No al Fondo Salva-Stati se non cambia la logica europea

No al Fondo Salva-Stati se non cambia la logica europea

I governi europei stanno discutendo due importanti riforme ed entrambe, per come al momento sono strutturate, possono avere per l’Italia conseguenze molto gravi.

Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda l’European Stability Mechanism (Esm), il cosiddetto Fondo Salva-Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà. L’aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito.

Osserviamo che:

I parametri scelti sono tali da escludere a priori che l’Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l’altro a “un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento”: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro paese, ed è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari paesi che ne ha dimostrato l’assoluta inaffidabilità.

Se dunque l’Italia dovesse ricorrere all’Esm, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi.

Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread  costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare.

L’insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca e il presidente francese annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall’Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l’Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti.  Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l’impostazione che ha prevalso nell’Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le “riforme strutturali”, che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.

Inoltre l’Esm è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l’Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.

L’Esm è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.

La seconda riforma in discussione è il completamento dell’unione bancaria con l’istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l’Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all’Italia – e questo senza alcun margine di incertezza – una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari.  Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma dell’Esm e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.

A nostro parere l’Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma dell’Esm . L’obiezione che in questo modo il nostro paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l’Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d’altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default.

Al veto sull’Esm bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell’efficacia. I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L’Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.

Adesioni: Nicola Acocella (univ. Roma La Sapienza), Sergio Bruno (univ. Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (univ. Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D’Antoni (univ. Siena), Antonio Di Majo (univ. Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola superiore Sant’Anna), Sebastiano Fadda (univ. Roma 3), Maurizio Franzini (univ. Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (univ. Pavia), Mauro Gallegati (univ. Politecnica delle Marche), PierGiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta(univ. Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (univ. Bergamo), Stefano Lucarelli (univ Bergamo), Ugo Marani (univ Napoli l’Orientale), Massimiliano Mazzanti (univ. Ferrara), Domenico Mario Nuti (univ. Roma La Sapienza),  Ruggero Paladini (univ. Roma La Sapienza), Marco Veronese Passarella (University of Leeds), Gabriele Pastrello (univ. Trieste), Anna Pettini (univ. Firenze), Paolo Pini (univ. Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (univ. Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (univ. del Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant’Anna), Roberto Schiattarella (univ. Camerino), Alessandro Somma (univ. Roma La Sapienza), Antonella Stirati (univ. Roma 3), Leonello Tronti (univ. Roma 3), Andrea Ventura(univ. Firenze), Gennaro Zezza (univ. Cassino).




Il Nobel per l’economia? Conformista e prevedibile. Ecco perché bisognerebbe abolirlo (forse)

Il Nobel per l’economia? Conformista e prevedibile. Ecco perché bisognerebbe abolirlo (forse)

Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all’Università del Sannio spiega i retroscena e le critiche al premio economico più famoso al mondo nel suo libro “Il discorso del potere” (Il Saggiatore), in libreria dal 14 marzo. E ha previsto il nome del prossimo vincitore

Il premio Nobel per l’economia è come l’Oscar: tutti lo criticano ma ognuno sogna di vincerlo. Non esiste premio più controverso. L’economista più famoso del mondo, John Maynard Keynes non l’ha mai vinto, mentre un matematico come John Nash è riuscito ad aggiudicarselo nel 1994 per la sua “teoria dei giochi”. Può capitare che due avversari politici citino in un talk show economisti che l’hanno vinto per giustificare politiche economiche radicalmente opposte. Quasi tutti credono che vincere il premio Nobel dia il potere di cambiare il corso dell’economia, ma raramente queste teorie sono applicate dalla politica che le riscopre 15 o 20 anni dopo. E quando ogni autunno viene pubblicato il nome del vincitore sono in pochi a cercare le motivazioni della vittoria. Per questo Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all’Università del Sannio, ha scritto in collaborazione con Giacomo Bracci il libro “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’economia tra scienza, ideologia e politica” (Il Saggiatore) in libreria dal 14 marzo. Brancaccio da molti anni è protagonista di confronti serrati con i principali esponenti della dottrina economica prevalente, dall’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard all’ex premier Mario Montii. Il suo obiettivo è far conoscere i retroscena, le critiche e il meccanismo del premio economico più famoso al mondo.

Brancaccio, partiamo dalla provocazione contenuta nelle prime pagine del suo libro. Bisognerebbe abolire il premio Nobel?
L’idea di abolirlo non è certo nostra. Fin dalle sue origini il premio ha attirato polemiche e contestazioni. Addirittura lo stesso Alfred Nobel non aveva previsto questo premio nel suo testamento. E infatti i suoi discendenti protestarono quando fu istituito nel 1969 per volere della Banca di Svezia. Da allora negli anni ci sono stati moltI appelli per abolirlo. Per esempio nel 1976 quando Milton Friedman ricevette l’onorificenza, l’Accademia svedese delle scienze fu accusata di aver premiato un simpatizzante della sanguinaria dittatura di Augusto Pinochet. Oppure nel 1992 quando il premio venne assegnato a Gary Becker, si disse che il Nobel per l’economia onorava un propugnatore di teorie sessiste e misogine. È capitato che gli stessi vincitori proponessero di abolirlo. Friedrich von Hayek: temeva che i vincitori sarebbero stati considerati dei “guru” infallibili e che avrebbero avuto il potere d’influenzare la politica economica di interi Paesi.

Aveva ragione?
No. Da individualista libertario, Hayek sopravvalutava l’importanza dei singoli. In realtà il corso della politica economica è il risultato di processi storici complessi, condizionati da conflitti tra grandi gruppi sociali contrapposti. Le idee dei singoli economisti, vincitori o meno di Nobel, possono influenzarlo ben poco. Addirittura Gunnar Myrdal che lo vinse lo stesso anno di Von Hayek, il 1974, reputava l’economia una “scienza molle”, cioè troppo condizionata dai giudizi di valore e dagli orientamenti politici. Secondo lui il Nobel per l’economia rovinava la reputazione degli altri premi assegnati alle scienze cosiddette “dure”, come la fisica e la chimica.

Sono in molti a pensare come Myrdal che l’economia non possa essere una scienza paragonabile alla fisica o alla chimica.
Non sono d’accordo. L’economia è una scienza a tutti gli effetti, e distinguerla dalle cosiddette scienze “dure” è più difficile di quanto si immagini, come spieghiamo nel libro. Anche la fisica è stata condizionata dall’influenza dei giudizi di valore e dagli interessi politici. Un esempio su tutti è il caso di Galileo, che fece abiura della teoria copernicana eliocentrica per evitare la condanna di eresia della Chiesa cattolica. Così come la biologia: per anni la teoria della razza superiore fu un caposaldo ideologico del nazismo, e qualunque critica a essa veniva considerata un attacco al potere costituito.

Però molto spesso le previsioni degli economisti sono sbagliate. Nessuno aveva previsto la crisi economica del 2008.
Non è vero. Magari sono meno noti di altri, ma ci sono economisti che hanno predetto una grande recessione. Per esempio in Italia Paolo Sylos Labini fece considerazioni illuminanti pochi anni prima della crisi. In realtà le previsioni economiche non sono molto peggiori di quelle di alcune scienze naturali. Spesso i geologi non sanno prevedere quando ci sarà un terremoto o i meteorologi sbagliano le previsioni del giorno successivo, ma li riteniamo giustamente degli scienziati. L’eccezione è un’altra. A differenza delle altre scienze, l’economia crea “il discorso del potere”, ossia il linguaggio attraverso cui si formano le decisioni politiche. Questo puo’ rendere la scienza economica influenzabile dagli assetti di potere vigenti e dai loro meccanismi di riproduzione.

Quindi il Nobel per l’economia subisce l’influenza dalla politica?
Le assegnazioni del premio Nobel sono state piuttosto conservatrici. Finora è stato quasi sempre premiato soltanto il “mainstream”, ossia la teoria dominante di ispirazione neoclassica. Pur con alcune varianti tutti i vincitori sono accomunati da un’idea di fondo: in un mondo del tutto ipotetico, in cui non esistessero imperfezioni o asimmetrie, il libero gioco delle forze spontanee del mercato capitalistico condurrebbe a un equilibrio “ottimale”, caratterizzato dalla piena occupazione dei lavoratori e dall’uso più efficiente possibile delle risorse disponibili. Loro stessi riconoscono che questa è solo un’idealizzazione che non ha riscontro nella realtà. Però quell’equilibrio ottimale ipotetico condiziona le loro ricerche e le loro ricette di policy.

Però anche Joseph Stiglitz e Paul Krugman hanno vinto il Nobel per l’economia. Non mi sembrano così legati al mainstream.
Vero, da tempo criticano il liberismo estremo e sono a favore di forme di intervento pubblico nell’economia. Però guardate quando e perché hanno ricevuto il premio Nobel e noterete che hanno vinto per i loro primi contributi teorici, alcuni dei quali molto ortodossi e spesso piuttosto ostili alle politiche progressiste. Per esempio, Stiglitz è stato premiato anche per avere elaborato negli anni Ottanta una interpretazione del mercato del lavoro secondo cui i sussidi ai disoccupati e le tutele per i lavoratori creano disoccupazione e crisi. E Krugman è stato premiato anche per un suo contributo degli anni Settanta, che “scagionava” gli speculatori da ogni responsabilità sulle crisi valutarie. Secondo la sua analisi gli speculatori sono solo il sintomo di una malattia causata da politiche errate, e per questo è stata accolta con grande favore a Wall Street. Oggi Stiglitz e Krugman hanno cambiato idea. Ma avrebbero vinto il Nobel se avessero portato avanti queste tesi fin dall’inizio delle loro carriere? Il dubbio ci pare lecito.

