Il fascino discreto della crisi economica. Intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova//2

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La seconda parte dell’intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova si concentra sul rapporto tra crisi europea e crisi globale.

DOMANDA: Analizzando l’andamento dell’economia mondiale, si può notare che l’economia americana, seppur in maniera ancora debole, appaia in ripresa, mentre la maggior parte delle economie europee arranca. È quindi sensato pensare che vi siano elementi peculiari dell’Unione Europea e dell’Eurozona che hanno contribuito ad aggravare la crisi. Quali sono questi elementi e qual è stato il ruolo da essi giocato? Più in generale, per alcuni l’UE è una struttura neutra, con anzi un potenziale di maggiore democratizzazione, per altri è un’istituzione di classe e uno strumento di imposizione di politiche conservatrici. Qual è il ruolo di classe giocato dall’Unione Europea?

RB: Credo che non si possa comprendere la crisi europea e il ruolo dell’Unione Europea e dell’eurozona – ci sono differenze tra l’una e l’altra cosa – se non si parte dai caratteri della crisi globale, e addirittura direi da certi caratteri del capitalismo degli ultimi 30 anni, su scala geopolitica.

Personalmente, non credo che oggi ci sia null’altro che una ripresa congiunturale del capitalismo anglosassone, quindi non sottolineerei più di tanto quell’aspetto. La crisi globale è la crisi di questo keynesismo privatizzato e finanziarizzato, come l’abbiamo definito Joseph Halevi ed io (e che ho in parte descritto rispondendo alla prima domanda); una forma del capitalismo più recente che ho sintetizzato nella triplice figura del lavoratore traumatizzato, del risparmiatore maniacale-depressivo e del consumatore indebitato.

Il lavoratore traumatizzato ha a che vedere con le cose che ha descritto Giovanna Vertova nella risposta alla prima domanda, e cioè con le trasformazioni nel mercato del lavoro e nel processo di lavoro. È grazie al lavoratore traumatizzato che la cosiddetta Curva di Phillips era divenuta orizzontale nel corso degli anni Novanta: il che significa che il ridursi del tasso registrato di disoccupazione non comportava più un conflitto sul salario o sul tempo di lavoro. Si era così raggiunto di nuovo il pieno impiego, ma era un pieno impiego di lavoratori strutturalmente precari (al di là della configurazione giuridica del loro rapporto di lavoro).

Il risparmiatore nella fase maniacale ha invece a che vedere con il fenomeno che Gallino definisce come il ‘capitalismo con i soldi degli altri’, un capitalismo che è stato basato su una inflazione nel prezzo delle attività finanziarie. E’ quella che Jan Toporowski chiama la capital market inflation: aumenta il valore dei savings, cioè il valore delle attività nello stock di risparmi accumulati, e corrispettivamente si riduce il saving, ovvero il risparmio come differenza tra il reddito disponibile e il reddito consumato. La prima cosa, l’apprezzamento dei savings, riguarda, se volete, gli ‘investitori’, nel senso dell’intervento sul mercato finanziario (più come speculatori che come rentier). E produce la seconda cosa, la tendenza alla scomparsa del saving, talmente forte che a un certo punto diviene negativo.

È quello che in vari scritti ho definito come la “sussunzione reale del lavoro alla finanza”, intesa quest’ultima tanto con riferimento agli intermediari finanziari quanto alle banche: è il processo che sostiene appunto il consumo a debito. Purtroppo, questo fenomeno è stato visto da quasi tutti, per così dire, a babbo morto, cioè dopo la crisi; e a sinistra è stato inquadrato poveramente, in una logica sottoconsumista e banalmente funzionalista. Non c’è abbastanza consumo, ed ecco che miracolosamente mettiamo nell’equazione di un modellino keynesiano, o neoricardiano, o circuitista, o marxista, una funzione del consumo dipendente dall’indebitamento, et voilà!, senza spiegare il processo che sostiene il meccanismo.

La Grande Recessione è la crisi di questo capitalismo. Una crisi dovuta a eccessiva profittabilità potenziale (come nel Grande Crollo degli anni Trenta del Novecento, e all’opposto della Lunga Depressione e della Grande Stagflazione che furono crisi dovute a bassa profittabilità). Che, certo, si mostra a un certo punto come crisi da realizzazione, ma non fu dovuta a sottoconsumo (semmai all’opposto). E’ un capitalismo dove la finanza si lega morbosamente, ma strutturalmente, alla produzione (ingenua la sinistra, anche l’ultra sinistra, che oppone produzione buona e finanza cattiva). Per questo la crisi è più di altre una crisi finanziaria – ed è futile opporre cause reali e cause finanziarie.

Ora, bisogna capire che questo era il modello del capitalismo anglosassone, che però reggeva l’intero capitalismo mondiale. Qui è importante il ruolo del capitalismo asiatico per molti decenni, più che quello europeo – qui i lavori di Joseph Halevi sono fondamentali, e di grande originalità. Il capitalismo anglosassone assorbiva le esportazioni che sostenevano i modelli neomercantilisti: essenzialmente la Germania e i suoi ‘satelliti’; ma (anche), non bisogna scordarlo, una parte dell’Italia; sicuramente il Giappone, prima, e i paesi del Sud-Est Asiatico, dopo; e poi la Cina, anche se la Cina ha caratteri particolari rispetto agli altri paesi che ho nominato.

Bisogna capire che l’America Latina era stata distrutta come modello espansivo capitalistico dalla crisi del debito degli anni Ottanta; in quel decennio il capitalismo del Giappone e del Sud-est Asiatico era invece riuscito a svilupparsi in qualche modo endogenamente. I paesi del Sud-Est asiatico sono entrati molto tardi dentro un universo di ‘libera’ mobilità dei capitali, sono stati capitalismi molto diretti dall’alto, dirigisti. Questi modelli sono andati in crisi alla fine degli anni Novanta per varie ragioni. Rimando agli studi di Joseph Halevi che ho ricordato.

Vorrei che fosse chiaro – era, mi pare, nel discorso di Giovanna Vertova, ma lo voglio ribadire – che questo capitalismo non ha niente a che vedere con la cosiddetta globalizzazione e con il cosiddetto post-fordismo. Due favole che la sinistra tutta si è bevuta, come il presunto ritorno a un inesistente liberismo o il ‘pensiero unico’. Questo è un capitalismo semmai di ‘localizzazione globale’ (di ‘glocalizzazione’), in cui le nazioni contano, in cui le politiche statali contano, e sono contate, in cui però bisogna analizzare la dinamica delle grandi aree capitalistiche. Anche i processi lavorativi si sono trasformati, ma non, come per molto tempo si è detto, determinando una tendenza alla ‘fine del lavoro’ e alla ‘fine dello stato’. Anche queste pericolose illusioni.

