IL VIRUS ATLANTICO

Il virus atlantico

 

marwan barghouthi

di Lanfranco Binni 

Sul fronte occidentale niente di nuovo. L’uso politico della pandemia sta scatenando gli arcaici armamentari di un atlantismo per tutte le borse: la dichiarata “guerra al virus” (ma non alle sue cause naturali e sociali) sta accelerando processi di tradizionale confronto militare tra Occidente e Oriente, tra Nord e Sud. Le miserabili ragioni finanziarie e speculative della “guerra dei vaccini” sono nobilitate, nelle narrazioni al servizio delle multinazionali farmaceutiche, dalle loro implicazioni geopolitiche: i vaccini del “mondo libero” contro la peste dell’impero del male (la Cina, la Russia, Cuba ecc.). In prima linea, ancora una volta, gli Stati Uniti d’America con il loro potente apparato industriale-militare capace di mobilitare schieramenti e alleanze, minacce e deterrenze, azioni di forza e intrighi internazionali. La nuova amministrazione Biden, impegnata a gestire un paese post-trumpiano profondamente diviso, ancora una volta cerca soluzioni esterne alle complesse difficoltà interne, economiche e politiche, liberando gli istinti animali di un capitalismo di mercato ossessionato dalla perdita della supremazia sul mondo minacciata dai successi economici e geopolitici delle complesse strategie del Partito comunista cinese. Il multilateralismo dichiarato dai democratici statunitensi nella campagna elettorale contro la trumpiana America first sta riassumendo i toni e la sostanza di un’aggressività unipolare da sostenere con determinazione nello scenario globale. I “vaccini della libertà” e i nuovi missili ipersonici sono branditi come strumenti intercambiabili con disinvoltura maccartista («meglio morti che rossi», minacce di rappresaglie a chi collabora con il “nemico”, campagne di mobilitazione e schieramento delle opinioni pubbliche). La Nato, dopo la fase di perdente isolazionismo trumpiano, ritrova la sua ragione d’essere di grande impresa economica e strumento di guerra, riprende i suoi processi di ampliamento ad Est, sui confini ucraini e balcanici della Russia, e a Sud, saldandosi con la “Nato araba” in funzione anti-iraniana e rafforzando la testa di ponte israeliana in Medio Oriente e nel continente africano. In questo quadro diventa essenziale una stretta “alleanza” con l’Unione europea, che risponde in ordine sparso anche in ragione della sua profonda disunione politica.

In realtà atlantismo ed europeismo, nella loro genericità terminologica, sono incompatibili: l’atlantismo europeo si limita all’obbedienza nei confronti di alcune operazioni di bandiera come le esercitazioni Nato (in corso l’esercitazione Defender Europe sui confini della Russia, tra marzo e giugno) o gli ignobili embarghi a Cuba e al Venezuela, o la propaganda dell’Accordo di Abramo in Medio Oriente a sostegno dell’espansionismo israeliano; ma il quadro è molto più complesso, e legami sempre più stretti, essenzialmente economici ma non solo, orientano l’area europea franco-tedesca a una necessaria dimensione multilaterale delle politiche internazionali.

 

Atlantisti o internazionalisti

 

In Italia, il terzo governo della legislatura 2018, governo presidenziale di “unità nazionale” in nome della trinità «atlantismo, europeismo, ecologismo», ha sostituito un governo non pienamente affidabile rispetto alle strategie statunitensi di rilancio del ruolo della Nato; soprattutto creava problemi l’anti-atlantismo del Movimento 5 stelle delle origini, nonostante le ripetute professioni di fede atlantica del suo ministro degli esteri. Il secondo governo Conte aveva le carte in regola sia rispetto al superamento della linea di austerità economica dell’Unione europea (e i finanziamenti del Recovery fund erano stati negoziati positivamente dall’europeista Conte), sia della consapevolezza ecologista. Era dunque l’atlantismo la questione principale da risolvere, in una fase di potenziamento delle basi statunitensi nella portaerei italiana orientata verso i Balcani e il Medio Oriente, contro il “nemico” rappresentato dalla Cina e dalla Russia; da alcuni anni sono installate nelle basi di Aviano e di Ghedi le bombe atomiche tattiche di nuova generazione, e i nuovi missili ipersonici sono in corso di installazione, come a Comiso negli anni ottanta. E al potenziamento degli armamenti italici sarà dedicata una parte consistente del Recovery plan, anche secondo le puntuali raccomandazioni delle Commissioni difesa del Senato e della Camera al servizio delle lobby dell’industria militare statunitense, europea e italiana. La questione della Nato torna dunque a essere centrale nella geopolitica internazionale, stravolgendo la Costituzione (l’Italia non ripudia la guerra) e coinvolgendo ulteriormente il paese in pericolosi scenari di guerra.

