Sviluppo economico e sviluppo civile. L’eredità di Paolo Sylos Labini

 

Nella ricorrenza del centenario della nascita di Paolo Sylo Labini proponiamo una serie di scritti che ne tratteggiano significativamente i contenuti dell’opera, portando alla luce tanto lo spessore del suo pensiero quanto la tensione etica ad esso sottesa.  Questo primo lavoro selezionato è stato proposto e pubblicato nelle scorse settimane dall’Associazione a lui intitolata e suggerito da Alessandro Roncaglia con la seguente motivazione: questo articolo affronta un tema che ritorna, esplicitamente o implicitamente, in tanti scritti di Sylos: l’importanza della nozione di sviluppo civile, clamorosamente trascurata dall’economia mainstream, e le interrelazioni tra sviluppo civile e sviluppo economico. E’ stato pubblicato su “Moneta e credito”, settembre 1989, vol. 42 n. 167, pp. 291-304.

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L’appello: superare il Fiscal compact per un nuovo sviluppo europeo

Entro il 2018 i paesi dell’Unione dovranno decidere se inserire il Fiscal compact nei trattati UE. In Italia la discussione su questo passaggio è quasi totalmente assente e si rischia, come in altre occasioni, che le decisioni vengano prese senza alcun dibattito. Da questa constatazione nasce l’appello che pubblichiamo qui di seguito.

Viviamo in un periodo di vera e propria emergenza europea, anche se ben pochi sembrano accorgersene. C’è una scadenza imminente a cui la stampa e la politica italiane non dedicano alcun risalto, ma che ha invece un rilievo economico e sociale enorme. L’art. 16 del Fiscal Compact (o Patto intergovernativo di bilancio europeo) stabilisce che entro cinque anni dalla sua entrata in vigore (ovvero entro il 1° gennaio 2018), sulla base di una valutazione della sua attuazione, i 25 Paesi Europei firmatari – tra cui l’Italia – siano tenuti a fare i passi necessari per incorporarne le norme nella cornice giuridica dei Trattati Europei.

A più riprese espressioni di insofferenza nei confronti del Patto sono state manifestate da parte di politici italiani di varia estrazione; e giuristi attenti alla legislazione comunitaria hanno denunciato che il Patto sarebbe contrario agli stessi principi sanciti dai Trattati Europei, e dunque in nessun modo incorporabile in essi. Peraltro già nel 2013, su iniziativa italiana, il Financial Times aveva pubblicato il “monito degli economisti“, firmato da alcuni dei più noti economisti viventi, che descriveva l’unificazione monetaria come un esperimento destinato a implodere a meno di una profonda rivisitazione del quadro di regole, tra le quali quelle previste dal Patto.

Il dibattito italiano sull’integrazione del Fiscal Compact nei Trattati Ue è dunque relativamente sporadico rispetto all’urgenza della scadenza ormai prossima, ma al tempo stesso acceso e radicale. Non sembra sia diffusa né tantomeno consolidata un’analisi approfondita del suo effettivo funzionamento e dei risultati prodotti, che pure è necessaria per realizzare quella valutazione della sua attuazione che dovrebbe costituire la precondizione per la modifica ai fini di un’eventuale quanto inopportuna integrazione.

Non intendiamo sostituirci agli organi politici che hanno il mandato di effettuare la valutazione, ma ci preme sottolineare alcuni aspetti sui quali il Patto ci sembra semplicemente sbagliato e controproducente, e perciò stesso ingiustificato qualunque rafforzamento istituzionale.

Il primo punto è l’esigenza, più volte e da più parti richiamata già nei confronti del Trattato di Maastricht, di scorporare gli investimenti pubblici dal computo del disavanzo: una correzione che, rispetto alla finalità di assicurare la stabilità economica e la crescita dell’Unione, è assai più rilevante di quelle derivanti dal possibile allargamento del margine di deficit previsto dal Patto di stabilità e crescita. Tanto per citare qualche numero, l’incidenza degli investimenti sul PIL si è contratta tra il 2007 e il giugno 2017 di circa 2 punti percentuali nella media dell’Unione, più di 3 nell’Eurozona, quasi 5 punti in Italia, 10 in Spagna, e 17 in Grecia. Anche al di là del dibattito sull’entità dei moltiplicatori, è ormai chiaro a tutti che in una fase di crisi gli Stati nazionali hanno il dovere di sostenere, con il conforto dell’Unione Europea, l’attività dell’economia e l’occupazione con robuste misure di struttura e non solo anticicliche. Questo tipo di interventi, peraltro, va esteso fino a coprire gli investimenti pubblici in capitale umano: se non l’insieme della spesa pubblica in istruzione e ricerca, troppo vasta e articolata, almeno quella per l’industrializzazione della ricerca di base e l’occupazione di ricercatori e tecnologi.

Un secondo aspetto critico su cui è indispensabile intervenire è quello in realtà più discusso, ovvero l’obbligo di pareggio strutturale dei conti pubblici. Il principio presuppone anzitutto la regolarità e l’equivalenza in durata delle fasi positive e negative o almeno la non prevalenza delle fasi recessive, cosa che allo stato attuale dell’economia globale è tutt’altro che scontata. E richiederebbe poi modalità indiscutibili di calcolo della situazione dell’economia rispetto alla sua condizione “potenziale”. L’attuale procedura utilizzata dalla Commissione europea non risponde né all’uno né all’altro requisito, tant’è che l’OCSE stessa utilizza per il calcolo del “PIL potenziale” un computo ben differente che ad esempio, nel caso dell’Italia, porta a risultati assai più favorevoli, che il nostro Governo ha sinora inutilmente illustrato alla Commissione. Insomma, ammesso e non concesso che esista, è necessaria una procedura più ragionevole e condivisa di calcolo degli eventuali sforamenti, in assenza della quale il sospetto che si sia di fronte a ingiustificate imposizioni derivate da una “teoria” economica inconsistente, e dunque errate non solo nel merito ma anche nel metodo, non può che rafforzarsi.

Anche l’obbligo per i paesi con un debito sopra il 60% del PIL di ridurre l’eccedenza di un ventesimo ogni anno è discutibile. Quando venne istituito con il Trattato di Maastricht, il parametro del 60% non era altro che il valore medio dei paesi aderenti all’Unione. Oggi, a fronte dei risultati di crescita non certo brillanti di un quarto di secolo di politiche economiche europee, il valore medio è aumentato fino al 90%. In queste condizioni, e a fronte delle incidenze ancora maggiori che si riscontrano in Giappone e negli Stati Uniti, sarebbe ragionevole proporsi obiettivi più realistici.

Infine, nell’attuale fase di significativo alleggerimento del Quantitative Easing, l’auspicabile apertura a livello sia nazionale che europeo di una discussione seria e approfondita sul Fiscal Compact deve proporsi anche una riconsiderazione della missione istituzionale della BCE, tale da prevedere oltre a quello della stabilità della moneta anche l’obiettivo della minimizzazione della disoccupazione. Si pensi a quanto più rapida e forte sarebbe stata la ripresa dell’occupazione, e a quanto prima lo stesso sistema bancario si sarebbe rafforzato perché sorretto dal mercato anziché dalla banca centrale, se uno strumento di sostegno agli investimenti come l’esile Piano Juncker fosse stato finanziato per cifre mensili pari anche a soltanto un decimo della spesa sostenuta per il QE.

La doppia crisi che ha travolto l’economia europea nell’ultimo decennio ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che è proprio la macchina europea ad aver bisogno di profonde riforme strutturali. Riforme che, come mostrano i recenti studi effettuati nell’ambito dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, devono puntare al netto orientamento delle politiche economiche europee e nazionali verso un modello di sviluppo trainato dai salari, dai consumi interni e da nuovi investimenti, anziché verso un modello mercantilista, problematico sotto il profilo dell’equilibrio globale quanto incapace di assicurare progresso, convergenza e coesione economica e sociale all’interno dell’Unione.

Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Roberto Romano (CGIL Lombardia, Està), Leonello Tronti (Università di Roma Tre), Nicola Acocella (Sapienza Università di Roma), Pier Giorgio Ardeni (Università di Bologna), Rosaria Rita Canale (Università di Napoli Parthenope), Roberto Ciccone (Università di Roma Tre), Carlo Clericetti (Blogging in the wind), Carlo D’Ippoliti (Sapienza Università di Roma), Lelio Demichelis (Università dell’Insubria), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Sebastiano Fadda (Università di Roma Tre), Sergio Ferrari (ENEA), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Andrea Fumagalli (Università di Pavia), Domenico Gallo (Corte di Cassazione), Claudio Gnesutta (Sapienza Università di Roma), Guido Iodice (Keynes Blog), Riccardo Leoni (Università di Bergamo), Enrico Sergio Levrero (Università di Roma Tre), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Ugo Marani (Università di Napoli Federico II), Daniela Palma (Enea), Francesco Pastore (Università della Campania Luigi Vanvitelli), Laura Pennacchi (CGIL), Paolo Pirani (UILTEC), Felice Roberto Pizzuti (Sapienza Università di Roma), Vincenzo Scotti (Università Link Campus), Antonella Stirati (Università di Roma Tre), Francesco Sylos Labini (INFN), Mario Tiberi (Sapienza Università di Roma), Pasquale Tridico (Università di Roma Tre), Anna Maria Variato (Università di Bergamo), Marco Veronese Passarella (Leeds University), Gianfranco Viesti (Università di Bari Aldo Moro), Roberto Tamborini (Università di Trento), Paolo Borioni (Temple University), Domenico Mario Nuti (Sapienza Università di Roma).

 

L’appello è stato finora pubblicato anche su Economia e Politica e Keynes blog




Fiscal cosa? Perché Il fiscal compact va fermato

di Andrea Baranes

Entro la fine dell’anno, il Parlamento dovrà ratificare il Fiscal Compact. Nessuno ne parla ma qualsiasi futuro governo rischia di essere, se non commissariato, per lo meno fortemente limitato nelle proprie scelte. Il Fiscal Compact (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria), potrebbe essere infatti essere inserito nell’ordinamento giuridico europeo, divenendo giuridicamente superiore alla legislazione nazionale e rendendo irreversibili le politiche liberiste d’austerità. Ma nessuno ne parla.

Alzi la mano chi nelle ultime settimane ha visto anche solo un trafiletto o un qualche servizio televisivo menzionare il Fiscal Compact. In un clima già da campagna elettorale inoltrata, non passa giorno senza leggere di alleanze che si creano e si disfano, di questo o quell’esponente politico che passa da uno schieramento all’altro, di sondaggi e intenzioni di voto. Questo per non parlare delle infinite discussioni intorno alla possibile legge elettorale con la quale dovremmo andare a votare il prossimo anno.

Peccato che qualsiasi futura maggioranza parlamentare e qualsiasi governo dovesse insediarsi all’indomani del voto rischia di essere, se non commissariato, per lo meno fortemente limitato nelle proprie scelte. Se lo scopo principale di un governo è infatti quello di gestire e indirizzare le risorse disponibili per attuare determinate politiche, il futuro sembra verrà deciso altrove.

Entro la fine dell’anno, il Parlamento dovrà ratificare il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, meglio noto come Fiscal Compact. Tra le diverse disposizioni, questo trattato prevede l’obbligo di riportare entro 20 anni il rapporto tra debito pubblico e PIL alla fatidica soglia del 60%, uno dei parametri degli accordi siglati a Maastricht all’inizio degli anni ’90. Parametri fortemente criticati per la loro arbitrarietà, a maggior ragione perché da applicarsi indistintamente, senza considerare le specificità di un Paese, la fase economica o la situazione sociale e occupazionale.

L’Italia ha oggi un rapporto tra debito e PIL superiore al 130%. Sarebbe lungo il discorso su come si è arrivati a tale percentuale. Basti ricordare che da oltre il 120% della metà degli anni ’90, si è scesi al 103% nel 2008, per poi registrare un esplosione che è seguita, in Italia come nella maggior parte delle economie occidentali, allo scoppio della bolla dei mutui subprime. In altre parole una crisi della finanza privata il cui conto è stato scaricato su quella pubblica. Al culmine del paradosso, la prima è ripartita a pieno ritmo, inondata di soldi tramite quantitative easing e altre politiche monetarie, mentre alle finanze pubbliche vengono imposti tagli e controlli durissimi. Ancora peggio, con un ribaltamento dell’immaginario collettivo le responsabilità delle attuali difficoltà vengono addossate ai debiti pubblici.

Tale ribaltamento di cause e conseguenze della crisi è la giustificazione per volere introdurre un trattato con forza superiore alle legislazioni nazionali che ci imporrà di scendere dal 130% al 60% in venti anni. Secondo i suoi difensori, il Fiscal Compact più o meno “si pagherà da solo”. Crescita dell’economia e inflazione dovrebbero garantire un aumento del PIL che porterebbe a ridursi il rapporto debito/PIL. “Basterebbe” quindi un avanzo di bilancio non troppo gravoso per rispettare i dettami del Fiscal Compact.

Dovremmo quindi imporci di rinunciare a qualsiasi margine di manovra dei prossimi governi per realizzare avanzi primari, ovvero sempre più tasse e sempre meno servizi erogati. Questo nella migliore delle ipotesi. Non è chiaro chi abbia la sfera di cristallo per potere prevedere crescita dell’economia e inflazione su un periodo di venti anni. I risultati del recente passato – per non parlare di possibili nuove crisi in un mondo sempre più dominato dalla finanza speculativa – non invitano certo all’ottimismo. In caso di una nuova, probabile, flessione dell’economia, rispettare il Fiscal Compact significherebbe un disastro sociale ed economico.

