Per Massimo Jasonni       

Per Massimo Jasonni

Attualità, Memoria

Distacco Massimo Jasonni

di Marcello Rossi

Il nostro lettore, che è lettore attento, si sarà accorto che da alcuni mesi sulla rivista non compaiono più articoli di Massimo Jasonni, un autore che da molti anni ha dato alla rivista contributi di grande intelligenza, sempre attento alla realtà sociale, ma anche fine conoscitore del mondo antico greco e romano. Massimo Jasonni nell’ottobre dello scorso anno è stato colpito da un ictus cerebrale e da allora ha subito le conseguenze che questo evento comporta e dopo nove mesi di difficile sopravvivenza ci ha lasciato.

Di lui, quando ancora non era all’orizzonte un esito così tragico, ha scritto Michele Feo[1] – illustre professore di Letteratura e Filologia medievale e umanistica –, uno di noi che da circa trent’anni collabora con la rivista analizzando con la solita ironia alcune caratteristiche del «Ponte». Ne riproponiamo il testo:

«In una rivista come “Il Ponte”, aristocraticamente arroccata nei templi dell’alta contemplazione dei fulgidi destini e dei naufragi politici dei singoli e delle masse con e senza nome, in una così rarefatta e talvolta sprezzante atmosfera intellettuale, manca da anni la voce delle cose, dei fiori, dei passatempi, della moda, dei bambini e di tutto quanto di inessenziale rende più leggero il peso della vita, di quanto piace a grandi e piccini e pure nel segreto dell’urna può muovere scelte gravi. Manca a tavola una vecchia ospite, povera e dimessa e pure grande nei suoi stracci: è una voce che non si stanca di clamare alle porte chiuse degli affari e delle logiche, e continua a voler dire, in forme sempre più criptiche, verità strane anomali sghembe. È la signora Poesia. Ma le fa onore un suo cavaliere solitario, scrittore, filosofo, giurista, il professore modenese Massimo Jasonni. Eccolo tornare, dopo Kéramos del 2016[2], con Agonismo costituzionale, agonia della politica e altri saggi[3]. Gli scritti di Kéramos erano tutti apparsi sul “Ponte” dal 2007 al 2016, e stavano come dentro un vaso. Riteneva Jasonni, forse con felice intuizione, che Kéramos fosse una figura mitologica: figlio di Dioniso e Arianna, aveva a che fare con l’arte della ceramica. E il vaso, oggetto utile alla raccolta delle acque piovane (non potabili!) e alla conservazione del vino, contenitore di fiori e protagonista di ritualità sacre, propiziava il favore delle divinità “ancorando ciò che è destinato a perire all’idea dell’eterno ritorno inscritto nel ciclo delle stagioni e nei ritorni della natura”[4]. Si potrebbe aggiungere che il vaso è transitato tranquillamente dalla mitologia pagana a quella cristiana ed è diventato vas d’elezione, grembo d’Abramo dove i beati si godono l’eterna pace, e vaso librario dove i nostri grandi attendono in silenzio che noi li interroghiamo. Jasonni ha qui chiamato a raccolta un turbinio di uomini (eroi?): Capitini, Walter Binni, Gadda, il divino Saba, Leopardi, Montale, Calamandrei, La Penna, Eraclito, Esiodo, Parmenide, Orazio, Ovidio, e sempre il suo Heidegger. Non è questo un libro filosofico, ma la filosofia è l’anima nascosta che tiene insieme storia, filologia, diritto, religione, impegno civile, nemesi e pietas. Percorre tutte le pagine come l’acqua che a Friburgo in Brisgovia sgorga dal cuore del cavaliere nel centro della città e attraversa strade piazze e vicoli per tornare al cuore da cui è partita.

Scuola, Costituzione, Europa, letteratura, laicità: è la varietà della vita dell’intera società che passa al filtro lirico di Jasonni. Il quale non procede per principi e sillogismi, ma intreccia ragionamenti stringenti ad aforismi secchi senza appello. Egli ama la mossa di cavallo e il micidiale sinistro. La sua verità non è unica, sistematica e assoluta. A tratti sembra essere la verità, anzi le verità dei poeti, tutte diverse e tutte vere, come è la verità policroma della natura. Se c’è in questa ricerca una fede unificatrice – azzardiamo – è quella della superiorità dell’essere rispetto all’avere.

Ora Jasonni ritorna come quell’ombra che per poco s’era allontanata. Ritorna armato contro il degrado della politica italiana; contro il nichilismo e la “nientificazione etica”; contro la perdita di Memoria e anche – ahi dolore! – contro l’alma mater che ha nutrito educazione e scienza degli italiani, l’università; contro lo sviluppo tecnocratico avulso da umanesimo; contro la deriva relativistica. Jasonni è optime radicato nelle più tenaci fresche e zampillanti sorgenti del pensiero classico. Il mondo “classico”, greco-romano, con le civiltà a esso adiacenti e con la sua fulgida eredità medievale e umanistica, costituisce un tesoro immenso, cui si ricorre sempre utilmente durante le ritornanti crisi di identità di quello che chiamiamo Occidente. Jasonni, all’interno di un gruppo dagli occhi lincei puntati sul presente, è la felice anomalia che ogni volta attraggono la grinzosità della pelle, i gesti sacrali codificati, le radici, la vita oltre la vita delle parole e delle idee, il raggio pallido di Artemide che ogni notte visita ancora, nel silenzio dei boschi, il suo bellissimo vaso che dorme. Come un antico sapiente, egli occupa una torre, dove “pensiero ed essere” sono “vasi comunicanti”.

Anche questi sono articoli già usciti sul “Ponte”: tranne l’ultimo, quello appunto che omaggia la Poesia, facendole dire, contro ogni buona poetologia, messaggi politico-filosofici. Del resto le parti si possono invertire e, verbi gratia, in questi giorni la pensatrice ungherese Ágnes Heller muore lasciando un suo ultimo messaggio ai naviganti, che potrebbe essere un’auctoritas e dice: l’essenza dell’uomo moderno è la libertà, ma egli è in catene[5]. Il che potrebbe corrispondere al pensiero giovanneo tanto caro all’ateo Leopardi: “E gli uomini preferirono le tenebre alla luce” (epigrafe della Ginestra); e forse anche al dubbio di Sebastiano Timpanaro che l’homo sapiens sia capace di comunismo[6].

I poeti sono spesso insopportabili nella loro presunzione di essere giganti incompresi, ma, come scriveva ora uno di loro avvicinandosi al traguardo dell’esistenza, “la poesia […] è la difesa dell’individuo contro tutte le generalizzazioni che cercano di rinchiudere la realtà in un unico universo concettuale. Il suo credo principale è che possiamo raggiungere la verità attraverso l’immaginazione”[7]. Da ciò mi si consenta un salto alla chiusa del libro di Jasonni, che si congeda con tre poesie, dove i gabbiani lasciano il mare e volano disorientati su San Marco di Venezia, dove la bellezza sublime traluce nella notte e fluttuano le onde del tempo.

Ma l’amico Jasonni mi permetterà un dissenso terapeutico: io non credo che il principio ordinatore della società moderna sia il lavoro, ma ritengo irrealisticamente che dovrebbe essere la dignità dell’uomo[8]».

L’ultima fatica di Jasonni, Il garbuglio di Gadda e altri fogli di via (2020), ha una dedica: «a Marcello e agli amici di via Luciano Manara», come dire «a Il Ponte». Questa dedica ci ha commosso e ha confermato la grande amicizia che ci ha legato per tanti anni. Oggi, rileggendola, ci coglie uno smarrimento, come se Massimo avesse avuto un presentimento del fato che incombeva e avesse voluto dedicarci questo suo ultimo lavoro quale summa della sua lunga collaborazione alla rivista. Queste sue opere – mai banali, mai scontate – ci spingono a guardare più indietro e più avanti. Più indietro, perché in esse si ripropongono i valori della classicità greca e latina, del Rinascimento e dell’Illuminismo, cioè i momenti in cui l’arte e la ragione sembravano far scoprire con tutta evidenza quale possa essere l’avventura dell’uomo su questa terra; più avanti, perché dai suoi scritti emana un anelito di speranza che racconta come si possa spendere bene la vita, per sé e per gli altri, fino a che il fato, che egli ha sempre sentito pensosamente vicino, non intervenga drammaticamente.

[1] M. Feo, Uomini in cerca dell’apocalisse, «Campi immaginabili», 2020, nn. 62-63.

[2] Kéramos, Firenze, Il Ponte Editore, 2016, pp. 330.

[3] Firenze, Il Ponte Editore, 2017, pp. 182.

[4] Kéramos cit., p. 7.

[5] «Corriere della sera», 18.08.2019, pp. 34-35.

[6] Il socialismo di Edmondo De Amicis. Lettura del «Primo maggio», Verona, Bertani, 1984, p. 149. Cfr. anche infra, p. 11.

[7] «La lettura», Suppl. del «Corriere della sera», 11.08.2019, p. 22.

[8] Cfr. La dignità dell’uomo e le radici cristiane dell’Europa, «Leonora», I, n. 1 (mar. 2014), pp. 1 e 10-12; e Appunti per la dignità dell’uomo, «Bollettino dell’Accademia degli Euteleti della città di San Miniato», LXXXVI (2019), pp. 77-88.




Partecipazione e distanziamenti: dove vanno il pluralismo, il dissenso e il conflitto sociale?

Partecipazione e distanziamenti:

dove vanno il pluralismo, il dissenso e il conflitto sociale?

di

Alessandra Valastro

 

  1. Rincorse terminologiche e spostamenti di significato

 

Nel susseguirsi di emergenze che ormai caratterizza il nostro tempo, quest’ultimo periodo verrà ricordato anche per un’ondata di ricadute terminologiche: parole nuove o di altri idiomi che hanno fatto irruzione nel lessico quotidiano, oltre che politico; termini antichi che hanno mutato drasticamente senso e utilizzo; acronimi che si moltiplicano.

Lockdown e distanziamento sono fra i termini protagonisti. L’uso della forma inglese per il primo, in luogo di “confinamento”, ha forse consentito di scongiurare evocazioni sgradevoli a vicende dolorose ancora conficcate nella memoria storica (l’Olocausto fu solo una di queste); mentre l’accostamento degli aggettivi fisico e sociale ha consentito di oscurare altre forme di distanziamento (lavorativo e scolastico), ancor più sgradevoli ma mai espressamente nominate.

Anche smart warking e social network sono protagonisti, di cui si sono lodate le capacità salvifiche durante l’emergenza pandemica. Salvo scoprire, coi mesi che passano, che il lavoro a distanza non è affatto smart e che la socialità promessa dai social non equivale a quella perduta.

Negli acronimi, come DAD, la parola distanza è addirittura eliminata dalla vista e dalla pronuncia, quasi ad anestetizzare il subbuglio emotivo che l’idea del distanziamento fra i più giovani non può non provocare.

Vi sono infine termini antichi, appartenenti tanto al lessico comune quanto a quello giuridico, d’un tratto assurti alla ribalta delle cronache private e pubbliche. Assembramento è tra questi: per i più, è il fatto di una molteplicità di persone che si ritrovano concentrate in un luogo, per le ragioni più varie; per il costituzionalismo è termine addirittura caro alle libertà fondamentali, in quanto modalità di espressione della libertà di riunione e come tale tutelata. Oggi, è termine che inquieta.

Anche partecipazione è parola antica, che tuttavia ha molto a che fare con quelle precedenti: in questo caso a cambiare non è il termine bensì tutto il mondo che gli ruota attorno e di cui la partecipazione dovrebbe essere parte viva.

C’è stato un periodo in cui anche la partecipazione ha lambìto il fascino modernizzante dell’inglese, tanto più promettente –così pareva- in quanto legato all’utilizzo delle nuove tecnologie: e-participation. Ma quelle promesse furono in gran parte disattese: le politiche di e-governance e di e-government avviate alla fine degli anni ’90 mostrarono ben presto le proprie debolezze proprio rispetto alla capacità di avvicinare governanti e governati e di rafforzare le garanzie di effettività della partecipazione; e i surrogati terminologici inglesi scomparvero velocemente.

A non essere scomparse, tuttavia, sono le problematiche di cui quei surrogati e il loro fallimento erano premonitori: si trattava infatti delle prime spie di forme di distanziamento strisciante che andavano diffondendosi, tanto più dannose e ambigue perché contrabbandate per il loro contrario. L’esplosione dei social media sta ampliando ed esasperando la frammentazione della relazionalità e la riarticolazione del rapporto fra vicinanza e distanza, sia tra i privati che fra questi e il pubblico; e l’irrompere delle nuove forme di distanziamento collegate all’emergenza sanitaria rischia di rendere questa esasperazione ancor più dannosa, soffocando le possibilità concrete di una partecipazione effettiva e plurale quale occorre a una democrazia vitale.

Se è vero che partecipare è prendere parte, oggi più che mai torniamo a doverci chiedere: partecipare a che cosa? E soprattutto: partecipare “dove”?

La prima è domanda annosa per chi da tempo si interroga sulle «malattie croniche della partecipazione», come le definiva Bobbio [Bobbio 1971, 82]. Ma essa torna oggi rinnovata in virtù della seconda domanda, che è invece integralmente figlia di questo tempo: partecipare “in presenza” o a “distanza”? O meglio: fisicamente o in assenza? Perché anche il concetto di presenza è ormai ampiamente inquinato (e frainteso) grazie alle presunte magie della connettività.

Porre la dimensione digitale come ampliamento degli spazi tradizionali della partecipazione non basta più. Il digitale non può più essere considerato solo in termini di potenzialità accrescitive rispetto alle modalità tradizionali di esercizio dei diritti. Il digitale, ora più che mai, è anche distanza. E può tradursi in distanziamento, se non addirittura in confinamento. E infine in assenza. Proprio l’opposto del mito che è stato associato ai social media.

L’apparente paradosso di quest’ultima affermazione evapora se sol ci si ricorda che la tecnologia è neutra e che gli effetti da essa prodotti nella società sono determinati dall’uso che se ne fa, e ancor più dalle politiche che dietro le quinte ne muovono i fili.

Dunque, in un’epoca di distanziamenti molteplici, più o meno visibili e variamente motivati, la partecipazione “fisica” è morta? E se non è morta, come si sta trasformando e dove si va spostando? È ancora concepibile la partecipazione quale fulcro emancipante del modello di democrazia sociale disegnato dalla Costituzione italiana?

Le coppie vicinanza/distanza e presenza/assenza segnano dimensioni e confini non mistificabili, perché rivestono un ruolo fondamentale nelle vicende attuative e nelle garanzie di molti diritti, soprattutto sociali e collettivi.

Essere presenti a distanza” è invece espressione che, divenuta fra le più comuni negli ultimi tempi e senz’altro ineccepibile sul piano fenomenologico, appare a dir poco sospetta se riguardata sul piano politico e giuridico. L’uso e abuso che se ne fa su questo piano sembra infatti tradire l’ennesima rincorsa terminologica verso rassicuranti traslazioni di significato, dove la sostanziale assenza si trasforma in semplice distanza, e questa viene contrabbandata come una forma diversa di presenza: con buona pace per le chances concrete di fruibilità di tutte quelle situazioni cui il costituzionalismo del secondo dopoguerra aveva affidato i suoi valori più esigenti, fra i quali «la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese» (art. 3 Cost.).

Vi è più di un motivo, mi pare, per chiedersi se tutto questo debba considerarsi la conseguenza inevitabile e transitoria delle politiche emergenziali o se -al contrario- la tendenza alla normalizzazione dell’emergenza non stia diventando un nuovo strumento di produzione sociale della distanza destinato a soffocare mortalmente quei valori.

 

  1. La partecipazione che tiene in vita la democrazia sociale: pluralismo e solidarietà, dissenso e conflitto

 

Continuare a ricordare l’anima valoriale che sostiene il principio di partecipazione mi pare fondamentale, pena il rischio di offrire il tema alle consuete retoriche bonne à tout faire, con le loro derive demagogiche e antidemocratiche.

Il carattere qualificante di questo principio nel quadro del modello costituzionale italiano deriva dal suo inserimento nell’art. 3, comma 2, in un affiancamento di strumentalità reciproca con il principio di eguaglianza sostanziale. Da questo dato valoriale discende che il principio di partecipazione democratica –quale traduzione concreta e permanente del principio di sovranità- è il prius logico di un’impalcatura concettuale e giuridica in cui tutte le sue diramazioni dovrebbero tenersi in modo coerente: gli istituti partecipativi della democrazia rappresentativa (diritto di voto, diritto di associazione partitica), quelli della democrazia diretta (petizione, iniziativa legislativa, referendum), gli strumenti e le procedure della democrazia partecipativa (consultazione, bilancio partecipativo, dibattito pubblico, ecc.), le forme della partecipazione economica (cooperative di lavoratori, diritto di sciopero, ecc.), i movimenti e le manifestazioni non istituzionalizzati della c.d. partecipazione dal basso.

La apparente genericità che il principio di partecipazione assume nell’art. 3, in quanto non declinato in istituti e garanzie predeterminati, si riempie di contenuto prescrittivo grazie al suo collegamento con l’eguaglianza sostanziale, quale valvola aperta rispetto alle cause storicamente mutevoli della diseguaglianza di fatto e al conseguente necessario e continuo adeguamento delle forme di esercizio della sovranità.

Si tratta pertanto di un principio fondante che è allo stesso tempo obiettivo, strumento e metodo, le cui molteplici declinazioni mirano a mantenere aperte tutte le vie che portano all’inveramento dei valori del sistema democratico: pluralismo, solidarietà e cooperazione, ma anche dissenso e conflitto sociale. Lo dimostra, fra le altre cose, l’uso del termine lavoratori in luogo di quello di cittadini o di individui, a sottolineare (in collegamento con gli artt. 1, 2, 4 e 42-45) il forte radicamento del principio di partecipazione nell’evolvere storico delle condizioni materiali dell’esistenza.

Con l’inserimento del principio di partecipazione nell’art. 3 il Costituente intendeva rispondere alla domanda che la diversa collocazione nell’art. 1, inizialmente prevista, avrebbe lasciato inevasa: prendere parte a che cosa e in che modo? Confrontarsi costantemente con le condizioni che ostacolano la giustizia sociale e la realizzazione effettiva dei bisogni rende il principio di partecipazione estremamente concreto ed esigente: una prospettiva in cui il “pieno sviluppo della persona umana” non è fine in sé ma condizione per realizzare una democrazia socio-economica oltre che politica, emancipante oltre che inclusiva [Atripaldi  1974; Calamandrei  2018; Fichera 1974].

È in questo senso, così fortemente radicato nelle condizioni materiali e non solo formali di realizzazione della democrazia, che il concetto di partecipazione incrocia e intreccia gli assi portanti del costituzionalismo: il rapporto fra autorità e libertà, i modi e le garanzie di esercizio del potere, le condizioni di effettività dei diritti, il conflitto sociale.  

Ed è parimenti in questo senso che tale principio si salda, per un verso, con i due articoli che lo precedono, per altro verso con gli articoli che lo seguono e che completano la Prima Parte della Costituzione.

Da un lato il collegamento con gli artt. 1 e 2 Cost.: il principio di solidarietà viene declinato non a caso nelle stesse tre dimensioni cui è riferito anche il principio di partecipazione (politica, sociale ed economica), a disegnare un sistema in cui la responsabilità solidaristica non può non essere circolare (individuale, collettiva e pubblica); e il principio di sovranità si distacca dalla dimensione meramente formale di status politico per assumere le nervature di una condizione di vita sostanziale e permanente.