Il capitalismo europeo è stato parte di questa storia. Questa storia determinava una forte spinta (di classe) all’austerità, che – sia chiaro – c’era ben prima dell’Unione Monetaria Europea, ben prima dell’euro. Non è l’euro la causa della spinta all’austerità: questa è stata percorsa dentro e fuori accordi di cambio fisso, o dentro la c.d. ‘moneta unica’. In Italia è stata pressoché una storia permanente, risale almeno (almeno) ai primi anni Novanta, ma in altra forma si deve tornare alla metà degli anni Settanta – per chi ha buona memoria, o conoscenza della storia. La sovranità statale e la sovranità monetaria non hanno mai, fino ad adesso, giocato a favore delle classi popolari. Mai. Basta ricordare ciò che ha portato l’uscita dallo SME con la crisi del ’92-’93, che è stata l’inizio della (rapida) distruzione finale delle conquiste dei lavoratori in Italia strappate alla fine degli anni Sessanta e primi Settanta.

La crisi in Europa è arrivata come una crisi di ‘rimbalzo’, tra la metà del 2007 e la metà del 2008. Quando è esplosa ovunque in termini reali si è avuta una reazione. Tra il 2008 e il 2009, addirittura, con centro la Germania, si sono viste intelligenti politiche di carattere keynesiano: un aumento dei disavanzi dello stato e un aumento del debito pubblico pressoché ovunque (la Cenerentola è stata l’Italia, che ha tenuto i deficit fiscali il più compressi possibile: l’aumento del debito pubblico rispetto al PIL è stato dovuto alla caduta di quest’ultimo). Il problema è che, dopo sei mesi di autentico terrore nelle classi dirigenti, dalla metà del 2009 si sono intravisti germogli di ripresa: non essenzialmente per le politiche di Obama, semmai per la politica di spesa pubblica in disavanzo della Cina, poi per gli stabilizzatori automatici, e appunto per politiche keynesiane come quelle della Germania. A questo punto, si sono tirati i remi in barca, non si è voluto dire e capire che una crisi da debito privato si era trasformata in una crisi da debito pubblico, e se ne è voluto uscire con un giro di vite nelle politiche di austerità. Il che significa che, esattamente nel momento in cui le famiglie (il risparmiatore entrava nella sua fase ‘depressiva’) e le imprese cercavano di uscire dal debito riducendo la loro spesa, anche lo stato ha ridotto la sua. Su questa via tu scivoli sempre di più in deflazione da debiti: paradossalmente, rimani intrappolato nel debito sempre di più. E’ quella che viene chiamata balance sheet recession.

Negli Stati Uniti le politiche sono riuscite a tenere l’economia sopra il pelo dell’acqua. In Europa è invece scoppiata la crisi greca, tutta la situazione è scivolata in un gigantesco gioco del domino, e in una ricaduta più pesante nella crisi (il double deep). Vorrei però che si tenesse conto del fatto che il problema della crisi europea è sicuramente un problema di cattivo disegno istituzionale, ma la cosa non si ferma lì. Il cattivo disegno istituzionale non ve lo sto a descrivere più di tanto, tanto la cosa è nota. I parametri sulla spesa pubblica che spingono all’austerità, per esempio. Ma come scrivemmo tempo fa Joseph ed io quei parametri sono essenzialmente ‘politici’, vengono applicati all’interno di una gerarchia di potere europea, nei vari spazi geografici distinti del capitalismo europeo, da un centro che è il capitale monopolistico tedesco. C’è poi il problema delle regole della banca centrale, che non è stata pensata come prestatore di ultima istanza. Ma anche qui, questo limite è in qualche modo stato aggirato, nel senso che la BCE progressivamente è andata cambiando. Certo, è facile dire ‘troppo poco, troppo tardi’. Io penso però che cambiare, sufficientemente per non precipitare nella rottura dell’euro, mantenendo però lo stato di crisi permanente all’orizzonte, beh, io comincio a sospettare che questo sia qualcosa di voluto. Perchè il problema che ha di fronte Draghi e su cui riflette con molta lucidità è che per uscire da questa fase con un capitale europeo (contro i capitali europei) bisogna inventare una nuova forma di capitalismo.

Secondo me, Mario Draghi è davvero lucido da questo punto di vista: l’Euro, dice, così com’è, è un calabrone che non dovrebbe volare. Perché voli, pensa, vanno cambiate le condizioni del welfare, del lavoro, della spesa pubblica, vanno favorite nuove condizioni di concorrenzialità sul mercato dei beni e dei servizi. E’, a suo modo, più marxista dei marxisti.

Questo mi porta a dire che, senz’altro, se scatto una fotografia in un momento dato, posso sempre individuare le contraddizioni e dire che domani mattina, o forse fra un anno, l’Euro esploderà. E’ il modo di ragionare che adottano, un giorno sì e l’altro pure, i nostri economisti ‘contro l’euro’. Non mi convince. Dobbiamo cominciare a chiederci se l’investimento politico e le trasformazioni in atto non siano tali per cui l’Euro è qui per rimanere: come dissi una volta, parafrasando Eliot, questo è il modo in cui l’Euro finisce, non però con un’esplosione, semmai con un gemito. Addirittura, dobbiamo cominciare a pensare che l’Euro in quanto tale possa sopravvivere. Mi chiedo però – e chi conosce la mia biografia intellettuale e politica lo sa: non sono certo stato un fautore dell’entrata nell’Euro – se non si debba avere un progetto nostro su scala europea (certo, anche più che europeo: ma partiamo da dove siamo), di costruzione di un movimento di classe, dal basso e politico, della sinistra che cominci a ragionare non sulla scala nazionale, non sul ritorno alla sovranità nazionale, ma si ponga all’altezza della sfida lanciata da Draghi ma anche dalla Merkel – bisogna ricordare infatti che la Merkel ha appoggiato Draghi quando due della Bundesbank sono andati via dalla BCE. Certo, è una strada piena di oscillazioni e scarti.

Ora, il punto che diventa problematico è se in realtà sia vero quello che ci dicono gran parte degli economisti eretici fuori d’Italia ma ancora di più in Italia, cioè che sì, l’uscita dall’Euro sarebbe una soluzione, l’unico problema è di vedere se questa uscita debba essere da destra o da sinistra. Se noi creiamo delle garanzie di difesa del lavoro nell’uscita, allora non vi sarebbero dubbi, dovremmo prendere quella strada, un’opzione caratterizzata da forme di protezionismo e di controllo dei capitali.

Sia chiaro, e l’ho già detto, non credo che esista il liberismo; ma non credo neanche che esista il protezionismo. La realtà è sempre di commercio più o meno manovrato. Bisogna però capire se si fa questo tipo di ragionamenti su scala continentale o su scala nazionale, e in questo momento mi sembra molto difficile, anzi impossibile, farli su scala nazionale. E’ vero non solo per quel che riguarda il protezionismo, ma anche per quel che riguarda il controllo del movimento dei capitali. Sono per un controllo del movimento dei capitali su scala europea, ho molti più dubbi sulla scala nazionale.

Ora, quello che secondo me viene completamente cancellato dal dibattito, tranne poche voci, sono due cose: 1) che c’è stata una potente integrazione finanziaria e bancaria su scala europea 2) che si sono davvero costruite delle catene transnazionali di produzione.

