Per Massimo Jasonni       

Per Massimo Jasonni

Attualità, Memoria

Distacco Massimo Jasonni

di Marcello Rossi

Il nostro lettore, che è lettore attento, si sarà accorto che da alcuni mesi sulla rivista non compaiono più articoli di Massimo Jasonni, un autore che da molti anni ha dato alla rivista contributi di grande intelligenza, sempre attento alla realtà sociale, ma anche fine conoscitore del mondo antico greco e romano. Massimo Jasonni nell’ottobre dello scorso anno è stato colpito da un ictus cerebrale e da allora ha subito le conseguenze che questo evento comporta e dopo nove mesi di difficile sopravvivenza ci ha lasciato.

Di lui, quando ancora non era all’orizzonte un esito così tragico, ha scritto Michele Feo[1] – illustre professore di Letteratura e Filologia medievale e umanistica –, uno di noi che da circa trent’anni collabora con la rivista analizzando con la solita ironia alcune caratteristiche del «Ponte». Ne riproponiamo il testo:

«In una rivista come “Il Ponte”, aristocraticamente arroccata nei templi dell’alta contemplazione dei fulgidi destini e dei naufragi politici dei singoli e delle masse con e senza nome, in una così rarefatta e talvolta sprezzante atmosfera intellettuale, manca da anni la voce delle cose, dei fiori, dei passatempi, della moda, dei bambini e di tutto quanto di inessenziale rende più leggero il peso della vita, di quanto piace a grandi e piccini e pure nel segreto dell’urna può muovere scelte gravi. Manca a tavola una vecchia ospite, povera e dimessa e pure grande nei suoi stracci: è una voce che non si stanca di clamare alle porte chiuse degli affari e delle logiche, e continua a voler dire, in forme sempre più criptiche, verità strane anomali sghembe. È la signora Poesia. Ma le fa onore un suo cavaliere solitario, scrittore, filosofo, giurista, il professore modenese Massimo Jasonni. Eccolo tornare, dopo Kéramos del 2016[2], con Agonismo costituzionale, agonia della politica e altri saggi[3]. Gli scritti di Kéramos erano tutti apparsi sul “Ponte” dal 2007 al 2016, e stavano come dentro un vaso. Riteneva Jasonni, forse con felice intuizione, che Kéramos fosse una figura mitologica: figlio di Dioniso e Arianna, aveva a che fare con l’arte della ceramica. E il vaso, oggetto utile alla raccolta delle acque piovane (non potabili!) e alla conservazione del vino, contenitore di fiori e protagonista di ritualità sacre, propiziava il favore delle divinità “ancorando ciò che è destinato a perire all’idea dell’eterno ritorno inscritto nel ciclo delle stagioni e nei ritorni della natura”[4]. Si potrebbe aggiungere che il vaso è transitato tranquillamente dalla mitologia pagana a quella cristiana ed è diventato vas d’elezione, grembo d’Abramo dove i beati si godono l’eterna pace, e vaso librario dove i nostri grandi attendono in silenzio che noi li interroghiamo. Jasonni ha qui chiamato a raccolta un turbinio di uomini (eroi?): Capitini, Walter Binni, Gadda, il divino Saba, Leopardi, Montale, Calamandrei, La Penna, Eraclito, Esiodo, Parmenide, Orazio, Ovidio, e sempre il suo Heidegger. Non è questo un libro filosofico, ma la filosofia è l’anima nascosta che tiene insieme storia, filologia, diritto, religione, impegno civile, nemesi e pietas. Percorre tutte le pagine come l’acqua che a Friburgo in Brisgovia sgorga dal cuore del cavaliere nel centro della città e attraversa strade piazze e vicoli per tornare al cuore da cui è partita.

Scuola, Costituzione, Europa, letteratura, laicità: è la varietà della vita dell’intera società che passa al filtro lirico di Jasonni. Il quale non procede per principi e sillogismi, ma intreccia ragionamenti stringenti ad aforismi secchi senza appello. Egli ama la mossa di cavallo e il micidiale sinistro. La sua verità non è unica, sistematica e assoluta. A tratti sembra essere la verità, anzi le verità dei poeti, tutte diverse e tutte vere, come è la verità policroma della natura. Se c’è in questa ricerca una fede unificatrice – azzardiamo – è quella della superiorità dell’essere rispetto all’avere.

Ora Jasonni ritorna come quell’ombra che per poco s’era allontanata. Ritorna armato contro il degrado della politica italiana; contro il nichilismo e la “nientificazione etica”; contro la perdita di Memoria e anche – ahi dolore! – contro l’alma mater che ha nutrito educazione e scienza degli italiani, l’università; contro lo sviluppo tecnocratico avulso da umanesimo; contro la deriva relativistica. Jasonni è optime radicato nelle più tenaci fresche e zampillanti sorgenti del pensiero classico. Il mondo “classico”, greco-romano, con le civiltà a esso adiacenti e con la sua fulgida eredità medievale e umanistica, costituisce un tesoro immenso, cui si ricorre sempre utilmente durante le ritornanti crisi di identità di quello che chiamiamo Occidente. Jasonni, all’interno di un gruppo dagli occhi lincei puntati sul presente, è la felice anomalia che ogni volta attraggono la grinzosità della pelle, i gesti sacrali codificati, le radici, la vita oltre la vita delle parole e delle idee, il raggio pallido di Artemide che ogni notte visita ancora, nel silenzio dei boschi, il suo bellissimo vaso che dorme. Come un antico sapiente, egli occupa una torre, dove “pensiero ed essere” sono “vasi comunicanti”.

Anche questi sono articoli già usciti sul “Ponte”: tranne l’ultimo, quello appunto che omaggia la Poesia, facendole dire, contro ogni buona poetologia, messaggi politico-filosofici. Del resto le parti si possono invertire e, verbi gratia, in questi giorni la pensatrice ungherese Ágnes Heller muore lasciando un suo ultimo messaggio ai naviganti, che potrebbe essere un’auctoritas e dice: l’essenza dell’uomo moderno è la libertà, ma egli è in catene[5]. Il che potrebbe corrispondere al pensiero giovanneo tanto caro all’ateo Leopardi: “E gli uomini preferirono le tenebre alla luce” (epigrafe della Ginestra); e forse anche al dubbio di Sebastiano Timpanaro che l’homo sapiens sia capace di comunismo[6].

I poeti sono spesso insopportabili nella loro presunzione di essere giganti incompresi, ma, come scriveva ora uno di loro avvicinandosi al traguardo dell’esistenza, “la poesia […] è la difesa dell’individuo contro tutte le generalizzazioni che cercano di rinchiudere la realtà in un unico universo concettuale. Il suo credo principale è che possiamo raggiungere la verità attraverso l’immaginazione”[7]. Da ciò mi si consenta un salto alla chiusa del libro di Jasonni, che si congeda con tre poesie, dove i gabbiani lasciano il mare e volano disorientati su San Marco di Venezia, dove la bellezza sublime traluce nella notte e fluttuano le onde del tempo.

Ma l’amico Jasonni mi permetterà un dissenso terapeutico: io non credo che il principio ordinatore della società moderna sia il lavoro, ma ritengo irrealisticamente che dovrebbe essere la dignità dell’uomo[8]».

L’ultima fatica di Jasonni, Il garbuglio di Gadda e altri fogli di via (2020), ha una dedica: «a Marcello e agli amici di via Luciano Manara», come dire «a Il Ponte». Questa dedica ci ha commosso e ha confermato la grande amicizia che ci ha legato per tanti anni. Oggi, rileggendola, ci coglie uno smarrimento, come se Massimo avesse avuto un presentimento del fato che incombeva e avesse voluto dedicarci questo suo ultimo lavoro quale summa della sua lunga collaborazione alla rivista. Queste sue opere – mai banali, mai scontate – ci spingono a guardare più indietro e più avanti. Più indietro, perché in esse si ripropongono i valori della classicità greca e latina, del Rinascimento e dell’Illuminismo, cioè i momenti in cui l’arte e la ragione sembravano far scoprire con tutta evidenza quale possa essere l’avventura dell’uomo su questa terra; più avanti, perché dai suoi scritti emana un anelito di speranza che racconta come si possa spendere bene la vita, per sé e per gli altri, fino a che il fato, che egli ha sempre sentito pensosamente vicino, non intervenga drammaticamente.

[1] M. Feo, Uomini in cerca dell’apocalisse, «Campi immaginabili», 2020, nn. 62-63.

[2] Kéramos, Firenze, Il Ponte Editore, 2016, pp. 330.

[3] Firenze, Il Ponte Editore, 2017, pp. 182.

[4] Kéramos cit., p. 7.

[5] «Corriere della sera», 18.08.2019, pp. 34-35.

[6] Il socialismo di Edmondo De Amicis. Lettura del «Primo maggio», Verona, Bertani, 1984, p. 149. Cfr. anche infra, p. 11.

[7] «La lettura», Suppl. del «Corriere della sera», 11.08.2019, p. 22.

[8] Cfr. La dignità dell’uomo e le radici cristiane dell’Europa, «Leonora», I, n. 1 (mar. 2014), pp. 1 e 10-12; e Appunti per la dignità dell’uomo, «Bollettino dell’Accademia degli Euteleti della città di San Miniato», LXXXVI (2019), pp. 77-88.




Partecipazione e distanziamenti: dove vanno il pluralismo, il dissenso e il conflitto sociale?

Partecipazione e distanziamenti:

dove vanno il pluralismo, il dissenso e il conflitto sociale?

di

Alessandra Valastro

 

  1. Rincorse terminologiche e spostamenti di significato

 

Nel susseguirsi di emergenze che ormai caratterizza il nostro tempo, quest’ultimo periodo verrà ricordato anche per un’ondata di ricadute terminologiche: parole nuove o di altri idiomi che hanno fatto irruzione nel lessico quotidiano, oltre che politico; termini antichi che hanno mutato drasticamente senso e utilizzo; acronimi che si moltiplicano.

Lockdown e distanziamento sono fra i termini protagonisti. L’uso della forma inglese per il primo, in luogo di “confinamento”, ha forse consentito di scongiurare evocazioni sgradevoli a vicende dolorose ancora conficcate nella memoria storica (l’Olocausto fu solo una di queste); mentre l’accostamento degli aggettivi fisico e sociale ha consentito di oscurare altre forme di distanziamento (lavorativo e scolastico), ancor più sgradevoli ma mai espressamente nominate.

Anche smart warking e social network sono protagonisti, di cui si sono lodate le capacità salvifiche durante l’emergenza pandemica. Salvo scoprire, coi mesi che passano, che il lavoro a distanza non è affatto smart e che la socialità promessa dai social non equivale a quella perduta.

Negli acronimi, come DAD, la parola distanza è addirittura eliminata dalla vista e dalla pronuncia, quasi ad anestetizzare il subbuglio emotivo che l’idea del distanziamento fra i più giovani non può non provocare.

Vi sono infine termini antichi, appartenenti tanto al lessico comune quanto a quello giuridico, d’un tratto assurti alla ribalta delle cronache private e pubbliche. Assembramento è tra questi: per i più, è il fatto di una molteplicità di persone che si ritrovano concentrate in un luogo, per le ragioni più varie; per il costituzionalismo è termine addirittura caro alle libertà fondamentali, in quanto modalità di espressione della libertà di riunione e come tale tutelata. Oggi, è termine che inquieta.

Anche partecipazione è parola antica, che tuttavia ha molto a che fare con quelle precedenti: in questo caso a cambiare non è il termine bensì tutto il mondo che gli ruota attorno e di cui la partecipazione dovrebbe essere parte viva.

C’è stato un periodo in cui anche la partecipazione ha lambìto il fascino modernizzante dell’inglese, tanto più promettente –così pareva- in quanto legato all’utilizzo delle nuove tecnologie: e-participation. Ma quelle promesse furono in gran parte disattese: le politiche di e-governance e di e-government avviate alla fine degli anni ’90 mostrarono ben presto le proprie debolezze proprio rispetto alla capacità di avvicinare governanti e governati e di rafforzare le garanzie di effettività della partecipazione; e i surrogati terminologici inglesi scomparvero velocemente.

A non essere scomparse, tuttavia, sono le problematiche di cui quei surrogati e il loro fallimento erano premonitori: si trattava infatti delle prime spie di forme di distanziamento strisciante che andavano diffondendosi, tanto più dannose e ambigue perché contrabbandate per il loro contrario. L’esplosione dei social media sta ampliando ed esasperando la frammentazione della relazionalità e la riarticolazione del rapporto fra vicinanza e distanza, sia tra i privati che fra questi e il pubblico; e l’irrompere delle nuove forme di distanziamento collegate all’emergenza sanitaria rischia di rendere questa esasperazione ancor più dannosa, soffocando le possibilità concrete di una partecipazione effettiva e plurale quale occorre a una democrazia vitale.

Se è vero che partecipare è prendere parte, oggi più che mai torniamo a doverci chiedere: partecipare a che cosa? E soprattutto: partecipare “dove”?

La prima è domanda annosa per chi da tempo si interroga sulle «malattie croniche della partecipazione», come le definiva Bobbio [Bobbio 1971, 82]. Ma essa torna oggi rinnovata in virtù della seconda domanda, che è invece integralmente figlia di questo tempo: partecipare “in presenza” o a “distanza”? O meglio: fisicamente o in assenza? Perché anche il concetto di presenza è ormai ampiamente inquinato (e frainteso) grazie alle presunte magie della connettività.

Porre la dimensione digitale come ampliamento degli spazi tradizionali della partecipazione non basta più. Il digitale non può più essere considerato solo in termini di potenzialità accrescitive rispetto alle modalità tradizionali di esercizio dei diritti. Il digitale, ora più che mai, è anche distanza. E può tradursi in distanziamento, se non addirittura in confinamento. E infine in assenza. Proprio l’opposto del mito che è stato associato ai social media.

L’apparente paradosso di quest’ultima affermazione evapora se sol ci si ricorda che la tecnologia è neutra e che gli effetti da essa prodotti nella società sono determinati dall’uso che se ne fa, e ancor più dalle politiche che dietro le quinte ne muovono i fili.

Dunque, in un’epoca di distanziamenti molteplici, più o meno visibili e variamente motivati, la partecipazione “fisica” è morta? E se non è morta, come si sta trasformando e dove si va spostando? È ancora concepibile la partecipazione quale fulcro emancipante del modello di democrazia sociale disegnato dalla Costituzione italiana?

Le coppie vicinanza/distanza e presenza/assenza segnano dimensioni e confini non mistificabili, perché rivestono un ruolo fondamentale nelle vicende attuative e nelle garanzie di molti diritti, soprattutto sociali e collettivi.

Essere presenti a distanza” è invece espressione che, divenuta fra le più comuni negli ultimi tempi e senz’altro ineccepibile sul piano fenomenologico, appare a dir poco sospetta se riguardata sul piano politico e giuridico. L’uso e abuso che se ne fa su questo piano sembra infatti tradire l’ennesima rincorsa terminologica verso rassicuranti traslazioni di significato, dove la sostanziale assenza si trasforma in semplice distanza, e questa viene contrabbandata come una forma diversa di presenza: con buona pace per le chances concrete di fruibilità di tutte quelle situazioni cui il costituzionalismo del secondo dopoguerra aveva affidato i suoi valori più esigenti, fra i quali «la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese» (art. 3 Cost.).

Vi è più di un motivo, mi pare, per chiedersi se tutto questo debba considerarsi la conseguenza inevitabile e transitoria delle politiche emergenziali o se -al contrario- la tendenza alla normalizzazione dell’emergenza non stia diventando un nuovo strumento di produzione sociale della distanza destinato a soffocare mortalmente quei valori.

 

  1. La partecipazione che tiene in vita la democrazia sociale: pluralismo e solidarietà, dissenso e conflitto

 

Continuare a ricordare l’anima valoriale che sostiene il principio di partecipazione mi pare fondamentale, pena il rischio di offrire il tema alle consuete retoriche bonne à tout faire, con le loro derive demagogiche e antidemocratiche.

Il carattere qualificante di questo principio nel quadro del modello costituzionale italiano deriva dal suo inserimento nell’art. 3, comma 2, in un affiancamento di strumentalità reciproca con il principio di eguaglianza sostanziale. Da questo dato valoriale discende che il principio di partecipazione democratica –quale traduzione concreta e permanente del principio di sovranità- è il prius logico di un’impalcatura concettuale e giuridica in cui tutte le sue diramazioni dovrebbero tenersi in modo coerente: gli istituti partecipativi della democrazia rappresentativa (diritto di voto, diritto di associazione partitica), quelli della democrazia diretta (petizione, iniziativa legislativa, referendum), gli strumenti e le procedure della democrazia partecipativa (consultazione, bilancio partecipativo, dibattito pubblico, ecc.), le forme della partecipazione economica (cooperative di lavoratori, diritto di sciopero, ecc.), i movimenti e le manifestazioni non istituzionalizzati della c.d. partecipazione dal basso.

La apparente genericità che il principio di partecipazione assume nell’art. 3, in quanto non declinato in istituti e garanzie predeterminati, si riempie di contenuto prescrittivo grazie al suo collegamento con l’eguaglianza sostanziale, quale valvola aperta rispetto alle cause storicamente mutevoli della diseguaglianza di fatto e al conseguente necessario e continuo adeguamento delle forme di esercizio della sovranità.

Si tratta pertanto di un principio fondante che è allo stesso tempo obiettivo, strumento e metodo, le cui molteplici declinazioni mirano a mantenere aperte tutte le vie che portano all’inveramento dei valori del sistema democratico: pluralismo, solidarietà e cooperazione, ma anche dissenso e conflitto sociale. Lo dimostra, fra le altre cose, l’uso del termine lavoratori in luogo di quello di cittadini o di individui, a sottolineare (in collegamento con gli artt. 1, 2, 4 e 42-45) il forte radicamento del principio di partecipazione nell’evolvere storico delle condizioni materiali dell’esistenza.

Con l’inserimento del principio di partecipazione nell’art. 3 il Costituente intendeva rispondere alla domanda che la diversa collocazione nell’art. 1, inizialmente prevista, avrebbe lasciato inevasa: prendere parte a che cosa e in che modo? Confrontarsi costantemente con le condizioni che ostacolano la giustizia sociale e la realizzazione effettiva dei bisogni rende il principio di partecipazione estremamente concreto ed esigente: una prospettiva in cui il “pieno sviluppo della persona umana” non è fine in sé ma condizione per realizzare una democrazia socio-economica oltre che politica, emancipante oltre che inclusiva [Atripaldi  1974; Calamandrei  2018; Fichera 1974].

È in questo senso, così fortemente radicato nelle condizioni materiali e non solo formali di realizzazione della democrazia, che il concetto di partecipazione incrocia e intreccia gli assi portanti del costituzionalismo: il rapporto fra autorità e libertà, i modi e le garanzie di esercizio del potere, le condizioni di effettività dei diritti, il conflitto sociale.  

Ed è parimenti in questo senso che tale principio si salda, per un verso, con i due articoli che lo precedono, per altro verso con gli articoli che lo seguono e che completano la Prima Parte della Costituzione.

Da un lato il collegamento con gli artt. 1 e 2 Cost.: il principio di solidarietà viene declinato non a caso nelle stesse tre dimensioni cui è riferito anche il principio di partecipazione (politica, sociale ed economica), a disegnare un sistema in cui la responsabilità solidaristica non può non essere circolare (individuale, collettiva e pubblica); e il principio di sovranità si distacca dalla dimensione meramente formale di status politico per assumere le nervature di una condizione di vita sostanziale e permanente.

Dall’altro lato il collegamento con libertà e diritti che, di là dai singoli ambiti dell’agire umano riconosciuti e tutelati, sarebbero di fatto svuotati di senso se sganciati dall’asse valoriale dei primi tre articoli: diritti che rappresentano le precondizioni della partecipazione -come la manifestazione del pensiero, il pluralismo informativo e l’istruzione-, perché senza conoscenza la partecipazione è appannaggio di pochi e dunque pura retorica; diritti che sono strumento di costruzione della partecipazione -come quelli di riunione e di associazione-, per il ruolo che assume la disponibilità di spazi e tempi di confronto collettivo sui temi che animano il conflitto sociale; diritti che sono obiettivo della partecipazione e cioè sono da questa animati, come lo sciopero o il referendum (nei quali i momenti della manifestazione e del voto sono solo l’approdo finale di processi partecipativi più articolati).

Insomma, se di partecipazione oggi si vuole sensatamente continuare a parlare, questa deve essere considerata il perno vitale di un fitto intreccio di precondizioni, strumenti e obiettivi, la cerniera destinata a definire il quadro fisionomatico di un modello di democrazia sociale, il serbatoio ricolmo di dinamicità e senso critico necessario per la costante messa in discussione del potere.

 

3. Partecipazione, prossimità e spazio fisico: un rapporto necessario tra persona e democrazia

 

In questa prospettiva, vicinanza e prossimità fisica sono precondizioni strutturali di qualunque discorso sulla partecipazione, nelle sue dimensioni sociale, politica ed economica.

Il perseguimento del pieno sviluppo della persona e della giustizia dei rapporti sociali richiede cioè un dosaggio di vicinanza e relazionamento da immettere costantemente negli ingranaggi della rappresentanza: l’attingimento costante a un giacimento di forza sociale, capacità, saperi, conflitto, rapporti di classe attraverso cui alimentare la dialettica democratica, contro l’emarginazione, l’individualizzazione e la subalternità (e dunque la distanza e il distanziamento) che ogni sistema non democratico produce. Tanto nel passato quanto nel tempo attuale.

