Modifiche costituzionali e forma di governo

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di Gianni Ferrara,  saggio in corso di pubblicazione sulla rivista Questione Giustizia n.2 2016, uscito il 27 giugno 2016 su Coordinamento Democrazia Costituzionale

<<Partiamo da una constatazione auto evidente. La democrazia moderna, quindi la forma democratica di stato, o è rappresentativa o non è. Va di certo integrata, arricchita con istituti di democrazia diretta. Ma il suo fondamento intangibile è la rappresentanza, ne è l’essenza. Deviarla, distorcerla, amputarla è comprimere quel che resta della sovranità popolare dopo l’erosione subita dai trattati Ue.>>

  1. Qualche premessa. La prima. La revisione della Costituzione è prevista e regolata dalle norme contenute nella sezione II del titolo VI del suo testo. Le parole che denominano il titolo sono: “Garanzie costituzionali”. Il significato di tale collocazione è di una evidenza solare. La Costituzione intende tutelare se stessa anche quando consente che la si modifichi. Non è un paradosso, è un permettere ed insieme un precludere, permettere innovazioni, impedire deformazioni.
  2. È il tributo che, dopo aver acquisito quel che poteva offrirle la storia dalla quale è nata, la Costituzione paga alla storia che verrà. A quella che vivranno le generazioni future, cui la Costituzione italiana non nega affatto il diritto a darsi una loro Costituzione, ma le esorta a meditare sul grado di civilizzazione politica e giuridica già raggiunto con la Costituzione che ereditano e sulle ragioni storiche di ciascuna di quelle conquiste, di ciascuna di quelle istituzioni che ne sono scaturite, di ciascuna delle norme che furono dettate. Esorta a meditare anche, e forse soprattutto, sulle cause delle inadeguatezze, delle storture, delle carenze, delle contraddizioni degli ordinamenti statali precedenti o le regressioni che il costituzionalismo ha subito e subisce per il mai sradicato e implacabile suo opposto dialettico, l’accentramento del potere, qualunque ne sia forma, qualunque il nome che assume. Ovviamente, la normativa sulla revisione costituzionale, con le disposizioni che contiene l’articolo 138 della Costituzione, ha il suo destinatario ordinario, che si pone così come precostituito, legittimo,“naturale”. È più che noto che è il Parlamento questo destinatario, e lo è in quanto titolare del potere che quelle stesse norme hanno configurato ed attribuito. Quindi come potere di revisione, con gli ambiti ed i limiti che definiscono la revisione, attribuito al titolare istituzionale della funzione legislativa ordinaria, perciò al Parlamento nella sua composizione ordinaria. Non a un organismo, apparato, collegio, ente eccezionalmente ed appositamente istituito per l’esercizio di un potere dalle dimensioni indeterminate e per fini illimitati. Ma all’organo costituzionale competente per l’esercizio della funzione legislativa, un organo già ordinariamente istituito per un potere che, in tal modo, viene a configurarsi come potere costituito di un organo costituito. Costituito, quindi, non costituente. Ed in quanto tale, incluso, partecipe, anzi pilastro dell’ordinamento, quindi indefettibile, e perciò qualificante l’ordinamento e qualificato dall’ordinamento, vincolato dall’ordinamento in ogni suo elemento e tratto compositivo ed alle ragioni dell’ordinamento in ogni suo atto o astensione dal compiere atti.
  3. È del tutto evidente che, dire “organo ordinariamente costituito per l’esercizio della funzione legislativa”, è lo stesso che dire, innanzitutto, organo legalmente costituito, composto cioè da titolari dell’organo legalmente preposti all’ufficio cui l’organo è riferito e, se organo collegiale, da componenti del collegio legalmente nominati o legalmente eletti. Le attribuzioni, le competenze dell’organo sarebbero altrimenti carenti per vizio originario o per cessazione sopravvenuta qualunque ne sia la causa. Con la conseguenza che tale vizio travolgerebbe automaticamente ogni atto eventualmente prodotto dall’organo riconosciuto privo di una legale attribuzione di potere.
  4. Costantino Mortati [1] scrivendo sulla revisione della Costituzione, nel confermare che il potere di revisione è potere costituito e non costituente, sostenne che gli organi che agiscono contro la Costituzione non sono suoi organi, perdono cioè ogni legittimazione. Omise di scrivere che, qualora gli organi della revisione usassero il potere loro conferito sviandolo al punto da opporsi al fondamento legittimante della loro funzione, negandolo fino al punto da sostituirlo con altro principio, altro perché diverso quanto a contenuto, tali organi si porrebbero come organizzazioni eversive. I loro atti verrebbero a configurarsi come commissivi del crimine più alto, della massima illegittimità concepibile per l’ordinamento costituzionale vigente al tempo dell’azione commessa.
  5. La vicenda istituzionale che sta attraversando il nostro Paese configura entrambe le situazioni di illegittimità ipotizzate nelle righe che precedono.[2] Ma prima di dimostrarne la ragione è opportuno esporre la seconda premessa che indicherà il principio di fondo che si vuol sostituire, la forma di governo che si mira a trasformare e si sta trasformando, quella parlamentare.
  6. Non è una trasformazione dichiarata, chiara e netta, quella che si vuole instaurare al vertice della Repubblica. È anzi ignominiosamente camuffata. Non è in discussione la figura del Presidente della Repubblica, non lo si vuole investire dei poteri di capo dell’esecutivo prevedendone l’elezione da parte del corpo elettorale, elezione, che, d’altronde, non sarebbe, di per sé, fattore automatico di trasformazione del sistema da parlamentare in presidenziale. Non si vuole modificare la disposizione che conferisce al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio, di firmare i decreti di nomina dei ministri scelti dal Presidente del Consiglio e di presiedere la cerimonia del giuramento di ciascun ministro, dopo quello del Presidente del Consiglio. Da nessun atto o dichiarazione mai espressa risulta che si vogliono abrogare le norme costituzionali che impongono al Presidente del Consiglio di presentarsi entro dieci giorni dalla formazione del governo innanzi al Parlamento per riceverne la fiducia, tanto meno si vuole negare al corpo elettorale il diritto di eleggere i membri del Parlamento cui spetta il compito di approvare i progetti di legge presentati dal Presidente del Consiglio o dai suoi ministri. Non è la facciata dell’edificio costituzionale della Repubblica italiana che si vuole modificare. Si sospetta invece e fondatamente di una trasformazione, una promozione, un’elevazione, trasfigurazione di altro inquilino. Assicurando comunque al Presidente della Repubblica il ruolo di ospite d’onore di tale edificio per 7 anni ed anche più se dovesse occorrere …. al cerimoniale della Repubblica.
  7. Si potrebbe quindi rovesciare la “gattopardesca” espressione che rivelò al principe di Salina il senso reale dell’annessione della Sicilia al Regno d’Italia, e domandare: se con le riforme Renzi-Boschi, resta “tutto tale e quale” quanto agli organi costituzionali e ai loro rapporti formali, perché mai “tutto cambia” quanto a forma di governo e con effetti preoccupanti sulla forma di stato ?
  8. Rispondere a questa domanda impone alcune riflessioni sulle forme di governo. Si può partire dalla constatazione che esse non sono costruzioni dottrinali. I filosofi dell’età classica che scoprirono le forme di stato, le descrissero, le esaminarono e le giudicarono, ignorando serenamente l’esistenza delle forme di governo. Perché non erano nate e non c’era nessuna ragione perché nascessero. Non potevano inventarle. Ne mancava il presupposto, l’oggetto. Così come la democrazia diretta, la sudditanza diretta non ne aveva bisogno. E non ne avrebbe mai avuto bisogno, la sudditanza, se non fosse stata incrinata nella sua assolutezza e fosse stata messa in discussione prima e condizionata poi, e, di seguito, via via limitata e poi sdoppiata e infine dispersa. La democrazia invece sì da quando valicò i confini delle singole città e dovette espandersi a misura eguale allo spazio in cui si estendeva il potere sovrano delle monarchie. A produrre le forme di governo è stata quindi la storia degli spazi territoriali insieme, ovviamente, a quella dei rapporti tra sovrano e sudditi. Tra chi aveva il potere di espropriare e quanti temevano di essere espropriati, tra chi aveva monopolizzato la violenza e ne scambiava l’uso per garantire la sicurezza all’interno e dall’esterno e quelli che pagavano la protezione alla propria persona e ai propri beni. Pagavano ad un prezzo da concordare, secondo il rapporto di forza tra le due parti, una delle quali era composta da sudditi, sudditi dell’altra parte del negoziato. Quindi, rapporto sicuramente ineguale anche quanto alla configurazione delle parti della trattativa perché, con il detentore unico del potere, non poteva certo negoziare l’intera pluralità dei “protetti” disarticolandosi nei singoli suoi componenti. Che perciò cercarono e trovarono, nella storia del diritto, la soluzione della questione in una figura relazionale che ben si prestava a trasformarsi per corrispondere adeguatamente all’esigenza di assicurare la tutela degli interessi dei contribuenti nel negoziato col potere. Era la rappresentanza questa figura. Aveva come suo referente originario la res singula nei processi e la sostituì con la pluralità di persone, la pluralità di una classe economica e sociale che si affacciava alla politica.
  9. Come tale, la rappresentanza incontrò e si scontrò proprio col potere di una persona sola, quella che deteneva il monopolio della violenza motivandola con la sicurezza che garantiva all’interno ed all’esterno dello stato, prima assoluto, poi nazionale, poi … . Cosa fosse lo stato e come si configurasse, quale fosse la sua forma, unica o duplice, lo rivelò Machiavelli precisandone la differenza quando scrisse: “Tutti li stati, tutti e’ dominii che hanno avuto et hanno imperio sopra li uomini sono stati e sono o repubbliche o principati”.[3] E repubblica significava potere di un soggetto plurimo, principato significava potere di un soggetto solo. La repubblica come “imperio sopra li uomini”, di più uomini e, tendenzialmente, fino a tutti li uomini “sopra tutti li uomini”, il principato invece come imperio di un solo uomo “sopra tutti li uomini”. È da questa definizione che bisogna ripartire per giungere ad una persuasiva teoria delle forme di governo, che tenga conto delle ibridazioni intervenute e delle deviazioni che hanno subito e possono subire. Tenendo anche conto del condizionamento che dette forme non possono mai escludere o ridurre o incrementare o comprimere la forma di stato al punto da deciderne l’identità. Tenendo conto ovviamente che la stessa storia ne ha addirittura trasformato il contenuto. Tenendo conto soprattutto che la storia delle forme di governo è la stessa storia della rappresentanza, della sua estensione, della sua forza e della sua credibilità.
  10. È quindi all’origine della forma di governo che è bene tornare. È lì che si trova il rapporto primigenio che determinerà la storia delle istituzioni statali e insieme la storia degli stati, iniziando a caratterizzare con qualche germe l’identità dello stato che si andava formando col carattere che lo avrebbe definito.
  11. Una certa continuità di rapporti non certo armoniosi tra corona e feudatari in tutto il XIII secolo in Inghilterra, il carattere di adunanza che fu scelto per consentire che i feudatari e i rappresentanti delle contee, dei borghi e dei porti trattassero con la corona la gestione della finanza segnò l’inizio del parlamentarismo e quindi della rappresentanza. Segnò la storia degli stati che divennero moderni e, con essa, la storia della sudditanza, delle obbligazioni dei sudditi in quanto tali ed in quanto a quella che oggi chiamiamo capacità tributaria, fino al suffragio universale ed al rovesciamento, anche se lento, affannoso, incerto del rapporto di sudditanza dal sovrano del regno al popolo sovrano.
  12. Questo rovesciamento, dunque, che si va compiendo pur se con stasi, interruzioni foriere di regressioni e di accelerazioni da otto secoli, è uno di quei processi che si dispiegano “nel lungo periodo” e nel lungo periodo incontrano ed acquisiscono ulteriori contenuti e nuove forze o anche deviazioni ed ostacoli. Non si è esaurito. Perché non si è esaurita la potenzialità dello stato nell’inventare nuove funzioni legittimanti o nuove forme di esercizio del potere chiunque possa esserne il titolare legittimo o il soggetto capace ad esercitarlo.
  13. Una costante però può ritenersi sicura: è quella della tensione all’erosione del potere monocratico cui corrisponde dialetticamente una ritorsione, quella del potere a ricomporsi in forme rinnovate e dimensioni diversamente dislocate. Di questa dialettica la democrazia è insieme soggetto ed oggetto perché rivelatrice della opposizione tra demos e kratos, i due termini che, nel rapportarsi, rispondono a due diverse leggi di movimento, quella del demos che è tesa alla diffusione, espansione, inclusione e quella del kratos, volta, invece, alla concentrazione, condensazione, esclusione.
  14. Questi tre termini richiamano direttamente i caratteri della fase storica che stiamo attraversando, la fase della reazione alla costruzione del welfare state e che, mediante la liberalizzazione dei capitali dalla democrazia negli stati, ha imposto ed impone l’incremento della loro retribuzione, la conseguente restrizione della spesa pubblica e con essa lo svuotamento dei diritti sociali. È per assicurare tali obiettivi che la Trilaterale teorizzò l’eccesso delle domande della democrazia, la necessità di ridurle stante la loro insostenibilità da parte del sistema capitalistico, dispiegatosi secondo il parametro liberista dettato dalla Scuola di Chicago e accolto poi come fondamento dell’Unione europea con i Trattati di Maastricht e quelli che gli sono succeduti. Trattati che hanno poi acquisito amplissime quote di sovranità erose agli stati membri e volte tutte ad assicurare il dominio incontrastato del capitalismo liberista.
  15. Il segno, il carattere di questa fase storica è evidente. Non soltanto cresce la concentrazione del potere ma è poderosa la sua estensione. Non risparmia le forme di governo. Quanto a quella presidenziale vale l’esempio degli USA. Con l’affermarsi della tendenza imperialista fu abbandonato il Congressional Government (Wilson) e la primazia del Presidente ha poi sviluppato tutte le sue potenzialità. Senza però stravolgere il modello disegnato nel 1787 dalla sua Costituzione.
  16. A stravolgere quello disegnato dalla sua Costituzione è, invece, la spinta monocratica che si manifesta prepotentemente su quella parlamentare in Italia. Non è che in via generale, la premiership si sia consolidata a danno della rappresentanza in tutti gli stati a regime parlamentare. Tutt’altro. Anche le premiership forti poggiano sulla rappresentanza la loro stessa primazia. Lo confermano l’esperienza inglese e quella tedesca. Esperienze che, nel rivelare elementi di personalizzazione e di plebiscitarismo, li contengono all’interno della rappresentanza partitica che resta comunque incombente e avvolgente nell’attività parlamentare oltre che sede del potere di ultima istanza. La tendenza che si profila in Italia è, invece, di altra natura. Si basa sulla decadenza dei partiti come istituzioni, la accentua, trasformandoli in comitati elettorali di un leader, cui offre un potere politico eminente in tutte le fasi del processo istituzionale. Iniziando dalla predisposizione delle candidature (stante che quella delle primarie si rivela essere una legittimazione truffaldina). Fa leva poi su di un sistema elettorale ad effetti maggioritari falsati dal c.d. premio di maggioranza. Ne consegue la distorsione dall’elezione a funzione di diretta determinazione di una maggioranza servente il leader. Lo investe come premier. Trasferisce così al leaderpremier il potere politico connesso alla rappresentanza.
  17. La conseguenza è che mentre la storia del forma di governo parlamentare è storia, pur non lineare, dell’attrazione del potere esecutivo nell’area della rappresentanza, dalla opposta sequenza partito – comitato elettorale di un leader, leadership conseguentemente potenziata, sistema elettorale ad effetti maggioritari falsati, premiership legittimata dall’elezione, consegue l’attrazione della rappresentanza nell’area monocratica dell’esecutivo. È quanto dire che il parlamentarismo che si vuole e si sta instaurando in Italia è quello che lo snatura. Ne determina la mutazione genetica della quale va ora scandito il processo. Non prima però di precisare i termini che lo definiscono. Quello iniziale e quello terminale.
  18. Il termine iniziale del processo è, non per caso, quello che all’articolo 1 della Costituzione, contiene la scelta di genere, quella di Repubblica, e la qualificazione di specie, quella democratica. Che questa qualificazione si distingua da ogni altra per la serie indefinita dei suoi significati, per la molteplicità dei denotati cui allude, per l’emotività che suscita anche inconsciamente, è certo, ha tuttavia un riferimento inoppugnabile al demos, quindi alla base sociale della Repubblica. In questo contesto va interpretata come fonte indefettibile del flusso di legittimazione che può, esso solo, fondare e sostenere una qualsiasi entità organica della Repubblica. Al secondo comma, questo articolo, riconosce nella sovranità popolare il titolare unico del potere supremo e ne definisce le qualità esclusive ed escludenti del suo esercizio. Assume quindi il monopolio della legalità costituzionale e lo racchiude “nelle forme e nei limiti” che sancisce. La prima deduzione che si può trarre da queste norme è, in ordine alla revisione della Costituzione, l’esclusione di procedure revisioniste diverse da quelle prescritte. Ne sono state tentate varie nei decenni scorsi. Il loro fallimento dimostra la forza non ridotta della preclusione contenuta nell’art. 1 Cost. Non è però l’unica delle prescrizioni costituzionali deducibile dal primo articolo della Costituzione.
  19. Ce ne sono altre. Ce ne una ed è fondamentale. Attiene alla forma di esercizio della sovranità. Non è scritta all’articolo 1, ovviamente, e non poteva esserlo. È scritta negli articoli che riconoscono e sanciscono i diritti politici dei cittadini ed in quelli che disegnano le istituzioni che ne assicurano l’efficacia. Istituzioni che nel collocarsi al vertice degli Stati, nei regimi rappresentativi – quali sono o appaiono o comunque dichiarano di essere tutti i membri dell’Onu – possono realizzare due specie di relazioni funzionali. Sono queste relazioni quelle che individuano le forme di governo. Che è bene, in questa occasione, non limitarsi a nominare dandone per scontati i caratteri ed il valore ma, di tali relazione e di tali forme, accertare, analizzare e dispiegare i contenuti reali, le differenze funzionali e la effettiva dipendenza e distanza dai loro fondamenti.
  20. Prima tra queste istituzioni è in ogni caso il Parlamento che si pone così come il termine dell’alveo principale del flusso di sovranità e di legittimazione prodotto con l’esercizio della sovranità da parte del suo titolare, il flusso della rappresentanza. Che, derivando da un’entità plurale, per restar tale, deve affluire in un organo, ente, soggetto a struttura corrispondente, perciò plurale. Flusso che, in via generale, in ogni ordinamento statuale rappresentativo, può avere, com’è noto, due tipi di sbocco, quello ad estuario o quello a delta. Quello a delta, duplicandosi – come si sa – costituisce sia rappresentanza che investitura, l’una per attribuire il potere legislativo, l’altra per conferire il potere esecutivo. Lo sbocco ad estuario, invece, provvede a realizzare una rappresentanza idonea ad esercitare sia la funzione legislativa che quella di investitura della funzione esecutiva, attraendo tale funzione, come già si notava nelle righe precedenti, nell’area della rappresentanza popolare, sottoponendola quindi al controllo costante del titolare del potere di investitura, quindi della rappresentanza popolare. Dire investitura insieme a controllo costante dell’organo investito da parte dell’organo investitore è lo stesso che dire fiducia. Fiducia del Parlamento al Governo, costante coerenza dell’azione del Governo all’indirizzo politico per il quale il Parlamento ha investito del potere esecutivo una determinata composizione del Governo, un determinato programma di azione governativa, quel programma che il Parlamento ha approvato come motivazione della fiducia concessa. Ecco spiegata la formula che definisce come fondata sulla fiducia del parlamento la forma di governo parlamentare. Per definire tale forma di governo si è ritenuto quanto mai opportuno insistere, oltre che sulla indefettibilità, sulle ragioni del rapporto, sul suo significato politico, sulle implicazioni che determina, quindi sulla fonte da cui solo può derivare la formazione, la composizione, l’indirizzo politico, il potere del governo, un potere derivato, derivato dalla volontà del Parlamento, almeno dalla sua maggioranza.
  21. Si è ora nella condizione di confrontare le due leggi promosse dal Governo Renzi, quella costituzionale sul bicameralismo e quella elettorale, con la forma di governo disegnata in Costituzione. Ed è bene ripartire dalle considerazioni iniziali, quelle sul potere, e sarebbe forse meglio dire sulla competenza, quindi sulla misura (Giannini) del potere. Ma prima ancora della misura emerge la questione dell’attribuzione del potere. Nel valutare quello cui ha fatto ricorso il Governo con la presentazione e poi con il perseguimento dell’obiettivo “riformatore”, si è insistito, da chi scrive, nel definirlo come potere di revisione e si è insistito per riaffermarne i limiti, gli ambiti, lo spessore e la necessità che, ai fini della sua pretesa di legittimazione, nell’esercizio di tale potere, Governo e Parlamento si fossero rigorosamente attestati entro i confini precostituiti per tale funzione. Solo un accenno è stato dedicato ad una questione che è da considerare a questo punto e che è decisiva. È la questione del presupposto di questo potere, della sua legale spettanza.
  22. Si può ritenere che tale spettanza sussista per un organo composto contravvenendo alle norme sulla sua composizione ? Sulla illegittimità costituzionale della legge elettorale denominata “porcellum” non possono esserci dubbi. La sentenza n. 1 del 2014 pronunziata dalla Corte costituzionale è univoca. Nessuno infatti poteva dubitarne, e nessuno ha dubitato del suo significato.[4] Si è voluto invece interpretarne gli effetti in modo mai tanto stravolgenti dottrine, usi norme. Come è ampiamente noto, si è sostenuto che, avendo tale sentenza consentito, in base al principio di continuità dello stato, la prosecuzione dell’attività parlamentare delle Camere illegittimamente elette, tale prosecuzione avrebbe potuto protrarsi fino alla fine della Legislatura. Espressione, questa “della fine della Legislatura”, che la Corte si è ben guardata dall’usare preferendo invece quella di “una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole della normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione ovvero secondo la nuova normativa eventualmente adottata dalle Camere.”[5] Ripete al plurale questa formula, se non a prescrivere la nuova consultazione, per non interferire col potere del Presidente della Repubblica, certamente a invocarla o, almeno, a considerarla come conseguente all’esaurirsi dei tempi della prorogatio, dei quali ricordava con gli esempi univoci (ex art. 61 Cost. 90 giorni, ex art. 77 Cost. 60 giorni) i limiti di durata nei casi costituzionalmente previsti e quindi vincolanti nel massimo per altri casi di interventi per fattispecie analoghe a quella oggetto della sentenza.[6] La conseguenza dell’omissione dello scioglimento è del tutto evidente. La storia del Parlamento italiano e quindi della Repubblica italiana si caratterizzerà per aver attraversato una fase non comparabile con alcuna altra fase della storia dei parlamenti, la fase di una legislatura parlamentare illegittima per omesso atto di scioglimento di un Parlamento illegittimo per composizione, dichiarata illegittima da un organo supremo dell’ordinamento. Omissione che poteva essere giustificata temporaneamente dalla crisi economico-finanziaria che avvolgeva il Paese, poteva quindi anche autorizzare un esercizio delle funzioni parlamentari se volte al fine esclusivo del superamento di tale crisi, ma che non poteva né protrarsi oltre il superamento (Hispania docet) della fase acuta della crisi, tanto meno consentire l’avvio di una revisione costituzionale.
  23. Una domanda si pone spontanea: l’incompetenza assoluta di un organo accertata in via giurisdizionale non travolge gli atti posti in essere da tale organo oltre i limiti temporali della prorogatio e oltre quelli ordinari delle sue funzioni ? A questa domanda non si può rispondere negativamente neanche ponendosi sulle orme di una augusta dottrina, quella che definiva “di fatto” l’instaurazione di un nuovo ordinamento costituzionale, asserendo che “il fatto si tramuta in diritto non appena esso è compiuto”.[7] Non si può rispondere negativamente perché, a ben riflettere, non siamo di fronte al quella stessa fattispecie, perché il fatto (legge costituzionale Renzi-Boschi), pur compiuto, produrrebbe i suoi effetti solo a seguito del voto favorevole nel referendum costituzionale. Per ora, “il fatto” che si potrebbe tramutarsi in diritto è configurabile intanto come usurpazione di potere politico ed esercizio arbitrario di funzione pubblica. Che sia imputabile ad un’Assemblea elettiva e addirittura ad ambedue i rami del Parlamento, che diventi perciò non punibile un crimine del genere qualunque sia il risultato del referendum, è conseguenza diretta dello stravolgimento funzionale del sistema compiuto dall’omissione dell’atto di scioglimento del Parlamento illegittimo da parte del Presidente della Repubblica. Ne deriva una conseguenza. La reiezione della legge costituzionale oggetto del referendum sul bicameralismo avrebbe anche il merito di ripristinare il principio della “superiore legalità della Costituzione” riconducendo l’Italia al livello di civiltà dal quale è caduta, quello degli stati di diritto.
  24. Produrrebbe ovviamente effetti virtuosi per la stabilità della forma di governo in Italia e, per la seconda volta nella storia della Repubblica, dieci anni dopo l’annullamento della legge di modifica della Costituzione tentata dal Governo Berlusconi, riaffermerebbe la scelta della forma parlamentare di governo da parte del corpo elettorale italiano. La riaffermerebbe indirettamente neutralizzando la legge elettorale (della quale si è già fatto qualche cenno) denominata italicum. Che è legge avente ad oggetto il sistema elettorale per l’elezione della sola Camera, visto che, nel disegno renziano , il Senato deformato sarebbe eletto dai consigli regionali. Ma è ormai tempo di provare come queste due leggi, facendo sistema, mistificando regole, procedure ed atti, travolgono la forma parlamentare di governo.
  25. Partiamo da una constatazione auto evidente. La democrazia moderna, quindi la forma democratica di stato, o è rappresentativa o non è. Va di certo integrata, arricchita con istituti di democrazia diretta. Ma il suo fondamento intangibile è la rappresentanza, ne è l’essenza. Deviarla, distorcerla, amputarla è comprimere quel che resta della sovranità popolare dopo l’erosione subita dai trattati Ue. E ora la domanda: come, in quali termini si pone rispetto a tali principi ed a tali fondamentali esigenze il Senato “renziano”. Quale è la rappresentanza sulla quale dovrebbe basarsi ? L’articolo 1 della legge costituzionale gli riconoscerebbe quella “delle istituzioni territoriali”, quindi una rappresentanza di enti, delle regioni-enti dei comuni-enti. Una rappresentanza conseguente alla elezione da parte dei Consigli regionali di consiglieri regionali e di sindaci, uno per Regione, questi sindaci, eletti al Senato non dai consigli comunali, ma da quelli regionali. Questi senatori – 21 su 95 – rappresenterebbero i comuni ove furono eletti sindaci (e anche gli altri ? ) o i Consigli regionali che li eleggono al Senato ? Domanda analoga suscita il disposto del quinto comma dall’art. 2 secondo cui i Consigli regionali dovrebbero eleggere i senatori di loro spettanza “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo degli organi di provenienza”. Scelte di maggioranza, scelte articolate ? Mai formulazione di enunciato normativo di testi costituzionali può essere stata tanto ambigua. Non saranno poche le questioni interpretative affidate alla legge di attuazione di tale testo né saranno di incontestata soluzione.
  26. Dalle righe che precedono si può constatare la doppiezza di una rappresentatività di tal genere. Ambigua tra gli interessi della regione come ente (elezione da parte dei consigli) e regione come comunità (scelte degli elettori) ingannevole per ciascuna delle due entità. La derivazione duplice della rappresentanza porterebbe ad assemblare gli interessi dei comuni con quelli delle regioni. Interessi che sono istituzionalmente distinti dalla rispettiva autonomia istituzionale e talvolta contrapposti. Dalla loro mescolanza non possono che conseguire effetti perversi per la loro rappresentanza all’interno del Senato. Perché si spezza nei contenuti, disperdendosi e neutralizzandosi. Non può quindi che risultare compressa. Si consideri poi che, per i sindaci eletti al Senato, la derivazione è addirittura triplice. Si deve quindi constatare che è stata negata una evidenza concettuale ed empirica, quella della rispettiva autonomia degli enti territoriali che preclude una rappresentanza congiunta ed imporla normativamente è lo stesso che mistificarla.
  27. Incomprensibile poi è la modifica dell’articolo 59 Cost. che riduce la durata in carica dei senatori nominati per gli altissimi meriti conseguiti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario a 7 anni, quanti quelli della durata in carica del Presidente della Repubblica. In quale delle sue attribuzioni può o deve essere rappresentato al Senato il Presidente della Repubblica: in quella di capo dello stato pur se il titolare di tale funzione è nella pienezza delle su funzioni ? Nella rappresentanza dell’unità nazionale …. da dividere in 5 parti ? Solo la mancanza del senso del ridicolo può poi immaginare che gli altissimi meriti si affievoliscono anno per anno per scomparire in perfetta coincidenza col mandato presidenziale ….
  28. Un rapporto come quello descritto tra corpo elettorale e Senato non può comportare e non comporta una rappresentanza politica credibile. Non, di certo, quella imposta dal significato e dalle implicazioni dell’articolo 1 Cost. sulla sovranità popolare e sulle forme del suo esercizio. Non quella quindi che consentirebbe la partecipazione alla funzione legislativa, tanto meno se di revisione costituzionale. Neanche quella di eleggere due giudici costituzionali, per citare le funzioni che direttamente esprimono il senso della sovranità. Non è di rappresentanza politica il ruolo che Renzi vuole intestare ai membri del Senato. È quello di tramite politico-clientelare tra Governo da una parte e Regioni e Comuni dall’altra per l’erogazione contrattata delle risorse finanziarie disponibili per la discrezionalità che comunque resta al Governo ex art. 119 Cost., commi 3 e 5, come modificato. È del tutto ovvio che questo stesso rapporto non potrà mai diventare uno strumento di esercizio di un contropotere nei confronti dello strapotere di una Camera dei deputati, trasformata in organo di esecuzione delle decisioni del Governo e del suo Presidente del Consiglio mediante legiferazione. Uno dei principi fondativi del garantismo costituzionale è schiacciato. Se fosse stato adottato per ispirare la riforma del Senato, avrebbe potuto risolvere la questione di fondo del bicameralismo italiano, quella della sua ragion d’essere.[8]
  29. Invece, no. La deformazione del Senato si accoppia all’italicum che travolge la forma parlamentare di governo. Sia chiaro. L’incostituzionalità del porcellum dichiarata dalla Corte costituzionale derivava dalla violazione della sovranità popolare cui si aggiungevano due altre violazioni, quella del principio di uguaglianza e quella della libera scelta dei suoi rappresentanti da parte del corpo elettorale. Messe insieme, insomma, le tre violazioni facevano di quella legge elettorale un esemplare strumento di mistificazione della rappresentanza e di svuotamento della democrazia.
  30. L’italicum avrebbe dovuto sostituirla, sanando il triplice vulnus. Ma lo riproduce. Reitera la violazione dei principi inviolabili della Costituzione e della democrazia. Anch’esso contrae e contorce l’espressione della sovranità popolare. Infrange il principio della libertà di voto dell’elettore di scegliersi chi eleggere, gliene precostituisce una serie. È quella dei capilista dei cento collegi che risulteranno eletti sempre che la lista che capeggiano avrà seggi. L’altra dirompente violazione di principi fondamentali è quella occultata dalla idolatria della governabilità, della stabilità ad ogni costo, della personalizzazione del potere attribuendolo tutto ad un uomo solo. Lo si denomina “premio di maggioranza”. Ne va smascherata la verità. È falso nel nome, nel contenuto e negli effetti. Non premia affatto una maggioranza, vanifica quella vera. Si sa che in qualunque entità di votanti la maggioranza si identifica nella metà più uno dei voti espressi. Il “premio di maggioranza” non lo si conferisce a chi questi voti li ha acquisiti, ma a chi non li ha acquisiti. Lo si conferisce ad una minoranza, quella che ha ottenuto un solo voto in più di ciascuna altra minoranza. Il premio si traduce quindi in un privilegio per una delle minoranze rispetto a tutte le altre. Privilegio che comporta discriminazione di voti e sottrazione di seggi a quella che risulterà essere in ogni caso, chiunque la calcoli, qualunque sia il tipo di scrutinio, la maggioranza reale, perché composta dalla somma delle liste votate, esclusa la minoranza privilegiata. Ad essa il corpo elettorale ha negato di diventare maggioranza e lo diventa, quindi, contro la volontà popolare.
  31. Con l’italicum vengono assegnati 340 seggi (24 in più della metà più uno dei 630 della Camera) alla lista che ottiene il 40 per cento dei voti. Lo stesso numero di seggi verrebbe assegnato anche ad una lista che ne ottenga meno, anche il 30, il 20 …. Infatti, per il caso che nessuna lista ottenga il 40 per cento dei voti, è previsto un secondo turno, col quale si assegna il “premio” alla lista che, nel ballottaggio tra le due che abbiano ottenuto il maggior numero di voti al primo turno, sia prevalsa con qualsiasi quorum. [9]
  32. Collegata alla deformazione del Senato, l’italicum non nasconde il suo obiettivo reale. Lo rivela nel prevedere che le formazioni elettorali che “si candidano a governare”, devono depositare, col contrassegno che le identifica, il nome del “capo della forza politica”, cioè del candidato alla presidenza del consiglio che, in quanto leader di uno dei partiti geneticamente mutati, avrà composto la lista dei candidati al Parlamento collocandovi i suoi fiduciari. L’italicum converte quindi l’elezione dei membri del Parlamento in elezione diretta del capo del governo che carpirà in tal modo il flusso di sovranità e di legittimazione prodotto dal voto del corpo elettorale dissolvendo la rappresentanza politica, fondamento della democrazia moderna. Stravolta la forma parlamentare di governo, è incrinata la forma di stato.