Dall’altro lato il collegamento con libertà e diritti che, di là dai singoli ambiti dell’agire umano riconosciuti e tutelati, sarebbero di fatto svuotati di senso se sganciati dall’asse valoriale dei primi tre articoli: diritti che rappresentano le precondizioni della partecipazione -come la manifestazione del pensiero, il pluralismo informativo e l’istruzione-, perché senza conoscenza la partecipazione è appannaggio di pochi e dunque pura retorica; diritti che sono strumento di costruzione della partecipazione -come quelli di riunione e di associazione-, per il ruolo che assume la disponibilità di spazi e tempi di confronto collettivo sui temi che animano il conflitto sociale; diritti che sono obiettivo della partecipazione e cioè sono da questa animati, come lo sciopero o il referendum (nei quali i momenti della manifestazione e del voto sono solo l’approdo finale di processi partecipativi più articolati).

Insomma, se di partecipazione oggi si vuole sensatamente continuare a parlare, questa deve essere considerata il perno vitale di un fitto intreccio di precondizioni, strumenti e obiettivi, la cerniera destinata a definire il quadro fisionomatico di un modello di democrazia sociale, il serbatoio ricolmo di dinamicità e senso critico necessario per la costante messa in discussione del potere.

 

3. Partecipazione, prossimità e spazio fisico: un rapporto necessario tra persona e democrazia

 

In questa prospettiva, vicinanza e prossimità fisica sono precondizioni strutturali di qualunque discorso sulla partecipazione, nelle sue dimensioni sociale, politica ed economica.

Il perseguimento del pieno sviluppo della persona e della giustizia dei rapporti sociali richiede cioè un dosaggio di vicinanza e relazionamento da immettere costantemente negli ingranaggi della rappresentanza: l’attingimento costante a un giacimento di forza sociale, capacità, saperi, conflitto, rapporti di classe attraverso cui alimentare la dialettica democratica, contro l’emarginazione, l’individualizzazione e la subalternità (e dunque la distanza e il distanziamento) che ogni sistema non democratico produce. Tanto nel passato quanto nel tempo attuale.

Del resto basta ampliare lo sguardo per avvedersi di come la “presenza” sia categoria cara alla democrazia: tutta l’evoluzione del costituzionalismo rappresenta la complessa e faticosa emancipazione delle condizioni di presenza della persona nello spazio pubblico, in un dato territorio e in un tempo storico, quale condizione di una sovranità che “appartenga” effettivamente al popolo. E l’intero assetto costituzionale è disseminato di norme che mirano a garantire le opportunità concrete di presenza: nelle istituzioni rappresentative, nella pubblica amministrazione, nei luoghi dell’istruzione, in quelli del lavoro e della produzione economica; e infine in quello spazio più ampio e articolato ove si sfidano quotidianamente le condizioni concrete di dignità dell’esistenza, di articolazione del pluralismo, di espressione del conflitto sociale[1]. Da ciò discende che, di là dal possesso degli status formali della sovranità e della cittadinanza, l’assenza della persona dalle scelte fondamentali della vita economica, sociale e politica del Paese è condizione incompatibile con un ordinamento democratico.

Il concetto di presenza porta con sé quelli di prossimità e di territorio, e la massima attenzione per tutte le garanzie che possano favorire l’espressione della dimensione relazionale dell’individuo in ogni ambito della vita politica, economica e sociale.

Questa esigenza di «relazionamento costante» fra i consociati e fra questi e le istituzioni [Allegretti 2011, 207] aspira, pertanto, ad essere molto di più che mera espressione di singoli diritti: essa è condizione imprescindibile del “pieno sviluppo della persona”, è terreno di espressione del dissenso e delle plurime istanze sociali radicate nei territori.

È allora evidente il ruolo che assumono i modi e i luoghi attraverso i quali pensare, confrontare e agire quelle istanze; e, prima ancora, le possibilità concrete di accedere a quei modi e a quei luoghi. Solo allora potranno prendere forma le articolazioni di una “partecipazione effettiva”, non di facciata o eteroguidata.

È questa la materia pulsante che abita dentro alla maggior parte delle norme costituzionali di riconoscimento dei diritti e delle libertà: dietro le formule espresse che ne definiscono il contenuto e i limiti, essi intendono consentire e garantire indirettamente quei modi e quegli spazi.

Fra questi, una di quelle che stringono l’alleanza più forte con il principio di partecipazione è la libertà di riunione. Vi è infatti, in questo caso, un gioco di doppia strumentalità che ha molto da dire sull’attenzione con cui andrebbero lette le correlazioni fra le garanzie delle libertà e quelle della partecipazione, fra i limiti applicati alle prime e le ricadute sulla seconda.

La libertà di riunione si connota per un intimo rilievo sociale, che peraltro non si esaurisce in un gruppo sociale fine a se stesso (come la famiglia o il partito): «il diritto di riunione contiene sempre l’esplicamento, l’esercizio di un altro diritto di libertà. Esso può essere il modo di esercizio della libertà di opinione e quindi di discussione, delle libertà politiche, della libertà di culto, della libertà personale» [Ranelletti 1908, 540].

Si tratta cioè di una libertà strumentale per l’esercizio di un’attività che presuppone un finale fuori da sé, una ricaduta dentro a un altro diritto; ma che è a sua volta strumentale all’esercizio della partecipazione e alla costruzione delle sue forme.

Ne è conferma la neutralità dei limiti rispetto alle finalità perseguibili, le quali si riferiscono alle sole modalità di svolgimento: “pacificamente e senz’armi”.

E ne è conferma ancor più significativa l’ampiezza delle forme riconosciute dentro alla nozione di riunione, quale genus che la Costituzione tutela a prescindere dalle species attraverso le quali esso prende vita: «non soltanto le riunioni, preavvisabili e non, organizzate o meno (e quindi, gli assembramenti, le assemblee, i comizi, i convegni, i congressi, le rappresentazioni, i trattenimenti, gli spettacoli) rientrano nella previsione costituzionale, ma anche le processioni, le marce, i cortei, le dimostrazioni» [Pace 1977, 153]. Non rilevano né il fatto della previa organizzazione[2] né l’identità statica del luogo del riunirsi: ciò che rileva è soltanto il fisico e contemporaneo raggrupparsi di una pluralità di persone, rispetto al quale l’identità del luogo è trasposta sul piano relazionale della compresenza, della «vicinanza materiale» [Ruotolo 2006; Tarli Barbieri 2006].

Appare allora evidente il ruolo fondamentale che questo diritto assume non soltanto per l’esercizio di singoli altri diritti bensì, più in generale e trasversalmente, per la realizzazione concreta e plurale della partecipazione: di questa, il diritto di riunione è di fatto condizione strutturale.

Incontrarsi, discutere, raccontare esperienze, immaginare possibilità, intravedere visioni comuni, protestare, proporre, progettare, osare: impossibile negare che il riunirsi sia, da sempre, momento decisivo e prodromico di qualunque tentativo di messa in discussione del potere dominante e di proposta di progetti politici alternativi. Seppure affiancata spesso alla libertà di associazione per le evidenti analogie in termini di ricadute democratiche, la libertà di riunione gode non soltanto della libertà dei fini bensì anche di quella delle forme, generatrice di una tensione dinamica che ne fa uno dei diritti più vitali.

È di questa tensione dinamica che ha bisogno di nutrirsi a sua volta la partecipazione: la tensione che produce compresenza, vicinanza materiale, incontro e confronto; la tensione che coinvolge non l’individuo astratto bensì la persona situata.

Non è un caso che la libertà di riunione sia in genere tra le prime ad essere sacrificate nei regimi autoritari e non democratici. Qualunque limitazione apposta a questa libertà al di fuori dell’unico limite previsto, e che dunque la comprima non nel modo di svolgersi bensì sulla base di argomenti soggettivi o finalistici, dovrebbe essere valutata con estrema attenzione, per le ricadute che inevitabilmente esorbitano dal bilanciamento fra i diritti e giungono a colpire il principio partecipativo dell’art. 3 Cost.

 

  1. Partecipazione, distanziamento, “presenza a distanza”: un rapporto ambiguo fra individuo e potere. Nella normalizzazione dell’emergenza nuove forme di produzione sociale della distanza

 

Sebbene la presenza sia categoria privilegiata del costituzionalismo, anche quella del distanziamento può in taluni casi assumere rilevanza giuridica. Molti dei limiti costituzionalmente previsti rispetto all’esercizio delle libertà si traducono, direttamente o indirettamente, in forme di distanziamento di vario tipo e intensità: da quello fisico in senso stretto (ad esempio per ragioni riguardanti la salute collettiva, come nel caso della pandemia da Covid-19) a quello che intacca la più ampia dimensione relazionale e sociale della persona (la detenzione). Ma non è un caso che la Costituzione ponga solide garanzie a presidio dell’applicazione di questi limiti: rispetto alla forma (riserva di legge, talvolta rinforzata o addirittura teleologica, e riserva di giurisdizione); rispetto ai presupposti (solo motivi di carattere generale, come incolumità pubblica e salute, e mai personali salvo il caso della responsabilità penale).

Tuttavia il distanziamento è categoria ben più scivolosa, poiché più spesso “effetto collaterale” di politiche che si spingono tacitamente ben al di là di quanto contemplato dalle previsioni costituzionali sulle garanzie dei limiti alle libertà. Tornano qui in gioco le parole e le loro ambiguità, che sono specchio di ben altre contraddizioni ed elusioni.

Una delle politiche oggi maggiormente “portatrici” di distanziamento è quella emergenziale. O meglio: la politica emergenziale quale è stata intesa negli ultimi anni.

A partire dalla crisi economica, ma con approccio progressivamente esteso a tutti gli ambiti del vivere (ambiente, lavoro, welfare, sanità, ecc.), è andato consolidandosi un concetto di emergenza schiacciato sui dati statici delle crisi e della loro finanziarizzazione, legittimando dinamiche decisionali accentrate e tecnocratiche, alterando il rapporto fra i poteri, svuotando i circuiti democratici della rappresentanza. Ciò, a discapito dei dati diacronici di situazioni che sono in realtà rivelatrici di vulnerabilità, da leggere e governare con una complessità articolata di strumenti e di politiche, dialoganti fra di loro e con i loro destinatari[3].

Questo tipo di politica dell’emergenza si traduce non di rado in compressioni che contrastano con il complesso delle garanzie costituzionali: riserva di legge, democraticità del potere decidente, inviolabilità del nucleo minimo dei diritti fondamentali (a sua volta limite anche della revisione costituzionale), transitorietà e proporzionalità dei limiti, ragionevolezza, sostenibilità, precauzione.

Non solo. Questo tipo di politica dell’emergenza si traduce ancor più spesso in compressioni della partecipazione, liquidata senza troppe premure sulla base dell’urgenza del decidere e/o dei costi non sostenibili. Ma come ho sostenuto più volte altrove si tratta di un mito da sfatare: lo dimostrano le molte esperienze diffuse di segno contrario, che rilanciano le potenzialità ricostruttive della partecipazione solidaristica e collaborativa proprio nei frangenti di maggiori difficoltà socio-economiche; e lo contemplavano già i Costituenti nel connettere partecipazione e giustizia sociale, quali motori emancipanti di comunità che sono sfidate quotidianamente a costruire regole sostenibili per governare il proprio destino.

Le politiche emergenziali degli ultimi anni tendono invece a produrre una pesante forma di distanziamento delle persone dalle decisioni. E questa tendenza appare oggi pesantemente aggravata in occasione dell’emergenza pandemica, che rischia di alimentare distanziamenti ulteriori e ben più duraturi.

Mi limiterò a quattro ambiti di considerazioni, pur consapevole del fatto che ciascuno di essi apre a questioni che meriterebbero ben altra ampiezza di analisi.

  1. A) Con riferimento alla dimensione delle libertà collettive, si pensi per esempio alla sanzione comminata per lo sciopero simbolico di 1 minuto svoltosi il 25 marzo 2020[4], o al Dpcm 17 maggio che ammetteva «lo svolgimento delle manifestazioni pubbliche soltanto in forma statica»: misure come queste, fortemente discutibili perché sostanzialmente intimidatorie o perché generatrici di limiti alle libertà ulteriori rispetto a quelli previsti in Costituzione, rischiano di minare le possibilità concrete di protestare proprio nei confronti delle scelte politiche di governo dell’emergenza; possibilità che sono invece costituzionalmente garantite (artt. 17, 39, 40 Cost.) proprio perché l’espressione del dissenso è indispensabile alla democrazia.

Ma si pensi soprattutto, in una riflessione più ampia e che trascende l’emergenza, alla troppa disinvoltura con cui la compresenza fisica viene ormai considerata surrogabile dalla presenza a distanza. È vero che il web è ormai riconosciuto a tutti gli effetti come “luogo” di esercizio dei diritti, equiparabile a quello fisico in termini di garanzie, anche con specifico riferimento alla libertà di riunione[5]: ma una cosa è l’estensione della tutela a modalità che non prevedono la fisicità ma che gli individui abbiano liberamente scelto; altra cosa è che queste modalità vengano imposte. Come ho ricordato più sopra, la fisicità della compresenza è chiaramente requisito essenziale della libertà di cui all’art. 17 Cost., alla quale solo i titolari della libertà possono decidere di rinunciare (salvo, appunto, che tale rinuncia sia imposta dalla necessità di tutelare altri interessi, secondo i limiti –e solo quelli- previsti dalla Costituzione). Una cosa è considerare il web equiparabile per taluni aspetti allo spazio fisico, altro è considerarlo fungibile d’imperio da parte dei poteri pubblici: il web non può essere scappatoia dalla tassatività dei limiti alle libertà costituzionali e delle forme con cui tali limiti possono essere stabiliti.

Il discorso è assai più ampio e riguarda, non da ora, il grande iato esistente fra il mito delle potenzialità emancipanti della Rete e il livello effettivo di inclusione, relazionamento e partecipazione prodotto dai social network.

L’improvvisa sovraesposizione digitale resa necessaria per far fronte al temporaneo distanziamento fisico imposto dalla pandemia sembra aver spazzato via, come d’incanto, le molte criticità che pure da tempo si lamentano riguardo i rischi, i limiti e i fallimenti delle politiche sul digitale [Valastro 2014]; e l’enfasi posta sulla fungibilità della presenza fisica con quella virtuale e della dimensione social con quella collettiva ha determinato un effetto perverso che mina alla radice le promesse democratizzanti della Rete, trasformandole nel loro contrario. È vero che l’uso dei social media può contribuire ad ampliare gli spazi del pluralismo e del dissenso; ma questo supporto offerto alle espressioni della democrazia dal basso ha un prezzo che in genere si omette di ricordare.

I social media non sono strumenti liberi a disposizione delle libertà, bensì servizi di natura commerciale e come tali tutt’altro che gratuiti, il cui costo elevatissimo è la profilazione delle persone[6]: considerati semplicisticamente come naturale evoluzione di Internet, essi sono in realtà strumenti al servizio di interessi economico-finanziari che ben si saldano con le dinamiche bioeconomiche delle politiche neoliberiste, le quali si nutrono di “capitalismo cognitivo” e di autoimprenditività ma anche -dietro a queste retoriche- di individualismo, di incertezza e di distanziamento. Lo sviluppo dei sistemi di collegamento a distanza presuppone infatti –e appunto- la distanza; e la valorizzazione della socialità nella distanza rischia di divenire un potente e strutturale strumento di produzione di distanziamento sociale, spostandolo in avanti, verso altri territori che prescindono dall’emergenza, generando altre e ben più insidiose forme di distanza, di compressione dei diritti, di controllo [Valastro 2020].

Nel quadro dei fini legati alle libertà collettive, e al rilievo che queste assumono per l’inveramento della democrazia sociale e pluralista, la sostituzione della compresenza fisica con quella virtuale non è affatto indolore, né tantomeno a costo zero. E ciò, tanto più, se le politiche emergenziali spingono per un consolidamento ulteriore di questa sostituzione: ciò che ne deriva, infatti, è la sostanziale stabilizzazione di una forma diffusa e pervasiva di distanziamento sociale, tanto più perniciosa in quanto mascherata con il suo contrario; una desertificazione della compagine sociale in cui il mito della “socializzazione produttiva” delle smart technologies (generato da valutazioni di carattere economico-efficientista) difficilmente può bilanciare i “costi sociali” del loro impiego in termini di isolamento, perdita di autonomia, sfruttamento, danno alla salute, precarizzazione, frammentazione dello spazio pubblico, azzeramento del conflitto sociale.

  1. B) Se l’art. 3 Cost. parla di “partecipazione dei lavoratori”, la seconda considerazione non può che concernere la dimensione del lavoro.

Anche in questo caso un esempio fra tanti: le “Linee guida sul piano organizzativo del lavoro agile (POLA) e indicatori di performance”, approvate nel dicembre 2020 dal Dipartimento della Funzione Pubblica, ove si indica fra gli obiettivi quello di «fornire alcune indicazioni metodologiche per supportare le amministrazioni nel passaggio della modalità di lavoro agile dalla fase emergenziale a quella ordinaria» (corsivo mio). Di nuovo ci si trova di fronte alla stabilizzazione di una misura emergenziale, giustificata con l’opportunità di capitalizzare la grande sperimentazione forzosamente compiuta durante la pandemia in termini di alfabetizzazione tecnologica, di potenzialità produttive, di efficienza. Ma a vantaggio di chi?

L’inversione di prospettiva è evidente: non a caso, la fonte richiamata (il d.l. n. 34/2020, convertito con legge n. 77/2020) è parte integrante del blocco normativo relativo al governo dell’emergenza pandemica, e non di una legge ordinaria di riforma complessiva del mercato del lavoro nel comparto pubblico. Un’inversione talmente macroscopica che emerge in modo palese dalle stesse Linee guida: «l’adozione di questo diverso approccio organizzativo richiederebbe anche un ripensamento complessivo della disciplina del lavoro pubblico. Non sfugge, infatti, che l’attuale disciplina normativa e contrattuale del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche riflette modelli organizzativi basati sulla presenza fisica in ufficio, con la conseguenza che numerosi istituti relativi al trattamento giuridico ed economico non sempre si conciliano con il cambiamento in atto (si pensi, a titolo di esempio, alla disciplina dei permessi, a quella del lavoro straordinario, ecc.) richiedendo un’azione di revisione complessiva da porre in essere con il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali» (corsivo mio).

Come dire: il treno in corsa non può fermarsi né tornare indietro, lo si lasci passare. Dopo penseremo a costruire stazioni, passaggi a livello e semafori.

Ancora una volta, come fu già per le politiche di e-government degli anni ’90, la riconversione tecnologica diviene fine a se stessa anziché strumento di un progetto politico sul governo del lavoro. Si afferma che tra i principi del lavoro “agile” vi è quello del doveroso perseguimento del «benessere del lavoratore», «in una logica win-win» dove «l’amministrazione consegue i propri obiettivi e i lavoratori migliorano il proprio “Work-life balance»; ma di fatto sono le garanzie dei lavoratori ad adeguarsi allo strumento tecnologico, non viceversa.

Che la logica win-win legata allo smart warking sia una retorica pericolosa e in parte mendace lo hanno ampiamente dimostrato i mesi passati, durante i quali l’accentuazione del lavoro a distanza -oltre le misure rese necessarie da esigenze specifiche e puntuali del lavoratore e dell’organizzazione[7]– si è tradotto in forme massicce e insostenibili di rottura dei confini fra spazi e tempi di lavoro e di vita. Né la questione riguarda solo il settore pubblico, aprendo a nuove forme di sfruttamento che aggravano i contesti di precarizzazione[8].

Possono stabilizzarsi in questo modo misure emergenziali di così grande impatto, trasformandole di fatto in riforme strutturali di pezzi importanti del mercato del lavoro?