Per quanto riguarda il primo aspetto, bisogna capire che ci sono stati, a partire dall’inizio del Duemila, degli accordi e delle politiche che hanno integrato i sistemi bancari e i sistemi finanziari in Europa. Anche, ma non solo, un sistema di pagamento unico. Ora, come afferma Marc Lavoie e come sostiene Randy Wray, in un sistema di pagamenti unici i disavanzi di partite correnti non determinano, di per sé, la crisi dell’Euro: non ne sono né la causa né l’esito. Con Halevi mettemo in rilievo il problema reale dei disavanzi di partite correnti al primo convegno di Rive Gauche: nel 2005, quando praticamente tutti su questo tema erano, diciamo così, ‘distratti’, e ora è invece diventato quasi l’unico tema. E’ appunto un problema reale serissimo, in termini di diseguaglianze crescenti tra le aree europee, ma non dal punto di vista monetario nell’area della moneta unica, non direttamente. Inoltre, l’integrazione tra gli stati patrimoniali delle banche e degli intermediari finanziari, così come il problema della gestione del finanziamento dei debiti pubblici, fanno sì che sia molto rischioso uscire dalla moneta unica.

Se si ragiona in questo modo si capisce che se tu hai un tasso di cambio variabile, la variazione del cambio che è utile dal punto di vista della bilancia commerciale sarebbe quella di una svalutazione; invece la variazione del cambio che sarebbe utile per una economia integrata finanziariamente, cioè dal lato dei movimenti di capitale, del finanziamento, del debito pubblico ecc., è una situazione in cui il cambio o è stabile, oppure tende alla rivalutazione. Per di più, Keynes ci ha insegnato che non sono i ‘fondamentali’ o i movimenti reali della bilancia commerciale a determinare il tasso di cambio, lo determinano molto di più la finanza e la speculazione. Quindi, ammesso e non concesso che tu uscendo riacquisti l’autonomia e salvi l’industria, rischi comunque di precipitare in una crisi bancaria e finanziaria devastante, per molti anni.

C’è ancora un altro punto, contenuto in un articolo molto bello di Anna Simonazzi con Andrea Ginzburg e Gianluigi Nocella. Qui sostanzialmente si dice: guardiamo a che cosa è successo sul terreno delle catene transnazionali di produzione. La Germania, dal 2005 in poi, ha massicciamente esternalizzato parti significative della propria produzione, con una catena che va ad Est, dove trova lavoro qualificato che costa meno, e magari gli costa ancora di meno perché in questa catena ci sono paesi che non stanno ancora nell’Euro e svalutano. Chiediamoci ora cosa avverrebbe se aumentasse la domanda effettiva, come è senz’altro auspicabile? Un aumento delle importazioni verrebbe dalla propria catena produttiva, quindi questo trainerebbe essenzialmente l’Est europeo. E i cosiddetti GIIPS (Grecia, Italia, Irlanda, Portogallo, Spagna)? Beh, questi paesi esportano beni di consumo in Germania, ma sono sempre meno integrati tra di loro e non godrebbero, se non in maniera limitata, dell’espansione della domanda effettiva in Germania. Non sto dicendo che non ci voglia un’espansione della domanda effettiva in Europa, sia chiaro: ci vorrebbe, ma non sarebbe, da sola, una risposta al problema, se non si agganciasse a politiche in senso lato industriali, di ridefinizione della specializzazione produttiva, anche nella cosiddetta periferia dell’Europa. D’altra parte, va detto che l’unica ragione per mettere insieme i vari paesi della periferia dell’Europa è che hanno un disavanzo di bilancia corrente; ma se voi andate a vedere i modelli di questi paesi, sono tutti diversissimi l’uno dall’altro.

Su tutti questi temi ho recentemente scritto un lavoro a sei mani, con Francesco Garibaldo e Mariana Mortagua, una deputata della sinistra portoghese che studia alla SOAS di Londra, e che è stato presentato a Grenoble, Roma e Berlino e si trova online.

Cosa penso della cosa che dice Joseph Halevi, ossia che l’unica cosa che tiene unite le componenti capitalistiche europee è la deflazione salariale, garantita dall’Euro? Ne penso molto bene, ma la ridefinirei a mio modo. Lui parla di deflazione salariale. Deflazione salariale è un termine ambiguo, a mio parere. C’è stata davvero una compressione dei salari in Germania, resa possibile anche dal fatto che una serie di beni di consumo vengono dall’estero e sono di relativa minore qualità, in parte viene dai mini-jobs e la precarizzazione che si diffonde pure lì. C’è senz’altro anche una caduta dei salari rispetto a una produttività del lavoro che cresce significativamente. Questo non comporta la diminuzione dei costi relativi del lavoro per unità di prodotto: questa è una questione tecnica su cui non entro nel dettaglio (rimando all’articolo di Simonazzi ed altri).

Il problema cruciale è però – come Joseph stesso ci insegna – che noi abbiamo a che fare con un paese, la Germania, che ha un capitale monopolistico, e pure in qualche modo innovatore. Il punto vero è che, rispetto alla deflazione salariale (che significa una crescita della produttività maggiore del loro salario), loro sono comunque in grado di mantenere il margine di profitto lordo a livello elevato, perché possono mantenere un alto grado monopolio. Ecco, metterla semplicemente e sinteticamente in termini di ‘deflazione salariale’ consente secondo me di intendere in modo banale e semplicisticamente il discorso di Joseph, un po’ sulla scorta di quelli che sono i filoni dominanti dell’economia alternativa in Italia: credo invece che il suo discorso non sia poi tanto lontano da quello che vi sto facendo. Un discorso che però, di nuovo, ti porta al quesito: se esci dall’Euro, davvero importerai significativamente meno merci ‘tedesche’? Dipende dalla composizione produttiva, dipende dal contenuto di importazioni in termini di materie prime: ma dipende anche dalla dipendenza dal capitale monopolistico tedesco, il che significa che certe importazioni possono essere (almeno in parte) indipendenti dal prezzo relativo, qui dipendente dal tasso di cambio in svalutazione.

Insisto: nei vari paesi è diverso anche il contenuto di importazioni della propria produzione. La Germania ha esternalizzato ma ha un contenuto di importazioni che controlla per quel che riguarda la propria matrice produttiva. Noi assolutamente no, noi non siamo, che so, la Latvia per quanto riguarda le materie prime o la finanza. Dopodiché, certo, l’Italia tra i paesi dei GIIPS è forse quello che sarebbe meglio messo per aumentare le esportazioni di fronte a una svalutazione, abbiamo ancora un sistema manifatturiero vitale – sarebbe un problema serio per gli altri. In ogni caso, se uscisse l’Italia, l’UME così come la conosciamo non esisterebbe più.

È dunque possibile – anche se incerto, e forse improbabile – che si guadagni dalla svalutazione per quanto riguarda il lato della bilancia commerciale. Ma anche se questo fosse vero, c’è la questione degli effetti sul sistema finanziario e bancario del deprezzamento, che potrebbero probabilmente essere controproducenti, anche per quanto riguarda la gestione del debito pubblico.