Lei sembra molto critico verso la teoria neoclassica dominante.
Non sempre. Alcuni contributi neoclassici hanno fatto avanzare la scienza economica nel suo complesso. Però per capire come funziona in generale il capitalismo contemporaneo serve un approccio alternativo. Alcuni la chiamano “teoria monetaria della produzione”, parte dalle opere di Marx, passa per le intuizioni di Keynes e i contributi di Piero Sraffa. Anche il premio Nobel Wassily Leontief rientra in questo paradigma alternativo. Però anche Leontief ottenne il Nobel solo dopo avere attenuato il potenziale sovversivo della sua teoria. Dichiarò persino un falso conclamato, e cioè che il suo approccio poteva esser considerato una mera variante della teoria neoclassica prevalente. Un’abiura che gli spianò la strada per il premio.

Facciamo un esempio concreto per capire la differenza tra le due teorie.
Prendiamo le politiche di flessibilità del mercato del lavoro, quelle che riducono le tutele contro i licenziamenti e la durata dei contratti, e che sono state portate avanti per molti anni un po’ in tutto il mondo, inclusa l’Italia. Secondo la teoria neoclassica, queste politiche liberano le forze spontanee del mercato e in tal modo dovrebbero determinare un aumento dell’occupazione. Il problema è che i dati non confermano questa tesi: l’hanno ammesso persino istituzioni da sempre favorevoli alla flessibilità, come la Banca Mondiale, l’Ocse e il Fondo monetario internazionale. Anzi i dati indicano che le politiche di flessibilità del lavoro riducono la quota di reddito che va ai salari. Non creano efficienza ma disuguaglianza. Questi risultati empirici contrastano la teoria neoclassica e sono invece pienamente compatibili con l’approccio alternativo

Ma allora perché si continua a dare il Nobel al paradigma neoclassico?
Perché la scienza economica è sensibile al potere costituito ed è difficile cambiare sistema. La storia della ricerca economica è segnata da veri confronti tra i diversi paradigmi scientifici solo quando ci sono stati grandi conflitti sociali e politici. Vanno di pari passo.

Siamo in una di queste fasi?
No. C’è grande contesa tra liberismo globalista e un sovranismo xenofobo. Ma è solo una disputa tra due forme diverse di conservatorismo. Siamo ancora lontani dalle grandi dispute fra paradigmi alternativi, come quelle degli anni Trenta o del secondo dopoguerra.

Se la teoria è sempre la stessa si può prevedere il vincitore del prossimo Nobel per l’economia?
Più o meno. Guardiamo gli indici bibliometrici, che pesano il valore di ciascuno studioso in base al numero di citazioni che i suoi studi hanno ricevuto dai suoi colleghi. Nel libro facciamo notare che questa sorta di “Nobelmetria” sembra in grado di prevedere i vincitori futuri del premio meglio di quanto riesca a fare riguardo ai Nobel delle altre scienze. Questoci fa capire che nella scienza economica c’è più conformismo: si premia solo chi ha già una posizione molto consolidata in accademia.

Facciamo un nome.
Nel libro riportiamo una celebre classifica di potenziali vincitori futuri calcolata in base a quella che definiamo “nobelmetria”. Tutti mainstream, ovviamente. Uno dei più papabili secondo me è Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale perché è una figura interessante. Pur restando nei confini della teoria dominante, ha ammesso che per fare evolvere la scienza economica bisogna guardare anche agli approcci concorrenti.

Dico io quello che non può dire lei. L’accademia è diventata così conformista da scoraggiare gli economisti a pensare fuori dagli schemi della teoria dominante?
Essere outsider in accademia e’ sempre stato difficile, in tutti i settori. Ma oggi l’ostracismo verso il pensiero economico critico puo’ esser considerato “scandaloso”. Lo ha detto Luigi Pasinetti, un grande studioso italiano. Nel libro ricordiamo che un altro premio Nobel, Jean Tirole, qualche anno fa tentò in gran segreto di persuadere la ministra francese dell’università a negare ogni legittimità alle scuole di pensiero economico alternative. Queste chiusure non aiutano la competizione tra paradigmi. Eppure, come ci ricorda Imre Lakatos, solo la competizione delle idee determina il progresso scientifico.

Quindi un economista molto citato dai nostri politici come John Maynard Keynes, ispiratore del moderno intervento pubblico nell’economia, oggi non vincerebbe il Nobel.
Probabilmente no. In realtà ha vinto la Medaglia Söderström nel 1939, l’onorificenza conferita dall’Accademia svedese prima che il premio Nobel venisse istituito. Ma erano altri tempi. Quell’epoca lo rendeva possibile perché c’era spazio per un pensiero critico dell’economia. C’era un grande scontro tra capitalismo e socialismo, e il pensiero di Keynes in un certo senso si proponeva come un complicato tentativo di sintesi tra le due opposte concezioni della vita sociale.

Parliamo dei vincitori del Nobel. Qual è stato il più immeritato?
Quello a Edward Prescott, del 2004, ha suscitato molte polemiche. Nel libro ricordiamo che dalle sue teorie si possono trarre tesi alquanto bizzare, come ad esempio quella secondo cui la Grande Depressione degli anni 30 non fu provocata da un crollo della domanda di merci ma semplicemente da un cambiamento tecnico che potrebbe avere indotto i lavoratori ad abbandonare le loro occupazioni in attesa di tempi migliori. La disoccupazione, in quest’ottica, viene vista come un fenomeno puramente volontario. Una teoria un po’ folle, che tuttavia negli anni passati ha avuto un notevole seguito, accademico e politico.

Anche Franco Modigliani, l’unico italiano ad averlo vinto, nel 1985?
Modigliani è stato un economista ambivalente. La sua “sintesi neoclassica”, ovvero l’interpretazione neoclassica della teoria keynesiana e ha rappresentato dal dopoguerra agli anni Sessante il mainstream teorico e politico. Anche lui però ha avuto luci e ombre. Criticò le dottrine liberiste e per questo fu un convinto sostenitore dell’uso delle politiche keynesiane di gestione della domanda per raggiungere la piena occupazione. Ma fu anche ostile alle rivendicazioni dei lavoratori. Secondo lui il sindacato doveva contenere le istanze sociali, per garantire una dinamica dei salari compatibile con le decisioni di politica monetaria della banca centrale. Una posizione teoricamente discutibile, che in ogni caso gli creò non pochi problemi negli anni caldi del conflitto sociale in Italia.

E cosa ne pensa dell’ultimo vincitore del Nobel: Paul Romer?
Nel libro parliamo anche di lui. Sul piano teorico, Romer ha fornito contributi interessanti in tema di rapporti tra cambiamento tecnologico e sviluppo economico. Ma le sue proposte politiche sono alquanto discutibili. Durante la crisi dell’eurozona, sostenne che l’unico modo per superare le inefficienze e sconfiggere la corruzione in Grecia fosse consegnare l’amministrazione dello Stato alla troika, ovvero gli emissari di Banca centrale europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione europea. Oppure qualche anno prima propose al Madagascar di vendere un intero pezzo dell’isola alla corporation sudcoreana Daewoo, per tentare di aumentare l’efficienza della produzione agricola. Qualcuno l’ha definita una forma raffinata di colonialismo. A riprova che dai Nobel per l’economia possono scaturire idee geniali e realmente innovative, ma anche ricette retrograde e piuttosto pericolose.

in LINKIESTA 9 marzo 2019

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Giorgio Lunghini 1938-2018

Giorgio Lunghini 1938-2018

La scomparsa di Giorgio Lunghini mi ha rattristato moltissimo, come è già successo pochissimo tempo fa con il decesso di Aris Accornero. Sono figure centrali del pensiero progressista italiano nel campo delle discipline sociali. Nell’ambito economico tale pensiero, sviluppatosi dopo la Liberazione, si è rivelato essere decisamente il più avanzato d’Europa e tra i più innovatori nel mondo intero. Mi riferisco a persone come Paolo Sylos Labini (1920-2005), Luigi Pasinetti (1930-) Claudio Napoleoni (1924-1988), Federico Caffè (1914-1987 anno della sua misteriosa sparizione), Augusto Graziani (1933-2014), Marcello De Cecco (1939-2016), Pierangelo Garegnani (1930-2011), Sergio Steve (2015-2006), Pasquale Saraceno (1903-1991), Siro Lombardini (1924-2013). Prese nel loro insieme queste persone hanno prodotto dei pensieri non dogmatici, rigorosi, poliedrici, articolati, differenti ma non necessariamente incompatibili tra di loro. Il conformismo dilagante dalla fine degli anni 80 del secolo scorso e la normalizzazione accelerata del pensiero economico accademico ha comportato una rapida marginalizzazione delle idee di questi grandi intellettuali man mano che raggiungevano l’età pensionabile.

Giorgio Lunghini, che con mio grande dispiacere si aggiunge all’elenco degli scomparsi, è stato un intellettuale che le suddette idee ha coltivato e contribuito ad arricchire con le proprie elaborazioni. Non ho mai conosciuto Lunghini di persona ma ho letto e studiato la maggioranza dei suoi scritti. Aveva un modo estremamente raffinato ed elegante di pensare, di porre i problemi. Riusciva a fondere l’ottica analitica con un approccio basato sulla storia del pensiero economico e sulla sottigliezza ed intelligenza interpretativa che nasceva dalla conoscenza culturale del contesto in cui si situavano gli autori e le scuole di pensiero. Ne scaturivano dei ragionamenti molto smussati e contemporaneamente saldamente inseriti in un ampio retroterra storico-teorico. Ciò portava Lunghini – le cui radici culturali affondavano nel pensiero classico e marxiano e nell’importanza di quello keynesiano per la politica economica – a non collocarsi, giustamente, in alcuno dei campi chiesastici e settari in cui spesso si suddividono gli economisti detti eterodossi.

