Fiscal cosa? Perché Il fiscal compact va fermato

di Andrea Baranes

Entro la fine dell’anno, il Parlamento dovrà ratificare il Fiscal Compact. Nessuno ne parla ma qualsiasi futuro governo rischia di essere, se non commissariato, per lo meno fortemente limitato nelle proprie scelte. Il Fiscal Compact (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria), potrebbe essere infatti essere inserito nell’ordinamento giuridico europeo, divenendo giuridicamente superiore alla legislazione nazionale e rendendo irreversibili le politiche liberiste d’austerità. Ma nessuno ne parla.

Alzi la mano chi nelle ultime settimane ha visto anche solo un trafiletto o un qualche servizio televisivo menzionare il Fiscal Compact. In un clima già da campagna elettorale inoltrata, non passa giorno senza leggere di alleanze che si creano e si disfano, di questo o quell’esponente politico che passa da uno schieramento all’altro, di sondaggi e intenzioni di voto. Questo per non parlare delle infinite discussioni intorno alla possibile legge elettorale con la quale dovremmo andare a votare il prossimo anno.

Peccato che qualsiasi futura maggioranza parlamentare e qualsiasi governo dovesse insediarsi all’indomani del voto rischia di essere, se non commissariato, per lo meno fortemente limitato nelle proprie scelte. Se lo scopo principale di un governo è infatti quello di gestire e indirizzare le risorse disponibili per attuare determinate politiche, il futuro sembra verrà deciso altrove.

Entro la fine dell’anno, il Parlamento dovrà ratificare il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, meglio noto come Fiscal Compact. Tra le diverse disposizioni, questo trattato prevede l’obbligo di riportare entro 20 anni il rapporto tra debito pubblico e PIL alla fatidica soglia del 60%, uno dei parametri degli accordi siglati a Maastricht all’inizio degli anni ’90. Parametri fortemente criticati per la loro arbitrarietà, a maggior ragione perché da applicarsi indistintamente, senza considerare le specificità di un Paese, la fase economica o la situazione sociale e occupazionale.

L’Italia ha oggi un rapporto tra debito e PIL superiore al 130%. Sarebbe lungo il discorso su come si è arrivati a tale percentuale. Basti ricordare che da oltre il 120% della metà degli anni ’90, si è scesi al 103% nel 2008, per poi registrare un esplosione che è seguita, in Italia come nella maggior parte delle economie occidentali, allo scoppio della bolla dei mutui subprime. In altre parole una crisi della finanza privata il cui conto è stato scaricato su quella pubblica. Al culmine del paradosso, la prima è ripartita a pieno ritmo, inondata di soldi tramite quantitative easing e altre politiche monetarie, mentre alle finanze pubbliche vengono imposti tagli e controlli durissimi. Ancora peggio, con un ribaltamento dell’immaginario collettivo le responsabilità delle attuali difficoltà vengono addossate ai debiti pubblici.

Tale ribaltamento di cause e conseguenze della crisi è la giustificazione per volere introdurre un trattato con forza superiore alle legislazioni nazionali che ci imporrà di scendere dal 130% al 60% in venti anni. Secondo i suoi difensori, il Fiscal Compact più o meno “si pagherà da solo”. Crescita dell’economia e inflazione dovrebbero garantire un aumento del PIL che porterebbe a ridursi il rapporto debito/PIL. “Basterebbe” quindi un avanzo di bilancio non troppo gravoso per rispettare i dettami del Fiscal Compact.

Dovremmo quindi imporci di rinunciare a qualsiasi margine di manovra dei prossimi governi per realizzare avanzi primari, ovvero sempre più tasse e sempre meno servizi erogati. Questo nella migliore delle ipotesi. Non è chiaro chi abbia la sfera di cristallo per potere prevedere crescita dell’economia e inflazione su un periodo di venti anni. I risultati del recente passato – per non parlare di possibili nuove crisi in un mondo sempre più dominato dalla finanza speculativa – non invitano certo all’ottimismo. In caso di una nuova, probabile, flessione dell’economia, rispettare il Fiscal Compact significherebbe un disastro sociale ed economico.

Quello che però colpisce di più è l’affermazione definitiva della tecnocrazia sulla democrazia. Qualsiasi futuro governo dovrà operare entro margini strettissimi e imposti da una visione dell’economia come una scienza esatta, guidata da regole matematiche dove il benessere dei cittadini o l’ambiente diventano le variabili su cui giocare, mentre i parametri macroeconomici sono immutabili. Indipendentemente da cosa ci riserva il futuro, il debito va ridotto a marce forzate e questo va garantito a ogni costo. Che il costo sia disoccupazione, perdita di diritti, impossibilità di investire per una trasformazione ecologica dell’economia, non è un problema, non può essere nemmeno materia di discussione.

Attac Italia ha provato a rompere il silenzio lanciando una campagna di informazione e una petizione da firmare on-line. Perché è a dire poco incredibile assistere al livello di un dibattito concentrato sulle presunte responsabilità dei migranti, mentre in un Paese con 4,8 milioni di persone in povertà assoluta stiamo affermando che ci imponiamo vent’anni di alta pressione fiscale e tagli alla spesa pubblica e ai diritti fondamentali. Il problema non è e non può essere “prima gli italiani”. Il problema è se sia possibile sancire che la vita delle persone – di tutti noi – sia sacrificabile nel nome di una percentuale decisa decenni fa da qualche burocrate.

Per informazioni e per firmare la petizione: http://www.stopfiscalcompact.it

Pubblicato su sbilanciamoci.info il 10 ottobre 2017




Neoliberismo, biopolitica e schiavitù. Il capitale umano in tempo di crisi

 di Silvia Vida

 

1. Lo ha affermato di recente Luciano Canfora (2017, 9): «Per ora, chi sfrutta ha vinto la partita su chi è sfruttato». La diagnosi del presente si aggrava se si pensa che «solo ora il capitalismo è davvero un sistema di dominio mondiale», reso più forte dall’avere di fronte a sé esclusivamente miseri spezzoni di organizzazioni di stampo sindacale o settoriale che gli oppongono una resistenza trascurabile; se è vero, com’è vero, che il capitale oggi è davvero “internazionalista”, avendo dalla sua parte la cultura e ogni possibile risorsa. Gli sfruttati, invece, «sono dispersi e divisi» dalle religioni, dal razzismo istintuale, dalle discriminazioni sociali non sanate ma approfondite dall’operato delle istituzioni, e dal fatto che, per funzionare, il capitale ha ripristinato forme di dipendenza di tipo servile creando sacche di lavoro neo-schiavile che non credevamo più possibili, soprattutto nelle aree del mondo più avanzate (ibidem, 11-12).
Di fronte a tutto questo, già nel 2003 Glenn Firebaugh scriveva a proposito di un’inversione di tendenza: il passaggio da una crescente diseguaglianza tra nazioni (accompagnata a livelli di diseguaglianza stabili o in calo all’interno delle nazioni) a una diminuzione della diseguaglianza tra nazioni, con conseguente aumento della diseguaglianza al loro interno. Ciò si deve al fatto che il capitale, che circola liberamente nello “spazio del flussi” globale (secondo l’efficace definizione di Manuel Castell), perché liberato dalla politica, è ansioso di cercare zone in cui gli standard di vita siano modesti e sia consentito sfruttare il differenziale tra regioni del pianeta dove le paghe sono basse e non esistono istituti di autotutela e tutela statale dei poveri, e altre regioni che mantengono queste tutele. Ma il libero fluttuare del capitale produce un effetto collaterale significativo, ossia la progressiva riduzione di quello stesso differenziale, con il concomitante livellamento degli standard di vita tra paesi diversi. Inoltre, i paesi che hanno immesso capitali nei flussi globali si trovano a loro volta a essere oggetto delle situazioni di incertezza della finanza globale (svincolata da regole).
Tutto ciò si ripercuote sulle condizioni della forza-lavoro urbana che l’autorizzata secessione del capitale dalla politica si è lasciata alle spalle. Quella forza-lavoro oggi non solo è minacciata dalla nuova incertezza globale, ma anche dai costi incredibilmente bassi del lavoro in quei paesi dove il capitale, libero di muoversi, decide di insediarsi temporaneamente. Di conseguenza, il differenziale tra paesi “sviluppati” e “poveri” tende a contrarsi, e nei paesi che non molto tempo fa sembravano aver superato le diseguaglianze sociali più stridenti torna a riemergere più forte che mai l’inarrestabile crescita della distanza tra chi ha e chi non ha.

 

2. Il contesto appena delineato (seppure in maniera parziale) è definibile come “neoliberismo”, comunemente associato alla promozione di un insieme di politiche economiche coerenti col principio fondamentale del libero mercato. Questo schema include la deregulation del sistema industriale e della circolazione dei capitali; la riduzione delle prestazioni del welfare state un tempo previste a tutela dei soggetti più vulnerabili; la privatizzazione ed esternalizzazione dei beni e dei servizi pubblici (siano essi scuole, servizi sanitari o postali, strade o parchi, ecc.); la sostituzione di sistemi di tassazione progressivi con schemi fiscali di segno opposto; la fine di politiche redistributive e la conversione di ogni necessità o desiderio dell’uomo in un’impresa redditizia – dalla preparazione agli esami per l’ammissione a un corso universitario, fino al trapianto d’organi o all’adozione di bambini, ecc. Più recentemente, si tende a identificare il neoliberismo col superamento del capitale produttivo ad opera di quello finanziario e più in generale con la finanziarizzazione dei processi economici. È quindi assai frequente che si producano e manifestino atteggiamenti critici nei confronti di queste pratiche e dei loro effetti deleteri: innanzitutto l’aumento e l’approfondirsi delle diseguaglianze, il divaricarsi della forbice della ricchezza, in mezzo ai quali ciò che resta della cosiddetta classe media è costretto a lavorare sempre di più per compensi sempre più irrisori, minore sicurezza, e un’aspettativa quasi nulla di mobilità sociale.
Potremmo dire, per sintetizzare, che gli esiti ultimi del neoliberismo sono incertezza e vulnerabilità.
Se tutto questo sembra assodato, c’è da dire che raramente si usa il termine “neoliberismo” per riferirsi a tali fenomeni: è il caso delle critiche mosse alle politiche degli stati occidentali da parte di economisti come Robert Reich, Paul Krugman, o Joseph Stiglitz, o delle critiche mosse alle politiche dello sviluppo da parte di Amartya Sen, James Ferguson, o Branko Milanovic, tra gli altri. Nemmeno l’aumento della diseguaglianza, uno dei fenomeni enfatizzati da Thomas Piketty nel suo studio sul capitalismo post-keynesiano, conduce a un uso sistematico di questo termine. Il senso di stranezza tende a dissiparsi se si pensa che il neoliberismo è da intendersi come qualcosa di più di un insieme di politiche economiche, di una particolare fase del capitalismo o di un ripensamento della relazione tra stato ed economia.
Per Wendy Brown (2015), ad esempio, esso è un ordine normativo vero e proprio, sviluppato nell’arco di tre decenni nell’ambito di un’ampia e profonda razionalità di governo, e inteso a plasmare tutti i settori della vita umana e ogni sforzo in essi compiuto secondo precise finalità economiche. Del resto, Brown aderisce all’interpretazione foucaultiana che definisce paradigmaticamente il neoliberismo non tanto (e non solo) come una teoria economica, quanto piuttosto come una forma di governo, una speciale “razionalità politica” strutturata non più intorno alla legge sovrana dello stato ma ai meccanismi del mercato, e il cui scopo essenziale è promuovere processi di individualizzazione. Il particolare “soggetto economico” che è plasmato da questi meccanismi è l’esito fondamentale del neoliberismo (Brown 1995). Secondo la lezione foucaultiana, di questa soggettivazione si incarica la “governamentalità”, concetto con cui Foucault indica la presa sulla vita dei soggetti che si realizza plasmandone i desideri e le aspettative conformemente al progetto di governo liberale.
“Governamentalità”, diceva Foucault già nel 1978, è quella forma di potere che ha nella popolazione il bersaglio principale, nell’economia politica la forma privilegiata di sapere, e nei dispositivi di sicurezza lo strumento tecnico essenziale. Non a caso, François Ewald parla dell’avvento del neoliberismo novecentesco come di ciò che trasforma i dispositivi biopolitici liberali classici di governo dei corpi e delle popolazioni affiancando loro il dispositivo bioeconomico e imprenditoriale del “capitale umano” (Ewald 1986; 1991). Si tratta di una vera e propria svolta epistemica della razionalità governamentale: nel secondo dopoguerra lo Stato cessa di essere gestore dell’economia e agente di redistribuzione sociale, mettendosi al servizio del mercato e della sua logica imprenditoriale. In Nascita della biopolitica, Foucault scrive che in questa fase il mercato è assunto a «nuova ragione di governo» e detta i criteri normativi per le politiche pubbliche producendo soggettivazioni ispirate al modello concorrenziale dell’impresa.
In sostanza, il neoliberismo è una razionalità produttiva di specifiche soggettività, una «condotta della condotta» e uno schema di valutazione delle esistenze e delle pratiche. Questo è tanto più vero nelle analisi foucaultiane della governamentalità: l’oggetto del suo potere, non sovrano ma disciplinare, sono, infatti, le forze e le capacità degli individui come membri di popolazioni, come risorse da promuovere, usare, ottimizzare. Il liberalismo, in quanto metodo di razionalizzazione dell’esercizio del governo, si colloca, in altre parole, sul terreno della biopolitica funzionale all’idea liberale del «governo frugale» o «a distanza», non autoritario. Tuttavia, secondo la sintesi di Pierre Dardot e Christian Laval (2013), la governamentalità neoliberale reca in sé una profonda ambivalenza: da un lato, lascia intendere al soggetto di avere diritto alla libertà in qualunque ambito – da quello economico a quello sessuale o culturale – con il solo limite della sua capacità di autovalorizzazione; dall’altro, compie continui sforzi di creazione identitaria e di direzione degli individui. È la svolta bioeconomica del capitalismo contemporaneo, che trasforma irrimediabilmente la natura della libertà politica. Infatti, come spiega Brown, in nome della potenzialità auto-incrementativa virtualmente conferita al soggetto in ogni campo dell’esistenza, la razionalità liberale sembra possedere un vero e proprio progetto culturale di inclusione che riproduce se stesso, depotenziando la progettualità politica e svuotando di senso i diritti. La governamentalità agisce come insieme di strategie e tattiche che operano a livello diffuso, provvedendo alla produzione e riproduzione dei soggetti, alla plasmazione delle loro abitudini e delle loro convinzioni, in funzione di particolari scopi politici; tutto questo implica la possibilità di parlare della politica neoliberale contemporanea come “post-politica”, poiché lascia dietro di sé le vecchie lotte ideologiche per concentrarsi su una gestione capillare e un’amministrazione competente, su attività depoliticizzate (biopolitiche) e oggettive di un’amministrazione minuziosa delle vite.
Per il neoliberismo, in sostanza, ogni condotta è una condotta economica; tutte le sfere dell’esistenza sono strutturate e misurate in termini economici, anche quando questi ambiti non sono direttamente “monetizzabili”; i soggetti che abitano questo ordine sono esemplari particolari della specie homo oeconomicus. L’homo oeconomicus di oggi, infatti, non è il soggetto kantiano, ma un soggetto che mantiene i caratteri di imprenditorialità inscritti nell’idea di capitale umano dell’epoca neoliberista, venendo riplasmato come capitale umano “finanziarizzato”: il suo progetto è auto-investirsi in modi che incrementino e migliorino il proprio valore, oppure attrarre investitori del capitale incarnato dalla sua stessa soggettività, mostrando in qualche modo il suo rating. Il suo valore deve essere competitivo in ogni ambito esistenziale: dalla scelta del corso di studi al network sociale, tutto contribuisce a trasformare un “essere umano” in “capitale umano”.
Nessuno, tuttavia, è un capitale solo per sé, o in sé; ognuno di noi lo è per l’azienda, lo stato o la costellazione postnazionale di cui è membro; e nella misura in cui siamo capitali valutabili in termini di competitività, non solo subiamo valutazioni differenziali, ma viviamo anche senza garanzie di sicurezza, protezione o tutela. Se, infatti, la dimensione sociale e politica dell’esistenza si disgrega per essere sostituita da quella imprenditoriale (come auto-investimento), la conseguenza è la rimozione dei dispositivi di protezione un tempo rappresentati dall’appartenenza, si tratti di tutela previdenziale o diritti di cittadinanza.
È bastato che il potere politico stabilizzasse le condizioni normative e politiche per la libertà del mercato perché si producesse l’incertezza e lo stato di insicurezza esistenziale che da questa deriva. Le bizzarrie del mercato, lasciate libere di riprodursi, bastano a erodere le fondamenta della sicurezza esistenziale e a far aleggiare sulla maggior parte dei membri della società lo spettro del degrado, dell’umiliazione, e dell’esclusione sociale. L’État providence, come forma di governance e come comunità che si fa carico degli obblighi e delle garanzie un tempo attribuiti alla divina provvidenza, ha progressivamente ridotto istituzioni e prestazioni, rimuovendo così anche i limiti alle attività di impresa, alla libera concorrenza di mercato e alle sue conseguenze.