Vorrei dire qualcosa sulla posizione di Augusto Graziani, spesso richiamata a sproposito in questa discussione. Nel suo schema di ragionamento, primo, Graziani ha sempre insistito che bisogna tenere conto degli effetti della svalutazione della lira in un contesto come quello del nostro paese, caratterizzato da ampi divari regionali: ammesso e non concesso che la svalutazione, anche oggi, possa dare un po’ di fiato al sistema produttivo, questo favorirebbe alcune regioni a danno di altre, e quindi aumenterebbe il divario regionale. Secondo, Graziani ha sempre ricordato che la svalutazione, per come è stata spesso gestita da noi, è stata sfruttata dalle imprese italiane per acquisire margini di competitività di prezzo senza procedere in alcun modo a un’autentica politica di innovazione autonoma. In passato si sono avuti aumenti della produttività trainati anche da investimenti in macchine e mezzi di produzione, ma ciò è avvenuto in una logica reattiva, passiva, adattiva.

GV: Prima di tutto, sono d’accordo con quello che dice Riccardo Bellofiore: gli elementi peculiari arrivano dopo quello che viene chiamato il neoliberismo e la nascita di questo nuovo sistema capitalistico. Si sa che i “trent’anni gloriosi” sono crollati a seguito di tante cose, e si può dire che, con la fine degli anni ’70, quel modello è crollato. Sono seguiti gli anni della trasformazione e della ristrutturazione, che hanno portato in auge quel modello che adesso viene chiamato neoliberismo. Con questo nuovo modello sono tornate di moda tutta una serie di teorie economiche (l’ortodossia o, meglio, le diverse ortodossie, il monetarismo, la supply-side economics – l’economia dal lato dell’offerta, etc.) e, quindi, anche di scelte di politica economica, non favorevoli alla classe lavoratrice. Tra le altre cose queste teorie ipotizzano il ritiro dello stato nell’economia, che invece non è mai avvenuto nella realtà. Il neoliberismo non è il ritiro dello stato dall’economia, ma è un certo tipo di intervento statale non favorevole della classe lavoratrice.

Comunque, per tornare alla domanda, tutto ciò avveniva prima della costruzione della moneta unica, dei parametri del Trattato di Maastricht e del Patto di Stabilità e Crescita. L’Euro sta all’interno di questo nuovo modello, e quindi non poteva che essere costruito nell’ottica di favorire una certa classe piuttosto che un’altra. La costruzione istituzionale dell’Euro è già una costruzione di classe, perchè il neoliberismo è il ritorno al potere della classe dominante, come sostiene David Harvey nel suo libro Breve storia del neoliberismo. Il neoliberismo, come ritorno al potere della classe dominante, non poteva che istituire quel tipo di integrazione europea. Inoltre va ricordato il fatto che questo avviene nel momento in cui i paesi europei sono guidati da partiti di sinistra o centro-sinistra. Un disegno istituzionale sbagliato, dove si spacciano per verità assolute i parametri di Maastricht. Inoltre nel neoliberismo c’è anche una visione dell’economia neutra e tecnica, per cui i parametri di Maastricht diventano il riferimento, per poi scoprire che sono politicamente creati. Non solo non esiste alcuna giustificazione teorica, nemmeno nel mainstream, al valore del 3% del rapporto disavanzo/PIL, ma gli stessi parametri vengono applicati in relazione ai rapporti di forza tra i paesi. Come ricordava Riccardo, i due paesi che li hanno sforati per primi sono stati la Francia e la Germania, ma non è stata applicata loro alcuna procedura di infrazione per deficit eccessivo. Quindi, questo tipo di interazione europea è una costruzione politica, in cui l’economia e le scienze economiche vengono usate strategicamente, in modo tecnocratico e quindi, fintamente, neutre, per portare avanti scelte politiche. Inoltre queste scelte politiche, così come i parametri di Maastricht, hanno lo scopo di rigerarchizzare i capitalismi europei sulla base dei rapporti di potere: la Germania come locomotrice d’Europa, dopo il pesante periodo della ricostruzione, la Francia con le sue specificità, etc. Il progetto dell’euro è quindi anche un tentativo di riorganizzare su scala gerarchica i diversi capitalismi, attraverso il sistema di produzione, le catene transnazionali di valore e così via.

Da economista donna ci tengo a sottolineare anche la questione di genere. Un altro attacco volontario dell’Unione Europea è quello al welfare e, quindi, alla riproduzione sociale. Le privatizzazioni, iniziate da Reagan e dalla Thatcher, e il tentativo, sempre più riuscito, di smantellare il welfare hanno, ovviamente, degli impatti di genere. Le ricadute vengono sentite più pesantemente da parte di chi si fa carico del lavoro domestico e di cura, cioè le donne. Economiste femministe spiegano come l’attacco al welfare sia funzionale all’apertura di nuovi spazi di profitto per il capitale. Tutto lo spazio legato al welfare diventa un nuovo settore dove il capitale può fare nuovi profitti, che riesce ad ottenere sempre meno nella produzione. I servizi sociali legati alla riproduzione sociale rischiano di essere mercificati, contribuendo così a peggiorare le condizioni di vita delle lavoratrici.

All’interno di questo progetto di integrazione europea ci sono delle caratteristiche peculiari. Prima di tutto il fatto che non esiste una politica fiscale comune, non esiste la possibilità di compensare gli squilibri tra le diverse aree. Non si è mai voluto fare uno stato federale con una bilancio europeo alle spalle. Vorrei essere chiara: non si è voluto crearlo politicamente, perché economicamente sarebbe fattibilissimo. Quindi esiste una struttura che tutto è tranne che neutra.

La seconda questione è l’uscita dall’Euro come modalità per uscire da questa crisi. Sono un po’ più dubbiosa di Bellofiore. Vorrei essere chiara. Penso che la creazione della moneta unica sia stata un errore politico prima ancora che economico e per questo motivo sono sempre stata molto scettica circa la sua creazione. Detto questo, bisogna tenere presente che un conto sarebbe stato non creare l’euro (cioè non creare questo tipo di integrazione europea) e quindi non entrarci, un altro è uscirne ora. L’ipotesi secondo la quale l’uscita dall’euro, e la svalutazione che ne seguirebbe, permetterebbero un miglioramento della competitività delle imprese italiane con un conseguente aumento delle esportazioni non mi convince pienamente. L’Italia è sempre stato un paese di trasformazione, e quindi obbligato ad importare tutte le materie prime. Già prima della crisi avevamo una bilancia commerciale negativa addirittura del grano, nonostante la pasta sia il piatto principale della nostra alimentazione. Inoltre siamo un paese povero di materie energetiche (petrolio, gas, metano, etc.) e senza una seria politica energetica. Abbiamo, quindi, una bolletta energetica particolarmente elevata. Allora la svalutazione che seguirà l’uscita dall’euro farà certo aumentare le nostre esportazioni, ma aumenteranno anche i costi di tutte le nostre importazioni. Siamo sicuri che, alla fine, il saldo sarà positivo? Per rispondere a questa domanda, bisognerebbe fare un’analisi seria con le tabelle input-output per capire esattamente cosa importiamo e quanto ci costerebbero di più queste importazioni, cosa esportiamo e quanto guadagneremmo di più dalle esportazioni, e verificare se tutto ciò permetterebbe un saldo positivo della bilancia commerciale.