Bibliografia

La bibliografia sul tema è vastissima. Per quella generale rinvio al mio “Costituzione e revisione costituzionale nell’età della mondializzazione in Scritti in onore di Giuseppe Guarino”, II, Cedam,1998, 211-297. Per quella recente all’ottimo saggio di M. Villone, La riforma Renzi-Boschi cit.

[1] Cfr. Mortati, Concetto limiti, procedimento della revisione costituzionale, ora i Id. Scritti, II, Giuffrè, 1972, 15

[2] Su tale vicenda in via generale rinvio al mio Costituzione e revisione costituzionale nell’età della mondializzazione in Scritti in onore di Giuseppe Guarino, II, Cedam, 1998, 211-297, e sulla specificità italiana del tema, cfr. M. Villone, Un decennio incostituzionale, manifestolibri, 2015 e G. Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Laterza, 2016, spec. 243-255.

[3] Machiavelli, Il Principe e Discorsi, Milano, Feltrinelli, 1960, 15

[4] Le critiche mosse sull’ammissibilità del quesito per difetto di rilevanza furono superate da F. Bilancia, Riporcellum e giudicato costituzionale, in Costituzionalismo.it gennaio 2014 ma 3/2013.

[5] Cfr. punto 7 del “considerato in diritto” della sentenza della Corte n. 1 del 2014

[6] Alle stesse conclusioni giunge autorevolmente A. Pace, Le ragioni del No in La Costituzione bene comune, Roma, Ediesse, 2016, 30. M. Villone in La riforma Renzi-Bossi:Governo forte, Costituzione debole in www. Costituzionalismo.it concede la legittimazione formale al Parlamento eletto col porcellum, ma gli nega quella materiale e politica.

[7] Cfr. Santi Romano, L’instaurazione di fatto di un ordinamento costituzionale ora in Scritti minori, vol. I° , Diritto costituzionale, Giuffrè 1950, 107 e ss., spec. 150.

[8] Chi scrive è l’autore del commento all’ Art. 55 del Commentario della Costituzione a cura di Giuseppe Branca, commento che rilevava come le “tormentate deliberazioni normative del Costituente sulla strutturazione del Parlamento … non offrono una base razionalmente molto solida al bicameralismo italiano …. 25.

[9] Per una puntuale disamina dell’italicum a confronto con la sentenza 1/2014, cfr., tra i molti, De Fiores, La riforma della legge elettorale in www.costituzionalismo. it 1.2015




Paolo Leon e il realismo politico di Riccardo Lombardi. Per una società diversamente ricca

leon

“Molti hanno pensato che Lombardi raffigurasse gli elementi della civiltà come utopie: l’ambiente, i diritti civili, il lavoro e il non lavoro, il ruolo dello Stato, la pace, l’economia – per citarne solo alcuni. Non si trattava di utopia, sia perché alcune parti o sezioni di quelle cose erano in corso di realizzazione durante gli anni migliori del centro-sinistra (dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica, alla sanità, all’istruzione, all’università di massa, al sistema pensionistico, alla disoccupazione, allo sviluppo del Mezzogiorno, alla ricerca) sia perché Lombardi voleva che allungassimo lo sguardo alle conseguenze delle riforme realizzate all’epoca: ci si sarebbe accorti di quanto lontano era il traguardo – socialismo o barbarie, riprendendo un motto francese, lasciava intendere che non c’è mai nulla d’irrevocabile e che dunque la lotta non è mai finita, quando si tratta dei diritti sociali e delle libertà personali: ce ne accorgiamo oggi, quando sicurezza e libertà entrano in conflitto.

Stiamo uscendo solo adesso dalla ventata reazionaria di Thatcher e Reagan, ma pochi dei residui velenosi di quella ventata sono stati spazzati via. Non li elenco tutti, ma ciascuno di noi può completarli con la propria esperienza.

Mi occupo di economia, e qui il portato della reazione di Thatcher e Reagan non è ancora eliminato, nonostante la terribile crisi del 2007-2009 (2015, per l’Italia): vuol dire che la trasformazione culturale è penetrata nel profondo della società. Sarebbe impensabile sostenere oggi che la Banca centrale non debba essere indipendente, che il profitto non sia lo scopo della società civile, che la spesa pubblica abbia effetti positivi maggiori della riduzione delle imposte, che la progressività sia essenziale non solo per la giustizia distributiva ma anche per l’economia, che esistano attività e servizi pubblici, come sanità, trasporti, istruzione, ricerca, sicurezza che non sono di mercato e non devono privatizzarsi (e che non dovrebbero essere sottoposti a tariffa), che esistano attività private da rendere pubbliche, che il PIL debba contenere i benefici dell’azione pubblica e i malefici di quella privata, che ambiente, cultura e ricerca sono più importanti dell’occupazione in quei settori, che l’organizzazione dell’impresa non debba vedere mescolati i ruoli di sfruttati e imprenditori, e che l’intervento legislativo sia necessario per garantire il diritto di chi è in posizione organicamente inferiore; che il sindacato non debba essere una lobby e lo sciopero non sia un’offesa al diritto dei cittadini, quale che ne sia la causa. Lombardi era critico del sindacato, ma era appassionato alla sua difesa, come strumento di diritti sociali.

