Le motivazioni della sentenza sull’Italicum: un primo commento

Palazzo della Consulta Roma 2006

Le motivazioni della censura dell’Italicum: il sistema parlamentare richiede una piena rappresentatività delle Camere. La Corte ha cancellato vizi che erano anche del Porcellum, il legislatore faccia il resto.

di Paolo Solimeno, 10 febbraio 2017

La sentenza n. 35 del 2017, discussa all’udienza del 24 gennaio e depositata il 9 febbraio 2017, contiene una profonda analisi dei motivi di costituzionalità portati alla sua attenzione dalle ordinanze di rimessione di vari tribunali d’Italia (Torino, Messina, Genova, Perugia, Trieste), tutti raggiunti da ricorsi, solitamente ex art. 702 bis c.p.c., di cittadini assistiti dal gruppo di “Avvocati Antitalicum” coordinati dall’avv. Felice Carlo Besostri.

La sentenza, lunga un centinaio di pagine, apre con il rigetto dell’eccezione dell’Avvocatura dello stato di inammissibilità delle questioni di legittimità sulla base del ragionamento già svolto dalla sentenza 1/2014: le eccezioni sono ammissibili qualora, come nel caso di specie, siano a) sufficientemente motivate, b) vi sia una effettiva incidentalità del giudizio di merito e di quello di costituzionalità che debbono avere oggetto diverso: la pienezza del diritto di voto il primo, la legge elettorale sospettata di incostituzionalità il secondo (si ribadisce che l’accesso al vaglio di costituzionalità non può essere diretto, ma solo incidentale, come parentesi di un effettivo giudizio di merito), c) che il diritto azionato abbia rilievo costituzionale, d) tenuto conto dell’esigenza di consentire che le leggi elettorali non siano sottratte al vaglio di costituzionalità, dato che determinano la composizione di organi costituzionali essenziali per l’ordinamento democratico-rappresentativo.

Sempre quanto all’ammissibilità delle questioni la Corte si sofferma sul fatto che la legge elettorale 52/2015 aveva un’efficacia differita, ma non incerta, e che l’ammissibilità di un giudizio di accertamento di un diritto non dipende necessariamente dall’avvenuta lesione dello stesso, ma può derivare anche dal pericolo di una sua futura lesione. Queste prime statuizioni rafforzano e consolidano la giurisprudenza inaugurata dalla sentenza 1/2014 della stessa Corte costituzionale, dalla ordinanza 17.5.2013 della Cassazione e soprattutto dalla sentenza della Cassazione 8878 del 16 aprile 2014, emanata dopo C. Cost. 1/2014, che afferma la sussistenza del nesso di pregiudizialità delle questioni di costituzionalità e perciò la prospettata separazione e distinzione delle domande processuali proposte dal giudice a quo e in Corte costituzionale.

Invece è ritenuta inammissibile la questione riguardante la violazione del procedimento di approvazione della legge elettorale, art. 72 Cost., attraverso anche la compressione dei tempi di discussione e votazione e l’apposizione della fiducia: la Corte non entra nel merito, si limita a rilevare che le ordinanze dei giudici di merito non comprendono questa eccezione e non si può chiedere che la Corte sollevi dinanzi a sé la questione perchè questo aggirerebbe il limite detto e perché le questioni sono già state ritenute manifestamente infondate dai giudici a quo. Sul punto si possono nutrire dei dubbi, non solo per la ragione strumentale che una dichiarazione di violazione del procedimento di deliberazione “ordinario” previsto dalla costituzione avrebbe portato alla caducazione dell’intera legge elettorale, ma perché l’oggetto della legge richiede un particolare rigore sul rispetto delle modalità di discussione e approvazione in parlamento e gli ostacoli formali addotti dalla Corte paiono non esser sufficienti ad impedire il vaglio di legittimità.

Veniamo al premio di maggioranza: per quello previsto dalla legge in esame al primo turno la Corte ritiene che, riconosciuta al legislatore “un’ampia discrezionalità nella scelta del sistema elettorale che ritenga più idoneo in relazione al contesto storico-politico in cui tale sistema è destinato ad operare”, resta un giudizio di razionalità alla Corte che nel caso assolve la legge. La sentenza richiama infatti i precedenti in materia che hanno richiesto una soglia di accesso al premio di maggioranza che incida sull’attribuzione dei seggi (sent. 1/2014, 13/2012, 15 e 16/2008) e questa soglia prevista dalla legge 52/2015 è ritenuta ora adeguata a contemperare gli obiettivi di rappresentatività del parlamento e di stabilità del governo.

Invece è ritenuta fondata l’eccezione di costituzionalità del premio al ballottaggio: infatti il secondo turno assegna comunque il premio alla lista delle due che siano arrivate prime per numero di voti validi al primo turno, solo perché abbiano superato lo sbarramento del 3%. Il premio sarà ottenuto solo sul presupposto di ottenere al secondo turno un voto più della lista concorrente, senza alcun riferimento alla porzione di aventi diritto al voto che abbia partecipato al secondo turno, porzione che si può prevedere che possa essere anche molto ridotta “come prevedibile conseguenza della radicale riduzione dell’offerta elettorale” (così argomentavano i giudici rimettenti per questo punto, i Tribunali di Torino, Perugia, Trieste e Genova); inoltre non sono consentiti apparentamenti o collegamenti tra liste. La Corte ritiene che le indicazioni della sentenza 1/2014 siano state recepite dal legislatore del 2015 nel disegnare il primo turno di votazioni, ma il secondo è disegnato in modo illegittimo, eccessivamente distorsivo della volontà degli elettori. Infatti è costruito come “prosecuzione del primo turno” – e non come nuova votazione – utile solo a individuare il vincitore del premio ed a cui non partecipano altro che le prime due liste, le altre restando confinate (anche per il divieto di apparentamenti) come peso in seggi al risultato percentuale del I turno. Il premio così configurato è necessariamente un premio di maggioranza, non un premio di governabilità e pertanto deve esserne valutato il rispetto della “esigenza costituzionale di non comprimere eccessivamente il carattere rappresentativo dell’assemblea elettiva e l’eguaglianza del voto”, esigenza che, dice la sentenza n. 35, non è rispettata dal sistema di assegnazione del premio al ballottaggio perché una lista “può accedere al turno di ballottaggio anche avendo conseguito, al primo turno, un consenso esiguo, e ciononostante ottenere il premio, vedendo più che raddoppiati i seggi che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno. Le disposizioni censurate riproducono così, seppure al turno di ballottaggio, un effetto distorsivo analogo a quello che questa Corte aveva individuato, nella sentenza n. 1 del 2014, in relazione alla legislazione elettorale previgente”.