Tuttavia, oltre a queste preoccupazioni di tipo prettamente economico, vedo anche delle enormi difficoltà politiche. Non vedo, oggi, in Italia, una forza politica in grado di gestire una uscita da sinistra. Politicamente e sindacalmente il mondo del lavoro è molto poco rappresentato ed i vari movimenti sociali, che anche esistono, non sono una massa critica tale da poter incidere sulle scelte di politica economica. Anche gli economisti di sinistra che propongono l’uscita dall’euro peccano di “tecnicismo” o “politicismo”: sono cioè convinti che basti dimostrare la fattibilità economica dell’uscita, o che tutto dipenda dalla politica, senza nessun rapporto tra le due cose. Resto convinta che solo un forte conflitto sociale possa spostare i rapporti di forza verso un’uscita da sinistra. Che è esattamente quello che manca oggi in Italia. In assenza di tutto questo l’uscita dall’euro rischia di essere gestita da destra, traducendosi in un massacro per la classe lavoratrice (come nota a margine, vale la pena ricordare che la svalutazione della lira del 1992 del Governo Amato ha portato gli accordi del 1992 e del 1993, la riforma delle pensioni e i primi attacchi al welfare. Così come vale la pena di ricordare che, oggi, né per la classe lavoratrice statunitense né per quella inglese – due paesi che hanno ancora la loro sovranità monetaria – la vita sia rosa e fiori. Manca una proposta seria di un’uscita di classe.




Il fascino discreto della crisi economica. Intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova /1

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Pubblichiamo la prima parte, di una serie di quattro, di una lunga intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova nell’ambito della campagna nazionale “Noi restiamo”. L’intervista è stata registrata nel Maggio del 2014.

Riccardo Bellofiore è Professore ordinario di Economia Politica presso l’Università di Bergamo. Insegna Economia monetaria, La dimensione storica in economia: le teorie, Macroeconomics e International Monetary Economics. Oltre ad una monografia su Claudio Napoleoni e due volumi sulla crisi editi da Asterios, ha curato, da solo o in collaborazione, volumi su Sraffa, Mises, Marx, Luxemburg, Kalecki, Minsky, l’operaismo, la globalizzazione e le condizioni del lavoro, la crisi capitalistica attuale. Insieme agli attivisti torinesi di “Noi Restiamo” sta organizzando un ciclo di letture del I libro del “Capitale” di Marx.

Giovanna Vertova è Ricercatrice di Economia Politica presso l’Università di Bergamo. Insegna Economia delle grandi aree geografiche, Economia dello sviluppo, e Istituzioni di Economia. I suoi interessi di ricerca riguardano la dimensione spaziale dell’economia, l’economia dell’innovazione e l’economia di genere e femminista, e su questi temi ha pubblicato svariati articoli e monografie.

Giovanna e Riccardo hanno recentemente curato il volume The Great Recession And The Contradictions Of Contemporary Capitalism, edito da Edward Elgar. Tengono la pagina Facebook Economisti di classe.

DOMANDA: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Voi cosa ne pensate?

 

RB: Dal punto di vista della teoria marxiana, la crisi viene ricondotta da alcuni autori alla caduta tendenziale del saggio di profitto e da altri autori a quella che definiscono la crisi da sottoconsumo. Queste due prospettive sono state impiegate per spiegare la crisi iniziata nel 2007 ed esplosa nel 2008. La prima posizione è propria solo di marxisti, mentre la seconda è simile a una posizione keynesiana.

La caduta tendenziale del saggio di profitto viene ricondotta da Marx ad un aumento della composizione organica del capitale, la quale porterebbe ad una estrazione del plusvalore insufficiente a valorizzare il capitale. In realtà le posizioni recenti che riprendono l’argomentazione di Marx non mi pare si concentrino sulla composizione organica del capitale, ma operano una serie di ridefinizioni dei calcoli della contabilità nazionale per sostenere che comunque vi sarebbe stata una caduta tendenziale del saggio di profitto. Dal punto di vista metodologico è una posizione non lontana da alcuni aspetti della “Nuova macroeconomia neoclassica”. In altri termini, si dice, ridefiniamo, in maniera coerente (secondo questi autori, naturalmente), quello che ha detto Marx; data questa massima coerenza interna del discorso di Marx, la nostra non sarà più una interpretazione di Marx, ma nient’altro che Marx stesso. Riaffermata l’essenzialità della caduta del saggio di profitto nel discorso marxiano, questo non vuol dire che essa sia vera. Dovremo, si sostiene, andare a confrontarci con i dati per vedere se questa caduta è confermata e, guarda un po’, la legge è confermata. Io trovo questa posizione sbagliata come interpretazione di Marx e discutibile sul terreno della filosofia della scienza.

Benché io non creda che la crisi degli anni ’60-’70 del Novecento fosse dovuta alla caduta del saggio di profitto in questo senso, il punto essenziale è che molti fra quei marxisti che allora avevano sostenuto che la crisi fosse dovuta a questa ragione, ora sostengono che a partire dagli anni ’80 avremmo assistito ad un recupero del saggio di profitto.

 

DOMANDA: Questa è la posizione di Duménil e Lévy ad esempio?

 

RB: Sì, e di Anwar Shaikh, e in qualche misura anche di Simon Mohun. Insomma si potrebbe fare una lunga lista. C’è poi la visione sottoconsumista. È più interessante vedere come questa teoria sia sviluppata da alcuni keynesiani di sinistra italiani. Secondo la loro posizione, la ragione della crisi sta nel fatto che viviamo in un mondo di bassi salari. Vi è stato il peggioramento della distribuzione ai danni del lavoro, il che determina come conseguenza un’insufficienza di domanda effettiva, la causa ultima essendo la caduta dei consumi.

Ora, è evidente che se si vuole analizzare questa crisi bisogna vedere cosa è successo alla finanza. Entrambe le posizioni hanno una ricaduta in termini di analisi della finanza. La prima dice che, dato che cade il profitto nella produzione, si vanno a cercare i profitti nella finanza. La seconda dice che c’è una tendenza stagnazionistica che viene risolta con una finanziarizzazione che fa crescere i consumi. Io penso che si debba avere un’integrazione molto più forte fra analisi della finanza e analisi della produzione di quella proposta da queste analisi. Da questo punto di vista sono d’accordo con Paul Sweezy quando sostiene che la sfida del futuro sia quella di costruire una teoria che integri finanza e produzione in modo molto più stretto.

L’approccio che ho appena richiamato si concentra sulla distribuzione e sulla domanda effettiva. Le difficoltà nell’una e nell’altra sfera sono molto forti e reali ma, secondo me, sono logicamente secondarie. Questo non è a stretto rigore vero per la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto: ma questa teoria, così come è proposta, non funziona.
Io non sono per buttare via la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto, sono per riformularla. La sua, in verità, era una teoria del ciclo, e Marx sottolinea con accuratezza sia le tendenze che le controtendenze. Non è una teoria del crollo, o una teoria secolare. La mia tesi è che però abbia senso avere una lettura di lungo termine della caduta tendenziale del saggio di profitto, come metateoria della crisi. Vale a dire, è una teoria che incorpora le altre forme di crisi che noi possiamo derivare da Marx. Questo ha il vantaggio di consentirci una sorta di ricostruzione razionale di quelle che sono state le grandi crisi del capitalismo, almeno dalla fine dell’ ’800. Proviamo a dire qualcosa in breve.