 

3. Incertezza e vulnerabilità, come si è visto, sono gli effetti del neoliberismo; tuttavia, da un punto di vista storico, sono state le cause della nascita dello stato moderno, la sua raison d’être. Incertezza e vulnerabilità umana sono cioè alla base di ogni potere politico e dell’obbedienza (sostegno) al potere, fintanto che esso libera dalla paura e dall’ansia generate dall’insicurezza (Bauman 2011). L’uscita dallo stato di minorità kantiano passa innanzitutto attraverso tale forma di emancipazione. Ma è ovvio che, dal punto di vista morale o politico, nessun capitale, nemmeno quello umano, ha lo status di soggetto individuale kantiano. Lo status del capitale umano è destinato a formarsi in maniera incoerente nella misura in cui il soggetto è individualmente responsabile per se stesso e, al tempo stesso, elemento strumentale e superfluo (fungibile) dell’intero. La funesta fragilità dello status sociale è oggi ridefinita come questione privata, una faccenda da fronteggiare da soli, facendo leva sulle proprie risorse. Come afferma Ulrich Beck (2000), gli individui oggi devono trovare soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche; dal successo di questi sforzi dipende la loro sopravvivenza (anche politica). Di conseguenza l’eguaglianza politica non è più l’a priori delle relazioni sociali (democraticamente intese) e la diseguaglianza diventa il medium della competizione tra capitali.
L’immaginario popolare si è sostanzialmente assuefatto all’idea della diseguaglianza come norma, forse anche come natura, oltre che all’immagine di una società composta di vincenti tutelati contrapposti a perdenti privi di tutela. In un mondo in cui la competizione porta a un abbassamento dei diritti sociali, chi ancora ne gode subisce il discredito sociale. Dove esiste solo l’homo oeconomicus, dove la libertà viene trasferita dal piano politico a quello economico, è la libertà politica a subire gli effetti dell’intrinseca diseguaglianza dei rapporti economici; e, per converso, è la libertà politica che, restringendosi, assicura l’espandersi della diseguaglianza. L’effetto che si produce non è paradossale, se pensiamo che deriva della sostituzione dello stato di diritto con la razionalità del mercato e del cittadino con il vincente/perdente: la libertà è solo la condotta tipica del mercato, non l’autogoverno come partecipazione collettiva entro un demos.
L’interazione tra biopolitica (post-politica) e neoliberismo produce una conseguenza ancora più terrificante: con la lusinga dell’auto-incremento, il capitalismo oggi ci fa affrontare le crisi – e quella scoppiata nel 2007 è solo l’ultima – facendocele subire. La crisi, infatti, è permanente perché è la modalità di governo del capitalismo contemporaneo. Come scrive Maurizio Lazzarato (2013), col variare della crisi varia il tipo di paura. Paura e crisi costituiscono l’orizzonte insuperabile della governamentalità del capitalismo neoliberista. La governamentalità neoliberale si esercita nel continuo passaggio dalla crisi economica a quella climatica, energetica, occupazionale, migratoria, e così via. Anche in questo senso, il neoliberismo non mostra un’attitudine libertaria, la tendenza a “produrre” libertà, bensì l’intenzione di operare per la sua continua limitazione. L’opposizione tra governamentalità autoritaria e liberale, così come concepita da Foucault, si rivela perciò altamente “instabile”, dato che nella crisi essa è diventata, in maniera irreversibile, autoritaria.
Si tratta in molti casi di una governamentalità “privatizzata” (Brown 2015), che costringe a prendere in considerazione dispositivi biopolitici non statuali, i quali sono al tempo stesso dispositivi di controllo, valorizzazione e produzione di soggettività. Essi si esercitano su individui che hanno subito una doppia metamorfosi: la sostituzione del lavoratore salariato del fordismo con l’imprenditore di sé e la trasformazione di questa soggettività in una individualità ultraconcorrenziale e massimamente precaria, che ripropone l’idea di un capitale umano che in molti casi è la condanna a un’esistenza sociale ed economica di assoluta marginalità politica: ad esempio, quella definita dalla molteplicità delle situazioni di impego, di non impiego, o di impiego intermittente, e di povertà più o meno grave.
Ne scaturisce una forma di precarietà esistenziale e sociale che si accompagna a una nuova “costruzione sociale” del lavoro: quando tutto è capitale, il lavoro è liquidato come categoria, sparisce la forma collettiva di rivendicazione e l’idea stessa di classe lavorativa; si guarda addirittura con sospetto e persino disprezzo a quelle categorie di lavoratori che ancora contano su una prospettiva di contratto con tutele e garanzie di impiego a tempo indeterminato, diritti alle ferie o alla maternità. Se solo pochi conservano diritti, appare più equo che non li abbia nessuno, perché i diritti di pochi sono percepiti come privilegi.
Il lavoro temporaneo è attualmente uno degli indicatori più forti della precarietà. Essere (lavoratori) precari significa condurre un’esistenza incentrata sulla sola dimensione del presente, deprivata di una solida identità, o del senso di realizzazione che normalmente si ricaverebbero da un lavoro stabile e da uno stile di vita coerente (Standing 2012). Il precario vive nell’ansia in uno stato di insicurezza cronica, nella paura di perdere quel poco che possiede: è la paura il suo sentimento dominante, e la vera motivazione del suo comportamento. Gli si impone il “vangelo della flessibilità”, ossia il dovere morale di accogliere le forze del mercato come propria fede e guida, ed essere adattabile alle loro esigenze centrate su rapporti flessibili come “imperativo categorico” del processo della produzione globale (Boltanski e Chiapello 2014). Una persona che vive soltanto grazie a lavori temporanei conduce una vita il cui rischio è la regola. L’incertezza che ne deriva produce un “adeguamento verso il basso” dovuto al timore di perdere ciò che si ha. Man mano che il lavoro diventa precario, la perdita di reddito che ne deriva, insieme a quella dei connessi simboli di status, viene aggravata da una perdita di reputazione e dalla progressiva assimilazione alla non-cittadinanza.
Del tutto in linea con i processi di soggettivazione che la precarietà produce, emerge paradigmaticamente l’idea di un individuo “assoggettato” al debito. L’uomo indebitato rende evidente che le tecniche di governamentalità “della” crisi e “nella” crisi sono ordine e normalizzazione. La vastità del fenomeno, di portata globale, permette addirittura di vedere nel debito (degli individui e degli Stati, privato e pubblico) il progetto di un’economia basata sul paradigma neoliberista, a patto di considerare l’indebitamento come non circoscritto all’economia (Graeber 2012; Dardot e Laval 2016). Ecco perché la posta in gioco negli attuali ordinamenti politici è ciò che Judith Butler chiama una “buona vita”; l’alternativa, sempre minacciata. è l’essere condannati a una forma di social death, a una vita vissuta in schiavitù (Butler 2013; Patterson 1985). Certamente, le forme contemporanee di privazione e abbandono prodotte dalla razionalità neoliberista non sono paragonabili alla schiavitù in senso tradizionale; pertanto, le categorie della precarietà e dell’indebitamento diventano uno strumento interpretativo efficace dell’invivibilità solo se servono all’autocomprensione del valore che incarniamo. Occorre cioè riflettere sulla condizione di servitù (volontaria?) del soggetto indebitato e/o precario, cioè sul contrasto tra individuo come soggettività autonoma e individuo assoggettato alle pratiche governamentali.

