IL VIRUS ATLANTICO

Il virus atlantico

 

marwan barghouthi

di Lanfranco Binni 

Sul fronte occidentale niente di nuovo. L’uso politico della pandemia sta scatenando gli arcaici armamentari di un atlantismo per tutte le borse: la dichiarata “guerra al virus” (ma non alle sue cause naturali e sociali) sta accelerando processi di tradizionale confronto militare tra Occidente e Oriente, tra Nord e Sud. Le miserabili ragioni finanziarie e speculative della “guerra dei vaccini” sono nobilitate, nelle narrazioni al servizio delle multinazionali farmaceutiche, dalle loro implicazioni geopolitiche: i vaccini del “mondo libero” contro la peste dell’impero del male (la Cina, la Russia, Cuba ecc.). In prima linea, ancora una volta, gli Stati Uniti d’America con il loro potente apparato industriale-militare capace di mobilitare schieramenti e alleanze, minacce e deterrenze, azioni di forza e intrighi internazionali. La nuova amministrazione Biden, impegnata a gestire un paese post-trumpiano profondamente diviso, ancora una volta cerca soluzioni esterne alle complesse difficoltà interne, economiche e politiche, liberando gli istinti animali di un capitalismo di mercato ossessionato dalla perdita della supremazia sul mondo minacciata dai successi economici e geopolitici delle complesse strategie del Partito comunista cinese. Il multilateralismo dichiarato dai democratici statunitensi nella campagna elettorale contro la trumpiana America first sta riassumendo i toni e la sostanza di un’aggressività unipolare da sostenere con determinazione nello scenario globale. I “vaccini della libertà” e i nuovi missili ipersonici sono branditi come strumenti intercambiabili con disinvoltura maccartista («meglio morti che rossi», minacce di rappresaglie a chi collabora con il “nemico”, campagne di mobilitazione e schieramento delle opinioni pubbliche). La Nato, dopo la fase di perdente isolazionismo trumpiano, ritrova la sua ragione d’essere di grande impresa economica e strumento di guerra, riprende i suoi processi di ampliamento ad Est, sui confini ucraini e balcanici della Russia, e a Sud, saldandosi con la “Nato araba” in funzione anti-iraniana e rafforzando la testa di ponte israeliana in Medio Oriente e nel continente africano. In questo quadro diventa essenziale una stretta “alleanza” con l’Unione europea, che risponde in ordine sparso anche in ragione della sua profonda disunione politica.

In realtà atlantismo ed europeismo, nella loro genericità terminologica, sono incompatibili: l’atlantismo europeo si limita all’obbedienza nei confronti di alcune operazioni di bandiera come le esercitazioni Nato (in corso l’esercitazione Defender Europe sui confini della Russia, tra marzo e giugno) o gli ignobili embarghi a Cuba e al Venezuela, o la propaganda dell’Accordo di Abramo in Medio Oriente a sostegno dell’espansionismo israeliano; ma il quadro è molto più complesso, e legami sempre più stretti, essenzialmente economici ma non solo, orientano l’area europea franco-tedesca a una necessaria dimensione multilaterale delle politiche internazionali.

 

Atlantisti o internazionalisti

 

In Italia, il terzo governo della legislatura 2018, governo presidenziale di “unità nazionale” in nome della trinità «atlantismo, europeismo, ecologismo», ha sostituito un governo non pienamente affidabile rispetto alle strategie statunitensi di rilancio del ruolo della Nato; soprattutto creava problemi l’anti-atlantismo del Movimento 5 stelle delle origini, nonostante le ripetute professioni di fede atlantica del suo ministro degli esteri. Il secondo governo Conte aveva le carte in regola sia rispetto al superamento della linea di austerità economica dell’Unione europea (e i finanziamenti del Recovery fund erano stati negoziati positivamente dall’europeista Conte), sia della consapevolezza ecologista. Era dunque l’atlantismo la questione principale da risolvere, in una fase di potenziamento delle basi statunitensi nella portaerei italiana orientata verso i Balcani e il Medio Oriente, contro il “nemico” rappresentato dalla Cina e dalla Russia; da alcuni anni sono installate nelle basi di Aviano e di Ghedi le bombe atomiche tattiche di nuova generazione, e i nuovi missili ipersonici sono in corso di installazione, come a Comiso negli anni ottanta. E al potenziamento degli armamenti italici sarà dedicata una parte consistente del Recovery plan, anche secondo le puntuali raccomandazioni delle Commissioni difesa del Senato e della Camera al servizio delle lobby dell’industria militare statunitense, europea e italiana. La questione della Nato torna dunque a essere centrale nella geopolitica internazionale, stravolgendo la Costituzione (l’Italia non ripudia la guerra) e coinvolgendo ulteriormente il paese in pericolosi scenari di guerra.

Dobbiamo riflettere sul senso di questa deriva militarista, e come al solito ci aiuta la nostra storia. Il patto atlantico fu ratificato dall’Italia nel 1949, un anno dopo la vittoria democristiana alle elezioni politiche del 1948. Il dibattito parlamentare fu negato, non doveva essere in discussione la contrapposizione ideologica, politica e militare del “mondo libero” occidentale al pericolo sovietico. Dall’archivio storico del «Ponte» riprendiamo integralmente la dichiarazione di voto di Piero Calamandrei, poi pubblicata sulla rivista (n. 4, 1949) con il titolo Ragioni di un no; un intervento lungimirante, di straordinaria attualità nel 1999, a guerra del Kosovo in corso, quando Marcello Rossi ne ripropose i temi nel suo articolo Nato: un’opposizione che viene da lontano («Il Ponte», n. 5), e da rileggere oggi, per una nuova opposizione alle attuali politiche di guerra. Il testo è preceduto dalla nota: «La seguente dichiarazione di voto è stata fatta nella seduta della Camera dei deputati del 18 marzo, prima dell’appello nominale sul cosiddetto “patto atlantico”».

 

A nome dei socialisti indipendenti, dei quali sono rimasto l’unico rappresentante nel gruppo di Unità socialista, ritengo che sulla soglia di una decisione che ci turba e quasi ci schiaccia col suo peso, e che noi dovremmo prendere qui ad occhi chiusi senza poter esaminare il testo di un patto, che ormai tutti i cittadini italiani fuori di qui, ma non i deputati in quest’aula, hanno il diritto di discutere1, non sia abbastanza chiara, anche se motivata, l’astensione: e sia doveroso un voto esplicito e netto. Dichiaro quindi serenamente che il mio voto sarà contrario.

Dopo che un numero così grande di colleghi, mossi tutti dalla stessa ispirazione politica, hanno esposto i motivi del. loro voto contrario al patto atlantico, permettete a me, per evitare equivoci e confusioni, di esprimere i motivi in parte diversi del voto egualmente contrario che sto per dare; il quale soprattutto si distingue dal loro per questa fondamentale diversità: che mentre essi muovono da una concezione politica che logicamente li porta, nell’urto tra i due blocchi contrapposti, ad opporsi a questa scelta che il patto propone perché essi hanno già fatto potenzialmente la scelta contraria, io per mio conto sono contrario in questo momento a qualsiasi scelta, e non sono favorevole al patto atlantico proprio perché esso forza l’Italia a questa scelta preventiva, che io ritengo pericolosa e non necessaria in questo momento.

Né d’altra parte potrei sentirmi solidale con alcune delle dichiarazioni udite finora, le quali, mentre hanno espresso la loro solidarietà col popolo russo, hanno in termini talvolta assai aspri accentuato la loro ostilità contro l’America. Non posso pensare che gli italiani della Resistenza abbiano già dimenticato che, se la libertà ci fu restituita perché l’eroico popolo russo seppe compiere il miracolo di Stalingrado, essa ci fu restituita anche perché nell’agosto del 1940 il popolo inglese resisté eroicamente all’uragano di fuoco che infuriava sul cielo di Londra, e perché l’America portò nella mischia lo schiacciante peso delle sue armi formidabili. Né possiamo scordare che per molti di noi il ritorno della libertà fu annunciato dall’apparire lungamente invocato, nel polverone di una strada, del primo brillio di un carro armato americano.

E tuttavia io sono contrario a questo patto. E i motivi, schematicamente, sono di tre ordini.

Primo: sotto l’aspetto della politica europea, noi socialisti federalisti pensiamo che un patto militare, anche se difensivo, che trasforma gli stati europei in satelliti di uno dei blocchi che si fronteggiano, e dà al suolo europeo la funzione di un trinceramento di prima linea di eserciti che stanno in riserva al di là dell’Atlantico, allontani la nascita di quella Federazione occidentale europea, politicamente e militarmente unita e indipendente, che noi auspichiamo, non alleata né ostile, ma mediatrice tra i due blocchi opposti, e capace di conciliare in una sua sintesi di democrazia socialista due esigenze per noi ugualmente preziose e irrinunciabili, quella della libertà democratica e parlamentare, e quella della giustizia sociale.

Secondo: sotto l’aspetto della politica interna italiana, noi temiamo che l’adesione data dall’Italia a questo patto, anche se esso non minaccerà la pace internazionale, costituirà però un ostacolo immediato alla pacificazione interna e al funzionamento normale della nostra democrazia; perché la contrapposizione militare di due schieramenti che difendono due contrapposte concezione sociali, darà sempre maggiore asprezza alla lotta interna dei corrispondenti partiti, e sempre più ai dissensi politici darà minacciosi aspetti di guerra civile. E questo potrà rimettere in discussione le libertà costituzionali che sono scritte per il tempo di pace e non per la vigilia di guerra, per gli avversari politici e non per supposte quinte colonne; e darà sempre più ai provvedimenti di polizia il carattere di repressioni di emergenza, che si vorranno giustificare colle rigorose esigenze della preparazione militare. Auguriamoci che mentre la costituzione repubblicana attende ancora il suo compimento, la firma di questo patto atlantico non sia il primo colpo di piccone dato per smantellarla.

Ma soprattutto ciò che ci angustia è una terza ragione: cioè le conseguenze di carattere militare. Se per tutti gli altri Stati europei la firma del patto sarà accompagnata da rischi ma anche da vantaggi, c’è da temere che solo per l’Italia essa possa significare pericoli senza corrispettivo. Diventare alleato militare di uno dei due blocchi in conflitto significa assumere fin da ora la posizione di nemico potenziale dell’altro blocco: firmando quel patto colle potenze occidentali noi ci saremmo condannati a non poter essere più amici degli stati orientali, dei quali, per l’ipotesi di guerra, saremo fin d’ora predestinati nemici. Anche se il patto è difensivo, bisogna vedere se sembrerà difensivo a coloro da cui ci apprestiamo a difenderci: e quali saranno le loro reazioni contro i firmatari del patto, e soprattutto contro l’Italia che di tutti i firmatari è il più debole ed il più esposto. All’Italia questo patto non solo non dà la garanzia di allontanare dal nostro territorio la catastrofe della guerra, ma dà anzi ad essa la certezza della immediata invasione anche se il conflitto sarà provocato da urti extraeuropei; se la nostra posizione geografica è tale che anche ad un’Italia neutrale lascerebbe assai poche probabilità di rimaner fuori dal flagello, son proprio queste pochissime superstiti probabilità di salvezza, poniamo anche una su mille, che saranno perdute, quando l’Italia si sarà schierata tra i nemici dei possibili invasori e avrà assunto la tragica missione di un avamposto sperduto destinato a riceverne il primo urto. Ed anche se l’ammissione al patto atlantico può dar l’illusione di aver così conseguito una prima revisione del trattato di pace da alcune delle potenze firmatarie, troppo a caro prezzo si pagherà questo vantaggio quando contemporaneamente il nostro riarmo, sospettato anche se non vero, ci porrà, nei confronti delle altre potenze, nella pericolosa condizione di ritenuti trasgressori degli obblighi da noi assunti con quel trattato.

Ma più che argomenti logici e politici, qui sono in giuoco motivi morali e religiosi. Questa è una scelta che impegna la nostra anima. Il problema di coscienza che ciascuno di noi si pone, è lo stesso: mentre su di noi si addensa l’ombra di un’altra catastrofe, che posso fare io, quale contributo posso portare io, piccolo uomo, atomo effimero, per allontanare dal mio paese questo flagello? Son certo, voglio esser certo, che tutti gli uomini che seggono in quest’aula, e primi quelli che seggono al banco del governo, si pongono il problema in questi stessi termini: si tratta di fare il bene dell’Italia e di salvare la pace.

Tutti su questo siamo d’accordo. Ma io temo che quando si dice che con questo patto militare la guerra si allontana, si ricada in quel tremendo equivoco del vecchio motto illusorio «si vis pacem para bellum», che gli uomini ciechi continuano a ripetere, senza accorgersi da cento tragiche esperienze che per voler la pace non c’è altra via che quella di prepararla coi trattati di commercio e di lavoro, che stringono tra gli uomini legami di solidarietà; e che chi prepara la guerra, anche a fini che crede difensivi, non fa altro, senza accorgersene, che volere la guerra.

Mi auguro di cuore che le previsioni che spingono il governo a questo patto siano esatte; e che sbagliate siano le nostre. Ma queste son decisioni, in verità, che non si possono prendere con criteri di politica elettorale e di cui si debba render conto alle direzioni dei partiti o dei gruppi. Son decisioni solenni e gravi, delle quali ognuno di noi risponde individualmente, per proprio conto, non solo di fronte al popolo, ma di fronte alla memoria dei suoi morti, di fronte ai verdetti dell’avvenire e soprattutto di fronte a quella voce segreta che è in fondo alla nostra coscienza, e che i filosofi chiamano la storia e i credenti chiamano Dio.

Io so che qualcuno della maggioranza, prima di decidersi di votare, si è raccolto lungamente in preghiera. Lo ricordo con rispetto e con commozione: se egli voterà a favore, vuol dire che in tal senso la risposta della sua intima voce avrà messo in pace la sua coscienza. Ma per pregare non ci si raccoglie soltanto nelle chiese: anche noi, dopo essere stati lungamente raccolti con noi stessi, abbiamo udito in fondo alla nostra coscienza una voce che ci mette tranquilli.

E la voce ci ha detto: – No.

 

In quello stesso 1949, pochi mesi dopo la ratifica del Patto atlantico, il 3 agosto, Aldo Capitini pubblicava sul «Nuovo Corriere» di Bilenchi, di cui era assiduo collaboratore, uno dei suoi interventi di orientamento culturale e politico, Oriente e Occidente, mai ripubblicato come è accaduto a tanti (troppi) testi politici del teorico e organizzatore liberalsocialista; come sempre in Capitini, l’orientamento teorico è strettamente legato a compiti di prassi sociale e politica, in questo caso l’organizzazione di un “Primo congresso Oriente-Occidente”, internazionalista e a superamento della contrapposizione tra i due blocchi statunitense e sovietico, per sviluppare nuovi processi di liberazione «da ogni oppressione». Riproduco integralmente il testo, dall’autografo depositato presso l’Archivio di Stato di Perugia, Fondo Aldo Capitini:

 

L’Occidente e l’Oriente asiatico si incontrano in questo secolo come non è mai avvenuto finora così a fondo, e nell’orizzonte mondiale si fanno più intensi l’influenza e lo scambio di risultati tecnici, di strutture sociali, di elementi giuridici, di prodotti culturali, di visioni religiose e filosofiche. Ormai sarebbe un esser provinciale credere che il Mediterraneo sia centrale nel mondo, quando c’è l’Oceano, il duplice Oceano, atlantico e pacifico, e le alleanze e le lotte si svolgono lungo quelle coste, e prendono quei nomi.