Ma soprattutto, dietro e oltre al tema delle garanzie dei lavoratori, può svuotarsi così la dimensione collettiva e di spazio politico del lavoro quale luogo di espressione del pluralismo e di costruzione del dissenso?

Il rischio non è soltanto quello di una grave svalutazione del lavoro quale condizione fondamentale di dignità e di emancipazione della persona, ma è anche quello di spezzare il sistema di relazioni che è trait d’union fra democrazia politica e democrazia economica e sociale, che è alla base del conflitto e della lotta di classe, della capacità dei lavoratori di aggregare forza dialogica e potere contrattuale.

Anche per questa via si torna al destino delle libertà collettive e della partecipazione effettiva dei lavoratori alla vita economica, sociale e politica del Paese: esisteranno ancora le possibilità concrete di scioperare? Per giungere al momento finale della manifestazione di protesta occorre incontrarsi, parlarsi, discutere, organizzarsi. Occorre, prima di tutto, conoscersi: aver condiviso disagi, aspettative deluse, bisogni familiari, pause alla macchina del caffè per raccontarsi frammenti di vita, soste all’uscita del luogo di lavoro in cui ci si attarda sulla previsione di altre possibilità. Poi, per mezzo dei social, si può fare il resto.

La narrazione del capitalismo cognitivo e dell’autoimprenditività rischia non soltanto di assorbire le politiche economico-occupazionali entro paradigmi ben lontani da quelli della democrazia sociale, ma di stabilizzare forme di distanziamento sociale ben lontane dalla democrazia tout court.

  1. C) Fra gli spazi collettivi di costruzione delle condizioni di partecipazione vi è di certo quello dell’istruzione.

A fronte degli slanci in avanti di quanti prefigurano il consolidamento dell’uso degli strumenti digitali nella scuola e nell’università, in vista di modalità didattiche più attrattive ed efficienti, più valutabili e competitive, i mesi passati hanno opposto gravi danni in termini di socializzazione dei più giovani, accrescimento delle dipendenze (da alcool, droghe, esposizione a video giochi e social), crescita di forme di violenza, abbandoni scolastici.

Anche in questo caso il tema è assai più ampio e complesso, ma la dimensione relazionale e dello sviluppo evolutivo della persona rispetto al rapporto con i propri simili e con la collettività trova qui un altro snodo cruciale. Anche la scuola e l’università sono spazi collettivi e politici, oltre che di istruzione strettamente intesa, ove prende l’avvio la costruzione di una “cittadinanza interiore” che viene prima e sarà guida della cittadinanza politica. Quella libertà di riunirsi che in passato si è tradotta in assemblee, occupazioni, manifestazioni, rappresentanza, è qui la prima preziosa sperimentazione di una dimensione collettiva che di nuovo richiede compresenza fisica e vicinanze di corpi, di sguardi che i volti nei riquadri delle piattaforme e-learning non possono sostituire.

Già molto si è perso di quei rituali nei quali si scandiva il tempo di un crescere e confrontarsi che, attraverso la scuola, si proiettava su spazi temporali ed esistenziali più ampi: ad esempio l’abbandono del diario, ormai soppiantato da registri e agende elettroniche eterogestite che scandiscono un tempo digitale, ma di cui taluno molto opportunamente ricorda la valenza etico-politica nel consentire un allenamento alla presenza nel proprio tempo, che «si fa coscienza responsabile e cura di un più vasto ordine naturale e aristotelicamente civile» [Iasonni 2020, 119].

V’è da chiedersi quanto altro ci si potrà permettere in termini di sgretolamento delle relazioni e della vicinanza fisica nelle fasi evolutive dell’esistenza, con cosa si potrà contrabbandare lo sviluppo “pieno” della persona voluto dall’art. 3 Cost. [Barbati 2020; Calvano 2020].

  1. D) La “partecipazione dei lavoratori” rimanda infine alla dimensione economica.

Se molte piccole attività commerciali falliscono mentre Amazon e altri giganti della Rete moltiplicano i profitti (peraltro grazie a una mole ingente e sommersa di lavoro sottopagato), al danno economico e occupazionale si aggiunge quello dell’ulteriore svuotamento degli spazi di prossimità e di contatto sociale. Lo spostamento crescente di gran parte degli acquisti di beni e servizi verso le piattaforme digitali produce una ennesima forma di distanziamento sociale, poiché erode di fatto una rete di luoghi ove il commercio è anche relazione e incontro in quanto legato a territori e comunità, culture, identità, memorie.

Anche in questo caso, la lettura del dato statico della crisi economica e la conseguente finanziarizzazione dei diritti produce misure miopi rispetto allo sfondo più ampio delle condizioni materiali che influiscono sulla partecipazione effettiva alla vita del Paese. Ed anche in questo caso la stabilizzazione di misure emergenziali (come i sussidi una tantum), in luogo del contrasto allo svuotamento del commercio di prossimità come spazio di vita, sembra mirato più a «calmierare il conflitto sociale» che a rilanciare le espressioni di un’autentica democrazia economica [Algostino 2020, 298].

Ebbene, tutte le forme di distanziamento emerse in questi esempi sono colpi gravissimi inferti non soltanto a singoli diritti ma anche, per il tramite di questi, ai presupposti, alle condizioni fattuali, ai modi, ai luoghi, agli obiettivi della partecipazione: in una parola, al senso ultimo e più profondo di questa, l’unico senso cui è legittimo riferirsi alla luce dell’art. 3 Cost.

Di là dai bilanciamenti fra diritti che si rendono necessari nei momenti di emergenza, emerge cioè una poco rassicurante terra di mezzo ove albergano distanziamenti molteplici e subdoli: fenomeni prodotti da misure che, se per un verso non rappresentano più politiche emergenziali in senso stretto, d’altro canto non appaiono riconducibili neppure a politiche del lungo periodo per tempi di non emergenza. Si tratta piuttosto di politiche di stabilizzazione nel lungo periodo delle logiche e degli strumenti emergenziali: cosa ben diversa, poiché un conto è valutare e correggere costantemente il tiro delle politiche, altro è cristallizzare gli strumenti emergenziali in un dopo che non può in tal modo evolvere ed emanciparsi dall’emergenza.

Il fatto è che la normalizzazione dell’emergenza, legata a orizzonti di paura e incertezza, è da sempre strategia cara alle politiche del controllo[9]: da sintomi di patologie del sistema democratico, distanza e distanziamento assurgono a strumenti fisiologici di governo delle vite, agevolati dalla dinamica naturalmente frammentante delle logiche emergenziali. Quando poi queste ultime si saldano con tecnocrazia, finanziarizzazione delle fragilità, rottura della dimensione territoriale dei diritti e potere digitale, l’abbraccio che ne deriva è mortale; e la «dialettica della libertà» si riduce a recinto ove il cittadino (rectius il cliente, l’utente, il consumatore, il debitore, ecc.) «è il nuovo detenuto» [Rimoli 2020, 8].

L’emergenza è insomma dispositivo da sempre funzionale all’estromissione delle persone dalla scena pubblica e al consolidamento di un decisionismo accentrato, autoritario, tecnocratico.

Diciamolo. Distanziamento e confinamento sono espressioni che sembravano consegnate a un tempo buio della storia: quello degli esperimenti di ingegneria sociale condotti dal nazismo nei confronti degli ebrei, culminati nell’eliminazione fisica ma in realtà costruiti a partire da forme articolate e misure crescenti di distanziamento sociale.

Una realtà profondamente diversa, si dirà. Con ragioni e obiettivi altrettanto diversi.

Eppure non manca chi ritiene che fenomeni come quello dell’Olocausto siano tutt’altro che isolati: non deviazioni irripetibili della Storia bensì particolari combinazioni di dimensioni della modernità, che ben possono ripetersi seppure con forme e modalità diverse. In effetti basta guardarsi attorno per scorgere ancora oggi, sempre vive e striscianti, le tentazioni del confinamento: una fra tante, la vicenda dei centri di permanenza temporanea per i migranti clandestini, in quella prima disciplina che li vide come luoghi di sostanziale deportazione più che di accoglienza, e di grave lesione dei diritti fondamentali e della dignità, come ebbe poi a riconoscere la Corte costituzionale[10].

Il celebre esperimento di psicologia sociale condotto da Stanley Milgram nel 1961 aveva drammaticamente dimostrato proprio questo: la relazione che esiste fra distanziamento sociale, autorità e autoritarismo. Con l’accrescersi del primo diminuisce progressivamente la capacità di percepire le conseguenze dannose di regole o comandi ingiusti, e quindi la capacità di interrompere la sequenza di azioni ingiuste, di reagire, di dire no.

Ciò che colpisce delle argomentazioni che negano l’unicità e l’irripetibilità di fenomeni come l’Olocausto è l’indicazione delle sue dinamiche portanti: la tecnicizzazione e specializzazione delle competenze in chiave di efficienza, che consente di scindere il processo psicologico della razionalità del decisore dalla razionalità delle conseguenze oggettive dell’azione; la conseguente sostituzione dell’efficienza alla moralità dell’azione, e della responsabilità tecnica a quella morale.

Vi è sempre un progetto di “ordine” alla base del potere dominante: ieri “liberarsi degli ebrei”, oggi ripristinare presunte normalità dopo lo scompiglio delle emergenze e delle crisi. Ma una volta posto il progetto, come ricorda Bauman, questo conferisce alle azioni conseguenti la loro legittimazione, la burocrazia tecnocratica gli offre il veicolo, e la paralisi della società gli dà il segnale di “via libera” [Bauman 2010, 162]. Possono così prodursi azioni che sono funzionali ed efficienti rispetto agli scopi del grande progetto anche se in stridente contrasto con gli interessi vitali dei soggetti coinvolti.

L’effetto perverso di questa dinamica è la rottura di quella componente costitutiva di ogni condotta etica che è il legame fra responsabilità e prossimità: la prima viene di fatto erosa (o messa a tacere) quando si erode la prossimità; e ciò innesca processi di trasformazione che sono di fatto processi di separazione sociale, generatori di indifferenza e invisibilità, e di più facile manipolabilità del rapporto fra mezzi e fini.

L’aderenza di queste considerazioni al tempo attuale è sconcertante, poiché getta una luce ancora più sinistra sull’abbraccio perverso esistente tra elementi che appaiono ancora gli stessi: efficienza, spoliticizzazione e tecnicizzazione delle competenze, distanziamenti sociali, paura. A questi si aggiungono oggi il potere finanziario e quello digitale.

La finanziarizzazione delle crisi e dei diritti e le nuove forme di distanziamento sociale oggi fornite a buon mercato dai media digitali si saldano con l’autoritarietà continuamente chiamata in causa dalle politiche dell’emergenza. E il passo verso forme di rinnovato totalitarismo è breve, se è vero che questo altro non è che un potere sollecitato dalle paure che esso stesso genera, che costruisce i propri strumenti di governo sulla promessa di efficacia anziché sulla richiesta di legittimazione, che non produce più libertà ma si esercita in sue continue limitazioni [Arendt  2008; Nussbaum 2018].

Questa ambiguità nel modo del potere dominante di maneggiare obiettivi e strumenti del distanziamento ha inevitabili ricadute nella vita concreta dei diritti fondamentali: accentuazione delle garanzie formali dei diritti a discapito di quelle sostanziali; sovrarappresentazione dei diritti civili a discapito di quelli sociali e politici; svuotamento dei luoghi della partecipazione effettiva, della espressione del pluralismo e del conflitto sociale.

E così, mentre i diritti civili conquistano terreno in carte generose di riconoscimenti (consolazione dell’individuo), i diritti sociali languono e agonizzano nei luoghi dove la partecipazione a distanza non arriva (sacrificio della persona), dove occorre lottare insieme per affrancarsi dall’ingiustizia sociale.

Si contrabbanda bios per zoè. Il riduzionismo della complessità umana, a cominciare dai corpi «dissolti nella virtualità», è il prodotto della «razionalità neoliberale che spinge l’idea di libertà fino al dissolvimento dei limiti posti dalla biologia» [Pitch 2020, 7].

 

  1. La fatica del dissenso e le metamorfosi della partecipazione: nell’«alleanza dei corpi» una via irrinunciabile per la democrazia sociale

Aver richiamato l’Olocausto può apparire azzardato. Eppure quella vicenda ancora oggi mette in guardia su ciò di cui è capace la moderna tendenza alla razionalizzazione e all’ingegneria sociale se non viene controllata e mitigata. Difficile non ritenere, ancora con Bauman, che «ogni aggressione al pluralismo sociale e culturale e alle possibilità di una sua espressione politica, ogni passo verso l’indebolimento delle basi sociali della democrazia politica rende un po’ più realizzabile un disastro sociale di dimensioni analoghe a quelle dell’Olocausto» [Bauman ivi, 163].

Nel suo collegamento con l’eguaglianza sostanziale e la giustizia sociale, il principio di partecipazione intendeva essere lo snodo delle molteplici forme di espressione di quel pluralismo, quali strumenti di esercizio della sovranità ma anche di una costante vigilanza democratica.

Ma se ciò è vero, che dire del destino della partecipazione a fronte dei nuovi distanziamenti dai quali sono oggi accerchiate l’autonomia e i diritti delle persone? La figura claudicante cui hanno dato luogo le altalenanti vicende della partecipazione deve considerarsi una volta per tutte defunta?

Eppure di partecipazione si continua a parlare, sempre invocando valori lato sensu democratici anche se con le esperienze e gli esiti più vari.

Si tratta evidentemente di un riferimento ineludibile per qualunque aspirazione ad assetti democratici: un riferimento di tipo concettuale e valoriale prima ancora che politico e giuridico, espressione di un bisogno esistenziale e sociale prima ancora che manifestazione di sovranità politica.

Il fatto è che la partecipazione è dura a morire, proprio perché legata alle spinte dell’umano. Nei fatti, la pluralità esiste: altra cosa è se e come essa riesca ad esprimersi e a trasformarsi in pluralismo. Ugualmente, nei fatti il dissenso esiste: altra cosa è se e come esso riesca a manifestarsi.

Non credo al ritratto sprezzante e cinico di un popolo supino, inconsapevole, che ubbidisce senza reagire. In parte è vero, la paura e lo spaesamento da sempre favoriscono dinamiche di asservimento e rassegnazione. Ma si tratta di un ritratto riduttivo e parziale, tanto più dannoso quando maneggiato semplicisticamente da chi contesta l’autoritarismo antidemocratico del governo neoliberale, perchè fornisce argomenti pericolosamente funzionali alle politiche del controllo che pure si vorrebbero combattere.

In realtà, il controcanto della retorica del “re nudo” è oggi l’esistenza di un orizzonte popolato da forme di partecipazione che vanno spostandosi e mutando pelle: un arcipelago mutevole composto da isole di vera e propria resistenza umana e collettiva, da persone che fanno, che si ritrovano, che inventano, e che nel farlo tengono a distanza il veleno deleterio del cinismo e del senso di sconfitta. Persone tutt’altro che illuse o ignare della realtà, che indossano la sovranità non come rivendicazione fine a se stessa ma come veste concreta, di certo imperfetta ma pur sempre reale. E come tale la agiscono. E vivono, senza chiederla, la presenza che quella sovranità pur ammaccata porta con sé.

A fronte delle bardature proceduralistiche della partecipazione cara al sistema neoliberale, troppo spesso disinnescata in consultazioni dal sapore individualistico e polarizzante (tanto più se online), si stanno facendo strada altre forme che mostrano di voler recuperare i modi, i tempi e i luoghi del pluralismo sociale e collettivo.

Da un lato vi sono le forme di partecipazione che in vario modo mettono in atto il paradigma solidaristico, in una prospettiva di “sovranità praticata” che ricongiunge il principio partecipativo con quelli di cooperazione e di sussidiarietà orizzontale. Rigenerazione urbana e riqualificazione dei luoghi, cura e produzione di beni comuni, patti di collaborazione, amministrazione condivisa, imprese di comunità, economia circolare, co-progettazione, narrazione di comunità: una realtà diffusa fatta di alleanze, multiformi e innumerevoli, che quotidianamente si misurano con l’ordine che le sovrasta costruendo le trame di un’altra politica; esperienze che arrivano anche a produrre nuova giuridicità, ossia ad influenzare il ripensamento di categorie giuridiche, istituti, garanzie[11].

Dall’altro lato vi sono le forme di partecipazione che, al di fuori di qualsivoglia istituzionalizzazione, ricongiungono il principio partecipativo ai valori del dissenso, del conflitto, della protesta. Si tratta dei movimenti e delle forme di c.d. democrazia dal passo, così definite a sottolinearne la specificità rispetto agli istituti della democrazia partecipativa, della democrazia diretta e della sussidiarietà orizzontale. I movimenti territoriali veicolano «una conflittualità “nuova”», ove la protesta si coniuga con la proposta e la rivendicazione di modelli alternativi di società rispetto a quello dominante; «contrappongono socialità e condivisione all’individualizzazione e alla frammentazione competitiva del mercato…, propongono e sperimentano nuovi modi di intendere la democrazia…, rappresentano in modo nuovo rispetto alle contrapposizioni dei partiti novecenteschi il conflitto sociale» [Algostino 2018, 41].

Questi due fenomeni, apparentemente diversi, sono in realtà fortemente complementari perché convergono nel ricongiungere la dimensione partecipativa con quelle della solidarietà e del dissenso, quali elementi portanti della democrazia sociale.

Si tratta di forme di partecipazione che hanno in comune la compresenza fisica e gli spazi collettivi, e che assumono l’interdipendenza e le relazioni come nucleo costitutivo e ineludibile dell’essere umano [Pitch ivi, 7]: una concezione della libertà e dell’autotomia contrastante con quella individualizzante della razionalità neoliberale, in quanto fondata sulla «responsabilità “per” (piuttosto che “di”)», che ne fa gli avamposti di una vera e propria «resistenza costituzionale» [Preterossi 2007][12].

Emergono così le coordinate di una mappa parallela a quella dei racconti ufficiali, basata sulla presenza anziché sull’assenza, sull’agire anziché sul subire, sulle spinte riappropriative della resistenza anziché su quelle pericolosamente adattive della più nota (e abusata) resilienza, sui paradigmi più esigenti della democrazia sociale anziché su quelli fragili della democrazia liberale (e delle sue derive neoliberiste).

Del resto non deve stupire che i principi della democrazia sociale rendano la Costituzione naturale «compagna» delle forme di partecipazione e di azione politica che si realizzano al di fuori della rappresentanza [Algostino 2018, 130]:  sia la dimensione costituzionale che quella dell’esistenza hanno a che fare con l’esperienza della vulnerabilità e il bisogno di un diritto «incarnato» [Grossi 2017, 53].

E tuttavia, i due versanti esistono e coesistono: quello degli spazi collettivi svuotati e della partecipazione soffocata entro recinti dove la presenza è illusoria e manipolabile; quello del pluralismo sociale che si riappropria della partecipazione fisica e vitale, della capacità di dissenso e di cooperazione solidale.

Sarebbe un errore considerare questi due mondi come realtà separate che procedono in parallelo: al contrario, il destino delle “nuove” forme di partecipazione è pesantemente influenzato dalla tenacia prensile e pervasiva degli ostacoli che da sempre -e tanto più oggi- affliggono la partecipazione più tradizionale, e che non paiono destinati a dissolversi facilmente.

Per un verso, la partecipazione “effettiva” mostra di traslocare sempre più massicciamente negli spazi del privato/sociale e del pubblico/istituzionale di livello locale; mentre diserta gli spazi del politico/istituzionale/finanziario di livello nazionale e sovranazionale. Di nuovo un confinamento, dunque? Una partecipazione figlia di un Dio minore, disinnescata negli angoli meno scomodi?

