Linguaggio esopico degli intellettuali sotto il fascismo: un esempio illustre ricostruito da Canfora

Linguaggio esopico degli intellettuali sotto il fascismo: un esempio illustre ricostruito da Canfora

Luciano Canfora

di Silvia Calamandrei

Luciano Canfora ha già dedicato pagine significative a Concetto Marchesi, latinista e comunista staliniano che lo ha sempre intrigato, a partire dall’episodio di Giovanni Gentile giustiziato dai partigiani fiorentini.

A partire da quella sua indagine (La sentenza, Palermo, Sellerio, 1985), condotta come una perizia filologica – come ebbe a commentare Sergio Romano sul «Corriere della sera» –, ha continuato a ricevere e a raccogliere testimonianze e materiali avviando una ricerca ben più vasta sull’intera biografia del grande classicista, fin dagli anni giovanili siciliani e all’adesione al bordighismo, per approdare al secondo dopoguerra e alle sue prese di posizione in occasione del Ventesimo Congresso, ostinato oppositore di Krusciov e della messa in discussione dello stalinismo.

La biografia (Il sovversivo, Roma-Bari, Laterza, 2019), condotta con la consueta acribia filologica impiegata per il papiro di Artemidoro, con ampie ricognizioni negli archivi e negli scritti storiografici, memorialistici e autobiografici, si dipana per più di novecento pagine, alternando la ricostruzione dei contributi scientifici dello studioso di Livio, Tacito e Sallustio alla storia della letteratura latina, all’approfondimento degli snodi del suo impegno politico di comunista e di intellettuale e accademico, sotto il fascismo e dopo la Liberazione. Canfora è in continua colluttazione con i biografi troppo agiografici e o le falsificazioni propagandistiche a posteriori, di cui spesso la responsabilità risale allo stesso protagonista, che preferisce adombrare un’origine proletaria, giocare su una propria partecipazione ai moti siciliani o nascondere momenti di compromissione eccessiva con il regime fascista. Canfora è infastidito dalle imprecisioni e dalle falsificazioni, ed è orgoglioso di poter allineare le prove che le smentiscono, bacchettandone i responsabili. Ma è anche consapevole che la memoria tradisce e che le falsificazioni spesso corrispondono a sovrapporsi di ricordi e di punti di vista in un procedere tortuoso degli avvenimenti e in un alternarsi di elaborazioni. Ci offre con questa opera magna un bel contributo alla metodologia storiografica, non accontentandosi mai della vulgata, ma cercando spiegazioni anche alle sistemazioni a posteriori. E fa appassionare il lettore all’indagine, in un contrappunto di testimonianze, lasciando talvolta in sospeso il giudizio.

Ci sono tanti begli esempi di approfondimento, a partire da quella conferenza su Tacito a Perugia del 1942 di cui esistono tante interpretazioni e versioni. Non va dimenticato che Marchesi sarebbe andato rieditando le sue opere apportandovi via via modifiche significative nei passi più controversi, Ẻ il caso di questa conferenza che si colloca nell’ambito delle celebrazioni fasciste dei Grandi Umbri (da Tacito a San Benedetto da Norcia), il cui finale di esaltazione della romanità può ben essere stato apprezzato dall’organizzatore Cornelio Di Marzio (nel cui fondo è conservato il manoscritto autografo che Marchesi gli aveva inviato), che dichiara che sarà particolarmente gradito al Duce.

Canfora ne segue le tracce nelle lettere scambiate tra amici all’epoca (la conferenza a Perugia doveva essere occasione di una retrouvaille tra Valgimigli, Marchesi, Diego Valeri e altri a Bagnoregio da Bonaventura Tecchi), nel Diario di Piero Calamandrei che riferisce quanto gli ha raccontato Pancrazi, e negli archivi stessi di Di Marzio. E la conclusione non può che essere di ambiguità della conferenza, del resto subito mandata alle stampe da Di Marzio stesso: sicuramente non ha alcuna connotazione antifascista, ma neanche antitedesca come si è preteso. Ma è interessante notare come nella corrispondenza privata Marchesi faccia di tutto per minimizzare e glissare sulla sua conferenza, mentre la portata è colta da Pancrazi e Calamandrei, che annota: «andò a salutarlo il gerarca Cornelio Di Marzio, che rappresentava il governo, e stringendogli la mano gli disse: “Questa chiusa farà molto piacere al Duce”» (Diario, ed. 2015, II, pp. 78-79).

Secondo Canfora c’è un sentimento di inferiorità degli azionisti nei confronti dei comunisti, capaci di tenere in piedi una rete di resistenza clandestina, e una “scivolata” di Marchesi non passa inosservata a chi è reduce dalla collaborazione con Grandi sui codici. A parte il giudizio dell’autore, simpatetico più verso Marchesi che verso Calamandrei, è interessante comunque la comparazione tra i comportamenti di antifascisti di diverse appartenenze che hanno entrambi giurato per conservare l’insegnamento universitario e che si trovano chiamati a collaborare a iniziative del regime per le loro alte competenze scientifiche.

Altro momento topico è l’assunzione del rettorato a Padova e il discorso di inaugurazione dell’anno accademico. Marchesi è l’unico tra i rettori nominati nell’agosto 1944 a restare al suo posto sotto il regime di Salò, a differenza di Einaudi, Calamandrei e De Ruggiero, che si “danno alla macchia” timorosi di arresto. Alla cerimonia di inaugurazione assiste anche il ministro Biggini, con il quale Marchesi intratteneva ottimi rapporti. Questo discorso, che viene pronunciato in nome dei “lavoratori”, e nel pensiero del Marchesi corrisponde alla sua ideologia comunista, può ben essere recepito nel linguaggio “socialisteggiante” di Salò, e prestarsi all’equivoco di una compromissione di Marchesi. Così la interpreta del resto il suo Partito, che si appresta ad adottare un provvedimento di espulsione nei suoi confronti, peraltro mai documentato. Comunque Marchesi dovrà cercare di nuovo il contatto col Partito, riabilitato dall’appello all’insurrezione diffuso al momento delle sue dimissioni nel dicembre.

Canfora non manca di contrapporre il comportamento di Marchesi a quello di Einaudi o Calamandrei, eccessivamente allarmati dal pericolo di arresto: in verità la sua più prolungata permanenza al rettorato gli consente un momento di messa in scena antitedesca probabilmente gonfiata nei racconti e soprattutto un appello efficace agli studenti al momento delle dimissioni, che non passano in sordina come le altre. Tant’è vero che spesso, nelle ricostruzioni a posteriori, discorso di dimissioni di dicembre e di inaugurazione di novembre si sono rimescolati nelle memorie, come se l’appello alla resistenza fosse stato già anticipato al momento dell’apertura dell’anno accademico.