Ed ecco il passo essenziale, sul punto, della sentenza n. 35 del 2017 che si allinea pienamente, ripetendone i principi cardine (il confronto tra interesse legittimo alla governabilità e principio costituzionale di rappresentatività delle istituzioni e uguaglianza del voto): “Se è vero che, nella legge n. 52 del 2015, il turno di ballottaggio fra le liste più votate ha il compito di supplire al mancato raggiungimento, al primo turno, della soglia minima per il conseguimento del premio, al fine di indicare quale sia la parte politica destinata a sostenere, in prevalenza, il governo del Paese, tale obbiettivo non può giustificare uno sproporzionato sacrificio dei principi costituzionali di rappresentatività e di uguaglianza del voto, trasformando artificialmente una lista che vanta un consenso limitato, ed in ipotesi anche esiguo, in maggioranza assoluta”. L’avverbio artificialmente è usato non a caso e più avanti la sentenza chiarisce che l’individuazione di una maggioranza è creata da un meccanismo, non da una scelta: “È vero che, all’esito del ballottaggio, il premio non è determinato artificialmente, conseguendo pur sempre ad un voto degli elettori, ma se il primo turno dimostra che nessuna lista, da sola, è in grado di conquistare il premio di maggioranza, soltanto le stringenti condizioni di accesso al turno di ballottaggio conducono, attraverso una radicale riduzione dell’offerta politica, alla sicura attribuzione di tale premio”.

Giova sottolineare, per evitare letture distorsive della sentenza, come la “divaricazione” censurata dalla sentenza in questo passo non sia tra le maggioranze che potrebbero generarsi nelle due camere, ma tra la composizione di una delle due assemblee (la legge in esame vale solo per la Camera) e la volontà dei cittadini: “Le disposizioni censurate producono una sproporzionata divaricazione tra la composizione di una delle due assemblee che compongono la rappresentanza politica nazionale, centro del sistema di democrazia rappresentativa e della forma di governo parlamentare prefigurati dalla Costituzione, da un lato, e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto, «che costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare secondo l’art. 1 della Costituzione» (sentenza n. 1 del 2014), dall’altro”.

La questione delle maggioranze omogenee è ripresa con un inciso a fine sentenza, laddove rigetta l’argomento della incostituzionalità della diversità dei sistemi elettorali previsti per le due camere, dopo la vittoria (ovviamente le ordinanze si riferivano ad una mera ipotesi, prima della vittoria del no al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016). L’argomento è respinto sostanzialmente per difetto di motivazione delle ordinanze di rimessione, ovvero per insufficiente indicazione dei motivi per cui si ritiene che la normativa violerebbe le singole disposizioni costituzionali invocate (artt. 1, 3, 48, 49, 51, 56); e mancato riferimento proprio “delle due disposizioni costituzionali che dovrebbero necessariamente venire in considerazione (cioè gli artt. 94, primo comma, e 70 Cost.) laddove si intenda sostenere che due leggi elettorali «diverse» compromettano, sia il funzionamento della forma di governo parlamentare delineata dalla Costituzione repubblicana, nella quale il Governo deve avere la fiducia delle due Camere, sia l’esercizio della funzione legislativa, attribuita collettivamente a tali due Camere”. E qui la Consulta sembra cogliere nel segno. Ma si deve rilevare che è una soluzione di rigetto formalistica che, proprio perché è seguita da una dichiarata preoccupazione proprio per il rischio di produzione di maggioranze non omogenee nei due rami del parlamento, risulta insoddisfacente: la Corte arriva a dire che la Costituzione “esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non devono ostacolare, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee”. Quindi non si può dire che la Consulta si preoccupi di “armonizzare” il sistema, perché altrimenti avrebbe utilizzato o il motivo di censura che riguarda il mancato rispetto del procedimento parlamentare ordinario (art. 72 Cost.) oppure questo motivo di censura dei meccanismi diversi delle due leggi risultanti in vigore per cancellare interamente, o almeno in parti ben più essenziali (il premio al primo turno, anche) la legge per la Camera, consegnando agli elettori due meccanismi omogenei. Invece si limita a tutelare altri pur ragguardevoli principi quali la pienezza del diritto di voto e la rappresentatività del ramo del parlamento sulla cui legge è chiamata ad esprimersi.

Detto ciò, bisogna anche ammettere che la Corte si premura di censurare non il turno di ballottaggio tra liste in sé, ma la specifica disciplina che ne ha dato la L. 52/2017 quale ballottaggio in collegio unico nazionale con voto di lista, estraneo ad ogni esperienza straniera (quali i collegi uninominali), ammettendo che “non potrebbe essere questa Corte a modificare, tramite interventi manipolativi o additivi, le concrete modalità attraverso le quali il premio viene assegnato all’esito del ballottaggio, inserendo alcuni, o tutti, i correttivi la cui assenza i giudici rimettenti lamentano. Ciò spetta all’ampia discrezionalità del legislatore (ad esempio, in relazione alla scelta se attribuire il premio ad una singola lista oppure ad una coalizione tra liste: sentenza n. 15 del 2008), al quale il giudice costituzionale, nel rigoroso rispetto dei propri limiti d’intervento, non può sostituirsi.