Del resto basta ampliare lo sguardo per avvedersi di come la “presenza” sia categoria cara alla democrazia: tutta l’evoluzione del costituzionalismo rappresenta la complessa e faticosa emancipazione delle condizioni di presenza della persona nello spazio pubblico, in un dato territorio e in un tempo storico, quale condizione di una sovranità che “appartenga” effettivamente al popolo. E l’intero assetto costituzionale è disseminato di norme che mirano a garantire le opportunità concrete di presenza: nelle istituzioni rappresentative, nella pubblica amministrazione, nei luoghi dell’istruzione, in quelli del lavoro e della produzione economica; e infine in quello spazio più ampio e articolato ove si sfidano quotidianamente le condizioni concrete di dignità dell’esistenza, di articolazione del pluralismo, di espressione del conflitto sociale[1]. Da ciò discende che, di là dal possesso degli status formali della sovranità e della cittadinanza, l’assenza della persona dalle scelte fondamentali della vita economica, sociale e politica del Paese è condizione incompatibile con un ordinamento democratico.

Il concetto di presenza porta con sé quelli di prossimità e di territorio, e la massima attenzione per tutte le garanzie che possano favorire l’espressione della dimensione relazionale dell’individuo in ogni ambito della vita politica, economica e sociale.

Questa esigenza di «relazionamento costante» fra i consociati e fra questi e le istituzioni [Allegretti 2011, 207] aspira, pertanto, ad essere molto di più che mera espressione di singoli diritti: essa è condizione imprescindibile del “pieno sviluppo della persona”, è terreno di espressione del dissenso e delle plurime istanze sociali radicate nei territori.

È allora evidente il ruolo che assumono i modi e i luoghi attraverso i quali pensare, confrontare e agire quelle istanze; e, prima ancora, le possibilità concrete di accedere a quei modi e a quei luoghi. Solo allora potranno prendere forma le articolazioni di una “partecipazione effettiva”, non di facciata o eteroguidata.

È questa la materia pulsante che abita dentro alla maggior parte delle norme costituzionali di riconoscimento dei diritti e delle libertà: dietro le formule espresse che ne definiscono il contenuto e i limiti, essi intendono consentire e garantire indirettamente quei modi e quegli spazi.

Fra questi, una di quelle che stringono l’alleanza più forte con il principio di partecipazione è la libertà di riunione. Vi è infatti, in questo caso, un gioco di doppia strumentalità che ha molto da dire sull’attenzione con cui andrebbero lette le correlazioni fra le garanzie delle libertà e quelle della partecipazione, fra i limiti applicati alle prime e le ricadute sulla seconda.

La libertà di riunione si connota per un intimo rilievo sociale, che peraltro non si esaurisce in un gruppo sociale fine a se stesso (come la famiglia o il partito): «il diritto di riunione contiene sempre l’esplicamento, l’esercizio di un altro diritto di libertà. Esso può essere il modo di esercizio della libertà di opinione e quindi di discussione, delle libertà politiche, della libertà di culto, della libertà personale» [Ranelletti 1908, 540].

Si tratta cioè di una libertà strumentale per l’esercizio di un’attività che presuppone un finale fuori da sé, una ricaduta dentro a un altro diritto; ma che è a sua volta strumentale all’esercizio della partecipazione e alla costruzione delle sue forme.

Ne è conferma la neutralità dei limiti rispetto alle finalità perseguibili, le quali si riferiscono alle sole modalità di svolgimento: “pacificamente e senz’armi”.

E ne è conferma ancor più significativa l’ampiezza delle forme riconosciute dentro alla nozione di riunione, quale genus che la Costituzione tutela a prescindere dalle species attraverso le quali esso prende vita: «non soltanto le riunioni, preavvisabili e non, organizzate o meno (e quindi, gli assembramenti, le assemblee, i comizi, i convegni, i congressi, le rappresentazioni, i trattenimenti, gli spettacoli) rientrano nella previsione costituzionale, ma anche le processioni, le marce, i cortei, le dimostrazioni» [Pace 1977, 153]. Non rilevano né il fatto della previa organizzazione[2] né l’identità statica del luogo del riunirsi: ciò che rileva è soltanto il fisico e contemporaneo raggrupparsi di una pluralità di persone, rispetto al quale l’identità del luogo è trasposta sul piano relazionale della compresenza, della «vicinanza materiale» [Ruotolo 2006; Tarli Barbieri 2006].

Appare allora evidente il ruolo fondamentale che questo diritto assume non soltanto per l’esercizio di singoli altri diritti bensì, più in generale e trasversalmente, per la realizzazione concreta e plurale della partecipazione: di questa, il diritto di riunione è di fatto condizione strutturale.

Incontrarsi, discutere, raccontare esperienze, immaginare possibilità, intravedere visioni comuni, protestare, proporre, progettare, osare: impossibile negare che il riunirsi sia, da sempre, momento decisivo e prodromico di qualunque tentativo di messa in discussione del potere dominante e di proposta di progetti politici alternativi. Seppure affiancata spesso alla libertà di associazione per le evidenti analogie in termini di ricadute democratiche, la libertà di riunione gode non soltanto della libertà dei fini bensì anche di quella delle forme, generatrice di una tensione dinamica che ne fa uno dei diritti più vitali.

È di questa tensione dinamica che ha bisogno di nutrirsi a sua volta la partecipazione: la tensione che produce compresenza, vicinanza materiale, incontro e confronto; la tensione che coinvolge non l’individuo astratto bensì la persona situata.

Non è un caso che la libertà di riunione sia in genere tra le prime ad essere sacrificate nei regimi autoritari e non democratici. Qualunque limitazione apposta a questa libertà al di fuori dell’unico limite previsto, e che dunque la comprima non nel modo di svolgersi bensì sulla base di argomenti soggettivi o finalistici, dovrebbe essere valutata con estrema attenzione, per le ricadute che inevitabilmente esorbitano dal bilanciamento fra i diritti e giungono a colpire il principio partecipativo dell’art. 3 Cost.

 

  1. Partecipazione, distanziamento, “presenza a distanza”: un rapporto ambiguo fra individuo e potere. Nella normalizzazione dell’emergenza nuove forme di produzione sociale della distanza

 

Sebbene la presenza sia categoria privilegiata del costituzionalismo, anche quella del distanziamento può in taluni casi assumere rilevanza giuridica. Molti dei limiti costituzionalmente previsti rispetto all’esercizio delle libertà si traducono, direttamente o indirettamente, in forme di distanziamento di vario tipo e intensità: da quello fisico in senso stretto (ad esempio per ragioni riguardanti la salute collettiva, come nel caso della pandemia da Covid-19) a quello che intacca la più ampia dimensione relazionale e sociale della persona (la detenzione). Ma non è un caso che la Costituzione ponga solide garanzie a presidio dell’applicazione di questi limiti: rispetto alla forma (riserva di legge, talvolta rinforzata o addirittura teleologica, e riserva di giurisdizione); rispetto ai presupposti (solo motivi di carattere generale, come incolumità pubblica e salute, e mai personali salvo il caso della responsabilità penale).

Tuttavia il distanziamento è categoria ben più scivolosa, poiché più spesso “effetto collaterale” di politiche che si spingono tacitamente ben al di là di quanto contemplato dalle previsioni costituzionali sulle garanzie dei limiti alle libertà. Tornano qui in gioco le parole e le loro ambiguità, che sono specchio di ben altre contraddizioni ed elusioni.

Una delle politiche oggi maggiormente “portatrici” di distanziamento è quella emergenziale. O meglio: la politica emergenziale quale è stata intesa negli ultimi anni.

A partire dalla crisi economica, ma con approccio progressivamente esteso a tutti gli ambiti del vivere (ambiente, lavoro, welfare, sanità, ecc.), è andato consolidandosi un concetto di emergenza schiacciato sui dati statici delle crisi e della loro finanziarizzazione, legittimando dinamiche decisionali accentrate e tecnocratiche, alterando il rapporto fra i poteri, svuotando i circuiti democratici della rappresentanza. Ciò, a discapito dei dati diacronici di situazioni che sono in realtà rivelatrici di vulnerabilità, da leggere e governare con una complessità articolata di strumenti e di politiche, dialoganti fra di loro e con i loro destinatari[3].

Questo tipo di politica dell’emergenza si traduce non di rado in compressioni che contrastano con il complesso delle garanzie costituzionali: riserva di legge, democraticità del potere decidente, inviolabilità del nucleo minimo dei diritti fondamentali (a sua volta limite anche della revisione costituzionale), transitorietà e proporzionalità dei limiti, ragionevolezza, sostenibilità, precauzione.

Non solo. Questo tipo di politica dell’emergenza si traduce ancor più spesso in compressioni della partecipazione, liquidata senza troppe premure sulla base dell’urgenza del decidere e/o dei costi non sostenibili. Ma come ho sostenuto più volte altrove si tratta di un mito da sfatare: lo dimostrano le molte esperienze diffuse di segno contrario, che rilanciano le potenzialità ricostruttive della partecipazione solidaristica e collaborativa proprio nei frangenti di maggiori difficoltà socio-economiche; e lo contemplavano già i Costituenti nel connettere partecipazione e giustizia sociale, quali motori emancipanti di comunità che sono sfidate quotidianamente a costruire regole sostenibili per governare il proprio destino.

Le politiche emergenziali degli ultimi anni tendono invece a produrre una pesante forma di distanziamento delle persone dalle decisioni. E questa tendenza appare oggi pesantemente aggravata in occasione dell’emergenza pandemica, che rischia di alimentare distanziamenti ulteriori e ben più duraturi.

Mi limiterò a quattro ambiti di considerazioni, pur consapevole del fatto che ciascuno di essi apre a questioni che meriterebbero ben altra ampiezza di analisi.

  1. A) Con riferimento alla dimensione delle libertà collettive, si pensi per esempio alla sanzione comminata per lo sciopero simbolico di 1 minuto svoltosi il 25 marzo 2020[4], o al Dpcm 17 maggio che ammetteva «lo svolgimento delle manifestazioni pubbliche soltanto in forma statica»: misure come queste, fortemente discutibili perché sostanzialmente intimidatorie o perché generatrici di limiti alle libertà ulteriori rispetto a quelli previsti in Costituzione, rischiano di minare le possibilità concrete di protestare proprio nei confronti delle scelte politiche di governo dell’emergenza; possibilità che sono invece costituzionalmente garantite (artt. 17, 39, 40 Cost.) proprio perché l’espressione del dissenso è indispensabile alla democrazia.

Ma si pensi soprattutto, in una riflessione più ampia e che trascende l’emergenza, alla troppa disinvoltura con cui la compresenza fisica viene ormai considerata surrogabile dalla presenza a distanza. È vero che il web è ormai riconosciuto a tutti gli effetti come “luogo” di esercizio dei diritti, equiparabile a quello fisico in termini di garanzie, anche con specifico riferimento alla libertà di riunione[5]: ma una cosa è l’estensione della tutela a modalità che non prevedono la fisicità ma che gli individui abbiano liberamente scelto; altra cosa è che queste modalità vengano imposte. Come ho ricordato più sopra, la fisicità della compresenza è chiaramente requisito essenziale della libertà di cui all’art. 17 Cost., alla quale solo i titolari della libertà possono decidere di rinunciare (salvo, appunto, che tale rinuncia sia imposta dalla necessità di tutelare altri interessi, secondo i limiti –e solo quelli- previsti dalla Costituzione). Una cosa è considerare il web equiparabile per taluni aspetti allo spazio fisico, altro è considerarlo fungibile d’imperio da parte dei poteri pubblici: il web non può essere scappatoia dalla tassatività dei limiti alle libertà costituzionali e delle forme con cui tali limiti possono essere stabiliti.

Il discorso è assai più ampio e riguarda, non da ora, il grande iato esistente fra il mito delle potenzialità emancipanti della Rete e il livello effettivo di inclusione, relazionamento e partecipazione prodotto dai social network.

L’improvvisa sovraesposizione digitale resa necessaria per far fronte al temporaneo distanziamento fisico imposto dalla pandemia sembra aver spazzato via, come d’incanto, le molte criticità che pure da tempo si lamentano riguardo i rischi, i limiti e i fallimenti delle politiche sul digitale [Valastro 2014]; e l’enfasi posta sulla fungibilità della presenza fisica con quella virtuale e della dimensione social con quella collettiva ha determinato un effetto perverso che mina alla radice le promesse democratizzanti della Rete, trasformandole nel loro contrario. È vero che l’uso dei social media può contribuire ad ampliare gli spazi del pluralismo e del dissenso; ma questo supporto offerto alle espressioni della democrazia dal basso ha un prezzo che in genere si omette di ricordare.

I social media non sono strumenti liberi a disposizione delle libertà, bensì servizi di natura commerciale e come tali tutt’altro che gratuiti, il cui costo elevatissimo è la profilazione delle persone[6]: considerati semplicisticamente come naturale evoluzione di Internet, essi sono in realtà strumenti al servizio di interessi economico-finanziari che ben si saldano con le dinamiche bioeconomiche delle politiche neoliberiste, le quali si nutrono di “capitalismo cognitivo” e di autoimprenditività ma anche -dietro a queste retoriche- di individualismo, di incertezza e di distanziamento. Lo sviluppo dei sistemi di collegamento a distanza presuppone infatti –e appunto- la distanza; e la valorizzazione della socialità nella distanza rischia di divenire un potente e strutturale strumento di produzione di distanziamento sociale, spostandolo in avanti, verso altri territori che prescindono dall’emergenza, generando altre e ben più insidiose forme di distanza, di compressione dei diritti, di controllo [Valastro 2020].

Nel quadro dei fini legati alle libertà collettive, e al rilievo che queste assumono per l’inveramento della democrazia sociale e pluralista, la sostituzione della compresenza fisica con quella virtuale non è affatto indolore, né tantomeno a costo zero. E ciò, tanto più, se le politiche emergenziali spingono per un consolidamento ulteriore di questa sostituzione: ciò che ne deriva, infatti, è la sostanziale stabilizzazione di una forma diffusa e pervasiva di distanziamento sociale, tanto più perniciosa in quanto mascherata con il suo contrario; una desertificazione della compagine sociale in cui il mito della “socializzazione produttiva” delle smart technologies (generato da valutazioni di carattere economico-efficientista) difficilmente può bilanciare i “costi sociali” del loro impiego in termini di isolamento, perdita di autonomia, sfruttamento, danno alla salute, precarizzazione, frammentazione dello spazio pubblico, azzeramento del conflitto sociale.

  1. B) Se l’art. 3 Cost. parla di “partecipazione dei lavoratori”, la seconda considerazione non può che concernere la dimensione del lavoro.

Anche in questo caso un esempio fra tanti: le “Linee guida sul piano organizzativo del lavoro agile (POLA) e indicatori di performance”, approvate nel dicembre 2020 dal Dipartimento della Funzione Pubblica, ove si indica fra gli obiettivi quello di «fornire alcune indicazioni metodologiche per supportare le amministrazioni nel passaggio della modalità di lavoro agile dalla fase emergenziale a quella ordinaria» (corsivo mio). Di nuovo ci si trova di fronte alla stabilizzazione di una misura emergenziale, giustificata con l’opportunità di capitalizzare la grande sperimentazione forzosamente compiuta durante la pandemia in termini di alfabetizzazione tecnologica, di potenzialità produttive, di efficienza. Ma a vantaggio di chi?

L’inversione di prospettiva è evidente: non a caso, la fonte richiamata (il d.l. n. 34/2020, convertito con legge n. 77/2020) è parte integrante del blocco normativo relativo al governo dell’emergenza pandemica, e non di una legge ordinaria di riforma complessiva del mercato del lavoro nel comparto pubblico. Un’inversione talmente macroscopica che emerge in modo palese dalle stesse Linee guida: «l’adozione di questo diverso approccio organizzativo richiederebbe anche un ripensamento complessivo della disciplina del lavoro pubblico. Non sfugge, infatti, che l’attuale disciplina normativa e contrattuale del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche riflette modelli organizzativi basati sulla presenza fisica in ufficio, con la conseguenza che numerosi istituti relativi al trattamento giuridico ed economico non sempre si conciliano con il cambiamento in atto (si pensi, a titolo di esempio, alla disciplina dei permessi, a quella del lavoro straordinario, ecc.) richiedendo un’azione di revisione complessiva da porre in essere con il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali» (corsivo mio).

Come dire: il treno in corsa non può fermarsi né tornare indietro, lo si lasci passare. Dopo penseremo a costruire stazioni, passaggi a livello e semafori.

Ancora una volta, come fu già per le politiche di e-government degli anni ’90, la riconversione tecnologica diviene fine a se stessa anziché strumento di un progetto politico sul governo del lavoro. Si afferma che tra i principi del lavoro “agile” vi è quello del doveroso perseguimento del «benessere del lavoratore», «in una logica win-win» dove «l’amministrazione consegue i propri obiettivi e i lavoratori migliorano il proprio “Work-life balance»; ma di fatto sono le garanzie dei lavoratori ad adeguarsi allo strumento tecnologico, non viceversa.

Che la logica win-win legata allo smart warking sia una retorica pericolosa e in parte mendace lo hanno ampiamente dimostrato i mesi passati, durante i quali l’accentuazione del lavoro a distanza -oltre le misure rese necessarie da esigenze specifiche e puntuali del lavoratore e dell’organizzazione[7]– si è tradotto in forme massicce e insostenibili di rottura dei confini fra spazi e tempi di lavoro e di vita. Né la questione riguarda solo il settore pubblico, aprendo a nuove forme di sfruttamento che aggravano i contesti di precarizzazione[8].

Possono stabilizzarsi in questo modo misure emergenziali di così grande impatto, trasformandole di fatto in riforme strutturali di pezzi importanti del mercato del lavoro?

Ma soprattutto, dietro e oltre al tema delle garanzie dei lavoratori, può svuotarsi così la dimensione collettiva e di spazio politico del lavoro quale luogo di espressione del pluralismo e di costruzione del dissenso?

Il rischio non è soltanto quello di una grave svalutazione del lavoro quale condizione fondamentale di dignità e di emancipazione della persona, ma è anche quello di spezzare il sistema di relazioni che è trait d’union fra democrazia politica e democrazia economica e sociale, che è alla base del conflitto e della lotta di classe, della capacità dei lavoratori di aggregare forza dialogica e potere contrattuale.

Anche per questa via si torna al destino delle libertà collettive e della partecipazione effettiva dei lavoratori alla vita economica, sociale e politica del Paese: esisteranno ancora le possibilità concrete di scioperare? Per giungere al momento finale della manifestazione di protesta occorre incontrarsi, parlarsi, discutere, organizzarsi. Occorre, prima di tutto, conoscersi: aver condiviso disagi, aspettative deluse, bisogni familiari, pause alla macchina del caffè per raccontarsi frammenti di vita, soste all’uscita del luogo di lavoro in cui ci si attarda sulla previsione di altre possibilità. Poi, per mezzo dei social, si può fare il resto.

La narrazione del capitalismo cognitivo e dell’autoimprenditività rischia non soltanto di assorbire le politiche economico-occupazionali entro paradigmi ben lontani da quelli della democrazia sociale, ma di stabilizzare forme di distanziamento sociale ben lontane dalla democrazia tout court.

  1. C) Fra gli spazi collettivi di costruzione delle condizioni di partecipazione vi è di certo quello dell’istruzione.

A fronte degli slanci in avanti di quanti prefigurano il consolidamento dell’uso degli strumenti digitali nella scuola e nell’università, in vista di modalità didattiche più attrattive ed efficienti, più valutabili e competitive, i mesi passati hanno opposto gravi danni in termini di socializzazione dei più giovani, accrescimento delle dipendenze (da alcool, droghe, esposizione a video giochi e social), crescita di forme di violenza, abbandoni scolastici.

Anche in questo caso il tema è assai più ampio e complesso, ma la dimensione relazionale e dello sviluppo evolutivo della persona rispetto al rapporto con i propri simili e con la collettività trova qui un altro snodo cruciale. Anche la scuola e l’università sono spazi collettivi e politici, oltre che di istruzione strettamente intesa, ove prende l’avvio la costruzione di una “cittadinanza interiore” che viene prima e sarà guida della cittadinanza politica. Quella libertà di riunirsi che in passato si è tradotta in assemblee, occupazioni, manifestazioni, rappresentanza, è qui la prima preziosa sperimentazione di una dimensione collettiva che di nuovo richiede compresenza fisica e vicinanze di corpi, di sguardi che i volti nei riquadri delle piattaforme e-learning non possono sostituire.

Già molto si è perso di quei rituali nei quali si scandiva il tempo di un crescere e confrontarsi che, attraverso la scuola, si proiettava su spazi temporali ed esistenziali più ampi: ad esempio l’abbandono del diario, ormai soppiantato da registri e agende elettroniche eterogestite che scandiscono un tempo digitale, ma di cui taluno molto opportunamente ricorda la valenza etico-politica nel consentire un allenamento alla presenza nel proprio tempo, che «si fa coscienza responsabile e cura di un più vasto ordine naturale e aristotelicamente civile» [Iasonni 2020, 119].

V’è da chiedersi quanto altro ci si potrà permettere in termini di sgretolamento delle relazioni e della vicinanza fisica nelle fasi evolutive dell’esistenza, con cosa si potrà contrabbandare lo sviluppo “pieno” della persona voluto dall’art. 3 Cost. [Barbati 2020; Calvano 2020].

