Fascismo in America?

Fascismo in America?

Robert Kagan

di Giancarlo Scarpari

Robert Kagan, uno dei “falchi” della destra repubblicana, nel 2004 aveva spiegato all’Europa, poco convinta della scelta fatta dal suo paese di promuovere una nuova guerra contro l’Iraq, che l’America aveva invece tutto il diritto di farla, perché era stata minacciata dal terrorismo internazionale e perché Saddam Hussein aveva tentato di dotarsi di armi di distruzione di massa.

Sorvolando sulle premesse, Kagan aveva illustrato nel suo libro (Il diritto di fare la guerra, Milano, Mondadori, 2004) i fondamenti della dottrina Bush sulla legittimità della guerra preventiva, dottrina che lui stesso aveva elaborato nella primavera del 2000, un anno prima dell’attacco alle Torri gemelle, in un saggio scritto in collaborazione con William Kristol (Present Danger). In quel libro, l’autore aveva ricordato, a chi sosteneva che il diritto internazionale vietava questo tipo di guerra, che nel nuovo disordine mondiale il sistema vestfaliano non aveva più alcuna ragione di esistere («la proliferazione di armi di distruzione di massa ha reso troppo rischioso il temporeggiare»); e aveva, anzi, manifestato il proprio stupore per le reazioni che quella dottrina aveva suscitato nel «paradiso geopolitico europeo», visto che quell’idea non era affatto nuova: già Kennedy, al tempo della “crisi dei missili”, aveva minacciato un attacco preventivo contro lo Stato cubano e, negli anni ottanta, dopo l’attentato di Beirut nei confronti di una caserma di marines, il segretario di Stato Schultz aveva invocato, questa volta pubblicamente, la necessità di promuovere un’azione preventiva contro il terrorismo internazionale; e nessuno in Europa, in quelle occasioni, aveva avuto nulla da ridire.

Del resto gli Usa, secondo Kagan, si erano sempre riservati «il diritto di intervenire ogniqualvolta e ovunque lo avessero ritenuto necessario dall’America Latina ai Caraibi, dal Nord Africa al Medio Oriente, dal Sud del Pacifico all’estremo Oriente e da ultimo persino in Europa», in Kossovo; e quest’ultimo intervento, manifestamente contrario alle norme internazionali poiché effettuato senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, era stato attuato da un generale americano “nel cortile di casa” dell’Europa e questa aveva addirittura partecipato al conflitto.

Ma che cos’è che rendeva legittimi tutti questi interventi? La risposta di Kagan era netta e perentoria: gli americani, da sempre, si consideravano «l’avanguardia di una rivoluzione liberale mondiale» ed erano convinti che «la pace globale dipendesse, in ultima analisi, non dalla legge ma dalla diffusione del liberalismo politico e dalla libertà dei commerci»; e questa meta poteva «essere raggiunta soltanto costringendo regimi tirannici o barbari a comportarsi più democraticamente e umanamente e talvolta ciò [andava] fatto con la forza».

L’articolata dissertazione, privata degli abituali orpelli alla Benjamin Franklin («Non lottiamo solo per noi stessi, ma per l’umanità»), descriveva realisticamente le ragioni dell’ingerenza degli Usa negli altrui Stati (esportare il proprio modello liberal/liberista), salvo poi determinarne ideologicamente gli esiti (la democratizzazione degli Stati invasi). Orbene, a parte il fatto che, in concreto, si esportava più la libertà dei commerci che quella delle persone, la realtà aveva subito dimostrato che nessun automatismo vi era tra le ricette adottate e la democrazia promessa, come l’introduzione del liberismo nel Cile di Pinochet aveva subito evidenziato; successivamente, gli esiti delle guerre promosse contro l’Iraq e l’Afghanistan avrebbero chiarito definitivamente l’arbitrarietà di quelle conclusioni avventurose.

Il discorso di Kagan era però rilevante non solo per il suo inquietante approdo finale – la legittimazione della guerra preventiva, un tempo primo capo d’accusa per gli imputati di Norimberga – ma anche per il presupposto con cui veniva giustificata: era infatti la validità del sistema liberal-liberista praticato all’interno degli Usa che, secondo l’esponente conservatore, ne legittimava la proiezione all’esterno, in un continuum che stabiliva uno stretto legame tra la politica interna e quella estera del paese a stelle e strisce.

La qualità del modello di Stato da esportare era data per scontata; ma in realtà rimaneva assai vaga, visto che Kagan non spiegava se i principi liberali, nei singoli Stati americani, riguardassero la generalità dei cittadini o solo una parte di essi, né si soffermava ad analizzare con che cosa fosse impastato il liberalismo repubblicano di chi allora era al potere.

Quanto, invece, fossero gracili le strutture di quel modello, l’autore se ne sarebbe accorto anni dopo, quando, sull’onda prodotta dalla crisi finanziaria del 2007-08,una parte della società civile americana si sarebbe messa in movimento, dapprima con l’occupazione di Zuccotti Park, nel 2011, per protestare contro le crescenti disuguaglianze e il salvataggio delle banche, quindi con le altre manifestazioni, presto dilagate in varie città, promosse da Occupy Wall Street, «contro la tirannia del capitale finanziario»; e, successivamente, nel 2012, sarebbero scesi in campo gli afro-americani del Blak Lives Matter per protestare contro il razzismo della polizia, l’assassinio reiterato e impunito dei giovani neri e contro il «capitalismo bianco che li escludeva dall’economia».

Tutte queste insorgenze avevano determinato una decisa reazione del partito repubblicano, che in breve tempo era divenuto il contenitore delle paure e della rabbia di coloro, per lo più maschi “bianchi”, ma non solo, che da quei movimenti vedevano messi in pericolo reddito, status sociale, convinzioni radicate e vigenti gerarchie; e i suoi dirigenti alimentarono un crescente processo di radicalizzazione dell’elettorato, aprendo le porte alla politica aggressiva contro i democratici inaugurata dal Tea Party. Ma solo quando, nel 2015, apparve sulla scena Donald Trump, una star televisiva, proprietaria di immobili e di casinò, che in breve travolse ogni avversario alle primarie per trionfare l’anno successivo alle elezioni presidenziali, Kagan, ostile al suo dichiarato isolazionismo, si accorse del processo involutivo in corso tra i repubblicani, di cosa soprattutto stava maturando e a quel punto decise di lasciare il partito.

Certo il successo di Trump era avvenuto grazie a una campagna pubblicitaria aggressiva e in parte nuova: l’ossessiva propaganda veicolata dai 140 caratteri del tweet, la trasposizione nella realtà del suo reality show («sei licenziato», la frase rituale e attesa dai 20 milioni di ascoltatori settimanali di The Apprendice, ora era rivolta contro avversari e collaboratori non completamente fidelizzati), una narrazione politica basata sui “fatti alternativi” (cioè  sulle false notizie) e l’ostentato abbandono del “politicamente corretto” erano tutte modalità di comunicazione singolarmente non ignote alla politica precedente, solo che ora venivano usate in dosi massicce ed esaustive; e la stessa ricerca di identità promessa da Trump al “suo popolo” – principalmente la classe medio-bianca, impiegati e operai colpiti dalla crisi – recuperava gran parte del “comune sentire” di quel partito, lo attualizzava, lo rinvigoriva, fornendo una serie di illusorie ricette per una nuova “età dell’oro”, quella del sogno americano del secondo dopoguerra.