Inoltre, alcuni di questi interventi (che, in astratto considerati, potrebbero rendere il turno di ballottaggio compatibile con i tratti qualificanti dell’organo rappresentativo nazionale) non sarebbero comunque nella disponibilità di questa Corte, a causa della difficoltà tecnica di restituire, all’esito dello scrutinio di legittimità costituzionale, una disciplina elettorale immediatamente applicabile, complessivamente idonea a garantire l’immediato rinnovo dell’organo costituzionale elettivo (da ultimo, sentenza n. 1 del 2014)”. Ma tale giudizio negativo del meccanismo non travolge nemmeno la legge per le elezioni dei comuni con più di 15.000 abitanti, soprattutto perché lì è prevista l’elezione diretta del sindaco (e non un sistema “parlamentare”, quindi) e la coerenza del sistema è assicurata.

Il meccanismo dell’Italicum, quindi, è inadeguato allo scopo: è “finalizzato a completare la composizione dell’assemblea rappresentativa” che per il resto è (salvo le distorsioni conseguenti all’assegnazione del premio) composta sulla base del risultato proporzionale nazionale. In un sistema parlamentare la legge elettorale per ciascuna delle due camere, se con funzioni analoghe, legislative e di sostegno della maggioranza governativa, non può che “assicurare il valore costituzionale della rappresentatività”, mentre la disciplina censurata “trasforma e in radice la logica e lo scopo della competizione elettorale” ed appare (la conclusione è solo suggerita dalla Corte, ma gli elementi sono posti lì e valutati senz’altro con questo obiettivo) come un meccanismo pensato per eleggere una carica monocratica applicato innaturalmente e irrazionalmente per determinare la composizione di una assemblea elettiva.

Pertanto la sentenza ha ritenuto di dover dichiarare l’illegittimità delle disposizioni, della legge 52 del 2015, che avevano introdotto il secondo turno di votazione; la normativa di risulta “è idonea a garantire il rinnovo, in ogni momento, dell’organo costituzionale elettivo”, con l’effetto che in caso di mancato raggiungimento, da parte di alcuna lista, della soglia del 40%, si procederà al riparto interamente proporzionale dei seggi alla Camera (art. 83, I comma, n. 4) tra le liste che avranno superato lo sbarramento del 3% (art. 83, I comma, n. 3).

Una serie di profili di dubbia costituzionalità esaminata dalla sentenza 35 attiene alle modalità di scelta del candidato: già la sentenza 1/2014 si era occupata di liste bloccate ed aveva censurato la previsione di liste bloccate per l’attribuzione dell’interezza dei seggi della legge 270/2005, salvando esplicitamente previsioni diverse quali le liste bloccate per solo una parte dei seggi e le liste bloccate in un circoscrizione territorialmente molto contenuta, tanto da consentire la conoscibiltà dei canditati. Il sistema di scelta è giudicato sostanzialmente migliorato dalla nuova legge per la Camera, 52/2015, in quanto a fronte dell’intera lista lunga bloccata ci propone liste brevi in quanto riferite a 100 collegi piccoli, solo il capolista è bloccato e l’elettore può esprimere due preferenze tra i non capilista. La sentenza supera anche la censura riferita al fatto che solo la lista che si aggiudica il premio sceglie, tra i 340 seggi assegnatigli, solo 100 seggi col meccanismo dei capilista bloccati e 240 con quello delle preferenze, mentre le liste di minoranza satureranno la scelta dei seggi con i propri capilista, risultando probabilmente almeno tre le liste assegnatarie dei rimanenti 278 seggi: ritiene in breve, la Corte, che i capilista sono scelti dai partiti e la qualità della partecipazione in questi e della rappresentatività delle loro scelte di candidatura non può ricadere sul legislatore; svolge inoltre, la Corte, un’altra considerazione che andrebbe verificata più meditatamente: ritiene che l’effetto negativo paventato dall’ordinanza di rimessione si produrrebbe solo se i risultati delle minoranze fossero omogenei su tutto il territorio nazionale, mentre un partito più forte in alcuni colleghi otterrebbe ben più del solo capolista, aprendo quindi, anche una lista che a livello nazionale resti di minoranza, a candidati scelti con le preferenze; ma tale conclusione sembra contrastare con il meccanismo di riparto proporzionale su collegio unico nazionale della legge 52/2015 che, pur contenendo i detti collegi territorialmente circoscritti, non consente una ripartizione territoriale.

Comunque l’ampia pervasività della scelta dei candidati col meccanismo dei capilista bloccati è promossa dalla Corte con argomenti ipotetici e deboli, sorprende invece il rigore con cui è accolto, come noto, il meccanismo di rinuncia del candidato eletto in più collegi plurinominali. La Corte accoglie la lamentela dei giudici a quo (volendo proprio declinare, a quibus) secondo cui “l’opzione arbitraria affida irragionevolmente alla decisione del capolista il destino del voto di preferenza espresso dall’elettore nel collegio prescelto, determinando una distorsione del suo esito in uscita, in violazione non solo del principio dell’uguaglianza ma anche della personalità del voto, tutelati dagli artt. 3 e 48, secondo comma, Cost.”; e ipotizza poi vari criteri sostitutivi dell’arbitrarietà della scelta. I limiti del giudizio di costituzionalità, che non può essere creativo o additivo, hanno prodotto il noto esito dell’introduzione, al posto dell’arbitrio del capolista, del criterio dell’estrazione a sorte per individuare il seggio in cui il canditato plurivincitore debba risultare eletto (a sacrificio dunque del più votato in preferenze di quel collegio): l’esito è indotto dal fatto che l’ablazione della prima parte dell’art. 85 del DPR 361/1957 lascia in vigore la parte che prevedeva già il criterio residuale dell’estrazione a sorte, qualora il capolista non avesse esercitato la facoltà di scelta. Ovviamente la Corte invita il legislatore a sostituire la normativa di risulta con una disposizione che introduca un criterio maggiormente rispettoso della volontà degli elettori.

