore aggiunto di una chiarificazione dialettica delle posizioni, che si compie non nelle sedi informali della propaganda politica e dell’informazione giornalistica, ma in seno allo stesso processo decisionale e in un consesso caratterizzato da un forte pluralismo, occorre richiamare quanto già detto rispetto all’impoverimento linguistico, ideale e programmatico, che ha interessato le forze politiche negli ultimi decenni. Gli strumenti della comunicazione politica, sempre più concentrati sulla costruzione dell’immagine della leadership, e la diffusione pervasiva di un mainstream culturale e politico dominato dal motivo puramente verbale dell’“innovazione”, ma di fatto impermeabile a una contestazione dei rapporti di potere e degli assetti distributivi, hanno consentito che le principali forze politiche si chiudessero in una rigida autoreferenzialità, in cui le strategie comunicative portate a sostegno delle proprie azioni potevano e, in un certo senso, dovevano fondarsi su concetti, slogan, parole d’ordine, sottratti a ogni esame critico e di merito, e proprio per questo capaci di raccogliere intorno a sé un consenso generale, ovvio, aproblematico, con il risultato paradossale che soggetti politicamente contrapposti non si presentavano come portatori di idee e obiettivi differenti, ma contendevano tra di loro intorno alle rispettive capacità di farsi attuatori dei medesimi programmi. Per ragioni che sarebbe complesso indagare e approfondire, la parte più consistente e influente dei mezzi d’informazione, soggetta alla stessa egemonia culturale cui si faceva cenno prima, non si è dimostrata capace di penetrare il nucleo opaco e apparentemente vuoto di questa omologazione e, nei modi in cui ha interrogato la politica, ha spesso reiterato il riferimento a gerarchie assiologiche vaporose e prive di radicamento nei bisogni dei cittadini.

Si capisce perciò quale arricchimento possa portare un processo decisionale che, incoraggiando in una prima fase la differenziazione delle posizioni e la chiarificazione e giustificazione delle reciproche opposizioni, non in modo astratto, ma in riferimento a concreti obiettivi normativi, dissolva i consensi apparenti e fasulli e riempia di significato i dissensi. L’eccedenza di contenuti che si produrrebbe portando a un elevato grado di compiutezza anche posizioni destinate ad essere bocciate dalla decisione finale, non è quell’inutile ingombro che il pensiero oggi dominante ritiene necessario annientare per promuovere l’efficienza, ma è, al contrario, la riserva con cui il processo decisionale oltrepassa la contingenza e si proietta negli sviluppi di lungo periodo della vita democratica e nei suoi orizzonti di progresso sociale, culturale e civile.

Un più ampio ventaglio di proposte può aiutare a migliorare la decisione della maggioranza, suggerendo possibili integrazioni al proprio disegno o, viceversa, costringendola a trovare risposte proprie alle esigenze portate avanti dagli avversari. Inoltre, la possibilità di convergenze, sia pure temporanee e parziali, tra gruppi distinti crea i presupposti perché, in consultazioni elettorali future, il sistema delle alleanze possa riconfigurarsi in base a considerazioni che abbiano a che fare con i contenuti più che con l’aritmetica dei voti e dei seggi, e offre a soggetti politici nuovi e fortemente minoritari lo spazio per verificare la praticabilità delle proprie proposte e la possibilità di incontro con altri settori della scena politica. Infine, un dibattito in grado di problematizzare continuamente le linee politiche generali e programmatiche di ciascun partito, commisurandone il significato e il valore a compiti specifici e al confronto reciproco, può avere ragione delle ambiguità e delle rimozioni che in esse si sedimentano e che la comunicazione politica ordinaria consente invece di conservare. Sottoposte a questo dovere di continuo riesame – che non ne mortifica le radici teoriche, ma, al contrario, le approfondisce – le idee e le concezioni ispiratrici delle varie identità politiche possono interloquire con la vivacità di espressioni che vengono dalla cittadinanza e prendono forma nei comitati, nei movimenti e nelle reti, favorendo la formazione di un consenso elettorale sempre più fondato e consapevole.