Dobbiamo riflettere sul senso di questa deriva militarista, e come al solito ci aiuta la nostra storia. Il patto atlantico fu ratificato dall’Italia nel 1949, un anno dopo la vittoria democristiana alle elezioni politiche del 1948. Il dibattito parlamentare fu negato, non doveva essere in discussione la contrapposizione ideologica, politica e militare del “mondo libero” occidentale al pericolo sovietico. Dall’archivio storico del «Ponte» riprendiamo integralmente la dichiarazione di voto di Piero Calamandrei, poi pubblicata sulla rivista (n. 4, 1949) con il titolo Ragioni di un no; un intervento lungimirante, di straordinaria attualità nel 1999, a guerra del Kosovo in corso, quando Marcello Rossi ne ripropose i temi nel suo articolo Nato: un’opposizione che viene da lontano («Il Ponte», n. 5), e da rileggere oggi, per una nuova opposizione alle attuali politiche di guerra. Il testo è preceduto dalla nota: «La seguente dichiarazione di voto è stata fatta nella seduta della Camera dei deputati del 18 marzo, prima dell’appello nominale sul cosiddetto “patto atlantico”».

 

A nome dei socialisti indipendenti, dei quali sono rimasto l’unico rappresentante nel gruppo di Unità socialista, ritengo che sulla soglia di una decisione che ci turba e quasi ci schiaccia col suo peso, e che noi dovremmo prendere qui ad occhi chiusi senza poter esaminare il testo di un patto, che ormai tutti i cittadini italiani fuori di qui, ma non i deputati in quest’aula, hanno il diritto di discutere1, non sia abbastanza chiara, anche se motivata, l’astensione: e sia doveroso un voto esplicito e netto. Dichiaro quindi serenamente che il mio voto sarà contrario.

Dopo che un numero così grande di colleghi, mossi tutti dalla stessa ispirazione politica, hanno esposto i motivi del. loro voto contrario al patto atlantico, permettete a me, per evitare equivoci e confusioni, di esprimere i motivi in parte diversi del voto egualmente contrario che sto per dare; il quale soprattutto si distingue dal loro per questa fondamentale diversità: che mentre essi muovono da una concezione politica che logicamente li porta, nell’urto tra i due blocchi contrapposti, ad opporsi a questa scelta che il patto propone perché essi hanno già fatto potenzialmente la scelta contraria, io per mio conto sono contrario in questo momento a qualsiasi scelta, e non sono favorevole al patto atlantico proprio perché esso forza l’Italia a questa scelta preventiva, che io ritengo pericolosa e non necessaria in questo momento.

Né d’altra parte potrei sentirmi solidale con alcune delle dichiarazioni udite finora, le quali, mentre hanno espresso la loro solidarietà col popolo russo, hanno in termini talvolta assai aspri accentuato la loro ostilità contro l’America. Non posso pensare che gli italiani della Resistenza abbiano già dimenticato che, se la libertà ci fu restituita perché l’eroico popolo russo seppe compiere il miracolo di Stalingrado, essa ci fu restituita anche perché nell’agosto del 1940 il popolo inglese resisté eroicamente all’uragano di fuoco che infuriava sul cielo di Londra, e perché l’America portò nella mischia lo schiacciante peso delle sue armi formidabili. Né possiamo scordare che per molti di noi il ritorno della libertà fu annunciato dall’apparire lungamente invocato, nel polverone di una strada, del primo brillio di un carro armato americano.

E tuttavia io sono contrario a questo patto. E i motivi, schematicamente, sono di tre ordini.

Primo: sotto l’aspetto della politica europea, noi socialisti federalisti pensiamo che un patto militare, anche se difensivo, che trasforma gli stati europei in satelliti di uno dei blocchi che si fronteggiano, e dà al suolo europeo la funzione di un trinceramento di prima linea di eserciti che stanno in riserva al di là dell’Atlantico, allontani la nascita di quella Federazione occidentale europea, politicamente e militarmente unita e indipendente, che noi auspichiamo, non alleata né ostile, ma mediatrice tra i due blocchi opposti, e capace di conciliare in una sua sintesi di democrazia socialista due esigenze per noi ugualmente preziose e irrinunciabili, quella della libertà democratica e parlamentare, e quella della giustizia sociale.

Secondo: sotto l’aspetto della politica interna italiana, noi temiamo che l’adesione data dall’Italia a questo patto, anche se esso non minaccerà la pace internazionale, costituirà però un ostacolo immediato alla pacificazione interna e al funzionamento normale della nostra democrazia; perché la contrapposizione militare di due schieramenti che difendono due contrapposte concezione sociali, darà sempre maggiore asprezza alla lotta interna dei corrispondenti partiti, e sempre più ai dissensi politici darà minacciosi aspetti di guerra civile. E questo potrà rimettere in discussione le libertà costituzionali che sono scritte per il tempo di pace e non per la vigilia di guerra, per gli avversari politici e non per supposte quinte colonne; e darà sempre più ai provvedimenti di polizia il carattere di repressioni di emergenza, che si vorranno giustificare colle rigorose esigenze della preparazione militare. Auguriamoci che mentre la costituzione repubblicana attende ancora il suo compimento, la firma di questo patto atlantico non sia il primo colpo di piccone dato per smantellarla.