A fine ’800, c’è la cosiddetta “Lunga Depressione”. Essa è, secondo me, una tipica crisi da caduta tendenziale del saggio di profitto proprio nei termini formulati Marx. C’è infatti un aumento della composizione del valore del capitale (la nozione di composizione organica è complicata, adesso non ci tornerei sopra). Il capitalismo successivo, con la formazione di grandi “trust”, vede intervenire delle innovazioni tecniche e organizzative (taylorismo e fordismo), con il prevalere della controtendenza costituita dall’aumento del saggio di plusvalore. Questo fa sì che si passi da una crisi per bassa profittabilità – la Lunga Depressione – ad una crisi per eccessiva profittabilità potenziale, la Grande Depressione (che io preferisco chiamare, alla J.K. Galbraith, Grande Crollo). Quella degli anni ’30 è insomma una tipica crisi da realizzazione. Come tutte le crisi, entrambe partono da turbolenze finanziarie, ma possiamo dire che alla base vi siano cause reali più profonde. Dalla seconda crisi se ne esce con la II Guerra Mondiale, e poi ci sono i cosiddetti “30 anni gloriosi”, che per me non furono poi così gloriosi come sono stati raccontati. Sono d’accordo con Joseph Halevi quando dice che quel capitalismo è stato un keynesismo militarizzato centrato sugli USA. Quel capitalismo risolve i problemi di realizzazione ma lo fa, come direbbe Paul Mattick, con un aumento della produzione, ma non necessariamente della produzione di capitale, e con un aumento della quota del lavoro improduttivo rispetto alla quota del lavoro produttivo.

A cosa mi porta questo? A dire che la risposta al problema della realizzazione si basò allora su un modello che richiedeva un continuo e accelerato aumento del saggio di plusvalore, insomma del saggio di sfruttamento su una quota decrescente di lavoratori direttamente produttivi in termini di (plus)valore. Fra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’70, per varie ragioni la configurazione del capitalismo del II dopoguerra, il c.d. capitalismo keynesiano, entra in crisi. In questa crisi, secondo me, il fattore cruciale – non unico ma centrale – è stato il conflitto capitale-lavoro, non soltanto sul terreno distributivo ma anche direttamente sul terreno della produzione e dello sfruttamento del lavoro. Vengono creati dei vincoli all’aumento capitalisticamente necessario del saggio di plusvalore. Abbiamo così una terza grande crisi, il periodo della c.d. “Grande Stagflazione”, la crisi che io chiamo Crisi Sociale, che di nuovo, come la Lunga Depressione, è stata una crisi per bassa profittabilità, ma io non la interpreto affatto come una classica caduta tendenziale del saggio di profitto, la interpreto invece come una crisi direttamente del nucleo centrale del rapporto capitale-lavoro, una crisi direttamente sul terreno del processo immediato di valorizzazione.

 

DOMANDA: Non collegato alla composizione organica quindi?

 

RB: No, non credo che questa crisi sia collegata ad un aumento della composizione organica, anche perchè c’è una svalorizzazione del capitale costante (la composizione organica è la composizione di valore nella misura in cui rispecchia l’aumento della composizione tecnica: questo non sono io, è proprio Marx). Dopo di che i dati statistici non contano molto, dobbiamo chiederci cosa significa la composizione, ancora non organica, ma di valore, perchè è questa che conta per il saggio di profitto. Se volete la mettiamo in termini della contabilità borghese come rapporto capitale/reddito, che sarebbe capitale costante su (capitale variabile + plusvalore).
Cosa vuol dire che il rapporto capitale/reddito cresce? Come fai a dire che questo è dovuto ad un aumento della composizione in valore delle macchine e dei mezzi di produzione, e non invece al fatto che la domanda effettiva è bassa, e dunque il reddito non cresce abbastanza (aumenta il grado di capacità inutilizzata). Potrebbe anche essere dovuto al fatto che c’è appunto una crisi nella valorizzazione immediata, per cui i lavoratori impediscono che una certa quantità di lavoro vivo e di pluslavoro atteso vengano estratti come atteso, e di nuovo il reddito non cresce abbastanza. Le statistiche non ti dicono molto: da questo punto di vista sono d’accordo con Paul Mattick Sr. e Jr., autori che, sostengono la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto nella sua forma classica, e però del tutto a ragione dicono che essa non si può dimostrare statisticamente.

A questo punto il problema è definire che cos’è il neoliberismo, la configurazione capitalistica che viene dopo il periodo cosiddetto keynesiano.
Mettiamola così. C’è stata una prima grande crisi di insufficiente profittabilità a fine ’800, una seconda di eccesso di profittabilità potenziale nel 1929 e che prosegue negli anni Trenta del Novecento, a cui segue una terza crisi che torna ad essere dovuta ai bassi profitti, dovuta questa volta in modo determinante al conflitto capitale-lavoro nella distribuzione e (soprattutto) nella produzione.

Lasciatemi dire, in via preliminare, che la crisi di realizzazione non è mai dovuta ai bassi salari e al sottoconsumo: è semmai, come diceva Marx ma come sosteneva con forza anche Rosa Luxemburg, una crisi da sotto-investimento (chi se n’è accorto di questo aspetto della Luxemburg sono interpreti estranei al canone del marxismo, come Joan Robinson e Michał Kalecki). Il problema è insomma, per dirla in termini keynesiani, la domanda autonoma, cioè qual è l’elemento della domanda che traina l’ascesa e che a un certo punto si inceppa determinando la crisi. Schematizzando all’estremo, per comodità, il primo capitalismo aveva avuto come perno della domanda autonoma gli investimenti ‘schumpeteriani’. Dalla prima grande crisi si esce con fordismo e taylorismo, che però danno origine alla seconda grande crisi, il Grande Crollo. Dalla seconda grande crisi se ne esce con la spesa pubblica in disavanzo: diciamo, un modello kaleckiano, dove sono le ‘esportazioni interne’ (cioè i disavanzi di bilancio pubblico finanziati con nuova moneta) ad essere trainanti. Si creano le condizioni della terza grande crisi. Come se ne esce? Cos’è, appunto, il neoliberismo?

Penso che per capirlo si debbano lasciare perdere i discorsi degli economisti, anche marxisti – la caduta del saggio del profitto o il sottoconsumo; il liberismo e il libero commercio contro lo statalismo e il protezionismo – e stare a sentire cosa ci dicono gli scienziati politici. Penso, per fare solo alcuni nomi, a Wolfgang Streeck , con il suo “Tempo guadagnato” (il titolo originale tedesco andrebbe in verità più propriamente tradotto come “Tempo comprato”), a Philip Mirowski, con “Never let a serious crisis go to wast”e, e a Colin Crouch, che ha recentemente pubblicato un libro il cui titolo, in originale, in italiano andrebbe reso con “La strana non morte del neoliberismo” (è stato anche questo cambiato, per un pessimo vizio degli editori italiani.)