Nei confronti dell’azione pubblica, sarebbe impensabile, oggi, una organizzazione a servizio della collettività, e non di interessi specifici, compresi quelli dei cittadini. Per questo molti diritti si trasformano in procedure burocratiche. Non molti si sono soffermati a riflettere sul perché, nonostante i progressi dell’informatica, le diverse amministrazioni ci appaiono tutte poco efficienti, molto inclini a ritenere che i diritti dei cittadini siano benefici da distribuire, dove l’omissione è la strada migliore per non incorrere in responsabilità dirette. In genere, le organizzazioni sono viste come piramidi, dove il capo, peraltro poco responsabile, è la rappresentazione dell’autorità, e i dipendenti non hanno né iniziativa né intelligenza esecutiva. Questa situazione deriva, però, in larga parte, dalla stessa politica di semplificazione, di esternalizzazione dei compiti, di privatizzazione. Analogo è il tema delle aziende pubbliche, ormai evanescenti e dove sono ancora attive, vengono assimilate a quelle private. Lombardi non pensava che lo Stato fosse un nemico da abbattere.

Saltando alla politica, sarebbe impensabile sostenere oggi che i partiti sono il veicolo della democrazia, e non i partecipanti ad una corsa da vincere, ed è anche impensabile sostenere che è spesso meglio perdere una battaglia, salvando un punto cruciale, che vincere con il solito bagaglio di opportunismo e cinismo. In generale, la cultura politica oggi non potrebbe essere più lontana dal pensiero di Lombardi.

Dopo la crisi, è però cambiato il mondo. Non c’è più la baldanza tedesca, il feroce sviluppo della Cina, il dominio delle armi americane: c’è scontro religioso, emigrazione, guerra, massacri. I mercati finanziari oscillano, ma non riproducono i fasti del passato decennio. La disoccupazione e l’inoccupazione di massa non sono state battute e, soprattutto, la distribuzione del reddito e della ricchezza sono orribilmente peggiorate. Resta la riluttanza, se non l’ostilità ad utilizzare l’intervento dello Stato nell’economia, e il potere costituito sembra fondarsi sul mercantilismo e forme surrettizie di protezionismo: la distruzione del ruolo dello Stato ha fatto dilagare la corruzione pubblica. L’Europa è indebolita, anche perché è ancora legata alle politiche thatcheriane (nemmeno quelle reaganiane) e teme la propria trasformazione in un vero e proprio Stato multinazionale. Gli stessi trattati atlantico e asiatico sono un incontro di interessi reazionari: servono a garantire una concorrenza che non rispetti diritti, ambiente, civiltà, e nella quale lo Stato più reazionario vince la gara delle esportazioni e dell’afflusso di capitali. Senza dire che i trattati che liberalizzano ogni cosa a livello internazionale, impediscono il formarsi di una cultura e una coscienza europee, e perciò sono un ostacolo all’Unione.

E’ partendo da questo arretramento assurdo, proprio quando il capitalismo degli affari è in difficoltà, che si deve immaginare di ritrovare la strada che Lombardi aveva indicato.

Dobbiamo, però, ancora capire perché i valori reazionari resistano anche dopo la crisi e, soprattutto, perché le politiche thatcheriane diano luogo piuttosto a nazionalismi fascistoidi che ad una rivolta di sinistra. Se aguzziamo la vista, osserviamo che il cosiddetto populismo dell’estrema destra reazionaria stravolge alcuni strumenti derivati dalla tradizione socialista: i nazionalisti nostrani o Europei si dedicano a favorire le masse più povere con promessa di escludere chi, provenendo da fuori, è ancora più povero, e con promesse di beneficenza pubblica, non certo come un diritto sociale; e far capire la differenza ad una cultura individualistica è molto difficile. Gli Stati, che hanno perso ruolo politico, si affiancano alle destre nazionaliste, perché, quale che sia la situazione sociale, non temono la diminutio di alcuni suoi membri (come gli immigrati), ma si rapportano solo a chi è più forte: un disastro per i valori socialisti. Forse Lombardi avrebbe detto che ciò nasce, in Italia, dalla sconfitta dei valori socialisti rispetto a quelli liberali, e che la sconfitta socialista non è che la continuazione di quella comunista.

Lombardi era un realista, anche se con lo sguardo al futuro, e ci avrebbe spinto a ricercare la ragione di ciò nel cambiamento sociale avvenuto paradossalmente anche a causa dei progressi sociali degli anni ’70, e di quelle riforme. Oggi si parla di riforme strutturali (forse appena un po’ meno negli ultimi mesi), ma si tratta di un insulto alle riforme di struttura del centrosinistra, forse la più organica ristrutturazione dello Stato e della società italiana successiva all’Unità. Le “nuove riforme strutturali” sono un’ipocrisia, e non vanno certo nella direzione di Lombardi: con questo tipo di riforme si vuole riportare la società a condizioni di ineguaglianza, con l’idea che sarebbe questa la molla, l’incentivo necessario per la ripresa economica, il benessere sociale, il progresso tecnologico e ambientale, l’efficienza pubblica: una semplificazione non solo degradante ma anche idiota della complessità dei rapporti sociali.

Lombardi avrebbe forse indicato la causa del consenso intorno a queste pseudo riforme nell’espansione della proprietà privata come effetto non desiderato delle riforme socialiste degli anni ’70: da allora, la casa in proprietà (per citare solo uno degli elementi del cambiamento proprietario) è diventata un obiettivo generalizzato, e questo è un segnale dell’assimilazione della cultura della classe lavoratrice a quella della classe proprietaria. I diritti sociali si sono trasformati in diritti individuali, ma ora il paradosso della storia è che i diritti individuali non derivano dal necessario sviluppo della persona, ma dalla ricchezza di ciascuno; e tanto più si è ricchi tanto più si è intestatari di diritti, e i poveri non sono solo poveri, ma restano ai confini della proprietà, ciò che mette in pericolo la loro dignità personale e li spinge verso un riscatto individuale, perciò nazionalista e razzista. La vana ricerca di sfuggire al Marx scienziato sociale, ha spinto la sinistra verso alternative piccolo borghesi, come il prudhonismo, il sansimonismo, per finire con la terza via di Blair.

Lombardi ci avrebbe detto che la reazione nazionalista all’immigrazione non è che un episodio della lotta fra poveri, dove però i poveri autoctoni difendono il diritto di non essere gli ultimi, perché sono ormai parte della classe media. Anzi, ci avrebbe fatto riflettere su come sia stata l’immigrazione a risvegliare ciò che era già presente ma nascosto: l’egoismo come valore, l’identità (nazionale!) come un diritto.

Una parte della responsabilità, e non solo culturale, ce l’hanno i socialisti perché, con un capolavoro della fatuità, hanno prima sposato la programmazione – per di più generale, applicata anche al mercato – per poi dimenticarla completamente, adeguandosi, insieme al PCI, alle politiche di breve periodo, a quelle di settore, a quelle territoriali, sperando che ciascuna sezione tra queste avrebbe creato elementi di socialismo.

Siamo tutti abbastanza marxisti da pensare che il cambiamento economico è una causa rilevante della trasformazione sociale. Forse, sia Lombardi sia noi abbiamo pensato invece che il cambiamento politico avrebbe portato al cambiamento economico e perciò ad una società più giusta, come tutti i riformisti fin da Otto Bauer: non ci sbagliavamo, salvo per il fatto che la società risultante dal cambiamento politico non era affatto più giusta. Del resto, anche il comunismo sovietico era fondato sullo stesso principio, e anche in quei paesi, la caduta del comunismo e dei suoi ideali di eguaglianza, ha ricostruito mai sopiti valori identitari, proprietari, egoistici.

Ci manca, oggi, una cultura politica socialista che sia comprensibile per le masse o, più modestamente, per la gente, che nel frattempo è più scolarizzata. Certo, non è nella cultura socialista che trova le sue radici il PD; e forse i disastri del socialismo italiano ed europeo frenano anche chi “sarebbe“ socialista, ma se ne vergogna. Tutto si può recuperare, solo che le divergenze originarie nella politica della sinistra riconoscano che il terreno comune è più rilevante di quelle divergenze. Confessare di aver ceduto alle sirene del liberismo durante tutto un lungo periodo di governo del centrosinistra, può aiutare a lavorare per unificare le file oggi disorganizzate. Il passato, per quest’opera di riunificazione è utile, ma va visto con gli occhi penetranti della critica lombardiana.”

Roma, 3 dicembre 2015

Testo presentato giovedì 3 dicembre 2015, nel corso della presentazione, promossa dall’Associazione LABOUR a Roma, del libro di Luca Bufarale “Riccardo Lombardi – La giovinezza politica (1919-1949)” e pubblicato dall’Associazione LABOUR.




Nel nome di J.P. Morgan. Le ragioni economiche della controriforma costituzionale

morgan

L’intento della riforma costituzione è passare da un modello costituzionale pensato per la tutela dei diritti sociali, attraverso un incisivo intervento pubblico in economia, a un modello costituzionale pensato unicamente in una logica di perseguimento di obiettivi di efficienza economica.

di Guglielmo Forges Davanzati 

Il progetto di riforma costituzionale è stato autorevolmente commentato da numerosi costituzionalisti, che hanno concentrato la loro attenzione sugli aspetti propriamente giuridici e politici del cambiamento prospettato[1]. Nel dibattito che si è sviluppato in questi mesi, minore attenzione hanno ricevuto interpretazioni che attengono a ragioni di carattere propriamente economico che spingono verso la riforma della Costituzione italiana.

Per individuarle conviene partire da un fatto ampiamente noto. J.P. Morgan, una delle istituzioni finanziarie più importanti su scala globale, in un documento del 2013, ha rilevato l’impronta “socialista” che sarebbe implicita nella nostra Carta costituzionale[2]. In effetti, si tratta di un’interpretazione che può essere condivisa se si leggono gli articoli che più direttamente riguardano la sfera economica e, in particolare, quelli che danno allo Stato anche funzioni di programmazione. Evidentemente, dal punto di vista degli interessi della finanza che quella istituzione rappresenta, la presenza di elementi di “socialismo” nella nostra Costituzione deve essere particolarmente sgradita. Va chiarito che il documento di J.P. Morgan è estremamente rilevante, anche al di là del progetto di riforma costituzionale, perché aiuta bene a comprendere i processi di depoliticizzazione in atto: ovvero processi che demandano a tecnici non eletti la gestione della politica economica, a condizione che quest’ultima sia concepita in modo da «non essere invisa alle banche centrali»[3].

La propaganda governativa non richiama l’ammonimento di J.P. Morgan, non fa riferimento al “socialismo costituzionale” italiano, preferendo concentrarsi essenzialmente su due aspetti.

  1. La riforma costituzionale si rende necessaria per ridurre i costi della politica.
  2. La riforma costituzionale si rende necessaria per accelerare i tempi di decisione.

Il primo argomento appare suscettibile di una immediata critica, che riguarda il fatto che, se davvero si intende ridurre i “costi della politica”, non si capisce per quale ragione non farlo – in modo estremamente più semplice – attraverso l’attuazione delle numerosissime proposte di riduzione degli stipendi e degli emolumenti di chi ci rappresenta. Peraltro, come è stato osservato, la previsione per la quale i senatori non percepiranno indennità in quanto senatori (il che, ci viene detto, è un risparmio) è combinata con la previsione che le medesime indennità i senatori le percepiranno dalle istituzioni da cui sono espressi[4]. Ciò al netto del fatto che – ed è bene ricordarlo – la remunerazione accordata a chi svolge attività politica ha il suo fondamento nella possibilità data ai meno abbienti di assumere incarichi. È evidente che nella situazione attuale questi emolumenti hanno assunto dimensioni la cui legittimazione è oggettivamente difficile da darsi, ma è altrettanto evidente che la politica ha un costo; riforma o meno.

Vi è di più, considerando che sebbene elevati in termini assoluti questi costi appaiono assolutamente marginali rispetto ai costi che i cittadini italiani (in particolare, i lavoratori dipendenti e le piccole imprese) sostengono per una tassazione che serve solo in misura marginale a pagare il ceto politico. E che serve semmai a generare avanzi di bilancio. E tuttavia, nel confronto con la media europea, ci troviamo di fronte al paradosso per il quale siamo maggiormente tassati per pagare più di altri una classe politica che, nella sua espressione governativa, ci somministra dosi di austerità fiscale (riduzioni di spesa combinate con aumenti della pressione fiscale) superiori a quanto accade altrove.

Il secondo argomento, apparentemente inoppugnabile (chi vorrebbe maggiore lentezza delle decisioni?), è maggiormente rilevante giacché attiene ai rapporti fra dimensione economica e sfera delle decisioni politiche. La Costituzione che si intende ridisegnare è, a ben vedere, una Costituzione modellata su parametri di efficienza economica, ovvero, finalizzata a rendere l’economia italiana più attrattiva per gli investitori esteri. Questo sembra il punto essenziale sul quale si gioca questa partita. In un contesto che si definisce di globalizzazione, effettivamente ciò che conta è la rapidità delle decisioni politiche che asseconda la rapidità dei processi di produzione e vendita di merci: la c.d. time-based competition che diventa competizione fra Stati anche sulla rapidità delle scelte politiche. Letta in questa prospettiva, la riforma appare del tutto coerente con una logica, per così dire, efficientista: logica che, tuttavia, è in radicale contrasto con la tutela dei diritti, in particolare dei diritti sociali. Ciò che conta è l’efficienza dei processi decisionali, come si legge nei documenti preparatori della riforma redatti da questo governo (peraltro, del tutto in linea con i governi che lo hanno preceduto).

Vi è anche da rilevare che il tema della qualità delle istituzioni è stato oggetto, negli ultimi anni, di studi compiuti prevalentemente da economisti (si pensi, innanzitutto, alla c.d. analisi economica del

diritto). Si tratta di studi che, applicando l’assunto della scelta razionale ai problemi di decisione politica e di disegno delle istituzioni, giungono fondamentalmente alla conclusione che è ottimale quel disegno delle istituzioni (costituzioni comprese) che istituisce un meccanismo di incentivo/disincentivo tale da rendere possibile la massimizzazione del benessere sociale[5].

In un certo senso, è questa la base teorica della riforma che si intende attuare: il passaggio, niente affatto neutrale, da un modello costituzionale pensato per la tutela dei diritti sociali, attraverso un incisivo intervento pubblico in economia, a un modello costituzionale pensato in una logica di perseguimento di obiettivi di efficienza economica, da perseguire mediante il minimo intervento pubblico in economia (si pensi, a riguardo, alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio).

Ma qui, il punto ulteriore in discussione riguarda il nesso che viene a istituirsi fra “governabilità” ed efficienza, dal momento che non è affatto scontato che una maggiore rapidità dei tempi della decisione politica implichi un aumento dell’efficienza di sistema. In altri termini, appare discutibile l’idea che, se anche il superamento di una Costituzione basata sulla tutela di diritti sociali si renda necessario per garantire la “governabilità”, quest’ultima produca benessere per tutti.

A ben vedere, sussistono ottime ragioni per ritenere che il decisore politico è “catturato” da gruppi di interesse e che, ponendo la questione in questi termini, il solo risultato ragionevolmente prevedibile a seguito della riforma costituzionale può configurarsi sotto forma di maggiore governabilità a beneficio dei gruppi di interesse che il governo difende[6]. E, almeno in questa fase storica, non sono certo né i lavoratori dipendenti, né i pensionati, né le piccole imprese. Va chiarito, a riguardo, che esiste un’ampia letteratura economica che mostra come un fondamentale presupposto per la crescita economica risieda esattamente nella tutela dei diritti sociali e, a questi connessi, a una più equa distribuzione del reddito. Ma si tratta di una letteratura marginalizzata dal pensiero dominante e palesemente non funzionale all’attuale modello di sviluppo, basato semmai su crescenti diseguaglianze distributive e su quella che Luciano Gallino, nei suoi ultimi scritti, definiva la «lotta di classe dall’alto».

In questo senso, il referendum ha una notevole implicazione economica, giacché pone in evidenza il fondamentale discrimine fra una visione della carta costituzionale come strumento di tutela delle fasce deboli della popolazione e una visione della stessa come dispositivo finalizzato alla governabilità per l’efficienza, laddove quest’ultima passa attraverso il superamento del modello di democrazia economica delineato nella Costituzione attualmente vigente.

Pubblicato su MicroMega-online il 2 giugno 2016.

Note 

[1] Si veda, fra gli altri, per il fronte del NO: Zagrebelsky, “Il mio no per evitare una democrazia svuotata”, MicroMega-online, maggio 2016. Si rinvia anche a G. Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Bari, Laterza, 2016. Per le ragioni del SÌ si rinvia, fra gli altri, a Salvatore Curreri, “Le critiche che la riforma costituzionale non merita”.

[2] J. P. Morgan, The Euro area adjustment: about halfay there, “European Economic Research”, 28 marzo 2013. Per un commento a questo articolo, si veda: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/19/ricetta-jp-morgan-per-uneuropa-integrata-liberarsi-delle-costituzioni-antifasciste/630787/.

[3] H. Radice, “Reshaping fiscal policies in Europe”, The Bullet, febbraio 2013.

[4] D. Gallo, “Le ragioni del NO all’arretramento costituzionale”, MicroMega-online, 31 maggio 2016.

[5] V., fra gli altri, R. A. Posner, The economic analysis of law, Harvard, Harvard University Press, 1999.

[6] Sul tema, si rinvia, fra gli altri a P. Burnham, New Labour and the politics of depoliticization, “British Journal of Politics and International Relations” 3/2, 2001, pp. 127-149, che sottolinea la sostanziale impossibilità di coniugare le nuove modalità di regolazione del capitalismo con la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta nel Novecento.




La trappola democratica

norberto-bobbio

di Alfio Mastropaolo

La definizione standard

In uno dei suoi scritti più celebri, che ha fatto scuola a un’intera generazione, intitolato Il futuro della democrazia, Norberto Bobbio cercò di mettere ordine tra le tante definizioni della democrazia e si azzardò a proporne una, da lui stesso definita minima, se non minimalista. Che mettesse tutti d’accordo. Che in democrazia non è un pregio di poco conto. La democrazia, per Bobbio, è un particolare regime politico che si caratterizza per alcuni requisiti fondamentali, i quali attengono a chi governa e a come governa. Tali requisiti sono il suffragio universale, il principio di maggioranza e la competizione tra forze politiche diverse, e, di conseguenza, la libertà personale, di pensiero, di associazione.

Questa definizione di democrazia, viceversa, nulla dettava sul cosa. La democrazia è compatibile con ogni sorta di misure politiche. Ovvero non impone nessun obbligo al riguardo. Può produrre politiche egualitarie, su cui Bobbio concordava, ma non è obbligata a produrle. Lo Stato sociale è un di più, che arricchisce la democrazia, ma non la qualifica. Se poi si conducessero solo politiche ugualitarie, – Bobbio le chiama democrazia «sostanziale», a scapito della democrazia «procedurale», – la democrazia non sarebbe più democratica.

Bobbio ammetteva che una simile democrazia è poco attraente. Anzi, aggiungeva, non mantiene nemmeno le sue modestissime promesse: le oligarchie sono tenacissime, prevalgono gli interessi più forti, quelli economici innanzitutto, persistono larghissimi spazi democraticamente inaccessibili. Ma lui apparteneva alla generazione che aveva vissuto il fascismo. Il suo punto di vista si può capirlo. Non sappiamo cosa direbbe oggi, dopo che è trascorso mezzo secolo e che il suo futuro democratico è arrivato. Le democrazie sono diventate più oligarchiche, sono governate da gente che è al servizio dei potentati economici e la sfera del potere invisibile si è dilatata a dismisura. In compenso, il suffragio universale è sempre lì, si decide sempre a maggioranza e c’è pure competizione tra partiti. Non solo, ognuno è libero di dire quel che vuole (con qualche restrizione). E di vivere come vuole. Peccato che spesso non abbia i mezzi di che vivere decentemente.