 

4. Il carattere totalizzante dell’indebitamento e della precarietà assurge a paradigma di un quasi-totalitarismo del secolo attuale. Sullo sfondo delle esperienze esistenziali di precarietà, la (millenaria) questione della violenza politica emerge con prepotenza, e con essa anche lo spettro del totalitarismo, sebbene declinato in forma inedita. Il fatto è che l’analisi della governamentalità rivela l’esistenza di pratiche che sono espressione di una forma di potere che, lungi dall’essere frugale, si affida agli strumenti di cui non è richiesta alcuna forma di legittimazione. In questo consiste la sua dimensione violenta.
La violenza, scrive Arendt, si distingue dall’autorità per il suo carattere strumentale: non ha bisogno di legittimazione ma solo di giustificazione. È un mezzo di dominio e distruzione del potere, ed essendo strumentale per natura è razionale nella misura in cui è efficace per raggiungere il fine che la giustifica (Arendt 2008). La natura del sistema quasi-totalitario che è così realizzato, come si vedrà, è teleologica in maniera peculiare e determina la specifica forma di strategia della violenza dispotica neoliberale. Ma proprio per la sua essenza tattica e strategica, la governamentalità neoliberale rientra nella lettura arendtiana quando giustifica forme di potere sempre più diffuse e meno centralizzate.
La governamentalità che si intreccia col capitalismo neoliberista non plasma la soggettività dello schiavo, dell’individuo completamente assoggettato: è il capitalismo stesso, del resto, a impedire alle sue “vittime” di sentirsi tali quando offre lo spettacolo della distinzione tra dominanti (felici e vincenti) e dominati (precari e indebitati), che, in una forma di liberalismo avanzato, sembra conciliarsi sia con l’eguaglianza politica e democratica, che istituzionalmente e formalmente permane, sia con la paura terrificante di perdere la propria posizione sociale o lavorativa. È attraverso la paura che si ottiene dai dominati del sistema capitalistico un supplemento di soggezione (o di mobilitazione produttiva), quel che Thomas Coutrot (1998) chiama «cooperazione forzata». La vittima non può che dare il suo consenso a un sistema che lo lusinga e al tempo stesso lo minaccia.
L’allineamento tra il desiderio di dominio dei dominanti e il consenso dei dominati proviene direttamente da una «radicalizzazione del governo attraverso la paura» (Lordon 2015, p. 60): della prossima crisi economica, della disoccupazione di massa, di una crescita del debito, e di molte altre cose. Bourdieu ha fatto proprio questo paradosso forgiando un concetto, quello di violenza simbolica, la cui vocazione è pensare gli incroci tra dominio e consenso. Tuttavia, se il consenso al sistema è per lo più segnato dalla violenza, e l’adesione è ottenuta attraverso la minaccia dell’incertezza e della precarietà, l’autonomia dei soggetti si tramuta di fatto in una maschera di inedita schiavitù. In questo quadro la schiavitù volontaria di La Boetie è impossibile.
La paura, però, non è l’unica strategia della violenza. Come sostiene Frédéric Lordon (2015), rendere i dominati contenti resta una delle più vecchie corde dell’arte del regnare, perché è strumento sicuro per far loro scordare il loro stato di soggezione. Il capitalismo ci sta arrivando per effetto delle necessità delle sue nuove forme produttive, insieme a un processo di sofisticazione delle procedure di governamentalità. In pratica, il dominio ha smesso di offrire lo sguardo familiare del semplice bastone e la strategia del potere è assumere un aspetto sempre meno direttamente autoritario. È in quest’ottica che occorre leggere l’apprendimento individuale e collettivo di tecniche, abitudini e stili di vita della governamentalità capitalistica. Questo significa che il capitalismo neoliberista non si accontenta dell’asservimento esterno, ma cerca di incidere sull’intera sottomissione dell’interiorità, sulla condivisione dei fini collettivi ma perseguiti individualmente (che finiscono per coincidere), pretendendo l’identificazione totale degli arruolati e valutando il loro grado di allineamento: non sei “adeguato” se non accetti di essere precario (Standing 2012).
Attraverso la governamentalità, la forma canonica del rapporto che oppone un dominante, o un numero esiguo di dominanti, alla massa di dominati, emerge dallo sfondo in maniera piuttosto netta, per quanto inframmezzato di “mediazioni strategiche”. “Mediazione” significa che la strada del potere è meno diretta, perché passa per intermediari sempre più numerosi – che sono per lo più i dominati stessi; “strategia” perde quindi il suo senso apertamente riflessivo e calcolatore, che però non è escluso. Come sostiene Lordon, se strategico è l’insieme delle azioni concatenate per giungere a un fine desiderato, allora queste concatenazioni possono essere il risultato di modi di fare introiettati dai dominati, al punto da non essere altro che riflessi e modalità di azione pressoché automatiche (ciò che Bourdieu chiama habitus).
È qui che si affaccia lo spettro del totalitarismo, non certamente nel senso classico, nella misura in cui esso ha di mira una subordinazione totale, esterna e interna, dei soggetti del sistema, bensì nel senso che l’impresa neoliberista pretende di subordinare l’essere del lavoratore salariato, la sua anima, i sui fini, le sue disposizioni, i desideri e i modi di fare, rimodellando la sua singolarità affinché funzioni “spontaneamente”.
Per un obiettivo di controllo così profondo, “totalitarismo” è un termine possibile (Dardot e Laval 2013). È quindi l’intero “corpo” sociale a essere impegnato, per autoaffezione, a formare i desideri e le inclinazioni dei suoi membri. Questo significa che il processo di allineamento dei desideri non è assegnabile, se non nominalmente, alla massima istanza che è il corpo sociale stesso: esso non è portatore di alcuna intenzione, e, in questo senso, è perfettamente privo di telos.
Concludendo, la tecnica di potere del regime neoliberale assume una forma subdola, duttile, intelligente, e si sottrae a ogni visibilità. La crisi della libertà nella società contemporanea consiste nel doversi confrontare con una tecnica di potere che non nega o reprime la libertà, ma la sfrutta. Poiché si basa su un’auto-organizzazione e un’auto-ottimizzazione volontarie non deve superare nessuna resistenza. Perciò è possibile affermare che le forze del mercato capitalistico esercitano una violenza che è un vero e proprio “effetto sistema” e, come tale, è privo di centro, privo di “ingegneria della volontà”, preda dell’anomia, dunque assimilabile a una necessità che si abbatte sui lavoratori salariati (sugli indebitati, sui precari) al colmo dell’eteronomia (Lordon 2015). Non c’è spazio per alcuna emancipazione, l’autonomia promessa dal neoliberismo apparendo piuttosto come la maschera di un’inedita schiavitù.

 

5. L’edificio del neoliberismo registra tuttavia i primi segni di cedimento: l’illusione che ognuno, in quanto progetto che delinea liberamente se stesso, sia capace di un’«autoproduzione illimitata» si va progressivamente dissolvendo (Han 2016, 15, 24-25). Inoltre, l’invito all’autonomia, ma nella direzione del mercato, e l’invito all’autorealizzazione, ma nella direzione del sistema, sono le ragioni per le quali le strategie di allineamento non hanno un successo garantito e possono sortire effetti profondamente contrastanti a seconda dei soggetti che essi catturano. Sono i punti in cui il sistema potenzialmente cade in contraddizione. Del resto, se con «spirito del capitalismo» si intende l’ideologia che giustifica l’impegno in esso, non possiamo non riconoscere che questo spirito vive oggi una crisi importante, testimoniata da un disorientamento e da uno scetticismo sociale crescenti. È in questo frangente che il soggetto neoliberale, oggetto delle pratiche e delle discipline governamentali, può riconoscere le forme di sottomissione neoliberali per ciò che sono: come surrettiziamente accompagnate dal sentimento della libertà, ma in grado di forzare alla prestazione e all’ottimizzazione, sempre sotto il segno della precarietà.
Tuttavia il cedimento è solo questo, e non è un cedimento strutturale. Il fatto della consapevolezza accresciuta da parte degli assoggettati non frena né modifica il sistema neoliberale, semmai lo induce a reagire. Ecco perché l’“ultraliberismo”, o il “totalitarismo neoliberista” e, quindi, il “capitalismo”, se ricondotti a un unico sistema, appaiono ormai, nelle analisi più avvertite, come concetti inadatti a dipanare una matassa di processi che esigono analisi nuove e più profonde (Dardot e Laval 2016; Brown 2015). Ma, occorre ribadirlo, non è il caso di nutrire speranze verso una qualche forma di emancipazione dalla schiavitù neoliberista. Si tratta invece di guardare in faccia alla realtà: il neoliberismo, attraverso gli effetti di insicurezza e distruzione che sta generando, non solo non si fa fermare dalla (dalle) crisi, ma continua a rafforzarsi e autoalimentarsi proprio attraverso la crisi. Poiché la capacità specifica del neoliberismo è riuscire a nutrirsi delle reazioni che esso stesso induce, il capitale umano che in esso variamente agisce ha un ruolo autonomizzante solo se è in grado di riappropriarsi della sua dimensione di demos. È questa dimensione la più colpita dalla crisi, ed è da questa sfida che occorre ripartire.

 

Bibliografia

Arendt, H. [1970] 2008, Sulla violenza, Parma, Guanda. Bauman, Z. 2011, Danni collaterali, Roma-Bari, Laterza.
Beck, U. 2000, La società del rischio (1986). Roma, Carocci.
Boltanski, L. – E. Chiapello [2011] 2014, Il nuovo spirito del capitalismo, Milano, Mimesis.
Brown, W. 1995, States of Injury. Power and Freedom in Late Modernity, Princeton, Princeton University Press.
Brown, W. 2015, Undoing the Demos. Neoliberalism’s Stealth Revolution, Cambridge, MIT Press.
Butler, J. [2012] 2013, A chi spetta una buona vita?, Roma, Nottetempo.
Canfora, L. 2017, La schiavitù del capitale, Bologna, il Mulino.
Coutrot, T. 1998, L’enterprise néolibérale, nouvelle utopie capitaliste?, Paris, La Découverte.
Dardot, P. – C. Laval 2016, Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista, Roma, DeriveApprodi.
Dardot, P. – C. Laval [2010] 2013, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista (2010), Roma, DeriveApprodi.
Ewald, F. 1986, L’État Providence, Paris, Édition Grasset.
Ewald, F. 1991, Insurance and Risk, in Burchell, G. – Gordon – C., Miller, P. (eds.), The Foucault Effects: Studies in Governmentality, Chicago, Chicago University Press, pp. 197-210.
Firebaugh, G. 2003, The New Geography of Global Income Inequality, Harvard, Harvard University Press.
Foucault, M. 2000, Governamentality, in Id., The Essential Works of Foucault, 1954-1984, Vol. 3: Power, New York, New Press.
Foucault, M. 2005. Nascita della biopolitica, Milano, Feltrinelli.
Foucault, M. 2007, Security, Territory, Population, London, Palgrave.
Graeber, D. [2011] 2012, Debito. I primi 5000 anni, Milano, Il Saggiatore.
Lazzarato, M. 2013, Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, Roma, DeriveApprodi.
Lordon, F. [2010] 2015, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, Roma, DeriveApprodi.
Patterson, O. 1985, Slavery and Social Death: A Comparative Study, Cambridge, Harvard University Press.
Standing, G. [2011] 2012, Precari. La nuova classe esplosiva, Bologna, il Mulino.

 

Pubblicato su Cosmopolis, Rivista di Filosofia e Teoria Politica




Consensi e riserve sul federalismo


Lelio Basso

Consensi e riserve sul federalismo

(Il senatore Basso ha parlato a braccio; lasciamo all’intervento il suo andamento discorsivo, che ha una sua suggestione).

