Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzionedi Emiliano Brancaccio

[Una versione di questo saggio è stata pubblicata in E. Brancaccio (con G. Russo Spena), Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, Roma, Meltemi, 2020.]

L’ex capo economista del Fondo monetario internazionale ha sostenuto che per scongiurare una futura “catastrofe” serve una “rivoluzione” keynesiana della politica economica. La sua tesi viene qui sottoposta a esame critico sulla base di un criterio di indagine scientifica del processo storico definito «legge di riproduzione e tendenza del capitale». Da questo metodo di ricerca scaturisce una previsione: la libertà del capitale e la sua tendenza a centralizzarsi in sempre meno mani costituiscono una minaccia per le altre libertà e per le istituzioni liberaldemocratiche del nostro tempo. Dinanzi a una simile prospettiva Keynes non basta, come non basta invocare un reddito. L’unica rivoluzione in grado di scongiurare una catastrofe dei diritti risiede nel recupero e nel rilancio della più forte leva nella storia delle lotte politiche: la pianificazione collettiva, intesa questa volta nel senso inedito e sovversivo di fattore di sviluppo della libera individualità sociale e di un nuovo tipo umano liberato. Una sfida che mette in discussione un’intera architettura di credenze e impone una riflessione a tutti i movimenti di lotta e di emancipazione del nostro tempo, tuttora chiusi nell’angusto recinto di un paradigma liberale già in crisi.

The former chief economist of the IMF argued that a Keynesian “revolution” is needed to prevent a future “catastrophe”. His thesis is criticized here on the basis of a scientific investigation of the historical process called “law of reproduction and tendency of capital”. A prediction arises from this research: the freedom of capital and its tendency to centralize in fewer and fewer hands represent a threat to other freedoms and to the liberal democratic institutions. With such a prospect, it is not enough to invoke Keynes or a basic income. The only revolution capable of preventing a catastrophe of rights lies in the relaunching of the strongest lever in the history of political struggles: collective planning, conceived this time in the new sense of development factor of free social individuality and of a new liberated human kind. A challenge that requires a rethinking of all the movements of struggle and emancipation of our time, still closed in the narrow enclosure of a neoliberal paradigm already in crisis.

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in Il Ponte, 6 ottobre 2020




“Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente”, intervista ad Andrea Zhok

Intervista ad Andrea Zhok, professore di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano e autore, per Meltemi, di “Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente”.

Andrea Zhok è professore di Filosofia Morale, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Il suo ultimo lavoro, Critica della ragione liberale, pubblicato recentemente per i tipi di Meltemi, rappresenta un’ulteriore tappa, se non quella decisiva, di un percorso teorico unitario, di cui si possono rintracciare le direttive nei lavori precedenti. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Il concetto di valore: dall’etica all’economia (Mimesis, 2002), Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo (Jaca Book, 2006), Libertà e natura. Fenomenologia e ontologia dell’azione (Mimesis, 2017), Identità della persona e senso dell’esistenza (Meltemi, 2018), e il pregiatissimo lavoro monografico L’etica del metodo. Saggio su Ludwig Wittgenstein (Mimesis 2001).

Professor Zhok, la ringraziamo per aver accettato la nostra intervista. Prima di entrare nello specifico di questa conversazione, vorrei chiederle, che ruolo ha, oggi, la filosofia, e soprattutto in che modo l’attività filosofica è percepita dalla contemporaneità?

L’attività filosofica è percepita oggi in maniera piuttosto confusa e distorta. Non che si tratti di qualcosa di inedito. La filosofia è una “disciplina” intrinsecamente elitaria (come tutto ciò che richiede lungo studio), ma è spesso percepita come una mera variante dotta dell’opinionismo del senso comune. La difficoltà specifica dell’esercizio filosofico è per certi versi l’inverso di quanto accade in altri campi. Un filosofo non può essere semplicemente lo specialista di un campo. Ci sono naturalmente studiosi di cose filosofiche che si specializzano in un campo, ma un filosofo è qualcuno che abbina capacità di analisi in una varietà di campi ad una robusta capacità di sintesi degli stessi. Queste caratteristiche sono rare, straordinariamente inattuali, e assai difficili da insegnare. Esteriormente il filosofo può presentare caratteristiche che lo rendono spesso difficilmente distinguibile dal retore, dall’opinionista, o dal ‘sofista’ (invero la questione di come distinguere il filosofo dal sofista è antica quanto la filosofia stessa). In questo senso, è abbastanza raro che le specifiche qualità di ciò che è filosofico vengano percepite dal pubblico generalista. Nel migliore dei casi viene percepita la ‘persona di cultura’, che però di per sé è solo un cugino di secondo grado del filosofo, e che nel filosofo ricopre solo un aspetto collaterale.

Il filosofo, quando è tale, è quasi per definizione una vox clamantis in deserto. E in ciò c’è un paradosso tragico, perché l’intero senso dell’attività filosofica, da Socrate in poi, sta nella sua ‘capacità educativa’. Come riuscire a mediare tra elitarismo intrinseco e vocazione educativa è l’enigma, spesso irrisolto, di ogni filosofo.

Nei suoi interventi, non ultimo, quello relativo al noto articolo di Agamben, Requiem per gli studenti, emerge una critica radicale a un atteggiamento peculiare del nostro tempo, ossia ridurre la filosofia a mera chiacchiera. Chiacchiera che non sente più né l’esigenza di esporre un contenuto concreto, né quella del confronto e della discussione, ma si appaga solamente di retorica, slogan e battute a effetto. Secondo lei, esiste una ragione specifica per questo, ad esempio una committenza indiretta della società contemporanea a delegittimare, a livello delle grandi masse, l’attività filosofica, e quindi la capacità stessa a sviluppare un ragionamento e a discuterlo?

Non credo ci sia un interesse specifico a delegittimare la filosofia. L’impatto della filosofia in senso proprio è comunque sempre obliquo e indiretto, e in questo senso difficilmente ha nemici. La filosofia quando semina bene consente alle idee di maturare in maniera più rapida e rigogliosa, ma queste idee devono comunque maturare nelle menti delle singole persone che se ne appropriano. In questo senso la filosofia non persuade. La persuasione è il compito della retorica, della sofistica, della politica, talvolta della didattica, ma non della filosofia. L’elaborazione filosofica svolta in proprio consente di portare alla luce contraddizioni, malintesi e sofismi che costellano il discorso pubblico. Questa è una funzione destruens che la formazione filosofica può, talvolta, esercitare con efficacia nel dibattito pubblico. In seconda istanza, con un po’ di fortuna, essa può aver successo nell’invitare le persone mentalmente più vive ad un approfondimento personale.

Ciò che invece la filosofia, se è tale, dovrebbe guardarsi dal fare, è giocare la carta della semplificazione ad effetto. Gli studi filosofici sviluppano la capacità dello sguardo ad abbracciare grandi sintesi, ma se questa capacità è estrapolata dall’insieme del lavoro filosofico e applicata senza remore al dibattito pubblico, essa tende a divenire una proiezione di fumisterie astratte, di frasi ad effetto, di ideologismi a buon prezzo, tutte cose che sono in effetti il nemico giurato del filosofo. Purtroppo una parte non piccola dei sedicenti filosofi contemporanei (soprattutto di ascendenza postmoderna) indulge assai in questo vizio catastrofico.

Di recente pubblicazione è il suo notevole lavoro, Critica della ragione liberale (Meltemi Editore, 2020): in primo luogo, cosa si intende per critica, da un lato, e cosa per ragione liberale, dall’altro?

Naturalmente il titolo vuole richiamare l’opus kantiano. “Critica” in Kant è lo studio delle condizioni di possibilità dell’esperienza. In un senso estensivo, nel titolo intendo “critica” nel medesimo modo, anche se il procedimento di analisi delle condizioni di possibilità che adotto è più ‘genealogico’ che ‘trascendentale’ (cioè più legato alla derivazione storica).

L’espressione “ragione liberale” ha poi un senso specifico, che va chiarito. Con l’espressione “ragione liberale” intendo nominare uno specifico nucleo collocato all’origine di quella vasta e confusa pluralità di posizioni che di volta in volta si nominano come “liberali”. Ciò che va sotto il nome di “liberalismo” ha un’identità estremamente sfuggente e contraddittoria, il che tende a sottrarlo ad ogni critica che si voglia precisa e non generica. Una critica del “liberalismo” corre perciò il rischio di risultare vaga e inconcludente, perché all’interno dello spazio di ciò che si appella al “liberalismo” troviamo autori e tesi spesso diametralmente opposte e inconciliabili. Dopo tutto l’unica cosa che univocamente accomuna tutte le posizioni sedicenti “liberali” è il mero rifiuto del modello di potere fondato sulle gerarchie di nascita (l’Ancien Régime, abbattuto dalla Rivoluzione francese). Come è chiaro questa determinazione è del tutto insufficiente per avviare una critica del più influente movimento della modernità. Con “ragione liberale” intendo invece uno snodo concettuale che si presenta come nucleo centrale e influente di tale movimento. La ragione liberale si radica nel liberalismo classico, e gravita intorno ad alcune specifiche nozioni: una concezione negativa della libertà, come mera non interferenza; l’idea della società civile come ordinamento strutturato attorno all’incontro di interessi privati; l’idea del fondamento naturale, e non positivo, dei diritti individuali, e altro ancora.

Potrebbe illustrare come è strutturata l’opera, e indicare la metodologia adottata per il suo sviluppo?

Al di là di quanto ciascuno può vedere leggendo l’indice del testo, il lavoro è strutturato idealmente in una parte storico-genealogica (prime quattro sezioni) in cui cerco di esaminare le linee di sviluppo di lungo periodo che sfociano nelle ‘rivoluzioni liberali’ (inglese, francese, americana, ma soprattutto la “rivoluzione industriale”), ed in una parte di analisi contemporanea (ultime due sezioni), dove cerco di esaminare la peculiare conformazione della ragione liberale e ciò che la sua egemonia corrente occulta.