  1. D) La “partecipazione dei lavoratori” rimanda infine alla dimensione economica.

Se molte piccole attività commerciali falliscono mentre Amazon e altri giganti della Rete moltiplicano i profitti (peraltro grazie a una mole ingente e sommersa di lavoro sottopagato), al danno economico e occupazionale si aggiunge quello dell’ulteriore svuotamento degli spazi di prossimità e di contatto sociale. Lo spostamento crescente di gran parte degli acquisti di beni e servizi verso le piattaforme digitali produce una ennesima forma di distanziamento sociale, poiché erode di fatto una rete di luoghi ove il commercio è anche relazione e incontro in quanto legato a territori e comunità, culture, identità, memorie.

Anche in questo caso, la lettura del dato statico della crisi economica e la conseguente finanziarizzazione dei diritti produce misure miopi rispetto allo sfondo più ampio delle condizioni materiali che influiscono sulla partecipazione effettiva alla vita del Paese. Ed anche in questo caso la stabilizzazione di misure emergenziali (come i sussidi una tantum), in luogo del contrasto allo svuotamento del commercio di prossimità come spazio di vita, sembra mirato più a «calmierare il conflitto sociale» che a rilanciare le espressioni di un’autentica democrazia economica [Algostino 2020, 298].

Ebbene, tutte le forme di distanziamento emerse in questi esempi sono colpi gravissimi inferti non soltanto a singoli diritti ma anche, per il tramite di questi, ai presupposti, alle condizioni fattuali, ai modi, ai luoghi, agli obiettivi della partecipazione: in una parola, al senso ultimo e più profondo di questa, l’unico senso cui è legittimo riferirsi alla luce dell’art. 3 Cost.

Di là dai bilanciamenti fra diritti che si rendono necessari nei momenti di emergenza, emerge cioè una poco rassicurante terra di mezzo ove albergano distanziamenti molteplici e subdoli: fenomeni prodotti da misure che, se per un verso non rappresentano più politiche emergenziali in senso stretto, d’altro canto non appaiono riconducibili neppure a politiche del lungo periodo per tempi di non emergenza. Si tratta piuttosto di politiche di stabilizzazione nel lungo periodo delle logiche e degli strumenti emergenziali: cosa ben diversa, poiché un conto è valutare e correggere costantemente il tiro delle politiche, altro è cristallizzare gli strumenti emergenziali in un dopo che non può in tal modo evolvere ed emanciparsi dall’emergenza.

Il fatto è che la normalizzazione dell’emergenza, legata a orizzonti di paura e incertezza, è da sempre strategia cara alle politiche del controllo[9]: da sintomi di patologie del sistema democratico, distanza e distanziamento assurgono a strumenti fisiologici di governo delle vite, agevolati dalla dinamica naturalmente frammentante delle logiche emergenziali. Quando poi queste ultime si saldano con tecnocrazia, finanziarizzazione delle fragilità, rottura della dimensione territoriale dei diritti e potere digitale, l’abbraccio che ne deriva è mortale; e la «dialettica della libertà» si riduce a recinto ove il cittadino (rectius il cliente, l’utente, il consumatore, il debitore, ecc.) «è il nuovo detenuto» [Rimoli 2020, 8].

L’emergenza è insomma dispositivo da sempre funzionale all’estromissione delle persone dalla scena pubblica e al consolidamento di un decisionismo accentrato, autoritario, tecnocratico.

Diciamolo. Distanziamento e confinamento sono espressioni che sembravano consegnate a un tempo buio della storia: quello degli esperimenti di ingegneria sociale condotti dal nazismo nei confronti degli ebrei, culminati nell’eliminazione fisica ma in realtà costruiti a partire da forme articolate e misure crescenti di distanziamento sociale.

Una realtà profondamente diversa, si dirà. Con ragioni e obiettivi altrettanto diversi.

Eppure non manca chi ritiene che fenomeni come quello dell’Olocausto siano tutt’altro che isolati: non deviazioni irripetibili della Storia bensì particolari combinazioni di dimensioni della modernità, che ben possono ripetersi seppure con forme e modalità diverse. In effetti basta guardarsi attorno per scorgere ancora oggi, sempre vive e striscianti, le tentazioni del confinamento: una fra tante, la vicenda dei centri di permanenza temporanea per i migranti clandestini, in quella prima disciplina che li vide come luoghi di sostanziale deportazione più che di accoglienza, e di grave lesione dei diritti fondamentali e della dignità, come ebbe poi a riconoscere la Corte costituzionale[10].

Il celebre esperimento di psicologia sociale condotto da Stanley Milgram nel 1961 aveva drammaticamente dimostrato proprio questo: la relazione che esiste fra distanziamento sociale, autorità e autoritarismo. Con l’accrescersi del primo diminuisce progressivamente la capacità di percepire le conseguenze dannose di regole o comandi ingiusti, e quindi la capacità di interrompere la sequenza di azioni ingiuste, di reagire, di dire no.

Ciò che colpisce delle argomentazioni che negano l’unicità e l’irripetibilità di fenomeni come l’Olocausto è l’indicazione delle sue dinamiche portanti: la tecnicizzazione e specializzazione delle competenze in chiave di efficienza, che consente di scindere il processo psicologico della razionalità del decisore dalla razionalità delle conseguenze oggettive dell’azione; la conseguente sostituzione dell’efficienza alla moralità dell’azione, e della responsabilità tecnica a quella morale.

Vi è sempre un progetto di “ordine” alla base del potere dominante: ieri “liberarsi degli ebrei”, oggi ripristinare presunte normalità dopo lo scompiglio delle emergenze e delle crisi. Ma una volta posto il progetto, come ricorda Bauman, questo conferisce alle azioni conseguenti la loro legittimazione, la burocrazia tecnocratica gli offre il veicolo, e la paralisi della società gli dà il segnale di “via libera” [Bauman 2010, 162]. Possono così prodursi azioni che sono funzionali ed efficienti rispetto agli scopi del grande progetto anche se in stridente contrasto con gli interessi vitali dei soggetti coinvolti.

L’effetto perverso di questa dinamica è la rottura di quella componente costitutiva di ogni condotta etica che è il legame fra responsabilità e prossimità: la prima viene di fatto erosa (o messa a tacere) quando si erode la prossimità; e ciò innesca processi di trasformazione che sono di fatto processi di separazione sociale, generatori di indifferenza e invisibilità, e di più facile manipolabilità del rapporto fra mezzi e fini.

L’aderenza di queste considerazioni al tempo attuale è sconcertante, poiché getta una luce ancora più sinistra sull’abbraccio perverso esistente tra elementi che appaiono ancora gli stessi: efficienza, spoliticizzazione e tecnicizzazione delle competenze, distanziamenti sociali, paura. A questi si aggiungono oggi il potere finanziario e quello digitale.

La finanziarizzazione delle crisi e dei diritti e le nuove forme di distanziamento sociale oggi fornite a buon mercato dai media digitali si saldano con l’autoritarietà continuamente chiamata in causa dalle politiche dell’emergenza. E il passo verso forme di rinnovato totalitarismo è breve, se è vero che questo altro non è che un potere sollecitato dalle paure che esso stesso genera, che costruisce i propri strumenti di governo sulla promessa di efficacia anziché sulla richiesta di legittimazione, che non produce più libertà ma si esercita in sue continue limitazioni [Arendt  2008; Nussbaum 2018].

Questa ambiguità nel modo del potere dominante di maneggiare obiettivi e strumenti del distanziamento ha inevitabili ricadute nella vita concreta dei diritti fondamentali: accentuazione delle garanzie formali dei diritti a discapito di quelle sostanziali; sovrarappresentazione dei diritti civili a discapito di quelli sociali e politici; svuotamento dei luoghi della partecipazione effettiva, della espressione del pluralismo e del conflitto sociale.

E così, mentre i diritti civili conquistano terreno in carte generose di riconoscimenti (consolazione dell’individuo), i diritti sociali languono e agonizzano nei luoghi dove la partecipazione a distanza non arriva (sacrificio della persona), dove occorre lottare insieme per affrancarsi dall’ingiustizia sociale.

Si contrabbanda bios per zoè. Il riduzionismo della complessità umana, a cominciare dai corpi «dissolti nella virtualità», è il prodotto della «razionalità neoliberale che spinge l’idea di libertà fino al dissolvimento dei limiti posti dalla biologia» [Pitch 2020, 7].

 

  1. La fatica del dissenso e le metamorfosi della partecipazione: nell’«alleanza dei corpi» una via irrinunciabile per la democrazia sociale

Aver richiamato l’Olocausto può apparire azzardato. Eppure quella vicenda ancora oggi mette in guardia su ciò di cui è capace la moderna tendenza alla razionalizzazione e all’ingegneria sociale se non viene controllata e mitigata. Difficile non ritenere, ancora con Bauman, che «ogni aggressione al pluralismo sociale e culturale e alle possibilità di una sua espressione politica, ogni passo verso l’indebolimento delle basi sociali della democrazia politica rende un po’ più realizzabile un disastro sociale di dimensioni analoghe a quelle dell’Olocausto» [Bauman ivi, 163].

Nel suo collegamento con l’eguaglianza sostanziale e la giustizia sociale, il principio di partecipazione intendeva essere lo snodo delle molteplici forme di espressione di quel pluralismo, quali strumenti di esercizio della sovranità ma anche di una costante vigilanza democratica.

Ma se ciò è vero, che dire del destino della partecipazione a fronte dei nuovi distanziamenti dai quali sono oggi accerchiate l’autonomia e i diritti delle persone? La figura claudicante cui hanno dato luogo le altalenanti vicende della partecipazione deve considerarsi una volta per tutte defunta?

Eppure di partecipazione si continua a parlare, sempre invocando valori lato sensu democratici anche se con le esperienze e gli esiti più vari.

Si tratta evidentemente di un riferimento ineludibile per qualunque aspirazione ad assetti democratici: un riferimento di tipo concettuale e valoriale prima ancora che politico e giuridico, espressione di un bisogno esistenziale e sociale prima ancora che manifestazione di sovranità politica.

Il fatto è che la partecipazione è dura a morire, proprio perché legata alle spinte dell’umano. Nei fatti, la pluralità esiste: altra cosa è se e come essa riesca ad esprimersi e a trasformarsi in pluralismo. Ugualmente, nei fatti il dissenso esiste: altra cosa è se e come esso riesca a manifestarsi.

Non credo al ritratto sprezzante e cinico di un popolo supino, inconsapevole, che ubbidisce senza reagire. In parte è vero, la paura e lo spaesamento da sempre favoriscono dinamiche di asservimento e rassegnazione. Ma si tratta di un ritratto riduttivo e parziale, tanto più dannoso quando maneggiato semplicisticamente da chi contesta l’autoritarismo antidemocratico del governo neoliberale, perchè fornisce argomenti pericolosamente funzionali alle politiche del controllo che pure si vorrebbero combattere.

In realtà, il controcanto della retorica del “re nudo” è oggi l’esistenza di un orizzonte popolato da forme di partecipazione che vanno spostandosi e mutando pelle: un arcipelago mutevole composto da isole di vera e propria resistenza umana e collettiva, da persone che fanno, che si ritrovano, che inventano, e che nel farlo tengono a distanza il veleno deleterio del cinismo e del senso di sconfitta. Persone tutt’altro che illuse o ignare della realtà, che indossano la sovranità non come rivendicazione fine a se stessa ma come veste concreta, di certo imperfetta ma pur sempre reale. E come tale la agiscono. E vivono, senza chiederla, la presenza che quella sovranità pur ammaccata porta con sé.

A fronte delle bardature proceduralistiche della partecipazione cara al sistema neoliberale, troppo spesso disinnescata in consultazioni dal sapore individualistico e polarizzante (tanto più se online), si stanno facendo strada altre forme che mostrano di voler recuperare i modi, i tempi e i luoghi del pluralismo sociale e collettivo.

Da un lato vi sono le forme di partecipazione che in vario modo mettono in atto il paradigma solidaristico, in una prospettiva di “sovranità praticata” che ricongiunge il principio partecipativo con quelli di cooperazione e di sussidiarietà orizzontale. Rigenerazione urbana e riqualificazione dei luoghi, cura e produzione di beni comuni, patti di collaborazione, amministrazione condivisa, imprese di comunità, economia circolare, co-progettazione, narrazione di comunità: una realtà diffusa fatta di alleanze, multiformi e innumerevoli, che quotidianamente si misurano con l’ordine che le sovrasta costruendo le trame di un’altra politica; esperienze che arrivano anche a produrre nuova giuridicità, ossia ad influenzare il ripensamento di categorie giuridiche, istituti, garanzie[11].

Dall’altro lato vi sono le forme di partecipazione che, al di fuori di qualsivoglia istituzionalizzazione, ricongiungono il principio partecipativo ai valori del dissenso, del conflitto, della protesta. Si tratta dei movimenti e delle forme di c.d. democrazia dal passo, così definite a sottolinearne la specificità rispetto agli istituti della democrazia partecipativa, della democrazia diretta e della sussidiarietà orizzontale. I movimenti territoriali veicolano «una conflittualità “nuova”», ove la protesta si coniuga con la proposta e la rivendicazione di modelli alternativi di società rispetto a quello dominante; «contrappongono socialità e condivisione all’individualizzazione e alla frammentazione competitiva del mercato…, propongono e sperimentano nuovi modi di intendere la democrazia…, rappresentano in modo nuovo rispetto alle contrapposizioni dei partiti novecenteschi il conflitto sociale» [Algostino 2018, 41].

Questi due fenomeni, apparentemente diversi, sono in realtà fortemente complementari perché convergono nel ricongiungere la dimensione partecipativa con quelle della solidarietà e del dissenso, quali elementi portanti della democrazia sociale.

Si tratta di forme di partecipazione che hanno in comune la compresenza fisica e gli spazi collettivi, e che assumono l’interdipendenza e le relazioni come nucleo costitutivo e ineludibile dell’essere umano [Pitch ivi, 7]: una concezione della libertà e dell’autotomia contrastante con quella individualizzante della razionalità neoliberale, in quanto fondata sulla «responsabilità “per” (piuttosto che “di”)», che ne fa gli avamposti di una vera e propria «resistenza costituzionale» [Preterossi 2007][12].

Emergono così le coordinate di una mappa parallela a quella dei racconti ufficiali, basata sulla presenza anziché sull’assenza, sull’agire anziché sul subire, sulle spinte riappropriative della resistenza anziché su quelle pericolosamente adattive della più nota (e abusata) resilienza, sui paradigmi più esigenti della democrazia sociale anziché su quelli fragili della democrazia liberale (e delle sue derive neoliberiste).

Del resto non deve stupire che i principi della democrazia sociale rendano la Costituzione naturale «compagna» delle forme di partecipazione e di azione politica che si realizzano al di fuori della rappresentanza [Algostino 2018, 130]:  sia la dimensione costituzionale che quella dell’esistenza hanno a che fare con l’esperienza della vulnerabilità e il bisogno di un diritto «incarnato» [Grossi 2017, 53].

E tuttavia, i due versanti esistono e coesistono: quello degli spazi collettivi svuotati e della partecipazione soffocata entro recinti dove la presenza è illusoria e manipolabile; quello del pluralismo sociale che si riappropria della partecipazione fisica e vitale, della capacità di dissenso e di cooperazione solidale.

Sarebbe un errore considerare questi due mondi come realtà separate che procedono in parallelo: al contrario, il destino delle “nuove” forme di partecipazione è pesantemente influenzato dalla tenacia prensile e pervasiva degli ostacoli che da sempre -e tanto più oggi- affliggono la partecipazione più tradizionale, e che non paiono destinati a dissolversi facilmente.

Per un verso, la partecipazione “effettiva” mostra di traslocare sempre più massicciamente negli spazi del privato/sociale e del pubblico/istituzionale di livello locale; mentre diserta gli spazi del politico/istituzionale/finanziario di livello nazionale e sovranazionale. Di nuovo un confinamento, dunque? Una partecipazione figlia di un Dio minore, disinnescata negli angoli meno scomodi?

Per altro verso, se un ridisegnamento degli ambiti spaziali della partecipazione è certamente in atto, questo è anche il fulcro e l’oggetto della sua esplicita rivendicazione: lo spazio, i luoghi, e con essi l’abitare, fatto non solo di contenitori ma di regole sostenibili e dignitose di governo delle vite; un processo di riterritorializzazione dei diritti nel quale la partecipazione si riappropria delle libertà collettive, resiste e si rinnova negli spazi di compresenza fisica [Capone 2020].

Ma, ancora, questi luoghi sono gli stessi su cui si abbattono le nuove forme di distanziamento sociale che ho ricordato. E la partecipazione si ritrova sempre più spesso inscenata da individui dimezzati, sospesi nella stessa giornata fra smart working e beni comuni, dad e cooperazione, valutazioni efficientistiche e protesta.

In questa tensione incessante fra l’istinto di presenza e i tentacoli dei distanziamenti, la partecipazione torna a rivelare la propria anima resistenziale e di presidio democratico. Quale struttura portante di una Costituzione figlia della Resistenza [Rodotà 2017], la partecipazione è innanzitutto difesa della presenza e delle possibilità di espressione delle specificità dell’umano, è connettersi costantemente con le grandi domande, è movimento incessante verso un oltre, un orizzonte; è audacia e visionarietà, come diceva Zambrano, cioè capacità di avere una visione e di popolarla. Ed è soglia di uno spazio fisico e collettivo che nessuna emergenza né spazio virtuale possono dissolvere.

Se la Rete e i social media possono essere spazi di diffusione di contro-narrazioni che consentono di reagire all’invisibilità, lo spazio esterno al web rimane luogo insostituibile di resistenza “fisica” affidata a pratiche di presenza e compresenza, luogo della prossimità che viene opposta ai paradigmi distanzianti delle narrazioni dominanti, luogo del dissenso che può tradursi in «alleanze di corpi» per un «agire di concerto» [Butler ivi, 20] che mette in atto visioni e progettualità politiche diverse.

In questo orizzonte, in cui il bisogno di compresenza fisica non è affatto morto ma si sposta, opponendosi ai distanziamenti e all’invisibilità, può ravvisarsi in controluce la silhouette di una partecipazione dal corpo sfigurato e diseguale, che in talune parti mostra i segni di una nècrosi galoppante e in altre va reincarnandosi in forme diverse: pulsioni di una dimensione corale che rappresenta l’anima più vera ed esigente della partecipazione cara al costituzionalismo emancipante, che stancamente va oltre, disperde le braci di ciò che è defunto, chiede testardamente altre parole.

 

 

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[1] V. ad esempio l’art. 36 Cost., che riconosce il diritto del lavoratore ad una retribuzione non solo “proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto” ma commisurata ai parametri più esigenti di una esistenza libera e dignitosa.

[2] La mancata organizzazione preventiva incide soltanto sulla possibilità del preavviso senza far cadere la garanzia costituzionale.

[3] Si veda per tutti il caso della ricostruzione post terremoto aquilano del 2009, caratterizzatosi per una grave violazione costituzionale non solo dei diritti di partecipazione delle popolazioni coinvolte ma anche delle competenze territoriali locali, di recente ribadite dal nuovo Codice di Protezione Civile.

[4] Alla base della protesta, avviata dalla Confederazione nazionale dell’Unione Sindacale di Base, la preoccupazione per la salute e la sicurezza dei lavoratori rispetto alla scelta del Governo di mantenere aperti e funzionanti le aziende e gli uffici non essenziali ai fini del contrasto all’espandersi della pandemia.

[5] Cfr. in particolare Cass. Pen., sez. I, 12 settembre 2014, n. 375961, che ha definito Facebook come «luogo aperto al pubblico».

[6] Su questi profili si rinvia al saggio di M. Pietrangelo, in questo numero della rivista.

[7] Questa era la filosofia delle leggi nn. 124/2015 e 81/2017, con le quali si è introdotta la previsione della possibilità di forme di lavoro flessibile.

[8] Battaglie come quelle per riconoscere il diritto di disconnettersi, pur condivisibili, rivelano il vero rischio: quello di perpetuare un sistema giuridico meramente difensivo, che allunga le carte dei diritti civili mentre sacrifica i diritti sociali e i meccanismi redistributivi; un giurisdizionalismo che annulla la dimensione sociale, riduce ogni ipotesi di conflittualità alla dimensione individualistica del singolo (o al massimo di un gruppo) che si rivolge a un tribunale, neutralizzando il momento collettivo dell’agire politico.

[9] Se la paura costituisce «l’orizzonte insuperabile del capitalismo neoliberista», la crisi è divenuta permanente perché costituisce la più abile e pervasiva «modalità di governo» di quest’ultimo; e se «col variare della crisi varia il tipo di paura», la politica neoliberista «si esercita nel continuo passaggio dalla crisi economica a quella climatica, energetica, occupazionale, migratoria, e così via»: S. Vida, Neoliberismo, biopolitica e schiavitù. Il capitale umano in tempo di crisi, in Cosmopolis, n. 2, 2016.

[10]V. in particolare la sentenza della Corte costituzionale n. 105/2001.

[11] Si pensi alla sentenza della Corte Costituzionale n. 131/2020 sull’amministrazione condivisa e le imprese di comunità, alla legge della Regione Lazio e ai regolamenti comunali sulla cura condivisa dei beni comuni, alle nuove riflessioni sugli usi civici e gli usi collettivi, alle proposte normative sulle forme di moneta complementare a livello locale.

[12] Per una valorizzazione in questo senso delle esperienze territoriali si rinvia al saggio di A. Algostino, in questa rivista.

In Quaderni di Teoria sociale, n.1/2021, pagg 87 e segg.