Quello che però colpisce di più è l’affermazione definitiva della tecnocrazia sulla democrazia. Qualsiasi futuro governo dovrà operare entro margini strettissimi e imposti da una visione dell’economia come una scienza esatta, guidata da regole matematiche dove il benessere dei cittadini o l’ambiente diventano le variabili su cui giocare, mentre i parametri macroeconomici sono immutabili. Indipendentemente da cosa ci riserva il futuro, il debito va ridotto a marce forzate e questo va garantito a ogni costo. Che il costo sia disoccupazione, perdita di diritti, impossibilità di investire per una trasformazione ecologica dell’economia, non è un problema, non può essere nemmeno materia di discussione.

Attac Italia ha provato a rompere il silenzio lanciando una campagna di informazione e una petizione da firmare on-line. Perché è a dire poco incredibile assistere al livello di un dibattito concentrato sulle presunte responsabilità dei migranti, mentre in un Paese con 4,8 milioni di persone in povertà assoluta stiamo affermando che ci imponiamo vent’anni di alta pressione fiscale e tagli alla spesa pubblica e ai diritti fondamentali. Il problema non è e non può essere “prima gli italiani”. Il problema è se sia possibile sancire che la vita delle persone – di tutti noi – sia sacrificabile nel nome di una percentuale decisa decenni fa da qualche burocrate.

Per informazioni e per firmare la petizione: http://www.stopfiscalcompact.it

Pubblicato su sbilanciamoci.info il 10 ottobre 2017




Neoliberismo, biopolitica e schiavitù. Il capitale umano in tempo di crisi

 di Silvia Vida

 

1. Lo ha affermato di recente Luciano Canfora (2017, 9): «Per ora, chi sfrutta ha vinto la partita su chi è sfruttato». La diagnosi del presente si aggrava se si pensa che «solo ora il capitalismo è davvero un sistema di dominio mondiale», reso più forte dall’avere di fronte a sé esclusivamente miseri spezzoni di organizzazioni di stampo sindacale o settoriale che gli oppongono una resistenza trascurabile; se è vero, com’è vero, che il capitale oggi è davvero “internazionalista”, avendo dalla sua parte la cultura e ogni possibile risorsa. Gli sfruttati, invece, «sono dispersi e divisi» dalle religioni, dal razzismo istintuale, dalle discriminazioni sociali non sanate ma approfondite dall’operato delle istituzioni, e dal fatto che, per funzionare, il capitale ha ripristinato forme di dipendenza di tipo servile creando sacche di lavoro neo-schiavile che non credevamo più possibili, soprattutto nelle aree del mondo più avanzate (ibidem, 11-12).
Di fronte a tutto questo, già nel 2003 Glenn Firebaugh scriveva a proposito di un’inversione di tendenza: il passaggio da una crescente diseguaglianza tra nazioni (accompagnata a livelli di diseguaglianza stabili o in calo all’interno delle nazioni) a una diminuzione della diseguaglianza tra nazioni, con conseguente aumento della diseguaglianza al loro interno. Ciò si deve al fatto che il capitale, che circola liberamente nello “spazio del flussi” globale (secondo l’efficace definizione di Manuel Castell), perché liberato dalla politica, è ansioso di cercare zone in cui gli standard di vita siano modesti e sia consentito sfruttare il differenziale tra regioni del pianeta dove le paghe sono basse e non esistono istituti di autotutela e tutela statale dei poveri, e altre regioni che mantengono queste tutele. Ma il libero fluttuare del capitale produce un effetto collaterale significativo, ossia la progressiva riduzione di quello stesso differenziale, con il concomitante livellamento degli standard di vita tra paesi diversi. Inoltre, i paesi che hanno immesso capitali nei flussi globali si trovano a loro volta a essere oggetto delle situazioni di incertezza della finanza globale (svincolata da regole).
Tutto ciò si ripercuote sulle condizioni della forza-lavoro urbana che l’autorizzata secessione del capitale dalla politica si è lasciata alle spalle. Quella forza-lavoro oggi non solo è minacciata dalla nuova incertezza globale, ma anche dai costi incredibilmente bassi del lavoro in quei paesi dove il capitale, libero di muoversi, decide di insediarsi temporaneamente. Di conseguenza, il differenziale tra paesi “sviluppati” e “poveri” tende a contrarsi, e nei paesi che non molto tempo fa sembravano aver superato le diseguaglianze sociali più stridenti torna a riemergere più forte che mai l’inarrestabile crescita della distanza tra chi ha e chi non ha.

 

2. Il contesto appena delineato (seppure in maniera parziale) è definibile come “neoliberismo”, comunemente associato alla promozione di un insieme di politiche economiche coerenti col principio fondamentale del libero mercato. Questo schema include la deregulation del sistema industriale e della circolazione dei capitali; la riduzione delle prestazioni del welfare state un tempo previste a tutela dei soggetti più vulnerabili; la privatizzazione ed esternalizzazione dei beni e dei servizi pubblici (siano essi scuole, servizi sanitari o postali, strade o parchi, ecc.); la sostituzione di sistemi di tassazione progressivi con schemi fiscali di segno opposto; la fine di politiche redistributive e la conversione di ogni necessità o desiderio dell’uomo in un’impresa redditizia – dalla preparazione agli esami per l’ammissione a un corso universitario, fino al trapianto d’organi o all’adozione di bambini, ecc. Più recentemente, si tende a identificare il neoliberismo col superamento del capitale produttivo ad opera di quello finanziario e più in generale con la finanziarizzazione dei processi economici. È quindi assai frequente che si producano e manifestino atteggiamenti critici nei confronti di queste pratiche e dei loro effetti deleteri: innanzitutto l’aumento e l’approfondirsi delle diseguaglianze, il divaricarsi della forbice della ricchezza, in mezzo ai quali ciò che resta della cosiddetta classe media è costretto a lavorare sempre di più per compensi sempre più irrisori, minore sicurezza, e un’aspettativa quasi nulla di mobilità sociale.
Potremmo dire, per sintetizzare, che gli esiti ultimi del neoliberismo sono incertezza e vulnerabilità.
Se tutto questo sembra assodato, c’è da dire che raramente si usa il termine “neoliberismo” per riferirsi a tali fenomeni: è il caso delle critiche mosse alle politiche degli stati occidentali da parte di economisti come Robert Reich, Paul Krugman, o Joseph Stiglitz, o delle critiche mosse alle politiche dello sviluppo da parte di Amartya Sen, James Ferguson, o Branko Milanovic, tra gli altri. Nemmeno l’aumento della diseguaglianza, uno dei fenomeni enfatizzati da Thomas Piketty nel suo studio sul capitalismo post-keynesiano, conduce a un uso sistematico di questo termine. Il senso di stranezza tende a dissiparsi se si pensa che il neoliberismo è da intendersi come qualcosa di più di un insieme di politiche economiche, di una particolare fase del capitalismo o di un ripensamento della relazione tra stato ed economia.
Per Wendy Brown (2015), ad esempio, esso è un ordine normativo vero e proprio, sviluppato nell’arco di tre decenni nell’ambito di un’ampia e profonda razionalità di governo, e inteso a plasmare tutti i settori della vita umana e ogni sforzo in essi compiuto secondo precise finalità economiche. Del resto, Brown aderisce all’interpretazione foucaultiana che definisce paradigmaticamente il neoliberismo non tanto (e non solo) come una teoria economica, quanto piuttosto come una forma di governo, una speciale “razionalità politica” strutturata non più intorno alla legge sovrana dello stato ma ai meccanismi del mercato, e il cui scopo essenziale è promuovere processi di individualizzazione. Il particolare “soggetto economico” che è plasmato da questi meccanismi è l’esito fondamentale del neoliberismo (Brown 1995). Secondo la lezione foucaultiana, di questa soggettivazione si incarica la “governamentalità”, concetto con cui Foucault indica la presa sulla vita dei soggetti che si realizza plasmandone i desideri e le aspettative conformemente al progetto di governo liberale.
“Governamentalità”, diceva Foucault già nel 1978, è quella forma di potere che ha nella popolazione il bersaglio principale, nell’economia politica la forma privilegiata di sapere, e nei dispositivi di sicurezza lo strumento tecnico essenziale. Non a caso, François Ewald parla dell’avvento del neoliberismo novecentesco come di ciò che trasforma i dispositivi biopolitici liberali classici di governo dei corpi e delle popolazioni affiancando loro il dispositivo bioeconomico e imprenditoriale del “capitale umano” (Ewald 1986; 1991). Si tratta di una vera e propria svolta epistemica della razionalità governamentale: nel secondo dopoguerra lo Stato cessa di essere gestore dell’economia e agente di redistribuzione sociale, mettendosi al servizio del mercato e della sua logica imprenditoriale. In Nascita della biopolitica, Foucault scrive che in questa fase il mercato è assunto a «nuova ragione di governo» e detta i criteri normativi per le politiche pubbliche producendo soggettivazioni ispirate al modello concorrenziale dell’impresa.
In sostanza, il neoliberismo è una razionalità produttiva di specifiche soggettività, una «condotta della condotta» e uno schema di valutazione delle esistenze e delle pratiche. Questo è tanto più vero nelle analisi foucaultiane della governamentalità: l’oggetto del suo potere, non sovrano ma disciplinare, sono, infatti, le forze e le capacità degli individui come membri di popolazioni, come risorse da promuovere, usare, ottimizzare. Il liberalismo, in quanto metodo di razionalizzazione dell’esercizio del governo, si colloca, in altre parole, sul terreno della biopolitica funzionale all’idea liberale del «governo frugale» o «a distanza», non autoritario. Tuttavia, secondo la sintesi di Pierre Dardot e Christian Laval (2013), la governamentalità neoliberale reca in sé una profonda ambivalenza: da un lato, lascia intendere al soggetto di avere diritto alla libertà in qualunque ambito – da quello economico a quello sessuale o culturale – con il solo limite della sua capacità di autovalorizzazione; dall’altro, compie continui sforzi di creazione identitaria e di direzione degli individui. È la svolta bioeconomica del capitalismo contemporaneo, che trasforma irrimediabilmente la natura della libertà politica. Infatti, come spiega Brown, in nome della potenzialità auto-incrementativa virtualmente conferita al soggetto in ogni campo dell’esistenza, la razionalità liberale sembra possedere un vero e proprio progetto culturale di inclusione che riproduce se stesso, depotenziando la progettualità politica e svuotando di senso i diritti. La governamentalità agisce come insieme di strategie e tattiche che operano a livello diffuso, provvedendo alla produzione e riproduzione dei soggetti, alla plasmazione delle loro abitudini e delle loro convinzioni, in funzione di particolari scopi politici; tutto questo implica la possibilità di parlare della politica neoliberale contemporanea come “post-politica”, poiché lascia dietro di sé le vecchie lotte ideologiche per concentrarsi su una gestione capillare e un’amministrazione competente, su attività depoliticizzate (biopolitiche) e oggettive di un’amministrazione minuziosa delle vite.
Per il neoliberismo, in sostanza, ogni condotta è una condotta economica; tutte le sfere dell’esistenza sono strutturate e misurate in termini economici, anche quando questi ambiti non sono direttamente “monetizzabili”; i soggetti che abitano questo ordine sono esemplari particolari della specie homo oeconomicus. L’homo oeconomicus di oggi, infatti, non è il soggetto kantiano, ma un soggetto che mantiene i caratteri di imprenditorialità inscritti nell’idea di capitale umano dell’epoca neoliberista, venendo riplasmato come capitale umano “finanziarizzato”: il suo progetto è auto-investirsi in modi che incrementino e migliorino il proprio valore, oppure attrarre investitori del capitale incarnato dalla sua stessa soggettività, mostrando in qualche modo il suo rating. Il suo valore deve essere competitivo in ogni ambito esistenziale: dalla scelta del corso di studi al network sociale, tutto contribuisce a trasformare un “essere umano” in “capitale umano”.
Nessuno, tuttavia, è un capitale solo per sé, o in sé; ognuno di noi lo è per l’azienda, lo stato o la costellazione postnazionale di cui è membro; e nella misura in cui siamo capitali valutabili in termini di competitività, non solo subiamo valutazioni differenziali, ma viviamo anche senza garanzie di sicurezza, protezione o tutela. Se, infatti, la dimensione sociale e politica dell’esistenza si disgrega per essere sostituita da quella imprenditoriale (come auto-investimento), la conseguenza è la rimozione dei dispositivi di protezione un tempo rappresentati dall’appartenenza, si tratti di tutela previdenziale o diritti di cittadinanza.
È bastato che il potere politico stabilizzasse le condizioni normative e politiche per la libertà del mercato perché si producesse l’incertezza e lo stato di insicurezza esistenziale che da questa deriva. Le bizzarrie del mercato, lasciate libere di riprodursi, bastano a erodere le fondamenta della sicurezza esistenziale e a far aleggiare sulla maggior parte dei membri della società lo spettro del degrado, dell’umiliazione, e dell’esclusione sociale. L’État providence, come forma di governance e come comunità che si fa carico degli obblighi e delle garanzie un tempo attribuiti alla divina provvidenza, ha progressivamente ridotto istituzioni e prestazioni, rimuovendo così anche i limiti alle attività di impresa, alla libera concorrenza di mercato e alle sue conseguenze.