Questa partizione è motivata metodologicamente. La differenza tra l’approccio che tento ed altre critiche del liberalismo nella letteratura disponibile è che qui cerco di mostrare la profondità storica del movimento che conduce all’egemonia della ragione liberale. Ciò è essenziale per non dare l’impressione che l’egemonia liberale sia una specie di ‘errore’ della storia (per i critici) o al contrario una sorta di ‘destino’ della storia (per i sostenitori). L’analisi che propongo, come recita il sottotitolo, si inscrive nella tradizione della filosofia della storia, non di una cursoria critica politica. Ciò non toglie che la dimensione critica sia in ultima istanza radicale.

Lei, a un certo punto, parla di tendenze disgregatrici del mondo contemporaneo, che l’egemonia della ragione liberale ha portato alla luce: potrebbe illustrare quali sono queste tendenze e in che modo tendono a lacerare il tessuto sociale in cui si diffondono? 

Non posso naturalmente illustrare tutte queste tendenze, la cui analisi copre una parte estesa del volume, tuttavia è forse possibile estrapolarne qualche aspetto di fondo. La ragione liberale nella sua diffusione storica ha operato progressivamente in modo da dissolvere tutte le strutture sociali, normative, affettive, identitarie e culturali che conferivano senso e orientamento agli uomini. La ragione liberale è una forma della ragione che strutturalmente crea insicurezza. Essa vive di insicurezza, vi si alimenta. Il competitivismo economico, la lotta sociale di tutti contro tutti è uno straordinario creatore di insicurezza, tanto maggiore quanto più precaria la propria collocazione, ma comunque operante ad ogni livello. Questo carattere sistematicamente destabilizzante si ripercuote su ogni struttura tradizionale in quanto tale, famiglia, comunità, Stato, che di nuovo produce ulteriore insicurezza. Le società premoderne affrontavano l’insicurezza nella dimensione del rapporto con la natura, in forma di potenziali catastrofi, carestie, malattie, terremoti, ecc. Nella società moderna l’insicurezza è invece introiettata, inclusa come prodotto sociale da dosare e coltivare. La dissoluzione di tutte le identità, personali, culturali, nazionali, territoriali, naturali, ecc. ne è l’effetto sistemico: la forma di vita liberale, una volta giunta a compimento e dopo aver esaurito la sua spinta ‘rivoluzionaria’ (‘progressiva’), appare semplicemente come nichilismo realizzato.

Nell’ultima sezione del libro, Regimi della ragione liberale, lei analizza le modalità ideologiche attraverso cui l’egemonia della ragione liberale si manifesta nel mondo contemporaneo. Vorremmo chiederle: cosa intende esattamente per ideologia? E inoltre: quali sono, secondo lei, le più esiziali del nostro tempo? 

La ragione liberale è la prima forma di razionalità impostasi a livello di massa che sia del tutto priva di ogni interna nozione di ‘misura’. L’essenza della ragione liberale è il ‘superamento’ del confine, la ‘trasgressione’ della regola, l’abbattimento del limite, la crescita infinita, l’espansione illimitata, ecc. La forma mentis che alimenta l’immagine di sé della ragione liberale (che coincide in gran parte con la ragione moderna) è quella di un ripudio dell’obiettività di ogni valore, affidando ogni miglioramento al desiderio individuale illimitato. Questa ispirazione ‘rivoluzionaria’ di fondo è un potente motore della storia fino a quando la storia oppone resistenza, fino a quando esistono strutture rigide, regole inconcusse, vincoli condivisi: essa li dissolve e così facendo fa da catalizzatore degli sviluppi storici. Quando l’opera di dissolvimento delle strutture pregresse è finita, essa inizia a divorare sé stessa.

Per ‘ideologia’ intendo, marxianamente, la dissimulazione teorica della reale struttura motivazionale e causale della società. Quanto più profonda la dissimulazione, tanto più dannosa l’ideologia. La ‘ragione liberale’ in quanto tale non è un’ideologia, ma un movimento storico profondo incardinato in processi economici fondamentali. Essa però genera una fioritura di ideologie, che dissimulano i processi reali. Troviamo così tra le ideologie prodotte profusamente dalla ragione liberale una molteplicità di apologie della distruzione identitaria: le persone sono chiamate ad essere flessibili ed elastiche, le sessualità fluide e mobili, i confini permeabili e fittizi, equlibri e limiti naturali sono visti come ostacoli provvisori da superare, ecc. ecc. Tutte queste tendenze creano teorizzazioni ad hoc, per darsi l’apparenza di avere ragioni indipendenti, mentre sono il semplice adeguamento a pressioni sistemiche.

Secondo lei l’uomo contemporaneo, in relazione alla ragione liberale, deve contrapporsi ad essa, delineando degli orizzonti progettuali al difuori dalle logiche del suo domino, utilizzando anche gli strumenti che offre la filosofia stessa, o deve considerala fatalisticamente come esito incontrovertibile della storia umana? 

Qui dobbiamo intenderci. La ragione liberale non dev’essere intesa come un ‘nemico politico’. Nemici (o avversari) possono essere specifici ideologismi derivati dalla ragione liberale, come le teorizzazioni ‘no border’ e simili. Ma la ragione liberale ha tutto il peso e la tragicità di un movimento storico profondo, che è giunto (in Occidente) al suo compimento ed esaurimento. Si è imposto abbattendo forme di vita millenarie, e questo non accade ‘per errore’ ma per ragioni storiche ed umane reali. Il problema di fronte a cui si trova l’umanità odierna è quello della necessità di superare questo ordinamento, che, come ho cercato di mostrare, oramai divora sé stesso (e noi con esso). Per quanto io abbia grande simpatia per Hegel, non nutro affatto la fiducia teleologica che permea la visione hegeliana: non credo perciò che necessariamente dall’esaurimento di una tendenza storica ne debba emergere la negazione e il superamento (Aufhebung). In verità potremmo ben trovarci in un vicolo cieco della storia, da cui si esce solo per autodistruzione. Credo che l’orizzonte della devastazione ambientale sia quello su cui la pressione autodistruttiva stia venendo più rapidamente al pettine.

Dunque, quello che la filosofia può fare è quello che ha sempre fatto, con alterni successi, ovvero creare consapevolezza. Ma per smuovere qualcosa ci vuole una consapevolezza sia profonda che estesa, e vorrei poter dire che sono ottimista sulla possibilità che ciò accada; ma non lo sono.

Da quale esigenza nasce questo lavoro? E inoltre, si pone in continuità con altri suoi scritti precedenti?

La ringrazio per questa domanda. Tutto quello che ho scritto negli ultimi vent’anni, con la parziale eccezione degli studi dedicati a specifici autori, fa parte di una costruzione teorica unitaria. La nostra non è un’epoca in grado di digerire grandi testi sistematici. Sia i lettori non professionisti che quelli professionisti sembra abbiano sempre meno tempo da dedicare ad una lettura comprensiva. (E se proprio uno deve investire il proprio tempo per leggersi mille pagine, vuole che si tratti di un investimento garantito in testi solidamente postumi.) Questo è un dato oggettivo e siccome si scrive per un lettore, per quanto ideale, non è possibile fingere che le cose non stiano così. Il problema tuttavia è che se si vuole tentare un lavoro esteso di carattere fondativo, questo finisce gioco forza per spacchettarsi in una molteplicità di testi, che fa perdere al lettore la visione d’insieme del progetto.

Così, nel volume di cui sopra, le osservazioni intorno alle nozioni di identità personale, comunità, tradizione, cultura, valore e disvalore, senso, nichilismo, ed altro ancora non sono intuizioni estemporanee, ma l’esito di precedenti analisi dedicate. Questo naturalmente non ne garantisce la verità, ma dietro c’è comunque un lavoro fondativo sommerso, che ne esplicita il senso, e che nel testo non appare. Spero un giorno di riuscire a rendere visibile il disegno complessivo, ma per ora mi devo rassegnare ad una forzata parzialità.

In merito agli avvenimenti degli ultimi mesi, si sono viste imporsi forti limitazioni delle libertà personali in varie regioni del mondo, che hanno portato alla ribalta, numerose voci dissenzienti, bollate frettolosamente come tesi complottiste. Inoltre, sono stati istituiti vari apparati di controllo e di censura, i cui fondatori si sono autoproclamati paladini della verità, allo scopo di limitare la possibilità di intervento a tali voci nel dibattito pubblico. Ora, a prescindere dal contenuto reale delle loro proposte (che in non pochi casi si riducono a mere illazioni), ci chiedevano se, etichettare come complottisti tutti coloro che non seguono il corso predeterminato della narrazione dei dominanti, negandone ogni possibilità di parola, non sia in realtà un modo per indurre i dominati, a non dovere (e/o volere) affrontare i problemi che una discussione seria e onesta su determinati argomenti, costringerebbe inevitabilmente a prendere in considerazione. In altri termini, per usare un esempio un po’ estremo, potremmo dire che negare ogni possibilità di dibattito sull’attentato dell’undici settembre, oggi, voglia dire domani, negare ogni dibattito sul fatto che il mondo contemporaneo sia il migliore dei mondi possibili. La società è quindi stabilizzata e irregimentata a colpi di miti fondativi, a base dogmatica, che tracciano un perimetro ideale entro cui l’individuo è costretto, e che non può oltrepassare, non perché vi è una forza coercitiva reale e concreta che lo trattenga, ma perché egli stesso ha introiettato tali atteggiamenti. In questo senso, e solo in questo senso, secondo lei, è doveroso e legittimo difendere quello che potremmo definire il diritto ad essere complottisti?  