Incontrai i lavori di Lunghini nel 1971 allorché apparse per le edizioni de il Mulino il volume Valore, prezzi e equilibrio generale da lui curato. Lunghini effettuò una scelta molto accurata dei testi classici. Il libro rimane ancor oggi, sia in Italia che altrove, una delle migliori antologie su temi afferenti alle caratteristiche fondamentali delle teorie economiche. Mi rimase impressa l’introduzione in cui, oltre ad enunciare molto chiaramente il nesso tra le caratteristiche analitiche delle teorie e le loro radici filosofiche, Lunghini argomentava che i manuali servono solo come riferimenti sintetici ma che lo studio vero e proprio deve avvenire sui testi originali. Nei miei 40 anni di docenza universitaria (effettuati all’estero) ho fatto tesoro del metodo di Lunghini cercando di limitare al massimo l’uso della manualistica. Quel libro ebbe per me una funzione propedeutica in quanto costituì un’ottima preparazione per poi studiare un’importante raccolta di saggi di autori italiani contemporanei, anch’essa incentrata su temi fondamentali e connessi a quelli affrontati nella curatela di Lunghini. Si trattava del volume Prezzi relativi e distribuzione del reddito curato da Paolo Sylos Labini che uscì qualche anno dopo nel 1973 per i tipi della Boringhieri; nell’arco dello stesso decennio, nel 1977, Lunghini pubblicò un gran bel libro per la Feltrinelli: La crisi dell’economia politica e la teoria del valore.

Il rapporto tra politica e teoria economica è stato un elemento centrale del pensiero e degli interventi di Giorgio Lunghini. Egli organizzò in proposito il convegno “Scelte politiche e teorie economiche in Italia (1945-1978)” di cui curò gli atti e scrisse l’introduzione per la casa editrice Einaudi che li stampò nel 1981. Fu un convegno importante, anche con un certo psicodramma, che avrebbe potuto, nel corso degli anni Ottanta, aprire un nuovo filone di riflessione sul rapporto tra politica ed economia in base all’esperienza italiana con una valenza quantomeno europea. Ben diversa però avrebbe dovuto essere l’atmosfera politico-culturale che invece, già allora, si andava rapidamente degradando. Durante i quasi due decenni che intercorrono tra il 1991 e lo scoppio della crisi nel 2007 persi il contatto con le pubblicazioni di Lunghini, sostanzialmente a causa della distanza che rendeva i suoi scritti difficilmente accessibili. Dal 2008 ho avuto il modo di apprezzare i suoi contributi resi raggiungibili grazie alle mutate condizioni tecnologiche riguardo le comunicazioni. Pertanto propongo ai lettori, come atto di commiato, un suo intervento, che mi sembra sia del 2011, trasmesso e video-registrato da Rai-cultura.

http://www.economia.rai.it/articoli/giorgio-lunghini-il-sistema-capitalistico-nella-crisi/16008/default.aspx

Joseph Halevi
joseph.halevi@gmail.com

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Crisi italiana in arrivo o minaccia di una seconda crisi dell’Euro

Crisi italiana in arrivo o minaccia di una seconda crisi dell’Euro

pierre moscovici                     

    di Winfried Wolf

I titoloni dei giornali di questi giorni suonano Il debito italiano allarma la Ue – cosí la «Sueddeutsche Zeitung» del 19 ottobre, già in prima pagina. Esperti finanziari avanzano argomentazioni offensive nei confronti di Roma; Clemens Fuest, presidente dell’«Istituto Ifo» di Monaco parla sull’«Handelsblatt» del 14 ottobre del paziente italiano, e si dichiara favorevole «all’isolamento finanziario dell’Italia». Si tratterebbe ora di «mantenere la stabilità finanziaria almeno nel resto dell’Europa in caso di fallimento dello Stato italiano». E il commissario Ue, Pierre Moscovici, agisce in maniera estremamente aggressiva: il 19 ottobre indirizzava al governo italiano una “lettera di fuoco” in cui sosteneva che Roma avrebbe «trasgredito le regole della Ue sul debito in una misura mai precedentemente verificatasi».

Sono solo stupidaggini e al tempo stesso creazione di panico, che può effettivamente condurre a un panico finanziario. È pur vero che il debito pubblico italiano è alto. Commisurato al Pil segna il 130% (o anche: l’intero debito pubblico italiano è di un buon 30% maggiore del Pil attuale del paese). È anche esatto che l’Ue aveva concordato per questa quota di debito un limite del 60%. Eppure tale asticella viene abbattuta da quasi tutti i paesi dell’eurozona, recentemente perfino dalla Germania. E, soprattutto, ci sono grandi paesi dell’Ue, come la Francia e la Spagna, il cui debito è ormai arrivato al 100% del Pil e che, dunque, al presente cozzano contro il “criterio Maastricht”. Se si osserva il grafico dell’evoluzione delle quote di debito, appaiono chiare tre cose: 1) nel 2006 – prima della grande crisi – c’era una differenza tra i paesi piú indebitati e quelli che lo erano di meno che di solito si aggirava sui 35 punti percentuali; le quote di indebitamento dei paesi meno indebitati si aggiravano sul 60-70% (nel caso della Spagna perfino del 40%); quelle dei paesi piú indebitati, Italia e Grecia, avevano una quota vicina al 100%. Oggi questa differenza è di circa 40 punti percentuali.

2) C’è stato un aumento irregolare delle quote di debito nel corso della crisi economica mondiale 2008-2010 che riguardò pressoché tutti i paesi dell’Ue. Ciò si spiega con il fatto che fu impiegato su larga scala denaro pubblico per la salvezza delle banche. A causa di un settore finanziario privato altamente indebitato, paesi membri dell’Ue divennero a loro volta altamente indebitati (e sdebitate banche che rimasero private e che ora fanno girare nuovamente una ruota gigantesca della speculazione).

3) Negli ultimi cinque anni solo pochi paesi dell’eurozona sono stati in grado di ridurre la loro quota di debito. Questo è stato possibile in una certa misura all’Austria. Ed è stato reso possibile in tutta evidenza al governo tedesco. Si tratta qui di paesi a forte esportazione, di Stati con chiare eccedenze di bilancio delle partite correnti; questi paesi si possono anche definire “centro” dell’eurozona. Nel contempo, comunque, le quote di debito sono continuate a salire in molti altri paesi dell’eurozona – cioè nella periferia. In misura estrema nel caso della Grecia, dove frattanto fu raggiunta una quota di oltre il 180%; nel caso dell’Italia con un già citato 130%; in Spagna dove fu superato il 100% e che attualmente sfiora il 100%. Ma anche in Francia, dove nel frattempo è stato superato il limite del 100%.

Ora, una quota di debito del 100 o del 130% rappresenta sicuramente un aggravio enorme per l’economia. In conclusione, il paese in questione e i contribuenti di tale paese devono pagare anno per anno il carico degli interessi per tale debito. E con ciò gli interessi vengono pagati in gran parte alle banche, che erano già state salvate dai contribuenti e il cui salvataggio ha determinato in buona misura l’esplosione del debito statale. Che debiti del livello menzionato “non” siano sostenibili non è comunque una tesi solida. La quota del debito giapponese, per esempio, ammonta al momento al 236%. C’è una serie di fattori specifici che vanno considerati nella valutazione della “sostenibilità” di uno dato carico debitorio. Adesso la Commissione Ue, e il suo commissario alla finanza Moscoviti, sostengono che il nuovo indebitamento pianificato dal governo italiano per l’anno 2019 per l’ammontare del 2,4% del Pil rappresenterebbe una «trasgressione delle regole sul debito in una misura mai verificatasi». Questo è falso. Anzi è un’insolenza se a pronunciarla è un uomo che negli anni 2012-2014 è stato ministro francese delle Finanze e con ciò corresponsabile del fatto che allora Parigi – in tempi di relativa crescita economica – sforò da sovranista i limiti del deficit. Consideriamo ora l’evoluzione del deficit di alcuni paesi dell’eurozona nell’ultimo decennio (vedi tabella). Ci sono stati, in tutti i paesi qui elencati anche in quella perla, nonché campione di risparmio, che è la Germania –, anni nei quali il limite del 3% venne nettamente superato. Ci sono stati anni nei quali singoli paesi presentavano un deficit doppio e anche triplo di quanto ufficialmente consentito (nel 2010 il Portogallo con l’11,2% e nel 2014 con il 7,2%; nel 2009 la Spagna con l’11%; sempre nel 2009 la Francia con il 7,2%). Una parte di questi paesi – Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro – venne anche punita dall’Ue; e allora arrivò la Troika e impose a questi paesi brutali programmi di demolizione sociale – definiti subdolamente «riforme» e «programmi di risparmio». Ora c’è in particolare un paese che per un decennio ha sovranamente ignorato il supposto massimale limite del deficit – la Francia: negli anni dal 2006 al 2016 il deficit del bilancio francese era sempre oltre il 3%. E cosí continuò a salire anche la quota di debito della Francia, nel 2008 circa del 75% nel frattempo al 100%. E qui non ci fu alcuna lettera infuocata, alcun procedimento aggressivo della Commissione Ue e neppure alcun attacco aperto da parte del governo tedesco. Anzi, la Cancelliera tedesca si vide in stretto rapporto con ciascuno dei presidenti francesi, si trattasse di Nicolas Sarkozy (2007-2012) o di François Hollande (2012-2017) o di Emmanuel Macron (dal 2017).