Le trasformazioni già avvenute nei regolamenti e nella prassi parlamentari e quelle che potrebbero avere luogo per effetto delle riforme elettorali e delle altre proposte oggi in discussione, le prime miranti a una semplificazione della composizione politica della Camera, le seconde a un’ulteriore riduzione dell’autonomia di quest’ultima rispetto all’agenda del Governo, fanno ritenere poco probabile che processi di questo tipo possano avere luogo nella Camera dei Deputati, quale risulterebbe nel nuovo assetto. Né il Senato delle Autonomie potrebbe sopperire a questo difetto, essendo formato da figure che, costrette dai propri importanti uffici ad immedesimarsi in modo esclusivo nelle problematiche dei territori da loro amministrati, una volta giunte in una sede decisionale nazionale (peraltro secondo criteri di rappresentanza assai discutibili), non potrebbero farsi promotrici di una volontà politica di carattere generale, né tanto meno sviluppare una dialettica che problematizzi i presupposti delle posizioni concorrenti. L’una e l’altra cosa entrerebbero infatti in tensione con il carattere del loro mandato amministrativo, il dovere di fare riferimento a una dialettica politica aderente a esigenze locali e la responsabilità verso i propri elettori diretti.

Sembra perciò che l’insieme delle disposizioni previste dalla riforma, che dovrebbero, da un lato, immunizzare la funzione di Governo dalla complessità di un dibattito parlamentare pluralistico, e dall’altro aprirla a un limitato confronto con istanze territoriali, possa trasformare la politica nazionale da spazio di discussione a sede di negoziazione tra organismi amministrativi monocratici, espressione di posizioni esclusivamente maggioritarie, più adatto a relazionarsi in via informale con centri di potere, gruppi di interesse e organi di governance, che non a rispondere del proprio operato di fronte a una cittadinanza attivamente impegnata a elaborare bisogni e idee. A tutto ciò occorre contrapporre proposte che, richiamandosi alla ratio che è già alla base del sistema bicamerale, ossia il bisogno di accuratezza della decisione, ne approfondiscano il principio in direzione di un più attento controllo sulla costituzionalità dei processi, di una sempre maggiore apertura degli spazi di discussione e di una più decisa attuazione dei diritti che la Carta stabilisce e promuove.

Agli elitisti di oggi che, come quelli di un secolo fa, pensano che il carattere di “camera alta” attribuito al Senato debba consistere nella sua estraneità ai meccanismi democratici di formazione e conquista del consenso, sostituiti dalla nomina da parte di soggetti già interni all’apparato dello Stato – siano essi monarchi, presidenti, amministratori centrali o locali – sarà così possibile rispondere che l’“altezza” del Senato, lungi dal dover derogare al principio democratico, può, al contrario, interpretarne gli elementi più qualificanti, ossia il pieno dispiegarsi di una prassi discorsiva in grado di rinnovare continuamente i quadri concettuali e valoriali dei soggetti coinvolti, senza pretendere di omologarne le opinioni, ma portando un arricchimento ideale e culturale a cui possono attingere tanto le decisioni presenti che i programmi per il futuro.

 




Jobs Act e Costituzione: svolta autoritaria e riduzione dei diritti sociali nel programma del governo Renzi

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Jobs Act e Costituzione.

Svolta autoritaria e riduzione dei diritti sociali nel programma del governo Renzi (poi in autunno si cancella l’art. 18 St. Lav.).

di Paolo Solimeno

 

In questo scorcio di legislatura i due disegni di legge forse più rilevanti, su cui la maggioranza governativa vuol mostrarsi più impegnata, portano due numeri in sequenza: il n. 1428 è il “jobs act”, un ddl di delega al governo per ridisegnare i contratti di lavoro, gli ammortizzatori sociali e le politiche per l’impiego; il n. 1429 è la riforma costituzionale, un corposo intervento sulla Costituzione per togliere funzioni ed elettività al Senato, rafforzare il governo e modificare il titolo V.