Come la mettiamo allora con la democrazia? Francamente, se ci atteniamo alla definizione minima, siamo disarmati. La definizione minima è divenuta la definizione standard. Questo e non altro è democrazia. Ma quel che la democrazia produce è scoraggiante. Intanto le sue procedure si possono – democraticamente – rivolgere contro se stesse. Quindici anni or sono un pronunciamento della Corte suprema americana, un’istituzione figlia delle procedure democratiche, e che opera nel pieno rispetto delle procedure democratiche, contraddisse, a maggioranza, un risultato elettorale pasticciato e consegnò il potere a George W. Bush. Coi disastri che ne seguirono. In Italia da ultimo un parlamento eletto secondo una legge elettorale dichiarata incostituzionale ha appena stravolto la Costituzione. Perfino il capo dello Stato, che aveva a suo tempo scritto la sentenza che aveva dichiarato l’incostituzionalità di quella legge, ha appena detto che va bene in questo modo.

Non solo. Purché si rispettino le procedure, o si usino forchetta e coltello, in democrazia si può mangiare carne umana. Non è una battuta. I governi delle democrazie europee, democraticamente eletti, nel rispetto delle regole della democrazia formale, lasciano morire in mare i disperati del mondo, quando non li consegnano a bande di assassini, pubblici e privati, da essi stessi lautamente remunerati.

Tutto questo per dire che, se ci atteniamo alla definizione minima e standard, la democrazia di questi tempi non è affatto in crisi, ma è comunque mostruosa. Scoppia di salute, ma produce esiti perversi. Ai tempi di Bobbio gli esiti della democrazia potevano ritenersi dopotutto accettabili, ma ultimamente non lo sono neanche un poco. Lasciamo pure perdere i valori che la democrazia inscrive sulle sue insegne: la libertà, l’uguaglianza, la fraternità, la giustizia. I valori si possono stiracchiare in tanti modi. Ciò che non si può stiracchiare più di tanto – anche se un po’ vi si riesce – è il cosa la democrazia ci offre. Ovvero le condizioni di vita di una gran quantità, perfino la maggioranza, degli esseri umani: di quelli che abitano le società che si definiscono democratiche e di quelli che stanno fuori, che ne subiscono le politiche e che ormai le stringono d’assedio. Conviene ripeterlo: disuguaglianze e povertà sono in rapido aumento e, se metà degli elettori ormai si astiene dal voto, lo fa verosimilmente perché lo spregio, democraticamente ineccepibile, per la sua condizione e le sue opinioni da parte dei governi democratici è tale che tanto vale restarsene a casa. L’exit è una forma di dissenso ormai praticata su vastissima scala.

Una definizione impietosa

Per lungo tempo abbiamo considerato la definizione di democrazia di Bobbio – non c’è solo la sua – non solo una definizione minima, ma pure una definizione realistica. Così anche lui la riteneva. La democrazia non è il regno delle fate. Ha i piedi ben piantati in terra. O deve averceli, dato che l’ideale democratico dell’autogoverno non può non fare i conti con come sono fatti gli esseri umani e con come sono fatte le società che abitano. Potremmo, questo è vero, cambiare queste società e cambiare gli esseri umani. Ma la lezione dell’esperienza ci insegna che l’impresa è ardua e che chi ci ha provato con troppa determinazione ha combinato terribili disastri. Potremmo cambiarle almeno un poco. Qualche non trascurabile cambiamento si è pure riuscito a ottenerlo. Pensiamo alla scolarizzazione di massa. Eppure, tanto non è servito a rendere meno oligarchiche le società democratiche e meno remoto l’ideale dell’autogoverno.

Che non si debba cambiare allora la definizione della democrazia? Che quella di Bobbio, preziosa allora, sia ormai datata? Magari prendendo sul serio quella che da sempre ne danno i suoi critici conservatori: i quali si spingono oltre le procedure e, com’è noto, considerano la democrazia un’illusione, o una trappola per gonzi. Ovvero sostengono che le oligarchie ci sono sempre state e sempre ci saranno e che le disuguaglianze appartengono al destino della specie. È scomodo dirlo e fa male sentirlo dire. Ma i conservatori hanno ragione. La democrazia è una tecnica di governo, con la quale i pochi governano i molti. Pertanto è una tecnica raffinata. È verosimile che in altri tempi e in altri luoghi se ne siano inventate di migliori. Per quanto riguarda la modernità occidentale è finora la tecnica più raffinata di tutte. È una tecnica che vuole risparmiare in coercizione e suscitare il consenso dei molti. Ai quali si offrono consistenti consolazioni, che tuttavia servono solo a governarli a costi più bassi. Ma sempre di tecnica di governo si tratta. Il punto di vista di Marx, dopotutto, non era troppo diverso. Lui era convinto che un mondo migliore fosse possibile e quindi che un altro modo di governare gli esseri umani lo si potesse inventare.

Stando ai suoi critici, il governo del popolo, da parte del popolo, dissimula il governo contro il popolo. Lo disse, con una battuta folgorante che gli è attribuita, Mark Twain: se le elezioni servissero a qualcosa, non ci permetterebbero di votare. Ecco quindi una seconda definizione: la democrazia è una tecnica per governare a basso costo esseri umani eterogenei e ordinariamente recalcitranti come quelli che abitano le differenziate e tortuose società moderne. È un modo indovinato per indorare la pillola amara del governo dei pochi sui molti.

Per ottenere questo risultato, molto deludente per chi creda ai valori di cui sopra e per gli interessi dei molti, la democrazia si è avvalsa di due formidabili invenzioni. La prima invenzione è l’attribuzione al popolo della titolarità del governo. La seconda è l’elettività dei governanti. Ovvero, una ciclica competizione, tramite le elezioni, per accedere all’oligarchia che presidia la sfera politica ed esercita le funzioni di governo.

La trappola del popolo

Sono state due invenzioni geniali. Perché mettere il popolo sul trono del sovrano, è una concessione simbolica che soddisfa molto il popolo. E perché la competizione regolata evita di ricorrere alla violenza per sostituire i governanti e per affermare i propri interessi. Se non che, come tutte le invenzioni geniali, anche queste sono gravide di controindicazioni. Alcune controindicazioni giovano all’oligarchia governante, e danneggiano i governati. Sono cioè una trappola per i secondi a beneficio dei primi. Per fortuna, le controindicazioni sono equamente distribuite. Sono anche una trappola per l’oligarchia governante e un’opportunità per i governati. Dopotutto questa ambivalenza è un pregio non secondario della democrazia. Non è perfetta, ma non è perfetta né come negazione del dominio, né come dispositivo di dominio. Proviamo a vedere in che modo.

La prima controindicazione, che è soprattutto una controindicazione per l’oligarchia, sta nel nome del popolo. Intestare il governo al popolo, significa tenerne conto in qualche modo. Il popolo democratico non può essere ignorato. Ordinariamente il popolo è sottomesso e anche facile da manipolare. Lo aveva scoperto molto tempo fa Etienne de La Boétie. Gli esseri umani sopportano, perché è difficile ribellarsi da soli. E perché ribellarsi da soli è impresa costosa e rischiosa. Per loro fortuna il mondo è pieno di imprenditori politici che non fanno che ripetere al popolo, o a pezzi di popolo, che è lui il sovrano e che merita di più. Il loro intento, va da sé, è entrare a far parte dell’oligarchia che governa. La parola con cui si indica questo modo di attrarre consenso è demagogia. Ma chi dice che la demagogia, ovvero cercare di conquistare il favore del popolo, sia sempre un danno? Tutt’altro. Vi sono pretendenti al governo che fanno demagogia mossi da nobilissimi ideali, perché vogliono un mondo più giusto, più uguale, più fraterno e che solo rinnovando l’azione di governo questi risultati sono raggiungibili.

È probabile che coloro che, al tempo della rivoluzione inglese, avevano inventato il popolo e l’avevano schierato contro il re, compiendo una mossa demagogica, non prevedevano che tale mossa si potesse ritorcere contro di loro. Avevano sbagliato i conti. Perché si sono esposti alla possibilità che qualcun altro si alzasse a parlare in nome del popolo e ottenesse ascolto e sostegno almeno da parte di un pezzo di esso. E questo è successo. Quella volta e molte altre volte ancora.

Occorre tuttavia stare attenti. C’è demagogia e demagogia. Il socialismo è stato un grande movimento che ha parlato in nome del popolo, che ha mobilitato pezzi di popolo e ottenuto per esso concessioni straordinarie, che vanno dal suffragio universale allo Stato sociale. Ma il popolo può essere mobilitato in tanti modi. Anche Hitler si levò a parlare in nome del popolo, ne ottenne il consenso e lo indusse a compiere cose terribili. È questo lo stato del mondo. Un vantaggio può divenire un inconveniente e viceversa. Intanto, la democrazia accende una competizione all’ultimo sangue per definire cos’è il popolo e per parlare in suo nome.

Ovvero: la definizione del popolo non è univoca. Il popolo lo si può definire in tanti modi. Può essere un popolo astratto, una nazione. Possono essere le classi lavoratrici, può essere la società civile, possono essere i consumatori o gli stake-holders, può anche essere ethnos. Ultimamente il concetto di popolo è soggetto a inquietanti revisioni. Perfino l’uso della parola cittadinanza si presta a manipolazioni non trascurabili. L’illustre Repubblica francese ha appena rivisto la sua Costituzione per sottrarre la cittadinanza francese a chi ne abbia un’altra e sia condannato per attività terroristica. Potremmo anche discutere sulla spontanea sensibilità democratica che si è ultimamente diffusa in seno al popolo. Di questi tempi il popolo democratico odia i governanti e odia la politica. Questo può essere utile a tenerli a bada, ma si presta, lo sappiamo, anche a inquietanti distorsioni. Che dire quando il popolo assalta i campi zingari o incendia gli asili degli immigrati?

La democrazia inventa e accende una contesa per definire il popolo e per mobilitarlo, che non è decisa in partenza. Né simbolicamente, né tantomeno giuridicamente. Il nazismo escluse dal popolo e perseguitò i non ariani. Ma nel 1912 in Italia fu introdotto il suffragio universale maschile e nel 1945 anche quello femminile. Un giorno o l’altro si potrebbe concedere il diritto di voto agli immigrati. Non è neppure detto che le riperimetrazioni del popolo, cui partecipano pure le oligarchie, siano sempre vantaggiose per il popolo. Quando Giolitti volle introdurre il suffragio universale, lo fece sapendo di poter mobilitare contro i socialisti i nuovi elettori cattolici e contadini.

Lo stesso ragionamento vale per il popolo come destinatario delle politiche. Nel 1943 il Rapporto Beveridge propose di estendere a tutto il British people la sicurezza sociale. Quarant’anni dopo, Margaret Thatcher avrebbe detto che il popolo è fatto di tax-payers e di proprietari. «La grande riforma Tory di questo secolo sta nel consentire sempre più al popolo di accedere alla proprietà. Il capitalismo popolare non è niente di meno che consentire a tutti di partecipare alla vita economica della nazione. Noi Conservatori stiamo restituendo il potere al popolo». Tanto peggio per i non proprietari, che sono sospinti ai margini del popolo.

La trappola delle elezioni

L’altra grande invenzione della democrazia sono state le elezioni. La rivoluzione inglese e quella francese decisero chi avrebbe governato tramite una terribile guerra civile. È capitato anche dopo. Ma, di norma, nei regimi rappresentativi e democratici chi governa è scelto tramite libere elezioni. Vince chi riesce pacificamente ad arruolare il maggior numero – in teoria – di elettori. L’idea è straordinaria e, dopotutto, ha avuto anche successo. Ci abbiamo messo un po’ di tempo, ma alla fine l’oligarchia che governa è scelta ovunque in questo modo. La controindicazione per i governati, o per una parte sostanziosa di essi, è che le elezioni sono partite che si giocano sempre con carte truccate. E chi distribuisce le carte e detta le regole del gioco è l’oligarchia che sta al potere. La storia d’Italia è sempre generosa di esempi deprimenti. Da ultimo: Berlusconi si riscrisse nel 2006 la legge elettorale a sua misura. Renzi ha appena fatto lo stesso. Le regole elettorali sono a disposizione dei vincitori. Quando non le cambiano è perché non gli conviene. Nessuna legge elettorale è più infame di quella inglese. Ma nessuno la cambia perché conviene sia ai Conservatori sia ai Laburisti. Gli evita il terzo incomodo.

I modi per truccare le carte sono infiniti. Non è facile elencarli tutti. Limitiamoci a quelli più recenti. E le carte possono essere più o meno truccate. Possono essere truccati per cominciare i numeri. Anzi: contro i numeri, che sono il loro mito, i regimi rappresentativi e democratici hanno paradossalmente condotto una lunghissima guerra. Il principio di maggioranza fu in origine una difesa contro l’oligarchia. Ma subito si intese che non si doveva abusare del principio di maggioranza. Che conveniva sottrargli, a tutela delle minoranze, alcuni principi e alcuni temi. Ma i numeri, oltre a sterilizzarli, si può truccarli. Le leggi elettorali maggioritarie ribattezzano maggioranze le minoranze.

Al contrario le leggi proporzionali attribuiscono al voto di tutti i cittadini il medesimo valore. Non sempre producono maggioranze parlamentari coerenti e inoltre concedono ai perdenti, e ai loro elettori, di contare qualcosa tra un’elezione e l’altra. Il che non è a tutti gradito, cosicché sono ormai diventate una rarità. Perché, si narra, non consentono la governabilità. O, a quanto pare sarebbe la gioia massima per l’elettore democratico, non permettono di conoscere la sera delle elezioni chi lo governerà l’indomani. Così, sono assai di moda leggi maggioritarie e clausole di sbarramento, tutte adottate con procedure democraticamente inappuntabili. Così, se sottraiamo la massa degli astenuti, i governi occidentali sono mediamente il prodotto di un terzo o di un quarto degli elettori. Gli altri tre quarti non contano granché, salvo che riescano a farsi valere altrimenti.

Un’altra possibilità di manipolare è quella che passa attraverso il monopolio dei media. Come si manipola pure moltissimo grazie ai finanziamenti privati delle campagne elettorali – nella democraticissima America la vera contesa è quella per accaparrarsi tali finanziamenti – oppure tramite i finanziamenti pubblici distolti dai politici corrotti. Ma si manipola anche variando a convenienza il perimetro delle circoscrizioni elettorali o le date delle consultazioni – il governo Renzi ha scelto non a caso una data molto scomoda per il referendum sulle trivellazioni dei fondali marini.

Basta riflettere e troveremo mille accorgimenti per manipolare i risultati. I sistemi elettorali maggioritari, che per dirne un’altra sul loro conto, riducono a due contendenti la competizione elettorale, invitano all’astensione coloro che non si identificano né con l’uno, né con l’altro. Inoltre, visto che i concorrenti si disputano l’elettorato intermedio, lasciano senza rappresentanza gli interessi che potrebbero entrare in collisione con quelli dell’elettorato intermedio. Ultimamente, sollecitati dai partiti cosiddetti populisti, i partiti moderati coltivano di più l’elettorato più conservatore. Ma il razzismo di questo elettorato è più compatibile con l’elettorato intermedio di quanto non lo siano le esigenze redistributive dell’elettorato popolare. Ne consegue che i partiti socialisti si muovono verso destra e si indeboliscono a sinistra. Pagando un alto prezzo anche elettorale.

In Francia e negli Stati Uniti bisogna iscriversi alle liste elettorali. Guarda caso, sono i ceti meno istruiti che faticano a iscriversi. Peraltro, questi ceti faticano ovunque a votare. Una volta i partiti li istradavano. È bastato smantellare le macchine partitiche, fatte bersaglio dappertutto di una micidiale campagna denigratoria, per lasciare a se stessi questi elettori.

Non per caso, le norme che regolano le elezioni sono anch’esse norme molto disputate. Pensiamo a quanto si è combattuto in Italia per revocare la proporzionale. Ovviamente può pure capitare che le oligarchie siano incerte. Come capitò in Italia nel 1946 quando si adottò la proporzionale. Ma non fu una generosa concessione. Fu un esito dettato dai rapporti di forza, o dalla loro incertezza. Nel 1953, quando la Dc si persuase che i rapporti di forza fossero cambiati, adottò la legge-truffa. Aveva fatto male i suoi conti. Batti e ribatti, il tentativo è riuscito nel 1992. Indossando le candide vesti della moralizzazione politica. Alla proporzionale si riuscì ad addossare la responsabilità della corruzione, della mafia, di Tangentopoli, del clientelismo assistenzialista. Che sono invece vizi intrinseci della conformazione oligarchica della democrazia. Tant’è che, rimossa la proporzionale, tali vizi si sono ulteriormente aggravati.

Qualcuno ovviamente dirà: per evitare che si giochi con carte truccate, non ci sono forse le costituzioni e i diritti fondamentali? A vedere in che pietoso stato è ridotta la Costituzione italiana, dovrebbe esser chiaro che le costituzioni sono unicamente tentativi d’irrigidire giuridicamente da parte dell’oligarchia vincente un equilibrio di potere storicamente dato e prolungarlo nel tempo. La costituzione del 1948 voleva rendere irreversibile l’antifascismo e il – modesto – comune denominatore che legava le forze politiche che la sottoscrissero, ovvero l’attenzione per il mondo del lavoro e le classi popolari. Ma già all’indomani della sua solenne promulgazione, imboccò la china dell’interpretazione, dell’applicazione, della costituzione materiale, spezzata di quando in quando dai sobbalzi dei suoi aggiustamenti, fino all’ultimo, decisamente brutale, che apertamente contraddice il testo originario. Ahimè, sono cose che capitano. Allo Statuto albertino accadde ben di peggio.

Non voglio dire che le costituzioni siano inutili. La Corte costituzionale ha bocciato l’infame legge Calderoli. Ma non ha potuto impedire la non meno infame legge Renzi-Boschi. Vedremo come si pronuncerà su di essa. A ogni modo, se non vi sono rapporti di forza e numeri che le sostengano, le costituzioni si riducono a un programma politico velleitario e inapplicato. Le corti costituzionali, d’altro canto, hanno sempre avuto natura politica più o meno esplicita. Ce lo ricordano le recenti dimissioni del ministro degli Esteri francese per andare a presiedere il Conseil costitutionnel. In Italia Renzi ha fatto carte false per mandare alla Corte un giurista amico come Augusto Barbera. In America, dove la Corte aveva una discreta reputazione di indipendenza, si è appena aperta una vertenza su quale partito debba nominare il successore del giudice Scalia, il quale, col suo voto, consegnò la presidenza a George W. Bush.

È la democrazia, bellezza. Per quanti sforzi si faccia per sottrarglieli, le costituzioni e i diritti sono in balia della lotta per il potere, che decide anche quanto contano i numeri. Tutto questo per dire che la democrazia non è altro che la continuazione della guerra con altri mezzi. Finché non cede il passo alla guerra civile, e non mi pare che ve ne siano al momento le condizioni, la democrazia sta benissimo. È chi crede in una certa accezione dei valori di libertà, uguaglianza e fraternità che ultimamente sta molto male.

Ciononostante

Consentitemi di citare ancora Bobbio per giungere alla conclusione. La democrazia, nella sua definizione standard e preminente, è una forma di governo oligarchico che possiamo definire ipocritamente amichevole. L’ipocrisia, dice Jon Elster, ha una funzione civilizzatrice e per Oscar Wilde è l’omaggio che il vizio presta alla virtù. Oltre il velo della sua ipocrisia, e della sua retorica incantata, la democrazia è una forma di dominio, solo apparentementesoft, fondata su un gioco che si gioca con carte truccate al fine di predeterminare i vincitori. Il problema che pertanto si pone a chi si intestardisce a credere, in un certo modo, nei valori di libertà, uguaglianza e fraternità è se per affermarli convenga usare le regole della democrazia standard o se gli convenga battersi altrimenti.