Desidero prima di tutto ringraziare il dott. Meriano delle parole eccessivamente lusinghiere che ha pronunciato sul mio conto presentandomi; e lo ringrazio ancor più per avermi invitato a questo dibattito, che per me è un cimento, in quanto non sono un militante federalista, non mi sono mai occupato ex professo di questi problemi: sono un dilettante. Ho accettato volentieri l’invito perché mi ha offerto l’occasione di leggere un libro molto interessante, che mi ha aiutato a ripensare il problema del federalismo. Ma mi sento in un certo imbarazzo: so benissimo che non porterò nessun contributo. Mi hanno spinto ad essere qui con voi alcuni motivi come dire? occasionali; uno riguarda il prof. Petrilli, ed uno riguarda me stesso. La parte del libro che ha attirato di più la mia attenzione è quella del prof. Petrilli – io sono un politico e mi seno interessato soprattutto all’analisi della situazione attuale della Comunità -; e mi è piaciuta, in particolare, l’affermazione di un bisogno di utopia. Conoscevo già un certo debole del prof. Petrilli per l’utopia: ho letto il suo libro sul fondatore dell’utopia moderna, Tommaso Moro; ma non conoscevo Petrilli come utopista militante, che milita anche nei giorni feriali, in favore dell’utopia anche se, proprio nei giorni feriali, egli è il più grosso imprenditore in Italia, e dirige con estrema competenza la più complessa articolazione aziendale del nostro paese. Questa unione, questa capacità di duplicità di aspetti, mi ha sedotto. E quando dico utopia, non lo dico per svalutare, tutt’altro. Non sarei un socialista se non credessi all’utopia. Non ho mai creduto alle distinzioni tradizionali tra socialismo utopistico e scientifico. Credo che una grande utopia ci sia sempre, in ogni speranza di futuro. Credo che se non ci fosse saremmo della povera gente. Mi considero anch’io un utopista e sono lieto quando trovo delle persone che hanno responsabilità come quelle del prof. Petrilli e che poi accettano, anzi rivendicano questo bisogno di utopia, anche con molta spregiudicatezza: ci sono infatti molte verità crude nelle pagine del prof. Petrilli che fanno parte di questo libro.
L’altro motivo contingente che mi ha portato qui, riguarda me stesso. È un poco triste quando si è al tramonto della propria vita, come io sono ed accade troppo spesso, leggere un libro che riguarda la storia di un movimento a cui non ho partecipato, in cui non ho nessuna parte, e tuttavia incontrarvi il mio passato. Così mi è capitato con questo libro. Quando si è costretti a vivere di ricordi, l’incontro con il passato ci aiuta un pochino a ringiovanire. Occupandomi di politica, anche se non ho fatto ex professo il federalista, però mi sono incontrato, qualche volta, con il movimento federalista: leggendo queste pagine sono tornati in me ricordi di più di trent’anni fa. Ero appena ritornato a Milano dal campo di concentramento di Col Fiorito, quando una giovane signora, che veniva da Ventotene, mi portò il Manifesto di Ventotene. Era la moglie del mio indimenticabile amico, Eugenio Colori (oggi la moglie di Altiero Spinelli) assassinato dai fascisti. Conoscevo Eugenio da quando era studente, e Ursula da quando si erano sposati; ero quindi un vecchio amico, per quanto era possibile esserlo per dei giovani sposi. Ursula mi portò il Manifesto perché gli amici e compagni di Ventotene volevano un mio parere su quel documento. Debbo dire che diedi un parere negativo, e proprio sul punto fondamentale, che ha toccato il prof. Petrilli: il punto cioè della priorità della battaglia politica per il federalismo, sugli altri aspetti. È chiaro che per un socialista che si richiama a Marx come io mi richiamo, non c’è nessuna difficoltà a riconoscere il superamento dello stato nazionale. Poi in pratica è successo che nonostante Marx avesse lanciato il famoso appello “proletari di tutti i paesi unitevi” i proletari se ne sono dimenticati, e i capitalisti se ne sono ricordati. I capitalisti hanno fatto l’internazionalizzazione nelle grandi “multinazionali”, mentre il movimento operaio è rimasto a livello nazionale. Questa è una delle accuse più gravi che faccio al movimento operaio. Questa è una delle ragioni per cui non milito più nei partiti: a mio giudizio, i partiti assumono comportamenti assurdi rispetto a quella che è la realtà attuale.
Una battaglia politica per il superamento del nazionalismo, delle nazionalità degli stati nazionali, nel tentativo di costruire un’Europa federale, mi trova totalmente consenziente. Non mi trova invece consenziente il problema della priorità di questa battaglia su tutte le altre, nel Manifesto di Ventotene praticamente si diceva: “Lasciamo andare la battaglia entro i confini nazionali per la democrazia e per il socialismo e poniamo come compito prioritario quello del federalismo A mio giudizio era un errore; e credo che oggi pensi così anche l’amico Altiero Spinelli (perché è stata compiuta, in parte, un’autocritica su queste questioni). Non c’era infatti nessuna possibilità nell’immediato dopoguerra di costruire uno stato italiano in una federazione europea. Dalla guerra sarebbero usciti di nuovo degli stati nazionali e il nostro compito più urgente era di batterci, nella misura delle nostre possibilità, perché ognuno di questi stati nascesse con caratteristiche profondamente democratiche, che avrebbero potuto poi, in avvenire, favorire lo sviluppo federale. Mi sono annotata la frase con cui il prof. Petrilli ha terminato la sua così lucida esposizione, quando ha parlato di una “complementarietà” fra la lotta federalista e la lotta democratica. Sono d’accordo che ci sia una complementarietà. Non ritenevo allora e non ritengo oggi che si possa parlare di una priorità da dare all’istanza federalista, lasciando in disparte la battaglia democratica che secondo me, e secondo il prof. Petrilli, spero, se ho ben capito quello che ha scritto, crea una precondizione, di un qualunque movimento, di una qualunque realizzazione federalista.
Qualche mese fa sono stato in Danimarca, proprio poche settimane dopo che si era votato per il referendum sull’adesione alla Comunità. Ho parlato naturalmente con dei miei amici di sinistra, i quali avevano combattuto l’adesione della Danimarca alla CEE. Essi erano fortemente contrari all’idea di un’evoluzione politica della Comunità, con un’argomentazione che, a mio giudizio, ha un grosso peso. Il prof. Petrilli ricordava poco fa alcune caratteristiche delle democrazie anglosassoni, scandinave: caratteristiche che si riconoscono in un controllo democratico in ogni sede, in ogni istanza. Come potete immaginare allora che degli inglesi e ancora più dei danesi, accettino domani di integrarsi politicamente in uno stato federale, con organi federali, di cui fanno parte paesi che non offrono questa garanzia di democraticità? Devo dire con dispiacere che lo stato che veniva citato come il meno democratico era il mio, l’Italia. Questo dicevano i miei amici danesi: certo avremo difficoltà, per molto tempo ancora, prima di costruire uno stato federale con i tedeschi. I tedeschi li abbiamo conosciuti in casa nostra durante la guerra. La Germania oggi non è più nazista; ma ci sono malattie che possono covare allo stato latente e poi esplodere, e questo procedere verso una Comunità politica è già un freno. Lo stesso vale per l’Italia fascista, ex fascista. Ma voi questo fascismo lo avete ancora in casa. Le due piaghe più gravi della non democraticità italiana sono la polizia e la magistratura. Così mi parlavano i miei amici danesi. Come potete allora pensare che un danese con il tipo di democrazia che noi abbiamo, accetti domani di essere governato, in uno stato foderale, da una maggioranza che magari applicherà quei criteri che in casa nostra sono propri della nostra magistratura e della nostra polizia? Il loro modo di sentirsi cittadini democratici è ben diverso dal nostro, diverse sono le loro esigenze. Ecco quindi che una battaglia per democratizzare il proprio paese mi sembra, in una certa misura, pregiudiziale: non penso che faremo dei passi molto avanti sulla via della federazione, se ogni paese non avrà una certa omogeneità sia pure nelle differenziazioni. Sono perfettamente d’accordo che omogeneità non vuole dire identità. Questo tessuto omogeneo, – ed un suo elemento fondamentale consiste nel rapporto tra cittadino e stato, – è essenziale. Credo che non ci sia bisogno di avere molta esperienza né di diritto pubblico né di vita costituzionale per sapere che il rapporto cittadino-stato è profondamente diverso, in un paese la cui civiltà è anglosassone o scandinava, rispetto al modo in cui lo è in Italia, al modo in cui questo rapporto si realizza ogni giorno. Di conseguenza penso che la battaglia per la democrazia nei singoli paesi debba essere prioritaria rispetto ai fini federalisti.
Un altro ricordo mi ha suscitato questo libro. Dopo la firma, i Trattati di Roma furono presentati al parlamento per la ratifica. Io allora militavo nel partito socialista – nelle mie alterne vicende, le montagne russe della mia partecipazione al partito – ed ero membro della segreteria del partito. In quel momento, vi ricorderete tutti, il partito comunista prese una posizione nettamente negativa, votò contro, con un’argomentazione che veramente in bocca a comunisti e marxisti lasciava perplessi: la sovranità nazionale. Credo di avere della sovranità nazionale lo stesso concetto che hanno i miei amici federalisti: è veramente un relitto del passato. Quindi non mi commuoveva minimamente questa posizione dei comunisti. Ma c’era un altro argomento che aveva la sua validità. La matrice della Comunità era atlantica, di guerra fredda; quindi, sotto questo profilo, era ovvia la nostra posizione critica di fronte ai Trattati. Nel PSI non ci fu un atteggiamento unico – io lo considero un elemento di democrazia -; ci furono tre posizioni diverse: una parte voleva votare contro, associarsi al partito comunista più o meno sulle stesse posizioni; c’era poi chi voleva votare a favore perché portava in sé quella che giustamente il prof. Petrilli ha definito “l’illusione funzionalista”, (mettiamo in moto il meccanismo, essi dicevano, e poi andrà avanti automaticamente); c’era, infine, una terza posizione che grosso modo faceva capo a me, che si trovava nella situazione di non essere d’accordo né col no né col sì. Non d’accordo con il no, perché consideravamo che nel fatto di superare gli stati nazionali, nel creare il principio di Comunità c’era, almeno in embrione, un elemento di possibile futura sopranazionalità. Si trattava d’un aspetto positivo in se stesso, politicamente ed economicamente.
Ma la strumentazione dei Trattati, il modo come veniva realizzata la Comunità, la fondamentale antidemocrazia di tutta la struttura istituzionale della Comunità ci trovava totalmente all’opposizione. Dicevamo sì al fatto che si andava al di là dei confini nazionali; dicevamo no al modo come i Trattati di Roma avevano organizzato questa nuova istituzione. Purtroppo, lo sapete, la vita parlamentare ammette tre scelte: sì, no, astensione. L’astensione può apparire talvolta una vigliaccheria, una fuga davanti alla responsabilità, ma in molti casi è la sola maniera di non dire né sì né no quando non si può dire né sì né no. Io mi battevo nel mio partito per l’astensione e vinsi. Fu una delle poche battaglie che ho vinto nella mia vita di partito. Ma ottenni allora che il partito si astenesse, e feci io la dichiarazione di voto. Motivai la nostra astensione, spiegando le ragioni di adesione alla spinta sopranazionale, ma di opposizione alla strumentalizzazione che le veniva data. Credo che anche sotto questo profilo, oggi, non mi debba pentire delle cose dette. I comunisti mi attaccarono allora piuttosto duramente sull’Unità, ed io risposi con pari moneta sull’Avanti! Oggi leggo con piacere che i compagni comunisti hanno rinunciato a chiedere l’annullamento del Trattato di Roma; chiedono la revisione. Benissimo. La Comunità, ma una Comunità diversa, una Comunità più democratica, più rispondente a quella che è la nostra visione dei rapporti umani, sociali, economici nel mondo. Questa rimane tuttora la mia posizione. Credo che sia necessario fare delle grandi battaglie per ottenere questi risultati.
Ho letto con molta attenzione tutto il libro, ma mi sono soffermato, ripeto, maggiormente sulla parte del prof. Petrilli, perché è quella che tocca più da vicino i problemi su cui posso permettermi di avere delle opinioni. Debbo dire che sono in grandissima parte d’accordo con l’analisi di Petrilli: la Comunità non ha risposto non dico a quelle che erano le sue aspettative più ottimistiche, ma neanche alle sue premesse. Il Trattato nel preambolo poneva dei fini alla Comunità ed uno dei fini era quello di superare gli squilibri; viceversa la Comunità li ha aggravati. Quindi una Comunità così concepita, così funzionante ha dato prova negativa. Si pone ora il problema di come uscire da questa situazione: la Comunità c’è; ha funzionato male; che cosa possiamo fare per migliorare questa situazione? Esiste questo problema notevole: la democratizzazione delle istituzioni, in modo particolare del Parlamento. Debbo dire che per quanto riguarda la proposta di legge pendente davanti al Senato, se sarà presentata la voterò senz’altro. La voterò nel senso che ha ricordato il prof. Petrilli: essa può essere un fatto importante che serva a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica; ma non può mutare la sostanza. I Trattati infatti stabiliscono che i membri del parlamento debbono essere eletti dal parlamento e delegati da esso, quindi la designazione popolare può essere fatta soltanto scegliendo membri di quel consesso, perché altrimenti non possono andare al parlamento europeo. Ma è una battaglia politica; ed io credo che anche le rivoluzioni più profonde esigono sempre delle mediazioni che chiamerei culturali. Non ho mai pensato che le rivoluzioni si facciano soltanto con i mitra sulle barricate. Anzi, credo che più andremo avanti meno serviranno i mitra sulle barricate. Quindi sono abbastanza seguace di Hegel quando dice che le idee hanno mani e piedi e camminano; sono seguace, se volete, di Marx, quando dite che la rivoluzione è una talpa: lavora sotterraneamente, invadendo poco a poco le coscienze, ed un giorno ci si accorge che il mondo così come è, non può essere più vissuto. Certamente nessuno si aspettava nel 1877 la Rivoluzione francese, e Lenin stesso nel 1916 tenne una conferenza in Svizzera dicendo: “Io non vedrò mai la rivoluzione russa”. Cioè le situazioni maturano e scoppiano in un modo che nessuno si aspetta. Ci sono delle vie sotterranee, inafferrabili. Le idee penetrano nelle coscienze. Io veramente considero che il mondo in cui viviamo è il più invivibile. Consentitemi. Se c’è qualche purista, mi dirà che la parola invivibile è un aggettivo che non esiste nei dizionari, comunque, creiamolo per la circostanza. Credo che la vita di oggi sia invivibile per il grado di alienazione profonda a cui conduce ognuno di noi, per l’assoluta disumanizzazione. Non mi riferisco alla condizione dei popoli sottosviluppati soltanto, mi riferisco alla condizione di ciascuno di noi che veramente viene strappato ad ogni possibilità di vita comunitaria (non mi riferisco alla Comunità europea, ma alla comunità in cui viviamo). I rapporti in cui viviamo sono anonimi, ognuno è depauperato della sua personalità. Questa è la situazione peggiore, più grave dello sfruttamento economico. Più grave di qualsiasi cosa è il sentirsi privato di qualche cosa che è intimo alla sua persona. Credo che queste idee, camminino. Penso che qualsiasi motivo di lotta culturale di agitazione culturale in questo senso, sia un elemento veramente importante. Ho avuto l’occasione parecchie volte, alla Televisione svizzera, a quella italiana, sul giornale Il Giorno, di parlare della “Pacem in terris”, nel decimo anniversario della morte di Giovanni XXIII. È un pezzo di carta che ha mosso il mondo e che muoverà ancora il mondo. Credo che la legge che approveremo, come ha fatto la “Pacem in terris”, aiuterà a camminare nel senso giusto. Però al tempo stesso dobbiamo avere la coscienza che tutto quello che facciamo per spingere avanti, in qualunque sede, in qualunque modo, queste cose, deve essere il nostro impegno quotidiano, nei giorni festivi e feriali. Mi è piaciuto che si sia parlato qui dei giorni festivi e dei giorni feriali, perché si tratta di una vecchia distinzione che il movimento operaio ha conosciuto. Ancora prima della prima guerra mondiale, nella socialdemocrazia tedesca si diceva: “Ho avuto solo due amori nella mia vita, mia moglie e Rosa Luxemburg”; infatti la maggior parte dei compagni di partito si ricordava del socialismo solo nei comizi domenicali. Quindi so che cosa vuol dire occuparsi di un certo ideale soltanto la domenica. Vuol dire: oggi è festa e se ne parla, e poi ce ne freghiamo (scusate l’espressione) nei giorni feriali. Viceversa penso che dobbiamo occuparci di questi problemi nei giorni feriali e festivi. Dobbiamo però anche avere l’idea della dimensione delle difficoltà, degli ostacoli a cui andiamo incontro. Allora debbo dire che il mio partito – militavo nel PSIUP – mi aveva designato come deputato al parlamento europeo. Ma io ho rifiutato perché non credevo che avrei dato un utile contributo in quella sede. Dopo lunga esperienza parlamentare italiana – sono ventisette anni che faccio il parlamentare – debbo riconoscere che c’è una decadenza nei parlamenti di tutto il mondo. Ricordo che nel ‘57 (sono passati già sedici anni) in un convegno a Londra dell’“Unione interparlamentare” dedicato al “Rapporto tra legislativo ed esecutivo”, tutti i discorsi concordavano come in un “refrain” comune sulla decadenza dei parlamenti. Il parlamento non ha più nessun potere; l’Esecutivo fa quello che vuole. Questo era vero nel 1957, ed è ancora più vero oggi. Noi assistiamo alla decadenza generale dei poteri parlamentari e quindi non vorrei che ci facessimo troppe illusioni, su ciò che riusciremo ad ottenere. I Trattati di Roma prevedono l’elezione a suffragio universale del parlamento europeo. Se riusciremo ad arrivarci, avremo democratizzato la