Ma non era questo che aveva colpito negativamente Kagan. Determinante per lui era stata la (tardiva) presa d’atto che le articolazioni del sistema liberale stavano cedendo e che il partito della virtù repubblicana era stato scalato dall’interno da un demagogo, spinto verso l’alto da un inedito culto della personalità; l’anziano conservatore si era via via accorto che i “checks and balances” previsti dai Fondatori non ne avevano fermato la marcia; ma quando, da ultimo, aveva assistito all’assalto del Campidoglio da parte dei seguaci di Trump, allora era insorto, dichiarando pubblicamente che si era andati «molto vicino a fare un colpo di Stato», che si era in presenza  della «più grande crisi politica e istituzionale apparsa negli Usa dai tempi della guerra civile» e che si era aperta la possibilità della «distruzione della democrazia in quel paese» dopo il novembre 2024, data stabilita per le nuove elezioni politiche.

L’intervento di Kagan, un lungo articolo pubblicato in Italia sulle quattro pagine di «Il Foglio», l’11.10.2021, con un titolo a effetto (Fascismo in America), questa volta non è stato accompagnato nel nostro paese dal clamore e dalle discussioni che avevano animato il suo libro sulla legittimità della guerra preventiva; il saggio è stato invece accolto nel più assoluto silenzio e non ha richiamato l’attenzione neppure dei media amici dell’alleato americano, evidentemente convinti che, scampato il pericolo del 6 gennaio, con l’avvento di Biden e dei democratici, si sia voltata definitivamente pagina e che delle vicende di quel paese non sia più il caso di occuparsi, almeno sino alla scadenza delle elezioni di novembre.

Ebbene, chi ha voluto girare la testa dall’altra parte ha avuto torto perché, anche questa volta, Kagan ha espresso il suo punto di vista con l’abituale schiettezza, toccando questioni istituzionali di estrema rilevanza (e non solo per i cittadini del suo paese).

Leggendolo, apprendiamo che la convinzione di vivere in uno Stato liberal-liberista, modello da esportare anche con la forza, molla propulsiva della legittimità della guerra preventiva, è stata da lui per il momento accantonata; ora il maturo conservatore sostituisce alla baldanza di un tempo la presa d’atto della crisi che ha travagliato quel modello di Stato e accompagna questa sua riflessione con l’inquietante previsione  del possibile «crollo dell’autorità federale» e della «divisione del paese in enclave rosse e blu in guerra».

Come sia potuto avvenire un simile rovesciamento di prospettiva, come lo Stato liberale celebrato in passato appaia ora all’autore sul punto di implodere sotto la spinta di un’eversione interna, Kagan non lo spiega adeguatamente. Descrive, è vero, alcune tappe di questo processo (l’apparizione del demagogo, lo spaesamento e la rabbia di tanti elettori, il culto della personalità che ha accompagnato l’ascesa di chi prometteva la rinascita dell’America, ecc.), ma, a parte l’uso di categorie interpretative datate, non si sofferma sulle cause profonde di questa involuzione, rifiutandosi di stabilire una qualche continuità tra il vecchio e il nuovo partito repubblicano.

Eppure la sostanza, se non la forma, del messaggio di Trump non doveva essergli sconosciuta.

«Dio, Patria e Famiglia», evocati di continuo dal candidato durante la campagna elettorale costituivano, in fondo, il credo tradizionale dei conservatori americani (anche se ora veniva portato all’estremo per l’incalzare del millenarismo reazionario della Christian Right e per la crescente visibilità delle organizzazioni antiaborto e antigender che spalleggiavano Trump nei suoi comizi). Né la promessa di una politica basata sul taglio delle tasse ai possidenti e sulla riduzione dei vincoli alle imprese, poi attuata dal neopresidente, poteva dirsi estranea al dna del partito repubblicano (e la nomina di Steven Mnuchin di Goldman Sachs a segretario del Tesoro aveva subito smentito tante declamazioni di Trump contro la globalizzazione).

Orbene, la resistibile ascesa dell’outsider nelle primarie è stata resa possibile, innanzitutto,  proprio da questo humus culturale e ideologico, un comune sentire che non è venuto dall’esterno (non vi è stata l’ennesima invasione degli Hiksos), ma che già era presente nel credo del vecchio partito conservatore; e lo slittamento semantico rilevato nelle orazioni pubbliche di Trump, che ha indirizzato i suoi proclami non ai cittadini degli Usa, ma solamente all’America, cioè ai nativi bianchi (con una serie di corollari che solo in seguito sarebbero stati evidenti), neppure questo è parso estraneo a quella cultura, anche se per molti repubblicani quel riferimento rimaneva sottaciuto o era semplicemente implicito.

Ma il trionfo di Trump alle primarie è stato propiziato anche dalla forma-partito operante negli States, che non è l’organizzazione permanente e strutturata conosciuta nel Novecento in Europa, ma, essenzialmente, un comitato elettorale, la cui funzione è quella di conquistare il potere, assicurare lo spoil  system al vincitore e, grazie a questo, ricompensare successivamente sostenitori e donatori: nel nostro caso, i primi, e con loro le folle plaudenti, avevano stabilito un rapporto sì col partito, ma soprattutto con la figura del candidato; i secondi, mano a mano che Trump sbaragliava i concorrenti interni, hanno superato le iniziali ostilità e puntato, alla fine, convinti, sul cavallo risultato vincente.

Kagan, nel riepilogare questa resistibile ascesa, si è stupito che gli elettori del partito repubblicano abbiano potuto credere «che il governo e la società degli Stati Uniti siano prigionieri dei socialisti, delle minoranze e dei pervertiti», ma non si è chiesto come mai quei votanti, che pure avrebbero dovuto essere animati dalla “virtù repubblicana”, non avessero gli anticorpi in grado di respingere una campagna di falsi di così macroscopica evidenza. Ha invece evocato, a giustificazione dell’accaduto, presunte colpe dei Fondatori «che non avevano previsto il fenomeno Trump», ritenendo che «demagoghi meschini» potevano influenzare i propri Stati, ma non l’intera nazione; ma ha così finito per ignorare, volutamente, le colpe, queste sì vere e attuali, dei dirigenti di quel partito, privi della necessaria consapevolezza e cultura in grado di erigere barriere politiche per fronteggiare, nell’età dei social, umori e spinte eversive, lasciate invece crescere, dapprima al proprio interno, e poi addirittura assecondate.

Dal partito alle istituzioni. Anche qui  Kagan ha chiamato in causa la scarsa lungimiranza dei Fondatori che, stabilita la «separazione dei tre rami del potere», avevano immaginato che ciascun  settore «avrebbe custodito con cura il proprio potere e le proprie prerogative»; previsione anche in questo caso smentita dalla realtà poiché gli eletti repubblicani dovendo prendere posizione sul duplice impeachment di Trump, avevano votato obbedendo al loro capo e sostituendo così «la lealtà di partito» a quella dovuta al Parlamento.