Ma soprattutto ciò che ci angustia è una terza ragione: cioè le conseguenze di carattere militare. Se per tutti gli altri Stati europei la firma del patto sarà accompagnata da rischi ma anche da vantaggi, c’è da temere che solo per l’Italia essa possa significare pericoli senza corrispettivo. Diventare alleato militare di uno dei due blocchi in conflitto significa assumere fin da ora la posizione di nemico potenziale dell’altro blocco: firmando quel patto colle potenze occidentali noi ci saremmo condannati a non poter essere più amici degli stati orientali, dei quali, per l’ipotesi di guerra, saremo fin d’ora predestinati nemici. Anche se il patto è difensivo, bisogna vedere se sembrerà difensivo a coloro da cui ci apprestiamo a difenderci: e quali saranno le loro reazioni contro i firmatari del patto, e soprattutto contro l’Italia che di tutti i firmatari è il più debole ed il più esposto. All’Italia questo patto non solo non dà la garanzia di allontanare dal nostro territorio la catastrofe della guerra, ma dà anzi ad essa la certezza della immediata invasione anche se il conflitto sarà provocato da urti extraeuropei; se la nostra posizione geografica è tale che anche ad un’Italia neutrale lascerebbe assai poche probabilità di rimaner fuori dal flagello, son proprio queste pochissime superstiti probabilità di salvezza, poniamo anche una su mille, che saranno perdute, quando l’Italia si sarà schierata tra i nemici dei possibili invasori e avrà assunto la tragica missione di un avamposto sperduto destinato a riceverne il primo urto. Ed anche se l’ammissione al patto atlantico può dar l’illusione di aver così conseguito una prima revisione del trattato di pace da alcune delle potenze firmatarie, troppo a caro prezzo si pagherà questo vantaggio quando contemporaneamente il nostro riarmo, sospettato anche se non vero, ci porrà, nei confronti delle altre potenze, nella pericolosa condizione di ritenuti trasgressori degli obblighi da noi assunti con quel trattato.

Ma più che argomenti logici e politici, qui sono in giuoco motivi morali e religiosi. Questa è una scelta che impegna la nostra anima. Il problema di coscienza che ciascuno di noi si pone, è lo stesso: mentre su di noi si addensa l’ombra di un’altra catastrofe, che posso fare io, quale contributo posso portare io, piccolo uomo, atomo effimero, per allontanare dal mio paese questo flagello? Son certo, voglio esser certo, che tutti gli uomini che seggono in quest’aula, e primi quelli che seggono al banco del governo, si pongono il problema in questi stessi termini: si tratta di fare il bene dell’Italia e di salvare la pace.

Tutti su questo siamo d’accordo. Ma io temo che quando si dice che con questo patto militare la guerra si allontana, si ricada in quel tremendo equivoco del vecchio motto illusorio «si vis pacem para bellum», che gli uomini ciechi continuano a ripetere, senza accorgersi da cento tragiche esperienze che per voler la pace non c’è altra via che quella di prepararla coi trattati di commercio e di lavoro, che stringono tra gli uomini legami di solidarietà; e che chi prepara la guerra, anche a fini che crede difensivi, non fa altro, senza accorgersene, che volere la guerra.

Mi auguro di cuore che le previsioni che spingono il governo a questo patto siano esatte; e che sbagliate siano le nostre. Ma queste son decisioni, in verità, che non si possono prendere con criteri di politica elettorale e di cui si debba render conto alle direzioni dei partiti o dei gruppi. Son decisioni solenni e gravi, delle quali ognuno di noi risponde individualmente, per proprio conto, non solo di fronte al popolo, ma di fronte alla memoria dei suoi morti, di fronte ai verdetti dell’avvenire e soprattutto di fronte a quella voce segreta che è in fondo alla nostra coscienza, e che i filosofi chiamano la storia e i credenti chiamano Dio.

Io so che qualcuno della maggioranza, prima di decidersi di votare, si è raccolto lungamente in preghiera. Lo ricordo con rispetto e con commozione: se egli voterà a favore, vuol dire che in tal senso la risposta della sua intima voce avrà messo in pace la sua coscienza. Ma per pregare non ci si raccoglie soltanto nelle chiese: anche noi, dopo essere stati lungamente raccolti con noi stessi, abbiamo udito in fondo alla nostra coscienza una voce che ci mette tranquilli.

E la voce ci ha detto: – No.

 

In quello stesso 1949, pochi mesi dopo la ratifica del Patto atlantico, il 3 agosto, Aldo Capitini pubblicava sul «Nuovo Corriere» di Bilenchi, di cui era assiduo collaboratore, uno dei suoi interventi di orientamento culturale e politico, Oriente e Occidente, mai ripubblicato come è accaduto a tanti (troppi) testi politici del teorico e organizzatore liberalsocialista; come sempre in Capitini, l’orientamento teorico è strettamente legato a compiti di prassi sociale e politica, in questo caso l’organizzazione di un “Primo congresso Oriente-Occidente”, internazionalista e a superamento della contrapposizione tra i due blocchi statunitense e sovietico, per sviluppare nuovi processi di liberazione «da ogni oppressione». Riproduco integralmente il testo, dall’autografo depositato presso l’Archivio di Stato di Perugia, Fondo Aldo Capitini:

 

L’Occidente e l’Oriente asiatico si incontrano in questo secolo come non è mai avvenuto finora così a fondo, e nell’orizzonte mondiale si fanno più intensi l’influenza e lo scambio di risultati tecnici, di strutture sociali, di elementi giuridici, di prodotti culturali, di visioni religiose e filosofiche. Ormai sarebbe un esser provinciale credere che il Mediterraneo sia centrale nel mondo, quando c’è l’Oceano, il duplice Oceano, atlantico e pacifico, e le alleanze e le lotte si svolgono lungo quelle coste, e prendono quei nomi.