Questo è un grande tema, squisitamente politico. La prima cosa da dire è che una crescita poderosa delle tendenze censorie è davvero in atto da tempo in Occidente. Si tratta precisamente di un’istanza di quel movimento in cui la ragione liberale egemone inizia a divorare sé stessa. Come nel modello di Hobbes il ‘diritto di tutti su ogni cosa’ finisce per richiedere l’intervento del sovrano assoluto, così nel mondo moderno le tendenze ‘anarchiche’ del mercato e dell’individualismo acquisitivo finiscono per stimolare reazioni di repressione e controllo. Tali reazioni però devono stare bene attente a non porre limiti ai meccanismi di produzione e consumo, dunque le reazioni repressive non toccano mai niente di strutturale, ma si dedicano alla sfera sovrastrutturale, ideologica. Le esigenze di ‘contenimento del caos’ – da parte dello stesso meccanismo che lo ha prodotto – ha come prima vittima la libertà d’espressione, e a seguire la libertà di pensiero. Le moderne vicissitudini del ‘politicamente corretto’ sono l’espressione più evidente di questa tendenza.

Tutto ciò accade, inoltre, in un contesto in cui l’informazione è massicciamente manipolabile da un numero ridotto di agenti, giacché le piattaforme comunicative e mediatiche sono quasi tutte nelle mani di grandi detentori di capitale (che sono anche grandi detentori di interesse). Si immaginava che il crollo dei sistemi di autorità nel mondo moderno avrebbe creato le condizioni per una nascita della ‘verità’ dalla libera competizione di opinioni. Questa prospettiva si è rivelata ampiamente illusoria. Non abbiamo più autorità, ma abbiamo posizioni dominanti assai capaci di manipolare l’informazione. In questo senso la reazione psicologica ‘complottista’ mi risulta perfettamente comprensibile. Se non riesci più a fidarti di nessuna autorità, e se sai che chi ti dà le notizie è un portatore di potenti interessi privati, la diffusione di una sistematica diffidenza, di teorie del sospetto e del complotto è abbastanza naturale.

Ma nella sua domanda lei parlava alla fine di “diritto al complottismo”, e qui credo bisogna fare una netta distinzione. A mio avviso la libertà di pensiero ed espressione – una delle conquiste storiche del liberalismo, va detto – non dovrebbe essere mai limitata normativamente, tantomeno in un contesto che ha distrutto le ‘autorità’ come quello odierno. Con l’eccezione dei pochi casi già contemplati dalla legge in cui le parole sono già azioni (offese, minacce, diffamazioni) non c’è nessuna ragione per limitare l’espressione del pensiero, anche il più sciocco. Dunque credo che se qualcuno vuole sostenere che la terra è piatta, e che c’è un complotto per farci credere il contrario, debba poterlo fare, e non debba essere bloccato legalmente o sanzionato. Ma questo non significa sdoganare il ‘complottismo’. Il terrapiattista ha diritto a dire la sua scemenza, e gli altri hanno il diritto simmetrico di trattarla da scemenza. Che tutti abbiano diritto di parola non significa neanche per un momento che tutte le espressioni abbiano lo stesso valore.

E questo ci deve spingere a limitare la propensione psicologica a ‘teorie del complotto’, soprattutto se capita che le conseguenze di una simile teoria siano pericolose. Credo dunque che sia necessario darci una regola, una regola ad uso personale, non obbligata dall’esterno, e tuttavia importante. Dobbiamo riuscire a separare il pensiero critico dal complottismo. Di fronte ad affermazioni (informazioni) che ci appaiono sospette dobbiamo chiederci sempre: 1) quali sarebbero gli interessi a farle credere, e 2) se quelli che hanno l’interesse a farlo credere ne avrebbero anche i mezzi. Se siamo in grado di rispondere in modo convincente a entrambe queste richieste, allora la nostra è una legittima istanza di ‘pensiero critico’: anche se non abbiamo prove, abbiamo ragioni per intrattenere quella credenza. Se invece non siamo in grado di rispondere a quelle domande, allora in noi sta prevalendo una mera reazione psicologica, e faremmo meglio a tenere le nostre ipotesi di ‘complotto’ per noi (soprattutto quando sostenerle, se si rivelassero false, avrebbe implicazioni socialmente dannose).

L’Intellettuale Dissidente, rivista di agitazione culturale, è una testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n.117/2019 del 19.09.2019, nonché un progetto dell’Associazione di Promozione Sociale MAGOG con sede legale e operativa a Roma (CF: 97997400581).
2020 @ Intellettuale Dissidente



Un pezzo mancante del marxismo

Un pezzo mancante del marxismo

di Bruno Jossa

1. Un tema che Marx non ha chiarito abbastanza e su cui i marxisti non sono ancor oggi concordi è quale sarà il nuovo modo di produzione che emergerà dalle ceneri del capitalismo.

Il materialismo storico sostiene che l’economia determina fondamentalmente la politica e che il processo storico non avviene in modo continuo (come prima di Marx abitualmente si credeva), ma attraverso una successione di modi di produzione, ciascuno dei quali nasce, cresce e muore, secondo regole che gli studiosi sono tenuti a spiegare.

Nella visione di Marx i modi di produzione sono i seguenti. Finora abbiamo avuto il modo di produzione antico, il feudalesimo e il capitalismo e a essi seguiranno il socialismo e il comunismo. Per molto tempo, tuttavia, i marxisti hanno pensato che per socialismo dovesse intendersi la pianificazione centralizzata. E, dato che le esperienze di pianificazione centralizzata che si sono avute in Unione sovietica e altrove sono state fallimentari, oggi i marxisti non sono più concordi nel dire se dopo il capitalismo ci sarà un nuovo modo di produzione e quale esso sarà, sicché oggi è corretto dire che nel marxismo quale sarà il futuro dopo il capitalismo è un pezzo di teoria mancante.

2. Nella mia opinione, il modo di produzione che si avrà dopo il capitalismo è un sistema d’imprese gestite dai lavoratori in un’economia di mercato. Questo è un sistema per il quale si può dire che in esso è il lavoro che assume capitale e che realizza, pertanto, rispetto al capitalismo, un capovolgimento del rapporto capitale/lavoro. Ciò consente di parlare a riguardo di rivoluzione.

Ma perché Marx non individuò in un sistema d’imprese gestite dai lavoratori il nuovo modo di produzione che avrebbe sostituito il capitalismo? Un sistema d’imprese gestite dai lavoratori elimina lo sfruttamento e, data l’importanza che Marx attribuì alla teoria del valore lavoro e alla connessa idea di sfruttamento, non è facile capire perché egli non disse con chiarezza che un sistema d’imprese gestite dai lavoratori sarebbe stato il nuovo modo di produzione post-capitalistico.

Sulle imprese cooperative Marx, è vero, una volta ha scritto: «Queste fattorie mostrano come, ad un certo grado di sviluppo delle forze materiali di produzione, e delle forme sociali di produzione a esse corrispondenti, si sviluppa un nuovo modo di produzione… Le società per azioni capitalistiche come le imprese cooperative dovrebbero esser viste come forme di transizione dal modo capitalistico di produzione a quello associato».

Ma perché, allora, il Marx anziano non fu più convinto che un sistema d’imprese cooperative fosse il nuovo modo di produzione che avrebbe sostituito il capitalismo? Dopo la Comune di Parigi del 1870, infatti, è noto, che egli cominciò a perdere fede in un movimento che in precedenza indubbiamente aveva considerato come un nuovo modo di produzione. Questo cambiamento, in parte, fu causato da un calo nel livello di performance delle cooperative e dalla convinzione che il movimento non era stato all’altezza delle aspettative. Bernstein, per esempio, era convinto che le cooperative di produzione non avevano futuro. Ma il problema è ancora poco chiaro. E ciò spiega perché per tanto tempo si è creduto che il socialismo fosse la pianificazione centralizzata.

In Il Ponte, 22 giugno 2020




Ue e Bce, non è così che si supera la crisi”.

Ue e Bce, non è così che si supera la crisi”. L’appello di 67 economisti

in Micromega on-line  

La Banca centrale prima archivia Draghi, poi fa marcia indietro costretta dalla reazione dei mercati, ma intanto ha perso l’arma decisiva della credibilità. La Ue prende alcune misure ma non rinnega – anzi di fatto conferma – la logica economica che ci condanna a una crisi perenne. Cosa è necessario davvero.

Neanche di fronte a un disastro l’attuale classe dirigente europea è disposta a prendere atto che le idee che hanno guidato finora la politica economica sono profondamente sbagliate. Questa classe dirigente pretende che tali idee interpretino il modo migliore di far funzionare i mercati, elevati a mitici giudici di ciò che è giusto e ciò che non lo è e di fatto sostituiti al processo democratico. Ma proprio la reazione dei mercati alle prime decisioni dei ministri finanziari e poi della Bce su come fronteggiare l’emergenza hanno sepolto sotto una valanga di vendite da panico la palese incomprensione della situazione da parte dei massimi dirigenti europei, costringendoli a frettolosi tentativi di riparazione.

Queste reazioni non sono però servite a convincere leader e tecnocrati della fallacia delle loro teorie. Gli interventi sono presentati come una risposta d’eccezione a uno stato di eccezione, senza che questo metta in questione le regole di funzionamento dell’Unione che – si sottintende – passata la tempesta riprenderanno ad operare pienamente.