E qui viene la citazione di Bobbio. Il quale ammetteva che la democrazia minima è piena di difetti, ciononostante andava rispettata. Non mitizzerei il carattere pacifico della lotta politica democratica. Si può essere spietatamente violenti – e provocare enormi sofferenze – anche con mezzi pacifici. Quel che comunque la storia delle democrazie dimostra è che le partite democratiche non sono mai perse in partenza. La democrazia come forma di dominio ha dei punti deboli, ha in particolare un’intrinseca vocazione alla demagogia, e che sfruttarla è più conveniente che non tentare un altro gioco, che molto probabilmente sarebbe un gioco violento.

Anche la legge elettorale più truffaldina – come quella inglese – può produrre risultati inaspettati e anche virtuosi sul piano dell’uguaglianza. E anche contro le oligarchie più caparbie si sviluppano sfide demagogiche, dentro e fuori di esse. Certo, l’oligarchia è fatta di giocatori che giocano con tutte e due le gambe e i suoi sfidanti giocano con una gamba sola. Se però sono bravi, possono farcela. Non per sempre, perché alla lunga si integrano nell’oligarchia, ma per un po’. Le conquiste democratiche di cui tessiamo gli elogi, e di cui forse nutriamo il rimpianto, sono state compiute da giocatori con una gamba sola. I quali negli ultimi decenni, paghi delle misure dello Stato sociale e del riconoscimento dei diritti fondamentali, si sono lasciati anch’essi sedurre dall’oligarchia.

Era invece un esito provvisorio. Sta di fatto che il suffragio universale, lo Stato sociale, i diritti fondamentali e tante altre cose ancora non ce li siamo sognati. Ci sono stati, e in parte ci sono ancora, perché a volte capita che scendano in campo aspiranti al potere che – o per convinzione, o per convenienza – scommettono sull’uguaglianza, vincono e ne realizzano almeno un po’. Presto o tardi accadrà di nuovo. Ultimamente è anzi già successo. In Grecia e in Spagna sono sorte nuove forze democratiche, che hanno arruolato larghissime schiere di elettori. Il brutto è che sono state un’altra volta truccate le carte. I poteri di governo erano stati in larga parte messi al sicuro dall’oligarchia a Bruxelles, a Francoforte e a Berlino. Anche questo è un vecchio trucco: sottrarre temi alla decisione politica per consegnarli ad altri poteri, tra cui il mercato. Non è detto però che il trucco funzioni sempre.

Quel che è ancora più brutto è che a utilizzare le regole della democrazia minima per entrare nel recinto dell’oligarchia, che è oggi sempre più dipendente dal grande capitale finanziario, oggi vi sono pure forze razziste e xenofobe. Le quali giocano con successo, profittando dell’estendersi a larghissimi segmenti delle classi medie delle sofferenze che da un pezzo patiscono le classi popolari. È alle viste uno scontro durissimo.

Cosa possiamo fare noi? La prima cosa è riconoscere nella democrazia uno strumento, un dispositivo, una tecnica e provare a scoprire cosa ci interessa realmente. La democrazia ha qualche pregio di rilievo. Ma di per sé ha valore modesto. Vale in quanto ci aiuta a conseguire i risultati che ci interessano. Avendo questo ben in mente, la prima cosa da fare è far sapere che non tutti sono appagati dallo stato del mondo. E attrezzarci per giocare al meglio con una gamba sola.

Negli anni venti un grande giurista ebbe a scrivere che solo se si associano con altri gli individui hanno qualche possibilità di contare qualcosa. È un consiglio ancora valido. L’ideale sarebbe che sorgesse un partito in grado di arruolare elettori a milioni in nome di libertà, uguaglianza e fraternità e che per prima cosa cambiasse con successo il significato oggi corrente della parola popolo.

L’altro consiglio è di battersi per salvaguardare la competitività del mercato politico. Meno concorrenti ci sono, più è probabile che valori e interessi scomodi per l’oligarchia siano disattesi. La riforma Renzi promette di semplificare un’architettura costituzionale macchinosa. In realtà, è una riforma sgrammaticata, che non semplifica, ma complica e che soprattutto, di concerto con la nuova legge elettorale, vuol abbattere la competizione. Meno competizione c’è, meno possibilità ci sono che qualcuno faccia un po’ di sana demagogia per arruolare elettori in nome dei valori di cui sopra.

Una terza mossa è battersi per salvaguardare i nostri sistemi d’istruzione e informazione, che sono fortemente minacciati. Meno gli elettori sono istruiti e peggio sono informati, più sono manipolabili. Più sono istruiti e meglio sono informati, più sono in grado di resistere. Molti difficoltà che incontra il potere di questi tempi sono figlie dei progressi che si sono registrati a questo livello. Ma non è mai abbastanza. Solo l’ignoranza può indurre a credere, come in troppi credono, per limitarsi a un esempio, che gli islamici siano potenzialmente tutti terroristi. E che l’unico modo per proteggersi da loro è trasformare l’Europa in una società blindata e illiberale. Fare circolare altre informazioni rispetto a quelle che ci propinano i media sarebbe una mossa preziosa. C’è qualche motivo per supporre invece che, per difendersi, l’oligarchia che ci governa stia promuovendo a passo di carica l’ignoranza e la disinformazione di massa.

Infine, a costo di contraddirmi. La democrazia è una cosa molto modesta. L’idea e la parola democrazia mistificano, ma hanno tuttora – non sappiamo per quanto – una considerevole capacità di attrazione. Un’altra mossa consiste nello svelare la contraddizione tra quel che la democrazia promette e quel che fa: smascherare l’inganno, renderlo stridente e inaccettabile. Rendere la società inaccettabile, ha detto tempo fa un illustre sociologo francese. Rendere inaccettabile questa società, e rendere inaccettabile questa democrazia, al momento fondate sul privilegio più smaccato, anzi apertamente esibito. Profittiamo insomma dell’ambiguità della democrazia e esercitiamo la fantasia per combatterla.

A volte il nostro realismo lo è fin troppo. Le oligarchie sono tanto più proterve quanto più sono vulnerabili. Assediate dal fallimento economico, dalla sfiducia dei cittadini e da mille altre cose ancora, le attuali oligarchie sono molto proterve, ma sono anche molto vulnerabili. Tocca a noi chiedere ostinatamente alla democrazia di darci di più. La democrazia del chi decide e del come decide sarà pure la meno divisiva, ma non ci basta. Combattiamo per cosa si decide. Il cosa non sarà obbligatorio. Eppure, senza il cosa, la democrazia non ha più senso. Solo che una democrazia generosa nessuno ce la regala. Bisogna guadagnarsela. Buona democrazia a tutti noi piena di buone cose.

(Pubblicato su “Il Ponte”, 19 aprile 2016)




Attacco alla Costituzione, una lunga storia

Costituente

di Luciano Canfora

L’attacco alla Costituzione partì già quasi all’indomani del suo varo. Il 2 agosto 1952 Guido Gonella, all’epoca segretario politico della Democrazia cristiana, chiedeva – in un pubblico comizio – di riformare la Costituzione italiana, entrata in vigore appena tre anni e mezzo prima, il 1 gennaio 1948. Si trattava di un discorso tenuto a Canazei, in Trentino, e la richiesta di riforma mirava – come egli si espresse – a «rafforzare l’autorità dello Stato», ad eliminare cioè quelle «disfunzioni della vita dello Stato che possono avere la loro radice nella stessa Costituzione». E concludeva, sprezzante: «la Costituzione non è il Corano!» (Il nuovo Corriere, Firenze, 3 agosto 1952).

Nello stesso intervento, il segretario della Dc, richiamandosi più volte a De Gasperi, chiedeva di modificare la legge elettorale, che – essendo proporzionale – dava all’opposizione (Pci e Psi) una notevole rappresentanza parlamentare. L’idea lanciata allora, in piena estate, era di costituire dei «collegi plurinominali», onde favorire i partiti che si presentassero alle elezioni politiche «apparentati» (Dc e alleati).

Come si vede, sin da allora l’attacco alla Costituzione e alla legge elettorale proporzionale (la sola che rispetti l’articolo 48 della Costituzione, che sancisce il «voto uguale») andavano di pari passo.

Pochi mesi dopo, alla ripresa dell’attività parlamentare fu posto in essere il progetto di legge elettorale (scritta da Scelba e dall’ex-fascista Tesauro, rettore a Napoli e ormai parlamentare democristiano) che è passata alla storia come «legge truffa». Imposta, contro l’ostruzionismo parlamentare, da un colpo di mano del presidente del senato Meuccio Ruini, quella legge fu bocciata dagli elettori, il cui voto (il 7 giugno 1953) non fece scattare il cospicuo «premio di maggioranza» previsto per i partiti «apparentati».

L’istanza di cambiare la Costituzione al fine di dare più potere all’esecutivo divenne poi, per molto tempo, la parola d’ordine della destra, interna ed esterna alla Dc, spalleggiata dal movimento per la «Nuova Repubblica» guidato da Randolfo Pacciardi (repubblicano poi espulso da Pri), postosi in pericolosa vicinanza – nonostante il suo passato antifascista – con i vari movimenti neofascisti, che una «nuova Repubblica» appunto domandavano.

La sconfitta della «legge truffa» alle elezioni del 1953 mise per molto tempo fuori gioco le spinte governative in direzione delle due riforme care alla destra: cambiare la Costituzione e cambiare in senso maggioritario la legge elettorale proporzionale. Che infatti resse per altri 40 anni. Quando, all’inizio degli anni Novanta, la sinistra, ansiosa di cancellare il proprio passato, capeggiò il movimento – ormai agevolmente vittorioso – volto ad instaurare una legge elettorale maggioritaria, il colpo principale alla Costituzione era ormai sferrato. Ammoniva allora, inascoltato, Raniero La Valle che cambiare legge elettorale abrogando il principio proporzionale significava già di per sé cambiare la Costituzione. (Basti pensare, del resto, che, con una rappresentanza parlamentare truccata grazie alle leggi maggioritarie, gli articoli della Costituzione che prevedono una maggioranza qualificata per decisioni cruciali perdono significato). Ma la speranza della nuova leadership di sinistra (affossatasi più tardi nella scelta suicida di assumere la generica veste di partito democratico) era di vincere le elezioni al tavolo da gioco. Oggi è il peggior governo che l’ex-sinistra sia stata capace di esprimere a varare, a tappe forzate e a colpi di voti di fiducia, entrambe le riforme: quella della legge elettorale, finalmente resa conforme ad un tavolo da poker, e quella della Costituzione.

Ma perché, e in che cosa, la Costituzione varata alla fine del 1947 dà fastidio? Si sa che la destra non l’ha mai deglutita, non solo per principi fondamentali (e in particolare per l’articolo 3) ma anche, e non meno, per quanto essa sancisce sulla prevalenza dell’«utilità sociale» rispetto al diritto di proprietà (agli articoli 41 e 42). Più spiccio di altri, Berlusconi parlava – al tempo suo – della nostra Costituzione come di tipo «sovietico»; il 19 agosto 2010 il Corriere della sera pubblicò un inedito dell’appena scomparso Cossiga in cui il presidente-gladiatore definiva la nostra costituzione come «la nostra Yalta». E sullo stesso giornale il 12 agosto 2003 il solerte Ostellino aveva richiesto la riforma dell’articolo 1 a causa dell’intollerabile – a suo avviso – definizione della Repubblica come «fondata sul lavoro». E dieci anni dopo (23 ottobre 2013) tornava alla carica (ma rimbeccato) chiedendo ancora una volta la modifica del nostro ordinamento: questa volta argomentando «che nella stesura della prima parte della Costituzione – quella sui diritti – ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l’uomo che avrebbe voluto fare dell’Italia una democrazia popolare sul modello dell’Urss». Di tali parole non è tanto rimarchevole l’incultura storico-giuridica quanto commovente è il pathos, sia pure mal riposto.

Dà fastidio il nesso che la Costituzione, in ogni sua parte, stabilisce tra libertà e giustizia. Dà fastidio – e lo lamentano a voce spiegata i cosiddetti «liberali puri» convinti che finalmente sia giunta la volta buona per il taglio col passato – che la nostra Costituzione sancisca oltre ai diritti politici i diritti sociali. Vorrebbero che questi ultimi venissero confinati nella legislazione ordinaria, onde potersene all’occorrenza sbarazzare a proprio piacimento, come è accaduto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

La coniugazione di libertà e giustizia era già nei principi generali della Costituzione della prima Repubblica francese (1793): «La libertà ha la sua regola nella giustizia». Ed è stata poi presente nelle costituzioni – italiana, francese della IV Repubblica, tedesca – sorte dopo la fine del predominio fascista sull’Europa: fine sanguinosa, cui i movimenti di resistenza diedero un contributo che non solo giovò all’azione degli eserciti (alleati e sovietico) ma che connotò politicamente quella vittoria. Nel caso del nostro paese, è ben noto che l’azione politico-militare della Resistenza fu decisiva per impedire che – secondo l’auspicio ad esempio di Churchill – il dopofascismo si risolvesse nel mero ripristino dell’Italia prefascista magari serbando l’istituto monarchico.

La grande sfida fu, allora, di attuare un ordinamento, e preparare una prassi, che andassero oltre il fascismo: che cioè tenessero nel debito conto le istanze sociali che il fascismo, pur recependole, aveva però ingabbiato, d’intesa coi ceti proprietari, nel controllo autoritario dello Stato di polizia, e sterilizzato con l’addomesticamento dei sindacati. La sfida che ebbe il fulcro politico-militare nell’insurrezione dell’aprile ’45 e trovò forma sapiente e durevole nella Costituzione consisteva dunque – andando oltre il fascismo – nel coniugare rivoluzione sociale e democrazia politica. Perciò Calamandrei parlò, plaudendo, di «Costituzione eversiva» (1955), e perciò la vita contrastata di essa fu regolata dai variabili rapporti di forza della lunga «guerra fredda» oltre che dalle capacità soggettive dei protagonisti. C’è un abisso tra Palmiro Togliatti e il clan di Banca Etruria. Va da sé che l’estinguersi dei «socialismi» con la conseguente deriva in senso irrazionalistico-religioso delle periferie interne ed esterne all’Occidente illusoriamente vittorioso hanno travolto il quadro che s’è qui voluto sommariamente delineare. La carenza di statisti capaci e la autoflagellazione della fu sinistra non costituiscono certo il terreno più favorevole alla pur doverosa prosecuzione della lotta.

(Il Manifesto, 24 aprile 2016)




Costituzione italiana contro trattati europei

Segnaliamo la seguente recensione del libro di Vladimiro Giacché “Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile”

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Adesioni all’appello “Perchè votare No nel referendum costituzionale di ottobre”

Costituzione

 

Su questa pagina sono riportate le adesioni all’appello (qui il testo), che saranno progressivamente aggiornate.

Primi firmatari

Bruno Amoroso, Paolo Bagnoli, Patrizia Bernardini, Lanfranco Binni, Michelangelo Bovero, Nicola Capone, Antonio Caputo, Francesco Cattabrini, Sergio Cesaratto, Angelo Raffaele Consoli, Anna Fava, Thomas Fazi, Gianni Ferrara, Guglielmo Forges Davanzati, Roberto Lamacchia, Gerardo Marotta, Massimiliano Marotta, Siliano Mollitti, Tomaso Montanari, Daniela Palma, Andrea Panaccione, Marco Veronese Passarella, Roberto Passini, Marcello Rossi, Mario G. Rossi, Luca Rovai, Cesare Salvi, Gianpasquale Santomassimo, Salvatore Settis, Francesco Sylos Labini, Stefano Sylos Labini, Paolo Solimeno, Lanfranco Turci, Massimo Villone.

 

Adesioni

77 Paola Modesti, Università degli Studi di Parma

76 Maria Pia Simonetti, Aosta

75 Ermenegildo Caccese, Dip. Matematica, Università della Basilicata

74 Renzo Foltran

73 Moreno Pasquinelli

72 Elena Ottelli, Brescia

71 Mauro Poggi, Arenzano (GE)

70 Alberto Deambrogio, disoccupato, classe 1966. Villanova Monferrato (AL)

69 Francesco Lucat, Segretario Regionale Rifondazione Comunista della Valle d’Aosta

68 Maurizio Benassuti, Verona

67 Vittoria Arcovio

66 Riccarda Reverberi

65 Michele Ciccone

64 Nando Marincione

63 Fiammetta Gori

62 Silvio Basile

61 Valentino Bombardieri

60 Romano Galossi

59 Stefano Lavacchini

58 Andrea Lo Bianco

57 Daniela Colasanti

56 Maurizio Brotini, Segretario regionale Cgil Toscana

55 Leonello Tronti

54 Elisabetta Uccello

53 Adalberto Castagna

52 Luca Giannoni

51 Enzo Jorfida

50 Walter Nocito, Ricercatore Università della Calabria

49 Paolo Maddalena,  Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale

48 Alessandro Mantione

47 Rodolfo Ricci, Coordinatore nazionale FILEF – Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie

46 Silvana Telaro, Roma

45 Giovanni Cassibba

44 Ermanno Vitale, Docente di Filosofia Politica presso Università dell valle d’Aosta

43 Giuliana Orlando

42 Roberto Bartoli

41 Guglielmina Simoneschi

40 Antonella Stirati, Università Roma 3

39 Marco Capecchi

38 Stuart Woolf

37 Giuseppe Barnato, Imperia

36 Bruno Jossa, Università Federico II

35 Laura Marcheselli, Firenze

34 Anna Pettini, Università di Firenze

33 Gian Marco, Martignoni, Cgil Varese

32 Sandra Cammelli

31 ANPI BROZZI

30 Mariarosaria Lubes, Bari

29 Alberto Ziparo, Università di Firenze

28 Angela Mancuso

27 Stefano Lucarelli, Università di Bergamo

26 Marisa Nicchi, On. Gruppo parlamentare Sinistra Italiana

25 Francesco Pallante

24 Ascanio Bernardeschi , Settimanale online “la città futura”

23 Mario Speroni , Università di Genova

22 Pierparide Tedeschi

21 Marino Badiale

20 Laura Marcheselli

19 Rosa Traversa

18 Ester Fano

17 Caterina Davinio

16 Andrea Bellucci

15 Luigi Meconi

14 Francesco Capaldo

13 Gianandrea Piccioli

12 Guido Ortona, Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Economiche, Politiche e Sociali, Università del Piemonte Orientale

11 Silvana Telaro

10 Monica Biondi

9 Corrado V Giuliano, avvocato

8 Ferdinando Zanusso

7 Paolo Fanti, Dipartimento di Scienze Università Studi della Basilicata

6 Bartolo Anglani, già professore ordinario di Letterature Comparate all’Università di Bari

5 Giovanni Commare, Firenze

4 Daniele Barbieri, Imola

3 Tommaso Nencioni (storico del movimento operaio)

2 Giovanni Sapia – SIENA

1 Calogero Rodofili




Perché votare NO nel referendum costituzionale di ottobre

Comune

Perché votare NO nel referendum costituzionale di ottobre – per la riconquista dell’autonomia politica ed economica del nostro paese contro la tirannia tecnocratica sovranazionale e dei trattati europei

 

 

 

Siamo di fronte a una delle più grandi mistificazioni politiche e culturali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale

La contro-riforma costituzionale adottata dal governo Renzi, il c.d. DDL Boschi, viene presentata, dal governo e dalla quasi totalità dei media nazionali, come la più importante razionalizzazione delle istituzioni mai realizzata nel nostro paese, dopo decenni di politica degenerata e corrotta, da parte di una classe politica “nuova”, giovane e risoluta. In realtà, con questo disegno di legge costituzionale, di cui va considerata la sinergia con la “nuova” legge elettorale, l’Italicum, siamo di fronte ad una delle più grandi mistificazioni, politiche e culturali, a partire dalla fine della II Guerra Mondiale, pari se non peggiore della stessa “riforma” costituzionale di Berlusconi, Bossi e Fini del 2005, sonoramente battuta col voto referendario del 25-26 giugno 2006 dalla maggioranza del popolo italiano.   