L’importanza dell’Asia per la storia che si sta formando, ha vari aspetti. Anzitutto quello politico. Là ci sono forze immense in movimento; là si sta realizzando in misura rapida e vastissima la tensione dell’ideologia e della civiltà sovietica a portare nella storia moltitudini rimaste fuori dalla civiltà; d’altra parte gli Stati Uniti di America, per soddisfare il loro gigantesco industrialismo e la loro crescente tendenza a fare i poliziotti del mondo, curano e cureranno sempre più la sorte di quei mercati. Si tratta di quattrocento milioni di cinesi, di trecentocinquanta milioni di indiani!

All’influenza e alle sollecitazioni politiche e sociali dell’Occidente verso l’Oriente, sia nella forma sovietica che nella forma angloamericana, l’Asia viene modernizzandosi, destata a un salutare e illuministico senso critico dei pregiudizi e dei privilegi; ma naturalmente tutto non finisce qui.

L’Asia è stato il mondo prevalentemente religioso; alla ricerca religiosa l’India ha sacrificato la sua potenza nel mondo, il suo benessere, il suo pane; e se di tutto quel patrimonio religioso e filosofico una parte appartiene al passato tuttavia c’è ancora altro che agisce nel presente e pretende perfino di valore universale. È in corso, dunque, l’incontro e l’urto, l’appassionamento e la polemica, per le concezioni dell’uomo, della società, della realtà. A quegli occidentali che ritenessero questo poco importante, di fronte ad un inerte ordine e benessere, in nome di uno scetticheggiante “tirar a campare” (non fu l’occidentale Ponzio Pilato che domandò a Gesù Cristo «Che cos’è mai la verità?»), l’Oriente ha forse il compito, più che di comunicare di peso le sue concezioni religiose e filosofiche, di stimolare a quella prospettiva e a quella tensione. Sono convinto che l’incontro non avverrà per una mescolanza dei due “passati” religiosi, quello occidentale e quello orientale, ma mediante impostazioni attuali, che incorporino elementi dei due mondi. Le manie, le forme morbose di orientalismo negli occidentali, sono certamente poco sopportabili, e fanno il paio con l’orgogliosa, sprezzante ed ignorante “difesa dei valori” occidentali, come se oltre non fosse possibile andare. Di là da ogni esotismo e da ogni provincialismo bisogna avere uno spirito di comprensione e di superamento, affrontando e illuminando ciò che è vivo.

Con questo spirito si sta organizzando un Congresso Oriente-Occidente. Il 4 e 5 giugno è stato tenuto a Pisa un Convegno preparatorio per un primo scambio di idee sul problema e per gettare le basi di un Primo Congresso, dal 26 al 30 agosto 1950, a Perugia.

Gli intervenuti, italiani e stranieri, hanno costituito un Comitato promotore (che includerà via via altri membri che si impegnino a diffondere nelle diverse nazioni la notizia del Congresso) e si sono trovati d’accordo su alcuni principi. Anzitutto nell’intendere per Oriente tutta l’Asia e nel considerare il mondo arabo, l’ebraismo della Palestina, la Russia asiatica, come tre ponti tra Oriente e Occidente. Con lo scopo di superare gli atteggiamenti di filia e o di fobia, e di condurre tutto ciò che è stato fatto nel passato al più alto punto di conoscenza e di utilizzazione reciproca, ascoltando e parlando nel cerchio mondiale, si è riconosciuto che, oltre l’opera dei dotti, è di grande importanza attuare un’opera più larga e divulgativa d’incontro e di scambio, legata al problema in atto della propria visione dell’uomo e della realtà. Cioè, mentre si stabiliranno modi di federalismo e di unità mondiale amministrativa, giuridica, politica, economica, è bene portar subito avanti quelle che sono le attuali concezioni della vita e del mondo, il destino religioso dell’uomo, le visioni filosofiche, le esperienze educative e psicologiche, le teorie e tendenze sociali. Naturalmente tale incontro e conoscenza possono anche esser fatti in modo che l’aperto colloquio giunga a mostrare criticamente l’inadeguatezza delle concezioni occidentali od orientali, o delle une e delle altre rispetto a più profonde esigenze attuali.

Il Congresso di Perugia adunerà persone provenienti da ogni parte del mondo; ed è già assicurato l’intervento di orientali. Il lavoro del Congresso sarà diviso in quattro parti: 1- Confronti di valore attuale fra Oriente e Occidente; 2- Situazione odierna delle posizioni religiose orientali; 3- Le concezioni odierne filosofiche e psicologiche orientali; 4- Atteggiamenti degli odierni movimenti sociali in Oriente. Come si vede non è il lato erudito, storiografico e filologico che interessa, quanto tutto ciò che opera attualmente. Per ogni sezione di lavoro vi saranno relazioni, comunicazioni, discussioni. A lato del lavoro del Congresso potranno tenersi riunioni, esposizioni, mostre, esserci sale per le singole nazioni. Il lavoro di raccolta degli indirizzi, di diffusione delle circolari d’invito, dell’elencazione delle relazioni (che poi saranno sceverate ed alcune riassunte) è già cominciato.

Non bisogna aspettarsi da questo Congresso più di quello che esso (e gli altri che seguiranno) potrà dare; che però è già molto. Attuare con serenità, semplicità e sincerità, l’apertura dell’anima; conoscere direttamente gli aspetti del vario travaglio spirituale degli uomini; preparare situazioni di dignità e di liberazione da ogni oppressione; riconoscere forse che se i problemi sono diversi al punto di partenza, si fondono ai punti di arrivo; prepararsi a questi, che sono un rinnovamento sociale e religioso del mondo.

In Capitini tutto si apre e tutto si tiene, imparando a orientarsi nei processi (e tutto è processo), attraversando i tanti piani di una realtà da trasformare, da liberare, con fiducia nel primato della prassi sulla conoscenza. Le aporie del nostro presente (l’atlantismo e il militarismo, le devastazioni di un capitalismo malthusiano e criminale), sono vicoli ciechi, mettono a nudo la specie umana, le sue debolezze, i suoi limiti, le sue profonde disuguaglianze, ma anche le sue potenzialità represse e inespresse. L’esperienza in corso della pandemia e delle sue conseguenze biopolitiche e sociali produrrà “nuove socialità” e nuovi socialismi oltre i limiti catastrofici di una realtà inaccettabile, da aprire e liberare.

 

Una buona notizia

 

Da Israele e dai territori palestinesi occupati da uno Stato teocratico e razzista, fondato sulle dinamiche di un brutale “colonialismo di insediamento” (ed è questa anche la storia degli Stati uniti d’America), giungono normalmente, in questi anni, cattive notizie: ai palestinesi è riservata una condizione di apartheid che rende impossibile la vita: dal moltiplicarsi delle carcerazioni “amministrative”, arbitrarie e senza processo, alle continue violenze poliziesche e dei coloni, alle demolizioni delle abitazioni per scacciare i loro abitanti, alla negazione dei vaccini contro la pandemia, in questi giorni. La propaganda israeliana e filoisraeliana insiste sulla potenza totalitaria della repressione come insuperabile dato di realtà; per i palestinesi l’unica alternativa sarebbe la morte sociale, la scomparsa delle loro esistenze e dei loro diritti; in Cisgiordania milioni di palestinesi sono imprigionati in bantustan sempre più ristretti, assediati da colonie ebraiche in continua espansione; Gaza è un campo di concentramento. Anche questa è un’aporia di una storia inaccettabile, che istituisce i palestinesi come vittime sacrificali di un’ineluttabile storia coloniale e imprigiona gli stessi israeliani nell’antico ruolo dei carnefici. Ma in questi giorni nella situazione dei palestinesi in Cisgiordania, a Gaza e nella diaspora internazionale irrompe il dato nuovo della candidatura di Marwan Barghouti, da 19 anni prigioniero in un carcere israeliano per aver guidato la prima e la seconda intifada nel 1987 e nel 2000, giustamente definito il Mandela palestinese, alle elezioni per la presidenza dell’Autorità nazionale palestinese; con una sua lista che coinvolge anche Ahmad Sa’dat, segretario del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, anche lui prigioniero in un carcere israeliano, dissidenti di Fatah e rappresentanti dei movimenti dal basso della società palestinese, parteciperà alle elezioni legislative del 22 maggio e si presenterà personalmente alle elezioni presidenziali del 31 luglio. È una scelta politica che apre una fase profondamente nuova della lotta di liberazione palestinese.

1 Il testo del patto fu pubblicato dai giornali nelle prime ore del giorno 18; ma il governo non consentì che se ne discutesse prima del voto, nonostante che questo avvenisse molte ore dopo tale pubblicazione.

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SUL FINANCIAL TIMES UNA CRITICA A DRAGHI

SUL FINANCIAL TIMES UNA CRITICA A DRAGHI

di Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo

AG 12 FEB 2021 – SUL FINANCIAL TIMES UNA CRITICA A DRAGHI: PIU’ CHE MANAGER KEYNESIANO, SARA’ UN “TECNOCRATE” DELLA “DISTRUZIONE CREATRICE” SCHUMPETERIANA.

Alla vigilia dell’insediamento del governo Draghi, il Financial Times pubblica un articolo fortemente critico firmato dall’economista Emiliano Brancaccio e dal collega Riccardo Realfonzo dell’Università del Sannio. Gli autori contestano la “narrativa tecno-Keynesiana” secondo cui Draghi sarebbe stato chiamato a gestire in modo ottimale la “enorme” somma di denaro che verrà dal Recovery Plan europeo. Essi ricordano che nella storia recente dell’Italia l’avvento dei “tecnocrati” ha sempre svolto un ruolo opposto: “indebolire le forze parlamentari per aumentare l’autonomia del governo nella gestione delle poche risorse disponibili nel mezzo di gravi crisi economiche”. Per gli autori fu così durante le crisi del 1992 con Amato-Ciampi e del 2011 con Monti. Con Draghi andrà diversamente? Brancaccio e Realfonzo nutrono dubbi.

 

Gli autori ricordano che dei 209 miliardi di euro che il Recovery Plan stanzierà all’Italia per i prossimi sei anni “127 sono prestiti che prevedono solo un risparmio sullo spread tra tassi di interesse nazionali ed europei: anche con previsioni pessimistiche sui tassi italiani, non più di 4 miliardi all’anno”. Riguardo ai restanti 82 miliardi di euro di risorse a fondo perduto, “l’importo netto dipenderà dal contributo dell’Italia al bilancio europeo. Considerato che un accordo su rilevanti imposte europee appare improbabile, i paesi membri dovranno contribuire come di consueto in relazione al PIL nazionale, il che implica che l’Italia dovrebbe pagare non meno di 40 miliardi. La sovvenzione europea netta è quindi di soli 42 miliardi, o 7 miliardi all’anno. Infine, se si considera che nella prossima sessione l’Italia contribuirà alla parte restante del bilancio UE per circa 20 miliardi, il trasferimento netto totale scende a meno di 4 miliardi all’anno”. Gli autori dunque concludono che nel complesso “l’Italia riceverà molto meno di 10 miliardi all’anno dall’Europa per i prossimi sei anni: una somma modesta se paragonata a una crisi che ha distrutto oltre 160 miliardi di PIL solo lo scorso anno, molto più delle passate recessioni”. Del resto, Brancaccio e Realfonzo ritengono non causale “che nel suo recente rapporto per il G30 Draghi abbia esortato i governi a sostenere la ‘distruzione creatrice’ del libero mercato: non certo Keynes, ma una versione ‘laissez-faire’ di Schumpeter”. Gli autori concludono che se lo sforzo dell’Ue per la ripresa non aumenterà, “la politica di Draghi potrebbe rivelarsi non troppo diversa dall’austerità dei ‘tecnocrati’ che lo hanno preceduto”. Il Professor Brancaccio tratterà il tema anche nella sua consueta rubrica “Eresie”, oggi alle 11,30 su RAI Radio Uno.

 




Draghi e governo della finanza: Non prevarranno!

Draghi e governo della finanza: Non prevarranno!


8 Feb , 2021||2021|Visioni

1. E ti amo Mario

Sgombriamo il campo da un equivoco. Il problema non è la “persona” Draghi. Che ha fatto buone scuole, è stato allievo di Caffè, ama l’Opera ed è pure romanista. Qualità che apprezzo.  In politica, però, conta ciò che si rappresenta, le visioni di fondo e gli interessi che ci muovono, e i fatti, le scelte che si sono compiute. I “fatti” di Draghi sappiamo quali sono. Mi limito a un breve ripasso, ma non per amor di polemica, bensì perché si tratta di questioni fondamentali, rivelative di un approccio, di una visione appunto, oltre che dei precisi interessi che Mito-Mario ha sempre scelto di garantire, da quando è entrato nel grande gioco del potere. Ci ricordiamo tutti il ricatto antidemocratico alla Grecia di Tsipras, attraverso la chiusura della liquidità da parte della BCE, per indurla ad accettare il Memorandum imposto dalla Troika e punire la pretesa greca di resistervi, in nome peraltro della volontà popolare esplicitamente espressa. Così come la lettera Trichet-Draghi, che intimava al governo Berlusconi di seguire un preciso programma di “riforme” neoliberiste (ben poco compatibile, peraltro, con il nucleo fondativo, sociale e lavorista, della Costituzione del 1948, formalmente ancora vigente).  Anche in quel caso, seguì una pressione dall’alto sui titoli di Stato italiani, per far schizzare lo spread e indurre Berlusconi alle dimissioni: fu co-decisa da Draghi. La maggioranza di Berlusconi era in difficoltà, probabilmente sarebbe entrata in crisi lo stesso da lì a breve, ma l’esito naturale di una crisi politica sarebbero state le elezioni. Invece, con lo stato di emergenza finanziario, creato ad arte, anche in quel caso la politica fu commissariata, con il loden di Monti e le lacrime della Fornero. Forse con quella scelta di far fuori il governo legittimato dagli elettori (distante anni luce dalle mie preferenze) ebbero a che fare, tra l’altro, le giuste posizioni critiche assunte da Tremonti sulle banche tedesche e francesi pesantemente esposte con la Grecia (banche che erano le vere destinatarie del programma di “aiuti” predisposto dalla Troika), nonché il piano, o comunque l’opzione del governo italiano, di cui si vociferò in quei mesi, su una possibile uscita dell’Italia dall’euro? Ancora: non c’è bisogno di insistere troppo sulle privatizzazioni discutibili, sul Britannia, sulla svendita del patrimonio pubblico del Paese (da rileggere sul tema le memorie di Giuseppe Guarino), sulla pretesa elitista di stringere l’autonomia della politica democraticamente legittimata in una morsa che, a dispetto  degli interessi dei ceti popolari, doveva impedire politiche redistributive e sociali, la difesa del lavoro, il rilancio della domanda interna, nonché un previdente mantenimento   degli strumenti dell’economia mista. I fatti, dunque, confermano che Draghi è un rappresentante eminente del capitalismo finanziario. Abile, per carità, ma a favore di chi? Questi fatti quanto sono compatibili con le idee, gli insegnamenti di Federico Caffè? Anche rispetto all’euro, alla tesi secondo la quale Draghi l’avrebbe “salvato”, e con esso l’Italia,  si possono opporre due interrogativi (nello spirito proprio di Caffè, che aveva criticato lo SME, oltre alla tentazione costante di usare strumentalmente  i vincoli finanziari, rafforzandoli con l’ideologia del vincolo esterno, per giustificare politiche antipopolari): ma davvero si è trattato di un salvataggio dell’Italia, o non piuttosto degli interessi strategici della potenza egemone dell’eurozona, cioè la Germania, che ha tutto  i vantaggi a mantenere l’euro, e in esso l’Italia, per assicurarsi un vantaggio competitivo permanente sul fronte delle esportazioni? Il “whatever it takes”, il Quantitative Easing, pur significativi, hanno rappresentato una soluzione stabile, permanente delle asimmetrie dell’eurozona (che Draghi conosce bene, perché tra le righe le ha spesso ricordate nei sui discorsi), oppure un “comprare tempo”, cercando di stringere ancora di più l’Italia nella camicia di forza dei vincoli del Fiscal Compact e delle altre condizionalità legate alla sopravvivenza dell’euro?  Siamo sicuri che sia convenuto all’Italia? E non sarebbe stato più giusto un dibattito aperto sul tema, che coinvolgesse i cittadini, invece di farne un tabù? Del resto, com’è noto, l’ironia della storia contempla che il giovane Draghi abbia elaborato una tesi di laurea precisamente sulle monete senza Stato come l’euro, nella quale sosteneva (impeccabilmente) che una moneta comune in presenza di squilibri macroeconomici e senza una fiscalità accentrata, governata politicamente, non potesse essere un obbiettivo augurabile perché viziato da contraddizioni strutturali.

