1

Fascismo in America?

di Giancarlo Scarpari

Robert Kagan, uno dei “falchi” della destra repubblicana, nel 2004 aveva spiegato all’Europa, poco convinta della scelta fatta dal suo paese di promuovere una nuova guerra contro l’Iraq, che l’America aveva invece tutto il diritto di farla, perché era stata minacciata dal terrorismo internazionale e perché Saddam Hussein aveva tentato di dotarsi di armi di distruzione di massa.

Sorvolando sulle premesse, Kagan aveva illustrato nel suo libro (Il diritto di fare la guerra, Milano, Mondadori, 2004) i fondamenti della dottrina Bush sulla legittimità della guerra preventiva, dottrina che lui stesso aveva elaborato nella primavera del 2000, un anno prima dell’attacco alle Torri gemelle, in un saggio scritto in collaborazione con William Kristol (Present Danger). In quel libro, l’autore aveva ricordato, a chi sosteneva che il diritto internazionale vietava questo tipo di guerra, che nel nuovo disordine mondiale il sistema vestfaliano non aveva più alcuna ragione di esistere («la proliferazione di armi di distruzione di massa ha reso troppo rischioso il temporeggiare»); e aveva, anzi, manifestato il proprio stupore per le reazioni che quella dottrina aveva suscitato nel «paradiso geopolitico europeo», visto che quell’idea non era affatto nuova: già Kennedy, al tempo della “crisi dei missili”, aveva minacciato un attacco preventivo contro lo Stato cubano e, negli anni ottanta, dopo l’attentato di Beirut nei confronti di una caserma di marines, il segretario di Stato Schultz aveva invocato, questa volta pubblicamente, la necessità di promuovere un’azione preventiva contro il terrorismo internazionale; e nessuno in Europa, in quelle occasioni, aveva avuto nulla da ridire.

Del resto gli Usa, secondo Kagan, si erano sempre riservati «il diritto di intervenire ogniqualvolta e ovunque lo avessero ritenuto necessario dall’America Latina ai Caraibi, dal Nord Africa al Medio Oriente, dal Sud del Pacifico all’estremo Oriente e da ultimo persino in Europa», in Kossovo; e quest’ultimo intervento, manifestamente contrario alle norme internazionali poiché effettuato senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, era stato attuato da un generale americano “nel cortile di casa” dell’Europa e questa aveva addirittura partecipato al conflitto.

Ma che cos’è che rendeva legittimi tutti questi interventi? La risposta di Kagan era netta e perentoria: gli americani, da sempre, si consideravano «l’avanguardia di una rivoluzione liberale mondiale» ed erano convinti che «la pace globale dipendesse, in ultima analisi, non dalla legge ma dalla diffusione del liberalismo politico e dalla libertà dei commerci»; e questa meta poteva «essere raggiunta soltanto costringendo regimi tirannici o barbari a comportarsi più democraticamente e umanamente e talvolta ciò [andava] fatto con la forza».

L’articolata dissertazione, privata degli abituali orpelli alla Benjamin Franklin («Non lottiamo solo per noi stessi, ma per l’umanità»), descriveva realisticamente le ragioni dell’ingerenza degli Usa negli altrui Stati (esportare il proprio modello liberal/liberista), salvo poi determinarne ideologicamente gli esiti (la democratizzazione degli Stati invasi). Orbene, a parte il fatto che, in concreto, si esportava più la libertà dei commerci che quella delle persone, la realtà aveva subito dimostrato che nessun automatismo vi era tra le ricette adottate e la democrazia promessa, come l’introduzione del liberismo nel Cile di Pinochet aveva subito evidenziato; successivamente, gli esiti delle guerre promosse contro l’Iraq e l’Afghanistan avrebbero chiarito definitivamente l’arbitrarietà di quelle conclusioni avventurose.

Il discorso di Kagan era però rilevante non solo per il suo inquietante approdo finale – la legittimazione della guerra preventiva, un tempo primo capo d’accusa per gli imputati di Norimberga – ma anche per il presupposto con cui veniva giustificata: era infatti la validità del sistema liberal-liberista praticato all’interno degli Usa che, secondo l’esponente conservatore, ne legittimava la proiezione all’esterno, in un continuum che stabiliva uno stretto legame tra la politica interna e quella estera del paese a stelle e strisce.

La qualità del modello di Stato da esportare era data per scontata; ma in realtà rimaneva assai vaga, visto che Kagan non spiegava se i principi liberali, nei singoli Stati americani, riguardassero la generalità dei cittadini o solo una parte di essi, né si soffermava ad analizzare con che cosa fosse impastato il liberalismo repubblicano di chi allora era al potere.

Quanto, invece, fossero gracili le strutture di quel modello, l’autore se ne sarebbe accorto anni dopo, quando, sull’onda prodotta dalla crisi finanziaria del 2007-08,una parte della società civile americana si sarebbe messa in movimento, dapprima con l’occupazione di Zuccotti Park, nel 2011, per protestare contro le crescenti disuguaglianze e il salvataggio delle banche, quindi con le altre manifestazioni, presto dilagate in varie città, promosse da Occupy Wall Street, «contro la tirannia del capitale finanziario»; e, successivamente, nel 2012, sarebbero scesi in campo gli afro-americani del Blak Lives Matter per protestare contro il razzismo della polizia, l’assassinio reiterato e impunito dei giovani neri e contro il «capitalismo bianco che li escludeva dall’economia».

Tutte queste insorgenze avevano determinato una decisa reazione del partito repubblicano, che in breve tempo era divenuto il contenitore delle paure e della rabbia di coloro, per lo più maschi “bianchi”, ma non solo, che da quei movimenti vedevano messi in pericolo reddito, status sociale, convinzioni radicate e vigenti gerarchie; e i suoi dirigenti alimentarono un crescente processo di radicalizzazione dell’elettorato, aprendo le porte alla politica aggressiva contro i democratici inaugurata dal Tea Party. Ma solo quando, nel 2015, apparve sulla scena Donald Trump, una star televisiva, proprietaria di immobili e di casinò, che in breve travolse ogni avversario alle primarie per trionfare l’anno successivo alle elezioni presidenziali, Kagan, ostile al suo dichiarato isolazionismo, si accorse del processo involutivo in corso tra i repubblicani, di cosa soprattutto stava maturando e a quel punto decise di lasciare il partito.

Certo il successo di Trump era avvenuto grazie a una campagna pubblicitaria aggressiva e in parte nuova: l’ossessiva propaganda veicolata dai 140 caratteri del tweet, la trasposizione nella realtà del suo reality show («sei licenziato», la frase rituale e attesa dai 20 milioni di ascoltatori settimanali di The Apprendice, ora era rivolta contro avversari e collaboratori non completamente fidelizzati), una narrazione politica basata sui “fatti alternativi” (cioè  sulle false notizie) e l’ostentato abbandono del “politicamente corretto” erano tutte modalità di comunicazione singolarmente non ignote alla politica precedente, solo che ora venivano usate in dosi massicce ed esaustive; e la stessa ricerca di identità promessa da Trump al “suo popolo” – principalmente la classe medio-bianca, impiegati e operai colpiti dalla crisi – recuperava gran parte del “comune sentire” di quel partito, lo attualizzava, lo rinvigoriva, fornendo una serie di illusorie ricette per una nuova “età dell’oro”, quella del sogno americano del secondo dopoguerra.

Ma non era questo che aveva colpito negativamente Kagan. Determinante per lui era stata la (tardiva) presa d’atto che le articolazioni del sistema liberale stavano cedendo e che il partito della virtù repubblicana era stato scalato dall’interno da un demagogo, spinto verso l’alto da un inedito culto della personalità; l’anziano conservatore si era via via accorto che i “checks and balances” previsti dai Fondatori non ne avevano fermato la marcia; ma quando, da ultimo, aveva assistito all’assalto del Campidoglio da parte dei seguaci di Trump, allora era insorto, dichiarando pubblicamente che si era andati «molto vicino a fare un colpo di Stato», che si era in presenza  della «più grande crisi politica e istituzionale apparsa negli Usa dai tempi della guerra civile» e che si era aperta la possibilità della «distruzione della democrazia in quel paese» dopo il novembre 2024, data stabilita per le nuove elezioni politiche.

L’intervento di Kagan, un lungo articolo pubblicato in Italia sulle quattro pagine di «Il Foglio», l’11.10.2021, con un titolo a effetto (Fascismo in America), questa volta non è stato accompagnato nel nostro paese dal clamore e dalle discussioni che avevano animato il suo libro sulla legittimità della guerra preventiva; il saggio è stato invece accolto nel più assoluto silenzio e non ha richiamato l’attenzione neppure dei media amici dell’alleato americano, evidentemente convinti che, scampato il pericolo del 6 gennaio, con l’avvento di Biden e dei democratici, si sia voltata definitivamente pagina e che delle vicende di quel paese non sia più il caso di occuparsi, almeno sino alla scadenza delle elezioni di novembre.

Ebbene, chi ha voluto girare la testa dall’altra parte ha avuto torto perché, anche questa volta, Kagan ha espresso il suo punto di vista con l’abituale schiettezza, toccando questioni istituzionali di estrema rilevanza (e non solo per i cittadini del suo paese).

Leggendolo, apprendiamo che la convinzione di vivere in uno Stato liberal-liberista, modello da esportare anche con la forza, molla propulsiva della legittimità della guerra preventiva, è stata da lui per il momento accantonata; ora il maturo conservatore sostituisce alla baldanza di un tempo la presa d’atto della crisi che ha travagliato quel modello di Stato e accompagna questa sua riflessione con l’inquietante previsione  del possibile «crollo dell’autorità federale» e della «divisione del paese in enclave rosse e blu in guerra».

Come sia potuto avvenire un simile rovesciamento di prospettiva, come lo Stato liberale celebrato in passato appaia ora all’autore sul punto di implodere sotto la spinta di un’eversione interna, Kagan non lo spiega adeguatamente. Descrive, è vero, alcune tappe di questo processo (l’apparizione del demagogo, lo spaesamento e la rabbia di tanti elettori, il culto della personalità che ha accompagnato l’ascesa di chi prometteva la rinascita dell’America, ecc.), ma, a parte l’uso di categorie interpretative datate, non si sofferma sulle cause profonde di questa involuzione, rifiutandosi di stabilire una qualche continuità tra il vecchio e il nuovo partito repubblicano.

Eppure la sostanza, se non la forma, del messaggio di Trump non doveva essergli sconosciuta.

«Dio, Patria e Famiglia», evocati di continuo dal candidato durante la campagna elettorale costituivano, in fondo, il credo tradizionale dei conservatori americani (anche se ora veniva portato all’estremo per l’incalzare del millenarismo reazionario della Christian Right e per la crescente visibilità delle organizzazioni antiaborto e antigender che spalleggiavano Trump nei suoi comizi). Né la promessa di una politica basata sul taglio delle tasse ai possidenti e sulla riduzione dei vincoli alle imprese, poi attuata dal neopresidente, poteva dirsi estranea al dna del partito repubblicano (e la nomina di Steven Mnuchin di Goldman Sachs a segretario del Tesoro aveva subito smentito tante declamazioni di Trump contro la globalizzazione).

Orbene, la resistibile ascesa dell’outsider nelle primarie è stata resa possibile, innanzitutto,  proprio da questo humus culturale e ideologico, un comune sentire che non è venuto dall’esterno (non vi è stata l’ennesima invasione degli Hiksos), ma che già era presente nel credo del vecchio partito conservatore; e lo slittamento semantico rilevato nelle orazioni pubbliche di Trump, che ha indirizzato i suoi proclami non ai cittadini degli Usa, ma solamente all’America, cioè ai nativi bianchi (con una serie di corollari che solo in seguito sarebbero stati evidenti), neppure questo è parso estraneo a quella cultura, anche se per molti repubblicani quel riferimento rimaneva sottaciuto o era semplicemente implicito.

Ma il trionfo di Trump alle primarie è stato propiziato anche dalla forma-partito operante negli States, che non è l’organizzazione permanente e strutturata conosciuta nel Novecento in Europa, ma, essenzialmente, un comitato elettorale, la cui funzione è quella di conquistare il potere, assicurare lo spoil  system al vincitore e, grazie a questo, ricompensare successivamente sostenitori e donatori: nel nostro caso, i primi, e con loro le folle plaudenti, avevano stabilito un rapporto sì col partito, ma soprattutto con la figura del candidato; i secondi, mano a mano che Trump sbaragliava i concorrenti interni, hanno superato le iniziali ostilità e puntato, alla fine, convinti, sul cavallo risultato vincente.

Kagan, nel riepilogare questa resistibile ascesa, si è stupito che gli elettori del partito repubblicano abbiano potuto credere «che il governo e la società degli Stati Uniti siano prigionieri dei socialisti, delle minoranze e dei pervertiti», ma non si è chiesto come mai quei votanti, che pure avrebbero dovuto essere animati dalla “virtù repubblicana”, non avessero gli anticorpi in grado di respingere una campagna di falsi di così macroscopica evidenza. Ha invece evocato, a giustificazione dell’accaduto, presunte colpe dei Fondatori «che non avevano previsto il fenomeno Trump», ritenendo che «demagoghi meschini» potevano influenzare i propri Stati, ma non l’intera nazione; ma ha così finito per ignorare, volutamente, le colpe, queste sì vere e attuali, dei dirigenti di quel partito, privi della necessaria consapevolezza e cultura in grado di erigere barriere politiche per fronteggiare, nell’età dei social, umori e spinte eversive, lasciate invece crescere, dapprima al proprio interno, e poi addirittura assecondate.

Dal partito alle istituzioni. Anche qui  Kagan ha chiamato in causa la scarsa lungimiranza dei Fondatori che, stabilita la «separazione dei tre rami del potere», avevano immaginato che ciascun  settore «avrebbe custodito con cura il proprio potere e le proprie prerogative»; previsione anche in questo caso smentita dalla realtà poiché gli eletti repubblicani dovendo prendere posizione sul duplice impeachment di Trump, avevano votato obbedendo al loro capo e sostituendo così «la lealtà di partito» a quella dovuta al Parlamento.

Fenomeno non nuovo questo – e Kagan lo ammette – ma che poco attiene all’adeguatezza o meno delle istituzioni, quanto piuttosto ai comportamenti devianti serbati dagli eletti chiamati a operare al loro interno. Se vogliamo individuare alcune lacune istituzionali, queste vanno cercate altrove, nelle nomine politiche di centinaia di giudici, ivi compresi quelli, spesso decisivi della Corte Suprema o nelle leggi elettorali astruse e barocche, manipolabili a livello dei singoli Stati, che sovente determinano, come nel 2016, la vittoria di chi ha preso il minor numero dei voti popolari. Ma non è certo una responsabilità dell’istituzione parlamentare in quanto tale, se i rappresentanti eletti di un partito decidono di tutelare il loro capo anche a costo di ignorare i fatti e di affermare il falso e quelli dell’altro non hanno la forza e i numeri per opporsi a questa deriva.

Molte delle argomentazioni di Kagan sono dunque opinabili; ma, al di là di questo, gli va dato atto di aver colto con lucidità e senza tanti giri di parole la gravità e l’essenza del fenomeno denunciato: l’ascesa di Trump al potere ha rivelato, infatti, la fragilità delle istituzioni della “più grande democrazia occidentale”, che ha consentito a una persona, conosciuta solo da alcune, sia pur nutrite, schiere di telespettatori, di scalare, in brevissimo tempo, uno dei due storici partiti della nazione, di farsi eleggere alla presidenza degli Stati Uniti, di farsi beffe dei principi dello Stato di diritto durante il suo mandato e di tentare poi, temendo di non essere rieletto, addirittura un colpo di Stato. Su questo punto Kagan è stato categorico: «Il movimento di Trump può non essere iniziato come insurrezione, ma lo è diventato dopo che il suo leader ha affermato di essere stato scippato della propria rielezione. Per i sostenitori di Trump, gli eventi del 6 gennaio non sono stati una débâcle imbarazzante, ma uno sforzo patriottico per salvare la nazione».

Parole gravi, queste, non sottoscritte da un giornalista qualsiasi, ma da uno dei più ascoltati consiglieri del presidente George W. Bush. Una valutazione allarmante, fatta da chi, sulla base dei dati conosciuti nel settembre 2021, riteneva ancora che il 90% di coloro che avevano seguito le milizie private e i suprematisti bianchi nell’assalto al Campidoglio, fossero “persone normali” nella vita quotidiana – «buoni genitori, buoni vicini di casa» – solo resi fanatici nell’occasione. Un giudizio ampiamente riduttivo, questo, che contrasta con quanto già emerso dai primi dati delle indagini svolte dalla Camera americana, secondo cui l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio non è stata una manifestazione pro Trump, poi degenerata, ma il tassello finale di un più ampio piano preordinato per invalidare l’elezione di Biden, organizzato da alcuni fedelissimi di Trump, tra cui Bannon, Select Committee della Camera e Rudy Giuliani, il principale avvocato del presidente.

Ma il discorso di Kagan va oltre, perché non si limita a evidenziare la gravità di quanto successo, ma volge lo sguardo al presente e, soprattutto, al prossimo futuro; e ne trae ulteriori e ancora più gravi elementi di preoccupazione.

L’autore rileva come, a distanza di nove mesi, non solo non ci sia stata alcuna riflessione all’interno del partito repubblicano su quanto accaduto e nessuna critica al leader sconfitto, ma come si sia invece realizzato un ricompattamento generale in vista delle elezioni di mezzo termine del ’22, dato che anche i sette senatori repubblicani che avevano votato per l’impeachment sono rientrati nei ranghi, evitando di associarsi ai democratici per far passare una legge che limiti il potere dei singoli Stati di rovesciare i risultati delle elezioni future (!). E sottolinea come sia in atto nel partito la rimozione di quei funzionari che non si sono prestati a dichiarare il falso sui “brogli” o si siano rifiutati di “trovare” i voti che mancavano a Trump: in tal modo quest’ultimo, se ricandidato, verrà a trovarsi in una condizione migliore di quella avuta in precedenza, anche perché, questa volta, potrà contare, sin dall’inizio, sull’appoggio dei donatori del Gop, dei think tank e di molti giornali d’opinione.

Per conto suo l’ex presidente si sta preparando: e un deputato e finanziere brasiliano, Luiz Philippe d’Orleans- Braganza, ha già raccolto 293 milioni di dollari per finanziare la piattaforma Truth, voluta da Trump per poter diffondere via etere le proprie notizie basate sui “fatti alternativi” nella prossima campagna elettorale; questa , di fatto, è già cominciata e, nelle suppletive del 2 novembre, in Virginia, dove Biden, l’anno prima, aveva sconfitto il suo avversario con dieci punti di vantaggio, oggi il trumpiano Glenn Yougkin è stato eletto governatore, sbaragliando il candidato democratico.

Il quadro è dunque fosco. L’auspicio di Kagan che alcuni deputati e senatori di quel partito riscoprano «la virtù repubblicana» e cooperino con i democratici almeno per le «questioni relative alla Costituzione e alle elezioni […] mettendo da parte le solite battaglie per concentrarsi sulla necessità più indispensabile e immediata di preservare gli Stati Uniti», visto il contesto descritto in precedenza, appare poco realistico. E tuttavia i vari tasselli necessari per la ricandidatura di Trump non sono ancora tutti andati al loro posto; e la conclusione delle indagini della Camera sull’assalto eversivo organizzato dai suoi seguaci, ove le prime indiscrezioni fossero confermate, potrebbe effettivamente ostacolarla; sarà il comportamento che nell’occasione manterranno gli eletti al Parlamento nell’esaminare questo atto insurrezionale la vera cartina di tornasole per comprendere in quale direzione intenda marciare la politica di quel paese.

Print Friendly, PDF & Email
In Il Ponte, Posted on 
Politica
FacebookTwitterCondividi



L’Università è un’azienda!

Negli anni 1989-1990 il movimento della Pantera occupava le facoltà per denunciare l’avvio, con la “riforma Ruberti”, di un processo di privatizzazione e smantellamento dell’università pubblica. Oggi, trascorsi più di trent’anni e altre pessime riforme (fra le quali, le leggi n. 133 del 2008 e n. 240 del 2010, contro le quali si è battuto un altro movimento, l’Onda), quanto allora si prospettava come futuro distopico è diventato realtà.

Di questi giorni è la corsa delle università a bandire borse di dottorato (programma React-Eu, in sintonia con la missione 4 del PNRR, significativamente intitolata “Dalla ricerca all’impresa”), così come posti da ricercatore a tempo determinato, che prestabiliscono i temi di ricerca (green e innovazione, ça va sans dire) e obbligano a svolgere un periodo di tempo fra i sei e i dodici mesi presso un’impresa, pena la revoca della borsa o del contratto. L’ingresso dei privati nell’università si declina come diretta regalia alle imprese, in coerenza con l’orizzonte di un PNRR che eleva proprio l’impresa a soggetto principe e nella prospettiva ordoliberista (al momento nella sua versione “con sussidi statali”) per cui il benessere della società dipende dalla massimizzazione del profitto dei privati. Come se non avessimo una Costituzione che mette al centro la persona E che ragiona di limiti e indirizzi della libertà di iniziativa economica privata per fini sociali (art. 41 Costituzione), che proclama la libertà della scienza e dell’insegnamento (art. 33 Costituzione).