 

3. Incertezza e vulnerabilità, come si è visto, sono gli effetti del neoliberismo; tuttavia, da un punto di vista storico, sono state le cause della nascita dello stato moderno, la sua raison d’être. Incertezza e vulnerabilità umana sono cioè alla base di ogni potere politico e dell’obbedienza (sostegno) al potere, fintanto che esso libera dalla paura e dall’ansia generate dall’insicurezza (Bauman 2011). L’uscita dallo stato di minorità kantiano passa innanzitutto attraverso tale forma di emancipazione. Ma è ovvio che, dal punto di vista morale o politico, nessun capitale, nemmeno quello umano, ha lo status di soggetto individuale kantiano. Lo status del capitale umano è destinato a formarsi in maniera incoerente nella misura in cui il soggetto è individualmente responsabile per se stesso e, al tempo stesso, elemento strumentale e superfluo (fungibile) dell’intero. La funesta fragilità dello status sociale è oggi ridefinita come questione privata, una faccenda da fronteggiare da soli, facendo leva sulle proprie risorse. Come afferma Ulrich Beck (2000), gli individui oggi devono trovare soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche; dal successo di questi sforzi dipende la loro sopravvivenza (anche politica). Di conseguenza l’eguaglianza politica non è più l’a priori delle relazioni sociali (democraticamente intese) e la diseguaglianza diventa il medium della competizione tra capitali.
L’immaginario popolare si è sostanzialmente assuefatto all’idea della diseguaglianza come norma, forse anche come natura, oltre che all’immagine di una società composta di vincenti tutelati contrapposti a perdenti privi di tutela. In un mondo in cui la competizione porta a un abbassamento dei diritti sociali, chi ancora ne gode subisce il discredito sociale. Dove esiste solo l’homo oeconomicus, dove la libertà viene trasferita dal piano politico a quello economico, è la libertà politica a subire gli effetti dell’intrinseca diseguaglianza dei rapporti economici; e, per converso, è la libertà politica che, restringendosi, assicura l’espandersi della diseguaglianza. L’effetto che si produce non è paradossale, se pensiamo che deriva della sostituzione dello stato di diritto con la razionalità del mercato e del cittadino con il vincente/perdente: la libertà è solo la condotta tipica del mercato, non l’autogoverno come partecipazione collettiva entro un demos.
L’interazione tra biopolitica (post-politica) e neoliberismo produce una conseguenza ancora più terrificante: con la lusinga dell’auto-incremento, il capitalismo oggi ci fa affrontare le crisi – e quella scoppiata nel 2007 è solo l’ultima – facendocele subire. La crisi, infatti, è permanente perché è la modalità di governo del capitalismo contemporaneo. Come scrive Maurizio Lazzarato (2013), col variare della crisi varia il tipo di paura. Paura e crisi costituiscono l’orizzonte insuperabile della governamentalità del capitalismo neoliberista. La governamentalità neoliberale si esercita nel continuo passaggio dalla crisi economica a quella climatica, energetica, occupazionale, migratoria, e così via. Anche in questo senso, il neoliberismo non mostra un’attitudine libertaria, la tendenza a “produrre” libertà, bensì l’intenzione di operare per la sua continua limitazione. L’opposizione tra governamentalità autoritaria e liberale, così come concepita da Foucault, si rivela perciò altamente “instabile”, dato che nella crisi essa è diventata, in maniera irreversibile, autoritaria.
Si tratta in molti casi di una governamentalità “privatizzata” (Brown 2015), che costringe a prendere in considerazione dispositivi biopolitici non statuali, i quali sono al tempo stesso dispositivi di controllo, valorizzazione e produzione di soggettività. Essi si esercitano su individui che hanno subito una doppia metamorfosi: la sostituzione del lavoratore salariato del fordismo con l’imprenditore di sé e la trasformazione di questa soggettività in una individualità ultraconcorrenziale e massimamente precaria, che ripropone l’idea di un capitale umano che in molti casi è la condanna a un’esistenza sociale ed economica di assoluta marginalità politica: ad esempio, quella definita dalla molteplicità delle situazioni di impego, di non impiego, o di impiego intermittente, e di povertà più o meno grave.
Ne scaturisce una forma di precarietà esistenziale e sociale che si accompagna a una nuova “costruzione sociale” del lavoro: quando tutto è capitale, il lavoro è liquidato come categoria, sparisce la forma collettiva di rivendicazione e l’idea stessa di classe lavorativa; si guarda addirittura con sospetto e persino disprezzo a quelle categorie di lavoratori che ancora contano su una prospettiva di contratto con tutele e garanzie di impiego a tempo indeterminato, diritti alle ferie o alla maternità. Se solo pochi conservano diritti, appare più equo che non li abbia nessuno, perché i diritti di pochi sono percepiti come privilegi.
Il lavoro temporaneo è attualmente uno degli indicatori più forti della precarietà. Essere (lavoratori) precari significa condurre un’esistenza incentrata sulla sola dimensione del presente, deprivata di una solida identità, o del senso di realizzazione che normalmente si ricaverebbero da un lavoro stabile e da uno stile di vita coerente (Standing 2012). Il precario vive nell’ansia in uno stato di insicurezza cronica, nella paura di perdere quel poco che possiede: è la paura il suo sentimento dominante, e la vera motivazione del suo comportamento. Gli si impone il “vangelo della flessibilità”, ossia il dovere morale di accogliere le forze del mercato come propria fede e guida, ed essere adattabile alle loro esigenze centrate su rapporti flessibili come “imperativo categorico” del processo della produzione globale (Boltanski e Chiapello 2014). Una persona che vive soltanto grazie a lavori temporanei conduce una vita il cui rischio è la regola. L’incertezza che ne deriva produce un “adeguamento verso il basso” dovuto al timore di perdere ciò che si ha. Man mano che il lavoro diventa precario, la perdita di reddito che ne deriva, insieme a quella dei connessi simboli di status, viene aggravata da una perdita di reputazione e dalla progressiva assimilazione alla non-cittadinanza.
Del tutto in linea con i processi di soggettivazione che la precarietà produce, emerge paradigmaticamente l’idea di un individuo “assoggettato” al debito. L’uomo indebitato rende evidente che le tecniche di governamentalità “della” crisi e “nella” crisi sono ordine e normalizzazione. La vastità del fenomeno, di portata globale, permette addirittura di vedere nel debito (degli individui e degli Stati, privato e pubblico) il progetto di un’economia basata sul paradigma neoliberista, a patto di considerare l’indebitamento come non circoscritto all’economia (Graeber 2012; Dardot e Laval 2016). Ecco perché la posta in gioco negli attuali ordinamenti politici è ciò che Judith Butler chiama una “buona vita”; l’alternativa, sempre minacciata. è l’essere condannati a una forma di social death, a una vita vissuta in schiavitù (Butler 2013; Patterson 1985). Certamente, le forme contemporanee di privazione e abbandono prodotte dalla razionalità neoliberista non sono paragonabili alla schiavitù in senso tradizionale; pertanto, le categorie della precarietà e dell’indebitamento diventano uno strumento interpretativo efficace dell’invivibilità solo se servono all’autocomprensione del valore che incarniamo. Occorre cioè riflettere sulla condizione di servitù (volontaria?) del soggetto indebitato e/o precario, cioè sul contrasto tra individuo come soggettività autonoma e individuo assoggettato alle pratiche governamentali.

 

4. Il carattere totalizzante dell’indebitamento e della precarietà assurge a paradigma di un quasi-totalitarismo del secolo attuale. Sullo sfondo delle esperienze esistenziali di precarietà, la (millenaria) questione della violenza politica emerge con prepotenza, e con essa anche lo spettro del totalitarismo, sebbene declinato in forma inedita. Il fatto è che l’analisi della governamentalità rivela l’esistenza di pratiche che sono espressione di una forma di potere che, lungi dall’essere frugale, si affida agli strumenti di cui non è richiesta alcuna forma di legittimazione. In questo consiste la sua dimensione violenta.
La violenza, scrive Arendt, si distingue dall’autorità per il suo carattere strumentale: non ha bisogno di legittimazione ma solo di giustificazione. È un mezzo di dominio e distruzione del potere, ed essendo strumentale per natura è razionale nella misura in cui è efficace per raggiungere il fine che la giustifica (Arendt 2008). La natura del sistema quasi-totalitario che è così realizzato, come si vedrà, è teleologica in maniera peculiare e determina la specifica forma di strategia della violenza dispotica neoliberale. Ma proprio per la sua essenza tattica e strategica, la governamentalità neoliberale rientra nella lettura arendtiana quando giustifica forme di potere sempre più diffuse e meno centralizzate.
La governamentalità che si intreccia col capitalismo neoliberista non plasma la soggettività dello schiavo, dell’individuo completamente assoggettato: è il capitalismo stesso, del resto, a impedire alle sue “vittime” di sentirsi tali quando offre lo spettacolo della distinzione tra dominanti (felici e vincenti) e dominati (precari e indebitati), che, in una forma di liberalismo avanzato, sembra conciliarsi sia con l’eguaglianza politica e democratica, che istituzionalmente e formalmente permane, sia con la paura terrificante di perdere la propria posizione sociale o lavorativa. È attraverso la paura che si ottiene dai dominati del sistema capitalistico un supplemento di soggezione (o di mobilitazione produttiva), quel che Thomas Coutrot (1998) chiama «cooperazione forzata». La vittima non può che dare il suo consenso a un sistema che lo lusinga e al tempo stesso lo minaccia.
L’allineamento tra il desiderio di dominio dei dominanti e il consenso dei dominati proviene direttamente da una «radicalizzazione del governo attraverso la paura» (Lordon 2015, p. 60): della prossima crisi economica, della disoccupazione di massa, di una crescita del debito, e di molte altre cose. Bourdieu ha fatto proprio questo paradosso forgiando un concetto, quello di violenza simbolica, la cui vocazione è pensare gli incroci tra dominio e consenso. Tuttavia, se il consenso al sistema è per lo più segnato dalla violenza, e l’adesione è ottenuta attraverso la minaccia dell’incertezza e della precarietà, l’autonomia dei soggetti si tramuta di fatto in una maschera di inedita schiavitù. In questo quadro la schiavitù volontaria di La Boetie è impossibile.
La paura, però, non è l’unica strategia della violenza. Come sostiene Frédéric Lordon (2015), rendere i dominati contenti resta una delle più vecchie corde dell’arte del regnare, perché è strumento sicuro per far loro scordare il loro stato di soggezione. Il capitalismo ci sta arrivando per effetto delle necessità delle sue nuove forme produttive, insieme a un processo di sofisticazione delle procedure di governamentalità. In pratica, il dominio ha smesso di offrire lo sguardo familiare del semplice bastone e la strategia del potere è assumere un aspetto sempre meno direttamente autoritario. È in quest’ottica che occorre leggere l’apprendimento individuale e collettivo di tecniche, abitudini e stili di vita della governamentalità capitalistica. Questo significa che il capitalismo neoliberista non si accontenta dell’asservimento esterno, ma cerca di incidere sull’intera sottomissione dell’interiorità, sulla condivisione dei fini collettivi ma perseguiti individualmente (che finiscono per coincidere), pretendendo l’identificazione totale degli arruolati e valutando il loro grado di allineamento: non sei “adeguato” se non accetti di essere precario (Standing 2012).
Attraverso la governamentalità, la forma canonica del rapporto che oppone un dominante, o un numero esiguo di dominanti, alla massa di dominati, emerge dallo sfondo in maniera piuttosto netta, per quanto inframmezzato di “mediazioni strategiche”. “Mediazione” significa che la strada del potere è meno diretta, perché passa per intermediari sempre più numerosi – che sono per lo più i dominati stessi; “strategia” perde quindi il suo senso apertamente riflessivo e calcolatore, che però non è escluso. Come sostiene Lordon, se strategico è l’insieme delle azioni concatenate per giungere a un fine desiderato, allora queste concatenazioni possono essere il risultato di modi di fare introiettati dai dominati, al punto da non essere altro che riflessi e modalità di azione pressoché automatiche (ciò che Bourdieu chiama habitus).
È qui che si affaccia lo spettro del totalitarismo, non certamente nel senso classico, nella misura in cui esso ha di mira una subordinazione totale, esterna e interna, dei soggetti del sistema, bensì nel senso che l’impresa neoliberista pretende di subordinare l’essere del lavoratore salariato, la sua anima, i sui fini, le sue disposizioni, i desideri e i modi di fare, rimodellando la sua singolarità affinché funzioni “spontaneamente”.
Per un obiettivo di controllo così profondo, “totalitarismo” è un termine possibile (Dardot e Laval 2013). È quindi l’intero “corpo” sociale a essere impegnato, per autoaffezione, a formare i desideri e le inclinazioni dei suoi membri. Questo significa che il processo di allineamento dei desideri non è assegnabile, se non nominalmente, alla massima istanza che è il corpo sociale stesso: esso non è portatore di alcuna intenzione, e, in questo senso, è perfettamente privo di telos.
Concludendo, la tecnica di potere del regime neoliberale assume una forma subdola, duttile, intelligente, e si sottrae a ogni visibilità. La crisi della libertà nella società contemporanea consiste nel doversi confrontare con una tecnica di potere che non nega o reprime la libertà, ma la sfrutta. Poiché si basa su un’auto-organizzazione e un’auto-ottimizzazione volontarie non deve superare nessuna resistenza. Perciò è possibile affermare che le forze del mercato capitalistico esercitano una violenza che è un vero e proprio “effetto sistema” e, come tale, è privo di centro, privo di “ingegneria della volontà”, preda dell’anomia, dunque assimilabile a una necessità che si abbatte sui lavoratori salariati (sugli indebitati, sui precari) al colmo dell’eteronomia (Lordon 2015). Non c’è spazio per alcuna emancipazione, l’autonomia promessa dal neoliberismo apparendo piuttosto come la maschera di un’inedita schiavitù.

