Osservazioni sulla rifondazione teorica del socialismo

16 Lug , 2020|| Egemonia e strategia socialista|Visioni

Nel 2012, in una breve intervista[i] tanto utile quanto tristemente passata inosservata, il filosofo sloveno Slavoj Žižek invitava la sinistra anti-capitalista a smettere di agire ed iniziare a pensare. Provocatorio come sempre, Žižek ha però messo a nudo una debolezza fondamentale, che previene ogni possibilità di costruzione di un “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”: l’assenza di un solido apparato teorico.

Osservazioni su difetti di origine storica

Vista con gli occhi di chi è nato molto dopo l’89 e il ’91, la confusione che le sinistre hanno attraversato in quel periodo è comprensibile ma non giustificabile. Il crollo dell’URSS ha mostrato come ad un certo punto il pensiero socialista fosse stato completamente assorbito dalla legittimazione teorico-storica del modello sovietico. Se le sinistre fossero state saldamente legate ad un’idea più che ad un’esperienza politica, è verosimile che al crollo dell’URSS non sarebbe seguito il tracollo delle sinistre. È probabilmente legittimo pensare che in larga parte il pensiero socialista, già quasi dal ’17, è stato, in larga parte, deformato da un certo “sovietismo”. Questa affermazione potrebbe sembrare in contrasto con le varie tensioni che hanno attraversato i rapporti tra PCUS e gli altri partiti comunisti, e tuttavia pare essere confermata dal collasso a catena di cui sopra. L’impostazione da “partito padre” tenuta dal PCUS, la postura figlia dell’articolo 14 del Komintern[ii] mai realmente corretta, l’eventuale lotta all’eretico ingaggiata da molti militanti, intellettuali e politici di spicco: queste ed altre cose hanno soffocato la libera elaborazione del pensiero socialista, facendone perdere i concetti chiave in un oceano di contingenze storiche elevate a dogmi. Il problema non è stato tanto la Caduta del Muro quanto il fatto che vi erano tutti appoggiati. Il fariseismo che ha inquinato le sinistre novecentesche le ha rese spesso dimentiche del fatto che un’idea può avere numerosissime declinazioni, senza per questo cadere nel revisionismo. D’altronde, ci basti guardare al capitalismo: chi si sognerebbe mai di dire che il modello scandinavo, il liberismo sfrenato e il fascismo (anch’esso una forma di capitalismo) sono la stessa cosa? E tuttavia chi si sognerebbe di dire, a parte qualche conservatore d’acciaio, che in Danimarca non si possa parlare di capitalismo?

Il fariseismo di ieri non è morto, si è solo trasformato nella nostalgia di oggi. Una nostalgia dannosa e inutile, che appesta proprio quei gruppi, sparutissimi in Italia, che vogliono seriamente far rinascere l’idea di socialismo, e che impedisce loro la comunicazione con altri gruppi, di struttura più vaga e assenti in Italia, che invece non si rispecchiano nel passato socialista e che però rappresentano una ventata di novità interessante quanto confusa (ci riferiamo, ad esempio, all’enorme calderone dei Democratic Socialists of America).

È dunque necessario assicurarsi di essere al riparo da ogni malattia storica e tornare a chiedersi cos’è o cosa dovrebbe essere il socialismo. Potrebbe ronzare, legittima, la domanda: bisogna superare Marx? La risposta dalla quale partiamo è no, non è necessario (né forse possibile) cestinare Marx, colui che più di tutti ha indicato i punti critici e le contraddittorietà del modo di produzione capitalistico. C’è, però, un elemento, o meglio un approccio, di origine marxista, che contiene elementi dannosi per lo stesso movimento socialista, ed è la collocazione che il socialismo e il comunismo ricoprono nella filosofia della storia marxiana ed il legame con la precedente tradizione illuminista-liberale. C’è una metafisica della storia in Marx? C’è un aperto dibattito accademico in merito. C’è una metafisica della storia nei marxisti? Tendenzialmente, sì. Per metafisica della storia non intendiamo solo la convinzione, pur dannosa, che vi sia una legge storica che ineluttabilmente condurrà al trionfo del comunismo, bensì la tacita convinzione che vi sia un divario qualitativo, non quantitativo, tra la società socialista e poi comunista e la precedente società borghese, e in realtà tutte le società precedenti. I due problemi non sono separati. La convinzione di operare per una legge storica che delinea un percorso provvisto di una “tappa finale” porta i marxisti a costruire questo abisso tra i due “mondi”, borghese e comunista. La questione del divario qualitativo ha tre conseguenze deleterie:

  1. La ricerca dell’alterità assoluta, che qui chiameremo “fariseismo critico”. La perdita del focus attentivo sul nucleo del progetto socialista, l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, porta a sviluppare critiche inutili contro la società borghese e/o i suoi reali o supposti fondamenti culturali. Un esempio è la tendenza, ben evidenziata da Domenico Losurdo[iii], a considerare il comunismo come condivisione della miseria, con ogni forma di benessere materiale catalogata a pericoloso baluardo reazionario. Importanti conquiste intellettuali della tradizione illuminista-liberale, come il concetto di diritti dell’uomo, o anche grandi menti riconducibili a quel filone, come Kant, sono considerati elementi di un passato con il quale rompere, non come tappe di un medesimo pensiero che si sviluppa, sciogliendo progressivamente (e forse per sempre) le proprie contraddizioni. Tratteremo meglio la questione al punto 3. Esprimiamo però già qui l’auspicio di un rinnovato “riduzionismo”, di una rifondazione teorica che tolga “il troppo e il vano” dalla colossale tradizione teorica socialista, preferibilmente nella direzione di un riallineamento col precedente illuminista-liberale (vedremo poi come);
  1. La ferocia del soggetto cosmico-storico. Il mito del divario qualitativo fa sì che molti comunisti si siano sentiti (o si sentano) legittimati a commettere atti che, però, sono considerati illegittimi se commessi dagli avversari. Il pluralismo democratico (in senso partitico e non) è considerato un bene da difendere nella società borghese, perché permette un migliore sviluppo della lotta di classe; tuttavia, lo stesso principio può essere messo da parte se ci sono da combattere i “nemici del popolo” di turno, una volta realizzata la rivoluzione. Il presupposto teorico che permette la sopravvivenza di tale contraddizione è, a nostro dire, ancora il mito del divario qualitativo, che separa le azioni compiute in nome della “vera fede” e quelle compiute in nome della “vecchia fede”;
  1. La convinzione della fine della storia come ostacolo per la rivoluzione permanente. Con “fine della storia” non ci riferiamo all’arcinota espressione di Fukuyama[iv] ma alla convinzione che, una volta realizzata la rivoluzione ed instaurato il socialismo, non ci sia “più nulla da fare”. I problemi sono gli stessi che vediamo nel mondo liberale post-89: ogni critica, anche pavida e riformista, è disattivata in partenza, il mondo attuale diventa il migliore dei mondi possibili e il mondo si blocca su una sola dimensione. È ancora difficile, negli ambienti comunisti, un dibattito seriamente critico sulle esperienze di socialismo reale, il che è un impedimento di prima grandezza per una rifondazione teorica del socialismo. Questo errore posturale è l’unico, a nostro dire, che si possa ascrivere quasi completamente a Marx, sia per ciò che Marx ci dice che per ciò che Marx non ci dice. Per quanto riguarda il primo ambito, se in Marx la storia è storia della lotta di classe, allora una volta che le divisioni di classe sono estinte si apre una fase post-storica; per quanto riguarda il secondo, Marx non sembra essere completamente sobrio rispetto ad alcuni echi hegeliani fondamentalmente “mistici”, per cui l’Idea, dopo un lungo percorso “al di fuori di sé”, ritrova se stessa nella presa di coscienza di sé, superando la propria stessa alienazione e compiendo un vero e proprio “balzo qualitativo” nel proprio percorso. Marx sembra tradurre questi echi in termini di materialismo storico, con l’abolizione dello Stato che corona la fine dell’alienazione dell’uomo e della storia come lotta di classe.

Osservazioni su una possibile ridefinizione del socialismo

In termini generali, questa vuole essere una critica alla filosofia della storia marxista e ad alcuni suoi frutti. Ci sono alcuni elementi teorici di critica al marxismo e a Marx che potremmo esporre, spunti più stringenti e più aderenti al discorso marxista in sé, e tuttavia questa non è la sede adatta per parlarne, principalmente per motivi di spazio. Sarebbe invece utile contrapporre ad una filosofia della storia “della rottura” e spesso metafisica, una filosofia della storia progressiva, che di certo non reinventi da zero l’idea di socialismo ma che la ricollochi in un differente contesto, non solo progressivo e antimetafisico ma schiettamente costruttivista dal punto di vista teoretico, senza però cadere nel relativismo. Tale obiettivo apparirà più chiaro nella sua esposizione, che non può prescindere dalla domanda “Che cos’è il socialismo?”

Il socialismo è l’estensione del principio di democrazia a discapito del principio di proprietà. In questo senso, il socialismo è essenzialmente una questione di libertà.

Per dare conto di questa concezione dobbiamo fornirci di un’apposita semantica della libertà, una semantica che tenga conto del carattere politico del discorso. Non tradire la trama del discorso significa porre la questione della libertà non solo come condizione di possibilità dell’azione ma come condizione di possibilità della reazione. Intendiamo il potere, d’altra parte, come l’opposto della libertà, perché si realizza nell’indebolimento, ed idealmente nell’annichilimento, della reazione. È utile intendere la posizione di potere come deformazione unilaterale del rapporto dialettico-pratico entro il quale si dà la socialità e dunque la società. Il potere si manifesta in differenti forme, e tuttavia resta solido il principio per cui la classe dominante è tanto più forte quanto meno è vincolata alla propria controparte, la parte su cui ha potere. La legalità, in quest’ottica, ha un duplice valore: da una parte essa legittima il dominio, ed è anzi diretto prodotto dei rapporti di dominazione (qui restiamo nell’impianto marxiano); d’altra parte, tuttavia, essa è il terreno entro il quale la classe subalterna può imporre dei vincoli, limitando, di fatto, il potere. Non è dunque preciso parlare, in senso lato, una romantica contrapposizione tra potere e libertà, in quanto lo stesso potere desidera la libertà dal vincolo, desidera imporsi come assoluto. È una ben precisa forma di libertà ad essere nell’interesse delle classi subalterne: la libertà della reazione. Eliminare artificialmente, tramite lo sviluppo di apposite contromisure, ogni forma di potere come annichilimento della reazione, è già di per sé la lotta delle classi subalterne. La proprietà dei mezzi di produzione, e in generale il principio di proprietà, generando un evidente squilibrio contrattuale, è innanzitutto una forma di potere. L’attività di indebolimento dello squilibrio contrattuale è il riformismo, la totale eliminazione del principio che rende possibile il potere è il sovversivismo, nel caso particolare della questione proprietaria questa eliminazione è il socialismo. Forniti della giusta semantica e della prospettiva del socialismo come tappa della questione contrattuale, è possibile trattare nello specifico le questioni della proprietà e della democrazia.

Proprietà e legittimità

Trattando lo specifico ed imprescindibile tema della proprietà, una rifondazione teorica che rispecchi la semantica e l’indirizzo abbozzati sopra deve spostare la propria attenzione sul ruolo giocato dalla proprietà nel processo produttivo e distributivo. Il tema, per quanto complesso, è paradossalmente reso più semplice dai recenti sviluppi, intesi sia come lenta degradazione del mercato del lavoro che come evidente avanzare di squilibri nella distribuzione della ricchezza prodotta, con il capitale ricompensato sempre più del lavoro (rimandiamo, tra tutti i lavori sul tema, al magistrale “Il Capitale nel XXI secolo” di Piketty). Il punto è sottolineare come dal rapporto capitale privato-lavoro non possa derivare una distribuzione della ricchezza prodotta che prescinda dal rapporto di forza, dal rapporto di potere (inteso come sopra) che il rapporto capitale-lavoro rappresenta. La posizione socialista in merito, per quanto concerne la parte decostruttiva, potrebbe presentarsi semplicemente come una demistificazione anti-ideologica, perché l’obiettivo non deve essere quello di far emergere una presunta immoralità del sistema ma quello di ri-palesare il rapporto di forza come unica, insopprimibile radice del processo distributivo e organizzativo. In questa prospettiva, si tratta di attaccare gli argomenti del rischio e del merito, i due appigli ideologici sui quali si regge la legittimazione dello squilibrio distributivo e decisionale e, più o meno indirettamente, la legittimazione della proprietà stessa.

Partendo dalla questione del rischio, per cui è il tasso di rischio a determinare, automaticamente, la remunerazione del capitale, basti sottolineare come la valutazione dei rischi o è impossibile o è svolta dagli agenti del mercato, ed in questo senso non è assolutamente interclassista, sociale, globale. In secondo luogo, e soprattutto, un fantomatico “tasso di rischio” non può determinare scientificamente e aprioristicamente quanta parte della ricchezza prodotta da un’unità produttiva sia da destinare al lavoro e quanta al capitale, e, più astrattamente, quanto valore è apportato dal lavoro e quanto dal capitale nel processo produttivo (si noti che qui, per venire incontro all’ideologia avversaria, ci si allontana dal tracciato marxiano).

Passando alla questione del merito, notiamo che la sua decostruzione è utile sia in termini di apporto metodologico-retorico, sia in termini di vera e propria costruzione dell’apparato teorico di legittimazione necessario a quell’estensione del principio di democrazia di cui sopra. Il punto metodologico-retorico è l’imperativo abbandono della narrazione dicotomica impresario-fannullone/lavoratore-sfruttato. Questa dicotomia tutta retorica, oltre ad essere tutto sommato abbastanza inefficace e radicalmente piccolo borghese, non ha senso perché manca di nessi razionali necessari e perché, in fondo, è ormai inutile alla strategia egemonica socialista. Paradossalmente, è possibile trovare la demistificazione del ragionamento per cui “l’imprenditore guadagna di più perché lavora di più” proprio ammettendo l’ipotesi di un imprenditore che “si impegni di più” dei suoi dipendenti. È a questo punto che sorge un problema grammaticale e logico: da un riconoscimento di valore (lavorativo) non deriva una posizione di potere. Diciamo questo ricordando ancora come la “posizione proprietaria” sia una posizione di potere contrattuale, senza badare a contingenze che la acuiscano, la debilitino o la “addolciscano”. Un esempio utile è quello del “re buono”. Anche immaginando un re buono, magnanimo, valoroso, che ha portato bene e pace ai propri sudditi, non possiamo da ciò dedurre la legittimità del principio di nascita, che, sempre nella nostra storia, ha conferito al re la propria posizione. La proprietà non è un diritto negativo: non è il riconoscimento di un dato di fatto (l’unico dato di fatto è l’utilizzo e “darebbe ragione” al lavoratore) ma un’istituzione giuridica positiva, che nasce, o meglio è nata, con la legalità e grazie ad essa. All’esterno della legalità non esiste alcuna proprietà e la sua legittimazione può sussistere solo nella legalità, come per ogni istituzione. Il merito non può valere da principio legittimante della proprietà, da esso non “deriva” la proprietà. Nessuno spazio, dunque, per il merito? Assolutamente no: resta il dato evidente, già trattato, del valore. L’evidenza di questo dato, però, porta con sé due osservazioni. La prima è che il valore, l’abilità lavorativa, non sia eterna, e ci sfugge come quella passata possa razionalmente legittimare una posizione di potere futura. Un calciatore bravissimo, se cessa di essere tale, finisce in panchina. Un lavoratore bravo e capace, se cessa di essere tale, perde il proprio posto di lavoro. Un capitalista che abbia perso le sue doti lavorative (che stiamo ammettendo ma non concedendo), tuttavia, non necessariamente cessa di essere tale. Può derivare la propria ricchezza da beni immobili, da quote azionistiche, dalla proprietà di un’unità produttiva gestita da altri e così via, e dunque può “pensionarsi” senza mai essere pensionato, perché la sua condizione è indipendente dal deperimento delle sue fantomatiche capacità, e ciò solo per motivi legali, perché appunto la proprietà nasce e muore con la legalità. La seconda osservazione è che l’unica formula razionale per riconoscere e ricompensare il valore lavorativo è il riconoscimento da parte di altri. Questa seconda osservazione può sembrare una tautologia: niente di nuovo, in fondo è già così. E tuttavia questa seconda osservazione è il punto di congiunzione con la “questione socialista” dell’estensione della democrazia. Se infatti quando si parla di ricompensa del merito si tratta, come si tratta, di prendere una decisione in sede di processo distributivo, una volta delegittimato il principio di proprietà, sorge la domanda “quis iudicabit?”. È a questo punto che il principio di democrazia prende il posto del principio di proprietà come principio di organizzazione e gestione del processo produttivo e distributivo. Nessuna abolizione della divisione tecnica del lavoro, ma una eliminazione tramite fluidificazione della divisione sociale dello stesso. Ogni eventuale posizione tecnica che preveda una posizione di potere dovrebbe essere legittimata tramite un processo democratico, e tale legittimità è sempre sottoposta a revisione. D’altronde, la democrazia non sta nel sottoporre ogni attribuzione di ruoli ad un processo democratico quanto nel vincolare al medesimo processo il mantenimento.

Società e principio di democrazia

Non c’è bisogno di addentrarsi oltre per registrare una biforcazione nel nostro percorso: la democratizzazione del processo produttivo e distributivo può avvenire in due modi principali, ossia il principio di autogestione e la gestione collettiva, affidata ad autorità statali governate secondo il medesimo principio democratico. Vale la pena interrogarsi sul perché della seconda opzione, quando nella prima l’impasse da cui si era partiti sembra già risolta. Il motivo è che l’estensione del principio di democrazia non può non corrispondere all’estensione del diritto di reazione, concretizzato con apposite istituzioni, di tutti i cittadini in quanto tutti parte del medesimo processo produttivo. Si tratta di registrare la falsità del mito della produzione individuale della ricchezza: un individuo, e così un’unità produttiva, è in grado di produrre ricchezza solo e soltanto perché immersa in un sistema che prevede altre unità produttive e degli organismi “improduttivi”, come le istituzioni, che garantiscono la sopravvivenza e la riproduzione del capitale, pubblico o privato che sia. Se il socialismo vuole essere inteso come una progressiva democratizzazione, allora questa democratizzazione non può prescindere dal riconoscimento della dimensione collettiva della produzione di ricchezza, e da questa derivare un organismo statale che garantisca il diritto di reazione e di parola a tutti coloro che vi partecipano, che sia dunque punto d’incontro e di dialogo, realizzazione concreta e quanto più possibile esauriente del principio di reazione, base della democrazia come qui intesa. Si pone però un evidente problema: quando, come e in che termini i cittadini si possono dire “proprietari” dello Stato? Una gestione collettiva non è sinonimo di una gestione democratica. Lo Stato socialista dovrebbe essere la concretizzazione della democrazia e lo sbocco delle istanze individuali, non la soppressione leviatanica delle stesse in virtù di un benessere collettivo impersonale. Il rischio costante di ogni socialismo, mano a mano che viene concretizzata l’inclusione di settori sempre più ampi della società nei processi decisionali che governano il tessuto produttivo, è e sarà sempre il positivismo di Stato.

È d’obbligo chiarire che non si vuol fare critica storica o comunque politica: l’obiettivo del testo è fornire alcuni spunti per una rifondazione teorica, mentre sta agli storici e ai politologi valutare il grado di democraticità delle esperienze di socialismo reale. In chiusura, semmai, è utile rimarcare il senso teorico che anima l’idea della rifondazione: il principio democratico, che aleggia nella Storia già da prima della Rivoluzione Francese, è stato progressivamente esteso dai movimenti liberali borghesi all’intera popolazione nella sua veste pubblica, astratta, giuridica, cittadina. Il socialismo sarebbe dunque il semplice avanzamento del processo di democratizzazione, entro una filosofia della storia che però non preveda alcuna garanzia metafisica né alcun divario qualitativo, ma la cui direzione è data, volontaristicamente in senso lato, dagli stessi uomini, nella generale ottica di una riformulazione del Soggetto Storico che, senza mai prescindere dalla sua collocazione ad un dato grado di sviluppo della Storia stessa, sia libero da ogni suggestione non solo finalista o generalmente determinista ma anche beceramente soteriologica. Purtroppo o per fortuna, nella Storia non c’è posto per alcuna mistica della salvezza.


[i] Slavoj Zizek: Don’t act. Just Think | Big Think

[ii] “Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista è tenuto ad appoggiare incondizionatamente tutte le repubbliche sovietiche

[iii]Intervento all’Università di Urbino, 6 Dicembre 2017

[iv] “La fine della Storia e l’ultimo uomo”, F. Fukuyama. Rizzoli, 1992

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Un pezzo mancante del marxismo

Un pezzo mancante del marxismo

di Bruno Jossa

1. Un tema che Marx non ha chiarito abbastanza e su cui i marxisti non sono ancor oggi concordi è quale sarà il nuovo modo di produzione che emergerà dalle ceneri del capitalismo.

Il materialismo storico sostiene che l’economia determina fondamentalmente la politica e che il processo storico non avviene in modo continuo (come prima di Marx abitualmente si credeva), ma attraverso una successione di modi di produzione, ciascuno dei quali nasce, cresce e muore, secondo regole che gli studiosi sono tenuti a spiegare.

Nella visione di Marx i modi di produzione sono i seguenti. Finora abbiamo avuto il modo di produzione antico, il feudalesimo e il capitalismo e a essi seguiranno il socialismo e il comunismo. Per molto tempo, tuttavia, i marxisti hanno pensato che per socialismo dovesse intendersi la pianificazione centralizzata. E, dato che le esperienze di pianificazione centralizzata che si sono avute in Unione sovietica e altrove sono state fallimentari, oggi i marxisti non sono più concordi nel dire se dopo il capitalismo ci sarà un nuovo modo di produzione e quale esso sarà, sicché oggi è corretto dire che nel marxismo quale sarà il futuro dopo il capitalismo è un pezzo di teoria mancante.

2. Nella mia opinione, il modo di produzione che si avrà dopo il capitalismo è un sistema d’imprese gestite dai lavoratori in un’economia di mercato. Questo è un sistema per il quale si può dire che in esso è il lavoro che assume capitale e che realizza, pertanto, rispetto al capitalismo, un capovolgimento del rapporto capitale/lavoro. Ciò consente di parlare a riguardo di rivoluzione.

Ma perché Marx non individuò in un sistema d’imprese gestite dai lavoratori il nuovo modo di produzione che avrebbe sostituito il capitalismo? Un sistema d’imprese gestite dai lavoratori elimina lo sfruttamento e, data l’importanza che Marx attribuì alla teoria del valore lavoro e alla connessa idea di sfruttamento, non è facile capire perché egli non disse con chiarezza che un sistema d’imprese gestite dai lavoratori sarebbe stato il nuovo modo di produzione post-capitalistico.

Sulle imprese cooperative Marx, è vero, una volta ha scritto: «Queste fattorie mostrano come, ad un certo grado di sviluppo delle forze materiali di produzione, e delle forme sociali di produzione a esse corrispondenti, si sviluppa un nuovo modo di produzione… Le società per azioni capitalistiche come le imprese cooperative dovrebbero esser viste come forme di transizione dal modo capitalistico di produzione a quello associato».

Ma perché, allora, il Marx anziano non fu più convinto che un sistema d’imprese cooperative fosse il nuovo modo di produzione che avrebbe sostituito il capitalismo? Dopo la Comune di Parigi del 1870, infatti, è noto, che egli cominciò a perdere fede in un movimento che in precedenza indubbiamente aveva considerato come un nuovo modo di produzione. Questo cambiamento, in parte, fu causato da un calo nel livello di performance delle cooperative e dalla convinzione che il movimento non era stato all’altezza delle aspettative. Bernstein, per esempio, era convinto che le cooperative di produzione non avevano futuro. Ma il problema è ancora poco chiaro. E ciò spiega perché per tanto tempo si è creduto che il socialismo fosse la pianificazione centralizzata.

In Il Ponte, 22 giugno 2020




Costituzionalismo, democrazia sociale, dignità dell’esistenza: le ricadute politiche del racconto dei vissuti

Costituzionalismo, democrazia sociale, dignità dell’esistenza:

le ricadute politiche del racconto dei vissuti

 

di Alessandra Valastro

Professore associato di Istituzioni di diritto pubblico – Università degli studi di Perugia

 

Abstract

 

IT

In questo saggio si propone una riflessione sul rapporto fra le ragioni del costituzionalismo e quelle dell’esistenza, a partire da un angolo visuale peculiare quale è quello della narrazione dei vissuti. L’utilizzo del registro biografico e autobiografico consente di dare una forma alle grandi domande connesse alla sostenibilità del vivere e alla ricerca di dignità dell’esistenza, interrogando di fatto il “sistema” circa l’adeguatezza delle sue politiche e delle sue regole. Dalla straordinaria assonanza fra il racconto dei vissuti e il racconto costituzionale del modello di democrazia sociale discendono interessanti prospettive e indicazioni circa la perdurante inerenza di quei valori alla realtà sociale e il loro “uso” nella “esperienza giuridica” della persona situata.

 

EN

This essay proposes a reflection on the relationship between the reasons of constitutionalism and those of exsistence, starting from a peculiar visual angle which is that of the narration of lives. The use of biographical and autobiographical register allows to express the big questions related to the sustainability of living and to the search for the dignity of existence, questioning the “system” on the adequacy of its policies and its rules. There are interesting perspectives and indications on the continuing inherence of constitutional values in the social reality and their “use” in the experience of the situated person.

 

 

 

Costituzionalismo, democrazia sociale, dignità dell’esistenza:

le ricadute politiche del racconto dei vissuti

 

di Alessandra Valastro

Professore associato di Istituzioni di diritto pubblico – Università degli studi di Perugia

 

Sommario: 1. Costituzionalismo ed esistenza: un confronto costante con l’esperienza, fra Storia e storie, memoria e futuri attesi; 2. La «verità collettiva» che unisce memoria pubblica e memorie individuali: la comune esposizione alla vulnerabilità e l’aspirazione a un’esistenza dignitosa; 3. Dall’esperienza il rilancio della democrazia sociale: fra “uso della Costituzione” e “uso dei vissuti”, fra protesta e narrazione; 4. Le ricadute politiche del racconto dei vissuti: le narrazioni biografiche e autobiografiche come “parole-azione” che mettono a nudo il “sistema”; 4.1. Il tema della “memoria storica”, fra lotta politica e coscienza di classe; 4.2. Il tema della “memoria presente”, fra crisi di identità e nuove fragilità; 5. La qualità normativa delle pratiche narrative e la funzione di “sorveglianza” sul funzionamento della democrazia; 6. Il circolo virtuoso fra i vissuti individuali e i valori della democrazia sociale: attualità del racconto costituzionale.

 

 

  1. Costituzionalismo ed esistenza: un confronto costante con l’esperienza, fra Storia e storie, memoria e futuri attesi

 

Vi è un nesso irrinunciabile e strutturale -vorrei anzi dire viscerale- fra costituzionalismo, esistenza e memoria. Due dimensioni, le prime due; un ponte, la terza.

Perché le Costituzioni sono intrise di memoria: quella degli avvenimenti, spesso traumatici, che hanno portato a ripattuire le regole e le condizioni della convivenza.

E anche le esistenze umane sono intrise di memoria: quella concreta delle persone e non quella astratta dell’individuo o del popolo.

Questo tratto che accomuna due ambiti apparentemente così diversi –la dimensione giuridica delle più “alte” norme di un ordinamento e la dimensione “terrestre” dell’esperienza del vivere- non deve stupire: tutto il costituzionalismo, in fondo, non è altro che l’espressione del tentativo, fatalmente compromissorio ma connaturato e irrinunciabile all’istinto umano della convivenza sociale, di darsi regole che affondino il più possibile nelle radici storiche e identitarie di una comunità e garantiscano un’esistenza libera e dignitosa ai suoi membri.

La memoria, quale parte essenziale della storia, costantemente le interroga entrambe: interroga le Costituzioni e le esistenze; e le interroga dentro a un presente che è quotidiana e impietosa cartina di tornasole della capacità di quelle regole fondamentali di mantenersi salde ai valori e ai bisogni delle vicende umane dalle quali promanano e alle quali si rivolgono.

Sul nesso che lega il tema della memoria a quello della Costituzione molto è stato scritto, soprattutto in occasione dei decennali della seconda, e con declinazioni che oscillano fra il revisionismo e la difesa, fra l’analisi critica dei livelli di effettività e il rilancio evolutivo dei principi. In tutti i casi sembra concordarsi su un punto, più o meno esplicitamente: la necessità di mantenere una memoria pubblica dei valori fondativi, ossia un idem sentire che permetta di continuare a «gestire nel presente» la «complessità dell’eredità ricevuta dal passato»[1].

In realtà è ben noto come questa affermazione si declini poi in argomenti che non sempre vanno nella stessa direzione; e che, anzi, risultano talvolta strumentali a logiche opposte e antidemocratiche, di svuotamento sostanziale di quella memoria che pur proclamano o –peggio- di riscrittura di memorie “ufficiali” congeniali ai poteri dominanti[2]. Tuttavia ciò che mi interessa qui è mantenere il punto nodale, ben espresso da Paola Marsocci, della irrinunciabile necessità di una «verità collettiva, elaborata democraticamente con l’esercizio del potere costituente», che la comunità nazionale ha la responsabilità di mantenere e trasmettere, pur nel rispetto delle plurime verità soggettive e dunque sempre nell’ambito di un confronto e di una rielaborazione critica continui[3].

Questa memoria collettiva è la proiezione dinamica di un legame nazionale che dovrebbe consentire all’assetto delineato dai Costituenti di trasformarsi continuamente, in coerenza con i principi fondamentali. E’ ciò che permette a quell’assetto di dipanarsi in un «presente vivente»: non singoli frammenti di spazio storicamente situato in cui ci si limiti a registrare una realtà qualunque, bensì una mediazione continua fra esperienza e orizzonti di attesa di una collettività, misurata sulla perdurante inerenza del testo costituzionale e delle sue interpretazioni alla realtà sociale[4].

Anche per l’esistenza umana la memoria è tessuto connettivo e conoscitivo destinato a risignificarne incessantemente le vicende passate e i futuri attesi.

L’esperienza concreta che tesse la trama delle singole esistenze è un processo non soltanto individuale ma anche collettivo, poiché «nella memoria connette i vissuti e li dota di senso»[5]. E si tratta di «un senso che “si distribuisce” nei contesti»[6], generando un patrimonio che non è soltanto accumulo di passato bensì fonte di indicazioni e di saperi concretamente agibili nel presente per determinare ciò che si è, che si può essere e che si può fare.

Le verità individuali che derivano dall’esperienza sono espressione di un “sapere dell’effettività”, che riguarda «il significato delle cose della vita»[7]: un «sapere affettivo», come lo ha definito Barcellona, complementare e speculare rispetto a quello razionale (e lato sensu politico) perché è il «sapere della vita che pensa se stessa», che rimette continuamente in campo «la vocazione umana a creare nuovi significati» attraverso le relazioni[8].

Ebbene anche queste verità necessitano di tempi e condizioni di vita che consentano di appropriarsene, per farne l’idem sentire di una vita da intendere come “intero”. L’accelerazione dei tempi di vita e di produzione connessi alla modernità e al sistema capitalista ha invece determinato una frammentazione del vivere che ostacola drammaticamente la sedimentazione della memoria[9]: le memorie esperienziali vengono soppiantate da quelle ufficiali; si fa appello a valori che non sono stati generati nello scambio con i propri simili; si forniscono risposte che ignorano i vissuti. Questa cultura, che Sennet definisce del “nuovo capitalismo”, promuove «un io orientato sul breve periodo, concentrato sulle abilità potenziali, disponibile ad abbandonare le esperienze passate». E tuttavia si tratta di «uno strano tipo di essere umano». Un essere umano non vero visto che «la maggior parte delle persone non è fatta così: le persone hanno bisogno di una biografia coerente, sono orgogliose di saper fare bene determinate cose e danno valore alle esperienze che hanno fatto nel corso della loro vita»[10].

Non solo, ma le memorie e verità individuali necessitano di abitare un presente vivente in cui siano mantenuti saldi i nessi di inerenza con quegli stessi valori fondativi cui aspira una memoria collettiva che possa dirsi autenticamente tale. Emerge qui il valore anche politico delle memorie individuali e dell’esperienza che da esse scaturisce, in quanto quest’ultima presuppone a sua volta una dimensione comunitaria legata al bisogno di interlocutori con cui intessere i rispettivi scampoli di memoria.

 

«La “voglia di comunità” che molti riconoscono come un tratto caratteristico della condizione moderna, esattamente simmetrico alla sensazione che la comunità sia scomparsa, è anche voglia di ciò: di un rapporto di complicità, di relazioni dove quasi empaticamente gli altri siano intelligibili»[11].

 

E ciò tanto più quando è la comune esposizione alla sofferenza e alla vulnerabilità che spinge a riconoscersi reciprocamente, al fine di ricostruire una

 

«civitas nella quale ciascuno abbia diritto alla propria voce, ove i racconti degli uni abbiano la stessa legittimità dei racconti degli altri… Giustizia e riparazione sono questioni che restano aperte: ma come sarebbero possibili se ciascuno abitasse in una propria autonoma storia?»[12].

 

In questi piani il confine fra dimensione pubblica e contesti privati perde ogni rilievo, e l’articolarsi concreto dei vissuti diviene parte integrante dell’inveramento dei valori fondativi della Costituzione, in aggiunta e ben oltre ai compiti attribuiti al c.d. potere costituito.

Come osserva ancora Paola Marsocci, auspicando il riavvicinamento dei giuristi (e dei costituzionalisti in particolare) alla pubblica opinione, nessuna narrazione –e connessa spiegazione- dei contenuti della Carta costituzionale potrà aspirare a mantenere una memoria collettiva vivente, anziché ripetitiva e acritica, senza il recupero della capacità di dialogare con le vite. Nelle strategie di invenzione del quotidiano, disseminate nelle storie con la s minuscola, vi è infatti un serbatoio di risorse e di possibilità, una sorta di sapere non saputo che può divenire il tessuto di progettualità politiche altre, di risposte diverse e più sostenibili agli eterni dilemmi delle politiche di governo delle vite.

Ma affinché queste risorse possano esprimersi occorre un’operazione di realtà, oltre che di umiltà, in cui si accetti di sostituire il concetto di memoria pubblica con un più lungimirante concetto di memoria collettiva, nella quale le «memorie individuali acquistano valore in termini di uguaglianza e possono concorrere con pari dignità a costituire prima e tenere viva durante (ossia nel presente storico) la Res publica, ossia concorrere, nel confronto aperto e civile –civico-, a dare senso alla piena valorizzazione dei principi del costituzionalismo democratico»[13].

Del resto furono gli stessi Costituenti, come emerge dalle preoccupazioni espresse durante la scrittura dei primi articoli (e in particolare dell’art. 3), a voler porre la Carta fondamentale come una sorta di «breviario giuridico del cittadino qualunque» prima ancora che come assetto regolatore dei poteri statuali. Anziché di una improbabile Happiness, la Carta parla della dimensione fattuale dell’esistenza:

 

«la religione, il lavoro, la salute, la scuola, la cultura, l’ambiente, l’economia, situazioni tutte dove protagonista non è una entità astratta (magari in dialogo con una astratta entità divina), ma lo sono genitori e figli, maestri e studenti, proprietari e nullatenenti, imprenditori e lavoratori, sani e malati»[14].

 

È dunque ancora su questo terreno della memoria collettiva quale incontro fra la memoria pubblica e le memorie individuali, su questo terreno divenuto tanto scivoloso negli ultimi anni eppure sempre irrinunciabile, che ancora oggi si giocano le chances di sopravvivenza della vita democratica. Si tratta di una memoria composita che interroga e nel contempo è interrogata dalle Costituzioni e dalle esistenze, in cerca di verità condivisibili e dicibili attorno alle quali mantenere viva la Res publica.