Il processo di aziendalizzazione è duplice: da un lato, l’università si struttura come un’azienda; dall’altro, suo interlocutore privilegiato sono le aziende. La trasformazione muove dal linguaggio (per tutti, i crediti), e pervade la configurazione dell’università, il suo senso, la sua mission, per restare in tema con un termine à la page. La ricerca di base, libera, senza oggetti e indirizzi predeterminati, scompare in favore della ricerca applicata. La disparità di finanziamento, miope fra l’altro nel guardare al futuro (senza ricerca di base non progredisce nemmeno quella applicata, ma, si sa, è l’hic et nunc il tempo del neoliberismo), si traduce in una violazione, oltre che della libertà accademica, della promozione della cultura e della ricerca (art. 9 Costituzione). La canalizzazione in alcuni settori, come prevede il PNRR, e il sistema della progettazione indirizzata, nazionale e europea, introducono dei condizionamenti che vanificano la libertà.

Non solo: restringendo orizzonti, prospettive e alternative, si intaccano le precondizioni del sapere critico e plurale che alimenta il pluralismo e il conflitto quali essenza e humus imprescindibile della democrazia. Conoscenza e pensiero critico sono sostituite dalle nozioni, dalla tecnica, dalle “competenze”, funzionali a una visione, dalla capacità di attrarre risorse e produrre ricerca “redditizia”.

Ancora: l’adesione al paradigma della competitività genera una concorrenza e una graduazione fra le università, segnando la distanza dall’orizzonte costituzionale dell’eguaglianza, formale e sostanziale (art. 3 Costituzione); il modello dell’eccellenza contrasta con il progetto costituzionale di emancipazione, di ciascuno e di tutti. Il diritto allo studio (art. 34 Costituzione) è sotto-finanziato e si tramuta in privilegio per pochi: il discorso costituzionale del merito si trasfigura in una meritocrazia che tende a legittimare le diseguaglianze, occultandone le cause; i divari fra le università sono affrontati con meccanismi premiali – costruiti al contrario di quanto l’eguaglianza sostanziale vorrebbe – che favoriscono le “eccellenze”, in spregio fra l’altro, alle dinamiche positive che l’università può innescare nell’interazione con il territorio e la società.

L’iniezione di fondi con il PNRR (9 miliardi a università e ricerca) non riequilibra il pesante sottofinanziamento dell’università e della ricerca (solo un dato: alla ricerca l’Italia destina lo 0,96% del PIL contro l’1,55% della media dei paesi OCSE) e si situa nel solco di una ricerca “condizionata” e cooptata nella logica aziendalista. L’implementazione dei posti da ricercatore a tempo determinato e il reclutamento prefigurato dal disegno di legge in discussione in Senato (AS n. 2285) ripropongono, inoltre, il dramma di un precariato che non rispetta i canoni di un lavoro dignitoso e non garantisce libertà di ricerca.

È necessaria un’inversione di tendenza, quantitativa, con finanziamenti adeguati dei fondi ordinari e del diritto allo studio (nell’ottica non di un semplice aumento, ma della soddisfazione di un diritto a carattere universale), e qualitativa, per un’università – pubblica – che sia strumento di trasformazione sociale, spazio di pensiero critico dell’esistente e libero nel creare e immaginare alternative, aperto al territorio e alla società. E innanzitutto è necessario rompere il silenzio.

In Volerelaluna, 4.11.2021



Un’italia civile che non esiste piú

di Enzo Collotti

Enzo Collotti è stato uno dei grandi intellettuali del Ponte. Egli stesso ricorda nel numero dedicato a Enzo Enriques Agnoletti (1-2/2014) come «per un decennio, dal 1950 all’inizio degli anni sessanta, sono stato collaboratore abbastanza assiduo del Ponte». E proprio Enzo Enriques Agnoletti lo associò alla preparazione del numero speciale sulla Jugoslavia (1955). «Un’iniziativa nella quale era particolarmente evidente la volontà di superare definitivamente ogni residuo nazionalistico, ma anche la ricerca di soluzioni politiche per la costruzione di un socialismo che era e rimane l’utopia incompiuta del Ponte». E anche quando nel 2012 raccogliemmo in volume tutti gli scritti di Gaetano Salvemini sul Ponte (Il nostro Salvemini. Scritti di Gaetano Salvemini su «Il Ponte») accettò con piacere di farne la presentazione.

In ricordo di quanto egli abbia dato ai nostri lettori riproponiamo la sua presentazione all’opera Il Ponte di Piero Calamandrei (due volumi, 2005 e 2007) in cui il socialismo quale “utopia incompiuta del Ponte” è il motivo dominante contro «uno Stato disarticolato dai conflitti di interessi, dalla confusione tra pubblico e privato e dall’etica dell’interesse del più forte» di fronte a un’opinione pubblica «addormentata e manipolata dall’erogazione di un insensato consumo mediatico, che all’etica della responsabilità del cittadino ha sostituito quella della irresponsabilità del suddito e della delega populistica».

II primo numero del «Ponte» uscì nell’aprile del 1945, quando la liberazione dell’Italia non era ancora realtà ma era già nell’aria. Calamandrei e «Il Ponte» avevano già alle spalle la liberazione di Firenze e le prime esperienze della ricostruzione in un’area regionale che aveva vissuto con pari intensità l’occupazione tedesca, l’arroganza e la prepotenza della Repubblica sociale e i primi passi di un difficile cammino nella riconquistata libertà, sotto gli occhi anche troppo vigili degli alleati e le aspirazioni di autodeterminazione e di autogoverno in cui si esprimevano le istanze e i frutti della Resistenza. Nel panorama delle riviste di allora, il cui pullulare – «L’Acropoli» (1945) di Adolfo Omodeo; «La Nuova Europa» (1944) di Luigi Salvatorelli; «Il Mondo» (1945) di Alessandro Bonsanti; «Mercurio» (1944) di Alba De Cespedes; «Società» (1945) di Ranuccio Bianchi Bandinelli; «Belfagor» (1946) di Luigi Russo – non rappresentò soltanto un momento liberatorio dopo la ventennale oppressione del fascismo ma anche la ricchezza delle istanze e delle voci che volevano concorrere a rinnovare l’Italia e la società italiana, «Il Ponte» si impose subito con una fisionomia inconfondibile. Rivista schierata ma non di partito, sin dalle prime annate, e soprattutto in esse, recò l’impronta inequivocabile e irripetibile del suo fondatore e direttore Piero Calamandrei. Suo fu il testo di Il nostro programma, con il quale si aprì il primo numero, come suoi furono presumibilmente tutti gli altri corsivi che aprivano le diverse annate o i numeri in qualche misura monografici, almeno fin quando egli non fu affiancato nella redazione da Enzo Enriques Agnoletti.

Con «Il Ponte» nacque anche uno stile, una scrittura essenziale ma colta, raffinata, senza inutili orpelli retorici ma precisa, affilata, argomentata, in cui si sposavano le grandi qualità di Calamandrei giurista e avvocato e quelle del Calamandrei letterato. Chi lo ha inteso nelle sue pubbliche arringhe in aule di tribunali o nei suoi discorsi politici in onore della Resistenza o persino in pubblici comizi anche all’aperto riconosce quell’unità di ispirazione che gli consentì di conferire a «Il Ponte» quel timbro particolare che lo rese inconfondibile e insieme autorevole voce fuori dal coro.

A rileggere oggi «Il Ponte» di Calamandrei colpisce in primo luogo l’alto livello di moralità politica che vi si respira. Uscendo dal tunnel del fascismo torna intatta l’aspirazione a fare politica senza infingimenti, senza mascheramenti o compromessi, senza camuffamenti o sotterfugi. Nel faticoso traghettamento dal buio del fascismo alla speranza del rinnovamento, plasticamente simboleggiato dall’omino che valica il ponte e che si lascia alle spalle le rovine della dittatura e della guerra, è sintetizzato il fardello che accompagna i primi passi della nuova democrazia.

Già nella prolusione alla riapertura dell’Università di Firenze, nel settembre del 1944, Calamandrei aveva sottolineato il «fermento di energie nuove» con le quali ci si accingeva alla ricostruzione. E di energie ne occorrevano molte, tante, alla luce di quello che piú tardi definirà «l’immensità del nostro disastro politico». Basterebbe avere presenti le pagine del suo Diario, la registrazione dell’incalzare della crisi del paese tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943 alla luce dei bombardamenti aerei delle città e dell’incapacità e dell’insipienza del regime ad affrontare la situazione, scardinando viceversa ogni residua forza morale e dando al vertice esempi di vigliaccheria, di corruzione, di latrocinio, per comprendere come, al di là degli infausti esiti politici, Calamandrei avvertisse la crescente disgregazione morale e civile del paese. Ed era appunto da lí che bisognava ripartire per dare un avvio veramente nuovo. L’esaltazione che egli farà del sacrificio con il quale il popolo italiano affrontò la Resistenza racchiude una serie profonda di significati tutti riconducibili al motivo del risveglio della coscienza civile, dell’assunzione di responsabilità, del senso di autodeterminazione e di autogoverno, del senso di solidarietà sociale e di partecipazione alla vita collettiva. Quel complesso di valori destinati a costituire il fondamento morale della democrazia.

Quel ponte ideale tra passato e avvenire disegnato sul frontespizio della rivista assumeva un significato programmatico: additava il cammino da percorrere per risalire dalla «disgregazione delle coscienze» all’«unità morale» della nostra società, fondata sulla fiducia nell’uomo, sul rispetto del lavoro, sui valori della solidarietà umana. Al di là della ricostruzione materiale, ciò di cui aveva bisogno l’Italia era ricostituire le premesse morali della convivenza civile, presupposto indispensabile di quella «ricostruzione morale» che avrebbe dovuto coronare la definitiva liberazione dal fascismo e il pieno dispiegamento della democrazia, come trionfo dell’antifascismo.

Nel giugno del 1945 la formazione del governo Parri sembrò incoraggiare le aspettative di un profondo rinnovamento della società italiana, che con spirito profetico Calamandrei e i suoi collaboratori avvertivano dovesse prendere le mosse dall’intimo delle coscienze prima ancora che dalla trasformazione delle istituzioni, cui pure la sensibilità di Calamandrei era così attenta. A rileggere oggi gli scritti che Calamandrei dedicò al momento fondativo costituente e al significato della Costituzione in fieri, in cui la finezza del giurista e la ricchezza non formalistica della dottrina si sposavano con una acutissima sensibilità politica, viene da riflettere su quali riserve di energie che il fascismo non era riuscito a distruggere poteva contare l’Italia alla liberazione: una generazione straordinaria di “anziani” (con i vecchi maestri come Salvemini bisogna ricordare la generazione di mezzo: Calamandrei appunto, ma anche Ernesto Rossi, Jemolo, i Galante Garrone, Rossi Doria) ma anche una pattuglia di piú giovani, da L. Valiani a T. Codignola, a Enriques Agnoletti, a Bobbio, a Barile e Predieri, che si ritroveranno tutti tra i “pontieri”. A sessant’anni da quell’avventura intellettuale prima ancora che politica lo sfascio della Costituzione cui assistiamo oggi e la levatura modesta e mediocre della classe dirigente che governa attualmente questo paese inducono a riflettere sul patrimonio politico e culturale che è stato dilapidato nel sessantennio repubblicano e l’opera di sfiancamento politico e morale che il monopolio centrista del potere aveva realizzato ai danni delle energie vive della società italiana.

Gli entusiasmi e le aspettative del 1945 si raffreddarono rapidamente: le insidie che «Il Ponte» aveva intravisto sin dal suo esordio (come leggere oggi, alla luce delle pulsioni disgregatrici di stampo localistico-populistico, l’auspicio che l’Assemblea costituente non si riunisse a Roma per non subire le ipoteche del «Regno del sud» e degli ambienti favorevoli alla monarchia?) finirono per diventare realtà. Ostacoli e rapporti di forze all’interno e sul piano internazionale frenarono ogni slancio al rinnovamento. Alle grandi conquiste che rimasero a sancire l’eredità della Resistenza – la Repubblica e la Costituzione – mancò il corrispettivo di quel profondo rinnovamento dall’interno che solo avrebbe potuto assicurare la rottura del cordone ombelicale con le sopravvivenze della vecchia Italia. Nessuno tra i “pontieri” avrebbe auspicato rotture rivoluzionarie che potessero mettere in discussione una piattaforma unitaria come quella che era stata collaudata nei Comitati di liberazione; il «compromesso costituzionale», come lo definí lo stesso Calamandrei, che sarebbe scaturito dall’Assemblea costituente, fu esso stesso bloccato nelle sue potenzialità politiche e programmatiche dal gioco di equilibrio tra i partiti, da rapporti di forza che si esaurirono nel piccolo cabotaggio del do ut des e sterilizzarono di fatto la possibilità che da una vera dialettica tra le forze politiche si producessero anche equilibri politici piú avanzati. Le grandi conquiste istituzionali e costituzionali rimasero perciò come la grande cornice esterna, le mura maestre di un edificio dai contenuti non adeguati e non coerenti con quelle esteriori parvenze. La restaurazione non è solo un fatto strisciante.

Nel 1947 Tristano Codignola parla apertamente di spostamento a destra della politica italiana: le sue componenti sono tante. Non era stato soltanto il fallimento dell’epurazione come pure era già stato, e tra i primi sintomi dell’involuzione, ripetutamente denunciato; non era soltanto genericamente la sopravvivenza delle leggi fasciste; né l’invadenza clericale nella scuola, che pure denunciava una rivista come «Il Ponte» cosí decisamente impegnato a sostenere con il rinnovamento della politica anche quello della cultura; né l’uso delle forze di polizia nei conflitti di lavoro e nello scontro sociale come all’epoca delle uccisioni di Modena cui «Il Ponte» dedicò nel febbraio del 1950 uno di quei fulminanti editoriali generalmente dovuti alla penna di Calamandrei (Pena di morte preventiva).

Nella cronaca già dei primi anni dopo la liberazione i sintomi del rinnovamento mancato si cumulavano senza sosta, la Resistenza che aveva restituito l’Italia alla libertà dopo la breve parentesi del governo Parri fu cacciata dal potere e stritolata nelle operazioni di equilibrio e di compromessi di un gioco politico che al di là dei conflitti che ormai disegnavano lo scenario internazionale ricordava molto lo spirito di consorteria dell’Italia prefascista. La classe politica continuava a rimanere sorda all’esigenza di allargamento della partecipazione politica e di dare risposta al sacrosanto dovere di riconoscere i diritti sociali dei ceti popolari. Uno dei fattori in cui la divaricazione tra popolo e Stato ereditata dal passato che avrebbe dovuto essere colmata dalla politica rischiava viceversa di approfondirsi e anche uno dei terreni in cui il dettato costituzionale si rivelava molto piú avanzato rispetto al terreno della politica e su cui si sarebbe misurato il tema cosí caro a Calamandrei della mancata attuazione, per un decennio buono, della Costituzione. Il discorso sulla «democrazia economica» portato avanti da Alberto Bertolino a complemento, integrazione e inveramento della democrazia tout court, che aveva alle spalle Keynes ma anche il liberalismo di Lord Beveridge che aveva alimentato i progetti di Welfare tra gli obiettivi di guerra delle Nazioni Unite, faceva parte a buon diritto di quell’appello ad associare all’affermazione della democrazia la lotta per i diritti sociali che percorre tutte le annate del «Ponte».

Alla fine del 1947 con il fascicolo monografico sulla Crisi della Resistenza «Il Ponte» fissava uno spartiacque nella vita della repubblica ma anche una tappa di una periodizzazione per la sua storia interna. Certificava in un certo senso la conclusione di una fase, che avrebbe trovato tra non molto consacrazione anche letteraria nella fantasia e nella prosa un po’ barocca di L’orologio di Carlo Levi, un altro autore che non a caso illustrò le pagine culturali della rivista. Di fronte agli sviluppi della politica italiana e soprattutto a una pacificazione non piú strisciante ma si direbbe trionfante (come risultava amaramente dalle parole di quell’insigne magistrato che fu Peretti Griva: «Triste bilancio, quindi, quello dell’epurazione. Non formuliamo accuse contro nessuno. Forse è la fatalità umana, tanto piú intensa presso gli italiani, usi, per particolare bontà, ma spesso anche per debolezza d’anirno, a dimenticare ed a perdonare»), che costringeva a tornare a interrogarsi sul senso della Resistenza e a riproporsi, almeno nei meno ottimisti (allora forse tra questi anche Vittorio Foa) il quesito se ne era valsa la pena. Certo, nessuno dei “pontieri” poteva rinnegare i sacrifici fatti e l’investimento di entusiasmo e di impegno che era stato profuso nel periodo breve ma cosí intenso della lotta. Ma dopo la partecipazione con la quale erano state seguite le tappe della prima edificazione repubblicana sino al congedo della Carta costituzionale, la fine del governo Parri e dei governi di unità antifascista, il riemergere dopo l’amnistia con piena evidenza di corposi resti del vecchio regime, di una burocrazia, di una magistratura e di esponenti di una classe politica che si era sperato fossero stati posti in minoranza ed emarginati dal sopravanzare di forze ed energie maturate nel ben diverso clima della Resistenza, imposero come un cambio di marcia.

Oggi sappiamo che l’allarme allora lanciato dal «Ponte» non era frutto precipitoso di una realtà in rapido cambiamento che offuscava la limpidezza e l’onestà dei propositi e soprattutto i confini tra il vecchio e il nuovo; né può essere interpretato – se non altro per la breve distanza di tempo interco­sa tra la liberazione e la fine del 1947 – come semplice nostalgia di un interregno nel quale era sembrato possibile costruire un’Italia su misura dell’antifascismo che con il tempo avrebbe assunto sempre piú i contorni di un’Italia immaginaria. La battaglia per il rinnovamento che era sembrata potesse conoscere anche realizzazioni immediate si spostava in realtà sui tempi lunghi. La funzione di critica politica e di pungolo per l’azione si proiettò verso la costruzione di una cultura politica per il futuro, sull’immediatezza del risultato prevaleva la prospettiva di una pedagogia politica da valere per le generazioni piú giovani.

La fisionomia del «Ponte» trasse un profilo sempre piú pronunciato dalla sensazione che percorse la politica italiana dopo l’approvazione dell’art. 7 della Costituzione grazie all’incontro tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista, che spiazzò i laici del cui fronte faceva parte lo stesso partito socialista, di essere schiacciata dal prepotere clericale. Il dramma dei laici che intendevano sottrarsi alla pressione clericale, ché tale si manifestava il predominio della Democrazia cristiana nell’Italia del 18 aprile 1948 e del pontificato di Pio XII, era che per resistere a questa pressione non potevano fare a meno dell’appoggio dei comunisti, sulla cui affidabilità laica pesavano d’altronde le ambiguità provocate dalla convergenza con i cattolici sull’art. 7 e i sospetti di un eccesso di tatticismo in questioni che per il pensiero laico erano questioni di principio non negoziabili. La funzione di ergersi a rappresentante di una ideale “terza forza” che «Il Ponte» si sarebbe assunto soprattutto per iniziativa di Enriques Agnoletti muoveva certamente anche dal problema del laicismo e incontrava un suo limite proprio nell’impossibilità di fare a meno sotto questo punto di vista dell’apporto dei comunisti. Tra le caratteristiche del «Ponte» vi fu infatti quella di non sbandare mai in alcuna forma di anticomunismo, per forti che potessero essere le critiche al Partito comunista, all’Unione Sovietica e alla concezione stessa del comunismo. Anche in questo atteggiamento i “pontieri” rivelarono pur nel loro afflato idealistico la loro profonda aderenza alla realtà della politica italiana, riconoscendo gli interlocutori per quello che erano, lungi da ogni demonizzazione da “guerra fredda”.

Sicuramente fece parte della relativa presa di distanza dall’attualità immediata per dedicarsi a spazi di approfondimento che consentissero una piú distaccata riflessione il frequente ricorso a numeri monografici o comunque a fascicoli che contenessero un nucleo tematico principale. Essi riflessero la predilezione dei collaboratori del «Ponte» per determinate tematiche e contribuirono anche a meglio focalizzare aree di interessi della rivista. Una ricognizione anche rapida su quei fascicoli monografici ci porta a individuare tra le linee maestre del percorso di «Il Ponte» in primo luogo un viaggio alla scoperta dell’Italia (tra l’altro con i fascicoli su ll Piemonte, agosto-settembre 1949; su La Calabria, settembre-ottobre 1950; su La Sardegna, settembre-ottobre 1951), passando attraverso realtà dure come le istituzioni penitenziarie (nel fascicolo Carceri: esperienze e documenti, marzo 1949) in cui il confronto tra l’esperienza del fascismo e quella della neonata repubblica non poteva che mettere a nudo quanto cammino restava ancora da fare per realizzare quel rinnovamento di istituti e di mentalità senza il quale non si poteva dire che il fascismo fosse stato veramente spazzato via.