Quella che il Pci considera una colpa di compromissione verrà poi cancellata nella promozione di Marchesi a intellettuale di grande prestigio e rappresentatività negli anni cinquanta; sarà lo stesso Togliatti, grato a Marchesi di essersi schierato con lui nel 1956, a pronunciare i discorsi più celebrativi, soprattutto post mortem (1957), mentre Ludovico Geymonat gli rinfaccia pretestuosamente ancora la scelta del 1943.

Il periodo svizzero dopo la fuga da Padova e i contatti con i servizi inglesi per i lanci di armi ai partigiani vengono ricostruiti con precisione, offrendoci il ritratto di un Marchesi uomo d’azione. Il suo impegno prosegue dopo il rientro in Italia, facendone un punto di riferimento significativo nei rapporti interpartitici. È da Padova con la costruzione del Cln Veneto con Silvio Trentin e Meneghetti che coltiva buoni rapporti col Partito d’Azione. Alla Costituente non esiterà a prendere posizione indipendente contro l’articolo 7, staccandosi dalle indicazioni togliattiane. Ne esce il ritratto di un uomo complesso e sfaccettato, mai burocratico nella militanza partitica, spesso con un percorso tutto suo.

Canfora in fondo lo ammira, come si desume dall’epilogo, pur evidenziandone le debolezze umane e le contraddizioni: e non solo come grande letterato e cultore dei classici, ma come intellettuale comunista che attraversa tempi oscuri mantenendo una sua coerenza e dignità. Il culto della romanità che il fascismo celebra gli ha consentito di infilarsi nelle pieghe dei pepli e degli orpelli per cercare di evocare figure di riferimento, dai Gracchi a Catilina a Cesare, che indichino percorsi di giustizia sociale. Cesare e Stalin si sovrappongono nel suo ragionamento, anche se negli anni del fascismo qualcuno ha potuto pensare che si riferisse a Mussolini. Un uomo dalla doppia vita, quella vera e quella cucitagli addosso nel mito postumo, che Canfora si sforza di smontare.

Sicuramente la democrazia non è la sua fede, reso scettico dai successi elettorali del fascismo e del nazismo: propende per una dittatura illuminata, un cesarismo progressivo e questo ne spiega lo schierarsi contro la destalinizzazione, ma anche le ambiguità sotto il fascismo e le tensioni con gli azionisti e i liberali.

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Il Nobel per l’economia? Conformista e prevedibile. Ecco perché bisognerebbe abolirlo (forse)

Il Nobel per l’economia? Conformista e prevedibile. Ecco perché bisognerebbe abolirlo (forse)

Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all’Università del Sannio spiega i retroscena e le critiche al premio economico più famoso al mondo nel suo libro “Il discorso del potere” (Il Saggiatore), in libreria dal 14 marzo. E ha previsto il nome del prossimo vincitore

Il premio Nobel per l’economia è come l’Oscar: tutti lo criticano ma ognuno sogna di vincerlo. Non esiste premio più controverso. L’economista più famoso del mondo, John Maynard Keynes non l’ha mai vinto, mentre un matematico come John Nash è riuscito ad aggiudicarselo nel 1994 per la sua “teoria dei giochi”. Può capitare che due avversari politici citino in un talk show economisti che l’hanno vinto per giustificare politiche economiche radicalmente opposte. Quasi tutti credono che vincere il premio Nobel dia il potere di cambiare il corso dell’economia, ma raramente queste teorie sono applicate dalla politica che le riscopre 15 o 20 anni dopo. E quando ogni autunno viene pubblicato il nome del vincitore sono in pochi a cercare le motivazioni della vittoria. Per questo Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all’Università del Sannio, ha scritto in collaborazione con Giacomo Bracci il libro “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’economia tra scienza, ideologia e politica” (Il Saggiatore) in libreria dal 14 marzo. Brancaccio da molti anni è protagonista di confronti serrati con i principali esponenti della dottrina economica prevalente, dall’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard all’ex premier Mario Montii. Il suo obiettivo è far conoscere i retroscena, le critiche e il meccanismo del premio economico più famoso al mondo.

Brancaccio, partiamo dalla provocazione contenuta nelle prime pagine del suo libro. Bisognerebbe abolire il premio Nobel?
L’idea di abolirlo non è certo nostra. Fin dalle sue origini il premio ha attirato polemiche e contestazioni. Addirittura lo stesso Alfred Nobel non aveva previsto questo premio nel suo testamento. E infatti i suoi discendenti protestarono quando fu istituito nel 1969 per volere della Banca di Svezia. Da allora negli anni ci sono stati moltI appelli per abolirlo. Per esempio nel 1976 quando Milton Friedman ricevette l’onorificenza, l’Accademia svedese delle scienze fu accusata di aver premiato un simpatizzante della sanguinaria dittatura di Augusto Pinochet. Oppure nel 1992 quando il premio venne assegnato a Gary Becker, si disse che il Nobel per l’economia onorava un propugnatore di teorie sessiste e misogine. È capitato che gli stessi vincitori proponessero di abolirlo. Friedrich von Hayek: temeva che i vincitori sarebbero stati considerati dei “guru” infallibili e che avrebbero avuto il potere d’influenzare la politica economica di interi Paesi.

Aveva ragione?
No. Da individualista libertario, Hayek sopravvalutava l’importanza dei singoli. In realtà il corso della politica economica è il risultato di processi storici complessi, condizionati da conflitti tra grandi gruppi sociali contrapposti. Le idee dei singoli economisti, vincitori o meno di Nobel, possono influenzarlo ben poco. Addirittura Gunnar Myrdal che lo vinse lo stesso anno di Von Hayek, il 1974, reputava l’economia una “scienza molle”, cioè troppo condizionata dai giudizi di valore e dagli orientamenti politici. Secondo lui il Nobel per l’economia rovinava la reputazione degli altri premi assegnati alle scienze cosiddette “dure”, come la fisica e la chimica.