L’importanza dell’Asia per la storia che si sta formando, ha vari aspetti. Anzitutto quello politico. Là ci sono forze immense in movimento; là si sta realizzando in misura rapida e vastissima la tensione dell’ideologia e della civiltà sovietica a portare nella storia moltitudini rimaste fuori dalla civiltà; d’altra parte gli Stati Uniti di America, per soddisfare il loro gigantesco industrialismo e la loro crescente tendenza a fare i poliziotti del mondo, curano e cureranno sempre più la sorte di quei mercati. Si tratta di quattrocento milioni di cinesi, di trecentocinquanta milioni di indiani!

All’influenza e alle sollecitazioni politiche e sociali dell’Occidente verso l’Oriente, sia nella forma sovietica che nella forma angloamericana, l’Asia viene modernizzandosi, destata a un salutare e illuministico senso critico dei pregiudizi e dei privilegi; ma naturalmente tutto non finisce qui.

L’Asia è stato il mondo prevalentemente religioso; alla ricerca religiosa l’India ha sacrificato la sua potenza nel mondo, il suo benessere, il suo pane; e se di tutto quel patrimonio religioso e filosofico una parte appartiene al passato tuttavia c’è ancora altro che agisce nel presente e pretende perfino di valore universale. È in corso, dunque, l’incontro e l’urto, l’appassionamento e la polemica, per le concezioni dell’uomo, della società, della realtà. A quegli occidentali che ritenessero questo poco importante, di fronte ad un inerte ordine e benessere, in nome di uno scetticheggiante “tirar a campare” (non fu l’occidentale Ponzio Pilato che domandò a Gesù Cristo «Che cos’è mai la verità?»), l’Oriente ha forse il compito, più che di comunicare di peso le sue concezioni religiose e filosofiche, di stimolare a quella prospettiva e a quella tensione. Sono convinto che l’incontro non avverrà per una mescolanza dei due “passati” religiosi, quello occidentale e quello orientale, ma mediante impostazioni attuali, che incorporino elementi dei due mondi. Le manie, le forme morbose di orientalismo negli occidentali, sono certamente poco sopportabili, e fanno il paio con l’orgogliosa, sprezzante ed ignorante “difesa dei valori” occidentali, come se oltre non fosse possibile andare. Di là da ogni esotismo e da ogni provincialismo bisogna avere uno spirito di comprensione e di superamento, affrontando e illuminando ciò che è vivo.

Con questo spirito si sta organizzando un Congresso Oriente-Occidente. Il 4 e 5 giugno è stato tenuto a Pisa un Convegno preparatorio per un primo scambio di idee sul problema e per gettare le basi di un Primo Congresso, dal 26 al 30 agosto 1950, a Perugia.

Gli intervenuti, italiani e stranieri, hanno costituito un Comitato promotore (che includerà via via altri membri che si impegnino a diffondere nelle diverse nazioni la notizia del Congresso) e si sono trovati d’accordo su alcuni principi. Anzitutto nell’intendere per Oriente tutta l’Asia e nel considerare il mondo arabo, l’ebraismo della Palestina, la Russia asiatica, come tre ponti tra Oriente e Occidente. Con lo scopo di superare gli atteggiamenti di filia e o di fobia, e di condurre tutto ciò che è stato fatto nel passato al più alto punto di conoscenza e di utilizzazione reciproca, ascoltando e parlando nel cerchio mondiale, si è riconosciuto che, oltre l’opera dei dotti, è di grande importanza attuare un’opera più larga e divulgativa d’incontro e di scambio, legata al problema in atto della propria visione dell’uomo e della realtà. Cioè, mentre si stabiliranno modi di federalismo e di unità mondiale amministrativa, giuridica, politica, economica, è bene portar subito avanti quelle che sono le attuali concezioni della vita e del mondo, il destino religioso dell’uomo, le visioni filosofiche, le esperienze educative e psicologiche, le teorie e tendenze sociali. Naturalmente tale incontro e conoscenza possono anche esser fatti in modo che l’aperto colloquio giunga a mostrare criticamente l’inadeguatezza delle concezioni occidentali od orientali, o delle une e delle altre rispetto a più profonde esigenze attuali.