Ma non è tanto (o non soltanto) alla memoria intesa come ricordo del passato e degli errori da non ripetere che occorre dare libero accesso sul terreno di cui sto parlando, quanto piuttosto (o soprattutto) alla “memoria del possibile”, pena il rischio di isterilirsi nel gioco delle colpe, nella ripetizione di analisi critiche fini a se stesse. Alla memoria-spettro, necessaria ma non sufficiente per alimentare un presente che sia anche vivente, occorre affiancare la «memoria del futuro», ossia il «ricordo degli orizzonti di attesa del passato». I «futuri attesi», la molteplicità delle aspirazioni e dei progetti immaginati nel passato, sono una risorsa costantemente attingibile, poiché

 

«coprono di norma un ventaglio di possibilità più ampio e variegato di ciò che poi la vita riserva… Le eredità si possono selezionare, valutare, elaborare; in ogni caso ci interrogano. I futuri passati parlano del nostro essere situati in una certa epoca e del nostro essere collocati in certe linee di successione. Il confronto con loro è parte dei discorsi che intratteniamo» sul presente[15].

 

E’ nella dimensione della memoria del possibile che si confermano il valore e le potenzialità delle memorie individuali, e delle vicende ed esperienze che le generano.

 

 

  1. La «verità collettiva» che unisce memoria pubblica e memorie individuali: la comune esposizione alla vulnerabilità e l’aspirazione a un’esistenza dignitosa

 

Quale memoria, dunque? O meglio: memoria di cosa? Quali le verità collettive che, in contesti socio-politici profondamente mutati e frammentati, possono aspirare a mantenere vivo il legame attorno ai valori fondativi di una Costituzione? Perché è di un legame non solo formale né brutalmente necessitato o subìto che ovviamente si parla, bensì di un legame che sia dettato da un diffuso riconoscersi.

A fronte della fisiologica molteplicità delle verità soggettive, vi è probabilmente una sola verità collettiva che possa autenticamente definirsi tale: quella della comune esposizione alla vulnerabilità e dell’aspirazione a un’esistenza dignitosa. E’ questa l’unica verità oggettiva che tanto la memoria pubblica quanto le memorie individuali non possono negare, sebbene molta parte delle politiche dominanti (quelle neoliberiste in particolare) si esercitino tenacemente in questa negazione.

Su questa verità si era fondato l’accordo unanime dei Padri costituenti attorno ai principi della anteriorità e dignità della persona, poiché è quest’ultima la protagonista indiscussa tanto del costituzionalismo quanto dell’esistenza[16]: ne è testimone il verbo «riconoscere», largamente usato negli articoli del testo costituzionale, a rimarcare la postura di uno Stato che «non conferisce ma riconosce»[17], ossia «legge nelle trame della società e traduce in ordinamenti e disciplinamenti della vita sociale dei cittadini»[18]. E ne è testimone ancor più esplicito l’utilizzo del termine “esistenza” nel testo costituzionale: parola di certo non abituale nel lessico giuridico, essa compare soltanto –e non a caso- nell’art. 36, cuore dell’impostazione personalistica e sociale della Costituzione, che parla del diritto alla retribuzione del lavoratore in termini non soltanto di supporto materiale dell’esistenza ma anche di condizione della libertà e dignità di questa.

Da ciò deriva un concetto di persona che non si ferma all’individuo ma còglie quest’ultimo nel tumulto della socialità, ovvero di quella trama di relazioni nelle quali esso è immerso e che ne definiscono, sfaccettandola, l’identità. Tanto la trama del testo costituzionale quanto quella dei vissuti mettono in risalto la «intrinseca sintesi di unicità e relazionalità» della persona[19]; e ne rivelano l’essenza in quel canone di dignità che, di là dai riferimenti alla soggettività astratta dell’individuo, deve essere ricondotto a «sfaccettatura dell’esistenza», cioè alla «concretezza della persona, immersa nel fluire dei rapporti reali»[20].

Il salto evidente rispetto alla tradizione illuministica è stato quello di far emergere la dignità come «valore normativo», destinato a integrare l’uguaglianza formale e la libertà con l’uguaglianza sostanziale e la solidarietà.

Ne è derivata una «nuova antropologia giuridica»[21], in cui la sfida lanciata dalla persona al soggetto di diritto è quella di superare il riduzionismo ottocentesco, che dietro al preteso universalismo della seconda categoria nascondeva un preciso modello di individuo: «maschio, maggiorenne, alfabetizzato, proprietario»[22]. La persona è ora -invece- un individuo situato, còlto nelle molteplici interdipendenze innescate dal proprio vissuto e nella comune condizione di esposizione alla vita, alla vulnerabilità[23].

Quest’ultima può essere considerata l’altro valore-presupposto della Costituzione, accanto alla dignità; si può anzi ben dire che tutta l’impalcatura costituzionale di tutela della persona trovi la propria ragion d’essere nella vulnerabilità di questa. Riprendendo e ampliando l’affermazione di Paolo Barile per cui «in Costituzione la tutela dell’eguaglianza figura perché in natura esistono le diversità»[24], si può affermare che in Costituzione figura la tutela della persona perché in natura e nella società esiste la vulnerabilità: una prospettiva che va ben oltre le categorie tradizionali della diversità/debolezza e che investe trasversalmente le esistenze, esposte tanto alla fragilità strutturale del vivere quanto alle fragilità indotte dall’uso non democratico del potere.

In quanto incentrato sulla anteriorità e la dignità della persona, l’impianto costituzionale rimanda a una democrazia  sostanziale che intende mantenere saldo lo sguardo sull’uomo situato e sulla storicità e fattualità del diritto, ossia sulle condizioni materiali che di fatto consentono (o impediscono) l’espressione delle libertà e il pieno sviluppo della persona[25].

Si annida qui la dimensione “politica” del principio di libertà personale, in quanto la sovranità popolare deve essere lo specchio di «un impianto di libertà individuali e sociali (…) nel loro collegamento necessario, nel tessuto continuo che esse intrecciano»[26]: da qui la connessa impostazione solidaristica e il rilievo attribuito ai principi di uguaglianza sostanziale, partecipazione, cooperazione.

Come è noto, nella formulazione degli artt. 2 e 3, comma 2, la Costituzione riconosce che il garantismo classico dei diritti non è sufficiente, e che i diritti di libertà necessitano di pre-condizioni materiali e dunque dell’impalcatura dei diritti sociali; ma riconosce anche che entrambe le categorie di diritti non possono a loro volta inquadrarsi al di fuori del principio di solidarietà, quale conseguenza che deriva sul piano sociale dallo sviluppo pluridimensionale della persona considerata nella ricchezza delle sua manifestazioni e delle sue interazioni[27]. Non è un caso che il riverbero del principio di solidarietà si estenda ben al di là degli artt. 2 e 3, verso quegli articoli che dovevano costituire il volto della democrazia sociale e della partecipazione solidaristica in azione nei rapporti economici: l’art. 36, che connette la retribuzione del lavoro alla dignità dell’esistenza; l’art. 41, che esclude un’iniziativa economica privata in contrasto con l’utilità sociale e la dignità umana; l’art. 42, che riconosce la funzione sociale della proprietà privata; l’art. 45, che ugualmente riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità.

Si può insomma affermare che la dimensione costituzionale ha per protagonista quella stessa vita che occupa la dimensione dell’esistenza, ossia una vita che si fa esperienza concreta dentro una trama complessa di relazioni e di bisogni storicamente situati: una vita che nel costituzionalismo del dopoguerra «non è più “nuda”», perché inserita in

 

«un intreccio di rinvii che non solo vieta di astrarsi dalle condizioni materiali, ma stabilisce una relazione necessaria tra esistenza, libertà, dignità (che si vuole non solo individuale ma “sociale”: primo comma dell’art. 3 della Costituzione) e sviluppo della personalità (in una dimensione segnata dall’eguaglianza)» [28].

 

È qui il cuore di quell’unica verità collettiva di cui dicevo, e in fondo il cuore del rapporto fra esistenza e diritto (in tutte le sue declinazioni): la verità della sofferenza e della vulnerabilità quale condizione che accomuna le vite. Quando tale condizione di fragilità è riconosciuta come strutturale dell’esistenza, il piano etico-esistenziale e quello politico-giuridico non possono più tenersi innaturalmente separati. Quando invece questo non accade, e quella separazione si produce, la democrazia diventa regime.

Ancora, è in questo nesso e nella sua permanenza che si misura la corrispondenza fra testo costituzionale e realtà sociale, e dunque la salute della democrazia.

Era questo, in fondo, il monito struggente lanciato dalle Costituzioni del secondo dopoguerra, quali forme di positivizzazione dei valori etici e di giustizia che gli esseri umani dovevano recuperare dopo Auschwitz: fare della comune esposizione alla vulnerabilità l’elemento fondativo (e normativo) della politica[29]. L’impostazione non soltanto egualitaria ma anche «emancipante»[30] delle Costituzioni del secondo dopoguerra derivava dall’essere, quei testi, traduzioni storicamente immediate delle emozioni collettive riguardanti ciò che ha valore ed è importante per una vita dignitosa: la guerra aveva reso drammaticamente palese quella vulnerabilità, che appartiene peraltro al quotidiano delle vite.

Ebbene, in quel caso il filo tra esperienza e diritto era stato riannodato dalla forza di una memoria recente e scottante circa gli avvenimenti che avevano spazzato via le chances di vita buona.

Oggi che quella memoria è lontana, e le capacità di reazione degli individui sono fiaccate da un potere che assai più subdolamente ha agito riplasmandone le soggettività e i desideri, le emozioni e l’esperienza hanno bisogno di ritrovare modi, tempi e luoghi per sedimentare ed esprimersi, per tornare ad influenzare la costruzione delle politiche e delle sue regole, quali espressioni a loro volta di un modo diverso di rappresentare l’esistenza e di prendersene cura.

 

 

  1. Dall’esperienza il rilancio della democrazia sociale: fra «uso della Costituzione» e «uso dei vissuti», fra protesta e narrazione

 

Come sosteneva Capograssi, il diritto è innanzitutto esperienza, anche quando si dimentica di esserlo; ed è esperienza che ha a che fare con gli interrogativi posti dai fatti concreti dell’esistere. Il diritto non è

 

«niente altro che vita (…) non è norma, non è comando, non è codice di legge», bensì «una forma particolare della vita concreta, una esperienza che gli uomini costruiscono vivono soffrono, che fanno e disfanno con la loro obbedienza e con la loro disobbedienza»[31].

 

Il felice concetto di “esperienza giuridica”, coniato da Capograssi[32] e poi da altri sviluppato con riflessioni di grande interesse[33], è di certo poco amato dal positivismo giuridico tradizionale e anche da molta parte della riflessione giuridica attuale; e tuttavia esso mi pare straordinario, non soltanto in sé bensì anche per la vitalità che ancora oggi manifesta di fronte alle rinnovate e disperate pressioni dell’esistenza. Una vitalità scalpitante, vorrei dire, che chiede di essere liberata proprio attraverso il recupero della capacità di ascolto dell’esperienza da parte del diritto. Non era, in fondo, proprio questo il senso di quella espressione, cioè l’intento di sottolineare «la inabdicabile umanità del diritto, il suo continuo coinvolgimento con la vita»[34]?

Secondo Orestano la nozione di “esperienza giuridica” continua a rappresentare

 

«l’unico modo che permetta -con l’impiego di astrazioni di minor raggio- di tendere a una conoscenza per quanto possibile integrale, che muova dalla realtà della vita e riconduca ad essa, vale a dire alla sua dimensione concreta (…). Solo la nozione di “esperienza giuridica” permette infatti, con il suo valore unificante, di scorgere nella congerie dei dati rapportabili al giuridico, i nessi, le correlazioni, i reciproci condizionamenti, i rapporti fattuali e gli eventuali rapporti logici, le implicazioni ideologiche palesi e occulte (che non mancano mai, nella vita come nella scientia). Ma pure è nozione che permette di rappresentarne le discontinuità, le sopraffazioni, le negazioni»[35].

 

Le argomentazioni di Orestano sui fatti costitutivi dell’esperienza giuridica attingono, in modo ancor più diretto di quelle di Capograssi, al tumulto della vita e alle emozioni che la innervano. Nel ribadire che il mondo dei comportamenti umani e il mondo delle norme non sono «mondi distinti e in certa guisa rotanti in orbite diverse, ma all’opposto componenti di un unico e più vasto mondo», il mondo del giuridico, egli ricorda che questo mondo è tutt’uno con la storia in quanto costituito da fatti umani:

 

«serie indefinite di fatti, aperte al fluire incessante della vita, con quanto essa ha di razionale e di irrazionale, di continuo e di discontinuo, di razionabile e di contraddittorio, con tutte le sue idealità e i sui egoismi, con tutti i suoi slanci di amore e di dedizione che possono toccare il sublime e con le sue vampate di odi roventi che possono spingere a fanatismi di ogni più estrema crudeltà e spietatezza, con tutte le sue bellezze e le sue brutture, con tutte le sue speranze e le sue tensioni, con tutte le sue continue lotte, con tutte le sue ferite, con tutte le sue piaghe. Insomma, la vita»[36].

 

Il rimando istintivo della mente alle bellezze e alle brutture di questo tornante storico, alle nuove forme di relazionamento solidaristico e collaborativo e ai rigurgiti di odio e di intolleranza, sembra inevitabile: i fenomeni disumanizzanti e atomizzanti legati ai nuovi razzismi e alle politiche più spintamente neoliberiste convivono con i fenomeni di reazione che prendono le mosse dalla verità collettiva della comune vulnerabilità e rilanciano di fatto (non solo rivendicano) i valori della democrazia sociale. Su entrambi questi terreni la Costituzione e l’esistenza si interrogano, anche per mezzo della memoria (o della non-memoria); e le risposte che emergono, seppure tutte parziali, sono gravide di indicazioni in ordine al destino oscillante e non lineare del rapporto fra testo costituzionale e realtà sociale.

Tuttavia è soltanto da una di quelle due dimensioni, quella dei fenomeni di reazione alle politiche dominanti, che emerge un’indicazione ulteriore e feconda circa il ruolo che le memorie e i vissuti individuali assumono per mantenere viva la Res publica: è su questo piano, infatti, che l’esperienza dei vissuti rivela un’eccedenza dinamica nel contempo espressiva e riappropriatrice dei valori della democrazia sociale. Le manifestazioni di questo fenomeno sono articolate, disomogenee, sfuggenti, spesso nascoste fra le pieghe di quotidianità sconosciute; e tuttavia caratterizzate da una comune tensione verso la realizzazione di quei valori.

Vi è un primo gruppo di casi in cui questa tensione è esplicita, e si manifesta attraverso la rivendicazione consapevole di quei valori. Sharing economy, banche del tempo, circuiti di credito reciproco, gruppi di acquisto solidali, agricoltura di comunità, orti urbani, cooperative per l’energia, riuso, baratto, cura condivisa dei beni comuni: sono soltanto alcuni dei molti fenomeni in atto, molteplici e sfaccettati, di reazione alle politiche (economiche, sociali, ambientali, ecc.) oggi più sorde ai bisogni dell’esistenza e della sua dignità; ma tutti convergono nel rivendicare una lettura diversa delle vicende collegate alle crisi e al modello capitalista, riappropriandosi in parte anche di quel lessico originario che richiama in gioco la persona, le sue emozioni, le sue capacità (democrazia partecipativa e deliberativa, cittadinanza amministrativa, sovranità alimentare e ambientale, economia civile, ecc.).

Il tratto più significativo di questi fenomeni è la ricongiunzione della vulnerabilità in genere, e più in particolare delle nuove fragilità rivelate dalle crisi contemporanee, alle proprie premesse esistenziali, connesse alle condizioni materiali del vivere. Ponendo violentemente in discussione alcuni dei miti salvifici su cui ha prosperato il capitalismo, si rimette al centro la necessità della relazione con l’altro, dello scambio gratuito, di tempi privati e collettivi, di progettualità comuni. Ne emerge una prospettiva più esigente di quella proposta dal discorso pubblico corrente, che ridimensiona i dati contingenti delle crisi per contestualizzarli diacronicamente nei processi evolutivi di cui sono espressione; e in questa prospettiva le crisi stesse possono finalmente ricongiungersi alla propria più intima natura di situazioni di turbamento rivelatrici di fragilità e di connesse possibilità di reazione. Ciò riporta alla questione d’origine della vulnerabilità, ovvero al suo essere condizione strutturale dell’essere umano, che come tale non può essere eliminata ma piuttosto compresa e rispettata, e infine governata.

Vi sono anche fenomeni che si spingono nei terreni della resistenza e della disobbedienza, sia in forma individuale che collettiva: movimenti di protesta (ad es. No-Tav), aiuto all’eutanasia, disobbedienza da parte di sindaci a norme dello Stato, ecc.

In tutti questi casi vi è una dimensione di prossimità in cui la condivisione dell’esperienza della vulnerabilità diviene fondamento di nuove forme di visione e di progettualità politica. Come afferma Judith Butler, vi è un «agire di concerto» che, mentre rifiuta un sistema di vita, mette in atto concretamente i principi che rivendica[37]. La verità collettiva della comune esposizione alla vulnerabilità e della difesa e ricerca di un’esistenza dignitosa diviene, nei fatti, il canale di “riappropriazione” della Costituzione e dei suoi valori democratici fondamentali, i quali vengono invocati come «prospettiva di riferimento e fonte di legittimazione per movimenti sociali» e comportamenti individuali e collettivi «che ne assumono come propri i valori e il progetto»[38].

In questa dimensione di prossimità prende vita un diffuso e crescente «uso alternativo» della Costituzione: una riappropriazione che pare paradossale se si considera che «coloro che siedono nelle istituzioni, chiamati a darvi attuazione, quando non la attaccano apertamente, ne propongono la modifica o si limitano a retoriche evocazioni, mentre gruppi di cittadini auto-organizzati la assumono come base e orizzonte della propria azione politica»[39]. In realtà il paradosso è solo apparente perché il progetto di democrazia sociale, proprio in quanto innervato nell’esistenza, trova in questa una parte essenziale del proprio alimento e inveramento, oltre che nei doveri formali di attuazione posti in capo alle istituzioni. I principi che caratterizzano quel progetto sono infatti elementi che rendono la Costituzione «compagna» delle forme di partecipazione e di azione politica che si realizzano al di fuori della rappresentanza; esse, riappropriandosi di quei principi, «agiscono da antidoto alla sterilizzazione del pluralismo e del dissenso che della democrazia costituiscono l’essenza». Ma il punto vero di attenzione, che va oltre la naturale funzionalità dei movimenti al mantenimento della democrazia, riguarda la circostanza -oggi sempre più diffusa- «che essi si fanno portavoce della Costituzione in opposizione a scelte politiche dei governanti»[40], cioè alle politiche di tipo egemonico.

Questa assonanza non è affatto casuale: sia la dimensione costituzionale che quella dell’esistenza hanno a che fare con l’esperienza della vulnerabilità e il bisogno di un diritto incarnato, che parli dell’esistenza. Su questo aspetto tornerò nell’ultimo paragrafo.

Vi è poi un secondo gruppo di casi nei quali l’eccedenza dinamica dei vissuti rispetto ai valori fondanti della Res publica si esprime attraverso forme diverse di azione e di linguaggio, in cui la rivendicazione non è esplicita bensì tacita e indiretta. Si tratta di fenomeni riconducibili alla narrazione, in particolare biografica e autobiografica: di certo meno noti e meno esplorati, e tuttavia altrettanto significativi nelle loro ricadute politiche, quali espressioni di quella stessa tensione verso la realizzazione dei valori democratici.

Se è vero che la scrittura autobiografica è genere letterario antico che nasce con la tematizzazione del sé, e conosce filoni via via più articolati attraverso i secoli quale processo autoconoscitivo e –junghianamente- di individuazione[41], la tendenza più recente a riappropriarsi delle pratiche narrative come fonti di un sapere dell’effettività ne evidenzia la capacità di porsi come lenti di ingrandimento dei vissuti, dei microcosmi nei quali si svolgono e si sperimentano quotidianamente le vite oggetto delle politiche.

Dal ‘900 in poi la tradizione coscienzialistica e introspettiva della scrittura autobiografica ha progressivamente e sempre più spesso ceduto il passo alla dimensione situata e relazionale della persona, in funzione «di decostruzione critica dell’idea di ego, (…) di una sua mitigazione e riconsegna al sociale»[42]. La persona si imbatte nei grandi temi del vivere; i particolari si allargano in visioni generali «e le questioni sociali divengono chiaramente questioni politiche»[43].

Quando questo accade, la cittadinanza acquista più voce. O meglio, quelle voci a cui il costituzionalismo moderno ha affidato la sostanza della sovranità, e per l’espressione delle quali ha predisposto istituti e garanzie (partecipazione, democrazia diretta, libertà di espressione e di critica, libertà di riunione e di associazione, ecc.), attraverso la narrazione dei vissuti di fatto si esprimono e rivendicano presenza anche al di fuori delle categorie giuridiche. Viene alla mente quello spazio della giuridicità che Rodolfo Sacco ha definito del “diritto muto”[44].

Attraverso la narrazione, quale forma di conoscenza basata sulla memoria, quest’ultima rivendica il proprio ruolo di terreno di stabilità, anche nella ricerca di nuove forme di dialogo fra la propria esistenza e quella degli altri, fra la propria storia e quella con la S maiuscola. Questo ruolo appare peraltro inedito in questo particolare tornante storico; e l’inedito è costituito da una sorta di inversione della direzione di influenza fra le grandi narrazioni collettive dei popoli e le narrazioni individuali.

Le grandi storie collettive riposizionavano i singoli attraverso «una nuova combinazione degli interessi materiali e una nuova visione ideale che inaugura una nuova narrazione»[45]: si pensi al racconto della rivoluzione francese e della nuova forma economico-borghese; al racconto dell’unità; al racconto delle Costituzioni europee del secondo dopoguerra.

Ora che quelle narrazioni appaiono superate, e in assenza di un orizzonte ideale capace di generarne di nuove, le vicende umane tornano a premere ma in modo diverso, come accostamento di storie individuali ravvicinate che attingono al proprio vissuto esistenziale pezzi di una visione da ricomporre, per scrivere “dal di dentro” nuove narrazioni situate.

L’irruzione dei vissuti nella scena pubblica e le ricadute politiche che questo fenomeno è in grado di generare sono connessi alla valenza conoscitiva, connettiva ed etico-valoriale della narrazione. Il legame profondo tra racconto e domande etiche, e i giudizi di valore che questo legame genera, fanno sì che la comune esperienza condivisa possa divenire fonte lato sensu normativa, in quanto intrisa di indicazioni rispetto alle quotidiane sfide dell’agire umano e alla costante -seppur sempre provvisoria- ricerca di soluzioni umanamente soddisfacenti perché ragionevoli e sostenibili anche eticamente.

La dimensione aperta dalla narrazione non si limita dunque al piano statico del riconoscimento di sé e degli altri ma si dipana diacronicamente nella ricerca di significati da condividere e ripattuire costantemente rispetto a bisogni e scopi, individuali e collettivi. Nel racconto di “sé” e di “noi” il potenziale cognitivo-valoriale delle emozioni si fa conoscenza e comprensione ai fini della definizione di un ordine simbolico, attivando scelte di valore che hanno a che fare con il significato del proprio stare al mondo[46].

In questo senso la narrazione dei vissuti può acquisire un’intrinseca politicità, perché impone l’apertura di spazi di racconto.

 

«La tragedia dell’essere ritorna alla condivisione. La curiosità per la vita degli altri allarga le frontiere della nostra che impara a includere la diversità. Il passaggio di memorie diventa un gesto politico di ricomposizione in uno spazio pubblico»[47].

 

Quando le storie dialogano fra di loro possono diventare pezzi di una visione condivisa, di una progettualità politica, di una proposta altra di cura delle vite. E’ ciò che accade quando la «cura di sé» diventa «politica di noi stessi», per usare le parole di Foucault[48]. E’ ciò che accade quando si torna a «desiderare ancora di essere “noi”», come afferma Demetrio: quando «le narrazioni mettono in risonanza» e consentono di «scommettere di nuovo in fiducia e responsabilità»[49].

Il bisogno cui oggi si assiste di incrociare le memorie individuali manifesta appunto la crescente consapevolezza che ciascuna di esse è punto di intersezione di più flussi di memoria collettiva; e che quest’ultima, a sua volta, non è mera reviviscenza del passato bensì «ricostruzione del passato in funzione del presente» ma anche della riprogettazione del futuro[50].

In questa prospettiva, le narrazioni biografiche e autobiografiche diventano strumenti potenti di rivendicazione di una presenza destinata ad offrire contenuti sostanziali e più esigenti ai concetti di sovranità e cittadinanza. Esse rappresentano «modelli di micro-storia che oscillano fra il pubblico e il privato, ma che proprio per questo ci parlano dei soggetti e della loro collocazione “locale” di esistenza e di presenza storica»[51]; divengono strumenti di riflessione critica e coscientizzazione che trovano la propria forza nel fatto di utilizzare un registro comunicativo diverso da quello del discorso politico e giuridico tradizionale. Perché «ciò che non riesce a fare il discorso politico spesso riesce la narrazione: l’obbligare a comprendere, anche psicologicamente, il vissuto dell’altro»[52].

 

 

  1. Le ricadute politiche del racconto dei vissuti: le narrazioni biografiche e autobiografiche come “parole-azione” che mettono a nudo il “sistema”

 

Il fatto è che il racconto autobiografico può essere talvolta più efficace del «politico» o della costruzione teorica perché «descrive in atto ciò che altrimenti si deduce logicamente»[53]. “Parole-azione”, si direbbe oggi; o “linguaggio dell’effettività”[54].

E far dialogare le biografie può divenire una necessità quando gli individui si trovano a dover rispondere con strumenti biografici a crisi sistemiche[55].

Questo è quanto è accaduto storicamente e quanto accade ancora oggi, perché vi è una funzione conoscitiva e insieme connettiva della narrazione alla quale le vite esposte alla vulnerabilità sembrano bisognose di attingere: ciò specialmente in tornanti storici ed esistenziali particolari.

Nei contesti in cui vengono in gioco forme più dolorose di sradicamento, la narrazione si offre come filo di sutura di frammenti esistenziali e identitari che aspirano a trovare un riparo, e a rintracciare dentro a questo risposte, identità, orizzonti. Jedlowsky parla della narrazione come dimora possibile, utilizzando la metafora di homeless di cui il Novecento ha avuto, e questo secolo purtroppo continua ad avere, significati fin troppo letterali[56]. Si tratta dei significati di cui sono intrisi i vissuti di una moltitudine di figure che a titolo diverso conoscono forme di esilio, inteso come spaesamento generato da condizioni non solo fisiche e geografiche ma anche psichiche e spirituali: ieri la guerra, la persecuzione, l’emigrazione, la Resistenza, il Terrorismo, ecc.; oggi le migrazioni, l’emarginazione, la disoccupazione, i disastri ambientali, la malattia, l’esposizione a fattori inquinanti, ecc.[57]. Si potrebbe continuare.

Gli stili e i temi mutano nel corso del tempo, ma l’amplissimo panorama degli scritti biografici e autobiografici sembra mantenere saldo un asse centrale: la narrazione fa riemergere la dimensione spazio-temporale della specificità dell’umano, delle forme di vita che si oppongono alla restrizione alienante del proprio campo di possibilità[58]; e la condivisione dei vissuti resa possibile dal loro racconto esprime il bisogno di «testimoni duraturi» della propria esistenza. Perché è nel riconoscimento reciproco che trova fondamento l’identità; e perché è nel vuoto di testimoni che si generano l’insicurezza e lo spaesamento da cui traggono forza i sistemi di tipo egemonico e i mortali orizzonti di appartenenza che essi sanno costruire sulla paura[59].

Su questo sfondo comune, alcuni tratti distintivi possono peraltro individuarsi fra gli scritti della prima parte del ‘900 (fino agli anni ‘70) e quelli degli anni che arrivano sino ad oggi: tratti a loro volta significativi se riguardati nella prospettiva lato sensu politica del costituzionalismo più maturo[60].

 

4.1. Il tema della “memoria storica”, fra lotta politica e coscienza di classe

 

Negli scritti del primo periodo sono particolarmente vivi i temi della coscienza di classe, della lotta politica, del bilancio di vite individuali che si inquadrano in grandi vicende collettive. Sia che venga in gioco la memoria storica propriamente intesa, come nei testi scritti successivamente (scritture d’esperienza, confessioni, memoriali, autobiografie), sia che venga in gioco la memoria breve del presente appena vissuto e descritto in presa diretta (diari, epistolari, frammenti autografici)[61], tende a porsi in primo piano il senso forte di un riconoscimento e di un’appartenenza a un determinato contesto storico e a una determinata classe sociale; ma anche il confronto con un personale senso di giustizia che si è formato nello specifico contesto sociale in cui si è vissuti e con il quale si deve fare i conti. Un dover scegliere “da che parte stare” che pone la persona di fonte a interrogativi corali e al bisogno di condividerli o di trasmetterli a chi verrà dopo: il racconto di vita è a volte strenua difesa dei personali valori di giustizia costruiti sul campo di un sapere appreso dall’esperienza, altre volte bilancio impietoso del loro fallimento o –peggio- dell’amara scoperta della loro erroneità. Ma sempre vi è il misurarsi, in modi diversi, con la realizzazione di quei valori e di un orizzonte di vita eticamente accettabile.

Vi sono scritti ben noti in cui la memoria individuale diventa con tutta evidenza veicolo di ricostruzione storica: i diari di Anna Frank e di Hetty Illesum, le lettere dal carcere di Antonio Gramsci, ecc. Ma sono assai più numerosi gli scritti meno noti in cui il racconto di vite sconosciute (talvolta anche di persone analfabete) riesce a tracciare grandi affreschi di contesti storici, sociali e politici.

I diari privati e gli epistolari dei tempi di guerra sono testimoni ancora oggi di interrogativi drammatici e persistenti sul senso del potere e della sopraffazione dell’essere umano. Poiché gli scritti coevi ai fatti narrati si affacciano «sugli interrogativi dell’immediato futuro», a differenza delle memorie che hanno una dimensione «più distesa e ricapitolatrice»[62], essi colgono con particolare efficacia le impressioni anche estemporanee, le lagnanze e i contrasti che le esigenze di propaganda non facevano filtrare[63].

Nelle lettere dal fronte la possibilità di dire è soffocata dalla censura e offre spazio a un panorama straordinario di metafore[64]. Nei biglietti trasmessi clandestinamente dai luoghi di prigionia prendono talvolta forma orizzonti valoriali figli di una teoria tanto inconsapevole quanto solida[65]. Nei diari privati trova respiro un’esigenza di introspezione e descrizione della realtà materiale dell’esperienza in atto che porta a non occultare ma anzi a svelare e dissezionare le brutture e le ingiustizie dell’organizzazione militare, i dissapori fra esercito e milizia, le mediocrità morali degli ufficiali, l’utilizzo di mezzi (come i gas) su cui la letteratura ufficiale ha a lungo taciuto[66].

 

«Bombe a gas per distruggere il patrimonio geotecnico, bombe incendiarie per distruggere le abitazioni e le masserizie. Iprite poi sulle strade, presso le sorgenti d’acqua, ecc. (…) I commenti, dopo l’esposizione dei fatti, sono superflui. Generale e capo di S.M. sono degli ignoranti perfetti di cose militari. (…) Non vedono che la loro ambizione, costoro. Sono indegni della fiducia che il paese loro concede di condurre migliaia di uomini. Sbagliano, e sbagliano da principianti. Questi sono gli stati maggiori, avvezzi a restare col sedere sulle poltrone»[67].

 

Vi sono poi memorie che, sottoforma di «autobiografia riflessa», ambiscono a ricostruire trame familiari che si intrecciano con grandi capitoli della Storia, dando luogo a diari corali -compilati «per interposte (e assai numerose) persone»-, in cui la ricerca di emancipazione sociale dei singoli appare quanto mai innervata nelle peculiari vicende economiche e politiche della relativa comunità[68].

Nelle memorie dei partigiani che hanno preso parte alla Resistenza emerge un altro volto ancora dei valori di giustizia, libertà ed uguaglianza, legato al senso di una cultura e di una coscienza di classe data dai fatti e dalle condizioni del lavoro e di vita.

 

«Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è al contrario il loro essere sociale che determina la loro coscienza»[69].

«L’ambiente di Abbadia era molto sensibile alla propaganda di sinistra, data la massiccia presenza operaia e le condizioni disumane di lavoro. Anche i sindacalisti fascisti erano molto più a “sinistra” dei colleghi di altre realtà (…) Il popolo di Abbadia, anche se non aveva una coscienza politica, aveva una coscienza di classe. Non so in Italia in quanti altri posti ci sia stata una coscienza di classe pari alla nostra»[70].

 

Il rapporto conoscitivo e consapevole con il mondo reale viene scoperto come più attendibile e veritiero di certi surrogati offerti dalla fede politica: attraverso percorsi che ne fanno un intreccio del tutto peculiare di “teoria e pratica”, questi vissuti descrivono un disagio che non era «esistenziale, umano e culturale, la “crisi di identità” da molti attraversata oggi», bensì materiale, perchè prodotto dall’ingiustizia delle diseguaglianze nelle condizioni di vita.

 

«Acquisii una maggiore consapevolezza del fatto che all’origine della dinamica e della dialettica storica stanno le contraddizioni e i conflitti fra quei gruppi sociali che tendono alla conservazione dei rapporti di produzione esistenti (perché ciò coincide con i loro interessi) e quelli che tendono invece a cambiare quei rapporti anacronistici e oppressivi, in quanto ostacolano e impediscono l’ulteriore sviluppo e progresso della società»[71].

 

I luoghi in cui questa consapevolezza assume le sue forme più compiute sono sovente quelli delle condizioni di lavoro più dure (come nel caso delle miniere); ma anche quelli del confino, in quel paradosso politico che da strumento di isolamento ne fece in realtà fucina preziosa di conoscenze, dialogo, idee.

 

«Il dibattito politico permeava la vita del confino (…) Il confino era stato pensato per isolare gli antifascisti dal resto del popolo e per mostrare che andare contro il regime poteva essere pericoloso. Nella realtà il provvedimento si riversò contro il fascismo: i migliori quadri comunisti della resistenza si formarono infatti nelle località di confino. (…) Quei due anni di confino furono anni di studio intenso, imparai molto e riuscii a farmi una cultura generale alla meglio. Arrivai al confino che ero semianalfabeta, dopo due anni avevo fatto un miracolo, mi ero anche formato una solida base culturale a livello politico che mi avrebbe permesso in seguito di imparare tante cose anche da solo e di diventare un organizzatore clandestino. Il periodo che trascorsi a Ventotene fu, sotto certi punti di vista, il più bello della mia vita»[72].

 

Questi saperi dell’effettività, in cui i valori della giustizia sociale e della dignità dell’esistenza sono appresi da una vita che si fa essa stessa esperienza formativa, consentono visioni lucidissime (e lungimiranti) su altri paradossi: le contraddizioni del “partito”, con i feticismi e il conseguente verticismo che negli anni del dopoguerra andrà prendendo sempre più piede nel PCI, fino a emarginare molti organizzatori della lotta antifascista e della lotta partigiana[73]; l’inganno del “miracolo italiano”, che sotto la veste illusoria del boom economico preparava il tradimento più cocente di quei valori di democrazia sociale che la Resistenza aveva inteso consegnare alla nuova Costituzione.