Per altro verso, se un ridisegnamento degli ambiti spaziali della partecipazione è certamente in atto, questo è anche il fulcro e l’oggetto della sua esplicita rivendicazione: lo spazio, i luoghi, e con essi l’abitare, fatto non solo di contenitori ma di regole sostenibili e dignitose di governo delle vite; un processo di riterritorializzazione dei diritti nel quale la partecipazione si riappropria delle libertà collettive, resiste e si rinnova negli spazi di compresenza fisica [Capone 2020].

Ma, ancora, questi luoghi sono gli stessi su cui si abbattono le nuove forme di distanziamento sociale che ho ricordato. E la partecipazione si ritrova sempre più spesso inscenata da individui dimezzati, sospesi nella stessa giornata fra smart working e beni comuni, dad e cooperazione, valutazioni efficientistiche e protesta.

In questa tensione incessante fra l’istinto di presenza e i tentacoli dei distanziamenti, la partecipazione torna a rivelare la propria anima resistenziale e di presidio democratico. Quale struttura portante di una Costituzione figlia della Resistenza [Rodotà 2017], la partecipazione è innanzitutto difesa della presenza e delle possibilità di espressione delle specificità dell’umano, è connettersi costantemente con le grandi domande, è movimento incessante verso un oltre, un orizzonte; è audacia e visionarietà, come diceva Zambrano, cioè capacità di avere una visione e di popolarla. Ed è soglia di uno spazio fisico e collettivo che nessuna emergenza né spazio virtuale possono dissolvere.

Se la Rete e i social media possono essere spazi di diffusione di contro-narrazioni che consentono di reagire all’invisibilità, lo spazio esterno al web rimane luogo insostituibile di resistenza “fisica” affidata a pratiche di presenza e compresenza, luogo della prossimità che viene opposta ai paradigmi distanzianti delle narrazioni dominanti, luogo del dissenso che può tradursi in «alleanze di corpi» per un «agire di concerto» [Butler ivi, 20] che mette in atto visioni e progettualità politiche diverse.

In questo orizzonte, in cui il bisogno di compresenza fisica non è affatto morto ma si sposta, opponendosi ai distanziamenti e all’invisibilità, può ravvisarsi in controluce la silhouette di una partecipazione dal corpo sfigurato e diseguale, che in talune parti mostra i segni di una nècrosi galoppante e in altre va reincarnandosi in forme diverse: pulsioni di una dimensione corale che rappresenta l’anima più vera ed esigente della partecipazione cara al costituzionalismo emancipante, che stancamente va oltre, disperde le braci di ciò che è defunto, chiede testardamente altre parole.

 

 

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[1] V. ad esempio l’art. 36 Cost., che riconosce il diritto del lavoratore ad una retribuzione non solo “proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto” ma commisurata ai parametri più esigenti di una esistenza libera e dignitosa.

[2] La mancata organizzazione preventiva incide soltanto sulla possibilità del preavviso senza far cadere la garanzia costituzionale.

[3] Si veda per tutti il caso della ricostruzione post terremoto aquilano del 2009, caratterizzatosi per una grave violazione costituzionale non solo dei diritti di partecipazione delle popolazioni coinvolte ma anche delle competenze territoriali locali, di recente ribadite dal nuovo Codice di Protezione Civile.

[4] Alla base della protesta, avviata dalla Confederazione nazionale dell’Unione Sindacale di Base, la preoccupazione per la salute e la sicurezza dei lavoratori rispetto alla scelta del Governo di mantenere aperti e funzionanti le aziende e gli uffici non essenziali ai fini del contrasto all’espandersi della pandemia.

[5] Cfr. in particolare Cass. Pen., sez. I, 12 settembre 2014, n. 375961, che ha definito Facebook come «luogo aperto al pubblico».

[6] Su questi profili si rinvia al saggio di M. Pietrangelo, in questo numero della rivista.

[7] Questa era la filosofia delle leggi nn. 124/2015 e 81/2017, con le quali si è introdotta la previsione della possibilità di forme di lavoro flessibile.

[8] Battaglie come quelle per riconoscere il diritto di disconnettersi, pur condivisibili, rivelano il vero rischio: quello di perpetuare un sistema giuridico meramente difensivo, che allunga le carte dei diritti civili mentre sacrifica i diritti sociali e i meccanismi redistributivi; un giurisdizionalismo che annulla la dimensione sociale, riduce ogni ipotesi di conflittualità alla dimensione individualistica del singolo (o al massimo di un gruppo) che si rivolge a un tribunale, neutralizzando il momento collettivo dell’agire politico.

[9] Se la paura costituisce «l’orizzonte insuperabile del capitalismo neoliberista», la crisi è divenuta permanente perché costituisce la più abile e pervasiva «modalità di governo» di quest’ultimo; e se «col variare della crisi varia il tipo di paura», la politica neoliberista «si esercita nel continuo passaggio dalla crisi economica a quella climatica, energetica, occupazionale, migratoria, e così via»: S. Vida, Neoliberismo, biopolitica e schiavitù. Il capitale umano in tempo di crisi, in Cosmopolis, n. 2, 2016.

[10]V. in particolare la sentenza della Corte costituzionale n. 105/2001.

[11] Si pensi alla sentenza della Corte Costituzionale n. 131/2020 sull’amministrazione condivisa e le imprese di comunità, alla legge della Regione Lazio e ai regolamenti comunali sulla cura condivisa dei beni comuni, alle nuove riflessioni sugli usi civici e gli usi collettivi, alle proposte normative sulle forme di moneta complementare a livello locale.

[12] Per una valorizzazione in questo senso delle esperienze territoriali si rinvia al saggio di A. Algostino, in questa rivista.

In Quaderni di Teoria sociale, n.1/2021, pagg 87 e segg.




25 aprile 2021

Kesserling

di Piero Calamandrei

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

ll Ponte




IL VIRUS ATLANTICO

Il virus atlantico

 

marwan barghouthi

di Lanfranco Binni 

Sul fronte occidentale niente di nuovo. L’uso politico della pandemia sta scatenando gli arcaici armamentari di un atlantismo per tutte le borse: la dichiarata “guerra al virus” (ma non alle sue cause naturali e sociali) sta accelerando processi di tradizionale confronto militare tra Occidente e Oriente, tra Nord e Sud. Le miserabili ragioni finanziarie e speculative della “guerra dei vaccini” sono nobilitate, nelle narrazioni al servizio delle multinazionali farmaceutiche, dalle loro implicazioni geopolitiche: i vaccini del “mondo libero” contro la peste dell’impero del male (la Cina, la Russia, Cuba ecc.). In prima linea, ancora una volta, gli Stati Uniti d’America con il loro potente apparato industriale-militare capace di mobilitare schieramenti e alleanze, minacce e deterrenze, azioni di forza e intrighi internazionali. La nuova amministrazione Biden, impegnata a gestire un paese post-trumpiano profondamente diviso, ancora una volta cerca soluzioni esterne alle complesse difficoltà interne, economiche e politiche, liberando gli istinti animali di un capitalismo di mercato ossessionato dalla perdita della supremazia sul mondo minacciata dai successi economici e geopolitici delle complesse strategie del Partito comunista cinese. Il multilateralismo dichiarato dai democratici statunitensi nella campagna elettorale contro la trumpiana America first sta riassumendo i toni e la sostanza di un’aggressività unipolare da sostenere con determinazione nello scenario globale. I “vaccini della libertà” e i nuovi missili ipersonici sono branditi come strumenti intercambiabili con disinvoltura maccartista («meglio morti che rossi», minacce di rappresaglie a chi collabora con il “nemico”, campagne di mobilitazione e schieramento delle opinioni pubbliche). La Nato, dopo la fase di perdente isolazionismo trumpiano, ritrova la sua ragione d’essere di grande impresa economica e strumento di guerra, riprende i suoi processi di ampliamento ad Est, sui confini ucraini e balcanici della Russia, e a Sud, saldandosi con la “Nato araba” in funzione anti-iraniana e rafforzando la testa di ponte israeliana in Medio Oriente e nel continente africano. In questo quadro diventa essenziale una stretta “alleanza” con l’Unione europea, che risponde in ordine sparso anche in ragione della sua profonda disunione politica.

In realtà atlantismo ed europeismo, nella loro genericità terminologica, sono incompatibili: l’atlantismo europeo si limita all’obbedienza nei confronti di alcune operazioni di bandiera come le esercitazioni Nato (in corso l’esercitazione Defender Europe sui confini della Russia, tra marzo e giugno) o gli ignobili embarghi a Cuba e al Venezuela, o la propaganda dell’Accordo di Abramo in Medio Oriente a sostegno dell’espansionismo israeliano; ma il quadro è molto più complesso, e legami sempre più stretti, essenzialmente economici ma non solo, orientano l’area europea franco-tedesca a una necessaria dimensione multilaterale delle politiche internazionali.

 

Atlantisti o internazionalisti

 

In Italia, il terzo governo della legislatura 2018, governo presidenziale di “unità nazionale” in nome della trinità «atlantismo, europeismo, ecologismo», ha sostituito un governo non pienamente affidabile rispetto alle strategie statunitensi di rilancio del ruolo della Nato; soprattutto creava problemi l’anti-atlantismo del Movimento 5 stelle delle origini, nonostante le ripetute professioni di fede atlantica del suo ministro degli esteri. Il secondo governo Conte aveva le carte in regola sia rispetto al superamento della linea di austerità economica dell’Unione europea (e i finanziamenti del Recovery fund erano stati negoziati positivamente dall’europeista Conte), sia della consapevolezza ecologista. Era dunque l’atlantismo la questione principale da risolvere, in una fase di potenziamento delle basi statunitensi nella portaerei italiana orientata verso i Balcani e il Medio Oriente, contro il “nemico” rappresentato dalla Cina e dalla Russia; da alcuni anni sono installate nelle basi di Aviano e di Ghedi le bombe atomiche tattiche di nuova generazione, e i nuovi missili ipersonici sono in corso di installazione, come a Comiso negli anni ottanta. E al potenziamento degli armamenti italici sarà dedicata una parte consistente del Recovery plan, anche secondo le puntuali raccomandazioni delle Commissioni difesa del Senato e della Camera al servizio delle lobby dell’industria militare statunitense, europea e italiana. La questione della Nato torna dunque a essere centrale nella geopolitica internazionale, stravolgendo la Costituzione (l’Italia non ripudia la guerra) e coinvolgendo ulteriormente il paese in pericolosi scenari di guerra.

Dobbiamo riflettere sul senso di questa deriva militarista, e come al solito ci aiuta la nostra storia. Il patto atlantico fu ratificato dall’Italia nel 1949, un anno dopo la vittoria democristiana alle elezioni politiche del 1948. Il dibattito parlamentare fu negato, non doveva essere in discussione la contrapposizione ideologica, politica e militare del “mondo libero” occidentale al pericolo sovietico. Dall’archivio storico del «Ponte» riprendiamo integralmente la dichiarazione di voto di Piero Calamandrei, poi pubblicata sulla rivista (n. 4, 1949) con il titolo Ragioni di un no; un intervento lungimirante, di straordinaria attualità nel 1999, a guerra del Kosovo in corso, quando Marcello Rossi ne ripropose i temi nel suo articolo Nato: un’opposizione che viene da lontano («Il Ponte», n. 5), e da rileggere oggi, per una nuova opposizione alle attuali politiche di guerra. Il testo è preceduto dalla nota: «La seguente dichiarazione di voto è stata fatta nella seduta della Camera dei deputati del 18 marzo, prima dell’appello nominale sul cosiddetto “patto atlantico”».

 

A nome dei socialisti indipendenti, dei quali sono rimasto l’unico rappresentante nel gruppo di Unità socialista, ritengo che sulla soglia di una decisione che ci turba e quasi ci schiaccia col suo peso, e che noi dovremmo prendere qui ad occhi chiusi senza poter esaminare il testo di un patto, che ormai tutti i cittadini italiani fuori di qui, ma non i deputati in quest’aula, hanno il diritto di discutere1, non sia abbastanza chiara, anche se motivata, l’astensione: e sia doveroso un voto esplicito e netto. Dichiaro quindi serenamente che il mio voto sarà contrario.

Dopo che un numero così grande di colleghi, mossi tutti dalla stessa ispirazione politica, hanno esposto i motivi del. loro voto contrario al patto atlantico, permettete a me, per evitare equivoci e confusioni, di esprimere i motivi in parte diversi del voto egualmente contrario che sto per dare; il quale soprattutto si distingue dal loro per questa fondamentale diversità: che mentre essi muovono da una concezione politica che logicamente li porta, nell’urto tra i due blocchi contrapposti, ad opporsi a questa scelta che il patto propone perché essi hanno già fatto potenzialmente la scelta contraria, io per mio conto sono contrario in questo momento a qualsiasi scelta, e non sono favorevole al patto atlantico proprio perché esso forza l’Italia a questa scelta preventiva, che io ritengo pericolosa e non necessaria in questo momento.

Né d’altra parte potrei sentirmi solidale con alcune delle dichiarazioni udite finora, le quali, mentre hanno espresso la loro solidarietà col popolo russo, hanno in termini talvolta assai aspri accentuato la loro ostilità contro l’America. Non posso pensare che gli italiani della Resistenza abbiano già dimenticato che, se la libertà ci fu restituita perché l’eroico popolo russo seppe compiere il miracolo di Stalingrado, essa ci fu restituita anche perché nell’agosto del 1940 il popolo inglese resisté eroicamente all’uragano di fuoco che infuriava sul cielo di Londra, e perché l’America portò nella mischia lo schiacciante peso delle sue armi formidabili. Né possiamo scordare che per molti di noi il ritorno della libertà fu annunciato dall’apparire lungamente invocato, nel polverone di una strada, del primo brillio di un carro armato americano.

E tuttavia io sono contrario a questo patto. E i motivi, schematicamente, sono di tre ordini.

Primo: sotto l’aspetto della politica europea, noi socialisti federalisti pensiamo che un patto militare, anche se difensivo, che trasforma gli stati europei in satelliti di uno dei blocchi che si fronteggiano, e dà al suolo europeo la funzione di un trinceramento di prima linea di eserciti che stanno in riserva al di là dell’Atlantico, allontani la nascita di quella Federazione occidentale europea, politicamente e militarmente unita e indipendente, che noi auspichiamo, non alleata né ostile, ma mediatrice tra i due blocchi opposti, e capace di conciliare in una sua sintesi di democrazia socialista due esigenze per noi ugualmente preziose e irrinunciabili, quella della libertà democratica e parlamentare, e quella della giustizia sociale.

Secondo: sotto l’aspetto della politica interna italiana, noi temiamo che l’adesione data dall’Italia a questo patto, anche se esso non minaccerà la pace internazionale, costituirà però un ostacolo immediato alla pacificazione interna e al funzionamento normale della nostra democrazia; perché la contrapposizione militare di due schieramenti che difendono due contrapposte concezione sociali, darà sempre maggiore asprezza alla lotta interna dei corrispondenti partiti, e sempre più ai dissensi politici darà minacciosi aspetti di guerra civile. E questo potrà rimettere in discussione le libertà costituzionali che sono scritte per il tempo di pace e non per la vigilia di guerra, per gli avversari politici e non per supposte quinte colonne; e darà sempre più ai provvedimenti di polizia il carattere di repressioni di emergenza, che si vorranno giustificare colle rigorose esigenze della preparazione militare. Auguriamoci che mentre la costituzione repubblicana attende ancora il suo compimento, la firma di questo patto atlantico non sia il primo colpo di piccone dato per smantellarla.

Ma soprattutto ciò che ci angustia è una terza ragione: cioè le conseguenze di carattere militare. Se per tutti gli altri Stati europei la firma del patto sarà accompagnata da rischi ma anche da vantaggi, c’è da temere che solo per l’Italia essa possa significare pericoli senza corrispettivo. Diventare alleato militare di uno dei due blocchi in conflitto significa assumere fin da ora la posizione di nemico potenziale dell’altro blocco: firmando quel patto colle potenze occidentali noi ci saremmo condannati a non poter essere più amici degli stati orientali, dei quali, per l’ipotesi di guerra, saremo fin d’ora predestinati nemici. Anche se il patto è difensivo, bisogna vedere se sembrerà difensivo a coloro da cui ci apprestiamo a difenderci: e quali saranno le loro reazioni contro i firmatari del patto, e soprattutto contro l’Italia che di tutti i firmatari è il più debole ed il più esposto. All’Italia questo patto non solo non dà la garanzia di allontanare dal nostro territorio la catastrofe della guerra, ma dà anzi ad essa la certezza della immediata invasione anche se il conflitto sarà provocato da urti extraeuropei; se la nostra posizione geografica è tale che anche ad un’Italia neutrale lascerebbe assai poche probabilità di rimaner fuori dal flagello, son proprio queste pochissime superstiti probabilità di salvezza, poniamo anche una su mille, che saranno perdute, quando l’Italia si sarà schierata tra i nemici dei possibili invasori e avrà assunto la tragica missione di un avamposto sperduto destinato a riceverne il primo urto. Ed anche se l’ammissione al patto atlantico può dar l’illusione di aver così conseguito una prima revisione del trattato di pace da alcune delle potenze firmatarie, troppo a caro prezzo si pagherà questo vantaggio quando contemporaneamente il nostro riarmo, sospettato anche se non vero, ci porrà, nei confronti delle altre potenze, nella pericolosa condizione di ritenuti trasgressori degli obblighi da noi assunti con quel trattato.

Ma più che argomenti logici e politici, qui sono in giuoco motivi morali e religiosi. Questa è una scelta che impegna la nostra anima. Il problema di coscienza che ciascuno di noi si pone, è lo stesso: mentre su di noi si addensa l’ombra di un’altra catastrofe, che posso fare io, quale contributo posso portare io, piccolo uomo, atomo effimero, per allontanare dal mio paese questo flagello? Son certo, voglio esser certo, che tutti gli uomini che seggono in quest’aula, e primi quelli che seggono al banco del governo, si pongono il problema in questi stessi termini: si tratta di fare il bene dell’Italia e di salvare la pace.

Tutti su questo siamo d’accordo. Ma io temo che quando si dice che con questo patto militare la guerra si allontana, si ricada in quel tremendo equivoco del vecchio motto illusorio «si vis pacem para bellum», che gli uomini ciechi continuano a ripetere, senza accorgersi da cento tragiche esperienze che per voler la pace non c’è altra via che quella di prepararla coi trattati di commercio e di lavoro, che stringono tra gli uomini legami di solidarietà; e che chi prepara la guerra, anche a fini che crede difensivi, non fa altro, senza accorgersene, che volere la guerra.

Mi auguro di cuore che le previsioni che spingono il governo a questo patto siano esatte; e che sbagliate siano le nostre. Ma queste son decisioni, in verità, che non si possono prendere con criteri di politica elettorale e di cui si debba render conto alle direzioni dei partiti o dei gruppi. Son decisioni solenni e gravi, delle quali ognuno di noi risponde individualmente, per proprio conto, non solo di fronte al popolo, ma di fronte alla memoria dei suoi morti, di fronte ai verdetti dell’avvenire e soprattutto di fronte a quella voce segreta che è in fondo alla nostra coscienza, e che i filosofi chiamano la storia e i credenti chiamano Dio.

Io so che qualcuno della maggioranza, prima di decidersi di votare, si è raccolto lungamente in preghiera. Lo ricordo con rispetto e con commozione: se egli voterà a favore, vuol dire che in tal senso la risposta della sua intima voce avrà messo in pace la sua coscienza. Ma per pregare non ci si raccoglie soltanto nelle chiese: anche noi, dopo essere stati lungamente raccolti con noi stessi, abbiamo udito in fondo alla nostra coscienza una voce che ci mette tranquilli.