Il Congresso di Perugia adunerà persone provenienti da ogni parte del mondo; ed è già assicurato l’intervento di orientali. Il lavoro del Congresso sarà diviso in quattro parti: 1- Confronti di valore attuale fra Oriente e Occidente; 2- Situazione odierna delle posizioni religiose orientali; 3- Le concezioni odierne filosofiche e psicologiche orientali; 4- Atteggiamenti degli odierni movimenti sociali in Oriente. Come si vede non è il lato erudito, storiografico e filologico che interessa, quanto tutto ciò che opera attualmente. Per ogni sezione di lavoro vi saranno relazioni, comunicazioni, discussioni. A lato del lavoro del Congresso potranno tenersi riunioni, esposizioni, mostre, esserci sale per le singole nazioni. Il lavoro di raccolta degli indirizzi, di diffusione delle circolari d’invito, dell’elencazione delle relazioni (che poi saranno sceverate ed alcune riassunte) è già cominciato.

Non bisogna aspettarsi da questo Congresso più di quello che esso (e gli altri che seguiranno) potrà dare; che però è già molto. Attuare con serenità, semplicità e sincerità, l’apertura dell’anima; conoscere direttamente gli aspetti del vario travaglio spirituale degli uomini; preparare situazioni di dignità e di liberazione da ogni oppressione; riconoscere forse che se i problemi sono diversi al punto di partenza, si fondono ai punti di arrivo; prepararsi a questi, che sono un rinnovamento sociale e religioso del mondo.

In Capitini tutto si apre e tutto si tiene, imparando a orientarsi nei processi (e tutto è processo), attraversando i tanti piani di una realtà da trasformare, da liberare, con fiducia nel primato della prassi sulla conoscenza. Le aporie del nostro presente (l’atlantismo e il militarismo, le devastazioni di un capitalismo malthusiano e criminale), sono vicoli ciechi, mettono a nudo la specie umana, le sue debolezze, i suoi limiti, le sue profonde disuguaglianze, ma anche le sue potenzialità represse e inespresse. L’esperienza in corso della pandemia e delle sue conseguenze biopolitiche e sociali produrrà “nuove socialità” e nuovi socialismi oltre i limiti catastrofici di una realtà inaccettabile, da aprire e liberare.

 

Una buona notizia

 

Da Israele e dai territori palestinesi occupati da uno Stato teocratico e razzista, fondato sulle dinamiche di un brutale “colonialismo di insediamento” (ed è questa anche la storia degli Stati uniti d’America), giungono normalmente, in questi anni, cattive notizie: ai palestinesi è riservata una condizione di apartheid che rende impossibile la vita: dal moltiplicarsi delle carcerazioni “amministrative”, arbitrarie e senza processo, alle continue violenze poliziesche e dei coloni, alle demolizioni delle abitazioni per scacciare i loro abitanti, alla negazione dei vaccini contro la pandemia, in questi giorni. La propaganda israeliana e filoisraeliana insiste sulla potenza totalitaria della repressione come insuperabile dato di realtà; per i palestinesi l’unica alternativa sarebbe la morte sociale, la scomparsa delle loro esistenze e dei loro diritti; in Cisgiordania milioni di palestinesi sono imprigionati in bantustan sempre più ristretti, assediati da colonie ebraiche in continua espansione; Gaza è un campo di concentramento. Anche questa è un’aporia di una storia inaccettabile, che istituisce i palestinesi come vittime sacrificali di un’ineluttabile storia coloniale e imprigiona gli stessi israeliani nell’antico ruolo dei carnefici. Ma in questi giorni nella situazione dei palestinesi in Cisgiordania, a Gaza e nella diaspora internazionale irrompe il dato nuovo della candidatura di Marwan Barghouti, da 19 anni prigioniero in un carcere israeliano per aver guidato la prima e la seconda intifada nel 1987 e nel 2000, giustamente definito il Mandela palestinese, alle elezioni per la presidenza dell’Autorità nazionale palestinese; con una sua lista che coinvolge anche Ahmad Sa’dat, segretario del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, anche lui prigioniero in un carcere israeliano, dissidenti di Fatah e rappresentanti dei movimenti dal basso della società palestinese, parteciperà alle elezioni legislative del 22 maggio e si presenterà personalmente alle elezioni presidenziali del 31 luglio. È una scelta politica che apre una fase profondamente nuova della lotta di liberazione palestinese.

1 Il testo del patto fu pubblicato dai giornali nelle prime ore del giorno 18; ma il governo non consentì che se ne discutesse prima del voto, nonostante che questo avvenisse molte ore dopo tale pubblicazione.

Print Friendly, PDF & Email



L’asfissia o il respiro

L’asfissia o il respiro

di Lanfranco Binni

Il terzo governo della legislatura nata dalle elezioni politiche del 2018 è stato appena insediato, nel tentativo disperato di imporre un ritorno all’ordine di un passato perduto, attraverso il commissariamento «europeista, atlantista, ecologista» di un paese profondamente colpito da un’emergenza sanitaria fuori controllo e dai disastri endemici dell’asfissia economica e sociale di un capitalismo terminale. È la vecchia politica liberista che ripropone crescita e sviluppo, predicando “resilienza” alle vittime (adattatevi e arrangiatevi) e promettendo nuove avventure predatorie agli “esperti” (speculatori e affini) della finanza locale e globale.