Un decennio di deficit di bilancio in percentuale del Pil in Germania, Francia, Italia, Spagna e Portogallo (2008-2018)

E che se ne fanno quegli scervellati di italiani di questi nuovi debiti? Costruiscono forse un costosissimo aeroporto come il Ber? O una “filarmonica sul Tevere” sul tipo della «Filarmonica dell’Elba» ad Amburgo? O forse una Milano 21 – cioè una stazione sotterranea milanese, come è avvenuto nell’area tedesca di Sud-Ovest?

Niente di tutto questo. Quel che è piú intrigante degli attacchi attuali da parte dell’Ue nei confronti del governo italiano è che le misure che questo governo intende finanziare, con esborsi statali piuttosto consistenti, riguardano progetti di buon senso sotto un profilo sociale. Si è pianificato anzitutto: 1) un modesto reddito di base per 6,5 milioni di poveri; 2) una piccola riduzione dell’età pensionabile per un gruppo di pochi benestanti; 3) una riduzione delle tasse per 400.000 piccole e piccolissime imprese.

Il governo italiano di Lega e M5S è senza dubbio un governo contraddittorio, che in molti ambiti pratica una politica reazionaria. Le misure assunte nei confronti dei profughi sono razziste e disumane. Eppure su questo terreno non c’è stata alcuna critica da parte della Commissione europea o del governo tedesco. Il ministro dell’Interno tedesco, Seehofer, è addirittura interiormente affine al reazionario ministro degli Interni italiano Salvini.

E in Alto Adige, dopo le elezioni regionali, c’è una situazione in cui la Sudtiroler Volkspartei strettamente connessa col governo di Vienna – intende stipulare a Bolzano un patto con la Lega. È anche interessante quel che qui da noi viene concretamente criticato nei progetti del governo italiano. In proposito sul «Giornale della borsa» («Boersen-Zeitung», 25.08.2018)1, sotto il titolo La voglia di fallimento dell’Italia, si legge come sia spiacevole «la minaccia del ritiro della licenza alla società di infrastrutture Atlantia». Si tratta della società che gestisce autostrade controllata da Benetton che porta una responsabilità determinante per il crollo del ponte di Genova.

Piú oltre si sostiene: «a Roma non importa né dei contratti né delle regole. La costruzione della tratta ferroviaria ad alta velocità tra Lione e Torino, un progetto europeo, già ultimato per metà, è all’esame. […] Non c’è da meravigliarsi se i mercati finanziari perdono la fiducia nel paese».

Si tratta qui di un collegamento ad alta velocità con un tunnel lungo piú di 50 km. i cui costi esplodono, e che è del tutto inutile e insensato. Da molti decenni esiste un collegamento ferroviario tra le due città che è utilizzato meno del 50% e che potrebbe essere modernizzato con una piccola parte del denaro sperperato per il nuovo tratto ad alta velocità. Il menzionato grande progetto “europeo” fa parte di quell’insieme che le nostre amiche e i nostri amici italiani definiscono «grandi opere inutili». Ed è effettivamente una macchina mangiasoldi del tipo della Stoccarda 21.

Bilancio. Tra l’Italia e la Ue si sta addensando una grave crisi politica, che potrebbe superare quella greca del 2015. Questa crisi può evolvere apertamente in crisi finanziaria, il che potrà poi condurre a uno scontro in tutta l’eurozona e diventare, allora, di rilevante importanza per l’economia mondiale. La responsabilità principale di tale crisi la portano la Commissione Ue, la Bce e il governo di Berlino, che, invece di mostrare una solidarietà concreta, fomentano ulteriormente questa crisi sul piano politico e finanziario (per ultimo con la non applicazione delle garanzie della Bce).

in Il Ponte, 28 Dicembre 2018

(Traduzione dal tedesco di Cesarina Branzi)

1 Si tratta della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», il giornale che per antonomasia si occupa in Germania di banche, borse, ecc., il giornale della Confindustria tedesca nonché del grande capitale, un po’ il corrispettivo tedesco del nostro «Sole-24 ore», ma si potrebbe aggiungere “al quadrato”. Anche altri giornali tedeschi si occupano di questioni economiche, come, per esempio, l’«Handelsblatt», ma nessun’altro ha il peso e l’autorevolezza della «Frankfurter Allgemeine Zeitung» (ndt).




Il Nobel per l’Economia 2018

Il Nobel per l’Economia 2018

Nobel Economia 2018

di Mitja Stefancic

Non è stata premiata una donna con il Nobel per l’Economia, come volevano le voci di corridoio negli ultimi giorni. Sarebbe stata appena la seconda volta, dopo Elinor Ostrom nel 2009, ma così non è stato. Sulle principali candiate elencate come possibili vincitrici di questo prestigioso riconoscimento (Esther Duflo, Anne Osborn Krueger, Claudia Goldin e Janet Currie) hanno prevalso gli americani William D. Nordhaus e Paul M. Romer, ottenendo il riconoscimento per i loro contributi sullo studio dei cambiamenti climatici, sull’innovazione tecnologica e la crescita endogena.

William Nordhaus (classe 1941) insegna economia alla Yale University ed è stato in passato consigliere economico sotto l’amministrazione di Jimmy Carter. Il lavoro di Nordhaus ha inciso in maniera significativa sulla ricerca sul rapporto tra economia, inquinamento e riscaldamento globale, anche attraverso l’uso di modelli di misurazione integrata come ad esempio «DICE» (Dynamic Integrated Climate-Economy Model), adoperati per un dato periodo anche dall’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente. Più giovane di lui, Paul Romer (classe 1955), insegna la stessa materia alla Stern School of Business di New York. Si dice che tra i pensatori che più hanno influenzato i suoi contributi vanno annoverati Joseph Schumpeter e Robert Solow. Romer è uno dei principali sostenitori della teoria della crescita endogena, secondo la quale la crescita economica si basa essenzialmente sulle dinamiche del progresso tecnologico.

In un mondo economico in cui le grandi idee sembrano essere tornate nuovamente in voga e al centro dei progetti di ricerca, Nordhaus e Romer hanno saputo distinguersi per aver approcciato il tema del cambiamento climatico da un punto di vista macroeconomico. L’annuncio dei vincitori del Nobel è stato dato lo stesso giorno in cui un Panel sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite ha reso pubblico un report che descrive i preoccupanti rischi derivanti dai cambiamenti climatici (scarsezza di cibo, incendi più frequenti causati dal riscaldamento globale, problemi di conservazione dell’ecosistema), rischi che potrebbero manifestarsi in maniera prepotente tra meno di vent’anni e mettere in seria crisi le idee di progresso coltivate nel corso degli ultimi decenni, perlomeno a livello economico e istituzionale.  Si tratta di semplice casualità?

William Nordhaus e Paul Romer sono due autori prolifici, due macroeconomisti frequentemente referenziati dagli altri colleghi, ciascuno a modo suo e nel campo economico di riferimento. Come si legge nella nota ufficiale, Nordhaus è stato insignito del premio Nobel per aver incluso i cambiamenti climatici nell’analisi macroeconomica di lungo periodo, mentre a Romer è stato riconosciuto il merito di aver saputo integrare le innovazioni tecnologiche nell’analisi macroeconomica. Se a Nordhaus si può attribuire soprattutto la capacità di aver evidenziato in modo convincente i problemi che hanno origine nell’emissione dei gas serra, a Romer si può dar atto di aver indicato nell’accumulazione di idee innovative una delle principali forze a sostegno della crescita economica nel lungo periodo, avendo dimostrato come certe forze economiche possano incoraggiare le imprese a produrre nuove idee e innovazioni.

Sorge spontaneo il quesito su come interpretare l’assegnazione del premio Nobel in questa duplice ottica. Non possiamo non trovarci di fronte a un senso di confusione, misto ad ambiguità. Da un lato l’assegnazione del Nobel per l’economia indica la volontà di rimettere al centro delle politiche economiche di tutti i paesi (non solo quelli avanzati) una riflessione su dove stiamo andando, su come definire ciò che è economicamente sostenibile e ciò che non lo è. Dall’altro lato sembra però che si dia un premio a due economisti che non mettono in discussione il modello sociale e produttivo basato sul perseguimento della crescita economica e che, dunque, tendono ad accettare il sistema di produzione attuale senza prenderne le distanze.

Se si volesse leggere tra le righe un messaggio più profondo nell’assegnazione del Nobel per l’economia, si potrebbe concludere che vi è una sempre maggior presa di coscienza sui danni che il sistema economico globale sta arrecando alla natura, all’ecosistema e, in definitiva alle stesse persone che il mondo lo abitano. Parafrasando Nordhaus (1993) potremmo dire che stiamo giocando d’azzardo con la natura e ce ne rendiamo perfettamente conto. Non vi è però il consenso politico necessario per chiedere una reale alternativa ai modelli di sviluppo economico basati sulla crescita e sull’innovazione tecnologica. Forse perché questo significherebbe una necessaria rivoluzione tout court, che al momento è inimmaginabile.




Sovranismo e nazionalismo

Sovranismo e nazionalismo

Sovranismodi Luca Michelini

Se avessimo una stampa degna del nome, potremmo conoscere la situazione politica e sociale francese. Purtroppo non è così e stentiamo perfino a capire la situazione del nostro paese, che ogni volta, infatti, consegna sorprese politiche di ogni genere. Se avessimo, poi, investimenti pubblici nell’istruzione pubblica di ogni grado e livello degni del nome, anche la capacità di lettura e di governo della realtà sarebbe ben maggiore di quella attuale. Stante la situazione disastrosa nella quale viviamo, non possiamo che dare il peso appropriato alla televisione pubblica e privata, che ancora esercita un’influenza notevole sui costumi anche politici della nazione.