 

5. L’edificio del neoliberismo registra tuttavia i primi segni di cedimento: l’illusione che ognuno, in quanto progetto che delinea liberamente se stesso, sia capace di un’«autoproduzione illimitata» si va progressivamente dissolvendo (Han 2016, 15, 24-25). Inoltre, l’invito all’autonomia, ma nella direzione del mercato, e l’invito all’autorealizzazione, ma nella direzione del sistema, sono le ragioni per le quali le strategie di allineamento non hanno un successo garantito e possono sortire effetti profondamente contrastanti a seconda dei soggetti che essi catturano. Sono i punti in cui il sistema potenzialmente cade in contraddizione. Del resto, se con «spirito del capitalismo» si intende l’ideologia che giustifica l’impegno in esso, non possiamo non riconoscere che questo spirito vive oggi una crisi importante, testimoniata da un disorientamento e da uno scetticismo sociale crescenti. È in questo frangente che il soggetto neoliberale, oggetto delle pratiche e delle discipline governamentali, può riconoscere le forme di sottomissione neoliberali per ciò che sono: come surrettiziamente accompagnate dal sentimento della libertà, ma in grado di forzare alla prestazione e all’ottimizzazione, sempre sotto il segno della precarietà.
Tuttavia il cedimento è solo questo, e non è un cedimento strutturale. Il fatto della consapevolezza accresciuta da parte degli assoggettati non frena né modifica il sistema neoliberale, semmai lo induce a reagire. Ecco perché l’“ultraliberismo”, o il “totalitarismo neoliberista” e, quindi, il “capitalismo”, se ricondotti a un unico sistema, appaiono ormai, nelle analisi più avvertite, come concetti inadatti a dipanare una matassa di processi che esigono analisi nuove e più profonde (Dardot e Laval 2016; Brown 2015). Ma, occorre ribadirlo, non è il caso di nutrire speranze verso una qualche forma di emancipazione dalla schiavitù neoliberista. Si tratta invece di guardare in faccia alla realtà: il neoliberismo, attraverso gli effetti di insicurezza e distruzione che sta generando, non solo non si fa fermare dalla (dalle) crisi, ma continua a rafforzarsi e autoalimentarsi proprio attraverso la crisi. Poiché la capacità specifica del neoliberismo è riuscire a nutrirsi delle reazioni che esso stesso induce, il capitale umano che in esso variamente agisce ha un ruolo autonomizzante solo se è in grado di riappropriarsi della sua dimensione di demos. È questa dimensione la più colpita dalla crisi, ed è da questa sfida che occorre ripartire.

 

Bibliografia

Arendt, H. [1970] 2008, Sulla violenza, Parma, Guanda. Bauman, Z. 2011, Danni collaterali, Roma-Bari, Laterza.
Beck, U. 2000, La società del rischio (1986). Roma, Carocci.
Boltanski, L. – E. Chiapello [2011] 2014, Il nuovo spirito del capitalismo, Milano, Mimesis.
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Butler, J. [2012] 2013, A chi spetta una buona vita?, Roma, Nottetempo.
Canfora, L. 2017, La schiavitù del capitale, Bologna, il Mulino.
Coutrot, T. 1998, L’enterprise néolibérale, nouvelle utopie capitaliste?, Paris, La Découverte.
Dardot, P. – C. Laval 2016, Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista, Roma, DeriveApprodi.
Dardot, P. – C. Laval [2010] 2013, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista (2010), Roma, DeriveApprodi.
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Firebaugh, G. 2003, The New Geography of Global Income Inequality, Harvard, Harvard University Press.
Foucault, M. 2000, Governamentality, in Id., The Essential Works of Foucault, 1954-1984, Vol. 3: Power, New York, New Press.
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Patterson, O. 1985, Slavery and Social Death: A Comparative Study, Cambridge, Harvard University Press.
Standing, G. [2011] 2012, Precari. La nuova classe esplosiva, Bologna, il Mulino.

 

Pubblicato su Cosmopolis, Rivista di Filosofia e Teoria Politica




Guido Rossi e la lezione di Keynes

Il 21 agosto è morto a 86 anni Guido Rossi, una delle personalità più rilevanti del panorama giuridico ed economico italiano. Alcuni anni fa Rossi pubblicò un saggio a commento di “Possibilità economiche per i nostri nipoti” di John Maynard Keynes (Adelphi 2009, pagg. 52, euro 5,50) la cui sintesi proponiamo di seguito.

A Keynes si deve sempre tornare – se non alle sue profezie, alle sue terapie. In particolare, la crisi dei subprime mortgages, che ha dato l’ avvio a un crollo del sistema finanziario di cui è oggi impossibile definire le esatte dimensioni, o le probabili ripercussioni, fa tornare d’ attualità una questione molto importante nel pensiero keynesiano, e cioè la domanda se sia giusto o legittimo pagare un interesse sul denaro preso a prestito. Già nelle ultime pagine della Teoria generale Keynes aveva previsto la possibilità che il venir meno della scarsità del capitale riducesse i tassi di interesse, provocando «l’ eutanasia del rentier». E’ un dilemma antico (…) e generalmente ignorato, ma che oggi, improvvisamente, appare irrisolto: oggi, improvvisamente, spostare il centro dell’economia dal capitale al lavoro non sembra più utopico, e nemmeno impossibile. La ricchezza delle nazioni, appare evidente, non si costruisce sul denaro, sugli interessi di mercato o sull’ingegneria azionaria (…): si misura sulla capacità dell’ uomo di apprendere, e di applicare le sue conoscenze ai procedimenti di produzioni e di consumo. Di conseguenza il prodotto del denaro, cioè l’ interesse, dovrebbe essere commisurato alla produttività del lavoro, anziché a un mercato retto dall’azzardo, e dall’azzardo oggi distrutto.

Fino a pochissimo tempo fa, il feticcio della liquidità come unica fonte di ricchezza avrebbe sbarrato la strada a qualsiasi discorso di questo genere, ma oggi si comincia a capire cosa succederà domani, quando qualcuno (o più di qualcuno) pretenderà di incassare strumenti finanziari come i credit default swaps – per chi non li conoscesse, si tratta di titoli che costituiscono vere e proprie «scommesse» senza regole né rete sull’inadempienza di enti pubblici e privati nel rimborso dei propri debiti – mettendo a rischio un giro di affari virtuale, ma che ammonta a più di 62 trilioni di dollari (…).

«Il decadente capitalismo internazionale, eppure individualistico, nelle cui mani siamo finiti, non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso – e non mantiene le promesse*». Keynes lo scriveva nel 1933 su The New Statesman and The Nation dell’ 8-15 luglio. E stavolta aveva ragione. (…) Prima o poi, il fenomeno che ci siamo abituati, in mancanza di meglio, a chiamare globalizzazione, richiederà una gestione, un controllo altrettanto globali. (…) Questo postula una sorta di Commonwealth che non sembra alle viste, ma che se venisse istituito in una forma qualsiasi non potrebbe (non potrà) non affrontare precisamente quei problemi (la disoccupazione, lo squilibrio fra Nord e Sud del mondo, l’ ambiente) che oggi vengono con sconcertante regolarità accantonati in nome di una superiore ragione economica (…).

E un cambiamento di agenda di queste proporzioni porrebbe il problema (che in effetti comincia a porsi) di rivoluzioni solo in apparenza impensabili, a cominciare dall’avvento di una valuta globale. Non sarebbe in fondo nulla di così diverso dai certificati aurei internazionali che Keynes, durante la tempesta degli anni Trenta, proponeva di emettere e distribuire simultaneamente a tutti i Paesi, a condizioni diverse per ciascuno, con lo scopo di rivitalizzare il potere d’ acquisto, consentendo il pagamento dei debiti e la ripresa del commercio internazionale. Se dovesse realizzarsi, questo fronte comune fra Occidente e Oriente contro diseguaglianze e conflitti creerebbe le condizioni per qualcosa di molto, molto simile alla fine dell’ economia classica (e, oggi possiamo dirlo, anche moderna, e postmoderna) invocata da Keynes. Da dove può cominciare, una rivoluzione di queste proporzioni? Senza andare troppo lontano, proprio dalle linee d’ intervento proposte da Keynes a Bretton Woods (quella vera, del 1944), che gettavano le basi sia di un nuovo sistema di regolamentazione finanziaria mondiale sia di una politica monetaria internazionale tesa a scongiurare tanto i «credit booms», quanto gli «asset bubbles», cioè l’ espansione incontrollata del credito, e più in generale le bolle speculative sui beni, immobiliari, energetici o alimentari che fossero. La fenice dello sviluppo economico contemporaneo sta bruciando su un rogo che si è accesa da sola. Ciò che nascerà dalle sue ceneri dovrà essere molto diverso dal capitalismo come lo abbiamo fin qui conosciuto (…).

Che cosa sarà non è ancora chiaro, ma nel pensarlo possiamo in un certo senso permetterci più utopia di quanta se ne sia concessa Keynes. Dopotutto il suo mondo era più piccolo del nostro, e l’unico risultato che i suoi nipoti – cioè noi – hanno ottenuto è di renderlo più grande e più instabile. Ma anche meno limitato, più aperto. Questa apertura sembra oggi l’ unica possibilità economica che i nostri nipoti, essendone capaci, avranno modo di sfruttare.

Pubblicato il 22 agosto su Keynes blog




Libertà e proprietà

di Giancarlo Scarpari

La parabola del partito tendenzialmente maggioritario, il progetto ideato dal Pd di Veltroni e rilanciato dal Pd di Renzi, sembra effettivamente giunto alla sua logica conclusione.

Per poter decollare aveva avuto bisogno di iniettare nel partito, a uso e consumo soprattutto del nuovo elettorato da attrarre, una robusta iniezione di propaganda “anticomunista”, ricalcata sui modelli berlusconiani e tradottasi nella “rottamazione” di quel che restava della sua tradizione socialdemocratica, nella guerriglia mediatica condotta contro i dirigenti che la rappresentavano e nello scontro frontale praticato nei confronti del lavoro dipendente.

Il balzo del Pd registrato alle europee col 40% dei voti aveva convinto Renzi a proseguire con decisione per il sentiero tracciato.

Col miraggio di sempre nuove vittorie, la maggioranza del partito, messi da parte o archiviati principi e valori “del passato”, ha seguito il comandante e il cerchio magico che lo applaudiva; la minoranza ha subito per mesi le scelte del capo, sempre incerta sul da farsi, mentre sul carro del vincitore, dopo le giravolte e le retromarce del Cavaliere, erano nel frattempo saliti i “diversamente berlusconiani”.

A questo punto Renzi ha cercato di tirare le fila pensando al (suo) futuro e ha puntato, con l’Italicum, a trasformare il 40% di preferenze nel 55% di seggi alla Camera, unica operazione questa che, se riuscita, gli avrebbe consentito di realizzare il sogno del «partito realmente maggioritario».

Ma lo statista di Rignano non si è fermato qui e, cercando di consolidare il proprio successo, ha fatto varare in parlamento, coi voti di fiducia, una riforma costituzionale idonea a garantire per anni la presenza del suo partito al governo e a condizionare, con gli aiuti che non mancano mai al vincitore, anche i principali organi di garanzia previsti dalla Costituzione.

La strada che gli ha consentito questi risultati è stata percorsa con una calcolata e pubblicizzata rottura a sinistra. Non vi sono stati errori tattici o eccessi verbali nel perseguire questo obiettivo: i toni irridenti, il sarcasmo e i veri e propri insulti usati nei confronti della minoranza sono stati la strategia studiata per sottolineare muove affinità e per attrarre al partito quegli elettori di centrodestra rimasti privi del tradizionale leader di riferimento.

A questo punto, però, la sua corsa si è arrestata.

Ciò non perché la riforma progettata non fosse anch’essa espressione di una cultura politica di destra, così come lo erano stati il job act e la «buona scuola», tutt’altro: l’intreccio tra Italicum e la nuova costituzione, infatti, erano stati da tempo caldeggiati dai sostenitori del maggioritario e della governabilità, dai fautori della preminenza dell’esecutivo sul parlamento e della “compatibilità” tra il governo e le istituzioni di garanzia; né erano mancati i consensi, dal «Foglio» e dal «Corriere della sera» e l’approvazione dei controllori internazionali, Merkel in testa.

Ma il progetto, se poteva soddisfare opinionisti e politici di una destra che si sforzava di guardare all’Europa, non poteva certo soddisfare Lega, FI e FdI che, divisi e in competizione tra loro, erano preoccupati soprattutto del loro immediato futuro ed erano penalizzati da una legge elettorale che, premiando la lista e non la coalizione, minacciava di confinare quei partiti all’opposizione per un tempo indefinito.

A trarla d’impaccio ha pensato Renzi con la sua iniziativa referendaria: sopravvalutando il consenso mediatico che a lungo l’aveva circondato e sottovalutando il malcontento reale causato anche dalle sue politiche, il giocatore d’azzardo ha puntato l’intera posta sull’esito positivo della consultazione e ha perso la partita.

Con alcune conseguenze di rilievo.

La campagna condotta all’insegna del “solo contro tutti” è riuscita infatti a ricompattare contro Renzi l’intero schieramento delle opposizioni, che l’hanno così travolto al momento del voto; ma è riuscita soprattutto a ridare nuovo vigore a una destra allo sbando, facendo “dimenticare” agli elettori che era la stessa che nel 2005 aveva votato una riforma ancora più incostituzionale e che nel 2011 aveva condotto il paese sull’orlo del fallimento.