Il Patto di stabilità in un primo momento non era stato nemmeno sospeso, preferendo affermare che non ce n’era bisogno perché “consente tutta la flessibilità necessaria”. Il “whatever it takes” di Mario Draghi è stato dapprima smentito, provocando il crollo dei mercati, e poi ripetuto in un tentativo di recupero. Ma è stata persa la credibilità, che è la condizione indispensabile affinché quella frase sia efficace, sia perché è evidente che sia stata detta solo perché forzata dagli eventi, sia perché i nuovi provvedimenti annunciati dalla Bce prevedono limiti e paletti (come la capital key, gli acquisti di titoli sovrani in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede, seppure attenuata) e non sono quindi nella logica di “qualsiasi cosa sia necessaria”.
Il cosiddetto Fondo salva-Stati (Mes) è rimasto ai margini degli annunci, a riprova che non è in grado di salvare nulla. Si tratta in effetti solo di uno strumento di disciplina che gli Stati egemoni vogliono usare per imporre il loro dominio su quelli che cadano in difficoltà. Ne vogliono fare la chiave di accesso agli interventi della Bce, una chiave che sarebbe pagata con la “grecizzazione” di chi incautamente vi facesse ricorso, ossia l’impoverimento del paese e la sua successiva spoliazione da parte delle economie più forti.
Nell’immediato è necessario che:

– la Bce riaffermi con forza che i 750 miliardi di interventi annunciati rispondono solo alle prime necessità della crisi, e che è disposta ad interventi illimitati in base a quanto necessario;

– gli acquisti di titoli pubblici non avverranno più in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede (criterio che peraltro non è applicato per le obbligazioni societarie), ma in base alla necessità di contrastare la speculazione;

– la Bce dichiari che i titoli sovrani detenuti in base ai vari programmi di acquisto saranno rinnovati indefinitamente;

– la Bce trovi la formula giuridica compatibile con i Trattati per acquistare a titolo definitivo bond senza scadenza emessi dagli Stati, con rendimento zero o prossimo allo zero, da collocare poi presso le Banche centrali nazionali.

Per il futuro è necessario che:

– i governi Ue abbandonino l’idea che la crescita dell’economia possa essere affidata alle sole esportazioni, continuando a perseguire indefinitamente una politica di contenimento dei bilanci pubblici e dei consumi interni;

– i governi Ue prendano atto che l’inserimento del Fiscal compact all’interno dei trattati europei è stato bocciato dal Parlamento europeo e quindi quelle prescrizioni vanno lasciate cadere;

– i governi Ue concordino che il pareggio di bilancio debba valere solo per le spese correnti;

– i governi Ue prendano ufficialmente atto che la politica fiscale possa essere usata in funzione anticongiunturale, anche se ciò comporta un deficit pubblico o un suo aumento;

– i governi Ue abbandonino i criteri di sorveglianza basati su parametri inaffidabili come il Pil potenziale e l’output gap.
Le decisioni necessarie ad assicurare la sopravvivenza dell’Unione europea non sono naturalmente soltanto queste – valga per tutte l’impellente necessità di dare vita agli eurobond – e ci sarà modo di discuterne in futuro, ma ciò che ora importa è che i vertici europei si rendano conto dei clamorosi errori ripetuti nel tempo e dichiarino di voler seguire d’ora in poi una strada diversa. Se questo non sarà fatto la crisi sarà pagata duramente da tutti i cittadini europei e sarà messa a forte rischio la stessa sopravvivenza dell’Unione.
Nicola Acocella (univ. Roma La Sapienza)
Massimo Amato (univ. Bocconi)
Davide Antonioli (univ. Ferrara)
Marco Antoniotti (univ. Milano Bicocca)
Roberto Artoni (univ. Bocconi)
PierGiorgio Ardeni (univ. Bologna)
Lucio Baccaro (Managing Director, Max Planck Institute, Colonia)
Alberto Baccini (Univ. Siena)
Giancarlo Bertocco (Univ. dell’Insubria)
Paolo Borioni (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Bruno (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Cesaratto (univ. Siena)
Roberto Ciccone (univ. Roma Tre)
Giulio Cifarelli (univ. Firenze)
Carlo Clericetti (giornalista)
Antonio Cuneo (univ. Ferrara)   
Massimo D’Antoni (univ. Siena)
Antonio Di Majo (univ. Roma Tre)
Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna)
Sebastiano Fadda (univ. Roma 3)
Guglielmo Forges Davanzati (univ. del Salento)
Maurizio Franzini (univ. Roma La Sapienza)
Andrea Fumagalli (univ. Pavia)
Mauro Gallegati (univ. Politecnica delle Marche)
Claudio Gnesutta (univ. Roma La Sapienza)
Dario Guarascio (univ. Roma La Sapienza)
Andrea Guazzarotti (univ. Ferrara)
Andres Lazzarini (univ. of London e Roma Tre)
Riccardo Leoncini (univ. Bologna)
Riccardo Leoni (univ. Bergamo)
Enrico Sergio Levrero (univ. Roma Tre)
Stefano Lucarelli (univ Bergamo)
Ugo Marani (univ. Napoli l’Orientale)
Maria Cristina Marcuzzo (univ. Roma La Sapienza e Acc. Lincei)
Massimiliano Mazzanti (univ. Ferrara)
Marco Missaglia (univ. Pavia)
Francesco Morciano (univ. Pavia)
Mario Morroni (univ. Pisa)
Guido Ortona (univ. Piemonte orientale)
Ruggero Paladini (univ. Roma La Sapienza)
Daniela Palma (Enea)
Gabriele Pastrello (univ. Trieste)
Anna Pettini (univ. Firenze)
Paolo Piacentini (univ. Roma La Sapienza)
Paolo Pini (univ. Ferrara)
Cesare Pozzi (Luiss Guido Carli e univ. di Foggia)
Michele Raitano (univ. Roma La Sapienza)
Simonetta Renga (univ. Ferrara)
Guido Rey (Scuola superiore Sant’Anna)
Umberto Romagnoli (univ. Bologna)
Roberto Romano (economista)
Alessandro Roncaglia (univ. Roma La Sapienza e Acc. Lincei)
Vincenzo Russo (univ. Roma La Sapienza)
Enrico Saltari (univ. Roma La Sapienza)
Roberto Schiattarella (univ. Camerino)
Alessandro Somma (univ. Roma La Sapienza)
Antonella Stirati (univ. Roma Tre)
Pietro Terna (univ. Torino)
Mario Tiberi (univ. Roma La Sapienza)
Leonello Tronti (univ. Roma Tre)
Marco Valente (univ. dell’Aquila)
AnnaMaria Variato (univ. Bergamo)
Andrea Ventura (univ. Firenze)
Antimo Verde (univ. della Tuscia)
Marco Veronese Passarella (Leeds University Business School)
Gennaro Zezza (univ. Cassino) Aderiscono anche:

Roberto Burlando (univ. Torino)
Riccardo Cappellin (univ. Roma Tor Vergata)
Andrea Coveri (univ. Urbino)
Lucio Gobbi (univ. Trento)
Lia Pacelli (univ. Torino) Giuseppe Tattara (univ. Venezia)
Fabio Berton (univ. Torino)
Maurizio Zenezini (univ. Trieste) Enzo Valentini (univ. Macerata)
Alessandro Balestrino (univ. Pisa)
Roberto Balduini (economista, Roma)
Nino Galloni (economista, Roma)
Annaflavia Bianchi (economista, Bologna)
Luca Fantacci (univ. Bocconi)
Elena Cefis (univ. Bergamo)
Alessandra Corrado (univ. della Calabria)
Emanuele Leonardi (univ. Parma)
Federico Chicchi (univ. Bologna)
Angelo Salento (univ. del Salento)
Carmelo Buscema (univ. della Calabria)
Devi Sacchetto (univ. Padova)
Lorenzo Robotti (univ. Politecnica delle Marche)
Luca Michelini (univ. Pisa)
Paolo Paesani (univ. Roma Tor Vergata)
Silvia Lucciarini (univ. Roma La Sapienza)
Fabio Fiorillo (univ. Politecnica delle Marche)
Marilena Giannetti (univ. Roma La Sapienza)
(22 marzo 2020)




Con o senza l’Europa: economisti italiani per un piano “anti-virus” Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Mauro Gallegati, Antonella Stirati – 13 Marzo 2020 (Versione italiana del documento With or without Europe: Italian Economists for an “anti-virus” plan, pubblicato Il 13 marzo 2020 dal Financial Times).

in Economia e Politica, 13 Marzo 2020

 

 

 

 

Con o senza l’Europa: economisti italiani per un piano “anti-virus”

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Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Mauro Gallegati, Antonella Stirati13 Marzo 2020

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Versione italiana del documento With or without Europe: Italian Economists for an “anti-virus” plan, pubblicato Il 13 marzo 2020 dal Financial Times, a firma di Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università di Roma Tre)


L’emergenza sanitaria innescata dal virus Sars-Cov-2 è già una crisi economica. Lo shock del coronavirus sta colpendo un’economia internazionale molto fragile, che già soffriva degli squilibri irrisolti ereditati dalla grande recessione. Sebbene le analisi prevalenti tendano a considerare le conseguenze economiche delle pandemie e delle relative quarantene come fenomeni di breve durata, questa volta è diverso: dobbiamo ammettere il caso di contrazioni molto più intense e prolungate.

In questa fase, l’Italia rappresenta una trincea dell’emergenza sanitaria ed economica. Problemi analoghi, tuttavia, si ripresenteranno su una scala più o meno simile in tutta Europa.

In questo scenario, diventa urgente un piano “anti-virus” che sia all’altezza di questa crisi senza precedenti. Nell’immediato, è necessario un massiccio e rapido intervento da parte delle autorità monetarie e fiscali per attivare controlli sui mercati dei capitali, fornire liquidità per sostenere la domanda privata e garantire la solvibilità dei sistemi bancari e produttivi. Ulteriori misure che spostino gli oneri fiscali verso i redditi più alti, i profitti e le rendite possono contribuire a ridurre le disuguaglianze alimentate dalla crisi. Nel frattempo, la banca centrale e i governi devono coordinarsi per preparare un grande piano di investimenti pubblici principalmente nel settore sanitario e più in generale nelle aree in cui si verificano fallimenti del mercato: welfare, infrastrutture, istruzione, ricerca, ecologia. Il piano deve intervenire non solo a sostegno della domanda effettiva, ma anche per contrastare possibili “disorganizzazioni” nei mercati e conseguenti strozzature dal lato dell’offerta.