L’attuale classe politica non appare certo migliore di quella del recente passato, soltanto perché giovane e, nella propria autorappresentazione, nuova. Essa agisce con grande determinazione e sfrontatezza, verbale e legislativa, oltre a scontare un vuoto culturale e del rispetto delle regole democratiche senza precedenti nel periodo repubblicano. Con questo atto il governo Renzi intende realizzare un progetto davvero ambizioso quanto pericoloso: esautorare il parlamento dalle sue fondamentali prerogative e porre il nostro paese, definitivamente, sotto il diretto controllo politico ed economico del capitale finanziario transnazionale, di cui l’Europa dell’Unione monetaria è parte integrante.

Avalla e consolida le “riforme” imposte dai trattati europei che esautorano le politiche economiche nazionali ed erodono i principi democratici costituzionali

1. A partire dalla seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, con l’Atto Unico europeo, prima, ed il Trattato di Maastricht, adottato nel 1992 ma con particolare accentuazione negli anni successivi, a partire dall’ingresso dell’Italia nell’area della moneta unica, le più importanti istituzioni europee e mondiali (Commissione europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio, G-8) insieme ai governi più forti e influenti dell’occidente hanno a più riprese auspicato e poi imposto al nostro paese le tanto sbandierate “riforme”, cioè: – le riduzioni delle tutele e del potere di acquisto del lavoro e delle pensioni; – l’esautoramento di ogni autonoma politica economica nazionale; – l’adozione e la ratifica dei successivi e formidabili trattati europei, tanto invasivi quanto scellerati (fiscal compact, six pack accolto questo con l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, passo che non era affatto imposto, ma che entra nell’indirizzo politico di governo con il PNR 2011, deliberato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile 2011, al punto 2.2 a). In tal modo sono poste le premesse per la distruzione dell’apparato produttivo industriale, pubblico e privato, del paese e il conseguente impoverimento generale, ed è preclusa al paese l’adozione di sue proprie politiche di sviluppo a tutto vantaggio dei paesi più forti dell’Europa, Germania in testa, che in questi anni hanno goduto, anche grazie a ciò, di un ulteriore vantaggio competitivo.

Ma ciò, evidentemente, non era ancora sufficiente.

Diventava, infatti necessario (come raccomandato da J.P. Morgan Chase nel maggio 2013 con un suo Paper) mutare la cornice generale della convivenza civile e politica all’interno di ciò che rimane della residua sovranità popolare degli stati europei, specie nei paesi più fragili e periferici, e dunque attuare un superamento definitivo delle Costituzioni nazionali ove ancora è presente il riconoscimento dei diritti sociali, ed in particolare della nostra Costituzione repubblicana del ’47, essendo tutto ciò visto e additato quale portato “ideologico” novecentesco di compromesso tra capitale e lavoro da superare secondo il volere dei ” mercati” dei capitali (finanziari).          

I Governi che negli ultimi anni si sono succeduti alla guida del paese hanno tutti attuato politiche controproducenti sul versante dello sviluppo quanto improntate alla più arcaica diseguaglianza, secondo il canone dell’austerità; con gradazioni diverse tra l’uno e l’altro, si sono dimostrati i più diligenti esecutori dei voleri del capitale transnazionale e, così facendo, hanno aggravato la crisi, tuttora in corso, oltre che reso ancora più lontane le condizioni fondamentali di convergenza tra i paesi centrali e periferici dell’eurozona, spingendo questi ultimi in una posizione di crescente “mezzogiornificazione”, ossia sempre più nelle retrovie dello sviluppo.

2. Negli ultimi 25 anni i trattati europei si erano del resto già progressivamente sovrapposti alle costituzioni novecentesche, con particolare accentuazione nei confronti della nostra Carta fondamentale, imbalsamandola nella sua intera prima parte e nei principi fondamentali, con la conseguenza pratica della disapplicazione nei suoi stessi principi supremi (a cominciare dal principio di uguaglianza, riconoscimento e tutela dei diritti sociali e del lavoro, ripudio della guerra, limitazioni di sovranità in condizioni di parità) che, al contrario, per consolidata giurisprudenza costituzionale sono considerati immodificabili. Queste due fonti hanno origini e programmi politici e culturali profondamente diversi e sotto certi aspetti antitetici. I trattati traducono in economia un programma liberale-liberista e consolidano una tecnocrazia a-democratica sul versante politico.

Le Costituzioni, in particolare la nostra, mirano invece ad una democrazia sociale con un’economia mista e con una significativa presenza del pubblico nei settori nevralgici per l’economia e la società quali industria, scuola, salute, credito, energia. In questo si traduce la forte affermazione di un principio di eguaglianza formale e sostanziale, di diritti e libertà nella I parte della Carta, che fu ad un tempo la novità storica della Costituzione del 1947 e la chiave per la sintesi delle diverse culture politiche che in essa si ritrovarono. Ma la I parte della Costituzione chiede di essere attuata e presuppone, a tal fine, politiche appropriate. Ma gli indirizzi di governo si definiscono nelle forme che assumono le istituzioni e ne sono decisivamente condizionati. L’attuazione della I Parte della Costituzione presuppone una forma di governo parlamentare incardinata su assemblee elettive ampiamente rappresentative. Come ha statuito la Corte costituzionale dichiarando la illegittimità costituzionale del Porcellum con la sent. 1/2014, rappresentanza politica, partecipazione democratica, voto libero e uguale sono le pietre angolari della nostra democrazia, e ne definiscono la forma e la sostanza. Questo assetto è radicalmente negato dalla riforma della Costituzione ora proposta, con la soppressione del Senato elettivo e la concentrazione del potere su Palazzo Chigi. Parimenti stravolgente è la legge elettorale già approvata, per la previsione di un altissimo premio di maggioranza a un solo partito, l’eventualità di un ballottaggio senza soglia, parlamentari in prevalenza sottratti alla scelta degli elettori con il voto bloccato sui capilista. “Riforme” devastanti, poste in essere da un parlamento sostanzialmente delegittimato per la certificata incostituzionalità del suo fondamento elettorale, e da maggioranze posticce alimentate dai cambi di casacca e pronte a ogni forzatura delle norme costituzionali e regolamentari. “Riforme” che non si giustificano certo con gli esili argomenti di una governabilità che rimane solo apparente e di irrisori risparmi nei costi delle istituzioni.

Questo contrasto deve essere sciolto opponendo per via referendaria alle politiche in atto la voce del popolo, e anzitutto vincendo il referendum costituzionale.

E ciò deve essere il primo passo per ripristinare la democrazia sociale costituzionale; a seguito del quale rivedere l’aberrante modifica dell’art.81 della Costituzione.

Votare NO nel referendum costituzionale significa, dunque, votare contro la tecnocrazia sovranazionale che, grazie alla presente manomissione della Costituzione potrà appoggiarsi ad una monocrazia nazionale, ancor più vassalla delle oligarchie europee e del capitale transnazionale, che continuerà ad affossare lo sviluppo del paese con ancor più risolutezza.

Il NO nel referendum è un SI’ al rilancio della democrazia prevista nella nostra Costituzione fondata sulla sovranità popolare.

Primi firmatari: Bruno Amoroso, Paolo Bagnoli, Patrizia Bernardini, Lanfranco Binni, Michelangelo Bovero, Nicola Capone, Antonio Caputo, Francesco Cattabrini, Sergio Cesaratto, Angelo Raffaele Consoli, Anna Fava, Thomas Fazi, Gianni Ferrara, Guglielmo Forges Davanzati, Roberto Lamacchia, Gerardo Marotta, Massimiliano Marotta, Siliano Mollitti, Tomaso Montanari, Daniela Palma, Andrea Panaccione, Marco Veronese Passarella, Roberto Passini, Marcello Rossi, Mario G. Rossi, Luca Rovai, Cesare Salvi, Gianpasquale Santomassimo, Salvatore Settis, Francesco Sylos Labini, Stefano Sylos Labini, Paolo Solimeno, Lanfranco Turci, Massimo Villone.

Qui le altre adesioni

Questo documento è stato elaborato all’interno dell’Associazione Hyperpolis, (www.Hyperpolis.it) in vista del referendum costituzionale che verrà indetto nel corrente anno.

Per adesioni: redazione@hyperpolis.it

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3) Torniamo alla Costituzione, un NO al premierato e alla devolution, maggio 2006;

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Questo pareggio di bilancio è una trappola, appello della rivista Il Ponte, a cura di: Luca Baiada, Domenico Gallo, Danilo Zolo, Livio Pepino, Mauro Piras, Marcello Rossi, Rino Genovese, Mario Monforte, Piero Belleggia, Roberto Passini, Francesco Cattabrini, Stefano Petrucciani, Alfio Mastropaolo, Gianni Ferrara, Claudio Bazzocchi, Marzo 2012;

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Il fascino discreto della crisi economica. Intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova//2

europa-crisis

La seconda parte dell’intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova si concentra sul rapporto tra crisi europea e crisi globale.

DOMANDA: Analizzando l’andamento dell’economia mondiale, si può notare che l’economia americana, seppur in maniera ancora debole, appaia in ripresa, mentre la maggior parte delle economie europee arranca. È quindi sensato pensare che vi siano elementi peculiari dell’Unione Europea e dell’Eurozona che hanno contribuito ad aggravare la crisi. Quali sono questi elementi e qual è stato il ruolo da essi giocato? Più in generale, per alcuni l’UE è una struttura neutra, con anzi un potenziale di maggiore democratizzazione, per altri è un’istituzione di classe e uno strumento di imposizione di politiche conservatrici. Qual è il ruolo di classe giocato dall’Unione Europea?

RB: Credo che non si possa comprendere la crisi europea e il ruolo dell’Unione Europea e dell’eurozona – ci sono differenze tra l’una e l’altra cosa – se non si parte dai caratteri della crisi globale, e addirittura direi da certi caratteri del capitalismo degli ultimi 30 anni, su scala geopolitica.

Personalmente, non credo che oggi ci sia null’altro che una ripresa congiunturale del capitalismo anglosassone, quindi non sottolineerei più di tanto quell’aspetto. La crisi globale è la crisi di questo keynesismo privatizzato e finanziarizzato, come l’abbiamo definito Joseph Halevi ed io (e che ho in parte descritto rispondendo alla prima domanda); una forma del capitalismo più recente che ho sintetizzato nella triplice figura del lavoratore traumatizzato, del risparmiatore maniacale-depressivo e del consumatore indebitato.

Il lavoratore traumatizzato ha a che vedere con le cose che ha descritto Giovanna Vertova nella risposta alla prima domanda, e cioè con le trasformazioni nel mercato del lavoro e nel processo di lavoro. È grazie al lavoratore traumatizzato che la cosiddetta Curva di Phillips era divenuta orizzontale nel corso degli anni Novanta: il che significa che il ridursi del tasso registrato di disoccupazione non comportava più un conflitto sul salario o sul tempo di lavoro. Si era così raggiunto di nuovo il pieno impiego, ma era un pieno impiego di lavoratori strutturalmente precari (al di là della configurazione giuridica del loro rapporto di lavoro).

Il risparmiatore nella fase maniacale ha invece a che vedere con il fenomeno che Gallino definisce come il ‘capitalismo con i soldi degli altri’, un capitalismo che è stato basato su una inflazione nel prezzo delle attività finanziarie. E’ quella che Jan Toporowski chiama la capital market inflation: aumenta il valore dei savings, cioè il valore delle attività nello stock di risparmi accumulati, e corrispettivamente si riduce il saving, ovvero il risparmio come differenza tra il reddito disponibile e il reddito consumato. La prima cosa, l’apprezzamento dei savings, riguarda, se volete, gli ‘investitori’, nel senso dell’intervento sul mercato finanziario (più come speculatori che come rentier). E produce la seconda cosa, la tendenza alla scomparsa del saving, talmente forte che a un certo punto diviene negativo.

È quello che in vari scritti ho definito come la “sussunzione reale del lavoro alla finanza”, intesa quest’ultima tanto con riferimento agli intermediari finanziari quanto alle banche: è il processo che sostiene appunto il consumo a debito. Purtroppo, questo fenomeno è stato visto da quasi tutti, per così dire, a babbo morto, cioè dopo la crisi; e a sinistra è stato inquadrato poveramente, in una logica sottoconsumista e banalmente funzionalista. Non c’è abbastanza consumo, ed ecco che miracolosamente mettiamo nell’equazione di un modellino keynesiano, o neoricardiano, o circuitista, o marxista, una funzione del consumo dipendente dall’indebitamento, et voilà!, senza spiegare il processo che sostiene il meccanismo.

La Grande Recessione è la crisi di questo capitalismo. Una crisi dovuta a eccessiva profittabilità potenziale (come nel Grande Crollo degli anni Trenta del Novecento, e all’opposto della Lunga Depressione e della Grande Stagflazione che furono crisi dovute a bassa profittabilità). Che, certo, si mostra a un certo punto come crisi da realizzazione, ma non fu dovuta a sottoconsumo (semmai all’opposto). E’ un capitalismo dove la finanza si lega morbosamente, ma strutturalmente, alla produzione (ingenua la sinistra, anche l’ultra sinistra, che oppone produzione buona e finanza cattiva). Per questo la crisi è più di altre una crisi finanziaria – ed è futile opporre cause reali e cause finanziarie.

Ora, bisogna capire che questo era il modello del capitalismo anglosassone, che però reggeva l’intero capitalismo mondiale. Qui è importante il ruolo del capitalismo asiatico per molti decenni, più che quello europeo – qui i lavori di Joseph Halevi sono fondamentali, e di grande originalità. Il capitalismo anglosassone assorbiva le esportazioni che sostenevano i modelli neomercantilisti: essenzialmente la Germania e i suoi ‘satelliti’; ma (anche), non bisogna scordarlo, una parte dell’Italia; sicuramente il Giappone, prima, e i paesi del Sud-Est Asiatico, dopo; e poi la Cina, anche se la Cina ha caratteri particolari rispetto agli altri paesi che ho nominato.

Bisogna capire che l’America Latina era stata distrutta come modello espansivo capitalistico dalla crisi del debito degli anni Ottanta; in quel decennio il capitalismo del Giappone e del Sud-est Asiatico era invece riuscito a svilupparsi in qualche modo endogenamente. I paesi del Sud-Est asiatico sono entrati molto tardi dentro un universo di ‘libera’ mobilità dei capitali, sono stati capitalismi molto diretti dall’alto, dirigisti. Questi modelli sono andati in crisi alla fine degli anni Novanta per varie ragioni. Rimando agli studi di Joseph Halevi che ho ricordato.

Vorrei che fosse chiaro – era, mi pare, nel discorso di Giovanna Vertova, ma lo voglio ribadire – che questo capitalismo non ha niente a che vedere con la cosiddetta globalizzazione e con il cosiddetto post-fordismo. Due favole che la sinistra tutta si è bevuta, come il presunto ritorno a un inesistente liberismo o il ‘pensiero unico’. Questo è un capitalismo semmai di ‘localizzazione globale’ (di ‘glocalizzazione’), in cui le nazioni contano, in cui le politiche statali contano, e sono contate, in cui però bisogna analizzare la dinamica delle grandi aree capitalistiche. Anche i processi lavorativi si sono trasformati, ma non, come per molto tempo si è detto, determinando una tendenza alla ‘fine del lavoro’ e alla ‘fine dello stato’. Anche queste pericolose illusioni.

Il capitalismo europeo è stato parte di questa storia. Questa storia determinava una forte spinta (di classe) all’austerità, che – sia chiaro – c’era ben prima dell’Unione Monetaria Europea, ben prima dell’euro. Non è l’euro la causa della spinta all’austerità: questa è stata percorsa dentro e fuori accordi di cambio fisso, o dentro la c.d. ‘moneta unica’. In Italia è stata pressoché una storia permanente, risale almeno (almeno) ai primi anni Novanta, ma in altra forma si deve tornare alla metà degli anni Settanta – per chi ha buona memoria, o conoscenza della storia. La sovranità statale e la sovranità monetaria non hanno mai, fino ad adesso, giocato a favore delle classi popolari. Mai. Basta ricordare ciò che ha portato l’uscita dallo SME con la crisi del ’92-’93, che è stata l’inizio della (rapida) distruzione finale delle conquiste dei lavoratori in Italia strappate alla fine degli anni Sessanta e primi Settanta.

La crisi in Europa è arrivata come una crisi di ‘rimbalzo’, tra la metà del 2007 e la metà del 2008. Quando è esplosa ovunque in termini reali si è avuta una reazione. Tra il 2008 e il 2009, addirittura, con centro la Germania, si sono viste intelligenti politiche di carattere keynesiano: un aumento dei disavanzi dello stato e un aumento del debito pubblico pressoché ovunque (la Cenerentola è stata l’Italia, che ha tenuto i deficit fiscali il più compressi possibile: l’aumento del debito pubblico rispetto al PIL è stato dovuto alla caduta di quest’ultimo). Il problema è che, dopo sei mesi di autentico terrore nelle classi dirigenti, dalla metà del 2009 si sono intravisti germogli di ripresa: non essenzialmente per le politiche di Obama, semmai per la politica di spesa pubblica in disavanzo della Cina, poi per gli stabilizzatori automatici, e appunto per politiche keynesiane come quelle della Germania. A questo punto, si sono tirati i remi in barca, non si è voluto dire e capire che una crisi da debito privato si era trasformata in una crisi da debito pubblico, e se ne è voluto uscire con un giro di vite nelle politiche di austerità. Il che significa che, esattamente nel momento in cui le famiglie (il risparmiatore entrava nella sua fase ‘depressiva’) e le imprese cercavano di uscire dal debito riducendo la loro spesa, anche lo stato ha ridotto la sua. Su questa via tu scivoli sempre di più in deflazione da debiti: paradossalmente, rimani intrappolato nel debito sempre di più. E’ quella che viene chiamata balance sheet recession.

Negli Stati Uniti le politiche sono riuscite a tenere l’economia sopra il pelo dell’acqua. In Europa è invece scoppiata la crisi greca, tutta la situazione è scivolata in un gigantesco gioco del domino, e in una ricaduta più pesante nella crisi (il double deep). Vorrei però che si tenesse conto del fatto che il problema della crisi europea è sicuramente un problema di cattivo disegno istituzionale, ma la cosa non si ferma lì. Il cattivo disegno istituzionale non ve lo sto a descrivere più di tanto, tanto la cosa è nota. I parametri sulla spesa pubblica che spingono all’austerità, per esempio. Ma come scrivemmo tempo fa Joseph ed io quei parametri sono essenzialmente ‘politici’, vengono applicati all’interno di una gerarchia di potere europea, nei vari spazi geografici distinti del capitalismo europeo, da un centro che è il capitale monopolistico tedesco. C’è poi il problema delle regole della banca centrale, che non è stata pensata come prestatore di ultima istanza. Ma anche qui, questo limite è in qualche modo stato aggirato, nel senso che la BCE progressivamente è andata cambiando. Certo, è facile dire ‘troppo poco, troppo tardi’. Io penso però che cambiare, sufficientemente per non precipitare nella rottura dell’euro, mantenendo però lo stato di crisi permanente all’orizzonte, beh, io comincio a sospettare che questo sia qualcosa di voluto. Perchè il problema che ha di fronte Draghi e su cui riflette con molta lucidità è che per uscire da questa fase con un capitale europeo (contro i capitali europei) bisogna inventare una nuova forma di capitalismo.