Draghi, allora, sarà un altro rispetto a quello che è stato finora? Siamo in presenza di un’effettiva svolta sociale e inclusiva del capitalismo? Di un’Europa che diviene politica, sociale, democratica? Non pare credibile. Soprattutto, ed è questo il nodo fondamentale, si pone una questione di legittimità democratica. Possiamo continuare con il commissariamento della democrazia? Qual è l’effettiva fonte di legittimazione di Draghi?  E se si deve ricorrere, ancora, a una sorta di stato di eccezione tecnocratico, siamo proprio sicuri che ci si stia avviando verso una trasformazione politica che perlomeno corregga le storture del “trentennio inglorioso”?

Draghi, con un triplo salto carpiato, può far finta di non essere mai stato neoliberista, di non avere mai contribuito a imporre l’austerità alla Grecia e all’Italia, di non avere sempre avuto come stella polare gli interessi del capitale finanziario. Del resto, cambiare idea è lecito, si dice (e l’ha ripetuto anche lui, di recente, citando giustamente Keynes). Ma che a gestire un’eventuale nuova fase siano chiamati i responsabili del disastro precedente fa venire molto dubbi. E viene il sospetto che il presunto cambiamento sia semplicemente un falso movimento, un’abile strategia comunicativa, funzionale al riassetto, complice la pandemia, del capitalismo neoliberale, che era già in crisi. Quando si tratterà di pagare i costi di tale riassetto, e suonerà la campanella che sancirà la fine della ricreazione, con la scusa del debito e una rinnovata strategia della tensione sullo spread, ne vedremo delle belle, in termini di nuova austerità, “riforme”, macelleria sociale, svalutazione del lavoro, impoverimento, disoccupazione. Tutto pur di evitare le ricette giuste, quelle di Keynes e Caffè, che invece mettevano al primo punto la “repressione finanziaria” per consentire di impostare politiche pubbliche di intervento nell’economia, non sotto ricatto dei mercati e perciò volte all’interesse dei lavoratori e dei ceti non abbienti. Alla luce di tutto quello che è accaduto in questi decenni, fino al coronamento di oggi, si comprende la ferma volontà di Caffè di sparire. Per non vedere. Soprattutto certi allievi.

2. Governo tecnico? 

Sul tema, si apre una questione politica e istituzionale, che va ben al di là della figura di Draghi.  I governi cosiddetti “tecnici” hanno una lunga storia. In realtà, dietro questa espressione ambigua si cela un’ampia tipologia di governi. In generale, si potrebbe dire che “tecnico” sta per “non politico”. Ma è proprio così? Sono possibili governi non politici, in un contesto democratico-rappresentativo? In realtà, nella misura in cui tutti i governi debbono avere la fiducia del Parlamento, sono tutti in qualche modo politici. Il problema è: politici in che senso? Di quale “politica” si sta parlando? Nel caso del governo Draghi, di una politica che neutralizza la politica (partitica, cioè espressiva delle “parti” nelle quali si articola la società e che si proiettano, attraverso la rappresentanza parlamentare, nello Stato). Governo tecnico, quindi, è il risultato di una crisi della politica che non riesce a trarre dal proprio interno le soluzioni. In sostanza, con il governo tecnico si cerca una soluzione non politico-partitica, a cui le forze parlamentari accettano di dare fiducia, facendo in qualche modo un passo indietro. Ma di per sé la “tecnica” non ha la possibilità di proporsi come soluzione. Occorre che qualcuno, un’istituzione in grado di farlo, la proponga e sostenga in prima istanza, in qualche modo sfidando il Parlamento (o sollecitandolo fortemente), mettendo in gioco il proprio prestigio e il proprio ruolo.  Occorre, in sostanza, un’istituzione dotata di un plusvalore terzo, di una rappresentatività simbolica generale, che possa spendere questa riserva di senso politico, di auctoritas, per favorire uno sbocco positivo che altrimenti le forze politiche, da sole, non sarebbero in grado di determinare, paralizzate dai propri veti. Si tratta insomma di una forzatura, che serve a imporre una soluzione. Più è drammatizzata la crisi, più pesa il nome del prescelto come deus ex machina, maggiore sarà la probabilità del successo. In sostanza, il Parlamento è messo alle strette e non può dire no. Stiamo parlando, dunque, di un governo del Presidente. In qualche modo, ogni governo tecnico, istituzionale o di garanzia, è un governo del Presidente. Nel caso dell’incarico a Mario Draghi, il Presidente della Repubblica ha quindi scelto di percorrere la strada di un “governo del Presidente”: un esecutivo “di alto profilo”, che dovrebbe affrontare un’emergenza altrimenti non risolvibile. Fin qui, siamo nel solco di una storia istituzionale inscritta nel primato della statualità, come forma politica originaria   dell’unità della nazione, che deve prevalere sulle parti e gli interessi frazionali perché incarna il supremo interesse, la salus rei publicae. Siamo cioè nel pieno della dottrina dello Stato moderno (non assoluto, ma costituzionale).   Questo potere d’impulso del Presidente della Repubblica, in quanto garante dell’unità nazionale e della Costituzione, proviene da Weimar e, per certi aspetti, è un resto (urbanizzato, secolarizzato) della prerogativa monarchico-costituzionale. Naturalmente, con la monarchia era una prerogativa connessa alla sovrapposizione tra legittimità dinastica e continuità dello Stato, e perciò aveva in se stessa la propria fonte di legittimazione. Nel caso delle Repubbliche, la legittimazione politica di ultima istanza proviene invece dal popolo, perché la sovranità ad esso appartiene. Nel caso di Repubbliche presidenziali, o semipresidenziali, la funzione politica del Capo dello Stato è evidente. Nel caso di Repubbliche parlamentari, soprattutto se il sistema politico opera in modo efficiente, quella funzione si riduce al minimo, è notarile e quasi onorifica (si pensi all’irrilevanza politica del Presidente della Repubblica tedesco). In Italia non è così, perché il ruolo che il Presidente della Repubblica svolge è “a fisarmonica”: si allarga e restringe a seconda della funzionalità e della forza del sistema dei partiti. Quando si apre una crisi complessa, se i partiti sono deboli e divisi, e la situazione appare come emergenziale perché esistono problemi di ordine economico e sociale non ordinari (terrorismo, gravi turbolenze economico-finanziarie, emergenza sanitaria ecc.), il ruolo del Presidente è inevitabilmente destinato a crescere in modo notevole. Intendiamoci, ciò è possibile perché in generale la funzione del Quirinale nel nostro assetto è rilevante, soprattutto nella gestione delle crisi di governo, e perché dei poteri propri il Capo dello Stato italiano li ha (compartecipando a tutti e tre i poteri, ed equilibrandoli). Ciò accade anche se non è eletto dal popolo e non svolge una funzione di indirizzo politico in senso proprio, ma di custodia dell’indirizzo fondamentale depositato in Costituzione e di garanzia dell’unità nazionale. Il problema è che quanto più cresce il suo attivismo, tanto più aumenterà la discrezionalità ermeneutica del suo operato: la custodia di quell’indirizzo costituzionale fondamentale diventerà, inevitabilmente, un’interpretazione politica di esso, e quindi un indirizzo politico vero e proprio, seppur in senso istituzionale.  Insomma il Presidente, svolgendo una funzione di alta politica costituzionale, finisce per imprimere un indirizzo politico generale, almeno relativamente alla risoluzione delle crisi “difficili” (che però sono gli snodi decisivi della vita della nazione). Questa funzione di impulso, moral suasion, esternazione e determinazione di punti di equilibrio politici è cresciuta nei decenni, in particolare dai primi anni Novanta (segnati da Tangentopoli, dalla crisi finanziaria del ’92 e dall’offensiva stragista della mafia), cioè da quando il sistema politico della cosiddetta Prima Repubblica è stato terremotato.  Ma c’è da dire che la rilevanza crescente del ruolo del Presidente era già emersa con Pertini, punto di riferimento morale grazie alle sue ferme prese di posizione sullo scandalo P2 e sulle inefficienze nei soccorsi durante il terremoto dell’Irpinia, ma anche con la scelta di conferire l’incarico di formare governi a esponenti “laici”, cioè non democristiani. E poi, in ben altro senso, con le “picconate” di Cossiga.  Va inoltre ricordato che anche l’esperienza dei governi di unità nazionale non è una novità, avendo segnato il periodo del terrorismo e della crisi economica della seconda metà degli anni Settanta in Italia; ma in quel caso era la politica a promuoverli, non il Presidente della Repubblica.

Spesso si è paragonato il caso italiano a quello della Repubblica di Weimar (per fortuna, non negli esiti): in quest’ultima, il Presidente era però eletto dal popolo e aveva poteri emergenziali, codificati nell’art. 48 della Costituzione. I governi di affari, emergenziali, privi di maggioranza parlamentare, poggiavano di fatto sul suo sostegno esclusivo.  Nel nostro sistema, ed è un bene, nulla di tutto ciò è possibile. Ma è innegabile che il peso dei poteri presidenziali sia significativamente cresciuto (con Scalfaro e Napolitano, in particolare): tanto che ci si è spinti a ipotizzare una sorta di semipresidenzialismo di fatto, frutto di una torsione che la transizione infinita, senza sbocchi veramente stabili, del sistema politico post-Tangentopoli e la crisi economico-finanziaria avrebbero determinato, oltre che del modo in cui tali personalità hanno interpretato il loro ruolo presidenziale. Ci si è anche chiesti, perciò, se non fosse il caso di prendere atto di tale evoluzione e metterla in forma, prevedendo un’elezione diretta. A mio avviso sarebbe un azzardo, ma la questione di fondo esiste.  Il Presidente Mattarella è un convinto parlamentarista, e tuttavia alcuni suoi interventi hanno confermato un significativo ruolo di intervento e indirizzo nei momenti di crisi: pensiamo al rifiuto di sciogliere le Camere opposto a Renzi dopo la sua sconfitta nel referendum costituzionale (almeno secondo alcuni retroscena), al veto su Savona durante la formazione del primo esecutivo Conte, allo gestione della crisi del medesimo governo,  infine (e soprattutto) all’esclusione delle elezioni oggi e all’incarico a Draghi.

Il punto teorico che a me pare importante sottolineare, perché gravido di conseguenze politiche, è questo: a Weimar, ma in qualche modo anche durante la cosiddetta Prima Repubblica, si poteva ancora invocare il plusvalore politico dello Stato e dell’unità nazionale, a fronte di gravi emergenze politiche come il terrorismo, l’estrema conflittualità politica, la crisi sociale. Oggi è surreale, perché si evoca qualcosa che in realtà è stato svilito e liquidato nel trentennio neoliberista, e lo si fa in nome di forze e obbiettivi che negano quel plusvalore politico della statualità: ovvero in nome del vincolo esterno, dei mercati finanziari (il cui voto peserebbe più di quello dei cittadini), di istanze di potere che certo democratiche non sono. Siamo di fronte a fantasmi dello Stato politico, del potere terzo efficace, dell’unità nazionale, evocati per garantire che la politica, e in particolare la partecipazione democratica, non interferiscano in alcun modo con il processo di integrale funzionalizzazione dello Stato ai processi di spoliticizzazione post-nazionale, finanziaria e mercatista (in Europa, ordoliberale). Uno stato di eccezione tecnocratico, post-politico, che serve non a ricostituire l’autonomia della politica democratica, ricostruendo lo spazio di un sano conflitto politico rappresentativo dei differenti interessi sociali, e rafforzando la coesione della comunità intorno ai propri interessi generali, pubblici, ma al contrario a subordinare definitivamente le scelte della collettività a interessi estranei a quello nazionale, e legati alla finanza privata.  L’appello all’emergenza e all’unità è quindi un modo per affidare a commissari di poteri esterni, non legittimati democraticamente (la Troika), cioè a élites privatistiche, oligarchiche e antidemocratiche, quelle scelte. Imponendo ai partiti, condannati a cantare e portare la croce (cioè a raccogliere il consenso sul piano nazionale, senza poter decidere nulla di diverso dai diktat dei mercati e dell’UE), di sostenere le politiche del “pilota automatico”. Il fatto che il consenso scemi non può sorprendere, ed è infine diventato un problema: da ciò gli strepiti contro populisti e sovranisti (termine quest’ultimo privo di consistenza scientifica), al di là della loro reale intenzione e capacità di imporre una svolta politica credibile. La dialettica basso contro alto, popolo contro oligarchie, è una conseguenza logica del processo di espropriazione della sovranità democratica.  Può essere che sia destinata a fallire, che i suoi esiti siano ambigui o inefficaci. Ma è certo che finché permane questo campo di tensione dialettica, si cercherà di arginarlo in ogni modo attraverso l’uso politico-comunicativo dell’emergenza, per disciplinare i riottosi.  Un’impostazione obbiettivamente eversiva dei valori democratici.