Non c’è governo che tenga

Il terzo governo, ma ce ne sarà presto un quarto, nasce già morto, affidato alle cure provvidenziali di un salvatore della patria che, per salvare le forme retoriche di una democrazia rappresentativa che rappresenta gruppi di potere sempre più ristretti e di pessima qualità, tenacemente estranei agli interessi generali di una società di tutti, di una democrazia mai stata, si finge governo di unità nazionale, già dilaniato da intrighi di corte, penosi trasformismi e scorribande mediatiche. Il lavoro sporco di un piccolo intrigante di paese per mandare in crisi il governo precedente, ancora espressione – sia pure contraddittoria e insufficiente – dei mandati ribelli degli elettorati del 2018, è proseguito in un “governo del Presidente” (in una repubblica costituzionale che presidenziale non è) che ha inteso chiudere la stagione deprecabile del “populismo” (le generiche banalità degli ismi si sprecano) per affidare a tecnici “di alto profilo” (boiardi della finanza e dello statalismo di tradizione democristiana e liberale) il compito di riportare ordine nel recinto della politica istituzionale. Il risultato è una miscela di arsenico e vecchi marpioni, tecnocrati e politicanti, tutti uniti tutti insieme (destra e “sinistra”) a esaurire ulteriormente i formalismi di una democrazia rappresentativa cronicamente strumentalizzata e i mandati progettuali di una Costituzione inattuata, da riformare con spirito di “resilienza”. I nuovi poteri di un Presidente che fa e disfa governi è già sulla linea di un auspicato presidenzialismo plebiscitario, in un paese in cui è dura a morire la mistica del capo e dell’uomo della Provvidenza di tradizione fascista. Il percorso è già tracciato: il terzo governo sarà di breve durata, giusto il tempo per gestire la “montagna di soldi” dell’Unione europea, praticamente tutti a debito, per poi coronare il “tecnico” salvatore della patria come nuovo presidente della Repubblica. Ma siccome, come sappiamo, tutto è processo, alle difficili tesi e antitesi del primo e del secondo governo della legislatura 2018 non è affatto detto che segua una sintesi di “equilibri avanzati”.

Alcuni dati sul processo in corso:

1) l’esecutivo “tecnico-politico” Mattarella-Draghi ridisegna l’area di governo in tre poli “equilibrati”: una coalizione di “centrosinistra” M5S, Pd, Leu; una potenziale coalizione di “centro responsabile” catto-liberale; una coalizione di destra, che sta articolando la sua offerta politica in funzione delle prossime scadenze elettorali. Nel disegno Mattarella-Draghi la posta in gioco è il rafforzamento del centro come esito auspicabile della gestione “emergenziale” dei miliardi dell’Unione europea;

2) la gestione decisionista dei miliardi europei, molti, maledetti e subito (ma non sarà così), è condizionata da stringenti vincoli “alla greca”, stile Troika, e l’alto prestigio di Draghi e delle sue relazioni internazionali non garantisce il buon esito dell’operazione;

3) la riconversione ecologista del sistema economico in tempi di catastrofe planetaria (cambiamenti climatici fuori controllo, pandemia fuori controllo, sistemi politici fuori controllo) rende illusorio ogni disegno di razionalizzazione neoliberista del caos;

4) soprattutto in un paese la cui pubblica amministrazione è stata devastata da decenni di pratiche privatistiche e di attacchi alle progettualità e alle potenzialità interne, di svuotamento degli organici, di corruzione e liberi traffici delle catene di comando;

5) ma – e questo è il dato più interessante per un vero cambiamento politico e sociale – in un paese che in Europa ha rappresentato e continua a rappresentare in forme nuove una profonda anomalia, ieri per la presenza di una forte opposizione socialista, libertaria e comunista, oggi per la formazione in corso di un’estesa “intelligenza collettiva” di soggettività critiche che nelle forme organizzative più diverse, in ogni ambiente della società, stanno sviluppando la coscienza della necessaria autonomia da un sistema politico ed economico asfittico e asfissiante, “democratico” e malthusiano, che al nuovo proletariato riserva soltanto precarietà, povertà e morte; questi strati sociali popolari (i ceti bassi e medi si vanno unificando) hanno determinato, con i loro voti e non voti, la crisi di sistema seguita alle elezioni politiche del 2018; nell’attuale fase di tentata normalizzazione e di preteso ritorno all’ordine le loro condizioni materiali si sono aggravate, e il futuro è sbarrato;

6) nell’attuale governo di “unità nazionale” l’abbraccio mortale tra i partiti, prigionieri del miraggio dei miliardi europei e della coazione a ripetere le strade fallimentari della crescita capitalistica e sviluppista infiorettate con un po’ di propaganda green a uso dei media, ma – per carità! – senza concessioni all’estremismo ideologico ambientalista (dipingi di verde le tue colate di cemento), sta già moltiplicando le scorrerie dei branchi selvaggi, le pretese di impunità, gli accordi privati e criminali. Ma il terreno è accidentato, e la drammatica emergenza sanitaria, di cui solo la pandemia detta un’agenda incontrollabile, renderà tutto molto complicato e irto di difficoltà;