Ebbene, una rinnovata Rete 4, cioè quella rete che ora Berlusconi ha deciso di distaccare dal leghismo montante per proporre un più moderato liberalismo, ha trasmesso (il 9 ottobre) un’interessante intervista e confronto politico-giornalistico con Marine Le Pen. Ad affrontarla c’era un aggressivo Bersani e altri giornalisti, anch’essi più o meno antinazionalisti e antisovranisti.

La prima cosa che colpisce ascoltando la Le Pen è la sua caratura politico-intellettuale: ben diversa e senz’altro superiore a quella dei politici italiani, anche di quelli che con lei vorrebbero allearsi. Non ha avuto alcun timore del confronto, che è stato libero e sereno, e ha sempre argomentato con precisione e calma, alla fine avendo la meglio di interlocutori che partivano già dalla presunzione di avere comunque la ragione dalla loro parte.

Uno dei concetti che ha espresso Bersani è che il sovranismo in effetti è nazionalismo, il che ha una pesante responsabilità storica, quella di aver portato per secoli la guerra sul suolo europeo. Sono ormai numerosi i politici italiani che si aggrappano a questo tipo di ragionamento. Anche Cuperlo lo propone all’interno del Pd.

Naturalmente, ha avuto facile gioco la Le Pen nel sottolineare come sia proprio questa Europa a sollevare i conflitti interstatali, come comprova il caso greco. E a questo proposito potremmo aggiungere il caso molto significativo del conflitto franco-italiano sulla Libia (e non solo, invero), che nulla ha a che vedere con i sovranisti in senso stretto, ma anzi ha avuto fautori francesi che a parole si dicevano, e si dicono, europeisti e pacifisti.

La Le Pen ha poi sottolineato come sia questo tipo di Europa che sta portando la guerra sociale al proprio interno. La Le Pen, insomma, è contro le politiche di “austerità”, un termine che ha utilizzato esplicitamente. Sentirsi dire da persone che per anni hanno avuto in mano le sorti del paese e dell’Europa, cioè sentirsi dire da Bersani, che solo un’Europa politica può essere la soluzione alla crisi europea attuale, fa veramente male. Infatti è stato il neoliberismo di sinistra italiano a promuovere questo tipo di Europa, trovando ascolto in altrettanti liberismi-di-sinistra europei; salvo poi accorgersi, quando era troppo tardi, che questo tipo di Europa provocava una destabilizzazione economica pericolosissima, sia sul piano sociale sia su quello politico. E a certificarlo non sono difficili letture intellettuali, ma lo spuntare dirompente in termini elettorali in tutta Europa di forti partiti sovranisti.

E sentire Bersani affermare, contro la Le Pen che stigmatizza il fenomeno incontrollato dell’immigrazione, che è una fortuna che ci siano gli immigrati, altrimenti nessun italiano andrebbe a lavorare negli altoforni, fa ancora più male: perché significa avere proprio una certa idea neoliberista del mercato, e di quello del lavoro in modo particolare. Perché una sinistra che si rispetti dovrebbe avere a cuore, cioè avere come fondamentale obiettivo, che il lavoro negli altoforni cessi di essere un lavoro abbruttente, destinato per forze di cose agli ultimi dell’umanità. Non può che venire in mente, a questo proposito, la penosa situazione dell’acciaieria di Taranto, incancrenitasi proprio sotto gli occhi del vario neoliberismo italiano, del resto all’origine della sua privatizzazione. Mi domando: siamo diventati a tal punto filocapitalisti e liberalborghesi di “primo Ottocento”, da riempirci la bocca sul progresso tecnologico solo quando si tratta di investimenti 4.0 da scontare fiscalmente? Ben vengano le badanti italiane, dice Bersani, sol che ci fossero: è dunque questo il modello sociale della cosiddetta sinistra? Fermare l’emigrazione è come fermare l’acqua con le mani, dice Bersani: e dunque non rimane che appiattirsi, assecondando, o al massimo smorzando in dosi omeopatiche, le semovenze oggettive e naturali del capitalismo mondiale attuale, che a modello ha preso le semovenze del capitalismo inglese di primo Ottocento? E, del resto, basta aggirarsi per le cittadelle che avrebbero dovuto rappresentare i modelli della socialdemocrazia italiana (Livorno, Bologna, Rimini e tante altre città) per accorgersi come in effetti un tentativo di creare una società almeno un po’ diversa da quella del capitalismo più selvaggio sia sostanzialmente fallita, forse addirittura mai nemmeno tentata. Un giorno vi sarà chi studierà i discorsi di Bersani e si accorgerà che la sua quasi totale incomprensibilità, fatta di immagini, di non detti, di tutta una serie di contorsioni linguistiche e fisiche e metaforiche, sta semplicemente a significare la perdita totale di una anche minima filosofia sociale e della storia.

Ma ciò che ritengo sia più importante sottolineare è un altro aspetto del dibattito odierno tra sovranisti e antisovranisti. Un aspetto ben messo in luce dalla Le Pen. Gli antisovranisti oggi dicono che il sovranismo è nazionalismo e dunque, in ultima analisi, bellicismo interstatale. Già ho detto del caso francese, ma forse si potrebbe ricordare anche il caso di Tony Blair, il padre del neoliberismo di sinistra, che ha portato il suo paese in una guerra che – lo ha dovuto ammettere – non aveva alcuna ragione democratica. Nulla dicono, invece, gli antinazionalisti a proposito del modello sociale di riferimento di questi sovranisti. L’unica cosa a cui accennano è la xenofobia e l’immigrazione, che lascia trasparire chiare semovenze autoritarie.

Ora ciò che distingue il sovranismo dal nazionalismo classico è il suo appello a favore alla democrazia rappresentativa. Sovranismo significa appunto ritorno alla sovranità degli Stati rappresentativi. L’avversario, se non il nemico da abbattere, ora sono le istituzioni sovranazionali, quelle europee, quelle finanziarie e forse industriali, che per proprio esclusivo tornaconto vogliono andare contro la sovranità popolare e le politiche degli Stati sovrani.

È bene ricordarsi che il nazionalismo, soprattutto quello italiano che innervò il fascismo, che a sua volta era una dottrina e una politica di portata europea e mondiale, era antidemocratico: temeva la democrazia rappresentativa, le masse organizzate, riteneva l’estensione del suffragio il veicolo principale della rivoluzione sociale e socialista. Solo lentamente, e non prima di aver distrutto sul piano sociale e squadristico-militare la democrazia e il movimento operaio, il nazionalismo ha imparato che le masse potevano essere inserite in uno Stato gerarchico e tendenzialmente totalitario. Fin da subito, del resto, questo nazionalismo ebbe una componente di sinistra, sindacale, talvolta anche eversiva e destinata ad alzare la testa nei momenti più drammatici della storia. Solo lentamente il nazionalismo si accorse che le masse potevano portarlo al potere grazie alle istituzioni democratiche, come in Germania.

Oggi il sovranismo non bisogno di portare un attacco profondo alle pratiche della democrazia. E il motivo è assai semplice, anche se tragico: queste pratiche sono state in gran parte minate e fatte a pezzi dai vari neoliberismi che si sono alternati al potere in Europa. Oggi, poi, il mondo del lavoro non rappresenta più alcun pericolo sociale-rivoluzionario, tanto meno riformatore. Un tempo il problema dei nazionalisti era quello di incanalare in modo autoritario le organizzazioni dei lavoratori. E questo proprio in virtù delle politiche svolte dalla cosiddetta sinistra. Oggi, addirittura, il mondo del lavoro deve sentirsi difendere proprio dalla destra sovranista, assai meno timida della sinistra nell’abbozzare qualche provvedimento di natura sociale. E quando questi provvedimenti sociali sollevano la dura reazione dei “mercati”, ecco che la cosiddetta sinistra si fa baluardo di questi mercati, ben oltre il realismo necessario per affrontarne la potenza e prepotenza.

C’è il sostrato xenofobo, naturalmente, che è del tutto funzionale a stabilizzare proprio quella manodopera sottopagata cui si riferisce Bersani; ma a stabilizzarla in posizione di inferiorità, controllandone l’inserimento politico nella società con una politica della cittadinanza molto prudente e ricattatoria. C’è la sudditanza a un certo tipo di capitalismo, quale quello con il quale il sovranismo nostrano è stato alleato per un ventennio e che possiamo ritrovare nella recente vicenda delle concessioni autostradali. C’è l’esigenza di favorire il ceto della piccola e media impresa e dei ceti medi professionali, con i condoni e con la flat tax. Certo, c’è tutto questo: che poi altro non è che un tentativo di ricostruire almeno un germe di comunità nazionale, almeno un germe di interclassismo, di coesione sociale, almeno un piccolo argine all’implosione nel caos di un capitalismo selvaggio post-sovietico. Di fronte a questa politica, che ha un consenso crescente e probabilmente straripante, la sinistra non ha da opporre alcun tipo di ragionamento. Semplicemente, non esiste più.