Comunità. Avremo creato uno strumento più democratico, avremo fatto un passo avanti; ma non pensiamo di aver così risolto il problema della democrazia. Essa consiste (come il prof. Petrilli ricorda più volte nelle sue pagine di questo libro, con un’espressione, che credo di avere introdotto io nella Costituzione italiana) non soltanto nel fatto di votare, ma nella “partecipazione”. Si partecipa soltanto nella misura in cui un problema è sentito, è vivo. Oggi siamo in un mondo in cui la partecipazione della gente comune diventa sempre più difficile. I centri decisionali si allontanano ogni giorno di più dai cittadini comuni. Cosa volete che capisca, non dico il cittadino comune, ma magari persone che occupano posti di responsabilità, dei problemi monetari, che da un giorno all’altro decurtano il loro patrimonio per la svalutazione della moneta? I problemi oggi hanno assunto dimensioni e un tecnicismo tali che rendono sempre più difficile la partecipazione e, purtroppo, bisogna dire che coloro che esercitano il potere non fanno nulla per consentire e per favorire la partecipazione popolare. Così, senza partecipazione popolare voi potete creare tutte le istituzioni che volete, ma saranno sempre istituzioni vuote, perché la democrazia vive soltanto se c’è questo intercambio continuo, permanente tra le istituzioni che sono necessarie. Dio mi guardi dal dire che ci deve essere solo la democrazia assembleare; io so benissimo che ci deve essere la democrazia rappresentativa e quindi i parlamenti, le deleghe di potere, il popolo, il paese, i paesi. L’opinione pubblica deve però capire come si gestiscono i suoi interessi. In realtà questo non succede neanche a noi in parlamento (e così accade un po’ in tutti i parlamenti). Insomma noi nel parlamento italiano non assolviamo ad una delle funzioni più importanti. Il parlamento grosso modo ha tre funzioni: una di indirizzo politico e questa funzione la si assolve in qualche modo, ma essa si esaurisce presto, si tratta di votare la fiducia al governo o di non votargliela e di fare qualche grande dibattito politico. Poi c’è la funzione legislativa, cioè il compito di fare le leggi: e noi le leggi le facciamo male, malissimo. Infine c’è la terza funzione che non assolviamo affatto: è la funzione di controllo; noi non controlliamo niente, teoricamente dovremmo controllare anche il presidente Petrilli, l’IRI e gli enti pubblici, ma non controlliamo assolutamente niente, e non per colpa dell’IRI. Non siamo messi neanche in condizioni di controllarlo, non abbiamo nessuno strumento che ci permetta di controllare non dico l’IRI, ma Il governo, la gestione di bilancio. Tra l’altro c’è un grosso problema, che naturalmente le maggioranze non affrontano mai, perché loro non conviene. Noi veniamo da una scuola, almeno io (voi no perché vedo che siete in gran parte, anzi siete tutti più giovani di me) che ci insegnava ancora la tripartizione dei poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario. La dialettica tra legislativo ed esecutivo oggi non esiste più. Esisteva nei vecchi stati, nelle monarchie costituzionali, quando come nello Statuto Umbertino il re sceglie i suoi ministri e poi c’è un parlamento che lo controlla. Oggi è il parlamento, la maggioranza parlamentare che sceglie il suo governo: governo e maggioranza fan tutt’uno. Come si può pensare che la maggioranza controlli il governo se il governo è fatto dai capi di partito? È il partito di maggioranza che controlla e governo e maggioranza parlamentare. La maggioranza vota come le si dice di votare. Questo tipo di rapporto tra legislativo ed esecutivo come controllo del parlamento sul governo, è assolutamente inesistente. Oggi la sola dialettica possibile è quella tra maggioranza e opposizione. L’opposizione ha il diritto e il dovere di esercitare il controllo. È funzione dell’opposizione controllare il governo. Noi abbiamo fatto numerosissime inchieste in tutti questi anni; ma mai una volta che la maggioranza si sia pronunciata contro il governo. Non si pronuncerà mai, perché non lo può, perché ha dei doveri di disciplina di partito; non lo può fare, quindi non può esercitare un controllo. Allora ecco una mia vecchia proposta, una delle tante fallite: ci vuole forse, è discutibile, una riforma della Costituzione se non basta una riforma del regolamento delle camere. La mia opinione è che si dovrebbe dare alla minoranza, all’opposizione, che è minoranza un diritto autonomo di controllo. Cioè, praticamente, oggi per nominare una commissione di inchiesta, ci vuole il voto del parlamento, il che vuol dire che se la maggioranza non vuole, se il governo non vuole che si faccia un certo controllo, non lo lascia fare. La maggioranza vota contro e la commissione non si fa. La mia tesi, che non è assurda (può sembrare assurdo dare dei diritti alla minoranza, ma non è vero, perché la Costituzione tedesca lo riconosce; in Germania c’è questa norma e io non chiedo altro che l’applicazione della stessa norma), consiste nello stabilire che un terzo, cioè una minoranza, ha il diritto di nominare una commissione d’inchiesta e di farla. Questo è il solo modo serio perché il parlamento possa esercitare un controllo. La minoranza ha interesse ad esercitare un controllo; a parte quelle che sono poi le collusioni di corridoio tra minoranze e maggioranza, insomma, a parte questa deviazione, c’è una possibilità. Oggi non esiste neanche la possibilità tecnica. Non ci sono gli strumenti. A chi ha interesse di controllare, e questo interesse è proprio della minoranza, non è data la possibilità di controllare. Quindi, non illudiamoci! Qui è il solo punto, prof. Petrilli, su cui ho qualche dubbio: quando lei afferma che è necessario “attribuire la priorità al momento politico costituzionale”. Ho qualche dubbio, appunto per le ragioni che ho detto. Ho il dubbio che non basti questa priorità. Sono d’accordo che si tratta di una battaglia da condursi; sono d’accordo ch’essa è importante. I miei dubbi sono sempre sull’elemento prioritario: credo invece che siano tutte battaglie convergenti. Anche perché – a mio giudizio – non si deve dimenticare che oggi la vita sociale, la vita collettiva si svolge a livelli diversi e che noi dobbiamo operare su tutti questi livelli. Se prendiamo l’uomo comune, credete che si interessi dei problemi della Comunità, dello Stato, dell’IRI…? Al massimo si interessa dei problemi locali del suo quartiere, della scuola dei suoi figli, del suo villaggio se abita in campagna. Il livello su cui si muove la maggioranza dell’opinione pubblica è quello degli interessi che la toccano più direttamente, dove riesce ancora a capire qualche cosa. I grandi problemi la toccano; la svalutazione monetaria ci tocca tutti. Ma non la si capisce. Quindi come possiamo interessarci dei problemi che non comprendiamo? L’opinione pubblica si interessa soprattutto dei problemi locali. Qui sono d’accordo con quello che è stato detto: il federalismo tende ad ampliare il livello attuale statale, ma sempre più collegandolo ad un’articolazione regionale. I due problemi sono strettamente e rigorosamente connessi.
C’è poi una potenza formidabile, forse una delle più grosse potenze: la burocrazia. La burocrazia si muove a livello statale. Dite alla burocrazia che le nominate un superburocrate che da Bruxelles controllerà il caposezione del ministero X, che sta a Roma nella tale stanza: ebbene il burocrate si ribellerà perché non vuole il super burocrate che lo controlli. Cioè chiunque strappa un brandello di potere, se lo tiene stretto nelle mani, non lo molla più. Ho conosciuto nella mia vita poca gente a cui il potere non interessasse. E allora noi abbiamo questa situazione che non possiamo ignorare: la classe politica e la burocrazia che sono le forze di cui bisogna tenere conto, si muovono a livello statale e saranno altrettanti ostacoli ad un qualsiasi passo avanti serio verso l’integrazione- La burocrazia ha poi un’enorme capacità: non è molto attiva, ma proprio perché non è molto attiva, ha una forza di inerzia incredibile. Oppone resistenze passive, che è difficile smuovere. Chi si muove a livello sopranazionale? Questo è il grosso problema. Sono soprattutto, nella realtà, (a parte il Movimento federalista e coloro che operano su un piano culturale) le società multinazionali. Qui abbiamo veramente uno dei problemi più gravi del nostro tempo. Io credo, veramente, che il problema delle società multinazionali meriterebbe più attenzione da parte di tutti. Lo dico in modo particolare alle persone che militano nel mio stesso movimento: un altro dei gravi torti che faccio al movimento operaio, al partito comunista, a quello socialista, è quello di non seguire gli avvenimenti, di essere sempre eternamente in ritardo su di essi. Di capire sempre dopo quello che è già successo. Partiti che vorrebbero fare la rivoluzione, e che vorrebbero creare il futuro, e viceversa guardano solo il passato.
È molto grave. Perché considero il problema delle società multinazionali molto importante? Esse sottraggono i centri decisionali a coloro che di quelle decisioni sono poi le vittime. In particolare la “multinazionale” priva lo stato sottosviluppato, lo stato emergente, di qualunque potere decisionale sulla propria sorte, sul proprio futuro. Questa sorte viene decisa al consiglio di amministrazione della “multinazionale”, al di fuori dalla sede di coloro che sono interessati, del popolo che è interessato. Anche l’ONU ha giudicato le “multinazionali”. La “multinazionale” è un’istituzione, diciamo ambigua perché è nella realtà multinazionale, ma giuridicamente è nazionale… Il problema è molto ingarbugliato, molto complicato. In realtà queste società sono delle grosse autorità, hanno un grosso potere di fatto, che esiste a livello internazionale e viceversa non esiste alcun contropotere. Ora io credo che dovunque vi sia un potere, se non vogliamo che il potere abusi, ci deve essere sempre un contropotere. Dovremmo avere un contropotere, ovunque a livello europeo. Il movimento operaio è paurosamente in ritardo. Una delle cose più impressionanti per me è il ritardo dei sindacati a rendersi conto della necessità di un’unità europea dei sindacati. Si sono fatti adesso i primi timidissimi tentativi. Non so quanti anni ci vorranno ancora. Ricordo di avere in un convegno a Parigi, credo dieci anni fa, lanciato l’idea di un partito socialista europeo e parve un’eresia, un’utopia. Ma era un’eresia, un’utopia da coltivare. Perché proprio nella misura in cui l’Europa esiste (zoppa, mal fatta, ma esiste una certa Comunità di cui subiamo le conseguenze) ebbene noi dovremmo avere appunto degli altri strumenti allo stesso livello europeo da poter opporre. Su questo terreno la sinistra è stata completamente assente.
Vi chiedo scusa di aver forse divagato e di aver detto delle cose che magari non centravano l’argomento. Ve lo avevo detto prima: io sono un dilettante in queste questioni; un “extra moenia”, rispetto al Movimento federalista. Però ci sono cose che vanno, secondo me, profondamente meditate. A me, se così posso dire, la sovranità nazionale non interessa; però c’è una cosa che mi interessa: è la sovranità democratica. Domani farò qui a Firenze all’Università una conferenza-dibattito sul rapporto fra il tipo di Italia che ci configurammo noi Costituenti quando redigemmo la Costituzione e quella che è oggi. Nella Costituzione abbiamo scritto, nel primo articolo: “L’Italia è una Repubblica democratica”; poi abbiamo aggiunto quelle parole forse sovrabbondanti “fondata sul lavoro”; e poi abbiamo ancora affermato il concetto che la “sovranità appartiene al popolo”. Sembra una frase di stile e non lo è. Le costituzioni in genere hanno sempre detto “la sovranità emana dal popolo” “risiede nel popolo”; ma un’affermazione così rigorosa, come “la sovranità appartiene al popolo che la esercita” era una novità arditissima. Contro la concezione tedesca della “sovranità statale”, di quella francese della “sovranità nazionale”, noi abbiamo affermato la “sovranità popolare” quindi democratica. A questo tipo di sovranità io tengo. E allora, quando arrivano al parlamento i “regolamenti comunitari” e ci si dice “sono obbligatori” perché così prevede il Trattato di Roma, io reagisco. A questo proposito ho fatto una lunga battaglia, mi pare nella legislatura passata. Sono riuscito, per tre anni, a tenere in scacco il governo sulla richiesta di delega per approvare questi, “regolamenti comunitari”, con provvedimento delegato. La mia battaglia non era contro il contenuto dei “regolamenti comunitari”, ma voleva sottolineare un aspetto costituzionale. Posi allora, e non solo io, ponemmo in parecchi – naturalmente fummo messi in minoranza – il problema della validità di questa norma del Trattato, perché, secondo la nostra Costituzione, le leggi vengono approvate dal parlamento: non ci può essere una legge, senza approvazione del parlamento. Quando si dice che un certo Trattato ha delegato ad un’Autorità Comunitaria la facoltà di emanare provvedimenti obbligatori, diciamo che quel Trattato dove va essere ratificato con legge costituzionale, perché era una modifica della costituzione. Senza legge costituzionale, a nostro avviso, quei Trattati, almeno per quel che si riferisce alla legge di ratifica, almeno per quanto riguarda quella disposizione, non potevano essere validi. Il parlamento non può essere spogliato della decisione. Naturalmente chi ha sostenuto questa tesi ha avuto torto. Dopo tre anni di battaglia sono state approvate quelle norme comunitarie che noi avevamo tenute ferme. Però io continuo a considerare che qui quello che conta non è che l’Italia viene spogliata della sovranità nazionale, ma viene spogliata della sovranità popolare, democratica, perché noi abbiamo degli organi, come la Commissione Comunitaria o degli organi puramente di potere esecutivo, come il Consiglio dei ministri, che approvano le disposizioni di legge, non avendone, il potere, secondo la nostra Costituzione. Si invoca sempre la norma per cui il Diritto Internazionale prevale sul Diritto Interno. In realtà questa è una norma che va sempre – come dire – bilanciata con le norme costituzionali, perché se dovesse essere interpretata altrimenti noi arriveremmo alle possibilità più assurde. Ripeto, quella che viene calpestata non è la sovranità nazionale, alla quale possiamo benissimo rinunciare, a condizione che sia rispettato, però, il fondamento della sovranità, che per noi è sempre il popolo e deve essere il popolo.
Questi sono problemi che mi sembrano oggi da tenere in considerazione, nel quadro di una prospettiva che io condivido totalmente. Sono d’accordo che si deve andare avanti verso il superamento delle barriere nazionali, sono d’accordo che si deve andare avanti verso l’abbandono totale, definitivo di ogni forma di nazionalismo. Però devo dire che i problemi sono infinitamente complessi e richiedono interventi a una serie di livelli diversi.
Mi scuso nel fare un’ultima digressione prima di chiudere. Noi siamo in un periodo in cui diciamo, probabilmente con ragione, che storicamente le unità nazionali sono superate, però viviamo un periodo in cui viceversa assistiamo ad una reviviscenza dei problemi nazionali.
Ho cercato di darmi una spiegazione, probabilmente è tutta sbagliata come in genere le spiegazioni che mi dò io. Il fatto è, come ho detto prima, che viviamo in una società invivibile. Una delle conseguenze di questa società è la mutilazione dell’uomo. Ognuno viene gettato in una serie di rapporti anonimi, impersonali. La vita moderna spoglia l’uomo delle sue caratteristiche comunitarie. Pensate all’emigrazione di massa, gente sradicata dal suo paese, abituata a vivere nel suo villaggio, abituata a sapere da sempre chi è il vicino di casa, cosa fa, abituata ad un tipo di rapporti umani che interiorizzano veramente la partecipazione di ciascuno alla vita degli altri. Improvvisamente sono sradicati, sono gettati nella grande città, vanno a vivere in formicai. C’è la tendenza a cercare di ricostruire le loro unità, ma non è più la stessa cosa. Vivere in un formicaio alla periferia di Torino o di Milano e vivere nel proprio villaggio in Lucania o in Calabria… Sapete che cosa rappresenta! Io mi sono occupato di questi problemi perché ho insegnato per parecchi anni all’Università di Roma, sociologia dei paesi sottosviluppati. Mi ha sempre appassionato un aspetto: il lavatoio pubblico per le donne! Il lavatoio pubblico per le donne era il luogo di convegno, il luogo dove si scambiavano le opinioni, il luogo dove la donna trovava la sua vita comunitaria. Gli antropologi ci hanno raccontato – c’è una massa di esempi – che l’introduzione del rubinetto nelle case e l’abolizione del lavatoio pubblico ha creato dei drammi veramente enormi nella psicologia femminile; è stato strappato un pezzo di vita, la vita comunitaria. Oggi questa vita comunitaria si è ridotta a brandelli. Allora eccoci alla ricerca di qualche elemento comunitario che ci leghi: e si ricerca la lingua. A mio giudizio, questo riattaccarsi alla lingua, alla propria lingua ritrovare la propria comunità nella lingua, è un tentativo di resistere al livellamento generale, ad un anonimato generale in cui non c’è più niente di comune. Ci conosciamo, ci incontriamo, ci salutiamo, ma in realtà non abbiamo più una partecipazione di uno alla vita dell’altro.
Questo elemento, secondo me, è anche da valutare, quando pensiamo ad un movimento federalista che arrivi a superare gli stati e i nazionalismi. Sono d’accordo, ma ripeto, non dimentichiamo che l’uomo deve essere ancorato non solo ad una grande comunità, ma anche alla piccola comunità dei giorni feriali.
(Ha risposto poi brevemente al sen. Basso, ringraziandolo per il suo stimolante intervento, il prof. Petrilli. “Non credo – ha detto tra l’altro Petrilli che a Ventotene, in sostanza, ci sia stato proposto di abbandonare il problema della democratizzazione interna dei paesi, per porre in primo luogo il problema del federalismo. Non c’è un prima ed un poi. I due problemi sono complementari”. Il prof. Petrilli ha insistito sul “parallelismo” della battaglia federalista e della lotta per la democratizzazione interna dei singoli paesi).