 

Le intenzioni dei due ddl sono molteplici, ma alcune senz’altro chiare: ridurre la rappresentatività delle istituzioni, dare mano libera all’esecutivo (chiunque vinca la lotteria con l’Italicum: le opposizioni che punterebbero su una politica economica e fiscale radicalmente diversa sono tenute fuori gioco), accrescere la flessibilità del lavoro e ridurre il peso degli ammortizzatori sociali sulla finanza pubblica, rendere gli organismi di garanzia (che vigilano sulla conformità dell’ordinamento ai principi costituzionali) omogenei al disegno governativo.

Nelle intenzioni – ovvero al netto degli emendamenti proposti da opposizioni interne o esterne alla maggioranza governativa che la pregiudiziale dei vincoli di bilancio ex art. 81 Cost. sta falcidiando già in Commissione Lavoro al Senato1 – il “jobs act” vuol rendere più flessibile il lavoro, non investe un euro sugli ammortizzatori sociali (anche a causa del reperimento di fondi straordinari per la detrazione fiscale di 80 euro escogitata prima delle elezioni europee), ridisegna un po’ i centri per l’impiego e altri strumenti per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Strettamente legato al “jobs act”, anzi suo primo assaggio, è stato il DL Poletti, n. 34/2014, sul contratto a termine e sull’apprendistato che ha sostanzialmente liberalizzato il contratto a termine rendendolo acausale, ovvero cancellando le ultime disposizioni che ancora restavano a delimitarne l’utilizzo entro i limiti di una almeno dichiarata e dimostrabile connessione della scadenza del rapporto con esigenze organizzative e produttive (ora si può semplicemente apporre un termine ai contratti e farli durare con lo stesso lavoratore fino a 36 mesi, superabili in diversi settori o per deroga contrattuale, e entro questo termine si può fare sino ad 8 rinnovi dello stesso contratto e un numero enorme di contratti, centinaia); quanto all’apprendistato si è tolto ogni vincolo formativo, lasciando però i vantaggi fiscali e di riduzione della retribuzione, un vero scandalo.

 

Non è di poco interesse vedere come un intervento su un tema così rilevante come il contratto a termine, rilevante in ogni paese europeo e non in tempi di spasmodica e miope ricerca della riduzione dei costi del lavoro per motivi concorrenziali e quindi di redditività delle imprese2, sia stato approvato con decreto legge 34 del 20 marzo 2014 e presentato lo stesso giorno alla Camera che lo ha assegnato alla commissione Lavoro che lo ha esaminato e passato all’Aula dove l’esame è durato per sei sedute ed è stato approvato il 24 aprile 2014; dunque al Senato è stato nelle varie Commissioni Lavoro, Affari Costituzionali, ecc., dal 29 aprile al 5 maggio, quindi è andato in Aula ed è stato approvato, con modificazioni, il 7 maggio: pertanto è dovuto tornare alla Camera nel nuovo testo approvato dal Senato, nuovi esami in Commissioni e approvazione definitiva il 15 maggio 2014. Questi, se c’è una volontà politica e una maggioranza che sostiene l’indirizzo governativo, i tempi di approvazione ripeto con modifiche. Velocizzarli vuol dire impedire il dibattito pubblico.

 

Contro queste disposizioni, dopo un tentativo ostruzionistico dei parlamentari di Sel e M5S, si sono levate molte critiche ed è stata presentata una denuncia di infrazione di direttiva comunitaria alla Corte di Giustizia dell’UE da parte dell’associazione nazionale dei Giuristi Democratici. Nella denuncia dei G.D. si evidenziano i chiari profili di violazione della direttiva sui rapporti a termine, n. 1999/70, che furono valutati già nel 2000 quando i radicali proposero una abrogazione radicale della legge 230/1962 che avrebbe negato la tutela chiesta dalla direttiva, non diversamente da quanto fa il DL 34 rispetto alle disposizioni dirette a disincentivare il fenomeno: ebbene, la Corte costituzionale dichiarò allora non ammissibile quel referendum perché avrebbe lasciato il nostro ordinamento in contrasto palese con la normativa comunitaria. Altro parametro interessante è quello dell’ordinamento greco che pure aveva un limite solo temporale (di 24 mesi) all’utilizzo del contratto a termine e che ugualmente è stato ritenuto illegittimo da due sentenze della Corte di giustizia europea3.