7) nella notte del neoliberismo, l’ideologia postmoderna della cieca oltranza capitalistica, tutte le vacche sono grigie; le élites di potere, con tutto il loro codazzo di comunicatori più o meno prezzolati, indossano come sempre maschere e travestimenti per confondere i sudditi da fottere, sono loro la modernità e la modernizzazione: la grande riforma, l’opportunità della crisi pandemica, permetterà di rinnovare il paese facendo ripartire l’economia delle imprese, liberandone gli istinti animali, formando al loro servizio il “capitale umano” della forza lavoro, restaurando la coazione al consumismo, digitalizzando tutto, governando i sudditi “a distanza”, facendola finita con le illusioni improduttive di una “partecipazione democratica” che è solo l’anticamera del populismo: nella democrazia liberale uno non vale uno, non tutti sono uguali, e vinca il più ricco. E poi, nel loro pragmatico senso della realtà, non sono forse anche socialisti i liberaldemocratici della pretesa classe dirigente? Chi di loro sosterrebbe che è giusta la diseguaglianza sociale (anche se inevitabile)? Eccoli allora all’opera improbabili keynesiani al potere che non esitano a definirsi, quando serve, socialisti liberali e addirittura liberalsocialisti (di questo imbroglio storico scrive in questo numero Marcello Rossi, ricostruendo la grande stagione del liberalsocialismo italiano, dall’antifascismo degli anni trenta alle esperienze del dopoguerra, all’“omnicrazia” capitiniana). Nei linguaggi di potere ogni imbroglio è lecito, ed è politicamente utile occupare i campi lessicali. A cos’altro serve l’asfissiante “cultura” del reame?

Democrazia diretta per il socialismo

La dichiarata attenzione al tema politico e culturale della democrazia diretta alle origini del Movimento 5 Stelle fu uno dei motivi dei suoi clamorosi successi alle elezioni politiche del 2013 e del 2018: segnalava un cambiamento radicale di visione politica e di pratica sociale; la moltiplicazione dei gruppi locali, la partecipazione a esperienze di base come, per fare un solo esempio significativo, il movimento No Tav in Val di Susa, sembravano tendere alla costruzione di reti sociali di democrazia dal basso secondo modalità di democrazia diretta. Le esperienze territoriali e l’elaborazione progettuale che avrebbe potuto derivarne furono successivamente abbandonate a vantaggio di una “democrazia diretta” essenzialmente digitale, con tutti i limiti degli strumenti tecnologici di comunicazione e controllo sociale. Il tema di una democrazia integrale costruita “dal basso”, a necessaria integrazione della democrazia rappresentativa costituzionale era alto e certamente impegnativo, e pur inattuato resta indispensabile per qualunque processo di trasformazione socialista della società. Nel 1968 Aldo Capitini aveva proposto ai giovani dei movimenti della nuova sinistra di partecipare alle prime elezioni regionali con una lista denominata «Rivoluzione nonviolenta per la democrazia diretta», per proporre politicamente il tema. E la democrazia diretta, da sperimentare concretamente in situazioni territoriali, con una forte attenzione ai Comuni piccoli e medi, fu al centro della sua «omnicrazia», il potere di tutti, più che democrazia, più che socialismo. Nel 1964 sul numero 4 del suo foglio mensile «Il potere è di tutti» aveva pubblicato l’editoriale Il controllo dal basso e la democrazia diretta in cui poneva i termini della questione, anche discutendo le riserve liberali di Norberto Bobbio. Riporto la prima parte del testo, ricordando che la democrazia diretta di Capitini è inserita in una prospettiva liberalsocialista (massimo socialismo e massima libertà).

L’impegno assunto dal nostro modesto periodico di battersi per la realizzazione di un potere veramente democratico, del potere di tutti, ci ha fatto confondere presso alcuni lettori come sostenitori della democrazia diretta, di quel tipo di potere, per cui ogni cittadino partecipa direttamente alla discussione e alla decisione di tutti i problemi dello Stato.

Norberto Bobbio, professore di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino, ci scrive per es.: «Un po’ perplesso sono sulla vecchia idea del “potere a tutti”. La democrazia diretta è sempre stata un’illusione. Lo è a maggior ragione in una civiltà altamente tecnicizzata come la nostra, in cui ciò che l’uomo produce è l’effetto di una organizzazione mastodontica, sempre più complicata, difficile da dominare, che riesce a funzionare soltanto se affidata a pochi esperti. Si immagini una fabbrica di 100.000 operai dove tutti siano chiamati a discutere i metodi, i tempi, il processo di produzione. Dopo dieci giorni sarebbe chiusa».

Che la democrazia diretta sia stata finora un’illusione siamo anche noi d’accordo, anche se non ci sentiamo di affermare che lo rimarrà per sempre. Non possiamo però accettare che, con questo pretesto e con il pretesto delle esigenze tecniche nella civiltà industriale, si rifiuti un discorso serio sulle esigenze reali e diffuse di una nuova strutturazione del potere, sul passaggio cioè del potere dalle mani dei pochi, che oggi lo detengono, alle mani dei molti che oggi ne sono privi.