In effetti, il problema della resa dei conti con l’eredità del fascismo rimaneva nella diagnosi di «Il Ponte» uno dei nodi centrali non della storia ma della politica italiana. Non a caso a questa problematica fu dedicato un intero fascicolo, Trent’anni dopo, nell’ottobre del 1952, nel trentennale della marcia su Roma, nel cui editoriale (intitolato Per la storia del costume fascista) Calamandrei indicava con minuzia analitica le manifestazioni e i materiali a documentazione delle fonti che sarebbe stato necessario censire e conservare per realizzare una ideale storia del costume fascista. L’urgenza di un simile compito non nasceva soltanto da una preoccupazione di carattere storico, ossia dalla possibilità e probabilità che potessero andare dispersi prima ancora che la memoria li cancellasse anche i reperti materiali, archivi e documenti, su cui quella storia si doveva costruire, ma anche da constatazioni e preoccupazioni di carattere politico. Il richiamo di Calamandrei era rivolto all’attualità del problema che egli poneva. Era il problema della sopravvivenza del vecchio nel nuovo, qualcosa che sembrava connaturato al carattere degli italiani: «Lo sappiamo: – scriveva nell’editoriale – il fascismo, come ordinamento politico, è finito: le sue strutture esterne, le colonne di cartapesta e gli archi di falso antico, lo sappiamo, non torneranno mai piú. La storia – ci ammonisce Benedetto Croce – non fa in modo efficace la caricatura di sé medesima. Ma il costume sotterraneo resta: circola, serpeggia, fermenta: alimenta altre ruberie, incoraggia altre tracotanze, suscita altre oppressioni. E i dominatori, anche se sotto divise meno marziali (e magari, oggi, sotto vesti pie; e domani chissà sotto quali altri travestimenti) sono sempre loro; e le vittime sono sempre le stesse». Anche questo un discorso che ancora una volta stava ad attestare come era mutato il clima a cosí pochi anni dalla liberazione.

L’altro grande filone di interesse che i fascicoli monografici misero in evidenza era l’apertura sul mondo esterno, lo sguardo prevalentemente all’Europa (piú tardi «Il Ponte» avrebbe guardato anche ad altre realtà: a Israele, alla Cina, il fascicolo dedicato alla Cina era nato dal viaggio in Cina alla fine del 1955 dello stesso Calamandrei). In questo sguardo verso l’esterno si incrociavano due diverse istanze, non necessariamente convergenti. Da una parte, il discorso sull’europeisrno,che prese particolare vigore con la partecipazione di Enriques Agnoletti, che ebbe una valenza particolarmente drammatica all’atto dell’adesione al Patto atlantico, in quanto pose il problema della compatibilità tra la costruzione dell’Europa federata e l’alleanza militare con gli Stati Uniti. Dall’altra, la costruzione della democrazia in Italia e la ricerca non di modelli ma di soluzioni al problema del rapporto tra democrazia politica e politiche di Welfare nell’esperienza soprattutto dei paesi nordici, che negli anni quaranta e cinquanta rappresentavano le punte piú avanzate nell’ambito delle democrazie occidentali di realizzazioni di forme di democrazia sociale, secondo quella che era stata e fu sempre una delle aspirazioni fondamentali del «Ponte» e di Calamandrei in particolare.

La pubblicazione alla morte di Klaus Mann del suo saggio su La tragedia spirituale dell’Europa, nell’autunno del 1949, oltre a essere la forma dell’omaggio del «Ponte» al gesto con il quale lo scrittore tedesco denunciava il terrorismo ideologico e la pressione che lo scontro delle potenze nella guerra fredda esercitavano sulla libertà della cultura, esprimeva anche il disagio di quella parte della cultura italiana che aveva rifiutato di schierarsi a favore dell’una o dell’altra superpotenza. Con ciò peraltro non si deve pensare che cosí agendo Calamandrei ed Enriques Agnoletti rappresentassero in tutto e per tutto la posizione dei collaboratori del «Ponte»; essi infatti si assumevano una responsabilità politica che anche autorevoli interlocutori e collaboratori come Salvemini non avrebbero condiviso e del resto non fu certo questa la prima e ultima volta che accadde. Spesso si è attribuito il rifiuto di optare per l’uno o per l’altro dei due imperialismi in lotta, quello americano e quello sovietico, alla ricerca di una astratta formula di terza forza, forzando forse anche il pendant con un possibile schieramento di terza forza anche all’interno della politica italiana.

In realtà il filo rosso che attraversa le pagine del «Ponte» dal suo primo numero è la costruzione di un orizzonte di pace, proprio perché la rivista era nata uscendo dalle rovine della guerra. Il tema delle conseguenze della guerra e delle prospettive di un futuro senza armi di distruzione di massa sotto la risonanza vicina dell’impiego della bomba atomica da una parte e del processo di Norimberga dall’altra, che aveva fatto intravedere la possibilità che con l’avvio di una nuova giustizia internazionale si andasse incontro anche a un nuovo ordinamento giuridico internazionale, come «Il Ponte» aveva auspicato (fra l’altro con l’editoriale su Le leggi di Antigone che Calamandrei scrisse nel 1946 dopo la conclusione del processo di Norimberga), fu oggetto di costante riflessione non in omaggio a un pacifismo di maniera ma nel quadro della priorità da assegnare alle prospettive dell’unità europea. Il no al Patto atlantico che Calamandrei pronunciò in parlamento non derivava soltanto dal timore che una nuova corsa agli armamenti avrebbe schiacciato l’Italia e l’Europa nello scontro frontale tra due schieramenti contrapposti, ma soprattutto dal fatto che anteporre la necessità di aderire al patto significava allontanare il cammino dell’unità europea e impedire quindi che l’Europa potesse assolvere una sua autonoma funzione nella gestione della politica internazionale.

Fu questo sicuramente un tornante importante per la politica italiana e per una politica per l’Europa, poiché una politica europea ancora non esisteva e del resto è dubbio che esista tuttora. Inutile dire con quanta tempestività lo intuisse l‘équipe del «Ponte», sulle cui pagine soprattutto Enriques Agnoletti tornò ripetutamente a spiegare le ragioni del rifiuto del Patto atlantico (e si potrebbe dire dell’atlantismo tout court) anche per il nesso tra politica interna e politica estera che veniva a essere ribadito. Sovrapponendosi al successo elettorale della Democrazia cristiana alle elezioni del 18 aprile 1948 la cristallizzazione dei blocchi che discendeva inevitabilmente dal Patto atlantico avrebbe comportato anche l’ulteriore irrigidimento della politica muro contro muro che si profilava ormai anche sull’orizzonte politico italiano. Indipendentemente dalla sua funzione nella politica militare e internazionale il Patto atlantico si presentava come una sorta di argine e di paravento destinato a bloccare anche ogni tentativo dell’opposizione di modificare gli equilibri politici interni. Erano vivi già allora i sintomi e le preoccupazioni di una paralisi della dialettica e dei meccanismi della democrazia che sarebbero stati messi in evidenza negli anni immediatamente successivi per sfociare nelle elezioni del giugno 1953 e nel tentativo di bloccare la maggioranza nelle posizioni di potere acquisite con la legge-truffa del 1953, che vide praticamente tutto il gruppo del «Ponte» impegnato a partecipare, con le liste di «Unità popolare», alla campagna per impedire che scattasse il premio di maggioranza destinato a creare uno scudo quasi insuperabile intorno alla coalizione centrista guidata dalla Democrazia cristiana. I protagonisti della campagna del 1953 furono buoni profeti, anche se la previsione di spostare l’opinione pubblica italiana e quella parte dell’opinione europea che avrebbe dovuto dare corpo alla «terza forza internazionale europeista» (secondo la definizione di Enriques Agnoletti) non si sarebbe avverata. In questo senso le aspettative che una parte degli scrittori di «Il Ponte» riposero in una svolta decisiva del Partito socialista andarono deluse.

Uno sguardo ai fascicoli monografici dedicati a realtà altre da quella italiana consente di completare il discorso sull’orizzonte internazionale al quale era rivolta l’attenzione della rivista nel quadro già considerato della costruzione dell’Europa. Il primo di questi fascicoli fu quello dedicato a L’esperienza socialista in Inghilterra (maggio-giugno 1952); seguirono Democrazia e Socialismo in Scandinavia, (novembre 1953) e Democraziolandese (luglio-agosto 1954). Ultimo, nell’estate del 1955, il fascicolo sulla Jugoslavia (alla cui redazione fui ,impegnato lavorando con Leo Valiani che richiede due parole a parte. L’esplorazione che i “pontieri” avviarono su esperienze che coniugavano sistema parlamentare e riforme di tipo socialista, democrazia e socialismo, non aveva una astratta funzione conoscitiva, faceva parte della battaglia politica per l’attuazione della democrazia in Italia e per dare all’Europa un modello politico che andasse ben oltre la semplice messa in comune di energie e risorse. La democrazia italiana in formazione doveva guardare alle soluzioni più mature che si stavano realizzando sul nostro continente per superare l’antitesi democrazia-socialismo, come se la democrazia si dovesse identificare unicamente con un sistema parlamentare in un quadro politico che non intaccasse il capitalismo e quindi sostanzialmente conservatore e il socialismo dovesse identificarsi con trasformazioni sociali che negassero il metodo democratico e il sistema parlamentare. L’esempio dell’Inghilterra laburista con le sue estese riforme, il Welfare ma anche le nazionalizzazioni delle industrie di base, stava a dimostrare che superare quell’antitesi era possibile, tanto piú se la democrazia inglese si fosse decisa ad abbandonare “certi egoismi” e a fare partecipi delle sue esperienze anche i popoli europei del continente. Il progetto politico cui pensava «Il Ponte» si trova espresso in questo commento di Calamandrei all’esperienza laburista: «Può darsi che ci illudiamo; ma quando noi pensiamo agli Stati Uniti d’Europa, ci sembra che essi non potranno farsi senza il laburismo inglese: che dovranno farsi col laburismo inglese. Non possiamo pensare a un’Europa unita che non sia anche un’Europa socialista: e ci sembra che la prima isola già emersa dalle acque di questo socialismo europeo ancora tempestoso sia il laburismo inglese, intorno al quale dovrà a poco a poco consolidarsi per aggregazione una comunità europea capace di dare al socialismo una soluzione originale, che salvi e rinnovi i valori della libertà, e della civiltà nata in questo Continente».

Il problema della democrazia si identificava pertanto con la sua capacità di realizzare profonde trasformazioni sociali: «Solo dove la democrazia ha saputo vincere la miseria, – scriverà ancora Calamandrei nel fascicolo sui paesi scandinavi – il popolo ha fiducia nelle istituzioni democratiche ed è pronto a difenderle a prezzo della vita». Calamandrei riecheggiava cosí uno dei messaggi piú forti dell’antifascismo – in particolare, per fare un nome singolarmente congeniale ai collaboratori del «Ponte», la lezione di Silvio Trentin – ma cercava anche la via per uscire dall’immobilismo centrista che minacciava di svilire la riconquistata libertà in Italia.

Soltanto con notevoli forzature sarebbe possibile inserire l’interesse per la Jugoslavia d’oggi (come suonava il titolo del relativo fascicolo monografico) nel contesto cui ho appena accennato. Nei confronti della realtà jugoslava l’esigenza conoscitiva era nettamente prevalente rispetto alla possibilità di usarne il percorso per la costruzione della democrazia in Italia. Certo, anche da essa si poteva trarre la conclusione che, sono parole di Calamandrei dal fascicolo dell’agosto-settembre del 1955, «per ogni sincero democratico questo socialismo jugoslavo che cerca di sfuggire al totalitarismo centralizzato con un sistema originale di autonomie comunitarie decentrate, è un’esperienza degna di studio e di rispetto». Un’esperienza comunque distante dalle premesse teoriche e politiche che avevano guidato l’interesse e l’osservazione di quanto si era mosso e si stava muovendo nelle altre aree europee prese a esempio.

L’esperimento dell’autogestione in Jugoslavia, di cui era allora in corso l’avvio, interessava piú per la novità e per il cuneo che apriva nella sfera dell’influenza sovietica, dalla quale la Jugoslavia si era andata progressivamente distinguendo sul piano internazionale come su quello interno dopo la condanna cominformista del 1948, che per la sua riproducibilità nei sistemi di democrazia occidentale. Alle spalle di capire dove stesse andando la Jugoslavia non vi era soltanto l’ammirazione per ciò che la Resistenza jugoslava aveva fatto di cui dava atto Ferruccio Parri nelle parole di apertura, vi era piuttosto la spinta a voltare pagina nei rapporti tra i due popoli; nella questione di Trieste e della Venezia Giulia «Il Ponte» non aveva mai fatto mistero da quale parte stava, condannando senza riserve i guasti provocati dal fascismo. Ma ora, a quasi un anno dal riavvicinamento alla Jugoslavia che aveva fatto seguito al ritorno all’Italia del cosiddetto “territorio libero” i tempi erano maturi per tornare a proporre il dialogo che le vicende seguite al secondo conflitto mondiale avevano impedito. Come non pensare che in questi propositi riviveva lo spirito dell’antifascismo, ma anche l’eredità che era stata nella battaglia contro l’imperialismo nazionalista che aveva avversato l’affermazione sull’altra sponda dell’Adriatico dell’unione degli slavi del sud di quell’irredentismo democratico ispirato da Salvemini nel quale si era ritrovata la generazione dei Calamandrei?

«Il Ponte» di Calamandrei ha rappresentato una delle voci piú originali e più vigorose dell’Italia del dopoguerra e della ricostruzione, certamente quella che meglio ha operato la trasmissione del messaggio della Resistenza a piú giovani generazioni intellettuali. Indissolubilmente legato alla personalità del suo fondatore, «Il Ponte» è stato anche una fucina di elaborazione culturale, ospitando in un attento equilibrio alcuni tra gli ultimi saggi storici di un maestro come Salvemini, contributi critici all’autoriflessione sulla storia d’Italia da servire alle battaglie del presente e interventi di più giovani collaboratori, alcuni dei quali si affacciarono al pubblicismo politico attraverso le sue pagine. Per questa sua capacità di fondere competenze e generazioni diverse ebbe una sua indiscutibile forza di aggregazione intorno a un nucleo problematico che con una certa semplificazione sintetizzeremmo nella triade: Costituzione, laicismo, europeismo. Le pagine del «Ponte» non sono soltanto lo specchio di una Italia civile che non esiste più., esse racchiudono un patrimonio di idealità, di idee e di valori che, come soleva dire Calamandrei di un dettato costituzionale, dovevano guardare lontano, non fermarsi all’orizzonte dell’immediato. In questo senso il loro messaggio è piú che mai attuale, non perché possano essere oggi riproponibili proposte che erano nate da contingenti occasioni ma perché attuali sono lo spirito e l’ansia di rinnovamento che le ispirarono in un momento in cui in questa sua lunga transizione la società italiana si trova ancora una volta a un bivio tra l’azzeramento dell’esperienza storica e civile scaturita dalla Resistenza e la sua piena riappropriazione per ridare dignità e slancio a una popolo fiaccato da una politica avventurista, a uno Stato disarticolato dai conflitti di interessi, dalla confusione tra pubblico e privato e dall’etica dell’interesse del piú forte, a un’opinione pubblica addormentata e manipolata dall’erogazione di un insensato consumo mediatico, che all’etica della responsabilità del cittadino ha sostituito quella della irresponsabilità del suddito e della delega populistica.

in Il Ponte

Print Friendly, PDF & Email



Per Massimo Jasonni       

di Marcello Rossi

Il nostro lettore, che è lettore attento, si sarà accorto che da alcuni mesi sulla rivista non compaiono più articoli di Massimo Jasonni, un autore che da molti anni ha dato alla rivista contributi di grande intelligenza, sempre attento alla realtà sociale, ma anche fine conoscitore del mondo antico greco e romano. Massimo Jasonni nell’ottobre dello scorso anno è stato colpito da un ictus cerebrale e da allora ha subito le conseguenze che questo evento comporta e dopo nove mesi di difficile sopravvivenza ci ha lasciato.

Di lui, quando ancora non era all’orizzonte un esito così tragico, ha scritto Michele Feo[1] – illustre professore di Letteratura e Filologia medievale e umanistica –, uno di noi che da circa trent’anni collabora con la rivista analizzando con la solita ironia alcune caratteristiche del «Ponte». Ne riproponiamo il testo:

«In una rivista come “Il Ponte”, aristocraticamente arroccata nei templi dell’alta contemplazione dei fulgidi destini e dei naufragi politici dei singoli e delle masse con e senza nome, in una così rarefatta e talvolta sprezzante atmosfera intellettuale, manca da anni la voce delle cose, dei fiori, dei passatempi, della moda, dei bambini e di tutto quanto di inessenziale rende più leggero il peso della vita, di quanto piace a grandi e piccini e pure nel segreto dell’urna può muovere scelte gravi. Manca a tavola una vecchia ospite, povera e dimessa e pure grande nei suoi stracci: è una voce che non si stanca di clamare alle porte chiuse degli affari e delle logiche, e continua a voler dire, in forme sempre più criptiche, verità strane anomali sghembe. È la signora Poesia. Ma le fa onore un suo cavaliere solitario, scrittore, filosofo, giurista, il professore modenese Massimo Jasonni. Eccolo tornare, dopo Kéramos del 2016[2], con Agonismo costituzionale, agonia della politica e altri saggi[3]. Gli scritti di Kéramos erano tutti apparsi sul “Ponte” dal 2007 al 2016, e stavano come dentro un vaso. Riteneva Jasonni, forse con felice intuizione, che Kéramos fosse una figura mitologica: figlio di Dioniso e Arianna, aveva a che fare con l’arte della ceramica. E il vaso, oggetto utile alla raccolta delle acque piovane (non potabili!) e alla conservazione del vino, contenitore di fiori e protagonista di ritualità sacre, propiziava il favore delle divinità “ancorando ciò che è destinato a perire all’idea dell’eterno ritorno inscritto nel ciclo delle stagioni e nei ritorni della natura”[4]. Si potrebbe aggiungere che il vaso è transitato tranquillamente dalla mitologia pagana a quella cristiana ed è diventato vas d’elezione, grembo d’Abramo dove i beati si godono l’eterna pace, e vaso librario dove i nostri grandi attendono in silenzio che noi li interroghiamo. Jasonni ha qui chiamato a raccolta un turbinio di uomini (eroi?): Capitini, Walter Binni, Gadda, il divino Saba, Leopardi, Montale, Calamandrei, La Penna, Eraclito, Esiodo, Parmenide, Orazio, Ovidio, e sempre il suo Heidegger. Non è questo un libro filosofico, ma la filosofia è l’anima nascosta che tiene insieme storia, filologia, diritto, religione, impegno civile, nemesi e pietas. Percorre tutte le pagine come l’acqua che a Friburgo in Brisgovia sgorga dal cuore del cavaliere nel centro della città e attraversa strade piazze e vicoli per tornare al cuore da cui è partita.

Scuola, Costituzione, Europa, letteratura, laicità: è la varietà della vita dell’intera società che passa al filtro lirico di Jasonni. Il quale non procede per principi e sillogismi, ma intreccia ragionamenti stringenti ad aforismi secchi senza appello. Egli ama la mossa di cavallo e il micidiale sinistro. La sua verità non è unica, sistematica e assoluta. A tratti sembra essere la verità, anzi le verità dei poeti, tutte diverse e tutte vere, come è la verità policroma della natura. Se c’è in questa ricerca una fede unificatrice – azzardiamo – è quella della superiorità dell’essere rispetto all’avere.

Ora Jasonni ritorna come quell’ombra che per poco s’era allontanata. Ritorna armato contro il degrado della politica italiana; contro il nichilismo e la “nientificazione etica”; contro la perdita di Memoria e anche – ahi dolore! – contro l’alma mater che ha nutrito educazione e scienza degli italiani, l’università; contro lo sviluppo tecnocratico avulso da umanesimo; contro la deriva relativistica. Jasonni è optime radicato nelle più tenaci fresche e zampillanti sorgenti del pensiero classico. Il mondo “classico”, greco-romano, con le civiltà a esso adiacenti e con la sua fulgida eredità medievale e umanistica, costituisce un tesoro immenso, cui si ricorre sempre utilmente durante le ritornanti crisi di identità di quello che chiamiamo Occidente. Jasonni, all’interno di un gruppo dagli occhi lincei puntati sul presente, è la felice anomalia che ogni volta attraggono la grinzosità della pelle, i gesti sacrali codificati, le radici, la vita oltre la vita delle parole e delle idee, il raggio pallido di Artemide che ogni notte visita ancora, nel silenzio dei boschi, il suo bellissimo vaso che dorme. Come un antico sapiente, egli occupa una torre, dove “pensiero ed essere” sono “vasi comunicanti”.

Anche questi sono articoli già usciti sul “Ponte”: tranne l’ultimo, quello appunto che omaggia la Poesia, facendole dire, contro ogni buona poetologia, messaggi politico-filosofici. Del resto le parti si possono invertire e, verbi gratia, in questi giorni la pensatrice ungherese Ágnes Heller muore lasciando un suo ultimo messaggio ai naviganti, che potrebbe essere un’auctoritas e dice: l’essenza dell’uomo moderno è la libertà, ma egli è in catene[5]. Il che potrebbe corrispondere al pensiero giovanneo tanto caro all’ateo Leopardi: “E gli uomini preferirono le tenebre alla luce” (epigrafe della Ginestra); e forse anche al dubbio di Sebastiano Timpanaro che l’homo sapiens sia capace di comunismo[6].