3. Miseria dell’apolitica

Salvini, convertito insieme ad Alberto Bagnai e Claudio Borghi sulla via di Draghi, grazie al battistrada Giorgetti (il Gianni Letta della Lega), dice che prima o poi si tornerà a votare. Si, forse (potrebbe sempre esserci un’altra “emergenza imprevista” in agguato, alla bisogna; ormai non possiamo sorprenderci più di nulla). Ma più poi che prima. Cioè il rischio è che si torni a votare quando sarà inutile. Quando tutte le scelte che contano saranno state fatte. Quando gli adagi di Schäuble e di Draghi stesso (le elezioni non contano, tanto c’è il pilota automatico) saranno stati blindati. E le elezioni saranno solo quel rito inutile, che serve a dare l’opportunità a qualche politicante di bassa lega di giocare alla lotteria che mette in palio dei seggi e a illudere i cittadini di avere qualche voce in capitolo.  Non c’è da sorprendersi se così la fiducia nelle istituzioni crolla. Sarebbe più serio abolire le elezioni, sancendo la fine dell’epoca cominciata con le Rivoluzioni settecentesche. Si sforzino, le cosiddette élites, di trovare un nome, e un discorso di legittimazione coerente, per giustificare in maniera esplicita, senza scuse emergenziali, la liquidazione della democrazia costituzionale. Soprattutto, propongano un nuovo modello, invece di deformare sempre di più quello ereditato dai Costituenti. Ma non lo possono fare: perché la loro mancanza di dignità e coraggio politico (quello che fa lottare apertamente, non manovrare dietro le quinte) è proporzionale al cinismo. La narrazione liberal, perbenista, pseudo-progressista, che è la copertura ideologica del globalismo finanziario, impedisce di dire la verità e soprattutto di trarne le conseguenze. A Occidente come a Oriente, tranne rare eccezioni, nella migliore delle ipotesi vigono democrature, democrazie protette, autocrazie elettive. Con la differenza che a Occidente le forzature sono prodotte del combinato disposto tecnocrazie-finanza-media mainstream, con l’asservimento di istituzioni e politici in teoria autonomi, ma in realtà funzionali. A Oriente si manifestano nella forma di un nuovo autoritarismo tecnologico, cioè di un potere inamovibile e insindacabile, anti-pluralista, basato sulla pervasività del controllo. Convergeranno?

Il governo precedente aveva molti limiti, e soprattutto dall’estate scorsa il suo motore ha cominciato a imballarsi pesantemente. Ho la sensazione che con Draghi assisteremo a un nuovo uso politico-comunicativo della “pandemia”. Prima è servita a seminare terrore e chiudere tutto (al di là delle reali esigenze e della razionalità), adesso sarà l’occasione per aprire se non tutto molto e santificare Draghi come il nuovo “re taumaturgo”, che ha guarito la scrofola. Personalmente ne sarò felice, come credo tanti che non ne potevano più, ma resta il dato politico di un cambio strumentale di narrazione, che giustifica molti cattivi pensieri su quanto è accaduto nell’ultimo anno.

Il Movimento 5 stelle, una forza che ha raccolto la protesta anti-establishment, evidentemente per sterilizzarla, può governare con tutti: Lega, PD, persino Forza Italia. E può addirittura sostenere uno dei massimi esponenti delle élites tecnocratiche e finanziarie, da loro combattute a parole. Andando avanti così, dei 5 stelle resterà ben poco. Il Pd è un partito governista a prescindere: non ha una propria identità, una visione, che non sia la “responsabilità” di stare sempre dalla parte del sistema; considerando il partito di cui, seppur molto indirettamente, sarebbe erede, e di cui si celebra il centenario, non si sa se ridere o piangere. Anche La Lega, alla fin fine, probabilmente per tatticismo strumentale e comodità, o per il richiamo della foresta dei padroncini del Nord e della Confindustria, risponde all’appello. Twittare l’articolo 1 della Costituzione serve solo a fare un po’ di propaganda. Gli anatemi reciproci tra Sinistra e Lega, 5 stelle e Forza Italia, mostrano qui, definitivamente, la loro grottesca superficialità e inconsistenza. PD e 5 stelle, se ancora potranno agganciarsi alla boa Conte, tra un anno e mezzo o due, riusciranno forse a prendere insieme i voti che una volta prendevano da soli, quando erano al massimo del consenso. Dipenderà da molti fattori, ma è facile immaginare che una prateria si aprirà per chi saprà rappresentare un’opposizione coerente. Per evitare tale delegittimazione generale della politica, sarebbe stato necessario tenere il punto dell’imprescindibilità della sovranità democratica. La via maestra erano le elezioni. Com’è accaduto e accade in altri Paesi. Se si trattava di guadagnare qualche mese, si poteva dar vita a un governo super partes, di garanzia, di durata limitata, per accelerare la campagna vaccinale, presentare il Recovery Plan (peraltro sopravvalutato nella sua portata) e condurre alle elezioni alla fine della primavera o dopo l’estate.

Paragone e Meloni non saranno della partita Draghi. Per fortuna, perché un governo senza opposizione non è mai un bene per la democrazia. E poi, sia detto con ironia, sarebbe stato un po’ troppo ritrovarsi, come Fionda, a rappresentare l’unica opposizione. Si vedrà se saranno loro a capitalizzare la voglia di cambiamento e, soprattutto, di recupero della sovranità democratica. Certamente, occorrerebbe altro.  Ma quello che si può fare per ora è solo un lavoro culturale e critico di lunga lena: la Fionda serve a questo. Sperando che quelle istanze decisive, che esprimono il senso profondo della legittimità moderna, della sua promessa democratica, non siano fiaccate per sempre. Significherebbe che il riassetto del capitalismo in chiave digitale (e antisociale), occasionato dal coronavirus, si è mangiato interamente la politica come sfera dell’autodeterminazione e dell’eteronomia progettuale rispetto all’immanenza dell’economico. Una sorta di complessiva transizione epocale, di segno antropologico, civile e culturale, all’insegna dell’antipolitica ammantata di epistocrazia. In questo senso, il governo Draghi potrebbe essere visto come una pedina di un disegno più ampio: il governo della saturazione dello spazio pubblico, della negazione del conflitto in quanto tale. Ma ne siamo certi: non praevalebunt.

Di: 




Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzionedi Emiliano Brancaccio

[Una versione di questo saggio è stata pubblicata in E. Brancaccio (con G. Russo Spena), Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, Roma, Meltemi, 2020.]

L’ex capo economista del Fondo monetario internazionale ha sostenuto che per scongiurare una futura “catastrofe” serve una “rivoluzione” keynesiana della politica economica. La sua tesi viene qui sottoposta a esame critico sulla base di un criterio di indagine scientifica del processo storico definito «legge di riproduzione e tendenza del capitale». Da questo metodo di ricerca scaturisce una previsione: la libertà del capitale e la sua tendenza a centralizzarsi in sempre meno mani costituiscono una minaccia per le altre libertà e per le istituzioni liberaldemocratiche del nostro tempo. Dinanzi a una simile prospettiva Keynes non basta, come non basta invocare un reddito. L’unica rivoluzione in grado di scongiurare una catastrofe dei diritti risiede nel recupero e nel rilancio della più forte leva nella storia delle lotte politiche: la pianificazione collettiva, intesa questa volta nel senso inedito e sovversivo di fattore di sviluppo della libera individualità sociale e di un nuovo tipo umano liberato. Una sfida che mette in discussione un’intera architettura di credenze e impone una riflessione a tutti i movimenti di lotta e di emancipazione del nostro tempo, tuttora chiusi nell’angusto recinto di un paradigma liberale già in crisi.

The former chief economist of the IMF argued that a Keynesian “revolution” is needed to prevent a future “catastrophe”. His thesis is criticized here on the basis of a scientific investigation of the historical process called “law of reproduction and tendency of capital”. A prediction arises from this research: the freedom of capital and its tendency to centralize in fewer and fewer hands represent a threat to other freedoms and to the liberal democratic institutions. With such a prospect, it is not enough to invoke Keynes or a basic income. The only revolution capable of preventing a catastrophe of rights lies in the relaunching of the strongest lever in the history of political struggles: collective planning, conceived this time in the new sense of development factor of free social individuality and of a new liberated human kind. A challenge that requires a rethinking of all the movements of struggle and emancipation of our time, still closed in the narrow enclosure of a neoliberal paradigm already in crisis.

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in Il Ponte, 6 ottobre 2020




“Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente”, intervista ad Andrea Zhok

Intervista ad Andrea Zhok, professore di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano e autore, per Meltemi, di “Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente”.

Andrea Zhok è professore di Filosofia Morale, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Il suo ultimo lavoro, Critica della ragione liberale, pubblicato recentemente per i tipi di Meltemi, rappresenta un’ulteriore tappa, se non quella decisiva, di un percorso teorico unitario, di cui si possono rintracciare le direttive nei lavori precedenti. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Il concetto di valore: dall’etica all’economia (Mimesis, 2002), Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo (Jaca Book, 2006), Libertà e natura. Fenomenologia e ontologia dell’azione (Mimesis, 2017), Identità della persona e senso dell’esistenza (Meltemi, 2018), e il pregiatissimo lavoro monografico L’etica del metodo. Saggio su Ludwig Wittgenstein (Mimesis 2001).

Professor Zhok, la ringraziamo per aver accettato la nostra intervista. Prima di entrare nello specifico di questa conversazione, vorrei chiederle, che ruolo ha, oggi, la filosofia, e soprattutto in che modo l’attività filosofica è percepita dalla contemporaneità?

L’attività filosofica è percepita oggi in maniera piuttosto confusa e distorta. Non che si tratti di qualcosa di inedito. La filosofia è una “disciplina” intrinsecamente elitaria (come tutto ciò che richiede lungo studio), ma è spesso percepita come una mera variante dotta dell’opinionismo del senso comune. La difficoltà specifica dell’esercizio filosofico è per certi versi l’inverso di quanto accade in altri campi. Un filosofo non può essere semplicemente lo specialista di un campo. Ci sono naturalmente studiosi di cose filosofiche che si specializzano in un campo, ma un filosofo è qualcuno che abbina capacità di analisi in una varietà di campi ad una robusta capacità di sintesi degli stessi. Queste caratteristiche sono rare, straordinariamente inattuali, e assai difficili da insegnare. Esteriormente il filosofo può presentare caratteristiche che lo rendono spesso difficilmente distinguibile dal retore, dall’opinionista, o dal ‘sofista’ (invero la questione di come distinguere il filosofo dal sofista è antica quanto la filosofia stessa). In questo senso, è abbastanza raro che le specifiche qualità di ciò che è filosofico vengano percepite dal pubblico generalista. Nel migliore dei casi viene percepita la ‘persona di cultura’, che però di per sé è solo un cugino di secondo grado del filosofo, e che nel filosofo ricopre solo un aspetto collaterale.

Il filosofo, quando è tale, è quasi per definizione una vox clamantis in deserto. E in ciò c’è un paradosso tragico, perché l’intero senso dell’attività filosofica, da Socrate in poi, sta nella sua ‘capacità educativa’. Come riuscire a mediare tra elitarismo intrinseco e vocazione educativa è l’enigma, spesso irrisolto, di ogni filosofo.

Nei suoi interventi, non ultimo, quello relativo al noto articolo di Agamben, Requiem per gli studenti, emerge una critica radicale a un atteggiamento peculiare del nostro tempo, ossia ridurre la filosofia a mera chiacchiera. Chiacchiera che non sente più né l’esigenza di esporre un contenuto concreto, né quella del confronto e della discussione, ma si appaga solamente di retorica, slogan e battute a effetto. Secondo lei, esiste una ragione specifica per questo, ad esempio una committenza indiretta della società contemporanea a delegittimare, a livello delle grandi masse, l’attività filosofica, e quindi la capacità stessa a sviluppare un ragionamento e a discuterlo?

Non credo ci sia un interesse specifico a delegittimare la filosofia. L’impatto della filosofia in senso proprio è comunque sempre obliquo e indiretto, e in questo senso difficilmente ha nemici. La filosofia quando semina bene consente alle idee di maturare in maniera più rapida e rigogliosa, ma queste idee devono comunque maturare nelle menti delle singole persone che se ne appropriano. In questo senso la filosofia non persuade. La persuasione è il compito della retorica, della sofistica, della politica, talvolta della didattica, ma non della filosofia. L’elaborazione filosofica svolta in proprio consente di portare alla luce contraddizioni, malintesi e sofismi che costellano il discorso pubblico. Questa è una funzione destruens che la formazione filosofica può, talvolta, esercitare con efficacia nel dibattito pubblico. In seconda istanza, con un po’ di fortuna, essa può aver successo nell’invitare le persone mentalmente più vive ad un approfondimento personale.

Ciò che invece la filosofia, se è tale, dovrebbe guardarsi dal fare, è giocare la carta della semplificazione ad effetto. Gli studi filosofici sviluppano la capacità dello sguardo ad abbracciare grandi sintesi, ma se questa capacità è estrapolata dall’insieme del lavoro filosofico e applicata senza remore al dibattito pubblico, essa tende a divenire una proiezione di fumisterie astratte, di frasi ad effetto, di ideologismi a buon prezzo, tutte cose che sono in effetti il nemico giurato del filosofo. Purtroppo una parte non piccola dei sedicenti filosofi contemporanei (soprattutto di ascendenza postmoderna) indulge assai in questo vizio catastrofico.

Di recente pubblicazione è il suo notevole lavoro, Critica della ragione liberale (Meltemi Editore, 2020): in primo luogo, cosa si intende per critica, da un lato, e cosa per ragione liberale, dall’altro?

Naturalmente il titolo vuole richiamare l’opus kantiano. “Critica” in Kant è lo studio delle condizioni di possibilità dell’esperienza. In un senso estensivo, nel titolo intendo “critica” nel medesimo modo, anche se il procedimento di analisi delle condizioni di possibilità che adotto è più ‘genealogico’ che ‘trascendentale’ (cioè più legato alla derivazione storica).

L’espressione “ragione liberale” ha poi un senso specifico, che va chiarito. Con l’espressione “ragione liberale” intendo nominare uno specifico nucleo collocato all’origine di quella vasta e confusa pluralità di posizioni che di volta in volta si nominano come “liberali”. Ciò che va sotto il nome di “liberalismo” ha un’identità estremamente sfuggente e contraddittoria, il che tende a sottrarlo ad ogni critica che si voglia precisa e non generica. Una critica del “liberalismo” corre perciò il rischio di risultare vaga e inconcludente, perché all’interno dello spazio di ciò che si appella al “liberalismo” troviamo autori e tesi spesso diametralmente opposte e inconciliabili. Dopo tutto l’unica cosa che univocamente accomuna tutte le posizioni sedicenti “liberali” è il mero rifiuto del modello di potere fondato sulle gerarchie di nascita (l’Ancien Régime, abbattuto dalla Rivoluzione francese). Come è chiaro questa determinazione è del tutto insufficiente per avviare una critica del più influente movimento della modernità. Con “ragione liberale” intendo invece uno snodo concettuale che si presenta come nucleo centrale e influente di tale movimento. La ragione liberale si radica nel liberalismo classico, e gravita intorno ad alcune specifiche nozioni: una concezione negativa della libertà, come mera non interferenza; l’idea della società civile come ordinamento strutturato attorno all’incontro di interessi privati; l’idea del fondamento naturale, e non positivo, dei diritti individuali, e altro ancora.

Potrebbe illustrare come è strutturata l’opera, e indicare la metodologia adottata per il suo sviluppo?

Al di là di quanto ciascuno può vedere leggendo l’indice del testo, il lavoro è strutturato idealmente in una parte storico-genealogica (prime quattro sezioni) in cui cerco di esaminare le linee di sviluppo di lungo periodo che sfociano nelle ‘rivoluzioni liberali’ (inglese, francese, americana, ma soprattutto la “rivoluzione industriale”), ed in una parte di analisi contemporanea (ultime due sezioni), dove cerco di esaminare la peculiare conformazione della ragione liberale e ciò che la sua egemonia corrente occulta.

Questa partizione è motivata metodologicamente. La differenza tra l’approccio che tento ed altre critiche del liberalismo nella letteratura disponibile è che qui cerco di mostrare la profondità storica del movimento che conduce all’egemonia della ragione liberale. Ciò è essenziale per non dare l’impressione che l’egemonia liberale sia una specie di ‘errore’ della storia (per i critici) o al contrario una sorta di ‘destino’ della storia (per i sostenitori). L’analisi che propongo, come recita il sottotitolo, si inscrive nella tradizione della filosofia della storia, non di una cursoria critica politica. Ciò non toglie che la dimensione critica sia in ultima istanza radicale.