E la voce ci ha detto: – No.

 

In quello stesso 1949, pochi mesi dopo la ratifica del Patto atlantico, il 3 agosto, Aldo Capitini pubblicava sul «Nuovo Corriere» di Bilenchi, di cui era assiduo collaboratore, uno dei suoi interventi di orientamento culturale e politico, Oriente e Occidente, mai ripubblicato come è accaduto a tanti (troppi) testi politici del teorico e organizzatore liberalsocialista; come sempre in Capitini, l’orientamento teorico è strettamente legato a compiti di prassi sociale e politica, in questo caso l’organizzazione di un “Primo congresso Oriente-Occidente”, internazionalista e a superamento della contrapposizione tra i due blocchi statunitense e sovietico, per sviluppare nuovi processi di liberazione «da ogni oppressione». Riproduco integralmente il testo, dall’autografo depositato presso l’Archivio di Stato di Perugia, Fondo Aldo Capitini:

 

L’Occidente e l’Oriente asiatico si incontrano in questo secolo come non è mai avvenuto finora così a fondo, e nell’orizzonte mondiale si fanno più intensi l’influenza e lo scambio di risultati tecnici, di strutture sociali, di elementi giuridici, di prodotti culturali, di visioni religiose e filosofiche. Ormai sarebbe un esser provinciale credere che il Mediterraneo sia centrale nel mondo, quando c’è l’Oceano, il duplice Oceano, atlantico e pacifico, e le alleanze e le lotte si svolgono lungo quelle coste, e prendono quei nomi.

L’importanza dell’Asia per la storia che si sta formando, ha vari aspetti. Anzitutto quello politico. Là ci sono forze immense in movimento; là si sta realizzando in misura rapida e vastissima la tensione dell’ideologia e della civiltà sovietica a portare nella storia moltitudini rimaste fuori dalla civiltà; d’altra parte gli Stati Uniti di America, per soddisfare il loro gigantesco industrialismo e la loro crescente tendenza a fare i poliziotti del mondo, curano e cureranno sempre più la sorte di quei mercati. Si tratta di quattrocento milioni di cinesi, di trecentocinquanta milioni di indiani!

All’influenza e alle sollecitazioni politiche e sociali dell’Occidente verso l’Oriente, sia nella forma sovietica che nella forma angloamericana, l’Asia viene modernizzandosi, destata a un salutare e illuministico senso critico dei pregiudizi e dei privilegi; ma naturalmente tutto non finisce qui.

L’Asia è stato il mondo prevalentemente religioso; alla ricerca religiosa l’India ha sacrificato la sua potenza nel mondo, il suo benessere, il suo pane; e se di tutto quel patrimonio religioso e filosofico una parte appartiene al passato tuttavia c’è ancora altro che agisce nel presente e pretende perfino di valore universale. È in corso, dunque, l’incontro e l’urto, l’appassionamento e la polemica, per le concezioni dell’uomo, della società, della realtà. A quegli occidentali che ritenessero questo poco importante, di fronte ad un inerte ordine e benessere, in nome di uno scetticheggiante “tirar a campare” (non fu l’occidentale Ponzio Pilato che domandò a Gesù Cristo «Che cos’è mai la verità?»), l’Oriente ha forse il compito, più che di comunicare di peso le sue concezioni religiose e filosofiche, di stimolare a quella prospettiva e a quella tensione. Sono convinto che l’incontro non avverrà per una mescolanza dei due “passati” religiosi, quello occidentale e quello orientale, ma mediante impostazioni attuali, che incorporino elementi dei due mondi. Le manie, le forme morbose di orientalismo negli occidentali, sono certamente poco sopportabili, e fanno il paio con l’orgogliosa, sprezzante ed ignorante “difesa dei valori” occidentali, come se oltre non fosse possibile andare. Di là da ogni esotismo e da ogni provincialismo bisogna avere uno spirito di comprensione e di superamento, affrontando e illuminando ciò che è vivo.

Con questo spirito si sta organizzando un Congresso Oriente-Occidente. Il 4 e 5 giugno è stato tenuto a Pisa un Convegno preparatorio per un primo scambio di idee sul problema e per gettare le basi di un Primo Congresso, dal 26 al 30 agosto 1950, a Perugia.

Gli intervenuti, italiani e stranieri, hanno costituito un Comitato promotore (che includerà via via altri membri che si impegnino a diffondere nelle diverse nazioni la notizia del Congresso) e si sono trovati d’accordo su alcuni principi. Anzitutto nell’intendere per Oriente tutta l’Asia e nel considerare il mondo arabo, l’ebraismo della Palestina, la Russia asiatica, come tre ponti tra Oriente e Occidente. Con lo scopo di superare gli atteggiamenti di filia e o di fobia, e di condurre tutto ciò che è stato fatto nel passato al più alto punto di conoscenza e di utilizzazione reciproca, ascoltando e parlando nel cerchio mondiale, si è riconosciuto che, oltre l’opera dei dotti, è di grande importanza attuare un’opera più larga e divulgativa d’incontro e di scambio, legata al problema in atto della propria visione dell’uomo e della realtà. Cioè, mentre si stabiliranno modi di federalismo e di unità mondiale amministrativa, giuridica, politica, economica, è bene portar subito avanti quelle che sono le attuali concezioni della vita e del mondo, il destino religioso dell’uomo, le visioni filosofiche, le esperienze educative e psicologiche, le teorie e tendenze sociali. Naturalmente tale incontro e conoscenza possono anche esser fatti in modo che l’aperto colloquio giunga a mostrare criticamente l’inadeguatezza delle concezioni occidentali od orientali, o delle une e delle altre rispetto a più profonde esigenze attuali.

Il Congresso di Perugia adunerà persone provenienti da ogni parte del mondo; ed è già assicurato l’intervento di orientali. Il lavoro del Congresso sarà diviso in quattro parti: 1- Confronti di valore attuale fra Oriente e Occidente; 2- Situazione odierna delle posizioni religiose orientali; 3- Le concezioni odierne filosofiche e psicologiche orientali; 4- Atteggiamenti degli odierni movimenti sociali in Oriente. Come si vede non è il lato erudito, storiografico e filologico che interessa, quanto tutto ciò che opera attualmente. Per ogni sezione di lavoro vi saranno relazioni, comunicazioni, discussioni. A lato del lavoro del Congresso potranno tenersi riunioni, esposizioni, mostre, esserci sale per le singole nazioni. Il lavoro di raccolta degli indirizzi, di diffusione delle circolari d’invito, dell’elencazione delle relazioni (che poi saranno sceverate ed alcune riassunte) è già cominciato.

Non bisogna aspettarsi da questo Congresso più di quello che esso (e gli altri che seguiranno) potrà dare; che però è già molto. Attuare con serenità, semplicità e sincerità, l’apertura dell’anima; conoscere direttamente gli aspetti del vario travaglio spirituale degli uomini; preparare situazioni di dignità e di liberazione da ogni oppressione; riconoscere forse che se i problemi sono diversi al punto di partenza, si fondono ai punti di arrivo; prepararsi a questi, che sono un rinnovamento sociale e religioso del mondo.

In Capitini tutto si apre e tutto si tiene, imparando a orientarsi nei processi (e tutto è processo), attraversando i tanti piani di una realtà da trasformare, da liberare, con fiducia nel primato della prassi sulla conoscenza. Le aporie del nostro presente (l’atlantismo e il militarismo, le devastazioni di un capitalismo malthusiano e criminale), sono vicoli ciechi, mettono a nudo la specie umana, le sue debolezze, i suoi limiti, le sue profonde disuguaglianze, ma anche le sue potenzialità represse e inespresse. L’esperienza in corso della pandemia e delle sue conseguenze biopolitiche e sociali produrrà “nuove socialità” e nuovi socialismi oltre i limiti catastrofici di una realtà inaccettabile, da aprire e liberare.

 

Una buona notizia

 

Da Israele e dai territori palestinesi occupati da uno Stato teocratico e razzista, fondato sulle dinamiche di un brutale “colonialismo di insediamento” (ed è questa anche la storia degli Stati uniti d’America), giungono normalmente, in questi anni, cattive notizie: ai palestinesi è riservata una condizione di apartheid che rende impossibile la vita: dal moltiplicarsi delle carcerazioni “amministrative”, arbitrarie e senza processo, alle continue violenze poliziesche e dei coloni, alle demolizioni delle abitazioni per scacciare i loro abitanti, alla negazione dei vaccini contro la pandemia, in questi giorni. La propaganda israeliana e filoisraeliana insiste sulla potenza totalitaria della repressione come insuperabile dato di realtà; per i palestinesi l’unica alternativa sarebbe la morte sociale, la scomparsa delle loro esistenze e dei loro diritti; in Cisgiordania milioni di palestinesi sono imprigionati in bantustan sempre più ristretti, assediati da colonie ebraiche in continua espansione; Gaza è un campo di concentramento. Anche questa è un’aporia di una storia inaccettabile, che istituisce i palestinesi come vittime sacrificali di un’ineluttabile storia coloniale e imprigiona gli stessi israeliani nell’antico ruolo dei carnefici. Ma in questi giorni nella situazione dei palestinesi in Cisgiordania, a Gaza e nella diaspora internazionale irrompe il dato nuovo della candidatura di Marwan Barghouti, da 19 anni prigioniero in un carcere israeliano per aver guidato la prima e la seconda intifada nel 1987 e nel 2000, giustamente definito il Mandela palestinese, alle elezioni per la presidenza dell’Autorità nazionale palestinese; con una sua lista che coinvolge anche Ahmad Sa’dat, segretario del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, anche lui prigioniero in un carcere israeliano, dissidenti di Fatah e rappresentanti dei movimenti dal basso della società palestinese, parteciperà alle elezioni legislative del 22 maggio e si presenterà personalmente alle elezioni presidenziali del 31 luglio. È una scelta politica che apre una fase profondamente nuova della lotta di liberazione palestinese.

1 Il testo del patto fu pubblicato dai giornali nelle prime ore del giorno 18; ma il governo non consentì che se ne discutesse prima del voto, nonostante che questo avvenisse molte ore dopo tale pubblicazione.

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GIANNI FERRARA, 1929-2021

GIANNI FERRARA, 1929-2021 

Gianni Ferrara ci ha lasciato. Era un socialista. Per lui la Costituzione era lo strumento per la trasformazione autenticamente democratica della società italiana, l’incivilimento di un paese che ne aveva vista tante, troppe. Giurista di alto profilo e politico, e le due cose, come ci ricorda Massimo Villone, forse colui che più di tutti ne ha incarnato il lascito, stavano insieme. Un uomo del ‘900 che, a differenza della stragrande maggioranza dei suoi colleghi non si è mai piegato al compatibilismo liberale e che ha sempre tenuto alto il nucleo democratico sociale della Carta del ‘47, nel segno dei suoi maggiori, tra i quali Lelio Basso, Piero Calamandrei, Francesco De Martino e Gaetano Arfè. A lungo collaboratore della rivista Il Ponte, di cui era membro del comitato direttivo, non possiamo non ricordare la sua strettissima vicinanza a Tristano Codignola, insieme a Paolo Leon, Enzo Enriques ed altri, nella lotta politica contro Craxi, nel 1980-81, all’interno del partito socialista. Ci mancherà tutto di lui, ma soprattutto la sua postura morale, merce rara in un paese vieppiù molle e decadente. E’ vivido il nostro ricordo della sua calorosa e costruttiva partecipazione alla fondazione di Hyperpolis, insieme all’altro Maestro, Bruno Amoroso, nel 2013-2014.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "IL RICORDO Addio Gianni Ferrara, maestro il manifesto morto sabato della sinistra della 23-FEB-2021 apag 1-8 Politico perché giurista, una vita per la Costituzione Lediscussioni primi 70, quando dissentiva lo sbuffo della Giovane assistente parlamentare, professore prima a Napoli per alla Consideraval manifesto came- epassionale refrattario una partedisé, parte asola necessaria lettura quotidiana. Ciha insegnato molto suoi interventi pagine uovo delle glio. Gianni ruolo inche iloso- parola abbiamo nella manifesto lasciar giuridica scrive- giornale, contraddire molto tempo torte rapporto durare 1cin un spartiacque grande talvolta dissenso."




L’asfissia o il respiro

L’asfissia o il respiro

di Lanfranco Binni

Il terzo governo della legislatura nata dalle elezioni politiche del 2018 è stato appena insediato, nel tentativo disperato di imporre un ritorno all’ordine di un passato perduto, attraverso il commissariamento «europeista, atlantista, ecologista» di un paese profondamente colpito da un’emergenza sanitaria fuori controllo e dai disastri endemici dell’asfissia economica e sociale di un capitalismo terminale. È la vecchia politica liberista che ripropone crescita e sviluppo, predicando “resilienza” alle vittime (adattatevi e arrangiatevi) e promettendo nuove avventure predatorie agli “esperti” (speculatori e affini) della finanza locale e globale.

Non c’è governo che tenga

Il terzo governo, ma ce ne sarà presto un quarto, nasce già morto, affidato alle cure provvidenziali di un salvatore della patria che, per salvare le forme retoriche di una democrazia rappresentativa che rappresenta gruppi di potere sempre più ristretti e di pessima qualità, tenacemente estranei agli interessi generali di una società di tutti, di una democrazia mai stata, si finge governo di unità nazionale, già dilaniato da intrighi di corte, penosi trasformismi e scorribande mediatiche. Il lavoro sporco di un piccolo intrigante di paese per mandare in crisi il governo precedente, ancora espressione – sia pure contraddittoria e insufficiente – dei mandati ribelli degli elettorati del 2018, è proseguito in un “governo del Presidente” (in una repubblica costituzionale che presidenziale non è) che ha inteso chiudere la stagione deprecabile del “populismo” (le generiche banalità degli ismi si sprecano) per affidare a tecnici “di alto profilo” (boiardi della finanza e dello statalismo di tradizione democristiana e liberale) il compito di riportare ordine nel recinto della politica istituzionale. Il risultato è una miscela di arsenico e vecchi marpioni, tecnocrati e politicanti, tutti uniti tutti insieme (destra e “sinistra”) a esaurire ulteriormente i formalismi di una democrazia rappresentativa cronicamente strumentalizzata e i mandati progettuali di una Costituzione inattuata, da riformare con spirito di “resilienza”. I nuovi poteri di un Presidente che fa e disfa governi è già sulla linea di un auspicato presidenzialismo plebiscitario, in un paese in cui è dura a morire la mistica del capo e dell’uomo della Provvidenza di tradizione fascista. Il percorso è già tracciato: il terzo governo sarà di breve durata, giusto il tempo per gestire la “montagna di soldi” dell’Unione europea, praticamente tutti a debito, per poi coronare il “tecnico” salvatore della patria come nuovo presidente della Repubblica. Ma siccome, come sappiamo, tutto è processo, alle difficili tesi e antitesi del primo e del secondo governo della legislatura 2018 non è affatto detto che segua una sintesi di “equilibri avanzati”.

Alcuni dati sul processo in corso:

1) l’esecutivo “tecnico-politico” Mattarella-Draghi ridisegna l’area di governo in tre poli “equilibrati”: una coalizione di “centrosinistra” M5S, Pd, Leu; una potenziale coalizione di “centro responsabile” catto-liberale; una coalizione di destra, che sta articolando la sua offerta politica in funzione delle prossime scadenze elettorali. Nel disegno Mattarella-Draghi la posta in gioco è il rafforzamento del centro come esito auspicabile della gestione “emergenziale” dei miliardi dell’Unione europea;

2) la gestione decisionista dei miliardi europei, molti, maledetti e subito (ma non sarà così), è condizionata da stringenti vincoli “alla greca”, stile Troika, e l’alto prestigio di Draghi e delle sue relazioni internazionali non garantisce il buon esito dell’operazione;

3) la riconversione ecologista del sistema economico in tempi di catastrofe planetaria (cambiamenti climatici fuori controllo, pandemia fuori controllo, sistemi politici fuori controllo) rende illusorio ogni disegno di razionalizzazione neoliberista del caos;

4) soprattutto in un paese la cui pubblica amministrazione è stata devastata da decenni di pratiche privatistiche e di attacchi alle progettualità e alle potenzialità interne, di svuotamento degli organici, di corruzione e liberi traffici delle catene di comando;

5) ma – e questo è il dato più interessante per un vero cambiamento politico e sociale – in un paese che in Europa ha rappresentato e continua a rappresentare in forme nuove una profonda anomalia, ieri per la presenza di una forte opposizione socialista, libertaria e comunista, oggi per la formazione in corso di un’estesa “intelligenza collettiva” di soggettività critiche che nelle forme organizzative più diverse, in ogni ambiente della società, stanno sviluppando la coscienza della necessaria autonomia da un sistema politico ed economico asfittico e asfissiante, “democratico” e malthusiano, che al nuovo proletariato riserva soltanto precarietà, povertà e morte; questi strati sociali popolari (i ceti bassi e medi si vanno unificando) hanno determinato, con i loro voti e non voti, la crisi di sistema seguita alle elezioni politiche del 2018; nell’attuale fase di tentata normalizzazione e di preteso ritorno all’ordine le loro condizioni materiali si sono aggravate, e il futuro è sbarrato;

6) nell’attuale governo di “unità nazionale” l’abbraccio mortale tra i partiti, prigionieri del miraggio dei miliardi europei e della coazione a ripetere le strade fallimentari della crescita capitalistica e sviluppista infiorettate con un po’ di propaganda green a uso dei media, ma – per carità! – senza concessioni all’estremismo ideologico ambientalista (dipingi di verde le tue colate di cemento), sta già moltiplicando le scorrerie dei branchi selvaggi, le pretese di impunità, gli accordi privati e criminali. Ma il terreno è accidentato, e la drammatica emergenza sanitaria, di cui solo la pandemia detta un’agenda incontrollabile, renderà tutto molto complicato e irto di difficoltà;

7) nella notte del neoliberismo, l’ideologia postmoderna della cieca oltranza capitalistica, tutte le vacche sono grigie; le élites di potere, con tutto il loro codazzo di comunicatori più o meno prezzolati, indossano come sempre maschere e travestimenti per confondere i sudditi da fottere, sono loro la modernità e la modernizzazione: la grande riforma, l’opportunità della crisi pandemica, permetterà di rinnovare il paese facendo ripartire l’economia delle imprese, liberandone gli istinti animali, formando al loro servizio il “capitale umano” della forza lavoro, restaurando la coazione al consumismo, digitalizzando tutto, governando i sudditi “a distanza”, facendola finita con le illusioni improduttive di una “partecipazione democratica” che è solo l’anticamera del populismo: nella democrazia liberale uno non vale uno, non tutti sono uguali, e vinca il più ricco. E poi, nel loro pragmatico senso della realtà, non sono forse anche socialisti i liberaldemocratici della pretesa classe dirigente? Chi di loro sosterrebbe che è giusta la diseguaglianza sociale (anche se inevitabile)? Eccoli allora all’opera improbabili keynesiani al potere che non esitano a definirsi, quando serve, socialisti liberali e addirittura liberalsocialisti (di questo imbroglio storico scrive in questo numero Marcello Rossi, ricostruendo la grande stagione del liberalsocialismo italiano, dall’antifascismo degli anni trenta alle esperienze del dopoguerra, all’“omnicrazia” capitiniana). Nei linguaggi di potere ogni imbroglio è lecito, ed è politicamente utile occupare i campi lessicali. A cos’altro serve l’asfissiante “cultura” del reame?