25 aprile 2021

Kesserling

di Piero Calamandrei

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

ll Ponte




L’asfissia o il respiro

L’asfissia o il respiro

di Lanfranco Binni

Il terzo governo della legislatura nata dalle elezioni politiche del 2018 è stato appena insediato, nel tentativo disperato di imporre un ritorno all’ordine di un passato perduto, attraverso il commissariamento «europeista, atlantista, ecologista» di un paese profondamente colpito da un’emergenza sanitaria fuori controllo e dai disastri endemici dell’asfissia economica e sociale di un capitalismo terminale. È la vecchia politica liberista che ripropone crescita e sviluppo, predicando “resilienza” alle vittime (adattatevi e arrangiatevi) e promettendo nuove avventure predatorie agli “esperti” (speculatori e affini) della finanza locale e globale.

Non c’è governo che tenga

Il terzo governo, ma ce ne sarà presto un quarto, nasce già morto, affidato alle cure provvidenziali di un salvatore della patria che, per salvare le forme retoriche di una democrazia rappresentativa che rappresenta gruppi di potere sempre più ristretti e di pessima qualità, tenacemente estranei agli interessi generali di una società di tutti, di una democrazia mai stata, si finge governo di unità nazionale, già dilaniato da intrighi di corte, penosi trasformismi e scorribande mediatiche. Il lavoro sporco di un piccolo intrigante di paese per mandare in crisi il governo precedente, ancora espressione – sia pure contraddittoria e insufficiente – dei mandati ribelli degli elettorati del 2018, è proseguito in un “governo del Presidente” (in una repubblica costituzionale che presidenziale non è) che ha inteso chiudere la stagione deprecabile del “populismo” (le generiche banalità degli ismi si sprecano) per affidare a tecnici “di alto profilo” (boiardi della finanza e dello statalismo di tradizione democristiana e liberale) il compito di riportare ordine nel recinto della politica istituzionale. Il risultato è una miscela di arsenico e vecchi marpioni, tecnocrati e politicanti, tutti uniti tutti insieme (destra e “sinistra”) a esaurire ulteriormente i formalismi di una democrazia rappresentativa cronicamente strumentalizzata e i mandati progettuali di una Costituzione inattuata, da riformare con spirito di “resilienza”. I nuovi poteri di un Presidente che fa e disfa governi è già sulla linea di un auspicato presidenzialismo plebiscitario, in un paese in cui è dura a morire la mistica del capo e dell’uomo della Provvidenza di tradizione fascista. Il percorso è già tracciato: il terzo governo sarà di breve durata, giusto il tempo per gestire la “montagna di soldi” dell’Unione europea, praticamente tutti a debito, per poi coronare il “tecnico” salvatore della patria come nuovo presidente della Repubblica. Ma siccome, come sappiamo, tutto è processo, alle difficili tesi e antitesi del primo e del secondo governo della legislatura 2018 non è affatto detto che segua una sintesi di “equilibri avanzati”.

Alcuni dati sul processo in corso:

1) l’esecutivo “tecnico-politico” Mattarella-Draghi ridisegna l’area di governo in tre poli “equilibrati”: una coalizione di “centrosinistra” M5S, Pd, Leu; una potenziale coalizione di “centro responsabile” catto-liberale; una coalizione di destra, che sta articolando la sua offerta politica in funzione delle prossime scadenze elettorali. Nel disegno Mattarella-Draghi la posta in gioco è il rafforzamento del centro come esito auspicabile della gestione “emergenziale” dei miliardi dell’Unione europea;

2) la gestione decisionista dei miliardi europei, molti, maledetti e subito (ma non sarà così), è condizionata da stringenti vincoli “alla greca”, stile Troika, e l’alto prestigio di Draghi e delle sue relazioni internazionali non garantisce il buon esito dell’operazione;

3) la riconversione ecologista del sistema economico in tempi di catastrofe planetaria (cambiamenti climatici fuori controllo, pandemia fuori controllo, sistemi politici fuori controllo) rende illusorio ogni disegno di razionalizzazione neoliberista del caos;

4) soprattutto in un paese la cui pubblica amministrazione è stata devastata da decenni di pratiche privatistiche e di attacchi alle progettualità e alle potenzialità interne, di svuotamento degli organici, di corruzione e liberi traffici delle catene di comando;

5) ma – e questo è il dato più interessante per un vero cambiamento politico e sociale – in un paese che in Europa ha rappresentato e continua a rappresentare in forme nuove una profonda anomalia, ieri per la presenza di una forte opposizione socialista, libertaria e comunista, oggi per la formazione in corso di un’estesa “intelligenza collettiva” di soggettività critiche che nelle forme organizzative più diverse, in ogni ambiente della società, stanno sviluppando la coscienza della necessaria autonomia da un sistema politico ed economico asfittico e asfissiante, “democratico” e malthusiano, che al nuovo proletariato riserva soltanto precarietà, povertà e morte; questi strati sociali popolari (i ceti bassi e medi si vanno unificando) hanno determinato, con i loro voti e non voti, la crisi di sistema seguita alle elezioni politiche del 2018; nell’attuale fase di tentata normalizzazione e di preteso ritorno all’ordine le loro condizioni materiali si sono aggravate, e il futuro è sbarrato;

6) nell’attuale governo di “unità nazionale” l’abbraccio mortale tra i partiti, prigionieri del miraggio dei miliardi europei e della coazione a ripetere le strade fallimentari della crescita capitalistica e sviluppista infiorettate con un po’ di propaganda green a uso dei media, ma – per carità! – senza concessioni all’estremismo ideologico ambientalista (dipingi di verde le tue colate di cemento), sta già moltiplicando le scorrerie dei branchi selvaggi, le pretese di impunità, gli accordi privati e criminali. Ma il terreno è accidentato, e la drammatica emergenza sanitaria, di cui solo la pandemia detta un’agenda incontrollabile, renderà tutto molto complicato e irto di difficoltà;

7) nella notte del neoliberismo, l’ideologia postmoderna della cieca oltranza capitalistica, tutte le vacche sono grigie; le élites di potere, con tutto il loro codazzo di comunicatori più o meno prezzolati, indossano come sempre maschere e travestimenti per confondere i sudditi da fottere, sono loro la modernità e la modernizzazione: la grande riforma, l’opportunità della crisi pandemica, permetterà di rinnovare il paese facendo ripartire l’economia delle imprese, liberandone gli istinti animali, formando al loro servizio il “capitale umano” della forza lavoro, restaurando la coazione al consumismo, digitalizzando tutto, governando i sudditi “a distanza”, facendola finita con le illusioni improduttive di una “partecipazione democratica” che è solo l’anticamera del populismo: nella democrazia liberale uno non vale uno, non tutti sono uguali, e vinca il più ricco. E poi, nel loro pragmatico senso della realtà, non sono forse anche socialisti i liberaldemocratici della pretesa classe dirigente? Chi di loro sosterrebbe che è giusta la diseguaglianza sociale (anche se inevitabile)? Eccoli allora all’opera improbabili keynesiani al potere che non esitano a definirsi, quando serve, socialisti liberali e addirittura liberalsocialisti (di questo imbroglio storico scrive in questo numero Marcello Rossi, ricostruendo la grande stagione del liberalsocialismo italiano, dall’antifascismo degli anni trenta alle esperienze del dopoguerra, all’“omnicrazia” capitiniana). Nei linguaggi di potere ogni imbroglio è lecito, ed è politicamente utile occupare i campi lessicali. A cos’altro serve l’asfissiante “cultura” del reame?

Democrazia diretta per il socialismo

La dichiarata attenzione al tema politico e culturale della democrazia diretta alle origini del Movimento 5 Stelle fu uno dei motivi dei suoi clamorosi successi alle elezioni politiche del 2013 e del 2018: segnalava un cambiamento radicale di visione politica e di pratica sociale; la moltiplicazione dei gruppi locali, la partecipazione a esperienze di base come, per fare un solo esempio significativo, il movimento No Tav in Val di Susa, sembravano tendere alla costruzione di reti sociali di democrazia dal basso secondo modalità di democrazia diretta. Le esperienze territoriali e l’elaborazione progettuale che avrebbe potuto derivarne furono successivamente abbandonate a vantaggio di una “democrazia diretta” essenzialmente digitale, con tutti i limiti degli strumenti tecnologici di comunicazione e controllo sociale. Il tema di una democrazia integrale costruita “dal basso”, a necessaria integrazione della democrazia rappresentativa costituzionale era alto e certamente impegnativo, e pur inattuato resta indispensabile per qualunque processo di trasformazione socialista della società. Nel 1968 Aldo Capitini aveva proposto ai giovani dei movimenti della nuova sinistra di partecipare alle prime elezioni regionali con una lista denominata «Rivoluzione nonviolenta per la democrazia diretta», per proporre politicamente il tema. E la democrazia diretta, da sperimentare concretamente in situazioni territoriali, con una forte attenzione ai Comuni piccoli e medi, fu al centro della sua «omnicrazia», il potere di tutti, più che democrazia, più che socialismo. Nel 1964 sul numero 4 del suo foglio mensile «Il potere è di tutti» aveva pubblicato l’editoriale Il controllo dal basso e la democrazia diretta in cui poneva i termini della questione, anche discutendo le riserve liberali di Norberto Bobbio. Riporto la prima parte del testo, ricordando che la democrazia diretta di Capitini è inserita in una prospettiva liberalsocialista (massimo socialismo e massima libertà).

L’impegno assunto dal nostro modesto periodico di battersi per la realizzazione di un potere veramente democratico, del potere di tutti, ci ha fatto confondere presso alcuni lettori come sostenitori della democrazia diretta, di quel tipo di potere, per cui ogni cittadino partecipa direttamente alla discussione e alla decisione di tutti i problemi dello Stato.

Norberto Bobbio, professore di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino, ci scrive per es.: «Un po’ perplesso sono sulla vecchia idea del “potere a tutti”. La democrazia diretta è sempre stata un’illusione. Lo è a maggior ragione in una civiltà altamente tecnicizzata come la nostra, in cui ciò che l’uomo produce è l’effetto di una organizzazione mastodontica, sempre più complicata, difficile da dominare, che riesce a funzionare soltanto se affidata a pochi esperti. Si immagini una fabbrica di 100.000 operai dove tutti siano chiamati a discutere i metodi, i tempi, il processo di produzione. Dopo dieci giorni sarebbe chiusa».

Che la democrazia diretta sia stata finora un’illusione siamo anche noi d’accordo, anche se non ci sentiamo di affermare che lo rimarrà per sempre. Non possiamo però accettare che, con questo pretesto e con il pretesto delle esigenze tecniche nella civiltà industriale, si rifiuti un discorso serio sulle esigenze reali e diffuse di una nuova strutturazione del potere, sul passaggio cioè del potere dalle mani dei pochi, che oggi lo detengono, alle mani dei molti che oggi ne sono privi.

Ci rendiamo conto anche noi di vivere in una civiltà altamente tecnicizzata, anzi crediamo e speriamo che lo diventi sempre di più, per permettere all’umanità un godimento sempre più intenso delle sue conquiste economiche. Quello che noi sosteniamo è la necessità che anche le conquiste politiche e sociali progrediscano come quelle tecniche ed economiche, che venga superato nell’interesse dell’umanità il contrasto oggi esistente tra una civiltà che permette un maggior benessere, una migliore vita per tutti e le forme di governo di questa società che sono ancora le stesse di prima, della società preesistente.

Noi pensiamo che sia questo il nodo dei problemi per il controllo del potere in tutti i paesi industrializzati. È logico infatti supporre che le stesse masse, sollecitate per ragioni economiche a una maggiore eguaglianza, a un maggior godimento dei beni materiali, a un elevamento della cultura, si pongano prima o poi anche il problema di una maggiore partecipazione alla direzione di quella vita pubblica alla quale vengono attirate. Questo pericolo è stato finora allontanato dalle classi dirigenti, sia capitalistiche che burocratico-staliniste, con colossali sopraffazioni e mistificazioni ideologiche, culturali e sociali, diffuse nelle masse con la strapotenza dei mezzi tecnici moderni.

Quando, malgrado tutto, il problema del potere si ripropone, le soluzioni in paesi come il nostro non possono essere che due:

Prima soluzione: Il gruppetto dei pochi esperti, che dirigono la fabbrica immaginata dal prof. Bobbio, si mettono d’accordo con i proprietari e si impadroniscono anche del potere formalmente politico, creando una dittatura o una repubblica presidenziale, come si ama dire, in cui la democrazia è ridotta alla funzione di vernice. Questa è la soluzione che viene ad esempio invocata oggi nei giornali dalla nostra classe dirigente e che viene attuata anche in una certa misura da una fabbrica molto simile a quella immaginata dal prof. Bobbio, la Fiat: basti ricordare come è stato imposto al governo di ridurre la tassa sulle automobili.

Seconda soluzione: i 100.000 operai e impiegati della fabbrica immaginata dal prof. Bobbio conquistano effettivamente il diritto di discutere i metodi, i tempi, il processo di produzione. Per esercitare questo diritto creano e fanno vivere in tutti i reparti della fabbrica i loro comitati liberamente eletti, fino al consiglio di gestione, che insieme agli esperti dirige la fabbrica.

Nello stesso numero, nella rubrica «Abbiamo parlato di», Capitini dà una definizione del termine “democrazia diretta”. È importante ricordare che «Il potere è di tutti» era uno strumento per la pratica sociale in situazioni territoriali, nella tradizione dei Centri di orientamento sociale (COS) sperimentati in Umbria e in altre regioni italiane dal 1944 al 1948, per poi essere riproposti nel 1956 e di nuovo nella stagione del Sessantotto. Il giornale doveva essere capito da tutti, e di ogni termine complesso veniva fornita una chiave di lettura, come in questo caso:

Democrazia diretta

Democrazia diretta significa che chi ha il potere di eseguire l’amministrazione per conto di una comunità di persone, deve agire secondo la volontà degli appartenenti alla comunità, stando sottoposto a un continuo controllo e pronto a ritirarsi dal posto se la comunità lo vuole.

L’assemblea della comunità elegge uno a una carica per un tempo determinato, per esempio un anno, e dopo un anno una nuova riunione dell’assemblea può eleggere un altro. Ma anche prima che scada il termine, l’assemblea può «revocarlo», togliergli la carica.

Per evitare che sia nominata la stessa persona molte volte, o che ci sia una cricca che manovra per eleggere i propri amici, si fa la rotazione dando le cariche «a turno», uno dopo l’altro, o per sorteggio. Così si evita che ci siano soltanto pochissimi che conoscono quella carica o quel posto.

Chi è eletto non può occuparsi di cose che escono dal mandato che ha ricevuto al momento della nomina.

Chi è stato eletto dall’assemblea della comunità deve presentarsi ad essa per riferire su ciò che ha fatto e che intende fare: questo rendiconto deve essere frequente. E se egli deve affrontare una questione speciale nuova, non prevista all’inizio, deve presentarsi davanti all’assemblea o ad un comitato nominato dall’assemblea e chiedere l’autorizzazione.

La sua carica deve essere una professione secondaria, cioè senza stipendio o con uno stipendio onorario, che non è quello per vivere.

Noi vediamo bene che questo non è tutto e subito possibile, in piccolo e in grande. Certo, in una piccola comunità è più facile, come si è tentato di fare, ma solo in parte nei comuni medioevali, nelle città svizzere. Però è una direzione di lavoro. Vale soprattutto la tensione ad attuare questa democrazia diretta nel luogo dove si vive, dove si lavora. Non è da confondere con la democrazia di massa, con plebisciti e immense votazioni popolari: vogliamo, invece, il controllo da vicino, decentrato, fatto in gruppi di non troppa gente, esercitato svolgendo la ragione e non facendosi incantare dagli spettacoli, dagli altoparlanti, dai balconi, dai potenti oratori. Se volessimo eleggere impiegati e dirigenti in un campo troppo vasto, chi potrebbe conoscerli? Per questo vogliamo che ci siano gruppi locali, centri sociali, sezioni comunali e di quartiere delle associazioni. Sarebbe bene eleggere e poter controllare i dirigenti locali dell’Enpas, dell’Inam, della Previdenza sociale, gli impiegati capi del Municipio, dell’Ospedale, ecc.

Segue, in un riquadro, una sintesi del tema:

Perché il potere sia di tutti occorre che i lavoratori, operai, impiegati, contadini, partecipino direttamente alla vita delle loro aziende, attraverso i consigli operai, i consigli di gestione, i comitati della terra.

Altri tempi, perduti? Nei processi di liberazione niente si perde. E ci pensa la pandemia a sospendere il tempo; quindi, tempi da riprendere e proseguire. Non è di grande attualità l’esperienza della Comune di Parigi? A proposito di banche da nazionalizzare e di pseudodemocratici da smascherare.

in,  Il Ponte,  

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Draghi e governo della finanza: Non prevarranno!

Draghi e governo della finanza: Non prevarranno!


8 Feb , 2021||2021|Visioni

1. E ti amo Mario

Sgombriamo il campo da un equivoco. Il problema non è la “persona” Draghi. Che ha fatto buone scuole, è stato allievo di Caffè, ama l’Opera ed è pure romanista. Qualità che apprezzo.  In politica, però, conta ciò che si rappresenta, le visioni di fondo e gli interessi che ci muovono, e i fatti, le scelte che si sono compiute. I “fatti” di Draghi sappiamo quali sono. Mi limito a un breve ripasso, ma non per amor di polemica, bensì perché si tratta di questioni fondamentali, rivelative di un approccio, di una visione appunto, oltre che dei precisi interessi che Mito-Mario ha sempre scelto di garantire, da quando è entrato nel grande gioco del potere. Ci ricordiamo tutti il ricatto antidemocratico alla Grecia di Tsipras, attraverso la chiusura della liquidità da parte della BCE, per indurla ad accettare il Memorandum imposto dalla Troika e punire la pretesa greca di resistervi, in nome peraltro della volontà popolare esplicitamente espressa. Così come la lettera Trichet-Draghi, che intimava al governo Berlusconi di seguire un preciso programma di “riforme” neoliberiste (ben poco compatibile, peraltro, con il nucleo fondativo, sociale e lavorista, della Costituzione del 1948, formalmente ancora vigente).  Anche in quel caso, seguì una pressione dall’alto sui titoli di Stato italiani, per far schizzare lo spread e indurre Berlusconi alle dimissioni: fu co-decisa da Draghi. La maggioranza di Berlusconi era in difficoltà, probabilmente sarebbe entrata in crisi lo stesso da lì a breve, ma l’esito naturale di una crisi politica sarebbero state le elezioni. Invece, con lo stato di emergenza finanziario, creato ad arte, anche in quel caso la politica fu commissariata, con il loden di Monti e le lacrime della Fornero. Forse con quella scelta di far fuori il governo legittimato dagli elettori (distante anni luce dalle mie preferenze) ebbero a che fare, tra l’altro, le giuste posizioni critiche assunte da Tremonti sulle banche tedesche e francesi pesantemente esposte con la Grecia (banche che erano le vere destinatarie del programma di “aiuti” predisposto dalla Troika), nonché il piano, o comunque l’opzione del governo italiano, di cui si vociferò in quei mesi, su una possibile uscita dell’Italia dall’euro? Ancora: non c’è bisogno di insistere troppo sulle privatizzazioni discutibili, sul Britannia, sulla svendita del patrimonio pubblico del Paese (da rileggere sul tema le memorie di Giuseppe Guarino), sulla pretesa elitista di stringere l’autonomia della politica democraticamente legittimata in una morsa che, a dispetto  degli interessi dei ceti popolari, doveva impedire politiche redistributive e sociali, la difesa del lavoro, il rilancio della domanda interna, nonché un previdente mantenimento   degli strumenti dell’economia mista. I fatti, dunque, confermano che Draghi è un rappresentante eminente del capitalismo finanziario. Abile, per carità, ma a favore di chi? Questi fatti quanto sono compatibili con le idee, gli insegnamenti di Federico Caffè? Anche rispetto all’euro, alla tesi secondo la quale Draghi l’avrebbe “salvato”, e con esso l’Italia,  si possono opporre due interrogativi (nello spirito proprio di Caffè, che aveva criticato lo SME, oltre alla tentazione costante di usare strumentalmente  i vincoli finanziari, rafforzandoli con l’ideologia del vincolo esterno, per giustificare politiche antipopolari): ma davvero si è trattato di un salvataggio dell’Italia, o non piuttosto degli interessi strategici della potenza egemone dell’eurozona, cioè la Germania, che ha tutto  i vantaggi a mantenere l’euro, e in esso l’Italia, per assicurarsi un vantaggio competitivo permanente sul fronte delle esportazioni? Il “whatever it takes”, il Quantitative Easing, pur significativi, hanno rappresentato una soluzione stabile, permanente delle asimmetrie dell’eurozona (che Draghi conosce bene, perché tra le righe le ha spesso ricordate nei sui discorsi), oppure un “comprare tempo”, cercando di stringere ancora di più l’Italia nella camicia di forza dei vincoli del Fiscal Compact e delle altre condizionalità legate alla sopravvivenza dell’euro?  Siamo sicuri che sia convenuto all’Italia? E non sarebbe stato più giusto un dibattito aperto sul tema, che coinvolgesse i cittadini, invece di farne un tabù? Del resto, com’è noto, l’ironia della storia contempla che il giovane Draghi abbia elaborato una tesi di laurea precisamente sulle monete senza Stato come l’euro, nella quale sosteneva (impeccabilmente) che una moneta comune in presenza di squilibri macroeconomici e senza una fiscalità accentrata, governata politicamente, non potesse essere un obbiettivo augurabile perché viziato da contraddizioni strutturali.