I poeti sono spesso insopportabili nella loro presunzione di essere giganti incompresi, ma, come scriveva ora uno di loro avvicinandosi al traguardo dell’esistenza, “la poesia […] è la difesa dell’individuo contro tutte le generalizzazioni che cercano di rinchiudere la realtà in un unico universo concettuale. Il suo credo principale è che possiamo raggiungere la verità attraverso l’immaginazione”[7]. Da ciò mi si consenta un salto alla chiusa del libro di Jasonni, che si congeda con tre poesie, dove i gabbiani lasciano il mare e volano disorientati su San Marco di Venezia, dove la bellezza sublime traluce nella notte e fluttuano le onde del tempo.

Ma l’amico Jasonni mi permetterà un dissenso terapeutico: io non credo che il principio ordinatore della società moderna sia il lavoro, ma ritengo irrealisticamente che dovrebbe essere la dignità dell’uomo[8]».

L’ultima fatica di Jasonni, Il garbuglio di Gadda e altri fogli di via (2020), ha una dedica: «a Marcello e agli amici di via Luciano Manara», come dire «a Il Ponte». Questa dedica ci ha commosso e ha confermato la grande amicizia che ci ha legato per tanti anni. Oggi, rileggendola, ci coglie uno smarrimento, come se Massimo avesse avuto un presentimento del fato che incombeva e avesse voluto dedicarci questo suo ultimo lavoro quale summa della sua lunga collaborazione alla rivista. Queste sue opere – mai banali, mai scontate – ci spingono a guardare più indietro e più avanti. Più indietro, perché in esse si ripropongono i valori della classicità greca e latina, del Rinascimento e dell’Illuminismo, cioè i momenti in cui l’arte e la ragione sembravano far scoprire con tutta evidenza quale possa essere l’avventura dell’uomo su questa terra; più avanti, perché dai suoi scritti emana un anelito di speranza che racconta come si possa spendere bene la vita, per sé e per gli altri, fino a che il fato, che egli ha sempre sentito pensosamente vicino, non intervenga drammaticamente.

[1] M. Feo, Uomini in cerca dell’apocalisse, «Campi immaginabili», 2020, nn. 62-63.

[2] Kéramos, Firenze, Il Ponte Editore, 2016, pp. 330.

[3] Firenze, Il Ponte Editore, 2017, pp. 182.

[4] Kéramos cit., p. 7.

[5] «Corriere della sera», 18.08.2019, pp. 34-35.

[6] Il socialismo di Edmondo De Amicis. Lettura del «Primo maggio», Verona, Bertani, 1984, p. 149. Cfr. anche infra, p. 11.

[7] «La lettura», Suppl. del «Corriere della sera», 11.08.2019, p. 22.

[8] Cfr. La dignità dell’uomo e le radici cristiane dell’Europa, «Leonora», I, n. 1 (mar. 2014), pp. 1 e 10-12; e Appunti per la dignità dell’uomo, «Bollettino dell’Accademia degli Euteleti della città di San Miniato», LXXXVI (2019), pp. 77-88.




Partecipazione e distanziamenti

Partecipazione e distanziamenti:
dove vanno il pluralismo, il dissenso e il conflitto sociale?

di
Alessandra Valastro

  1. Rincorse terminologiche e spostamenti di significato

Nel susseguirsi di emergenze che ormai caratterizza il nostro tempo, quest’ultimo periodo verrà ricordato anche per un’ondata di ricadute terminologiche: parole nuove o di altri idiomi che hanno fatto irruzione nel lessico quotidiano, oltre che politico; termini antichi che hanno mutato drasticamente senso e utilizzo; acronimi che si moltiplicano.

Lockdown e distanziamento sono fra i termini protagonisti. L’uso della forma inglese per il primo, in luogo di “confinamento”, ha forse consentito di scongiurare evocazioni sgradevoli a vicende dolorose ancora conficcate nella memoria storica (l’Olocausto fu solo una di queste); mentre l’accostamento degli aggettivi fisico e sociale ha consentito di oscurare altre forme di distanziamento (lavorativo e scolastico), ancor più sgradevoli ma mai espressamente nominate.

Anche smart warking e social network sono protagonisti, di cui si sono lodate le capacità salvifiche durante l’emergenza pandemica. Salvo scoprire, coi mesi che passano, che il lavoro a distanza non è affatto smart e che la socialità promessa dai social non equivale a quella perduta.

Negli acronimi, come DAD, la parola distanza è addirittura eliminata dalla vista e dalla pronuncia, quasi ad anestetizzare il subbuglio emotivo che l’idea del distanziamento fra i più giovani non può non provocare.

Vi sono infine termini antichi, appartenenti tanto al lessico comune quanto a quello giuridico, d’un tratto assurti alla ribalta delle cronache private e pubbliche. Assembramento è tra questi: per i più, è il fatto di una molteplicità di persone che si ritrovano concentrate in un luogo, per le ragioni più varie; per il costituzionalismo è termine addirittura caro alle libertà fondamentali, in quanto modalità di espressione della libertà di riunione e come tale tutelata. Oggi, è termine che inquieta.

Anche partecipazione è parola antica, che tuttavia ha molto a che fare con quelle precedenti: in questo caso a cambiare non è il termine bensì tutto il mondo che gli ruota attorno e di cui la partecipazione dovrebbe essere parte viva.

C’è stato un periodo in cui anche la partecipazione ha lambìto il fascino modernizzante dell’inglese, tanto più promettente –così pareva- in quanto legato all’utilizzo delle nuove tecnologie: e-participation. Ma quelle promesse furono in gran parte disattese: le politiche di e-governance e di e-government avviate alla fine degli anni ’90 mostrarono ben presto le proprie debolezze proprio rispetto alla capacità di avvicinare governanti e governati e di rafforzare le garanzie di effettività della partecipazione; e i surrogati terminologici inglesi scomparvero velocemente.

A non essere scomparse, tuttavia, sono le problematiche di cui quei surrogati e il loro fallimento erano premonitori: si trattava infatti delle prime spie di forme di distanziamento strisciante che andavano diffondendosi, tanto più dannose e ambigue perché contrabbandate per il loro contrario. L’esplosione dei social media sta ampliando ed esasperando la frammentazione della relazionalità e la riarticolazione del rapporto fra vicinanza e distanza, sia tra i privati che fra questi e il pubblico; e l’irrompere delle nuove forme di distanziamento collegate all’emergenza sanitaria rischia di rendere questa esasperazione ancor più dannosa, soffocando le possibilità concrete di una partecipazione effettiva e plurale quale occorre a una democrazia vitale.

Se è vero che partecipare è prendere parte, oggi più che mai torniamo a doverci chiedere: partecipare a che cosa? E soprattutto: partecipare “dove”?

La prima è domanda annosa per chi da tempo si interroga sulle «malattie croniche della partecipazione», come le definiva Bobbio [Bobbio 1971, 82]. Ma essa torna oggi rinnovata in virtù della seconda domanda, che è invece integralmente figlia di questo tempo: partecipare “in presenza” o a “distanza”? O meglio: fisicamente o in assenza? Perché anche il concetto di presenza è ormai ampiamente inquinato (e frainteso) grazie alle presunte magie della connettività.

Porre la dimensione digitale come ampliamento degli spazi tradizionali della partecipazione non basta più. Il digitale non può più essere considerato solo in termini di potenzialità accrescitive rispetto alle modalità tradizionali di esercizio dei diritti. Il digitale, ora più che mai, è anche distanza. E può tradursi in distanziamento, se non addirittura in confinamento. E infine in assenza. Proprio l’opposto del mito che è stato associato ai social media.

L’apparente paradosso di quest’ultima affermazione evapora se sol ci si ricorda che la tecnologia è neutra e che gli effetti da essa prodotti nella società sono determinati dall’uso che se ne fa, e ancor più dalle politiche che dietro le quinte ne muovono i fili.

Dunque, in un’epoca di distanziamenti molteplici, più o meno visibili e variamente motivati, la partecipazione “fisica” è morta? E se non è morta, come si sta trasformando e dove si va spostando? È ancora concepibile la partecipazione quale fulcro emancipante del modello di democrazia sociale disegnato dalla Costituzione italiana?

Le coppie vicinanza/distanza e presenza/assenza segnano dimensioni e confini non mistificabili, perché rivestono un ruolo fondamentale nelle vicende attuative e nelle garanzie di molti diritti, soprattutto sociali e collettivi.

Essere presenti a distanza” è invece espressione che, divenuta fra le più comuni negli ultimi tempi e senz’altro ineccepibile sul piano fenomenologico, appare a dir poco sospetta se riguardata sul piano politico e giuridico. L’uso e abuso che se ne fa su questo piano sembra infatti tradire l’ennesima rincorsa terminologica verso rassicuranti traslazioni di significato, dove la sostanziale assenza si trasforma in semplice distanza, e questa viene contrabbandata come una forma diversa di presenza: con buona pace per le chances concrete di fruibilità di tutte quelle situazioni cui il costituzionalismo del secondo dopoguerra aveva affidato i suoi valori più esigenti, fra i quali «la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese» (art. 3 Cost.).

Vi è più di un motivo, mi pare, per chiedersi se tutto questo debba considerarsi la conseguenza inevitabile e transitoria delle politiche emergenziali o se -al contrario- la tendenza alla normalizzazione dell’emergenza non stia diventando un nuovo strumento di produzione sociale della distanza destinato a soffocare mortalmente quei valori.

 

  1. La partecipazione che tiene in vita la democrazia sociale: pluralismo e solidarietà, dissenso e conflitto

 

Continuare a ricordare l’anima valoriale che sostiene il principio di partecipazione mi pare fondamentale, pena il rischio di offrire il tema alle consuete retoriche bonne à tout faire, con le loro derive demagogiche e antidemocratiche.

Il carattere qualificante di questo principio nel quadro del modello costituzionale italiano deriva dal suo inserimento nell’art. 3, comma 2, in un affiancamento di strumentalità reciproca con il principio di eguaglianza sostanziale. Da questo dato valoriale discende che il principio di partecipazione democratica –quale traduzione concreta e permanente del principio di sovranità- è il prius logico di un’impalcatura concettuale e giuridica in cui tutte le sue diramazioni dovrebbero tenersi in modo coerente: gli istituti partecipativi della democrazia rappresentativa (diritto di voto, diritto di associazione partitica), quelli della democrazia diretta (petizione, iniziativa legislativa, referendum), gli strumenti e le procedure della democrazia partecipativa (consultazione, bilancio partecipativo, dibattito pubblico, ecc.), le forme della partecipazione economica (cooperative di lavoratori, diritto di sciopero, ecc.), i movimenti e le manifestazioni non istituzionalizzati della c.d. partecipazione dal basso.

La apparente genericità che il principio di partecipazione assume nell’art. 3, in quanto non declinato in istituti e garanzie predeterminati, si riempie di contenuto prescrittivo grazie al suo collegamento con l’eguaglianza sostanziale, quale valvola aperta rispetto alle cause storicamente mutevoli della diseguaglianza di fatto e al conseguente necessario e continuo adeguamento delle forme di esercizio della sovranità.

Si tratta pertanto di un principio fondante che è allo stesso tempo obiettivo, strumento e metodo, le cui molteplici declinazioni mirano a mantenere aperte tutte le vie che portano all’inveramento dei valori del sistema democratico: pluralismo, solidarietà e cooperazione, ma anche dissenso e conflitto sociale. Lo dimostra, fra le altre cose, l’uso del termine lavoratori in luogo di quello di cittadini o di individui, a sottolineare (in collegamento con gli artt. 1, 2, 4 e 42-45) il forte radicamento del principio di partecipazione nell’evolvere storico delle condizioni materiali dell’esistenza.

Con l’inserimento del principio di partecipazione nell’art. 3 il Costituente intendeva rispondere alla domanda che la diversa collocazione nell’art. 1, inizialmente prevista, avrebbe lasciato inevasa: prendere parte a che cosa e in che modo? Confrontarsi costantemente con le condizioni che ostacolano la giustizia sociale e la realizzazione effettiva dei bisogni rende il principio di partecipazione estremamente concreto ed esigente: una prospettiva in cui il “pieno sviluppo della persona umana” non è fine in sé ma condizione per realizzare una democrazia socio-economica oltre che politica, emancipante oltre che inclusiva [Atripaldi  1974; Calamandrei  2018; Fichera 1974].

È in questo senso, così fortemente radicato nelle condizioni materiali e non solo formali di realizzazione della democrazia, che il concetto di partecipazione incrocia e intreccia gli assi portanti del costituzionalismo: il rapporto fra autorità e libertà, i modi e le garanzie di esercizio del potere, le condizioni di effettività dei diritti, il conflitto sociale.  

Ed è parimenti in questo senso che tale principio si salda, per un verso, con i due articoli che lo precedono, per altro verso con gli articoli che lo seguono e che completano la Prima Parte della Costituzione.

Da un lato il collegamento con gli artt. 1 e 2 Cost.: il principio di solidarietà viene declinato non a caso nelle stesse tre dimensioni cui è riferito anche il principio di partecipazione (politica, sociale ed economica), a disegnare un sistema in cui la responsabilità solidaristica non può non essere circolare (individuale, collettiva e pubblica); e il principio di sovranità si distacca dalla dimensione meramente formale di status politico per assumere le nervature di una condizione di vita sostanziale e permanente.

Dall’altro lato il collegamento con libertà e diritti che, di là dai singoli ambiti dell’agire umano riconosciuti e tutelati, sarebbero di fatto svuotati di senso se sganciati dall’asse valoriale dei primi tre articoli: diritti che rappresentano le precondizioni della partecipazione -come la manifestazione del pensiero, il pluralismo informativo e l’istruzione-, perché senza conoscenza la partecipazione è appannaggio di pochi e dunque pura retorica; diritti che sono strumento di costruzione della partecipazione -come quelli di riunione e di associazione-, per il ruolo che assume la disponibilità di spazi e tempi di confronto collettivo sui temi che animano il conflitto sociale; diritti che sono obiettivo della partecipazione e cioè sono da questa animati, come lo sciopero o il referendum (nei quali i momenti della manifestazione e del voto sono solo l’approdo finale di processi partecipativi più articolati).

Insomma, se di partecipazione oggi si vuole sensatamente continuare a parlare, questa deve essere considerata il perno vitale di un fitto intreccio di precondizioni, strumenti e obiettivi, la cerniera destinata a definire il quadro fisionomatico di un modello di democrazia sociale, il serbatoio ricolmo di dinamicità e senso critico necessario per la costante messa in discussione del potere.

 

3. Partecipazione, prossimità e spazio fisico: un rapporto necessario tra persona e democrazia

 

In questa prospettiva, vicinanza e prossimità fisica sono precondizioni strutturali di qualunque discorso sulla partecipazione, nelle sue dimensioni sociale, politica ed economica.

Il perseguimento del pieno sviluppo della persona e della giustizia dei rapporti sociali richiede cioè un dosaggio di vicinanza e relazionamento da immettere costantemente negli ingranaggi della rappresentanza: l’attingimento costante a un giacimento di forza sociale, capacità, saperi, conflitto, rapporti di classe attraverso cui alimentare la dialettica democratica, contro l’emarginazione, l’individualizzazione e la subalternità (e dunque la distanza e il distanziamento) che ogni sistema non democratico produce. Tanto nel passato quanto nel tempo attuale.

Del resto basta ampliare lo sguardo per avvedersi di come la “presenza” sia categoria cara alla democrazia: tutta l’evoluzione del costituzionalismo rappresenta la complessa e faticosa emancipazione delle condizioni di presenza della persona nello spazio pubblico, in un dato territorio e in un tempo storico, quale condizione di una sovranità che “appartenga” effettivamente al popolo. E l’intero assetto costituzionale è disseminato di norme che mirano a garantire le opportunità concrete di presenza: nelle istituzioni rappresentative, nella pubblica amministrazione, nei luoghi dell’istruzione, in quelli del lavoro e della produzione economica; e infine in quello spazio più ampio e articolato ove si sfidano quotidianamente le condizioni concrete di dignità dell’esistenza, di articolazione del pluralismo, di espressione del conflitto sociale[1]. Da ciò discende che, di là dal possesso degli status formali della sovranità e della cittadinanza, l’assenza della persona dalle scelte fondamentali della vita economica, sociale e politica del Paese è condizione incompatibile con un ordinamento democratico.

Il concetto di presenza porta con sé quelli di prossimità e di territorio, e la massima attenzione per tutte le garanzie che possano favorire l’espressione della dimensione relazionale dell’individuo in ogni ambito della vita politica, economica e sociale.

Questa esigenza di «relazionamento costante» fra i consociati e fra questi e le istituzioni [Allegretti 2011, 207] aspira, pertanto, ad essere molto di più che mera espressione di singoli diritti: essa è condizione imprescindibile del “pieno sviluppo della persona”, è terreno di espressione del dissenso e delle plurime istanze sociali radicate nei territori.

È allora evidente il ruolo che assumono i modi e i luoghi attraverso i quali pensare, confrontare e agire quelle istanze; e, prima ancora, le possibilità concrete di accedere a quei modi e a quei luoghi. Solo allora potranno prendere forma le articolazioni di una “partecipazione effettiva”, non di facciata o eteroguidata.

È questa la materia pulsante che abita dentro alla maggior parte delle norme costituzionali di riconoscimento dei diritti e delle libertà: dietro le formule espresse che ne definiscono il contenuto e i limiti, essi intendono consentire e garantire indirettamente quei modi e quegli spazi.

Fra questi, una di quelle che stringono l’alleanza più forte con il principio di partecipazione è la libertà di riunione. Vi è infatti, in questo caso, un gioco di doppia strumentalità che ha molto da dire sull’attenzione con cui andrebbero lette le correlazioni fra le garanzie delle libertà e quelle della partecipazione, fra i limiti applicati alle prime e le ricadute sulla seconda.

La libertà di riunione si connota per un intimo rilievo sociale, che peraltro non si esaurisce in un gruppo sociale fine a se stesso (come la famiglia o il partito): «il diritto di riunione contiene sempre l’esplicamento, l’esercizio di un altro diritto di libertà. Esso può essere il modo di esercizio della libertà di opinione e quindi di discussione, delle libertà politiche, della libertà di culto, della libertà personale» [Ranelletti 1908, 540].

Si tratta cioè di una libertà strumentale per l’esercizio di un’attività che presuppone un finale fuori da sé, una ricaduta dentro a un altro diritto; ma che è a sua volta strumentale all’esercizio della partecipazione e alla costruzione delle sue forme.

Ne è conferma la neutralità dei limiti rispetto alle finalità perseguibili, le quali si riferiscono alle sole modalità di svolgimento: “pacificamente e senz’armi”.

E ne è conferma ancor più significativa l’ampiezza delle forme riconosciute dentro alla nozione di riunione, quale genus che la Costituzione tutela a prescindere dalle species attraverso le quali esso prende vita: «non soltanto le riunioni, preavvisabili e non, organizzate o meno (e quindi, gli assembramenti, le assemblee, i comizi, i convegni, i congressi, le rappresentazioni, i trattenimenti, gli spettacoli) rientrano nella previsione costituzionale, ma anche le processioni, le marce, i cortei, le dimostrazioni» [Pace 1977, 153]. Non rilevano né il fatto della previa organizzazione[2] né l’identità statica del luogo del riunirsi: ciò che rileva è soltanto il fisico e contemporaneo raggrupparsi di una pluralità di persone, rispetto al quale l’identità del luogo è trasposta sul piano relazionale della compresenza, della «vicinanza materiale» [Ruotolo 2006; Tarli Barbieri 2006].

Appare allora evidente il ruolo fondamentale che questo diritto assume non soltanto per l’esercizio di singoli altri diritti bensì, più in generale e trasversalmente, per la realizzazione concreta e plurale della partecipazione: di questa, il diritto di riunione è di fatto condizione strutturale.

Incontrarsi, discutere, raccontare esperienze, immaginare possibilità, intravedere visioni comuni, protestare, proporre, progettare, osare: impossibile negare che il riunirsi sia, da sempre, momento decisivo e prodromico di qualunque tentativo di messa in discussione del potere dominante e di proposta di progetti politici alternativi. Seppure affiancata spesso alla libertà di associazione per le evidenti analogie in termini di ricadute democratiche, la libertà di riunione gode non soltanto della libertà dei fini bensì anche di quella delle forme, generatrice di una tensione dinamica che ne fa uno dei diritti più vitali.

È di questa tensione dinamica che ha bisogno di nutrirsi a sua volta la partecipazione: la tensione che produce compresenza, vicinanza materiale, incontro e confronto; la tensione che coinvolge non l’individuo astratto bensì la persona situata.