Sono in molti a pensare come Myrdal che l’economia non possa essere una scienza paragonabile alla fisica o alla chimica.
Non sono d’accordo. L’economia è una scienza a tutti gli effetti, e distinguerla dalle cosiddette scienze “dure” è più difficile di quanto si immagini, come spieghiamo nel libro. Anche la fisica è stata condizionata dall’influenza dei giudizi di valore e dagli interessi politici. Un esempio su tutti è il caso di Galileo, che fece abiura della teoria copernicana eliocentrica per evitare la condanna di eresia della Chiesa cattolica. Così come la biologia: per anni la teoria della razza superiore fu un caposaldo ideologico del nazismo, e qualunque critica a essa veniva considerata un attacco al potere costituito.

Però molto spesso le previsioni degli economisti sono sbagliate. Nessuno aveva previsto la crisi economica del 2008.
Non è vero. Magari sono meno noti di altri, ma ci sono economisti che hanno predetto una grande recessione. Per esempio in Italia Paolo Sylos Labini fece considerazioni illuminanti pochi anni prima della crisi. In realtà le previsioni economiche non sono molto peggiori di quelle di alcune scienze naturali. Spesso i geologi non sanno prevedere quando ci sarà un terremoto o i meteorologi sbagliano le previsioni del giorno successivo, ma li riteniamo giustamente degli scienziati. L’eccezione è un’altra. A differenza delle altre scienze, l’economia crea “il discorso del potere”, ossia il linguaggio attraverso cui si formano le decisioni politiche. Questo puo’ rendere la scienza economica influenzabile dagli assetti di potere vigenti e dai loro meccanismi di riproduzione.

Quindi il Nobel per l’economia subisce l’influenza dalla politica?
Le assegnazioni del premio Nobel sono state piuttosto conservatrici. Finora è stato quasi sempre premiato soltanto il “mainstream”, ossia la teoria dominante di ispirazione neoclassica. Pur con alcune varianti tutti i vincitori sono accomunati da un’idea di fondo: in un mondo del tutto ipotetico, in cui non esistessero imperfezioni o asimmetrie, il libero gioco delle forze spontanee del mercato capitalistico condurrebbe a un equilibrio “ottimale”, caratterizzato dalla piena occupazione dei lavoratori e dall’uso più efficiente possibile delle risorse disponibili. Loro stessi riconoscono che questa è solo un’idealizzazione che non ha riscontro nella realtà. Però quell’equilibrio ottimale ipotetico condiziona le loro ricerche e le loro ricette di policy.

Però anche Joseph Stiglitz e Paul Krugman hanno vinto il Nobel per l’economia. Non mi sembrano così legati al mainstream.
Vero, da tempo criticano il liberismo estremo e sono a favore di forme di intervento pubblico nell’economia. Però guardate quando e perché hanno ricevuto il premio Nobel e noterete che hanno vinto per i loro primi contributi teorici, alcuni dei quali molto ortodossi e spesso piuttosto ostili alle politiche progressiste. Per esempio, Stiglitz è stato premiato anche per avere elaborato negli anni Ottanta una interpretazione del mercato del lavoro secondo cui i sussidi ai disoccupati e le tutele per i lavoratori creano disoccupazione e crisi. E Krugman è stato premiato anche per un suo contributo degli anni Settanta, che “scagionava” gli speculatori da ogni responsabilità sulle crisi valutarie. Secondo la sua analisi gli speculatori sono solo il sintomo di una malattia causata da politiche errate, e per questo è stata accolta con grande favore a Wall Street. Oggi Stiglitz e Krugman hanno cambiato idea. Ma avrebbero vinto il Nobel se avessero portato avanti queste tesi fin dall’inizio delle loro carriere? Il dubbio ci pare lecito.

Lei sembra molto critico verso la teoria neoclassica dominante.
Non sempre. Alcuni contributi neoclassici hanno fatto avanzare la scienza economica nel suo complesso. Però per capire come funziona in generale il capitalismo contemporaneo serve un approccio alternativo. Alcuni la chiamano “teoria monetaria della produzione”, parte dalle opere di Marx, passa per le intuizioni di Keynes e i contributi di Piero Sraffa. Anche il premio Nobel Wassily Leontief rientra in questo paradigma alternativo. Però anche Leontief ottenne il Nobel solo dopo avere attenuato il potenziale sovversivo della sua teoria. Dichiarò persino un falso conclamato, e cioè che il suo approccio poteva esser considerato una mera variante della teoria neoclassica prevalente. Un’abiura che gli spianò la strada per il premio.

Facciamo un esempio concreto per capire la differenza tra le due teorie.
Prendiamo le politiche di flessibilità del mercato del lavoro, quelle che riducono le tutele contro i licenziamenti e la durata dei contratti, e che sono state portate avanti per molti anni un po’ in tutto il mondo, inclusa l’Italia. Secondo la teoria neoclassica, queste politiche liberano le forze spontanee del mercato e in tal modo dovrebbero determinare un aumento dell’occupazione. Il problema è che i dati non confermano questa tesi: l’hanno ammesso persino istituzioni da sempre favorevoli alla flessibilità, come la Banca Mondiale, l’Ocse e il Fondo monetario internazionale. Anzi i dati indicano che le politiche di flessibilità del lavoro riducono la quota di reddito che va ai salari. Non creano efficienza ma disuguaglianza. Questi risultati empirici contrastano la teoria neoclassica e sono invece pienamente compatibili con l’approccio alternativo

Ma allora perché si continua a dare il Nobel al paradigma neoclassico?
Perché la scienza economica è sensibile al potere costituito ed è difficile cambiare sistema. La storia della ricerca economica è segnata da veri confronti tra i diversi paradigmi scientifici solo quando ci sono stati grandi conflitti sociali e politici. Vanno di pari passo.

Siamo in una di queste fasi?
No. C’è grande contesa tra liberismo globalista e un sovranismo xenofobo. Ma è solo una disputa tra due forme diverse di conservatorismo. Siamo ancora lontani dalle grandi dispute fra paradigmi alternativi, come quelle degli anni Trenta o del secondo dopoguerra.

Se la teoria è sempre la stessa si può prevedere il vincitore del prossimo Nobel per l’economia?
Più o meno. Guardiamo gli indici bibliometrici, che pesano il valore di ciascuno studioso in base al numero di citazioni che i suoi studi hanno ricevuto dai suoi colleghi. Nel libro facciamo notare che questa sorta di “Nobelmetria” sembra in grado di prevedere i vincitori futuri del premio meglio di quanto riesca a fare riguardo ai Nobel delle altre scienze. Questoci fa capire che nella scienza economica c’è più conformismo: si premia solo chi ha già una posizione molto consolidata in accademia.