 

In sostanza con queste innovazioni si attua a) la cancellazione definitiva di ogni necessario riferimento a “ragioni oggettive” che giustifichino l’assunzione a tempo determinato invece che indeterminato; né serviranno “ragioni oggettive” che giustifichino la proroga consentita fino a 8 volte consecutive per ciascun contratto; b) l’eliminazione di alcun limite al numero di contratti sottoscrivibili: i GD nella denuncia ipotizzano “un primo contratto di 14 giorni e 8 successive proroghe di due giorni per un totale di 30 giorni complessivi: sarebbero ben possibili 36 successivi contratti (purché intervallati da almeno 10 giorni non lavorati) e 288 proroghe tra le medesime parti sulla stessa posizione lavorativa senza alcuna ragione oggettiva che giustifichi l’assunzione precaria”; inoltre, fanno notare, manca “per larga parte dei lavoratori italiani anche un qualsivoglia termine massimo di utilizzabilità con tale tipologia contrattuale precaria e l’assenza comunque di termini certi, in quanto anche per le tipologie contrattuali per cui la legge dispone il tetto dei 36 mesi esso è sempre derogabile tramite accordo sindacale”.

 

Il risultato è che il datore di lavoro – che purtroppo comunque non assumerà, ma se volesse – potrà assumere il lavoratore prima come apprendista con grandi risparmi e senza formarlo4, poi fargli contratti a termine per altri 36 mesi e infine usare il contratto “Ichino” che prevederà probabilmente un patto di prova fino a tre anni. Il precariato si estende a fette importanti della vita lavorativa.

 

A fronte di ciò, come detto, nel ddl 1428 non sono previste forme di ammortizzatori sociali estese a tutte le forme di contratto, ovvero per disoccupazione di ogni provenienza, ma anzi si aggravano le limitazioni esistenti dopo la riforma Fornero legge 92/2012. Inoltre si accentua la tendenza assicurativa del sistema di ammortizzatori, legandolo alla carriera contributiva del lavoratore, invece di farlo gravare sulla fiscalità (o contribuzione) generale. Le risorse per le politiche attive restano inalterate, nel ddl si pensa solo ad un riordino organizzativo, quando piuttosto l’Ente pubblico ISFOL denuncia chiaramente il livello irrisorio di risorse dedicate dallo stato italiano alle politiche attive per l’impiego (www.isfol.it, studio del 14.3.2014).

Altro intervento davvero dirompente (ma, va da sé, a costo zero) è il “compenso orario minimo” che sembra introdurre un sistema generalizzato per evitare lo sfruttamento dei lavoratori in una fase di bassa occupazione, ma in realtà indebolisce lo strumento della contrattazione collettiva che già c’è: si finge infatti di dimenticare che nell’ordinamento italiano esiste già il “salario minimo” grazie alla giurisprudenza costituzionale e di merito che ha applicato l’art. 36 Cost. e la retribuzione sufficiente e proporzionata in ragione del lavoro prestato e delle esigenze del lavoratore. Introdurre un “compenso orario minimo” vuol dire dare una tutela ben minore e circoscritta e al contempo attaccare frontalmente la Contrattazione collettiva, superare i CCNL.

Le critiche dei sindacati, dinanzi a prospettive di questa portata, sono molto tenere. Più decise quelle avanzate da alcune associazioni, fra cui i Giuristi Democratici: gli atti sono inutilmente acquisiti dalla Commissione Lavoro del Senato e si trovano su http://www.senato.it/Leg17/4497.