La vera difficoltà di un tale piano è che esso richiederebbe centralizzazione dei finanziamenti e coordinamento dell’azione politica. Come già sottolineato in un precedente appello pubblicato sul FT (www.theeconomistswarning.com), l’Unione Europea e l’Eurozona sembrano essere tra le istituzioni più carenti da questo punto di vista. Non è un caso che, anche stavolta, la risposta della BCE, delle istituzioni europee e dei governi sia stata finora contraddistinta da conflitti, lenta e completamente inadeguata. Se l’egoismo e l’inettitudine prevalessero anche nel caso del coronavirus sarebbe un’onta anche peggiore delle precedenti.

Se l’Unione esiste davvero, deve battere un colpo adesso. Altrimenti, con o senza l’Europa, dovremo fare tutto ciò che è necessario per superare la crisi.

Coronavirus Economia, Sars-Cov-2: E’ già una crisi economica

Coronavirus Economia

 

Coronavirus Economia, Sars-Cov-2: E’ già una crisi economica

 

 




No al Fondo Salva-Stati se non cambia la logica europea

No al Fondo Salva-Stati se non cambia la logica europea

I governi europei stanno discutendo due importanti riforme ed entrambe, per come al momento sono strutturate, possono avere per l’Italia conseguenze molto gravi.

Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda l’European Stability Mechanism (Esm), il cosiddetto Fondo Salva-Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà. L’aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito.

Osserviamo che:

I parametri scelti sono tali da escludere a priori che l’Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l’altro a “un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento”: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro paese, ed è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari paesi che ne ha dimostrato l’assoluta inaffidabilità.

Se dunque l’Italia dovesse ricorrere all’Esm, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi.

Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread  costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare.

L’insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca e il presidente francese annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall’Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l’Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti.  Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l’impostazione che ha prevalso nell’Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le “riforme strutturali”, che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.

Inoltre l’Esm è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l’Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.

L’Esm è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.

La seconda riforma in discussione è il completamento dell’unione bancaria con l’istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l’Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all’Italia – e questo senza alcun margine di incertezza – una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari.  Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma dell’Esm e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.

A nostro parere l’Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma dell’Esm . L’obiezione che in questo modo il nostro paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l’Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d’altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default.

Al veto sull’Esm bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell’efficacia. I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L’Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.

Adesioni: Nicola Acocella (univ. Roma La Sapienza), Sergio Bruno (univ. Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (univ. Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D’Antoni (univ. Siena), Antonio Di Majo (univ. Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola superiore Sant’Anna), Sebastiano Fadda (univ. Roma 3), Maurizio Franzini (univ. Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (univ. Pavia), Mauro Gallegati (univ. Politecnica delle Marche), PierGiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta(univ. Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (univ. Bergamo), Stefano Lucarelli (univ Bergamo), Ugo Marani (univ Napoli l’Orientale), Massimiliano Mazzanti (univ. Ferrara), Domenico Mario Nuti (univ. Roma La Sapienza),  Ruggero Paladini (univ. Roma La Sapienza), Marco Veronese Passarella (University of Leeds), Gabriele Pastrello (univ. Trieste), Anna Pettini (univ. Firenze), Paolo Pini (univ. Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (univ. Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (univ. del Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant’Anna), Roberto Schiattarella (univ. Camerino), Alessandro Somma (univ. Roma La Sapienza), Antonella Stirati (univ. Roma 3), Leonello Tronti (univ. Roma 3), Andrea Ventura(univ. Firenze), Gennaro Zezza (univ. Cassino).




Il Nobel per l’economia? Conformista e prevedibile. Ecco perché bisognerebbe abolirlo (forse)

Il Nobel per l’economia? Conformista e prevedibile. Ecco perché bisognerebbe abolirlo (forse)

Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all’Università del Sannio spiega i retroscena e le critiche al premio economico più famoso al mondo nel suo libro “Il discorso del potere” (Il Saggiatore), in libreria dal 14 marzo. E ha previsto il nome del prossimo vincitore

Il premio Nobel per l’economia è come l’Oscar: tutti lo criticano ma ognuno sogna di vincerlo. Non esiste premio più controverso. L’economista più famoso del mondo, John Maynard Keynes non l’ha mai vinto, mentre un matematico come John Nash è riuscito ad aggiudicarselo nel 1994 per la sua “teoria dei giochi”. Può capitare che due avversari politici citino in un talk show economisti che l’hanno vinto per giustificare politiche economiche radicalmente opposte. Quasi tutti credono che vincere il premio Nobel dia il potere di cambiare il corso dell’economia, ma raramente queste teorie sono applicate dalla politica che le riscopre 15 o 20 anni dopo. E quando ogni autunno viene pubblicato il nome del vincitore sono in pochi a cercare le motivazioni della vittoria. Per questo Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all’Università del Sannio, ha scritto in collaborazione con Giacomo Bracci il libro “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’economia tra scienza, ideologia e politica” (Il Saggiatore) in libreria dal 14 marzo. Brancaccio da molti anni è protagonista di confronti serrati con i principali esponenti della dottrina economica prevalente, dall’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard all’ex premier Mario Montii. Il suo obiettivo è far conoscere i retroscena, le critiche e il meccanismo del premio economico più famoso al mondo.

Brancaccio, partiamo dalla provocazione contenuta nelle prime pagine del suo libro. Bisognerebbe abolire il premio Nobel?
L’idea di abolirlo non è certo nostra. Fin dalle sue origini il premio ha attirato polemiche e contestazioni. Addirittura lo stesso Alfred Nobel non aveva previsto questo premio nel suo testamento. E infatti i suoi discendenti protestarono quando fu istituito nel 1969 per volere della Banca di Svezia. Da allora negli anni ci sono stati moltI appelli per abolirlo. Per esempio nel 1976 quando Milton Friedman ricevette l’onorificenza, l’Accademia svedese delle scienze fu accusata di aver premiato un simpatizzante della sanguinaria dittatura di Augusto Pinochet. Oppure nel 1992 quando il premio venne assegnato a Gary Becker, si disse che il Nobel per l’economia onorava un propugnatore di teorie sessiste e misogine. È capitato che gli stessi vincitori proponessero di abolirlo. Friedrich von Hayek: temeva che i vincitori sarebbero stati considerati dei “guru” infallibili e che avrebbero avuto il potere d’influenzare la politica economica di interi Paesi.

Aveva ragione?
No. Da individualista libertario, Hayek sopravvalutava l’importanza dei singoli. In realtà il corso della politica economica è il risultato di processi storici complessi, condizionati da conflitti tra grandi gruppi sociali contrapposti. Le idee dei singoli economisti, vincitori o meno di Nobel, possono influenzarlo ben poco. Addirittura Gunnar Myrdal che lo vinse lo stesso anno di Von Hayek, il 1974, reputava l’economia una “scienza molle”, cioè troppo condizionata dai giudizi di valore e dagli orientamenti politici. Secondo lui il Nobel per l’economia rovinava la reputazione degli altri premi assegnati alle scienze cosiddette “dure”, come la fisica e la chimica.

Sono in molti a pensare come Myrdal che l’economia non possa essere una scienza paragonabile alla fisica o alla chimica.
Non sono d’accordo. L’economia è una scienza a tutti gli effetti, e distinguerla dalle cosiddette scienze “dure” è più difficile di quanto si immagini, come spieghiamo nel libro. Anche la fisica è stata condizionata dall’influenza dei giudizi di valore e dagli interessi politici. Un esempio su tutti è il caso di Galileo, che fece abiura della teoria copernicana eliocentrica per evitare la condanna di eresia della Chiesa cattolica. Così come la biologia: per anni la teoria della razza superiore fu un caposaldo ideologico del nazismo, e qualunque critica a essa veniva considerata un attacco al potere costituito.

Però molto spesso le previsioni degli economisti sono sbagliate. Nessuno aveva previsto la crisi economica del 2008.
Non è vero. Magari sono meno noti di altri, ma ci sono economisti che hanno predetto una grande recessione. Per esempio in Italia Paolo Sylos Labini fece considerazioni illuminanti pochi anni prima della crisi. In realtà le previsioni economiche non sono molto peggiori di quelle di alcune scienze naturali. Spesso i geologi non sanno prevedere quando ci sarà un terremoto o i meteorologi sbagliano le previsioni del giorno successivo, ma li riteniamo giustamente degli scienziati. L’eccezione è un’altra. A differenza delle altre scienze, l’economia crea “il discorso del potere”, ossia il linguaggio attraverso cui si formano le decisioni politiche. Questo puo’ rendere la scienza economica influenzabile dagli assetti di potere vigenti e dai loro meccanismi di riproduzione.

Quindi il Nobel per l’economia subisce l’influenza dalla politica?
Le assegnazioni del premio Nobel sono state piuttosto conservatrici. Finora è stato quasi sempre premiato soltanto il “mainstream”, ossia la teoria dominante di ispirazione neoclassica. Pur con alcune varianti tutti i vincitori sono accomunati da un’idea di fondo: in un mondo del tutto ipotetico, in cui non esistessero imperfezioni o asimmetrie, il libero gioco delle forze spontanee del mercato capitalistico condurrebbe a un equilibrio “ottimale”, caratterizzato dalla piena occupazione dei lavoratori e dall’uso più efficiente possibile delle risorse disponibili. Loro stessi riconoscono che questa è solo un’idealizzazione che non ha riscontro nella realtà. Però quell’equilibrio ottimale ipotetico condiziona le loro ricerche e le loro ricette di policy.