Facciamo un nome.
Nel libro riportiamo una celebre classifica di potenziali vincitori futuri calcolata in base a quella che definiamo “nobelmetria”. Tutti mainstream, ovviamente. Uno dei più papabili secondo me è Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale perché è una figura interessante. Pur restando nei confini della teoria dominante, ha ammesso che per fare evolvere la scienza economica bisogna guardare anche agli approcci concorrenti.

Dico io quello che non può dire lei. L’accademia è diventata così conformista da scoraggiare gli economisti a pensare fuori dagli schemi della teoria dominante?
Essere outsider in accademia e’ sempre stato difficile, in tutti i settori. Ma oggi l’ostracismo verso il pensiero economico critico puo’ esser considerato “scandaloso”. Lo ha detto Luigi Pasinetti, un grande studioso italiano. Nel libro ricordiamo che un altro premio Nobel, Jean Tirole, qualche anno fa tentò in gran segreto di persuadere la ministra francese dell’università a negare ogni legittimità alle scuole di pensiero economico alternative. Queste chiusure non aiutano la competizione tra paradigmi. Eppure, come ci ricorda Imre Lakatos, solo la competizione delle idee determina il progresso scientifico.

Quindi un economista molto citato dai nostri politici come John Maynard Keynes, ispiratore del moderno intervento pubblico nell’economia, oggi non vincerebbe il Nobel.
Probabilmente no. In realtà ha vinto la Medaglia Söderström nel 1939, l’onorificenza conferita dall’Accademia svedese prima che il premio Nobel venisse istituito. Ma erano altri tempi. Quell’epoca lo rendeva possibile perché c’era spazio per un pensiero critico dell’economia. C’era un grande scontro tra capitalismo e socialismo, e il pensiero di Keynes in un certo senso si proponeva come un complicato tentativo di sintesi tra le due opposte concezioni della vita sociale.

Parliamo dei vincitori del Nobel. Qual è stato il più immeritato?
Quello a Edward Prescott, del 2004, ha suscitato molte polemiche. Nel libro ricordiamo che dalle sue teorie si possono trarre tesi alquanto bizzare, come ad esempio quella secondo cui la Grande Depressione degli anni 30 non fu provocata da un crollo della domanda di merci ma semplicemente da un cambiamento tecnico che potrebbe avere indotto i lavoratori ad abbandonare le loro occupazioni in attesa di tempi migliori. La disoccupazione, in quest’ottica, viene vista come un fenomeno puramente volontario. Una teoria un po’ folle, che tuttavia negli anni passati ha avuto un notevole seguito, accademico e politico.

Anche Franco Modigliani, l’unico italiano ad averlo vinto, nel 1985?
Modigliani è stato un economista ambivalente. La sua “sintesi neoclassica”, ovvero l’interpretazione neoclassica della teoria keynesiana e ha rappresentato dal dopoguerra agli anni Sessante il mainstream teorico e politico. Anche lui però ha avuto luci e ombre. Criticò le dottrine liberiste e per questo fu un convinto sostenitore dell’uso delle politiche keynesiane di gestione della domanda per raggiungere la piena occupazione. Ma fu anche ostile alle rivendicazioni dei lavoratori. Secondo lui il sindacato doveva contenere le istanze sociali, per garantire una dinamica dei salari compatibile con le decisioni di politica monetaria della banca centrale. Una posizione teoricamente discutibile, che in ogni caso gli creò non pochi problemi negli anni caldi del conflitto sociale in Italia.

E cosa ne pensa dell’ultimo vincitore del Nobel: Paul Romer?
Nel libro parliamo anche di lui. Sul piano teorico, Romer ha fornito contributi interessanti in tema di rapporti tra cambiamento tecnologico e sviluppo economico. Ma le sue proposte politiche sono alquanto discutibili. Durante la crisi dell’eurozona, sostenne che l’unico modo per superare le inefficienze e sconfiggere la corruzione in Grecia fosse consegnare l’amministrazione dello Stato alla troika, ovvero gli emissari di Banca centrale europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione europea. Oppure qualche anno prima propose al Madagascar di vendere un intero pezzo dell’isola alla corporation sudcoreana Daewoo, per tentare di aumentare l’efficienza della produzione agricola. Qualcuno l’ha definita una forma raffinata di colonialismo. A riprova che dai Nobel per l’economia possono scaturire idee geniali e realmente innovative, ma anche ricette retrograde e piuttosto pericolose.

in LINKIESTA 9 marzo 2019

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Il territorio bene comune degli italiani

“Solo il rigoroso fondamento sul disegno di società voluto dalla Costituzione può far uscire le tematiche dei beni comuni dal limbo dell’utopia, e farne invece il manifesto di una politica dei cittadini non solo auspicabile, ma possibile”. Pubblichiamo la prefazione di Salvatore Settis al volume “Il territorio bene comune degli italiani” di Paolo Maddalena (Donzelli).

di Salvatore Settis

Una nuova dimensione politica avanza con passo lento, incerto, desultorio: è la politica dei cittadini, che si forma e si esercita non necessariamente contro, ma sicuramente malgrado la politica dei politici di mestiere. Forse in nessuna democrazia quanto in Italia vediamo oggi la «politica militante» «trasformarsi da munus publicum in una professione privata, in un impiego», secondo la desolata profezia di Piero Calamandrei. La politique politicienne diventa anzi anche troppo spesso uno strumento, ora inconsapevole ora cinicamente complice, al servizio della devastazione delle istituzioni e dello Stato mirata alla spartizione delle spoglie, al feroce saccheggio di risorse comuni e pubbliche per il vantaggio dei pochi. Ma «politica» dovrebbe invece essere, non solo per etimologia ma anche per le ragioni della storia e dell’etica, prima di tutto un libero discorso da cittadino a cittadino: un discorso sulla polis, dentro la comunità dei cittadini e a suo beneficio.

Nel degrado dei valori e dei comportamenti che appesta il tempo presente, è sempre più urgente che i cittadini si impegnino in quanto tali, e non per ambizioni, patteggiamenti e scambi di potere e di carriera, in una riflessione alta, non macchiata da personali interessi, sui grandi temi del bene comune, dei diritti della persona, della costruzione del futuro per le nuove generazioni. Davanti al neo-assolutismo di un’economia che degrada perfino gli esseri umani a meri fattori di costo, costringendoli a nuove forme di servitù e condannando alla disoccupazione le «generazioni perdute» dei giovani, è sempre più essenziale il richiamo alla polis (cioè alle comunità di cittadini) come spazio di riflessione, di discussione, di progetto e di resistenza che esalti e consolidi le libertà personali mentre costruisce una lungimirante etica pubblica.