Streeck dice che negli anni ’70 al conflitto distributivo e produttivo fra capitale e lavoro il capitale ha risposto con uno sciopero degli investimenti. Una crisi che nasce “da sinistra” ma dove la destra neoliberista, che si era preparata per 30 anni, è in grado di intervenire e prendere il potere. I disavanzi di bilancio che nascono negli anni ’70 diventano i disavanzi dello stato che si deve finanziare a tassi di interesse crescenti negli anni ’80, e portano al successivo privilegiare il valore azionario. Ne segue la rottura del rapporto capitalismo-democrazia.

Mirowski sostiene che il neoliberismo rompe con il liberismo classico, non c’è nessuna continuità. Il neoliberismo non è il monetarismo + la nuova macroeconomica neoclassica. È una formazione politica fortemente interventista, in cui l’equilibrio viene costruito, non è assunto come un dato naturale. Mirowski usa anche Foucault per dire che i soggetti stessi che devono costituire quell’equilibrio vengono plasmati dalle politiche attive di stampo neoliberista.

Crouch afferma che il neoliberismo è una sorta di ‘keynesismo privatizzato’, cioè costruisce un meccanismo di sostegno al consumo attraverso le dinamiche della finanza che, grazie alla crescita dei valori degli asset sui mercati finanziari e del valore delle abitazioni, sostiene una crescita del consumo a debito delle famiglie. Insomma, il neoliberismo produce internamente e politicamente la domanda effettiva.
Quindi, la domanda autonoma che traina la domanda effettiva è il consumo a debito, ed questo è un processo politico, gestito prevalentemente con la politica monetaria.

In realtà queste cose le avevamo già dette Halevi ed io, già prima della crisi, nel 2005. Ve ne ha parlato bene Joseph nella sua intervista con voi, e rimando a quell’intervento. Aggiungo solo che per noi, pur esistendo nel capitalismo monopolistico una tendenza alla stagnazione, non ci si può fermare lì e bisogna sempre analizzare le controtendenze. Lo stesso Sweezy è esplicito da questo punto di vista. In una conferenza dice più o meno così: “sto io sostenendo che il capitalismo tende necessariamente ad una stagnazione permanente? Ma quando mai! Il problema è comprendere le controtendenze”.

Se volete una mia formula per riassumere la questione della crisi partendo dalla caduta tendenziale del saggio del profitto, direi che le controtendenze vincono sistematicamente contro la tendenza, ma che paradossalmente è proprio per questo che periodicamente l’economia capitalistica entra in crisi e la caduta del saggio (ma prima ancora della massa) del profitto c’è davvero.

 

DOMANDA: Perchè quando le controtendenze vincono c’è la caduta del saggio di profitto?

 

RB: Io ragionerei così: il saggio del profitto cadrebbe se la composizione in valore crescesse più del saggio di plusvalore. La critica di Joan Robinson, ma anche di Sweezy, è che secondo Marx l’introduzione delle macchine ed il progresso tecnico fanno sia crescere la composizione in valore che crescere il saggio di plusvalore. Ma, obiettano, come fai tu a dire che una (la spinta verso il basso) è la tendenza e l’altra (la spinta verso l’alto) la controtendenza? Perchè la controtendenza non dovrebbe vincere sulla tendenza? Ed io in un certo senso sono d’accordo con loro: c’è stata una grande crisi da caduta del saggio di profitto, la Lunga Depressione di fine Ottocento. Poi però le controtendenze alla caduta hanno vinto. E in fondo la mia storia è di come le crisi successive sono generate proprio dai fattori che hanno consentito di superare la crisi precedente. Il mio discorso ha però un centro, e questo centro è il saggio di plusvalore. Il cuore del discorso marxiano sulla caduta tendenziale del saggio del profitto è che l’investimento capitalistico espelle lavoratori a parità di capitale anticipato, e che dunque si richiede un aumento dello sfruttamento, perché il nuovo valore viene dall’uso, dal consumo, dei lavoratori. Questo cuore, che poi non è altro che la teoria del valore-lavoro alla Marx, rimane.

Ogni grande crisi è certo una crisi del capitalismo, ma è anche e soprattutto la crisi di una particolare forma di capitalismo. Di conseguenza a me non interessa analizzare la crisi della forma neoliberista del capitalismo come se vivessimo ancora nell’ ’800 e non ci fossero stati cambiamenti essenziali. Bisogna capire perchè il neoliberismo è stata una configurazione dinamica e non stagnazionistica (a dispetto di quello che pensano i fautori della caduta tendenziale del saggio del profitto o del sottoconsumo) e individuare nelle forze della fase ascendente le contraddizioni interne, che inverano le contraddizioni generali.

GV: credo che la crisi vada studiata anche analizzando i cambiamenti avvenuti nella produzione, nel processo lavorativo, nel processo di valorizzazione del capitale. Inoltre, andrebbe indagato il legame fra produzione e finanza, molto poco studiato in Italia. Bisognerebbe capire in che modo il neoliberismo ha costruito un meccanismo per l’estrazione di pluslavoro e plusvalore e comprendere il collegamento con il processo di finanziarizzazione dell’economia.

Credo che, dal punto di vista del processo lavorativo, ci siano stati alcuni cambiamenti importanti – quelli che una certa letteratura chiama postfordismo, economia della conoscenza, capitalismo cognitivo, etc. – che considero tuttavia categorie inadeguate per spiegare le novità dell’accumulazione capitalistica attuale. Non è vero che i paesi avanzati sono diventati paesi produttori di servizi e non più di beni industriali. Se si guardano gli Stati Uniti, il paese da dove è partita la crisi, è vero che, internamente, hanno smesso di produrre manufatti, ma solo perché il loro manifatturiero è fuori dai confini nazionali. E’ vero che, internamente, aumentano i lavori nei servizi rispetto all’industria, ma non tutti i lavori nei servizi sono “cognitivi”. Ci sono le badanti, i lavoratori del Mac Donald’s, ecc.

Quello che in genere viene chiamato “post-fordismo”, usando una etichetta che non condivido, è il discorso relativo al cambiamento dell’organizzazione del lavoro. Se prima la grande fabbrica fordista imponeva un piano di produzione con delle mansioni determinate, adesso il lavoratore lavora a progetto, con delle mansioni che possono variare molto, che addirittura lo portano ad auto-regolamentarsi. C’è un cambiamento anche legato a quello che Joseph Halevi e Riccardo Bellofiore hanno messo in luce: la centralizzazione senza la concentrazione. Non è vero che il post-fordismo significa il crollo della grande impresa. Piuttosto c’è una centralizzazione di capitali senza concentrazione di lavoratori (come avveniva nella grande impresa fordista). Il processo di produzione è ora spezzettato ed esternalizzato. E qui entra il gioco lo spazio, con la possibilità di creare grandi catene transnazionali del valore: il capitale si va a dislocare spazialmente in quei luoghi dove riesce ad ottenere pluslavoro e plusvalore adatti ad una particolare fase produttiva. Per esempio, se necessita di manodopera poco qualificata si sposta in Cina o in India; se ha bisogno di forza-lavoro qualificata si muove vicino ad università e centri di eccellenza (si pensi a Silicon Valley e la Stanford University).