La sentenza n. 35/2017 ci lascia quindi un sistema potenzialmente maggioritario alla Camera, come si percepiva già il 25 gennaio all’esito dell’udienza pubblica, in cui l’attribuzione dei seggi è determinata in proporzione al voto ottenuto dalle singole liste, salva la remota ipotesi che una di esse (o due, per puro esercizio astratto) ottenga almeno il 40% dei voti (nel qual caso scatterebbe il premio di maggioranza).

Se si condivide l’utilità di una almeno parziale armonizzazione con il sistema in vigore al Senato, non si può negare che tutti i principi e i precedenti invocati nelle sentenze n. 1/2014 e 35/2017 spingano verso l’abrogazione del premio di maggioranza alla Camera, per avvicinarsi al sistema del Senato, il c.d. Consultellum: un proporzionale con sbarramenti.

Certo, la Consulta non chiede un sistema proporzionale puro, si sofferma anche troppo, nelle sentenze citate, a suggerire alternative ai meccanismi estremi introdotti dalle leggi volute da Berlusconi nel 2005 e da Renzi nel 2015. Ma tra le possibili “correzioni” del sistema proporzionale al fine di evitare eccessiva frammentazione e di facilitare la formazione di maggioranze e il premio ispirato da Roberto D’Alimonte che crea, a tutti i costi, una maggioranza governativa c’è un abisso.

Qualunque direzione venga presa dal legislatore, sarà viziata politicamente dall’esser adottata da un parlamento determinato da una legge dichiarata incostituzionale e le cui distorsioni in termini di seggi rispetto ai voti ottenuti sono macroscopiche e continuano a generare interventi nel nostro ordinamento giuridico che a fatica, e non da oggi, trovano sostegno nel principio di continuità delle istituzioni affermato in chiusura dalla Corte nel gennaio 2014.




L’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli: un tentativo di riorganizzazione della cultura

gerardo marotta

Per omaggiare la memoria e l’opera di Gerardo Marotta riproponiamo un testo di Nicola Capone apparso sulla rivista «Il Ponte» nel novembre 2012 (Anno LXVIII, 11)

Nel secondo Novecento, dopo una lunga interruzione provocata da due micidiali guerre mondiali, riprese vita a Napoli la secolare tradizione delle libere Accademie con la fondazione, a distanza di trentanni luno dallaltro, di due prestigiosi Istituti di alta cultura, come tentativo di riorganizzare la ricerca dinanzi alle contraddizioni scaturite dalla tendenza tecnologica ed economicista imperante, allora come oggi, nella sfera culturale e in quella politica. Nacquero così l’Istituto Italiano per gli Studi Storici, fondato nel 1947 da Benedetto Croce e Raffaele Mattioli, e lIstituto Italiano per gli Studi Filosofici, fondato nel 1975 da Giovanni Pugliese Carratelli, Enrico Cerulli, Elena Croce, Gerardo Marotta e Pietro Piovani.

Queste moderne Accademie presero il nome di Istitutoperché con la Rivoluzione francese il termine sostituì quello di Accademia, da cui i rivoluzionari vollero prendere le distanze per dare un segno di discontinuità con le istituzioni che si erano compromesse con lAncien Régime [1].

Per quanto concerne lIstituto Italiano per gli Studi Storici, occorre ricordare che, nellimmediato secondo dopoguerra, la distruzione delle città italiane, lannichilimento dello Stato e una profonda crisi dellinsegnamento universitario e di tutto il sistema scolastico fecero temere unirreversibile decadenza del processo di formazione della classe dirigente nelle province meridionali. Mosso da queste preoccupazioni, un generoso uomo di cultura venne in visita da Milano nella casa di Benedetto Croce per proporre la creazione di un istituto di alti studi per la formazione culturale delle nuove generazioni. Quellalta personalità era labruzzese Raffaele Mattioli, un banchiere ammirato in tutta Europa che riuscì a riunire diversi istituti bancari per la creazione di unistituzione di eccellenza e di grande prestigio. Benedetto Croce, nel Taccuino del 1944, in data 29 agosto, così descrive levento: «È venuto il Mattioli, col quale ho preso gli accordi per la fondazione dellIstituto di teoria della politica e di storia, in Napoli». Le finalità sono limpidamente delineate nel discorso inaugurale di Croce, pronunziato il 16 febbraio 1947 e intitolato Il concetto moderno della storia: «C’è nella vita dei giovani un momento in cui alla dispiegata vocazione, che si esprime nella scelta non estrinseca di un tema di studio, non corrisponde la consapevolezza piena e matura dellassunto, che si ottiene nel raccoglimento, che oggi l’Università […] difficilmente concede. In particolar modo ne soffrono le discipline storiche, che debbono essere bensì legate alla filologia ma a una filologia vichianamente intesa, che abbisognano dellafflato dei grandi interessi umani e che non possono vivere staccate da quei valori che solo la filosofia sa distinguere e definire […]. D’onde il costituirsi, a integrazione dellinsegnamento universitario e per opera di insegnanti che in gran parte all’Università appartengono, di questo che si denomina Istituto Italiano per gli Studi Storici».

Giovanni Pugliese Carratelli, ripercorrendo la storia di questa istituzione, ricorda che non solo il progresso degli studi storici era oggetto delle riflessioni di Croce, ma anche «la necessità di contribuire alla formazione di una nuova classe dirigente dotata di una preparazione politica seria, quale non poteva trovarsi in una gioventù cresciuta in un avvilente clima di oppressione, di negazione di ogni dibattito di idee e di forzosa educazione al conformismo o allinfingimento. Liniziale formulazione del titolo dellIstituto, di teoria della politica e di storia’, è indice dellimportanza che Benedetto Croce già attribuiva agli studi dei giovani e alla loro cultura politica quando, per alto sentimento di dovere civile, dedicava in età avanzata il suo sapere e la sua esperienza al primario còmpito di restituire allItalia la dignità di nazione libera e maestra di libertà, quale essa era stata negli anni del suo Risorgimento» [2].