Fenomeno non nuovo questo – e Kagan lo ammette – ma che poco attiene all’adeguatezza o meno delle istituzioni, quanto piuttosto ai comportamenti devianti serbati dagli eletti chiamati a operare al loro interno. Se vogliamo individuare alcune lacune istituzionali, queste vanno cercate altrove, nelle nomine politiche di centinaia di giudici, ivi compresi quelli, spesso decisivi della Corte Suprema o nelle leggi elettorali astruse e barocche, manipolabili a livello dei singoli Stati, che sovente determinano, come nel 2016, la vittoria di chi ha preso il minor numero dei voti popolari. Ma non è certo una responsabilità dell’istituzione parlamentare in quanto tale, se i rappresentanti eletti di un partito decidono di tutelare il loro capo anche a costo di ignorare i fatti e di affermare il falso e quelli dell’altro non hanno la forza e i numeri per opporsi a questa deriva.

Molte delle argomentazioni di Kagan sono dunque opinabili; ma, al di là di questo, gli va dato atto di aver colto con lucidità e senza tanti giri di parole la gravità e l’essenza del fenomeno denunciato: l’ascesa di Trump al potere ha rivelato, infatti, la fragilità delle istituzioni della “più grande democrazia occidentale”, che ha consentito a una persona, conosciuta solo da alcune, sia pur nutrite, schiere di telespettatori, di scalare, in brevissimo tempo, uno dei due storici partiti della nazione, di farsi eleggere alla presidenza degli Stati Uniti, di farsi beffe dei principi dello Stato di diritto durante il suo mandato e di tentare poi, temendo di non essere rieletto, addirittura un colpo di Stato. Su questo punto Kagan è stato categorico: «Il movimento di Trump può non essere iniziato come insurrezione, ma lo è diventato dopo che il suo leader ha affermato di essere stato scippato della propria rielezione. Per i sostenitori di Trump, gli eventi del 6 gennaio non sono stati una débâcle imbarazzante, ma uno sforzo patriottico per salvare la nazione».

Parole gravi, queste, non sottoscritte da un giornalista qualsiasi, ma da uno dei più ascoltati consiglieri del presidente George W. Bush. Una valutazione allarmante, fatta da chi, sulla base dei dati conosciuti nel settembre 2021, riteneva ancora che il 90% di coloro che avevano seguito le milizie private e i suprematisti bianchi nell’assalto al Campidoglio, fossero “persone normali” nella vita quotidiana – «buoni genitori, buoni vicini di casa» – solo resi fanatici nell’occasione. Un giudizio ampiamente riduttivo, questo, che contrasta con quanto già emerso dai primi dati delle indagini svolte dalla Camera americana, secondo cui l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio non è stata una manifestazione pro Trump, poi degenerata, ma il tassello finale di un più ampio piano preordinato per invalidare l’elezione di Biden, organizzato da alcuni fedelissimi di Trump, tra cui Bannon, Select Committee della Camera e Rudy Giuliani, il principale avvocato del presidente.

Ma il discorso di Kagan va oltre, perché non si limita a evidenziare la gravità di quanto successo, ma volge lo sguardo al presente e, soprattutto, al prossimo futuro; e ne trae ulteriori e ancora più gravi elementi di preoccupazione.

L’autore rileva come, a distanza di nove mesi, non solo non ci sia stata alcuna riflessione all’interno del partito repubblicano su quanto accaduto e nessuna critica al leader sconfitto, ma come si sia invece realizzato un ricompattamento generale in vista delle elezioni di mezzo termine del ’22, dato che anche i sette senatori repubblicani che avevano votato per l’impeachment sono rientrati nei ranghi, evitando di associarsi ai democratici per far passare una legge che limiti il potere dei singoli Stati di rovesciare i risultati delle elezioni future (!). E sottolinea come sia in atto nel partito la rimozione di quei funzionari che non si sono prestati a dichiarare il falso sui “brogli” o si siano rifiutati di “trovare” i voti che mancavano a Trump: in tal modo quest’ultimo, se ricandidato, verrà a trovarsi in una condizione migliore di quella avuta in precedenza, anche perché, questa volta, potrà contare, sin dall’inizio, sull’appoggio dei donatori del Gop, dei think tank e di molti giornali d’opinione.

Per conto suo l’ex presidente si sta preparando: e un deputato e finanziere brasiliano, Luiz Philippe d’Orleans- Braganza, ha già raccolto 293 milioni di dollari per finanziare la piattaforma Truth, voluta da Trump per poter diffondere via etere le proprie notizie basate sui “fatti alternativi” nella prossima campagna elettorale; questa , di fatto, è già cominciata e, nelle suppletive del 2 novembre, in Virginia, dove Biden, l’anno prima, aveva sconfitto il suo avversario con dieci punti di vantaggio, oggi il trumpiano Glenn Yougkin è stato eletto governatore, sbaragliando il candidato democratico.

Il quadro è dunque fosco. L’auspicio di Kagan che alcuni deputati e senatori di quel partito riscoprano «la virtù repubblicana» e cooperino con i democratici almeno per le «questioni relative alla Costituzione e alle elezioni […] mettendo da parte le solite battaglie per concentrarsi sulla necessità più indispensabile e immediata di preservare gli Stati Uniti», visto il contesto descritto in precedenza, appare poco realistico. E tuttavia i vari tasselli necessari per la ricandidatura di Trump non sono ancora tutti andati al loro posto; e la conclusione delle indagini della Camera sull’assalto eversivo organizzato dai suoi seguaci, ove le prime indiscrezioni fossero confermate, potrebbe effettivamente ostacolarla; sarà il comportamento che nell’occasione manterranno gli eletti al Parlamento nell’esaminare questo atto insurrezionale la vera cartina di tornasole per comprendere in quale direzione intenda marciare la politica di quel paese.

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Politica



“L’Università è un’azienda!”

“L’Università è un’azienda!”

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Negli anni 1989-1990 il movimento della Pantera occupava le facoltà per denunciare l’avvio, con la “riforma Ruberti”, di un processo di privatizzazione e smantellamento dell’università pubblica. Oggi, trascorsi più di trent’anni e altre pessime riforme (fra le quali, le leggi n. 133 del 2008 e n. 240 del 2010, contro le quali si è battuto un altro movimento, l’Onda), quanto allora si prospettava come futuro distopico è diventato realtà.

Di questi giorni è la corsa delle università a bandire borse di dottorato (programma React-Eu, in sintonia con la missione 4 del PNRR, significativamente intitolata “Dalla ricerca all’impresa”), così come posti da ricercatore a tempo determinato, che prestabiliscono i temi di ricerca (green e innovazione, ça va sans dire) e obbligano a svolgere un periodo di tempo fra i sei e i dodici mesi presso un’impresa, pena la revoca della borsa o del contratto. L’ingresso dei privati nell’università si declina come diretta regalia alle imprese, in coerenza con l’orizzonte di un PNRR che eleva proprio l’impresa a soggetto principe e nella prospettiva ordoliberista (al momento nella sua versione “con sussidi statali”) per cui il benessere della società dipende dalla massimizzazione del profitto dei privati. Come se non avessimo una Costituzione che mette al centro la persona E che ragiona di limiti e indirizzi della libertà di iniziativa economica privata per fini sociali (art. 41 Costituzione), che proclama la libertà della scienza e dell’insegnamento (art. 33 Costituzione).