Non è un caso che la libertà di riunione sia in genere tra le prime ad essere sacrificate nei regimi autoritari e non democratici. Qualunque limitazione apposta a questa libertà al di fuori dell’unico limite previsto, e che dunque la comprima non nel modo di svolgersi bensì sulla base di argomenti soggettivi o finalistici, dovrebbe essere valutata con estrema attenzione, per le ricadute che inevitabilmente esorbitano dal bilanciamento fra i diritti e giungono a colpire il principio partecipativo dell’art. 3 Cost.

 

  1. Partecipazione, distanziamento, “presenza a distanza”: un rapporto ambiguo fra individuo e potere. Nella normalizzazione dell’emergenza nuove forme di produzione sociale della distanza

 

Sebbene la presenza sia categoria privilegiata del costituzionalismo, anche quella del distanziamento può in taluni casi assumere rilevanza giuridica. Molti dei limiti costituzionalmente previsti rispetto all’esercizio delle libertà si traducono, direttamente o indirettamente, in forme di distanziamento di vario tipo e intensità: da quello fisico in senso stretto (ad esempio per ragioni riguardanti la salute collettiva, come nel caso della pandemia da Covid-19) a quello che intacca la più ampia dimensione relazionale e sociale della persona (la detenzione). Ma non è un caso che la Costituzione ponga solide garanzie a presidio dell’applicazione di questi limiti: rispetto alla forma (riserva di legge, talvolta rinforzata o addirittura teleologica, e riserva di giurisdizione); rispetto ai presupposti (solo motivi di carattere generale, come incolumità pubblica e salute, e mai personali salvo il caso della responsabilità penale).

Tuttavia il distanziamento è categoria ben più scivolosa, poiché più spesso “effetto collaterale” di politiche che si spingono tacitamente ben al di là di quanto contemplato dalle previsioni costituzionali sulle garanzie dei limiti alle libertà. Tornano qui in gioco le parole e le loro ambiguità, che sono specchio di ben altre contraddizioni ed elusioni.

Una delle politiche oggi maggiormente “portatrici” di distanziamento è quella emergenziale. O meglio: la politica emergenziale quale è stata intesa negli ultimi anni.

A partire dalla crisi economica, ma con approccio progressivamente esteso a tutti gli ambiti del vivere (ambiente, lavoro, welfare, sanità, ecc.), è andato consolidandosi un concetto di emergenza schiacciato sui dati statici delle crisi e della loro finanziarizzazione, legittimando dinamiche decisionali accentrate e tecnocratiche, alterando il rapporto fra i poteri, svuotando i circuiti democratici della rappresentanza. Ciò, a discapito dei dati diacronici di situazioni che sono in realtà rivelatrici di vulnerabilità, da leggere e governare con una complessità articolata di strumenti e di politiche, dialoganti fra di loro e con i loro destinatari[3].

Questo tipo di politica dell’emergenza si traduce non di rado in compressioni che contrastano con il complesso delle garanzie costituzionali: riserva di legge, democraticità del potere decidente, inviolabilità del nucleo minimo dei diritti fondamentali (a sua volta limite anche della revisione costituzionale), transitorietà e proporzionalità dei limiti, ragionevolezza, sostenibilità, precauzione.

Non solo. Questo tipo di politica dell’emergenza si traduce ancor più spesso in compressioni della partecipazione, liquidata senza troppe premure sulla base dell’urgenza del decidere e/o dei costi non sostenibili. Ma come ho sostenuto più volte altrove si tratta di un mito da sfatare: lo dimostrano le molte esperienze diffuse di segno contrario, che rilanciano le potenzialità ricostruttive della partecipazione solidaristica e collaborativa proprio nei frangenti di maggiori difficoltà socio-economiche; e lo contemplavano già i Costituenti nel connettere partecipazione e giustizia sociale, quali motori emancipanti di comunità che sono sfidate quotidianamente a costruire regole sostenibili per governare il proprio destino.

Le politiche emergenziali degli ultimi anni tendono invece a produrre una pesante forma di distanziamento delle persone dalle decisioni. E questa tendenza appare oggi pesantemente aggravata in occasione dell’emergenza pandemica, che rischia di alimentare distanziamenti ulteriori e ben più duraturi.

Mi limiterò a quattro ambiti di considerazioni, pur consapevole del fatto che ciascuno di essi apre a questioni che meriterebbero ben altra ampiezza di analisi.

  1. A) Con riferimento alla dimensione delle libertà collettive, si pensi per esempio alla sanzione comminata per lo sciopero simbolico di 1 minuto svoltosi il 25 marzo 2020[4], o al Dpcm 17 maggio che ammetteva «lo svolgimento delle manifestazioni pubbliche soltanto in forma statica»: misure come queste, fortemente discutibili perché sostanzialmente intimidatorie o perché generatrici di limiti alle libertà ulteriori rispetto a quelli previsti in Costituzione, rischiano di minare le possibilità concrete di protestare proprio nei confronti delle scelte politiche di governo dell’emergenza; possibilità che sono invece costituzionalmente garantite (artt. 17, 39, 40 Cost.) proprio perché l’espressione del dissenso è indispensabile alla democrazia.

Ma si pensi soprattutto, in una riflessione più ampia e che trascende l’emergenza, alla troppa disinvoltura con cui la compresenza fisica viene ormai considerata surrogabile dalla presenza a distanza. È vero che il web è ormai riconosciuto a tutti gli effetti come “luogo” di esercizio dei diritti, equiparabile a quello fisico in termini di garanzie, anche con specifico riferimento alla libertà di riunione[5]: ma una cosa è l’estensione della tutela a modalità che non prevedono la fisicità ma che gli individui abbiano liberamente scelto; altra cosa è che queste modalità vengano imposte. Come ho ricordato più sopra, la fisicità della compresenza è chiaramente requisito essenziale della libertà di cui all’art. 17 Cost., alla quale solo i titolari della libertà possono decidere di rinunciare (salvo, appunto, che tale rinuncia sia imposta dalla necessità di tutelare altri interessi, secondo i limiti –e solo quelli- previsti dalla Costituzione). Una cosa è considerare il web equiparabile per taluni aspetti allo spazio fisico, altro è considerarlo fungibile d’imperio da parte dei poteri pubblici: il web non può essere scappatoia dalla tassatività dei limiti alle libertà costituzionali e delle forme con cui tali limiti possono essere stabiliti.

Il discorso è assai più ampio e riguarda, non da ora, il grande iato esistente fra il mito delle potenzialità emancipanti della Rete e il livello effettivo di inclusione, relazionamento e partecipazione prodotto dai social network.

L’improvvisa sovraesposizione digitale resa necessaria per far fronte al temporaneo distanziamento fisico imposto dalla pandemia sembra aver spazzato via, come d’incanto, le molte criticità che pure da tempo si lamentano riguardo i rischi, i limiti e i fallimenti delle politiche sul digitale [Valastro 2014]; e l’enfasi posta sulla fungibilità della presenza fisica con quella virtuale e della dimensione social con quella collettiva ha determinato un effetto perverso che mina alla radice le promesse democratizzanti della Rete, trasformandole nel loro contrario. È vero che l’uso dei social media può contribuire ad ampliare gli spazi del pluralismo e del dissenso; ma questo supporto offerto alle espressioni della democrazia dal basso ha un prezzo che in genere si omette di ricordare.

I social media non sono strumenti liberi a disposizione delle libertà, bensì servizi di natura commerciale e come tali tutt’altro che gratuiti, il cui costo elevatissimo è la profilazione delle persone[6]: considerati semplicisticamente come naturale evoluzione di Internet, essi sono in realtà strumenti al servizio di interessi economico-finanziari che ben si saldano con le dinamiche bioeconomiche delle politiche neoliberiste, le quali si nutrono di “capitalismo cognitivo” e di autoimprenditività ma anche -dietro a queste retoriche- di individualismo, di incertezza e di distanziamento. Lo sviluppo dei sistemi di collegamento a distanza presuppone infatti –e appunto- la distanza; e la valorizzazione della socialità nella distanza rischia di divenire un potente e strutturale strumento di produzione di distanziamento sociale, spostandolo in avanti, verso altri territori che prescindono dall’emergenza, generando altre e ben più insidiose forme di distanza, di compressione dei diritti, di controllo [Valastro 2020].

Nel quadro dei fini legati alle libertà collettive, e al rilievo che queste assumono per l’inveramento della democrazia sociale e pluralista, la sostituzione della compresenza fisica con quella virtuale non è affatto indolore, né tantomeno a costo zero. E ciò, tanto più, se le politiche emergenziali spingono per un consolidamento ulteriore di questa sostituzione: ciò che ne deriva, infatti, è la sostanziale stabilizzazione di una forma diffusa e pervasiva di distanziamento sociale, tanto più perniciosa in quanto mascherata con il suo contrario; una desertificazione della compagine sociale in cui il mito della “socializzazione produttiva” delle smart technologies (generato da valutazioni di carattere economico-efficientista) difficilmente può bilanciare i “costi sociali” del loro impiego in termini di isolamento, perdita di autonomia, sfruttamento, danno alla salute, precarizzazione, frammentazione dello spazio pubblico, azzeramento del conflitto sociale.

  1. B) Se l’art. 3 Cost. parla di “partecipazione dei lavoratori”, la seconda considerazione non può che concernere la dimensione del lavoro.

Anche in questo caso un esempio fra tanti: le “Linee guida sul piano organizzativo del lavoro agile (POLA) e indicatori di performance”, approvate nel dicembre 2020 dal Dipartimento della Funzione Pubblica, ove si indica fra gli obiettivi quello di «fornire alcune indicazioni metodologiche per supportare le amministrazioni nel passaggio della modalità di lavoro agile dalla fase emergenziale a quella ordinaria» (corsivo mio). Di nuovo ci si trova di fronte alla stabilizzazione di una misura emergenziale, giustificata con l’opportunità di capitalizzare la grande sperimentazione forzosamente compiuta durante la pandemia in termini di alfabetizzazione tecnologica, di potenzialità produttive, di efficienza. Ma a vantaggio di chi?

L’inversione di prospettiva è evidente: non a caso, la fonte richiamata (il d.l. n. 34/2020, convertito con legge n. 77/2020) è parte integrante del blocco normativo relativo al governo dell’emergenza pandemica, e non di una legge ordinaria di riforma complessiva del mercato del lavoro nel comparto pubblico. Un’inversione talmente macroscopica che emerge in modo palese dalle stesse Linee guida: «l’adozione di questo diverso approccio organizzativo richiederebbe anche un ripensamento complessivo della disciplina del lavoro pubblico. Non sfugge, infatti, che l’attuale disciplina normativa e contrattuale del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche riflette modelli organizzativi basati sulla presenza fisica in ufficio, con la conseguenza che numerosi istituti relativi al trattamento giuridico ed economico non sempre si conciliano con il cambiamento in atto (si pensi, a titolo di esempio, alla disciplina dei permessi, a quella del lavoro straordinario, ecc.) richiedendo un’azione di revisione complessiva da porre in essere con il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali» (corsivo mio).

Come dire: il treno in corsa non può fermarsi né tornare indietro, lo si lasci passare. Dopo penseremo a costruire stazioni, passaggi a livello e semafori.

Ancora una volta, come fu già per le politiche di e-government degli anni ’90, la riconversione tecnologica diviene fine a se stessa anziché strumento di un progetto politico sul governo del lavoro. Si afferma che tra i principi del lavoro “agile” vi è quello del doveroso perseguimento del «benessere del lavoratore», «in una logica win-win» dove «l’amministrazione consegue i propri obiettivi e i lavoratori migliorano il proprio “Work-life balance»; ma di fatto sono le garanzie dei lavoratori ad adeguarsi allo strumento tecnologico, non viceversa.

Che la logica win-win legata allo smart warking sia una retorica pericolosa e in parte mendace lo hanno ampiamente dimostrato i mesi passati, durante i quali l’accentuazione del lavoro a distanza -oltre le misure rese necessarie da esigenze specifiche e puntuali del lavoratore e dell’organizzazione[7]– si è tradotto in forme massicce e insostenibili di rottura dei confini fra spazi e tempi di lavoro e di vita. Né la questione riguarda solo il settore pubblico, aprendo a nuove forme di sfruttamento che aggravano i contesti di precarizzazione[8].

Possono stabilizzarsi in questo modo misure emergenziali di così grande impatto, trasformandole di fatto in riforme strutturali di pezzi importanti del mercato del lavoro?

Ma soprattutto, dietro e oltre al tema delle garanzie dei lavoratori, può svuotarsi così la dimensione collettiva e di spazio politico del lavoro quale luogo di espressione del pluralismo e di costruzione del dissenso?

Il rischio non è soltanto quello di una grave svalutazione del lavoro quale condizione fondamentale di dignità e di emancipazione della persona, ma è anche quello di spezzare il sistema di relazioni che è trait d’union fra democrazia politica e democrazia economica e sociale, che è alla base del conflitto e della lotta di classe, della capacità dei lavoratori di aggregare forza dialogica e potere contrattuale.

Anche per questa via si torna al destino delle libertà collettive e della partecipazione effettiva dei lavoratori alla vita economica, sociale e politica del Paese: esisteranno ancora le possibilità concrete di scioperare? Per giungere al momento finale della manifestazione di protesta occorre incontrarsi, parlarsi, discutere, organizzarsi. Occorre, prima di tutto, conoscersi: aver condiviso disagi, aspettative deluse, bisogni familiari, pause alla macchina del caffè per raccontarsi frammenti di vita, soste all’uscita del luogo di lavoro in cui ci si attarda sulla previsione di altre possibilità. Poi, per mezzo dei social, si può fare il resto.

La narrazione del capitalismo cognitivo e dell’autoimprenditività rischia non soltanto di assorbire le politiche economico-occupazionali entro paradigmi ben lontani da quelli della democrazia sociale, ma di stabilizzare forme di distanziamento sociale ben lontane dalla democrazia tout court.

  1. C) Fra gli spazi collettivi di costruzione delle condizioni di partecipazione vi è di certo quello dell’istruzione.

A fronte degli slanci in avanti di quanti prefigurano il consolidamento dell’uso degli strumenti digitali nella scuola e nell’università, in vista di modalità didattiche più attrattive ed efficienti, più valutabili e competitive, i mesi passati hanno opposto gravi danni in termini di socializzazione dei più giovani, accrescimento delle dipendenze (da alcool, droghe, esposizione a video giochi e social), crescita di forme di violenza, abbandoni scolastici.

Anche in questo caso il tema è assai più ampio e complesso, ma la dimensione relazionale e dello sviluppo evolutivo della persona rispetto al rapporto con i propri simili e con la collettività trova qui un altro snodo cruciale. Anche la scuola e l’università sono spazi collettivi e politici, oltre che di istruzione strettamente intesa, ove prende l’avvio la costruzione di una “cittadinanza interiore” che viene prima e sarà guida della cittadinanza politica. Quella libertà di riunirsi che in passato si è tradotta in assemblee, occupazioni, manifestazioni, rappresentanza, è qui la prima preziosa sperimentazione di una dimensione collettiva che di nuovo richiede compresenza fisica e vicinanze di corpi, di sguardi che i volti nei riquadri delle piattaforme e-learning non possono sostituire.

Già molto si è perso di quei rituali nei quali si scandiva il tempo di un crescere e confrontarsi che, attraverso la scuola, si proiettava su spazi temporali ed esistenziali più ampi: ad esempio l’abbandono del diario, ormai soppiantato da registri e agende elettroniche eterogestite che scandiscono un tempo digitale, ma di cui taluno molto opportunamente ricorda la valenza etico-politica nel consentire un allenamento alla presenza nel proprio tempo, che «si fa coscienza responsabile e cura di un più vasto ordine naturale e aristotelicamente civile» [Iasonni 2020, 119].

V’è da chiedersi quanto altro ci si potrà permettere in termini di sgretolamento delle relazioni e della vicinanza fisica nelle fasi evolutive dell’esistenza, con cosa si potrà contrabbandare lo sviluppo “pieno” della persona voluto dall’art. 3 Cost. [Barbati 2020; Calvano 2020].

  1. D) La “partecipazione dei lavoratori” rimanda infine alla dimensione economica.

Se molte piccole attività commerciali falliscono mentre Amazon e altri giganti della Rete moltiplicano i profitti (peraltro grazie a una mole ingente e sommersa di lavoro sottopagato), al danno economico e occupazionale si aggiunge quello dell’ulteriore svuotamento degli spazi di prossimità e di contatto sociale. Lo spostamento crescente di gran parte degli acquisti di beni e servizi verso le piattaforme digitali produce una ennesima forma di distanziamento sociale, poiché erode di fatto una rete di luoghi ove il commercio è anche relazione e incontro in quanto legato a territori e comunità, culture, identità, memorie.

Anche in questo caso, la lettura del dato statico della crisi economica e la conseguente finanziarizzazione dei diritti produce misure miopi rispetto allo sfondo più ampio delle condizioni materiali che influiscono sulla partecipazione effettiva alla vita del Paese. Ed anche in questo caso la stabilizzazione di misure emergenziali (come i sussidi una tantum), in luogo del contrasto allo svuotamento del commercio di prossimità come spazio di vita, sembra mirato più a «calmierare il conflitto sociale» che a rilanciare le espressioni di un’autentica democrazia economica [Algostino 2020, 298].

Ebbene, tutte le forme di distanziamento emerse in questi esempi sono colpi gravissimi inferti non soltanto a singoli diritti ma anche, per il tramite di questi, ai presupposti, alle condizioni fattuali, ai modi, ai luoghi, agli obiettivi della partecipazione: in una parola, al senso ultimo e più profondo di questa, l’unico senso cui è legittimo riferirsi alla luce dell’art. 3 Cost.

Di là dai bilanciamenti fra diritti che si rendono necessari nei momenti di emergenza, emerge cioè una poco rassicurante terra di mezzo ove albergano distanziamenti molteplici e subdoli: fenomeni prodotti da misure che, se per un verso non rappresentano più politiche emergenziali in senso stretto, d’altro canto non appaiono riconducibili neppure a politiche del lungo periodo per tempi di non emergenza. Si tratta piuttosto di politiche di stabilizzazione nel lungo periodo delle logiche e degli strumenti emergenziali: cosa ben diversa, poiché un conto è valutare e correggere costantemente il tiro delle politiche, altro è cristallizzare gli strumenti emergenziali in un dopo che non può in tal modo evolvere ed emanciparsi dall’emergenza.

Il fatto è che la normalizzazione dell’emergenza, legata a orizzonti di paura e incertezza, è da sempre strategia cara alle politiche del controllo[9]: da sintomi di patologie del sistema democratico, distanza e distanziamento assurgono a strumenti fisiologici di governo delle vite, agevolati dalla dinamica naturalmente frammentante delle logiche emergenziali. Quando poi queste ultime si saldano con tecnocrazia, finanziarizzazione delle fragilità, rottura della dimensione territoriale dei diritti e potere digitale, l’abbraccio che ne deriva è mortale; e la «dialettica della libertà» si riduce a recinto ove il cittadino (rectius il cliente, l’utente, il consumatore, il debitore, ecc.) «è il nuovo detenuto» [Rimoli 2020, 8].

L’emergenza è insomma dispositivo da sempre funzionale all’estromissione delle persone dalla scena pubblica e al consolidamento di un decisionismo accentrato, autoritario, tecnocratico.

Diciamolo. Distanziamento e confinamento sono espressioni che sembravano consegnate a un tempo buio della storia: quello degli esperimenti di ingegneria sociale condotti dal nazismo nei confronti degli ebrei, culminati nell’eliminazione fisica ma in realtà costruiti a partire da forme articolate e misure crescenti di distanziamento sociale.

Una realtà profondamente diversa, si dirà. Con ragioni e obiettivi altrettanto diversi.

Eppure non manca chi ritiene che fenomeni come quello dell’Olocausto siano tutt’altro che isolati: non deviazioni irripetibili della Storia bensì particolari combinazioni di dimensioni della modernità, che ben possono ripetersi seppure con forme e modalità diverse. In effetti basta guardarsi attorno per scorgere ancora oggi, sempre vive e striscianti, le tentazioni del confinamento: una fra tante, la vicenda dei centri di permanenza temporanea per i migranti clandestini, in quella prima disciplina che li vide come luoghi di sostanziale deportazione più che di accoglienza, e di grave lesione dei diritti fondamentali e della dignità, come ebbe poi a riconoscere la Corte costituzionale[10].

Il celebre esperimento di psicologia sociale condotto da Stanley Milgram nel 1961 aveva drammaticamente dimostrato proprio questo: la relazione che esiste fra distanziamento sociale, autorità e autoritarismo. Con l’accrescersi del primo diminuisce progressivamente la capacità di percepire le conseguenze dannose di regole o comandi ingiusti, e quindi la capacità di interrompere la sequenza di azioni ingiuste, di reagire, di dire no.

Ciò che colpisce delle argomentazioni che negano l’unicità e l’irripetibilità di fenomeni come l’Olocausto è l’indicazione delle sue dinamiche portanti: la tecnicizzazione e specializzazione delle competenze in chiave di efficienza, che consente di scindere il processo psicologico della razionalità del decisore dalla razionalità delle conseguenze oggettive dell’azione; la conseguente sostituzione dell’efficienza alla moralità dell’azione, e della responsabilità tecnica a quella morale.