Pagina 1 di 1 [1]

Pagina 1 di 1 (1973)

in Leliobasso.it




Non chiamatela crisi: è una guerra

Non chiamatela crisi: è una guerra
di Thomas Fazi

Le post-democrazie odierne sono il risultato di un processo quarantennale di ridimensionamento della sovranità popolare e del movimento operaio che in Europa ha trovato la sua applicazione più radicale

La crisi – economica, politica, sociale e istituzionale – che stanno vivendo le democrazie occidentali, in particolar modo quelle europee, non inizia nel 2008, e neppure nei primi anni duemila, con l’introduzione dell’euro, come recita la vulgata.

È una crisi che ha origini molto più lontane, che risalgono almeno alla metà degli anni Settanta. È a quel punto che il cosiddetto modello keynesiano, che aveva dominato le economie occidentali fin dal dopoguerra, entra in crisi. Come sappiamo, si trattava di un modello basato su una forte presenza dello Stato nell’economia (per mezzo di politiche industriali, sostegno agli investimenti e alla domanda eccetera), un welfare molto sviluppato, politiche del lavoro tese verso la piena occupazione e la crescita dei salari (più o meno in linea con la crescita della produttività) e l’istituzionalizzazione dei sindacati e della concertazione come strumento di mediazione tra gli interessi dei lavoratori e quelli delle imprese.

A livello internazionale si basava su un regime di cambi fissi (il cosiddetto “regime di Bretton Woods”) – sistema che ruotava sostanzialmente intorno al dollaro come valuta di riserva internazionale, convertibile in oro a un tasso di cambio fisso – e su un ferreo controllo dei movimenti di capitale. In base alla maggior parte dei criteri economici e sociali, il periodo keynesiano – che non a caso è noto come il “trentennio glorioso” – può essere definito un successo, avendo garantito per diversi decenni crescita economica sostenuta, piena occupazione (o quasi), salari e profitti crescenti, estensioni di diritti sociali ed economici a un numero di cittadini senza precedenti nella storia, e stabilità economico-finanziaria a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, come rilevò Joan Robinson, fu anche un periodo caratterizzato dal mito del produttivismo e della crescita sfrenata, da uno sfruttamento del lavoro senza precedenti, dall’inizio della crisi ambientale (di cui oggi subiamo le conseguenze) e da un keynesismo “realmente esistente” che – con poche eccezioni – si guardò bene dal passare dal livello della produzione (quanto viene prodotto) al contenuto della stessa (cosa viene prodotto e con quali finalità). Scriveva Robinson nel 1972: «Ora che siamo tutti d’accordo che la spesa pubblica può mantenere l’occupazione… ci siamo dimenticati di cambiare quesito, e discutere a che serve l’occupazione».[1]

A tal proposito, quando parliamo delle magnifiche sorti e progressive del keynesismo, val sempre la pena ricordare che esse riguardarono unicamente i paesi del “centro” dell’economia capitalistica; l’esperienza dei paesi “periferici” fu assai diversa, caratterizzata da guerre, povertà estrema, colpi di Stato e nefandezze di ogni sorta, spesso ad opera proprio dei paesi del centro, Stati Uniti in primis (basti pensare al Sud-Est asiatico o al Medio Oriente).[2]

Perché, dunque, il modello keynesiano entra in crisi negli anni Settanta? Le ragioni sono molteplici: economiche, politiche, strutturali. Dal punto di vista economico, l’alta inflazione che caratterizzò quegli anni ma soprattutto le lotte sindacali per il salario e per il miglioramento delle condizioni di lavoro avevano cominciato ad esercitare una crescente pressione sulle rendite e sui profitti. L’Italia è un caso esemplare: il ciclo di lotte che si aprì nell’autunno del 1969 e che proseguì, più o meno ininterrottamente, sino al 1973, fu senza eguali per intensità e durata dell’opposizione. Questo determinò, in tutti i paesi avanzati, una riduzione senza precedenti nella storia dei redditi e dei patrimoni dell’1 per cento più ricco della società (ossia di quella che potremmo chiamare la classe dominante).

Questo causò una crescente insofferenza da parte delle classi elevate nei confronti del modello keynesiano: diversi documenti, riservati e non, cominciarono a parlare apertamente della necessità di una reazione da parte dell’establishment capitalistico, onde evitare di vedere annichilito il proprio potere economico e politico (si pensi per esempio al “memorandum” di Lewis Powell del 1971, in cui l’allora giudice della Corte Suprema statunitense invitava i capitalisti americani ad assumere un atteggiamento «molto più aggressivo» in difesa del sistema della libera impresa). Reazione che, come vedremo, si manifesterà poi in quella che i due economisti francesi Gérard Duménil e Dominique Lévy hanno definito la «controrivoluzione neoliberista».[3]

Sarebbe riduttivo, però, vedere la crisi del modello keynesiano semplicemente nei termini di un processo politico di “restaurazione” – per così dire “soggettivamente determinato” – da parte delle classi dominanti; né si può ridurre tale crisi a una semplice conseguenza dell’offensiva ideologica sferrata, a partire dalla fine degli anni Sessanta, dall’«intellettuale collettivo» neoliberista, come sosteneva Luciano Gallino.[4]

È importante comprendere, anche ai fini dell’analisi delle possibili vie d’uscita dalla crisi attuale, che il sistema keynesiano/socialdemocratico in quegli anni cominciò a mostrare dei limiti strutturali oggettivi: esso si basava, infatti, su un “compromesso di classe” imperniato intorno all’idea che una crescita stabile dei salari poteva coniugarsi con una crescita stabile dei profitti, e anzi ne era il presupposto necessario (secondo l’assioma keynesiano secondo cui i profitti dipendono in primo luogo dalla domanda aggregata).[5]

E per qualche decennio così è stato. Negli anni Settanta, però, le basi di questo compromesso cominciarono a venire meno, a causa di diversi fattori: l’aumento del prezzo delle materie prime, la crescente concorrenza tra potenze capitalistiche (in seguito alla re-industrializzazione di Europa e Giappone), il rallentamento della produttività eccetera, ma soprattutto, come detto, il diffondersi di richieste sindacali sempre più radicali.