A circa un trentennio dalla nascita della fondazione promossa da Benedetto Croce, Gerardo Marotta avvertiva che del binomio vichiano verum-factum, filosofia-filologia, il polo debole era diventato proprio quello del pensiero speculativo. Mosso da questa convinzione, su insistenza di Enrico Cerulli, presidente dellAccademia dei Lincei senza la copertura economica delle banche, come fu invece nel caso di Raffaele Mattioli e di Benedetto Croce fondò nel 1975 lIstituto Italiano per gli Studi Filosofici.

Formatosi nel clima di rinascita culturale che investì Napoli nellimmediato dopoguerra, favorito dal confronto diretto con figure quali Benedetto Croce, Renato Caccioppoli e il giovane Guido Piegari fondatore e ispiratore di gruppi di studio, veri e propri vivai di intelligenza collettiva in lui dovettero a lungo risuonare le parole di Adolfo Omodeo che nel 1943, in qualità di Rettore dell’Università appena liberata dai nazifascisti, esortava in questo modo gli studenti: «il problema delleducazione e della formazione è urgentissimo, forse più urgente delle case da riedificare: si tratta di facilitare il sorgere di una generazione migliore della nostra e di avvezzarla a un più elevato costume».

Egli fu mecenate e artefice della sua opera, che prese forma progressivamente partendo da una biblioteca da lui creata in circa ventanni di studi e ricerche. «Luogo dincontro per gli studiosi, scuola di perfezionamento, centro di ricerca e officina editoriale ricorda Marc Fumarolì, Accademico di Francia, la figlia di Benedetto Croce, Elena, essa stessa brillante scrittrice, una delle figure più luminose fra gli intellettuali italiani del dopoguerra, sostenne immediatamente liniziativa dellavvocato Marotta. Non vide nessuna concorrenza con lIstituto Croce, che aveva sede a Napoli nella casa del padre, dove borsisti e cittadini frequentano la biblioteca del grande filosofo scomparso».

In pochi anni lIstituto divenne un crocevia della cultura europeaalla cui vita hanno preso parte decine di migliaia di docenti e ricercatori delle varie discipline filosofiche, artistiche, storiche, scientifiche. Reagendo al carattere monologicodel sapere e alla crescente specializzazione degli ambiti di ricerca, lIstituto ha rappresentato un tentativo uno dei pochi al mondo di costituire unAccademia di carattere internazionale, che da un lato avesse al suo centro lattività seminariale e linterdisciplinarità della conoscenza, per studiare e promuovere i problemi della cultura e della civiltà coinvolgendo le diverse Accademie dei singoli Stati [3], e che dallaltro si espandesse a raggiera con scuole di alta formazione in tutto il territorio nazionale e, particolarmente, nel Mezzogiorno dItalia.

Con questa impostazione innovativa, nel 1980 lIstituto Italiano per gli Studi Filosofici diede vita alla Scuola di Studi Superiori in Napoli, diretta da Tullio Gregory, per offrire ai giovani la possibilità di avviarsi ad una attività di studi e di ricerca, una volta conclusi gli studi universitari: Charles Schmitt, Robert Shakleton, Yvon Belaval, Paul Ricoeur, Otto Pöggeler, Dieter Henrich e moltissimi altri maestri hanno incontrato nei loro corsi di lezioni i giovani più promettenti, laureati presso le varie università italiane.

Nel campo delle scienze, lIstituto si è adoperato per dare un contributo al riavvicinamento fra la cultura filosofico-umanistica e quella scientifica, con seminari di fisica e di biologia a cui hanno dato il loro contributo numerosi premi Nobel: da Rita Levi Montalcini a Carlo Rubbia, da Steven Weinberg a Sheldon Glashow, da Marx Perutz a Ilya Prigogine e diversi centri di ricerca quali il CERN di Ginevra, gli istituti del CNR, il Laboratorio di Genetica e Biofisica e la Stazione Zoologica “Anton Dhorn” di Napoli, lOsservatorio Vesuviano, lOsservatorio Astronomico di Capodimonte, e numerose università.

La rete internazionale di docenti e ricercatori creata nellarco di un quindicennio ha permesso lorganizzazione di seminari presso università e centri di ricerca di tutto il mondo, per studenti italiani e stranieri: al Warburg Institute di Londra, allÉcole Pratique des Hautes Études di Parigi, alle università di Cambridge, Warwick, Rotterdam, Austin, Monaco, Francoforte, Amburgo, Tubinga, Erlangen, Bielefeld, Mosca, Salonicco, del Sinai e in molte altre località, dal Sud America (Messico, Venezuela, Brasile) allAsia (Cina, Giappone) alla Russia [4]. Da questo scambio costante con altre istituzioni culturali e dal confronto fra ricercatori di diversa formazione sono sorte, sul modello della Scuola di Studi Superiori in Napoli, le Scuole di Venezia, Torino e infine quella di Heidelberg, che mira a costituire un punto di riferimento per la cultura filosofica tedesca ed europea.