Questi cambiamenti dei processi di produzione non sono analizzati in maniera molto convincente nel dibattito italiano. Inoltre, bisognerebbe collegare questa analisi con la finanziarizzazione, che ha un impatto anche sul processo di valorizzazione e quindi sul processo lavorativo. Si pensi al capitalismo americano e al collegamento tra la dichiarazione che le imprese stanno ristrutturando e il boom delle loro azioni in borsa. La ristrutturazione capitalistica, i licenziamenti e l’outsourcing permettono e consentono la valorizzazione borsistica di queste imprese. Vale anche il contrario: per valorizzare queste imprese bisogna imporre un certo tipo di processo di lavoro e di estrazione di plusvalore. Nel capitalismo statunitense molto finanziarizzato si rischia una lotta tutta interna alla classe lavoratrice. Con l’avvento dei fondi pensione, i lavoratori speravano di recuperare una parte del potere di acquisto perso con la diminuzione dei salari. Quindi, quando la grande impresa ristruttura, il valore delle azioni sale e i lavoratori ottengono rendite finanziarie, ma, al contempo, altri lavoratori vengono licenziati. C’è un gioco al massacro all’interno della classe lavoratrice che andrebbe studiato. In Italia queste cose le ha introdotte nel dibattito Luciano Gallino (“Con i soldi degli altri”, “finanzcapitalismo”), ma sono state analisi comunque tardive rispetto al dibattito internazionale.




Il Referendum plebiscito, di Massimo Villone

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Riforme. La stagione del populismo referendario… Il premier vanta il «capolavoro parlamentare», celebra l’uomo solo al comando e tace le fragilità di un sistema drogato dal maggioritario

di Massimo Villone

Se Renzi facesse di mestiere il bancario, venderebbe ai risparmiatori ignari i titoli spazzatura che hanno affondato quattro banche, note — grazie a papà Boschi — a tutti gli italiani. Nessuno meglio di lui porge argomenti privi di pregio, mentre tace o occulta censure e rischi. Così è stato per le riforme nel discorso di fine anno. Toni trionfalistici, in specie per l’Italicum, vero «capolavoro parlamentare».

E certo di capolavoro si tratta, se tale è il bavaglio alle opposizioni, l’uso spregiudicato in chiave di dittatura di maggioranza di norme e regolamenti, le ripetute minacce di “tutti a casa” nell’ipotesi di un fallimento, e persino qualche schiaffo alle presidenze delle assemblee, ancorché timide e prone ai voleri governativi.

Cosa è mancato nel discorso del premier? Tutto il resto. Una minima serietà avrebbe richiesto qualche argomento sul dissenso, e in specie sulla censura di evidenti assonanze tra l’Italicum e il sistema dichiarato illegittimo con la sentenza 1/2014 della Corte costituzionale. Ovvero sull’accusa di concentrazione del potere e riduzione degli spazi di democrazia nella Costituzione che si prefigura, o ancora di sinergia perversa con le altre riforme, dalla legge elettorale alla pubblica amministrazione, alla scuola, alla Rai.

Cosa abbiamo, invece? L’annuncio ufficiale di una personale strategia plebiscitaria del premier. Il primo atto sarà nell’ottobre 2016 il referendum sulla revisione della Costituzione. Renzi ci informa che l’oggetto non sarà il contenuto della riforma e la qualità della democrazia che da essa viene, ma la conclusione della sua esperienza politica, e dunque crisi e nuove elezioni in caso di sconfitta. E certo sa che seguiranno nel 2017 altri referendum, abrogativi: scuola, Jobs Act, Italicum. È facile pensare che li veda come una ininterrotta stagione di populismo referendario, utile a consolidare il rapporto plebiscitario tra lui e gli elettori.

È già funzionale a questo l’autocelebrazione: con l’Italicum non finiremo come la Spagna, e saremo in Europa un paese campione per stabilità. Meno male che tra i paesi leader dell’Unione non lo segue proprio nessuno. Se affinità elettiva vediamo, è con qualche giovane democrazia – si fa per dire — dell’Est europeo. Per la Spagna, Renzi non dovrebbe chiedersi quale e quanta instabilità verrà dalla necessità di coalizioni. Piuttosto, la domanda è: quale stabilità verrebbe mai garantita se uno solo dei contendenti fosse stato alloggiato nelle stanze del potere grazie ad artifici elettorali, ad esclusione di tutti gli altri? Come si governa un paese che ha espresso un dissenso largamente maggioritario verso chi occupa pro tempore le poltrone dell’esecutivo?

Questo è il nostro problema con l’Italicum. Un sistema già tripolare – e forse quadripolare, se la sinistra ritroverà identità, coesione, leadership — costretto dall’imbuto del ballottaggio nella semplificazione forzosa dell’uomo e del partito soli al comando. Il punto non è la stabilità, ma la duratura capacità di governo. Che si misura giorno per giorno nei cinque anni che seguono la sera del voto. E non viene da un parlamento non rappresentativo, dall’ascolto estemporaneo, dai blog e mailing list di governo, e ancor meno dalle comparsate televisive.

Con Renzi una novità c’è davvero. Dai partiti a vocazione maggioritaria, un tempo popolarissimi anche presso una certa sinistra, passiamo oggi ai governi a vocazione minoritaria. Governi volutamente minoritari, perché fondati su uno scambio consapevole tra consensi reali che in un modello proporzionale condurrebbero a esiti di coalizione, e numeri parlamentari posticci e gonfiati da artifici maggioritari che non danno legittimazione sostanziale e forza politica a chi governa.

Il totem della vittoria artificialmente certa la sera del voto si accompagna di fatto al fatale declino dei consensi nel corso del mandato. È un lento morire, per le insoddisfazioni inevitabili e cumulative sulle politiche del governo. I sondaggi di popolarità decrescente lo segnalano in ogni paese.
Un tempo, nella prima repubblica dei tanti governicchi, sarebbe stato contrastato con un rimpasto, in un parlamento ampiamente rappresentativo e ad opera di partiti saldamente radicati. Ma oggi è l’assioma di partenza che lo impedisce. Come si fa a cambiare il volto di un esecutivo che si vuole gratificato direttamente dal voto popolare e da un megapremio di maggioranza?

Certo il tema non è a misura di tweet, e quindi sfugge alla dimensione politica del premier. Ma rende plausibile una sua affermazione: che il turno a Palazzo Chigi sarà il suo ultimo mandato pubblico. Riteniamo probabile che gli italiani lo collocheranno a riposo senza onori. Ma dobbiamo evitare – anche con i referendum — che nel frattempo faccia troppi danni. Ed è ferale il dubbio che sia più saggio di lui Berlusconi, che – come Renzi ricorda — si lamentava di dover governare in coalizione, ma poi ha votato contro l’Italicum. Magari alla fine ha capito.

da IL MANIFESTO
(Edizione del 30 dicembre 2015)