Per ottenere un simile risultato, il capo del Pd ha caparbiamente portato alle estreme conclusioni la linea di condotta adottata in precedenza, cancellando ulteriormente l’identità del partito, suscitando una babele di lingue all’interno e determinando una duplice fuga verso l’esterno: la prima manifesta, con la fuoriuscita dei “bersaniani” e la formazione di una nuova compagine politica; la seconda, meno pubblicizzata ma ancora più consistente, con la fuga di tanti elettori registrata dal voto referendario e confermata dalle recenti amministrative.

L’azzardo non ha dunque funzionato e il Pd, cambiato per via di repentine conversioni, di travasi e di fuoriuscite in varie direzioni, è tornato alla casella di partenza, là dove in pratica l’aveva lasciato Bersani.

La cancellazione della riforma costituzionale per via referendaria, prima e quella parziale della legge elettorale decisa dalla Corte costituzionale, poi, hanno peraltro rimescolato le carte anche nel variegato campo dei vincitori.

Nell’impossibilità di andare “subito al voto”, per la mancanza di una legge valida per entrambi i rami del parlamento, le varie oligarchie, avendo interessi diversi se non addirittura opposti, hanno finto di cercare un accordo per vararne una nuova, ben sapendo che ogni proposta sarebbe caduta nel vuoto per via dei veti incrociati. Mentre dalle colonne del «Corriere» si alzava il rimpianto per le riforme cancellate, i capi delle varie formazioni politiche cominciavano a ragionare in termini di “proporzionale”, attendendo che dalle amministrative uscissero segnali sicuri per orientarsi. E dalla tornata di primavera i dati emersi, sia pure valutati con tutte le cautele del caso, hanno indicato che il centrodestra riunito è nuovamente in grado di raccogliere, con buone probabilità, alle elezioni politiche, la maggioranza dei consensi.

Così FI e Lega, formazioni che a mala pena raggiungono il 15%, unite ai post-fascisti di FdI e grazie alla brillante operazione di Renzi, si sono contate, sono tornate a sperare e ora, sia pure confusamente, si agitano per ottenere una qualche legge elettorale che assicuri il premio di maggioranza alla coalizione e non più alla lista vincente.

Perché questo è il punto.

La Corte, contrariamente a quanto si ripete di continuo prospettando future paralisi, nel cancellare parzialmente l’Italicum, ha lasciato in vita per la Camera una legge che configura sì un sistema proporzionale, ma profondamente “ritoccato” e, soprattutto, ritoccabile: la sentenza ha infatti considerato legittimo l’ampio premio di maggioranza destinato alla lista che, al primo turno, raggiunga il 40% dei suffragi; ma ha suggerito altresì che sarebbe in linea con la Costituzione anche una norma che prevedesse un analogo premio al ballottaggio, riservato non più alla singola lista, bensì, questa volta, alla coalizione vincente.

Questo suggerimento della Corte mette dunque in difficoltà sia il M5S (che comunque afferma di essere in grado di raggiungere da solo quell’obiettivo, contando sul fatto di essere il contenitore di ogni tipo di protesta), quanto il partito di Renzi, che, in caduta di consensi, ha visto sfumare la possibilità di ottenere il 40% al primo turno e ha fatto di tutto per rendere impraticabile una credibile coalizione al secondo; e ha reso comunque poco appetibile per gli elettori un’ipotesi di governo tra forze che si presentano con progetti divaricati e che quotidianamente si delegittimano reciprocamente.

Quanto alle formazioni che continuano a crescere numericamente alla sinistra del Pd, il loro proliferare rivela solo la frammentazione in atto, le polemiche che li dividono denotano la difficoltà di giungere a una qualche soluzione unitaria, mentre la loro stessa esistenza dovrà fare i conti con la soglia di sbarramento che verrà stabilita dalla futura legge elettorale.

Altro clima si respira invece nell’area del centrodestra, ove il suggerimento della Corte sembra incontrare crescenti adesioni.

Le passate coalizioni tra partiti neofascisti, secessionisti e “moderati” ci avvertono che la costruzione di alleanze tra quelle formazioni non è mai stato un problema reale; esiste, è vero, la questione di chi comanderà la futura coalizione, ma tra chi possiede e comunica con le televisioni e chi parla direttamente alla pancia degli italiani un compromesso, se giudicato conveniente a entrambi, sarà sempre possibile: su come “opporsi all’Europa” ci si può sempre intendere (basta abbassare i toni, negare il giorno dopo quello che si è detto il giorno prima, ecc.); su come respingere “l’invasione dei migranti” la convergenza tra “moderati” e razzisti è ancora più agevole, grazie allo slogan: «aiutiamoli a casa loro», formula che non significa nulla di concreto (di quali aiuti parliamo, a chi vanno, chi li finanzia?), ma che proprio per questo trova tutti d’accordo.

Fin qui le chiacchiere e la propaganda.

Ma la Confindustria, fiutando il vento, ha pensato bene di offrire all’eventuale coalizione di destra o al listone unico suggerito dai sondaggi della Ghisleri, una più solida piattaforma operativa che vada oltre le invettive contro il governo o le paure coltivate ad arte.

Presentando Salvini in veste di statista, il «Sole-24 ore», il 7 giugno, ha ospitato una sua intervista nella quale il capo della Lega ha presentato la ricetta per favorire la crescita dell’economia: la flat tax, l’imposta “piatta” al 15%, finanziata con la copertura di 14 miliardi di euro, di cui 7 ottenuti cancellando il contributo dell’Italia alla Ue ed altri 7 ricavati dall’abolizione delle somme destinate al job act.

Tre giorni dopo è stata la volta di Berlusconi, che ha illustrato la sua proposta: una flat tax al 23%, che, insieme a un non meglio precisato «reddito di dignità», comporterebbe addirittura «un miglior gettito per lo Stato con la quasi totale eliminazione della elusione e della evasione» (sic!).

Il 25 giugno Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, chiariva la fonte da cui avevano attinto, con alcuni voli di fantasia, i due politici citati, pubblicando le linee di uno studio elaborato dai seguaci italiani di Milton Friedman: una flat tax al 25% per Irpef, Ires e Iva, abolizione di Irap e Imu, un «minimo vitale» universale, a base familiare, pari a 500 euro mensili per i single, della durata di soli 3 anni e per giunta costituita da erogazioni decrescenti a partire dal secondo.

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, dato che si tratta della vecchia ricetta liberista di un capitalismo compassionevole, periodicamente riproposta dagli anni settanta del secolo scorso, che mira ancora oggi a produrre un’ulteriore distribuzione del reddito in favore dei “ricchi”, come se le attuali diseguaglianze non fossero più sufficienti.

La novità è data invece dal fatto che la proposta si pone nella scia di una norma della Legge di Bilancio varata dal governo, che in marzo ha istituito la flax tax di 100.000 euro per attrarre gli stranieri facoltosi che intendano trasferirsi in Italia dopo la Brexit; di qui la forza mediatica assunta dalla proposta, che, lanciata dal giornale confindustriale con un dossier di ben 18 articoli, è stata prontamente raccolta dalla stampa “moderata”, con i suoi opinionisti schierati a sostegno.

Nella sostanza il progetto, che sorvola su molti dettagli importanti, prevede di far fronte al minore gettito che ne deriverebbe ricorrendo, per due terzi, all’abolizione delle prestazioni assistenziali esistenti e per un terzo ad altri tagli di funzioni pubbliche (altro che ricupero dei contributi da versare alla Ue, come propagandato da Salvini!); l’aumento dell’Iva al 25%, oltre che spostare quel carico tributario sui consumatori, e quindi sulle famiglie, costituirebbe però (contrariamente alle miracolose previsioni di Berlusconi) un ulteriore incentivo all’evasione, per la quale già siamo i primi in Europa; il tetto del 25% per l’Irpef colpirebbe, poi, come ha osservato Visco, in egual misura sia «lo straordinario dell’operaio che il premio di produzione del manager», rivelando la vera natura della tassa: si tratterebbe dunque di un’eguaglianza regressiva, poiché, come hanno documentato Baldini e Giannini, se una coppia di dipendenti del nord con due figli e con un reddito di 40.000 euro da questa riforma guadagnerebbe 268 euro, la stessa famiglia con un reddito doppio ne guadagnerebbe quasi 9.000.

Il contrasto di una simile proposta con l’art. 53 c.2 Cost., che prevede un «sistema tributario informato a criteri di progressività» è perciò sotto gli occhi di tutti, essendo pacifico per i costituenti che il carico fiscale poteva «aumentare in misura più che proporzionale con il crescere della ricchezza», essendo il riparto destinato a produrre risultati redistributivi tra i consociati, nella prospettiva di emancipazione prevista dall’art. 3 cpv.

Altri tempi.

I liberisti di oggi hanno logicamente accolto con entusiasmo questo progetto, che non solo «darebbe una frustata così vigorosa alla nostra economia, da farla ripartire al galoppo» (sic!), ma, soprattutto farebbe «prendere congedo dalle ideologie socialisteggianti che hanno segnato i secoli diciannovesimo e ventesimo» (così Panebianco, «Corriere della sera», 21.7.2017).

Quanto all’asserita incostituzionalità della proposta, «è vero che i principi della prima parte della Costituzione del ’48 non si conciliano facilmente con la filosofia che ispira la flat tax» e tuttavia a questo punto una riflessione si impone. Se «i risultati del referendum costituzionale hanno messo fuori gioco per chi sa quante generazioni (!) la possibilità di riformare la seconda parte della Costituzione […] perché allora non cominciamo a discutere della prima?». E a questo proposito l’articolista espone le sue certezze, sotto forma di ulteriori domande retoriche: «È sicuro che la convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra repubblica anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà? È sicuro che se il diritto di proprietà, anziché essere relegato tra i cosiddetti “interessi legittimi” (!) fosse riconosciuto tra i diritti fondamentali, quelli su cui si poggia la libertà, ce la passeremmo peggio?».

Così tra un’acritica professione di fede nella formula liberista e un’improbabile previsione sull’immutabilità della seconda parte della Costituzione, l’attacco viene portato ai principi fondamentali che reggono l’intero edificio delle istituzioni repubblicane.

Forzature ideologiche a parte, il discorso è però estremamente chiaro: il diritto di proprietà (privata) diviene il principio fondante della nuova costituzione; sostituisce il lavoro, che essendo una merce, occupava quel posto abusivamente; e delimita la stessa nozione di libertà, che esiste solo se rimane a esso funzionale e collegata (e della “libertà dal bisogno”, un’utopia “socialisteggiante”, non è più il caso di parlare).

Non si tratta, si badi bene, della tradiva riedizione di teorie in voga nell’Ottocento, bensì dell’esposizione di alcuni tratti salienti della costituzione materiale in marcia nel nostro paese, che, in attesa di essere formalizzata, può già costituire la base per un prossimo programma di governo. E Panebianco ne ha sottolineato l’attualità, spiegando quali effetti concreti possa determinare una concezione della libertà declinata in chiave proprietaria.

Tutto questo, peraltro, non sembra interessare molto coloro che oggi “si muovono a sinistra”.

Considerare questo articolato attacco contro la Carta del ’48 un semplice temporale estivo sarebbe comunque un errore, poiché, se anche in autunno altre vicende occuperanno la scena mediatica (le elezioni in Sicilia, per esempio), il sasso è stato lanciato, il messaggio è stato diffuso con dovizia di mezzi e l’opinione pubblica è ormai preparata ad accoglierlo quando il momento sarà ritenuto opportuno.

Per chi intende difendere realmente i principi costituzionali ogni giorno e non solo nelle grandi occasioni, occuparsi di questo progetto, e soprattutto delle sue implicazioni, dovrebbe essere quindi doveroso.

A meno che non si preferisca costruire una politica discutendo sulle sigle, sui nomi dei candidati, sugli abbracci o le ripulse dei singoli soggetti e avviarsi nel frattempo a una coalizione senza qualità o, peggio, a un suicidio elettorale in ordine sparso.

Il Ponte, 4 agosto 2017




Paolo Sylos Labini, le chiavi concrete dell’economia

di Fernando Vianello

Quando, alcuni anni fa, mi sono accinto a scrivere una storia della facoltà  di Economia di Modena, non ho trovato di meglio che iniziarla con queste parole: «Paolo Sylos Labini fu chiamato a insegnare Economia politica nella facoltà  di Giurisprudenza dell’Università  di Bologna nel 1960. Fu lì che io l’incontrai». Perché quella era stata per me l’origine di tutto. Sylos aveva allora quarant’anni, e aveva già  scritto il suo libro più famoso, Oligopolio e progresso tecnico. Era fra i protagonisti di un vasto e profondo rinnovamento degli studi economici in Italia, l’interesse per il quale era alimentato da quel più generale spirito di rinnovamento che sembrava percorrere il paese.

La sua estraneità  alla teoria neoclassica non avrebbe potuto essere più radicale. Il marginalismo, per lui, non era l’economia, ma la malattia che l’aveva divorata. L’economia non doveva essere intesa come una disciplina deduttiva che da pochi generalissimi postulati – la massimizzazione dell’utilità  e del profitto – fa discendere tutte le possibili conclusioni sul comportamento individuale e collettivo (è la definizione di Samuelson dell’economia come «massimizzazione sotto vincolo»). Se l’economia doveva spiegare i processi reali, è a partire dall’osservazione, e non da astratti postulati, che essa doveva essere costruita.