Già: perché forse qualcuno vorrebbe farci credere che la cosiddetta sinistra non è stata succube della cultura xenofoba per un ventennio? Forse essa ha cercato di modernizzare il capitalismo italiano, allontanandolo dalle secche dell’intreccio indissolubile con la rendita di origine politica? Forse questa sinistra non ha rincorso disperatamente il ceto della piccola e della media impresa? Forse non ha contribuito a disarticolare l’asse portante della scuola pubblica e dei servizi sociali che sono, di fatto, l’unica forma attraverso la quale prende effettivamente corpo il principio della progressività del sistema fiscale? Forse ha difeso il mondo del lavoro? Forse non è ricorsa a varie forme di condono? Forse che alle parole che invocavano una moderna forma di egualitarismo, quello dei punti di partenza, non ha fatto corrispondere uno dei periodi storici di più accentuato disegualitarismo? E mentre l’Europa dell’austerità torna a ricattarci sul debito pubblico, nemmeno si vede l’ombra di un’analisi dei rapporti di forza europei che sottendono questo ricatto. Il mercato rimane un meccanismo perfetto a cui affidare le sorti sociali e politiche della nazione. Parlare di “piano B” è un’eresia; il reddito di cittadinanza una burla per fannulloni; le preoccupazioni fondate del presidente della Repubblica, una scusa per giocarsi le sorti delle elezioni e non per trovare i meccanismi istituzionali ed economici per impedire la deriva del paese. Elezioni che però saranno implacabili all’appuntamento, anche grazie alla propaganda pro-sovranista che svolgono tutti i mass-media schierati contro i sovranisti. Le elezioni vedranno la vittoria straripante del sovranismo. Unica speranza: che questo sovranismo non sia all’altezza del momento storico che si avvicina e che si diventi preda, un’altra volta nella storia, degli appetiti coloniali di civiltà superiori. Tanto peggio, tanto meglio: questa la filosofia sociale a cui invita quella che ancor oggi si presenta come sinistra italiana.

in Il Ponte on-line, 12 ottobre 2018




Governo Lega-M5s: ottime possibilità di durare a lungo

di Francesco Cattabrini

Molti politici e giornalisti ripetono ogni giorno che il governo Lega-M5S non durerà a lungo. Piú che una previsione è un auspicio, ma è il classico gioco politico tra le parti. In verità, penso che l’attuale governo possa durare a lungo, per molte ragioni, una delle quali provo a sintetizzare in poche righe.

Nel corso di oltre due secoli di storia illustri economisti – tra cui Schumpeter, ma anche vari economisti russi – hanno posto l’attenzione sui «cicli economici». Si è cercato di capire, in sostanza, se il sistema economico capitalistico presenti “regolarità”, ossia se abbia un andamento ciclico (quelle che Kondratiev definiva «onde»). Alcuni economisti ritennero corretto tale andamento, osservando cicli piú o meno brevi e regolari di espansione e contrazione dell’economia: «onde», appunto. E tale andamento crescita-recessione era noto a Marx e ha svolto un ruolo importante nella sua analisi, né credo si possa attribuire a sua poca chiarezza o a sue presunte illusioni il fallimento, da parte del variegato mondo marxista novecentesco, dei tentativi di transizione dal capitalismo al socialismo. Ma è un’altra questione. Tornando al punto, perché questa premessa? Aiuta a spiegare la fase politica presente, dicendo però altre “due cosette” sull’economia. Il secondo dopoguerra del Novecento fu caratterizzato dai «trenta gloriosi» (anni del «boom economico») che hanno portato l’Italia nell’élite dei paesi piú industrializzati del mondo. Grazie a politiche di stampo keynesiano tutto l’Occidente industrializzato ha beneficiato di questa fase di crescita. La politica, in quella fase, ha guidato l’economia su un sentiero espansivo, stabilendo una cornice di regole sul piano internazionale funzionali a evitare – o meglio, ritardare – l’inversione del ciclo nella fase recessiva, inversione tanto piú rapida quanto piú l’economia capitalistica viene lasciata a se stessa.

A partire dagli anni ottanta, come molti sanno, questa fase si è interrotta, prima sul piano teorico e poi su quello dell’economia reale. La ragione principale ha a che vedere con la caratteristica centrale del modo di produzione capitalistico: la lotta di classe. Ritenendo di aver concesso troppo ai lavoratori – si pensi al Sessantotto e alle conquiste dei diritti del lavoro, ottenuti con dure lotte fino alla prima metà degli anni settanta – il variegato mondo del “Capitale” decise di riprendere in mano la situazione. E separiamo l’andamento ciclico teorico da quello reale.

In teorica economica, dalla predominanza della teoria keynesiana si passò al ritorno delle teorie di stampo neoclassico o marginalista. A chi ha qualche nozione di teoria economica viene subito alla mente il «monetarismo» di Milton Friedman, ma i riferimenti possono essere molti. Ebbene, ripristinato il vecchio paradigma, si potevano giustificare tutte quelle misure di liberalizzazione volte a sbrigliare il Capitale da lacci e lacciuoli. Per esempio, ci si liberò del controllo sui movimenti di capitali a livello internazionale, favorendo una sempre piú intensa finanziarizzazione dell’economia. Su questa misura e altre relative alla cosiddetta «accumulazione del capitale» si potrebbe parlare a lungo, ma non è questo il luogo. È importante sottolineare che, da allora, si aprí quella fase di «crescita drogata» dell’economia conclusasi con la durissima crisi del 2008, con inversione del ciclo reale nella recessione.

Che c’entra con Salvini e il M5S? Ecco: il capitalismo ha nove vite come i gatti. Spesso a sinistra si è pensato di riprendere in mano la situazione sulle ceneri di un sistema economico implodente su se stesso, ma questo non è successo. Viceversa, il meccanismo – ben illustrato già da Marx – recupera le sue forze proprio nella fase di recessione. A differenza degli anni sessanta-settanta, adesso ci si accorge che la corda è stata tirata troppo, con gigantesco allargamento della forbice in termini di distribuzione del reddito. Frasi tipo «l’1% piú ricco della popolazione mondiale possiede piú ricchezza del restante 99%» (si veda il Rapporto Oxfam 2018) chiariscono bene quanto mal distribuite siano le fette di torta dell’economia. Ma non è che il ricco 1% sia preso da sensi di colpa, no di certo. È il meccanismo economico capitalistico in sé che necessita di un correttivo, perché, se azzeri la domanda di quel 99%, il meccanismo stesso si inceppa e va in crisi. Dunque occorre riavviarlo, con cautela, ma riavviarlo: se uccidi tutti gli schiavi il lavoro non lo fa piú nessuno. Occorre concedere loro un po’ di cibo e riposo, ridando un po’ di potere di acquisto e, quindi, una fettina di torta un po’ piú grande. Questo, sul piano storico, si può ben osservare con gli andamenti ciclici. Fino a oggi il capitalismo è riuscito a riprendere energia proprio grazie al funzionamento di un meccanismo caratterizzato dall’alternarsi di crescita e crisi, concessione di diritti e riduzione dei diritti.

Eccoci al governo Salvini-Di Maio. L’Italia non avrebbe potuto avere altro governo che questo, proprio quanto delineato. Il Pd, partito al servizio del Capitale, non può svolgere alcun ruolo in questa fase. E Berlusconi ha fatto il suo tempo. Al capitalismo serve qualcuno che sappia gestire questa fase di recessione per evitare il collasso del sistema. Chi meglio dell’accoppiata Lega-M5S? Possono garantire un “riaggiustamento” del sistema senza metterlo veramente in discussione. Un capitalismo moderato al posto di quello selvaggio che ha dominato dagli anni ottanta al 2008. Lo scopo di questo governo è di ridare un po’ di potere di acquisto e qualche diritto a quel 99% di popolazione che, a sua volta, esprimerà il suo apprezzamento in sede elettorale. Per questo penso che abbia ottime possibilità di durare.

Questo dice il ragionamento, ma la storia, alla fine, non si ripete mai davvero uguale a se stessa, ed eventi improvvisi e inaspettati possono sempre mutare il quadro generale. Questa la mia recondita speranza: sbagliarmi. Certo è che, se un pensiero e un’azione “di sinistra” devono rinascere da «Liberi e Uguali» o da «Potere al Popolo», questa speranza è cosí recondita da ridursi a un quasi impercettibile lumicino.

13 luglio 2018 pubblicato da Il Ponte




Guido Rossi e la lezione di Keynes

Il 21 agosto è morto a 86 anni Guido Rossi, una delle personalità più rilevanti del panorama giuridico ed economico italiano. Alcuni anni fa Rossi pubblicò un saggio a commento di “Possibilità economiche per i nostri nipoti” di John Maynard Keynes (Adelphi 2009, pagg. 52, euro 5,50) la cui sintesi proponiamo di seguito.

A Keynes si deve sempre tornare – se non alle sue profezie, alle sue terapie. In particolare, la crisi dei subprime mortgages, che ha dato l’ avvio a un crollo del sistema finanziario di cui è oggi impossibile definire le esatte dimensioni, o le probabili ripercussioni, fa tornare d’ attualità una questione molto importante nel pensiero keynesiano, e cioè la domanda se sia giusto o legittimo pagare un interesse sul denaro preso a prestito. Già nelle ultime pagine della Teoria generale Keynes aveva previsto la possibilità che il venir meno della scarsità del capitale riducesse i tassi di interesse, provocando «l’ eutanasia del rentier». E’ un dilemma antico (…) e generalmente ignorato, ma che oggi, improvvisamente, appare irrisolto: oggi, improvvisamente, spostare il centro dell’economia dal capitale al lavoro non sembra più utopico, e nemmeno impossibile. La ricchezza delle nazioni, appare evidente, non si costruisce sul denaro, sugli interessi di mercato o sull’ingegneria azionaria (…): si misura sulla capacità dell’ uomo di apprendere, e di applicare le sue conoscenze ai procedimenti di produzioni e di consumo. Di conseguenza il prodotto del denaro, cioè l’ interesse, dovrebbe essere commisurato alla produttività del lavoro, anziché a un mercato retto dall’azzardo, e dall’azzardo oggi distrutto.