Vi è sempre un progetto di “ordine” alla base del potere dominante: ieri “liberarsi degli ebrei”, oggi ripristinare presunte normalità dopo lo scompiglio delle emergenze e delle crisi. Ma una volta posto il progetto, come ricorda Bauman, questo conferisce alle azioni conseguenti la loro legittimazione, la burocrazia tecnocratica gli offre il veicolo, e la paralisi della società gli dà il segnale di “via libera” [Bauman 2010, 162]. Possono così prodursi azioni che sono funzionali ed efficienti rispetto agli scopi del grande progetto anche se in stridente contrasto con gli interessi vitali dei soggetti coinvolti.

L’effetto perverso di questa dinamica è la rottura di quella componente costitutiva di ogni condotta etica che è il legame fra responsabilità e prossimità: la prima viene di fatto erosa (o messa a tacere) quando si erode la prossimità; e ciò innesca processi di trasformazione che sono di fatto processi di separazione sociale, generatori di indifferenza e invisibilità, e di più facile manipolabilità del rapporto fra mezzi e fini.

L’aderenza di queste considerazioni al tempo attuale è sconcertante, poiché getta una luce ancora più sinistra sull’abbraccio perverso esistente tra elementi che appaiono ancora gli stessi: efficienza, spoliticizzazione e tecnicizzazione delle competenze, distanziamenti sociali, paura. A questi si aggiungono oggi il potere finanziario e quello digitale.

La finanziarizzazione delle crisi e dei diritti e le nuove forme di distanziamento sociale oggi fornite a buon mercato dai media digitali si saldano con l’autoritarietà continuamente chiamata in causa dalle politiche dell’emergenza. E il passo verso forme di rinnovato totalitarismo è breve, se è vero che questo altro non è che un potere sollecitato dalle paure che esso stesso genera, che costruisce i propri strumenti di governo sulla promessa di efficacia anziché sulla richiesta di legittimazione, che non produce più libertà ma si esercita in sue continue limitazioni [Arendt  2008; Nussbaum 2018].

Questa ambiguità nel modo del potere dominante di maneggiare obiettivi e strumenti del distanziamento ha inevitabili ricadute nella vita concreta dei diritti fondamentali: accentuazione delle garanzie formali dei diritti a discapito di quelle sostanziali; sovrarappresentazione dei diritti civili a discapito di quelli sociali e politici; svuotamento dei luoghi della partecipazione effettiva, della espressione del pluralismo e del conflitto sociale.

E così, mentre i diritti civili conquistano terreno in carte generose di riconoscimenti (consolazione dell’individuo), i diritti sociali languono e agonizzano nei luoghi dove la partecipazione a distanza non arriva (sacrificio della persona), dove occorre lottare insieme per affrancarsi dall’ingiustizia sociale.

Si contrabbanda bios per zoè. Il riduzionismo della complessità umana, a cominciare dai corpi «dissolti nella virtualità», è il prodotto della «razionalità neoliberale che spinge l’idea di libertà fino al dissolvimento dei limiti posti dalla biologia» [Pitch 2020, 7].

 

  1. La fatica del dissenso e le metamorfosi della partecipazione: nell’«alleanza dei corpi» una via irrinunciabile per la democrazia sociale

Aver richiamato l’Olocausto può apparire azzardato. Eppure quella vicenda ancora oggi mette in guardia su ciò di cui è capace la moderna tendenza alla razionalizzazione e all’ingegneria sociale se non viene controllata e mitigata. Difficile non ritenere, ancora con Bauman, che «ogni aggressione al pluralismo sociale e culturale e alle possibilità di una sua espressione politica, ogni passo verso l’indebolimento delle basi sociali della democrazia politica rende un po’ più realizzabile un disastro sociale di dimensioni analoghe a quelle dell’Olocausto» [Bauman ivi, 163].

Nel suo collegamento con l’eguaglianza sostanziale e la giustizia sociale, il principio di partecipazione intendeva essere lo snodo delle molteplici forme di espressione di quel pluralismo, quali strumenti di esercizio della sovranità ma anche di una costante vigilanza democratica.

Ma se ciò è vero, che dire del destino della partecipazione a fronte dei nuovi distanziamenti dai quali sono oggi accerchiate l’autonomia e i diritti delle persone? La figura claudicante cui hanno dato luogo le altalenanti vicende della partecipazione deve considerarsi una volta per tutte defunta?

Eppure di partecipazione si continua a parlare, sempre invocando valori lato sensu democratici anche se con le esperienze e gli esiti più vari.

Si tratta evidentemente di un riferimento ineludibile per qualunque aspirazione ad assetti democratici: un riferimento di tipo concettuale e valoriale prima ancora che politico e giuridico, espressione di un bisogno esistenziale e sociale prima ancora che manifestazione di sovranità politica.

Il fatto è che la partecipazione è dura a morire, proprio perché legata alle spinte dell’umano. Nei fatti, la pluralità esiste: altra cosa è se e come essa riesca ad esprimersi e a trasformarsi in pluralismo. Ugualmente, nei fatti il dissenso esiste: altra cosa è se e come esso riesca a manifestarsi.

Non credo al ritratto sprezzante e cinico di un popolo supino, inconsapevole, che ubbidisce senza reagire. In parte è vero, la paura e lo spaesamento da sempre favoriscono dinamiche di asservimento e rassegnazione. Ma si tratta di un ritratto riduttivo e parziale, tanto più dannoso quando maneggiato semplicisticamente da chi contesta l’autoritarismo antidemocratico del governo neoliberale, perchè fornisce argomenti pericolosamente funzionali alle politiche del controllo che pure si vorrebbero combattere.

In realtà, il controcanto della retorica del “re nudo” è oggi l’esistenza di un orizzonte popolato da forme di partecipazione che vanno spostandosi e mutando pelle: un arcipelago mutevole composto da isole di vera e propria resistenza umana e collettiva, da persone che fanno, che si ritrovano, che inventano, e che nel farlo tengono a distanza il veleno deleterio del cinismo e del senso di sconfitta. Persone tutt’altro che illuse o ignare della realtà, che indossano la sovranità non come rivendicazione fine a se stessa ma come veste concreta, di certo imperfetta ma pur sempre reale. E come tale la agiscono. E vivono, senza chiederla, la presenza che quella sovranità pur ammaccata porta con sé.

A fronte delle bardature proceduralistiche della partecipazione cara al sistema neoliberale, troppo spesso disinnescata in consultazioni dal sapore individualistico e polarizzante (tanto più se online), si stanno facendo strada altre forme che mostrano di voler recuperare i modi, i tempi e i luoghi del pluralismo sociale e collettivo.

Da un lato vi sono le forme di partecipazione che in vario modo mettono in atto il paradigma solidaristico, in una prospettiva di “sovranità praticata” che ricongiunge il principio partecipativo con quelli di cooperazione e di sussidiarietà orizzontale. Rigenerazione urbana e riqualificazione dei luoghi, cura e produzione di beni comuni, patti di collaborazione, amministrazione condivisa, imprese di comunità, economia circolare, co-progettazione, narrazione di comunità: una realtà diffusa fatta di alleanze, multiformi e innumerevoli, che quotidianamente si misurano con l’ordine che le sovrasta costruendo le trame di un’altra politica; esperienze che arrivano anche a produrre nuova giuridicità, ossia ad influenzare il ripensamento di categorie giuridiche, istituti, garanzie[11].

Dall’altro lato vi sono le forme di partecipazione che, al di fuori di qualsivoglia istituzionalizzazione, ricongiungono il principio partecipativo ai valori del dissenso, del conflitto, della protesta. Si tratta dei movimenti e delle forme di c.d. democrazia dal passo, così definite a sottolinearne la specificità rispetto agli istituti della democrazia partecipativa, della democrazia diretta e della sussidiarietà orizzontale. I movimenti territoriali veicolano «una conflittualità “nuova”», ove la protesta si coniuga con la proposta e la rivendicazione di modelli alternativi di società rispetto a quello dominante; «contrappongono socialità e condivisione all’individualizzazione e alla frammentazione competitiva del mercato…, propongono e sperimentano nuovi modi di intendere la democrazia…, rappresentano in modo nuovo rispetto alle contrapposizioni dei partiti novecenteschi il conflitto sociale» [Algostino 2018, 41].

Questi due fenomeni, apparentemente diversi, sono in realtà fortemente complementari perché convergono nel ricongiungere la dimensione partecipativa con quelle della solidarietà e del dissenso, quali elementi portanti della democrazia sociale.

Si tratta di forme di partecipazione che hanno in comune la compresenza fisica e gli spazi collettivi, e che assumono l’interdipendenza e le relazioni come nucleo costitutivo e ineludibile dell’essere umano [Pitch ivi, 7]: una concezione della libertà e dell’autotomia contrastante con quella individualizzante della razionalità neoliberale, in quanto fondata sulla «responsabilità “per” (piuttosto che “di”)», che ne fa gli avamposti di una vera e propria «resistenza costituzionale» [Preterossi 2007][12].

Emergono così le coordinate di una mappa parallela a quella dei racconti ufficiali, basata sulla presenza anziché sull’assenza, sull’agire anziché sul subire, sulle spinte riappropriative della resistenza anziché su quelle pericolosamente adattive della più nota (e abusata) resilienza, sui paradigmi più esigenti della democrazia sociale anziché su quelli fragili della democrazia liberale (e delle sue derive neoliberiste).

Del resto non deve stupire che i principi della democrazia sociale rendano la Costituzione naturale «compagna» delle forme di partecipazione e di azione politica che si realizzano al di fuori della rappresentanza [Algostino 2018, 130]:  sia la dimensione costituzionale che quella dell’esistenza hanno a che fare con l’esperienza della vulnerabilità e il bisogno di un diritto «incarnato» [Grossi 2017, 53].

E tuttavia, i due versanti esistono e coesistono: quello degli spazi collettivi svuotati e della partecipazione soffocata entro recinti dove la presenza è illusoria e manipolabile; quello del pluralismo sociale che si riappropria della partecipazione fisica e vitale, della capacità di dissenso e di cooperazione solidale.

Sarebbe un errore considerare questi due mondi come realtà separate che procedono in parallelo: al contrario, il destino delle “nuove” forme di partecipazione è pesantemente influenzato dalla tenacia prensile e pervasiva degli ostacoli che da sempre -e tanto più oggi- affliggono la partecipazione più tradizionale, e che non paiono destinati a dissolversi facilmente.

Per un verso, la partecipazione “effettiva” mostra di traslocare sempre più massicciamente negli spazi del privato/sociale e del pubblico/istituzionale di livello locale; mentre diserta gli spazi del politico/istituzionale/finanziario di livello nazionale e sovranazionale. Di nuovo un confinamento, dunque? Una partecipazione figlia di un Dio minore, disinnescata negli angoli meno scomodi?

Per altro verso, se un ridisegnamento degli ambiti spaziali della partecipazione è certamente in atto, questo è anche il fulcro e l’oggetto della sua esplicita rivendicazione: lo spazio, i luoghi, e con essi l’abitare, fatto non solo di contenitori ma di regole sostenibili e dignitose di governo delle vite; un processo di riterritorializzazione dei diritti nel quale la partecipazione si riappropria delle libertà collettive, resiste e si rinnova negli spazi di compresenza fisica [Capone 2020].

Ma, ancora, questi luoghi sono gli stessi su cui si abbattono le nuove forme di distanziamento sociale che ho ricordato. E la partecipazione si ritrova sempre più spesso inscenata da individui dimezzati, sospesi nella stessa giornata fra smart working e beni comuni, dad e cooperazione, valutazioni efficientistiche e protesta.

In questa tensione incessante fra l’istinto di presenza e i tentacoli dei distanziamenti, la partecipazione torna a rivelare la propria anima resistenziale e di presidio democratico. Quale struttura portante di una Costituzione figlia della Resistenza [Rodotà 2017], la partecipazione è innanzitutto difesa della presenza e delle possibilità di espressione delle specificità dell’umano, è connettersi costantemente con le grandi domande, è movimento incessante verso un oltre, un orizzonte; è audacia e visionarietà, come diceva Zambrano, cioè capacità di avere una visione e di popolarla. Ed è soglia di uno spazio fisico e collettivo che nessuna emergenza né spazio virtuale possono dissolvere.

Se la Rete e i social media possono essere spazi di diffusione di contro-narrazioni che consentono di reagire all’invisibilità, lo spazio esterno al web rimane luogo insostituibile di resistenza “fisica” affidata a pratiche di presenza e compresenza, luogo della prossimità che viene opposta ai paradigmi distanzianti delle narrazioni dominanti, luogo del dissenso che può tradursi in «alleanze di corpi» per un «agire di concerto» [Butler ivi, 20] che mette in atto visioni e progettualità politiche diverse.

In questo orizzonte, in cui il bisogno di compresenza fisica non è affatto morto ma si sposta, opponendosi ai distanziamenti e all’invisibilità, può ravvisarsi in controluce la silhouette di una partecipazione dal corpo sfigurato e diseguale, che in talune parti mostra i segni di una nècrosi galoppante e in altre va reincarnandosi in forme diverse: pulsioni di una dimensione corale che rappresenta l’anima più vera ed esigente della partecipazione cara al costituzionalismo emancipante, che stancamente va oltre, disperde le braci di ciò che è defunto, chiede testardamente altre parole.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Arendt, H.

2008, Sulla violenza (1970), Guanda, Parma, 2008

 

Algostino, A.

2020, COVID-19: stato di emergenza, diritti e conflitto sociale, in A. Ciattini, M.A. Pirrone (a cura di), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo, PM Edizioni, Torino, pp. 298-301

 

Algostino, A.

2018, Settant’anni di “uso” della Costituzione: da patto sociale e progetto alternativo? Brevi note per un contributo al seminario di costituzionalismo.it, Costituzionalismo.it, n. 2, pp. 123-133

 

Algostino, A.

2018, I movimenti territoriali: una nuova manifestazione del conflitto sociale?, Parolechiave, n. 60, pp. 35-47

 

Allegretti, U.

2011, Modelli di partecipazione e governance territoriale. Prospettive per i processi partecipativi nei comuni “dopo” le circoscrizioni, Ist. del federalismo, n. 2, pp. 193-214

 

Atripaldi, V.

1974, Contributo alla definizione del concetto di partecipazione nell’art. 3 Cost., in Aa.Vv., Strutture di potere, democrazia e partecipazione, ESI, Napoli, pp. 11-28

 

Barbati, C.

2020, Le università “alla prova” della transizione digitale, Costituzionalismo.it, n. 3, pp. 82-102

 

Bauman, Z.

2010, Modernità e Olocausto, Il Mulino, Bologna

 

Butler, J.

2017, L’alleanza dei corpi, Nottetempo, Milano

 

Bobbio, N.

1971, Crisi di partecipazione in che senso?, in R. Orecchia (a cura di), Rapporto tra diritto e morale nella coscienza giuridica contemporanea. Il problema della partecipazione politica nella società industriale, Giuffrè, Milano, pp. 82-103

 

Calamandrei, P.

2018, L’avvenire dei diritti di libertà (1975), Galaad, Gorgonzola (MI)

 

Calvano, R.

2020, L’istruzione, il covid-19 e le diseguaglianze,  Costituzionalismo.it, n. 3, pp. 57-86

 

Capone, N.

2020, Lo spazio e la norma. Per una ecologia politica del diritto, Ombre Corte, Verona

 

D’Acunto, S.

2020, “Sorry, we tricked you”. Ken Loach e le promesse tradite del neoliberismo, Costituzionalismo.it, n. 1, pp. 53-59

 

Fichera, F.

1974, Spunti tematici intorno al nesso tra principi di eguaglianza e di partecipazione di cui all’art. 3, 2° comma, della Costituzione, in AA.VV., Strutture di potere, democrazia e partecipazione, ESI, Napoli, pp. 29-51

 

Grossi, P.

2017, L’invenzione del diritto, Laterza, Roma-Bari

 

Iasonni, M.

2020, Diario addio, Il Ponte, n. 6, pp. 118-120

 

Masrocci P.

2020, Lo spazio digitale dei lavori parlamentari e l’emergenza sanitaria Covid, in Liber amicorum per Pasquale Costanzo, Diritto costituzionale in trasformazione, vol. II – Il diritto pubblico della pandemia, Consultaonline, www.giurcost.org

 

Nussbaum, M.

2018, The Monarchy of Fear. A Philosopher Looks at Our Political Crisis, Simon & Schuster, New York

 

Pace, A.

1977, Commento art. 17, in Commentario della Costituzione a cura di G. Branca, Zanichelli, Bologna – Roma, pp. 145-190

 

Pitch, T.

2020, Riflessioni dalla pandemia, Costituzionalismo.it., n. 2, pp. 1-10

 

Preterossi, G.

2007, Residui, persistenze e illusioni: il fallimento politico del globalismo, Scienza&Politica, n. 57, pp. 105-126

 

Ranelletti, O.

1908, La polizia di sicurezza, in Primo Trattato completo di diritto amministrativo italiano, a cura di V.E Orlando, vol. IV, parte 1, S.E.L., Milano, pp. 205-1256

 

Rimoli, F.

2020, Democrazia, populismo digitale e “neointermediazione” politica: i rischi del cittadino telematico, in Liber amicorum per Pasquale Costanzo, Consultaonline, www.giurcost.org

 

Rodotà, S.

2017, Costituzione “figlia” della Resistenza, in www.hyperpolis.it, 26 giugno

 

Ruotolo, M.

2006, La libertà di riunione e di associazione, in R. Nania e P. Ridola (a cura di), I diritti costituzionali, Giappichelli, Torino, pp. 677-726

 

Tarli Barbieri, G.

2006, Commento art. 17, inR. Bifulco, A. Celotto, M. Olivetti (a cura di), Commentario della Costituzione, vol. I, Utet, Milano, pp. 383-403

 

Valastro, A.

2014, Internet e strumenti partecipativi nel rapporto fra privati e amministrazioni, in P. Passaglia – M. Nisticò (a cura di), Internet e Costituzione, Giappichelli, Pisa, pp. 245-262

 

Valastro, A.

2020, Internet e social media prima e dopo il Coronavirus: fraintendimenti e deviazioni che tradiscono la democrazia sociale, in Liber amicorum per Pasquale Costanzo, Diritto costituzionale in trasformazione, vol. I – Costituzionalismo, reti e intelligenza artificiale, Consultaonline, www.giurcost.org

 

[1] V. ad esempio l’art. 36 Cost., che riconosce il diritto del lavoratore ad una retribuzione non solo “proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto” ma commisurata ai parametri più esigenti di una esistenza libera e dignitosa.

[2] La mancata organizzazione preventiva incide soltanto sulla possibilità del preavviso senza far cadere la garanzia costituzionale.

[3] Si veda per tutti il caso della ricostruzione post terremoto aquilano del 2009, caratterizzatosi per una grave violazione costituzionale non solo dei diritti di partecipazione delle popolazioni coinvolte ma anche delle competenze territoriali locali, di recente ribadite dal nuovo Codice di Protezione Civile.

[4] Alla base della protesta, avviata dalla Confederazione nazionale dell’Unione Sindacale di Base, la preoccupazione per la salute e la sicurezza dei lavoratori rispetto alla scelta del Governo di mantenere aperti e funzionanti le aziende e gli uffici non essenziali ai fini del contrasto all’espandersi della pandemia.

[5] Cfr. in particolare Cass. Pen., sez. I, 12 settembre 2014, n. 375961, che ha definito Facebook come «luogo aperto al pubblico».

[6] Su questi profili si rinvia al saggio di M. Pietrangelo, in questo numero della rivista.

[7] Questa era la filosofia delle leggi nn. 124/2015 e 81/2017, con le quali si è introdotta la previsione della possibilità di forme di lavoro flessibile.

[8] Battaglie come quelle per riconoscere il diritto di disconnettersi, pur condivisibili, rivelano il vero rischio: quello di perpetuare un sistema giuridico meramente difensivo, che allunga le carte dei diritti civili mentre sacrifica i diritti sociali e i meccanismi redistributivi; un giurisdizionalismo che annulla la dimensione sociale, riduce ogni ipotesi di conflittualità alla dimensione individualistica del singolo (o al massimo di un gruppo) che si rivolge a un tribunale, neutralizzando il momento collettivo dell’agire politico.

[9] Se la paura costituisce «l’orizzonte insuperabile del capitalismo neoliberista», la crisi è divenuta permanente perché costituisce la più abile e pervasiva «modalità di governo» di quest’ultimo; e se «col variare della crisi varia il tipo di paura», la politica neoliberista «si esercita nel continuo passaggio dalla crisi economica a quella climatica, energetica, occupazionale, migratoria, e così via»: S. Vida, Neoliberismo, biopolitica e schiavitù. Il capitale umano in tempo di crisi, in Cosmopolis, n. 2, 2016.

[10]V. in particolare la sentenza della Corte costituzionale n. 105/2001.

[11] Si pensi alla sentenza della Corte Costituzionale n. 131/2020 sull’amministrazione condivisa e le imprese di comunità, alla legge della Regione Lazio e ai regolamenti comunali sulla cura condivisa dei beni comuni, alle nuove riflessioni sugli usi civici e gli usi collettivi, alle proposte normative sulle forme di moneta complementare a livello locale.