Il processo di aziendalizzazione è duplice: da un lato, l’università si struttura come un’azienda; dall’altro, suo interlocutore privilegiato sono le aziende. La trasformazione muove dal linguaggio (per tutti, i crediti), e pervade la configurazione dell’università, il suo senso, la sua mission, per restare in tema con un termine à la page. La ricerca di base, libera, senza oggetti e indirizzi predeterminati, scompare in favore della ricerca applicata. La disparità di finanziamento, miope fra l’altro nel guardare al futuro (senza ricerca di base non progredisce nemmeno quella applicata, ma, si sa, è l’hic et nunc il tempo del neoliberismo), si traduce in una violazione, oltre che della libertà accademica, della promozione della cultura e della ricerca (art. 9 Costituzione). La canalizzazione in alcuni settori, come prevede il PNRR, e il sistema della progettazione indirizzata, nazionale e europea, introducono dei condizionamenti che vanificano la libertà.

Non solo: restringendo orizzonti, prospettive e alternative, si intaccano le precondizioni del sapere critico e plurale che alimenta il pluralismo e il conflitto quali essenza e humus imprescindibile della democrazia. Conoscenza e pensiero critico sono sostituite dalle nozioni, dalla tecnica, dalle “competenze”, funzionali a una visione, dalla capacità di attrarre risorse e produrre ricerca “redditizia”.

Ancora: l’adesione al paradigma della competitività genera una concorrenza e una graduazione fra le università, segnando la distanza dall’orizzonte costituzionale dell’eguaglianza, formale e sostanziale (art. 3 Costituzione); il modello dell’eccellenza contrasta con il progetto costituzionale di emancipazione, di ciascuno e di tutti. Il diritto allo studio (art. 34 Costituzione) è sotto-finanziato e si tramuta in privilegio per pochi: il discorso costituzionale del merito si trasfigura in una meritocrazia che tende a legittimare le diseguaglianze, occultandone le cause; i divari fra le università sono affrontati con meccanismi premiali – costruiti al contrario di quanto l’eguaglianza sostanziale vorrebbe – che favoriscono le “eccellenze”, in spregio fra l’altro, alle dinamiche positive che l’università può innescare nell’interazione con il territorio e la società.

L’iniezione di fondi con il PNRR (9 miliardi a università e ricerca) non riequilibra il pesante sottofinanziamento dell’università e della ricerca (solo un dato: alla ricerca l’Italia destina lo 0,96% del PIL contro l’1,55% della media dei paesi OCSE) e si situa nel solco di una ricerca “condizionata” e cooptata nella logica aziendalista. L’implementazione dei posti da ricercatore a tempo determinato e il reclutamento prefigurato dal disegno di legge in discussione in Senato (AS n. 2285) ripropongono, inoltre, il dramma di un precariato che non rispetta i canoni di un lavoro dignitoso e non garantisce libertà di ricerca.

È necessaria un’inversione di tendenza, quantitativa, con finanziamenti adeguati dei fondi ordinari e del diritto allo studio (nell’ottica non di un semplice aumento, ma della soddisfazione di un diritto a carattere universale), e qualitativa, per un’università – pubblica – che sia strumento di trasformazione sociale, spazio di pensiero critico dell’esistente e libero nel creare e immaginare alternative, aperto al territorio e alla società. E innanzitutto è necessario rompere il silenzio.

In Volerelaluna, 4.11.2021



Un’italia civile che non esiste piú

Un’italia civile che non esiste piú

Enzo Collotti

di Enzo Collotti

Enzo Collotti è stato uno dei grandi intellettuali del Ponte. Egli stesso ricorda nel numero dedicato a Enzo Enriques Agnoletti (1-2/2014) come «per un decennio, dal 1950 all’inizio degli anni sessanta, sono stato collaboratore abbastanza assiduo del Ponte». E proprio Enzo Enriques Agnoletti lo associò alla preparazione del numero speciale sulla Jugoslavia (1955). «Un’iniziativa nella quale era particolarmente evidente la volontà di superare definitivamente ogni residuo nazionalistico, ma anche la ricerca di soluzioni politiche per la costruzione di un socialismo che era e rimane l’utopia incompiuta del Ponte». E anche quando nel 2012 raccogliemmo in volume tutti gli scritti di Gaetano Salvemini sul Ponte (Il nostro Salvemini. Scritti di Gaetano Salvemini su «Il Ponte») accettò con piacere di farne la presentazione.

In ricordo di quanto egli abbia dato ai nostri lettori riproponiamo la sua presentazione all’opera Il Ponte di Piero Calamandrei (due volumi, 2005 e 2007) in cui il socialismo quale “utopia incompiuta del Ponte” è il motivo dominante contro «uno Stato disarticolato dai conflitti di interessi, dalla confusione tra pubblico e privato e dall’etica dell’interesse del più forte» di fronte a un’opinione pubblica «addormentata e manipolata dall’erogazione di un insensato consumo mediatico, che all’etica della responsabilità del cittadino ha sostituito quella della irresponsabilità del suddito e della delega populistica».

II primo numero del «Ponte» uscì nell’aprile del 1945, quando la liberazione dell’Italia non era ancora realtà ma era già nell’aria. Calamandrei e «Il Ponte» avevano già alle spalle la liberazione di Firenze e le prime esperienze della ricostruzione in un’area regionale che aveva vissuto con pari intensità l’occupazione tedesca, l’arroganza e la prepotenza della Repubblica sociale e i primi passi di un difficile cammino nella riconquistata libertà, sotto gli occhi anche troppo vigili degli alleati e le aspirazioni di autodeterminazione e di autogoverno in cui si esprimevano le istanze e i frutti della Resistenza. Nel panorama delle riviste di allora, il cui pullulare – «L’Acropoli» (1945) di Adolfo Omodeo; «La Nuova Europa» (1944) di Luigi Salvatorelli; «Il Mondo» (1945) di Alessandro Bonsanti; «Mercurio» (1944) di Alba De Cespedes; «Società» (1945) di Ranuccio Bianchi Bandinelli; «Belfagor» (1946) di Luigi Russo – non rappresentò soltanto un momento liberatorio dopo la ventennale oppressione del fascismo ma anche la ricchezza delle istanze e delle voci che volevano concorrere a rinnovare l’Italia e la società italiana, «Il Ponte» si impose subito con una fisionomia inconfondibile. Rivista schierata ma non di partito, sin dalle prime annate, e soprattutto in esse, recò l’impronta inequivocabile e irripetibile del suo fondatore e direttore Piero Calamandrei. Suo fu il testo di Il nostro programma, con il quale si aprì il primo numero, come suoi furono presumibilmente tutti gli altri corsivi che aprivano le diverse annate o i numeri in qualche misura monografici, almeno fin quando egli non fu affiancato nella redazione da Enzo Enriques Agnoletti.

Con «Il Ponte» nacque anche uno stile, una scrittura essenziale ma colta, raffinata, senza inutili orpelli retorici ma precisa, affilata, argomentata, in cui si sposavano le grandi qualità di Calamandrei giurista e avvocato e quelle del Calamandrei letterato. Chi lo ha inteso nelle sue pubbliche arringhe in aule di tribunali o nei suoi discorsi politici in onore della Resistenza o persino in pubblici comizi anche all’aperto riconosce quell’unità di ispirazione che gli consentì di conferire a «Il Ponte» quel timbro particolare che lo rese inconfondibile e insieme autorevole voce fuori dal coro.