Lei, a un certo punto, parla di tendenze disgregatrici del mondo contemporaneo, che l’egemonia della ragione liberale ha portato alla luce: potrebbe illustrare quali sono queste tendenze e in che modo tendono a lacerare il tessuto sociale in cui si diffondono? 

Non posso naturalmente illustrare tutte queste tendenze, la cui analisi copre una parte estesa del volume, tuttavia è forse possibile estrapolarne qualche aspetto di fondo. La ragione liberale nella sua diffusione storica ha operato progressivamente in modo da dissolvere tutte le strutture sociali, normative, affettive, identitarie e culturali che conferivano senso e orientamento agli uomini. La ragione liberale è una forma della ragione che strutturalmente crea insicurezza. Essa vive di insicurezza, vi si alimenta. Il competitivismo economico, la lotta sociale di tutti contro tutti è uno straordinario creatore di insicurezza, tanto maggiore quanto più precaria la propria collocazione, ma comunque operante ad ogni livello. Questo carattere sistematicamente destabilizzante si ripercuote su ogni struttura tradizionale in quanto tale, famiglia, comunità, Stato, che di nuovo produce ulteriore insicurezza. Le società premoderne affrontavano l’insicurezza nella dimensione del rapporto con la natura, in forma di potenziali catastrofi, carestie, malattie, terremoti, ecc. Nella società moderna l’insicurezza è invece introiettata, inclusa come prodotto sociale da dosare e coltivare. La dissoluzione di tutte le identità, personali, culturali, nazionali, territoriali, naturali, ecc. ne è l’effetto sistemico: la forma di vita liberale, una volta giunta a compimento e dopo aver esaurito la sua spinta ‘rivoluzionaria’ (‘progressiva’), appare semplicemente come nichilismo realizzato.

Nell’ultima sezione del libro, Regimi della ragione liberale, lei analizza le modalità ideologiche attraverso cui l’egemonia della ragione liberale si manifesta nel mondo contemporaneo. Vorremmo chiederle: cosa intende esattamente per ideologia? E inoltre: quali sono, secondo lei, le più esiziali del nostro tempo? 

La ragione liberale è la prima forma di razionalità impostasi a livello di massa che sia del tutto priva di ogni interna nozione di ‘misura’. L’essenza della ragione liberale è il ‘superamento’ del confine, la ‘trasgressione’ della regola, l’abbattimento del limite, la crescita infinita, l’espansione illimitata, ecc. La forma mentis che alimenta l’immagine di sé della ragione liberale (che coincide in gran parte con la ragione moderna) è quella di un ripudio dell’obiettività di ogni valore, affidando ogni miglioramento al desiderio individuale illimitato. Questa ispirazione ‘rivoluzionaria’ di fondo è un potente motore della storia fino a quando la storia oppone resistenza, fino a quando esistono strutture rigide, regole inconcusse, vincoli condivisi: essa li dissolve e così facendo fa da catalizzatore degli sviluppi storici. Quando l’opera di dissolvimento delle strutture pregresse è finita, essa inizia a divorare sé stessa.

Per ‘ideologia’ intendo, marxianamente, la dissimulazione teorica della reale struttura motivazionale e causale della società. Quanto più profonda la dissimulazione, tanto più dannosa l’ideologia. La ‘ragione liberale’ in quanto tale non è un’ideologia, ma un movimento storico profondo incardinato in processi economici fondamentali. Essa però genera una fioritura di ideologie, che dissimulano i processi reali. Troviamo così tra le ideologie prodotte profusamente dalla ragione liberale una molteplicità di apologie della distruzione identitaria: le persone sono chiamate ad essere flessibili ed elastiche, le sessualità fluide e mobili, i confini permeabili e fittizi, equlibri e limiti naturali sono visti come ostacoli provvisori da superare, ecc. ecc. Tutte queste tendenze creano teorizzazioni ad hoc, per darsi l’apparenza di avere ragioni indipendenti, mentre sono il semplice adeguamento a pressioni sistemiche.

Secondo lei l’uomo contemporaneo, in relazione alla ragione liberale, deve contrapporsi ad essa, delineando degli orizzonti progettuali al difuori dalle logiche del suo domino, utilizzando anche gli strumenti che offre la filosofia stessa, o deve considerala fatalisticamente come esito incontrovertibile della storia umana? 

Qui dobbiamo intenderci. La ragione liberale non dev’essere intesa come un ‘nemico politico’. Nemici (o avversari) possono essere specifici ideologismi derivati dalla ragione liberale, come le teorizzazioni ‘no border’ e simili. Ma la ragione liberale ha tutto il peso e la tragicità di un movimento storico profondo, che è giunto (in Occidente) al suo compimento ed esaurimento. Si è imposto abbattendo forme di vita millenarie, e questo non accade ‘per errore’ ma per ragioni storiche ed umane reali. Il problema di fronte a cui si trova l’umanità odierna è quello della necessità di superare questo ordinamento, che, come ho cercato di mostrare, oramai divora sé stesso (e noi con esso). Per quanto io abbia grande simpatia per Hegel, non nutro affatto la fiducia teleologica che permea la visione hegeliana: non credo perciò che necessariamente dall’esaurimento di una tendenza storica ne debba emergere la negazione e il superamento (Aufhebung). In verità potremmo ben trovarci in un vicolo cieco della storia, da cui si esce solo per autodistruzione. Credo che l’orizzonte della devastazione ambientale sia quello su cui la pressione autodistruttiva stia venendo più rapidamente al pettine.

Dunque, quello che la filosofia può fare è quello che ha sempre fatto, con alterni successi, ovvero creare consapevolezza. Ma per smuovere qualcosa ci vuole una consapevolezza sia profonda che estesa, e vorrei poter dire che sono ottimista sulla possibilità che ciò accada; ma non lo sono.

Da quale esigenza nasce questo lavoro? E inoltre, si pone in continuità con altri suoi scritti precedenti?

La ringrazio per questa domanda. Tutto quello che ho scritto negli ultimi vent’anni, con la parziale eccezione degli studi dedicati a specifici autori, fa parte di una costruzione teorica unitaria. La nostra non è un’epoca in grado di digerire grandi testi sistematici. Sia i lettori non professionisti che quelli professionisti sembra abbiano sempre meno tempo da dedicare ad una lettura comprensiva. (E se proprio uno deve investire il proprio tempo per leggersi mille pagine, vuole che si tratti di un investimento garantito in testi solidamente postumi.) Questo è un dato oggettivo e siccome si scrive per un lettore, per quanto ideale, non è possibile fingere che le cose non stiano così. Il problema tuttavia è che se si vuole tentare un lavoro esteso di carattere fondativo, questo finisce gioco forza per spacchettarsi in una molteplicità di testi, che fa perdere al lettore la visione d’insieme del progetto.

Così, nel volume di cui sopra, le osservazioni intorno alle nozioni di identità personale, comunità, tradizione, cultura, valore e disvalore, senso, nichilismo, ed altro ancora non sono intuizioni estemporanee, ma l’esito di precedenti analisi dedicate. Questo naturalmente non ne garantisce la verità, ma dietro c’è comunque un lavoro fondativo sommerso, che ne esplicita il senso, e che nel testo non appare. Spero un giorno di riuscire a rendere visibile il disegno complessivo, ma per ora mi devo rassegnare ad una forzata parzialità.

In merito agli avvenimenti degli ultimi mesi, si sono viste imporsi forti limitazioni delle libertà personali in varie regioni del mondo, che hanno portato alla ribalta, numerose voci dissenzienti, bollate frettolosamente come tesi complottiste. Inoltre, sono stati istituiti vari apparati di controllo e di censura, i cui fondatori si sono autoproclamati paladini della verità, allo scopo di limitare la possibilità di intervento a tali voci nel dibattito pubblico. Ora, a prescindere dal contenuto reale delle loro proposte (che in non pochi casi si riducono a mere illazioni), ci chiedevano se, etichettare come complottisti tutti coloro che non seguono il corso predeterminato della narrazione dei dominanti, negandone ogni possibilità di parola, non sia in realtà un modo per indurre i dominati, a non dovere (e/o volere) affrontare i problemi che una discussione seria e onesta su determinati argomenti, costringerebbe inevitabilmente a prendere in considerazione. In altri termini, per usare un esempio un po’ estremo, potremmo dire che negare ogni possibilità di dibattito sull’attentato dell’undici settembre, oggi, voglia dire domani, negare ogni dibattito sul fatto che il mondo contemporaneo sia il migliore dei mondi possibili. La società è quindi stabilizzata e irregimentata a colpi di miti fondativi, a base dogmatica, che tracciano un perimetro ideale entro cui l’individuo è costretto, e che non può oltrepassare, non perché vi è una forza coercitiva reale e concreta che lo trattenga, ma perché egli stesso ha introiettato tali atteggiamenti. In questo senso, e solo in questo senso, secondo lei, è doveroso e legittimo difendere quello che potremmo definire il diritto ad essere complottisti?  

Questo è un grande tema, squisitamente politico. La prima cosa da dire è che una crescita poderosa delle tendenze censorie è davvero in atto da tempo in Occidente. Si tratta precisamente di un’istanza di quel movimento in cui la ragione liberale egemone inizia a divorare sé stessa. Come nel modello di Hobbes il ‘diritto di tutti su ogni cosa’ finisce per richiedere l’intervento del sovrano assoluto, così nel mondo moderno le tendenze ‘anarchiche’ del mercato e dell’individualismo acquisitivo finiscono per stimolare reazioni di repressione e controllo. Tali reazioni però devono stare bene attente a non porre limiti ai meccanismi di produzione e consumo, dunque le reazioni repressive non toccano mai niente di strutturale, ma si dedicano alla sfera sovrastrutturale, ideologica. Le esigenze di ‘contenimento del caos’ – da parte dello stesso meccanismo che lo ha prodotto – ha come prima vittima la libertà d’espressione, e a seguire la libertà di pensiero. Le moderne vicissitudini del ‘politicamente corretto’ sono l’espressione più evidente di questa tendenza.

Tutto ciò accade, inoltre, in un contesto in cui l’informazione è massicciamente manipolabile da un numero ridotto di agenti, giacché le piattaforme comunicative e mediatiche sono quasi tutte nelle mani di grandi detentori di capitale (che sono anche grandi detentori di interesse). Si immaginava che il crollo dei sistemi di autorità nel mondo moderno avrebbe creato le condizioni per una nascita della ‘verità’ dalla libera competizione di opinioni. Questa prospettiva si è rivelata ampiamente illusoria. Non abbiamo più autorità, ma abbiamo posizioni dominanti assai capaci di manipolare l’informazione. In questo senso la reazione psicologica ‘complottista’ mi risulta perfettamente comprensibile. Se non riesci più a fidarti di nessuna autorità, e se sai che chi ti dà le notizie è un portatore di potenti interessi privati, la diffusione di una sistematica diffidenza, di teorie del sospetto e del complotto è abbastanza naturale.

Ma nella sua domanda lei parlava alla fine di “diritto al complottismo”, e qui credo bisogna fare una netta distinzione. A mio avviso la libertà di pensiero ed espressione – una delle conquiste storiche del liberalismo, va detto – non dovrebbe essere mai limitata normativamente, tantomeno in un contesto che ha distrutto le ‘autorità’ come quello odierno. Con l’eccezione dei pochi casi già contemplati dalla legge in cui le parole sono già azioni (offese, minacce, diffamazioni) non c’è nessuna ragione per limitare l’espressione del pensiero, anche il più sciocco. Dunque credo che se qualcuno vuole sostenere che la terra è piatta, e che c’è un complotto per farci credere il contrario, debba poterlo fare, e non debba essere bloccato legalmente o sanzionato. Ma questo non significa sdoganare il ‘complottismo’. Il terrapiattista ha diritto a dire la sua scemenza, e gli altri hanno il diritto simmetrico di trattarla da scemenza. Che tutti abbiano diritto di parola non significa neanche per un momento che tutte le espressioni abbiano lo stesso valore.

E questo ci deve spingere a limitare la propensione psicologica a ‘teorie del complotto’, soprattutto se capita che le conseguenze di una simile teoria siano pericolose. Credo dunque che sia necessario darci una regola, una regola ad uso personale, non obbligata dall’esterno, e tuttavia importante. Dobbiamo riuscire a separare il pensiero critico dal complottismo. Di fronte ad affermazioni (informazioni) che ci appaiono sospette dobbiamo chiederci sempre: 1) quali sarebbero gli interessi a farle credere, e 2) se quelli che hanno l’interesse a farlo credere ne avrebbero anche i mezzi. Se siamo in grado di rispondere in modo convincente a entrambe queste richieste, allora la nostra è una legittima istanza di ‘pensiero critico’: anche se non abbiamo prove, abbiamo ragioni per intrattenere quella credenza. Se invece non siamo in grado di rispondere a quelle domande, allora in noi sta prevalendo una mera reazione psicologica, e faremmo meglio a tenere le nostre ipotesi di ‘complotto’ per noi (soprattutto quando sostenerle, se si rivelassero false, avrebbe implicazioni socialmente dannose).

L’Intellettuale Dissidente, rivista di agitazione culturale, è una testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n.117/2019 del 19.09.2019, nonché un progetto dell’Associazione di Promozione Sociale MAGOG con sede legale e operativa a Roma (CF: 97997400581).
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Ue e Bce, non è così che si supera la crisi”.

Ue e Bce, non è così che si supera la crisi”. L’appello di 67 economisti

in Micromega on-line  

La Banca centrale prima archivia Draghi, poi fa marcia indietro costretta dalla reazione dei mercati, ma intanto ha perso l’arma decisiva della credibilità. La Ue prende alcune misure ma non rinnega – anzi di fatto conferma – la logica economica che ci condanna a una crisi perenne. Cosa è necessario davvero.

Neanche di fronte a un disastro l’attuale classe dirigente europea è disposta a prendere atto che le idee che hanno guidato finora la politica economica sono profondamente sbagliate. Questa classe dirigente pretende che tali idee interpretino il modo migliore di far funzionare i mercati, elevati a mitici giudici di ciò che è giusto e ciò che non lo è e di fatto sostituiti al processo democratico. Ma proprio la reazione dei mercati alle prime decisioni dei ministri finanziari e poi della Bce su come fronteggiare l’emergenza hanno sepolto sotto una valanga di vendite da panico la palese incomprensione della situazione da parte dei massimi dirigenti europei, costringendoli a frettolosi tentativi di riparazione.

Queste reazioni non sono però servite a convincere leader e tecnocrati della fallacia delle loro teorie. Gli interventi sono presentati come una risposta d’eccezione a uno stato di eccezione, senza che questo metta in questione le regole di funzionamento dell’Unione che – si sottintende – passata la tempesta riprenderanno ad operare pienamente.