Ma il bene comune è oggi sempre più spesso accantonato come un ferrovecchio, e in nome delle logiche di mercato cresce ogni giorno l’erosione dei diritti, si consolida la struttura autoritaria dei governi, la loro funzione ancillare rispetto ai centri del potere finanziario e bancario, «stanze dei bottoni» totalmente al di fuori di ogni meccanismo democratico di selezione, al riparo da ogni controllo, al di sopra di ogni regola, di ogni legalità, di ogni sanzione. «Mai nella storia l’umanità è stata di fronte a un’alternativa così radicale: o cambiare profondamente i valori della nostra civiltà o perire», ha scritto in un suo libro recente Heiner Geissler, deputato Cdu per 25 anni, ministro in un Land e poi nel governo federale, e infine segretario generale della Cdu (1977-89)*, che nel nuovo scenario economico e politico ha profondamente modificato le proprie idee, come su una drammatica via di Damasco. Politica, cittadinanza, scontro frontale fra le ragioni del mercato e i principi del bene comune: queste le coordinate entro le quali Paolo Maddalena ha composto questo suo libro.

Il carattere squisitamente urbano di alcune grandi proteste popolari degli ultimi anni, da Madrid (Puerta del Sol) a New York (Zuccotti Park) ha almeno due matrici, anche se non tutti ne sono consapevoli. Prima di tutto, la forte tematica del diritto alla città non solo come spazio urbano ma per il necessario equilibrio, dimensionale e strutturale, fra il tessuto delle architetture e delle strade e la dignità personale dei cittadini. A quasi cinquant’anni dal Droit à la ville di Henri Lefebvre (1968, ma prima dei moti parigini del Maggio), questa riflessione aveva bisogno di un radicale ripensamento davanti al disfacimento della forma urbana che la generò e all’insorgere delle megalopoli, le immense conurbazioni formatesi al servizio di altrettante spietate macchine produttive. Rebel Cities. From the Right to the City to the Urban Revolution di David Harvey (Verso, 2013) ci offre oggi una nuova cornice di pensiero e di categorie descrittive per dare al diritto alla città, attraverso l’universo dei beni comuni, la nuova dimensione di una cittadinanza consapevole dei propri diritti sovrani: primo passo per intendere come, perché e da chi essi sono calpestati, e per organizzare una riscossa.

La seconda matrice è più remota: ed è l’antica arma dell’azione popolare, che già nel diritto romano rappresentava al massimo livello la dignità personale del cittadino, conferendogli il potere di agire contro le istituzioni in nome del bene comune, contro le mutevoli leggi in nome di uno stabile Diritto intessuto di profondi legami sociali e di alti principi etici. Non insisto qui su questo tema, al quale è dedicato un mio libro recente (Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi, 2013); se non per ricordare il filo rosso che lo riconnette al diritto di resistenza del cittadino, quale ricorre in alcune antiche Costituzioni, per esempio in quella della Repubblica Partenopea (1799) che all’art. 15 lo definisce «il baluardo di tutti i diritti». È un diritto che ricompare oggi insistentemente sulla scena, riarticolato secondo i linguaggi della adversary democracy, e cioè della necessaria dinamica fra gli organi della democrazia rappresentativa e il diritto di parola dei cittadini (singoli o associati). Perché in uno Stato moderno è cruciale «l’idea che il popolo sovrano conservi un potere negativo che gli consente di vigilare, giudicare, influenzare e censurare i propri legislatori» (così Nadia Urbinati).

Queste due matrici del nuovo dissenso (diritto alla città e azione popolare) hanno in comune un punto essenziale, il richiamo ad alti principi etico-politici contro la contingenza di norme concepite al servizio del potere. Nello scenario italiano di oggi, questo aspro contrasto, evidenziato dal continuo ricorso a norme efferate non solo ad personam ma contra cives (basti richiamare il «federalismo demaniale» o le leggi elettorali che impediscono al cittadino la libera scelta dei propri rappresentanti, dal Porcellum di Calderoli alla similare proposta Berlusconi-Renzi), prende la forma di un richiamo alla Costituzione della Repubblica. In essa troviamo il coerente manifesto di uno Stato fondato sul bene comune e non sul profitto dei pochi; sulla dignità della persona e non sulla sua oppressione; sul diritto al lavoro e non sull’«austerità» che condanna alla disoccupazione; sulla cultura che progetta il futuro e non su una pretesa «stabilità» che di fatto paralizza il paese.

È in questo aspro contrasto che si capisce – che è, anzi, necessaria e sacrosanta – l’ira dei miti. «Oggi Goethe andrebbe sulle barricate», ha scritto John le Carré. È in questo quadro che Paolo Maddalena ha raggiunto con questo libro il punto (per ora) culminante della sua traiettoria di giurista, che parte da una formazione romanistica, passa attraverso la Corte costituzionale, e attraverso la riflessione sul danno ambientale e sulle tematiche connesse allarga crescentemente il proprio orizzonte. Già col suo importante libro sul Danno pubblico ambientale (Maggioli, 1990), con numerosi altri contributi di studio e col suo lavoro di capo dell’Ufficio legislativo al ministero dell’Ambiente, ma poi specialmente con la sua opera di giudice della Corte costituzionale (2002-2011), l’autore di questo libro ha mostrato una straordinaria sensibilità, illuminata dai valori della Costituzione, verso l’interesse pubblico e la necessità di proteggerlo con norme di alto profilo e radici profonde nella nostra tradizione normativa.

Fra le pronunce da lui redatte alla Corte, specialmente numerose sono quelle incentrate sui temi dell’ambiente. Si sa che la tutela dell’ambiente è assente nel testo originario della Costituzione (quale entrò in vigore il 1° gennaio 1948); ma la sua rilevanza giuridica emerse gradualmente ben prima che la riforma del Titolo V (legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3) ne prendesse atto, e Paolo Maddalena è fra quanti vi hanno contribuito con lucido argomentare. Le pronunce della giurisprudenza costituzionale avevano messo a punto, almeno a partire dalla sentenza n. 151 del 1986, la centralità della tutela dell’ambiente, come nozione giuridica e come dovere civile, rilevandone i molteplici intrecci con altri interessi costituzionalmente rilevanti, in particolare nell’incrocio fra tutela del paesaggio (art. 9) e diritto alla salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art. 32).