A rileggere oggi «Il Ponte» di Calamandrei colpisce in primo luogo l’alto livello di moralità politica che vi si respira. Uscendo dal tunnel del fascismo torna intatta l’aspirazione a fare politica senza infingimenti, senza mascheramenti o compromessi, senza camuffamenti o sotterfugi. Nel faticoso traghettamento dal buio del fascismo alla speranza del rinnovamento, plasticamente simboleggiato dall’omino che valica il ponte e che si lascia alle spalle le rovine della dittatura e della guerra, è sintetizzato il fardello che accompagna i primi passi della nuova democrazia.

Già nella prolusione alla riapertura dell’Università di Firenze, nel settembre del 1944, Calamandrei aveva sottolineato il «fermento di energie nuove» con le quali ci si accingeva alla ricostruzione. E di energie ne occorrevano molte, tante, alla luce di quello che piú tardi definirà «l’immensità del nostro disastro politico». Basterebbe avere presenti le pagine del suo Diario, la registrazione dell’incalzare della crisi del paese tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943 alla luce dei bombardamenti aerei delle città e dell’incapacità e dell’insipienza del regime ad affrontare la situazione, scardinando viceversa ogni residua forza morale e dando al vertice esempi di vigliaccheria, di corruzione, di latrocinio, per comprendere come, al di là degli infausti esiti politici, Calamandrei avvertisse la crescente disgregazione morale e civile del paese. Ed era appunto da lí che bisognava ripartire per dare un avvio veramente nuovo. L’esaltazione che egli farà del sacrificio con il quale il popolo italiano affrontò la Resistenza racchiude una serie profonda di significati tutti riconducibili al motivo del risveglio della coscienza civile, dell’assunzione di responsabilità, del senso di autodeterminazione e di autogoverno, del senso di solidarietà sociale e di partecipazione alla vita collettiva. Quel complesso di valori destinati a costituire il fondamento morale della democrazia.

Quel ponte ideale tra passato e avvenire disegnato sul frontespizio della rivista assumeva un significato programmatico: additava il cammino da percorrere per risalire dalla «disgregazione delle coscienze» all’«unità morale» della nostra società, fondata sulla fiducia nell’uomo, sul rispetto del lavoro, sui valori della solidarietà umana. Al di là della ricostruzione materiale, ciò di cui aveva bisogno l’Italia era ricostituire le premesse morali della convivenza civile, presupposto indispensabile di quella «ricostruzione morale» che avrebbe dovuto coronare la definitiva liberazione dal fascismo e il pieno dispiegamento della democrazia, come trionfo dell’antifascismo.

Nel giugno del 1945 la formazione del governo Parri sembrò incoraggiare le aspettative di un profondo rinnovamento della società italiana, che con spirito profetico Calamandrei e i suoi collaboratori avvertivano dovesse prendere le mosse dall’intimo delle coscienze prima ancora che dalla trasformazione delle istituzioni, cui pure la sensibilità di Calamandrei era così attenta. A rileggere oggi gli scritti che Calamandrei dedicò al momento fondativo costituente e al significato della Costituzione in fieri, in cui la finezza del giurista e la ricchezza non formalistica della dottrina si sposavano con una acutissima sensibilità politica, viene da riflettere su quali riserve di energie che il fascismo non era riuscito a distruggere poteva contare l’Italia alla liberazione: una generazione straordinaria di “anziani” (con i vecchi maestri come Salvemini bisogna ricordare la generazione di mezzo: Calamandrei appunto, ma anche Ernesto Rossi, Jemolo, i Galante Garrone, Rossi Doria) ma anche una pattuglia di piú giovani, da L. Valiani a T. Codignola, a Enriques Agnoletti, a Bobbio, a Barile e Predieri, che si ritroveranno tutti tra i “pontieri”. A sessant’anni da quell’avventura intellettuale prima ancora che politica lo sfascio della Costituzione cui assistiamo oggi e la levatura modesta e mediocre della classe dirigente che governa attualmente questo paese inducono a riflettere sul patrimonio politico e culturale che è stato dilapidato nel sessantennio repubblicano e l’opera di sfiancamento politico e morale che il monopolio centrista del potere aveva realizzato ai danni delle energie vive della società italiana.

Gli entusiasmi e le aspettative del 1945 si raffreddarono rapidamente: le insidie che «Il Ponte» aveva intravisto sin dal suo esordio (come leggere oggi, alla luce delle pulsioni disgregatrici di stampo localistico-populistico, l’auspicio che l’Assemblea costituente non si riunisse a Roma per non subire le ipoteche del «Regno del sud» e degli ambienti favorevoli alla monarchia?) finirono per diventare realtà. Ostacoli e rapporti di forze all’interno e sul piano internazionale frenarono ogni slancio al rinnovamento. Alle grandi conquiste che rimasero a sancire l’eredità della Resistenza – la Repubblica e la Costituzione – mancò il corrispettivo di quel profondo rinnovamento dall’interno che solo avrebbe potuto assicurare la rottura del cordone ombelicale con le sopravvivenze della vecchia Italia. Nessuno tra i “pontieri” avrebbe auspicato rotture rivoluzionarie che potessero mettere in discussione una piattaforma unitaria come quella che era stata collaudata nei Comitati di liberazione; il «compromesso costituzionale», come lo definí lo stesso Calamandrei, che sarebbe scaturito dall’Assemblea costituente, fu esso stesso bloccato nelle sue potenzialità politiche e programmatiche dal gioco di equilibrio tra i partiti, da rapporti di forza che si esaurirono nel piccolo cabotaggio del do ut des e sterilizzarono di fatto la possibilità che da una vera dialettica tra le forze politiche si producessero anche equilibri politici piú avanzati. Le grandi conquiste istituzionali e costituzionali rimasero perciò come la grande cornice esterna, le mura maestre di un edificio dai contenuti non adeguati e non coerenti con quelle esteriori parvenze. La restaurazione non è solo un fatto strisciante.

Nel 1947 Tristano Codignola parla apertamente di spostamento a destra della politica italiana: le sue componenti sono tante. Non era stato soltanto il fallimento dell’epurazione come pure era già stato, e tra i primi sintomi dell’involuzione, ripetutamente denunciato; non era soltanto genericamente la sopravvivenza delle leggi fasciste; né l’invadenza clericale nella scuola, che pure denunciava una rivista come «Il Ponte» cosí decisamente impegnato a sostenere con il rinnovamento della politica anche quello della cultura; né l’uso delle forze di polizia nei conflitti di lavoro e nello scontro sociale come all’epoca delle uccisioni di Modena cui «Il Ponte» dedicò nel febbraio del 1950 uno di quei fulminanti editoriali generalmente dovuti alla penna di Calamandrei (Pena di morte preventiva).

Nella cronaca già dei primi anni dopo la liberazione i sintomi del rinnovamento mancato si cumulavano senza sosta, la Resistenza che aveva restituito l’Italia alla libertà dopo la breve parentesi del governo Parri fu cacciata dal potere e stritolata nelle operazioni di equilibrio e di compromessi di un gioco politico che al di là dei conflitti che ormai disegnavano lo scenario internazionale ricordava molto lo spirito di consorteria dell’Italia prefascista. La classe politica continuava a rimanere sorda all’esigenza di allargamento della partecipazione politica e di dare risposta al sacrosanto dovere di riconoscere i diritti sociali dei ceti popolari. Uno dei fattori in cui la divaricazione tra popolo e Stato ereditata dal passato che avrebbe dovuto essere colmata dalla politica rischiava viceversa di approfondirsi e anche uno dei terreni in cui il dettato costituzionale si rivelava molto piú avanzato rispetto al terreno della politica e su cui si sarebbe misurato il tema cosí caro a Calamandrei della mancata attuazione, per un decennio buono, della Costituzione. Il discorso sulla «democrazia economica» portato avanti da Alberto Bertolino a complemento, integrazione e inveramento della democrazia tout court, che aveva alle spalle Keynes ma anche il liberalismo di Lord Beveridge che aveva alimentato i progetti di Welfare tra gli obiettivi di guerra delle Nazioni Unite, faceva parte a buon diritto di quell’appello ad associare all’affermazione della democrazia la lotta per i diritti sociali che percorre tutte le annate del «Ponte».