L’esempio favorito di Sylos era quello della (allora) famosissima inchiesta condotta subito prima della guerra da un gruppo di economisti di Oxford, la quale aveva mostrato che le imprese manifatturiere lavorano normalmente in condizioni di costi marginali costanti (per dirla in breve, due lavoratori con due torni ubicati nello stesso capannone producono il doppio di un lavoratore con un tornio). Poiché studi successivi avevano sistematicamente confermato questo risultato, gli sembrava inaudito che la teoria non ne avesse, in generale, tenuto conto e che si continuassero (come si continuano) a infliggere agli studenti curve dei costi marginali crescenti. E che questo andamento dei costi venisse presupposto in ragionamenti che si pretendevano realistici, e che conducevano alla conclusione che non può aversi aumento dell’occupazione senza una riduzione dei salari reali. Non è questo, o qualcosa di molto vicino a questo, che gli economisti continuano a spiegarci un giorno sì e l’altro pure dalle colonne dei giornali?

Ma cosa insegnare, allora, agli studenti? Non gli si potevano propinare nozioni che si ritenevano erronee: sarebbe stato un tradimento. Ma non potevano neppure essere tenuti all’oscuro delle opinioni dominanti fra gli economisti di tutto il mondo. Così, le dispense che Sylos distribuiva ai suoi studenti si componevano di due parti: nella prima veniva illustrata la teoria neoclassica dell’impresa, nella seconda la si criticava. «Prima li corrompi e poi li redimi», aveva commentato affettuosamente Piero Sraffa quando Sylos gli aveva fatto omaggio di quelle dispense.

Ma non c’era altro da fare: presentare le diverse posizioni e incoraggiare gli studenti a formarsi un’opinione autonoma. Sylos, e già  questa era una cosa straordinaria fra gli economisti, conosceva Smith, Ricardo e Marx: in un saggio aveva stabilito un interessante parallelo fra le idee di Marx sulla dinamica economica (sviluppo e ciclo) e quelle di Schumpeter. Parlava con trascinante entusiasmo del «fiume carsico» dell’economia politica classica, che, grazie a Sraffa, riemergeva ora alla superficie dopo un lungo percorso sotterraneo. Egli partecipava a pieno titolo a quello che ci illudemmo fosse un nuovo inizio nella storia dell’economia politica.

Vi partecipava, tuttavia, da una posizione autonoma, che non lo metteva in contrasto con altri protagonisti di quel movimento di pensiero, ma lo caratterizzava originalmente dal punto di vista delle scelte tematiche. Mentre altri si affaticavano sulla parte più astratta della teoria – il nesso che lega salario, saggio del profitto e prezzi normali delle merci – finendo talvolta per fermarsi a essa, quel che a Sylos stava a cuore era partire di lì per esplorare i vasti territori della crescita e del declino, dello sviluppo e del sottosviluppo, del progresso tecnico e della ripartizione dei suoi benefici. Ma nella prima metà  degli anni ’60 Sylos non era solo il teorico capace di portare una ventata di rinnovamento nella morta gora dell’accademia italiana. Né solo colui che (per ricordare un merito minore ma non piccolo) aveva fatto conoscere al lettore italiano la Storia dell’analisi economica di Schumpeter. Era anche il naturale punto di riferimento di chi voleva che l’impetuoso sviluppo dell’economia (che veniva ottimisticamente proiettato in un futuro indefinito) fosse finalmente posto al servizio della crescita sociale e civile del paese.

Non mi riferisco qui al tempo dei primi governi di centro-sinistra. Perché quando il vecchio Pietro Nenni ebbe accesso alla «stanza dei bottoni», la borghesia italiana si era già, come tante altre volte, ricompattata su una linea conservatrice. Mi riferisco al periodo di preparazione al centro-sinistra – periodo, se mai ve ne fu uno, di speranza e di attesa. Di questa speranza e attesa recano testimonianza i due più significativi prodotti letterari di quegli anni: Lessico famigliare di Natalia Ginzburg (non inganni il fatto che sembra parlare di un tempo molto precedente) e la Nota aggiuntiva di Ugo La Malfa. «Siamo tutti figli della Nota aggiuntiva», ha scritto una volta Marcello De Cecco.

Bene. Sylos ne fu l’interprete accreditato e lo studioso che più di ogni altro cercò di tradurre il nuovo corso in concreti programmi e interventi. Si rilegga il libro Idee per la programmazione economica, scritto in collaborazione con Giorgio Fuà. (E’ un consiglio che do, in particolare, a coloro che sono impegnati nella redazione del programma del nuovo centro-sinistra.) E non si potrà  non rimanere abbagliati dalla freschezza dell’elaborazione, dall’acutezza delle soluzioni prospettate, dall’attualità  e dall’ingegnosità  di molte proposte. Sono meriti che appaiono tanto più grandi, mettendo le cose in prospettiva, per l’assenza di studi consimili cui ispirarsi. E per la conseguente necessità  di capire, prima di tutto, di quali informazioni vi era bisogno, di sforzarsi poi di reperirle e di forgiare autonomamente gli strumenti richiesti per la loro elaborazione.

Sylos ricordava con piacere una storiella che proprio io, diceva, gli avevo raccontato moltissimi anni fa, nella quale si parla di una persona che per cercare la chiave smarrita si mette sotto il lampione, «perché lì c’è la luce». Cercare la chiave dove c’è la luce, piuttosto che dove la si è effettivamente smarrita è il passatempo favorito dei ricercatori di tutte le discipline (avevo raccolto la storiella in un ambiente di fisici). Ecco. Lui è sempre stato uno che non cercava dove c’era la luce, ma cercava di far luce dove c’era qualcosa che meritava di essere cercato.

Anche a costo, diciamolo pure, di scottarsi le dita con l’accendino. Un esempio particolarmente calzante è fornito, a questo proposito, dal Saggio sulle classi sociali, la cui prima edizione è del 1974. Dove si avverte a ogni passo lo sforzo tenace, artigianale, di chi non ha a disposizione, già  elaborate da altri e pronte per l’uso, le categorie concettuali di cui ha bisogno e non trova nelle fonti statistiche le informazioni preventivamente ordinate sulla base dell’uso che intende farne. E deve supplire con la forza dell’intelligenza. Assumendo, se necessario, dei rischi che, a voler seguire strade meglio battute (anche se meno interessanti), risulterebbero perfettamente evitabili.Ma quello che soprattutto emerge nel Saggio è il Sylos scrittore di cose morali, ultimo erede di una tradizione che risale a Ernesto Rossi e a Gaetano Salvemini (ai quali amava sempre aggiungere Giustino Fortunato, di cui era nipote).

In questa tradizione si iscrive il suo profondo rispetto per i lavoratori dell’industria e la sua avversione per la piccola borghesia famelica, per la sua attitudine a infiltrarsi in tutti gli interstizi della società, corrompendo e avvilendo ogni cosa, per la sua prodigiosa capacità  di piegare a proprio vantaggio tutte le conquiste sociali e le stesse lotte degli operai (di cui, quando è il caso, non esita a porsi alla testa). «Contadini» e «Luigini», insomma, secondo la definizione di Leo Valiani riferita da Carlo Levi. Contro il mondo dei Luigini, contro il deserto di virtù civiche che esso rappresenta, contro il leader riconosciuto di quel mondo, Sylos si è sollevato nella sua età  avanzata senza voltarsi indietro a contare quanti lo seguivano. Erano parecchi, ma lui sarebbe andato avanti anche da solo.

 

Pubblicato sul Manifesto dell’8 dicembre 2005




Stefano Rodotà: Costituzione “figlia della Resistenza”

Idee costituzionali della Resistenza – Convegno tenuto nel 1995
Introduzione agli atti – di Stefano Rodotà

Con questo scritto vogliamo ricordare Stefano Rodotà, che fino all’ultimo ha profuso il suo impegno nella difesa della nostra Costituzione e dei valori della democrazia di cui essa è portatrice.

Perché è diventato così difficile parlare della Costituzione, del modo in cui nacque, del ruolo da essa effettivamente svolto in quasi mezzo secolo di vita repubblicana? L’improvviso congiungersi della distanza nel tempo, di un congedo dalle sue ragioni d’origine che a taluno sembra definitivo, e della sua richiesta ormai accettata di una sua revisione la rendono forse un oggetto imbarazzante, da consegnare alle cure di specialisti operanti in luoghi discreti, lontani dall’attenzione viva dell’opinione pubblica? Sarà così rimosso dalla discussione politica e istituzionale un riferimento troppo forte, fatalmente destinato ad accendere gli animi o, almeno, a sollecitare riflessioni che lo spirito del tempo sembra voler evitare?

Vi sono molti modi di rispondere a queste domande. Ma sarebbero tutti sbagliati se muovessero da quella rappresentazione estenuata della Costituzione che spesso oggi prevale, e che fa di essa un’ombra, fastidiosa magari, ma pur sempre l’ombra di un passato inesorabilmente trascorso, sì che l’appellarsi a quel testo si tingerebbe fatalmente con i colori della conservazione. La difficoltà vera sta altrove, nell’essere la Costituzione sicuramente un prodotto storico, ma, al tempo stesso, un documento di oggi, un ineludibile riferimento vigente: ben può accadere, allora, che quanti ne enfatizzano le debolezze attuali siano portati a sentirsi rafforzati in questo loro giudizio se, poi, riescono a fondarlo anche su qualche vizio d’origine; e accade pure che la Costituzione, in un impeto estremo di difesa, sia oggetto di operazioni nostalgiche, che neppure esse le rendono giustizia, visto che finiscono con il fondarla esclusivamente nel passato, quasi che oggi non vi sia più terra per le sue radici.

Vi sono almeno due ragioni che hanno determinato questa situazione. La prima riguarda il fatto che la Costituzione del 1948 è stata sempre segnata da una contraddizione. Da una parte, è stata lo strumento che ha accompagnato la lenta nascita della Repubblica e, se pure non è riuscita a far nascere un vero “patriottismo costituzionale”, certo ha costituito un forte ammortizzatore delle frizioni tra le politiche, nessuna delle quali, neppure nei periodi più aspri, fu mai tentata dalla denuncia del patto stipulato nell’Assemblea costituente. Al tempo stesso però, quel testo non è mai stato pienamente accettato da tutti. La lunga inattuazione costituzionale è lì a dimostrarlo, tanto che istituti fondamentali, dal CSM alla Corte costituzionale, dalle regioni a statuto ordinario al referendum, vennero realizzati con ritardi grandissimi (e attendiamo ancora la riforma dell’ordinamento giudiziario).

La seconda ragione deve essere ricercata in una vicenda più recente, che ha consegnato la Costituzione e la sua riforma ad una impostazione tutta politologica. Così, da anni, si celebrano i fasti di una ingegneria costituzionale senz’anima, che ha sempre più guardato alla Costituzione come ad una macchina, ignorando del tutto le idee fondative che la percorrono e la sua natura di “programma costituzionale”. Non solo, dunque, per ripercorrere correttamente una vicenda storica, ma per cogliere anche il senso delle possibili operazioni di riforma, è indispensabile oggi che si torni proprio su quelle idee fondative e su quel programma.

Se e come tutto questo possa essere riferito alla Resistenza è questione che richiede ancor oggi una riflessione. Non è solo retorica l’aver parlato per anni di una Costituzione “figlia della Resistenza”, perché fu questa vicenda che contribuì a segnare il clima del tempo e diede il senso d’una impresa comune nella quale, pur tra molte differenze, già s’erano ritrovate le maggiori tra le forze presenti nell’Assemblea. E dunque lì poteva ritrovarsi il primo momento “costituente” della nuova storia. Certo, quando i lavori dell’Assemblea costituente cominciano il “vento del Nord” è già caduto. Ma lo spirito dei partecipanti a quei lavori non era quello di chi sentiva d’avere alle spalle il periodo “eroico”, con l’obbligo di abbandonar la “poesia. e metter mano alla “prosa”. Era, invece, ancora il momento delle grandi speranze, anzi il momento in cui le speranze potevano divenire davvero grandi perché ad esse si offriva la possibilità di divenire la trama costitutiva, più che d’un nuovo Stato, addirittura d’una nuova società.

Se, poi, quelle speranze avessero davvero tutte il loro fondamento nell’esperienza comune della Resistenza – o non fossero invece legate ad elaborazioni ch’erano piuttosto proprie di partiti, movimenti culturali, personalità che le avevano elaborate lungo una loro storia e secondo le loro particolari tradizioni – è questione che rimane rilevante, e che deve ancora mettere in guardia contro un riferimento all’esperienza resistenziale di fatti che in essa non trovano una loro specificità. La Resistenza fu insieme lotta armata, esperienza di governo ed elaborazione culturale, ma comporne direttamente i tratti in uno specifico programma è cosa che ancor oggi può indurre a forzature. La Resistenza fu soprattutto momento di paragone, e di emersione delle questioni che si sentivano più rilevanti per il futuro: oggi diremmo che fu messa a punto un’ “agenda” di quella che, tra i medesimi protagonisti, sarebbe stata poi la futura discussione intorno ai temi della Costituzione. E così venne forgiandosi lo spirito d’una fase costituente che non avrebbe certo avuto la stessa pienezza se avesse semplicemente seguito una dissoluzione del regime fascista. In quella fase e in quelle discussioni, anzi, già emerge quello che sarebbe stato uno dei tratti costitutivi della futura Repubblica: l’essere questa “Repubblica dei partiti”, visto che in diversi momenti (in particolare nelle cinque lettere dei partiti del CLNAI del novembre 1944) fu chiara la netta opposizione di alcuni ad ogni prospettiva di prolungare al di là della vicenda resistenziale un’azione politica comune, privilegiandosi invece l’assunzione per ciascun partito di una netta fisionomia autonoma, secondo una logica di pluralismo e di specifica funzione dei partiti nell’ordinaria vita politica nella quale non è arbitrario ritrovare la radice di quello che sarebbe poi stato l’articolo 49 della Costituzione.