 

«Tutti questi sono i sintomi, visti in negativo, di un fenomeno che i più chiamano miracoloso, scordando, pare, che i miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve (…) I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano, a quest’altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano che non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi. E’ aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria del giro d’Italia. Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purchè tutti lavorino, purchè siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, dalla mattina alla sera. Io mi oppongo»[74].

 

L’amarezza del “dopo” emerge in modo crescente nelle memorie successive.

 

«In cinquant’anni i valori e gli ideali dell’antifascismo e della guerra di Liberazione, lo slancio e l’eroismo di chi seppe scegliere la lotta armata fianco a fianco dei lavoratori e dei giovani di tutto il modo, i sacrifici e le speranze di tutto un popolo sono stati via via sfumati, abbandonati e, più tardi, avviliti a oggetto di pura celebrazione rituale e retorica. Più recentemente il trasformismo -storico e politico- ormai sfrenato, senza più ritegno e memoria, sta operando concretamente per rovesciare quell’esperienza straordinaria che si concretizzò parzialmente nella Costituzione repubblicana. (…)

La mala piata del nazifascismo fu abbattuta una volta dalla lotta dei popoli, ma è la sua radice imperialista che occorrerà estirpare»[75].

 

Non possono non venire alla mente, a questo proposito, le parole amare di Calamandrei sul fatto che la Resistenza non si era affatto conclusa il 25 aprile 1945, ma al contrario in quella data aveva avuto inizio un’altra resistenza, quella del lungo lavoro di trasformazione civile, economico-sociale e politica del Paese che andava a sua volta difeso e reso capace di resistere nel tempo[76].

Né è difficile intravedere, nell’invettiva che Bianciardi lancia contro la nuova febbre dei consumi, l’anticipazione lungimirante di alcune delle attuali critiche al neoliberismo: in particolare quelle che -richiamandosi alla metafora di Benjamin del freno d’emergenza- sollecitano forme di sottrazione e disattivazione degli apparati di sfruttamento e di dominio che si celano dietro ai parametri di efficacia e di efficienza del sistema capitalista[77].

Le forme di spaesamento prodottesi in questa parte del Novecento, pur relative a fasi temporali assai diverse dal punto di vista dei contesti socio-economici e politici che si sono succeduti, hanno tutte a che fare con la ricerca di una giustizia sostanziale, pur nella molteplicità delle sue concezioni, nella contraddittorietà delle sue attuazioni, nella estremizzazione di talune scelte individuali: si pensi anche ai molti scritti sull’emigrazione, in cui la lotta per la conquista di alcuni diritti fondamentali (lavoro non sfruttato, istruzione, abitazione) è condotta dentro alle maglie di vissuti individuali e familiari[78]; o agli scritti sugli anni di piombo, in cui il tema della giustizia e del ruolo dello Stato diventa terreno di scontro politico e il vissuto individuale si fa tutt’uno con le ragioni di quello scontro[79].

In tutti i casi, soprattutto quelli in cui viene in gioco la memoria storica, la scrittura autobiografica è veicolo di interrogativi e di bilanci che si allungano sul presente, e di questioni esistenziali che diventano politiche perché toccano i punti nevralgici del governo delle vite. «Presentare il passato in un certo modo significa controllare il presente»; significa evitare che il silenzio sulle storie con la s minuscola condanni i loro protagonisti ad essere considerati «come numeri, come pedine, come individui anonimi destinati a subire la Storia, a farla per conto di altri, a non poterla raccontare o, tutt’al più, a farsela raccontare da altri»[80].

 

4.2. Il tema della “memoria presente”, fra crisi di identità e nuove fragilità

 

Nel secondo arco temporale che ho individuato, dagli anni ’80-’90 del secolo scorso ad oggi, il risvolto politico delle narrazioni biografiche e autobiografiche è più indiretto ma non meno presente, e forse ancora più marcato.

In questi scritti emergono temi legati alla crisi di identità di una società sempre più frammentata, alle nuove fragilità indotte da un tipo diverso di crisi economica, all’atomizzazione e straniamento dell’individuo prodotti dalla nuova fase del capitalismo finanziario e ultra-speculativo. I grandi scenari della coscienza di classe e della lotta politica in nome di grandi valori unificanti lasciano spazio a storie individuali che si misurano sovente in solitudine con la sostenibilità del vivere. Il disagio non è più solo quello materiale della durezza delle condizioni di lavoro e di vita ma è anche quello esistenziale e identitario legato alle nuove forme di spaesamento e di insicurezza generati dalle politiche più spintamente neoliberiste, dalla retorica delle crisi, dalle nuove forme di assoggettamento dell’umano. La dimensione più marcatamente individuale del racconto è lo specchio dell’atomizzazione dell’individuo, sospeso tra nuove forme di paura e di incertezza, di sradicamento e di vulnerabilità esistenziale –da un lato-, e nuovi bisogni, desideri e credenze funzionali al modello concorrenziale capitalista, generose carte di diritti civili (svuotate tuttavia della essenziale impalcatura dei diritti sociali), illusorie promesse di autonomia (fondate sulla trappola dell’auto-incremento)[81].

Pur tuttavia, anche in questa fase storica, molte delle forme di critica e di intervento sulla realtà si stanno riappropriando della narrazione. E il filo che lega i molti e pur diversi scritti appare ancora lo stesso: il perseguimento di valori di giustizia sostanziale rispetto alle condizioni del vivere e alla dignità dell’esistenza.

Se nel caso dei movimenti e delle forme di protesta che ho ricordato nel par. 3 l’appropriazione di quel valori è esplicita poiché vi è una parte di cittadinanza politicamente consapevole che apertamente li richiama per difenderli e assumerli come base di contestazione di un certo sistema di potere, e se ciò avviene anche in gran parte delle memorie della Resistenza e degli anni del dopoguerra, negli scritti più recenti quel richiamo tende ad emergere in modo più diffuso e indiretto. Eppure si tratta di richiami che si impongono con forza allorchè ci si predisponga a una lettura in controluce, talvolta ancor più efficaci perché scevri dai fraintendimenti e dalle ambivalenze del linguaggio politico. Emerge qui, ancor di più, il carattere autentico e veritiero del linguaggio dell’effettività: un linguaggio che non può bleffare perché lasciato interamente all’esperienza dei bisogni più autentici.

Non è un caso che si assista oggi ad un uso crescente del registro autobiografico e della “raccolta delle storie” nei contesti dove più apertamente si manifestano le vulnerabilità legate ai caratteri della società attuale (profughi e migranti, periferie urbane, esposizione alla malattia, disastri ambientali, ecc.). Vi è un nuovo bisogno di mettere in risonanza i vissuti per ricostruire le trame di identità individuali e collettive sfilacciate. I fenomeni di dissenso e di reazione alle crisi che oggi più apertamente richiamano paradigmi di tipo solidaristico e collaborativo tendono a rimettere in campo le relazioni e i vissuti, in contesti di presenza che -recuperando i saperi autobiografici dell’esperienza- possono tramutarsi in nuove forme di identità e di azione collettiva.

Vi sono moltissimi esempi di autobiografie e di raccolte biografie che raccontano storie comuni, invisibili: storie anche molto diverse, che tuttavia riflettono visioni del mondo, interrogativi e talvolta risposte che hanno ugualmente a che fare con la dignità dell’esistenza, la sostenibilità delle condizioni in cui essa si svolge, la ragionevolezza delle politiche che la governano[82]. Vi sono gli scritti di chi, affacciandosi su vissuti inaccettabili, intende fare del loro racconto strumento di critica e di denuncia; e quelli di chi sceglie di raccontarsi in prima persona, cercando testimoni e interlocutori di vulnerabilità che nella condivisione diventano strumento di bilancio, di resistenza, di protesta.

Nel primo senso, sono sempre più numerosi gli studiosi che avvertono il bisogno di affiancare il registro biografico a quello teorico-scientifico, quale strumento che consente di attraversare dal di dentro le vite e le loro storie, di raccontarle piuttosto che studiarle, attingendo ad altri linguaggi e ricercando un ascolto diverso; e restituire così, attraverso l’apporto del sapere dell’effettività, un senso più maturo e fecondo alle velleità prescrittive del sapere teorico.

Un grande capitolo è quello dei racconti legati ai luoghi e alle moltissime sfaccettature delle vicende dell’abitare: la progettazione degli spazi secondo criteri di compatibilità ambientale, la riqualificazione delle periferie e di luoghi marginalizzanti, la ricostruzione post-terremoto[83], la ripresa in carico del destino dei beni comuni da parte delle comunità[84], ecc. In tutte le forme di azione che in vario modo si pongono questi obiettivi la memoria dei luoghi e l’esperienza sedimentata negli abitanti divengono tessuto connettivo e politicamente rilevante attraverso il racconto di storie diverse: frammentate e sparse, ma potenti perché viscerali e veritiere[85].

Enzo Scandurra, ad esempio, in uno scritto del 2012 dal titolo evocativo Vite periferiche, costringe l’urbanista ad affacciarsi sulle «storie minime di anime umane che percorrono in tanta solitudine le strade delle grandi città», vite invisibili, «abitanti indistinti e anonimi che pure rendono vive e anzi formano queste città»[86]; e propone pagine di grande significato, anche per i chiarimenti espliciti (non privi di polemica contro l’autoreferenzialità del sapere ufficiale) circa l’assunzione del registro biografico quale vero e proprio metodo e le sue ricadute in termini di politiche di governo delle vite.

 

«Avrei, per descrivere tutto ciò, potuto usare il linguaggio della saggistica, dell’urbanistica (come per tanti anni ho fatto), o della sociologia dei numeri: quanti poveri, quanti ricchi, quante devastazioni di territori, quanti giovani abbandonati all’incertezza del futuro, quanta cementificazione di campagne, quante auto parcheggiate definitivamente ai bordi delle strade, a fronte della lista dei doni promessi e mai mantenuti dalla modernità. (…) Ho avvertito che il compito sarebbe stato quasi impossibile o, probabilmente, inutile. Cifre, numeri e descrizioni non rendono giustizia della intensità e complessità del dolore e della devastazione che ci portiamo dentro e che noi stessi allontaniamo dal nostro orizzonte quotidiano, forse per proteggerci, forse perché ci rendiamo conto della nostra impotenza, forse perché ormai rassegnati.

(…) Per descrivere quanto sta accadendo non potevo che osservare la vita quotidiana, il mondo degli affetti e delle cose care, dell’agonia dei luoghi, della città, attraversare i territori devastati dalla vittoria del pensiero neoliberista e provare a raccontare tutto questo; una storia drammatica affollata di morti e di mostri, che non è detto, in questo caso, che sia a lieto fine. Durante il viaggio mi ha sorpreso la tenacia delle forme di vita umana che resistono, che si organizzano e che non vogliono riproporre semplicemente un altro modello di sviluppo, anzi neppure lo pensano.

Ma chi può mai sottrarsi al sospetto di parlare in ultima istanza per fatto personale? E del resto forse il senso oggi della forma narrazione è proprio questo: smontare, scomporre, moltiplicare gli sguardi sul mondo, produrre l’esigenza di non rassegnazione, esercitare una funzione pedagogica. Dunque, a me pare che narrare non sia un cedimento al personale, all’intimo, al confessionale ma una rivalutazione dell’esperienza singolare della vita umana in cerca di senso, una testimonianza autentica di vita.

(…) Forse il cambiamento in atto che a tratti si intravede avverrà quando sarà condivisa una narrazione in grado di rappresentarlo. Nel frattempo possiamo solo tentare di costruirla, questa narrazione, mettendo insieme i “pezzi” che la comporranno. Per conto mio, non so se in veste di docente di una disciplina che si occupa delle città o se piuttosto in quella di semplice abitante, mi sono deciso a descrivere questo scenario urbano fatto di relazioni, affetti, pene, speranze, luoghi; e questa volta vorrei tanto che qualcuno, tra i lettori, me ne restituisse il senso e me ne spiegasse le ragioni»[87].

 

Una scelta analoga è compiuta da Vicenzo Sorrentino con riferimento alla tragedia dei migranti, nel suo “Aiutarli a casa nostra. Per un’Europa della compassione”. Il registro biografico si mescola qui con quello autobiografico e quello epistolare, in una sorta di “lettera al lettore” dove il valore simbolico del dialogo è assunto con maggiore immediatezza attraverso la scelta di un interlocutore immaginario. L’intento è quello di comunicare il dolore anziché i dati, cercare condivisione emotiva anziché convincimento razionale. Egli si chiede in quali modi è possibile denunciare e provare a contrastare le tendenze alla chiusura xenofoba che così profondamente offendono la dignità umana e rinnegano «le responsabilità che spesso i paesi più ricchi e potenti hanno nell’insorgere delle situazioni di povertà e violenza da cui i migranti fuggono».

 

«In molti modi, naturalmente. Io ne ho scelto uno.

I bambini, le donne e gli uomini che arrivano sulle nostre coste. La loro sofferenza, la loro morte. E’ della nostra disposizione interiore nei confronti di queste persone che intendo parlare. Non delle misure economiche, sociali, politiche necessarie per far fronte alla tragedia a cui stiamo assistendo, ma di quello che sentiamo nelle pieghe più profonde di noi stessi. Questione superflua di fronte all’urgenza di fare qualcosa? Forse no.

Intendo partire dal singolo, per questo ti scrivo.

(…) Naturalmente non sono tanto ingenuo da pensare che l’enorme tragedia che abbiamo davanti a noi possa essere superata semplicemente assumendo quella che, dal mio punto di vista, è una giusta disposizione interiore. Tuttavia credo che quest’ultima sia il punto di partenza per ogni ricerca di soluzioni che abbia a cuore il destino delle persone che arrivano da noi.

(…) Riemerge la centralità dell’interiorità quale spazio in cui affondano le proprie radici le motivazioni profonde, spesso irriflesse, da cui scaturiscono i nostri atteggiamenti politici (o impolitici).

(…) Mi tornano alla memoria alcune immagini, di me bambino, che insieme ai miei compagni mi divertivo a catturare le lucertole per inchiodarle agli alberi sotto casa nostra»[88].

 

L’ibridazione del discorso politico con la componente emotiva del registro biografico ed epistolare consente di parlare di confini e di barriere, di identità e di dignità dell’esistenza al di là delle categorie astratte cui il linguaggio scientifico-razionale è costretto ad attingere: consente di trattare «da ‘fuori’ di un ‘di dentro’»; consente di scoprire, di obbligarsi a scoprire, «che anche l’altro, il diverso, il nemico, può shaespirianamente sanguinare come noi»[89]. Ma consente anche di sfidare temi e prospettive particolarmente scomodi, dove le facili accuse di buonismo e paternalismo rischiano di mascherare tutta l’insufficienza di un approccio razionale che, pur fondamentale per affrontare nel lungo periodo le questioni economico-politiche a monte e causa del fenomeno, tuttavia non riescono a far fronte –nell’immediato- alle tragedie individuali di chi giace in fondo ai mari.

Ancora, Paolo Cendon utilizza il registro biografico per affrontare il tema della fragilità esistenziale, con riferimento non soltanto alla malattia psichiatrica bensì alle molte sfaccettature del disagio fino alle debolezze più comuni. E ad essere messe a nudo, anche in questo caso, non sono tanto le vulnerabilità individuali -che si fanno piuttosto mezzo per dire- quanto le miopie e incongruenze di risposte politiche e giuridiche inadeguate o sorde. Attraverso le storie raccontate Cendon mette alla prova in particolare il sistema civilistico, chiedendosi se i modelli classici della debolezza e della devianza riescano ad essere «attenti alla quotidianità delle persone, alle loro relazioni con il prossimo», alla molteplicità delle categorie di svantaggiati:

 

«detenuti, fuoriusciti del terzo mondo, senzatetto, adolescenti sfortunati, morenti, portatori di dipendenze, disabili fisici o sensoriali, anziani della quinta età, analfabeti cronici. Magari agli stessi cittadini forti, colti nei momenti di pausa. (…) A quali lemmi del codice, dopo il o al manicomio, ricondurre le figure svantaggiate? I riferimenti alla “malattia di mente”, alla “incapacità di intendere e di volere”, erano adeguati? C’era sintonia fra istanze della debolezza, sul piano antropologico, e tutele d’ordine privatistico? Era in grado un individuo “a rischio”, al di fuori dalle mura ospedaliere di riprendere il gusto (e il timone) della sua esistenza? (…) Sicuro trattarsi di “devianti” secondo i classici modelli? Quali supporti, legali e comunicativi, occorrevano qui giorno per giorno? Era in grado l’ordinamento italiano, nella sua veste più canonica, di accorgersi di loro?»[90].

 

I vissuti raccontati rispondono di no, opponendo alla rigidità delle cifre e delle diagnosi ufficiali la necessità di un ordinamento ispirato a solidarietà effettiva, di «risposte scevre da risvolti “stigmatizzati”», di soluzioni tagliate «secondo le caratteristiche, anagrafiche e spirituali, di quella certa persona»: qualche «sospensione di sovranità», se necessario e per il tempo strettamente indispensabile, ma «soltanto “quelle” limitazioni di diritti e libertà, nessun’altra, vestiti fatti su misura». Insomma, «una cittadinanza non tarpata, mai a una sola dimensione»[91].

Nel secondo senso, quello relativo a chi sceglie di raccontarsi in prima persona, assumono interesse quegli scritti autobiografici che alla dimensione intimistica affiancano riflessioni fortemente contestualizzate (spazialmente e storicamente), che pongono temi corali, che più o meno esplicitamente interrogano il “sistema” per mettere in discussione l’adeguatezza e ragionevolezza delle sue regole.

Un grande capitolo è di certo quello della malattia, quale vicenda che, tradizionalmente relegata nella dimensione privata dell’individuo, si pone oggi sempre più spesso come questione anche politica; e ciò su un duplice piano, quello delle cause e quello del suo “governo”.

 

«La dimensione propriamente umana della malattia e della sofferenza non ha niente a che vedere con la sua spiegazione scientifica… Se l’individuo contemporaneo è più esposto alla paura di non sapersi dare una ragione per vivere, e spesso a causa di questa esperienza di sofferenza è colpito da malattie che riguardano anche il suo funzionamento fisiologico, è un problema che ha a che vedere anche con il modo di essere della nostra società»[92].

 

Molte malattie appaiono oggi legate ai contesti di vita e alle politiche di governo dei territori: al concetto di malato si affianca quello di esposto, cioè di persona esposta a condizioni ambientali che possono – se protratte nel tempo – generare malattie (si pensi alla valle di Taranto)[93].

Anche qui si incontrano scritti di studiosi che hanno trovato nel racconto autobiografico una prospettiva diversa e complementare, un sapere esperienziale che consente di umanizzare e integrare l’approccio inevitabilmente parziale del sapere teorico: si pensi agli scritti di Lina Bigliazzi Geri[94] e di Enzo Scandurra[95] sull’esperienza del cancro; a quello di Michela Marzano sull’esperienza dell’anoressia[96]. Ma vi sono anche scritti “comuni” in cui l’impatto politico degli interrogativi posti è forse ancor più esplicito ed efficace.

Lo scritto autobiografico a quattro mani di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico, La cura, prende di petto il tema ambiguo della dimensione “pubblica” e istituzionale della malattia: i due autori raccontano l’irruzione del cancro nella vita individuale e di coppia non tanto o non solo come forma di lotta ai molti tabù che ancora circondano questa malattia quanto, e soprattutto, con l’intenzione di mettere in discussione gli assetti consolidati e più criticabili delle procedure mediche, dell’accessibilità e del regime dei dati sanitari, dei protocolli di individuazione dei tipi di intervento e di cura.

Dopo le difficoltà affrontate per ottenere la cartella clinica e immagini leggibili, in evidente contrasto con la grande enfasi posta oggi sui temi della trasparenza, dell’accessibilità e degli open data, i due autori hanno diffuso i dati in rete per costruire una «cura open source»; e la risposta venuta dal web è stata strabiliante, oltre che utile, a detta degli stessi.

 

«Erano due cd con il logo dell’ospedale. Mentre li inserivo nel lettore del mio computer mi contenevo a stento: avrei finalmente stampato l’immagine del mio cancro. (…) Volevo scavare più a fondo nella riappropriazione del mio cancro, instaurare una relazione intima e aperta, organizzare i dati in modo che avessero senso per me, in modo da poterli rappresentare e visualizzare, far entrare i dati clinici nella mia vita, nella mia arte, nella mia professione, nel modo in cui creo relazioni con chi mi sta intorno. (…) Quello che ho trovato è stato un insieme di file in formato “dicom” (digital imaging and communications in medicine), il quale è, tecnicamente e formalmente, un formato aperto. Ciò non vuol dire che sia un formato inteso per essere comprensibile e usabile dalla gente comune. (…) è un formato per professionisti, per specialisti, per esperti tecnici. Per aprirlo servono software specifici e spesso l’installazione di componenti aggiuntive sul proprio sistema operativo, oltre alla necessità di eseguire configurazioni. Tutto questo solo per aprirlo. (…) Ero arrabbiato. Anche qui, nell’intimità della mia casa, il paziente xyz aveva trovato il modo di frustrarmi, di far valere la sua supremazia sull’essere umano Salvatore Iaconesi. Era riuscito a negarmi la possibilità di appropriarmi delle mie immagini, delle mie informazioni, dei miei dati e di farci quello che volevo, portandoli fuori dall’esperienza amministrativa e burocratica della medicina per inserirli in un contesto più vasto, nella vita complessa degli esseri umani»[97].

 

Ciò che qui interessa non è ovviamente il merito della scelta su come affrontare la malattia, quanto piuttosto il modo in cui viene utilizzato il registro autobiografico. Accanto al bisogno, che taluni espressamente riconoscono, di «ripartire l’angoscia fra tanti per confermare la propria appartenenza al genere umano»[98], vi è anche una vera e propria forma di resistenza e di militanza, cioè una forma di azione che rivendica uno spazio di autonomia per mettere in campo le proprie competenze, capacità ed esperienze rispetto al governo di uno snodo cruciale della propria esistenza. L’intelligenza emotiva ha qui la meglio sulla standardizzazione dei protocolli, sostenendo quel disassoggettamento alla verità scientifica di cui parla Foucault; e la condivisione della narrazione della propria vicenda consente di costruire un’altra storia, diversa da quella che i saperi medici codificati avrebbero imposto[99].

Altri esempi potrebbero farsi. Ad esempio i racconti dei vissuti di migranti: sebbene essi siano più spesso oggetto di raccolte biografiche realizzate da altri, non mancano casi significativi di scritti autobiografici.

 

 

  1. La qualità normativa delle pratiche narrative e la funzione di “sorveglianza” sul funzionamento della democrazia.

 

Nelle prime pagine del suo pamphlet autobiografico, Bianciardi questo prometteva ai propri lettori:

 

«Vi darò la narrativa integrale, dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore, e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, e tutti e due coinvolti insieme i quanto uomini vivi e contribuenti e cittadini e congedati dall’esercito, insomma interi»[100].

 

Ed è questo che in effetti accomuna gli esempi di scritti biografici e autobiografici che ho riportato nei paragrafi precedenti, pur profondamente diversi quanto a temi e contesti. In essi ciò che emerge non è soltanto l’individuo bensì la dimensione intera della persona, non è tanto la vita in sé considerata quanto i modi di vita. Il racconto del vissuto diventa una «forma di attualizzazione dell’esistenza» che si fa a sua volta «orizzonte di verifica»: un «discorso di verità» che spesso non ha nulla a che fare con lo scavo dell’interiorità ma si indirizza piuttosto verso degli «specifici modi di esistenza», verso la «riappropriazione costante del ‘dentro’ a partire dal ‘fuori’»[101].

Quando questo accade, quando cioè è la dimensione intera della persona che emerge dal racconto, essa inevitabilmente interroga il sistema; e le domande poste riconducono tutte, pur tacitamente, alla ricerca di dignità dell’esistenza, alla luce di valori di giustizia sostanziale che prendono forma nella concretezza delle vite vissute nelle pieghe della realtà sociale.

La realtà viene di fatto interrogata da molteplici prospettive, tutte accomunate dal bisogno di governare la fragilità, individuale e collettiva. Si investe sulla condivisione della vulnerabilità e delle capacità ed esperienze da mettere in campo[102]. Sempre emerge, tacitamente o esplicitamente, una specifica posizione rispetto al potere e alle sue istituzioni: talvolta strisciante e silenziosa, altre volte dialettica e interrogante, altre volte ancora di critica aperta e feroce contro i tradimenti e i fallimenti di un intero “sistema”.

In tutti i casi, sia che lo sguardo muova dalle più minute vicende individuali sia che si allarghi su panorami più ampi, la narrazione diventa forma di dissenso verso politiche di governo che si avvertono inadeguate e miopi rispetto ai bisogni delle vite, e a fronte delle quali si rivendica la possibilità di costruire risposte diverse, attingendo anche al patrimonio cognitivo-valoriale delle emozioni e dell’esperienza.

Il racconto delle vite situate diviene allora un modo ulteriore (e più veritiero) di rappresentare l’esistenza, e di porre di fatto la questione della sostenibilità delle condizioni materiali del vivere e –insieme- della democraticità delle regole che dovrebbero assicurarne la dignità.

Il registro biografico e autobiografico consente di trasformare la propria inquietudine o «il proprio dolore in un atto militante»[103]. E in questo senso il racconto assume, come sosteneva Tabucchi, una «funzione di sorveglianza» sul funzionamento della democrazia[104], dal momento che rivendica di fatto la possibilità di accedere a una «scelta del senso non stabilita in anticipo»[105], in contrasto con l’egemonia dei valori e dei significati dominanti.

Si scrive per costruire narrazioni diverse, più veritiere, da quelle egemoniche; o per recuperare frammenti di vite condannati ad essere «scarti»[106] rispetto alla grande Storia, che anche in questo caso diventano tessere potenziali di altri racconti, diversi da quelli ufficiali.

Viene alla mente la metafora utilizzata da Luisa Muraro, del lavorare a maglia utilizzando gomitoli recuperati da vecchi capi opportunamente disfatti: disfare maglie -ella dice- è ricavare dal passato nuova materia prima e renderla disponibile, perché «il vero inizio ha la caratteristica di venire in seconda battuta, dopo qualcosa che c’è stato, venire a salvarlo dalla perdizione ri-presentandolo e iscrivendolo così nella possibilità di essere. Facendolo, dunque, essere»[107].

Mettere in relazione il “dentro” dei vissuti attraverso il loro racconto è rendere nuovamente disponibili gli scarti apparenti (le esperienze della vulnerabilità), così lontani dai racconti ufficiali: è aprire nuove possibilità, poiché i racconti «riaffermano una sorta di saggezza convenzionale circa ciò che è lecito attendersi –perfino (o soprattutto) circa ciò di cui si può prevedere il fallimento, e ciò che si potrebbe fare per rimetterlo in sesto o per venirne a capo»[108].

Ebbene, ho parlato di “scarti”, di frammenti di vita oggetto di racconti “diversi”: racconti altri rispetto alle narrazioni ufficiali dello sviluppo e del progresso, ma anche rispetto a quelle della crisi e dell’emergenza.

Ma dove vanno a finire questi frammenti? Sono davvero niente rispetto al mondo delle politiche di governo delle vite e dei valori e principi da cui queste promanano? In che rapporto stanno, nella tensione dialettica fra diritto e vita, i racconti ufficiali tradotti in testo normativo e quelli silenziosi della vita quotidiana?

Come afferma De Certeau, è in realtà una «falsa inerzia» quella che caratterizza i frammenti dispersi nel quotidiano delle vite, i quali sono piuttosto legati fra di loro da una fitta rete di «equilibri sottili e compensatori che assicurano silenziosamente delle complementarietà». Questo fitto intreccio di indicazioni e di possibilità continuamente esplorate rimane invisibile al potere dominante, orientato a cogliere soltanto «il rapporto fra ciò che vorrebbe produrre e ciò che oppone resistenza»[109].

In questo senso, la narrazione è un veicolo di fuoriuscita dal silenzio.

 

«La resistenza del pensiero e della parola abita nel proprio ‘fuori’, nella trasformazione, nel divenire altro da se stessa e, dunque, nel volgere in ‘problema’ tutto ciò che è saldamente rassicurante. Fin quando si parla e si scrive esistono degli spazi anche minimi di libertà e di resistenza»[110].

 

Gli esempi di biografie e autobiografie che ho citato confermano –mi pare- ciò che la gran parte della letteratura sul tema ha messo in evidenza nel tempo: l’avere a che fare, la narrazione, non soltanto con la dimensione esistenziale dell’individuo ma anche –in connessione inestricabile- con la convivenza umana e le interazioni sociali[111]. Essa è un «processo dialettico continuo di destrutturazione e ristrutturazione del senso (o di porzioni di senso)» da cui dipende la nostra stessa «sopravvivenza di soggetti che partecipano a una comunità»[112]. E il bisogno che la anima -spesso consapevole e volutamente esplicitato-, lo testimonia. Ciò perché, l’ho già ricordato, le pratiche narrative attivano non soltanto collocazione e riconoscimento ma anche proiezione, consentendo interpretazioni e negoziazioni sui bisogni e gli scopi del presente.

È su questo piano che le pratiche narrative rivelano una propria intrinseca politicità, e financo normatività.

La scrittura conduce verso «una verità imprevista… verso vertigini conoscitive inaspettate e per ciò stesso feconde per le esplorazioni cui si voti un’intelligenza curiosa e non indifferente alle più diverse problematicità dell’esistere»[113]: e queste problematicità sono le stesse alle quali sono chiamate a guardare le politiche di governo delle vite, nella ricerca di risposte bifronti in cui la dimensione privata non può non convivere con quella pubblica.

Ma vi è anche una qualità normativa riconoscibile nelle pratiche narrative, se è vero che il diritto non sfugge «dalla propria origine e dal proprio fine nell’esperienza»[114]: tutto ciò che ha a che fare con le vite, attraverso la narrazione giunge a connettersi con la giuridicità.

 

«Le pratiche narrative sono sempre volte, in definitiva, a stabilire o ristabilire un ordine, nei significati e nelle regole, sebbene nel segno di una condivisione che va continuamente rinsaldata e ripattuita. In questa prospettiva è possibile ritenere che tutta l’attività del raccontare che si svolge verso la definizione di un ordine simbolico e comportamentale è “giuridica”. Il mondo delle relazioni sociali potrebbe essere osservato allora come un universo normativo caratterizzato dalla narrazione, in cui i testi narrativi si diversificano nelle loro forme –alcuni codificandosi appunto in leggi- ma che in ogni caso sono tutti di carattere normativo, quantomeno nel contesto dell’attività interpretativa che richiedono»[115].

 

Quando si afferma che il racconto dei vissuti (soprattutto autobiografico) ha il potere di formare al diritto dell’individuo «di sentirsi liberamente e giuridicamente tale, ad essere soggetto», certamente si riconosce l’importanza della narrazione nella vicenda esistenziale ed emancipatrice della persona, quale dato extragiuridico funzionale a un sistema lato sensu democratico. Ma quando si aggiunge che le potenzialità della narrazione spostano in realtà in avanti l’ago della bilancia poiché offrono risposte anche alla persona intera, in una accezione «che oggi può assistere finalmente all’incontro tra l’individualismo democratico e il personalismo»[116], allora ci si affaccia su una dimensione di giuridicità che tocca il cuore del costituzionalismo più esigente.

 

 

  1. Il circolo virtuoso fra i vissuti individuali e i valori della democrazia sociale: attualità del racconto costituzionale

 

Le pur sintetiche spigolature che ho tracciato circa l’uso della narrazione biografica e autobiografica sembrano dimostrare quanto accennavo in premessa, circa il valore che i vissuti individuali assumono come parte integrante dell’inveramento dei principi del costituzionalismo democratico. Quella verità collettiva della comune esposizione alla vulnerabilità e dell’aspirazione a un’esistenza dignitosa, sulla quale i Padri costituenti fondarono il proprio accordo unanime, è la stessa che emerge di fatto dal racconto dei vissuti; e la straordinaria convergenza valoriale fa di questi ultimi un ulteriore strumento di appropriazione di quei principi, accanto a quello che li rivendica esplicitamente attraverso la protesta e la mobilitazione politica.

Riletti in questa prospettiva, cioè alla luce dei molteplici racconti dei vissuti, i “capitoli” del racconto costituzionale della democrazia sociale si manifestano ancor più chiaramente per quello che sono: i capitoli del rapporto fra il diritto e le vite.

L’intreccio inscindibile di questi due livelli di racconto, quello costituzionale e quello esperienziale, è stato ben intuito da Rodotà nel suo ultimo scritto:            «Quando si insiste sul “racconto della vita” e sulla formazione del pensiero autobiografico, non ci si limita a garantire costruzione, conservazione, comunicazione della memoria, del passato. Si delinea un’attitudine dinamica, ben visibile nel sistema costituzionale italiano (e non solo)»: a cominciare dal riferimento dell’art. 3 allo «sviluppo della persona umana», che «è indicazione dinamica, che implica un dovere pubblico di definire concretamente il contesto all’interno del quale la costruzione della personalità diviene libera e continua, includendo così passato, presente e futuro»[117].

È proprio al concetto di sviluppo della persona, e all’indicazione dinamica che ne deriva, che il racconto costituzionale affida il più esigente e tenace collegamento fra biografia/autobiografia (esistenza) e identità.

Sulla ricerca di sviluppo costante e armonico di questo binomio si costruiscono la trama e i personaggi di entrambi i racconti riguardanti i vissuti: quello costituzionale e quello proveniente dall’esperienza. Essi chiamano in causa il tema della «messa in scena»: nella forma del «chi» mette in scena; quindi del «come»; infine del «quando», in particolare «per quanto riguarda la permanenza degli elementi che si vogliono costitutivi di una determinata identità». E’ il tema del «chi», divenuto «particolarmente significativo di fronte alla separazione tra autonomia e intenzionalità della persona e costruzione di una sua identità socialmente rilevante»[118]. Ed è anche il tema della fisionomia dell’interlocutore “pubblico” di quelle identità[119].

Se su questa incessante ricerca si basa l’assonanza fra il racconto costituzionale e i racconti provenienti dai vissuti, vi è un terzo racconto che si pone oggi in una posizione di evidente e marcata dissonanza: quello delle politiche dominanti (rectius: neoliberali), che scaturisce dal fatale compromesso fra democrazia e capitalismo[120]. Questo è il racconto della crisi dello Stato sociale e della rappresentanza politica, della primazia del mercato e della finanza e dell’indebolimento dei circuiti di decisione democratica, della proliferazione delle carte dei diritti e del contemporaneo sgretolamento delle condizioni del loro esercizio; è il racconto di un diritto costituzionale divenuto prigioniero degli interessi da realizzare, e trasformatosi da «scienza critica» a «studio arreso delle dinamiche politiche ed economiche»[121].

L’intreccio perverso fra le vicende interne legate alla crisi della rappresentanza politica, dei corpi intermedi e dello Stato sociale e quelle esterne legate ai vincoli sempre più discussi e discutibili provenienti dalle scelte economiche e finanziarie dei mercati europei e internazionali ha determinato un drastico allontanamento dai principi e valori costituzionali: se già nei primi anni ’90 Giorgio Berti lamentava la progressiva sostituzione della «contemplazione del potere» alla «contemplazione dell’uomo», con la conseguente assunzione dell’organizzazione politico-amministrativa quale valore supremo in sé e la relegazione delle libertà individuali e sociali in una posizione di destinatarietà[122], le «ideologie giuridiche del neoliberismo» hanno spostato ulteriormente l’asse di alcuni paradigmi fondamentali del racconto costituzionale sulla democrazia sociale[123].