 

Veniamo alla proposta di “contratto a tutele crescenti” di cui si è parlato nei mesi scorsi: è un’idea di Pietro Ichino, noto docente di diritto del lavoro e senatore di Scelta Civica, trasfusa in un emendamento all’art. 4 del ddl 14285. La proposta, vecchia di alcuni anni e simile ad altra degli economisti Boeri e Garibaldi, giunge ora in parlamento come emendamento e integrazione di peso al testo più in vista del governo Renzi e ha qualche chance di essere approvata, visto il viatico introdotto in sede di conversione del DL 34/14 sul contratto a termine6 che sostanzialmente dice che quel progetto è fatto proprio dalla maggioranza.

 

L’idea di fondo di Ichino è di evitare che l’unico contratto a disposizione in questi tempi di crisi economica e occupazionale sia il contatto a termine (reso così agibile e invitante dal DL 34) e che il datore debba avere la possibilità di scegliere senza timore un’assunzione a tempo indeterminato da cui possa però recedere a piacimento nei primi 36 mesi: assomiglia molto ad un altro contratto a termine camuffato, in realtà. Lo strumento formale sarebbe la sospensione per i primi tre anni delle tutele dell’art. 18 Statuto Lavoratori (quel che resta dopo le modifiche della legge Fornero n. 92/2012), ipotesi su cui la segretaria CGIL Camusso ha già espresso un’apertura, per consentire al datore di recedere liberamente, dietro il pagamento di una lieve sanzione al lavoratore, per ora si è proposto un’indennità pari a due giorni di retribuzione per ogni mese lavorato: così, nell’ipotesi peggiore, se si è lavorato tutti i 36 mesi a libera recedibilità, siamo circa a due mesi e mezzo di indennizzo, pari alla sanzione minima della legge 604/66 per il licenziamento illegittimo. Una sanzione davvero tenue.

 

Questa ulteriore precarizzazione introdurrebbe una deroga corposa alla tutela del rapporto di lavoro, chiamando a tempo indeterminato un contratto che di fatto è a libera recedibilità per i primi 36 mesi. Per ora la previsione di Ichino è invisa ai parlamentari del PD, lo stesso ministro Poletti teme ostacoli per la esplicita deroga all’art. 18, ma la previsione di questo nuovo tipo di contratto già nell’art. 1 della legge di conversione del DL 34/2014 non può non esser letta come un impegno ad andare avanti.

Comunque la normativa offre già oggi una flessibilità spinta e ammortizzatori sociali e politiche di formazione del tutto inadeguate, ben lontane dalla sbandierata flexicurity applicata in Danimarca e Olanda in cui quello che negli anni ’90 era chiamato il “golden triangle” è appunto costituito non solo da flessibilità e mobilità del mercato del lavoro, ma anche dagli altri due poli indispensabili: un sistema di welfare solido ed esteso ad ogni forma di disoccupazione e politiche attive del lavoro che agevolano l’ingresso o il rientro nel mondo del lavoro. Il modello italiano non accenna a definirsi che nel primo elemento, la flessibilità, e scoprire che il Jobs act è basato su una costruzione del welfare “a costo zero” svela purtroppo la volontà di effettuare solo tagli, deregolamentazione, precarizzazione.

 

L’effetto sociale della flexicurity è ben diverso a seconda che il modello sia applicato così come suggeriscono le esperienze Nord europee, oppure dimidiato, prendendo quel che si vuole (e si può): la sola flessibilità, ovvero la libera recedibilità del datore di lavoro, unita ad un intervento sugli ammortizzatori sociali a costo zero (quindi con nessun rafforzamento degli strumenti esistenti, ma solo con scarse rimodulazioni ed un risparmio sulla fiscalità generale che ne ridurrà il finanziamento) provocherà un impoverimento della classe lavoratrice.

 

Il bilanciamento del modello sarebbe invece la sua forza: lavori meno stabili, non per la vita, ma con chance di riqualificazione e formazione, ammortizzatori generalizzati e vincolati all’impegno del lavoratore nel proprio reinserimento, agevolazioni all’assunzione, hanno in fondo effetti redistributivi e sostengono la domanda favorendo gli investimenti nel settore produttivo. Se si priva il sistema del sostegno ai disoccupati si impoverisce una categoria illudendosi di arricchire l’altra, è il modello neoliberista che ha già dato prova di essere fallimentare proprio perché squilibrato.