Questo percorso mette in luce la straordinaria lungimiranza della nostra Carta costituzionale. Nata in un momento storico in cui la cultura ambientalistica non si era ancor formata, essa tuttavia fissò già allora un sistema di relazioni, di valori e di principi a difesa del cittadino, che hanno consentito al giudice delle leggi di affermare con forza la tutela dell’ambiente come valore costituzionale primario, in quanto espressione dell’interesse diffuso dei cittadini.

Paolo Maddalena ha contribuito notevolmente a consolidare questa evoluzione, con le sentenze di cui è stato estensore alla Corte costituzionale e, più di recente, come autore di numerosi saggi, fra cui specialmente rilevante è Ambiente, bene comune (nel volume a cura di Tomaso Montanari Costituzione incompiuta, Einaudi, 2013). Ma vi aveva contribuito anche prima di entrare da giudice alla Consulta, affermando, con circa venti anni di anticipo sulla normativa comunitaria (direttiva 2004/35/CE), la risarcibilità del danno ambientale, il quale non è un danno civilistico di natura individuale, bensì un danno pubblico, nel senso che è un danno alla collettività e allo Stato che la rappresenta e la incarna. In tale concezione, già accolta in Italia dalla l. 349/1986, l’ambiente è un bene comune, e come tale l’interesse pubblico dello Stato coincide con il diritto individuale, fondamentale e inviolabile, alla fruizione e alla tutela dell’ambiente. Ma la tutela ambientale (come quella del paesaggio e del patrimonio storico-artistico) non è un tema «di nicchia»: a ogni giorno che passa, la devastazione dell’ambiente è sempre più chiaramente la cartina di tornasole di un degrado etico, politico e civile che, per essere combattuto, deve giocoforza ricorrere a categorie analitiche ancor più ampie, collegandosi ad altre prescrizioni costituzionali, ad altri diritti. Dobbiamo dunque cercare la radice del male nella deriva della politica, nell’invasiva presenza della finanza e dei mercati, nell’asservimento delle istituzioni democratiche ai poteri non-democratici di banche e imprese. Proporre, come fa Maddalena, una nuova consapevolezza del cittadino a partire dall’orizzonte dei suoi diritti.

L’argomentazione sul territorio come bene comune degli italiani, che Maddalena ci offre in questo libro, è un contributo, appassionato e rigoroso, a quella discussione sui beni comuni che va oggi dilagando, ma non sempre con piena consapevolezza delle categorie giuridiche adoperate né del loro spessore storico né, infine, del loro concreto potenziale politico e civile. Pochi intendono infatti, come Maddalena fa in questo libro, che solo il rigoroso fondamento sul disegno di società voluto dalla Costituzione e il puntuale radicarsi nel nostro ordinamento possono far uscire le tematiche dei beni comuni dal limbo dell’utopia, e farne invece il manifesto di una politica dei cittadini non solo auspicabile, ma possibile. Perciò è necessario far crescere nei cittadini (come sarà, credo, per ogni lettore di questo libro) la consapevolezza di categorie come «proprietà pubblica»/«proprietà privata»/ «proprietà collettiva», nella loro interazione e nella loro gerarchia. Partendo dallo squilibrio ambientale, economico, sociale che è sotto gli occhi di tutti, Paolo Maddalena ha costruito in queste pagine un percorso che lega fortemente, come vuole la Costituzione, le forme della proprietà ai diritti fondamentali, e ha indicato le res communes omnium come lo scenario di una rinnovata tensione fra i problemi (e i rischi) della biosfera e lo statuto (e i doveri) della cittadinanza.

Tutto in questo libro, anche l’ingrediente romanistico usato come grimaldello esplicativo e non come apparato erudito, concorre a un calibrato omaggio alla Costituzione, in particolare al disegno di «ordine pubblico economico» scolpito negli artt. 41-46, dei quali Maddalena sottolinea il carattere precettivo. A questa luce, egli scrive, «è un intero mondo di cose che deve essere rivisto e ripensato. La distruzione del nostro territorio, infatti, può essere evitata non solo con norme penali ma anche, e forse soprattutto, facendo valere l’inesistenza di diritti di proprietà che perseguano una funzione “antisociale”, ovvero la nullità assoluta di contratti con “causa illecita”, aventi anch’essi un chiaro contenuto “antisociale” (art. 1322 c.c.)».

Centrale è dunque, in questo libro, il principio di «utilità sociale», che illumina non solo la tessitura della Costituzione, ma l’intero nostro ordinamento, rendendo possibili forme di azione popolare che non siano astratte rivendicazioni ma forti e concreti richiami alla legalità costituzionale; ad esempio specificando e limitando lo ius aedificandi, che non può essere inerziale e inespugnabile attributo di una rendita fondiaria spesso parassitaria e devastatrice. Su questo come su altri punti, l’apporto interpretativo e propositivo di Paolo Maddalena in questo libro dovrà, io spero, trovare nei movimenti di resistenza civile e di consapevolezza ambientale il proprio spazio di sperimentazione e di applicazione, fra diritto alla città e azione popolare.

* Sapere aude! Warum wir eine neue Aufklärung brauchen, Ullstein, Berlin 2012.




Territorio zero

Territorio zero è un libro/manifesto scritto da me e Livio de Santoli (e pubblicato dalla Minimum Fax), che davanti alla crisi irreversibile della civiltà del petrolio, indica una via  di uscita di una nuova idea di società in cui l’entropia fisica e sociale (inquinamento, cambiamento climatico, devastazione del territorio, crisi economica, disoccupazione disgregazione sociale) viene progressivamente ridotta a zero.

L’attuale crisi strutturale della seconda rivoluzione industriale (l’era del petrolio) travolge non solo l’infrastruttura energetica mondiale ma anche la logistica della grande distribuzione commerciale,  la sovranità alimentare, le dinamiche di funzionamento dei mercati finanziari internazionali, e la nostra stessa idea di società.

Entra in crisi un modello economico che ha governato il mondo per gli ultimi 200 anni, fondato sull’idea, rivelatasi tragicamente sbagliata, che le fonti fossili fossero inesauribili e le risorse materiali infinite.