Se pure non si delinea un compiuto progetto, diverse sono le direzioni verso le quali muovono le indicazioni costituzionali rinvenibili nei tempi della Resistenza. Ne indico alcune:

1) la restaurazione delle libertà e dei diritti

2) l’attribuzione ai lavoratori di un ruolo rilevante nelle fabbriche e nell’organizzazione dello Stato;

3) La diffusione del potere, soprattutto attraverso una rete estesa di autonomie;

4) la rilevanza dei legami sociali;

5) la prospettiva di una democrazia integrale.

Sembra persino ovvia, data la natura del regime al quale ci si era opposti e della guerra che si stava combattendo, l’affermazione ricorrente della volontà di rifondere lo Stato sulla ritrovata pienezza della libertà. Con una formula incisiva Silvio Trentin, nel 1930, aveva parlato di “assorbimento del cittadino” ad opera del regime fascista: la ritrovata democrazia, quindi, avrebbe dovuto, prima di tutto, reagire a questa condizione di servaggio. Ma era pure nettissima la consapevolezza che non si trattava soltanto di restaurare il quadro e l’impianto liberale dei diritti, bensì di costruire, anche su questo terreno, qualcosa che avesse i caratteri d’una sostanziale novità.

Questa novità, per un verso, era nelle cose. Aprendo, nella sua qualità di decano, i lavori della Costituente, Vittorio Emanuele Orlando rivolgerà il suo saluto ad Un’Assemblea nella quale il popolo italiano, per la prima volta nella sua storia, si può dire rappresentato nella sua totalità perfetta, senza distinzione né di sesso, né di classi, né di regioni o di genti”. E questa pienezza della cittadinanza era stata ulteriormente dilatata, proprio nella prospettiva delineata negli ultimi anni della Resistenza, dal riferimento a un’idea di cittadino che non lo vedeva solo come soggetto dei riconquistati diritti, ma anche protagonista attivo di processi di autogoverno, riconosciuto in una qualità di lavoratore che assumeva dignità fondativa dell’intero assetto dello Stato.

In questo modo, pure il catalogo dei diritti tipici dello Stato liberale veniva collocato in una prospettiva che non si chiudeva intorno al cittadino isolato, ma lo immergeva nei processi sociali e politici, dando così rilievo a quel legame sociale che la Costituzione vorrà riconoscere attraverso il principio di solidarietà e l’ampio riconoscimento di diritti sociali. I diritti dovevano separarsi definitivamente persino dal sospetto del privilegio, divenire qualcosa in cui ritrovarsi uniti: e nulla più che questo controverso senso dell’unità può contribuire a spiegare conflitti e consensi che accompagnarono i diversi momenti della Resistenza. Proprio qui—in una linea programmatica che nella essa Costituzione non troverà sempre pieno riconoscimento, e che ancor meno: ne avrà nelle prassi successive—si coglie la consapevolezza che non si trattava di rifondere un assetto già noto, ma di fondarne uno su basi integralmente rinnovate. E l’ansia di questo nuovo fa nascere una precoce preoccupazione, esplicita in tanti scritti, per una capacità di rinnovamento davvero radicale, temendosi che vecchie logiche e vecchi apparati avrebbero potuto di nuovo avere il sopravvento, riproponendo tradizionali chiusure e, soprattutto, lasciando intatti i meccanismi di esclusione.

Dove questo visibilissimo intento politico di sconfiggere l’esclusione si congiunge più felicemente con il progetto costituzionale è nel secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, frutto dell’incontro di un politico lungimirante, Lelio Basso, e di un giurista di straordinaria cultura e sensibilità, Massimo Severo Giannini. Qui emerge con nettezza il raccordo tra riconoscimento formale di un diritto e condizioni che ne rendono possibile l’esercizio. Certo, dire che in questo modo sia stato composto l’antico dissidio tra forma e sostanza dei diritti, tra astrazione giuridica e condizione materiale dei soggetti, è correre molto. Ma sicuramente in questa norma “di rifiuto” degli assetti conosciuti, si rivela nel modo più netto la natura d’una Costituzione che non vuole essere punto d’arrivo, ma di partenza; non sanzione d’un ordine esistente, ma impegno a edificarne uno nuovo.

Al tema delle libertà si connette quello della giustizia, che nella Resistenza trova esplicita trattazione con riferimento ai giudizi riguardanti i fascisti, tuttavia con notazioni che assumono una non trascurabile portata generale. Già nella prassi di alcune delle repubbliche partigiane si era cercato di sottoporre la giustizia politica da esse amministrata a regole formali che ne temperassero i possibili arbitri. E, nell’agosto del 1944, nella circolare del CLNAI sull’organizzazione della giustizia si coglie la preoccupazione di avviare una separazione tra politica e giustizia come condizione per “evitare eccessi e giudizi sommari” o, come si dirà più tardi, per “fornire alla popolazione seria garanzia che giustizia sarà fatta con serenità e con sollecitudine”. In ciò si può certo scorgere una reazione all’uso degli strumenti giudiziari da parte del regime fascista, reazione che troverà il suo compimento proprio nel testo costituzionale, dove autonomia e indipendenza della magistratura assumono il duplice significato di rifiuto del raccordo tra giustizia e indirizzo politico dominante e di garanzia della libertà del gioco politico, dal momento che la magistratura viene vista anche come garante dei diritti delle minoranze sconfitte nelle competizioni elettorali (e qui è da scorgere una delle motivazioni del fortissimo garantismo giudiziario che caratterizza la Costituzione). Inoltre, la necessità di una separazione pure tra politica e amministrazione, o almeno di non deprimere la competenza amministrativa a vantaggio della pura appartenenza partitica, è anch’essa presente nelle discussioni che si sviluppano nel corso della Resistenza, segno d’una precoce consapevolezza di nominare senza alcun controllo i loro candidati a cariche pubbliche.

La connessione tra il riconoscimento dei diritti e le condizioni per la loro effettività, dunque, è ben presente nel corso della Resistenza, dove tuttavia assume caratteri di ben più intensa radicalità quando la concreta pienezza dei diritti viene messa in diretta relazione con la distribuzione del potere, con le modalità di organizzazione delle diverse strutture. È quanto accade con le indicazioni relative all’autogoverno locale ed alla gestione operaia che vogliono realizzare appunto un avvicinamento, se non una totale coincidenza, tra soggetti gestori e soggetti titolari di particolari diritti. Così, i diritti dei lavoratori si dilatano nella direzione della gestione diretta o della partecipazione alla gestione delle imprese; e i diritti dei cittadini vogliano che ad essi si guardi nel momento stesso dell’organizzazione dello Stato, in una prospettiva in cui “il popolo si governi da sè”, con una democrazia basata sull’iniziativa e sul controllo popolare. E questa non è logica chiusa in angustie nazionali: almeno la dimensione dell’Europa è ben presente nelle discussioni, e in qualche proposta.

Conosciamo lo scarto tra queste idee, che pure sono tra le più nette del programma resistenziale, e la realizzazione costituzionale, si che proprio da ciò si potrebbero trarre conclusioni su una definitiva distanza tra Resistenza e Costituzione. Ma il confronto, certo rivelatore delle tensioni dell’epoca, non può essere spinto fino a questo punto.

L’idea dell’autogoverno e della diffusione dei poteri è tutt’altro che estranea alla Costituzione, e non si esprime soltanto nell’ordinamento regionale, ma in una diffusa preferenza per l’articolazione dei poteri, tanto che si è potuto parlare, giustamente, di una “Repubblica delle autonomie”. Lo scarto, talora al lignite del conflitto, non può essere spiegato, allora, solo mettendo a confronto le idee costituzionali della Resistenza e il testo Costituzione, ma piuttosto confrontando quest’ultimo con le inattuazioni e le distorsioni delle fasi successive. E questa è una notazione che non serve soltanto a respingere forzature ricostruttive, ma anche per sottolineare come proprio nella Costituzione esista ancora un potenziale che può essere utilizzato per dare concreta espressione a quelle richieste di decentramento e di autonomia divenute più forti negli ultimi tempi, e che spesso sono state presentate come del tutto confliggenti con la logica costituzionale, si da indurre comunque a chiedere, anche per questo, una sua profonda revisione.

Ma la spinta verso una organizzazione non autoritaria e una diffusione paritaria dei poteri, visibilissima nella Resistenza, non agisce soltanto nella dimensione costituzionale più direttamente legata all’organizzazione del potere locale. Si dà rilievo, infatti, al ruolo delle formazioni sociali, anche come luogo di sviluppo della personalità, e si rifiuta ogni suggestione gerarchica anche nell’Organizzazione della famiglia.

Più complessa è la questione del potere dei lavoratori, che va considerata nel quadro più vasto dei problemi della proprietà industriale e del modo in cui questi giunsero alla discussione della Costituente. Certo, quando si apre questa fase, la spinta tutta politica della Resistenza si è ormai affievolita, ed è già stato ridimensionato il ruolo dei Consigli di gestione (sul quale soprattutto il CLNAI aveva insistito), tanto che il progetto in materia di Rodolfo Morandi non venne approvato. Se, quindi, si può dire che lo specifico programma di dare ai lavoratori “il controllo sulla produzione” non riuscì ad essere attuato, non si può peraltro affermare che il quadro costituzionale non sia stato profondamente segnato proprio dai riferimenti ai lavoratori e al lavoro, che connotano la Costituzione fin dalla sua apertura (la Repubblica “fondata sul lavoro”; la rimozione degli ostacoli di fatto all’eguaglianza per consentire l’effettiva partecipazione di “tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”): formulazioni che, in luogo dell’antica “Repubblica dei proprietari”, hanno fatto parlare di “Repubblica dei lavoratori”.

Formule declamatorie, si dirà (e si è detto); formule ormai sorpassate, si è aggiunto di recente, perché non sarebbe più il riferimento al lavoro a poter connotare la presente organizzazione sociale. Ma queste critiche, a parte ogni rilievo sulla loro consistenza, finiscono con l’ignorare del tutto quello che è il carattere più intenso della Costituzione, quello in cui davvero si riflettono lo spirito della Resistenza e il modo in cui questo passò nel lavoro della Costituente.

Ho detto prima dell’aspirazione della Resistenza ad una democrazia integrale, intesa non tanto nel senso di una radicalità democratica delle scelte, quanto soprattutto nella pervasività di una democrazia alla quale nessun luogo doveva essere precluso. E quindi: una democrazia non come obiettivo raggiunto una volta per tutte, quanto piuttosto come processo continuo. Per ciò il programma democratico “eccede” sempre le possibilità di realizzazione immediata, perché deve salvaguardare una tensione verso altri e più lontani obiettivi.

La Costituzione risponde a queste logiche, e così assume una peculiarità che la differenzia assai da altri documenti costituzionali. Non è il testo che sanziona definitivamente una fase, e la chiude in formule giuridiche, come molte volte accade il diritto cala alla sera. Essa sta al principio di un’epoca, deve aprirla: e come le donne e gli uomini della Resistenza combattevano perché ciò fosse possibile, così i costituenti operano perché questo cammino potesse essere effettivamente intrapreso, sia pure tra ritrosie ed espedienti, tra limitazioni e rinvii.

La Costituzione è percorsa da una tensione, visibile e intensa, che già si coglie in formulazioni non abituali, in costrutti nuovi – “è compito della Repubblica…”, “la Repubblica promuove…” – che infatti sfuggiranno per molto tempo Ala cultura giuridica, e solleciteranno interessate disattenzioni di troppi politici. Qui si coglie l’ “eccedenza costituzionale”, in questo non limitarsi a definire un quadro organizzativo e una tutela dei diritti, ma nell’immergere h stessa vicende costituzionale, e dunque quello che dovrebbe essere il momento più alto della politica pubblica, nelle contraddizioni della società, perché h nascente Repubblica, e con essa le istituzioni a venire, facciano i conti con esse e si adoperino per rimuoverle. Un compito, questo, nel quale si può cogliere un’altra “eccedenza”, quella etica che proviene dall’antifascismo, e che così connota fortemente la Costituzione come “programma costituzionale.. E qui si può cogliere una significativa distanza da un altro importante documento costituzionale, la quasi coeva (1949) Legge Fondamentale della Germania Federale, dove la nettezza della ripulsa della tragica esperienza nazista approda piuttosto ad un quadro d’impianto giusnaturalista.

Proprio perché connotato da tante “eccedenze”, il programma costituzionale corre sempre il rischio d’una ripulsa, o d’un fallimento, perché esige una forte e comune identificazione di tutte le forze chiamate a realizzarlo. È per questo che, già all’indomani della sua approvazione, venne sostanzialmente revocato in dubbio in troppe sue parti, quelle che più sembravano incompatibili con le urgenze della guerra fredda, e si ebbe così quella fase di una Costituzione “congelata” che solo il più tardo disgelo costituzionale degli anni Sessanta, coincidenti con i nuovi equilibri politici determinati dal passaggio ai governi di centro-sinistra, riuscì a rimuovere, avviando una vera fase di attuazione costituzionale. E questo dimostra come, pure in tempi difficili e tra asperrime polemiche, la Costituzione non avesse cessato d’essere un punto di riferimento, partendo dal quale rimaneva possibile avviare di nuovo un’impresa comune.