Draghi, allora, sarà un altro rispetto a quello che è stato finora? Siamo in presenza di un’effettiva svolta sociale e inclusiva del capitalismo? Di un’Europa che diviene politica, sociale, democratica? Non pare credibile. Soprattutto, ed è questo il nodo fondamentale, si pone una questione di legittimità democratica. Possiamo continuare con il commissariamento della democrazia? Qual è l’effettiva fonte di legittimazione di Draghi?  E se si deve ricorrere, ancora, a una sorta di stato di eccezione tecnocratico, siamo proprio sicuri che ci si stia avviando verso una trasformazione politica che perlomeno corregga le storture del “trentennio inglorioso”?

Draghi, con un triplo salto carpiato, può far finta di non essere mai stato neoliberista, di non avere mai contribuito a imporre l’austerità alla Grecia e all’Italia, di non avere sempre avuto come stella polare gli interessi del capitale finanziario. Del resto, cambiare idea è lecito, si dice (e l’ha ripetuto anche lui, di recente, citando giustamente Keynes). Ma che a gestire un’eventuale nuova fase siano chiamati i responsabili del disastro precedente fa venire molto dubbi. E viene il sospetto che il presunto cambiamento sia semplicemente un falso movimento, un’abile strategia comunicativa, funzionale al riassetto, complice la pandemia, del capitalismo neoliberale, che era già in crisi. Quando si tratterà di pagare i costi di tale riassetto, e suonerà la campanella che sancirà la fine della ricreazione, con la scusa del debito e una rinnovata strategia della tensione sullo spread, ne vedremo delle belle, in termini di nuova austerità, “riforme”, macelleria sociale, svalutazione del lavoro, impoverimento, disoccupazione. Tutto pur di evitare le ricette giuste, quelle di Keynes e Caffè, che invece mettevano al primo punto la “repressione finanziaria” per consentire di impostare politiche pubbliche di intervento nell’economia, non sotto ricatto dei mercati e perciò volte all’interesse dei lavoratori e dei ceti non abbienti. Alla luce di tutto quello che è accaduto in questi decenni, fino al coronamento di oggi, si comprende la ferma volontà di Caffè di sparire. Per non vedere. Soprattutto certi allievi.

2. Governo tecnico? 

Sul tema, si apre una questione politica e istituzionale, che va ben al di là della figura di Draghi.  I governi cosiddetti “tecnici” hanno una lunga storia. In realtà, dietro questa espressione ambigua si cela un’ampia tipologia di governi. In generale, si potrebbe dire che “tecnico” sta per “non politico”. Ma è proprio così? Sono possibili governi non politici, in un contesto democratico-rappresentativo? In realtà, nella misura in cui tutti i governi debbono avere la fiducia del Parlamento, sono tutti in qualche modo politici. Il problema è: politici in che senso? Di quale “politica” si sta parlando? Nel caso del governo Draghi, di una politica che neutralizza la politica (partitica, cioè espressiva delle “parti” nelle quali si articola la società e che si proiettano, attraverso la rappresentanza parlamentare, nello Stato). Governo tecnico, quindi, è il risultato di una crisi della politica che non riesce a trarre dal proprio interno le soluzioni. In sostanza, con il governo tecnico si cerca una soluzione non politico-partitica, a cui le forze parlamentari accettano di dare fiducia, facendo in qualche modo un passo indietro. Ma di per sé la “tecnica” non ha la possibilità di proporsi come soluzione. Occorre che qualcuno, un’istituzione in grado di farlo, la proponga e sostenga in prima istanza, in qualche modo sfidando il Parlamento (o sollecitandolo fortemente), mettendo in gioco il proprio prestigio e il proprio ruolo.  Occorre, in sostanza, un’istituzione dotata di un plusvalore terzo, di una rappresentatività simbolica generale, che possa spendere questa riserva di senso politico, di auctoritas, per favorire uno sbocco positivo che altrimenti le forze politiche, da sole, non sarebbero in grado di determinare, paralizzate dai propri veti. Si tratta insomma di una forzatura, che serve a imporre una soluzione. Più è drammatizzata la crisi, più pesa il nome del prescelto come deus ex machina, maggiore sarà la probabilità del successo. In sostanza, il Parlamento è messo alle strette e non può dire no. Stiamo parlando, dunque, di un governo del Presidente. In qualche modo, ogni governo tecnico, istituzionale o di garanzia, è un governo del Presidente. Nel caso dell’incarico a Mario Draghi, il Presidente della Repubblica ha quindi scelto di percorrere la strada di un “governo del Presidente”: un esecutivo “di alto profilo”, che dovrebbe affrontare un’emergenza altrimenti non risolvibile. Fin qui, siamo nel solco di una storia istituzionale inscritta nel primato della statualità, come forma politica originaria   dell’unità della nazione, che deve prevalere sulle parti e gli interessi frazionali perché incarna il supremo interesse, la salus rei publicae. Siamo cioè nel pieno della dottrina dello Stato moderno (non assoluto, ma costituzionale).   Questo potere d’impulso del Presidente della Repubblica, in quanto garante dell’unità nazionale e della Costituzione, proviene da Weimar e, per certi aspetti, è un resto (urbanizzato, secolarizzato) della prerogativa monarchico-costituzionale. Naturalmente, con la monarchia era una prerogativa connessa alla sovrapposizione tra legittimità dinastica e continuità dello Stato, e perciò aveva in se stessa la propria fonte di legittimazione. Nel caso delle Repubbliche, la legittimazione politica di ultima istanza proviene invece dal popolo, perché la sovranità ad esso appartiene. Nel caso di Repubbliche presidenziali, o semipresidenziali, la funzione politica del Capo dello Stato è evidente. Nel caso di Repubbliche parlamentari, soprattutto se il sistema politico opera in modo efficiente, quella funzione si riduce al minimo, è notarile e quasi onorifica (si pensi all’irrilevanza politica del Presidente della Repubblica tedesco). In Italia non è così, perché il ruolo che il Presidente della Repubblica svolge è “a fisarmonica”: si allarga e restringe a seconda della funzionalità e della forza del sistema dei partiti. Quando si apre una crisi complessa, se i partiti sono deboli e divisi, e la situazione appare come emergenziale perché esistono problemi di ordine economico e sociale non ordinari (terrorismo, gravi turbolenze economico-finanziarie, emergenza sanitaria ecc.), il ruolo del Presidente è inevitabilmente destinato a crescere in modo notevole. Intendiamoci, ciò è possibile perché in generale la funzione del Quirinale nel nostro assetto è rilevante, soprattutto nella gestione delle crisi di governo, e perché dei poteri propri il Capo dello Stato italiano li ha (compartecipando a tutti e tre i poteri, ed equilibrandoli). Ciò accade anche se non è eletto dal popolo e non svolge una funzione di indirizzo politico in senso proprio, ma di custodia dell’indirizzo fondamentale depositato in Costituzione e di garanzia dell’unità nazionale. Il problema è che quanto più cresce il suo attivismo, tanto più aumenterà la discrezionalità ermeneutica del suo operato: la custodia di quell’indirizzo costituzionale fondamentale diventerà, inevitabilmente, un’interpretazione politica di esso, e quindi un indirizzo politico vero e proprio, seppur in senso istituzionale.  Insomma il Presidente, svolgendo una funzione di alta politica costituzionale, finisce per imprimere un indirizzo politico generale, almeno relativamente alla risoluzione delle crisi “difficili” (che però sono gli snodi decisivi della vita della nazione). Questa funzione di impulso, moral suasion, esternazione e determinazione di punti di equilibrio politici è cresciuta nei decenni, in particolare dai primi anni Novanta (segnati da Tangentopoli, dalla crisi finanziaria del ’92 e dall’offensiva stragista della mafia), cioè da quando il sistema politico della cosiddetta Prima Repubblica è stato terremotato.  Ma c’è da dire che la rilevanza crescente del ruolo del Presidente era già emersa con Pertini, punto di riferimento morale grazie alle sue ferme prese di posizione sullo scandalo P2 e sulle inefficienze nei soccorsi durante il terremoto dell’Irpinia, ma anche con la scelta di conferire l’incarico di formare governi a esponenti “laici”, cioè non democristiani. E poi, in ben altro senso, con le “picconate” di Cossiga.  Va inoltre ricordato che anche l’esperienza dei governi di unità nazionale non è una novità, avendo segnato il periodo del terrorismo e della crisi economica della seconda metà degli anni Settanta in Italia; ma in quel caso era la politica a promuoverli, non il Presidente della Repubblica.

Spesso si è paragonato il caso italiano a quello della Repubblica di Weimar (per fortuna, non negli esiti): in quest’ultima, il Presidente era però eletto dal popolo e aveva poteri emergenziali, codificati nell’art. 48 della Costituzione. I governi di affari, emergenziali, privi di maggioranza parlamentare, poggiavano di fatto sul suo sostegno esclusivo.  Nel nostro sistema, ed è un bene, nulla di tutto ciò è possibile. Ma è innegabile che il peso dei poteri presidenziali sia significativamente cresciuto (con Scalfaro e Napolitano, in particolare): tanto che ci si è spinti a ipotizzare una sorta di semipresidenzialismo di fatto, frutto di una torsione che la transizione infinita, senza sbocchi veramente stabili, del sistema politico post-Tangentopoli e la crisi economico-finanziaria avrebbero determinato, oltre che del modo in cui tali personalità hanno interpretato il loro ruolo presidenziale. Ci si è anche chiesti, perciò, se non fosse il caso di prendere atto di tale evoluzione e metterla in forma, prevedendo un’elezione diretta. A mio avviso sarebbe un azzardo, ma la questione di fondo esiste.  Il Presidente Mattarella è un convinto parlamentarista, e tuttavia alcuni suoi interventi hanno confermato un significativo ruolo di intervento e indirizzo nei momenti di crisi: pensiamo al rifiuto di sciogliere le Camere opposto a Renzi dopo la sua sconfitta nel referendum costituzionale (almeno secondo alcuni retroscena), al veto su Savona durante la formazione del primo esecutivo Conte, allo gestione della crisi del medesimo governo,  infine (e soprattutto) all’esclusione delle elezioni oggi e all’incarico a Draghi.

Il punto teorico che a me pare importante sottolineare, perché gravido di conseguenze politiche, è questo: a Weimar, ma in qualche modo anche durante la cosiddetta Prima Repubblica, si poteva ancora invocare il plusvalore politico dello Stato e dell’unità nazionale, a fronte di gravi emergenze politiche come il terrorismo, l’estrema conflittualità politica, la crisi sociale. Oggi è surreale, perché si evoca qualcosa che in realtà è stato svilito e liquidato nel trentennio neoliberista, e lo si fa in nome di forze e obbiettivi che negano quel plusvalore politico della statualità: ovvero in nome del vincolo esterno, dei mercati finanziari (il cui voto peserebbe più di quello dei cittadini), di istanze di potere che certo democratiche non sono. Siamo di fronte a fantasmi dello Stato politico, del potere terzo efficace, dell’unità nazionale, evocati per garantire che la politica, e in particolare la partecipazione democratica, non interferiscano in alcun modo con il processo di integrale funzionalizzazione dello Stato ai processi di spoliticizzazione post-nazionale, finanziaria e mercatista (in Europa, ordoliberale). Uno stato di eccezione tecnocratico, post-politico, che serve non a ricostituire l’autonomia della politica democratica, ricostruendo lo spazio di un sano conflitto politico rappresentativo dei differenti interessi sociali, e rafforzando la coesione della comunità intorno ai propri interessi generali, pubblici, ma al contrario a subordinare definitivamente le scelte della collettività a interessi estranei a quello nazionale, e legati alla finanza privata.  L’appello all’emergenza e all’unità è quindi un modo per affidare a commissari di poteri esterni, non legittimati democraticamente (la Troika), cioè a élites privatistiche, oligarchiche e antidemocratiche, quelle scelte. Imponendo ai partiti, condannati a cantare e portare la croce (cioè a raccogliere il consenso sul piano nazionale, senza poter decidere nulla di diverso dai diktat dei mercati e dell’UE), di sostenere le politiche del “pilota automatico”. Il fatto che il consenso scemi non può sorprendere, ed è infine diventato un problema: da ciò gli strepiti contro populisti e sovranisti (termine quest’ultimo privo di consistenza scientifica), al di là della loro reale intenzione e capacità di imporre una svolta politica credibile. La dialettica basso contro alto, popolo contro oligarchie, è una conseguenza logica del processo di espropriazione della sovranità democratica.  Può essere che sia destinata a fallire, che i suoi esiti siano ambigui o inefficaci. Ma è certo che finché permane questo campo di tensione dialettica, si cercherà di arginarlo in ogni modo attraverso l’uso politico-comunicativo dell’emergenza, per disciplinare i riottosi.  Un’impostazione obbiettivamente eversiva dei valori democratici.

3. Miseria dell’apolitica

Salvini, convertito insieme ad Alberto Bagnai e Claudio Borghi sulla via di Draghi, grazie al battistrada Giorgetti (il Gianni Letta della Lega), dice che prima o poi si tornerà a votare. Si, forse (potrebbe sempre esserci un’altra “emergenza imprevista” in agguato, alla bisogna; ormai non possiamo sorprenderci più di nulla). Ma più poi che prima. Cioè il rischio è che si torni a votare quando sarà inutile. Quando tutte le scelte che contano saranno state fatte. Quando gli adagi di Schäuble e di Draghi stesso (le elezioni non contano, tanto c’è il pilota automatico) saranno stati blindati. E le elezioni saranno solo quel rito inutile, che serve a dare l’opportunità a qualche politicante di bassa lega di giocare alla lotteria che mette in palio dei seggi e a illudere i cittadini di avere qualche voce in capitolo.  Non c’è da sorprendersi se così la fiducia nelle istituzioni crolla. Sarebbe più serio abolire le elezioni, sancendo la fine dell’epoca cominciata con le Rivoluzioni settecentesche. Si sforzino, le cosiddette élites, di trovare un nome, e un discorso di legittimazione coerente, per giustificare in maniera esplicita, senza scuse emergenziali, la liquidazione della democrazia costituzionale. Soprattutto, propongano un nuovo modello, invece di deformare sempre di più quello ereditato dai Costituenti. Ma non lo possono fare: perché la loro mancanza di dignità e coraggio politico (quello che fa lottare apertamente, non manovrare dietro le quinte) è proporzionale al cinismo. La narrazione liberal, perbenista, pseudo-progressista, che è la copertura ideologica del globalismo finanziario, impedisce di dire la verità e soprattutto di trarne le conseguenze. A Occidente come a Oriente, tranne rare eccezioni, nella migliore delle ipotesi vigono democrature, democrazie protette, autocrazie elettive. Con la differenza che a Occidente le forzature sono prodotte del combinato disposto tecnocrazie-finanza-media mainstream, con l’asservimento di istituzioni e politici in teoria autonomi, ma in realtà funzionali. A Oriente si manifestano nella forma di un nuovo autoritarismo tecnologico, cioè di un potere inamovibile e insindacabile, anti-pluralista, basato sulla pervasività del controllo. Convergeranno?

Il governo precedente aveva molti limiti, e soprattutto dall’estate scorsa il suo motore ha cominciato a imballarsi pesantemente. Ho la sensazione che con Draghi assisteremo a un nuovo uso politico-comunicativo della “pandemia”. Prima è servita a seminare terrore e chiudere tutto (al di là delle reali esigenze e della razionalità), adesso sarà l’occasione per aprire se non tutto molto e santificare Draghi come il nuovo “re taumaturgo”, che ha guarito la scrofola. Personalmente ne sarò felice, come credo tanti che non ne potevano più, ma resta il dato politico di un cambio strumentale di narrazione, che giustifica molti cattivi pensieri su quanto è accaduto nell’ultimo anno.

Il Movimento 5 stelle, una forza che ha raccolto la protesta anti-establishment, evidentemente per sterilizzarla, può governare con tutti: Lega, PD, persino Forza Italia. E può addirittura sostenere uno dei massimi esponenti delle élites tecnocratiche e finanziarie, da loro combattute a parole. Andando avanti così, dei 5 stelle resterà ben poco. Il Pd è un partito governista a prescindere: non ha una propria identità, una visione, che non sia la “responsabilità” di stare sempre dalla parte del sistema; considerando il partito di cui, seppur molto indirettamente, sarebbe erede, e di cui si celebra il centenario, non si sa se ridere o piangere. Anche La Lega, alla fin fine, probabilmente per tatticismo strumentale e comodità, o per il richiamo della foresta dei padroncini del Nord e della Confindustria, risponde all’appello. Twittare l’articolo 1 della Costituzione serve solo a fare un po’ di propaganda. Gli anatemi reciproci tra Sinistra e Lega, 5 stelle e Forza Italia, mostrano qui, definitivamente, la loro grottesca superficialità e inconsistenza. PD e 5 stelle, se ancora potranno agganciarsi alla boa Conte, tra un anno e mezzo o due, riusciranno forse a prendere insieme i voti che una volta prendevano da soli, quando erano al massimo del consenso. Dipenderà da molti fattori, ma è facile immaginare che una prateria si aprirà per chi saprà rappresentare un’opposizione coerente. Per evitare tale delegittimazione generale della politica, sarebbe stato necessario tenere il punto dell’imprescindibilità della sovranità democratica. La via maestra erano le elezioni. Com’è accaduto e accade in altri Paesi. Se si trattava di guadagnare qualche mese, si poteva dar vita a un governo super partes, di garanzia, di durata limitata, per accelerare la campagna vaccinale, presentare il Recovery Plan (peraltro sopravvalutato nella sua portata) e condurre alle elezioni alla fine della primavera o dopo l’estate.

Paragone e Meloni non saranno della partita Draghi. Per fortuna, perché un governo senza opposizione non è mai un bene per la democrazia. E poi, sia detto con ironia, sarebbe stato un po’ troppo ritrovarsi, come Fionda, a rappresentare l’unica opposizione. Si vedrà se saranno loro a capitalizzare la voglia di cambiamento e, soprattutto, di recupero della sovranità democratica. Certamente, occorrerebbe altro.  Ma quello che si può fare per ora è solo un lavoro culturale e critico di lunga lena: la Fionda serve a questo. Sperando che quelle istanze decisive, che esprimono il senso profondo della legittimità moderna, della sua promessa democratica, non siano fiaccate per sempre. Significherebbe che il riassetto del capitalismo in chiave digitale (e antisociale), occasionato dal coronavirus, si è mangiato interamente la politica come sfera dell’autodeterminazione e dell’eteronomia progettuale rispetto all’immanenza dell’economico. Una sorta di complessiva transizione epocale, di segno antropologico, civile e culturale, all’insegna dell’antipolitica ammantata di epistocrazia. In questo senso, il governo Draghi potrebbe essere visto come una pedina di un disegno più ampio: il governo della saturazione dello spazio pubblico, della negazione del conflitto in quanto tale. Ma ne siamo certi: non praevalebunt.

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Onda su onda

di Lanfranco Binni

di Lanfranco Binni

Si susseguono, devastanti e a ritmo incalzante, le “ondate” delle quattro grandi crisi connesse con la Covid-19: la crisi sanitaria provocata da una pandemia fuori controllo in gran parte del mondo; la crisi economica che accentua le derive malthusiane del capitalismo in tutte le sue forme, arcaiche e neoliberiste; la crisi politica delle “democrazie” liberali occidentali; la crisi climatica del pianeta. Su ognuno di questi terreni i processi in corso sono tumultuosi, complessi e “caotici”. La pandemia ha accelerato e messo a nudo le vere realtà, concrete e drammatiche, di una storia catastrofica. In questo numero del «Ponte» di fine anno ne scrivono Giuliano e Piergiovanni Pelfer (Il Coronavirus e la fine delle certezze), Emiliano Brancaccio (Catastrofe o rivoluzione), Giancarlo Scarpari (Che ve ne sembra dell’America?). In particolare il testo di Brancaccio sollecita un aperto confronto teorico-politico sulle necessarie e radicali alternative alla “catastrofe” dell’antropocene capitalistico.

Cattive nuove dal fronte dei virus

Sostiene la microbiologa e virologa Maria Rita Gismondo, nella sua rubrica Antivirus su «il Fatto Quotidiano» del 12 novembre, che stanno circolando in Italia e in Europa, “fuori controllo”, almeno sei varianti di SarsCoV2. Il titolo dell’articolo: Virus, la mutazione è più “cattiva”. Ne riporto integralmente il testo.

Il “mostro” non si arrende e si manifesta ancora con tutte le sue peggiori armi. Mentre la storia ci riferisce epidemie e pandemie che nel tempo, grazie alle mutazioni del virus che le ha prodotte, si sono estinte, studi recenti di genotipizzazione ci hanno dimostrato che non sta accadendo così per SarsCoV2. Per mesi ci siamo meravigliati perché il virus che ci sta affliggendo non mutava. Siamo rimasti in attesa che si facesse avanti una mutazione, dando per scontato, come ci insegna la virologia, che questa avrebbe reso la pandemia meno aggressiva fino a estinguersi. Le mutazioni sono arrivate, ma nulla di quanto ci saremmo aspettati. Recenti studi hanno evidenziato ben cinque varianti (19A, 19B, 20A, 20B e 20C). Circolano in Italia e studi in corso ne stanno verificando la circolazione in Europa. Anche se non si conosce l’effetto di ciascuna mutazione, certamente i virus che le presentano non sono affatto più “deboli”. Nel frattempo ecco arrivare un’altra notizia su una ulteriore variante che si sta manifestando nei visoni. La prima osservazione è stata fatta in Belgio in circa un migliaio di esemplari. Oggi si pensa che il virus abbia già infettato decine di migliaia di visoni, e molti di questi sono stati esportati in altri paesi, compresa l’Italia. Il virus con la nuova mutazione si diffonde molto rapidamente e ha già imparato a infettare l’uomo. Un salto di specie così rapido è quasi un evento unico. Oltre a una aggressività ancora tutta da valutare, questo “nuovo mostro” potrebbe vanificare terapie e profilassi che sono in studio. Mi riferisco agli anticorpi monoclonali e ai vaccini, in particolare. Se la (o le) mutazione (i) dovesse (ro) risultare localizzata proprio nella parte di virus utilizzato come target del vaccino, gli studi e le prove fatte fino a oggi sarebbero da cestinare, così come le terapie immunologiche. Si fa veramente fatica a essere ottimisti.