Fino a pochissimo tempo fa, il feticcio della liquidità come unica fonte di ricchezza avrebbe sbarrato la strada a qualsiasi discorso di questo genere, ma oggi si comincia a capire cosa succederà domani, quando qualcuno (o più di qualcuno) pretenderà di incassare strumenti finanziari come i credit default swaps – per chi non li conoscesse, si tratta di titoli che costituiscono vere e proprie «scommesse» senza regole né rete sull’inadempienza di enti pubblici e privati nel rimborso dei propri debiti – mettendo a rischio un giro di affari virtuale, ma che ammonta a più di 62 trilioni di dollari (…).

«Il decadente capitalismo internazionale, eppure individualistico, nelle cui mani siamo finiti, non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso – e non mantiene le promesse*». Keynes lo scriveva nel 1933 su The New Statesman and The Nation dell’ 8-15 luglio. E stavolta aveva ragione. (…) Prima o poi, il fenomeno che ci siamo abituati, in mancanza di meglio, a chiamare globalizzazione, richiederà una gestione, un controllo altrettanto globali. (…) Questo postula una sorta di Commonwealth che non sembra alle viste, ma che se venisse istituito in una forma qualsiasi non potrebbe (non potrà) non affrontare precisamente quei problemi (la disoccupazione, lo squilibrio fra Nord e Sud del mondo, l’ ambiente) che oggi vengono con sconcertante regolarità accantonati in nome di una superiore ragione economica (…).

E un cambiamento di agenda di queste proporzioni porrebbe il problema (che in effetti comincia a porsi) di rivoluzioni solo in apparenza impensabili, a cominciare dall’avvento di una valuta globale. Non sarebbe in fondo nulla di così diverso dai certificati aurei internazionali che Keynes, durante la tempesta degli anni Trenta, proponeva di emettere e distribuire simultaneamente a tutti i Paesi, a condizioni diverse per ciascuno, con lo scopo di rivitalizzare il potere d’ acquisto, consentendo il pagamento dei debiti e la ripresa del commercio internazionale. Se dovesse realizzarsi, questo fronte comune fra Occidente e Oriente contro diseguaglianze e conflitti creerebbe le condizioni per qualcosa di molto, molto simile alla fine dell’ economia classica (e, oggi possiamo dirlo, anche moderna, e postmoderna) invocata da Keynes. Da dove può cominciare, una rivoluzione di queste proporzioni? Senza andare troppo lontano, proprio dalle linee d’ intervento proposte da Keynes a Bretton Woods (quella vera, del 1944), che gettavano le basi sia di un nuovo sistema di regolamentazione finanziaria mondiale sia di una politica monetaria internazionale tesa a scongiurare tanto i «credit booms», quanto gli «asset bubbles», cioè l’ espansione incontrollata del credito, e più in generale le bolle speculative sui beni, immobiliari, energetici o alimentari che fossero. La fenice dello sviluppo economico contemporaneo sta bruciando su un rogo che si è accesa da sola. Ciò che nascerà dalle sue ceneri dovrà essere molto diverso dal capitalismo come lo abbiamo fin qui conosciuto (…).

Che cosa sarà non è ancora chiaro, ma nel pensarlo possiamo in un certo senso permetterci più utopia di quanta se ne sia concessa Keynes. Dopotutto il suo mondo era più piccolo del nostro, e l’unico risultato che i suoi nipoti – cioè noi – hanno ottenuto è di renderlo più grande e più instabile. Ma anche meno limitato, più aperto. Questa apertura sembra oggi l’ unica possibilità economica che i nostri nipoti, essendone capaci, avranno modo di sfruttare.

Pubblicato il 22 agosto su Keynes blog




La “deforma” al servizio della finanza

jpmorganrenzieNel ribadire le ragioni del nostro appello del marzo 2016 (quando ancora la consultazione referendaria era prevista per ottobre), dal quale emerge il sostrato che lega la “deforma” ai diktat della finanza internazionale e delle politiche di austerità di marca neoliberista, pubblichiamo questo nuovo intervento di Guglielmo Forges Davanzati “La Costituzione al servizio della finanza”, apparso ieri su micromega online.

Per quanto formalmente il prossimo 4 dicembre saremo chiamati a pronunciarci su un quesito che attiene alla riforma di parti importanti della nostra Costituzione, nella sostanza andremo a pronunciarci su un tema di massima rilevanza che attiene alla ridefinizione dei rapporti Stato-mercato in Italia.

In tal senso, al di là della contingenza del dibattito politico, il referendum assume una forte valenza ideologica. Dovrebbe essere ormai chiaro che la riforma Boschi-Renzi non fa altro che accentuare il processo di messa al bando dell’intervento pubblico in economia, già in buona parte realizzato con la revisione dell’articolo 81 della Costituzione e l’introduzione del vincolo costituzionale del pareggio di bilancio. È vero che nel quesito che ci verrà sottoposto non leggeremo nulla di tutto questo, ma è sufficiente leggere i rapporti delle Istituzioni finanziarie internazionali che vogliono la riforma e i testi preparatori della riforma stessa per convincersi che l’oggetto del contendere è esattamente questo. Vediamo.

1) J.P. Morgan, in un rapporto del 28 maggio 2013, scrive che la crisi dell’Unione Monetaria Europea è anche imputabile al fatto che le costituzioni dei Paesi del Sud d’Europa (e il riferimento è soprattutto alla costituzione italiana) sono fondate su “concezioni socialiste … inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”, prevedendo “governi deboli nei confronti dei parlamenti” e “tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori”. Il fatto che la riforma costituzionale sia eterodiretta, suggerita, se si vuol dire così, dalla finanza internazionale non dovrebbe poi destare così tanto stupore, se si ricorda che il passaggio dal Governo Berlusconi al Governo Monti fu, di fatto, la conseguenza di una lettera di ‘ammonizione’ inviata dalla BCE al Presidente del Consiglio italiano il 5 agosto del 2011. Non è qui in discussione una tesi complottistica: si tratta semplicemente di prendere atto, realisticamente, che la nostra sovranità politica non è piena, ed è sempre più limitata da ingerenze di Istituzioni estere che hanno – o possono avere – interessi economici in Italia. In sostanza, ciò che J.P. Morgan chiede è maggiore ‘governabilità’.

2) E il tema della maggiore ‘governabilità’ lo si ritrova nei documenti preparatori delle riforma, laddove si legge che “la stabilità dell’azione di governo” e l’”efficienza dei processi decisionali” sono le “premesse indispensabili” per far fronte alle “sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie” e, di conseguenza, “per agire con successo nel contesto della competizione globale”. Si tratta, con ogni evidenza, di una riforma della costituzione che è configurabile come un provvedimento di politica economica, e di un provvedimento di segno neoliberista. Del resto, se si associa la già avvenuta revisione dell’art.81, l’impostazione ‘competitiva’ ed efficientistica del nuovo testo costituzionale all’abolizione del CNEL, il quadro dovrebbe essere sufficientemente chiaro. Si badi che è vero che oggi il CNEL può essere considerato un ente inutile, ma è altrettanto vero che non lo sarebbe affatto nel caso in cui lo Stato italiano svolgesse compiti di programmazione economica, così come peraltro previsti dal testo costituzionale attualmente vigente[1].

A ciò occorre aggiungere una considerazione di carattere più generale. Se, come scritto nei documenti preparatori della riforma, una costituzione deve adattarsi ai cambiamenti economici, da ciò segue che una carta costituzionale deve avere il massimo grado di flessibilità, potendo quindi essere riscritta laddove le trasformazioni indotte da un’economia globalizzata lo richiedono. Questo sembra essere un discrimine essenziale fra chi ritiene che le costituzioni siano atti fondativi che stabiliscono principi inderogabili di carattere generale sui quali si determina la convivenza civile e chi ritiene che la ‘modernità’ impone fondamentalmente di trattare le costituzioni come leggi ordinarie. Le recenti esternazioni del Ministro Boschi sulla possibilità di intervenire successivamente sul testo rendono chiara la visione dei nuovi costituenti.

Assunto che la riforma riflette un preciso orientamento di teoria e di politica economica, occorre chiedersi: cosa significa, o cosa potrà significare, intervenire sul testo vigente per “agire con successo nel contesto della competizione globale”? La risposta la si ritrova nella propaganda che l’attuale governo sta conducendo per l’attrazione di investimenti, laddove si esplicita che è conveniente per le imprese estere investire in Italia perché nel nostro Paese i salari sono “competitivi” (leggi: bassi). E la si ritrova anche nella Legge di Bilancio in discussione in Parlamento, i cui principali contenuti riguardano ulteriori misure di smantellamento dello stato sociale (riduzione dei finanziamenti per il servizio sanitario nazionale, riduzione degli stanziamenti per il sistema pensionistico), ulteriori misure di moderazione salariale e di compressione dei diritti di lavoratori, ulteriori sgravi fiscali alle imprese[2]. E dunque: la sola reale ragione per votare SI sta nella speranza che queste misure incentivino l’attrazione di investimenti in Italia.