Democrazia diretta per il socialismo

La dichiarata attenzione al tema politico e culturale della democrazia diretta alle origini del Movimento 5 Stelle fu uno dei motivi dei suoi clamorosi successi alle elezioni politiche del 2013 e del 2018: segnalava un cambiamento radicale di visione politica e di pratica sociale; la moltiplicazione dei gruppi locali, la partecipazione a esperienze di base come, per fare un solo esempio significativo, il movimento No Tav in Val di Susa, sembravano tendere alla costruzione di reti sociali di democrazia dal basso secondo modalità di democrazia diretta. Le esperienze territoriali e l’elaborazione progettuale che avrebbe potuto derivarne furono successivamente abbandonate a vantaggio di una “democrazia diretta” essenzialmente digitale, con tutti i limiti degli strumenti tecnologici di comunicazione e controllo sociale. Il tema di una democrazia integrale costruita “dal basso”, a necessaria integrazione della democrazia rappresentativa costituzionale era alto e certamente impegnativo, e pur inattuato resta indispensabile per qualunque processo di trasformazione socialista della società. Nel 1968 Aldo Capitini aveva proposto ai giovani dei movimenti della nuova sinistra di partecipare alle prime elezioni regionali con una lista denominata «Rivoluzione nonviolenta per la democrazia diretta», per proporre politicamente il tema. E la democrazia diretta, da sperimentare concretamente in situazioni territoriali, con una forte attenzione ai Comuni piccoli e medi, fu al centro della sua «omnicrazia», il potere di tutti, più che democrazia, più che socialismo. Nel 1964 sul numero 4 del suo foglio mensile «Il potere è di tutti» aveva pubblicato l’editoriale Il controllo dal basso e la democrazia diretta in cui poneva i termini della questione, anche discutendo le riserve liberali di Norberto Bobbio. Riporto la prima parte del testo, ricordando che la democrazia diretta di Capitini è inserita in una prospettiva liberalsocialista (massimo socialismo e massima libertà).

L’impegno assunto dal nostro modesto periodico di battersi per la realizzazione di un potere veramente democratico, del potere di tutti, ci ha fatto confondere presso alcuni lettori come sostenitori della democrazia diretta, di quel tipo di potere, per cui ogni cittadino partecipa direttamente alla discussione e alla decisione di tutti i problemi dello Stato.

Norberto Bobbio, professore di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino, ci scrive per es.: «Un po’ perplesso sono sulla vecchia idea del “potere a tutti”. La democrazia diretta è sempre stata un’illusione. Lo è a maggior ragione in una civiltà altamente tecnicizzata come la nostra, in cui ciò che l’uomo produce è l’effetto di una organizzazione mastodontica, sempre più complicata, difficile da dominare, che riesce a funzionare soltanto se affidata a pochi esperti. Si immagini una fabbrica di 100.000 operai dove tutti siano chiamati a discutere i metodi, i tempi, il processo di produzione. Dopo dieci giorni sarebbe chiusa».

Che la democrazia diretta sia stata finora un’illusione siamo anche noi d’accordo, anche se non ci sentiamo di affermare che lo rimarrà per sempre. Non possiamo però accettare che, con questo pretesto e con il pretesto delle esigenze tecniche nella civiltà industriale, si rifiuti un discorso serio sulle esigenze reali e diffuse di una nuova strutturazione del potere, sul passaggio cioè del potere dalle mani dei pochi, che oggi lo detengono, alle mani dei molti che oggi ne sono privi.

Ci rendiamo conto anche noi di vivere in una civiltà altamente tecnicizzata, anzi crediamo e speriamo che lo diventi sempre di più, per permettere all’umanità un godimento sempre più intenso delle sue conquiste economiche. Quello che noi sosteniamo è la necessità che anche le conquiste politiche e sociali progrediscano come quelle tecniche ed economiche, che venga superato nell’interesse dell’umanità il contrasto oggi esistente tra una civiltà che permette un maggior benessere, una migliore vita per tutti e le forme di governo di questa società che sono ancora le stesse di prima, della società preesistente.

Noi pensiamo che sia questo il nodo dei problemi per il controllo del potere in tutti i paesi industrializzati. È logico infatti supporre che le stesse masse, sollecitate per ragioni economiche a una maggiore eguaglianza, a un maggior godimento dei beni materiali, a un elevamento della cultura, si pongano prima o poi anche il problema di una maggiore partecipazione alla direzione di quella vita pubblica alla quale vengono attirate. Questo pericolo è stato finora allontanato dalle classi dirigenti, sia capitalistiche che burocratico-staliniste, con colossali sopraffazioni e mistificazioni ideologiche, culturali e sociali, diffuse nelle masse con la strapotenza dei mezzi tecnici moderni.

Quando, malgrado tutto, il problema del potere si ripropone, le soluzioni in paesi come il nostro non possono essere che due:

Prima soluzione: Il gruppetto dei pochi esperti, che dirigono la fabbrica immaginata dal prof. Bobbio, si mettono d’accordo con i proprietari e si impadroniscono anche del potere formalmente politico, creando una dittatura o una repubblica presidenziale, come si ama dire, in cui la democrazia è ridotta alla funzione di vernice. Questa è la soluzione che viene ad esempio invocata oggi nei giornali dalla nostra classe dirigente e che viene attuata anche in una certa misura da una fabbrica molto simile a quella immaginata dal prof. Bobbio, la Fiat: basti ricordare come è stato imposto al governo di ridurre la tassa sulle automobili.

Seconda soluzione: i 100.000 operai e impiegati della fabbrica immaginata dal prof. Bobbio conquistano effettivamente il diritto di discutere i metodi, i tempi, il processo di produzione. Per esercitare questo diritto creano e fanno vivere in tutti i reparti della fabbrica i loro comitati liberamente eletti, fino al consiglio di gestione, che insieme agli esperti dirige la fabbrica.

Nello stesso numero, nella rubrica «Abbiamo parlato di», Capitini dà una definizione del termine “democrazia diretta”. È importante ricordare che «Il potere è di tutti» era uno strumento per la pratica sociale in situazioni territoriali, nella tradizione dei Centri di orientamento sociale (COS) sperimentati in Umbria e in altre regioni italiane dal 1944 al 1948, per poi essere riproposti nel 1956 e di nuovo nella stagione del Sessantotto. Il giornale doveva essere capito da tutti, e di ogni termine complesso veniva fornita una chiave di lettura, come in questo caso:

Democrazia diretta

Democrazia diretta significa che chi ha il potere di eseguire l’amministrazione per conto di una comunità di persone, deve agire secondo la volontà degli appartenenti alla comunità, stando sottoposto a un continuo controllo e pronto a ritirarsi dal posto se la comunità lo vuole.

L’assemblea della comunità elegge uno a una carica per un tempo determinato, per esempio un anno, e dopo un anno una nuova riunione dell’assemblea può eleggere un altro. Ma anche prima che scada il termine, l’assemblea può «revocarlo», togliergli la carica.

Per evitare che sia nominata la stessa persona molte volte, o che ci sia una cricca che manovra per eleggere i propri amici, si fa la rotazione dando le cariche «a turno», uno dopo l’altro, o per sorteggio. Così si evita che ci siano soltanto pochissimi che conoscono quella carica o quel posto.

Chi è eletto non può occuparsi di cose che escono dal mandato che ha ricevuto al momento della nomina.

Chi è stato eletto dall’assemblea della comunità deve presentarsi ad essa per riferire su ciò che ha fatto e che intende fare: questo rendiconto deve essere frequente. E se egli deve affrontare una questione speciale nuova, non prevista all’inizio, deve presentarsi davanti all’assemblea o ad un comitato nominato dall’assemblea e chiedere l’autorizzazione.

La sua carica deve essere una professione secondaria, cioè senza stipendio o con uno stipendio onorario, che non è quello per vivere.

Noi vediamo bene che questo non è tutto e subito possibile, in piccolo e in grande. Certo, in una piccola comunità è più facile, come si è tentato di fare, ma solo in parte nei comuni medioevali, nelle città svizzere. Però è una direzione di lavoro. Vale soprattutto la tensione ad attuare questa democrazia diretta nel luogo dove si vive, dove si lavora. Non è da confondere con la democrazia di massa, con plebisciti e immense votazioni popolari: vogliamo, invece, il controllo da vicino, decentrato, fatto in gruppi di non troppa gente, esercitato svolgendo la ragione e non facendosi incantare dagli spettacoli, dagli altoparlanti, dai balconi, dai potenti oratori. Se volessimo eleggere impiegati e dirigenti in un campo troppo vasto, chi potrebbe conoscerli? Per questo vogliamo che ci siano gruppi locali, centri sociali, sezioni comunali e di quartiere delle associazioni. Sarebbe bene eleggere e poter controllare i dirigenti locali dell’Enpas, dell’Inam, della Previdenza sociale, gli impiegati capi del Municipio, dell’Ospedale, ecc.

Segue, in un riquadro, una sintesi del tema:

Perché il potere sia di tutti occorre che i lavoratori, operai, impiegati, contadini, partecipino direttamente alla vita delle loro aziende, attraverso i consigli operai, i consigli di gestione, i comitati della terra.

Altri tempi, perduti? Nei processi di liberazione niente si perde. E ci pensa la pandemia a sospendere il tempo; quindi, tempi da riprendere e proseguire. Non è di grande attualità l’esperienza della Comune di Parigi? A proposito di banche da nazionalizzare e di pseudodemocratici da smascherare.

in,  Il Ponte,  

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SUL FINANCIAL TIMES UNA CRITICA A DRAGHI

SUL FINANCIAL TIMES UNA CRITICA A DRAGHI

di Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo

AG 12 FEB 2021 – SUL FINANCIAL TIMES UNA CRITICA A DRAGHI: PIU’ CHE MANAGER KEYNESIANO, SARA’ UN “TECNOCRATE” DELLA “DISTRUZIONE CREATRICE” SCHUMPETERIANA.

Alla vigilia dell’insediamento del governo Draghi, il Financial Times pubblica un articolo fortemente critico firmato dall’economista Emiliano Brancaccio e dal collega Riccardo Realfonzo dell’Università del Sannio. Gli autori contestano la “narrativa tecno-Keynesiana” secondo cui Draghi sarebbe stato chiamato a gestire in modo ottimale la “enorme” somma di denaro che verrà dal Recovery Plan europeo. Essi ricordano che nella storia recente dell’Italia l’avvento dei “tecnocrati” ha sempre svolto un ruolo opposto: “indebolire le forze parlamentari per aumentare l’autonomia del governo nella gestione delle poche risorse disponibili nel mezzo di gravi crisi economiche”. Per gli autori fu così durante le crisi del 1992 con Amato-Ciampi e del 2011 con Monti. Con Draghi andrà diversamente? Brancaccio e Realfonzo nutrono dubbi.

 

Gli autori ricordano che dei 209 miliardi di euro che il Recovery Plan stanzierà all’Italia per i prossimi sei anni “127 sono prestiti che prevedono solo un risparmio sullo spread tra tassi di interesse nazionali ed europei: anche con previsioni pessimistiche sui tassi italiani, non più di 4 miliardi all’anno”. Riguardo ai restanti 82 miliardi di euro di risorse a fondo perduto, “l’importo netto dipenderà dal contributo dell’Italia al bilancio europeo. Considerato che un accordo su rilevanti imposte europee appare improbabile, i paesi membri dovranno contribuire come di consueto in relazione al PIL nazionale, il che implica che l’Italia dovrebbe pagare non meno di 40 miliardi. La sovvenzione europea netta è quindi di soli 42 miliardi, o 7 miliardi all’anno. Infine, se si considera che nella prossima sessione l’Italia contribuirà alla parte restante del bilancio UE per circa 20 miliardi, il trasferimento netto totale scende a meno di 4 miliardi all’anno”. Gli autori dunque concludono che nel complesso “l’Italia riceverà molto meno di 10 miliardi all’anno dall’Europa per i prossimi sei anni: una somma modesta se paragonata a una crisi che ha distrutto oltre 160 miliardi di PIL solo lo scorso anno, molto più delle passate recessioni”. Del resto, Brancaccio e Realfonzo ritengono non causale “che nel suo recente rapporto per il G30 Draghi abbia esortato i governi a sostenere la ‘distruzione creatrice’ del libero mercato: non certo Keynes, ma una versione ‘laissez-faire’ di Schumpeter”. Gli autori concludono che se lo sforzo dell’Ue per la ripresa non aumenterà, “la politica di Draghi potrebbe rivelarsi non troppo diversa dall’austerità dei ‘tecnocrati’ che lo hanno preceduto”. Il Professor Brancaccio tratterà il tema anche nella sua consueta rubrica “Eresie”, oggi alle 11,30 su RAI Radio Uno.

 




Draghi e governo della finanza: Non prevarranno!

Draghi e governo della finanza: Non prevarranno!


8 Feb , 2021||2021|Visioni

1. E ti amo Mario

Sgombriamo il campo da un equivoco. Il problema non è la “persona” Draghi. Che ha fatto buone scuole, è stato allievo di Caffè, ama l’Opera ed è pure romanista. Qualità che apprezzo.  In politica, però, conta ciò che si rappresenta, le visioni di fondo e gli interessi che ci muovono, e i fatti, le scelte che si sono compiute. I “fatti” di Draghi sappiamo quali sono. Mi limito a un breve ripasso, ma non per amor di polemica, bensì perché si tratta di questioni fondamentali, rivelative di un approccio, di una visione appunto, oltre che dei precisi interessi che Mito-Mario ha sempre scelto di garantire, da quando è entrato nel grande gioco del potere. Ci ricordiamo tutti il ricatto antidemocratico alla Grecia di Tsipras, attraverso la chiusura della liquidità da parte della BCE, per indurla ad accettare il Memorandum imposto dalla Troika e punire la pretesa greca di resistervi, in nome peraltro della volontà popolare esplicitamente espressa. Così come la lettera Trichet-Draghi, che intimava al governo Berlusconi di seguire un preciso programma di “riforme” neoliberiste (ben poco compatibile, peraltro, con il nucleo fondativo, sociale e lavorista, della Costituzione del 1948, formalmente ancora vigente).  Anche in quel caso, seguì una pressione dall’alto sui titoli di Stato italiani, per far schizzare lo spread e indurre Berlusconi alle dimissioni: fu co-decisa da Draghi. La maggioranza di Berlusconi era in difficoltà, probabilmente sarebbe entrata in crisi lo stesso da lì a breve, ma l’esito naturale di una crisi politica sarebbero state le elezioni. Invece, con lo stato di emergenza finanziario, creato ad arte, anche in quel caso la politica fu commissariata, con il loden di Monti e le lacrime della Fornero. Forse con quella scelta di far fuori il governo legittimato dagli elettori (distante anni luce dalle mie preferenze) ebbero a che fare, tra l’altro, le giuste posizioni critiche assunte da Tremonti sulle banche tedesche e francesi pesantemente esposte con la Grecia (banche che erano le vere destinatarie del programma di “aiuti” predisposto dalla Troika), nonché il piano, o comunque l’opzione del governo italiano, di cui si vociferò in quei mesi, su una possibile uscita dell’Italia dall’euro? Ancora: non c’è bisogno di insistere troppo sulle privatizzazioni discutibili, sul Britannia, sulla svendita del patrimonio pubblico del Paese (da rileggere sul tema le memorie di Giuseppe Guarino), sulla pretesa elitista di stringere l’autonomia della politica democraticamente legittimata in una morsa che, a dispetto  degli interessi dei ceti popolari, doveva impedire politiche redistributive e sociali, la difesa del lavoro, il rilancio della domanda interna, nonché un previdente mantenimento   degli strumenti dell’economia mista. I fatti, dunque, confermano che Draghi è un rappresentante eminente del capitalismo finanziario. Abile, per carità, ma a favore di chi? Questi fatti quanto sono compatibili con le idee, gli insegnamenti di Federico Caffè? Anche rispetto all’euro, alla tesi secondo la quale Draghi l’avrebbe “salvato”, e con esso l’Italia,  si possono opporre due interrogativi (nello spirito proprio di Caffè, che aveva criticato lo SME, oltre alla tentazione costante di usare strumentalmente  i vincoli finanziari, rafforzandoli con l’ideologia del vincolo esterno, per giustificare politiche antipopolari): ma davvero si è trattato di un salvataggio dell’Italia, o non piuttosto degli interessi strategici della potenza egemone dell’eurozona, cioè la Germania, che ha tutto  i vantaggi a mantenere l’euro, e in esso l’Italia, per assicurarsi un vantaggio competitivo permanente sul fronte delle esportazioni? Il “whatever it takes”, il Quantitative Easing, pur significativi, hanno rappresentato una soluzione stabile, permanente delle asimmetrie dell’eurozona (che Draghi conosce bene, perché tra le righe le ha spesso ricordate nei sui discorsi), oppure un “comprare tempo”, cercando di stringere ancora di più l’Italia nella camicia di forza dei vincoli del Fiscal Compact e delle altre condizionalità legate alla sopravvivenza dell’euro?  Siamo sicuri che sia convenuto all’Italia? E non sarebbe stato più giusto un dibattito aperto sul tema, che coinvolgesse i cittadini, invece di farne un tabù? Del resto, com’è noto, l’ironia della storia contempla che il giovane Draghi abbia elaborato una tesi di laurea precisamente sulle monete senza Stato come l’euro, nella quale sosteneva (impeccabilmente) che una moneta comune in presenza di squilibri macroeconomici e senza una fiscalità accentrata, governata politicamente, non potesse essere un obbiettivo augurabile perché viziato da contraddizioni strutturali.

Draghi, allora, sarà un altro rispetto a quello che è stato finora? Siamo in presenza di un’effettiva svolta sociale e inclusiva del capitalismo? Di un’Europa che diviene politica, sociale, democratica? Non pare credibile. Soprattutto, ed è questo il nodo fondamentale, si pone una questione di legittimità democratica. Possiamo continuare con il commissariamento della democrazia? Qual è l’effettiva fonte di legittimazione di Draghi?  E se si deve ricorrere, ancora, a una sorta di stato di eccezione tecnocratico, siamo proprio sicuri che ci si stia avviando verso una trasformazione politica che perlomeno corregga le storture del “trentennio inglorioso”?

Draghi, con un triplo salto carpiato, può far finta di non essere mai stato neoliberista, di non avere mai contribuito a imporre l’austerità alla Grecia e all’Italia, di non avere sempre avuto come stella polare gli interessi del capitale finanziario. Del resto, cambiare idea è lecito, si dice (e l’ha ripetuto anche lui, di recente, citando giustamente Keynes). Ma che a gestire un’eventuale nuova fase siano chiamati i responsabili del disastro precedente fa venire molto dubbi. E viene il sospetto che il presunto cambiamento sia semplicemente un falso movimento, un’abile strategia comunicativa, funzionale al riassetto, complice la pandemia, del capitalismo neoliberale, che era già in crisi. Quando si tratterà di pagare i costi di tale riassetto, e suonerà la campanella che sancirà la fine della ricreazione, con la scusa del debito e una rinnovata strategia della tensione sullo spread, ne vedremo delle belle, in termini di nuova austerità, “riforme”, macelleria sociale, svalutazione del lavoro, impoverimento, disoccupazione. Tutto pur di evitare le ricette giuste, quelle di Keynes e Caffè, che invece mettevano al primo punto la “repressione finanziaria” per consentire di impostare politiche pubbliche di intervento nell’economia, non sotto ricatto dei mercati e perciò volte all’interesse dei lavoratori e dei ceti non abbienti. Alla luce di tutto quello che è accaduto in questi decenni, fino al coronamento di oggi, si comprende la ferma volontà di Caffè di sparire. Per non vedere. Soprattutto certi allievi.