Però anche Joseph Stiglitz e Paul Krugman hanno vinto il Nobel per l’economia. Non mi sembrano così legati al mainstream.
Vero, da tempo criticano il liberismo estremo e sono a favore di forme di intervento pubblico nell’economia. Però guardate quando e perché hanno ricevuto il premio Nobel e noterete che hanno vinto per i loro primi contributi teorici, alcuni dei quali molto ortodossi e spesso piuttosto ostili alle politiche progressiste. Per esempio, Stiglitz è stato premiato anche per avere elaborato negli anni Ottanta una interpretazione del mercato del lavoro secondo cui i sussidi ai disoccupati e le tutele per i lavoratori creano disoccupazione e crisi. E Krugman è stato premiato anche per un suo contributo degli anni Settanta, che “scagionava” gli speculatori da ogni responsabilità sulle crisi valutarie. Secondo la sua analisi gli speculatori sono solo il sintomo di una malattia causata da politiche errate, e per questo è stata accolta con grande favore a Wall Street. Oggi Stiglitz e Krugman hanno cambiato idea. Ma avrebbero vinto il Nobel se avessero portato avanti queste tesi fin dall’inizio delle loro carriere? Il dubbio ci pare lecito.

Lei sembra molto critico verso la teoria neoclassica dominante.
Non sempre. Alcuni contributi neoclassici hanno fatto avanzare la scienza economica nel suo complesso. Però per capire come funziona in generale il capitalismo contemporaneo serve un approccio alternativo. Alcuni la chiamano “teoria monetaria della produzione”, parte dalle opere di Marx, passa per le intuizioni di Keynes e i contributi di Piero Sraffa. Anche il premio Nobel Wassily Leontief rientra in questo paradigma alternativo. Però anche Leontief ottenne il Nobel solo dopo avere attenuato il potenziale sovversivo della sua teoria. Dichiarò persino un falso conclamato, e cioè che il suo approccio poteva esser considerato una mera variante della teoria neoclassica prevalente. Un’abiura che gli spianò la strada per il premio.

Facciamo un esempio concreto per capire la differenza tra le due teorie.
Prendiamo le politiche di flessibilità del mercato del lavoro, quelle che riducono le tutele contro i licenziamenti e la durata dei contratti, e che sono state portate avanti per molti anni un po’ in tutto il mondo, inclusa l’Italia. Secondo la teoria neoclassica, queste politiche liberano le forze spontanee del mercato e in tal modo dovrebbero determinare un aumento dell’occupazione. Il problema è che i dati non confermano questa tesi: l’hanno ammesso persino istituzioni da sempre favorevoli alla flessibilità, come la Banca Mondiale, l’Ocse e il Fondo monetario internazionale. Anzi i dati indicano che le politiche di flessibilità del lavoro riducono la quota di reddito che va ai salari. Non creano efficienza ma disuguaglianza. Questi risultati empirici contrastano la teoria neoclassica e sono invece pienamente compatibili con l’approccio alternativo

Ma allora perché si continua a dare il Nobel al paradigma neoclassico?
Perché la scienza economica è sensibile al potere costituito ed è difficile cambiare sistema. La storia della ricerca economica è segnata da veri confronti tra i diversi paradigmi scientifici solo quando ci sono stati grandi conflitti sociali e politici. Vanno di pari passo.

Siamo in una di queste fasi?
No. C’è grande contesa tra liberismo globalista e un sovranismo xenofobo. Ma è solo una disputa tra due forme diverse di conservatorismo. Siamo ancora lontani dalle grandi dispute fra paradigmi alternativi, come quelle degli anni Trenta o del secondo dopoguerra.

Se la teoria è sempre la stessa si può prevedere il vincitore del prossimo Nobel per l’economia?
Più o meno. Guardiamo gli indici bibliometrici, che pesano il valore di ciascuno studioso in base al numero di citazioni che i suoi studi hanno ricevuto dai suoi colleghi. Nel libro facciamo notare che questa sorta di “Nobelmetria” sembra in grado di prevedere i vincitori futuri del premio meglio di quanto riesca a fare riguardo ai Nobel delle altre scienze. Questoci fa capire che nella scienza economica c’è più conformismo: si premia solo chi ha già una posizione molto consolidata in accademia.

Facciamo un nome.
Nel libro riportiamo una celebre classifica di potenziali vincitori futuri calcolata in base a quella che definiamo “nobelmetria”. Tutti mainstream, ovviamente. Uno dei più papabili secondo me è Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale perché è una figura interessante. Pur restando nei confini della teoria dominante, ha ammesso che per fare evolvere la scienza economica bisogna guardare anche agli approcci concorrenti.

Dico io quello che non può dire lei. L’accademia è diventata così conformista da scoraggiare gli economisti a pensare fuori dagli schemi della teoria dominante?
Essere outsider in accademia e’ sempre stato difficile, in tutti i settori. Ma oggi l’ostracismo verso il pensiero economico critico puo’ esser considerato “scandaloso”. Lo ha detto Luigi Pasinetti, un grande studioso italiano. Nel libro ricordiamo che un altro premio Nobel, Jean Tirole, qualche anno fa tentò in gran segreto di persuadere la ministra francese dell’università a negare ogni legittimità alle scuole di pensiero economico alternative. Queste chiusure non aiutano la competizione tra paradigmi. Eppure, come ci ricorda Imre Lakatos, solo la competizione delle idee determina il progresso scientifico.

Quindi un economista molto citato dai nostri politici come John Maynard Keynes, ispiratore del moderno intervento pubblico nell’economia, oggi non vincerebbe il Nobel.
Probabilmente no. In realtà ha vinto la Medaglia Söderström nel 1939, l’onorificenza conferita dall’Accademia svedese prima che il premio Nobel venisse istituito. Ma erano altri tempi. Quell’epoca lo rendeva possibile perché c’era spazio per un pensiero critico dell’economia. C’era un grande scontro tra capitalismo e socialismo, e il pensiero di Keynes in un certo senso si proponeva come un complicato tentativo di sintesi tra le due opposte concezioni della vita sociale.

Parliamo dei vincitori del Nobel. Qual è stato il più immeritato?
Quello a Edward Prescott, del 2004, ha suscitato molte polemiche. Nel libro ricordiamo che dalle sue teorie si possono trarre tesi alquanto bizzare, come ad esempio quella secondo cui la Grande Depressione degli anni 30 non fu provocata da un crollo della domanda di merci ma semplicemente da un cambiamento tecnico che potrebbe avere indotto i lavoratori ad abbandonare le loro occupazioni in attesa di tempi migliori. La disoccupazione, in quest’ottica, viene vista come un fenomeno puramente volontario. Una teoria un po’ folle, che tuttavia negli anni passati ha avuto un notevole seguito, accademico e politico.

Anche Franco Modigliani, l’unico italiano ad averlo vinto, nel 1985?
Modigliani è stato un economista ambivalente. La sua “sintesi neoclassica”, ovvero l’interpretazione neoclassica della teoria keynesiana e ha rappresentato dal dopoguerra agli anni Sessante il mainstream teorico e politico. Anche lui però ha avuto luci e ombre. Criticò le dottrine liberiste e per questo fu un convinto sostenitore dell’uso delle politiche keynesiane di gestione della domanda per raggiungere la piena occupazione. Ma fu anche ostile alle rivendicazioni dei lavoratori. Secondo lui il sindacato doveva contenere le istanze sociali, per garantire una dinamica dei salari compatibile con le decisioni di politica monetaria della banca centrale. Una posizione teoricamente discutibile, che in ogni caso gli creò non pochi problemi negli anni caldi del conflitto sociale in Italia.

E cosa ne pensa dell’ultimo vincitore del Nobel: Paul Romer?
Nel libro parliamo anche di lui. Sul piano teorico, Romer ha fornito contributi interessanti in tema di rapporti tra cambiamento tecnologico e sviluppo economico. Ma le sue proposte politiche sono alquanto discutibili. Durante la crisi dell’eurozona, sostenne che l’unico modo per superare le inefficienze e sconfiggere la corruzione in Grecia fosse consegnare l’amministrazione dello Stato alla troika, ovvero gli emissari di Banca centrale europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione europea. Oppure qualche anno prima propose al Madagascar di vendere un intero pezzo dell’isola alla corporation sudcoreana Daewoo, per tentare di aumentare l’efficienza della produzione agricola. Qualcuno l’ha definita una forma raffinata di colonialismo. A riprova che dai Nobel per l’economia possono scaturire idee geniali e realmente innovative, ma anche ricette retrograde e piuttosto pericolose.

in LINKIESTA 9 marzo 2019

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Giorgio Lunghini 1938-2018

Giorgio Lunghini 1938-2018

La scomparsa di Giorgio Lunghini mi ha rattristato moltissimo, come è già successo pochissimo tempo fa con il decesso di Aris Accornero. Sono figure centrali del pensiero progressista italiano nel campo delle discipline sociali. Nell’ambito economico tale pensiero, sviluppatosi dopo la Liberazione, si è rivelato essere decisamente il più avanzato d’Europa e tra i più innovatori nel mondo intero. Mi riferisco a persone come Paolo Sylos Labini (1920-2005), Luigi Pasinetti (1930-) Claudio Napoleoni (1924-1988), Federico Caffè (1914-1987 anno della sua misteriosa sparizione), Augusto Graziani (1933-2014), Marcello De Cecco (1939-2016), Pierangelo Garegnani (1930-2011), Sergio Steve (2015-2006), Pasquale Saraceno (1903-1991), Siro Lombardini (1924-2013). Prese nel loro insieme queste persone hanno prodotto dei pensieri non dogmatici, rigorosi, poliedrici, articolati, differenti ma non necessariamente incompatibili tra di loro. Il conformismo dilagante dalla fine degli anni 80 del secolo scorso e la normalizzazione accelerata del pensiero economico accademico ha comportato una rapida marginalizzazione delle idee di questi grandi intellettuali man mano che raggiungevano l’età pensionabile.