Questo spostamento costituisce oggi il nodo centrale della discussione sulla democraticità e sostenibilità delle politiche di governo delle vite, e chiama in causa la progressiva soggezione degli ordinamenti interni a poteri decisionali e di controllo sottratti al circuito democratico. In questo quadro il pubblico e i privati assumono ruoli ambivalenti, ciascuno alle prese con il proprio paradosso: quello di un apparato statuale via via più pervasivo e soffocante nei confronti degli individui, ma anche -nel contempo- “debitore” nei confronti di poteri extranazionali ai quali ha ceduto porzioni sempre maggiori di sovranità; quello di un cittadino che, mentre vede accrescere le proprie garanzie di “buon consumatore”, subisce nel contempo la compressione e vanificazione dei diritti sociali (primo fra i quali il diritto al lavoro)[124].

Complice l’annosa vicenda legata alla riforma di un sistema elettorale da tempo incapace di restituire alle assemblee elettive legittimazione sostanziale e capacità di rappresentazione degli interessi, sono state progressivamente fiaccate quelle funzioni di indirizzo politico, di programmazione e pianificazione nelle quali doveva esprimersi l’essenza della sovranità nazionale e della rappresentanza politica[125]: da qui l’ulteriore ambivalenza dei ruoli, individuata nell’affiancamento della crisi del rappresentato alla crisi del rappresentante[126]. Né l’attenzione che viene posta, oggi nuovamente, sull’arricchimento degli elenchi dei diritti individuali sembra compensare la ferita sempre più grave inflitta all’eguaglianza sostanziale: l’allargamento delle carte dei diritti con nuove figure non soltanto rischia di alimentare nuove logiche individualistiche, ma mette in atto un evidente paradosso laddove affiancato a politiche che contemporaneamente -su altri piani- ne svuotano l’effettività, privandole delle precondizioni materiali di carattere sociale ed economico. Non è affatto un caso che la retorica politico-giuridica delle carte e dei decaloghi dei diritti, ma anche quella di certe malintese forme di democrazia diretta, si facciano più suadenti proprio nei frangenti in cui le vicende socio-economiche opprimono i più e li escludono dalla costruzione e dal controllo delle scelte fondamentali.

In questo terzo racconto lo spostamento di asse fra il diritto e le vite, fra la trama e il suo protagonista (la persona e la sua esistenza), è evidente. Questa trama, tanto più se riguardata alla luce delle altre due narrazioni, sembra prospettare il ritorno alla prospettiva individualista ottocentesca, quella della persona nella nuda vita e non nella storicità e concretezza dell’esistenza. Nello scenario di questo racconto, l’obiettivo corale della «esistenza libera e dignitosa» della persona è soppiantato da un nuovo garantismo efficientista e legalitario, che segmenta -isolandoli- i frammenti di vita dell’individuo (consumatore, malato, disoccupato, ecc.). L’eguaglianza rimane una dimensione incompiuta «che si insedia nello stato apparato ma si arresta alle soglie della società»[127]; la dimensione esistenziale e situata della persona è schiacciata fra gli imperativi extranazionali della competizione economica e dell’autoritarismo neoliberista e i dilemmi nazionali della governabilità.

Ebbene, la smaccata dissonanza di questo racconto rispetto agli altri due non è casuale: il racconto costituzionale e quello proveniente dai vissuti nascono entrambi dall’esperienza della vulnerabilità e dalla condivisione di visioni e valori circa il bisogno di un diritto incarnato, che parli dell’esistenza. Del resto è questo il senso più profondo dell’origine della Costituzione italiana nell’esperienza della Resistenza antifascista, ben al di là del dato storico-simbolico: la testimonianza della aderenza del modello della democrazia sociale alla richiesta di un diritto “umano”, un diritto incarnato e ragionevole proveniente dalle vite. Oggi come allora.

La Resistenza fu infatti, soprattutto, «momento di paragone e di emersione delle questioni che si sentivano più rilevanti per il futuro (…) Non si trattava soltanto di restaurare il quadro e l’impianto liberale dei diritti, bensì di costruire, anche su questo terreno, qualcosa che avesse i caratteri d’una sostanziale novità»[128]. E questa novità fu duplice: da un lato, vi era l’idea di una cittadinanza piena che vedesse il cittadino

 

«non solo come soggetto dei riconquistati diritti ma come protagonista attivo di processi di autogoverno, riconosciuto in una qualità di lavoratore che assumeva dignità fondativa dell’intero assetto dello Stato». Dall’altro «l’aspirazione ad una democrazia integrale, intesa non tanto nel senso di una radicalità democratica delle scelte, quanto soprattutto della pervasività di una democrazia alla quale nessun luogo doveva essere precluso. E quindi: una democrazia non come obiettivo raggiunto una volta per tutte, quanto piuttosto come processo continuo. Per ciò il programma democratico “eccede” sempre le possibilità di realizzazione immediata, perché deve salvaguardare una tensione verso altri e più lontani obiettivi»[129].

 

Vi è, in questa “eccedenza”, il tratto più significativo e fecondo del racconto costituzionale, perché indicativo di una tensione costante verso uno svolgimento dinamico e mai compiuto, da rinnovare costantemente. Come ricordava Calamandrei nel celebre richiamo a una rivoluzione non compiuta ma che comincia, la Costituzione italiana si differenzia in questo da altri documenti costituzionali proprio perché non sanziona definitivamente una fase, chiudendola in formule giuridiche, ma si pone al principio di un’epoca per aprirla; non si limita a definire un quadro organizzativo e una tutela dei diritti, ma si immerge nelle contraddizioni della società, individuando principi e regole che consentano alla nascente Repubblica e alle istituzioni a venire di fare i conti con quelle contraddizioni e di adoperarsi per rimuoverle.

Si trattava insomma di un “programma” costituzionale dai contenuti volutamente eccedenti, perché destinato a rimanere aperto alla dimensione storica del reale nella quale le esistenze sono calate. E gli strumenti attuativi di questa eccedenza erano affidati a formule in grado di mantenere salda la connessione fra il diritto e le vite, fra i cittadini e le loro istituzioni, fra le politiche di governo delle vite e il mutare delle vulnerabilità, delle situazioni generative delle diseguaglianze, degli ostacoli al soddisfacimento dei bisogni.

L’eccedenza etica del racconto costituzionale della democrazia sociale, che veniva dall’antifascismo, non può non richiamare l’eccedenza insita nei vissuti, anch’essa etica perché proveniente dagli stessi valori di giustizia sociale e di dignità dell’esistenza: è l’eccedenza che reclamano oggi le vite in reazione alle politiche neoliberiste e tecnocratiche, e che nel rivendicare la “qualità normativa” dell’esperienza di fatto ridanno corpo a quelle stesse formule di tipo pluralistico-partecipativo e solidaristico-cooperativo alle quali era stato affidato il dinamismo del programma costituzionale.

Se è così, se cioè il racconto costituzionale e quelli provenienti dall’esperienza mantengono ancora oggi una corrispondenza ben salda, la dissonanza del terzo racconto offre indicazioni molteplici e forse non banali.

Una di queste riguarda certamente la deriva riduttiva e fuorviante nella quale è scivolata la gran parte del dibattito sulle riforme costituzionali degli ultimi decenni, in un confronto miope fra prospettive entrambe semplificanti e monche: quella che brandisce la presa d’atto della “inattuazione” come argomento di un riformismo necessario per ovviare alla vecchiaia e inadeguatezza della Costituzione; quella che ne difende sic et simpliciter il rispetto, rifiutando l’equazione fra violazione e inattuazione e rivendicando il ritorno al testo costituzionale. Così, se da un lato le proposte di riforma si riducono sempre più spesso a operazioni di «ingegneria costituzionale senz’anima» che guardano «alla Costituzione come a una macchina, ignorando del tutto le idee fondative che la percorrono e la sua natura di “programma costituzionale”»; dall’altro lato anche taluni impeti estremi di difesa contribuiscono ad alimentare una «rappresentazione estenuata della Costituzione», che si tinge facilmente con i colori della conservazione e della difesa nostalgica quando è fondata «esclusivamente nel passato, quasi che oggi non vi sia più terra per le sue radici»[130].

I “racconti del possibile” provenienti dai vissuti stanno a dimostrare che di quella terra ve ne è ancora, e che essa è viva: disidratata e nel contempo fertile. E il fatto che in più di una occasione le proposte di revisione costituzionale siano state approvate dal Parlamento e respinte poi dal voto referendario sta a dimostrare la rilevanza e attualità dei racconti provenienti dai vissuti, quelli che un’oligarchia politica evidentemente guidata da altri valori aveva dimenticato di considerare. Si potrebbe dire, per riprendere l’espressione di Capograssi, che è l’esperienza che preme, con gli strumenti che ha, per impedire di dimenticare «la realtà del reale».

Se la partita dell’attuazione e delle riforme costituzionali è ormai generalmente vissuta come una sorta di gioco a due parti, fra “il diritto e la politica di ieri” e “il diritto e la politica dell’oggi”, l’irrompere delle esistenze e dei loro racconti (costantemente pretermessi ma tenacemente riemergenti) pretende di riportare in asse un gioco che prevede invece tre parti: le vite storicamente situate, immerse nel ribollire della realtà, fungono da cartina di tornasole del confronto fra gli altri due protagonisti[131].

Il fatto è che questo “gioco” non ammette vincitori. Tutti si perde o tutti si vince. E’ in fondo questo che intendeva La Pira con l’utilizzo della nota metafora dell’edificio: una Costituzione crolla se «c’è sproporzione fra la reale natura umana, la reale struttura del corpo sociale e la volta giuridica»[132]. Sono questi i tre pezzi dell’edificio -o, se si vuole, i tre racconti del rapporto fra il diritto e le vite- che chiedono di essere mantenuti in costante proporzione. Ma in che modo? Come orientarsi fra gli interventi di manutenzione e di cambiamento pur necessari?

È qui che può rintracciarsi un’indicazione ulteriore, forse la più interessante. La mai tramontata assonanza fra il racconto costituzionale e quelli provenienti dai vissuti significa qualcosa di più di una semplice conferma della persistente tenuta dei principi costituzionali.

Se alla base delle esperienze riconducibili ai vissuti e ai molteplici fenomeni di reazione che ho rammentato vi sono quegli stessi paradigmi su cui si fondano il programma costituzionale della democrazia sociale e i relativi principi, allora vuol dire che questi stessi principi -pur soffocati, quando non violati, dalle politiche pubbliche- continuano a rispecchiare la realtà e i bisogni dell’esistenza ma anche a ricevere da questa alimento: essi ricevono cioè continue indicazioni sulla direzione nella quale orientare le attuazioni concrete del programma costituzionale, indicazioni necessariamente mutevoli perché storicamente mutevoli sono i bisogni e le situazioni generative degli ostacoli al pieno sviluppo della persona.

La capacità conformativa dei principi costituzionali, se per un verso è così pesantemente messa in discussione dai cultori del revisionismo e in effetti indebolita dalla forza di valori antagonisti a quelli della democrazia sociale, per altro verso è reclamata e tacitamente incorporata dai racconti dei vissuti: ne è conferma, come ho ricordato più sopra, il crescente «uso alternativo» della Costituzione da parte dei movimenti di reazione; ne sono conferma i frammenti di diritto “incarnato” che vanno emergendo nelle pieghe dell’ordinamento[133]; e ne sono conferma, infine, le normatività implicite nei racconti dei vissuti.

Il progetto di democrazia sociale, proprio in quanto innervato nell’esistenza, trova in questa una parte essenziale del proprio alimento e inveramento, oltre che nei doveri formali di attuazione posti in capo alle istituzioni. E se i vissuti delle persone situate premono oggi per farsi portavoce della Costituzione in opposizione ai racconti di tipo egemonico, occorre chiedersi se abbia ancora un senso limitarsi a parlare di attuazione o non si debba affiancare una prospettiva nella quale consentire la Costituzione, nel senso di mantenerne aperto il carattere dinamico ed eccedente.

Nell’assonanza fra il programma costituzionale e i racconti dei vissuti risiede la testimonianza forse più significativa della “lungimiranza” sovente attribuita ai Padri Costituenti: uno sguardo circolare, in quanto capace di scrutare avanti mantenendo costante l’attingimento da un passato che si fa così continuamente presente; ma uno sguardo anche permeabile, perché in grado di lasciarsi riscrivere continuamente dall’intelligenza emotiva dell’esperienza, che è forma storicamente situata dell’esistenza[134].

E tuttavia questa eccedenza dei principi costituzionali, che pure richiama l’eccedenza di creatività collegata all’esperienza del vivere, ne determina insieme la forza e la fragilità: come lucidamente ammetteva Rodotà, «proprio perché connotato da tante “eccedenze” il programma costituzionale corre sempre il rischio d’una ripulsa, o d’un fallimento, perché esige una forte e comune identificazione di tutte le forze chiamate a realizzarlo»[135].

E’ questo il destino nobile e fatalmente fragile dei principi: se alle regole si ubbidisce, ai principi si aderisce. Essi implicano un atteggiamento attivo, la condivisione di un ethos[136].

Ma questo è anche ciò che differenzia i principi dai valori, concetto affine ma profondamente diverso, che tuttavia piace di più ai racconti egemonici del potere. Il principio

 

«è un bene iniziale che chiede di realizzarsi attraverso attività conseguenzialmente orientate (…) ha contenuto normativo rispetto all’azione o al giudizio (…) il criterio di validità dell’azione e del giudizio è la riconducibilità logica al principio»[137]. Al contrario, il valore è «un bene finale che sta innanzi a noi come una meta che chiede di essere perseguita attraverso attività teleologicamente orientate (…) “deve valere” e perciò contiene l’autorizzazione all’azione o al giudizio (…) il criterio di legittimità dell’azione o del giudizio non è nel valore in quanto tale ma nell’efficienza rispetto al valore-fine, nel successo nella sua realizzazione»[138].

 

Non è difficile intravedere le ragioni della maggior confidenza che le politiche di asservimento delle vite hanno con i valori piuttosto che con i principi, pur usando i due concetti in modo promiscuo. Il più nobile dei valori può giustificare la più criticabile e ingiusta delle azioni, poiché il fine contiene in sé la giustificazione di ogni agire che risulti efficace: la guerra preventiva in nome della pace, la guerra umanitaria in nome dei diritti umani, ma anche la competizione in nome dell’efficienza, il decisionismo autoritario per sconfiggere le crisi, l’indebitamento e la precarizzazione per difendere il libero mercato e il benessere illusorio del consumo.

Ciò che oggi consente ai fautori del revisionismo di sostenere la decrescente capacità conformativa dei principi costituzionali è la surrettizia e progressiva sostituzione dei valori non scritti sui quali si era fondato il patto condiviso in Assemblea Costituente con valori altri, profondamente diversi, che portano di fatto a svuotare quei principi. Non stupisce che una nuova schiera di valori sia oggi sbandierata con grande enfasi nei settori più vari del vivere, mediante termini e concetti polisenso utilizzati sovente in modo ambiguo (libero mercato, competizione, consumo, efficienza, legalità[139], valutazione, internazionalismo, ecc.); e che questi valori siano spacciati per altrettanti principi, così da legittimare la asserita necessità di un agire politico conseguente.

 

«In sintesi, si potrebbe dire così: i valori, in quanto stanno davanti a noi, ci attirano; i principi, in quanto li abbiamo dietro di noi, ci sospingono. I primi ci indicano la meta, ma non la strada; i secondi, la strada, ma non la meta… L’uomo “di valori” è colui che mira al passo ultimo; l’uomo “di principi”, colui che si occupa dei passi intermedi. Due etiche incompatibili sono a confronto: l’una riguarda le premesse del nostro agire (i principi); l’altra le conseguenze (i valori)… Nella condotta della vita, i principi impegnano, i valori affrancano»[140].

 

La richiesta di un diritto incarnato che proviene dai racconti dell’esperienza e della vulnerabilità continua a postulare la necessità di principi per costruire i propri “passi intermedi”, e in particolare di principi di democrazia sociale: principi permeabili alla storia, che consentono passi mai definitivi ma coerenti con un’etica della responsabilità che li mantenga annodati ai bisogni e alla dignità dell’esistenza; passi che rinunciano all’ambizione illusoria di conoscere la meta finale ma intuiscono la direzione in cui muoversi; passi incerti ma radicati nel terreno sul quale si svolgono le esistenze, passi che in quel terreno possono resistere ai venti contrari.

Da ciò deriva che il diritto “incarnato”, quello che intende porsi al servizio dell’esistenza, non può che essere oggetto di continua invenzione; intendendo quest’ultima nel senso del latino invenire, trovare, imbattersi, scoprire. Si tratta, come afferma Grossi, di «una verità indubbiamente elementare ma altrettanto indubbiamente elusa» da quanti ancora difendono un intatto verbo normativistico: il diritto non può intendersi «come qualcosa che si crea da parte del potere politico ma come qualcosa che si deve cercare e trovare nelle radici di una civiltà, nel profondo della sua storia, nella identità più gelosa di una coscienza collettiva»[141].

L’eccedenza etica e dinamica che connota la Costituzione la rende una delle testimonianze più espressive di questa capacità di invenzione e ritrovamento. Ma ciò non basta; e la vera sfida consiste nel continuare ad attingere dal racconto costituzionale gli strumenti per scrivere un diritto “umano”, e scongiurare (oggi, purtroppo, combattere) il diritto “disumano”.

L’attenzione si appunta allora sugli snodi di connessione fra l’esistenza e il diritto, prima ancora che sui contenuti specifici di questo, ossia sulla necessità di un «relazionamento costante fra la società e le sue istituzioni»[142], che consenta di attingere al serbatoio dei vissuti le indicazioni fondamentali e storicamente mutevoli sulle politiche da costruire.

Non è in fondo questo il senso ultimo cui alludono l’art. 2 e l’art. 3, comma 2, della Costituzione? Affermare che la dimensione pretensiva e individualistica dei diritti non può andare disgiunta da quella solidaristica e comunitaria dei doveri, e che il pieno sviluppo della persona e la sua partecipazione effettiva dipendono dalla continua rimozione dei fattori economici e sociali che ostacolano l’eguaglianza sostanziale, non significa forse ammettere che il diritto deve mantenersi permeabile alle vicende dell’esistenza, non creando ma cercando e trovando risposte credibili ai bisogni del vivere? Se gli altri articoli della prima parte della Costituzione mirano a questo obiettivo (di dare risposte ai bisogni) fissando garanzie per talune situazioni specifiche che ben potevano essere immaginate a priori come fondamentali per lo sviluppo della persona (la scuola, il lavoro, la salute, ecc.), l’art. 2 e il secondo comma dell’art. 3 volevano essere qualcosa di più: la valvola che mantiene aperto il serbatoio dell’esperienza concreta del vivere e delle sue vulnerabilità, un serbatoio mai richiudibile e mai compiutamente catalogabile nei suoi contenuti mutevoli, al quale il diritto deve umilmente continuare ad attingere pena il suo allontanamento dalla realtà e dalla persona. E’ questa ancora oggi, mi pare, l’intuizione più straordinaria di tutto l’impianto costituzionale.

Ammettere questo tipo di relativismo significa rimettere al centro del costituzionalismo giuridicità un progetto più ampio di comunità, in cui la compartecipazione alla sorte dell’altro è forma di riconoscimento che deve tradursi in criterio di organizzazione dei rapporti sociali[143].

Riappare qui tutta la peculiarità della struttura degli artt. 2 e 3 Cost, quali valvole collegate appartenenti a un unico serbatoio, l’esistenza, che deve rimanere costantemente attingibile. Come è stato osservato, la formulazione di questi articoli consente il «passaggio dal punto di vista esterno al punto di vista interno, ossia [la] stabilizzazione del punto di vista morale all’interno del diritto positivo»[144]. Essi hanno cioè la duplice qualità della «appartenenza necessaria insieme al diritto e alla morale»[145]: essi «non sono… ius normatum, ma iustitia normans»[146]. Valvole, appunto. Da mantenere aperte, pena l’asfissia del diritto in un formalismo senza vita.

La solidarietà legata alla giustizia è la forma comune di questo complesso di valvole collegate: una dimensione “intera” in cui essa è insieme «orientamento individuale necessitato, che cioè non si può non assumere a prescindere da una pur auspicata inclinazione individuale», e orientamento delle più generali finalità dell’agire pubblico; e consente di «condividere lo stare insieme in società con i costi anche individuali per bilanciare adeguatamente il “peso” dell’esistenza collettiva, persino oltre i sempre più angusti confini della statualità»[147].

In questa dimensione intera, la capacità conformativa dei principi costituzionali non è data dalla forza formale di questi bensì dalla misura e dalla continuità del flusso di attingimento al serbatoio dell’esistenza.

Così, l’imperativo della «solidarietà economica e sociale» chiede di mantenere aperto il costante riorientamento dei fini sociali indicati nella parte economica della Costituzione, in particolare attraverso le valvole della cooperazione e della programmazione. Ma ciò in una prospettiva unitaria che contempli anche la «solidarietà politica», intesa come un certo tipo di responsabilità politica, fondata sul «significato solidaristico del decidere»[148]: una responsabilità che non può non farsi risalire a quel principio cui si riferiva Jonas, come obbligo di cura dei bisogni e interessi dell’esistenza da parte di chi è situato in posizione di potere (e dunque di influenza) rispetto ad essi; ma una responsabilità, anche, che accetti di rideclinarsi come dimensione “comune” benchè differenziata, guardando alle capacità e ai doveri sia individuali che collettivi, sia dei privati che delle istituzioni e degli Stati, in una circolarità in cui il pubblico renda conto delle scelte fatte e i privati rendano conto – a loro volta – del modo di gestire gli strumenti messi a disposizione dal pubblico e di esercitare alcuni diritti (come l’attività economica).

Il concetto di “solidarietà politica” è assai più ampio ed esigente di quello di “responsabilità politica”: il primo è la valvola che impone di mantenere il secondo aperto alle vicende dell’esistenza, ben oltre il recinto dei noti e stanchi argomenti legati alle vicende della “rappresentanza”; è la valvola che impone di assumere il paradigma della cura quale strategia politica di tipo solidaristico e cooperativo per dare forma alle «parti non auto-applicabili» della Costituzione[149], affinché la fitta rete delle fragilità che assillano la persona possa tradursi in altrettante politiche pubbliche fra loro dialoganti.

Ugualmente chiaro, nel disegno dei Costituenti, era il senso della valvola partecipativa disegnata dall’art. 3, comma 2, Cost.: l’ancoramento all’uguaglianza sostanziale, e dunque alla concretezza storicamente mutevole delle situazioni generative della diseguaglianza, fanno della partecipazione effettiva un vero e proprio strumento di giustizia sociale, obiettivo ultimo dell’impalcatura statuale ben oltre la garanzia dei diritti individuali e lo sviluppo della persona in sé considerata[150]. In questa prospettiva, le pre-condizioni materiali della capacità di prendere parte alla vita politica, economica e sociale del Paese (e dunque della cittadinanza) dovevano essere la garanzia più alta e duratura del radicamento sociale del modello di convivenza prefigurato dalla Costituzione. Prima ancora che un insieme di istituti giuridici, la partecipazione aspira ad essere metodo di governo della complessità delle vite, quale ingranaggio stabile dei processi di costruzione, attuazione, valutazione e controllo delle politiche pubbliche: un metodo che determina la sostenibilità delle decisioni politiche ben più di quanto non facciano i parametri economici (ai quali si fa invece più spesso riferimento) [151].

Dalla partecipazione alla presenza, si potrebbe dunque dire, assumendo la seconda quale categoria più esigente che va oltre la prima, la esplode in una pluralità di forme e le incorpora, guardando alle premesse e agli esiti più che alle categorizzazioni.

E’ in questo senso che il concetto di “esperienza giuridica” può tornare oggi ad offrire indicazioni preziose per il riavvicinamento del diritto (in particolare il diritto costituzionale) all’esistenza[152]. Riconnettere il diritto con «l’esperienza sparsa della vita»[153] significa sradicare il mito mendace della sua neutralità, funzionale alle strutture del potere e facile preda del totalitarismo[154]; significa recuperare una riflessione giuridica capace di porsi al servizio del mestiere di vivere, come oggetto di apprendimento, luogo dell’uomo e non del potere, strumento disponibile e non imposizione insostenibile[155].

Del resto, non possono dimenticarsi le lezioni apprese sugli effetti devastanti che si producono quando il diritto e la politica si allontanano dall’esistenza. Auschwitz è uno dei simboli, il più feroce, di ciò che può farsi in nome di uno Stato che si ribalta su sé stesso, rifiutandosi all’uomo e traducendosi nell’offesa più grave alla vita. Quando il diritto si allontana dall’esistenza (e dai valori fondativi tanto di questa quanto delle regole fondamentali che la governano), ovvero si allontana da quel senso profondo «per il quale le idee e i concetti sono fatti per gli esseri umani, per affiancarli e orientarli nelle loro vicende, che sono spesso conflitti, allora… “la storia procede come può” e tutta l’esperienza giuridica -e dentro di essa la medesima scienza- può essere concepita come semplice strumento, come mezzo per perseguire fini disparati»[156].

Dall’esperienza costituente in poi, fino alle esperienze più minute del vivere quotidiano, il monito sembra dunque ancora lo stesso: il sistema politico e giuridico non può non essere il momento del «pensare che l’uomo fa di sé stesso, della vita, della storia, del mondo, mentre vive sé stesso secondo idee umane. Le sollecitazioni etiche che l’esperienza rivolge allo Sato sono nient’altro che un richiamo a questo essere umano dello Stato, anzi a questo doversi pensare dello Stato anch’esso secondo idee umane»[157].

In questo senso si può dire che i racconti dei vissuti rilanciano tacitamente quel “mito politico” cui è stata spesso associata l’esperienza costituente: essi forniscono quel bacino di narrazioni comuni che forniscono «significatività alle esperienze politiche dei membri di un determinato gruppo sociale», in una prospettiva in cui «il concetto di significatività indica la difesa dall’indifferenza nello spazio e nel tempo»[158]. Perché nella non-indifferenza sta il riconoscimento della dignità. Il mito sottrae le cose ultime alla distrazione della Storia e conferisce loro un valore fondante, poiché origina appunto dalla dignità dei «bisogni pratici, di cui non si ha sempre chiara coscienza, da intuizioni nebulose che pure hanno elementi di verità, da istinti oscuri, ma profondi». Può dunque

 

«segnare il principio di un cammino che conduce alla realtà, non solo scoprendola, ma addirittura creandola (…) animando ad ardimenti che il ragionamento esatto ma freddo farebbe isterilire, sviluppando come da un embrione che la racchiude e la cela, una sapienza che a poco a poco da inconsapevole diventa consapevole»[159].

 

Il particolare mito politico cui ha attinto l’Assemblea costituente è una grande biografia plurale e dinamica, destinata in quanto tale a plurimi itinerari di sviluppo. Questa biografia, che le valvole costituzionali di cui ho parlato dovevano mantenere aperta e continuamente attingibile, non parla più del concetto astratto di “uomo” né del concetto di “popolo” legato all’idea egualitarista del passaggio dal “pochi” al “tutti”[160], che ha finito per generare altrettanta astrattezza. Questa biografia parla di persone storicamente situate che, con la forza dei fatti che le riguardano, rilanciano continuamente il conflitto fra l’uguaglianza formale di tutti e la singolarità delle differenze di fatto; persone che reclamano presenza oltre che risposte, autonomia relazionale oltre che diritti.

I fenomeni di reazione e le forme di narrazione di cui ho parlato suggeriscono proprio questo: il rifiuto della posizione in cui le politiche egemoniche tendono a relegare la persona, quale individuo assente, asservito o antagonista; e la rivendicazione di una persona presente, di una «cittadinanza interiore» prima ancora che giuridica e politica, quale dimensione personale fatta di conoscenze dell’umano e di consapevolezza del proprio e altrui valore[161].

 

 

[1] P. Marsocci, Uguaglianza e memoria costituzionale di un legame costituzionale, in Costituzionalismo.it, n. 3/2017, pp. 95 e 97.

[2] V. ad esempio la severa critica avanzata da A. Pugiotto, Quando (e perché) la memoria si fa legge, in Scritti in onore di Lorenza Carlassare (a cura di G. Brunelli, A. Pugiotto, P. Veronesi), Jovene, Napoli, 2009, vol. V, pp. 2345 ss.

[3] P. Marsocci, op. cit., p. 97.

[4] P. Marsocci, op. cit., p. 108, riprendendo il pensiero di P. Ricoeur.

[5] P. Jedlowsky, Il racconto come dimora, Torino, Bollati Boringhieri, 2009, p. 9.

[6] L. Muraro, Al mercato della felicità, Napoli-Salerno, Orthotes, 2016, p. 21.

[7] P. Jedlowsky, Il sapere dell’esperienza. Fra l’abitudine e il dubbio, Roma, Carocci, 2013, p. 73.

[8] P. Barcellona, Il sapere affettivo, Reggio Emilia, Diabasis, 2011, pp. 76 e 58.

[9] A partire dalle note pagine di Benjamin sulla «atrofia dell’esperienza», sono molti gli autori che oggi ne sottolineano l’eclissi, il furto. V. fra gli altri G. Agamben, Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia, Torino, Einaudi, 2001.

[10] G. Forti, La cura delle norme. Oltre la corruzione delle regole e dei saperi, Milano, Vita e pensiero, 2018, p. 90, citando R. Sennet, La cultura del nuovo capitalismo, Bologna, Il Mulino, 2006, p. 144.

[11] P. Jedlowsky, Il racconto come dimora, cit., p. 113.

[12] P. Jedlowsky, op. ult. cit., pp. 92-93.

[13] P. Marsocci, op. cit., p. 112.

[14] P. Grossi, L’invenzione del diritto, Roma-Bari, Laterza, 2017, p. 53. «Gli articoli della nostra Carta, subito dopo la conclamazione segnata nel primo, non abbandonano il popolo italiano nella solitudine astratta di un modello; al contrario, lo immergono nella carnalità dell’esistenza, dandogli una sostanza, dei contenuti storicamente concreti. I suoi componenti -uomini e donne- sono creature carnali, sorpresi nelle trame di una vita quotidiana fatta di ideali ma anche di interessi e bisogni troppo spesso difficili da soddisfare. Sono loro i protagonisti dei ‘principii fondamentali’ e della ‘prima parte’, ed è grazie a loro -e ai principii e regole che li riguardano da vicino- che il popolo sovrano lascia la rarefatta immagine di un mero simbolo per assumere, nella effettività del sistema costituzionale, le fattezze di una creatura storica».

[15] P. Jedlowsky, Memorie del futuro. Un percorso tra sociologia e studi culturali, Roma, Carocci, 2017, pp. 33 e 39.

[16] G. Dossetti, La ricerca costituente 1945-1952, a cura di A. Melloni, Bologna, Il Mulino, 1994, pp. 101-102.

[17] G. Dossetti, ivi, p. 105.

[18] P. Grossi, L’invenzione del diritto, cit., p. 14.

[19] S. Cotta, Persona (filosofia), in Enc. Dir., XXXIII, Milano, Giuffrè, 1983, p. 169: «la persona è sé stessa, e ha integrale coscienza di sé, solo quale ente-in-relazione».

[20] S. Rodotà, Perché laico, Bari, Laterza, 2009, p. 138. In questo senso v. già le illuminanti pagine di G. Berti, Manuale di interpretazione costituzionale, Padova, Cedam, 1994, p. 401, per il quale «la pari dignità si collega con la presenza dell’uomo nella dimensione sociale», e pertanto «l’uguaglianza dell’individuo di fronte alle leggi e all’ordinamento giuridico si raggiunge attraverso il concetto sociale dell’individuo». Sulla dignità come fine e confine della libertà v., fra gli altri, A. Ruggeri, A. Spadaro, Dignità dell’uomo e giurisprudenza costituzionale (prime notazioni), in V. Angiolini (a cura di), Libertà e giurisprudenza costituzionale, Torino, Giappichelli, 1992, p. 22; A. Pirozzoli, Il valore costituzionale della libertà, Roma, Aracne, 2007.

[21] S. Rodotà, Antropologia dell’«homo dignus», in Riv. crit. dir. priv., 2010, pp. 547ss.; e Id., Il diritto di avere diritti, Roma-Bari, Laterza, 2012, pp. 179ss.

[22] S. Rodotà, Dal soggetto alla persona, Napoli, Editoriale Scientifica, 2007, pp. 15ss.

[23] Sulla figura dell’homme situé v. G. Burdeau, Democrazia, Enciclopedia del Novecento, www.treccani.it.

[24] P. Barile, Uguaglianza e tutela delle diversità in Costituzione, in Quad. cost., n. 1, 1994, p. 53.

[25] Vi sono passaggi ben noti, nei lavori dell’Assemblea costituente, in cui si è insistito su questo. Si pensi per tutti a quello in cui La Pira, muovendo dalla necessità di superare l’impostazione del liberalismo individualistico del secolo precedente, propose una formula che doveva esprimere l’inscindibile connessione fra il concetto classico di libertà e i suoi risvolti positivi: «Tutte le libertà garantite dalla presente Costituzione devono essere esercitate per il perfezionamento integrale della persona umana, in armonia con le esigenze della solidarietà sociale ed in modo da permettere l’incremento del regime democratico, mediante la sempre più attiva e cosciente partecipazione di tutti alla gestione della cosa pubblica» (Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, prima sottocommissione, 165ss.). Fra le molte riflessioni, v. per tutti: L. Carlassare, Forma di Stato e diritti fondamentali, in Quad. cost., 1995, p. 45; Id., Persona, in Iter, n. 8/2000, Roma, Treccani, p. 25; G. Ferrara La pari dignità sociale (Appunti per una ricostruzione), in Studi in onore di Giuseppe Chiarelli, a cura di G. Zangari, Milano, Giuffrè, 1974, vol. II, pp. 1089ss.; N. Occhiocupo, Liberazione e promozione umana nella Costituzione, Milano, Giuffré, 1988, in part. pp. 31ss.; U. Rescigno, Persona e comunità. Saggi di diritto privato, Bologna, Il Mulino, 1966.

[26] G. Berti, Manuale di interpretazione costituzionale, cit., 58-59.

[27] P.L. Zampetti, L’art. 3 della Costituzione e il nuovo concetto di democrazia partecipativa, in Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea Costituente, II – Le libertà civili e politiche, Firenze, Vallecchi, 1969, p. 517.

[28] S. Rodotà, La vita e le regole, Milano, Feltrinelli, 2006, p. 24.

[29] F. Pizzolato, Il principio costituzionale di fraternità. Itinerario di ricerca a partire dalla Costituzione italiana, Roma, Città Nuova, 2012, p. 98. E’ significativo che Dossetti, nel ricostruire le radici della Costituzione italiana, le rintracciasse non tanto in un’ideologia comune quanto in «un grande fatto globale», cioè la seconda guerra mondiale e il cumulo di morti che essa aveva provocato: G. Dossetti, La Costituzione ha solide radici, in Id., Conversazioni, Milano, 1994, pp. 67ss.

[30] A. Di Giovine, M. Dogliani, Dalla democrazia emancipante alla democrazia senza qualità?, in Questione giustizia, n. 2/1993, p. 320. Di «democrazia partecipata ed emancipatrice» parla anche G. Ferrara, La revisione costituzionale come trasfigurazione: sussidiarietà, rappresentanza, legalità e forma di governo nel progetto della Commissione bicamerale, in Pol. dir., 1998, p. 124.

[31] G. Capograssi, Leggendo la “Metodologia” di Carnelutti, in Riv. int. fil. dir., XX, 1940, pp.  24-25.

[32] G. Capograssi, Studi sull’esperienza giuridica (1932), in Id, Opere, vol. II, Milano, 1959; Id., Il problema della scienza del diritto (1937), Milano, 1962.