2. Governo tecnico? 

Sul tema, si apre una questione politica e istituzionale, che va ben al di là della figura di Draghi.  I governi cosiddetti “tecnici” hanno una lunga storia. In realtà, dietro questa espressione ambigua si cela un’ampia tipologia di governi. In generale, si potrebbe dire che “tecnico” sta per “non politico”. Ma è proprio così? Sono possibili governi non politici, in un contesto democratico-rappresentativo? In realtà, nella misura in cui tutti i governi debbono avere la fiducia del Parlamento, sono tutti in qualche modo politici. Il problema è: politici in che senso? Di quale “politica” si sta parlando? Nel caso del governo Draghi, di una politica che neutralizza la politica (partitica, cioè espressiva delle “parti” nelle quali si articola la società e che si proiettano, attraverso la rappresentanza parlamentare, nello Stato). Governo tecnico, quindi, è il risultato di una crisi della politica che non riesce a trarre dal proprio interno le soluzioni. In sostanza, con il governo tecnico si cerca una soluzione non politico-partitica, a cui le forze parlamentari accettano di dare fiducia, facendo in qualche modo un passo indietro. Ma di per sé la “tecnica” non ha la possibilità di proporsi come soluzione. Occorre che qualcuno, un’istituzione in grado di farlo, la proponga e sostenga in prima istanza, in qualche modo sfidando il Parlamento (o sollecitandolo fortemente), mettendo in gioco il proprio prestigio e il proprio ruolo.  Occorre, in sostanza, un’istituzione dotata di un plusvalore terzo, di una rappresentatività simbolica generale, che possa spendere questa riserva di senso politico, di auctoritas, per favorire uno sbocco positivo che altrimenti le forze politiche, da sole, non sarebbero in grado di determinare, paralizzate dai propri veti. Si tratta insomma di una forzatura, che serve a imporre una soluzione. Più è drammatizzata la crisi, più pesa il nome del prescelto come deus ex machina, maggiore sarà la probabilità del successo. In sostanza, il Parlamento è messo alle strette e non può dire no. Stiamo parlando, dunque, di un governo del Presidente. In qualche modo, ogni governo tecnico, istituzionale o di garanzia, è un governo del Presidente. Nel caso dell’incarico a Mario Draghi, il Presidente della Repubblica ha quindi scelto di percorrere la strada di un “governo del Presidente”: un esecutivo “di alto profilo”, che dovrebbe affrontare un’emergenza altrimenti non risolvibile. Fin qui, siamo nel solco di una storia istituzionale inscritta nel primato della statualità, come forma politica originaria   dell’unità della nazione, che deve prevalere sulle parti e gli interessi frazionali perché incarna il supremo interesse, la salus rei publicae. Siamo cioè nel pieno della dottrina dello Stato moderno (non assoluto, ma costituzionale).   Questo potere d’impulso del Presidente della Repubblica, in quanto garante dell’unità nazionale e della Costituzione, proviene da Weimar e, per certi aspetti, è un resto (urbanizzato, secolarizzato) della prerogativa monarchico-costituzionale. Naturalmente, con la monarchia era una prerogativa connessa alla sovrapposizione tra legittimità dinastica e continuità dello Stato, e perciò aveva in se stessa la propria fonte di legittimazione. Nel caso delle Repubbliche, la legittimazione politica di ultima istanza proviene invece dal popolo, perché la sovranità ad esso appartiene. Nel caso di Repubbliche presidenziali, o semipresidenziali, la funzione politica del Capo dello Stato è evidente. Nel caso di Repubbliche parlamentari, soprattutto se il sistema politico opera in modo efficiente, quella funzione si riduce al minimo, è notarile e quasi onorifica (si pensi all’irrilevanza politica del Presidente della Repubblica tedesco). In Italia non è così, perché il ruolo che il Presidente della Repubblica svolge è “a fisarmonica”: si allarga e restringe a seconda della funzionalità e della forza del sistema dei partiti. Quando si apre una crisi complessa, se i partiti sono deboli e divisi, e la situazione appare come emergenziale perché esistono problemi di ordine economico e sociale non ordinari (terrorismo, gravi turbolenze economico-finanziarie, emergenza sanitaria ecc.), il ruolo del Presidente è inevitabilmente destinato a crescere in modo notevole. Intendiamoci, ciò è possibile perché in generale la funzione del Quirinale nel nostro assetto è rilevante, soprattutto nella gestione delle crisi di governo, e perché dei poteri propri il Capo dello Stato italiano li ha (compartecipando a tutti e tre i poteri, ed equilibrandoli). Ciò accade anche se non è eletto dal popolo e non svolge una funzione di indirizzo politico in senso proprio, ma di custodia dell’indirizzo fondamentale depositato in Costituzione e di garanzia dell’unità nazionale. Il problema è che quanto più cresce il suo attivismo, tanto più aumenterà la discrezionalità ermeneutica del suo operato: la custodia di quell’indirizzo costituzionale fondamentale diventerà, inevitabilmente, un’interpretazione politica di esso, e quindi un indirizzo politico vero e proprio, seppur in senso istituzionale.  Insomma il Presidente, svolgendo una funzione di alta politica costituzionale, finisce per imprimere un indirizzo politico generale, almeno relativamente alla risoluzione delle crisi “difficili” (che però sono gli snodi decisivi della vita della nazione). Questa funzione di impulso, moral suasion, esternazione e determinazione di punti di equilibrio politici è cresciuta nei decenni, in particolare dai primi anni Novanta (segnati da Tangentopoli, dalla crisi finanziaria del ’92 e dall’offensiva stragista della mafia), cioè da quando il sistema politico della cosiddetta Prima Repubblica è stato terremotato.  Ma c’è da dire che la rilevanza crescente del ruolo del Presidente era già emersa con Pertini, punto di riferimento morale grazie alle sue ferme prese di posizione sullo scandalo P2 e sulle inefficienze nei soccorsi durante il terremoto dell’Irpinia, ma anche con la scelta di conferire l’incarico di formare governi a esponenti “laici”, cioè non democristiani. E poi, in ben altro senso, con le “picconate” di Cossiga.  Va inoltre ricordato che anche l’esperienza dei governi di unità nazionale non è una novità, avendo segnato il periodo del terrorismo e della crisi economica della seconda metà degli anni Settanta in Italia; ma in quel caso era la politica a promuoverli, non il Presidente della Repubblica.

Spesso si è paragonato il caso italiano a quello della Repubblica di Weimar (per fortuna, non negli esiti): in quest’ultima, il Presidente era però eletto dal popolo e aveva poteri emergenziali, codificati nell’art. 48 della Costituzione. I governi di affari, emergenziali, privi di maggioranza parlamentare, poggiavano di fatto sul suo sostegno esclusivo.  Nel nostro sistema, ed è un bene, nulla di tutto ciò è possibile. Ma è innegabile che il peso dei poteri presidenziali sia significativamente cresciuto (con Scalfaro e Napolitano, in particolare): tanto che ci si è spinti a ipotizzare una sorta di semipresidenzialismo di fatto, frutto di una torsione che la transizione infinita, senza sbocchi veramente stabili, del sistema politico post-Tangentopoli e la crisi economico-finanziaria avrebbero determinato, oltre che del modo in cui tali personalità hanno interpretato il loro ruolo presidenziale. Ci si è anche chiesti, perciò, se non fosse il caso di prendere atto di tale evoluzione e metterla in forma, prevedendo un’elezione diretta. A mio avviso sarebbe un azzardo, ma la questione di fondo esiste.  Il Presidente Mattarella è un convinto parlamentarista, e tuttavia alcuni suoi interventi hanno confermato un significativo ruolo di intervento e indirizzo nei momenti di crisi: pensiamo al rifiuto di sciogliere le Camere opposto a Renzi dopo la sua sconfitta nel referendum costituzionale (almeno secondo alcuni retroscena), al veto su Savona durante la formazione del primo esecutivo Conte, allo gestione della crisi del medesimo governo,  infine (e soprattutto) all’esclusione delle elezioni oggi e all’incarico a Draghi.

Il punto teorico che a me pare importante sottolineare, perché gravido di conseguenze politiche, è questo: a Weimar, ma in qualche modo anche durante la cosiddetta Prima Repubblica, si poteva ancora invocare il plusvalore politico dello Stato e dell’unità nazionale, a fronte di gravi emergenze politiche come il terrorismo, l’estrema conflittualità politica, la crisi sociale. Oggi è surreale, perché si evoca qualcosa che in realtà è stato svilito e liquidato nel trentennio neoliberista, e lo si fa in nome di forze e obbiettivi che negano quel plusvalore politico della statualità: ovvero in nome del vincolo esterno, dei mercati finanziari (il cui voto peserebbe più di quello dei cittadini), di istanze di potere che certo democratiche non sono. Siamo di fronte a fantasmi dello Stato politico, del potere terzo efficace, dell’unità nazionale, evocati per garantire che la politica, e in particolare la partecipazione democratica, non interferiscano in alcun modo con il processo di integrale funzionalizzazione dello Stato ai processi di spoliticizzazione post-nazionale, finanziaria e mercatista (in Europa, ordoliberale). Uno stato di eccezione tecnocratico, post-politico, che serve non a ricostituire l’autonomia della politica democratica, ricostruendo lo spazio di un sano conflitto politico rappresentativo dei differenti interessi sociali, e rafforzando la coesione della comunità intorno ai propri interessi generali, pubblici, ma al contrario a subordinare definitivamente le scelte della collettività a interessi estranei a quello nazionale, e legati alla finanza privata.  L’appello all’emergenza e all’unità è quindi un modo per affidare a commissari di poteri esterni, non legittimati democraticamente (la Troika), cioè a élites privatistiche, oligarchiche e antidemocratiche, quelle scelte. Imponendo ai partiti, condannati a cantare e portare la croce (cioè a raccogliere il consenso sul piano nazionale, senza poter decidere nulla di diverso dai diktat dei mercati e dell’UE), di sostenere le politiche del “pilota automatico”. Il fatto che il consenso scemi non può sorprendere, ed è infine diventato un problema: da ciò gli strepiti contro populisti e sovranisti (termine quest’ultimo privo di consistenza scientifica), al di là della loro reale intenzione e capacità di imporre una svolta politica credibile. La dialettica basso contro alto, popolo contro oligarchie, è una conseguenza logica del processo di espropriazione della sovranità democratica.  Può essere che sia destinata a fallire, che i suoi esiti siano ambigui o inefficaci. Ma è certo che finché permane questo campo di tensione dialettica, si cercherà di arginarlo in ogni modo attraverso l’uso politico-comunicativo dell’emergenza, per disciplinare i riottosi.  Un’impostazione obbiettivamente eversiva dei valori democratici.

3. Miseria dell’apolitica

Salvini, convertito insieme ad Alberto Bagnai e Claudio Borghi sulla via di Draghi, grazie al battistrada Giorgetti (il Gianni Letta della Lega), dice che prima o poi si tornerà a votare. Si, forse (potrebbe sempre esserci un’altra “emergenza imprevista” in agguato, alla bisogna; ormai non possiamo sorprenderci più di nulla). Ma più poi che prima. Cioè il rischio è che si torni a votare quando sarà inutile. Quando tutte le scelte che contano saranno state fatte. Quando gli adagi di Schäuble e di Draghi stesso (le elezioni non contano, tanto c’è il pilota automatico) saranno stati blindati. E le elezioni saranno solo quel rito inutile, che serve a dare l’opportunità a qualche politicante di bassa lega di giocare alla lotteria che mette in palio dei seggi e a illudere i cittadini di avere qualche voce in capitolo.  Non c’è da sorprendersi se così la fiducia nelle istituzioni crolla. Sarebbe più serio abolire le elezioni, sancendo la fine dell’epoca cominciata con le Rivoluzioni settecentesche. Si sforzino, le cosiddette élites, di trovare un nome, e un discorso di legittimazione coerente, per giustificare in maniera esplicita, senza scuse emergenziali, la liquidazione della democrazia costituzionale. Soprattutto, propongano un nuovo modello, invece di deformare sempre di più quello ereditato dai Costituenti. Ma non lo possono fare: perché la loro mancanza di dignità e coraggio politico (quello che fa lottare apertamente, non manovrare dietro le quinte) è proporzionale al cinismo. La narrazione liberal, perbenista, pseudo-progressista, che è la copertura ideologica del globalismo finanziario, impedisce di dire la verità e soprattutto di trarne le conseguenze. A Occidente come a Oriente, tranne rare eccezioni, nella migliore delle ipotesi vigono democrature, democrazie protette, autocrazie elettive. Con la differenza che a Occidente le forzature sono prodotte del combinato disposto tecnocrazie-finanza-media mainstream, con l’asservimento di istituzioni e politici in teoria autonomi, ma in realtà funzionali. A Oriente si manifestano nella forma di un nuovo autoritarismo tecnologico, cioè di un potere inamovibile e insindacabile, anti-pluralista, basato sulla pervasività del controllo. Convergeranno?

Il governo precedente aveva molti limiti, e soprattutto dall’estate scorsa il suo motore ha cominciato a imballarsi pesantemente. Ho la sensazione che con Draghi assisteremo a un nuovo uso politico-comunicativo della “pandemia”. Prima è servita a seminare terrore e chiudere tutto (al di là delle reali esigenze e della razionalità), adesso sarà l’occasione per aprire se non tutto molto e santificare Draghi come il nuovo “re taumaturgo”, che ha guarito la scrofola. Personalmente ne sarò felice, come credo tanti che non ne potevano più, ma resta il dato politico di un cambio strumentale di narrazione, che giustifica molti cattivi pensieri su quanto è accaduto nell’ultimo anno.

Il Movimento 5 stelle, una forza che ha raccolto la protesta anti-establishment, evidentemente per sterilizzarla, può governare con tutti: Lega, PD, persino Forza Italia. E può addirittura sostenere uno dei massimi esponenti delle élites tecnocratiche e finanziarie, da loro combattute a parole. Andando avanti così, dei 5 stelle resterà ben poco. Il Pd è un partito governista a prescindere: non ha una propria identità, una visione, che non sia la “responsabilità” di stare sempre dalla parte del sistema; considerando il partito di cui, seppur molto indirettamente, sarebbe erede, e di cui si celebra il centenario, non si sa se ridere o piangere. Anche La Lega, alla fin fine, probabilmente per tatticismo strumentale e comodità, o per il richiamo della foresta dei padroncini del Nord e della Confindustria, risponde all’appello. Twittare l’articolo 1 della Costituzione serve solo a fare un po’ di propaganda. Gli anatemi reciproci tra Sinistra e Lega, 5 stelle e Forza Italia, mostrano qui, definitivamente, la loro grottesca superficialità e inconsistenza. PD e 5 stelle, se ancora potranno agganciarsi alla boa Conte, tra un anno e mezzo o due, riusciranno forse a prendere insieme i voti che una volta prendevano da soli, quando erano al massimo del consenso. Dipenderà da molti fattori, ma è facile immaginare che una prateria si aprirà per chi saprà rappresentare un’opposizione coerente. Per evitare tale delegittimazione generale della politica, sarebbe stato necessario tenere il punto dell’imprescindibilità della sovranità democratica. La via maestra erano le elezioni. Com’è accaduto e accade in altri Paesi. Se si trattava di guadagnare qualche mese, si poteva dar vita a un governo super partes, di garanzia, di durata limitata, per accelerare la campagna vaccinale, presentare il Recovery Plan (peraltro sopravvalutato nella sua portata) e condurre alle elezioni alla fine della primavera o dopo l’estate.

Paragone e Meloni non saranno della partita Draghi. Per fortuna, perché un governo senza opposizione non è mai un bene per la democrazia. E poi, sia detto con ironia, sarebbe stato un po’ troppo ritrovarsi, come Fionda, a rappresentare l’unica opposizione. Si vedrà se saranno loro a capitalizzare la voglia di cambiamento e, soprattutto, di recupero della sovranità democratica. Certamente, occorrerebbe altro.  Ma quello che si può fare per ora è solo un lavoro culturale e critico di lunga lena: la Fionda serve a questo. Sperando che quelle istanze decisive, che esprimono il senso profondo della legittimità moderna, della sua promessa democratica, non siano fiaccate per sempre. Significherebbe che il riassetto del capitalismo in chiave digitale (e antisociale), occasionato dal coronavirus, si è mangiato interamente la politica come sfera dell’autodeterminazione e dell’eteronomia progettuale rispetto all’immanenza dell’economico. Una sorta di complessiva transizione epocale, di segno antropologico, civile e culturale, all’insegna dell’antipolitica ammantata di epistocrazia. In questo senso, il governo Draghi potrebbe essere visto come una pedina di un disegno più ampio: il governo della saturazione dello spazio pubblico, della negazione del conflitto in quanto tale. Ma ne siamo certi: non praevalebunt.

Di: 




La Costituzione della Repubblica italiana e Il Ponte  Il Ponte

La Costituzione della Repubblica italiana e Il Ponte

costituzione

di Roberto Passini

Due battaglie da sempre sono state proprie del «Ponte»: quella per la democrazia e quella per il socialismo, o meglio, come diceva Walter Binni, quella per la libertà nel socialismo.

Libertà nel socialismo: un problema ormai da storici che la nostra classe politica ha messo da tempo in soffitta. Eppure la nostra Costituzione si può leggere proprio sotto questa luce. Come altrimenti interpretare l’art. 1, l’art. 3, l’art. 4 e l’art. 11? E cosí l’art. 33 e tutti gli articoli che regolano i rapporti economici (artt. 35-47)? E a questo riguardo non è a caso che destra e sinistra abbiano affermato in piena consonanza che occorra procedere a una riforma della Costituzione, sostenendo tutti che non sarebbero stati toccati i principi fondamentali. Ma, quand’anche questo fosse stato vero, la riforma della Parte seconda (Ordinamento della Repubblica) avrebbe cambiato di fatto tutto l’impianto. La prima parte della Costituzione non si può legare indifferentemente a qualsiasi altro testo, ha un senso solo se ha come corollario l’attuale seconda parte. Ha un senso, in altre parole, se statuisce che l’Italia è una repubblica parlamentare e non una repubblica presidenziale. Purtroppo la maggioranza dei nostri politici – di destra e di sinistra – ritengono che una repubblica giocata sulla centralità del parlamento e sulla forza dei partiti – che ormai sembrano scomparsi – non serva piú: è molto piú funzionale una repubblica presidenziale, all’americana, in cui i partiti sono sostituiti da lobbies dirette da “capi” con forte carisma mediatico. Una repubblica presidenziale in cui ciò che rimane dei partiti non si differenzia per una diversa visione del mondo, ma per una maggiore o minore efficienza all’interno del capitalismo. Una repubblica presidenziale in cui il potere legislativo si scioglie nel potere esecutivo e anche i pubblici ministeri sono alle dipendenze dell’esecutivo: in definitiva una monocrazia, come dice Gianni Ferrara.

È proprio per combattere questo modo di pensare che non è inutile ricordare come nasce la nostra Costituzione.

Il 22 dicembre 1947 L’Assemblea costituente eletta dal popolo italiano il 2 giugno 1946 approva la Costituzione della Repubblica italiana, che di lí a pochi giorni, il 1 gennaio 1948, entra formalmente in vigore. La nuova Costituzione è un capolavoro di democrazia e di principi supremi: diritto al lavoro, solidarietà e diritti inviolabili dell’uomo, uguaglianza sostanziale, proporzionalità e partecipazione, forte presenza del pubblico e dello Stato nella società e nell’economia, governo parlamentare, autonomia e decentramento amministrativo, magistratura autonoma e indipendente, sistema di garanzie costituzionali vigorose. È una democrazia sociale pluriclasse che vuole scongiurare, nell’intenzione dei costituenti, i guasti fatti dal capitalismo e dai conseguenti fascismi, valorizzando primariamente il lavoro, i diritti sociali e l’uguaglianza sostanziale, anche attraverso la partecipazione attiva dei lavoratori e dei cittadini all’organizzazione politica economica e sociale del paese (non la cosmesi procedurale degli ultimi vent’anni).