Giorgio Lunghini, che con mio grande dispiacere si aggiunge all’elenco degli scomparsi, è stato un intellettuale che le suddette idee ha coltivato e contribuito ad arricchire con le proprie elaborazioni. Non ho mai conosciuto Lunghini di persona ma ho letto e studiato la maggioranza dei suoi scritti. Aveva un modo estremamente raffinato ed elegante di pensare, di porre i problemi. Riusciva a fondere l’ottica analitica con un approccio basato sulla storia del pensiero economico e sulla sottigliezza ed intelligenza interpretativa che nasceva dalla conoscenza culturale del contesto in cui si situavano gli autori e le scuole di pensiero. Ne scaturivano dei ragionamenti molto smussati e contemporaneamente saldamente inseriti in un ampio retroterra storico-teorico. Ciò portava Lunghini – le cui radici culturali affondavano nel pensiero classico e marxiano e nell’importanza di quello keynesiano per la politica economica – a non collocarsi, giustamente, in alcuno dei campi chiesastici e settari in cui spesso si suddividono gli economisti detti eterodossi.

Incontrai i lavori di Lunghini nel 1971 allorché apparse per le edizioni de il Mulino il volume Valore, prezzi e equilibrio generale da lui curato. Lunghini effettuò una scelta molto accurata dei testi classici. Il libro rimane ancor oggi, sia in Italia che altrove, una delle migliori antologie su temi afferenti alle caratteristiche fondamentali delle teorie economiche. Mi rimase impressa l’introduzione in cui, oltre ad enunciare molto chiaramente il nesso tra le caratteristiche analitiche delle teorie e le loro radici filosofiche, Lunghini argomentava che i manuali servono solo come riferimenti sintetici ma che lo studio vero e proprio deve avvenire sui testi originali. Nei miei 40 anni di docenza universitaria (effettuati all’estero) ho fatto tesoro del metodo di Lunghini cercando di limitare al massimo l’uso della manualistica. Quel libro ebbe per me una funzione propedeutica in quanto costituì un’ottima preparazione per poi studiare un’importante raccolta di saggi di autori italiani contemporanei, anch’essa incentrata su temi fondamentali e connessi a quelli affrontati nella curatela di Lunghini. Si trattava del volume Prezzi relativi e distribuzione del reddito curato da Paolo Sylos Labini che uscì qualche anno dopo nel 1973 per i tipi della Boringhieri; nell’arco dello stesso decennio, nel 1977, Lunghini pubblicò un gran bel libro per la Feltrinelli: La crisi dell’economia politica e la teoria del valore.

Il rapporto tra politica e teoria economica è stato un elemento centrale del pensiero e degli interventi di Giorgio Lunghini. Egli organizzò in proposito il convegno “Scelte politiche e teorie economiche in Italia (1945-1978)” di cui curò gli atti e scrisse l’introduzione per la casa editrice Einaudi che li stampò nel 1981. Fu un convegno importante, anche con un certo psicodramma, che avrebbe potuto, nel corso degli anni Ottanta, aprire un nuovo filone di riflessione sul rapporto tra politica ed economia in base all’esperienza italiana con una valenza quantomeno europea. Ben diversa però avrebbe dovuto essere l’atmosfera politico-culturale che invece, già allora, si andava rapidamente degradando. Durante i quasi due decenni che intercorrono tra il 1991 e lo scoppio della crisi nel 2007 persi il contatto con le pubblicazioni di Lunghini, sostanzialmente a causa della distanza che rendeva i suoi scritti difficilmente accessibili. Dal 2008 ho avuto il modo di apprezzare i suoi contributi resi raggiungibili grazie alle mutate condizioni tecnologiche riguardo le comunicazioni. Pertanto propongo ai lettori, come atto di commiato, un suo intervento, che mi sembra sia del 2011, trasmesso e video-registrato da Rai-cultura.

http://www.economia.rai.it/articoli/giorgio-lunghini-il-sistema-capitalistico-nella-crisi/16008/default.aspx

Joseph Halevi
joseph.halevi@gmail.com

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pierre moscovici                     

    di Winfried Wolf

I titoloni dei giornali di questi giorni suonano Il debito italiano allarma la Ue – cosí la «Sueddeutsche Zeitung» del 19 ottobre, già in prima pagina. Esperti finanziari avanzano argomentazioni offensive nei confronti di Roma; Clemens Fuest, presidente dell’«Istituto Ifo» di Monaco parla sull’«Handelsblatt» del 14 ottobre del paziente italiano, e si dichiara favorevole «all’isolamento finanziario dell’Italia». Si tratterebbe ora di «mantenere la stabilità finanziaria almeno nel resto dell’Europa in caso di fallimento dello Stato italiano». E il commissario Ue, Pierre Moscovici, agisce in maniera estremamente aggressiva: il 19 ottobre indirizzava al governo italiano una “lettera di fuoco” in cui sosteneva che Roma avrebbe «trasgredito le regole della Ue sul debito in una misura mai precedentemente verificatasi».

Sono solo stupidaggini e al tempo stesso creazione di panico, che può effettivamente condurre a un panico finanziario. È pur vero che il debito pubblico italiano è alto. Commisurato al Pil segna il 130% (o anche: l’intero debito pubblico italiano è di un buon 30% maggiore del Pil attuale del paese). È anche esatto che l’Ue aveva concordato per questa quota di debito un limite del 60%. Eppure tale asticella viene abbattuta da quasi tutti i paesi dell’eurozona, recentemente perfino dalla Germania. E, soprattutto, ci sono grandi paesi dell’Ue, come la Francia e la Spagna, il cui debito è ormai arrivato al 100% del Pil e che, dunque, al presente cozzano contro il “criterio Maastricht”. Se si osserva il grafico dell’evoluzione delle quote di debito, appaiono chiare tre cose: 1) nel 2006 – prima della grande crisi – c’era una differenza tra i paesi piú indebitati e quelli che lo erano di meno che di solito si aggirava sui 35 punti percentuali; le quote di indebitamento dei paesi meno indebitati si aggiravano sul 60-70% (nel caso della Spagna perfino del 40%); quelle dei paesi piú indebitati, Italia e Grecia, avevano una quota vicina al 100%. Oggi questa differenza è di circa 40 punti percentuali.

2) C’è stato un aumento irregolare delle quote di debito nel corso della crisi economica mondiale 2008-2010 che riguardò pressoché tutti i paesi dell’Ue. Ciò si spiega con il fatto che fu impiegato su larga scala denaro pubblico per la salvezza delle banche. A causa di un settore finanziario privato altamente indebitato, paesi membri dell’Ue divennero a loro volta altamente indebitati (e sdebitate banche che rimasero private e che ora fanno girare nuovamente una ruota gigantesca della speculazione).

3) Negli ultimi cinque anni solo pochi paesi dell’eurozona sono stati in grado di ridurre la loro quota di debito. Questo è stato possibile in una certa misura all’Austria. Ed è stato reso possibile in tutta evidenza al governo tedesco. Si tratta qui di paesi a forte esportazione, di Stati con chiare eccedenze di bilancio delle partite correnti; questi paesi si possono anche definire “centro” dell’eurozona. Nel contempo, comunque, le quote di debito sono continuate a salire in molti altri paesi dell’eurozona – cioè nella periferia. In misura estrema nel caso della Grecia, dove frattanto fu raggiunta una quota di oltre il 180%; nel caso dell’Italia con un già citato 130%; in Spagna dove fu superato il 100% e che attualmente sfiora il 100%. Ma anche in Francia, dove nel frattempo è stato superato il limite del 100%.

Ora, una quota di debito del 100 o del 130% rappresenta sicuramente un aggravio enorme per l’economia. In conclusione, il paese in questione e i contribuenti di tale paese devono pagare anno per anno il carico degli interessi per tale debito. E con ciò gli interessi vengono pagati in gran parte alle banche, che erano già state salvate dai contribuenti e il cui salvataggio ha determinato in buona misura l’esplosione del debito statale. Che debiti del livello menzionato “non” siano sostenibili non è comunque una tesi solida. La quota del debito giapponese, per esempio, ammonta al momento al 236%. C’è una serie di fattori specifici che vanno considerati nella valutazione della “sostenibilità” di uno dato carico debitorio. Adesso la Commissione Ue, e il suo commissario alla finanza Moscoviti, sostengono che il nuovo indebitamento pianificato dal governo italiano per l’anno 2019 per l’ammontare del 2,4% del Pil rappresenterebbe una «trasgressione delle regole sul debito in una misura mai verificatasi». Questo è falso. Anzi è un’insolenza se a pronunciarla è un uomo che negli anni 2012-2014 è stato ministro francese delle Finanze e con ciò corresponsabile del fatto che allora Parigi – in tempi di relativa crescita economica – sforò da sovranista i limiti del deficit. Consideriamo ora l’evoluzione del deficit di alcuni paesi dell’eurozona nell’ultimo decennio (vedi tabella). Ci sono stati, in tutti i paesi qui elencati anche in quella perla, nonché campione di risparmio, che è la Germania –, anni nei quali il limite del 3% venne nettamente superato. Ci sono stati anni nei quali singoli paesi presentavano un deficit doppio e anche triplo di quanto ufficialmente consentito (nel 2010 il Portogallo con l’11,2% e nel 2014 con il 7,2%; nel 2009 la Spagna con l’11%; sempre nel 2009 la Francia con il 7,2%). Una parte di questi paesi – Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro – venne anche punita dall’Ue; e allora arrivò la Troika e impose a questi paesi brutali programmi di demolizione sociale – definiti subdolamente «riforme» e «programmi di risparmio». Ora c’è in particolare un paese che per un decennio ha sovranamente ignorato il supposto massimale limite del deficit – la Francia: negli anni dal 2006 al 2016 il deficit del bilancio francese era sempre oltre il 3%. E cosí continuò a salire anche la quota di debito della Francia, nel 2008 circa del 75% nel frattempo al 100%. E qui non ci fu alcuna lettera infuocata, alcun procedimento aggressivo della Commissione Ue e neppure alcun attacco aperto da parte del governo tedesco. Anzi, la Cancelliera tedesca si vide in stretto rapporto con ciascuno dei presidenti francesi, si trattasse di Nicolas Sarkozy (2007-2012) o di François Hollande (2012-2017) o di Emmanuel Macron (dal 2017).