Il Patto di stabilità in un primo momento non era stato nemmeno sospeso, preferendo affermare che non ce n’era bisogno perché “consente tutta la flessibilità necessaria”. Il “whatever it takes” di Mario Draghi è stato dapprima smentito, provocando il crollo dei mercati, e poi ripetuto in un tentativo di recupero. Ma è stata persa la credibilità, che è la condizione indispensabile affinché quella frase sia efficace, sia perché è evidente che sia stata detta solo perché forzata dagli eventi, sia perché i nuovi provvedimenti annunciati dalla Bce prevedono limiti e paletti (come la capital key, gli acquisti di titoli sovrani in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede, seppure attenuata) e non sono quindi nella logica di “qualsiasi cosa sia necessaria”.
Il cosiddetto Fondo salva-Stati (Mes) è rimasto ai margini degli annunci, a riprova che non è in grado di salvare nulla. Si tratta in effetti solo di uno strumento di disciplina che gli Stati egemoni vogliono usare per imporre il loro dominio su quelli che cadano in difficoltà. Ne vogliono fare la chiave di accesso agli interventi della Bce, una chiave che sarebbe pagata con la “grecizzazione” di chi incautamente vi facesse ricorso, ossia l’impoverimento del paese e la sua successiva spoliazione da parte delle economie più forti.
Nell’immediato è necessario che:

– la Bce riaffermi con forza che i 750 miliardi di interventi annunciati rispondono solo alle prime necessità della crisi, e che è disposta ad interventi illimitati in base a quanto necessario;

– gli acquisti di titoli pubblici non avverranno più in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede (criterio che peraltro non è applicato per le obbligazioni societarie), ma in base alla necessità di contrastare la speculazione;

– la Bce dichiari che i titoli sovrani detenuti in base ai vari programmi di acquisto saranno rinnovati indefinitamente;

– la Bce trovi la formula giuridica compatibile con i Trattati per acquistare a titolo definitivo bond senza scadenza emessi dagli Stati, con rendimento zero o prossimo allo zero, da collocare poi presso le Banche centrali nazionali.

Per il futuro è necessario che:

– i governi Ue abbandonino l’idea che la crescita dell’economia possa essere affidata alle sole esportazioni, continuando a perseguire indefinitamente una politica di contenimento dei bilanci pubblici e dei consumi interni;

– i governi Ue prendano atto che l’inserimento del Fiscal compact all’interno dei trattati europei è stato bocciato dal Parlamento europeo e quindi quelle prescrizioni vanno lasciate cadere;

– i governi Ue concordino che il pareggio di bilancio debba valere solo per le spese correnti;

– i governi Ue prendano ufficialmente atto che la politica fiscale possa essere usata in funzione anticongiunturale, anche se ciò comporta un deficit pubblico o un suo aumento;

– i governi Ue abbandonino i criteri di sorveglianza basati su parametri inaffidabili come il Pil potenziale e l’output gap.
Le decisioni necessarie ad assicurare la sopravvivenza dell’Unione europea non sono naturalmente soltanto queste – valga per tutte l’impellente necessità di dare vita agli eurobond – e ci sarà modo di discuterne in futuro, ma ciò che ora importa è che i vertici europei si rendano conto dei clamorosi errori ripetuti nel tempo e dichiarino di voler seguire d’ora in poi una strada diversa. Se questo non sarà fatto la crisi sarà pagata duramente da tutti i cittadini europei e sarà messa a forte rischio la stessa sopravvivenza dell’Unione.
Nicola Acocella (univ. Roma La Sapienza)
Massimo Amato (univ. Bocconi)
Davide Antonioli (univ. Ferrara)
Marco Antoniotti (univ. Milano Bicocca)
Roberto Artoni (univ. Bocconi)
PierGiorgio Ardeni (univ. Bologna)
Lucio Baccaro (Managing Director, Max Planck Institute, Colonia)
Alberto Baccini (Univ. Siena)
Giancarlo Bertocco (Univ. dell’Insubria)
Paolo Borioni (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Bruno (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Cesaratto (univ. Siena)
Roberto Ciccone (univ. Roma Tre)
Giulio Cifarelli (univ. Firenze)
Carlo Clericetti (giornalista)
Antonio Cuneo (univ. Ferrara)   
Massimo D’Antoni (univ. Siena)
Antonio Di Majo (univ. Roma Tre)
Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna)
Sebastiano Fadda (univ. Roma 3)
Guglielmo Forges Davanzati (univ. del Salento)
Maurizio Franzini (univ. Roma La Sapienza)
Andrea Fumagalli (univ. Pavia)
Mauro Gallegati (univ. Politecnica delle Marche)
Claudio Gnesutta (univ. Roma La Sapienza)
Dario Guarascio (univ. Roma La Sapienza)
Andrea Guazzarotti (univ. Ferrara)
Andres Lazzarini (univ. of London e Roma Tre)
Riccardo Leoncini (univ. Bologna)
Riccardo Leoni (univ. Bergamo)
Enrico Sergio Levrero (univ. Roma Tre)
Stefano Lucarelli (univ Bergamo)
Ugo Marani (univ. Napoli l’Orientale)
Maria Cristina Marcuzzo (univ. Roma La Sapienza e Acc. Lincei)
Massimiliano Mazzanti (univ. Ferrara)
Marco Missaglia (univ. Pavia)
Francesco Morciano (univ. Pavia)
Mario Morroni (univ. Pisa)
Guido Ortona (univ. Piemonte orientale)
Ruggero Paladini (univ. Roma La Sapienza)
Daniela Palma (Enea)
Gabriele Pastrello (univ. Trieste)
Anna Pettini (univ. Firenze)
Paolo Piacentini (univ. Roma La Sapienza)
Paolo Pini (univ. Ferrara)
Cesare Pozzi (Luiss Guido Carli e univ. di Foggia)
Michele Raitano (univ. Roma La Sapienza)
Simonetta Renga (univ. Ferrara)
Guido Rey (Scuola superiore Sant’Anna)
Umberto Romagnoli (univ. Bologna)
Roberto Romano (economista)
Alessandro Roncaglia (univ. Roma La Sapienza e Acc. Lincei)
Vincenzo Russo (univ. Roma La Sapienza)
Enrico Saltari (univ. Roma La Sapienza)
Roberto Schiattarella (univ. Camerino)
Alessandro Somma (univ. Roma La Sapienza)
Antonella Stirati (univ. Roma Tre)
Pietro Terna (univ. Torino)
Mario Tiberi (univ. Roma La Sapienza)
Leonello Tronti (univ. Roma Tre)
Marco Valente (univ. dell’Aquila)
AnnaMaria Variato (univ. Bergamo)
Andrea Ventura (univ. Firenze)
Antimo Verde (univ. della Tuscia)
Marco Veronese Passarella (Leeds University Business School)
Gennaro Zezza (univ. Cassino) Aderiscono anche:

Roberto Burlando (univ. Torino)
Riccardo Cappellin (univ. Roma Tor Vergata)
Andrea Coveri (univ. Urbino)
Lucio Gobbi (univ. Trento)
Lia Pacelli (univ. Torino) Giuseppe Tattara (univ. Venezia)
Fabio Berton (univ. Torino)
Maurizio Zenezini (univ. Trieste) Enzo Valentini (univ. Macerata)
Alessandro Balestrino (univ. Pisa)
Roberto Balduini (economista, Roma)
Nino Galloni (economista, Roma)
Annaflavia Bianchi (economista, Bologna)
Luca Fantacci (univ. Bocconi)
Elena Cefis (univ. Bergamo)
Alessandra Corrado (univ. della Calabria)
Emanuele Leonardi (univ. Parma)
Federico Chicchi (univ. Bologna)
Angelo Salento (univ. del Salento)
Carmelo Buscema (univ. della Calabria)
Devi Sacchetto (univ. Padova)
Lorenzo Robotti (univ. Politecnica delle Marche)
Luca Michelini (univ. Pisa)
Paolo Paesani (univ. Roma Tor Vergata)
Silvia Lucciarini (univ. Roma La Sapienza)
Fabio Fiorillo (univ. Politecnica delle Marche)
Marilena Giannetti (univ. Roma La Sapienza)
(22 marzo 2020)




Con o senza l’Europa: economisti italiani per un piano “anti-virus” Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Mauro Gallegati, Antonella Stirati – 13 Marzo 2020 (Versione italiana del documento With or without Europe: Italian Economists for an “anti-virus” plan, pubblicato Il 13 marzo 2020 dal Financial Times).

in Economia e Politica, 13 Marzo 2020

 

 

 

 

Con o senza l’Europa: economisti italiani per un piano “anti-virus”

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Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Mauro Gallegati, Antonella Stirati13 Marzo 2020

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Versione italiana del documento With or without Europe: Italian Economists for an “anti-virus” plan, pubblicato Il 13 marzo 2020 dal Financial Times, a firma di Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università di Roma Tre)


L’emergenza sanitaria innescata dal virus Sars-Cov-2 è già una crisi economica. Lo shock del coronavirus sta colpendo un’economia internazionale molto fragile, che già soffriva degli squilibri irrisolti ereditati dalla grande recessione. Sebbene le analisi prevalenti tendano a considerare le conseguenze economiche delle pandemie e delle relative quarantene come fenomeni di breve durata, questa volta è diverso: dobbiamo ammettere il caso di contrazioni molto più intense e prolungate.

In questa fase, l’Italia rappresenta una trincea dell’emergenza sanitaria ed economica. Problemi analoghi, tuttavia, si ripresenteranno su una scala più o meno simile in tutta Europa.

In questo scenario, diventa urgente un piano “anti-virus” che sia all’altezza di questa crisi senza precedenti. Nell’immediato, è necessario un massiccio e rapido intervento da parte delle autorità monetarie e fiscali per attivare controlli sui mercati dei capitali, fornire liquidità per sostenere la domanda privata e garantire la solvibilità dei sistemi bancari e produttivi. Ulteriori misure che spostino gli oneri fiscali verso i redditi più alti, i profitti e le rendite possono contribuire a ridurre le disuguaglianze alimentate dalla crisi. Nel frattempo, la banca centrale e i governi devono coordinarsi per preparare un grande piano di investimenti pubblici principalmente nel settore sanitario e più in generale nelle aree in cui si verificano fallimenti del mercato: welfare, infrastrutture, istruzione, ricerca, ecologia. Il piano deve intervenire non solo a sostegno della domanda effettiva, ma anche per contrastare possibili “disorganizzazioni” nei mercati e conseguenti strozzature dal lato dell’offerta.

La vera difficoltà di un tale piano è che esso richiederebbe centralizzazione dei finanziamenti e coordinamento dell’azione politica. Come già sottolineato in un precedente appello pubblicato sul FT (www.theeconomistswarning.com), l’Unione Europea e l’Eurozona sembrano essere tra le istituzioni più carenti da questo punto di vista. Non è un caso che, anche stavolta, la risposta della BCE, delle istituzioni europee e dei governi sia stata finora contraddistinta da conflitti, lenta e completamente inadeguata. Se l’egoismo e l’inettitudine prevalessero anche nel caso del coronavirus sarebbe un’onta anche peggiore delle precedenti.

Se l’Unione esiste davvero, deve battere un colpo adesso. Altrimenti, con o senza l’Europa, dovremo fare tutto ciò che è necessario per superare la crisi.

Coronavirus Economia, Sars-Cov-2: E’ già una crisi economica

Coronavirus Economia

 

Coronavirus Economia, Sars-Cov-2: E’ già una crisi economica

 

 




No al Fondo Salva-Stati se non cambia la logica europea

No al Fondo Salva-Stati se non cambia la logica europea

I governi europei stanno discutendo due importanti riforme ed entrambe, per come al momento sono strutturate, possono avere per l’Italia conseguenze molto gravi.

Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda l’European Stability Mechanism (Esm), il cosiddetto Fondo Salva-Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà. L’aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito.

Osserviamo che:

I parametri scelti sono tali da escludere a priori che l’Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l’altro a “un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento”: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro paese, ed è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari paesi che ne ha dimostrato l’assoluta inaffidabilità.

Se dunque l’Italia dovesse ricorrere all’Esm, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi.

Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread  costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare.

L’insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca e il presidente francese annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall’Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l’Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti.  Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l’impostazione che ha prevalso nell’Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le “riforme strutturali”, che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.

Inoltre l’Esm è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l’Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.

L’Esm è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.

La seconda riforma in discussione è il completamento dell’unione bancaria con l’istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l’Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all’Italia – e questo senza alcun margine di incertezza – una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari.  Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma dell’Esm e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.

A nostro parere l’Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma dell’Esm . L’obiezione che in questo modo il nostro paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l’Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d’altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default.

Al veto sull’Esm bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell’efficacia. I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L’Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.

Adesioni: Nicola Acocella (univ. Roma La Sapienza), Sergio Bruno (univ. Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (univ. Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D’Antoni (univ. Siena), Antonio Di Majo (univ. Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola superiore Sant’Anna), Sebastiano Fadda (univ. Roma 3), Maurizio Franzini (univ. Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (univ. Pavia), Mauro Gallegati (univ. Politecnica delle Marche), PierGiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta(univ. Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (univ. Bergamo), Stefano Lucarelli (univ Bergamo), Ugo Marani (univ Napoli l’Orientale), Massimiliano Mazzanti (univ. Ferrara), Domenico Mario Nuti (univ. Roma La Sapienza),  Ruggero Paladini (univ. Roma La Sapienza), Marco Veronese Passarella (University of Leeds), Gabriele Pastrello (univ. Trieste), Anna Pettini (univ. Firenze), Paolo Pini (univ. Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (univ. Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (univ. del Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant’Anna), Roberto Schiattarella (univ. Camerino), Alessandro Somma (univ. Roma La Sapienza), Antonella Stirati (univ. Roma 3), Leonello Tronti (univ. Roma 3), Andrea Ventura(univ. Firenze), Gennaro Zezza (univ. Cassino).




Orientarsi, dal basso

Orientarsi, dal basso

Studenti

di Lanfranco Binni

L’egolatria “machiavellica” («Machiavelli, chi era costui?») del vendicativo serial killer di Rignano e le sceneggiate nazional-sottoproletarie del capobranco di Pontida non bastano a spiegare una non troppo evidente tendenza in corso. Il disegno renziano: dopo aver spinto Zingaretti al governo con M5S e LeU, uscito dal Pd in posizione di forza parlamentare, commissariare il partito dall’esterno e dall’interno (lasciando nel Pd i basisti di una scissione in futuro più ampia nei gruppi dirigenti), rompere definitivamente con la sinistra cattolica ed ex comunista del partito e riesumare in condizioni nuove, al “centro” dello schieramento politico, il progetto del Partito della Nazione («né di destra né di sinistra») già sperimentato con il patto del Nazareno. La prospettiva è un nuovo bipolarismo Renzi-Salvini che trovi nel fascio-leghismo un utile competitor mediatico. Il recupero elettorale di parte della base disorientata del Pd, prigioniera inerte dell’antico mito del “partito”, e il logoramento dell’area (parlamentare e non solo) del M5S attraverso astute schermaglie politiciste, sono i due corollari principali del disegno renziano. La cooptazione immediata nei gruppi parlamentari renziani di una senatrice di Forza Italia, i contatti in corso (noi non abbiamo le prove ma sappiamo che… ) tra il “centrista” Berlusconi e il suo allievo più promettente, il salvataggio dall’arresto di un deputato di Forza Italia grazie ai voti dei franchi tiratori renziani, sono tutti segnali di una tendenza in corso, a tempi accelerati. E una presunta area di centro democristiano sta concentrando gli oscuri desideri di tutte le forze politiche “a sinistra” del fascio-leghismo.