 

Quando in autunno si riprenderà l’esame del ddl 1428 – e poi dei decreti delegati da approvare entro sei mesi dalla delega – si sarà ormai approvato in prima lettura sia al Senato che alla Camera un progetto di riforma costituzionale che farà percepire come indebita intromissione ogni critica parlamentare al volere del governo [dopo la pubblicazione esce un allarmato commento di Piergiovanni Alleva che denuncia il frontale contrasto del ddl con l’art. 76 Cost.: http://ilmanifesto.info/jobs-act-il-parlamento-fuori-gioco/ ]: forse il vero obiettivo di questa stagione di cronoprogrammi, tagliole, canguri e date fisse per lo stravolgimento dell’assetto istituzionale democratico è proprio la delegittimazione della dialettica parlamentare e sociale, la ricerca del consenso attraverso il dialogo diretto con i cittadini, senza intermediazioni, per cui le riforme basta annunciarle ed ogni ostacolo è contro il bene della nazione.

 

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1http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=ListEmendc&leg=17&id=44250

2Un’accurata, anche se ideologica, analisi della situazione in Europa (prima del dl 34/2014 italiano) su http://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/16473delconte_fratell.pdf

3Il testo integrale della denuncia con tutti i riferimenti normativi e giurisprudenziali è su http://www.giuristidemocratici.it/post/20140401200444/post_html

4Un emendamento al ddl 1428 proposto da Ichino all’art. 4, comma 1, introdurre questa “sanzione”: «e-bis) in materia di apprendistato previsione, quale sanzione per l’inadempimento grave dell’obbligo di formazione di cui sia responsabile esclusivamente il datare di lavoro, della conversione del contratto di apprendistato in contratto di lavoro ordinario a tempo determinato, il cui termine finale coincide con quello originariamente previsto per il periodo di apprendistato.»

5«1. Il Governo è delegato ad adottare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge un decreto legislativo contenente un testo unico semplificato della disciplina dei rapporti di lavoro, con la previsione del contratto di lavoro a tempo indeterminato a protezione crescente, senza alterazione dell’attuale articolazione delle tipologie dei contratti di lavoro, secondo i criteri che seguono:

a) la nuova disciplina legislativa deve essere redatta in modo da allinearsi agli standard stabiliti dalle direttive europee e dalle convenzioni internazionali ratificate dall’Italia, e da soddisfare i requisiti di semplicità e chiarezza indicati nel Decalogue for Smart Regulation emanato il 12 novembre 2009 dal Gruppo di studio di alto livello incaricato della sua predisposizione dalla Commissione Europea, in particolare i requisiti dell’agevole lettura da parte di tutti i destinatari della disciplina stessa e dell’agevole traducibilità in lingua inglese;

b) la nuova disciplina legislativa deve essere redatta in forma di novella degli articoli da 2082 a 2134 e da 2239 a 2245 del Codice civile, avendosi cura di collocare il più possibile le nuove norme nella stessa posizione delle norme omologhe precedenti, in modo da rendere il più facile possibile il loro reperimento.».

Conseguentemente sostituire la rubrica dell’articolo con la seguente: «(Delega al Governo per l’emanazione di un testo unico semplificato delle norme che disciplinano i rapporti di lavoro)»

6L’art. 1. dettato dalla legge di conversione n. 78/2014 dice: “Considerata la perdurante crisi occupazionale e l’incertezza dell’attuale quadro economico nel quale le imprese devono operare, nelle more dell’adozione di un testo unico semplificato della disciplina dei rapporti di lavoro con la previsione in via sperimentale del contratto a tempo indeterminato a protezione crescente e salva l’attuale articolazione delle tipologie di contratti di lavoro…”

L’immagine del titolo è tratta da www.corriere.it http://www.corriere.it/foto_del_giorno/home/12_marzo_24/acciaio_1c711d98-759b-11e1-88c1-0f83f37f268b.shtml