[12] Per una valorizzazione in questo senso delle esperienze territoriali si rinvia al saggio di A. Algostino, in questa rivista.

In Quaderni di Teoria sociale, n.1/2021, pagg 87 e segg.




25 aprile 2021

di Piero Calamandrei

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

ll Ponte




Il virus atlantico

di Lanfranco Binni 

Sul fronte occidentale niente di nuovo. L’uso politico della pandemia sta scatenando gli arcaici armamentari di un atlantismo per tutte le borse: la dichiarata “guerra al virus” (ma non alle sue cause naturali e sociali) sta accelerando processi di tradizionale confronto militare tra Occidente e Oriente, tra Nord e Sud. Le miserabili ragioni finanziarie e speculative della “guerra dei vaccini” sono nobilitate, nelle narrazioni al servizio delle multinazionali farmaceutiche, dalle loro implicazioni geopolitiche: i vaccini del “mondo libero” contro la peste dell’impero del male (la Cina, la Russia, Cuba ecc.). In prima linea, ancora una volta, gli Stati Uniti d’America con il loro potente apparato industriale-militare capace di mobilitare schieramenti e alleanze, minacce e deterrenze, azioni di forza e intrighi internazionali. La nuova amministrazione Biden, impegnata a gestire un paese post-trumpiano profondamente diviso, ancora una volta cerca soluzioni esterne alle complesse difficoltà interne, economiche e politiche, liberando gli istinti animali di un capitalismo di mercato ossessionato dalla perdita della supremazia sul mondo minacciata dai successi economici e geopolitici delle complesse strategie del Partito comunista cinese. Il multilateralismo dichiarato dai democratici statunitensi nella campagna elettorale contro la trumpiana America first sta riassumendo i toni e la sostanza di un’aggressività unipolare da sostenere con determinazione nello scenario globale. I “vaccini della libertà” e i nuovi missili ipersonici sono branditi come strumenti intercambiabili con disinvoltura maccartista («meglio morti che rossi», minacce di rappresaglie a chi collabora con il “nemico”, campagne di mobilitazione e schieramento delle opinioni pubbliche). La Nato, dopo la fase di perdente isolazionismo trumpiano, ritrova la sua ragione d’essere di grande impresa economica e strumento di guerra, riprende i suoi processi di ampliamento ad Est, sui confini ucraini e balcanici della Russia, e a Sud, saldandosi con la “Nato araba” in funzione anti-iraniana e rafforzando la testa di ponte israeliana in Medio Oriente e nel continente africano. In questo quadro diventa essenziale una stretta “alleanza” con l’Unione europea, che risponde in ordine sparso anche in ragione della sua profonda disunione politica.

In realtà atlantismo ed europeismo, nella loro genericità terminologica, sono incompatibili: l’atlantismo europeo si limita all’obbedienza nei confronti di alcune operazioni di bandiera come le esercitazioni Nato (in corso l’esercitazione Defender Europe sui confini della Russia, tra marzo e giugno) o gli ignobili embarghi a Cuba e al Venezuela, o la propaganda dell’Accordo di Abramo in Medio Oriente a sostegno dell’espansionismo israeliano; ma il quadro è molto più complesso, e legami sempre più stretti, essenzialmente economici ma non solo, orientano l’area europea franco-tedesca a una necessaria dimensione multilaterale delle politiche internazionali.

 

Atlantisti o internazionalisti

 

In Italia, il terzo governo della legislatura 2018, governo presidenziale di “unità nazionale” in nome della trinità «atlantismo, europeismo, ecologismo», ha sostituito un governo non pienamente affidabile rispetto alle strategie statunitensi di rilancio del ruolo della Nato; soprattutto creava problemi l’anti-atlantismo del Movimento 5 stelle delle origini, nonostante le ripetute professioni di fede atlantica del suo ministro degli esteri. Il secondo governo Conte aveva le carte in regola sia rispetto al superamento della linea di austerità economica dell’Unione europea (e i finanziamenti del Recovery fund erano stati negoziati positivamente dall’europeista Conte), sia della consapevolezza ecologista. Era dunque l’atlantismo la questione principale da risolvere, in una fase di potenziamento delle basi statunitensi nella portaerei italiana orientata verso i Balcani e il Medio Oriente, contro il “nemico” rappresentato dalla Cina e dalla Russia; da alcuni anni sono installate nelle basi di Aviano e di Ghedi le bombe atomiche tattiche di nuova generazione, e i nuovi missili ipersonici sono in corso di installazione, come a Comiso negli anni ottanta. E al potenziamento degli armamenti italici sarà dedicata una parte consistente del Recovery plan, anche secondo le puntuali raccomandazioni delle Commissioni difesa del Senato e della Camera al servizio delle lobby dell’industria militare statunitense, europea e italiana. La questione della Nato torna dunque a essere centrale nella geopolitica internazionale, stravolgendo la Costituzione (l’Italia non ripudia la guerra) e coinvolgendo ulteriormente il paese in pericolosi scenari di guerra.

Dobbiamo riflettere sul senso di questa deriva militarista, e come al solito ci aiuta la nostra storia. Il patto atlantico fu ratificato dall’Italia nel 1949, un anno dopo la vittoria democristiana alle elezioni politiche del 1948. Il dibattito parlamentare fu negato, non doveva essere in discussione la contrapposizione ideologica, politica e militare del “mondo libero” occidentale al pericolo sovietico. Dall’archivio storico del «Ponte» riprendiamo integralmente la dichiarazione di voto di Piero Calamandrei, poi pubblicata sulla rivista (n. 4, 1949) con il titolo Ragioni di un no; un intervento lungimirante, di straordinaria attualità nel 1999, a guerra del Kosovo in corso, quando Marcello Rossi ne ripropose i temi nel suo articolo Nato: un’opposizione che viene da lontano («Il Ponte», n. 5), e da rileggere oggi, per una nuova opposizione alle attuali politiche di guerra. Il testo è preceduto dalla nota: «La seguente dichiarazione di voto è stata fatta nella seduta della Camera dei deputati del 18 marzo, prima dell’appello nominale sul cosiddetto “patto atlantico”».

 

A nome dei socialisti indipendenti, dei quali sono rimasto l’unico rappresentante nel gruppo di Unità socialista, ritengo che sulla soglia di una decisione che ci turba e quasi ci schiaccia col suo peso, e che noi dovremmo prendere qui ad occhi chiusi senza poter esaminare il testo di un patto, che ormai tutti i cittadini italiani fuori di qui, ma non i deputati in quest’aula, hanno il diritto di discutere1, non sia abbastanza chiara, anche se motivata, l’astensione: e sia doveroso un voto esplicito e netto. Dichiaro quindi serenamente che il mio voto sarà contrario.

Dopo che un numero così grande di colleghi, mossi tutti dalla stessa ispirazione politica, hanno esposto i motivi del. loro voto contrario al patto atlantico, permettete a me, per evitare equivoci e confusioni, di esprimere i motivi in parte diversi del voto egualmente contrario che sto per dare; il quale soprattutto si distingue dal loro per questa fondamentale diversità: che mentre essi muovono da una concezione politica che logicamente li porta, nell’urto tra i due blocchi contrapposti, ad opporsi a questa scelta che il patto propone perché essi hanno già fatto potenzialmente la scelta contraria, io per mio conto sono contrario in questo momento a qualsiasi scelta, e non sono favorevole al patto atlantico proprio perché esso forza l’Italia a questa scelta preventiva, che io ritengo pericolosa e non necessaria in questo momento.

Né d’altra parte potrei sentirmi solidale con alcune delle dichiarazioni udite finora, le quali, mentre hanno espresso la loro solidarietà col popolo russo, hanno in termini talvolta assai aspri accentuato la loro ostilità contro l’America. Non posso pensare che gli italiani della Resistenza abbiano già dimenticato che, se la libertà ci fu restituita perché l’eroico popolo russo seppe compiere il miracolo di Stalingrado, essa ci fu restituita anche perché nell’agosto del 1940 il popolo inglese resisté eroicamente all’uragano di fuoco che infuriava sul cielo di Londra, e perché l’America portò nella mischia lo schiacciante peso delle sue armi formidabili. Né possiamo scordare che per molti di noi il ritorno della libertà fu annunciato dall’apparire lungamente invocato, nel polverone di una strada, del primo brillio di un carro armato americano.

E tuttavia io sono contrario a questo patto. E i motivi, schematicamente, sono di tre ordini.

Primo: sotto l’aspetto della politica europea, noi socialisti federalisti pensiamo che un patto militare, anche se difensivo, che trasforma gli stati europei in satelliti di uno dei blocchi che si fronteggiano, e dà al suolo europeo la funzione di un trinceramento di prima linea di eserciti che stanno in riserva al di là dell’Atlantico, allontani la nascita di quella Federazione occidentale europea, politicamente e militarmente unita e indipendente, che noi auspichiamo, non alleata né ostile, ma mediatrice tra i due blocchi opposti, e capace di conciliare in una sua sintesi di democrazia socialista due esigenze per noi ugualmente preziose e irrinunciabili, quella della libertà democratica e parlamentare, e quella della giustizia sociale.

Secondo: sotto l’aspetto della politica interna italiana, noi temiamo che l’adesione data dall’Italia a questo patto, anche se esso non minaccerà la pace internazionale, costituirà però un ostacolo immediato alla pacificazione interna e al funzionamento normale della nostra democrazia; perché la contrapposizione militare di due schieramenti che difendono due contrapposte concezione sociali, darà sempre maggiore asprezza alla lotta interna dei corrispondenti partiti, e sempre più ai dissensi politici darà minacciosi aspetti di guerra civile. E questo potrà rimettere in discussione le libertà costituzionali che sono scritte per il tempo di pace e non per la vigilia di guerra, per gli avversari politici e non per supposte quinte colonne; e darà sempre più ai provvedimenti di polizia il carattere di repressioni di emergenza, che si vorranno giustificare colle rigorose esigenze della preparazione militare. Auguriamoci che mentre la costituzione repubblicana attende ancora il suo compimento, la firma di questo patto atlantico non sia il primo colpo di piccone dato per smantellarla.

Ma soprattutto ciò che ci angustia è una terza ragione: cioè le conseguenze di carattere militare. Se per tutti gli altri Stati europei la firma del patto sarà accompagnata da rischi ma anche da vantaggi, c’è da temere che solo per l’Italia essa possa significare pericoli senza corrispettivo. Diventare alleato militare di uno dei due blocchi in conflitto significa assumere fin da ora la posizione di nemico potenziale dell’altro blocco: firmando quel patto colle potenze occidentali noi ci saremmo condannati a non poter essere più amici degli stati orientali, dei quali, per l’ipotesi di guerra, saremo fin d’ora predestinati nemici. Anche se il patto è difensivo, bisogna vedere se sembrerà difensivo a coloro da cui ci apprestiamo a difenderci: e quali saranno le loro reazioni contro i firmatari del patto, e soprattutto contro l’Italia che di tutti i firmatari è il più debole ed il più esposto. All’Italia questo patto non solo non dà la garanzia di allontanare dal nostro territorio la catastrofe della guerra, ma dà anzi ad essa la certezza della immediata invasione anche se il conflitto sarà provocato da urti extraeuropei; se la nostra posizione geografica è tale che anche ad un’Italia neutrale lascerebbe assai poche probabilità di rimaner fuori dal flagello, son proprio queste pochissime superstiti probabilità di salvezza, poniamo anche una su mille, che saranno perdute, quando l’Italia si sarà schierata tra i nemici dei possibili invasori e avrà assunto la tragica missione di un avamposto sperduto destinato a riceverne il primo urto. Ed anche se l’ammissione al patto atlantico può dar l’illusione di aver così conseguito una prima revisione del trattato di pace da alcune delle potenze firmatarie, troppo a caro prezzo si pagherà questo vantaggio quando contemporaneamente il nostro riarmo, sospettato anche se non vero, ci porrà, nei confronti delle altre potenze, nella pericolosa condizione di ritenuti trasgressori degli obblighi da noi assunti con quel trattato.

Ma più che argomenti logici e politici, qui sono in giuoco motivi morali e religiosi. Questa è una scelta che impegna la nostra anima. Il problema di coscienza che ciascuno di noi si pone, è lo stesso: mentre su di noi si addensa l’ombra di un’altra catastrofe, che posso fare io, quale contributo posso portare io, piccolo uomo, atomo effimero, per allontanare dal mio paese questo flagello? Son certo, voglio esser certo, che tutti gli uomini che seggono in quest’aula, e primi quelli che seggono al banco del governo, si pongono il problema in questi stessi termini: si tratta di fare il bene dell’Italia e di salvare la pace.

Tutti su questo siamo d’accordo. Ma io temo che quando si dice che con questo patto militare la guerra si allontana, si ricada in quel tremendo equivoco del vecchio motto illusorio «si vis pacem para bellum», che gli uomini ciechi continuano a ripetere, senza accorgersi da cento tragiche esperienze che per voler la pace non c’è altra via che quella di prepararla coi trattati di commercio e di lavoro, che stringono tra gli uomini legami di solidarietà; e che chi prepara la guerra, anche a fini che crede difensivi, non fa altro, senza accorgersene, che volere la guerra.

Mi auguro di cuore che le previsioni che spingono il governo a questo patto siano esatte; e che sbagliate siano le nostre. Ma queste son decisioni, in verità, che non si possono prendere con criteri di politica elettorale e di cui si debba render conto alle direzioni dei partiti o dei gruppi. Son decisioni solenni e gravi, delle quali ognuno di noi risponde individualmente, per proprio conto, non solo di fronte al popolo, ma di fronte alla memoria dei suoi morti, di fronte ai verdetti dell’avvenire e soprattutto di fronte a quella voce segreta che è in fondo alla nostra coscienza, e che i filosofi chiamano la storia e i credenti chiamano Dio.

Io so che qualcuno della maggioranza, prima di decidersi di votare, si è raccolto lungamente in preghiera. Lo ricordo con rispetto e con commozione: se egli voterà a favore, vuol dire che in tal senso la risposta della sua intima voce avrà messo in pace la sua coscienza. Ma per pregare non ci si raccoglie soltanto nelle chiese: anche noi, dopo essere stati lungamente raccolti con noi stessi, abbiamo udito in fondo alla nostra coscienza una voce che ci mette tranquilli.

E la voce ci ha detto: – No.

 

In quello stesso 1949, pochi mesi dopo la ratifica del Patto atlantico, il 3 agosto, Aldo Capitini pubblicava sul «Nuovo Corriere» di Bilenchi, di cui era assiduo collaboratore, uno dei suoi interventi di orientamento culturale e politico, Oriente e Occidente, mai ripubblicato come è accaduto a tanti (troppi) testi politici del teorico e organizzatore liberalsocialista; come sempre in Capitini, l’orientamento teorico è strettamente legato a compiti di prassi sociale e politica, in questo caso l’organizzazione di un “Primo congresso Oriente-Occidente”, internazionalista e a superamento della contrapposizione tra i due blocchi statunitense e sovietico, per sviluppare nuovi processi di liberazione «da ogni oppressione». Riproduco integralmente il testo, dall’autografo depositato presso l’Archivio di Stato di Perugia, Fondo Aldo Capitini:

 

L’Occidente e l’Oriente asiatico si incontrano in questo secolo come non è mai avvenuto finora così a fondo, e nell’orizzonte mondiale si fanno più intensi l’influenza e lo scambio di risultati tecnici, di strutture sociali, di elementi giuridici, di prodotti culturali, di visioni religiose e filosofiche. Ormai sarebbe un esser provinciale credere che il Mediterraneo sia centrale nel mondo, quando c’è l’Oceano, il duplice Oceano, atlantico e pacifico, e le alleanze e le lotte si svolgono lungo quelle coste, e prendono quei nomi.

L’importanza dell’Asia per la storia che si sta formando, ha vari aspetti. Anzitutto quello politico. Là ci sono forze immense in movimento; là si sta realizzando in misura rapida e vastissima la tensione dell’ideologia e della civiltà sovietica a portare nella storia moltitudini rimaste fuori dalla civiltà; d’altra parte gli Stati Uniti di America, per soddisfare il loro gigantesco industrialismo e la loro crescente tendenza a fare i poliziotti del mondo, curano e cureranno sempre più la sorte di quei mercati. Si tratta di quattrocento milioni di cinesi, di trecentocinquanta milioni di indiani!

All’influenza e alle sollecitazioni politiche e sociali dell’Occidente verso l’Oriente, sia nella forma sovietica che nella forma angloamericana, l’Asia viene modernizzandosi, destata a un salutare e illuministico senso critico dei pregiudizi e dei privilegi; ma naturalmente tutto non finisce qui.

L’Asia è stato il mondo prevalentemente religioso; alla ricerca religiosa l’India ha sacrificato la sua potenza nel mondo, il suo benessere, il suo pane; e se di tutto quel patrimonio religioso e filosofico una parte appartiene al passato tuttavia c’è ancora altro che agisce nel presente e pretende perfino di valore universale. È in corso, dunque, l’incontro e l’urto, l’appassionamento e la polemica, per le concezioni dell’uomo, della società, della realtà. A quegli occidentali che ritenessero questo poco importante, di fronte ad un inerte ordine e benessere, in nome di uno scetticheggiante “tirar a campare” (non fu l’occidentale Ponzio Pilato che domandò a Gesù Cristo «Che cos’è mai la verità?»), l’Oriente ha forse il compito, più che di comunicare di peso le sue concezioni religiose e filosofiche, di stimolare a quella prospettiva e a quella tensione. Sono convinto che l’incontro non avverrà per una mescolanza dei due “passati” religiosi, quello occidentale e quello orientale, ma mediante impostazioni attuali, che incorporino elementi dei due mondi. Le manie, le forme morbose di orientalismo negli occidentali, sono certamente poco sopportabili, e fanno il paio con l’orgogliosa, sprezzante ed ignorante “difesa dei valori” occidentali, come se oltre non fosse possibile andare. Di là da ogni esotismo e da ogni provincialismo bisogna avere uno spirito di comprensione e di superamento, affrontando e illuminando ciò che è vivo.

Con questo spirito si sta organizzando un Congresso Oriente-Occidente. Il 4 e 5 giugno è stato tenuto a Pisa un Convegno preparatorio per un primo scambio di idee sul problema e per gettare le basi di un Primo Congresso, dal 26 al 30 agosto 1950, a Perugia.

Gli intervenuti, italiani e stranieri, hanno costituito un Comitato promotore (che includerà via via altri membri che si impegnino a diffondere nelle diverse nazioni la notizia del Congresso) e si sono trovati d’accordo su alcuni principi. Anzitutto nell’intendere per Oriente tutta l’Asia e nel considerare il mondo arabo, l’ebraismo della Palestina, la Russia asiatica, come tre ponti tra Oriente e Occidente. Con lo scopo di superare gli atteggiamenti di filia e o di fobia, e di condurre tutto ciò che è stato fatto nel passato al più alto punto di conoscenza e di utilizzazione reciproca, ascoltando e parlando nel cerchio mondiale, si è riconosciuto che, oltre l’opera dei dotti, è di grande importanza attuare un’opera più larga e divulgativa d’incontro e di scambio, legata al problema in atto della propria visione dell’uomo e della realtà. Cioè, mentre si stabiliranno modi di federalismo e di unità mondiale amministrativa, giuridica, politica, economica, è bene portar subito avanti quelle che sono le attuali concezioni della vita e del mondo, il destino religioso dell’uomo, le visioni filosofiche, le esperienze educative e psicologiche, le teorie e tendenze sociali. Naturalmente tale incontro e conoscenza possono anche esser fatti in modo che l’aperto colloquio giunga a mostrare criticamente l’inadeguatezza delle concezioni occidentali od orientali, o delle une e delle altre rispetto a più profonde esigenze attuali.

Il Congresso di Perugia adunerà persone provenienti da ogni parte del mondo; ed è già assicurato l’intervento di orientali. Il lavoro del Congresso sarà diviso in quattro parti: 1- Confronti di valore attuale fra Oriente e Occidente; 2- Situazione odierna delle posizioni religiose orientali; 3- Le concezioni odierne filosofiche e psicologiche orientali; 4- Atteggiamenti degli odierni movimenti sociali in Oriente. Come si vede non è il lato erudito, storiografico e filologico che interessa, quanto tutto ciò che opera attualmente. Per ogni sezione di lavoro vi saranno relazioni, comunicazioni, discussioni. A lato del lavoro del Congresso potranno tenersi riunioni, esposizioni, mostre, esserci sale per le singole nazioni. Il lavoro di raccolta degli indirizzi, di diffusione delle circolari d’invito, dell’elencazione delle relazioni (che poi saranno sceverate ed alcune riassunte) è già cominciato.

Non bisogna aspettarsi da questo Congresso più di quello che esso (e gli altri che seguiranno) potrà dare; che però è già molto. Attuare con serenità, semplicità e sincerità, l’apertura dell’anima; conoscere direttamente gli aspetti del vario travaglio spirituale degli uomini; preparare situazioni di dignità e di liberazione da ogni oppressione; riconoscere forse che se i problemi sono diversi al punto di partenza, si fondono ai punti di arrivo; prepararsi a questi, che sono un rinnovamento sociale e religioso del mondo.