Lo “scampato pericolo” dalla deriva leghista del governo gialloverde, salutato per ragioni di “stabilità” dai mercati finanziari e da un’Unione europea indebolita da prospettive economiche di stagnazione e recessione, lascia intatte tutte le ragioni strutturali della crisi di sistema di cui la vicenda politica del governo è soltanto un aspetto parziale e di superficie. Crisi economica di un capitalismo manifestamente insostenibile, in posizioni marginali nello scenario della globalizzazione finanziaria che cerca scampo in politiche di guerra economica e militare in un pianeta devastato; crisi culturale di un modello di sviluppo che non produce “crescita” ma soltanto disuguaglianze intollerabili e crescenti povertà, rendendo impraticabile ogni illusoria ideologia consumistica e ponendo in primo piano la minaccia concreta di un cambiamento climatico mai affrontato dai governi; crisi politica della democrazia rappresentativa in un confronto drammatico tra gruppi oligarchici e interi settori di popolazione abbandonati alle miserie della discarica sociale; crisi demografica di un paese sempre più vecchio e incapace di rinnovarsi, di nuovo soggetto attivo di emigrazione; crisi geopolitica di un paese privo di sovranità nazionale, marginale in Europa e al servizio delle politiche del governo supremo della Nato.

È su questi terreni che dovrà misurarsi il nuovo governo M5S-Pd-LeU, in un quadro di aspre contraddizioni politiche e di limitate possibilità economiche che richiede scelte strategiche molto precise nel breve e nel medio periodo. Nell’area di governo coesistono storie e visioni politiche molto diverse, e la sua esperienza sarà inevitabilmente di “transizione”. Il M5S dovrebbe aver imparato qualcosa dalla fallimentare esperienza di governo con la Lega, ma i suoi “temi” (il taglio del numero dei parlamentari con la motivazione risibile di un risparmio economico, il ripetutamente affermato atlantismo in politica estera, una visione della “democrazia diretta” come questione puramente tecnologica, il mito dei capitalisti dal volto umano, l’ossessione compulsiva del dichiararsi «né di destra né di sinistra») sono segnali di un’inconsapevolezza politica perdonabile all’inizio della sua esperienza ma oggi insostenibile. Il movimento non è mai sceso sul terreno di una pratica sociale ispirata ai principi e ai metodi della democrazia dal basso, non si è mai confrontato seriamente con la storia delle tradizioni democratiche e socialiste di questo paese. Senza questo passaggio necessario, il movimento si chiuderà nella sfera assediata della “politica” di sistema; l’unica alternativa sarebbe aprirsi con decisione al lavoro politico di massa, per confrontare le idee con la prassi e costruire processi. E non basta, per sopperire al troppo debole radicamento nei territori, un’apertura elettoralistica alle liste civiche. I prossimi mesi saranno decisivi, un ultimo appello, per le sorti del movimento.

Il Pd di Zingaretti è oggi commissariato e ricattato dal nuovo partito di Renzi. Saprà costruirsi una credibilità di sinistra, in discontinuità con le derive neoliberiste degli ultimi decenni? Saprà trovare un ruolo di partito di sinistra nella società? E saprà LeU riattivare processi politici nella realtà sociale? Imprese ardue. Eppure dovrebbe essere chiaro al M5S, al Pd e a LeU, impegnati nella nuova esperienza di governo, che non solo di governo si tratta. In una crisi di sistema, ogni governo è comunque un aspetto parziale del sistema in crisi, e ne fa parte. Fuori dall’area di governo c’è la nota (in realtà, ignota) “prateria” delle classi pericolose che non si riconoscono nel sistema e non riconoscono i suoi riti di autoconservazione. Nella “prateria” ci sono i movimenti antisistema, di sinistra e di destra. Il nuovo governo è nato soprattutto come argine al populismo plebiscitario della Lega, per evitarne un probabile straripamento attraverso infauste elezioni anticipate. Gli attuali gruppi dirigenti della Lega sono l’esito di una lunga esperienza di governo a livello nazionale e locale in cui tutto si è intrecciato, dall’oltranzismo securitario alla chiusura identitaria, dalle complicità con il berlusconismo alle pratiche corruttive, dall’odio per gli stranieri alla giustizia fai da te. Ma è innegabile che nella crisi di un sistema politico ed economico che ha scaricato sulle classi subalterne le contraddizioni di problemi mai risolti (l’immigrazione, la precarietà, le crescenti povertà), la Lega abbia saputo intercettare settori consistenti di elettorato popolare (operai, artigiani, piccoli imprenditori) anche da settori di antica tradizione Pci. La collera sociale di questo elettorato che i vari governi di destra e di “sinistra” hanno abbandonato alle magnifiche sorti e progressive delle banche e del mercato, e di un’Unione europea che ne è fondamentalmente espressione, richiede attenzione e risposte, relazioni di pratica sociale per individuare le vere ragioni della collera, a riconoscere i veri nemici, a recuperare diritti negati. Questi settori popolari non possono essere lasciati nelle mani di un capobranco fascio-leghista. Svilupperà il nuovo governo politiche sociali conseguenti? Saprà fare politica in questa complessa, ma anche molto elementare, realtà? Come sarà affrontata la questione umana, politica, sociale e culturale, demografica, dell’immigrazione? Servono pensieri lunghi e visioni strategiche sul futuro di questo paese.

Democrazia e demofobia. La crisi attuale del sistema politico italiano è stata determinata dagli elettorati, di sinistra e di destra, che il 4 dicembre 2016 hanno bocciato (imprevedibilmente) la riforma anticostituzionale della banda Renzi, e alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno sconvolto il quadro istituzionale spingendo al governo, con grandi aspettative di cambiamento, il M5S (33% dei votanti, con un astensionismo in forte calo). Le successive elezioni amministrative, regionali e comunali, e le elezioni europee del 26 maggio di quest’anno, in presenza di un governo M5S-Lega di separati in casa sulla base di un “contratto” che ha velocemente rafforzato la politica di estrema destra della Lega e costretto il M5S in posizione subalterna nonostante alcuni tentativi positivi ma limitati sul piano delle politiche sociali, hanno aperto la voragine di una crisi democratica allarmante. Si è acceso un fuorviante dibattito, pompato dai media ma alimentato dalle forze politiche di governo e di opposizione, sui temi semplificati del “sovranismo” e del “populismo”: uno scontro di estrema violenza tra democrazia e demofobia, tra forze politiche assediate e “classi pericolose”. Il disprezzo degli elettorati del M5S e della Lega ha lavorato per Salvini, aumentando vorticosamente il consenso popolare alla sua propaganda xenofoba e razzista, rievocando scenari plebiscitari (i «pieni poteri» mussoliniani branditi come una clava su qualunque opposizione). Il resto è storia recente, ma la velocità degli eventi non deve rimuovere quanto è accaduto. La democrazia è la lotta per la democrazia, la demofobia è un vicolo cieco che produce involuzioni e arretramenti.

In una crisi di sistema così profonda e conclamata come nella situazione italiana il ruolo di un governo e del Parlamento è fortemente limitato, non certamente esclusivo; se poi la crisi assume il carattere di un’implosione nella ristretta area di governo, come sta accadendo in questi mesi, di governo in governo, la questione del potere si pone in altri termini nella società di tutti.

La sinistra italiana, che esiste e attraversa, con la sua storia e la sua presenza diffusa (nei movimenti sociali, nella pubblica amministrazione locale, nella scuola pubblica, in un’estesa galassia di formazioni politiche, e anche nelle aree elettorali delle forze dell’attuale governo) può e deve assumersi la responsabilità di spostare decisamente “in basso” il baricentro della società, per costruire dal basso e fuori dall’area di governo, in posizione di controllo critico e conflitto, reti sociali di autonomia e autorganizzazione, operando nelle comunità locali per costruire e organizzare società. Pratiche relazionali aperte, su ogni tema della reale situazione italiana. Questa sinistra diffusa, che è influente anche sul piano elettorale come ha saputo dimostrare con i suoi voti e le sue astensioni, dal referendum del 2016 a oggi, è determinante sul piano della costruzione di una democrazia ispirata ai principi dell’egualitarismo, del multiculturalismo e di un socialismo libertario forte delle esperienze socialiste, comuniste e libertarie del Novecento. In questo piano di realtà sono centrali pratiche di democrazia diretta, relazionale, sociale.

«Il Ponte», che su questi temi ha una storia lunga 75 anni (il prossimo numero della rivista, storico e antologico, ripercorrerà il percorso della rivista dal 1945 a oggi), è un cantiere aperto, oggi come ieri. Sul tema della democrazia diretta per il socialismo, per operare attivamente in ogni settore della società italiana, insistiamo con tenace convinzione. Oggi l’umanità è a un bivio: farsi distruggere dagli orrori di una storia che gronda sangue, oppure costruire – con alta visione e alta passione – realtà liberate dalla schiavitù economica, dall’isolamento dei sudditi, dai poteri oligarchici, rovesciando «dal basso» le piramidi sociali. Creare e organizzare società di tutti non è un’utopia, è una necessità. Ognuno, in ogni settore della società, si faccia centro di un processo corale (relazionale, sociale, culturale e politico), ognuno sviluppi il proprio potere per il potere di tutti.

Permettetemi un piccolo cortocircuito di memoria storica: lavorando con Antonio Resta alla pubblicazione del carteggio tra Aldo Capitini e Luigi Russo, abbiamo ritrovato un articolo che lo storico e critico letterario aveva pubblicato nel gennaio 1946 su due giornali del Partito d’Azione, «Non Mollare» e «L’Italia libera», dopo aver assistito a un incontro del Centro di orientamento sociale, nella rete dei Cos progettati e organizzati da Capitini subito dopo la liberazione di Perugia nel 1944, istituito a Firenze nel dicembre 1945. Invitato dall’animatrice del Cos fiorentino, Eleonora Benveduti Turziani, azionista e poi militante comunista, sindaco di Scandicci dal 1951, espulsa dal partito nel 1965 per frazionismo “filocinese”, Russo esprime tutto il suo ammirato stupore per il carattere geniale e assolutamente inedito della situazione a cui ha assistito. Il titolo dell’articolo è C.O.S., angelica e diabolica invenzione. Lo ripropongo integralmente, fa pensare. A proposito di democrazia diretta e indiretta.

Avevo sentito parlare del C.O.S., cioè del centro di orientamento sociale, alcuni mesi fa ad Arezzo, e il suo primo inventore e organizzatore sapevo che era Aldo Capitini, un mio amico perugino, filosofo e singolarissimo uomo, che ne dava l’esempio a Perugia, sua città natale, con crescente partecipazione ed entusiasmo del pubblico.

Che cosa è il C.O.S.? Il C.O.S. è un’invenzione quasi diabolica, se le invenzioni dei diavoli poi, nella loro forma più matura e più perfetta, non coincidessero con quelle degli angeli; quindi la diremo un’invenzione tanto diabolica quanto angelica. È un’invenzione pedagogicamente assai ingegnosa, perché abitua il popolo all’autogoverno, abitua la cittadinanza alla discussione e al controllo dei problemi cittadini, permette un onesto sfogo alle passioni e ai crucci che si accumulano nella nostra fantasia per essere troppo chiusa, quando sentiamo bisogno di prendercela con qualcuno, ci fa conoscere, apprezzare o disistimare i nostri amministratori o governanti, in una parola il C.O.S. è una trovata assai geniale perché ci si avvii verso le forme di democrazia diretta.

Per ora sappiamo poco dei confabulari, degli intrighi o delle nobili e appassionate discussioni che gli uomini preposti alla cosa pubblica fanno nelle segrete aule dei loro uffici; forse qualche usciere ne sa qualcosa più di noi di quello che avviene, mettiamo, negli uffici dell’Annona, nell’ufficio alloggi, negli uffici dell’Igiene o negli uffici del provveditorato agli studi, o di quelli del rettorato dell’università; ci dobbiamo attaccare all’usciere, per sapere una qualche cosa, per essere illuminati su qualche provvedimento, sul perché di certe proibizioni o di certi mancamenti, così come in tempo di guerra [Russo si riferisce alla Prima guerra mondiale] ci attaccavamo (ed eravamo ufficiali) al piantone del comando di reggimento, per sapere se la sera o l’indomani si doveva andare a morire o si poteva dormire ancora una notte tranquilli.

Queste forme di democrazia indiretta, in cui noi deleghiamo alcuni a governare la “res publica”, sono certo un progresso rispetto alle forme degli stati autoritari e delle amministrazioni paternalistiche; teoricamente siamo ammessi anche noi al governo e all’amministrazione della cosa pubblica, ma in pratica sono pochi, quei pochi delegati, che se ne occupano e sono addentro alle segrete cose. Gli altri stiamo a guardare come i pellegrini e non pellegrini affamati che si aggirano attorno ai ristoranti di lusso e si contentano delle luci e del fumo delle vivande. Le forme di democrazia indiretta svegliano l’appetito democratico, ma non lo soddisfano; bisogna passare dunque a forme di democrazia diretta.

L’altro giorno la signora Eleonora Turziani, organizzatrice animosa e delegata del C.O.S. per la città di Firenze, mi telefonò e mi disse: «Professore, venga a una seduta del C.O.S., non stia sempre sui libri, e vedrà che le farà bene alla salute». Ricordando che l’inventore dei C.O.S. era quel curioso uomo di Capitini, non me lo feci dire due volte e corsi in Via Ghibellina 101, al circolo dei Postelegrafonici. Mi ritrovai in un teatrino di provincia, affollato della gente più diversa, mamme e babbi piuttosto pensierosi, ciò che chiamò subito la mia simpatia, e vidi sul palcoscenico quattro ombre che ora sedevano e ora si levavano e, amichevolmente, cordialmente, rispondevano alle domande del pubblico. Di che cosa si discuteva? Si parlava di cose assai ghiotte, dei biscotti della salute, delle paste natalizie, e del latte che viene da Soresina.

Riconobbi tra le quattro ombre del palcoscenico due miei amici, Nello Traquandi [stretto collaboratore di Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini dalla metà degli anni venti], assessore dell’Annona, e il prof. Palazzo, sul quale piovevano le domande da tutte le parti, e qualcuna anche sciocca e presuntuosa. Io temevo per i nervi dell’inquisito, il quale, giovane e siciliano, poteva scattare da un momento all’altro; ciascuno fa la storia secondo le attitudini e le possibilità del proprio temperamento, e io vedo nervi e scatti dappertutto. Ma il prof. Palazzo non se ne dava per inteso; rispondeva calmo, scientifico, semplice e popolare, rispondeva anche a una guardia comunale, che interloquiva non come guardia ma come consumatore, e voleva sostenere, per me una cosa assai difficile, che col microscopio si poteva vedere e misurare quanta acqua il lattaio aveva immesso nel latte del suo bambino. E il prof. Palazzo a dirgli pazientemente che questo poi non era addirittura possibile.

Della pazienza di Nello Traquandi non mi sono sorpreso; all’agil parola degli interroganti, egli rispondeva col giro dei pazienti occhi, l’inquisito restava imperturbato, imperturbato e solenne come un’ermetica divinità antica. Ma il prof. Palazzo doveva levarsi ad ogni momento perché l’organizzazione dei suoi servizi si estende a tutta la provincia e le sue ramificazioni giungono fino a Cremona e aveva un bel da fare per accontentare i suoi esaminatori. Eppure non perdette mai la calma: vedi potenza dell’educazione e del costume democratico!