Come ricorda Riccardo Bellofiore, economista all’Università di Bergamo: «Le lotte nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro non si limitavano alla richiesta di maggiore salario, orari più corti, minore pressione sul lavoro. Ad essere messi in questione erano l’insieme del comando padronale sulla produzione, le forme dell’organizzazione del lavoro e della struttura tecnica della produzione, la stessa “disciplina di fabbrica”».[6]

Tutto ciò minava alle fondamenta il processo di accumulazione capitalistica. In tal senso, la reazione dei capitalisti fu comprensibile: la loro partecipazione al compromesso di classe keynesiano si basava una serie di condizioni (in primis, ovviamente, la possibilità dell’accumulazione capitalistica); nel momento in cui tali condizioni vennero meno, venne meno anche il loro sostegno al compromesso keynesiano.

Una soluzione consensuale al conflitto distributivo capitale-lavoro che si venne a determinare in quegli anni era semplicemente impossibile; per dirla in parole povere, esso non poteva che risolversi a favore dell’una o dell’altra parte: a favore del capitale (per mezzo di una riduzione dei salari e più in generale del potere dei sindacati) o a favore dei lavoratori, per mezzo di quella graduale “socializzazione degli investimenti” – finalizzata a sottrarre una parte cospicua dell’investimento alla logica del profitto, all’interno di una regolamentazione complessiva dell’investimento privato – che lo stesso Keynes indicava come unica soluzione alla naturale tendenza al ristagno del capitalismo sviluppato e come “via lenta” alla società ideale (postcapitalistica?) immaginata dall’economista britannico nel suo celebre saggio “Prospettive economiche per i nostri nipoti”, idea poi ripresa in chiave più radicale da Hyman Minsky negli anni Settanta.

Il problema è che buona parte della sinistra socialdemocratica e comunista o non capì ciò che stava avvenendo – diversi intellettuali della sinistra europea del dopoguerra videro nel keynesismo una forma embrionale di socialismo[7] piuttosto che un particolare regime di accumulazione capitalistica, quale effettivamente fu, e si ritrovarono dunque privi degli strumenti teorici necessari per capire la crisi capitalistica che investì il keynesismo, illudendosi di poter risolvere il conflitto distributivo nei limiti angusti del quadro socialdemocratico – o non ebbe il coraggio di mettere seriamente in discussione i “fondamentali” del sistema.

Il caso del Partito Comunista Italiano (PCI) è emblematico. Come scrive Sergio Cesaratto nel suo recente libro Sei lezioni di economia, il PCI era «costantemente ossessionato dall’esistenza di “interessi generali” (inter-classisti per così dire) che avrebbero reso ogni avanzamento operaio sovversivo per il sistema, e dunque a rischio di una reazione violenta del capitale… L’ala dominante del PCI riteneva le lotte operaie fondamentalmente incompatibili con la democrazia occidentale».[8] Una paura a ben vedere non del tutto infondata, se pensiamo alle enormi pressioni esercitate sull’Italia (come su altri paesi) affinché non uscisse dai binari del patto atlantico.

Il risultato – drammatico – fu che la sinistra europea, avendo accettato l’impossibilità di una svolta nella direzione di un “riformismo radicale”, nell’accezione minskyana del termine, finì di fatto per avallare ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica soluzione alla sopravvivenza del capitalismo. Non a caso in numerosi paesi la sinistra anticipò la destra nello smantellamento del modello keynesiano. Un esempio su tutti: il primo governo a dichiarare “morto” il keynesismo fu quello laburista inglese di James Callaghan, che nel 1976 – ben tre anni prima dell’elezione di Margaret Thatcher – giustificò nella seguente maniera la scelta di accettare un prestito molto oneroso da parte del Fondo monetario internazionale in cambio del quale il governo si impegnava ad implementare un rigido programma di austerità: «Il mondo confortevole che ci avevano detto sarebbe durato per sempre, dove la piena occupazione sarebbe stata garantita da un tratto di penna del Cancelliere, attraverso la riduzione delle tasse o la spesa in disavanzo, ecco: quel mondo accogliente se n’è andato per sempre… Io vi dico in tutta franchezza che tale opzione non esiste più, e che nella misura in cui è mai esistita, ha avuto solo l’effetto di iniettare una dose maggiore di inflazione nell’economia».[9]

Un altro esempio clamoroso è ovviamente quello di François Mitterrand, che nel 1983 – due anni dopo essere stato eletto su una piattaforma esplicitamente socialista ed anticapitalista – fece inversione a U e adottò un drastico programma neoliberista di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e compressione salariale. È interessante notare che sia Callaghan sia Mitterrand giustificarono la loro “svolta neoliberista” a grandi linee allo stesso modo: facendo appello alla logica del vincolo esterno. Ossia, affermando che la “logica inesorabile” della mondializzazione (in particolare la natura sempre più globale dei flussi finanziari) rendeva pressoché impossibile qualunque strategia economica nazionale (in particolare di carattere progressista/redistributivo), poiché in tal caso il governo in questione sarebbe immediatamente diventato oggetto di fughe di capitale, squilibri della bilancia dei pagamenti, attacchi speculativi da parte del capitale finanziario, e via dicendo.

In sostanza, buona parte della sinistra europea, tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, giunse a considerare quel processo che oggi noi chiamiamo globalizzazione, e il contestuale svuotamento delle sovranità nazionali in campo economico, come un aspetto ineluttabile della modernità. Come dichiarò Mitterrand all’epoca: «La sovranità nazionale non significa più granché e non ha più molto spazio nell’economia mondiale moderna».[10] Come notano Albo Barba e Massimo Pivetti, però, sarebbe un errore pensare che la sinistra abbia semplicemente subìto l’accelerazione del processo di mondializzazione, e il cambiamento delle condizioni di potere e distributive, avvenuti in tutta Europa nel corso dell’ultimo trentennio; al contrario, la sinistra «ha in larga misura consapevolmente deciso e gestito» questa transizione, e il conseguente passaggio a una visione post-statuale e post-sovrana del mondo, spesso anticipando la destra su questi temi.[11]

Ma la crisi del modello keynesiano non riguardò solo la sfera economica e distributiva; essa investì appieno anche la sfera politico-istituzionale. La piena occupazione e il rafforzamento senza precedenti delle masse lavoratrici avevano infatti determinato una progressiva fusione del movimento operaio con blocchi sociali di altro tipo (studenti, femministe, minoranze eccetera), e una radicalizzazione delle rivendicazioni non solo in ambito lavorativo ma anche in ambito politico: gruppi sempre più numerosi di persone iniziarono a rivendicare non solo un ampliamento della democrazia ma addirittura un superamento dell’ordine capitalistico costituito. In un certo senso, si stava realizzando quello che il noto economista polacco Michal Kalecki aveva preconizzato negli anni Quaranta nel suo famoso saggio intitolato “Aspetti politici del pieno impiego”:

Il mantenimento del pieno impiego porterebbe a trasformazioni politiche e sociali che darebbero nuova forza all’opposizione dei “capitani d’industria”. Infatti, in un regime di continuo pieno impiego il licenziamento cesserebbe di agire come misura disciplinare. La posizione sociale del “principale” sarebbe scossa, si accrescerebbe la sicurezza di sé e la coscienza di classe dei lavoratori. Gli scioperi per un salario più alto e il miglioramento delle condizioni di lavoro sarebbero fonti di tensione politica. È vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego [e qui Kalecki si sbagliava]… Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più importanti per i capitalisti dei profitti correnti.[12]

In sostanza, le classi politiche dell’epoca, vista la situazione, si trovarono di fronte ad un bivio: rischiare di alimentare il disordine attraverso una maggiore concessione di questi diritti, o restringere la concessione di tali diritti attraverso «una graduale riduzione del ruolo biopolitico dei governi», e una conseguente trasformazione degli apparati pubblici da mediatori del conflitto di classe a “disciplinatori” delle classi subalterne.[13]

Tutto questo fu ulteriormente complicato dalla fine del sistema di cambi fissi di Bretton Woods, nel 1971. A quel punto, dopo una serie di tentativi fallimentari di resuscitare il vecchio regime di cambi fissi, si passò ad un sistema di “fluttuazione sporca”: sarebbe a dire, un sistema in cui i governi continuarono ad intervenire sul mercato dei cambi per sostenere le loro valute. La fine del regime di Bretton Woods fu di grande importanza anche perché inaugurò il passaggio da un regime monetario in cui la quantità di moneta che poteva essere emessa da uno Stato era limitata dalla quantità di riserve auree possedute dallo Stato in questione a un regime monetario cosiddetto “fiat” (dal latino «così sia») – tuttora in vigore – in cui le valute non sono più coperte da riserve di altri materiali (come l’oro) e dunque non hanno più un limite teorico di emissione. Se da un lato la fine dell’aggancio con l’oro e con il dollaro offriva teoricamente ai governi maggiore libertà nel gestire le politiche monetarie e fiscali, dall’altro, anche a causa della contestuale liberalizzazione dei movimenti di capitale, generò una notevole instabilità sul mercato dei cambi.

Tale instabilità fu ulteriormente esacerbata dalla crisi petrolifera del 1973, che fece schizzare alle stelle l’inflazione in tutti i paesi occidentali. Per le élite si rivelò una manna dal cielo: gli alti livelli di inflazione di quegli anni, infatti, e la concomitante stagnazione dell’attività produttiva – da cui il termine stagflazione – fornirono loro il pretesto ideale per sferrare il primo attacco decisivo al modello macroeconomico keynesiano, a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Fu un attacco che si dipanò su più fronti: sul fronte economico-distributivo si caratterizzò per una progressiva riduzione dei salari e più in generale del potere di contrattazione dei sindacati, operazione che politicamente fu “legittimata” da un lato addossando interamente ai sindacati (e all’“eccesiva” spesa pubblica) la responsabilità della spirale prezzi-salari (e minimizzando il contributo del rincaro dei prezzi delle materie prime e del petrolio alla spirale inflazionistica); dall’altro evocando ossessivamente il cosiddetto “vincolo esterno”, ossia l’idea che i salari eccessivi impedissero il necessario aggiustamento delle partite correnti dei paesi in deficit (come era per esempio l’Italia in quegli anni) e che tale aggiustamento passasse necessariamente per una riduzione del salario reale; solo così si sarebbe sconfitta l’inflazione e si sarebbe ottenuta nuovamente la piena occupazione.

Inutile dire che si trattava di un’interpretazione dei fatti estremamente ideologica e piuttosto infondata sul piano teorico ma che tuttavia ebbe una forte presa sulla società e sulle classi politiche e intellettuali dell’epoca, ivi incluse quelle di sinistra, che – ree anche la crisi della teoria economica neokeynesiana (che poco o nulla aveva a che vedere con le teorie originarie di Keynes) e l’emergere dell’ideologia monetarista, la quale affermava che l’unica maniera per rompere la spirale inflazionistica consisteva per lo Stato nel rinunciare all’obiettivo della piena occupazione e all’uso di politiche monetarie, fiscali e salariali finalizzate a tale scopo, lasciando che il mercato si adagiasse verso il “tasso naturale di disoccupazione” – marginalizzarono qualunque strategia di gestione eterodossa del vincolo esterno, come quella avanzata da Tony Benn nel Regno Unito, dalla sinistra del Partito Socialista in Francia e da economisti quali Federico Caffè in Italia.