[33] Si vedano in particolare E. Opocher, Esperienza giuridica, in Enc. Dir., vol. XV, Milano, 1966, pp. 735ss., e R. Orestano (nelle note successive). Più di recente, v. l’ampia riflessione di F. Cerrone, Sull’esperienza giuridica. Capograssi, Orestano, Giuliani, in Dir. pubbl., n. 3/2016, pp. 963ss., che sottolinea la persistente fecondità della nozione e del pensiero degli autori che per primi l’hanno indagata.

[34] P. Grossi, L’ordine giuridico medievale, Bari, Laterza, 2006, p. 20.

[35] R. Orestano, Introduzione allo studio del diritto romano, in Riv. it. scienze giuridiche, n. 4/2013, p. 68.

[36] R. Orestano, Della “esperienza giuridica” vista da un giurista, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1980, p. 1193.

[37] Non ci si limita, cioè, a chiedere che le proprie proposte alternative vengano ascoltate ma si elaborano strategie per metterle in pratica: J. Butler, L’alleanza dei corpi, Milano, Nottetempo, 2017, p. 20.

[38] A. Algostino, Settant’anni di “uso” della Costituzione: da patto sociale e progetto alternativo? Brevi note per un contributo al seminario di costituzionalismo.it, in Costituzionalismo.it, fascicolo n. 2/2018, pp. 123ss.

[39] A. Algostino, op. cit., p. 130. Per un’analisi più ampia e che abbraccia una molteplicità di prospettive, v. l’articolata riflessione di A. Apostoli, A proposito delle più recenti pubblicazioni sull’uso della Costituzione, in Costituzionalismo.it, n. 2/2018, pp. 27ss.

[40] A. Algostino, op. cit., p. 131.

[41] D. Demetrio, L’autobiografia come formazione e filosofia di vita. Per gli individui o per le persone?, in Lo Sguardo – Rivista di filosofia, n. 11/2013, p. 372. Sulle fasi storiche della letteratura autobiografica, v. D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1996; Id., La scrittura clinica. Consulenza autobiografica e fragilità esistenziali, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2008.

[42] D. Demetrio, L’autobiografia come formazione e filosofia di vita, cit., p. 373.

[43] M. Rossi, Dal socialismo umanitario al socialismo di classe, in Aa. Vv., La resistenza sul Monte Amiata. Tra memoria individuale e ricostruzione storica, Napoli, Luda Edizioni, 1999, p. 46.

[44] R. Sacco, Il diritto muto. Neuroscienze, conoscenza tacita, valori condivisi, Bologna, Il Mulino, 2015. Si pensi agli usi civici, alla consuetudine, alla mediazione giuridica. Sulle forme e sul rilievo della giuridicità che si sviluppa al di fuori del diritto positivo, v. M.P. Mittica, Attraversare il silenzio. I presupposti impliciti del diritto, in Sociologia del Diritto, n. 2/2012, pp. 106ss.: si parla qui di normatività escluse per indicare quelle «norme implicite o latenti, elaborate nel corso delle interazioni sociali e connesse inestricabilmente ai presupposti taciti su cui si fondano le convivenze umane in ogni gruppo, le quali sono autentiche norme giuridiche. (…) Queste normatività possono essere caratterizzate dal silenzio sia per il fatto di trarre la propria valenza dall’essere implicite -come accade per alcune norme consuetudinarie che si fondano sul loro essere silenti- sia per la ragione più ricorrente di essere escluse dal discorso politico prima ancora che giuridico». Analogamente, sulle categorie dell’infra-diritto e del non-diritto, v. J. Carbonnier, Flessibile diritto, Milano, Giuffrè, 1997.

[45] P. Barcellona, Passaggio d’epoca. L’Italia al tempo della crisi, Genova, Marietti, 2011, p. 7.

[46] Come ricorda D. Demetrio, Raccontarsi, cit., p. 210, «l’autobiografia è l’espressione più elevata della coscienza e della consapevolezza; non soltanto ci riporta al passato, essa abbraccia quanto abbiamo vissuto, stiamo vivendo, vivremo; è sintesi e analisi che aggiunge un altro dominio della mente, tutto speciale, agli altri suoi poteri».

[47] B. Peyrot, La Cittadinanza Interiore, Troina (En), Città Aperta, 2006, pp. 48-49.

[48] M. Foucault, Sull’origine dell’ermeneutica del sé, Napoli, Edizioni Cronopio, 2015, p. 70. Esemplificative della visione focaultiana della soggettività quale unificazione di etica e politica sono le c.d. “tencologie del sé”, quali strumenti pratici e intellettuali che consentono al soggetto di dare un ordine alla propria vita e di accedere a un orizzonte di vita qualificato (bios) anziché ridursi a mera esistenza biologica (zoè): fra queste la Parrēsia, che Foucault definisce sia come “parola vera” che come “parola destrutturante e rischiosa”, che spezza, che disarticola, smascherando i rapporti di forza e denunciando gli abusi di potere. V. in proposito R. Castorina, Pensare e vivere il ‘fuori’. Etopolitica, ontologia e scrittura nella riflessione di Michel Foucault in Lo Sguardo – Rivista di filosofia, n. 11/2013, pp. 173ss.

[49] D. Demetrio, Desiderare ancora di essere “noi”, in Animazione sociale, 46(305), 2016, pp. 12ss.

[50] S. Nanni, Il privato è polittico. Narrazione autobiografica e formazione, Milano, Unicopli, 2014, p. 56.

[51] F. Cambi, L’autobiografia come metodo formativo, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 29.

[52] O. Roselli, Spunti sulla letteratura dell’esilio per la comprensione della dimensione umana e giuridica, in Scritti in onore di Gaetano Silvestri, Torino, Giappichelli, 2016, Vol. III, p. 66 (anche in O. Roselli, Diritti, valori, identità. Scritti di diritto e letteratura e sul linguaggio come strumenti di comprensione della dimensione giuridica, Napoli, E.S.I., 2016, pp. 63ss.).

[53] A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Giustificazione delle autobiografie – Quaderno XIV, Torino, Einaudi, 1975.

[54] Bion parla di “linguaggio dell’effettività” per indicare una forma di «linguaggio-azione» che non si sostituisce all’azione ma ne è strumento indispensabile di realizzazione: «un linguaggio che si pone in rapporto aperto, significativo ed essenziale con le cose, con la realtà (…) non è un rifugio per allontanarsi dalla realtà o per surrogarla, ma è uno stimolo ad affrontarla in maniera diversa»: W.R. Bion, Attenzione e interpretazione, 1970, trad. it. Armando, Roma, 1973, in M.P. Arrigoni  e G. Barbieri, Narrazione e psicoanalisi, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1998, pp. 71-72.

[55] U. Beck, La società del rischio, Roma, Carocci, 2000.

[56] P. Jedlowsky, Il racconto come dimora, cit., p. 128.

[57] Sul senso della narrazione rispetto alla figura poliedrica dell’ “esiliato”, v. O. Roselli, Spunti sulla letteratura dell’esilio, cit., pp. 2056ss.

[58] H. Lefebvre, Il diritto alla città, Padova, Ombre Corte, 1970.

[59] V. Sorrentino, Cupio dissolvi. Senso della vita e abbandono. Impressioni, Roma, Armando, 2015, p. 48.

[60] Naturalmente non sono assenti da questo panorama, e sono anzi numerosi, gli scritti biografici e autobiografici di giuristi; tuttavia una precisazione si impone riguardo al metodo che ho ritenuto di seguire in questo saggio. Sebbene si tratti anche i questi casi di racconto di vite, vi è in genere negli scritti dei giuristi una specificità –un doppio registro- che mi pare ne renda opportuna e più utile un’analisi a sé stante. Tracciando una linea di confine che non è ovviamente così lineare, si potrebbe dire che gli scritti “comuni” interrogano il sistema “dal di fuori”, cioè dalla prospettiva di esperienze concrete che diventano terreno di verifica implicita delle promesse democratiche sulla sostenibilità e dignità dell’esistenza; mentre negli scritti “giuridici” la persona interroga il giurista e il sistema giuridico si interroga “dal di dentro”, ricercando nell’uso dello strumento biografico e autobiografico un modo diverso di rappresentazione della realtà, sovente in polemica col dogmatismo giuridico tradizionale. E’ vero che anche fra gli scritti di giuristi compaiono testi di natura prevalentemente intimistica; così come anche molti scritti comuni, di converso, contengono riflessioni che rimandano fortemente ad alcuni snodi delle politiche di governo delle vite. Pur tuttavia, riguardate nel loro complesso, le biografie e autobiografie giuridiche offrono spunti peculiari che ne giustificano a mio avviso una analisi dedicata, per riflettere sul ruolo del diritto nel governo delle vite, sulla concezione del diritto, sul ruolo del giurista e il suo rapporto col potere. Sia consentito rinviare, in proposito, ad A. Valastro, Storie di democrazia sociale. L’uso della narrazione biografica e autobiografica nella riflessione giuridica, Firenze, Il Ponte editore, 2019, in corso di pubblicazione.

[61] Le scritture autobiografiche comprendono una gamma assai ampia di espressioni, ormai nota agli studiosi: per una panoramica v. per tutti D. Demetrio, La scrittura clinica, cit., pp. 207ss.

[62] M. Isnenghi, Le guerre degli italiani. Parole, immagini, ricordi 1848-1945, Bologna, Il Mulino, 2005, p. 297.

[63] O. De Napoli, introduzione a C. Sirianni, VI Battaglione Libico. Diario della campagna di Etiopia (1936-1937), Roma, Viella, 2016, p. 30, cui si rinvia per una panoramica delle fonti memorialistica e diaristica sulla guerra di Etiopia.

[64] V. ad esempio S. Monti Buzzetti, Scusate la calligrafia. Lettere dal fronte, Milano, Terre di mezzo, 2018.

[65] V. ad esempio il toccante colloquio di un ragazzo di 18 anni con la madre alla vigilia della sua morte nell’eccidio delle Fosse Ardeatine: catturato dalle SS e imprigionato nel carcere di via Tasso, egli invia lettere nascoste nella biancheria da lavare in cui parla delle proprie speranze e progetti, e la consapevolezza di un “diritto di studiare” prende forma nel sogno di iscriversi all’università per diventare medico. O. Orlandi Posti, Roma ’44. Le lettere dal carcere di via Tasso di un martire delle Fosse Ardeatine, Roma, Donzelli Editore, 2004.

[66] O. De Napoli, op. cit., p. 45.

[67] C. Sirianni, VI Battaglione Libico, cit. In senso analogo, fra i molti, G. Salvemini, Con il fuoco nelle vene. Diario di un sottotenente della Grande Guerra, Milano, Terre di mezzo, 2016;  

[68] B. Avataneo, Le ossa affaticate di Salomon Castelletti. Storia di una famiglia di ebrei mantovani, Torino, Silvio Zamorani Editore, 2019: «Lo studio di questi temi, alla ricerca della fisionomia dello scenario in cui si muovono gli ebrei mantovani e con essi i Castelletti nel loro contesto sociale e familiare e nel loro tempo, mi ha indotto a ricercare un’immagine alla quale ricondurre questo complesso e articolato processo, un’idea da poter tradurre in una parola, espressione ed evocazione del percorso che gli ebrei vanno compiendo, o meglio si accingono a compiere. (…) l’idea che ho cercato di mettere a fuoco mi ha portato all’immagine dell’uscita, dal ghetto, dai paesi e dalle città, dalla povertà, dalle restrizioni e dai vincoli, dalle costrizioni e dai condizionamenti, un’immagine forte, chiara, che si apre a un futuro pieno di prospettiva e di possibilità ma forse troppo immediata, troppo meccanica, troppo semplice. (…) Oltre la soglia, fuori dal ghetto, c’è una città arretrata, sul piano economico, sociale, urbanistico, infrastrutturale e dei servizi, una città nella quale incominciano a farsi strada nuove attese, sorrette da un clima di maggiore libertà di opinione e di possibilità di iniziativa politica; ancora fuori c’è una terra ricca, fertile, che però patisce la miopia di una classe di proprietari terrieri incapaci o insensibili a modi di produzione innovativi e che mantengono forme di lavoro insopportabili. Le condizioni nelle campagne sono disastrose, l’alimentazione è del tutto insufficiente, le malattie si diffondono, la piccola criminalità cresce; molti iniziano a migrare verso l’America latina (…) Contemporaneamente nascono le prime organizzazioni di mutuo soccorso (…) Il movimento socialista si afferma e si radica nel territorio, Mantova e provincia ne diventano un presidio egemonico e che tale resterà fino alle soglie della Prima guerra mondiale. (…) Nel primo dopoguerra le sinistre consolidano il loro potere politico. Tuttavia, il fascismo incombe» (pp. 82-84 e 200-201).

[69] F. Avanzati, Il seme sotto la terra, Milano, La Pietra, 1996, p. 116, citando un passo del testo di Antonio Labriola, “La concezione materialistica della storia”, letto durante gli anni del confino e avuto in dono dall’editore Laterza grazie all’approssimativa vigilanza cui egli era sottoposto e alla mancanza di censura.

[70] M. Capecchi, Autobiografia di un operaio comunista (1913-1967), Firenze, Centro Editoriale Toscano, 1997, che descrive con estrema chiarezza la disumanità delle condizioni di lavoro nelle miniere, specie negli anni del fascismo.

[71] F. Avanzati, op. cit., p. 116.

[72] M. Capecchi, op. cit., pp. 58-59. In senso analogo F. Avanzati, op. cit., pp. 59ss., che definisce il confino «centro di vita culturale, ideale e politica», e ricorda l’esperienza presso l’isola di Ponza come «la più preziosa» della sua vita: «Prima di raggiungere Ponza, la mia adesione al comunismo era stata più che altro un fatto istintivo e fu solo in quella straordinaria scuola che diventò adesione convinta e consapevole. Fu a quella scuola che mi formai e preparai a dare il mio contributo alla lotta contro il fascismo e al movimento partigiano». Significativa la descrizione dei corsi organizzati nei luoghi di confino, quelli legali e quelli clandestini.

[73] M. Capecchi, op. cit., pp. 147-148: «Nel 1959, dopo uno sciopero mal condotto dalle organizzazioni sindacali, sia per incompetenza sia per complicità con l’azienda, la Montamiata licenziò circa centocinquanta operai e qualche impiegato, tutti comunisti tra cui la quasi totalità partigiani. Nessun democristiano o socialista fu toccato. Le responsabilità del partito nel modo con cui si arrivò al licenziamento ed il criterio seguito furono grandi. (…) Mi trovai di nuovo disoccupato». In contesti diversi gli eccessi verticistici del “partito” assumono una fisionomia addirittura caricaturale, come nel racconto di L. Bianciardi, La vita agra, Milano, Rizzoli, 1962, pp. 74ss.

[74] L. Bianciardi, op. cit., pp. 156-158.

[75] Gracco (Angiolo Gracci), Brigata Sinigaglia, Giugliano, La città del sole, 2006.

[76] P. Calamandrei, Restaurazione clandestina, in Il Ponte, nn. 11-12, novembre –dicembre 1947, Crisi della Resistenza, p. 962.

[77] L. Bianciardi, op. cit., pp. 158-159: «Ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana (…) perché in quel vuoto si ficcherebbero automaticamente altri specialisti della dirigenza. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, in interiore homine. Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha».

[78] V. fra gli altri T. Bordonaro, La spartenza, Navarra Editore, Palermo, 2013; V. Rabito, Terra matta, Torino Einaudi, 2008.

[79] L. Braghetti, F. Mambro, Nel cerchio della prigione, Milano, Sperling & Kupfer, 1995, p. XVIII: «Questo non è un libro di storia e neanche un libro di cronaca giudiziaria. (…) Non troverete approfondite quelle pagine dove sono nominate alcune delle nostre vittime. Perché questa scelta? E’ un argomento di una delicatezza estrema e già in troppi l’hanno trattato con fini strumentali. Temevamo, parlandone troppo, di passare per opportuniste e, parlandone troppo poco, per ciniche. Non siamo né le une, né le altre. In momenti di particolare emozione ci è sembrato di avere qualcosa di rilevante da dire, ne abbiamo parlato a lungo insieme e con i nostri amici più stretti, e abbiamo provato a scrivere frasi che avessero un senso compiuto, senza i soli artifici della retorica. Credevamo di aver capito moltissime cose nella riflessione forzata imposta dai tanti anni di carcere. In realtà, cercando di guardare in profondità, abbiamo scoperto proprio in questi mesi che c’è ancora moltissimo da dire sul legame, che sospettiamo inscindibile, tra vittima e carnefice. In alcuni episodi siamo state vittime, in altri innegabilmente carnefici. Non abbiamo ancora scoperto tutti i nessi. Possiamo solo dirvi che il dialogo a distanza con chi non può risponderci a parole continua, con impegno».

[80] F. Avanzati, op. cit., p. 278.

[81] Sull’ambivalenza delle ricadute del sistema di governo neoliberale, che produce soggettivazioni formalmente autonome ma di fatto assoggettate, auto-governo e tramonto dell’assistenzialismo ma anche solitudine e precarietà, v. fra le altre, le penetranti analisi di L. Bazzicalupo, L’economia come logica di governo, in www.spaziofilosofico.it, 2013, p. 21ss.; S. Vida, Neoliberismo, biopolitica e schiavitù. Il capitale umano in tempo di crisi, in www.cosmopolisonline.it, n. 2, 2016.

[82] P. Jedlowsky, Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana, Milano, Mondadori, 2002.

[83] Con particolare riferimento alle vicende esistenziali legate al terremoto, v. fra gli altri G. Niccolai, M.G. Pavarotti, Il terremoto qualche tempo dopo. Laboratorio autobiografico Cavezzo febbraio-marzo 2013, Tricase (LE), Self-Publishing, 2013; T. Mattei, Narrare e narrarsi nella scuola in tenda del post-sisma aquilano, in MeTis, n. 1/2016, www.metisjournal.it.

[84] Gli strumenti partecipativi conoscono già da tempo tecniche basate sulla raccolta delle storie: così ad esempio le “mappe di comunità”, oggi di nuovo valorizzate e diffuse nell’ambito della cura dei beni comuni e della riqualificazione partecipata, attraverso le quali si intende favorire la riconnessione delle memorie collettive per attingere da esse non soltanto nuovo legame sociale ma anche indicazioni per il recupero e la risignificazione dei luoghi di vita quotidiana.

[85] «I luoghi sono storie frammentarie e ripiegate, passati sottratti alla leggibilità da parte di altri, tempi accumulati che possono dispiegarsi ma sono là piuttosto come racconti in attesa»: M. De Certeau, L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2012, pp. 163-165.

[86] E. Scandurra, Vite periferiche. Solitudine e marginalità in dieci quartieri di Roma, Roma, Ediesse, 2012, p. 38.

[87] E. Scandurra, op. ult. cit., pp. 40-43.

[88] V. Sorrentino, Aiutarli a casa nostra. Per un’Europa della compassione, Roma, Castelvecchi, 2018, pp. 14-15 e 8.

[89] O. Roselli, Spunti sulla letteratura dell’esilio, cit., pp. 66-67, ricordando il dolente «se ci pungete non sanguiniamo noi?» dell’ebreo Shylock nel Mercante di Venezia.

[90] P. Cendon, I diritti dei più fragili. Storie per curare e riparare i danni esistenziali, Milano, Rizzoli, 2018, pp. 18 e 27-28.

[91] P. Cendon, op. ult. cit., pp. 48-49 e 24. Questo modo di utilizzare le storie è particolarmente diffuso e consolidato in contesti di fragilità in cui si pone in modo forte il tema dell’identità (detenzione, marginalità, devianza giovanile, migranti, ecc.): per alcune considerazioni di metodo (oltre a D. Demetrio, Scrittura clinica, cit.), v. fra gli altri C. Benelli, Storie di nessuno, storie di tutti, Roma, Aracne, 2009; I. Gamelli (a cura di), Il prisma autobiografico. Riflessi interdisciplinari del racconto di sé, Milano, Unicopli, 2003; B. Poggio, Mi racconti una storia? Il metodo narrativo nelle scienze sociali, Roma, Carocci, 2004.

[92] P. Barcellona, L’anima smarrita, Torino, Rosenberg & Sellier, 2015, p. 96.

[93] Gli studi sull’epigenetica (e non solo) hanno ampiamente dimostrato come l’ambiente sia il principale determinante di salute degli individui, e la figura dell’esposto sia particolarmente legata ai principi di sostenibilità e precauzione. Per riflessioni più ampie su questi aspetti, con particolare riferimento al cambio di paradigmi che si rende necessario allorché si passi da una prospettiva di politiche di governo della “debolezza” ad una di governo della “fragilità”, mi sia consentito rinviare ad A. Valastro, La vita fragile: ripensare i paradigmi delle politiche oltre la debolezza e le crisi, in Scritti per Luigi Lombardi Vallauri, Wolters Klewr, 2016, vol. II, pp. 1445ss.

[94] L. Bigliazzi Geri, Moltiplicazione cancro. Una donna in lotta contro il male del secolo, Venezia, Marsilio, 1996.

[95] E. Scandurra, Fuori squadra, Roma, Castelvecchi, 2017.

[96] M. Marzano, Volevo essere una farfalla, Milano, Mondadori, 2011.

[97] S. Iaconesi – O. Persico, La cura, Torino, Codice edizioni, 2016, pp. 115-118.

[98] E. Scandurra, Fuori squadra, cit., p. 88.

[99] V. ad esempio: L. Katiay, Lireta non cede. Diario di una ragazza albanese, Milano, Terre di  mezzo, 2016: «Ricordo che quella notte sul gommone non eravamo solo noi ad avere a bordo dei bambini piccoli, c’erano altre famiglie con noi, spaventati e soprattutto pentiti, come noi».

[100] L. Bianciardi, La vita agra, cit., p. 34.

[101] R. Castorina, Pensare e vivere il ‘fuori’, cit., pp. 177-178.

[102] P. Barcellona affermava che « per uscire dalla crisi bisogna avere il coraggio di investire affettivamente sulla condizione umana», facendone un’indicazione non solo individuale ma anche politica (Passaggio d’epoca, cit., p. 50).

[103] M. Marzano, op. cit.

[104] «La parola letteraria, che opera in profondo, è sempre altra cosa dal potere e poiché la democrazia, pur essendo una buona organizzazione del potere non è mai perfetta, ma solo perfettibile, non è male che esista un osservatore esterno del suo funzionamento come è la parola letteraria, perciò questa sua funzione di sorveglianza va salvaguardata con grande cura»: A. Tabucchi, Il gioco del rovescio tra autore e personaggio, intervista di Albert Scarponi, in www.retididedalus.it, 1999, citato da M. Park, L’impegno nella scrittura: Tabucchi e la nuova figura di scrittore intellettuale, in Il Ponte, n. 1, 2018, 157.

[105] P. Barcellona, La strategia dell’anima, Troina (EN), Città Aperta, 2003, p. 65.

[106] Z. Bauman, Vite di scarto, Roma-Bari, Laterza, 2005; M.G. Contini, Elogio dello scarto e della resistenza, Bologna, Clueb, 2009.

[107] L. Muraro, Al mercato della felicità, ci., p. 137.

[108] J. Bruner, La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 35: «i racconti non solo sono prodotti del linguaggio, così notevole per la sua fecondità, che consente di narrare versioni diverse, ma il narrarli diventa ben presto fondamentale per le interazioni sociali».

[109] M. De Certeau, L’invenzione del quotidiano, cit., p. 282. A commento del testo di De Certeau, P. Di Cori utilizza l’efficace metafora delle porte girevoli, che collegano e separano, come in un sistema di saliscendi continuo. «Il quotidiano (non) è (che) questo: l’ordinario è il risultato dell’accumulo di consuetudini rituali a costituire una trama pesante intessuta di sforzi fisici, tensioni psicologiche, difficoltà continue da superare, noia; ma anche dimensione che all’improvviso si apre su uno spazio ricco di inaspettate occasioni, dove poter esercitare creatività e immaginazione». P. Di Cori, Porte girevoli, Postfazione in M. De Certau, op. cit., p. 290.

[110] R. Castorina, Pensare e vivere il ‘fuori’, cit., pp. 195-196.

[111] J. Bruner, La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita, cit., p. 35: «i racconti non solo sono prodotti del linguaggio, così notevole per la sua fecondità, che consente di narrare versioni diverse, ma il narrarli diventa ben presto fondamentale per le interazioni sociali».

[112] M.P. Mittica, Raccontando il possibile. Eschilo e le narrazioni giuridiche, Milano, Giuffrè, 2006, p. 15.

[113] D. Demetrio, L’autobiografia come formazione e filosofia di vita. Per gli individui o per le persone?, cit., p. 373.

[114] R. Cover, Nomos e narrazione. Una concezione ebraica del diritto [1980], a cura di M. Goldoni, Torino, 2008, p. 18, ripreso da M.P. Mittica, op. ult. cit.

[115] M.P. Mittica, Diritto e costruzione narrativa. La connessione tra diritto e letteratura: sputi per una riflessione, in Tigor: Rivista di scienze della comunicazione, n. 1, 2010, p. 18.

[116] D. Demetrio, op. ult. cit., p. 380.

[117] S. Rodotà, Vivere la democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2018, p. 9.

[118] S. Rodotà, op. ult. cit., p. 10.

[119] Tema che ovviamente porterebbe lontano. Basti qui almeno ricordare, per tutte, le parole con cui Piero Calamandrei ebbe a tratteggiare la nuova fisionomia del “pubblico” prefigurato dal modello della nascente democrazia sociale: «bisogna guardarsi, se si vuol cogliere il carattere veramente essenziale del sistema democratico, dal considerare il riconoscimento delle libertà individuali come una specie di actio finium regundorum tra due vicini ostili e scontrosi, l’interesse privato e l’interesse pubblico, che possano andare d’accordo solo a patto di restare chiusi ciascuno nei propri confini. L’autorità e la libertà possono guardarsi in cagnesco e diffidare l’una dell’altra (e questo era il principio del costituzionalismo liberale), fino a quando l’autorità (il potere di prendere decisioni collettive) vanti la sua legittimazione in un titolo diverso da quello della volontà del popolo, perché in tal caso le libertà individuali si affermano come rivendicazioni contro lo sconfinato arbitrio dell’autorità e come riduzioni e menomazioni dell’ingerenza di questa (…). Ma nel sistema democratico i diritti di libertà non si possono più concepire come espressione di diffidenza e di difesa contro l’autorità; ma piuttosto (si debbono concepire) come strumenti e come condizione dell’autorità medesima. (…) In un ordinamento democratico le libertà individuali, anche se non fossero reclamate dai singoli a difesa dell’interesse privato, apparirebbero come primordiale esigenza dell’interesse pubblico: perché di esse la democrazia ha bisogno per respirare, ossia per vivere». Cfr. P. Calamandrei, L’avvenire dei diritti di libertà, Introduzione a F. Ruffini, Diritti di libertà, Firenze, La Nuova Italia, 1975, pp. 121-122, citato da R. Passini, La Resistenza continua. Costituzione, libertà, socialismo, cit., p. 23, il quale ricorda come in questo scritto siano state riconosciute «le basi di una vera e propria teoria generale della Costituzione secondo il pensiero liberalsocialista».

[120] G. Ferrara, Sulla democrazia costituzionale, in Scritti in onore di Lorenza Carlassare, cit., p. 1914.

[121] G. Azzariti Diritto e conflitti, Roma-Bari, Laterza, 2010, p. 13.

[122] G. Berti, Manuale di interpretazione costituzionale, cit., 64.

[123] C. Salvi, Capitalismo e diritto civile. Itinerari giuridici dal Code civil ai Trattati europei, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 158.

[124] Come è stato causticamente osservato, lo «Stato debitore è responsabile verso il “popolo del mercato”, non più verso il popolo come insieme dei cittadini dello Stato»; e «il cittadino come lavoratore cede il passo al cittadino come consumatore», che diviene «il nuovo soggetto debole», come tale destinatario di un solenne elenco di diritti definiti «fondamentali», fra cui spicca il diritto «all’educazione al consumo». Sulla tutela di questo nuovo soggetto debole si appunta l’attenzione di una parte dell’impalcatura giuridica; e la tutela della persona sembra mirare più alla promozione della capacità del “cittadino consumatore” di compiere scelte di mercato informate e consapevoli, che non alla redistribuzione del potere e del reddito al fine di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la dignità, la libertà e l’eguaglianza del “cittadino persona”. Cfr. C. Salvi, op. cit., pp. 188ss.

[125] Già nella metà degli anni ’70, sull’onda della delusione generata dal fallimento del principio di programmazione che i nuovi statuti regionali avevano posto con enfasi (“metodo dell’azione regionale”), Giorgio Berti si chiedeva se la programmazione non dovrebbe essere un modo, il modo, «di concepire e di ordinare i rapporti tra politica ed economia…, tra interesse sociale e interesse dell’impresa economica»: La parabola regionale dell’idea di partecipazione, in Le regioni, 1974, p. 7. Sulla tendenziale estromissione dagli atti di pianificazione dei bisogni trascurati dalle tecnostrutture, v. le aspre considerazioni di G. Burdeau, Democrazia, cit.: «indubbiamente preoccupazioni di questo tipo non sono totalmente assenti dai documenti elaborati dalle equipes dei pianificatori [servizi pubblici non remunerativi, salute, lotta contro l’inquinamento, ecc.]. Ma è ben chiaro che esse vi sono inserite alla stregua di mere clausole retoriche. I mezzi destinati a soddisfare tali esigenze rimangono nell’indeterminato, oppure sono caratterizzati da una pericolosa elasticità. Ma il prodotto nazionale lordo, il tasso di sviluppo e il volume degli investimenti produttivi non sono soggetti da trattare in modo così disinvolto. Essi sono al centro del sistema. Qui è la tecnostruttura a comandare».

[126] M. Luciani, Il paradigma della rappresentanza di fronte alla crisi del rappresentato, in N. Zanon, F. Biondi (a cura di), Percorsi e vicende attuali della rappresentanza e della responsabilità politica, Milano, Giuffrè, 2001, pp. 109ss.

[127] G. Ferrara, Sulla democrazia costituzionale, cit., p. 1914.

[128] S. Rodotà, Costituzione “figlia” della Resistenza, in www.hyperpolis.it.

[129] S. Rodotà, ivi.

[130] S. Rodotà, ivi.

[131] Il carosello degli argomenti che si agitano intorno alla Costituzione, «per denunciarne “il tradimento”, per chiamare alla sua “difesa”, per invocarne la “riforma globale modernizzatrice”, appartengono alla corrente narrazione priva di contenuto specifico. E queste parole –“tradimento”, “difesa”, “riforma”- che in altre stagioni della Repubblica, anche non troppo lontane, hanno avuto senso e spessore, (…) ora si riducono a vuote risonanze»: A. Staiano, Settant’anni. Storia e sorte della Costituzione, in Federalismi.it, n. 11/2018, p. 2.

[132] Intervento in Assemblea Costituente, seduta dell’11 marzo 1947, in G. La Pira, Una Costituzione per l’uomo, a cura di U. De Siervo, Firenze, Cultura Nuova Editrice, 1996 (II ed.), p. 239.

[133] Si pensi al ritorno di attenzione per la consuetudine e gli usi civici. Ma si pensi anche alla mediazione, ai Patti di collaborazione previsti dai regolamenti comunali sulla cura condivisa dei beni comuni, agli orientamenti giurisprudenziali più recenti su alcuni temi più delicati del c.d. biodiritto (la nascita, la morte, l’identità, la genitorialità): si tratta di casi che, seppure eterogenei, evidenziano nuovi movimenti del diritto in direzione delle vite, sia nel senso di dare spazio a forme di c.d. giuridicità muta, sia nel senso di aprirsi a contenuti innovativi e non predeterminati perché attinti dall’esperienza, sia -infine- nel senso di un vero e proprio “ritiro” del diritto rispetto a talune questioni esistenziali più strettamente individuali. Per alcune considerazioni in proposito v., fra altri, R. Sacco, Il diritto muto, cit.; N. Bobbio, La consuetudine come fatto normativo, (1942), Torino, Giappichelli, 2010; P. Veronesi, Il corpo e la Costituzione. Concretezza dei “casi” e astrattezza della norma, Milano, Giuffrè, 2007.

[134] Sulle «ragioni per insistere sull’“ultrattività” del disegno costituzionale del ‘48», v. A. Apostoli, A proposito delle più recenti pubblicazioni sull’uso della Costituzione, cit., pp. 70ss.

[135] S. Rodotà, Costituzione “figlia” della Resistenza, cit.

[136] G. Zagrebelsky, Diritto allo specchio, Torino, Einaudi, 2018, p. 233.

[137] G. Zagrebelsky, ivi, p. 235.

[138] G. Zagrebelsky, ibidem.

[139] Sui rischi di un’idea degenerata di legalità, oggi diffusa, v. G. Zagrebelsky, op. ult. cit., p. 174: «La sostituzione della legalità come ubbidienza a norme stabili precostituite cede il passo o a poteri d’eccezione a quella legalità o alla creazione di sempre nuova e rapida legalità, cioè alla produzione di norme accelerata o “motorizzata”». Per una lettura ancor più articolata della legalità, quale espressione di forma di cui tuttavia la legge non è più l’esclusivo riferimento, v. le interessanti considerazioni di F. Giglioni, Che cos’è veramente la legalità?, cit.: «esistono altre forme diverse dalla legge che sono ugualmente da osservare, perché la legalità può produrre anche ingiustizia e perché ci può essere un ordine giuridicamente valido anche al di fuori della legalità formale» (v. le esperienze di autorganizzazione per interessi generali, come la cura dei beni comuni, su cui retro, cap. VII).

[140] G. Zagrebelsky, op. ult. cit., p. 238.

[141] P. Grossi, L’invenzione del diritto, cit., p. XI. Sul diritto come insieme di regole in movimento, da inventare e reinventare continuamente, v. anche N. Bobbio, Il diritto nelle scienze umane in Italia oggi, Bologna, 1971, p. 266; e sul ruolo giocato dalla fantasia in questo lavoro di creazione, v. le affascinanti riflessioni di V. Panuccio, La fantasia nel diritto, Milano, Giuffrè, 1984, in part. pp. 117ss.

[142] Non è un caso che questa espressione sia utilizzata da Umberto Allegretti per definire il concetto di “democrazia partecipativa” ed evidenziarne la dinamicità e costante mutevolezza delle forme nei vari contesti (storici e geografici): v. in particolare Democrazia partecipativa, voce Enc. dir., Annali, IV, Milano, 2011, pp. 295ss.; e Democrazia partecipativa: un contributo alla democratizzazione della democrazia, in Id. (a cura di), Democrazia partecipativa. Esperienze e prospettive in Italia e i Europa, Firenze, Firenze University Press, 2010.

[143] In questo senso v. in particolare F. Pizzolato, Il principio costituzionale di fraternità. Itinerario di ricerca a partire dalla Costituzione italiana, Roma, Città Nuova, 2012, pp. 28ss.

[144] L. Mengoni, Diritto e tecnica, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2001, p. 7.

[145] L. Mengoni, Il diritto costituzionale come diritto per principii, in Ars Interpretandi-Annuario di ermeneutica giuridica, 1996, p. 97.

[146] L. Mengoni, Forma giuridica e materia economica, (1963), ora in Diritto e valori, Bologna, Il Mulino, 1985, p. 161.

[147] A. D’Andrea, Solidarietà e Costituzione, in Jus, n. 1/2008, p. 194.

[148] A. D’andrea, op. ult. cit., p. 194.