Abbiamo conosciuto poi altri tempi ed altri spiriti, che si potrebbero definire in vari modi, ma che sostanzialmente hanno avviato un processo di delegittimazione della Costituzione, per non dire di un suo rifiuto. Di questo bisogna parlare esplicitamente, non solo per misurare un cammino o registrare un mutamento dei tempi, ma proprio perché la nostra Costituzione ha la particolare caratteristica che si è appena sottolineata, quella di presentarsi come un programma forte, sul quale rimane d’obbligo (almeno fino a che sarà vigente) misurare indirizzi politici e programmi di riforma. Così le riforme, anche quando dichiarano d’aver come oggetto soltanto la parte organizzativa della Costituzione, devono essere giudicate con riferimento proprio a quel programma, poiché il carattere delle costituzioni di questo secolo è proprio quello d’aver rovesciato un vecchio schema, per cui gli strumenti organizzativi oggi devono essere modellati sogli obiettivi programmatici, e non viceversa.

Sempre più spesso, però, ci troviamo di fronte a proposte di scomposizione del quadro costituzionale, più che a proposte di riforma della Costituzione. È così quando si abbandona l’idea dell’esistenza di un insieme di principi costituzionali intangibili, e si torna all’ipotesi di un Parlamento senza limiti nel suo potere di revisione costituzionale. È così quando l’interpretazione del principio maggioritario induce a ritenere che le riforme costituzionali possano rispondere a logiche politiche d’occasione, non dirò di parte, invece di mirare al rinnovo e al rafforzamento del patto fondamentale. È così, in definitiva, quando si agisce considerando la Costituzione come una legge tra tante, assistita soltanto da un fastidioso aggravamento delle procedure per la sua revisione, tuttavia non più in grado di impedire una deriva verso una progressiva cancellazione della rigidità costituzionale.

In fondo a questa strada non vi sono modifiche a questa o a quella parte del testo costituzionale, o la sostituzione di un programma costituzionale ad un altro. Vi è la perdita dell’idea stessa di costituzione, e dunque di un comune punto di riferimento, di una possibilità di identificazione delle storie e delle memorie.

Una analisi che muova dalle origini della vicenda costituzionale repubblicana, dunque, può almeno renderci consapevoli di un rischio, che è quello appena evocato. Ma ci ricorda pure quanto intense e drammatiche furono quelle vicende, e come la Costituzione poté essere riconosciuta come patto vincolante anche da chi non aveva trovato in essa la traduzione piena di quegli ideali per i quali pure aveva lottato. Non fu compromesso, se non nel senso alto che gli dà Hans Kelsen, come momento essenziale del processo democratico. Fu piuttosto riconoscimento reciproco di forze che magari si riscoprivano lontane pur dopo una lotta comune, che sapevano di essere destinate a contrapporsi, ma proprio per questo avvertivano d’aver tutte bisogno di un patto al quale esse, e soprattutto i cittadini, potessero riferirsi al di là delle contingenze. Se il mugnaio di San-Souci traeva le sue certezze dal sapere che v’erano giudici a Berlino, il cittadino dei nostri travagliatissimi tempi può trarle solo dalla possibilità di appellarsi a questo più largo quadro di garanzie e fini che chiamiamo Costituzione.




Oltre il neoliberismo. A partire dalla Costituzione

di Bruno Amoroso

Contributo di Bruno Amoroso per il convegno “Oltre il neoliberismo”, promosso dall’Associazione Paolo Sylos Labini in collaborazione con Centro Studi Federico Caffé – Cetri Tires – Hyperpolis – Il Ponte – Keynes blog – Left – La Qualità Sociale – Socialismo 2000 – Istituto Italiano di Studi Filosofici – Giuristi Democratici, Roma Università Roma Tre, Facoltà di Economia Federico Caffè, 11 dicembre 2013.

 

La Costituzione italiana del 1948 fu il prodotto di un processo costituente reso necessario dal tradimento delle classi dirigenti che avevano abbandonato la guida del paese e svenduto la sua sovranità a interessi e paesi stranieri. Fu anche il tentativo di rimettere in piedi un progetto condiviso tra forze politiche, sociali, culturali e religiose diverse ma concordanti su alcuni punti centrali di pace, di giustizia sociale, di valorizzazione delle risorse nazionali e di rilancio di un contributo autonomo dell’Italia alla realizzazione di questi obiettivi in e con la solidarietà di altri paesi. Il progetto europeo fu il prodotto di queste scelte e di questo clima politico, e non certo d’illuminati europei delle cancellerie degli Stati o di intellettuali impegnati nella elaborazione delle teorie sulla pace universale. L’Europa di Ernesto Rossi e di Altiero Spinelli nacque dal bisogno di contrapporre all’idea nazista della Grande Europa l’idea internazionalista di un’Europa di pace e solidarietà.

La rottura del patto costituzionale, già incrinato dalle imposizioni della Guerra Fredda, si realizza dagli anni Novanta con la scelta di parti importanti delle élite politiche di svendere la sovranità politica del paese e le ricchezze nazionali per inserirsi nel gioco dei nuovi centri internazionali del potere militare, economico e finanziario. I passaggi principali di questo trasfigurazione del patto costituzionale sono noti e documentati. L’ex ministro delle finanze Giuseppe Guarino ne ha dato un resoconto puntuale nel suo scritto “Un saggio di verità” nel quale data al 1999 il “colpo di Stato” attuato dai poteri europei contro gli Stati nazionali espropriandoli della loro sovranità economica. L’euro è parte integrante di questa operazione resa possibile dal trasformismo (Mauro Fotia, Il consociativismo infinito, 2011) di parte delle élite nazionali dei paesi europei, e dell’adesione corporativa a questo piano da parte di sindacati, sinistra europea, organi separati del potere (istituzioni, magistratura, ecc.) interessati a negoziare la propria adesione alla nuova struttura del potere con la conservazione dei propri privilegi (Giulio Sapelli, Chi comanda in Italia, 2013).

Sono gli anni in cui si organizza scientificamente la conquista del potere da parte della borghesia globale, mettendo fuori gioco le istituzioni democratiche esistenti mediante la loro delegittimazione sistematica, fino allo stravolgimento del sistema politico italiano attuato su direttiva della Trokia e dei nuovi poteri finanziari nel 2011 (Governo Monti e seguenti). Questo piano si realizza con la copertura del polverone mediatico che utilizza le sue armi di confusione di massa per dividere le opposizioni e le voci critiche su falsi obiettivi: pro o contro l’Europa, pro o contro l’euro, pro o contro la Costituzione, pro o contro la democrazia, pro o contro la corruzione. Su queste false divisioni si realizza l’unità delle nuove élite europee che assorbono le élite politiche nazionali dentro il nuovo meccanismo del potere trasversale ai partiti e ai poteri economici. Mentre l’attenzione si concentra sui “faccendieri”, sui “furbetti” sul “bunga bunga”, le p4 o p5 la Troika consolida il proprio potere sparando nel mucchio e rimuovendo con l’appoggio di pezzi delle istituzioni da incarichi istituzionali le persone “inaffidabili” al nuovo sistema di potere (da Baffi a Fazio). Si consolida così un sistema di potere autoritario in grado di controllare le politiche e le economie di tutti i paesi europei dei quali prende sempre più in presa diretta la gestione del potere. Un sistema di potere “criminale” del “capitalismo predatorio”, secondo la definizione utilizzata da James K. Galbraith per descriverne l’equivalente negli Stati Uniti..

La resistenza a tutto questo c’è stata dagli anni Ottanta anche nel campo della cultura e della società civile. Tre voci a noi ben note, definite “gli innominati” della politica e dell’economia, sono state quelle di Federico Caffè, di Augusto Graziani, e di Paolo Sylos Labini. Tre voci rapidamente isolate e marginalizzate da una sinistra e forze della società civile impegnate a ritagliarsi spazi “critici” e di proprio inserimento e sopravvivenza dentro le nuove strutture del potere. Tre voci che non hanno mai confuso il diritto con l’economia, le teorie con il progetto politico, ma che hanno tentato e potentemente contribuito a servirsi di questi strumenti per tenere la dritta di un processo di costruzione democratica e sociale. La loro biografia documenta la loro attiva partecipazione e intreccio con il processo costituzionale. Il loro impegno i studio ha contribuito in modo veramente innovativo, con una innovazione a servizio dei cittadini e non del principe o dei baroni di turno, ad aprire nuove vie alla riflessione e alla elaborazione politica.

Basta ricordare qui il contributo di Federico Caffè a creare le basi teoriche per una economia sociale e uno spirito civico di solidarietà sul quale far convergere pezzi diversi e importanti della cultura economica e civile italiana, al di fuori delle schematizzazione delle scuole accademiche. Uno sforzo ostacolato da chi allora propugnava approcci più o meno marxisti e che ritroviamo oggi nelle file del pensiero liberista e nei posti del potere economico e finanziario. Interrompendo due decenni di contrapposizioni teoriche sull’analisi di classe della società italiana, con le quali i partiti e il sindacato hanno reso impossibile ogni strategia politica di alleanze sociali che non fosse quella del loro schema preferito della “compartecipazione” al potere dominante, Paolo Sylos Labini produsse una riflessione sulle classi sociali in Italia a metà degli anni Settanta nel tentativo di riaprire uno spazio di iniziativa politica non corporativa e non trasformistica alla creazione di un sistema politico di alleanze popolari in Italia. Impegno contrastato da gran parte della cultura istituzionale e di sinistra in Italia. Infine è utile richiamare anche il contributo di Augusto Graziani, un economista di chiara impostazione marxista, che mai ha piegato l’analisi della questione meridionale alle mode sociologiche di sinistra degli anni Ottanta-Novanta orientate ad addomesticare il problema sociale e di classe del Mezzogiorno ai nuovi bisogni del potere che si è cercato di legittimare con la tesi della scomparsa della questione meridionale, dei distretti chiavi in mano importati dal nord, ecc.; tesi sostenute da chi è passato dalle posizioni di sinistra di riviste come i Quaderni Piacentini, Stato e Mercato a quelle di Meridiana e, poi, a posizioni accademiche e politiche di potere.

Noi vogliamo ripartire da qui. Dalla consapevolezza che il tradimento che ancora una volta si è consumato in questi anni, e che vede oggi coinvolte forze politiche, economiche e “sindacali”, richiede la nascita di una nuova resistenza, l’unione di tutte le forze popolari che vi si oppongono. Sarà la partecipazione a questa nuova resistenza a segnare i confini dell’appartenenza dei movimenti e dei partiti al nuovo arco costituzionale, all’elaborazione di un patto costituzionale così come fu dopo il 1945. Non esistono scorciatoie giuridiche o economiche per riappropriarsi della sovranità nazionale e del progetto europeo. Quanto è accaduto non è il frutto di ingordigia, di ignoranza, ma di una rapina annunciata e scientificamente attuata del potere. Non siamo in presenza di errori o di fallimenti, ma del pieno successo delle strategie messe in campo. La crisi ha segnato in modo chiaro i confini geografici e sociali delle forze in campo; partendo da questi deve ripartire la formazione di un blocco sociale e politico europeo e nazionale.

Le proposte su come affrontare la situazione esistono. Non si tratta di aggiungere buone idee a quelle esistenti, di continuare nella gara sulle “buone pratiche” o della scoperta risolutiva dell’uovo di Colombo, ma di uscire dall’illusione del tecnicismo e del tatticismo. È necessario un grande sforzo di verità che sappia fondere insieme, così come fu con la Resistenza e la Costituente, proposte e movimenti popolari, scegliendo le idee sulla loro capacità di camminare sulle gambe delle persone coinvolte.  Così come avvenne nel 1945 è necessario riproporre un progetto europeo di pace e di solidarietà che contrasti e travolga quello della Grande Germania, oggi espresso dalle istituzioni dell’Unione Europea.




In memoria di Federico Caffè e Bruno Amoroso

L’ultimo Caffè

di Roberto Da Rin

Trent’anni dopo, in Danimarca. Sono qui le ultime tessere che ricompongono il mosaico della scomparsa di Federico Caffè.

Esce di casa, in via Cadlolo, a Roma, all’alba del 15 aprile 1987. Lascia sul comodino occhiali e orologio. Di lui non si saprà più niente.

Un rapimento, un suicidio, un ritiro spirituale in un convento. Sono queste le ipotesi su cui si orientano le indagini della polizia, degli investigatori, dei suoi amici, dei suoi studenti. Indagini di anni. Oggi sappiamo, come riveliamo in questo articolo, che Caffè ha vissuto a lungo, dopo la sua scomparsa. E che il suo allievo prediletto, Bruno Amoroso, custodisce il segreto dell’esilio del maestro.

Chi era Federico Caffè? Un economista stimato a livello internazionale, docente a La Sapienza. Un economista umanista, critico nei confronti dei tecnocrati, degli istituzionalisti, un alfiere dell’umanesimo di Keynes «contrapposto al darwinismo schumpeteriano». Parole sue.

Un economista affascinato dall’approccio interdisciplinare della scuola nordica, di Gunnar Myrdal e di Jan Tinbergen. In cima ai suoi pensieri l’obiettivo del benessere mondiale e di una radicale trasformazione di sistemi che, se realizzati, avrebbero sconfitto la controrivoluzione liberista.

Gli allievi ne parlano così: le sue lezioni esondavano dall’economia, lambivano la politica, la letteratura, la storia, la musica. La sua umanità come aspetto centrale, qualcosa di spiritualmente indefinibile che sprigionava dalla sua persona. Capace di domandarti di te, chi sei, cosa fai, a cosa aspiri, da dove vieni, dove ti piacerebbe andare.

Tra gli allievi, Bruno Amoroso è l’erede designato del grande patrimonio culturale e umano di Caffè. Amoroso vive e insegna in Danimarca da 40 anni, sbarcato in Scandinavia con il proposito di approfondire gli studi sui sistemi di Welfare e sulla loro esportabilità. Aveva in tasca le lettere di presentazione di Caffè, già allora apprezzato anche dagli economisti scandinavi.

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