E se fosse una sindrome e non una pandemia?, aveva intitolato Maria Rita Gismondo un altro suo articolo del 3 ottobre, stesso quotidiano, stessa rubrica. Anche in questo caso le implicazioni teoriche e pratiche erano (e sono) numerose. Riporto integralmente anche questo testo, che in Italia non ha suscitato, come l’autrice auspicava, riflessioni pubbliche:

Richard Horton, il 26 settembre, ha pubblicato su «Lancet» un articolo che non rimarrà inosservato. Il titolo è già eloquente, COVID-19 is not a pandemic («il Covid-19 non è una pandemia»). L’autore sostiene che l’approccio nella gestione della diffusione, ma soprattutto della patologia sia sbagliato, perché la crisi sanitaria è stata affrontata come determinata dalla malattia infettiva. Affermazione scioccante che mina alla base otto mesi di gestione del fenomeno. Horton non è un matto, è uno degli editorialisti più quotati di «Lancet». Con qualsiasi altra firma avremmo abbandonato l’articolo con una smorfia sarcastica. Invece è Horton. Certamente non è un “negazionista”, ma uno che ha un orizzonte sempre “più in là”. Condanna i governi che hanno gestito la crisi solo come una catena di contagio virale da interrompere. Sostiene che, in realtà, interagiscono due categorie di malattie: l’infezione dovuta a SARS-CoV-2 e una serie di malattie non trasmissibili. Queste condizioni si raggruppano all’interno dei gruppi sociali secondo modelli di disuguaglianza profondamente radicati nelle nostre società. Secondo Horton non è una pandemia, ma una sindrome (più elementi patologici). Significa che è necessario un approccio più sfumato. Limitare il danno richiederà un’attenzione maggiore alle malattie non trasmissibili e alla disuguaglianza socioeconomica. Le sindemie sono caratterizzate da interazioni biologiche e sociali tra condizioni e stati, interazioni che aumentano la suscettibilità di una persona a danneggiare o peggiorare i loro risultati di salute. Da qui la deduzione logica che, piuttosto che esclusivamente tracciare il virus, bisogna agire sulle condizioni che lo favoriscono. Eliminare, ove possibile (esposizione degli anziani e dei malati cronici), migliorare le condizioni sociali. Detto così, ci stupisce meno, visto che molti di noi abbiamo affermato che si tratta di un opportunista. Dobbiamo, lo fa intendere anche Horton, eliminare le opportunità che rendono facile al virus di colpirci.

L’opportunismo “resiliente” del virus deve dunque essere affrontato sui terreni delle sue interazioni sociali, economiche e climatiche, considerando quindi la “pandemia” una crisi essenzialmente politica; a questa lettura della questione virale Horton ha dedicato negli scorsi mesi un libro importante, Covid-19. La catastrofe (Roma, Il Pensiero Scientifico, 2020). E la “pandemia” globale richiede necessariamente risposte globali. Non sta accadendo questo, anzi il contrario: chiusure dei confini, particolarismi locali, appelli patriottici a unità nazionali contro il nemico ignoto, esorcismi e scongiuri. Le semplificazioni dei media tagliano a pezzi la complessità, negandone gli aspetti indicibili, riducendo il tutto a una banale questione sanitaria: il nemico è il virus, dobbiamo vincere e vinceremo! Come tutti sanno, la guerra al virus è affrontata con il tradizionale strumento dell’isolamento degli infetti; dal Medioevo si fa così, e così bisogna fare. Così è stato fatto in Cina, con risultati indiscutibili. Così non è stato fatto nell’Occidente del primato di un’economia che non ammette tregue predatorie né strategie di lungo periodo. Eppure, dietro e intorno al virus e alla sua marcia per ora trionfale c’è tutto il resto: dai cambiamenti climatici ai “salti di specie”, dalla devastazione del pianeta alla crisi del “modello di sviluppo” capitalistico, a un’endemica guerra civile globale determinata da disuguaglianze intollerabili e inarrestabili.

Quanto sta accadendo negli Stati Uniti, nel cuore del vecchio impero occidentale, intorno alle elezioni di novembre, è paradigmatico. Nella sconfitta di Trump (ma non del suprematismo bianco vivo e vegeto, e armato) hanno giocato un ruolo fondamentale la pandemia negata e incoraggiata dai poteri economici e i movimenti di rivolta antirazzista delle sempre più estese “minoranze etniche”; la vittoria del Partito democratico è stata trascinata da questi processi interni alla “società”, più forti delle regole da sempre antidemocratiche della pretesa democrazia statunitense. Quei processi sono in corso e svolgeranno nei prossimi mesi un ruolo importante di pressione dal basso rispetto agli assetti di potere; la tempesta non è finita e produrrà nuovi conflitti nel ventre del Leviatano. Già nelle prossime settimane, in Medio Oriente, in un teatro di guerra fondamentale per l’impero “alla guida del mondo”, l’amministrazione Trump non mollerà l’osso dell’attacco all’Iran, preparato dal cosiddetto «Accordo di Abramo», mettendo a nudo la stessa politica estera dell’amministrazione Biden che non segnerà una svolta nelle strategie degli interessi del “partito unico” trasversale che unisce repubblicani e democratici: «America first for ever». Come non cambierà la politica estera statunitense nei vari teatri di guerra economica e militare, dalla Cina all’America latina. Cambieranno forse i “toni” comunicativi, ma non la sostanza. Il rafforzamento della Nato sui fronti est e sud è stato il primo messaggio urbi et orbi di Biden dopo la vittoria elettorale. Ma quello stesso Biden dovrà fare i conti con i movimenti “dal basso” nella società americana, e non solo perché hanno svolto un ruolo determinante nella sua elezione. Come dovrà fare i conti con le strategie in corso, e per molti aspetti vincenti, della Cina e con il declino dei modelli di sviluppo del “mondo libero”. A livello planetario il dilemma “catastrofe o socialismo” diventerà la questione principale.

Un nuovo socialismo

In Italia la pandemia sta accelerando l’implosione di un sistema politico in crisi in tutte le sue articolazioni istituzionali e “rappresentative”. In una politica ridotta a pessima amministrazione di un esistente avvelenato da interessi privati e antisociali, in un intreccio morboso tra economia e criminalità “legale” e illegale, la crisi sanitaria e le sue conseguenze sociali ed economiche hanno messo a nudo l’inefficienza e l’inadeguatezza dello Stato centrale e delle Regioni, e gli equivoci anticostituzionali delle cosiddette riforme “federaliste”, dal Titolo V all’elezione diretta dei sedicenti “governatori”, alle rivendicazioni di “autonomia differenziata” e separatista; alla dura prova dei fatti, la concentrazione del potere politico a livello centrale e nelle satrapie regionali in nome di un inesistente federalismo sta producendo un paesaggio istituzionale devastato, proprio mentre il “pubblico” appare come l’ultima spiaggia dell’organizzazione sociale, naufragate le magnifiche sorti e progressive del “privato”, dell’ordoliberismo e del “meno Stato”. Il governo rincorre come può la “gestione” della tempesta, galleggiando sui marosi, zattera della Medusa. I “ristori” a debito dello Stato ristorante si stanno esaurendo, e non serviranno vecchi rimedi politicisti e disperati come l’unità nazionale di “tutti contro il virus” che già vede impegnati gli esperti negoziatori di destra e di “sinistra”, con i soliti scambi di favori reciproci.

Il dramma storico dell’Italia, l’assenza di una classe politica all’altezza dei contenuti più democratici della Costituzione inattuata del 1948, si ripresenta puntuale. E si ripresenta in tutta la sua urgenza la necessità di una radicale e fortiniana “verifica dei poteri” nella società di tutti, strumento oggi indispensabile per la ricostruzione dello Stato e di una nuova socialità in un paese in cui l’“autonomia del politico” ha istituzionalizzato le libere scorribande dei gruppi di potere oligarchici (l’“aristocrazia” dei peggiori) e l’esclusione della grande maggioranza della popolazione dal potere di tutti, trasformando una democrazia “mai stata” in demofobia. La nuova socialità diffusa nelle numerose esperienze di autonomia e autorganizzazione “dal basso”, unita a una ripresa dei temi del socialismo storico e a venire, nelle sue varie declinazioni (socialismo libertario, comunismo critico, anarchismo), è la risposta su cui impegnare progettazione teorica e pratica politica.

«Il Ponte», erede del “liberalsocialismo” (massimo socialismo e massima libertà, internazionalismo) che costituì negli anni trenta una delle principali esperienze teoriche e pratiche dell’antifascismo, della Resistenza, della Costituente e dell’opposizione alla Repubblica clericale e trasformista dal dopoguerra in poi, partecipa come cantiere progettuale a questo processo che non può non essere relazionale e collettivo. Nei prossimi mesi, come contributo allo studio del nostro passato dal punto di vista del nostro presente, per il socialismo, pubblicheremo una puntuale ricostruzione della stagione del liberalsocialismo italiano attraverso le voci dei suoi protagonisti, socialisti libertari, radicalmente alternativi alle derive intellettuali e politiche del pensiero politico liberalproprietario.

Dal controllo al potere

Teorico e organizzatore del liberalsocialismo socialista, dall’antifascismo degli anni trenta alla democrazia diretta nel 1968, Aldo Capitini rilanciò i risultati delle sue esperienze di pensiero e azione politica nella sua ultima opera, Omnicrazia: il potere di tutti1; è interessante rileggerne il paragrafo «Dal controllo al potere», per una riflessione sul nostro presente, sui nostri compiti. Sulla relazione teorico-pratica tra omnicrazia e compresenza si veda anche di A. Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, introduzione di Giancarlo Gaeta, nella collana «Opere di Aldo Capitini», Firenze, Il Ponte Editore, 2018.

Come passare dal controllo al potere? Il controllo, nelle sue tre forme: informazione esatta, critica adatta, progettazione progrediente, è già potere; accrescere l’una o l’altra delle forme, secondo la propria capacità, è sviluppare l’omnicrazia.

Alcuni sociologi distinguono il “potere” dalla “autorità”, nel senso che il primo è la probabilità che la volontà vinca gli ostacoli che incontra, la seconda è la probabilità che un gruppo trovi obbedienza per i suoi comandi. Ma noi, che non consideriamo che l’ambito sociale, possiamo mettere in disparte il fatto semplice della volontà individuale che riesce a realizzare qualche cosa. Qui dobbiamo vedere come il controllo si fa potere entro la società, o acquista “autorità”. Usiamo, dunque, il termine in senso generico: il potere come capacità di realizzare progetti (tra cui proporre norme), con la probabilità di vedere realizzati i progetti e le norme ubbidite.

Qui interviene, con un suo contributo, la persuasione della compresenza in questi due modi:

l. se i progetti e le norme hanno un fondamento evidente e puro nella realtà di tutti, è più probabile che essi incontrino il consenso di molti; la persuasione della compresenza e della omnicrazia è una garanzia che pesa a favore dell’accettazione dei progetti e delle norme, quindi esse hanno un potere, in virtù non del loro riferimento all’interesse individuale, ma di un riferimento alla realtà di tutti;

2. esiste un ordine sociale che è la convivenza di tutti e non è il semplice interesse individuale; un persuaso della compresenza e dell’omnicrazia può tralasciare la difesa di tale ordine sociale in quanto egli teme di sottoporre tale ordine al proprio vantaggio individuale, e può tralasciare di vedere la difesa dell’ordine sul piano della guerra, la quale oramai viene condotta come strage e può arrivare all’uso, oltre che delle armi chimiche, delle armi nucleari, il che deforma ogni carattere umano della lotta. Ma rimane il semplice ordine sociale come convivenza pubblica, come rispetto di quelle istituzioni che spesso sono strumenti del potere di tutti. E qui è possibile collaborare con chi usa quegli strumenti coercitivi che sono semplicemente applicati a frenare e sviare l’individuo che attenti a tali “strumenti che sono di tutti” e che non segua, quanto potrebbe, la pressione intima della compresenza che lo indurrebbe a tale rispetto. Mentre non è possibile collaborare sul piano della guerra o guerriglia, che porta a stragi, terrorismo, tortura, cioè ad una violenza che prende la mano rispetto al motivo originario, è possibile stare accanto a chi semplicemente usi la violenza entro la stretta disciplina di giovare alla convivenza di tutti nella loro evoluzione, una violenza in ambito modesto, strettamente condizionata nei modi (quante armi si possono usare che non uccidono!), accompagnata costantemente da un soffio omnicratico; il persuaso della nonviolenza può, personalmente, non usare nemmeno questo tipo di violenza, se il suo compito è di richiamare costantemente al fine; ma comprende che c’è violenza e violenza, e quella per mantenere la convivenza di tutti è più giustificata di ogni altra.

Io non potrei stare in un governo che può dichiarare la guerra, ma non avrei difficoltà a stare in un’amministrazione di ente locale. Questo rispetto dell’ordine locale:

1. non significa accettazione dell’ordine costituito, da difendere ad oltranza, ma il riconoscimento che si può mantenere la convivenza nonviolenta tra gli abitanti di una località, che è di ambito modesto, mentre si può, nello stesso tempo, portare avanti la rivoluzione nonviolenta con le sue tecniche per trasformare le strutture e tutta la situazione locale;

2. mette in primo piano l’“ente locale” (in Italia la borgata, la frazione, il comune, la provincia, la regione), perché in queste dimensioni può meglio realizzarsi l’ispirazione nonviolenta e omnicratica, nella diretta conoscenza delle persone e dei problemi, nella permanente democrazia diretta, ricca di profondi motivi etici ed educativi, e aliena da imperialismi atomici!

1 Scritta nella primavera-estate del 1968, a pochi mesi dalla morte, fu pubblicata postuma nel 1969 con il titolo Il potere di tutti, a cura di Luisa Schippa e Pietro Pinna, introduzione di Norberto Bobbio, Firenze, La Nuova Italia. Con il titolo originario Omnicrazia: il potere di tutti è stata ripubblicata nel 2016 in A. Capitini, Attraverso due terzi del secolo. Omnicrazia: il potere di tutti, a cura di Lanfranco Binni e Marcello Rossi, Firenze, Il Ponte Editore, e nello stesso anno in A. Capitini, Un’alta passione, un’alta visione. Scritti politici 1935-1968, a cura di L. Binni e M. Rossi, ivi.

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Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzionedi Emiliano Brancaccio

[Una versione di questo saggio è stata pubblicata in E. Brancaccio (con G. Russo Spena), Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, Roma, Meltemi, 2020.]

L’ex capo economista del Fondo monetario internazionale ha sostenuto che per scongiurare una futura “catastrofe” serve una “rivoluzione” keynesiana della politica economica. La sua tesi viene qui sottoposta a esame critico sulla base di un criterio di indagine scientifica del processo storico definito «legge di riproduzione e tendenza del capitale». Da questo metodo di ricerca scaturisce una previsione: la libertà del capitale e la sua tendenza a centralizzarsi in sempre meno mani costituiscono una minaccia per le altre libertà e per le istituzioni liberaldemocratiche del nostro tempo. Dinanzi a una simile prospettiva Keynes non basta, come non basta invocare un reddito. L’unica rivoluzione in grado di scongiurare una catastrofe dei diritti risiede nel recupero e nel rilancio della più forte leva nella storia delle lotte politiche: la pianificazione collettiva, intesa questa volta nel senso inedito e sovversivo di fattore di sviluppo della libera individualità sociale e di un nuovo tipo umano liberato. Una sfida che mette in discussione un’intera architettura di credenze e impone una riflessione a tutti i movimenti di lotta e di emancipazione del nostro tempo, tuttora chiusi nell’angusto recinto di un paradigma liberale già in crisi.

The former chief economist of the IMF argued that a Keynesian “revolution” is needed to prevent a future “catastrophe”. His thesis is criticized here on the basis of a scientific investigation of the historical process called “law of reproduction and tendency of capital”. A prediction arises from this research: the freedom of capital and its tendency to centralize in fewer and fewer hands represent a threat to other freedoms and to the liberal democratic institutions. With such a prospect, it is not enough to invoke Keynes or a basic income. The only revolution capable of preventing a catastrophe of rights lies in the relaunching of the strongest lever in the history of political struggles: collective planning, conceived this time in the new sense of development factor of free social individuality and of a new liberated human kind. A challenge that requires a rethinking of all the movements of struggle and emancipation of our time, still closed in the narrow enclosure of a neoliberal paradigm already in crisis.

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in Il Ponte, 6 ottobre 2020




Un NO secco per la democrazia

Un No secco per la democrazia


29 Ago , 2020||Visioni

La riduzione del numero di deputati e senatori votata in quarta e ultima lettura alla Camera l’8 ottobre 2019 si presenta al voto popolare del referendum costituzionale “oppositivo” il 20 e 21 settembre con argomenti e schieramenti diversi da quelli che sostennero, o avversarono, l’iniziativa in parlamento.  Se le eterogenee porzioni del popolo sovrano che saranno sollecitate anche dal voto per i consigli regionali (anzi per i presidenti delle giunte, come ha voluto una resistibile modifica del 2001 del Titolo quinto della Costituzione) decideranno di ridurre il proprio potere, curiosamente non gioiranno politici e opinionisti che da trent’anni chiedono riforme antiparlamentari e governabilità perché condividerebbero la vittoria con l’antagonista Movimento 5 Stelle.

E questa è una preziosa fortuna per le nostre istituzioni democratiche. Il Movimento ormai acefalo si era presentato con un’idea apparentemente diversa dalle solite riforme che da quarant’anni affaticano il dibattito politico italiano: toccando solo tre articoli della Costituzione si abbandonava l’obiettivo salvifico di Berlusconi e Renzi della “governabilità” attraverso il rafforzamento dell’esecutivo per afferrare invece risultati più esili, eppure di facile comunicazione: l’attacco alla casta (da parte della stessa casta) e la riduzione (irrisoria e arbitraria) dei costi di funzionamento del Parlamento.

Il taglio non è un efficientamento di ruolo e funzione del Parlamento, come miseramente affermano i promotori, bensì un ulteriore tassello in direzione di un già avanzato processo di riduzionismo del ruolo della politica e della democrazia sociale costituzionale. Infatti, il dibattito parlamentare non ha esteso il campo degli argomenti. E anche la relazione che accompagnava il DDL si limitava a vantare l’aumento di “efficienza e produttività delle Camere” e la “razionalizzazione della spesa pubblica”. Ma dobbiamo riconoscere in queste motivazioni dei promotori solo il tentativo di dare un vestito più acconcio al fantoccio movimentista dell’avversione per la democrazia delegata, obiettivo legittimo, ma insano finché i rappresentanti saranno il principale strumento di esercizio della sovranità popolare. Subito dopo dovremo anche ribadire, come è ormai acclarato, che la “spesa pubblica” sarebbe ridotta solo dello 0,007% annuo; e che i 56 milioni risparmiati ogni anno rappresentano 1/35 del bilancio annuale del parlamento: possibile che una meschina visione “aziendalista” non sia capace di dettare risparmi senza tagliare teste?

Quanto invece all’efficienza, argomento apparentemente più dignitoso, premesso che essa non dipende dai numeri, ma dalla volontà politica della maggioranza di turno, vogliamo anzitutto anteporvi la rappresentatività: senza scomodare il paradosso secondo cui la forma di governo più efficiente è la dittatura, ricordiamoci che la funzione essenziale del parlamento è di rappresentare il popolo e deriva dalla sua caratteristica di essere non il principale, ma l’unico organo rappresentativo nazionale della nostra democrazia. Ridurre del 35% il numero dei parlamentari che oggi è invece in linea con le maggiori democrazie europee (1 deputato ogni 100 mila abitanti) ci porrebbe all’ultimo posto nel rapporto fra parlamentari e abitanti (0,7 ogni 100 mila). Solo una legge elettorale rigorosamente proporzionale consentirebbe ad alcune regioni di eleggere rappresentanti di più di due o tre partiti al Senato, salvo varare altre modifiche costituzionali che introducano un vincolo di proporzionalità al sistema elettorale, o rimuovano l’elezione su base regionale del Senato.

Comunque la stretta renderà più costosa ed elitaria la campagna elettorale, la riduzione del pluralismo graverà naturalmente sulle istanze con minor forza contrattuale e si accentuerà la distanza tra cittadini e politica: non si può non vedere in questo una riduzione di efficienza delle istituzioni, cioè una loro minor capacità di conoscere e risolvere i problemi reali della società.  Problemi che non hanno altra voce che quella del parlamentare per affiorare efficacemente alla superficie: non l’hanno a livello sovranazionale, in UE, dove l’unico organo rappresentativo, il parlamento europeo, è privo di poteri normativi autonomi e non ha potere d’inziativa; e non l’hanno a livello locale, dove sui consigli prevalgono i sindaci e i presidenti delle giunte regionali eletti direttamente.