[149] A. Lucarelli, La democrazia dei beni comuni, Roma-Bari, Laterza, 2013, p. 45. Sulla funzione “risocializzante” dei beni comuni rispetto alla categoria tradizionale dei beni pubblici v. A. Lucarelli, Crisi della democrazia e funzione sociale dei beni pubblici nella prospettiva costituzionale. Verso i beni comuni, in Dir. soc., n. 3/2016, pp. 483ss. La prospettiva della cura e della condivisione come paradigma che dalla sfera del privato si estenda a diventare strategia politica è evidenziata, in particolare, da G. Arena, G. Cotturri (a cura di), Il valore aggiunto. Come la sussidiarietà può salvare l’Italia, Roma, Carocci, 2010; G. Arena, C. Iaione (a cura di), L’età della condivisione. La collaborazione fra cittadini e amministrazioni per i beni comuni, Roma, 2015, pp. 15 ss.; M. Bombardelli (a cura di), Prendersi cura dei beni comuni per uscire dalla crisi. Nuove risorse e nuovi modelli di amministrazione, Napoli, Editoriale Scientifica, 2016.

[150] La dimensione morale e democratizzante del concetto di democrazia partecipativa, in quanto orientato verso obiettivi di giustizia sociale, ha caratterizzato soprattutto il contesto originario (in particolare l’America Latina). In Italia e in Europa si è riscontrata a lungo una sostanziale assenza di riferimenti alla giustizia sociale e alla disuguaglianza sociale nelle motivazioni delle pratiche partecipative: gli scopi cui si fa più sovente riferimento sono quello di carattere conoscitivo (riduzione dell’asimmetria del decisore) e quello legittimante (acquisizione di consenso e di legittimazione sostanziale da parte della politica), a discapito di funzioni redistributive, di giustizia sociale, di sostenibilità ambientale, di controllo. Nella letteratura, tra le voci che con più fermezza hanno richiamato la necessaria connessione fra le politiche partecipative e gli obiettivi di giustizia sociale, v. U. Allegretti, Basi giuridiche della democrazia partecipativa in Italia: alcuni orientamenti, in Dem. dir., n. 3/2006, p. 157, ove si afferma che «proprio i senza-diritto, gli strati di popolazione più deboli, i marginali, sono coloro a cui è destinata più che a tutti gli altri l’apertura partecipativa, al fine di consentire che possano esprimere i loro bisogni e le loro volontà»; Id, La democrazia partecipativa: uno sviluppo della Costituzione nella “società liquida” e nella crisi della democrazia, in Aa. Vv. (a cura di), Questa nostra Costituzione. Sessant’anni dopo, Firenze, Il Ponte Editore, 2009, pp. 153ss.; G. Allegretti, Giustizia sociale, inclusività e altre sfide aperte per il futuro dei processi partecipativi europei, in U. Allegretti (a cura di), Democrazia partecipativa, cit., pp. 383ss., che parla di «fragoroso silenzio» a proposito della situazione italiana; L. Bobbio, Dilemmi della democrazia partecipativa, in Dem. dir., n. 4/2006, p. 15, per il quale la partecipazione dei soggetti più deboli è «la scommessa fondamentale della democrazia partecipativa».

[151] A. Valastro, La democrazia partecipativa come metodo di governo: diritti, responsabilità, garanzie, in G. Arena, F. Cortese (a cura di), Per governare insieme: il federalismo come metodo, Padova, Cedam, 2011, pp. 159ss.

[152] In questo senso v. le convincenti riflessioni di F. Cerrone, Sull’esperienza giuridica, cit., in part. p. 1011.

[153] A. Pigliaru, La piazza e lo Stato, Nuoro, Il Maestrale, 2012, p. 44.

[154] G. Azzariti, Contro il revisionismo, Roma-Bari, Laterza, 2016, pp. 40ss.

[155] S. Rodotà, La vita e le regole, cit., p. 72.

[156] F. Cerrone, Sull’esperienza giuridica, cit., p. 981, citando G. Capograssi.

[157] A. Pigliaru, op. cit., p. 20.

[158] A. Morelli, L’agenda della Costituente. Dal metodo dell’Assemblea al discorso sule riforme, in F. Cortese, C. Caruso, S. Rossi (a cura di), Immaginare la Repubblica. Mito e attualità dell’Assemblea Costituente, Milano, FrancoAgeli, 2018, p. 41 (citando in particolare C. Bottici, Filosofia del mito politico, Torino, Bollati Boringhieri, 2012, e H. Blumenberg, Elaborazione del mito, Bologna, Il Mulino, 1991).

[159] S. Romano, Mitologia giuridica (1946), in Id., Frammenti di un dizionario giuridico, Milano, Giuffrè, pp. 133-134, citato da A. Morelli, op. ult. cit.

[160] «Ancor più importante dell’estensione da pochi a molti e a tutti, è il fatto che quando una cosa arriva ad essere veramente di tutti, essa cambia. (…) Se si raggiunge l’orizzonte di tutti, c’è un cambiamento di qualità, e non semplicemente di quantità»: A. Capitini, Omnicrazia: il potere di tutti, Firenze, Il Ponte editore, 2016, p. 48.

[161] B. Peyrot, Una biografia per la cittadinanza, in Altre Modernità, n. 6/2014, p. 140.

pubblicato in Costituzionalismo.it, n.II 2019




Scienza e politica: dati, crisi e previsioni

La crisi pandemica del Covid-19 ha imposto all’ordine del giorno un dibattito sul rapporto tra scienza e politica. Si chiedono in molti  che cosa abbiano fatto mai gli «esperti» per prevedere e evitare questa crisi: sembra che i virologi, gli epidemiologi, i biologi (la competenza specifica viene spesso e volentieri confusa) si siano fatti trovare completamente impreparati da questa crisi, un po’ come gli economisti con la crisi del 2008 o i geologi con i vari terremoti che sono recentemente avvenuti. L’opinione pubblica, guidata da media confusionari quando non semplicemente non all’altezza, assiste sempre più  confusa a questa incapacità della scienza di fornire risposte precise e affidabili; i riflettori che si sono accesi sulla ricerca stanno mettendo luce su una situazione che sembra vieppù imbarazzante.

Mauro Dorato, Hykel Hosni e Angelo Vulpiani, in un articolo su Il Manifesto (ripreso anche su Roars), ricordano il ruolo dell’incertezza nell’indagine scientifica e della difficoltà di comunicare questo concetto al grande pubblico, concludendo che  “Purtroppo, le decisioni politicamente rilevanti sono spesso permeate di incertezza…. In queste condizioni, soprattutto quando non c’è molto tempo per decidere, i politici hanno l’obbligo di informarsi raccogliendo le migliori ipotesi scientifiche disponibili le quali, quando le corrispondenti teorie scientifiche non sono ancora ben corroborate, saranno necessariamente incomplete, divergenti, e provvisorie. Si tratta allora di elaborarle e valutarle con la massima prudenza alla luce del loro mandato. E prendersi la responsabilità delle scelte fatte, e non sostenere che la decisione non sia di natura politica, ma meramente dettata dalla scienza.”

Per comprendere il problema delle previsioni bisogna iniziare facendo un passo indietro: ne ho discusso nel mio libro “Rischio e previsioni” al quale rimando per una analisi più completa. Qui vorrei prima riassumere il problema delle previsioni “ad uso sociale” e poi commentare il problema connesso all’epidemia del Covid. Dunque, il lettore mi perdoni la lunga autocitazione ma ho riportato un passo rilevante per l’argomento che vorrei affrontare in questo post per spiegare le connessioni tra scienza e politica e  tra scienza e media che sono ora all’attenzione generale. Soprattutto cercherò di mettere in luce l’origine della criticità della gestione della crisi epidemica attuale.

Le previsioni hanno dunque un ruolo fondante per la scienza e per lo stesso metodo scientifico. Ad esempio, la previsione della posizione dei pianeti, è stata una verifica dell’interpretazione della natura della forza di gravità; le previsioni del tempo domani, per fare un altro esempio noto a tutti, non hanno lo stesso ruolo.  Le previsioni della tradizione scientifica si distinguono dalle previsioni mirate a guidare decisioni, e quindi intese come servizio alla collettività: la confusione tra questi due piani può minare la corretta comunicazione tra scienza, politica e società e rendere difficile la comprensione dell’attendibilità e dei limiti delle previsioni. Negli ultimi anni è sorto così un nuovo tipo di scienza delle previsioni, motivato in parte dalle esigenze dei responsabili politici e in parte dalla disponibilità di nuove tecnologie e dei big data. Le moderne tecnologie consentono, infatti, il monitoraggio costante di fenomeni atmosferici, geologici o sociali, con la speranza di prevedere catastrofi naturali e limitarne gli effetti con piani di prevenzione. Analogamente, si sorveglia la diffusione di malattie ed epidemie per decidere l’opportunità di vaccinazioni di massa o di altre forme di prevenzione. 

Assistiamo dunque a un investimento crescente, stimato nell’ordine di miliardi di dollari l’anno, per sviluppare strumenti e tecnologie in grado di prevedere, al meglio possibile, eventi naturali e sociali. La nuova disciplina delle previsioni, con implicazioni a carattere sociale, tenta di prevedere il comportamento sia di fenomeni ordinari sia di complessi fenomeni ambientali, come i cambiamenti climatici, i terremoti e gli eventi meteorologici estremi, ma anche di alcuni fenomeni sociali ed economici, come la diffusione di malattie, lo sviluppo delle popolazioni, la sostenibilità dei sistemi pensionistici, ecc. Tuttavia, utilizzare queste previsioni, per quanto tecnicamente solide, allo scopo di sviluppare delle politiche non è affatto semplice.

Questa situazione richiede che si chiariscano il concetto di previsione e la sua declinazione in ambiti completamente diversi.  Per fare un esempio, a differenza dei casi che abbiamo considerato finora, le previsioni del tempo non sono ritenute essere una verifica delle equazioni della fluidodinamica e le previsioni dei terremoti non sono un test per le leggi dell’elasticità, al contrario della previsione della posizione dei pianeti, che è stata una verifica dell’interpretazione della natura della forza di gravità.

Questo tipo di previsioni ha infatti un ruolo differente: quello di garantire una base razionale alle decisioni in ambito di politiche globali o locali, protezione civile, ecc. In pratica si dà per scontato, data l’evidenza accumulata a loro supporto, che, ad esempio, le leggi della fluidodinamica che regolano l’atmosfera, o quelle dell’elasticità per i terremoti, siano corrette, e dunque se ne calcolano gli effetti sui sistemi reali. Come vedremo più avanti, però, questo passaggio non è per nulla scontato, a causa di complicazioni tecniche e di effetti caotici nel primo caso, e principalmente per l’impossibilità di eseguire osservazioni dirette del sistema nel secondo caso.  D’altra parte, è chiaro che se i modelli usati per eseguire, ad esempio, le previsioni meteo sbagliassero continuativamente in maniera clamorosa, prevedendo tempo splendido quando invece arriva un uragano, o una tempesta di neve al posto di una calda giornata di sole estivo, sorgerebbe qualche serio dubbio sui fondamentali del campo. Ovviamente questo non accade e le previsioni meteo a volte sbagliano, sì, ma senza confondere il bianco col nero. Lo stesso avviene per i terremoti: i sismologi identificano le zone sismiche, anche se, come vedremo più avanti, non sono in grado di prevedere il momento e il luogo esatti dell’accadimento del prossimo terremoto; ma le fondamenta della geofisica sarebbero seriamente in crisi se un terremoto di enorme intensità si verificasse in una zona ben lontana dai confini delle placche tettoniche, che sono le zone critiche rispetto alla sismicità. Anche in questo caso, un evento del genere non si è mai verificato.

 Una seria politica di prevenzione, mirata a limitare i danni materiali e sociali di eventi catastrofici, comporta disagi e costi per la collettività: di qui l’importanza di previsioni attendibili. Ad esempio, si deve decidere se evacuare o no una città per l’arrivo di un uragano: entrambe le scelte sono costose e rischiose e la decisione deve essere supportata da previsioni che siano il più possibile affidabili.  La difficoltà principale di questo tipo di previsioni risiede nel doversi confrontare con sistemi e fenomeni complessi, fortemente interconnessi e in interazione con l’ambiente circostante.  Inoltre, nella maggior parte dei casi, si è interessati alla previsione di eventi localizzati nel tempo e nello spazio che non sono riproducibili a piacimento (temporali, uragani, terremoti, ecc.)

 A differenza degli esperimenti scientifici di laboratorio, in cui si cerca di isolare un sistema in modo da poter identificare le relazioni di causa-effetto, i sistemi reali sono complessi e aperti e pertanto risentono, anche nella situazione più favorevole, delle incertezze collegate all’approssimazione del modello e agli errori sulla conoscenza delle condizioni iniziali. Nel caso in cui il fenomeno studiato è regolato da leggi deterministiche conosciute, è possibile tenere conto di tutte le fonti d’errore ripetendo la previsione più volte con un’opportuna variazione delle condizioni iniziali e/o del tipo di approssimazioni usate nel modello numerico. In tal modo è possibile stimare anche la probabilità, nell’ambito di un particolare modello teorico, che un determinato evento accada. Come vedremo, questa tecnica è utilizzata per le previsioni meteorologiche.

 Tuttavia, in molti casi la stima della probabilità della localizzazione nello spazio e nel tempo di un evento è poco affidabile, sia per l’elevato livello di approssimazione con cui conosciamo le leggi specifiche che regolano un certo fenomeno, sia per l’impossibilità pratica di conoscere le condizioni iniziali. È questo il caso dei terremoti, che dipendono da condizioni di stress che accadono a chilometri e chilometri sotto la crosta terrestre, e pertanto sono inaccessibili a misurazioni sistematiche.  Un insieme ben consolidato di conoscenze scientifiche, dunque, non si traduce, inevitabilmente, in previsioni prive d’incertezza a causa – nella migliore delle ipotesi – dei limiti intrinseci ai fenomeni d’interesse. Questi limiti non sempre sono compresi o correttamente trasmessi a chi deve trasformare le previsioni in decisioni o protocolli di sicurezza per le popolazioni. Il valore delle previsioni scientifiche per quel che riguarda il loro utilizzo nelle politiche pubbliche è perciò un complicato miscuglio di fattori scientifici, politici e sociali. In particolare, ogni previsione contiene un elemento irriducibile d’incertezza, le cui implicazioni spesso non sono prese in considerazione quando la previsione riguarda fenomeni d’interesse pubblico e implica una scelta piuttosto che un’altra per i decisori politici. In genere, vi possono essere due errori: un evento che è previsto non avviene (falso allarme), oppure un evento avviene ma non era stato previsto (sorpresa). Il problema è che cercando di ridurre il primo errore si aumenta il secondo, e viceversa: il punto chiave è cercare di definire l’incertezza della previsione e di conseguenza la soglia d’incertezza tollerabile per la decisione politica. La quantificazione dell’incertezza di una previsione è molto difficile per eventi eccezionali, come un uragano, mentre è più semplice per le previsioni meteorologiche in condizioni ordinarie.

 Una parte di questa incertezza può essere ridotta attraverso la comprensione dei processi fisici che sono alla base dei fenomeni in questione, o attraverso una raccolta di dati più precisa. In ogni caso, la valutazione della quantità d’incertezza rimane un compito cruciale, di tipo discrezionale, che può essere svolto solo da scienziati esperti. Questi ultimi dovranno avere anche l’onestà intellettuale di ammettere la loro parziale ignoranza – insita nella natura incompleta delle conoscenze scientifiche. Ciò dovrà però essere ben compreso dal decisore politico, dai mezzi d’informazione e dall’opinione pubblica, e per questo è necessaria una discussione interdisciplinare che coinvolga non solo gli specialisti.  Illustreremo più oltre la difficile relazione tra scienza, politica e opinione pubblica, così com’è filtrata dai mezzi di comunicazione di massa, in rapporto al problema delle previsioni.

Per quanto concerne la crisi epidemica il problema non va posto nei termini di “cosa abbiano fatto gli esperti per prevedere questa crisi”. L’outbreak dell’epidemia ha delle similitudini con l’avvenimento di un terremoto, dove non abbiamo accesso allo stato del sistema e per questo non è possibile fare una previsione puntuale, ma dove è possibile monitorare cosa succede e adottare delle politiche di prevenzione adeguate. Ad esempio, il servizio di monitoraggio dei terremoti dell’Istituto Nazionale di Geofisica, che qualche deputato buontempone ha anche proposto di smantellare per non aver previsto il terremoto dell’Aquila, è preposto proprio a fare questo lavoro: e lo fa in maniera egregia.

In altre parole, che si potesse scatenare una epidemia a livello globale del tipo Covid-19 e che questo evento avesse una probabilità non trascurabile era noto da alcuni lustri. Questo per una serie di fattori, dall’aumento della promiscuità tra uomo e specie selvatiche allo sviluppo di un mondo interconnesso globale cui abbiamo assistito nell’ultimo ventennio. Tuttavia, la “previsione” di quando e dove una epidemia del genere sarebbe scoppiata non era (né sarà mai) possibile perché non si avevano, non si hanno e non si avranno a disposizione dati rilevanti per prevedere un avvenimento del genere. Un uragano si fotografa con i satelliti, la trasmissione di un virus dall’ animale all’uomo no, come non si osserva il movimento delle faglie tettoniche.

Quello che invece è possibile fare è intervenire in maniera pronta quando l’epidemia ha iniziato la sua diffusione perché è solo in quel momento che è possibile avere dei dati sul suo sviluppo. Ed è questo il campo dell’epidemiologia computazionale, in cui si sviluppano modelli di diffusione su reti complessi e si riescono a fare delle previsioni se si hanno a disposizione i big data che riguardano il numero dei malati, la mobilità delle persone, ecc. In questo senso le previsioni hanno un carattere simile a quelle della meteorologia in cui si osserva il sistema ad un certo tempo e si integrano le equazioni della fluido-dinamica e della termodinamica appropriatamente semplificate per calcolare il tempo domani. Il connubio tra potenza di calcolo (supercomputers) e big data gioca un ruolo fondamentale in entrambi i casi.

Il problema tecnico nel calcolo della diffusione del virus riguarda la dipendenza sensibile a condizioni microscopiche e  l’estrema eterogeneità nella sua  propagazione: spesso invece si tende a fare una analisi complessiva di un fenomeno che ha modalità  completamente diverse nello spazio e nel tempo suscettibili a grandi cambiamenti per effetto di piccole perturbazioni, come ad esempio se giocare o no una partita di calcio, chiudere o meno un ospedale ecc. Questa caoticità intrinseca nel processo di diffusione complica molto le previsioni dell’epidemia, soprattutto quando la diffusione è lungi dall’essere uniforme, anche quando si hanno a disposizione big data, potenza di calcolo e modelli matematici di progazione molto sofisticati.

Ovviamente la funzione delle previsioni nel caso della propagazione di una epidemia è quello di aiutare il decisore politico ad effettuare le scelte più appropriate. Non si può evitare la crisi pandemica ma si può evitare che abbia effetti disastrosi con interventi, a priori e a posteriori, adeguati dato che trattandosi di un fenomeno anche sociale e non solo naturale è possibile cambiarne le traiettorie con politiche opportune.

Dunque si tratta di sviluppare invece un sistema di prevenzione e di supporto che aiuti al momento opportuno a fronteggiare una epidemia. Se nel nostro paese non esiste un centro di epidemiologia computazionale come quello che dirigono Alessandro Vespignani a Boston e Vittoria Coluzza a Parigi (due italiani laureati in fisica a Roma, curiosa coincidenza, chissà perchè, forse bisogna chiederlo agli stessi economisti che per un ventennio hanno lavorato allo smantellamento del nostro sistema universitario)  fino a qualche anno  fa esisteva il Centro nazionale di epidemiologia e sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità, che però è stato  smantellato nel 2016 (perché? da chi? motivi di spending review? chissà….) lasciando il paese scoperto e senza mezzi adeguati a fronteggiare la diffusione di un virus così virulento (ma anche di qualsiasi altro virus!).

Inoltre, è bene sottolineare (di nuovo!) che la mancata previsione della crisi economica nulla ha a che fare con la mancata previsione della pandemia attuale o con quella di un terremoto. Ad un certo tipo di economisti piace  molto nascondersi dietro questa scusa, ma la situazione è molto diversa: in economia le “variabili” che si possono osservare sono tante, i big data enormi e soprattutto a livello macroeconomico, quello che avviene è anche sotto gli occhi di tutti; basta saper guardare quello che succede senza il filtro deformante dell’ideologia (o dell’interesse…). 

Piuttosto prendiamo tristemente atto di alcuni tra gli economisti italiani più influenti nel mondo” dell’ovviamente prestigiosissimo Einaudi Institute for Economics and Finance (è noto che l’eccellenza parli solo  inglese) che, sfidando vette inesplorate di senso del ridicolo, hanno pubblicato una ricerca, strombazzata dalle prime pagine di tutti i quotidiani, proprio in concomitanza del DPCM “Cura Italia” del 30 marzo, in cui c’è una esilarante tabellina sulla “fine della pandemia nelle aree regionali“. Le “previsioni attendibili” di “fine pandemia” per le regioni (“Dates when the Covid-19 pandemic is predicted to end”) sono tutte sbagliate, dalla prima all’ultima. Pare che la famosa task force sulle fake news, che tanto preoccupano la politica (e gli editori) nostrani, stia facendo una inflessibile indagine: noi rimaniamo in attesa dei risultati.

Tuttavia, e qui veniamo al tema conclusivo di questo lungo intervento, non si può non notare che il rapporto tra scienza e media, cioè la comunicazione della scienza da parte degli stessi scienziati, al di là di poche e meritevoli eccezioni, è stato piuttosto catastrofico. Se da una parte i riflettori dell’attenzione dell’opinione pubblica si sono finalmente focalizzati sull’importanza della ricerca scientifica, e  questo è un bene perché ha dato di nuovo prestigio ad un settore che è stato più che bistrattato negli ultimi anni, dall’altra parte abbiamo visto davvero troppi colleghi che per avere cinque minuti di visibilità hanno dimenticato la regola d’oro di uno scienziato: quando non si sa qualcosa, ad una domanda che esce fuori dal proprio ambito tecnico di conoscenza si risponde con un bel “non lo so” invece di improvvisare risposte, a seconda dei casi, posticce, arroganti, superficiali, stupide e sbagliate che hanno confuso e disorientato non poco l’opinione pubblica e che, purtroppo, hanno dato una impressione molto negativa di tutto il processo scientifico e soprattutto una idea completamente errata di come procede il dibattito tra punti di vista diversi all’interno della dialettica scientifica. Però bisogna anche sottolineare che la responsabilità è anche del fatto che il grande pubblico non conosce la dialettica scientifica, non essendone mai stato esposto e non avendola imparata a scuola, e non è abituato ad osservare un ragionamento analitico sui media tradizionali e per questo tende a identificare il guru  di turno per prendere poi per oro colato qualsiasi cosa egli dica: soluzione tanto semplice   quanto sbagliata.

(pubblicato su Roars)




Con o senza l’Europa: economisti italiani per un piano “anti-virus” Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Mauro Gallegati, Antonella Stirati – 13 Marzo 2020 (Versione italiana del documento With or without Europe: Italian Economists for an “anti-virus” plan, pubblicato Il 13 marzo 2020 dal Financial Times).

in Economia e Politica, 13 Marzo 2020

 

 

 

 

Con o senza l’Europa: economisti italiani per un piano “anti-virus”

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Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Mauro Gallegati, Antonella Stirati13 Marzo 2020

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Versione italiana del documento With or without Europe: Italian Economists for an “anti-virus” plan, pubblicato Il 13 marzo 2020 dal Financial Times, a firma di Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università di Roma Tre)


L’emergenza sanitaria innescata dal virus Sars-Cov-2 è già una crisi economica. Lo shock del coronavirus sta colpendo un’economia internazionale molto fragile, che già soffriva degli squilibri irrisolti ereditati dalla grande recessione. Sebbene le analisi prevalenti tendano a considerare le conseguenze economiche delle pandemie e delle relative quarantene come fenomeni di breve durata, questa volta è diverso: dobbiamo ammettere il caso di contrazioni molto più intense e prolungate.

In questa fase, l’Italia rappresenta una trincea dell’emergenza sanitaria ed economica. Problemi analoghi, tuttavia, si ripresenteranno su una scala più o meno simile in tutta Europa.

In questo scenario, diventa urgente un piano “anti-virus” che sia all’altezza di questa crisi senza precedenti. Nell’immediato, è necessario un massiccio e rapido intervento da parte delle autorità monetarie e fiscali per attivare controlli sui mercati dei capitali, fornire liquidità per sostenere la domanda privata e garantire la solvibilità dei sistemi bancari e produttivi. Ulteriori misure che spostino gli oneri fiscali verso i redditi più alti, i profitti e le rendite possono contribuire a ridurre le disuguaglianze alimentate dalla crisi. Nel frattempo, la banca centrale e i governi devono coordinarsi per preparare un grande piano di investimenti pubblici principalmente nel settore sanitario e più in generale nelle aree in cui si verificano fallimenti del mercato: welfare, infrastrutture, istruzione, ricerca, ecologia. Il piano deve intervenire non solo a sostegno della domanda effettiva, ma anche per contrastare possibili “disorganizzazioni” nei mercati e conseguenti strozzature dal lato dell’offerta.

La vera difficoltà di un tale piano è che esso richiederebbe centralizzazione dei finanziamenti e coordinamento dell’azione politica. Come già sottolineato in un precedente appello pubblicato sul FT (www.theeconomistswarning.com), l’Unione Europea e l’Eurozona sembrano essere tra le istituzioni più carenti da questo punto di vista. Non è un caso che, anche stavolta, la risposta della BCE, delle istituzioni europee e dei governi sia stata finora contraddistinta da conflitti, lenta e completamente inadeguata. Se l’egoismo e l’inettitudine prevalessero anche nel caso del coronavirus sarebbe un’onta anche peggiore delle precedenti.

Se l’Unione esiste davvero, deve battere un colpo adesso. Altrimenti, con o senza l’Europa, dovremo fare tutto ciò che è necessario per superare la crisi.

Coronavirus Economia, Sars-Cov-2: E’ già una crisi economica

Coronavirus Economia

 

Coronavirus Economia, Sars-Cov-2: E’ già una crisi economica

 

 




Destra su destra

Socialismo

di Marcello Rossi

Giornali e televisioni nell’ultimo
scorcio di campagna elettorale hanno insistito giorno dopo giorno
sull’idea che le elezioni regionali – e in particolare quelle
dell’Emilia-Romagna – sarebbero state un banco di prova fondamentale per
le sorti del governo. Banco di prova se Salvini avesse vinto perché, se
il Pd di Bonaccini avesse mantenuto le posizioni, nel governo nulla
sarebbe cambiato. E così è avvenuto. Tuttavia, a scanso di equivoci, le
quattro “forze” di governo – o meglio, le quattro “debolezze” – di
fronte alla possibilità che la Lega si impadronisse dell’Emilia-Romagna
hanno da subito sostenuto che una cosa erano le elezioni regionali,
altra cosa le nazionali e si sono aggrappate alla regola secondo cui,
finché il governo ha in parlamento la maggioranza, il governo è in
carica e la Costituzione è rispettata.

Questo uso disinvolto della Costituzione che privilegia la forma sulla sostanza mi riporta a un famoso discorso di Calamandrei[1]. Scriveva il Nostro, riferendosi all’uso sui generis che la Democrazia cristiana faceva della Costituzione: «la maggioranza democristiana, magnitudine sua laborans,
è stata portata dalla sua stessa onnipotenza schiacciante a
identificare la Costituzione con se medesima; le sorti della
Costituzione colle sue proprie sorti elettorali. […] E allora la
conclusione, prima appena sussurrata, poi in questi ultimi tempi
apertamente proclamata, è venuta da sé: non è il governo che deve
adattarsi alle esigenze della Costituzione, è la Costituzione che deve
conformarsi alle esigenze di questo governo. […] Questa non è la
Costituzione fatta dal popolo italiano per il popolo italiano: questa è
la Costituzione fatta perché la maggioranza democristiana possa
continuare per omnia saecula a rimaner maggioranza. […] È stato
detto che la schiettezza di una democrazia è data dalla lealtà con cui
il partito che è al potere è disposto a lasciarlo: la lealtà del giuoco
democratico è soprattutto nel suo “saper perdere”. Ma la democrazia
diventa una vuota parola quando il partito che si è servito dei metodi
democratici per salire al potere è disposto a violarli per rimanervi […]
anche quando nel paese sia diventato minoranza».

«Durare» – diceva Calamandrei – è
l’obiettivo della Democrazia cristiana, e durare è la speranza
dell’attuale governo: durare per rinnovare le oltre trecento nomine di
enti pubblici che sono in scadenza e durare per eleggere nel 2023 un
“adeguato” presidente della Repubblica che, a stare a quanto circola
negli ambienti romani della politica, potrebbe essere o Prodi o Draghi.
C’è di che preoccuparsi!

Ma il risultato dell’Emilia-Romagna ha
come corollario il “durare” di cui sopra e anche molto di più. Nel
popolo della sedicente “sinistra” è tornata la speranza che il Pd sia
finalmente uscito dalla crisi. Prodi a un giornalista di «La 7» ha detto
che finalmente «il centrosinistra può rifarsi l’anima»: una
dichiarazione sibillina, ma che sembra riproporre l’idea di un nuovo
“Ulivo”. E non solo Prodi insiste su questa soluzione. Zingaretti con
tutta quanta la segreteria del partito – che poi è fondamentalmente in
mano a Franceschini, un politico che con la sinistra ha poco da spartire
– rilancia l’idea di un nuovo Pd – nuovo forse anche nel nome – tanto
che si rischia il ripetersi di qualcosa di simile alla Bolognina di
Occhetto. D’altronde anche a latere del Pd si parla di una
«sinistra plurale» che, a ben riflettere, è un ossimoro perché se
“plurale” significa che in “molti” e “diversi” dovranno entrare in
questa compagine, a che titolo si può parlare di sinistra? I molti e
diversi – i “plurali” – dovranno mantenere la loro identità, oppure, per
unirsi, dovranno tutti fare un passo indietro? E cioè: gli ex comunisti
dovranno essere meno comunisti, gli ex democristiani meno
democristiani, i laici meno laici? Da tutti questi meno dovrebbe derivare, per un mistero dell’alchimia politica, la futura “sinistra plurale”.

Ma la sinistra plurale può essere una
grande idea se “plurale” si declina all’interno del socialismo. Mi
spiego: oggi la sinistra può rinascere solo se si identifica con il
socialismo e nel socialismo c’è una pluralità di posizioni che va
riportata in auge raggiungendo una sintesi. Lo si potrà fare mettendo da
parte ogni velleità di nuovismo e studiare seriamente il socialismo del
XIX secolo e gli sviluppi che questo ha avuto nel XX secolo per mettere
a fuoco il modo in cui si dovrà caratterizzare il socialismo “plurale”
del XXI secolo.

Un socialismo che – secondo un’immagine
di Walter Binni – «proponendosi obbiettivi radicali da un punto di vista
sociale (socializzazione dei mezzi di produzione, messa in discussione
della proprietà privata nel momento in cui essa assum[a] l’aspetto di
sfruttamento dell’uomo sull’uomo), permett[a] una circolazione di
libertà, in qualche modo una nuova libertà»[2].
E ancora prima Carlo Rosselli, sempre nell’idea di caratterizzare il
socialismo, scriveva: «Non si tratta qui di proporre una nuova
terminologia di partito. Si tratta semplicemente di ricondurre ai suoi
principi e alle sue origini toriche e psicologiche il movimento
socialista. Si vuol semplicemente dimostrare come il socialismo, in
ultima analisi, sia la filosofia della libertà». E inoltre: «In nome
della libertà, per assicurare una libertà effettiva a tutti gli uomini e
non soltanto a una minoranza privilegiata, i socialisti reclamano la
fine dei privilegi borghesi. In nome della libertà chiedono una più
giusta distribuzione delle ricchezze e l’assicurazione per tutti d’una
vita degna di questo nome. In nome della libertà parlano della
sostituzione del principio egoista nella direzione della vita sociale
con il principio collettivo»[3].

Anche Aldo Capitini è su questa
lunghezza d’onda: «Secondo me il liberalsocialismo deve essere il
lievito della trasformazione sociale e una luce critica gettata sulle
posizioni di sinistra […]. Per far questo bisogna assimilare pienamente
l’esigenza socialista, cioè la compresenza reale dell’umanità
lavoratrice, come soggetto della storia, come proprietaria dei mezzi di
produzione, come avente nei suoi membri uguali possibilità di benessere,
di sviluppo, di cultura, di fruizione dei beni della civiltà. […] Il
socialismo, presenza effettiva del coro; la libertà continuo punto di
arrivo, cioè melodia del coro stesso. Il socialismo come effettiva
democrazia non solo politica, ma anche economica; la libertà come
liberazione spirituale»[4].

Binni, Rosselli, Capitini: tre esempi di sintesi di una pluralità nel socialismo.

Ma possiamo proporre il socialismo a
chi, con una posizione che ha un chiaro retrogusto di destra, si
dichiara né di destra, né di sinistra; a chi è nato proprio per
distinguersi dall’ala sinistra del Pd (ammesso che esista); a chi, in
una crisi profonda di identità, non va oltre una vaga e inconcludente
idea di riformismo?

Il socialismo è altra cosa.

[1] P. Calamandrei, Incoscienza costituzionale, «Il Ponte», n. 9, settembre 1952.

[2] W. Binni, La tramontana a Porta Sole, Firenze, Il Ponte Editore, 2017, p. 168.

[3] Cfr. E. Lussu, Alcuni ricordi su Carlo Rosselli, «Il Ponte», n. 6, giugno 1947, p. 511.

[4] A. Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa, Firenze, Il Ponte Editore, 2018, pp. 14 e 16.

3 Febbraio 2020 pubblicato da Il Ponte




Contro la riduzione del numero dei parlamentari, in nome del pluralismo e del conflitto

Leggi e istituzioni

Contro la riduzione del numero dei parlamentari, in nome del pluralismo e del conflitto

di Alessandra Algostino
ordinario di diritto costituzionale, Università di Torino

Perché ridurre il numero dei parlamentari è contro la democrazia

10 febbraio 2020

1. Referendum plebiscitario e “democrazia oligarchica”

Il 29 marzo 2020[1] gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi sul testo di legge costituzionale, recante “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato, in seconda votazione, nella seduta dell’11 luglio 2019, dal Senato della Repubblica, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, e dalla Camera dei deputati, nella seduta dell’8 ottobre 2019, con la maggioranza dei due terzi dei suoi membri[2]. Settantuno senatori (più di un quinto, dunque, dei membri di una Camera) hanno infatti sottoscritto, ai sensi dell’art. 138 Cost., la richiesta di referendum, che il 23 gennaio 2020 l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione ha dichiarato conforme alla norma costituzionale, accertando la legittimità del quesito.

Di seguito si ragionerà dei motivi, in punto di diritto costituzionale, che fondano la scelta per il no al referendum, ma non ci si nasconde come la contrarietà alla riduzione del numero dei parlamentari esprima una posizione assolutamente minoritaria, dovendo fronteggiare sia una campagna di marketing tanto povera, inconsistente e mistificatoria, quanto in grado di esercitare una facile e potente seduzione (la riduzione dei costi della politica; la contrazione dei numeri della casta)[3], sia gli argomenti che si situano nella prospettiva della governabilità sia le ragioni di chi non ritiene la riduzione del numero dei parlamentari esiziale, quando non la valuti positivamente, muovendo da una posizione che insiste sulla necessità che il Parlamento riacquisti un ruolo significativo[4].

L’esito del referendum appare invero scontato, sì da indurre a ragionare non solo di referendum confermativo ma altresì di referendum plebiscitario. Risulta stravolta la ratio originaria del referendum eventuale[5], che, nell’orizzonte di tutela delle minoranze e del pluralismo presente nella società, deve essere letto come strumento oppositivo, non confermativo[6].