A tal proposito, uno dei dibattiti più influenti ebbe luogo verso la fine degli anni Settanta proprio in Italia, e vide confrontarsi il futuro premio Nobel per l’economia Franco Modigliani – che proponeva la cancellazione del meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione (conosciuto come “scala mobile”) e una riduzione generalizzata dei salari – e diversi economisti eterodossi vicini al PCI.[14] In quell’occasione il PCI, per mezzo del suo Centro Studi di Politica Economica (CESPE), finì per sposare in toto le tesi monetariste/neoliberiste di Modigliani. Come scrive lo storico Guido Liguori, a iniziare dagli anni Settanta parti importanti del partito «erano andate mutando molecolarmente la propria cultura politica e abbracciavano ormai punti di vista e culture politiche diverse. Erano divenuti parte (subalterna) di un diverso sistema egemonico».[15] Il risultato – scrive Francesco Cattabrini, autore di un ottimo studio sul tema – «fu di attribuire al costo del lavoro la principale responsabilità in termini di crescita dell’inflazione e compressione dei profitti, permettendo politiche di compressione del salario e di miglioramento della profittabilità».[16] Non sorprende che molti abbiano visto in questa svolta “economica” il primo passo verso la svolta “politica” che quindici anni dopo avrebbe portato alla morte del partito.[17]

Ovviamente questo processo di compressione salariale si intensificò poi – in Italia e altrove – negli anni Ottanta e Novanta con la globalizzazione dei processi di produzione (corso che, è bene ricordarlo, non fu “subìto” dagli Stati ma al contrario fu attivamente sostenuto da questi ultimi, proprio al fine di indebolire ulteriormente il potere contrattuale dei lavoratori). È sempre in questo periodo che si posero le basi per la crisi finanziaria del 2007-2009: la crescente erosione dei salari e del potere d’acquisto dei lavoratori in diversi paesi occidentali, infatti, fu “compensata” dall’aumento esponenziale dell’indebitamento privato, ossia da quello che alcuni hanno definito una paradossale forma di «keynesismo privatizzato».[18] In sostanza le banche hanno permesso ai lavoratori, tramite il credito/debito, di mantenere inalterati i loro livelli di consumo, nonostante la stagnazione salariale verificatasi dagli anni Settanta in poi. Questo è avvenuto in maniera particolarmente evidente negli USA ma anche in diversi paesi europei.

L’altro fronte della guerra al “contratto sociale” keynesiano fu quello politico-istituzionale: sostanzialmente fu attuato quello che un ormai celebre rapporto del 1973 intitolato The Crisis of Democracy, redatto dalla Trilateral Commission – uno dei think tank allora più influenti in ambito euro-atlantico – aveva indicato come soluzione alla “crisi della rappresentanza”. Soluzione che passava non solo attraverso la riduzione del potere sindacale, come già detto, ma anche attraverso una riduzione della partecipazione popolare alla vita politica. I due livelli – quello economico e quello politico – sono ovviamente strettamente collegati. Come scrive Alessandro Somma, professore di diritto all’Università degli Studi di Ferrara, infatti, è chiaro «come la restrizione del perimetro affidato alla democrazia sia una funzione dell’estensione di quello rivendicato, o meglio invaso, dal mercato… La politica, oltre alla democrazia, deve evaporare per lasciare spazio alla tecnocrazia, alla mera amministrazione di un esistente indiscutibile e immobile, come è l’orizzonte del mercato concorrenziale».[19]

Questo obiettivo fu raggiunto attraverso una progressiva “depoliticizzazione” del processo decisionale: ossia attraverso una separazione tra i meccanismi di rappresentanza popolare e le scelte di carattere macroeconomico, e una contestuale riduzione degli strumenti di intervento di carattere monetario e fiscale dei singoli Stati nazionali. In particolare, questo fu ottenuto: (a) riducendo sensibilmente il potere dei parlamenti rispetto a quello degli esecutivi (per esempio attraverso il passaggio da sistemi proporzionali a sistemi maggioritari) in nome di una non meglio definita governabilità; (b) recidendo il legame tra autorità monetarie e autorità politiche, attraverso l’istituzionalizzazione del principio dell’indipendenza della banca centrale, al fine (neanche troppo nascosto) di asservire gli Stati alla cosiddetta “disciplina dei mercati” (giacché, per dirla brevemente, uno Stato che non controlla la propria banca centrale non è in grado di controllare i tassi di interesse); nel caso dell’Italia, come è noto, questo avvenne col famoso “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981;[20] (c) formalizzando il vincolo esterno attraverso la ri-adozione di cambi fissi (in Europa); (d) infine, onde evitare ulteriori contrapposizioni fra Stati portatori di istanze politiche differenti, trasferendo sempre più prerogative a istituzioni e organismi sovranazionali (come per esempio l’Organizzazione mondiale del commercio a livello internazionale). Tra le diverse finalità di questo processo di depoliticizzazione possiamo annoverare anche – e forse soprattutto – quella di offrire alle autorità politiche nazionali organismi o presunti “fattori oggettivi” – o vincoli esterni, appunto – su cui scaricare la responsabilità di scelte politiche impopolari, in primis la compressione salariale e lo smantellamento delle tutele del lavoro.

Di conseguenza i regimi di democrazia partecipativa nati dalle ceneri della seconda guerra mondiale hanno progressivamente lasciato il posto a regimi di democrazia deliberativa. La differenza tra i due è ben spiegata da Alessandro Somma: «La democrazia partecipativa, tipicamente intrecciata con la sovranità statuale, indica la possibilità degli individui di incidere sulle decisioni collettive: possibilità effettiva, assicurata dal funzionamento del principio di parità in senso sostanziale, che la Costituzione italiana reputa non a caso un presupposto fondamentale per “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” (art. 3). Diverso è il caso della democrazia deliberativa, che coinvolge tutti i potenziali interessati dalla decisione da assumere, i cosiddetti stakeholders, offrendo però loro solo la mera possibilità formale di prendere parte alle decisioni: senza considerazione per l’effettiva possibilità di incidere sul loro contenuto».[21]

L’Europa è ovviamente il continente in cui questo processo si è esplicitato in maniera più radicale. Come afferma Peter Mair in Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti,[22] il ridimensionamento della democrazia popolare, condizione necessaria per il ridimensionamento del movimento operaio, può essere considerata la raison d’être di tutto l’esperimento europeo, il cui ultimo stadio inizia con la creazione del sistema di “cambi convergenti” del Sistema monetario europeo (SME), nel 1979, fino ad arrivare all’introduzione dell’euro nei primi anni 2000. L’Italia è la perfetta cartina di tornasole di questo processo. Come ha ricordato di recente Joseph Halevi, l’Italia fu il paese più danneggiato dall’adesione allo SME, che comportò una rivalutazione del tasso di cambio reale molto significativa, che ebbe tutta una serie di conseguenze estremamente deleterie per il paese: in primis, l’apparizione di un deficit estero strutturale.[23]

Alla luce di ciò, verrebbe da chiedersi perché i nostri dirigenti insistettero tanto per entrare nello SME. Una possibile spiegazione ce la fornisce nientedimeno che Giorgio Napolitano, che al tempo, in veste di deputato del PCI, capì bene che «la disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo» significava non accomodare più il conflitto distributivo e addossare alle richieste salariali la responsabilità della perdita di competitività del paese.[24] La creazione di un potente vincolo esterno, nella forma del cambio semi-fisso, avrebbe insomma facilitato una maggiore flessibilità verso il basso dei salari. E così è stato.

Questa chiave interpretativa è applicabile a tutte le successive fasi costituenti dell’Eurosistema: dall’Atto unico del 1986 – in cui furono formalizzate le fondamenta neoliberiste della costituzione economica europea, dalla libera circolazione dei capitali al divieto (de facto) delle politiche industriali, attraverso la normativa sugli aiuti di Stato – fino al Trattato di Maastricht del 1992, che fissò i termini cui subordinare la fase finale dell’unione monetaria, dall’indipendenza assoluta della Banca centrale europea dagli Stati nazionali, alla flessibilizzazione del lavoro, ai limiti al deficit e al debito pubblico. Limiti che sono stati successivamente inaspriti, prima col patto di stabilità e crescita del 1997 e poi col fiscal compact del 2012, che prevedeva addirittura l’integrazione di una norma sull’obbligo del pareggio/surplus di bilancio negli ordinamenti nazionali (o ancor meglio nelle Costituzioni) degli Stati membri.

È proprio sul fronte dell’integrazione economica e valutaria europea che la subalternità della sinistra al neoliberismo si è manifestata nella maniera più dirompente. Come è noto, il principale fautore dell’euro fu proprio un socialista francese, ex ministro del governo Mitterrand: Jacques Delors. E non poteva essere altrimenti: avendo rinunciato a combattere il capitale sul terreno nazionale, la sinistra – anche per continuare a giustificare la propria esistenza – introiettò l’idea che il cambiamento era possibile solo a livello continentale, europeo. Cambiamento che però non poteva che essere di facciata, avendo la sinistra accettato le prescrizioni neoliberiste come unica soluzione alla crisi del keynesismo.

La stessa chiave interpretativa permette infine di capire anche ciò che è successo in seguito al 2010, quando ad una crisi di domanda di portata enorme si è scelto di rispondere – in barba ai più elementari princìpi macroeconomici – con una “cura letale” a base di austerità fiscale, deflazione salariale e riforme strutturali, i cui devastanti effetti economici e sociali erano facilmente prevedibili (ed erano infatti stati ampiamente previsti e preannunciati). Secondo la chiave di lettura qui suggerita possiamo dunque ipotizzare che l’obiettivo principale di tali politiche non fosse (e non sia) realmente il “consolidamento fiscale” o una maggiore “competitività”, ma piuttosto il definitivo rovesciamento del compromesso keynesiano, portando così a compimento quel processo iniziato all’incirca quarant’anni fa.

da Sinistra in rete.

Versione redatta di un articolo apparso sull’Almanacco di economia di Micromega del giugno 2017.

Note

[1] L’articolo di J. Robinson, “The Second Crisis of Economic Theory” (1972), è citato in R. Bellofiore, “La socializzazione degli investimenti: contro e oltre Keynes”, Alternative per il socialismo, marzo-aprile 2014; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/5wx46J.

[2] Per una rassegna delle varie operazioni degli Stati Uniti all’estero dal dopoguerra in poi consiglio la lettura di W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, Fazi Editore, Roma 2003.

[3] G. Duménil e D. Lévy, “The Neoliberal (Counter-)Revolution”, in A. Saad-Filho e D. Johnston (a cura di), Neoliberalism: A Critical Reader, Pluto Press, Londra 2004, p. 12.

[4] L. Gallino, “La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo”, la Repubblica, 27/7/2015.

[5] Su questo punto si veda A. Przeworski e M. Wallerstein, “Democratic Capitalism at the Crossroads”, in A. Przeworski, Capitalism and Social Democracy, Cambridge University Press, Cambridge 1985; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/icoH68.

[6] R. Bellofiore, “I lunghi anni Settanta. Crisi sociale e integrazione economica internazionale”, in L. Baldissara, Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Carocci, Roma 2001.

[7] Si pensi per esempio ad Anthony Crosland, membro del Partito Laburista britannico e autore nel 1956 del libro The Future of Socialism, in cui sosteneva che le economie avanzate erano di fatto entrate in una fase post-capitalista.

[8] S. Cesaratto, Sei lezioni di economia. Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Imprimatur, Reggio Emilia 2016, p. 212.

[9] Discorso tenuto alla conferenza nazionale del Partito Laburista del 28 settembre 1976 a Blackpool.

[10] J. Ardagh, France in the New Century, Penguin, Londra 2000, pp. 687-688.

[11] A. Barba e M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.

[12] M. Kalecki, “Aspetti politici del pieno impiego”, Sulla dinamica dell’economia capitalistica. Saggi scelti 1933-1970, Einaudi, Torino 1975.

[13] G. Bracci, “Un ‘no’ contro la post-democrazia”, Eunews, 10/12/2016, goo.gl/wAlrnn.

[14] Si veda il paper di F. Cattabrini, “Franco Modigliani and the Italian Left-Wing: The Debate over Labor Cost (1975-1978)”, History of Economic Thought and Policy, n. 1/2012.

[15] G. Liguori, La morte del PCI, manifestolibri, Roma 2009, p. 10.

[16] F. Cattabrini, op. cit.

[17] Tra questi Augusto Graziani, la cui critica alla posizione della corrente maggioritaria del PCI è ben ricostruita nel paper di E. Brancaccio e R. Realfonzo, “Conflittualismo versus compatibilismo”, Il pensiero economico italiano, n. 2/2008.

[18] R. Bellofiore e J. Halevi, “La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica”, relazione al convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica”, svoltosi a Siena il 26-27 gennaio 2010; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/6PFQJm.

[19] A. Somma, “Governare il vuoto? Neoliberismo e direzione tecnocratica della società”, MicroMega, 29/7/2016.

[20] Il cosiddetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia si consumò nel 1981, quando l’allora ministro Beniamino Andreatta, con una lettera indirizzata al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, pose fine all’obbligo da parte della Banca d’Italia di garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal Tesoro.

[21] A. Somma, op. cit.

[22] P. Mair, Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016.

[23] J. Halevi, “Europa e ‘mezzogiorni’”», PalermoGrad, 21/4/2016, consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/TfHmJa.

[24] Il discorso di G. Napolitano è consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/ioaMJy. Nella stessa occasione, anche Luigi Spaventa, deputato indipendente eletto nelle liste del Pci, individuò con sorprendente lucidità i rischi derivanti dalla creazione del nuovo meccanismo di cambio: «Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna». L’intervento di L. Spaventa è consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/CLHFL6.