Si tratta di una speranza dal momento che nessun provvedimento recente che si è mosso in questa direzione (in primis, l’abolizione dell’art.18) ha conseguito il risultato desiderato. Anzi: come ha messo in evidenza, di recente, il Governatore della Banca d’Italia, a partire da settembre l’Italia ha sperimentato un notevole deflusso di capitali finanziari (con un saldo netto negativo nell’ordine dei 354 miliardi negli ultimi due mesi) e, per effetto della produzione politica di incertezza, derivante dal fatto che questo Governo ha bloccato e spaccato il Paese sul quesito referendario per quasi un anno, lo spread sui titoli di Stato tedeschi, nel corso del mese di novembre, ha raggiunto quota 172: la soglia più alta dal luglio 2015.

Si osservi che l’aumento dello spread è del tutto indipendente dalla stabilità politica, se solo si considera il fatto che la Spagna ha visto ridursi i differenziali dei tassi sui suoi titoli pubblici rispetto ai bond tedeschi pur essendo molto faticosamente arrivata alla costituzione di un nuovo Governo dopo mesi di vuoto politico.

Che si cerchi di fuoriuscire dalla lunga recessione riscrivendo 47 articoli della Carta Costituzionale, peraltro in modo estremamente confuso, è l’ennesimo triste segnale dell’inettitudine di questo Governo e del fatto che l’Italia, ad oggi, è il vero malato d’Europa.

NOTE

[1] Sulle funzioni del CNEL, e sugli irrisori risparmi che deriverebbero dalla sua soppressione (dal momento che i suoi dipendenti non verrebbero licenziati in caso di vittoria del SI), si rinvia, fra gli altri, a Forexinfo, CNEL: cos’è e quanto ci costa, 3 novembre 2016. Si può anche osservare che l’argomento del risparmio dei costi della politica, ammesso che una Costituzione vada riformata per questo obiettivo e ammesso che il risparmio sia rilevante, è parte integrante di una visione delle funzioni dello Stato per la quale l’azione pubblica è sempre e necessariamente fonte di spreco. Il che è smentito dal dato di fatto per il quale, anche seguendo questa logica, con la Costituzione vigente (e contro l’argomento per il quale la ‘clausola di supremazia’ comporterebbe risparmi derivanti dai minori contenziosi Stato – Regioni) i maggiori risparmi – da quando sono state avviate le prime operazioni di spending review – sono stati conseguiti dagli Enti locali (circa il 30%, a fronte di circa il 12% dello Stato centrale nelle sue amministrazioni).

[2] Si veda http://www.flcgil.it/attualita/legge-di-bilancio-2017-misure-dal-sapore-elettorale-il-nostro-commento.flc




La “deforma” cambia 47 articoli ma non tocca il pareggio di bilancio

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E dunque quali possibilità di attuare la prima parte della Costituzione che sancisce i diritti fondamentali? Molto scarse, diversamente da come invece vorrebbero far credere le numerose repliche alle critiche alla proposta di “deforma”, che si stanno succedendo in questi giorni. Lo avevamo sottolineato a chiare lettere nel nostro appello del marzo scorso (quando ancora si annunciava la consultazione referendaria per ottobre) “l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, [un] passo che non era affatto imposto, ma che entra nell’indirizzo politico di governo con il PNR 2011, deliberato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile 2011, al punto 2.2 a)”.

Sulle implicazioni del pareggio di bilancio previsto nell’art 81 riproponiamo l’argomentata disamina di Stefano Rodotà apparsa nel 2012 su Repubblica e ripubblicata nel 2013 su Keynes blog

Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità di guardare oltre l’emergenza. È stato modificato l’articolo 81 della Costituzione, introducendo il pareggio di bilancio. Un decreto legge dell’agosto dell’anno scorso e uno del gennaio di quest’anno hanno messo tra parentesi l’articolo 41. E ora il Senato discute una revisione costituzionale che incide profondamente su Parlamento, governo, ruolo del Presidente della Repubblica. Non siamo di fronte alla buona “manutenzione” della Costituzione, ma a modifiche sostanziali della forma di Stato e di governo. Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono sopraffatte da richiami all’emergenza così perentori che ogni invito alla riflessione configura il delitto di lesa economia.
In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità delle forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che, negli ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perché s’invocano condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’una commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata.
Con una battuta tutt’altro che banale si è detto che la riforma dell’articolo 81 ha dichiarato l’incostituzionalità di Keynes.
L’orrore del debito è stato tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche restrittive, i cui rischi sono stati segnalati, tra gli altri da cinque premi Nobel in un documento inviato a Obama. Soprattutto, mette seriamente in dubbio la possibilità di politiche sociali, che pure trovano un riferimento obbligato nei principi costituzionali. La Costituzione contro se stessa? Per mettere qualche riparo ad una situazione tanto pregiudicata, uno studioso attento alle dinamiche costituzionali, Gianni Ferrara, non ha proposto rivolte di piazza, ma l’uso accorto degli strumenti della democrazia. Nel momento in cui votavano definitivamente la legge sul pareggio di bilancio, ai parlamentari era stato chiesto di non farlo con la maggioranza dei due terzi, lasciando così ai cittadini la possibilità di esprimere la loro opinione con un referendum.
Il saggio invito non è stato raccolto, anzi si è fatta una indecente strizzata d’occhio invitando a considerare le molte eccezioni che consentiranno di sfuggire al vincolo del pareggio, così mostrando in quale modo siano considerate oggi le norme costituzionali. Privati della possibilità di usare il referendum, i cittadini — questa è la proposta — dovrebbero raccogliere le firme per una legge d’iniziativa popolare che preveda l’obbligo di introdurre nei bilanci di previsione di Stato, regioni, province e comuni una norma che destini una quota significativa della spesa proprio alla garanzia dei diritti sociali, dal lavoro all’istruzione, alla salute, com’è già previsto da qualche altra costituzione. Non è una via facile ma, percorrendola, le lingue tagliate dei cittadini potrebbero almeno ritrovare la parola.
L’altro fatto compiuto riguarda la riforma costituzionale strisciante dell’articolo 41. Nei due decreti citati, il principio costituzionale diviene solo quello dell’iniziativa economica privata, ricostruito unicamente intorno alla concorrenza, degradando a meri limiti quelli che, invece, sono principi davvero fondativi, che in quell’articolo si chiamano sicurezza, libertà, dignità umana. Un rovesciamento inammissibile, che sovverte la logica costituzionale, incide direttamente su principi e diritti fondamentali, sì che sorprende che in Parlamento nessuno si sia preoccupato di chiedere che dai decreti scomparissero norme così pericolose.
È con questi spiriti che si vuol giungere a un intervento assai drastico, come quello in discussione al Senato. Ne conosciamo i punti essenziali. Riduzione del numero dei modifiche riguardanti l’età per il voto e per l’elezione al Senato, correttivi al bicameralismo per quanto riguarda l’approvazione delle leggi, rafforzamento del Presidente del Consiglio, poteri del governo nel procedimento legislativo, introduzione della sfiducia costruttiva. Un “pacchetto” che desta molte preoccupazioni politiche e tecniche e che, proprio per questa ragione, esigerebbe discussione aperta e tempi adeguati. Su questo punto sono tornati a richiamare l’attenzione studiosi autorevoli come Valerio Onida, presidente dell’Associazione dei costituzionalisti, e Gaetano Azzariti, e un documento di Libertà e Giustizia, che hanno pure sollevato alcune ineludibili questioni generali.
Può un Parlamento non di eletti, ma di “nominati” in base a una legge di cui tutti a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta nel nostro sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sulla Costituzione? Può l’obiettivo di arrivare alle elezioni con una prova di efficienza essere affidato a una operazione frettolosa e ambigua? Può essere riproposta la linea seguita per la modifica dell’articolo 81, arrivando a una votazione con la maggioranza dei due terzi che escluderebbe la possibilità di un intervento dei cittadini? Quest’ultima non è una pretesa abusiva o eccessiva. Non dimentichiamo che la Costituzione è stata salvata dal voto di sedici milioni di cittadini che, con il referendum del 2006, dissero “no” alla riforma berlusconiana.
A questi interrogativi non si può sfuggire, anche perché mettono in evidenza il rischio grandissimo di appiattire una modifica costituzionale, che sempre dovrebbe frequentare la dimensione del futuro, su esigenze e convenienze del brevissimo periodo. Le riforme costituzionali devono unire e non dividere, esigono legittimazione forte di chi le fa e consenso diffuso dei cittadini.
Considerando più da vicino il testo in discussione al Senato, si nota subito che esso muove da premesse assai contestabili, come la debolezza del Presidente del Consiglio. Elude la questione vera del bicameralismo, concentrandosi su farraginose procedure di distinzione e condivisione dei poteri delle Camere, invece di differenziare il ruolo del Senato. Propone un intreccio tra sfiducia costruttiva e potere del Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento delle Camere che, da una parte, attribuisce a quest’ultimo un improprio strumento di pressione e, dall’altra, ridimensiona il ruolo del Presidente della Repubblica. Aumenta oltre il giusto il potere del governo nel procedimento legislativo, ignorando del tutto l’ormai ineludibile rafforzamento delle leggi d’iniziativa popolare. Trascura la questione capitale dell’equilibrio tra i poteri.
Tutte questioni di cui bisogna discutere, e che nei contributi degli studiosi prima ricordati trovano ulteriori approfondimenti. Ricordando, però, anche un altro problema. Si continua a dire che le riforme attuate o in corso non toccano la prima parte della Costituzione, quella dei principi. Non è vero. Con la modifica dell’articolo 81, con la “rilettura” dell’articolo 41, con l’indebolimento della garanzia della legge derivante dal ridimensionamento del ruolo del Parlamento, sono proprio quei principi ad essere abbandonati o messi in discussione.