Secondo me, Mario Draghi è davvero lucido da questo punto di vista: l’Euro, dice, così com’è, è un calabrone che non dovrebbe volare. Perché voli, pensa, vanno cambiate le condizioni del welfare, del lavoro, della spesa pubblica, vanno favorite nuove condizioni di concorrenzialità sul mercato dei beni e dei servizi. E’, a suo modo, più marxista dei marxisti.

Questo mi porta a dire che, senz’altro, se scatto una fotografia in un momento dato, posso sempre individuare le contraddizioni e dire che domani mattina, o forse fra un anno, l’Euro esploderà. E’ il modo di ragionare che adottano, un giorno sì e l’altro pure, i nostri economisti ‘contro l’euro’. Non mi convince. Dobbiamo cominciare a chiederci se l’investimento politico e le trasformazioni in atto non siano tali per cui l’Euro è qui per rimanere: come dissi una volta, parafrasando Eliot, questo è il modo in cui l’Euro finisce, non però con un’esplosione, semmai con un gemito. Addirittura, dobbiamo cominciare a pensare che l’Euro in quanto tale possa sopravvivere. Mi chiedo però – e chi conosce la mia biografia intellettuale e politica lo sa: non sono certo stato un fautore dell’entrata nell’Euro – se non si debba avere un progetto nostro su scala europea (certo, anche più che europeo: ma partiamo da dove siamo), di costruzione di un movimento di classe, dal basso e politico, della sinistra che cominci a ragionare non sulla scala nazionale, non sul ritorno alla sovranità nazionale, ma si ponga all’altezza della sfida lanciata da Draghi ma anche dalla Merkel – bisogna ricordare infatti che la Merkel ha appoggiato Draghi quando due della Bundesbank sono andati via dalla BCE. Certo, è una strada piena di oscillazioni e scarti.

Ora, il punto che diventa problematico è se in realtà sia vero quello che ci dicono gran parte degli economisti eretici fuori d’Italia ma ancora di più in Italia, cioè che sì, l’uscita dall’Euro sarebbe una soluzione, l’unico problema è di vedere se questa uscita debba essere da destra o da sinistra. Se noi creiamo delle garanzie di difesa del lavoro nell’uscita, allora non vi sarebbero dubbi, dovremmo prendere quella strada, un’opzione caratterizzata da forme di protezionismo e di controllo dei capitali.

Sia chiaro, e l’ho già detto, non credo che esista il liberismo; ma non credo neanche che esista il protezionismo. La realtà è sempre di commercio più o meno manovrato. Bisogna però capire se si fa questo tipo di ragionamenti su scala continentale o su scala nazionale, e in questo momento mi sembra molto difficile, anzi impossibile, farli su scala nazionale. E’ vero non solo per quel che riguarda il protezionismo, ma anche per quel che riguarda il controllo del movimento dei capitali. Sono per un controllo del movimento dei capitali su scala europea, ho molti più dubbi sulla scala nazionale.

Ora, quello che secondo me viene completamente cancellato dal dibattito, tranne poche voci, sono due cose: 1) che c’è stata una potente integrazione finanziaria e bancaria su scala europea 2) che si sono davvero costruite delle catene transnazionali di produzione.

Per quanto riguarda il primo aspetto, bisogna capire che ci sono stati, a partire dall’inizio del Duemila, degli accordi e delle politiche che hanno integrato i sistemi bancari e i sistemi finanziari in Europa. Anche, ma non solo, un sistema di pagamento unico. Ora, come afferma Marc Lavoie e come sostiene Randy Wray, in un sistema di pagamenti unici i disavanzi di partite correnti non determinano, di per sé, la crisi dell’Euro: non ne sono né la causa né l’esito. Con Halevi mettemo in rilievo il problema reale dei disavanzi di partite correnti al primo convegno di Rive Gauche: nel 2005, quando praticamente tutti su questo tema erano, diciamo così, ‘distratti’, e ora è invece diventato quasi l’unico tema. E’ appunto un problema reale serissimo, in termini di diseguaglianze crescenti tra le aree europee, ma non dal punto di vista monetario nell’area della moneta unica, non direttamente. Inoltre, l’integrazione tra gli stati patrimoniali delle banche e degli intermediari finanziari, così come il problema della gestione del finanziamento dei debiti pubblici, fanno sì che sia molto rischioso uscire dalla moneta unica.

Se si ragiona in questo modo si capisce che se tu hai un tasso di cambio variabile, la variazione del cambio che è utile dal punto di vista della bilancia commerciale sarebbe quella di una svalutazione; invece la variazione del cambio che sarebbe utile per una economia integrata finanziariamente, cioè dal lato dei movimenti di capitale, del finanziamento, del debito pubblico ecc., è una situazione in cui il cambio o è stabile, oppure tende alla rivalutazione. Per di più, Keynes ci ha insegnato che non sono i ‘fondamentali’ o i movimenti reali della bilancia commerciale a determinare il tasso di cambio, lo determinano molto di più la finanza e la speculazione. Quindi, ammesso e non concesso che tu uscendo riacquisti l’autonomia e salvi l’industria, rischi comunque di precipitare in una crisi bancaria e finanziaria devastante, per molti anni.

C’è ancora un altro punto, contenuto in un articolo molto bello di Anna Simonazzi con Andrea Ginzburg e Gianluigi Nocella. Qui sostanzialmente si dice: guardiamo a che cosa è successo sul terreno delle catene transnazionali di produzione. La Germania, dal 2005 in poi, ha massicciamente esternalizzato parti significative della propria produzione, con una catena che va ad Est, dove trova lavoro qualificato che costa meno, e magari gli costa ancora di meno perché in questa catena ci sono paesi che non stanno ancora nell’Euro e svalutano. Chiediamoci ora cosa avverrebbe se aumentasse la domanda effettiva, come è senz’altro auspicabile? Un aumento delle importazioni verrebbe dalla propria catena produttiva, quindi questo trainerebbe essenzialmente l’Est europeo. E i cosiddetti GIIPS (Grecia, Italia, Irlanda, Portogallo, Spagna)? Beh, questi paesi esportano beni di consumo in Germania, ma sono sempre meno integrati tra di loro e non godrebbero, se non in maniera limitata, dell’espansione della domanda effettiva in Germania. Non sto dicendo che non ci voglia un’espansione della domanda effettiva in Europa, sia chiaro: ci vorrebbe, ma non sarebbe, da sola, una risposta al problema, se non si agganciasse a politiche in senso lato industriali, di ridefinizione della specializzazione produttiva, anche nella cosiddetta periferia dell’Europa. D’altra parte, va detto che l’unica ragione per mettere insieme i vari paesi della periferia dell’Europa è che hanno un disavanzo di bilancia corrente; ma se voi andate a vedere i modelli di questi paesi, sono tutti diversissimi l’uno dall’altro.

Su tutti questi temi ho recentemente scritto un lavoro a sei mani, con Francesco Garibaldo e Mariana Mortagua, una deputata della sinistra portoghese che studia alla SOAS di Londra, e che è stato presentato a Grenoble, Roma e Berlino e si trova online.

Cosa penso della cosa che dice Joseph Halevi, ossia che l’unica cosa che tiene unite le componenti capitalistiche europee è la deflazione salariale, garantita dall’Euro? Ne penso molto bene, ma la ridefinirei a mio modo. Lui parla di deflazione salariale. Deflazione salariale è un termine ambiguo, a mio parere. C’è stata davvero una compressione dei salari in Germania, resa possibile anche dal fatto che una serie di beni di consumo vengono dall’estero e sono di relativa minore qualità, in parte viene dai mini-jobs e la precarizzazione che si diffonde pure lì. C’è senz’altro anche una caduta dei salari rispetto a una produttività del lavoro che cresce significativamente. Questo non comporta la diminuzione dei costi relativi del lavoro per unità di prodotto: questa è una questione tecnica su cui non entro nel dettaglio (rimando all’articolo di Simonazzi ed altri).

Il problema cruciale è però – come Joseph stesso ci insegna – che noi abbiamo a che fare con un paese, la Germania, che ha un capitale monopolistico, e pure in qualche modo innovatore. Il punto vero è che, rispetto alla deflazione salariale (che significa una crescita della produttività maggiore del loro salario), loro sono comunque in grado di mantenere il margine di profitto lordo a livello elevato, perché possono mantenere un alto grado monopolio. Ecco, metterla semplicemente e sinteticamente in termini di ‘deflazione salariale’ consente secondo me di intendere in modo banale e semplicisticamente il discorso di Joseph, un po’ sulla scorta di quelli che sono i filoni dominanti dell’economia alternativa in Italia: credo invece che il suo discorso non sia poi tanto lontano da quello che vi sto facendo. Un discorso che però, di nuovo, ti porta al quesito: se esci dall’Euro, davvero importerai significativamente meno merci ‘tedesche’? Dipende dalla composizione produttiva, dipende dal contenuto di importazioni in termini di materie prime: ma dipende anche dalla dipendenza dal capitale monopolistico tedesco, il che significa che certe importazioni possono essere (almeno in parte) indipendenti dal prezzo relativo, qui dipendente dal tasso di cambio in svalutazione.

Insisto: nei vari paesi è diverso anche il contenuto di importazioni della propria produzione. La Germania ha esternalizzato ma ha un contenuto di importazioni che controlla per quel che riguarda la propria matrice produttiva. Noi assolutamente no, noi non siamo, che so, la Latvia per quanto riguarda le materie prime o la finanza. Dopodiché, certo, l’Italia tra i paesi dei GIIPS è forse quello che sarebbe meglio messo per aumentare le esportazioni di fronte a una svalutazione, abbiamo ancora un sistema manifatturiero vitale – sarebbe un problema serio per gli altri. In ogni caso, se uscisse l’Italia, l’UME così come la conosciamo non esisterebbe più.

È dunque possibile – anche se incerto, e forse improbabile – che si guadagni dalla svalutazione per quanto riguarda il lato della bilancia commerciale. Ma anche se questo fosse vero, c’è la questione degli effetti sul sistema finanziario e bancario del deprezzamento, che potrebbero probabilmente essere controproducenti, anche per quanto riguarda la gestione del debito pubblico.

Vorrei dire qualcosa sulla posizione di Augusto Graziani, spesso richiamata a sproposito in questa discussione. Nel suo schema di ragionamento, primo, Graziani ha sempre insistito che bisogna tenere conto degli effetti della svalutazione della lira in un contesto come quello del nostro paese, caratterizzato da ampi divari regionali: ammesso e non concesso che la svalutazione, anche oggi, possa dare un po’ di fiato al sistema produttivo, questo favorirebbe alcune regioni a danno di altre, e quindi aumenterebbe il divario regionale. Secondo, Graziani ha sempre ricordato che la svalutazione, per come è stata spesso gestita da noi, è stata sfruttata dalle imprese italiane per acquisire margini di competitività di prezzo senza procedere in alcun modo a un’autentica politica di innovazione autonoma. In passato si sono avuti aumenti della produttività trainati anche da investimenti in macchine e mezzi di produzione, ma ciò è avvenuto in una logica reattiva, passiva, adattiva.

GV: Prima di tutto, sono d’accordo con quello che dice Riccardo Bellofiore: gli elementi peculiari arrivano dopo quello che viene chiamato il neoliberismo e la nascita di questo nuovo sistema capitalistico. Si sa che i “trent’anni gloriosi” sono crollati a seguito di tante cose, e si può dire che, con la fine degli anni ’70, quel modello è crollato. Sono seguiti gli anni della trasformazione e della ristrutturazione, che hanno portato in auge quel modello che adesso viene chiamato neoliberismo. Con questo nuovo modello sono tornate di moda tutta una serie di teorie economiche (l’ortodossia o, meglio, le diverse ortodossie, il monetarismo, la supply-side economics – l’economia dal lato dell’offerta, etc.) e, quindi, anche di scelte di politica economica, non favorevoli alla classe lavoratrice. Tra le altre cose queste teorie ipotizzano il ritiro dello stato nell’economia, che invece non è mai avvenuto nella realtà. Il neoliberismo non è il ritiro dello stato dall’economia, ma è un certo tipo di intervento statale non favorevole della classe lavoratrice.

Comunque, per tornare alla domanda, tutto ciò avveniva prima della costruzione della moneta unica, dei parametri del Trattato di Maastricht e del Patto di Stabilità e Crescita. L’Euro sta all’interno di questo nuovo modello, e quindi non poteva che essere costruito nell’ottica di favorire una certa classe piuttosto che un’altra. La costruzione istituzionale dell’Euro è già una costruzione di classe, perchè il neoliberismo è il ritorno al potere della classe dominante, come sostiene David Harvey nel suo libro Breve storia del neoliberismo. Il neoliberismo, come ritorno al potere della classe dominante, non poteva che istituire quel tipo di integrazione europea. Inoltre va ricordato il fatto che questo avviene nel momento in cui i paesi europei sono guidati da partiti di sinistra o centro-sinistra. Un disegno istituzionale sbagliato, dove si spacciano per verità assolute i parametri di Maastricht. Inoltre nel neoliberismo c’è anche una visione dell’economia neutra e tecnica, per cui i parametri di Maastricht diventano il riferimento, per poi scoprire che sono politicamente creati. Non solo non esiste alcuna giustificazione teorica, nemmeno nel mainstream, al valore del 3% del rapporto disavanzo/PIL, ma gli stessi parametri vengono applicati in relazione ai rapporti di forza tra i paesi. Come ricordava Riccardo, i due paesi che li hanno sforati per primi sono stati la Francia e la Germania, ma non è stata applicata loro alcuna procedura di infrazione per deficit eccessivo. Quindi, questo tipo di interazione europea è una costruzione politica, in cui l’economia e le scienze economiche vengono usate strategicamente, in modo tecnocratico e quindi, fintamente, neutre, per portare avanti scelte politiche. Inoltre queste scelte politiche, così come i parametri di Maastricht, hanno lo scopo di rigerarchizzare i capitalismi europei sulla base dei rapporti di potere: la Germania come locomotrice d’Europa, dopo il pesante periodo della ricostruzione, la Francia con le sue specificità, etc. Il progetto dell’euro è quindi anche un tentativo di riorganizzare su scala gerarchica i diversi capitalismi, attraverso il sistema di produzione, le catene transnazionali di valore e così via.

Da economista donna ci tengo a sottolineare anche la questione di genere. Un altro attacco volontario dell’Unione Europea è quello al welfare e, quindi, alla riproduzione sociale. Le privatizzazioni, iniziate da Reagan e dalla Thatcher, e il tentativo, sempre più riuscito, di smantellare il welfare hanno, ovviamente, degli impatti di genere. Le ricadute vengono sentite più pesantemente da parte di chi si fa carico del lavoro domestico e di cura, cioè le donne. Economiste femministe spiegano come l’attacco al welfare sia funzionale all’apertura di nuovi spazi di profitto per il capitale. Tutto lo spazio legato al welfare diventa un nuovo settore dove il capitale può fare nuovi profitti, che riesce ad ottenere sempre meno nella produzione. I servizi sociali legati alla riproduzione sociale rischiano di essere mercificati, contribuendo così a peggiorare le condizioni di vita delle lavoratrici.

All’interno di questo progetto di integrazione europea ci sono delle caratteristiche peculiari. Prima di tutto il fatto che non esiste una politica fiscale comune, non esiste la possibilità di compensare gli squilibri tra le diverse aree. Non si è mai voluto fare uno stato federale con una bilancio europeo alle spalle. Vorrei essere chiara: non si è voluto crearlo politicamente, perché economicamente sarebbe fattibilissimo. Quindi esiste una struttura che tutto è tranne che neutra.

La seconda questione è l’uscita dall’Euro come modalità per uscire da questa crisi. Sono un po’ più dubbiosa di Bellofiore. Vorrei essere chiara. Penso che la creazione della moneta unica sia stata un errore politico prima ancora che economico e per questo motivo sono sempre stata molto scettica circa la sua creazione. Detto questo, bisogna tenere presente che un conto sarebbe stato non creare l’euro (cioè non creare questo tipo di integrazione europea) e quindi non entrarci, un altro è uscirne ora. L’ipotesi secondo la quale l’uscita dall’euro, e la svalutazione che ne seguirebbe, permetterebbero un miglioramento della competitività delle imprese italiane con un conseguente aumento delle esportazioni non mi convince pienamente. L’Italia è sempre stato un paese di trasformazione, e quindi obbligato ad importare tutte le materie prime. Già prima della crisi avevamo una bilancia commerciale negativa addirittura del grano, nonostante la pasta sia il piatto principale della nostra alimentazione. Inoltre siamo un paese povero di materie energetiche (petrolio, gas, metano, etc.) e senza una seria politica energetica. Abbiamo, quindi, una bolletta energetica particolarmente elevata. Allora la svalutazione che seguirà l’uscita dall’euro farà certo aumentare le nostre esportazioni, ma aumenteranno anche i costi di tutte le nostre importazioni. Siamo sicuri che, alla fine, il saldo sarà positivo? Per rispondere a questa domanda, bisognerebbe fare un’analisi seria con le tabelle input-output per capire esattamente cosa importiamo e quanto ci costerebbero di più queste importazioni, cosa esportiamo e quanto guadagneremmo di più dalle esportazioni, e verificare se tutto ciò permetterebbe un saldo positivo della bilancia commerciale.

Tuttavia, oltre a queste preoccupazioni di tipo prettamente economico, vedo anche delle enormi difficoltà politiche. Non vedo, oggi, in Italia, una forza politica in grado di gestire una uscita da sinistra. Politicamente e sindacalmente il mondo del lavoro è molto poco rappresentato ed i vari movimenti sociali, che anche esistono, non sono una massa critica tale da poter incidere sulle scelte di politica economica. Anche gli economisti di sinistra che propongono l’uscita dall’euro peccano di “tecnicismo” o “politicismo”: sono cioè convinti che basti dimostrare la fattibilità economica dell’uscita, o che tutto dipenda dalla politica, senza nessun rapporto tra le due cose. Resto convinta che solo un forte conflitto sociale possa spostare i rapporti di forza verso un’uscita da sinistra. Che è esattamente quello che manca oggi in Italia. In assenza di tutto questo l’uscita dall’euro rischia di essere gestita da destra, traducendosi in un massacro per la classe lavoratrice (come nota a margine, vale la pena ricordare che la svalutazione della lira del 1992 del Governo Amato ha portato gli accordi del 1992 e del 1993, la riforma delle pensioni e i primi attacchi al welfare. Così come vale la pena di ricordare che, oggi, né per la classe lavoratrice statunitense né per quella inglese – due paesi che hanno ancora la loro sovranità monetaria – la vita sia rosa e fiori. Manca una proposta seria di un’uscita di classe.




Il fascino discreto della crisi economica. Intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova /1

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Pubblichiamo la prima parte, di una serie di quattro, di una lunga intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova nell’ambito della campagna nazionale “Noi restiamo”. L’intervista è stata registrata nel Maggio del 2014.

Riccardo Bellofiore è Professore ordinario di Economia Politica presso l’Università di Bergamo. Insegna Economia monetaria, La dimensione storica in economia: le teorie, Macroeconomics e International Monetary Economics. Oltre ad una monografia su Claudio Napoleoni e due volumi sulla crisi editi da Asterios, ha curato, da solo o in collaborazione, volumi su Sraffa, Mises, Marx, Luxemburg, Kalecki, Minsky, l’operaismo, la globalizzazione e le condizioni del lavoro, la crisi capitalistica attuale. Insieme agli attivisti torinesi di “Noi Restiamo” sta organizzando un ciclo di letture del I libro del “Capitale” di Marx.

Giovanna Vertova è Ricercatrice di Economia Politica presso l’Università di Bergamo. Insegna Economia delle grandi aree geografiche, Economia dello sviluppo, e Istituzioni di Economia. I suoi interessi di ricerca riguardano la dimensione spaziale dell’economia, l’economia dell’innovazione e l’economia di genere e femminista, e su questi temi ha pubblicato svariati articoli e monografie.