In questo contesto è necessario interrogarsi sulla esistenza di modelli alternativi validi e rapidamente applicabili in modo uniforme sia nel mondo occidentale che nei paesi in via di sviluppo. Secondo il Manifesto Territorio Zero,  la risposta esiste e sta nell’adozione di modelli economici ed energetici che rispettino le leggi della termodinamica solare e la capacità delle risorse naturali di rigenerarsi.  Questi modelli sono ad alta intensità di lavoro e generano “neo crescita” (= PIL distribuito anziché concentrato in grandi ricchezze). E soprattutto rimettono in gioco l’economia locale di filiera corta, i comuni le PMI i cittadini.

Tre grandi pensatori del nostro tempo hanno delineato questa nuova visione olistica ciascuno nel proprio campo, Jeremy Rifkin per una energia a emissioni zero e un mondo post carbon, Carlo Petrini per una agricoltura a chilometro zero e il ritorno alla sovranità alimentare del territorio, Paul Connett per un modello di consumi a rifiuti zero senza discariche e inceneritori. Territorio Zero porta a sinergia queste tre grandi visioni in un programma politico amministrativo direttamente realizzabile sul territorio da amministrazioni virtuose. Ciascuno di loro arricchisce Territorio Zero con un suo contributo monografico che so aggiunge al manifesto.

Altri saggi monografici sono stati offerti fra gli altri, dall’economista Alessandro Politi inventore del concetto di “neocrescita”(= crescita distribuita alimentata da fonti energetiche solari), del blogger e scrittore “Sergio Di Cori Modigliani”, italo argentino e membro per la commissione Kirchner di revisione del debito in Argentina, che si interroga sulla filosofia esistenziale della prospettiva-Territorio Zero, e Eric Toussaint, professore belga fondatore della CADTM (Commissione per l’annullamento del Debito del Terzo Mondo) e membro delle Commissione del Presidente Correa per la revisione del debito dell’Ecuador, e teorico del concetto di “debito immorale”.  (per maggiori dettagli su questa operazione si veda questo video dal minuto 42:00 al minuto 54:49

Il Manifesto Territorio Zero si può consultare on line alla pagina

www.territoriozero.org

 

Angelo Consoli

 

Allegato:

Profilo degli autori.

Angelo Consoli, nato a Brindisi nel 1957, vive a Bruxelles dal 1985, e per gli ultimi 10 anni ha diretto l’ufficio Europeo di Jeremy Rifkin a Bruxelles, dirigendo la campagna che ha portato all’approvazione della strategia energetica europea meglio conosciuta come il “pacchetto clima energia 20 20 20” approvata durante il semestre di presidenza tedesca dell’Unione Europea. Ha collaborato alla redazione dell’Ultimo libro di Jeremy Rifkin (la Terza Rivoluzione Industriale) ed è il Presidente fondatore del CETRI-TIRES (www.cetri-tires.org), il Circolo Europeo per la Terza Rivoluzione Industriale, organismo per la promozione della visione di Jeremy Rifkin in Europa. E’ stato consigliere in questioni energetiche di molti leader europei fra i quali Merkel, Zapatero, Papandreu, Barroso, Prodi, Socrates. Dal 2010 insegna Energia e produzioni sistemiche al Master “FOOD CULTURE AND COMMUNICATIONS: Human Ecology and Sustainability” all’Università di scienze gastronomiche dello Slow Food a Pollenzo. Ha elaborato le linee guida per l’energia di Terra Madre.  Ha collaborato alla elaborazione delle strategie del Patto dei Sindaci nel cui ambito ha anche collaborato con varie amministrazioni locali per la definizione di piani energetici sostenibili, fra cui la Regione Siciliana e il Comune di Roma Capitale, nel cui contesto ha incontrato Livio de Santoli.

Livio de Santoli, nato a Roma nel 1955, è professore ordinario di impianti e fisica tecnica presso l’Università La Sapienza di Roma dove è stato anche Preside della Facoltà di Architettura a Valle Giulia. E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche fra cui “Le Comunità dell’Energia” . Fautore del modello energetico distribuito (contrapposto a quello centralizzato delle fonti energetiche convenzionali), ha realizzato in quanto “Energy Manager” de La Sapienza il sistema delle isole energetiche in rete con le smart grids degli edifici del Campus Universitario e il cogeneratore per le piscine del Centro Sportivo di Tor di Quinto, dove ha anche realizzato il primo distributore di idrogeno da fonti rinnovabili della Capitale. E’ Direttore del centro di ricerca interdipartimentale CITERA, che integra restauro e energia, un concetto messo in pratica con la realizzazione dell’impianto fotovoltaico sulla sala Nervi in Vaticano (l’impianto fotovoltaico “più fotografato del mondo”). E’ stato delegato del Comune di Roma per l’energia dove ha realizzato il piano energetico in collaborazione con Angelo Consoli.

 

Allegati Video Angelo Consoli

Angelo Consoli a Ballarò martedì 19 marzo 2013:

 

 

Intervista a Angelo Consoli a Roma Zero Emission:

 

 

Servizio Giornalistico su Rifiuti Zero a Valle Giulia:

 


 

Allegati video  Livio de Santoli

 

 

 

 


 

 

Brevi cenni sugli  ispiratori del Manifesto TERRITORIO ZERO, Jeremy Rifkin, Carlo Petrini e Paul Connett.

 

Jeremy Rifkin

Jeremy Rifkin nasce alla vita pubblica come attivista per i diritti umani e dirige il primo tribunale “Russell” americano per la denuncia dei crimini di guerra americani nel villaggio di Mi Lay in Viet-Nam. In occasione del bicentenario della rivoluzione americana, organizza una manifestazione con un milione di persone contro le sette sorelle petrolifere, accusate di rovinare il mondo con la loro ingordigia.

Negli anni successivi studia alla scuola del grande economista Americano di origine rumena Nicolau Georgescu Rogen, che gli trasmette la consapevolezza che non solo la fisica ma anche l’economia è governata dalle leggi della termodinamica, che sta alla base di quello che è considerato la pietra miliare della letteratura prodotta da  Jeremy Rifkin:  il libro ENTROPIA, che è diventato il manifesto del movimento ecologista a cui si sono ispirati i primi partiti verdi della storia, e il primo di una lunga serie di libri  che hanno creato movimenti globali

Ogni libro ha infatti rappresentato il cuore ideologico di un movimento.