Da questo scorcio di impressioni, il pubblico avrà inteso che queste riunioni del C.O.S. sono come un piccolo e volontario parlamento comunale, in cui si discutono i varii problemi cittadini, e i magistrati della città, a turno, una volta la settimana sono invitati a rispondere alle domande dei cittadini. Prossimamente interverrà, a una seduta, anche il Prefetto. I magistrati sono gli inquisiti, e il pubblico è l’inquirente; ma debbo riconoscere che il galateo democratico si sviluppa non soltanto sulla pelle del magistrato, ma anche su quella dell’interpellante.

Una interpellanza, se è irragionevole e insulsa, viene condannata dai rumori unanimi della sala: l’esame di maturità amministrativa e politica non solo lo passa il magistrato, ma anche il cittadino che protesta. Ciascuno deve pensarsi, prima di aprire bocca. Pena il ridicolo; così ci si educa tutti alla responsabilità politica: avevo dunque ragione di dire che quella del C.O.S. è una trovata diabolica e insieme angelica.

Adesso due parole sull’inventore del C.O.S.: Aldo Capitini è un filosofo sui quarantacinque anni, che è stato alunno e poi segretario della Scuola Normale Superiore di Pisa. Costretto nel ’32 a prendere la tessera per la conservazione del suo ufficio, rifiutò la tessera e perdette l’impiego. Si ritirò tranquillamente a Perugia, in una cella campanaria, poiché suo padre faceva il campanaio del palazzo del comune, e in quella cella campanaria Capitini faceva le sue meditazioni, le sue ripetizioni private e anche le sue cospirazioni politiche. E si nutriva e continua a nutrirsi ancora oggi della santa povertà. È un mistico del ’200 che vive con pieno agio nel nostro ’900; ha tutte le virtù di un asceta laico, ed ha un solo grave difetto. Nei cibi e nelle altre cose non tocca carne; e su questo punto io e lui naturalmente non andiamo d’accordo. Ma per un padrone di casa è l’ospite ideale: a tavola non dà nessuna soggezione, perché, come Pier Damiano, con cibi di liquor di ulivi egli passa caldi e geli, contento ne’ suoi pensier contemplativi. Però tutti lo invitiamo a pranzo; si fa figura di persone ospitali, proprio con poco.

Però aggiungiamo che, per questo suo vivere sottile, Capitini ha anche ingegno così sottile e probabilmente un tantino malizioso: è filosofo angelo ma è anche un filosofo demonio. Questa del C.O.S. è una trovata assai geniale. I cercatori di cariche sono avvertiti: verrà un giorno in cui in tutte le città d’Italia funzioneranno questi piccoli parlamenti volontari e si farà a pugni per potervi entrare. Tutto sommato, in queste discussioni bonarie, e a tu per tu, ci si comincia a conoscere e a volersi più bene, s’imparano un mucchio di cose e si torna a casa con i nervi più pacati e più soddisfatti. Questo è il valore della democrazia diretta e però bisogna incoraggiarne le forme in tutti i modi.

L’invenzione «angelica e diabolica» dei Centri di orientamento sociale sperimentati da Capitini nell’immediato dopoguerra (ma ne avrebbe riproposto sistematicamente il senso e il metodo fino alla morte nell’ottobre del 1968) decostruiva concezioni politiche e poteri (economici, politici, sociali, culturali e religiosi), operando su un altro piano di realtà (aperta alla complessità, liberata “qui e ora”) e opponendo al primato dell’economia il ruolo determinante dell’ideologia, della visione del mondo, del libero sviluppo del potenziale umano. Il capitalismo terminale, sostiene Thomas Piketty nel suo ultimo lavoro, Capital et idéologie, non riesce più a giustificare le disuguaglianze su cui si fonda; la crisi è strutturale ma soprattutto ideologica e politica. Questa è la vera frontiera di lotta contro le catastrofi dei sistemi in crisi, il terreno principale e necessario delle alternative di sistema. Autonomia, autorganizzazione, nuova socialità, democrazia dal basso per un nuovo socialismo del XXI secolo coerentemente partecipativo, internazionalista e multiculturale. Lo scenario mondiale è in rapida trasformazione: la crisi dell’unipolarismo statunitense, il declino dell’Unione europea (ma l’Europa è un’altra cosa), il rafforzamento delle strategie della Repubblica popolare cinese e della Russia, la nuova centralità politica del continente africano, non disegnano soltanto un mondo fortemente e conflittualmente multipolare in cui tutto (sovranità nazionali, modelli di sviluppo economico, relazioni fra Stati) è in gioco, ma rivelano soprattutto il fallimento delle culture e delle politiche neoliberiste. Le drammatiche, evidenti, conseguenze dei cambiamenti climatici, provocati da un capitalismo predatorio e devastante, pongono la necessità urgente di radicali cambiamenti sociali e politici. L’Italia “atlantica” è inserita in questo scenario in movimento. Servono scelte radicali sui terreni della politica estera e delle politiche sociali, su cui si misureranno governi (tutti di transizione instabile) e società.

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Crisi italiana in arrivo o minaccia di una seconda crisi dell’Euro

Crisi italiana in arrivo o minaccia di una seconda crisi dell’Euro

pierre moscovici                     

    di Winfried Wolf

I titoloni dei giornali di questi giorni suonano Il debito italiano allarma la Ue – cosí la «Sueddeutsche Zeitung» del 19 ottobre, già in prima pagina. Esperti finanziari avanzano argomentazioni offensive nei confronti di Roma; Clemens Fuest, presidente dell’«Istituto Ifo» di Monaco parla sull’«Handelsblatt» del 14 ottobre del paziente italiano, e si dichiara favorevole «all’isolamento finanziario dell’Italia». Si tratterebbe ora di «mantenere la stabilità finanziaria almeno nel resto dell’Europa in caso di fallimento dello Stato italiano». E il commissario Ue, Pierre Moscovici, agisce in maniera estremamente aggressiva: il 19 ottobre indirizzava al governo italiano una “lettera di fuoco” in cui sosteneva che Roma avrebbe «trasgredito le regole della Ue sul debito in una misura mai precedentemente verificatasi».

Sono solo stupidaggini e al tempo stesso creazione di panico, che può effettivamente condurre a un panico finanziario. È pur vero che il debito pubblico italiano è alto. Commisurato al Pil segna il 130% (o anche: l’intero debito pubblico italiano è di un buon 30% maggiore del Pil attuale del paese). È anche esatto che l’Ue aveva concordato per questa quota di debito un limite del 60%. Eppure tale asticella viene abbattuta da quasi tutti i paesi dell’eurozona, recentemente perfino dalla Germania. E, soprattutto, ci sono grandi paesi dell’Ue, come la Francia e la Spagna, il cui debito è ormai arrivato al 100% del Pil e che, dunque, al presente cozzano contro il “criterio Maastricht”. Se si osserva il grafico dell’evoluzione delle quote di debito, appaiono chiare tre cose: 1) nel 2006 – prima della grande crisi – c’era una differenza tra i paesi piú indebitati e quelli che lo erano di meno che di solito si aggirava sui 35 punti percentuali; le quote di indebitamento dei paesi meno indebitati si aggiravano sul 60-70% (nel caso della Spagna perfino del 40%); quelle dei paesi piú indebitati, Italia e Grecia, avevano una quota vicina al 100%. Oggi questa differenza è di circa 40 punti percentuali.

2) C’è stato un aumento irregolare delle quote di debito nel corso della crisi economica mondiale 2008-2010 che riguardò pressoché tutti i paesi dell’Ue. Ciò si spiega con il fatto che fu impiegato su larga scala denaro pubblico per la salvezza delle banche. A causa di un settore finanziario privato altamente indebitato, paesi membri dell’Ue divennero a loro volta altamente indebitati (e sdebitate banche che rimasero private e che ora fanno girare nuovamente una ruota gigantesca della speculazione).

3) Negli ultimi cinque anni solo pochi paesi dell’eurozona sono stati in grado di ridurre la loro quota di debito. Questo è stato possibile in una certa misura all’Austria. Ed è stato reso possibile in tutta evidenza al governo tedesco. Si tratta qui di paesi a forte esportazione, di Stati con chiare eccedenze di bilancio delle partite correnti; questi paesi si possono anche definire “centro” dell’eurozona. Nel contempo, comunque, le quote di debito sono continuate a salire in molti altri paesi dell’eurozona – cioè nella periferia. In misura estrema nel caso della Grecia, dove frattanto fu raggiunta una quota di oltre il 180%; nel caso dell’Italia con un già citato 130%; in Spagna dove fu superato il 100% e che attualmente sfiora il 100%. Ma anche in Francia, dove nel frattempo è stato superato il limite del 100%.

Ora, una quota di debito del 100 o del 130% rappresenta sicuramente un aggravio enorme per l’economia. In conclusione, il paese in questione e i contribuenti di tale paese devono pagare anno per anno il carico degli interessi per tale debito. E con ciò gli interessi vengono pagati in gran parte alle banche, che erano già state salvate dai contribuenti e il cui salvataggio ha determinato in buona misura l’esplosione del debito statale. Che debiti del livello menzionato “non” siano sostenibili non è comunque una tesi solida. La quota del debito giapponese, per esempio, ammonta al momento al 236%. C’è una serie di fattori specifici che vanno considerati nella valutazione della “sostenibilità” di uno dato carico debitorio. Adesso la Commissione Ue, e il suo commissario alla finanza Moscoviti, sostengono che il nuovo indebitamento pianificato dal governo italiano per l’anno 2019 per l’ammontare del 2,4% del Pil rappresenterebbe una «trasgressione delle regole sul debito in una misura mai verificatasi». Questo è falso. Anzi è un’insolenza se a pronunciarla è un uomo che negli anni 2012-2014 è stato ministro francese delle Finanze e con ciò corresponsabile del fatto che allora Parigi – in tempi di relativa crescita economica – sforò da sovranista i limiti del deficit. Consideriamo ora l’evoluzione del deficit di alcuni paesi dell’eurozona nell’ultimo decennio (vedi tabella). Ci sono stati, in tutti i paesi qui elencati anche in quella perla, nonché campione di risparmio, che è la Germania –, anni nei quali il limite del 3% venne nettamente superato. Ci sono stati anni nei quali singoli paesi presentavano un deficit doppio e anche triplo di quanto ufficialmente consentito (nel 2010 il Portogallo con l’11,2% e nel 2014 con il 7,2%; nel 2009 la Spagna con l’11%; sempre nel 2009 la Francia con il 7,2%). Una parte di questi paesi – Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro – venne anche punita dall’Ue; e allora arrivò la Troika e impose a questi paesi brutali programmi di demolizione sociale – definiti subdolamente «riforme» e «programmi di risparmio». Ora c’è in particolare un paese che per un decennio ha sovranamente ignorato il supposto massimale limite del deficit – la Francia: negli anni dal 2006 al 2016 il deficit del bilancio francese era sempre oltre il 3%. E cosí continuò a salire anche la quota di debito della Francia, nel 2008 circa del 75% nel frattempo al 100%. E qui non ci fu alcuna lettera infuocata, alcun procedimento aggressivo della Commissione Ue e neppure alcun attacco aperto da parte del governo tedesco. Anzi, la Cancelliera tedesca si vide in stretto rapporto con ciascuno dei presidenti francesi, si trattasse di Nicolas Sarkozy (2007-2012) o di François Hollande (2012-2017) o di Emmanuel Macron (dal 2017).

Un decennio di deficit di bilancio in percentuale del Pil in Germania, Francia, Italia, Spagna e Portogallo (2008-2018)

E che se ne fanno quegli scervellati di italiani di questi nuovi debiti? Costruiscono forse un costosissimo aeroporto come il Ber? O una “filarmonica sul Tevere” sul tipo della «Filarmonica dell’Elba» ad Amburgo? O forse una Milano 21 – cioè una stazione sotterranea milanese, come è avvenuto nell’area tedesca di Sud-Ovest?

Niente di tutto questo. Quel che è piú intrigante degli attacchi attuali da parte dell’Ue nei confronti del governo italiano è che le misure che questo governo intende finanziare, con esborsi statali piuttosto consistenti, riguardano progetti di buon senso sotto un profilo sociale. Si è pianificato anzitutto: 1) un modesto reddito di base per 6,5 milioni di poveri; 2) una piccola riduzione dell’età pensionabile per un gruppo di pochi benestanti; 3) una riduzione delle tasse per 400.000 piccole e piccolissime imprese.

Il governo italiano di Lega e M5S è senza dubbio un governo contraddittorio, che in molti ambiti pratica una politica reazionaria. Le misure assunte nei confronti dei profughi sono razziste e disumane. Eppure su questo terreno non c’è stata alcuna critica da parte della Commissione europea o del governo tedesco. Il ministro dell’Interno tedesco, Seehofer, è addirittura interiormente affine al reazionario ministro degli Interni italiano Salvini.

E in Alto Adige, dopo le elezioni regionali, c’è una situazione in cui la Sudtiroler Volkspartei strettamente connessa col governo di Vienna – intende stipulare a Bolzano un patto con la Lega. È anche interessante quel che qui da noi viene concretamente criticato nei progetti del governo italiano. In proposito sul «Giornale della borsa» («Boersen-Zeitung», 25.08.2018)1, sotto il titolo La voglia di fallimento dell’Italia, si legge come sia spiacevole «la minaccia del ritiro della licenza alla società di infrastrutture Atlantia». Si tratta della società che gestisce autostrade controllata da Benetton che porta una responsabilità determinante per il crollo del ponte di Genova.

Piú oltre si sostiene: «a Roma non importa né dei contratti né delle regole. La costruzione della tratta ferroviaria ad alta velocità tra Lione e Torino, un progetto europeo, già ultimato per metà, è all’esame. […] Non c’è da meravigliarsi se i mercati finanziari perdono la fiducia nel paese».

Si tratta qui di un collegamento ad alta velocità con un tunnel lungo piú di 50 km. i cui costi esplodono, e che è del tutto inutile e insensato. Da molti decenni esiste un collegamento ferroviario tra le due città che è utilizzato meno del 50% e che potrebbe essere modernizzato con una piccola parte del denaro sperperato per il nuovo tratto ad alta velocità. Il menzionato grande progetto “europeo” fa parte di quell’insieme che le nostre amiche e i nostri amici italiani definiscono «grandi opere inutili». Ed è effettivamente una macchina mangiasoldi del tipo della Stoccarda 21.

Bilancio. Tra l’Italia e la Ue si sta addensando una grave crisi politica, che potrebbe superare quella greca del 2015. Questa crisi può evolvere apertamente in crisi finanziaria, il che potrà poi condurre a uno scontro in tutta l’eurozona e diventare, allora, di rilevante importanza per l’economia mondiale. La responsabilità principale di tale crisi la portano la Commissione Ue, la Bce e il governo di Berlino, che, invece di mostrare una solidarietà concreta, fomentano ulteriormente questa crisi sul piano politico e finanziario (per ultimo con la non applicazione delle garanzie della Bce).

in Il Ponte, 28 Dicembre 2018

(Traduzione dal tedesco di Cesarina Branzi)

1 Si tratta della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», il giornale che per antonomasia si occupa in Germania di banche, borse, ecc., il giornale della Confindustria tedesca nonché del grande capitale, un po’ il corrispettivo tedesco del nostro «Sole-24 ore», ma si potrebbe aggiungere “al quadrato”. Anche altri giornali tedeschi si occupano di questioni economiche, come, per esempio, l’«Handelsblatt», ma nessun’altro ha il peso e l’autorevolezza della «Frankfurter Allgemeine Zeitung» (ndt).