Giovanna e Riccardo hanno recentemente curato il volume The Great Recession And The Contradictions Of Contemporary Capitalism, edito da Edward Elgar. Tengono la pagina Facebook Economisti di classe.

DOMANDA: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Voi cosa ne pensate?

 

RB: Dal punto di vista della teoria marxiana, la crisi viene ricondotta da alcuni autori alla caduta tendenziale del saggio di profitto e da altri autori a quella che definiscono la crisi da sottoconsumo. Queste due prospettive sono state impiegate per spiegare la crisi iniziata nel 2007 ed esplosa nel 2008. La prima posizione è propria solo di marxisti, mentre la seconda è simile a una posizione keynesiana.

La caduta tendenziale del saggio di profitto viene ricondotta da Marx ad un aumento della composizione organica del capitale, la quale porterebbe ad una estrazione del plusvalore insufficiente a valorizzare il capitale. In realtà le posizioni recenti che riprendono l’argomentazione di Marx non mi pare si concentrino sulla composizione organica del capitale, ma operano una serie di ridefinizioni dei calcoli della contabilità nazionale per sostenere che comunque vi sarebbe stata una caduta tendenziale del saggio di profitto. Dal punto di vista metodologico è una posizione non lontana da alcuni aspetti della “Nuova macroeconomia neoclassica”. In altri termini, si dice, ridefiniamo, in maniera coerente (secondo questi autori, naturalmente), quello che ha detto Marx; data questa massima coerenza interna del discorso di Marx, la nostra non sarà più una interpretazione di Marx, ma nient’altro che Marx stesso. Riaffermata l’essenzialità della caduta del saggio di profitto nel discorso marxiano, questo non vuol dire che essa sia vera. Dovremo, si sostiene, andare a confrontarci con i dati per vedere se questa caduta è confermata e, guarda un po’, la legge è confermata. Io trovo questa posizione sbagliata come interpretazione di Marx e discutibile sul terreno della filosofia della scienza.

Benché io non creda che la crisi degli anni ’60-’70 del Novecento fosse dovuta alla caduta del saggio di profitto in questo senso, il punto essenziale è che molti fra quei marxisti che allora avevano sostenuto che la crisi fosse dovuta a questa ragione, ora sostengono che a partire dagli anni ’80 avremmo assistito ad un recupero del saggio di profitto.

 

DOMANDA: Questa è la posizione di Duménil e Lévy ad esempio?

 

RB: Sì, e di Anwar Shaikh, e in qualche misura anche di Simon Mohun. Insomma si potrebbe fare una lunga lista. C’è poi la visione sottoconsumista. È più interessante vedere come questa teoria sia sviluppata da alcuni keynesiani di sinistra italiani. Secondo la loro posizione, la ragione della crisi sta nel fatto che viviamo in un mondo di bassi salari. Vi è stato il peggioramento della distribuzione ai danni del lavoro, il che determina come conseguenza un’insufficienza di domanda effettiva, la causa ultima essendo la caduta dei consumi.

Ora, è evidente che se si vuole analizzare questa crisi bisogna vedere cosa è successo alla finanza. Entrambe le posizioni hanno una ricaduta in termini di analisi della finanza. La prima dice che, dato che cade il profitto nella produzione, si vanno a cercare i profitti nella finanza. La seconda dice che c’è una tendenza stagnazionistica che viene risolta con una finanziarizzazione che fa crescere i consumi. Io penso che si debba avere un’integrazione molto più forte fra analisi della finanza e analisi della produzione di quella proposta da queste analisi. Da questo punto di vista sono d’accordo con Paul Sweezy quando sostiene che la sfida del futuro sia quella di costruire una teoria che integri finanza e produzione in modo molto più stretto.

L’approccio che ho appena richiamato si concentra sulla distribuzione e sulla domanda effettiva. Le difficoltà nell’una e nell’altra sfera sono molto forti e reali ma, secondo me, sono logicamente secondarie. Questo non è a stretto rigore vero per la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto: ma questa teoria, così come è proposta, non funziona.
Io non sono per buttare via la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto, sono per riformularla. La sua, in verità, era una teoria del ciclo, e Marx sottolinea con accuratezza sia le tendenze che le controtendenze. Non è una teoria del crollo, o una teoria secolare. La mia tesi è che però abbia senso avere una lettura di lungo termine della caduta tendenziale del saggio di profitto, come metateoria della crisi. Vale a dire, è una teoria che incorpora le altre forme di crisi che noi possiamo derivare da Marx. Questo ha il vantaggio di consentirci una sorta di ricostruzione razionale di quelle che sono state le grandi crisi del capitalismo, almeno dalla fine dell’ ’800. Proviamo a dire qualcosa in breve.

A fine ’800, c’è la cosiddetta “Lunga Depressione”. Essa è, secondo me, una tipica crisi da caduta tendenziale del saggio di profitto proprio nei termini formulati Marx. C’è infatti un aumento della composizione del valore del capitale (la nozione di composizione organica è complicata, adesso non ci tornerei sopra). Il capitalismo successivo, con la formazione di grandi “trust”, vede intervenire delle innovazioni tecniche e organizzative (taylorismo e fordismo), con il prevalere della controtendenza costituita dall’aumento del saggio di plusvalore. Questo fa sì che si passi da una crisi per bassa profittabilità – la Lunga Depressione – ad una crisi per eccessiva profittabilità potenziale, la Grande Depressione (che io preferisco chiamare, alla J.K. Galbraith, Grande Crollo). Quella degli anni ’30 è insomma una tipica crisi da realizzazione. Come tutte le crisi, entrambe partono da turbolenze finanziarie, ma possiamo dire che alla base vi siano cause reali più profonde. Dalla seconda crisi se ne esce con la II Guerra Mondiale, e poi ci sono i cosiddetti “30 anni gloriosi”, che per me non furono poi così gloriosi come sono stati raccontati. Sono d’accordo con Joseph Halevi quando dice che quel capitalismo è stato un keynesismo militarizzato centrato sugli USA. Quel capitalismo risolve i problemi di realizzazione ma lo fa, come direbbe Paul Mattick, con un aumento della produzione, ma non necessariamente della produzione di capitale, e con un aumento della quota del lavoro improduttivo rispetto alla quota del lavoro produttivo.

A cosa mi porta questo? A dire che la risposta al problema della realizzazione si basò allora su un modello che richiedeva un continuo e accelerato aumento del saggio di plusvalore, insomma del saggio di sfruttamento su una quota decrescente di lavoratori direttamente produttivi in termini di (plus)valore. Fra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’70, per varie ragioni la configurazione del capitalismo del II dopoguerra, il c.d. capitalismo keynesiano, entra in crisi. In questa crisi, secondo me, il fattore cruciale – non unico ma centrale – è stato il conflitto capitale-lavoro, non soltanto sul terreno distributivo ma anche direttamente sul terreno della produzione e dello sfruttamento del lavoro. Vengono creati dei vincoli all’aumento capitalisticamente necessario del saggio di plusvalore. Abbiamo così una terza grande crisi, il periodo della c.d. “Grande Stagflazione”, la crisi che io chiamo Crisi Sociale, che di nuovo, come la Lunga Depressione, è stata una crisi per bassa profittabilità, ma io non la interpreto affatto come una classica caduta tendenziale del saggio di profitto, la interpreto invece come una crisi direttamente del nucleo centrale del rapporto capitale-lavoro, una crisi direttamente sul terreno del processo immediato di valorizzazione.

 

DOMANDA: Non collegato alla composizione organica quindi?

 

RB: No, non credo che questa crisi sia collegata ad un aumento della composizione organica, anche perchè c’è una svalorizzazione del capitale costante (la composizione organica è la composizione di valore nella misura in cui rispecchia l’aumento della composizione tecnica: questo non sono io, è proprio Marx). Dopo di che i dati statistici non contano molto, dobbiamo chiederci cosa significa la composizione, ancora non organica, ma di valore, perchè è questa che conta per il saggio di profitto. Se volete la mettiamo in termini della contabilità borghese come rapporto capitale/reddito, che sarebbe capitale costante su (capitale variabile + plusvalore).
Cosa vuol dire che il rapporto capitale/reddito cresce? Come fai a dire che questo è dovuto ad un aumento della composizione in valore delle macchine e dei mezzi di produzione, e non invece al fatto che la domanda effettiva è bassa, e dunque il reddito non cresce abbastanza (aumenta il grado di capacità inutilizzata). Potrebbe anche essere dovuto al fatto che c’è appunto una crisi nella valorizzazione immediata, per cui i lavoratori impediscono che una certa quantità di lavoro vivo e di pluslavoro atteso vengano estratti come atteso, e di nuovo il reddito non cresce abbastanza. Le statistiche non ti dicono molto: da questo punto di vista sono d’accordo con Paul Mattick Sr. e Jr., autori che, sostengono la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto nella sua forma classica, e però del tutto a ragione dicono che essa non si può dimostrare statisticamente.

A questo punto il problema è definire che cos’è il neoliberismo, la configurazione capitalistica che viene dopo il periodo cosiddetto keynesiano.
Mettiamola così. C’è stata una prima grande crisi di insufficiente profittabilità a fine ’800, una seconda di eccesso di profittabilità potenziale nel 1929 e che prosegue negli anni Trenta del Novecento, a cui segue una terza crisi che torna ad essere dovuta ai bassi profitti, dovuta questa volta in modo determinante al conflitto capitale-lavoro nella distribuzione e (soprattutto) nella produzione.

Lasciatemi dire, in via preliminare, che la crisi di realizzazione non è mai dovuta ai bassi salari e al sottoconsumo: è semmai, come diceva Marx ma come sosteneva con forza anche Rosa Luxemburg, una crisi da sotto-investimento (chi se n’è accorto di questo aspetto della Luxemburg sono interpreti estranei al canone del marxismo, come Joan Robinson e Michał Kalecki). Il problema è insomma, per dirla in termini keynesiani, la domanda autonoma, cioè qual è l’elemento della domanda che traina l’ascesa e che a un certo punto si inceppa determinando la crisi. Schematizzando all’estremo, per comodità, il primo capitalismo aveva avuto come perno della domanda autonoma gli investimenti ‘schumpeteriani’. Dalla prima grande crisi si esce con fordismo e taylorismo, che però danno origine alla seconda grande crisi, il Grande Crollo. Dalla seconda grande crisi se ne esce con la spesa pubblica in disavanzo: diciamo, un modello kaleckiano, dove sono le ‘esportazioni interne’ (cioè i disavanzi di bilancio pubblico finanziati con nuova moneta) ad essere trainanti. Si creano le condizioni della terza grande crisi. Come se ne esce? Cos’è, appunto, il neoliberismo?

Penso che per capirlo si debbano lasciare perdere i discorsi degli economisti, anche marxisti – la caduta del saggio del profitto o il sottoconsumo; il liberismo e il libero commercio contro lo statalismo e il protezionismo – e stare a sentire cosa ci dicono gli scienziati politici. Penso, per fare solo alcuni nomi, a Wolfgang Streeck , con il suo “Tempo guadagnato” (il titolo originale tedesco andrebbe in verità più propriamente tradotto come “Tempo comprato”), a Philip Mirowski, con “Never let a serious crisis go to wast”e, e a Colin Crouch, che ha recentemente pubblicato un libro il cui titolo, in originale, in italiano andrebbe reso con “La strana non morte del neoliberismo” (è stato anche questo cambiato, per un pessimo vizio degli editori italiani.)

Streeck dice che negli anni ’70 al conflitto distributivo e produttivo fra capitale e lavoro il capitale ha risposto con uno sciopero degli investimenti. Una crisi che nasce “da sinistra” ma dove la destra neoliberista, che si era preparata per 30 anni, è in grado di intervenire e prendere il potere. I disavanzi di bilancio che nascono negli anni ’70 diventano i disavanzi dello stato che si deve finanziare a tassi di interesse crescenti negli anni ’80, e portano al successivo privilegiare il valore azionario. Ne segue la rottura del rapporto capitalismo-democrazia.

Mirowski sostiene che il neoliberismo rompe con il liberismo classico, non c’è nessuna continuità. Il neoliberismo non è il monetarismo + la nuova macroeconomica neoclassica. È una formazione politica fortemente interventista, in cui l’equilibrio viene costruito, non è assunto come un dato naturale. Mirowski usa anche Foucault per dire che i soggetti stessi che devono costituire quell’equilibrio vengono plasmati dalle politiche attive di stampo neoliberista.

Crouch afferma che il neoliberismo è una sorta di ‘keynesismo privatizzato’, cioè costruisce un meccanismo di sostegno al consumo attraverso le dinamiche della finanza che, grazie alla crescita dei valori degli asset sui mercati finanziari e del valore delle abitazioni, sostiene una crescita del consumo a debito delle famiglie. Insomma, il neoliberismo produce internamente e politicamente la domanda effettiva.
Quindi, la domanda autonoma che traina la domanda effettiva è il consumo a debito, ed questo è un processo politico, gestito prevalentemente con la politica monetaria.

In realtà queste cose le avevamo già dette Halevi ed io, già prima della crisi, nel 2005. Ve ne ha parlato bene Joseph nella sua intervista con voi, e rimando a quell’intervento. Aggiungo solo che per noi, pur esistendo nel capitalismo monopolistico una tendenza alla stagnazione, non ci si può fermare lì e bisogna sempre analizzare le controtendenze. Lo stesso Sweezy è esplicito da questo punto di vista. In una conferenza dice più o meno così: “sto io sostenendo che il capitalismo tende necessariamente ad una stagnazione permanente? Ma quando mai! Il problema è comprendere le controtendenze”.

Se volete una mia formula per riassumere la questione della crisi partendo dalla caduta tendenziale del saggio del profitto, direi che le controtendenze vincono sistematicamente contro la tendenza, ma che paradossalmente è proprio per questo che periodicamente l’economia capitalistica entra in crisi e la caduta del saggio (ma prima ancora della massa) del profitto c’è davvero.

 

DOMANDA: Perchè quando le controtendenze vincono c’è la caduta del saggio di profitto?

 

RB: Io ragionerei così: il saggio del profitto cadrebbe se la composizione in valore crescesse più del saggio di plusvalore. La critica di Joan Robinson, ma anche di Sweezy, è che secondo Marx l’introduzione delle macchine ed il progresso tecnico fanno sia crescere la composizione in valore che crescere il saggio di plusvalore. Ma, obiettano, come fai tu a dire che una (la spinta verso il basso) è la tendenza e l’altra (la spinta verso l’alto) la controtendenza? Perchè la controtendenza non dovrebbe vincere sulla tendenza? Ed io in un certo senso sono d’accordo con loro: c’è stata una grande crisi da caduta del saggio di profitto, la Lunga Depressione di fine Ottocento. Poi però le controtendenze alla caduta hanno vinto. E in fondo la mia storia è di come le crisi successive sono generate proprio dai fattori che hanno consentito di superare la crisi precedente. Il mio discorso ha però un centro, e questo centro è il saggio di plusvalore. Il cuore del discorso marxiano sulla caduta tendenziale del saggio del profitto è che l’investimento capitalistico espelle lavoratori a parità di capitale anticipato, e che dunque si richiede un aumento dello sfruttamento, perché il nuovo valore viene dall’uso, dal consumo, dei lavoratori. Questo cuore, che poi non è altro che la teoria del valore-lavoro alla Marx, rimane.

Ogni grande crisi è certo una crisi del capitalismo, ma è anche e soprattutto la crisi di una particolare forma di capitalismo. Di conseguenza a me non interessa analizzare la crisi della forma neoliberista del capitalismo come se vivessimo ancora nell’ ’800 e non ci fossero stati cambiamenti essenziali. Bisogna capire perchè il neoliberismo è stata una configurazione dinamica e non stagnazionistica (a dispetto di quello che pensano i fautori della caduta tendenziale del saggio del profitto o del sottoconsumo) e individuare nelle forze della fase ascendente le contraddizioni interne, che inverano le contraddizioni generali.

GV: credo che la crisi vada studiata anche analizzando i cambiamenti avvenuti nella produzione, nel processo lavorativo, nel processo di valorizzazione del capitale. Inoltre, andrebbe indagato il legame fra produzione e finanza, molto poco studiato in Italia. Bisognerebbe capire in che modo il neoliberismo ha costruito un meccanismo per l’estrazione di pluslavoro e plusvalore e comprendere il collegamento con il processo di finanziarizzazione dell’economia.

Credo che, dal punto di vista del processo lavorativo, ci siano stati alcuni cambiamenti importanti – quelli che una certa letteratura chiama postfordismo, economia della conoscenza, capitalismo cognitivo, etc. – che considero tuttavia categorie inadeguate per spiegare le novità dell’accumulazione capitalistica attuale. Non è vero che i paesi avanzati sono diventati paesi produttori di servizi e non più di beni industriali. Se si guardano gli Stati Uniti, il paese da dove è partita la crisi, è vero che, internamente, hanno smesso di produrre manufatti, ma solo perché il loro manifatturiero è fuori dai confini nazionali. E’ vero che, internamente, aumentano i lavori nei servizi rispetto all’industria, ma non tutti i lavori nei servizi sono “cognitivi”. Ci sono le badanti, i lavoratori del Mac Donald’s, ecc.

Quello che in genere viene chiamato “post-fordismo”, usando una etichetta che non condivido, è il discorso relativo al cambiamento dell’organizzazione del lavoro. Se prima la grande fabbrica fordista imponeva un piano di produzione con delle mansioni determinate, adesso il lavoratore lavora a progetto, con delle mansioni che possono variare molto, che addirittura lo portano ad auto-regolamentarsi. C’è un cambiamento anche legato a quello che Joseph Halevi e Riccardo Bellofiore hanno messo in luce: la centralizzazione senza la concentrazione. Non è vero che il post-fordismo significa il crollo della grande impresa. Piuttosto c’è una centralizzazione di capitali senza concentrazione di lavoratori (come avveniva nella grande impresa fordista). Il processo di produzione è ora spezzettato ed esternalizzato. E qui entra il gioco lo spazio, con la possibilità di creare grandi catene transnazionali del valore: il capitale si va a dislocare spazialmente in quei luoghi dove riesce ad ottenere pluslavoro e plusvalore adatti ad una particolare fase produttiva. Per esempio, se necessita di manodopera poco qualificata si sposta in Cina o in India; se ha bisogno di forza-lavoro qualificata si muove vicino ad università e centri di eccellenza (si pensi a Silicon Valley e la Stanford University).

Questi cambiamenti dei processi di produzione non sono analizzati in maniera molto convincente nel dibattito italiano. Inoltre, bisognerebbe collegare questa analisi con la finanziarizzazione, che ha un impatto anche sul processo di valorizzazione e quindi sul processo lavorativo. Si pensi al capitalismo americano e al collegamento tra la dichiarazione che le imprese stanno ristrutturando e il boom delle loro azioni in borsa. La ristrutturazione capitalistica, i licenziamenti e l’outsourcing permettono e consentono la valorizzazione borsistica di queste imprese. Vale anche il contrario: per valorizzare queste imprese bisogna imporre un certo tipo di processo di lavoro e di estrazione di plusvalore. Nel capitalismo statunitense molto finanziarizzato si rischia una lotta tutta interna alla classe lavoratrice. Con l’avvento dei fondi pensione, i lavoratori speravano di recuperare una parte del potere di acquisto perso con la diminuzione dei salari. Quindi, quando la grande impresa ristruttura, il valore delle azioni sale e i lavoratori ottengono rendite finanziarie, ma, al contempo, altri lavoratori vengono licenziati. C’è un gioco al massacro all’interno della classe lavoratrice che andrebbe studiato. In Italia queste cose le ha introdotte nel dibattito Luciano Gallino (“Con i soldi degli altri”, “finanzcapitalismo”), ma sono state analisi comunque tardive rispetto al dibattito internazionale.