In Capitini tutto si apre e tutto si tiene, imparando a orientarsi nei processi (e tutto è processo), attraversando i tanti piani di una realtà da trasformare, da liberare, con fiducia nel primato della prassi sulla conoscenza. Le aporie del nostro presente (l’atlantismo e il militarismo, le devastazioni di un capitalismo malthusiano e criminale), sono vicoli ciechi, mettono a nudo la specie umana, le sue debolezze, i suoi limiti, le sue profonde disuguaglianze, ma anche le sue potenzialità represse e inespresse. L’esperienza in corso della pandemia e delle sue conseguenze biopolitiche e sociali produrrà “nuove socialità” e nuovi socialismi oltre i limiti catastrofici di una realtà inaccettabile, da aprire e liberare.

 

Una buona notizia

 

Da Israele e dai territori palestinesi occupati da uno Stato teocratico e razzista, fondato sulle dinamiche di un brutale “colonialismo di insediamento” (ed è questa anche la storia degli Stati uniti d’America), giungono normalmente, in questi anni, cattive notizie: ai palestinesi è riservata una condizione di apartheid che rende impossibile la vita: dal moltiplicarsi delle carcerazioni “amministrative”, arbitrarie e senza processo, alle continue violenze poliziesche e dei coloni, alle demolizioni delle abitazioni per scacciare i loro abitanti, alla negazione dei vaccini contro la pandemia, in questi giorni. La propaganda israeliana e filoisraeliana insiste sulla potenza totalitaria della repressione come insuperabile dato di realtà; per i palestinesi l’unica alternativa sarebbe la morte sociale, la scomparsa delle loro esistenze e dei loro diritti; in Cisgiordania milioni di palestinesi sono imprigionati in bantustan sempre più ristretti, assediati da colonie ebraiche in continua espansione; Gaza è un campo di concentramento. Anche questa è un’aporia di una storia inaccettabile, che istituisce i palestinesi come vittime sacrificali di un’ineluttabile storia coloniale e imprigiona gli stessi israeliani nell’antico ruolo dei carnefici. Ma in questi giorni nella situazione dei palestinesi in Cisgiordania, a Gaza e nella diaspora internazionale irrompe il dato nuovo della candidatura di Marwan Barghouti, da 19 anni prigioniero in un carcere israeliano per aver guidato la prima e la seconda intifada nel 1987 e nel 2000, giustamente definito il Mandela palestinese, alle elezioni per la presidenza dell’Autorità nazionale palestinese; con una sua lista che coinvolge anche Ahmad Sa’dat, segretario del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, anche lui prigioniero in un carcere israeliano, dissidenti di Fatah e rappresentanti dei movimenti dal basso della società palestinese, parteciperà alle elezioni legislative del 22 maggio e si presenterà personalmente alle elezioni presidenziali del 31 luglio. È una scelta politica che apre una fase profondamente nuova della lotta di liberazione palestinese.

1 Il testo del patto fu pubblicato dai giornali nelle prime ore del giorno 18; ma il governo non consentì che se ne discutesse prima del voto, nonostante che questo avvenisse molte ore dopo tale pubblicazione.

Print Friendly, PDF & Email



Gianni Ferrara, 1929-2021

Gianni Ferrara ci ha lasciato. Era un socialista. Per lui la Costituzione era lo strumento per la trasformazione autenticamente democratica della società italiana, l’incivilimento di un paese che ne aveva vista tante, troppe. Giurista di alto profilo e politico, e le due cose, come ci ricorda Massimo Villone, forse colui che più di tutti ne ha incarnato il lascito, stavano insieme. Un uomo del ‘900 che, a differenza della stragrande maggioranza dei suoi colleghi non si è mai piegato al compatibilismo liberale e che ha sempre tenuto alto il nucleo democratico sociale della Carta del ‘47, nel segno dei suoi maggiori, tra i quali Lelio Basso, Piero Calamandrei, Francesco De Martino e Gaetano Arfè. A lungo collaboratore della rivista Il Ponte, di cui era membro del comitato direttivo, non possiamo non ricordare la sua strettissima vicinanza a Tristano Codignola, insieme a Paolo Leon, Enzo Enriques ed altri, nella lotta politica contro Craxi, nel 1980-81, all’interno del partito socialista. Ci mancherà tutto di lui, ma soprattutto la sua postura morale, merce rara in un paese vieppiù molle e decadente. E’ vivido il nostro ricordo della sua calorosa e costruttiva partecipazione alla fondazione di Hyperpolis, insieme all’altro Maestro, Bruno Amoroso, nel 2013-2014.




L’asfissia o il respiro

di Lanfranco Binni

Il terzo governo della legislatura nata dalle elezioni politiche del 2018 è stato appena insediato, nel tentativo disperato di imporre un ritorno all’ordine di un passato perduto, attraverso il commissariamento «europeista, atlantista, ecologista» di un paese profondamente colpito da un’emergenza sanitaria fuori controllo e dai disastri endemici dell’asfissia economica e sociale di un capitalismo terminale. È la vecchia politica liberista che ripropone crescita e sviluppo, predicando “resilienza” alle vittime (adattatevi e arrangiatevi) e promettendo nuove avventure predatorie agli “esperti” (speculatori e affini) della finanza locale e globale.

Non c’è governo che tenga

Il terzo governo, ma ce ne sarà presto un quarto, nasce già morto, affidato alle cure provvidenziali di un salvatore della patria che, per salvare le forme retoriche di una democrazia rappresentativa che rappresenta gruppi di potere sempre più ristretti e di pessima qualità, tenacemente estranei agli interessi generali di una società di tutti, di una democrazia mai stata, si finge governo di unità nazionale, già dilaniato da intrighi di corte, penosi trasformismi e scorribande mediatiche. Il lavoro sporco di un piccolo intrigante di paese per mandare in crisi il governo precedente, ancora espressione – sia pure contraddittoria e insufficiente – dei mandati ribelli degli elettorati del 2018, è proseguito in un “governo del Presidente” (in una repubblica costituzionale che presidenziale non è) che ha inteso chiudere la stagione deprecabile del “populismo” (le generiche banalità degli ismi si sprecano) per affidare a tecnici “di alto profilo” (boiardi della finanza e dello statalismo di tradizione democristiana e liberale) il compito di riportare ordine nel recinto della politica istituzionale. Il risultato è una miscela di arsenico e vecchi marpioni, tecnocrati e politicanti, tutti uniti tutti insieme (destra e “sinistra”) a esaurire ulteriormente i formalismi di una democrazia rappresentativa cronicamente strumentalizzata e i mandati progettuali di una Costituzione inattuata, da riformare con spirito di “resilienza”. I nuovi poteri di un Presidente che fa e disfa governi è già sulla linea di un auspicato presidenzialismo plebiscitario, in un paese in cui è dura a morire la mistica del capo e dell’uomo della Provvidenza di tradizione fascista. Il percorso è già tracciato: il terzo governo sarà di breve durata, giusto il tempo per gestire la “montagna di soldi” dell’Unione europea, praticamente tutti a debito, per poi coronare il “tecnico” salvatore della patria come nuovo presidente della Repubblica. Ma siccome, come sappiamo, tutto è processo, alle difficili tesi e antitesi del primo e del secondo governo della legislatura 2018 non è affatto detto che segua una sintesi di “equilibri avanzati”.

Alcuni dati sul processo in corso:

1) l’esecutivo “tecnico-politico” Mattarella-Draghi ridisegna l’area di governo in tre poli “equilibrati”: una coalizione di “centrosinistra” M5S, Pd, Leu; una potenziale coalizione di “centro responsabile” catto-liberale; una coalizione di destra, che sta articolando la sua offerta politica in funzione delle prossime scadenze elettorali. Nel disegno Mattarella-Draghi la posta in gioco è il rafforzamento del centro come esito auspicabile della gestione “emergenziale” dei miliardi dell’Unione europea;

2) la gestione decisionista dei miliardi europei, molti, maledetti e subito (ma non sarà così), è condizionata da stringenti vincoli “alla greca”, stile Troika, e l’alto prestigio di Draghi e delle sue relazioni internazionali non garantisce il buon esito dell’operazione;

3) la riconversione ecologista del sistema economico in tempi di catastrofe planetaria (cambiamenti climatici fuori controllo, pandemia fuori controllo, sistemi politici fuori controllo) rende illusorio ogni disegno di razionalizzazione neoliberista del caos;

4) soprattutto in un paese la cui pubblica amministrazione è stata devastata da decenni di pratiche privatistiche e di attacchi alle progettualità e alle potenzialità interne, di svuotamento degli organici, di corruzione e liberi traffici delle catene di comando;

5) ma – e questo è il dato più interessante per un vero cambiamento politico e sociale – in un paese che in Europa ha rappresentato e continua a rappresentare in forme nuove una profonda anomalia, ieri per la presenza di una forte opposizione socialista, libertaria e comunista, oggi per la formazione in corso di un’estesa “intelligenza collettiva” di soggettività critiche che nelle forme organizzative più diverse, in ogni ambiente della società, stanno sviluppando la coscienza della necessaria autonomia da un sistema politico ed economico asfittico e asfissiante, “democratico” e malthusiano, che al nuovo proletariato riserva soltanto precarietà, povertà e morte; questi strati sociali popolari (i ceti bassi e medi si vanno unificando) hanno determinato, con i loro voti e non voti, la crisi di sistema seguita alle elezioni politiche del 2018; nell’attuale fase di tentata normalizzazione e di preteso ritorno all’ordine le loro condizioni materiali si sono aggravate, e il futuro è sbarrato;

6) nell’attuale governo di “unità nazionale” l’abbraccio mortale tra i partiti, prigionieri del miraggio dei miliardi europei e della coazione a ripetere le strade fallimentari della crescita capitalistica e sviluppista infiorettate con un po’ di propaganda green a uso dei media, ma – per carità! – senza concessioni all’estremismo ideologico ambientalista (dipingi di verde le tue colate di cemento), sta già moltiplicando le scorrerie dei branchi selvaggi, le pretese di impunità, gli accordi privati e criminali. Ma il terreno è accidentato, e la drammatica emergenza sanitaria, di cui solo la pandemia detta un’agenda incontrollabile, renderà tutto molto complicato e irto di difficoltà;

7) nella notte del neoliberismo, l’ideologia postmoderna della cieca oltranza capitalistica, tutte le vacche sono grigie; le élites di potere, con tutto il loro codazzo di comunicatori più o meno prezzolati, indossano come sempre maschere e travestimenti per confondere i sudditi da fottere, sono loro la modernità e la modernizzazione: la grande riforma, l’opportunità della crisi pandemica, permetterà di rinnovare il paese facendo ripartire l’economia delle imprese, liberandone gli istinti animali, formando al loro servizio il “capitale umano” della forza lavoro, restaurando la coazione al consumismo, digitalizzando tutto, governando i sudditi “a distanza”, facendola finita con le illusioni improduttive di una “partecipazione democratica” che è solo l’anticamera del populismo: nella democrazia liberale uno non vale uno, non tutti sono uguali, e vinca il più ricco. E poi, nel loro pragmatico senso della realtà, non sono forse anche socialisti i liberaldemocratici della pretesa classe dirigente? Chi di loro sosterrebbe che è giusta la diseguaglianza sociale (anche se inevitabile)? Eccoli allora all’opera improbabili keynesiani al potere che non esitano a definirsi, quando serve, socialisti liberali e addirittura liberalsocialisti (di questo imbroglio storico scrive in questo numero Marcello Rossi, ricostruendo la grande stagione del liberalsocialismo italiano, dall’antifascismo degli anni trenta alle esperienze del dopoguerra, all’“omnicrazia” capitiniana). Nei linguaggi di potere ogni imbroglio è lecito, ed è politicamente utile occupare i campi lessicali. A cos’altro serve l’asfissiante “cultura” del reame?

Democrazia diretta per il socialismo

La dichiarata attenzione al tema politico e culturale della democrazia diretta alle origini del Movimento 5 Stelle fu uno dei motivi dei suoi clamorosi successi alle elezioni politiche del 2013 e del 2018: segnalava un cambiamento radicale di visione politica e di pratica sociale; la moltiplicazione dei gruppi locali, la partecipazione a esperienze di base come, per fare un solo esempio significativo, il movimento No Tav in Val di Susa, sembravano tendere alla costruzione di reti sociali di democrazia dal basso secondo modalità di democrazia diretta. Le esperienze territoriali e l’elaborazione progettuale che avrebbe potuto derivarne furono successivamente abbandonate a vantaggio di una “democrazia diretta” essenzialmente digitale, con tutti i limiti degli strumenti tecnologici di comunicazione e controllo sociale. Il tema di una democrazia integrale costruita “dal basso”, a necessaria integrazione della democrazia rappresentativa costituzionale era alto e certamente impegnativo, e pur inattuato resta indispensabile per qualunque processo di trasformazione socialista della società. Nel 1968 Aldo Capitini aveva proposto ai giovani dei movimenti della nuova sinistra di partecipare alle prime elezioni regionali con una lista denominata «Rivoluzione nonviolenta per la democrazia diretta», per proporre politicamente il tema. E la democrazia diretta, da sperimentare concretamente in situazioni territoriali, con una forte attenzione ai Comuni piccoli e medi, fu al centro della sua «omnicrazia», il potere di tutti, più che democrazia, più che socialismo. Nel 1964 sul numero 4 del suo foglio mensile «Il potere è di tutti» aveva pubblicato l’editoriale Il controllo dal basso e la democrazia diretta in cui poneva i termini della questione, anche discutendo le riserve liberali di Norberto Bobbio. Riporto la prima parte del testo, ricordando che la democrazia diretta di Capitini è inserita in una prospettiva liberalsocialista (massimo socialismo e massima libertà).

L’impegno assunto dal nostro modesto periodico di battersi per la realizzazione di un potere veramente democratico, del potere di tutti, ci ha fatto confondere presso alcuni lettori come sostenitori della democrazia diretta, di quel tipo di potere, per cui ogni cittadino partecipa direttamente alla discussione e alla decisione di tutti i problemi dello Stato.

Norberto Bobbio, professore di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino, ci scrive per es.: «Un po’ perplesso sono sulla vecchia idea del “potere a tutti”. La democrazia diretta è sempre stata un’illusione. Lo è a maggior ragione in una civiltà altamente tecnicizzata come la nostra, in cui ciò che l’uomo produce è l’effetto di una organizzazione mastodontica, sempre più complicata, difficile da dominare, che riesce a funzionare soltanto se affidata a pochi esperti. Si immagini una fabbrica di 100.000 operai dove tutti siano chiamati a discutere i metodi, i tempi, il processo di produzione. Dopo dieci giorni sarebbe chiusa».

Che la democrazia diretta sia stata finora un’illusione siamo anche noi d’accordo, anche se non ci sentiamo di affermare che lo rimarrà per sempre. Non possiamo però accettare che, con questo pretesto e con il pretesto delle esigenze tecniche nella civiltà industriale, si rifiuti un discorso serio sulle esigenze reali e diffuse di una nuova strutturazione del potere, sul passaggio cioè del potere dalle mani dei pochi, che oggi lo detengono, alle mani dei molti che oggi ne sono privi.

Ci rendiamo conto anche noi di vivere in una civiltà altamente tecnicizzata, anzi crediamo e speriamo che lo diventi sempre di più, per permettere all’umanità un godimento sempre più intenso delle sue conquiste economiche. Quello che noi sosteniamo è la necessità che anche le conquiste politiche e sociali progrediscano come quelle tecniche ed economiche, che venga superato nell’interesse dell’umanità il contrasto oggi esistente tra una civiltà che permette un maggior benessere, una migliore vita per tutti e le forme di governo di questa società che sono ancora le stesse di prima, della società preesistente.

Noi pensiamo che sia questo il nodo dei problemi per il controllo del potere in tutti i paesi industrializzati. È logico infatti supporre che le stesse masse, sollecitate per ragioni economiche a una maggiore eguaglianza, a un maggior godimento dei beni materiali, a un elevamento della cultura, si pongano prima o poi anche il problema di una maggiore partecipazione alla direzione di quella vita pubblica alla quale vengono attirate. Questo pericolo è stato finora allontanato dalle classi dirigenti, sia capitalistiche che burocratico-staliniste, con colossali sopraffazioni e mistificazioni ideologiche, culturali e sociali, diffuse nelle masse con la strapotenza dei mezzi tecnici moderni.

Quando, malgrado tutto, il problema del potere si ripropone, le soluzioni in paesi come il nostro non possono essere che due:

Prima soluzione: Il gruppetto dei pochi esperti, che dirigono la fabbrica immaginata dal prof. Bobbio, si mettono d’accordo con i proprietari e si impadroniscono anche del potere formalmente politico, creando una dittatura o una repubblica presidenziale, come si ama dire, in cui la democrazia è ridotta alla funzione di vernice. Questa è la soluzione che viene ad esempio invocata oggi nei giornali dalla nostra classe dirigente e che viene attuata anche in una certa misura da una fabbrica molto simile a quella immaginata dal prof. Bobbio, la Fiat: basti ricordare come è stato imposto al governo di ridurre la tassa sulle automobili.

Seconda soluzione: i 100.000 operai e impiegati della fabbrica immaginata dal prof. Bobbio conquistano effettivamente il diritto di discutere i metodi, i tempi, il processo di produzione. Per esercitare questo diritto creano e fanno vivere in tutti i reparti della fabbrica i loro comitati liberamente eletti, fino al consiglio di gestione, che insieme agli esperti dirige la fabbrica.

Nello stesso numero, nella rubrica «Abbiamo parlato di», Capitini dà una definizione del termine “democrazia diretta”. È importante ricordare che «Il potere è di tutti» era uno strumento per la pratica sociale in situazioni territoriali, nella tradizione dei Centri di orientamento sociale (COS) sperimentati in Umbria e in altre regioni italiane dal 1944 al 1948, per poi essere riproposti nel 1956 e di nuovo nella stagione del Sessantotto. Il giornale doveva essere capito da tutti, e di ogni termine complesso veniva fornita una chiave di lettura, come in questo caso:

Democrazia diretta

Democrazia diretta significa che chi ha il potere di eseguire l’amministrazione per conto di una comunità di persone, deve agire secondo la volontà degli appartenenti alla comunità, stando sottoposto a un continuo controllo e pronto a ritirarsi dal posto se la comunità lo vuole.

L’assemblea della comunità elegge uno a una carica per un tempo determinato, per esempio un anno, e dopo un anno una nuova riunione dell’assemblea può eleggere un altro. Ma anche prima che scada il termine, l’assemblea può «revocarlo», togliergli la carica.

Per evitare che sia nominata la stessa persona molte volte, o che ci sia una cricca che manovra per eleggere i propri amici, si fa la rotazione dando le cariche «a turno», uno dopo l’altro, o per sorteggio. Così si evita che ci siano soltanto pochissimi che conoscono quella carica o quel posto.

Chi è eletto non può occuparsi di cose che escono dal mandato che ha ricevuto al momento della nomina.

Chi è stato eletto dall’assemblea della comunità deve presentarsi ad essa per riferire su ciò che ha fatto e che intende fare: questo rendiconto deve essere frequente. E se egli deve affrontare una questione speciale nuova, non prevista all’inizio, deve presentarsi davanti all’assemblea o ad un comitato nominato dall’assemblea e chiedere l’autorizzazione.

La sua carica deve essere una professione secondaria, cioè senza stipendio o con uno stipendio onorario, che non è quello per vivere.

Noi vediamo bene che questo non è tutto e subito possibile, in piccolo e in grande. Certo, in una piccola comunità è più facile, come si è tentato di fare, ma solo in parte nei comuni medioevali, nelle città svizzere. Però è una direzione di lavoro. Vale soprattutto la tensione ad attuare questa democrazia diretta nel luogo dove si vive, dove si lavora. Non è da confondere con la democrazia di massa, con plebisciti e immense votazioni popolari: vogliamo, invece, il controllo da vicino, decentrato, fatto in gruppi di non troppa gente, esercitato svolgendo la ragione e non facendosi incantare dagli spettacoli, dagli altoparlanti, dai balconi, dai potenti oratori. Se volessimo eleggere impiegati e dirigenti in un campo troppo vasto, chi potrebbe conoscerli? Per questo vogliamo che ci siano gruppi locali, centri sociali, sezioni comunali e di quartiere delle associazioni. Sarebbe bene eleggere e poter controllare i dirigenti locali dell’Enpas, dell’Inam, della Previdenza sociale, gli impiegati capi del Municipio, dell’Ospedale, ecc.

Segue, in un riquadro, una sintesi del tema:

Perché il potere sia di tutti occorre che i lavoratori, operai, impiegati, contadini, partecipino direttamente alla vita delle loro aziende, attraverso i consigli operai, i consigli di gestione, i comitati della terra.

Altri tempi, perduti? Nei processi di liberazione niente si perde. E ci pensa la pandemia a sospendere il tempo; quindi, tempi da riprendere e proseguire. Non è di grande attualità l’esperienza della Comune di Parigi? A proposito di banche da nazionalizzare e di pseudodemocratici da smascherare.

in,  Il Ponte,