Alla fine del 1947 con il fascicolo monografico sulla Crisi della Resistenza «Il Ponte» fissava uno spartiacque nella vita della repubblica ma anche una tappa di una periodizzazione per la sua storia interna. Certificava in un certo senso la conclusione di una fase, che avrebbe trovato tra non molto consacrazione anche letteraria nella fantasia e nella prosa un po’ barocca di L’orologio di Carlo Levi, un altro autore che non a caso illustrò le pagine culturali della rivista. Di fronte agli sviluppi della politica italiana e soprattutto a una pacificazione non piú strisciante ma si direbbe trionfante (come risultava amaramente dalle parole di quell’insigne magistrato che fu Peretti Griva: «Triste bilancio, quindi, quello dell’epurazione. Non formuliamo accuse contro nessuno. Forse è la fatalità umana, tanto piú intensa presso gli italiani, usi, per particolare bontà, ma spesso anche per debolezza d’anirno, a dimenticare ed a perdonare»), che costringeva a tornare a interrogarsi sul senso della Resistenza e a riproporsi, almeno nei meno ottimisti (allora forse tra questi anche Vittorio Foa) il quesito se ne era valsa la pena. Certo, nessuno dei “pontieri” poteva rinnegare i sacrifici fatti e l’investimento di entusiasmo e di impegno che era stato profuso nel periodo breve ma cosí intenso della lotta. Ma dopo la partecipazione con la quale erano state seguite le tappe della prima edificazione repubblicana sino al congedo della Carta costituzionale, la fine del governo Parri e dei governi di unità antifascista, il riemergere dopo l’amnistia con piena evidenza di corposi resti del vecchio regime, di una burocrazia, di una magistratura e di esponenti di una classe politica che si era sperato fossero stati posti in minoranza ed emarginati dal sopravanzare di forze ed energie maturate nel ben diverso clima della Resistenza, imposero come un cambio di marcia.

Oggi sappiamo che l’allarme allora lanciato dal «Ponte» non era frutto precipitoso di una realtà in rapido cambiamento che offuscava la limpidezza e l’onestà dei propositi e soprattutto i confini tra il vecchio e il nuovo; né può essere interpretato – se non altro per la breve distanza di tempo interco­sa tra la liberazione e la fine del 1947 – come semplice nostalgia di un interregno nel quale era sembrato possibile costruire un’Italia su misura dell’antifascismo che con il tempo avrebbe assunto sempre piú i contorni di un’Italia immaginaria. La battaglia per il rinnovamento che era sembrata potesse conoscere anche realizzazioni immediate si spostava in realtà sui tempi lunghi. La funzione di critica politica e di pungolo per l’azione si proiettò verso la costruzione di una cultura politica per il futuro, sull’immediatezza del risultato prevaleva la prospettiva di una pedagogia politica da valere per le generazioni piú giovani.

La fisionomia del «Ponte» trasse un profilo sempre piú pronunciato dalla sensazione che percorse la politica italiana dopo l’approvazione dell’art. 7 della Costituzione grazie all’incontro tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista, che spiazzò i laici del cui fronte faceva parte lo stesso partito socialista, di essere schiacciata dal prepotere clericale. Il dramma dei laici che intendevano sottrarsi alla pressione clericale, ché tale si manifestava il predominio della Democrazia cristiana nell’Italia del 18 aprile 1948 e del pontificato di Pio XII, era che per resistere a questa pressione non potevano fare a meno dell’appoggio dei comunisti, sulla cui affidabilità laica pesavano d’altronde le ambiguità provocate dalla convergenza con i cattolici sull’art. 7 e i sospetti di un eccesso di tatticismo in questioni che per il pensiero laico erano questioni di principio non negoziabili. La funzione di ergersi a rappresentante di una ideale “terza forza” che «Il Ponte» si sarebbe assunto soprattutto per iniziativa di Enriques Agnoletti muoveva certamente anche dal problema del laicismo e incontrava un suo limite proprio nell’impossibilità di fare a meno sotto questo punto di vista dell’apporto dei comunisti. Tra le caratteristiche del «Ponte» vi fu infatti quella di non sbandare mai in alcuna forma di anticomunismo, per forti che potessero essere le critiche al Partito comunista, all’Unione Sovietica e alla concezione stessa del comunismo. Anche in questo atteggiamento i “pontieri” rivelarono pur nel loro afflato idealistico la loro profonda aderenza alla realtà della politica italiana, riconoscendo gli interlocutori per quello che erano, lungi da ogni demonizzazione da “guerra fredda”.

Sicuramente fece parte della relativa presa di distanza dall’attualità immediata per dedicarsi a spazi di approfondimento che consentissero una piú distaccata riflessione il frequente ricorso a numeri monografici o comunque a fascicoli che contenessero un nucleo tematico principale. Essi riflessero la predilezione dei collaboratori del «Ponte» per determinate tematiche e contribuirono anche a meglio focalizzare aree di interessi della rivista. Una ricognizione anche rapida su quei fascicoli monografici ci porta a individuare tra le linee maestre del percorso di «Il Ponte» in primo luogo un viaggio alla scoperta dell’Italia (tra l’altro con i fascicoli su ll Piemonte, agosto-settembre 1949; su La Calabria, settembre-ottobre 1950; su La Sardegna, settembre-ottobre 1951), passando attraverso realtà dure come le istituzioni penitenziarie (nel fascicolo Carceri: esperienze e documenti, marzo 1949) in cui il confronto tra l’esperienza del fascismo e quella della neonata repubblica non poteva che mettere a nudo quanto cammino restava ancora da fare per realizzare quel rinnovamento di istituti e di mentalità senza il quale non si poteva dire che il fascismo fosse stato veramente spazzato via.

In effetti, il problema della resa dei conti con l’eredità del fascismo rimaneva nella diagnosi di «Il Ponte» uno dei nodi centrali non della storia ma della politica italiana. Non a caso a questa problematica fu dedicato un intero fascicolo, Trent’anni dopo, nell’ottobre del 1952, nel trentennale della marcia su Roma, nel cui editoriale (intitolato Per la storia del costume fascista) Calamandrei indicava con minuzia analitica le manifestazioni e i materiali a documentazione delle fonti che sarebbe stato necessario censire e conservare per realizzare una ideale storia del costume fascista. L’urgenza di un simile compito non nasceva soltanto da una preoccupazione di carattere storico, ossia dalla possibilità e probabilità che potessero andare dispersi prima ancora che la memoria li cancellasse anche i reperti materiali, archivi e documenti, su cui quella storia si doveva costruire, ma anche da constatazioni e preoccupazioni di carattere politico. Il richiamo di Calamandrei era rivolto all’attualità del problema che egli poneva. Era il problema della sopravvivenza del vecchio nel nuovo, qualcosa che sembrava connaturato al carattere degli italiani: «Lo sappiamo: – scriveva nell’editoriale – il fascismo, come ordinamento politico, è finito: le sue strutture esterne, le colonne di cartapesta e gli archi di falso antico, lo sappiamo, non torneranno mai piú. La storia – ci ammonisce Benedetto Croce – non fa in modo efficace la caricatura di sé medesima. Ma il costume sotterraneo resta: circola, serpeggia, fermenta: alimenta altre ruberie, incoraggia altre tracotanze, suscita altre oppressioni. E i dominatori, anche se sotto divise meno marziali (e magari, oggi, sotto vesti pie; e domani chissà sotto quali altri travestimenti) sono sempre loro; e le vittime sono sempre le stesse». Anche questo un discorso che ancora una volta stava ad attestare come era mutato il clima a cosí pochi anni dalla liberazione.