La specificità dellIstituto Italiano per gli Studi Filosofici è consistita nellaver posto, accanto allattività di ricerca e di formazione, quella seminariale, unattività in cui, come dice il nome, si gettano dei semi destinati a germogliare su un comune terreno spirituale. Il seminario” è già di per sé un momento importante della ricerca: il docente vi reca gli esiti, spesso anche provvisori e suscettibili di discussione e rettifica, delle sue analisi; i borsisti ammessi alla frequenza del seminario svolgono ricerche simili o in qualche modo collegate a quelle del docente, dalla cui esposizione e dalla cui esperienza si attendono ulteriori suggerimenti, indicazioni, stimoli. La conclusione della parte espositiva del seminario è sempre occasione di confronto tra il docente e gli allievi del corso: luno e gli altri dibattono gli argomenti trattati; si incrociano le richieste di chiarimenti e di consigli, di approfondimento e di riconsiderazione. Docenti e allievi restano in contatto e continuano a dialogare a distanza anche dopo la fine del corso.

Questo carattere seminariale, insieme alla varietà degli ambiti di ricerca proposti agli studiosi da maestri provenienti da ogni parte e alla sua vocazione internazionale, è, potremmo dire, lemblema di questa Accademia, che la differenzia da altre prestigiose istituzioni culturali quali, per esempio, il Warburg Institute e lInstitute for Advanced Study di Princeton.

Il primo, come lIstituto napoletano, fu creato intorno ad una biblioteca, che il fondatore Aby Warburg [5] intitolò Biblioteca della scienza della cultura. Questo, però, fu concepito per la ricerca pura senza rapporto con progetti formativi o didattici. E anche quando nel 1934 dopo essere stato esiliatoin Inghilterra, a causa dellavvento del nazismo in Germania al Warburg Institute si incominciarono a tenere corsi e a rilasciare titoli, lo si fece a nome dell’università che, nel frattempo, visti gli esigui fondi destinati al prestigioso Istituto, aveva finito per assorbirlo.

La medesima idea di ricerca pura stava alla base dellInstitute for Advanced Study di Princeton, fondato nel 1930 da Abraham Flexner, un importante intellettuale, che scrisse nel 1937 un saggio intitolato The usefulness of useless knowledge, sullUtilità della non utilità della conoscenza, centrato sullidea che le grandi scoperte nella storia dellumanità siano state sempre il risultato della pura curiosità. Anche qui non c’è insegnamento: con la vicina Università di Princeton fu stabilita una convenzione solo per consentire agli studiosi dellInstitute di frequentarne la biblioteca. Del resto, il nome stesso Institute for Advanced Study è perfettamente espressivo dellidea che sta a fondamento di questo tipo di istituzione: un centro di ricerca pura volutamente non costruito intorno a un elemento disciplinare.

Dunque, come testimonia Irving Lavin [6], il tratto caratteristico dellAccademia napoletana è che, a differenza degli altri istituti di eccellenza, «si seguono seminari, che però sono molto diversi dai seminari universitari in quanto i professori che vengono illustrano i risultati non ancora pubblicati delle proprie ricerche, come è necessario per educare i giovani, invece di tenere corsi universitari riassuntivi di un sapere già acquisito. [] Andando ad Oxford, a Londra, a Parigi, negli Stati Uniti, difficilmente si avrà la possibilità d’incontrare, in un solo anno accademico, un insieme di docenti delle varie discipline di pari livello. LIstituto è come un’università, ma non esiste in nessun luogo una sola università che possa vantare un tale corpo docenti».

Dal 1993 in poi, accanto ai seminari internazionali e alle Scuole di studi superiori, furono create nel Mezzogiorno dItalia centinaia di Scuole di Alta formazione in cui tennero lezione, tra gli altri, alcuni di quei ricercatori che avevano animato la rete internazionale di ricerca promossa dallIstituto. Lo scopo non era solo quello di collegare le province meridionali col resto dEuropa e del mondo, ma soprattutto vivificare fra i giovani e gli studiosi la coscienza che dalla tradizione culturale della Magna Grecia e dellUmanesimo meridionale scaturivano la cultura e la civiltà occidentale. A tal proposito, sovente, nei discorsi tenuti da Hans Georg Gadamer nelle diverse Scuole di alta formazione del Mezzogiorno dItalia, riecheggiava laffermazione che persino Atene, luminoso esempio di civiltà, maturò tardi rispetto alla Magna Grecia del VI secolo a.C. e alle sue scuole di filosofia.

Per questattività specifica, nel 2004, durante una solenne seduta nella sede dellAccademia dei Lincei, alla presenza del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, lIstituto ricevette un pieno riconoscimento da parte del ministero dellEconomia, che, nel rapporto del suo Direttore Generale, professor Fabrizio Barca, giudicò le Scuole di Alta Formazione «di grande efficacia».

Da testimone diretto di quellimmenso tentativo di organizzare, nel Mezzogiorno dItalia, una rete di centri di studio e di ricerca, organizzati come vere e proprie scuole di formazione, posso affermare che solo chi non ha conosciuto la miseria morale e intellettuale della provincia italiana, il vecchiume e larretratezza delle classi dirigenti, la sciatteria e la volgarità della borghesia delle professioni, ostinata nel perseguire il suo meschino interesse particolare, non può capire cosa rappresentarono quelle Scuole di formazione per le giovani generazioni, desiderose di riscattarsi dallangustia del loro mondo e di aprirsi ai vasti orizzonti del mondo della scienza, della ricerca e dellimpegno civile.

Jacques Derrida, dell’Ècole des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, commentando questopera titanica, scrive: «Non conosco al mondo, oggi, un progetto analogo, e altrettanto esemplare, attuato con tanta dolce ostinazione, con un tal genio dellospitalità. In nessun altro posto, in nessunaltra istituzione, ho trovato maggiore apertura e maggiore tolleranza, una così vigile attenzione nel tener presente contemporaneamente la tradizione culturale e le occasioni dellavvenire». Anche lUNESCO ha riconosciuto lenorme valore dellattività svolta da questa prestigiosa Accademia: nel Rapporto sullo stato della filosofia in Europa, del 1993, a cura di Raymond Klibansky e David Pears, si afferma che «l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici ha conquistato una dimensione che non trova termini di paragone nel mondo».