Entropia fu la bibbia dei primi ecologisti negli anni settanta, Ecocidio il manifesto di vegetariani e animalisti, La fine del Lavoro è la suggestione di ripensare il lavoro umano in funzione dell’uomo e non della macchina, Il secolo Biotech la guida contro le manipolazioni genetiche, l’Era dell’Accessoil faro della new economy dell’era di internet basata sul concetto di uso dei beni e non di proprietà, L’economia all’Idrogeno la referenza per una green economy distribuita e anti-speculativa, La civiltà dell’Empatia, così come anche Il Sogno Europeo, la speranza di una generazione post nazionalistica nell’occidente post bellico.

Ma è soprattutto con La Terza Rivoluzione Industriale che Jeremy mette a fuoco la nuova società che supera le ingiustizie del’ultraliberismo e porta a sintesi 40 anni di pensiero eco-umanista, ricominciando dalla scuola e dalla formazione per rimettere l’uomo al centro di un mondo diverso da quello di oggi, dove l’uomo ha dimenticato la sua umanità, totemizzato il denaro e finanziarizzato l’economia, distruggendo nel frattempo l’ambiente che lo ospita, forse in maniera irreparabile.

Jeremy Rifkin incontra Angelo Consoli a Bruxelles nel 2001 in occasione della campagna contro il brevetto dei geni e della vita scaturita dal suo libro “Il Secolo Biotech”. Dal 2003 Angelo Consoli diventa Direttore del suo ufficio europeo, a Bruxelles, una collaborazione che Rifkin descrive nel libro “la Terza Rivoluzione Industriale”, con queste parole:

Allo scopo di promuovere la visione di una società post carbon e a emissioni zero, più democratica e interattiva viene fondato nel  2009 il CETRI-TIRES, Circolo Europeo per la Terza Rivoluzione Industriale di cui Angelo Consoli è Presidente.

La visione del CETRI di una società integrata nella biosfera e capace di preservare il pianeta per generazioni future, è il fondamento principale per il manifesto/libro Territorio Zero.

 

Carlo Petrini

Carlo Petrini nasce come gastronomo a Brà in provincia di Cuneo. Dalle prime “abboffate” nel ristorante ormai entrato nella leggenda “Boccon di Vino”, il “gastronomo” diventa rapidamente “gastrosofo” e nasce  la consapevolezza che per tutelare la qualità eccezionale dell’enogastronomia italiana è necessario preservare la biosfera e la biodiversità. Nasce così il movimento “Slow Food”,  che rapidamente diventa  un punto di riferimento mondiale, grazie anche al “Salone del Gusto” di Torino, dove si afferma anche il movimento globale di contadini “Terra Madre”. Nel 2009 Terra Madre abbraccia la filosofia della Terza Rivoluzione Industriale e Angelo Consoli diventa docente del Master Internazionale dell’Università di Scienze gastronomiche  di Pollenzo fondata da Carlo Petrini. Nel 2010 viene elaborata sotto la direzione di Angelo Consoli il documento di linee guida energetiche per lo Slow Food/Terra Madre che lo stesso Angelo Consoli presenterà a Terra Madre 2010 a Torino nel plenum del movimento davanti a 10.000 contadini da tutto il pianeta, in un panel con Carlo Petrini, Vandana Shiva, Edgar Morin e Serge Latouche.  Carlo Petrini ridefinisce la Terza Rivoluzione Industriale come la rivoluzione economica in cui fotosintesi e la termodinamica solare sono entrambe alla base della produzione agricola e della produzione energetica.  Dall’idea di un ritorno alla filiera corta (e dunque al chilometro zero) in agricoltura scaturisce la sovranità alimentare del territorio. E dalla sovranità alimentare alla sovranità energetica il passo è breve.  Per questo Carlo Petrini ha collaborato all’elaborazione del Manifesto Territorio Zero, come parte integrante di una strategia che mira a rimettere l’attività dell’uomo al centro dell’economia, superando logiche speculative e finanziaristiche sulle derrate alimentari così come sui prodotti industriali.

 

Paul Connett

Professore emerito di chimica ambientale al’Università di New York e tossicologo di fama mondiale,  Paul Connett è l’ispiratore della strategia “Rifiuti Zero” che mira a sopprimere totalmente il concetto di rifiuto sostituendolo con quello di “Risorsa a Fine Ciclo”. Secondo la visione di Paul Connett la stessa idea di rifiuto non esiste in natura dove i cicli energetici e produttivi sono circolari per cui la materia passa da un ciclo all’altro senza diventare mai “rifiuto”.  Questa idea è scaturita dalla seconda rivoluzione industriale in cui i processi industriali e commerciali abbandonano i cicli naturali “circolari” e diventano  “cicli lineari”, cioè con alla fine la produzione di uno scarto, appunto il rifiuto.Per abbandonare questa logica dissipativa, Paul Connett propone una strategia in 10 fasi basata su quelle che lui chiama la Gerarchia delle 5 “R”, ovverossia un prodotto a fine ciclo per entrare in un nuovo ciclo va

Riutilizzato. Se rotto ma riparabile deve essere :

Riparato, Una volta riparato va

Ricommercializzato se non può essere ricommercializzato va

Riciclato. Se  non può essere né riutilizzato né riciclato non deve essere prodotto e  va

Riprogettato

Questa strategia in dieci fasi prescinde dai grandi impianti, inceneritori e discariche, (che sono tipici dei cicli produttivi “lineari”) e si basa sull’insediamento sul territorio di “banche del rifiuto”, centri di riparazione meccanica, elettronica, sartoriale ect), sistemi di distribuzione commerciale sfusa o con imballaggi riutilizzabili e così via, tutte operazioni ad altissima intensità occupazionale e quindi in grado di garantire sviluppo economico. Essa è stata codificata nel libro RIFIUTI ZERO – Una Rivoluzione In Corso, scritto da Paul Connett con la studiosa siciliana Patrizia lo Sciuto, che fa parte del comitato scientifico del CETRI-TIRES. Paul Connett ha collaborato con Angelo Consoli e Livio de Santoli per l’integrazione nel piano energetico di Roma Capitale di una strategia “Rifiuti Zero”. Da questa collaborazione è scaturito il suo contributo a Territorio Zero. NelNovembre 2013 alla Sapienza a Roma, Paul Connett, Angelo Consoli e Livio de Santoli hanno presentato il marchio “Second Life”, disponibile gratutitamente per tutte le banche del riuso e i negozi dell’usato, come segno di riconoscimento e di appartanenza alla comunità “rifiuti zero” per i compratori di prodotti usati o riciclati.