L’altro grande filone di interesse che i fascicoli monografici misero in evidenza era l’apertura sul mondo esterno, lo sguardo prevalentemente all’Europa (piú tardi «Il Ponte» avrebbe guardato anche ad altre realtà: a Israele, alla Cina, il fascicolo dedicato alla Cina era nato dal viaggio in Cina alla fine del 1955 dello stesso Calamandrei). In questo sguardo verso l’esterno si incrociavano due diverse istanze, non necessariamente convergenti. Da una parte, il discorso sull’europeisrno,che prese particolare vigore con la partecipazione di Enriques Agnoletti, che ebbe una valenza particolarmente drammatica all’atto dell’adesione al Patto atlantico, in quanto pose il problema della compatibilità tra la costruzione dell’Europa federata e l’alleanza militare con gli Stati Uniti. Dall’altra, la costruzione della democrazia in Italia e la ricerca non di modelli ma di soluzioni al problema del rapporto tra democrazia politica e politiche di Welfare nell’esperienza soprattutto dei paesi nordici, che negli anni quaranta e cinquanta rappresentavano le punte piú avanzate nell’ambito delle democrazie occidentali di realizzazioni di forme di democrazia sociale, secondo quella che era stata e fu sempre una delle aspirazioni fondamentali del «Ponte» e di Calamandrei in particolare.

La pubblicazione alla morte di Klaus Mann del suo saggio su La tragedia spirituale dell’Europa, nell’autunno del 1949, oltre a essere la forma dell’omaggio del «Ponte» al gesto con il quale lo scrittore tedesco denunciava il terrorismo ideologico e la pressione che lo scontro delle potenze nella guerra fredda esercitavano sulla libertà della cultura, esprimeva anche il disagio di quella parte della cultura italiana che aveva rifiutato di schierarsi a favore dell’una o dell’altra superpotenza. Con ciò peraltro non si deve pensare che cosí agendo Calamandrei ed Enriques Agnoletti rappresentassero in tutto e per tutto la posizione dei collaboratori del «Ponte»; essi infatti si assumevano una responsabilità politica che anche autorevoli interlocutori e collaboratori come Salvemini non avrebbero condiviso e del resto non fu certo questa la prima e ultima volta che accadde. Spesso si è attribuito il rifiuto di optare per l’uno o per l’altro dei due imperialismi in lotta, quello americano e quello sovietico, alla ricerca di una astratta formula di terza forza, forzando forse anche il pendant con un possibile schieramento di terza forza anche all’interno della politica italiana.

In realtà il filo rosso che attraversa le pagine del «Ponte» dal suo primo numero è la costruzione di un orizzonte di pace, proprio perché la rivista era nata uscendo dalle rovine della guerra. Il tema delle conseguenze della guerra e delle prospettive di un futuro senza armi di distruzione di massa sotto la risonanza vicina dell’impiego della bomba atomica da una parte e del processo di Norimberga dall’altra, che aveva fatto intravedere la possibilità che con l’avvio di una nuova giustizia internazionale si andasse incontro anche a un nuovo ordinamento giuridico internazionale, come «Il Ponte» aveva auspicato (fra l’altro con l’editoriale su Le leggi di Antigone che Calamandrei scrisse nel 1946 dopo la conclusione del processo di Norimberga), fu oggetto di costante riflessione non in omaggio a un pacifismo di maniera ma nel quadro della priorità da assegnare alle prospettive dell’unità europea. Il no al Patto atlantico che Calamandrei pronunciò in parlamento non derivava soltanto dal timore che una nuova corsa agli armamenti avrebbe schiacciato l’Italia e l’Europa nello scontro frontale tra due schieramenti contrapposti, ma soprattutto dal fatto che anteporre la necessità di aderire al patto significava allontanare il cammino dell’unità europea e impedire quindi che l’Europa potesse assolvere una sua autonoma funzione nella gestione della politica internazionale.

Fu questo sicuramente un tornante importante per la politica italiana e per una politica per l’Europa, poiché una politica europea ancora non esisteva e del resto è dubbio che esista tuttora. Inutile dire con quanta tempestività lo intuisse l‘équipe del «Ponte», sulle cui pagine soprattutto Enriques Agnoletti tornò ripetutamente a spiegare le ragioni del rifiuto del Patto atlantico (e si potrebbe dire dell’atlantismo tout court) anche per il nesso tra politica interna e politica estera che veniva a essere ribadito. Sovrapponendosi al successo elettorale della Democrazia cristiana alle elezioni del 18 aprile 1948 la cristallizzazione dei blocchi che discendeva inevitabilmente dal Patto atlantico avrebbe comportato anche l’ulteriore irrigidimento della politica muro contro muro che si profilava ormai anche sull’orizzonte politico italiano. Indipendentemente dalla sua funzione nella politica militare e internazionale il Patto atlantico si presentava come una sorta di argine e di paravento destinato a bloccare anche ogni tentativo dell’opposizione di modificare gli equilibri politici interni. Erano vivi già allora i sintomi e le preoccupazioni di una paralisi della dialettica e dei meccanismi della democrazia che sarebbero stati messi in evidenza negli anni immediatamente successivi per sfociare nelle elezioni del giugno 1953 e nel tentativo di bloccare la maggioranza nelle posizioni di potere acquisite con la legge-truffa del 1953, che vide praticamente tutto il gruppo del «Ponte» impegnato a partecipare, con le liste di «Unità popolare», alla campagna per impedire che scattasse il premio di maggioranza destinato a creare uno scudo quasi insuperabile intorno alla coalizione centrista guidata dalla Democrazia cristiana. I protagonisti della campagna del 1953 furono buoni profeti, anche se la previsione di spostare l’opinione pubblica italiana e quella parte dell’opinione europea che avrebbe dovuto dare corpo alla «terza forza internazionale europeista» (secondo la definizione di Enriques Agnoletti) non si sarebbe avverata. In questo senso le aspettative che una parte degli scrittori di «Il Ponte» riposero in una svolta decisiva del Partito socialista andarono deluse.