La politica è già debole e la “cura” non è l’ulteriore indebolimento a vantaggio del potere economico e finanziario: questa modifica camuffata da “presa della Bastiglia” porterà il suo opposto, un arroccamento del potere, una fuga dal confronto trasparente e totale con ogni istanza dei cittadini, l’offerta agli interessi più forti di un’istituzione politica meno problematica, più agile, senza le idee estreme e senza la rappresentanza dei territori periferici. Quasi la posa di un’altra e decisiva pietra per la ricostruzione della Bastiglia per estromettere dalla vita istituzionale le parti più significative e originali della Costituzione del 1947. Simpaticamente tutto questo viene fatto nel nome del popolo, della gente, della “società civile”, e contro la “casta”. Una casta pubblica (di principio sorvegliabile e contendibile) da sostituire con una casta privata, inaccessibile al controllo e insostituibile.

Contro l’ennesimo rovesciamento della realtà, dove la Costituzione è di nuovo terreno di scontro dell’irresponsabile e mediocre politica nazionale, portata avanti da partiti che sono soltanto un simulacro delle associazioni di cittadini previste dall’art.49 della Costituzione, soltanto la vittoria del NO può porre un freno e salvarci dall’ennesima sciagura di palazzo.

Di:

in La Fionda, 29 agosto 2020




“Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente”, intervista ad Andrea Zhok

Intervista ad Andrea Zhok, professore di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano e autore, per Meltemi, di “Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente”.

Andrea Zhok è professore di Filosofia Morale, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Il suo ultimo lavoro, Critica della ragione liberale, pubblicato recentemente per i tipi di Meltemi, rappresenta un’ulteriore tappa, se non quella decisiva, di un percorso teorico unitario, di cui si possono rintracciare le direttive nei lavori precedenti. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Il concetto di valore: dall’etica all’economia (Mimesis, 2002), Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo (Jaca Book, 2006), Libertà e natura. Fenomenologia e ontologia dell’azione (Mimesis, 2017), Identità della persona e senso dell’esistenza (Meltemi, 2018), e il pregiatissimo lavoro monografico L’etica del metodo. Saggio su Ludwig Wittgenstein (Mimesis 2001).

Professor Zhok, la ringraziamo per aver accettato la nostra intervista. Prima di entrare nello specifico di questa conversazione, vorrei chiederle, che ruolo ha, oggi, la filosofia, e soprattutto in che modo l’attività filosofica è percepita dalla contemporaneità?

L’attività filosofica è percepita oggi in maniera piuttosto confusa e distorta. Non che si tratti di qualcosa di inedito. La filosofia è una “disciplina” intrinsecamente elitaria (come tutto ciò che richiede lungo studio), ma è spesso percepita come una mera variante dotta dell’opinionismo del senso comune. La difficoltà specifica dell’esercizio filosofico è per certi versi l’inverso di quanto accade in altri campi. Un filosofo non può essere semplicemente lo specialista di un campo. Ci sono naturalmente studiosi di cose filosofiche che si specializzano in un campo, ma un filosofo è qualcuno che abbina capacità di analisi in una varietà di campi ad una robusta capacità di sintesi degli stessi. Queste caratteristiche sono rare, straordinariamente inattuali, e assai difficili da insegnare. Esteriormente il filosofo può presentare caratteristiche che lo rendono spesso difficilmente distinguibile dal retore, dall’opinionista, o dal ‘sofista’ (invero la questione di come distinguere il filosofo dal sofista è antica quanto la filosofia stessa). In questo senso, è abbastanza raro che le specifiche qualità di ciò che è filosofico vengano percepite dal pubblico generalista. Nel migliore dei casi viene percepita la ‘persona di cultura’, che però di per sé è solo un cugino di secondo grado del filosofo, e che nel filosofo ricopre solo un aspetto collaterale.

Il filosofo, quando è tale, è quasi per definizione una vox clamantis in deserto. E in ciò c’è un paradosso tragico, perché l’intero senso dell’attività filosofica, da Socrate in poi, sta nella sua ‘capacità educativa’. Come riuscire a mediare tra elitarismo intrinseco e vocazione educativa è l’enigma, spesso irrisolto, di ogni filosofo.

Nei suoi interventi, non ultimo, quello relativo al noto articolo di Agamben, Requiem per gli studenti, emerge una critica radicale a un atteggiamento peculiare del nostro tempo, ossia ridurre la filosofia a mera chiacchiera. Chiacchiera che non sente più né l’esigenza di esporre un contenuto concreto, né quella del confronto e della discussione, ma si appaga solamente di retorica, slogan e battute a effetto. Secondo lei, esiste una ragione specifica per questo, ad esempio una committenza indiretta della società contemporanea a delegittimare, a livello delle grandi masse, l’attività filosofica, e quindi la capacità stessa a sviluppare un ragionamento e a discuterlo?

Non credo ci sia un interesse specifico a delegittimare la filosofia. L’impatto della filosofia in senso proprio è comunque sempre obliquo e indiretto, e in questo senso difficilmente ha nemici. La filosofia quando semina bene consente alle idee di maturare in maniera più rapida e rigogliosa, ma queste idee devono comunque maturare nelle menti delle singole persone che se ne appropriano. In questo senso la filosofia non persuade. La persuasione è il compito della retorica, della sofistica, della politica, talvolta della didattica, ma non della filosofia. L’elaborazione filosofica svolta in proprio consente di portare alla luce contraddizioni, malintesi e sofismi che costellano il discorso pubblico. Questa è una funzione destruens che la formazione filosofica può, talvolta, esercitare con efficacia nel dibattito pubblico. In seconda istanza, con un po’ di fortuna, essa può aver successo nell’invitare le persone mentalmente più vive ad un approfondimento personale.

Ciò che invece la filosofia, se è tale, dovrebbe guardarsi dal fare, è giocare la carta della semplificazione ad effetto. Gli studi filosofici sviluppano la capacità dello sguardo ad abbracciare grandi sintesi, ma se questa capacità è estrapolata dall’insieme del lavoro filosofico e applicata senza remore al dibattito pubblico, essa tende a divenire una proiezione di fumisterie astratte, di frasi ad effetto, di ideologismi a buon prezzo, tutte cose che sono in effetti il nemico giurato del filosofo. Purtroppo una parte non piccola dei sedicenti filosofi contemporanei (soprattutto di ascendenza postmoderna) indulge assai in questo vizio catastrofico.

Di recente pubblicazione è il suo notevole lavoro, Critica della ragione liberale (Meltemi Editore, 2020): in primo luogo, cosa si intende per critica, da un lato, e cosa per ragione liberale, dall’altro?

Naturalmente il titolo vuole richiamare l’opus kantiano. “Critica” in Kant è lo studio delle condizioni di possibilità dell’esperienza. In un senso estensivo, nel titolo intendo “critica” nel medesimo modo, anche se il procedimento di analisi delle condizioni di possibilità che adotto è più ‘genealogico’ che ‘trascendentale’ (cioè più legato alla derivazione storica).

L’espressione “ragione liberale” ha poi un senso specifico, che va chiarito. Con l’espressione “ragione liberale” intendo nominare uno specifico nucleo collocato all’origine di quella vasta e confusa pluralità di posizioni che di volta in volta si nominano come “liberali”. Ciò che va sotto il nome di “liberalismo” ha un’identità estremamente sfuggente e contraddittoria, il che tende a sottrarlo ad ogni critica che si voglia precisa e non generica. Una critica del “liberalismo” corre perciò il rischio di risultare vaga e inconcludente, perché all’interno dello spazio di ciò che si appella al “liberalismo” troviamo autori e tesi spesso diametralmente opposte e inconciliabili. Dopo tutto l’unica cosa che univocamente accomuna tutte le posizioni sedicenti “liberali” è il mero rifiuto del modello di potere fondato sulle gerarchie di nascita (l’Ancien Régime, abbattuto dalla Rivoluzione francese). Come è chiaro questa determinazione è del tutto insufficiente per avviare una critica del più influente movimento della modernità. Con “ragione liberale” intendo invece uno snodo concettuale che si presenta come nucleo centrale e influente di tale movimento. La ragione liberale si radica nel liberalismo classico, e gravita intorno ad alcune specifiche nozioni: una concezione negativa della libertà, come mera non interferenza; l’idea della società civile come ordinamento strutturato attorno all’incontro di interessi privati; l’idea del fondamento naturale, e non positivo, dei diritti individuali, e altro ancora.

Potrebbe illustrare come è strutturata l’opera, e indicare la metodologia adottata per il suo sviluppo?

Al di là di quanto ciascuno può vedere leggendo l’indice del testo, il lavoro è strutturato idealmente in una parte storico-genealogica (prime quattro sezioni) in cui cerco di esaminare le linee di sviluppo di lungo periodo che sfociano nelle ‘rivoluzioni liberali’ (inglese, francese, americana, ma soprattutto la “rivoluzione industriale”), ed in una parte di analisi contemporanea (ultime due sezioni), dove cerco di esaminare la peculiare conformazione della ragione liberale e ciò che la sua egemonia corrente occulta.

Questa partizione è motivata metodologicamente. La differenza tra l’approccio che tento ed altre critiche del liberalismo nella letteratura disponibile è che qui cerco di mostrare la profondità storica del movimento che conduce all’egemonia della ragione liberale. Ciò è essenziale per non dare l’impressione che l’egemonia liberale sia una specie di ‘errore’ della storia (per i critici) o al contrario una sorta di ‘destino’ della storia (per i sostenitori). L’analisi che propongo, come recita il sottotitolo, si inscrive nella tradizione della filosofia della storia, non di una cursoria critica politica. Ciò non toglie che la dimensione critica sia in ultima istanza radicale.

Lei, a un certo punto, parla di tendenze disgregatrici del mondo contemporaneo, che l’egemonia della ragione liberale ha portato alla luce: potrebbe illustrare quali sono queste tendenze e in che modo tendono a lacerare il tessuto sociale in cui si diffondono? 

Non posso naturalmente illustrare tutte queste tendenze, la cui analisi copre una parte estesa del volume, tuttavia è forse possibile estrapolarne qualche aspetto di fondo. La ragione liberale nella sua diffusione storica ha operato progressivamente in modo da dissolvere tutte le strutture sociali, normative, affettive, identitarie e culturali che conferivano senso e orientamento agli uomini. La ragione liberale è una forma della ragione che strutturalmente crea insicurezza. Essa vive di insicurezza, vi si alimenta. Il competitivismo economico, la lotta sociale di tutti contro tutti è uno straordinario creatore di insicurezza, tanto maggiore quanto più precaria la propria collocazione, ma comunque operante ad ogni livello. Questo carattere sistematicamente destabilizzante si ripercuote su ogni struttura tradizionale in quanto tale, famiglia, comunità, Stato, che di nuovo produce ulteriore insicurezza. Le società premoderne affrontavano l’insicurezza nella dimensione del rapporto con la natura, in forma di potenziali catastrofi, carestie, malattie, terremoti, ecc. Nella società moderna l’insicurezza è invece introiettata, inclusa come prodotto sociale da dosare e coltivare. La dissoluzione di tutte le identità, personali, culturali, nazionali, territoriali, naturali, ecc. ne è l’effetto sistemico: la forma di vita liberale, una volta giunta a compimento e dopo aver esaurito la sua spinta ‘rivoluzionaria’ (‘progressiva’), appare semplicemente come nichilismo realizzato.

Nell’ultima sezione del libro, Regimi della ragione liberale, lei analizza le modalità ideologiche attraverso cui l’egemonia della ragione liberale si manifesta nel mondo contemporaneo. Vorremmo chiederle: cosa intende esattamente per ideologia? E inoltre: quali sono, secondo lei, le più esiziali del nostro tempo? 

La ragione liberale è la prima forma di razionalità impostasi a livello di massa che sia del tutto priva di ogni interna nozione di ‘misura’. L’essenza della ragione liberale è il ‘superamento’ del confine, la ‘trasgressione’ della regola, l’abbattimento del limite, la crescita infinita, l’espansione illimitata, ecc. La forma mentis che alimenta l’immagine di sé della ragione liberale (che coincide in gran parte con la ragione moderna) è quella di un ripudio dell’obiettività di ogni valore, affidando ogni miglioramento al desiderio individuale illimitato. Questa ispirazione ‘rivoluzionaria’ di fondo è un potente motore della storia fino a quando la storia oppone resistenza, fino a quando esistono strutture rigide, regole inconcusse, vincoli condivisi: essa li dissolve e così facendo fa da catalizzatore degli sviluppi storici. Quando l’opera di dissolvimento delle strutture pregresse è finita, essa inizia a divorare sé stessa.

Per ‘ideologia’ intendo, marxianamente, la dissimulazione teorica della reale struttura motivazionale e causale della società. Quanto più profonda la dissimulazione, tanto più dannosa l’ideologia. La ‘ragione liberale’ in quanto tale non è un’ideologia, ma un movimento storico profondo incardinato in processi economici fondamentali. Essa però genera una fioritura di ideologie, che dissimulano i processi reali. Troviamo così tra le ideologie prodotte profusamente dalla ragione liberale una molteplicità di apologie della distruzione identitaria: le persone sono chiamate ad essere flessibili ed elastiche, le sessualità fluide e mobili, i confini permeabili e fittizi, equlibri e limiti naturali sono visti come ostacoli provvisori da superare, ecc. ecc. Tutte queste tendenze creano teorizzazioni ad hoc, per darsi l’apparenza di avere ragioni indipendenti, mentre sono il semplice adeguamento a pressioni sistemiche.

Secondo lei l’uomo contemporaneo, in relazione alla ragione liberale, deve contrapporsi ad essa, delineando degli orizzonti progettuali al difuori dalle logiche del suo domino, utilizzando anche gli strumenti che offre la filosofia stessa, o deve considerala fatalisticamente come esito incontrovertibile della storia umana? 

Qui dobbiamo intenderci. La ragione liberale non dev’essere intesa come un ‘nemico politico’. Nemici (o avversari) possono essere specifici ideologismi derivati dalla ragione liberale, come le teorizzazioni ‘no border’ e simili. Ma la ragione liberale ha tutto il peso e la tragicità di un movimento storico profondo, che è giunto (in Occidente) al suo compimento ed esaurimento. Si è imposto abbattendo forme di vita millenarie, e questo non accade ‘per errore’ ma per ragioni storiche ed umane reali. Il problema di fronte a cui si trova l’umanità odierna è quello della necessità di superare questo ordinamento, che, come ho cercato di mostrare, oramai divora sé stesso (e noi con esso). Per quanto io abbia grande simpatia per Hegel, non nutro affatto la fiducia teleologica che permea la visione hegeliana: non credo perciò che necessariamente dall’esaurimento di una tendenza storica ne debba emergere la negazione e il superamento (Aufhebung). In verità potremmo ben trovarci in un vicolo cieco della storia, da cui si esce solo per autodistruzione. Credo che l’orizzonte della devastazione ambientale sia quello su cui la pressione autodistruttiva stia venendo più rapidamente al pettine.

Dunque, quello che la filosofia può fare è quello che ha sempre fatto, con alterni successi, ovvero creare consapevolezza. Ma per smuovere qualcosa ci vuole una consapevolezza sia profonda che estesa, e vorrei poter dire che sono ottimista sulla possibilità che ciò accada; ma non lo sono.

Da quale esigenza nasce questo lavoro? E inoltre, si pone in continuità con altri suoi scritti precedenti?

La ringrazio per questa domanda. Tutto quello che ho scritto negli ultimi vent’anni, con la parziale eccezione degli studi dedicati a specifici autori, fa parte di una costruzione teorica unitaria. La nostra non è un’epoca in grado di digerire grandi testi sistematici. Sia i lettori non professionisti che quelli professionisti sembra abbiano sempre meno tempo da dedicare ad una lettura comprensiva. (E se proprio uno deve investire il proprio tempo per leggersi mille pagine, vuole che si tratti di un investimento garantito in testi solidamente postumi.) Questo è un dato oggettivo e siccome si scrive per un lettore, per quanto ideale, non è possibile fingere che le cose non stiano così. Il problema tuttavia è che se si vuole tentare un lavoro esteso di carattere fondativo, questo finisce gioco forza per spacchettarsi in una molteplicità di testi, che fa perdere al lettore la visione d’insieme del progetto.

Così, nel volume di cui sopra, le osservazioni intorno alle nozioni di identità personale, comunità, tradizione, cultura, valore e disvalore, senso, nichilismo, ed altro ancora non sono intuizioni estemporanee, ma l’esito di precedenti analisi dedicate. Questo naturalmente non ne garantisce la verità, ma dietro c’è comunque un lavoro fondativo sommerso, che ne esplicita il senso, e che nel testo non appare. Spero un giorno di riuscire a rendere visibile il disegno complessivo, ma per ora mi devo rassegnare ad una forzata parzialità.

In merito agli avvenimenti degli ultimi mesi, si sono viste imporsi forti limitazioni delle libertà personali in varie regioni del mondo, che hanno portato alla ribalta, numerose voci dissenzienti, bollate frettolosamente come tesi complottiste. Inoltre, sono stati istituiti vari apparati di controllo e di censura, i cui fondatori si sono autoproclamati paladini della verità, allo scopo di limitare la possibilità di intervento a tali voci nel dibattito pubblico. Ora, a prescindere dal contenuto reale delle loro proposte (che in non pochi casi si riducono a mere illazioni), ci chiedevano se, etichettare come complottisti tutti coloro che non seguono il corso predeterminato della narrazione dei dominanti, negandone ogni possibilità di parola, non sia in realtà un modo per indurre i dominati, a non dovere (e/o volere) affrontare i problemi che una discussione seria e onesta su determinati argomenti, costringerebbe inevitabilmente a prendere in considerazione. In altri termini, per usare un esempio un po’ estremo, potremmo dire che negare ogni possibilità di dibattito sull’attentato dell’undici settembre, oggi, voglia dire domani, negare ogni dibattito sul fatto che il mondo contemporaneo sia il migliore dei mondi possibili. La società è quindi stabilizzata e irregimentata a colpi di miti fondativi, a base dogmatica, che tracciano un perimetro ideale entro cui l’individuo è costretto, e che non può oltrepassare, non perché vi è una forza coercitiva reale e concreta che lo trattenga, ma perché egli stesso ha introiettato tali atteggiamenti. In questo senso, e solo in questo senso, secondo lei, è doveroso e legittimo difendere quello che potremmo definire il diritto ad essere complottisti?  

Questo è un grande tema, squisitamente politico. La prima cosa da dire è che una crescita poderosa delle tendenze censorie è davvero in atto da tempo in Occidente. Si tratta precisamente di un’istanza di quel movimento in cui la ragione liberale egemone inizia a divorare sé stessa. Come nel modello di Hobbes il ‘diritto di tutti su ogni cosa’ finisce per richiedere l’intervento del sovrano assoluto, così nel mondo moderno le tendenze ‘anarchiche’ del mercato e dell’individualismo acquisitivo finiscono per stimolare reazioni di repressione e controllo. Tali reazioni però devono stare bene attente a non porre limiti ai meccanismi di produzione e consumo, dunque le reazioni repressive non toccano mai niente di strutturale, ma si dedicano alla sfera sovrastrutturale, ideologica. Le esigenze di ‘contenimento del caos’ – da parte dello stesso meccanismo che lo ha prodotto – ha come prima vittima la libertà d’espressione, e a seguire la libertà di pensiero. Le moderne vicissitudini del ‘politicamente corretto’ sono l’espressione più evidente di questa tendenza.

Tutto ciò accade, inoltre, in un contesto in cui l’informazione è massicciamente manipolabile da un numero ridotto di agenti, giacché le piattaforme comunicative e mediatiche sono quasi tutte nelle mani di grandi detentori di capitale (che sono anche grandi detentori di interesse). Si immaginava che il crollo dei sistemi di autorità nel mondo moderno avrebbe creato le condizioni per una nascita della ‘verità’ dalla libera competizione di opinioni. Questa prospettiva si è rivelata ampiamente illusoria. Non abbiamo più autorità, ma abbiamo posizioni dominanti assai capaci di manipolare l’informazione. In questo senso la reazione psicologica ‘complottista’ mi risulta perfettamente comprensibile. Se non riesci più a fidarti di nessuna autorità, e se sai che chi ti dà le notizie è un portatore di potenti interessi privati, la diffusione di una sistematica diffidenza, di teorie del sospetto e del complotto è abbastanza naturale.

Ma nella sua domanda lei parlava alla fine di “diritto al complottismo”, e qui credo bisogna fare una netta distinzione. A mio avviso la libertà di pensiero ed espressione – una delle conquiste storiche del liberalismo, va detto – non dovrebbe essere mai limitata normativamente, tantomeno in un contesto che ha distrutto le ‘autorità’ come quello odierno. Con l’eccezione dei pochi casi già contemplati dalla legge in cui le parole sono già azioni (offese, minacce, diffamazioni) non c’è nessuna ragione per limitare l’espressione del pensiero, anche il più sciocco. Dunque credo che se qualcuno vuole sostenere che la terra è piatta, e che c’è un complotto per farci credere il contrario, debba poterlo fare, e non debba essere bloccato legalmente o sanzionato. Ma questo non significa sdoganare il ‘complottismo’. Il terrapiattista ha diritto a dire la sua scemenza, e gli altri hanno il diritto simmetrico di trattarla da scemenza. Che tutti abbiano diritto di parola non significa neanche per un momento che tutte le espressioni abbiano lo stesso valore.