Nonostante una simile attività, così ampiamente e internazionalmente riconosciuta, lIstituto Italiano per gli Studi Filosofici, che per i primi ventanni è stato sostenuto esclusivamente dal patrimonio personale dellavvocato Marotta, negli ultimi quindici anni vive in un regime di embargoa causa dei tagli ingiustificati dei fondi pubblici. Il permanere di un tale stato di cose, col tempo, sta compromettendo la stessa attività di ricerca e formazione, perché si è costretti a rinunciare a quei compiti che sono propri di unistituzione culturale che, negli anni e per vocazione, ha assunto carattere internazionale e funzione di coordinamento fra vari ambiti disciplinari.

È questa la conseguenza dellopera di forze retrive che impediscono nel Paese qualsiasi trasformazione, anche la più insignificante: dallimmobilismo e dal “non-si-potismo”, che essi stessi instillano nella coscienza civile dei cittadini, ricavano la giustificazione per larbitrio delle loro azioni, le argomentazioni per il loro ostinato permanere al potere, gli strumenti per spegnere ogni anelito di azione e pensiero critico. Queste forze sono endemiche nella nostra storia, hanno in essa le loro radici, si sono forgiate durante sei secoli di servilismo e miseria. E ciò è ancora più vero per la storia del Mezzogiorno dItalia in cui, come sostiene Gerardo Marotta, è ancora pesante, anzi pesantissima, leredità del moto controrivoluzionario che spense nel sangue la Repubblica napoletana del 1799, col massacro di unintera classe dirigente, composta dai migliori ingegni di quel tempo, e loppressione di quella parte sana del popolo meridionale che tentò di riscattarsi da secoli di servitù.

L’elemento controrivoluzionario è uno dei caratteri ereditari dominanti del nostro processo storico ed è con questo dato che si scontra ogni sforzo di trasformazione dello stato di cose presente che costantemente tende ad incancrenirsi in forme arcaiche di vita civile. È all’interno di questo campo di forze che bisognerà cercare di salvare la libertà della cultura, dellarte e della scienza che è il fondamento della nostra Costituzione repubblicana e democratica. Con larticolo 33 i padri costituenti riconobbero lalto valore culturale, scientifico e civile delle Accademie e degli istituti di alta cultura: «Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, – è scritto hanno diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato». Purtroppo i governi che si sono succeduti nelloltre mezzo secolo di vita della nostra Repubblica non hanno ancora provveduto ad abbozzare una legge sulle Accademie così come previsto dalla Costituzione. Le Accademie e gli Istituti di alta cultura, oggi, riescono a stento a svolgere i compiti che gli sono propri, essendo costretti a regolarsi su provvedimenti occasionali, scoordinati e poco efficaci che li privano dei finanziamenti adeguati per poter ideare unattività di ricerca e programmazione culturale duratura e di ampio respiro.

«Sarebbe imperdonabile colpa dichiarava Concetto Marchesi nel dibattito allAssemblea Costituente sulla libertà della cultura far perire o deperire i centri di studio meglio avviati e corredati per somministrare inutili boccate di ossigeno a istituti che non hanno possibilità di sostenersi. Dobbiamo resistere a questa snervante e pigra tentazione delle elemosine disordinate. La scienza non può vivere di elemosine accattate mese per mese». Sarebbe unimperdonabile colpa, dunque, non promuovere al più presto una legge che garantisca alle libere accademie italiane di continuare a esercitare nel nostro Paese la loro funzione civilizzatrice, nella speranza che lantica tradizione culturale in esse custodita riesca a farsi vita civile, costume, Stato.

Contestualmente va radicalmente ripensata lorganizzazione della cultura nella direzione della creazione di una rete internazionale di centri di ricerca e formazione emancipata dalle antiche strutture e coordinata in nome dellunità della conoscenza. Questo nuovo sistema organizzativo, come già immaginava Mitterrand, potrebbe essere realizzato «a partire dai poli più prestigiosi, destinati ad intensificare gli scambi tra Università, laboratori, scuole di specializzazione, istituti» [7]. La creazione di centri in cui si possa svolgere un paziente e intenso lavoro indirizzato alla felicità dei popolie allo sviluppo delle capacità di ogni uomo, tale da permettergli di adempiere liberamente ai propri doveri sociali, è un compito gravoso ma necessario e urgente per porre a fondamento della convivenza civile una cultura libera da dogmatismi e idee precostituite, allinsegna di una solidarietà che sia garanzia di pace.

Nicola Capone

Note

[1] Dopo la Rivoluzione francese, quasi ovunque in Europa, il termine di Accademiafu sostituito con quello diIstituto, di ispirazione repubblicana. Le accademie dellAncien Régime furono messe sotto accusa dai rivoluzionari per la loro oggettiva alleanza con la monarchia che le aveva create e a cui erano tenute a rendere omaggio ogni anno. Per questo, furono qualificate come scuole di servilismo e di menzogna. Di qui la previsione, nei progetti di Mirabeuau, (presentato da Lakanal nellaprile del 1791), di Talleyrand (settembre 1791) e Condorcet (aprile 1792) di una struttura che coronasse il nuovo sistema di formazione francese. Mirabeuau propose di denominare la nuova istituzione Académie nationale”, Talleyrand “Institut Nationale Condorcet Sociétè nationale des sciences et des arts. Dopo un acceso dibattito, il 5 fruttidoro anno II (22 agosto 1795), allarticolo 298, la Costituzione dellanno III creava lInstitut nationale optando per la proposta di Talleyrand. «Nella lessicologia dellepoca, il termine di Institutpresentava connotazioni diverse. Alludeva, infatti, al concetto di stabilità (Dizionario dell Académiefrançaise del 1684), a quello di comunità (segnatamente alla comunità religiosa, nelle definizioni anteriori al 1786 e posteriori al 1798). Il termine era inoltre impiegato nei progetti legislativi di pubblica istruzione, presumibilmente con riferimento alle strutture di altri paesi, dove anticamente designava stabilimenti votati allinsegnamento. La scelta del termine di Institut s’imponeva inoltre anche in un senso negativo: si sarebbe infatti connotato di accenti provocatori un ritorno alla parola di Accademiaquando, in realtà, si intendeva sottolneare una rottura rispetto a questultima» (Cfr. Sophie-Anne Leterrier, Dalle Accademie allIstituto. Lesempio delle scienze morali e politiche). 