Nel Patto costituzionale sono ben presenti quei guasti come le cicliche crisi, distruttive, del sistema di produzione capitalistico (1873, 1929). Infatti la Costituzione delinea al suo interno un modello di democrazia “altro” rispetto al liberalismo anteguerra, quella democrazia che Costantino Mortati, forse il più grande giurista della Costituente, definirà «democrazia necessitata». Una democrazia sociale ed economica che accanto ai principi fondamentali suddetti affiancherà gli strumenti per il loro inveramento: il Titolo III («Rapporti economici» – artt. 35-47 –), interamente disapplicato da oltre 40 anni.

Personalmente penso che da molto tempo la quasi totalità dei giuristi e dei politici, scomparsi gli ultimi protagonisti della Costituente, non abbia capito o non abbia più voluto cimentarsi col grande lascito culturale della società, presente nella Costituzione. Eppure il popolo italiano ha imposto alla politica il rilancio della Carta, riconfermandola per ben due volte, a maggioranza assoluta – caso unico nel mondo occidentale – nei due referendum costituzionali del 2006 e 2016 in cui ha rigettato le manomissioni, invasive, dell’impianto parlamentare poste in essere dal centrodestra e dal centrosinistra.

È proprio da qui che bisogna ripartire, in tempo di crisi sanitaria ed economica, rilanciando la parte sociale ed economica della Carta, l’intervento dello Stato nell’economia, la programmazione e la pianificazione pubbliche. Adesso più che mai.

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in  Il Ponte, 28 dicembre 2020



Onda su onda

di Lanfranco Binni

di Lanfranco Binni

Si susseguono, devastanti e a ritmo incalzante, le “ondate” delle quattro grandi crisi connesse con la Covid-19: la crisi sanitaria provocata da una pandemia fuori controllo in gran parte del mondo; la crisi economica che accentua le derive malthusiane del capitalismo in tutte le sue forme, arcaiche e neoliberiste; la crisi politica delle “democrazie” liberali occidentali; la crisi climatica del pianeta. Su ognuno di questi terreni i processi in corso sono tumultuosi, complessi e “caotici”. La pandemia ha accelerato e messo a nudo le vere realtà, concrete e drammatiche, di una storia catastrofica. In questo numero del «Ponte» di fine anno ne scrivono Giuliano e Piergiovanni Pelfer (Il Coronavirus e la fine delle certezze), Emiliano Brancaccio (Catastrofe o rivoluzione), Giancarlo Scarpari (Che ve ne sembra dell’America?). In particolare il testo di Brancaccio sollecita un aperto confronto teorico-politico sulle necessarie e radicali alternative alla “catastrofe” dell’antropocene capitalistico.

Cattive nuove dal fronte dei virus

Sostiene la microbiologa e virologa Maria Rita Gismondo, nella sua rubrica Antivirus su «il Fatto Quotidiano» del 12 novembre, che stanno circolando in Italia e in Europa, “fuori controllo”, almeno sei varianti di SarsCoV2. Il titolo dell’articolo: Virus, la mutazione è più “cattiva”. Ne riporto integralmente il testo.

Il “mostro” non si arrende e si manifesta ancora con tutte le sue peggiori armi. Mentre la storia ci riferisce epidemie e pandemie che nel tempo, grazie alle mutazioni del virus che le ha prodotte, si sono estinte, studi recenti di genotipizzazione ci hanno dimostrato che non sta accadendo così per SarsCoV2. Per mesi ci siamo meravigliati perché il virus che ci sta affliggendo non mutava. Siamo rimasti in attesa che si facesse avanti una mutazione, dando per scontato, come ci insegna la virologia, che questa avrebbe reso la pandemia meno aggressiva fino a estinguersi. Le mutazioni sono arrivate, ma nulla di quanto ci saremmo aspettati. Recenti studi hanno evidenziato ben cinque varianti (19A, 19B, 20A, 20B e 20C). Circolano in Italia e studi in corso ne stanno verificando la circolazione in Europa. Anche se non si conosce l’effetto di ciascuna mutazione, certamente i virus che le presentano non sono affatto più “deboli”. Nel frattempo ecco arrivare un’altra notizia su una ulteriore variante che si sta manifestando nei visoni. La prima osservazione è stata fatta in Belgio in circa un migliaio di esemplari. Oggi si pensa che il virus abbia già infettato decine di migliaia di visoni, e molti di questi sono stati esportati in altri paesi, compresa l’Italia. Il virus con la nuova mutazione si diffonde molto rapidamente e ha già imparato a infettare l’uomo. Un salto di specie così rapido è quasi un evento unico. Oltre a una aggressività ancora tutta da valutare, questo “nuovo mostro” potrebbe vanificare terapie e profilassi che sono in studio. Mi riferisco agli anticorpi monoclonali e ai vaccini, in particolare. Se la (o le) mutazione (i) dovesse (ro) risultare localizzata proprio nella parte di virus utilizzato come target del vaccino, gli studi e le prove fatte fino a oggi sarebbero da cestinare, così come le terapie immunologiche. Si fa veramente fatica a essere ottimisti.

E se fosse una sindrome e non una pandemia?, aveva intitolato Maria Rita Gismondo un altro suo articolo del 3 ottobre, stesso quotidiano, stessa rubrica. Anche in questo caso le implicazioni teoriche e pratiche erano (e sono) numerose. Riporto integralmente anche questo testo, che in Italia non ha suscitato, come l’autrice auspicava, riflessioni pubbliche:

Richard Horton, il 26 settembre, ha pubblicato su «Lancet» un articolo che non rimarrà inosservato. Il titolo è già eloquente, COVID-19 is not a pandemic («il Covid-19 non è una pandemia»). L’autore sostiene che l’approccio nella gestione della diffusione, ma soprattutto della patologia sia sbagliato, perché la crisi sanitaria è stata affrontata come determinata dalla malattia infettiva. Affermazione scioccante che mina alla base otto mesi di gestione del fenomeno. Horton non è un matto, è uno degli editorialisti più quotati di «Lancet». Con qualsiasi altra firma avremmo abbandonato l’articolo con una smorfia sarcastica. Invece è Horton. Certamente non è un “negazionista”, ma uno che ha un orizzonte sempre “più in là”. Condanna i governi che hanno gestito la crisi solo come una catena di contagio virale da interrompere. Sostiene che, in realtà, interagiscono due categorie di malattie: l’infezione dovuta a SARS-CoV-2 e una serie di malattie non trasmissibili. Queste condizioni si raggruppano all’interno dei gruppi sociali secondo modelli di disuguaglianza profondamente radicati nelle nostre società. Secondo Horton non è una pandemia, ma una sindrome (più elementi patologici). Significa che è necessario un approccio più sfumato. Limitare il danno richiederà un’attenzione maggiore alle malattie non trasmissibili e alla disuguaglianza socioeconomica. Le sindemie sono caratterizzate da interazioni biologiche e sociali tra condizioni e stati, interazioni che aumentano la suscettibilità di una persona a danneggiare o peggiorare i loro risultati di salute. Da qui la deduzione logica che, piuttosto che esclusivamente tracciare il virus, bisogna agire sulle condizioni che lo favoriscono. Eliminare, ove possibile (esposizione degli anziani e dei malati cronici), migliorare le condizioni sociali. Detto così, ci stupisce meno, visto che molti di noi abbiamo affermato che si tratta di un opportunista. Dobbiamo, lo fa intendere anche Horton, eliminare le opportunità che rendono facile al virus di colpirci.

L’opportunismo “resiliente” del virus deve dunque essere affrontato sui terreni delle sue interazioni sociali, economiche e climatiche, considerando quindi la “pandemia” una crisi essenzialmente politica; a questa lettura della questione virale Horton ha dedicato negli scorsi mesi un libro importante, Covid-19. La catastrofe (Roma, Il Pensiero Scientifico, 2020). E la “pandemia” globale richiede necessariamente risposte globali. Non sta accadendo questo, anzi il contrario: chiusure dei confini, particolarismi locali, appelli patriottici a unità nazionali contro il nemico ignoto, esorcismi e scongiuri. Le semplificazioni dei media tagliano a pezzi la complessità, negandone gli aspetti indicibili, riducendo il tutto a una banale questione sanitaria: il nemico è il virus, dobbiamo vincere e vinceremo! Come tutti sanno, la guerra al virus è affrontata con il tradizionale strumento dell’isolamento degli infetti; dal Medioevo si fa così, e così bisogna fare. Così è stato fatto in Cina, con risultati indiscutibili. Così non è stato fatto nell’Occidente del primato di un’economia che non ammette tregue predatorie né strategie di lungo periodo. Eppure, dietro e intorno al virus e alla sua marcia per ora trionfale c’è tutto il resto: dai cambiamenti climatici ai “salti di specie”, dalla devastazione del pianeta alla crisi del “modello di sviluppo” capitalistico, a un’endemica guerra civile globale determinata da disuguaglianze intollerabili e inarrestabili.

Quanto sta accadendo negli Stati Uniti, nel cuore del vecchio impero occidentale, intorno alle elezioni di novembre, è paradigmatico. Nella sconfitta di Trump (ma non del suprematismo bianco vivo e vegeto, e armato) hanno giocato un ruolo fondamentale la pandemia negata e incoraggiata dai poteri economici e i movimenti di rivolta antirazzista delle sempre più estese “minoranze etniche”; la vittoria del Partito democratico è stata trascinata da questi processi interni alla “società”, più forti delle regole da sempre antidemocratiche della pretesa democrazia statunitense. Quei processi sono in corso e svolgeranno nei prossimi mesi un ruolo importante di pressione dal basso rispetto agli assetti di potere; la tempesta non è finita e produrrà nuovi conflitti nel ventre del Leviatano. Già nelle prossime settimane, in Medio Oriente, in un teatro di guerra fondamentale per l’impero “alla guida del mondo”, l’amministrazione Trump non mollerà l’osso dell’attacco all’Iran, preparato dal cosiddetto «Accordo di Abramo», mettendo a nudo la stessa politica estera dell’amministrazione Biden che non segnerà una svolta nelle strategie degli interessi del “partito unico” trasversale che unisce repubblicani e democratici: «America first for ever». Come non cambierà la politica estera statunitense nei vari teatri di guerra economica e militare, dalla Cina all’America latina. Cambieranno forse i “toni” comunicativi, ma non la sostanza. Il rafforzamento della Nato sui fronti est e sud è stato il primo messaggio urbi et orbi di Biden dopo la vittoria elettorale. Ma quello stesso Biden dovrà fare i conti con i movimenti “dal basso” nella società americana, e non solo perché hanno svolto un ruolo determinante nella sua elezione. Come dovrà fare i conti con le strategie in corso, e per molti aspetti vincenti, della Cina e con il declino dei modelli di sviluppo del “mondo libero”. A livello planetario il dilemma “catastrofe o socialismo” diventerà la questione principale.

Un nuovo socialismo

In Italia la pandemia sta accelerando l’implosione di un sistema politico in crisi in tutte le sue articolazioni istituzionali e “rappresentative”. In una politica ridotta a pessima amministrazione di un esistente avvelenato da interessi privati e antisociali, in un intreccio morboso tra economia e criminalità “legale” e illegale, la crisi sanitaria e le sue conseguenze sociali ed economiche hanno messo a nudo l’inefficienza e l’inadeguatezza dello Stato centrale e delle Regioni, e gli equivoci anticostituzionali delle cosiddette riforme “federaliste”, dal Titolo V all’elezione diretta dei sedicenti “governatori”, alle rivendicazioni di “autonomia differenziata” e separatista; alla dura prova dei fatti, la concentrazione del potere politico a livello centrale e nelle satrapie regionali in nome di un inesistente federalismo sta producendo un paesaggio istituzionale devastato, proprio mentre il “pubblico” appare come l’ultima spiaggia dell’organizzazione sociale, naufragate le magnifiche sorti e progressive del “privato”, dell’ordoliberismo e del “meno Stato”. Il governo rincorre come può la “gestione” della tempesta, galleggiando sui marosi, zattera della Medusa. I “ristori” a debito dello Stato ristorante si stanno esaurendo, e non serviranno vecchi rimedi politicisti e disperati come l’unità nazionale di “tutti contro il virus” che già vede impegnati gli esperti negoziatori di destra e di “sinistra”, con i soliti scambi di favori reciproci.

Il dramma storico dell’Italia, l’assenza di una classe politica all’altezza dei contenuti più democratici della Costituzione inattuata del 1948, si ripresenta puntuale. E si ripresenta in tutta la sua urgenza la necessità di una radicale e fortiniana “verifica dei poteri” nella società di tutti, strumento oggi indispensabile per la ricostruzione dello Stato e di una nuova socialità in un paese in cui l’“autonomia del politico” ha istituzionalizzato le libere scorribande dei gruppi di potere oligarchici (l’“aristocrazia” dei peggiori) e l’esclusione della grande maggioranza della popolazione dal potere di tutti, trasformando una democrazia “mai stata” in demofobia. La nuova socialità diffusa nelle numerose esperienze di autonomia e autorganizzazione “dal basso”, unita a una ripresa dei temi del socialismo storico e a venire, nelle sue varie declinazioni (socialismo libertario, comunismo critico, anarchismo), è la risposta su cui impegnare progettazione teorica e pratica politica.

«Il Ponte», erede del “liberalsocialismo” (massimo socialismo e massima libertà, internazionalismo) che costituì negli anni trenta una delle principali esperienze teoriche e pratiche dell’antifascismo, della Resistenza, della Costituente e dell’opposizione alla Repubblica clericale e trasformista dal dopoguerra in poi, partecipa come cantiere progettuale a questo processo che non può non essere relazionale e collettivo. Nei prossimi mesi, come contributo allo studio del nostro passato dal punto di vista del nostro presente, per il socialismo, pubblicheremo una puntuale ricostruzione della stagione del liberalsocialismo italiano attraverso le voci dei suoi protagonisti, socialisti libertari, radicalmente alternativi alle derive intellettuali e politiche del pensiero politico liberalproprietario.

Dal controllo al potere

Teorico e organizzatore del liberalsocialismo socialista, dall’antifascismo degli anni trenta alla democrazia diretta nel 1968, Aldo Capitini rilanciò i risultati delle sue esperienze di pensiero e azione politica nella sua ultima opera, Omnicrazia: il potere di tutti1; è interessante rileggerne il paragrafo «Dal controllo al potere», per una riflessione sul nostro presente, sui nostri compiti. Sulla relazione teorico-pratica tra omnicrazia e compresenza si veda anche di A. Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, introduzione di Giancarlo Gaeta, nella collana «Opere di Aldo Capitini», Firenze, Il Ponte Editore, 2018.

Come passare dal controllo al potere? Il controllo, nelle sue tre forme: informazione esatta, critica adatta, progettazione progrediente, è già potere; accrescere l’una o l’altra delle forme, secondo la propria capacità, è sviluppare l’omnicrazia.

Alcuni sociologi distinguono il “potere” dalla “autorità”, nel senso che il primo è la probabilità che la volontà vinca gli ostacoli che incontra, la seconda è la probabilità che un gruppo trovi obbedienza per i suoi comandi. Ma noi, che non consideriamo che l’ambito sociale, possiamo mettere in disparte il fatto semplice della volontà individuale che riesce a realizzare qualche cosa. Qui dobbiamo vedere come il controllo si fa potere entro la società, o acquista “autorità”. Usiamo, dunque, il termine in senso generico: il potere come capacità di realizzare progetti (tra cui proporre norme), con la probabilità di vedere realizzati i progetti e le norme ubbidite.

Qui interviene, con un suo contributo, la persuasione della compresenza in questi due modi:

l. se i progetti e le norme hanno un fondamento evidente e puro nella realtà di tutti, è più probabile che essi incontrino il consenso di molti; la persuasione della compresenza e della omnicrazia è una garanzia che pesa a favore dell’accettazione dei progetti e delle norme, quindi esse hanno un potere, in virtù non del loro riferimento all’interesse individuale, ma di un riferimento alla realtà di tutti;

2. esiste un ordine sociale che è la convivenza di tutti e non è il semplice interesse individuale; un persuaso della compresenza e dell’omnicrazia può tralasciare la difesa di tale ordine sociale in quanto egli teme di sottoporre tale ordine al proprio vantaggio individuale, e può tralasciare di vedere la difesa dell’ordine sul piano della guerra, la quale oramai viene condotta come strage e può arrivare all’uso, oltre che delle armi chimiche, delle armi nucleari, il che deforma ogni carattere umano della lotta. Ma rimane il semplice ordine sociale come convivenza pubblica, come rispetto di quelle istituzioni che spesso sono strumenti del potere di tutti. E qui è possibile collaborare con chi usa quegli strumenti coercitivi che sono semplicemente applicati a frenare e sviare l’individuo che attenti a tali “strumenti che sono di tutti” e che non segua, quanto potrebbe, la pressione intima della compresenza che lo indurrebbe a tale rispetto. Mentre non è possibile collaborare sul piano della guerra o guerriglia, che porta a stragi, terrorismo, tortura, cioè ad una violenza che prende la mano rispetto al motivo originario, è possibile stare accanto a chi semplicemente usi la violenza entro la stretta disciplina di giovare alla convivenza di tutti nella loro evoluzione, una violenza in ambito modesto, strettamente condizionata nei modi (quante armi si possono usare che non uccidono!), accompagnata costantemente da un soffio omnicratico; il persuaso della nonviolenza può, personalmente, non usare nemmeno questo tipo di violenza, se il suo compito è di richiamare costantemente al fine; ma comprende che c’è violenza e violenza, e quella per mantenere la convivenza di tutti è più giustificata di ogni altra.

Io non potrei stare in un governo che può dichiarare la guerra, ma non avrei difficoltà a stare in un’amministrazione di ente locale. Questo rispetto dell’ordine locale:

1. non significa accettazione dell’ordine costituito, da difendere ad oltranza, ma il riconoscimento che si può mantenere la convivenza nonviolenta tra gli abitanti di una località, che è di ambito modesto, mentre si può, nello stesso tempo, portare avanti la rivoluzione nonviolenta con le sue tecniche per trasformare le strutture e tutta la situazione locale;

2. mette in primo piano l’“ente locale” (in Italia la borgata, la frazione, il comune, la provincia, la regione), perché in queste dimensioni può meglio realizzarsi l’ispirazione nonviolenta e omnicratica, nella diretta conoscenza delle persone e dei problemi, nella permanente democrazia diretta, ricca di profondi motivi etici ed educativi, e aliena da imperialismi atomici!

1 Scritta nella primavera-estate del 1968, a pochi mesi dalla morte, fu pubblicata postuma nel 1969 con il titolo Il potere di tutti, a cura di Luisa Schippa e Pietro Pinna, introduzione di Norberto Bobbio, Firenze, La Nuova Italia. Con il titolo originario Omnicrazia: il potere di tutti è stata ripubblicata nel 2016 in A. Capitini, Attraverso due terzi del secolo. Omnicrazia: il potere di tutti, a cura di Lanfranco Binni e Marcello Rossi, Firenze, Il Ponte Editore, e nello stesso anno in A. Capitini, Un’alta passione, un’alta visione. Scritti politici 1935-1968, a cura di L. Binni e M. Rossi, ivi.

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