Un decennio di deficit di bilancio in percentuale del Pil in Germania, Francia, Italia, Spagna e Portogallo (2008-2018)

E che se ne fanno quegli scervellati di italiani di questi nuovi debiti? Costruiscono forse un costosissimo aeroporto come il Ber? O una “filarmonica sul Tevere” sul tipo della «Filarmonica dell’Elba» ad Amburgo? O forse una Milano 21 – cioè una stazione sotterranea milanese, come è avvenuto nell’area tedesca di Sud-Ovest?

Niente di tutto questo. Quel che è piú intrigante degli attacchi attuali da parte dell’Ue nei confronti del governo italiano è che le misure che questo governo intende finanziare, con esborsi statali piuttosto consistenti, riguardano progetti di buon senso sotto un profilo sociale. Si è pianificato anzitutto: 1) un modesto reddito di base per 6,5 milioni di poveri; 2) una piccola riduzione dell’età pensionabile per un gruppo di pochi benestanti; 3) una riduzione delle tasse per 400.000 piccole e piccolissime imprese.

Il governo italiano di Lega e M5S è senza dubbio un governo contraddittorio, che in molti ambiti pratica una politica reazionaria. Le misure assunte nei confronti dei profughi sono razziste e disumane. Eppure su questo terreno non c’è stata alcuna critica da parte della Commissione europea o del governo tedesco. Il ministro dell’Interno tedesco, Seehofer, è addirittura interiormente affine al reazionario ministro degli Interni italiano Salvini.

E in Alto Adige, dopo le elezioni regionali, c’è una situazione in cui la Sudtiroler Volkspartei strettamente connessa col governo di Vienna – intende stipulare a Bolzano un patto con la Lega. È anche interessante quel che qui da noi viene concretamente criticato nei progetti del governo italiano. In proposito sul «Giornale della borsa» («Boersen-Zeitung», 25.08.2018)1, sotto il titolo La voglia di fallimento dell’Italia, si legge come sia spiacevole «la minaccia del ritiro della licenza alla società di infrastrutture Atlantia». Si tratta della società che gestisce autostrade controllata da Benetton che porta una responsabilità determinante per il crollo del ponte di Genova.

Piú oltre si sostiene: «a Roma non importa né dei contratti né delle regole. La costruzione della tratta ferroviaria ad alta velocità tra Lione e Torino, un progetto europeo, già ultimato per metà, è all’esame. […] Non c’è da meravigliarsi se i mercati finanziari perdono la fiducia nel paese».

Si tratta qui di un collegamento ad alta velocità con un tunnel lungo piú di 50 km. i cui costi esplodono, e che è del tutto inutile e insensato. Da molti decenni esiste un collegamento ferroviario tra le due città che è utilizzato meno del 50% e che potrebbe essere modernizzato con una piccola parte del denaro sperperato per il nuovo tratto ad alta velocità. Il menzionato grande progetto “europeo” fa parte di quell’insieme che le nostre amiche e i nostri amici italiani definiscono «grandi opere inutili». Ed è effettivamente una macchina mangiasoldi del tipo della Stoccarda 21.

Bilancio. Tra l’Italia e la Ue si sta addensando una grave crisi politica, che potrebbe superare quella greca del 2015. Questa crisi può evolvere apertamente in crisi finanziaria, il che potrà poi condurre a uno scontro in tutta l’eurozona e diventare, allora, di rilevante importanza per l’economia mondiale. La responsabilità principale di tale crisi la portano la Commissione Ue, la Bce e il governo di Berlino, che, invece di mostrare una solidarietà concreta, fomentano ulteriormente questa crisi sul piano politico e finanziario (per ultimo con la non applicazione delle garanzie della Bce).

in Il Ponte, 28 Dicembre 2018

(Traduzione dal tedesco di Cesarina Branzi)

1 Si tratta della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», il giornale che per antonomasia si occupa in Germania di banche, borse, ecc., il giornale della Confindustria tedesca nonché del grande capitale, un po’ il corrispettivo tedesco del nostro «Sole-24 ore», ma si potrebbe aggiungere “al quadrato”. Anche altri giornali tedeschi si occupano di questioni economiche, come, per esempio, l’«Handelsblatt», ma nessun’altro ha il peso e l’autorevolezza della «Frankfurter Allgemeine Zeitung» (ndt).




Il Nobel per l’Economia 2018

Il Nobel per l’Economia 2018

Nobel Economia 2018

di Mitja Stefancic

Non è stata premiata una donna con il Nobel per l’Economia, come volevano le voci di corridoio negli ultimi giorni. Sarebbe stata appena la seconda volta, dopo Elinor Ostrom nel 2009, ma così non è stato. Sulle principali candiate elencate come possibili vincitrici di questo prestigioso riconoscimento (Esther Duflo, Anne Osborn Krueger, Claudia Goldin e Janet Currie) hanno prevalso gli americani William D. Nordhaus e Paul M. Romer, ottenendo il riconoscimento per i loro contributi sullo studio dei cambiamenti climatici, sull’innovazione tecnologica e la crescita endogena.

William Nordhaus (classe 1941) insegna economia alla Yale University ed è stato in passato consigliere economico sotto l’amministrazione di Jimmy Carter. Il lavoro di Nordhaus ha inciso in maniera significativa sulla ricerca sul rapporto tra economia, inquinamento e riscaldamento globale, anche attraverso l’uso di modelli di misurazione integrata come ad esempio «DICE» (Dynamic Integrated Climate-Economy Model), adoperati per un dato periodo anche dall’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente. Più giovane di lui, Paul Romer (classe 1955), insegna la stessa materia alla Stern School of Business di New York. Si dice che tra i pensatori che più hanno influenzato i suoi contributi vanno annoverati Joseph Schumpeter e Robert Solow. Romer è uno dei principali sostenitori della teoria della crescita endogena, secondo la quale la crescita economica si basa essenzialmente sulle dinamiche del progresso tecnologico.

In un mondo economico in cui le grandi idee sembrano essere tornate nuovamente in voga e al centro dei progetti di ricerca, Nordhaus e Romer hanno saputo distinguersi per aver approcciato il tema del cambiamento climatico da un punto di vista macroeconomico. L’annuncio dei vincitori del Nobel è stato dato lo stesso giorno in cui un Panel sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite ha reso pubblico un report che descrive i preoccupanti rischi derivanti dai cambiamenti climatici (scarsezza di cibo, incendi più frequenti causati dal riscaldamento globale, problemi di conservazione dell’ecosistema), rischi che potrebbero manifestarsi in maniera prepotente tra meno di vent’anni e mettere in seria crisi le idee di progresso coltivate nel corso degli ultimi decenni, perlomeno a livello economico e istituzionale.  Si tratta di semplice casualità?

William Nordhaus e Paul Romer sono due autori prolifici, due macroeconomisti frequentemente referenziati dagli altri colleghi, ciascuno a modo suo e nel campo economico di riferimento. Come si legge nella nota ufficiale, Nordhaus è stato insignito del premio Nobel per aver incluso i cambiamenti climatici nell’analisi macroeconomica di lungo periodo, mentre a Romer è stato riconosciuto il merito di aver saputo integrare le innovazioni tecnologiche nell’analisi macroeconomica. Se a Nordhaus si può attribuire soprattutto la capacità di aver evidenziato in modo convincente i problemi che hanno origine nell’emissione dei gas serra, a Romer si può dar atto di aver indicato nell’accumulazione di idee innovative una delle principali forze a sostegno della crescita economica nel lungo periodo, avendo dimostrato come certe forze economiche possano incoraggiare le imprese a produrre nuove idee e innovazioni.

Sorge spontaneo il quesito su come interpretare l’assegnazione del premio Nobel in questa duplice ottica. Non possiamo non trovarci di fronte a un senso di confusione, misto ad ambiguità. Da un lato l’assegnazione del Nobel per l’economia indica la volontà di rimettere al centro delle politiche economiche di tutti i paesi (non solo quelli avanzati) una riflessione su dove stiamo andando, su come definire ciò che è economicamente sostenibile e ciò che non lo è. Dall’altro lato sembra però che si dia un premio a due economisti che non mettono in discussione il modello sociale e produttivo basato sul perseguimento della crescita economica e che, dunque, tendono ad accettare il sistema di produzione attuale senza prenderne le distanze.

Se si volesse leggere tra le righe un messaggio più profondo nell’assegnazione del Nobel per l’economia, si potrebbe concludere che vi è una sempre maggior presa di coscienza sui danni che il sistema economico globale sta arrecando alla natura, all’ecosistema e, in definitiva alle stesse persone che il mondo lo abitano. Parafrasando Nordhaus (1993) potremmo dire che stiamo giocando d’azzardo con la natura e ce ne rendiamo perfettamente conto. Non vi è però il consenso politico necessario per chiedere una reale alternativa ai modelli di sviluppo economico basati sulla crescita e sull’innovazione tecnologica. Forse perché questo significherebbe una necessaria rivoluzione tout court, che al momento è inimmaginabile.