Nonostante la necessità di una frattura lessicale e politica con le accademie di Ancien Régime l’Institut venne posto dallarticolo 25 del decreto di fondazione in continuità con queste. Avrebbe dovuto riunire al suo interno i più dotti e rinomati fra gli uomini di scienza, i quali avrebbero dovuto stimolare lemulazione tra i loro discepoli, mentre la formazione di questi ultimi sarebbe stata demandata alla Scuola Normale. Lo spirito dellInstitut era, dunque, nuovo anche se la sua opera era in continuità con le accademie prerivoluzionarie. È questa la ragione dellattuale compresenza dei sinonimi Istituto”, “Società” e “Accademiaper indicare la medesima istituzione.

[2] Discorso tenuto allAccademia Nazionale dei Lincei nel 2005 alla presenza del Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, in Trent’anni dellIstituto Italiano per gli Studi Filosofici, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli 2009.

[3] Del resto, innumerevoli sono le Università e gli enti stranieri che collaborano ormai da lungo tempo con lIstituto di Napoli; tra essi ricordiamo: Accademia Americana di Roma, Accademia delle Scienze Sociali di Pechino, Bayerische Akademie der Wissenschaften, Centres de Recherches Révolutionnaires et Romantiques, Centre National de la Recherche Scientifique, Centro Europeo di Ricerche Nucleari, Centro International de Estudios sobre el Romanticismo Hispanico, Collége International de la Philosophie, École des Hautes Études en Sciences Sociales, École Normale Supérieure, Emiliana Pasca Noether Chair in Modern Italian History, ESA (European Space Agency), Feuerbach Internazionale Vereinigung, Thyssen Stiftung, Forum für Philosophie, Goethe Institut, Gottfried-Wilhelm-Leibniz-Gesellschaft, Herzog August Bibliothek, Institute for Vico Studies, International Astronomical Union, International Society for Science and Art, Internationale Gesellschaft System der Philosophie, Internationale Hegel-Vereinigung, Istituto Austriaco di Cultura, Istituto Svizzero di Cultura, Johann Gottlieb Fichte Gesellschaft, Maison des Sciences de lHomme, Netherlands Institute for Advanced Study (NIAS), Organizzazione Mondiale della Sanità, Parlamento Europeo, Platon-Archiv, Polska Akademia Nauk, Societas ad Studia de Hominis Condicione Colenda, Société Montesquieu, Spinoza-Gesellschaft, Stiftung Studia Humanitatis, Stiftung Weimarer Klassik, Tavistock Clinic, Unesco, Zentrum Philosophische Grundlagen der Wissenschaften.

[4] Cfr. La dimensione internazionale dellIstituto Italiano per gli Studi Filosofici, a cura di Mariasole Fanuzzi e Antonio Gargano, Napoli 2010. Per i convegni e le serie di seminari internazionali organizzati, presso le Scuole estive di Alta Formazione dellIstituto e nellambito del programma di «didattica dei contenuti», che non vengono in questa sede elencati si possono consultare i volumi: Le Scuole di Alta Formazione dellIstituto Italiano per gli Studi Filosofici. Un progetto per il Mezzogiorno e per lItalia, a cura di Giuseppe Orsi e Aldo Tonini, nella sede dellIstituto, vol. I, Napoli 1997, vol. II, Napoli 2001, vol. III e IV, Napoli 2009. Per ulteriori informazioni sulle attività internazionali dellIstituto si rinvia ai volumi, tutti pubblicati nella sede dellIstituto”: L’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e le scienze, 1975-1997 (1997); Per lEuropa, trentanni di attività dellIstituto Italiano per gli Studi Filosofici, a cura di Vittorio De Cesare, prefazione di Ilya Prigogine (2003); L’attività internazionale dellIstituto Italiano per gli Studi Filosofici, a cura di Antonio Gargano (2003); Pour lEurope. 30 ans dactivité de lIstituto Italiano per gli Studi Filosofici, in collaborazione con lUNESCO (2003); Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Lezioni di premi Nobel, a cura di Antonio Gargano (2005); Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Trentanni di presenza nel mondo (2005); Rapporto sulle attività dellIstituto Italiano per gli Studi Filosofici al Presidente e ai componenti dellUfficio di presidenza dell’ACRI (2006); The Italian Institute for Philosophical Studies 1975 -2005 (2006); L’Institut Italien pour les Études Philosophiques 1976-2005 (2006); Das Istituto Italiano per gli Studi Filosofici 1975-2005 (2006); Domenico Losurdo, A tradição filosófica napoletana e o Istituto Italiano para os Estudos Filosóficos (2006); Catalogo delle ricerche e delle pubblicazioni dellIstituto Italiano per gli Studi Filosofici, 2 voll. (2007), 2a edizione (2010).

[5] Figlio di una famiglia di banchieri, Aby Warburg, si accordò con il fratello maggiore per rinunciare ai suoi diritti sulleredità e ricevere in cambio la facoltà di acquistare per tutta la vita qualsiasi libro volesse. Concepì la biblioteca in modo del tutto insolito e fedele a una nuova idea della storia della cultura, che può essere definita globale, poiché immaginava per la prima volta la cultura come unità del pensiero umano.

[6] Membro dellInstitute for Advanced Study di Princeton.

[7] Francois Mitterand, Discorsi sull’Europa (1982 – 1995), op. cit., p. 16.