Tale inversione del senso del referendum assume un significato viepiù pericoloso in quanto si inscrive in un processo di progressiva atrofizzazione della società, distruzione dei partiti politici quali strumenti di raccordo fra società ed istituzioni, in grado di rappresentare diverse visioni del mondo, anestetizzazione e repressione del dissenso, distrazione ed occultamento del conflitto sociale (in primis, attraverso la creazione di fittizi nemici, come, per tutti, i migranti). L’humus plebiscitario mistifica e favorisce la crescita rigogliosa di un regime oligarchico, che alimenta le diseguaglianze, nazionali e globali, segnando sempre più il passo da un orizzonte costituzionale che ragiona di «partecipazione effettiva», legando democrazia politica e democrazia sociale in un progetto di emancipazione individuale e collettiva (art. 3, c. 2, Cost.).

Ma veniamo ora al contenuto.

2. Sui numeri della rappresentanza

Il testo costituzionale prevede una drastica riduzione del numero dei parlamentari, modificando gli articoli 56 e 57 della Costituzione (artt. 1 e 2): i deputati vedrebbero una diminuzione da 630 a 400 (i 12 eletti nella circoscrizione estero scenderebbero a 8); i senatori, da 315 a 200 (i 6 eletti nella circoscrizione estero diverrebbero 4). L’art. 3 della riforma riguarda quindi l’art. 59, comma due, della Costituzione, e stabilisce che il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica non possa essere superiore a cinque. Infine, nel testo è inserita una norma relativa all’applicazione della riforma stessa che prevede che essa decorra «dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore» e «comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore» (disposizione, quest’ultima, connessa alla delega al Governo di cui infra).

Alla riforma è collegata la legge 27 maggio 2019, n. 51, recante Disposizioni per assicurare l’applicabilità delle leggi elettorali indipendentemente dal numero dei parlamentari, che agli articoli 1 e 2 contiene disposizioni atte a rendere direttamente applicabile, quale che sia il numero dei parlamentari, l’attuale legge elettorale, la legge 3 novembre 2017, n. 165 (il cd. Rosatellum), in particolare attraverso la sostituzione di ogni cifra numerica fissa con l’equivalente in termini frazionari; e, all’art. 3, conferisce al Governo – in anticipo e sotto condizione[7] – una delega, da esercitarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale, per la ridefinizione dei collegi per l’elezione delle Camere, in caso di modifica del numero dei parlamentari[8].

Il cuore della riforma – la riduzione drastica del numero dei parlamentari – incide sulla rappresentanza, sulla sovranità popolare e sulla democrazia sotto diversi aspetti.

Si può iniziare da qualche numero: la riforma è destinata a mutare il rapporto fra parlamentari e cittadini. Oggi vi sono, in rapporto alla popolazione, un deputato ogni 96.000 abitanti circa e un senatore elettivo (senza considerare i senatori a vita e i senatori di diritto a vita) ogni 192.000 abitanti circa.

La formulazione originaria della Costituzione prevedeva, per la Camera dei deputati, «un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila» (art. 56 prima della legge cost. n. 2 del 1963) e, per il Senato, «un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila»[9]. La discussione in Assemblea costituente aveva registrato proposte che oscillavano tra 100.000 e 150.000 abitanti per un deputato e 120.000 e 250.000 abitanti per un senatore.

Il dato comparato, d’altro canto, mostra come il rapporto fra numero dei parlamentari e popolazione in Italia si allinei a quello di altri Paesi europei, in un range basso (la comparazione è limitata alla camera bassa, dato che molti Stati hanno o un parlamento monocamerale o, in caso di bicameralismo, una camera alta non eletta direttamente dai cittadini).

L’Italia ha una percentuale di numero dei deputati (camera bassa) ogni 100.000 abitanti pari a 1, identica al Regno Unito (1) e simile alla Francia (0.9)[10], alla Germania (0.9)[11], ai Paesi Bassi (0.9), alla Polonia (1.2), al Belgio (1.3)[12]. Non mancano Paesi che presentano una percentuale decisamente più alta, quali, per limitarsi a qualche esempio: Austria (2.1), Danimarca (3.1), Grecia (2.8), Portogallo (2.2), Svezia (3.4); per non citare Stati con popolazioni e territorio di dimensioni assai ridotte, come Slovenia (4.4), Lussemburgo (10), Malta (14.3)[13].

In caso di approvazione definitiva della riforma[14], l’Italia si troverebbe ad avere una percentuale pari a 0.7, la percentuale più bassa fra gli Stati membri dell’Unione europea (seguita dalla Spagna, con 0.8).

Ora, fermo restando che i dati devono essere letti senza misconoscere il ruolo giocato dalla loro contestualizzazione e, quindi, alla luce di variabili “istituzionali”, come la forma di governo e il sistema elettorale, così come di elementi di fatto, quali la popolazione totale o le dimensioni del territorio, quanto detto smentisce la vulgata che dipinge l’Italia come un Paese anomalo per la eccessiva numerosità dei suoi parlamentari.

Si consideri, inoltre, come, se non è affatto scontato che una uniformità dal punto di vista comparato rappresenti di per sé un valore positivo, una omogeneità comparativa può essere letta come una spia della presenza di “buoni” argomenti a sostegno di una particolare opzione.

I “buoni” argomenti nel caso specifico evocano i caratteri propri di una democrazia.

3. Vulnus alla rappresentanza e democrazia senza democrazia

Riducendo il rapporto fra cittadini e parlamentari, si incide sulla rappresentanza, sia da un punto di vista quantitativo sia da un punto di vista qualitativo[15].

Quantitativamente aumenta la distanza fra rappresentato e rappresentante: non vi sarebbe più un deputato ogni 96.000 abitanti c.a., bensì uno ogni 151.200 c.a. Il riverbero sulla qualità della rappresentanza è evidente, con una diminuzione della possibilità per il cittadino di veder eleggere un “proprio” rappresentante, abbassando il grado di potenziale identificazione del rappresentato con il rappresentante; si restringono le possibilità di scelta e si comprime l’angolo visuale della lente che specchia la realtà e la complessità della società.

Ne risulta incrementato il senso di estraneità rispetto alle istituzioni, con possibili effetti anche sulla percezione del diritto (prodotto dal parlamento) come viepiù eteronomo. In tempi, ormai lunghi anni, in cui si ragiona di crisi della rappresentanza, si procede in una direzione che, lungi dal creare le basi per una inversione di rotta, approfondisce il solco che separa società ed istituzioni.

Come anticipato in apertura, vi è chi ritiene che la riduzione del numero dei parlamentari possa essere «uno strumento, tra gli altri, per restituire senso ed efficacia alla rappresentanza e centralità al Parlamento»: «ciò che conta è che le Camere, anche ridimensionate nel numero, tornino ad essere la sede della rappresentanza politica»[16].

Ora, non si può non concordare con l’auspicio, o, meglio, la volontà di far sì che il Parlamento (ri-)acquisti un ruolo centrale, in un contesto nel quale la rappresentanza rispecchi il pluralismo sociale e costituisca un effettivo canale fra la società e le istituzioni (senza peraltro nascondersi le mistificazioni che si celano dietro la rappresentanza). Altrettanto, è indubbio che la riduzione del numero dei parlamentari non è che un tassello in un processo che vede il Parlamento sempre più depotenziato, la rappresentanza svuotata, mentre si afferma una progressiva presidenzializzazione: si ragiona di deriva postdemocratica[17], forma di Stato «liberal-populista»[18], o, ancora, per citare alcune espressioni dall’allusione immediata, di «autocrazia elettiva»[19], democrazia plebiscitaria[20] o dispotica[21], democrazia senza democrazia[22], per accedere, infine, alla qualifica “democrazia eterodiretta”, che sottolinea il carattere embedded al côté della global economic governance delle istituzioni statali.

Tuttavia, nella consapevolezza che non è la riduzione del numero dei parlamentari a infettare rapporti istituzionali rispettosi del principio di separazione ed equilibrio fra i poteri, così come la formazione di una rappresentanza che garantisca il pluralismo sociale, la riforma in discussione si presenta sia come elemento che, contestualizzato, aggrava le condizioni del malato, sia come elemento che in sé è in grado di pregiudicare il ruolo del Parlamento e la ratio della rappresentanza. In che senso un Parlamento a camere ridotte, aumenterebbe la sua centralità? E quale Parlamento verrebbe così rafforzato?

La rappresentanza, nella prospettiva di una democrazia rappresentativa, è l’elemento che traduce, se pur con una finzione, il principio di sovranità popolare, o, meglio, ne costituisce una delle principali estrinsecazioni. La sovranità popolare non vive solo nelle forme della rappresentanza, restando in particolare imprescindibile una partecipazione attiva dei cittadini, attraverso l’esercizio dei diritti e la mobilitazione dal basso[23], ma, indubbiamente, la rappresentanza ne costituisce una declinazione significativa. Attraverso il suffragio elettorale universale, l’elezione dei rappresentanti e il ruolo dei partiti politici si dà voce a tutti i cittadini e forma e organizzazione alle diverse rivendicazioni e visioni del mondo, in modo da consentire in Parlamento il loro scontro e la loro mediazione (nel senso alto che questo termine può evocare).

Una visione irenica? Certamente in parte sì, perché, se non è genetico, è quasi una pandemia: lo stato di salute della democrazia rivela non tanto la presenza di un vivace confronto tra visioni del mondo che riflettono il pluralismo – e il conflitto – sociale, quanto, molto spesso, un governo di élites[24]. Ma, se la cattiva prova o l’imperfezione della democrazia è ragione per una lettura realistica e demistificatrice, non lo è per un atteggiamento remissivo di fronte allo status quo: la rappresentanza può non essere il mezzo attraverso il quale si legittima il governo delle élites ma essere lo strumento per consentire l’espressione della società e dei conflitti che la agitano, esercitando un ruolo contro-egemonico.

In questa prospettiva si può immaginare di estendere all’alterazione della rappresentanza prodotta dalla diminuzione del numero dei parlamentari, le affermazioni della Corte costituzionale a proposito dell’uguaglianza del voto: non si può produrre «una eccessiva divaricazione tra la composizione dell’organo della rappresentanza politica, che è al centro del sistema di democrazia rappresentativa e della forma di governo parlamentare prefigurati dalla Costituzione, e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto, che costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare»[25].

Come si evince anche dal passaggio citato dalla pronuncia della Consulta, il vulnus riguarda la democrazia rappresentativa, il principio di sovranità popolare, così come l’incidenza sulla forma di governo e, in specie, sull’organo parlamentare. Minando la rappresentanza, nel caso di specie riducendone gli spazi, in particolare quelli delle minoranze, si anestetizza la dialettica parlamentare, come espressione delle differenti rivendicazioni che percorrono la società, depotenziando e indebolendo il Parlamento. Sempre che del Parlamento, come si dirà a breve, si intenda valorizzare il suo essere – riprendendo le parole del giudice costituzionale – «organo della rappresentanza politica» e, attraverso questa, autore di scelte attraverso la mediazione politica, e non mero organo di ratifica o di decisione in stile maggioritario.

Non privi di rilievo, inoltre, sono gli “effetti collaterali” che discendono da una deminutio della rappresentatività sugli altri organi: basti pensare all’elezione del Presidente della Repubblica o alla votazione riguardante i giudici costituzionali[26]. Ad essere compromessi sono i complessi congegni, equilibri e garanzie sui quali si regge una democrazia costituzionale.

4. Camere ridotte e centralità del Parlamento

A fronte di quanto osservato sta – come anticipato – la diffusa osservazione che un Parlamento dai numeri più contenuti sia un Parlamento più efficiente ed efficace e, dunque, più forte ed autorevole[27]. Si può obiettare rilevando come, ammesso e non concesso, che la riduzione dei componenti determini una maggior efficienza e compattezza dell’organo[28], questo presuppone l’adesione ad una specifica concezione: quella che ritiene che forza e autorevolezza discendano in primis dall’efficienza, dalla “governabilità”, assunta come un valore positivo, a prescindere dal suo rapporto con la rappresentanza, ed anche quando comporta un sacrificio in termini di rappresentanza[29]. È una posizione riconducibile alle versioni maggioritarie della democrazia, in opposizione alla visione della democrazia, come eminentemente luogo della rappresentanza e di espressione del conflitto. Non la discussione, ma la decisione; non la rappresentanza del pluralismo, ma un vincitore, che, allontanandosi dalla tradizione del costituzionalismo, si vuole sempre più legibus solutus.

La governabilità può essere un valore, ma in sé non è necessariamente democratica[30], anzi, nella misura in cui segna il distacco rispetto alla rappresentanza, ovvero sacrifica pluralismo (reale o potenziale), costituisce rispetto all’ideale democratico una regressione[31]. Ancora: quando si ragiona di efficienza, sorge ineludibile un interrogativo: efficienza in nome di che cosa? A favore di chi? Si palesa qui la connessione fra governabilità ed esigenze del mercato, donde pare che il fine non sia tanto costruire un Parlamento forte in quanto sede di discussione politica, di compromesso fra differenti visioni del mondo, ma in quanto organo efficiente nel ratificare decisioni assunte altrove, nella nebulosa della global economic governance, e, ça va sans dire, ancillare rispetto al Governo. Emerge chiaro il parallelismo, per non ragionare di mera traduzione, con le tendenze egemoniche delle élites del finanzcapitalismo[32]; nella società, così come nelle relazioni industriali, la negazione del conflitto segna la vittoria di una classe[33].

La riduzione del numero dei parlamentari, dunque, lungi dal rilanciare il ruolo del Parlamento, frappone nuovi ostacoli alla (ri-)costruzione della sua centralità e al suo inveramento quale organo, attraverso la mediazione della rappresentanza, di espressione dei cittadini, nella loro pluralità. Se pur, riprendendo quanto osservato ante, ragionare di rappresentanza come specchio della realtà sociale disegna un’immagine idilliaca, lontana dalla realizzazione storica, della democrazia, stante che facilmente la rappresentanza degrada in rappresentazione[34] e il medium rappresentativo si risolve in una finzione, resta che, nella incompiutezza e imperfezione della democrazia[35], la scelta di ridurre il numero dei parlamentari segna comunque una regressione.

Occorre immaginare altre soluzioni: riforme in tema di attribuzioni e di poteri in grado di restituire al Parlamento un ruolo di indirizzo e controllo nei confronti del Governo, magari con un incisivo statuto delle opposizioni; e, nel contempo, restaurare la fiducia dei cittadini nell’organo e nei suoi componenti, in primis, attraverso una legge elettorale proporzionale (un proporzionale puro e senza soglie di sbarramento) [36]. Si può immaginare, forse, di differenziare la rappresentatività delle due camere, senza con questo peraltro demonizzare, cedendo alle sirene dell’efficienza e della velocità, la capacità di riflessione e di ponderazione degli interessi che un bicameralismo perfetto, quantomeno nelle funzioni, e pur nella consapevolezza che si tratta quasi di un unicum nel panorama comparato, assicura.

Per rivitalizzare il Parlamento occorrono interventi strutturali, capaci di innescare un circolo virtuoso nel sistema politico, favorendo la rinascita di una forma partito, ovvero di una organizzazione collettiva che ne eserciti le funzioni, che sappia veicolare le istanze dalla società alle istituzioni, esercitando, «con metodo democratico», quel ruolo di intermediazione che consente ai cittadini di «concorrere… a determinare la politica nazionale» (art. 49 Cost.).

Incidenter: se di riduzione si vuol ragionare, ben potrebbe essa riguardare, anche in modo più incisivo, la “riserva” di parlamentari alla circoscrizione estero, indice di una concezione ius sanguinis della cittadinanza, la quale, in presenza di una immigrazione stabile, rivela sempre più la sua portata escludente, in contraddizione con l’immagine di una «comunità di diritti e di doveri» che «accoglie e accomuna tutti coloro che, quasi in una seconda cittadinanza, ricevono diritti e restituiscono doveri»[37] e in violazione del nucleo del principio democratico come identità di governanti e governati.

5. La variabile della legge elettorale e il contesto delle riforme in discussione

L’incidenza della riduzione del numero dei parlamentari sulla rappresentanza, sulla sovranità popolare, sul ruolo del Parlamento e sulla democrazia, viene ad essere ulteriormente aggravata se si inserisce la riforma, oltre che nel contesto già richiamato di crisi della rappresentanza e del Parlamento, nel quadro delle riforme in discussione, quali quelle riguardanti la legge elettorale, l’art. 71 Cost., il regionalismo differenziato. Una precisazione, peraltro, è doverosa: senza dubbio rispetto alle riforme omnibus del 2006 e del 2016, per limitarsi a progetti giunti sino allo stadio di delibere costituzionali sottoposte al voto popolare (e da esso respinte), la riforma che qui si commenta metodologicamente segue una strada corretta, in quanto possiede un oggetto specifico ed omogeneo. Ciò detto, il commentatore non può non valutare il progetto alla luce del contesto socio-politico ed in relazione con le altre riforme in discussione.

Innanzitutto, come anticipato, il riferimento è alla legge elettorale, quale legge che, oltre a porsi come cinghia di trasmissione fra sistema politico e forma di governo[38], fra politica e istituzioni, connota la rappresentanza e, di conseguenza, la democrazia[39]. Le «leggi che stabiliscono il diritto di voto», che disciplinano «come, da parte di chi, a chi e su che cosa devono essere dati i suffragi»[40], costituiscono da sempre un elemento fondamentale delle teorie sulla democrazia rappresentativa ed oggi sono un indicatore, ed un fattore, del carattere più o meno maggioritario o d’investitura della democrazia.

In primo luogo, si sottolinea, quanto alla citata legge delega per ridisegnare i collegi elettorali, la delicatezza di un passaggio tutt’altro che meramente tecnico, bensì, come la storia insegna, suscettibile di influenzare pesantemente l’esito delle elezioni.

In secondo luogo, si può esprimere sollievo alla luce della recente dichiarazione di inammissibilità del referendum volto a trasformare l’attuale sistema elettorale, attraverso l’eliminazione della quota proporzionale al fine di rendere il sistema elettorale interamente maggioritario. La Corte costituzionale il 16 gennaio 2020 ha dichiarato non ammissibile la richiesta referendaria avanzata da otto Consigli regionali a trazione leghista (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Liguria), motivando in merito all’«assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito referendario nella parte che riguarda la delega al Governo, ovvero proprio nella parte che, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe consentito l’auto-applicatività della “normativa di risulta”»[41], la quale ultima è ritenuta da costante giurisprudenza costituzionale condizione di ammissibilità dei referendum in materia elettorale.

In terzo luogo, è necessario riflettere sulla direzione della riforma dell’attuale Rosatellum (legge n. 165 del 2017), che, al momento in cui si scrive, a seconda degli equilibri di governo[42], ondeggia fra un sistema proporzionale con alta soglia di sbarramento e fascinazioni di tipo maggioritario.

Senza approfondire nel presente contributo il discorso sulla legge elettorale, si precisa che occorrerebbe, nell’ottica di una riduzione del danno, per bilanciare almeno in parte il vulnus arrecato alla rappresentanza (con la precisazione che in ogni caso non è sufficiente a sanare la ferita inferta), modificare la legge elettorale nel senso di una formula proporzionale pura (senza soglia di sbarramento)[43]. Non si può, inoltre, dimenticare, che, anche ove si procedesse in tal senso – il che, invero, non pare un’ipotesi al momento realistica – resterebbe che il numero dei componenti delle Camere, se oggetto di riduzione, necessita per un eventuale ripensamento di una revisione costituzionale, mentre la modifica della legge elettorale è un obiettivo più facilmente perseguibile.

Quanto alle riforme costituzionali in discussione, pur limitandosi in questa sede ad un cenno, non si può non considerare l’innesto, attraverso la modifica dell’art. 71 della Costituzione, di nuove forme di democrazia riconducibili alla democrazia diretta, con la previsione dell’iniziativa legislativa popolare “rafforzata”, con il connesso referendum. Senza approfondire qui i rischi plebiscitari che gli strumenti previsti nel disegno di legge costituzionale recante “Disposizioni in materia di iniziativa legislativa popolare e di referendum” (A.S. 1089)[44] presentano e la necessità di intervenire quantomeno sui quorum, per evitare l’istituzionalizzazione di una democrazia diretta “oligarchica” (ovvero lo stesso ossimoro che colpisce la piattaforma Rousseau del Movimento Cinque Stelle), non si può non rilevare come il contemporaneo favor per l’appello al popolo e la riduzione del numero dei parlamentari convergano nel mortificare il ruolo del Parlamento. Gli istituti di democrazia diretta e partecipativa possono arricchire la democrazia rappresentativa, sempre che vi siano le condizioni per evitare che divengano strumenti tout court contro il circuito politico-rappresentativo, che si traducano in pronunciamenti plebiscitari, che sponsorizzino una partecipazione oligarchica; il loro inserimento in un quadro che tende a svilire la rappresentanza, concretizza, invece, i rischi prospettati.

Infine, non si può omettere un riferimento alle proposte in tema di regionalismo differenziato. Da un lato, esse privano il parlamento nazionale di competenze significative in quanto trasferiscono poteri alle regioni (ad alcune regioni) e minano l’immagine – e la sostanza – di un Parlamento che legifera sulla base, ed in garanzia, di un principio di eguaglianza (nazionale). Dall’altro lato, la diseguaglianza che esse veicolano, e che mirano ad istituzionalizzare, appartiene allo stesso idem sentire che ragiona in termini di efficienza, di logiche meritocratiche mistificatrici e di creazione di “governo dei forti”, con buona pace della solidarietà di cui all’art. 2 Cost. e, soprattutto, del progetto di eguaglianza sostanziale e di emancipazione sociale, di cui all’art 3, c. 2, Cost.

6. Dissenso, conflitto e democrazia

La riduzione del numero dei parlamentari, restringendo gli spazi della rappresentanza, esclude potenzialmente dalla sfera pubblica, voci – plausibilmente quelle fuori dal coro – di cittadini: tende ad espellere le minoranze (specie se correlata ad un sistema elettorale non integralmente proporzionale) e incide sulla democrazia come espressione del pluralismo e del conflitto[45].

L’opzione per la declinazione rappresentativa della democrazia è strettamente connessa al riconoscimento del pluralismo, della complessità della società, della centralità della discussione e del compromesso politico; è coerente con il contemporaneo riconoscimento del principio di maggioranza e della tutela delle minoranze[46].

La riforma in esame, riducendo gli spazi della rappresentanza, scardina presupposti ineliminabili della democrazia – rispetto ai quali la rappresentanza si pone come strumento, se pur imperfetto e non sufficiente: il pluralismo e il conflitto.

Si afferma una volta di più, con l’opzione “Camere mini”, una versione maggioritaria e decisionista della democrazia (posto che così procedendo possa ancora ragionarsi di democrazia…), abdicando alla sua esistenza come garanzia del pluralismo delle voci, anche, se non soprattutto, di quelle minoritarie e dissonanti.

La riduzione del numero dei parlamentari è un tassello di una trasformazione della forma di Stato in senso autoritario, tendente ad espellere[47] e a privare di agibilità politica, quando non a punire (il riferimento è ai decreti sicurezza)[48], il dissenso. La diseguaglianza sociale ed economica[49] tracima nella sfera politica, segnando la distanza rispetto al sogno – scritto nelle costituzioni novecentesche perché divenisse realtà – di un’emancipazione, insieme, sociale, politica ed economica.

La riforma costituzionale oggetto di referendum non è, certo, che un piccolo passo, ma occorre essere consapevoli della direzione nella quale essa si inserisce: un regime che marginalizza e criminalizza il disagio sociale, reprime il dissenso, mira a costruire un consenso plebiscitario, abbandona il lavoratore alla mercé di un capitalismo sempre più aggressivo, esternalizza (con una politica criminale) le frontiere, veicolando diseguaglianza e sudditanza.

Da fine marzo le Camere (quasi sicuramente) saranno ridotte – come detto in apertura, il referendum si annuncia plebiscitario – ma non per questo è meno rilevante un “no”: stare, ancora una volta «dalla parte del torto»[50]; muovere dalla «tradizione degli oppressi» che «ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola»[51], per ribaltarla; pensare, per restare all’orizzonte costituzionale, non tanto a modificare la Costituzione, quanto ad attuarla, a partire dal suo cuore, l’art. 3, c. 2, l’emancipazione e la giustizia sociale.

 

[1] Il Consiglio dei ministri ha optato – tenuto conto dei tempi predeterminati (il Consiglio viene appositamente convocato entro 60 giorni a partire dal giorno in cui è stata depositata l’ordinanza della Corte di cassazione e indice il referendum in una domenica compresa fra il 50° e il 70° giorno dalla data di emanazione del decreto di indizione) per l’indizione del referendum (con decreto del Presidente della Repubblica) in tempi strettissimi (con conseguente restrizione degli spazi di discussione).

[2] Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 240 del 12 ottobre 2019.

[3] Non si affronta qui il tema del risparmio in termini di finanza pubblica che discenderebbe dalla riduzione del numero dei parlamentari, reputandolo quasi risibile se si ragiona di cifre (sia in sé sia in quanto sono evidentemente possibili infinite altre alternative in termini di contrazione delle spese) e radicalmente errato se si muove dal principio alla base della previsione dell’indennità parlamentare o se si ragiona della centralità della rappresentanza e del Parlamento nella vita di una democrazia.

[4] Centro per la Riforma delle Stato, «La democrazia che vogliamo», in il manifesto, 14 gennaio 2020.

[5] Come noto, ai sensi dell’art. 138 Cost., il referendum può svolgersi solo se in seconda deliberazione non si raggiunge in entrambe le Camere la maggioranza dei due terzi dei componenti e qualora sia richiesto, entro tre mesi dalla pubblicazione del testo della legge, da almeno uno dei soggetti ai quali la norma costituzionale attribuisce l’iniziativa (un quinto dei membri di ciascuna camera, cinque consigli regionali, cinquecentomila elettori).

[6] … nella consapevolezza peraltro che la dottrina sul punto è divisa.

[7] La legge n. 51 del 2019, art. 3, recita: «qualora, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sia promulgata una legge costituzionale che modifica il numero dei componenti delle Camere…».

[8] Per un primo approfondimento sul punto, cfr. M. Podetta, Il pregio di fondo, e qualche difetto, della legge n. 51 del 2019 (in attesa di una comunque non rinviabile riforma elettorale), in Nomos. Le attualità nel diritto, n. 2/2019.

[9] L’attribuzione avveniva in ogni Regione e nessuna Regione poteva avere un numero di senatori inferiore a sei, con l’eccezione dell’unico senatore della Valle d’Aosta (art. 57 Cost. prima della legge cost. n. 2 del 1963).

[10] Con la precisazione che anche in Francia si discute di riduzione del numero dei parlamentari (cfr. il progetto di legge organica n. 977 del 23 maggio 2018, con la previsione di una riduzione pari al 30% in entrambe le Camere).

[11] Senza dimenticare che in Germania la composizione del Bundestag, in ragione della formula elettorale, prevede un numero di componenti minimo al quale si aggiungono i cd. seggi soprannumerari e i cd. seggi compensativi (per cui con le ultime elezioni del 24 settembre 2017, ai 598 membri previsti sono stati addizionati 111 membri).

[12] I dati citati, così come quelli riportati infra, sono relativi ad ottobre 2018 e tratti da Senato della Repubblica, Camera dei deputati, Servizio Studi, XVIII legislatura, Dossier 29 luglio 2019, Riduzione del numero dei parlamentari, A.C. 1585-B, pp. 25 ss.

[13] Il fatto che percentuali che si discostano nettamente dalle altre, per un valore particolarmente alto, siano riscontrabili in Paesi con una popolazione assai ridotta (come Malta o il Lussemburgo), denota come probabilmente si ritiene che i rappresentanti non possano mai comunque scendere sotto un certo numero senza vulnerare l’idea stessa di rappresentanza (si tratta già così di parlamenti molto piccoli: nel caso di Malta, 68 componenti; del Lussemburgo, 60).

[14] Per un riferimento a proposte in tema di riduzione del numero dei parlamentari antecedenti, cfr. Senato della Repubblica, Camera dei deputati, Servizio Studi, XVIII legislatura, Dossier 29 luglio 2019, cit., pp. 21 ss.

[15] Cfr., sul punto, in relazione alla proposta di legge costituzionale che qui si commenta, D. Porena, La proposta di legge costituzionale in materia di riduzione del numero dei parlamentari (A.C. 1585): un delicato “snodo” critico per il sistema rappresentativo della democrazia parlamentare, in Federalismi.it, n. 14/2019.

[16] Centro per la Riforma dello Stato, «La democrazia che vogliamo», in il manifesto, 14 gennaio 2020.

[17] Argomenta la tendenza all’affermazione di un modello postdemocratico, C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari, 2003, che così ne sintetizza i caratteri: «in base a questo modello, anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione… La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico… A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici» (p. 6). In precedenza, il neologismo «postdemocrazia» era già stato utilizzato da A. Mastropaolo, Democrazia, neodemocrazia, postdemocrazia: tre paradigmi a confronto, in Dir. pubbl. comp. ed europeo, 2001-IV, pp. 1612 ss., il quale ne individua una caratteristica nella ridefinizione della rappresentanza politica, attraverso «un restringimento dei canali della rappresentanza» e una ridislocazione nell’esecutivo, a spese del Parlamento e dei partiti, con il supporto teorico in una visione di «un popolo fatto d’individui legittimamente autointeressati, cui occorreva restituire voce» (pp. 1619-1620).

[18] Così M. Dogliani, Politica e antipolitica: democrazia d’indirizzo versus democrazia d’investitura, in S. Labriola (a cura di), Ripensare lo Stato, Giuffrè, Milano, 2003, p. 655.

[19] Utilizza questa espressione M. Bovero, Ma la democrazia ha un futuro? Uno sguardo dall’Italia, in Ragion pratica 25, 2005, p. 436.

[20] Cfr. M. Revelli, Controcanto, chiarelettere, Padova, 2010.

[21] Si veda M. Ciliberto, La democrazia dispotica, Laterza, Roma-Bari, 2011.

[22] M.L. Salvadori, Democrazie senza democrazia, Laterza, Roma-Bari, 2009.

[23] Il riferimento muove dalla sovranità popolare come intesa da Crisafulli (V. Crisafulli, La sovranità popolare nella Costituzione italiana, estratto da Rassegna Giuliana di Diritto e Giurisprudenza, 1954, p. 57), ma anche da Ferrajoli, con il concetto di sovranità popolare frammentata (L. Ferrajoli, Principia iuris. Teoria del diritto e della democrazia, 2. Teoria della democrazia, Laterza, Roma-Bari, 2007, pp. 10-11), per andare oltre, intersecandosi con l’«effettiva partecipazione» di cui all’art. 3, c. 2, Cost.

[24] In argomento, si vedano le riflessioni, e i riferimenti bibliografici, in A. Di Giovine, Dal principio democratico al sistema rappresentativo: l’ineluttabile metamorfosi, paper, in Rivista Aic, n. 1/2020.

[25] Corte costituzionale, sent. n. 1 del 2014.

[26] Per tacere, ad esempio, delle modifiche necessarie ai regolamenti parlamentari, o alle circoscrizioni elettorali.

[27] G. Cerrina Feroni, Riduzione del numero dei parlamentari e applicabilità delle leggi elettorali (audizione presso la Commissione I Affari Costituzionali), in Osservatorio costituzionale, n. 3/2019, p. 5.

[28] La rapida approvazione del disegno di legge costituzionale che qui si commenta, per citare solo un esempio, dimostra come il numero dei componenti non costituisce un ostacolo se vi è una forte volontà politica (e le maggioranze necessarie); fermo restando che la velocità non necessariamente è un valore positivo a fronte di procedure democratiche, e di scelte, che richiedono ponderazione e discussione.

[29] Da non trascurare è il cd. “argomento comparatistico”, che si fonda sul ruolo che organi numericamente ridotti, come il Senato degli Stati Uniti, rivestono; in sostegno, dunque, sembrerebbe prima facie alla tesi che lega composizione ridotta e forza dell’organo. La persuasività dell’argomento, però, è revocata in dubbio se solo si considerano le insidie insite nella comparazione tra organi appartenenti a forme di governo disomogenee (come quelle parlamentare e presidenziale) e il rilievo di elementi come le competenze di un organo (nell’esempio citato, quelle che discendono da una forma fondata sul balanced and divided government).

[30] G.U. Rescigno, Democrazia e principio maggioritario, in Quaderni costituzionali, n. 2/1994, p. 219: dire «che un sistema più efficiente, o più stabile, è per ciò solo più democratico è un non sequitur, è un modo surrettizio di cambiare i termini del discorso».

[31] Fra gli altri, sottolinea come «la parola d’ordine della «governabilità»» possa rischiare «di diventare il passe-partout per soluzioni non di efficienza istituzionale, ma di estrema personalizzazione del potere e di impoverimento della democrazia», V. Onida, La Costituzione ieri e oggi, il Mulino, Bologna, 2008, p. 76.

[32] L. Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino, 2011.

[33] Sul punto, cfr. L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, intervista a cura di P. Borgna, Laterza, Roma-Bari, 2012, p. 12: «non è affatto venuta meno la lotta di classe. Semmai, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto ad una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere»; in senso ampio, sull’esistenza delle classi sociali, nonostante l’oscuramento da parte dei maître à penser dominanti, o la loro minore visibilità (ovvero, in termini marxisti, la loro esistenza in sé ma non per sé), oltre L. Gallino, La lotta di classe, appena citato, si vedano J. Holloway, Che fine ha fatto la lotta di classe?, manifestolibri, Roma, 2007; D. Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari, 2013.

[34] M. Revelli, Controcanto, chiarelettere, Padova, 2010, p. 71.

[35] La democrazia spicca – osserva Alfio Mastropaolo (La democrazia è una causa persa? Paradossi di una invenzione imperfetta, Bollati Boringhieri, Torino, 2011, pp. 7, 13) – «per la sua smisurata ambizione» e, insieme, per la sua imperfezione, il suo essere «un intrico di conquiste», ma anche di cadute e «drammatiche smentite».

[36] Ciò senza dimenticare, ovviamente, che il sistema rappresentativo di per sé, anche se basato su un sistema elettorale il più proporzionale possibile – e, in quanto tale, tendente alla «maggiore approssimazione possibile all’ideale della autodeterminazione in una democrazia rappresentativa, e quindi il sistema elettorale più democratico» (così H. Kelsen, General Theory of Law and State, Cambridge, 1945, trad. it. Teoria generale del diritto e dello Stato, Etaslibri, Milano, 1994, p. 302) –, è inevitabilmente in parte escludente.

[37] Corte costituzionale, sent. n. 172 del 1999.

[38] Ex multis, cfr. L. Elia (Il metodo delle riforme costituzionali: a proposito del messaggio del Presidente Cossiga, 1991, ora in Id., Costituzione, partiti, istituzioni, il Mulino, Bologna, 2009, p. 413).

[39] Insiste sul legame fra sistema elettorale e modello di democrazia, fra gli altri, G. Azzariti, La riforma elettorale, Seminario Aic – “I costituzionalisti e le riforme”, Università di Milano, 28 aprile 2014, in Rivista AIC, n. 2/2014, p. 12.

[40] La citazione è da C. Montesquieu, De l’Esprit des lois, 1748, trad. it. Lo spirito delle leggi, Rizzoli, Milano, 2007, Libro secondo, Delle leggi che derivano direttamente dalla natura del governo, cap. II (ed. cit., pp. 155-156), ma la relazione fra democrazia rappresentativa, principio di maggioranza e sistema elettorale, è un must di tutti gli scritti sul tema (per tutti, H. Kelsen, Vom Wesen und Wert der Demokratie, 1929, trad. it. Essenza e valore della democrazia, in La democrazia, il Mulino, Bologna, 1981, p. 106).