E questo ci deve spingere a limitare la propensione psicologica a ‘teorie del complotto’, soprattutto se capita che le conseguenze di una simile teoria siano pericolose. Credo dunque che sia necessario darci una regola, una regola ad uso personale, non obbligata dall’esterno, e tuttavia importante. Dobbiamo riuscire a separare il pensiero critico dal complottismo. Di fronte ad affermazioni (informazioni) che ci appaiono sospette dobbiamo chiederci sempre: 1) quali sarebbero gli interessi a farle credere, e 2) se quelli che hanno l’interesse a farlo credere ne avrebbero anche i mezzi. Se siamo in grado di rispondere in modo convincente a entrambe queste richieste, allora la nostra è una legittima istanza di ‘pensiero critico’: anche se non abbiamo prove, abbiamo ragioni per intrattenere quella credenza. Se invece non siamo in grado di rispondere a quelle domande, allora in noi sta prevalendo una mera reazione psicologica, e faremmo meglio a tenere le nostre ipotesi di ‘complotto’ per noi (soprattutto quando sostenerle, se si rivelassero false, avrebbe implicazioni socialmente dannose).

L’Intellettuale Dissidente, rivista di agitazione culturale, è una testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n.117/2019 del 19.09.2019, nonché un progetto dell’Associazione di Promozione Sociale MAGOG con sede legale e operativa a Roma (CF: 97997400581).
2020 @ Intellettuale Dissidente



Osservazioni sulla rifondazione teorica del socialismo

16 Lug , 2020|| Egemonia e strategia socialista|Visioni

Nel 2012, in una breve intervista[i] tanto utile quanto tristemente passata inosservata, il filosofo sloveno Slavoj Žižek invitava la sinistra anti-capitalista a smettere di agire ed iniziare a pensare. Provocatorio come sempre, Žižek ha però messo a nudo una debolezza fondamentale, che previene ogni possibilità di costruzione di un “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”: l’assenza di un solido apparato teorico.

Osservazioni su difetti di origine storica

Vista con gli occhi di chi è nato molto dopo l’89 e il ’91, la confusione che le sinistre hanno attraversato in quel periodo è comprensibile ma non giustificabile. Il crollo dell’URSS ha mostrato come ad un certo punto il pensiero socialista fosse stato completamente assorbito dalla legittimazione teorico-storica del modello sovietico. Se le sinistre fossero state saldamente legate ad un’idea più che ad un’esperienza politica, è verosimile che al crollo dell’URSS non sarebbe seguito il tracollo delle sinistre. È probabilmente legittimo pensare che in larga parte il pensiero socialista, già quasi dal ’17, è stato, in larga parte, deformato da un certo “sovietismo”. Questa affermazione potrebbe sembrare in contrasto con le varie tensioni che hanno attraversato i rapporti tra PCUS e gli altri partiti comunisti, e tuttavia pare essere confermata dal collasso a catena di cui sopra. L’impostazione da “partito padre” tenuta dal PCUS, la postura figlia dell’articolo 14 del Komintern[ii] mai realmente corretta, l’eventuale lotta all’eretico ingaggiata da molti militanti, intellettuali e politici di spicco: queste ed altre cose hanno soffocato la libera elaborazione del pensiero socialista, facendone perdere i concetti chiave in un oceano di contingenze storiche elevate a dogmi. Il problema non è stato tanto la Caduta del Muro quanto il fatto che vi erano tutti appoggiati. Il fariseismo che ha inquinato le sinistre novecentesche le ha rese spesso dimentiche del fatto che un’idea può avere numerosissime declinazioni, senza per questo cadere nel revisionismo. D’altronde, ci basti guardare al capitalismo: chi si sognerebbe mai di dire che il modello scandinavo, il liberismo sfrenato e il fascismo (anch’esso una forma di capitalismo) sono la stessa cosa? E tuttavia chi si sognerebbe di dire, a parte qualche conservatore d’acciaio, che in Danimarca non si possa parlare di capitalismo?

Il fariseismo di ieri non è morto, si è solo trasformato nella nostalgia di oggi. Una nostalgia dannosa e inutile, che appesta proprio quei gruppi, sparutissimi in Italia, che vogliono seriamente far rinascere l’idea di socialismo, e che impedisce loro la comunicazione con altri gruppi, di struttura più vaga e assenti in Italia, che invece non si rispecchiano nel passato socialista e che però rappresentano una ventata di novità interessante quanto confusa (ci riferiamo, ad esempio, all’enorme calderone dei Democratic Socialists of America).

È dunque necessario assicurarsi di essere al riparo da ogni malattia storica e tornare a chiedersi cos’è o cosa dovrebbe essere il socialismo. Potrebbe ronzare, legittima, la domanda: bisogna superare Marx? La risposta dalla quale partiamo è no, non è necessario (né forse possibile) cestinare Marx, colui che più di tutti ha indicato i punti critici e le contraddittorietà del modo di produzione capitalistico. C’è, però, un elemento, o meglio un approccio, di origine marxista, che contiene elementi dannosi per lo stesso movimento socialista, ed è la collocazione che il socialismo e il comunismo ricoprono nella filosofia della storia marxiana ed il legame con la precedente tradizione illuminista-liberale. C’è una metafisica della storia in Marx? C’è un aperto dibattito accademico in merito. C’è una metafisica della storia nei marxisti? Tendenzialmente, sì. Per metafisica della storia non intendiamo solo la convinzione, pur dannosa, che vi sia una legge storica che ineluttabilmente condurrà al trionfo del comunismo, bensì la tacita convinzione che vi sia un divario qualitativo, non quantitativo, tra la società socialista e poi comunista e la precedente società borghese, e in realtà tutte le società precedenti. I due problemi non sono separati. La convinzione di operare per una legge storica che delinea un percorso provvisto di una “tappa finale” porta i marxisti a costruire questo abisso tra i due “mondi”, borghese e comunista. La questione del divario qualitativo ha tre conseguenze deleterie:

  1. La ricerca dell’alterità assoluta, che qui chiameremo “fariseismo critico”. La perdita del focus attentivo sul nucleo del progetto socialista, l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, porta a sviluppare critiche inutili contro la società borghese e/o i suoi reali o supposti fondamenti culturali. Un esempio è la tendenza, ben evidenziata da Domenico Losurdo[iii], a considerare il comunismo come condivisione della miseria, con ogni forma di benessere materiale catalogata a pericoloso baluardo reazionario. Importanti conquiste intellettuali della tradizione illuminista-liberale, come il concetto di diritti dell’uomo, o anche grandi menti riconducibili a quel filone, come Kant, sono considerati elementi di un passato con il quale rompere, non come tappe di un medesimo pensiero che si sviluppa, sciogliendo progressivamente (e forse per sempre) le proprie contraddizioni. Tratteremo meglio la questione al punto 3. Esprimiamo però già qui l’auspicio di un rinnovato “riduzionismo”, di una rifondazione teorica che tolga “il troppo e il vano” dalla colossale tradizione teorica socialista, preferibilmente nella direzione di un riallineamento col precedente illuminista-liberale (vedremo poi come);
  1. La ferocia del soggetto cosmico-storico. Il mito del divario qualitativo fa sì che molti comunisti si siano sentiti (o si sentano) legittimati a commettere atti che, però, sono considerati illegittimi se commessi dagli avversari. Il pluralismo democratico (in senso partitico e non) è considerato un bene da difendere nella società borghese, perché permette un migliore sviluppo della lotta di classe; tuttavia, lo stesso principio può essere messo da parte se ci sono da combattere i “nemici del popolo” di turno, una volta realizzata la rivoluzione. Il presupposto teorico che permette la sopravvivenza di tale contraddizione è, a nostro dire, ancora il mito del divario qualitativo, che separa le azioni compiute in nome della “vera fede” e quelle compiute in nome della “vecchia fede”;
  1. La convinzione della fine della storia come ostacolo per la rivoluzione permanente. Con “fine della storia” non ci riferiamo all’arcinota espressione di Fukuyama[iv] ma alla convinzione che, una volta realizzata la rivoluzione ed instaurato il socialismo, non ci sia “più nulla da fare”. I problemi sono gli stessi che vediamo nel mondo liberale post-89: ogni critica, anche pavida e riformista, è disattivata in partenza, il mondo attuale diventa il migliore dei mondi possibili e il mondo si blocca su una sola dimensione. È ancora difficile, negli ambienti comunisti, un dibattito seriamente critico sulle esperienze di socialismo reale, il che è un impedimento di prima grandezza per una rifondazione teorica del socialismo. Questo errore posturale è l’unico, a nostro dire, che si possa ascrivere quasi completamente a Marx, sia per ciò che Marx ci dice che per ciò che Marx non ci dice. Per quanto riguarda il primo ambito, se in Marx la storia è storia della lotta di classe, allora una volta che le divisioni di classe sono estinte si apre una fase post-storica; per quanto riguarda il secondo, Marx non sembra essere completamente sobrio rispetto ad alcuni echi hegeliani fondamentalmente “mistici”, per cui l’Idea, dopo un lungo percorso “al di fuori di sé”, ritrova se stessa nella presa di coscienza di sé, superando la propria stessa alienazione e compiendo un vero e proprio “balzo qualitativo” nel proprio percorso. Marx sembra tradurre questi echi in termini di materialismo storico, con l’abolizione dello Stato che corona la fine dell’alienazione dell’uomo e della storia come lotta di classe.

Osservazioni su una possibile ridefinizione del socialismo

In termini generali, questa vuole essere una critica alla filosofia della storia marxista e ad alcuni suoi frutti. Ci sono alcuni elementi teorici di critica al marxismo e a Marx che potremmo esporre, spunti più stringenti e più aderenti al discorso marxista in sé, e tuttavia questa non è la sede adatta per parlarne, principalmente per motivi di spazio. Sarebbe invece utile contrapporre ad una filosofia della storia “della rottura” e spesso metafisica, una filosofia della storia progressiva, che di certo non reinventi da zero l’idea di socialismo ma che la ricollochi in un differente contesto, non solo progressivo e antimetafisico ma schiettamente costruttivista dal punto di vista teoretico, senza però cadere nel relativismo. Tale obiettivo apparirà più chiaro nella sua esposizione, che non può prescindere dalla domanda “Che cos’è il socialismo?”

Il socialismo è l’estensione del principio di democrazia a discapito del principio di proprietà. In questo senso, il socialismo è essenzialmente una questione di libertà.

Per dare conto di questa concezione dobbiamo fornirci di un’apposita semantica della libertà, una semantica che tenga conto del carattere politico del discorso. Non tradire la trama del discorso significa porre la questione della libertà non solo come condizione di possibilità dell’azione ma come condizione di possibilità della reazione. Intendiamo il potere, d’altra parte, come l’opposto della libertà, perché si realizza nell’indebolimento, ed idealmente nell’annichilimento, della reazione. È utile intendere la posizione di potere come deformazione unilaterale del rapporto dialettico-pratico entro il quale si dà la socialità e dunque la società. Il potere si manifesta in differenti forme, e tuttavia resta solido il principio per cui la classe dominante è tanto più forte quanto meno è vincolata alla propria controparte, la parte su cui ha potere. La legalità, in quest’ottica, ha un duplice valore: da una parte essa legittima il dominio, ed è anzi diretto prodotto dei rapporti di dominazione (qui restiamo nell’impianto marxiano); d’altra parte, tuttavia, essa è il terreno entro il quale la classe subalterna può imporre dei vincoli, limitando, di fatto, il potere. Non è dunque preciso parlare, in senso lato, una romantica contrapposizione tra potere e libertà, in quanto lo stesso potere desidera la libertà dal vincolo, desidera imporsi come assoluto. È una ben precisa forma di libertà ad essere nell’interesse delle classi subalterne: la libertà della reazione. Eliminare artificialmente, tramite lo sviluppo di apposite contromisure, ogni forma di potere come annichilimento della reazione, è già di per sé la lotta delle classi subalterne. La proprietà dei mezzi di produzione, e in generale il principio di proprietà, generando un evidente squilibrio contrattuale, è innanzitutto una forma di potere. L’attività di indebolimento dello squilibrio contrattuale è il riformismo, la totale eliminazione del principio che rende possibile il potere è il sovversivismo, nel caso particolare della questione proprietaria questa eliminazione è il socialismo. Forniti della giusta semantica e della prospettiva del socialismo come tappa della questione contrattuale, è possibile trattare nello specifico le questioni della proprietà e della democrazia.

Proprietà e legittimità

Trattando lo specifico ed imprescindibile tema della proprietà, una rifondazione teorica che rispecchi la semantica e l’indirizzo abbozzati sopra deve spostare la propria attenzione sul ruolo giocato dalla proprietà nel processo produttivo e distributivo. Il tema, per quanto complesso, è paradossalmente reso più semplice dai recenti sviluppi, intesi sia come lenta degradazione del mercato del lavoro che come evidente avanzare di squilibri nella distribuzione della ricchezza prodotta, con il capitale ricompensato sempre più del lavoro (rimandiamo, tra tutti i lavori sul tema, al magistrale “Il Capitale nel XXI secolo” di Piketty). Il punto è sottolineare come dal rapporto capitale privato-lavoro non possa derivare una distribuzione della ricchezza prodotta che prescinda dal rapporto di forza, dal rapporto di potere (inteso come sopra) che il rapporto capitale-lavoro rappresenta. La posizione socialista in merito, per quanto concerne la parte decostruttiva, potrebbe presentarsi semplicemente come una demistificazione anti-ideologica, perché l’obiettivo non deve essere quello di far emergere una presunta immoralità del sistema ma quello di ri-palesare il rapporto di forza come unica, insopprimibile radice del processo distributivo e organizzativo. In questa prospettiva, si tratta di attaccare gli argomenti del rischio e del merito, i due appigli ideologici sui quali si regge la legittimazione dello squilibrio distributivo e decisionale e, più o meno indirettamente, la legittimazione della proprietà stessa.

Partendo dalla questione del rischio, per cui è il tasso di rischio a determinare, automaticamente, la remunerazione del capitale, basti sottolineare come la valutazione dei rischi o è impossibile o è svolta dagli agenti del mercato, ed in questo senso non è assolutamente interclassista, sociale, globale. In secondo luogo, e soprattutto, un fantomatico “tasso di rischio” non può determinare scientificamente e aprioristicamente quanta parte della ricchezza prodotta da un’unità produttiva sia da destinare al lavoro e quanta al capitale, e, più astrattamente, quanto valore è apportato dal lavoro e quanto dal capitale nel processo produttivo (si noti che qui, per venire incontro all’ideologia avversaria, ci si allontana dal tracciato marxiano).

Passando alla questione del merito, notiamo che la sua decostruzione è utile sia in termini di apporto metodologico-retorico, sia in termini di vera e propria costruzione dell’apparato teorico di legittimazione necessario a quell’estensione del principio di democrazia di cui sopra. Il punto metodologico-retorico è l’imperativo abbandono della narrazione dicotomica impresario-fannullone/lavoratore-sfruttato. Questa dicotomia tutta retorica, oltre ad essere tutto sommato abbastanza inefficace e radicalmente piccolo borghese, non ha senso perché manca di nessi razionali necessari e perché, in fondo, è ormai inutile alla strategia egemonica socialista. Paradossalmente, è possibile trovare la demistificazione del ragionamento per cui “l’imprenditore guadagna di più perché lavora di più” proprio ammettendo l’ipotesi di un imprenditore che “si impegni di più” dei suoi dipendenti. È a questo punto che sorge un problema grammaticale e logico: da un riconoscimento di valore (lavorativo) non deriva una posizione di potere. Diciamo questo ricordando ancora come la “posizione proprietaria” sia una posizione di potere contrattuale, senza badare a contingenze che la acuiscano, la debilitino o la “addolciscano”. Un esempio utile è quello del “re buono”. Anche immaginando un re buono, magnanimo, valoroso, che ha portato bene e pace ai propri sudditi, non possiamo da ciò dedurre la legittimità del principio di nascita, che, sempre nella nostra storia, ha conferito al re la propria posizione. La proprietà non è un diritto negativo: non è il riconoscimento di un dato di fatto (l’unico dato di fatto è l’utilizzo e “darebbe ragione” al lavoratore) ma un’istituzione giuridica positiva, che nasce, o meglio è nata, con la legalità e grazie ad essa. All’esterno della legalità non esiste alcuna proprietà e la sua legittimazione può sussistere solo nella legalità, come per ogni istituzione. Il merito non può valere da principio legittimante della proprietà, da esso non “deriva” la proprietà. Nessuno spazio, dunque, per il merito? Assolutamente no: resta il dato evidente, già trattato, del valore. L’evidenza di questo dato, però, porta con sé due osservazioni. La prima è che il valore, l’abilità lavorativa, non sia eterna, e ci sfugge come quella passata possa razionalmente legittimare una posizione di potere futura. Un calciatore bravissimo, se cessa di essere tale, finisce in panchina. Un lavoratore bravo e capace, se cessa di essere tale, perde il proprio posto di lavoro. Un capitalista che abbia perso le sue doti lavorative (che stiamo ammettendo ma non concedendo), tuttavia, non necessariamente cessa di essere tale. Può derivare la propria ricchezza da beni immobili, da quote azionistiche, dalla proprietà di un’unità produttiva gestita da altri e così via, e dunque può “pensionarsi” senza mai essere pensionato, perché la sua condizione è indipendente dal deperimento delle sue fantomatiche capacità, e ciò solo per motivi legali, perché appunto la proprietà nasce e muore con la legalità. La seconda osservazione è che l’unica formula razionale per riconoscere e ricompensare il valore lavorativo è il riconoscimento da parte di altri. Questa seconda osservazione può sembrare una tautologia: niente di nuovo, in fondo è già così. E tuttavia questa seconda osservazione è il punto di congiunzione con la “questione socialista” dell’estensione della democrazia. Se infatti quando si parla di ricompensa del merito si tratta, come si tratta, di prendere una decisione in sede di processo distributivo, una volta delegittimato il principio di proprietà, sorge la domanda “quis iudicabit?”. È a questo punto che il principio di democrazia prende il posto del principio di proprietà come principio di organizzazione e gestione del processo produttivo e distributivo. Nessuna abolizione della divisione tecnica del lavoro, ma una eliminazione tramite fluidificazione della divisione sociale dello stesso. Ogni eventuale posizione tecnica che preveda una posizione di potere dovrebbe essere legittimata tramite un processo democratico, e tale legittimità è sempre sottoposta a revisione. D’altronde, la democrazia non sta nel sottoporre ogni attribuzione di ruoli ad un processo democratico quanto nel vincolare al medesimo processo il mantenimento.

Società e principio di democrazia

Non c’è bisogno di addentrarsi oltre per registrare una biforcazione nel nostro percorso: la democratizzazione del processo produttivo e distributivo può avvenire in due modi principali, ossia il principio di autogestione e la gestione collettiva, affidata ad autorità statali governate secondo il medesimo principio democratico. Vale la pena interrogarsi sul perché della seconda opzione, quando nella prima l’impasse da cui si era partiti sembra già risolta. Il motivo è che l’estensione del principio di democrazia non può non corrispondere all’estensione del diritto di reazione, concretizzato con apposite istituzioni, di tutti i cittadini in quanto tutti parte del medesimo processo produttivo. Si tratta di registrare la falsità del mito della produzione individuale della ricchezza: un individuo, e così un’unità produttiva, è in grado di produrre ricchezza solo e soltanto perché immersa in un sistema che prevede altre unità produttive e degli organismi “improduttivi”, come le istituzioni, che garantiscono la sopravvivenza e la riproduzione del capitale, pubblico o privato che sia. Se il socialismo vuole essere inteso come una progressiva democratizzazione, allora questa democratizzazione non può prescindere dal riconoscimento della dimensione collettiva della produzione di ricchezza, e da questa derivare un organismo statale che garantisca il diritto di reazione e di parola a tutti coloro che vi partecipano, che sia dunque punto d’incontro e di dialogo, realizzazione concreta e quanto più possibile esauriente del principio di reazione, base della democrazia come qui intesa. Si pone però un evidente problema: quando, come e in che termini i cittadini si possono dire “proprietari” dello Stato? Una gestione collettiva non è sinonimo di una gestione democratica. Lo Stato socialista dovrebbe essere la concretizzazione della democrazia e lo sbocco delle istanze individuali, non la soppressione leviatanica delle stesse in virtù di un benessere collettivo impersonale. Il rischio costante di ogni socialismo, mano a mano che viene concretizzata l’inclusione di settori sempre più ampi della società nei processi decisionali che governano il tessuto produttivo, è e sarà sempre il positivismo di Stato.

È d’obbligo chiarire che non si vuol fare critica storica o comunque politica: l’obiettivo del testo è fornire alcuni spunti per una rifondazione teorica, mentre sta agli storici e ai politologi valutare il grado di democraticità delle esperienze di socialismo reale. In chiusura, semmai, è utile rimarcare il senso teorico che anima l’idea della rifondazione: il principio democratico, che aleggia nella Storia già da prima della Rivoluzione Francese, è stato progressivamente esteso dai movimenti liberali borghesi all’intera popolazione nella sua veste pubblica, astratta, giuridica, cittadina. Il socialismo sarebbe dunque il semplice avanzamento del processo di democratizzazione, entro una filosofia della storia che però non preveda alcuna garanzia metafisica né alcun divario qualitativo, ma la cui direzione è data, volontaristicamente in senso lato, dagli stessi uomini, nella generale ottica di una riformulazione del Soggetto Storico che, senza mai prescindere dalla sua collocazione ad un dato grado di sviluppo della Storia stessa, sia libero da ogni suggestione non solo finalista o generalmente determinista ma anche beceramente soteriologica. Purtroppo o per fortuna, nella Storia non c’è posto per alcuna mistica della salvezza.


[i] Slavoj Zizek: Don’t act. Just Think | Big Think

[ii] “Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista è tenuto ad appoggiare incondizionatamente tutte le repubbliche sovietiche

[iii]Intervento all’Università di Urbino, 6 Dicembre 2017

[iv] “La fine della Storia e l’ultimo uomo”, F. Fukuyama. Rizzoli, 1992

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