Uno sguardo ai fascicoli monografici dedicati a realtà altre da quella italiana consente di completare il discorso sull’orizzonte internazionale al quale era rivolta l’attenzione della rivista nel quadro già considerato della costruzione dell’Europa. Il primo di questi fascicoli fu quello dedicato a L’esperienza socialista in Inghilterra (maggio-giugno 1952); seguirono Democrazia e Socialismo in Scandinavia, (novembre 1953) e Democraziolandese (luglio-agosto 1954). Ultimo, nell’estate del 1955, il fascicolo sulla Jugoslavia (alla cui redazione fui ,impegnato lavorando con Leo Valiani che richiede due parole a parte. L’esplorazione che i “pontieri” avviarono su esperienze che coniugavano sistema parlamentare e riforme di tipo socialista, democrazia e socialismo, non aveva una astratta funzione conoscitiva, faceva parte della battaglia politica per l’attuazione della democrazia in Italia e per dare all’Europa un modello politico che andasse ben oltre la semplice messa in comune di energie e risorse. La democrazia italiana in formazione doveva guardare alle soluzioni più mature che si stavano realizzando sul nostro continente per superare l’antitesi democrazia-socialismo, come se la democrazia si dovesse identificare unicamente con un sistema parlamentare in un quadro politico che non intaccasse il capitalismo e quindi sostanzialmente conservatore e il socialismo dovesse identificarsi con trasformazioni sociali che negassero il metodo democratico e il sistema parlamentare. L’esempio dell’Inghilterra laburista con le sue estese riforme, il Welfare ma anche le nazionalizzazioni delle industrie di base, stava a dimostrare che superare quell’antitesi era possibile, tanto piú se la democrazia inglese si fosse decisa ad abbandonare “certi egoismi” e a fare partecipi delle sue esperienze anche i popoli europei del continente. Il progetto politico cui pensava «Il Ponte» si trova espresso in questo commento di Calamandrei all’esperienza laburista: «Può darsi che ci illudiamo; ma quando noi pensiamo agli Stati Uniti d’Europa, ci sembra che essi non potranno farsi senza il laburismo inglese: che dovranno farsi col laburismo inglese. Non possiamo pensare a un’Europa unita che non sia anche un’Europa socialista: e ci sembra che la prima isola già emersa dalle acque di questo socialismo europeo ancora tempestoso sia il laburismo inglese, intorno al quale dovrà a poco a poco consolidarsi per aggregazione una comunità europea capace di dare al socialismo una soluzione originale, che salvi e rinnovi i valori della libertà, e della civiltà nata in questo Continente».

Il problema della democrazia si identificava pertanto con la sua capacità di realizzare profonde trasformazioni sociali: «Solo dove la democrazia ha saputo vincere la miseria, – scriverà ancora Calamandrei nel fascicolo sui paesi scandinavi – il popolo ha fiducia nelle istituzioni democratiche ed è pronto a difenderle a prezzo della vita». Calamandrei riecheggiava cosí uno dei messaggi piú forti dell’antifascismo – in particolare, per fare un nome singolarmente congeniale ai collaboratori del «Ponte», la lezione di Silvio Trentin – ma cercava anche la via per uscire dall’immobilismo centrista che minacciava di svilire la riconquistata libertà in Italia.

Soltanto con notevoli forzature sarebbe possibile inserire l’interesse per la Jugoslavia d’oggi (come suonava il titolo del relativo fascicolo monografico) nel contesto cui ho appena accennato. Nei confronti della realtà jugoslava l’esigenza conoscitiva era nettamente prevalente rispetto alla possibilità di usarne il percorso per la costruzione della democrazia in Italia. Certo, anche da essa si poteva trarre la conclusione che, sono parole di Calamandrei dal fascicolo dell’agosto-settembre del 1955, «per ogni sincero democratico questo socialismo jugoslavo che cerca di sfuggire al totalitarismo centralizzato con un sistema originale di autonomie comunitarie decentrate, è un’esperienza degna di studio e di rispetto». Un’esperienza comunque distante dalle premesse teoriche e politiche che avevano guidato l’interesse e l’osservazione di quanto si era mosso e si stava muovendo nelle altre aree europee prese a esempio.

L’esperimento dell’autogestione in Jugoslavia, di cui era allora in corso l’avvio, interessava piú per la novità e per il cuneo che apriva nella sfera dell’influenza sovietica, dalla quale la Jugoslavia si era andata progressivamente distinguendo sul piano internazionale come su quello interno dopo la condanna cominformista del 1948, che per la sua riproducibilità nei sistemi di democrazia occidentale. Alle spalle di capire dove stesse andando la Jugoslavia non vi era soltanto l’ammirazione per ciò che la Resistenza jugoslava aveva fatto di cui dava atto Ferruccio Parri nelle parole di apertura, vi era piuttosto la spinta a voltare pagina nei rapporti tra i due popoli; nella questione di Trieste e della Venezia Giulia «Il Ponte» non aveva mai fatto mistero da quale parte stava, condannando senza riserve i guasti provocati dal fascismo. Ma ora, a quasi un anno dal riavvicinamento alla Jugoslavia che aveva fatto seguito al ritorno all’Italia del cosiddetto “territorio libero” i tempi erano maturi per tornare a proporre il dialogo che le vicende seguite al secondo conflitto mondiale avevano impedito. Come non pensare che in questi propositi riviveva lo spirito dell’antifascismo, ma anche l’eredità che era stata nella battaglia contro l’imperialismo nazionalista che aveva avversato l’affermazione sull’altra sponda dell’Adriatico dell’unione degli slavi del sud di quell’irredentismo democratico ispirato da Salvemini nel quale si era ritrovata la generazione dei Calamandrei?

«Il Ponte» di Calamandrei ha rappresentato una delle voci piú originali e più vigorose dell’Italia del dopoguerra e della ricostruzione, certamente quella che meglio ha operato la trasmissione del messaggio della Resistenza a piú giovani generazioni intellettuali. Indissolubilmente legato alla personalità del suo fondatore, «Il Ponte» è stato anche una fucina di elaborazione culturale, ospitando in un attento equilibrio alcuni tra gli ultimi saggi storici di un maestro come Salvemini, contributi critici all’autoriflessione sulla storia d’Italia da servire alle battaglie del presente e interventi di più giovani collaboratori, alcuni dei quali si affacciarono al pubblicismo politico attraverso le sue pagine. Per questa sua capacità di fondere competenze e generazioni diverse ebbe una sua indiscutibile forza di aggregazione intorno a un nucleo problematico che con una certa semplificazione sintetizzeremmo nella triade: Costituzione, laicismo, europeismo. Le pagine del «Ponte» non sono soltanto lo specchio di una Italia civile che non esiste più., esse racchiudono un patrimonio di idealità, di idee e di valori che, come soleva dire Calamandrei di un dettato costituzionale, dovevano guardare lontano, non fermarsi all’orizzonte dell’immediato. In questo senso il loro messaggio è piú che mai attuale, non perché possano essere oggi riproponibili proposte che erano nate da contingenti occasioni ma perché attuali sono lo spirito e l’ansia di rinnovamento che le ispirarono in un momento in cui in questa sua lunga transizione la società italiana si trova ancora una volta a un bivio tra l’azzeramento dell’esperienza storica e civile scaturita dalla Resistenza e la sua piena riappropriazione per ridare dignità e slancio a una popolo fiaccato da una politica avventurista, a uno Stato disarticolato dai conflitti di interessi, dalla confusione tra pubblico e privato e dall’etica dell’interesse del piú forte, a un’opinione pubblica addormentata e manipolata dall’erogazione di un insensato consumo mediatico, che all’etica della responsabilità del cittadino ha sostituito quella della irresponsabilità del suddito e della delega populistica.

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