[41] Ufficio Stampa della Corte costituzionale, Comunicato del 16 gennaio 2020. Nelle more della pubblicazione del presente lavoro è intervenuto il testo della sentenza: Corte costituzionale, sent. n. 10 del 31 gennaio 2020.

[42] Per inciso: è prassi che ormai difficilmente desta critiche il fatto che la legge elettorale sia modellata sulle previsioni dei risultati elettorali delle forze politiche di maggioranza, con la mancanza di ogni senso istituzionale e di rispetto per il sistema disegnato dalla Costituzione (nonché anche, spesso, di mera lungimiranza o capacità di cogliere, come il passato insegna, l’orientamento dell’elettorato).

[43] Fermo restando che occorre anche considerare le variabili dei metodi matematici e della grandezza dei collegi; come noto, il sistema elettorale spagnolo, un proporzionale che utilizza il metodo d’Hondt (maggiormente favorevole ai partiti più consistenti), a lista bloccata e con soglia di sbarramento del 3% dei voti validi a livello di singola circoscrizione, senza recupero dei resti a livello nazionale, in presenza di circoscrizioni di piccole e un numero complessivo di seggi relativamente basso (350), produce effetti che si avvicinano a quelli di un sistema maggioritario uninominale (ex multis, cfr. S. Gambino, Rappresentanza e governo, fra riforme elettorali (partigiane), partiti politici (sregolati) e governi (deboli), in Politica del diritto, n. 2/2008, p. 235; M. Volpi, Libertà e autorità. La classificazione delle forme di Stato e delle forme di governo, Giappichelli, Torino, 2010, p. 142).

[44] Disegno di legge, che, al momento (gennaio 2020), risulta arenato in Commissione Affari Costituzionali dal 23 luglio 2019.

[45] Osserva R. Bin, Che cos’è la Costituzione?, in Quaderni costituzionali, n. 1/2007, pp. 20-21, come le costituzioni del Novecento incorporano il conflitto: «la regolazione del conflitto tra interessi inconciliabili corrisponde esattamente all’«oggetto sociale» della costituzione, che non pretende affatto di comporlo una volta per tutte, ma punta a istituire regole e procedure che consentano di individuare in futuro punti di equilibrio tra gli interessi che siano accettabili per tutti»; M. Dogliani, I due volti della rinuncia alla politica, in Critica Marxista, n. 1-2008, p. 24, si riferisce al «pluralismo conflittuale» come al «sale della democrazia»; G. Azzariti, Diritto e conflitti. Lezioni di diritto costituzionale, Laterza, Roma-Bari, 2010, individua tre modalità di composizione dei conflitti: una soluzione autoritativa, una soluzione procedurale e una attraverso la legittimazione e la costituzionalizzazione (p. 122), e conclude ricordando che «non c’è democrazia senza conflitto» (p. 404). Per una visione della democrazia in cui «il confronto agonistico è la condizione essenziale della sua esistenza» (p. 34) e «il consenso è certamente necessario, ma deve essere accompagnato dal dissenso» (p. 35), C. Mouffe, On the Political, 2005, trad. it. Sul politico. Democrazia e rappresentazione dei conflitti, Mondadori, Milano, 2007.

[46] Cfr. M. Luciani, “Iniziativa legislativa e referendum, le proposte di revisione costituzionale”, intervento alla Tavola Rotonda AIC, Roma, 1 marzo 2019, in Osservatorio costituzionale, n. 1-2/2019, p. 201.

[47] Sulla centralità dell’immagine dell’espulsione, individuata come cifra dell’economia mondiale, cfr. S. Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, Bologna, il Mulino, 2015.

[48] Sia consentito rinviare a A. Algostino, Il decreto “sicurezza e immigrazione” (decreto legge n. 113 del 2018): estinzione del diritto di asilo, repressione del dissenso e diseguaglianza, in Costituzionalismo.it, n. 2/2018, pp. 167 ss.

[49] Cfr. i rapporti annuali di Oxfam; da ultimo, Oxfam International, Time to care. Unpaid and underpaid care work and the global inequality crisis, January 2020.

[50] T. Montanari, Dalla parte del torto. Per la sinistra che non c’è, chiarelettere, Milano, 2020.

[51] W. Benjamin, über den Begriff der Geschichte, 1940, trad. it. Sul concetto di storia, a cura di G. Bonola e M. Ranchetti, Torino, Einaudi, 1997, VII, p. 31 e VIII, p. 33.




Per l’aumento del numero e della qualità dei parlamentari

Per l’aumento del numero e della qualità dei parlamentari

di Luca Baiada

Per Costituzione, deputati e senatori non hanno vincolo di mandato, il suffragio è universale, c’è il bicameralismo, le modifiche costituzionali richiedono tempi e maggioranze particolari. Tutto si regge. La Carta ha debiti illustri: Risorgimento, Repubblica romana, moti popolari, socialismo e molto altro. Ci sono dentro Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Cavour, Beccaria, come si sente in una vecchia registrazione di Piero Calamandrei, col fruscìo di fondo, in un discorso agli studenti nel 1955. C’è dentro anche il bisogno di antidoti contro il più orrendo retaggio della storia italiana: fascismo, dittatura, sostituzione del cittadino col burattino, della politica col partito-caserma.

La modifica del 2019 – si può ancora sottoporla a referendum – riduce il numero complessivo dei parlamentari da 945 a 600. Oltre un terzo di meno. Un ridimensionamento era già nel Piano di rinascita democratica della loggia massonica P21. Gli incappucciati di Licio Gelli erano meno avari: 450 deputati e 250 senatori, totale 700. Ce ne lasciavano cento in più.

Si insiste sull’efficienza e sulla produttività delle Camere, come se fossero aziende e se occorresse una celerità da Tempi moderni, con l’operaio negli ingranaggi. Le approvazioni sono già veloci, quando serve a certi interessi: l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione, voluta dalla finanza e dalla Germania, nel 2012 è stata fatta alla svelta, con discussioni misere e senza ostacoli. Quella vicenda è la prova che deputati e senatori non sono troppi, ma pochi e inadeguati.

La saggia misura costituzionale di un Parlamento ampio e bicamerale previene colpi di testa e di mano, e anzi, forse non è neppure abbastanza prudente. Per aprire la strada a Berlusconi, dopo le bombe ai magistrati e nelle piazze, c’è un referendum bovino che liquida il sistema proporzionale; chiusa quella stagione, una votazione asinina imbriglia la Costituzione più propositiva del mondo (articolo 3, «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale…»), privandola di mezzi. Eppure, Calamandrei nel 1955 lo disse bene: le carte costituzionali di solito sono polemiche col passato, la nostra è polemica col presente: vuole cambiarlo. Col pareggio di bilancio si tolgono gli strumenti per farlo, fingendo di chiudere il tempo della brigata spendereccia.

Nella Costituzione il sistema elettorale proporzionale non c’è: da questa falla, nei contraccolpi della caduta del blocco socialista, passa il sabotaggio del sistema democratico. Col referendum del 1993, appunto, si cade nella trappola: il sistema maggioritario rende talmente sovrarappresentati Berlusconi e i suoi alleati, compresi i fascisti, da permettere un governo banditesco, subito sostituito da compromessi appena più presentabili, ma ligi alle stesse esigenze e sostenuti da una sinistra che si crede furba.

Il proporzionale non c’è, nella Carta, ma i parlamentari sono parecchi per permettere una larga rappresentanza. Anche piccoli gruppi, espressione di convinzioni minoritarie o esigenze territoriali, possono aver voce. Il loro peso nelle votazioni è trascurabile, il loro punto di vista si ascolta come un ronzio nelle consultazioni per la formazione del governo, ma la democrazia si alimenta anche di opinioni marginali, questioni sul confine dell’indicibile, proteste e ripicche, persino fanatismi. Lasciato scorrere, il fiume delle inquietudini si dilata e si scioglie; chiuso in canali, si riempie d’acque velenose e prende forza senza disperderle.

In Parlamento i gruppi ampi hanno la forza del numero, ma anche formazioni ridottissime possono fare gioco, se pochi caparbi insistono e trovano sponda nella comunicazione. Battaglie d’avanguardia possono ricevere contributi importanti: la questione ambientalista, quella sessuale, le autonomie locali, sono state valorizzate da formazioni sparute, in momenti in cui relazioni pericolose invischiavano i partiti convinti di essere grandi, mentre erano solo grossi.

Con meno parlamentari i gruppi si riducono di spessore, non necessariamente di numero, ma certamente i capigruppo esercitano più controllo. Già adesso il protagonismo è vistoso, sorretto da chi nel giornalismo trova comodo raccogliere solo la battuta del capogruppo chiacchierino. La vecchia abitudine democristiana di sottovalutare gli eletti in provincia, magari non allineati alla segreteria, con la riduzione del numero si può rafforzare.

Le apparenze ingannano: una formazione che, fra 945 parlamentari, ne ha abbastanza per un tresette, sembra insignificante ma è stata votata da almeno cinquantamila persone. Cioè, riducendo il numero, è come se una città di media grandezza perdesse il diritto di voto, o fosse costretta a votare per un programma che non vuole. Questo tipo di elezione di scarto, che va per esclusione e produce esclusi, stride con gli articoli 56 e 58 della Carta: il suffragio è universale e diretto, mentre se si è costretti a votare per i votati dagli altri, diventa sostanzialmente indiretto. C’è da chiedersi se questa modifica sia una revisione contraria alla forma repubblicana, quindi vietata dall’articolo 139. Si sa che quel divieto non impedisce solo il ritorno della monarchia.

Il numero influisce sulla struttura censitaria del voto. Più sono gli eletti, più si estende la rappresentanza. Con la riduzione gli abbienti influenzano meglio la politica, grazie al linguaggio che parlano con più disinvoltura: il denaro. La Commissione d’inchiesta sulla P2 nota nel Piano di rinascita democratica, «calata in una prospettiva genericamente tecnocratica, l’immagine chiusa e non priva di grigiore di una società dove si lavora molto e si discute poco. […] La logica del controllo contrapposta a quella del governo balza qui in evidenza con tutta la cinica conseguenzialità di una visione politica che tende a situare il potere negli apparati e non nella comunità dei cittadini, politicamente intesa»2.

Si compromette l’attività d’inchiesta: si provi a immaginare commissioni, proprio come quella sulla P2, o sul caso Moro, senza la partecipazione dei partiti piccoli o delle correnti minoritarie: probabilmente avrebbero prodotto solo relazioni aggiustate.

Si favorisce, ed è fra i rischi peggiori, l’avventurismo di ulteriori riforme istituzionali; ridurre il numero senza elevare il quorum per le modifiche della Carta, di fatto è come abbassarlo, perché il potere dei gruppi organizzati si addensa, si concentra in misura più che proporzionale alla loro controllabilità.

Sono in gioco la separazione dei poteri e l’equilibrio nei loro rapporti. Un Parlamento efficientista viene disabituato alle scelte che presuppongono il confronto di opinioni ad armi pari, quindi è naturalmente portato allo sfavore verso un potere diffuso come la magistratura. Camere a ranghi ridotti fanno quadrato meglio, contro le indagini scomode sui loro membri.

Dà fastidio l’assenza di vincolo di mandato: l’idea che un eletto stia lì per prendere decisioni, senza essere un pupazzo, sembra un ingombro nel nome dello spirito popolare. Ma un numero significativo di parlamentari permette discussioni più ricche, confronti, sfumature. Se comanda lo spirito del popolo, inteso non si sa da quale sciamano, bastano poche bocche per riferirlo, e s’intende che devono parlare a tono e pensare poco. Si comincia con gli sciamani, si prosegue con gli apprendisti stregoni, si finisce con spettri che non tornano nell’alambicco.

I paragoni con i sistemi in uso all’estero si possono fare e rifare all’infinito. Sono sempre disomogenei, specie quando si limitano a tenere conto da un lato della popolazione con cittadinanza, dall’altro del numero degli eletti. Per raffronti seri bisogna considerare gli effettivi votanti, non gli aventi diritto, e molti fattori: la distribuzione del potere fra strutture locali e parlamento nazionale, il peso effettivo di ciascun eletto, l’efficacia della funzione rappresentativa e legislativa. Comunque sono paragoni che irrigidiscono la questione su dati freddi.

Livellare la storia significa cancellarla: questo è il paese della pizza, del pizzo e del pizzino, qui si parla la lingua che ha dato al mondo mafia e fascismo. Qui rappresentanza e cittadinanza devono essere curate come si prevengono le infezioni sulle navi e il contagio negli ospedali. Una novità fu il fascismo, straordinario doveva essere l’impianto della partecipazione nell’Italia democratica. Il fascismo aveva piegato lo Statuto Albertino alla dittatura, dentro un addestramento del costume nazionale. Ed ecco che Statuto, dittatura e costumi dovevano essere spazzati via con la Costituzione. L’esercizio del voto è dovere civico, sta ancora scritto nell’articolo 48, e fino agli anni Novanta era prevista per i riottosi una nota sul certificato di buona condotta: «Non ha votato». Certo, la partecipazione popolare non si tira, le sanzioni non servono e se ci fossero, a questo punto, colpirebbero una folla. Ma la storia non la fanno il destino e gli oroscopi, e credere che dipenda dagli –ismi non è più solido che avere fiducia nelle macchinette da scommesse che hanno invaso bar e tabaccherie.

La partecipazione popolare, se non si tira, si può spingere, e si è fatto di tutto contro. C’è chi frequenta proposte come il sorteggio dei parlamentari, o consultazioni permanenti con tecnologie non verificabili. Al fondo, resta la questione dell’amore per gli altri e per sé. Nessuna tecnica di selezione del personale politico funziona, se i cittadini non sentono come propria la vita collettiva, se per le funzioni parlamentari non scelgono con cura persone conosciute, incontrabili nel quartiere o sul posto di lavoro. Magari, che si possono aspettare sotto casa, giusto per fare due chiacchiere. Non c’è nessuna democrazia se i lavoratori non si organizzano sul territorio dove vivono, mangiano, respirano. La storia di Taranto, con la sua falsa scelta fra disoccupazione e malattia, ribadisce cosa giova al padrone e avvelena la sua folla. Eppure, la stessa Costituzione dichiara la Repubblica fondata sul lavoro e dice che «tutela il paesaggio». Nel 1948 ci fecero una vignetta: un bimbo che orina all’aria aperta. Ma su questa norma, giuristi coraggiosi costruirono i primi contrasti alla devastazione ambientale, mezzo secolo prima che l’ecocidio fosse evidente.

La motivazione economica della riduzione non convince. Si è provato a fare il conto: con la riduzione da 945 a 600, ogni italiano risparmia una tazzina di caffè all’anno. Sono calcoli opinabili, le Camere spendono per le strutture, che sono burocratiche logistiche amministrative comunicative culinarie eccetera. Sono gli apparati che hanno invaso Roma occupando palazzo dopo palazzo, piazza dopo piazza, scavando sottoterra per collegare antichi edifici, ristrutturati con gusto dubbio. Si può star certi che, con una riduzione del numero, i pochi fortunati non vedrebbero l’ora di ridurre quei metri cubi di lusso pagato dagli altri, rinunciando a stare più larghi. Il menù del ristorante diventerebbe sicuramente frugale. Quando si è in pochi, quel che conta è la compagnia.

La questione è di fondo, non di spesa. Il pregiudizio per cui la democrazia è un lusso imperversa, e non solo in Italia. È falso: le dittature sono più costose. Le dichiarazioni di guerra al liberalismo sono bravate che piacciono a molte correnti politiche perché danno voce alla voglia di padrone. Una voglia che vide la prima uscita fisica a Roma nel 1994, per la vittoria di Berlusconi, quando i suoi elettori festeggiarono in strada con gli schiamazzi l’arrivo del nuovo Priapo. Ma il Priapo originale, il Cuce, almeno ebbe un Carlo Emilio Gadda a lisciarlo con la carta vetrata.

Resta il problema di come costruire un ceto politico rappresentativo, e qui il discorso di Calamandrei agli studenti, «la libertà è come l’aria, ci s’accorge di quanto vale quando comincia a mancare», riguarda anche la rappresentanza e la partecipazione. Il punto è, che la mancanza dell’aria è insopportabile, quella della partecipazione la presentano come un’ovvietà, un portato normale della vita moderna, mentre è frutto e contorno di un cambiamento brutale dei rapporti di forza nella società, nei posti di lavoro, nelle amministrazioni, negli spazi di cultura.

Il firmatario della prima proposta per l’attuale modifica, Gaetano Quagliariello, nel 2018 ha esordito al Senato citando Cesare Balbo e mettendo in secondo piano la legge elettorale, secondo lui sopravvalutata, per proporre grandi cose. Un assaggio: «Appare ora inevitabile la presa di consapevolezza che sia necessaria una riforma più ampia che investa il Parlamento e soprattutto la forma di governo e soltanto a valle, e in modo coerente, la legge elettorale». Chiaro: meno rappresentanza, meno contrappesi, più dirigismo. Ma tenendo sottobanco la legge elettorale si rischia un voto con le carte truccate, per eleggere un Parlamento mutilato, con gli esiti di un gioco baro.

Quanto a Cesare Balbo, il suo Sommario della storia d’Italia, prima edizione 1846, è da rivalutare. Massimo D’Azeglio a Giuseppe Giusti: «Anche a me la Storia di Balbo parmi il più bello ed utile lavoro sull’Italia di quanti se ne son fatti»3. Balbo, sulla Roma antica repubblicana: «Lo spendere per il pubblico, il capitalizzare il lavoro delle generazioni presenti a pro delle avvenire, è proprio sempre di tutte le generazioni forti, che han fiducia nel proprio avvenire»4. Traduzione nel 2019: ricevuta in eredità la Costituzione, a chi viene dopo bisogna consegnarla attuata, non svuotata. Altro che Quagliariello.

Nel 1947 i collegamenti con Roma erano affidati a ferrovie, torpedoni malmessi, strade antiquate e un piccolo aeroporto nato per i dirigibili (quello moderno è stato fatto molti anni dopo). Dalla seconda metà del Novecento l’attività legislativa si è intensificata e in certi periodi è stata frenetica; la democrazia vuole più attenzione popolare e più intensità del lavoro politico. I nuovi mezzi di trasporto e comunicazione permettono Camere con più rappresentanti.

Fra il 1947 e oggi la popolazione è aumentata di oltre quattordici milioni, cioè quasi di un terzo; adesso 945 rappresentanti sono pochi, non troppi: il rapporto eletto/popolazione è inferiore a uno per sessantamila. Un semplice adeguamento, che mantenesse la proporzione del 1947, porterebbe il numero a 1.260. Perciò l’attuale riduzione a 600, in realtà, è un dimezzamento.

È una questione sociale, di giustizia, di autostima. Insomma: d’amore. Sette secoli fa, nel cielo degli spiriti innamorati, un poeta scacciato come un cane, il più caparbio degli esuli, si fa interrogare da Carlo Martello e parlano di cittadinanza: «“Or dì: sarebbe il peggio / per l’omo in terra, se non fosse cive?”. / “Sì”, rispuos’io; “e qui ragion non cheggio”». Ecco, appunto.

1 Piano di rinascita democratica, voce ProgrammiMedio e lungo termine, punto a3), Ordinamento del Parlamento.

2 Camera dei deputati, Senato della Repubblica, IX legislatura, Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pp. 147 e 149.

3 Massimo D’Azeglio a Giuseppe Giusti, Epistolario di Giuseppe Giusti ordinato da Giovanni Frassi e preceduto dalla vita dell’autore, Felice Le Monnier, Firenze 1863, vol. II, p. 236.

4 Cesare Balbo, Sommario della storia d’Italia, Sansoni, Firenze 1962, p. 54.

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La Resistenza continua. Costituzione libertà socialismo

(Biografia di una rivista)

Una rivista che celebra il suo settantacinquesimo compleanno è non solo un fenomeno letterario, ma anche – e forse soprattutto – parte significativa della storia di un paese. Tale è l’esperienza della rivista «Il Ponte», descritta in questo saggio monografico da Roberto Passini attraverso il racconto dello straordinario gruppo dirigente che diede vita alla rivista e ne ha saputo poi nel tempo mantenere viva la tradizione.

È centrale nella narrazione la figura di Piero Calamandrei, che dà alla rivista un’impronta mai successivamente svanita. Tutti conosciamo il giurista fiorentino come una delle voci più alte in Assemblea costituente e la stessa voce la si ritrova nella sua rivista che è parte viva del contesto culturale in cui nasce la Costituzione repubblicana. La presenza in Assemblea e l’attività pubblicistica in Calamandrei si intrecciano, tanto che la rivista partecipa della scrittura stessa della Carta in alcuni dei suoi passaggi più caratterizzanti ed essenziali.

Per questo la posizione del «Ponte» non è stata affatto priva di influenza politica: dal sostegno alle liste che determinarono l’insuccesso della legge truffa nel 1953, all’impegno per l’affermazione della componente progressista dei governi di centrosinistra, alla battaglia per la laicità dello Stato, alla presa di posizione sulla guerra in Vietnam e sulla questione palestinese. Oggi il quadro è completamente cambiato, come ben sappiamo: la sinistra è ai minimi termini. A maggior ragione è significativo il continuativo impegno del «Ponte», ed è molto utile questo saggio di Passini, che contribuisce alla necessità di mantenere una memoria storica che rischia altrimenti di disperdersi.

Roberto Passini (Grosseto, 1962), avvocato civilista, membro del Comitato direttivo della rivista «Il Ponte» e dell’associazione «Giuristi democratici», promotore dei Comitati per la difesa della Costituzione, fondatore della rivista on-line «HyperPolis».




Il Nobel per l’economia? Conformista e prevedibile. Ecco perché bisognerebbe abolirlo (forse)

Il Nobel per l’economia? Conformista e prevedibile. Ecco perché bisognerebbe abolirlo (forse)

Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all’Università del Sannio spiega i retroscena e le critiche al premio economico più famoso al mondo nel suo libro “Il discorso del potere” (Il Saggiatore), in libreria dal 14 marzo. E ha previsto il nome del prossimo vincitore

Il premio Nobel per l’economia è come l’Oscar: tutti lo criticano ma ognuno sogna di vincerlo. Non esiste premio più controverso. L’economista più famoso del mondo, John Maynard Keynes non l’ha mai vinto, mentre un matematico come John Nash è riuscito ad aggiudicarselo nel 1994 per la sua “teoria dei giochi”. Può capitare che due avversari politici citino in un talk show economisti che l’hanno vinto per giustificare politiche economiche radicalmente opposte. Quasi tutti credono che vincere il premio Nobel dia il potere di cambiare il corso dell’economia, ma raramente queste teorie sono applicate dalla politica che le riscopre 15 o 20 anni dopo. E quando ogni autunno viene pubblicato il nome del vincitore sono in pochi a cercare le motivazioni della vittoria. Per questo Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all’Università del Sannio, ha scritto in collaborazione con Giacomo Bracci il libro “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’economia tra scienza, ideologia e politica” (Il Saggiatore) in libreria dal 14 marzo. Brancaccio da molti anni è protagonista di confronti serrati con i principali esponenti della dottrina economica prevalente, dall’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard all’ex premier Mario Montii. Il suo obiettivo è far conoscere i retroscena, le critiche e il meccanismo del premio economico più famoso al mondo.

Brancaccio, partiamo dalla provocazione contenuta nelle prime pagine del suo libro. Bisognerebbe abolire il premio Nobel?
L’idea di abolirlo non è certo nostra. Fin dalle sue origini il premio ha attirato polemiche e contestazioni. Addirittura lo stesso Alfred Nobel non aveva previsto questo premio nel suo testamento. E infatti i suoi discendenti protestarono quando fu istituito nel 1969 per volere della Banca di Svezia. Da allora negli anni ci sono stati moltI appelli per abolirlo. Per esempio nel 1976 quando Milton Friedman ricevette l’onorificenza, l’Accademia svedese delle scienze fu accusata di aver premiato un simpatizzante della sanguinaria dittatura di Augusto Pinochet. Oppure nel 1992 quando il premio venne assegnato a Gary Becker, si disse che il Nobel per l’economia onorava un propugnatore di teorie sessiste e misogine. È capitato che gli stessi vincitori proponessero di abolirlo. Friedrich von Hayek: temeva che i vincitori sarebbero stati considerati dei “guru” infallibili e che avrebbero avuto il potere d’influenzare la politica economica di interi Paesi.

Aveva ragione?
No. Da individualista libertario, Hayek sopravvalutava l’importanza dei singoli. In realtà il corso della politica economica è il risultato di processi storici complessi, condizionati da conflitti tra grandi gruppi sociali contrapposti. Le idee dei singoli economisti, vincitori o meno di Nobel, possono influenzarlo ben poco. Addirittura Gunnar Myrdal che lo vinse lo stesso anno di Von Hayek, il 1974, reputava l’economia una “scienza molle”, cioè troppo condizionata dai giudizi di valore e dagli orientamenti politici. Secondo lui il Nobel per l’economia rovinava la reputazione degli altri premi assegnati alle scienze cosiddette “dure”, come la fisica e la chimica.

Sono in molti a pensare come Myrdal che l’economia non possa essere una scienza paragonabile alla fisica o alla chimica.
Non sono d’accordo. L’economia è una scienza a tutti gli effetti, e distinguerla dalle cosiddette scienze “dure” è più difficile di quanto si immagini, come spieghiamo nel libro. Anche la fisica è stata condizionata dall’influenza dei giudizi di valore e dagli interessi politici. Un esempio su tutti è il caso di Galileo, che fece abiura della teoria copernicana eliocentrica per evitare la condanna di eresia della Chiesa cattolica. Così come la biologia: per anni la teoria della razza superiore fu un caposaldo ideologico del nazismo, e qualunque critica a essa veniva considerata un attacco al potere costituito.

Però molto spesso le previsioni degli economisti sono sbagliate. Nessuno aveva previsto la crisi economica del 2008.
Non è vero. Magari sono meno noti di altri, ma ci sono economisti che hanno predetto una grande recessione. Per esempio in Italia Paolo Sylos Labini fece considerazioni illuminanti pochi anni prima della crisi. In realtà le previsioni economiche non sono molto peggiori di quelle di alcune scienze naturali. Spesso i geologi non sanno prevedere quando ci sarà un terremoto o i meteorologi sbagliano le previsioni del giorno successivo, ma li riteniamo giustamente degli scienziati. L’eccezione è un’altra. A differenza delle altre scienze, l’economia crea “il discorso del potere”, ossia il linguaggio attraverso cui si formano le decisioni politiche. Questo puo’ rendere la scienza economica influenzabile dagli assetti di potere vigenti e dai loro meccanismi di riproduzione.

Quindi il Nobel per l’economia subisce l’influenza dalla politica?
Le assegnazioni del premio Nobel sono state piuttosto conservatrici. Finora è stato quasi sempre premiato soltanto il “mainstream”, ossia la teoria dominante di ispirazione neoclassica. Pur con alcune varianti tutti i vincitori sono accomunati da un’idea di fondo: in un mondo del tutto ipotetico, in cui non esistessero imperfezioni o asimmetrie, il libero gioco delle forze spontanee del mercato capitalistico condurrebbe a un equilibrio “ottimale”, caratterizzato dalla piena occupazione dei lavoratori e dall’uso più efficiente possibile delle risorse disponibili. Loro stessi riconoscono che questa è solo un’idealizzazione che non ha riscontro nella realtà. Però quell’equilibrio ottimale ipotetico condiziona le loro ricerche e le loro ricette di policy.

Però anche Joseph Stiglitz e Paul Krugman hanno vinto il Nobel per l’economia. Non mi sembrano così legati al mainstream.
Vero, da tempo criticano il liberismo estremo e sono a favore di forme di intervento pubblico nell’economia. Però guardate quando e perché hanno ricevuto il premio Nobel e noterete che hanno vinto per i loro primi contributi teorici, alcuni dei quali molto ortodossi e spesso piuttosto ostili alle politiche progressiste. Per esempio, Stiglitz è stato premiato anche per avere elaborato negli anni Ottanta una interpretazione del mercato del lavoro secondo cui i sussidi ai disoccupati e le tutele per i lavoratori creano disoccupazione e crisi. E Krugman è stato premiato anche per un suo contributo degli anni Settanta, che “scagionava” gli speculatori da ogni responsabilità sulle crisi valutarie. Secondo la sua analisi gli speculatori sono solo il sintomo di una malattia causata da politiche errate, e per questo è stata accolta con grande favore a Wall Street. Oggi Stiglitz e Krugman hanno cambiato idea. Ma avrebbero vinto il Nobel se avessero portato avanti queste tesi fin dall’inizio delle loro carriere? Il dubbio ci pare lecito.

Lei sembra molto critico verso la teoria neoclassica dominante.
Non sempre. Alcuni contributi neoclassici hanno fatto avanzare la scienza economica nel suo complesso. Però per capire come funziona in generale il capitalismo contemporaneo serve un approccio alternativo. Alcuni la chiamano “teoria monetaria della produzione”, parte dalle opere di Marx, passa per le intuizioni di Keynes e i contributi di Piero Sraffa. Anche il premio Nobel Wassily Leontief rientra in questo paradigma alternativo. Però anche Leontief ottenne il Nobel solo dopo avere attenuato il potenziale sovversivo della sua teoria. Dichiarò persino un falso conclamato, e cioè che il suo approccio poteva esser considerato una mera variante della teoria neoclassica prevalente. Un’abiura che gli spianò la strada per il premio.

Facciamo un esempio concreto per capire la differenza tra le due teorie.
Prendiamo le politiche di flessibilità del mercato del lavoro, quelle che riducono le tutele contro i licenziamenti e la durata dei contratti, e che sono state portate avanti per molti anni un po’ in tutto il mondo, inclusa l’Italia. Secondo la teoria neoclassica, queste politiche liberano le forze spontanee del mercato e in tal modo dovrebbero determinare un aumento dell’occupazione. Il problema è che i dati non confermano questa tesi: l’hanno ammesso persino istituzioni da sempre favorevoli alla flessibilità, come la Banca Mondiale, l’Ocse e il Fondo monetario internazionale. Anzi i dati indicano che le politiche di flessibilità del lavoro riducono la quota di reddito che va ai salari. Non creano efficienza ma disuguaglianza. Questi risultati empirici contrastano la teoria neoclassica e sono invece pienamente compatibili con l’approccio alternativo

Ma allora perché si continua a dare il Nobel al paradigma neoclassico?
Perché la scienza economica è sensibile al potere costituito ed è difficile cambiare sistema. La storia della ricerca economica è segnata da veri confronti tra i diversi paradigmi scientifici solo quando ci sono stati grandi conflitti sociali e politici. Vanno di pari passo.

Siamo in una di queste fasi?
No. C’è grande contesa tra liberismo globalista e un sovranismo xenofobo. Ma è solo una disputa tra due forme diverse di conservatorismo. Siamo ancora lontani dalle grandi dispute fra paradigmi alternativi, come quelle degli anni Trenta o del secondo dopoguerra.

Se la teoria è sempre la stessa si può prevedere il vincitore del prossimo Nobel per l’economia?
Più o meno. Guardiamo gli indici bibliometrici, che pesano il valore di ciascuno studioso in base al numero di citazioni che i suoi studi hanno ricevuto dai suoi colleghi. Nel libro facciamo notare che questa sorta di “Nobelmetria” sembra in grado di prevedere i vincitori futuri del premio meglio di quanto riesca a fare riguardo ai Nobel delle altre scienze. Questoci fa capire che nella scienza economica c’è più conformismo: si premia solo chi ha già una posizione molto consolidata in accademia.

Facciamo un nome.
Nel libro riportiamo una celebre classifica di potenziali vincitori futuri calcolata in base a quella che definiamo “nobelmetria”. Tutti mainstream, ovviamente. Uno dei più papabili secondo me è Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale perché è una figura interessante. Pur restando nei confini della teoria dominante, ha ammesso che per fare evolvere la scienza economica bisogna guardare anche agli approcci concorrenti.

Dico io quello che non può dire lei. L’accademia è diventata così conformista da scoraggiare gli economisti a pensare fuori dagli schemi della teoria dominante?
Essere outsider in accademia e’ sempre stato difficile, in tutti i settori. Ma oggi l’ostracismo verso il pensiero economico critico puo’ esser considerato “scandaloso”. Lo ha detto Luigi Pasinetti, un grande studioso italiano. Nel libro ricordiamo che un altro premio Nobel, Jean Tirole, qualche anno fa tentò in gran segreto di persuadere la ministra francese dell’università a negare ogni legittimità alle scuole di pensiero economico alternative. Queste chiusure non aiutano la competizione tra paradigmi. Eppure, come ci ricorda Imre Lakatos, solo la competizione delle idee determina il progresso scientifico.

Quindi un economista molto citato dai nostri politici come John Maynard Keynes, ispiratore del moderno intervento pubblico nell’economia, oggi non vincerebbe il Nobel.
Probabilmente no. In realtà ha vinto la Medaglia Söderström nel 1939, l’onorificenza conferita dall’Accademia svedese prima che il premio Nobel venisse istituito. Ma erano altri tempi. Quell’epoca lo rendeva possibile perché c’era spazio per un pensiero critico dell’economia. C’era un grande scontro tra capitalismo e socialismo, e il pensiero di Keynes in un certo senso si proponeva come un complicato tentativo di sintesi tra le due opposte concezioni della vita sociale.

Parliamo dei vincitori del Nobel. Qual è stato il più immeritato?
Quello a Edward Prescott, del 2004, ha suscitato molte polemiche. Nel libro ricordiamo che dalle sue teorie si possono trarre tesi alquanto bizzare, come ad esempio quella secondo cui la Grande Depressione degli anni 30 non fu provocata da un crollo della domanda di merci ma semplicemente da un cambiamento tecnico che potrebbe avere indotto i lavoratori ad abbandonare le loro occupazioni in attesa di tempi migliori. La disoccupazione, in quest’ottica, viene vista come un fenomeno puramente volontario. Una teoria un po’ folle, che tuttavia negli anni passati ha avuto un notevole seguito, accademico e politico.

Anche Franco Modigliani, l’unico italiano ad averlo vinto, nel 1985?
Modigliani è stato un economista ambivalente. La sua “sintesi neoclassica”, ovvero l’interpretazione neoclassica della teoria keynesiana e ha rappresentato dal dopoguerra agli anni Sessante il mainstream teorico e politico. Anche lui però ha avuto luci e ombre. Criticò le dottrine liberiste e per questo fu un convinto sostenitore dell’uso delle politiche keynesiane di gestione della domanda per raggiungere la piena occupazione. Ma fu anche ostile alle rivendicazioni dei lavoratori. Secondo lui il sindacato doveva contenere le istanze sociali, per garantire una dinamica dei salari compatibile con le decisioni di politica monetaria della banca centrale. Una posizione teoricamente discutibile, che in ogni caso gli creò non pochi problemi negli anni caldi del conflitto sociale in Italia.

E cosa ne pensa dell’ultimo vincitore del Nobel: Paul Romer?
Nel libro parliamo anche di lui. Sul piano teorico, Romer ha fornito contributi interessanti in tema di rapporti tra cambiamento tecnologico e sviluppo economico. Ma le sue proposte politiche sono alquanto discutibili. Durante la crisi dell’eurozona, sostenne che l’unico modo per superare le inefficienze e sconfiggere la corruzione in Grecia fosse consegnare l’amministrazione dello Stato alla troika, ovvero gli emissari di Banca centrale europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione europea. Oppure qualche anno prima propose al Madagascar di vendere un intero pezzo dell’isola alla corporation sudcoreana Daewoo, per tentare di aumentare l’efficienza della produzione agricola. Qualcuno l’ha definita una forma raffinata di colonialismo. A riprova che dai Nobel per l’economia possono scaturire idee geniali e realmente innovative, ma anche ricette retrograde e piuttosto pericolose.

in LINKIESTA 9 marzo 2019

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