Ci rendiamo conto anche noi di vivere in una civiltà altamente tecnicizzata, anzi crediamo e speriamo che lo diventi sempre di più, per permettere all’umanità un godimento sempre più intenso delle sue conquiste economiche. Quello che noi sosteniamo è la necessità che anche le conquiste politiche e sociali progrediscano come quelle tecniche ed economiche, che venga superato nell’interesse dell’umanità il contrasto oggi esistente tra una civiltà che permette un maggior benessere, una migliore vita per tutti e le forme di governo di questa società che sono ancora le stesse di prima, della società preesistente.

Noi pensiamo che sia questo il nodo dei problemi per il controllo del potere in tutti i paesi industrializzati. È logico infatti supporre che le stesse masse, sollecitate per ragioni economiche a una maggiore eguaglianza, a un maggior godimento dei beni materiali, a un elevamento della cultura, si pongano prima o poi anche il problema di una maggiore partecipazione alla direzione di quella vita pubblica alla quale vengono attirate. Questo pericolo è stato finora allontanato dalle classi dirigenti, sia capitalistiche che burocratico-staliniste, con colossali sopraffazioni e mistificazioni ideologiche, culturali e sociali, diffuse nelle masse con la strapotenza dei mezzi tecnici moderni.

Quando, malgrado tutto, il problema del potere si ripropone, le soluzioni in paesi come il nostro non possono essere che due:

Prima soluzione: Il gruppetto dei pochi esperti, che dirigono la fabbrica immaginata dal prof. Bobbio, si mettono d’accordo con i proprietari e si impadroniscono anche del potere formalmente politico, creando una dittatura o una repubblica presidenziale, come si ama dire, in cui la democrazia è ridotta alla funzione di vernice. Questa è la soluzione che viene ad esempio invocata oggi nei giornali dalla nostra classe dirigente e che viene attuata anche in una certa misura da una fabbrica molto simile a quella immaginata dal prof. Bobbio, la Fiat: basti ricordare come è stato imposto al governo di ridurre la tassa sulle automobili.

Seconda soluzione: i 100.000 operai e impiegati della fabbrica immaginata dal prof. Bobbio conquistano effettivamente il diritto di discutere i metodi, i tempi, il processo di produzione. Per esercitare questo diritto creano e fanno vivere in tutti i reparti della fabbrica i loro comitati liberamente eletti, fino al consiglio di gestione, che insieme agli esperti dirige la fabbrica.

Nello stesso numero, nella rubrica «Abbiamo parlato di», Capitini dà una definizione del termine “democrazia diretta”. È importante ricordare che «Il potere è di tutti» era uno strumento per la pratica sociale in situazioni territoriali, nella tradizione dei Centri di orientamento sociale (COS) sperimentati in Umbria e in altre regioni italiane dal 1944 al 1948, per poi essere riproposti nel 1956 e di nuovo nella stagione del Sessantotto. Il giornale doveva essere capito da tutti, e di ogni termine complesso veniva fornita una chiave di lettura, come in questo caso:

Democrazia diretta

Democrazia diretta significa che chi ha il potere di eseguire l’amministrazione per conto di una comunità di persone, deve agire secondo la volontà degli appartenenti alla comunità, stando sottoposto a un continuo controllo e pronto a ritirarsi dal posto se la comunità lo vuole.

L’assemblea della comunità elegge uno a una carica per un tempo determinato, per esempio un anno, e dopo un anno una nuova riunione dell’assemblea può eleggere un altro. Ma anche prima che scada il termine, l’assemblea può «revocarlo», togliergli la carica.

Per evitare che sia nominata la stessa persona molte volte, o che ci sia una cricca che manovra per eleggere i propri amici, si fa la rotazione dando le cariche «a turno», uno dopo l’altro, o per sorteggio. Così si evita che ci siano soltanto pochissimi che conoscono quella carica o quel posto.

Chi è eletto non può occuparsi di cose che escono dal mandato che ha ricevuto al momento della nomina.

Chi è stato eletto dall’assemblea della comunità deve presentarsi ad essa per riferire su ciò che ha fatto e che intende fare: questo rendiconto deve essere frequente. E se egli deve affrontare una questione speciale nuova, non prevista all’inizio, deve presentarsi davanti all’assemblea o ad un comitato nominato dall’assemblea e chiedere l’autorizzazione.

La sua carica deve essere una professione secondaria, cioè senza stipendio o con uno stipendio onorario, che non è quello per vivere.

Noi vediamo bene che questo non è tutto e subito possibile, in piccolo e in grande. Certo, in una piccola comunità è più facile, come si è tentato di fare, ma solo in parte nei comuni medioevali, nelle città svizzere. Però è una direzione di lavoro. Vale soprattutto la tensione ad attuare questa democrazia diretta nel luogo dove si vive, dove si lavora. Non è da confondere con la democrazia di massa, con plebisciti e immense votazioni popolari: vogliamo, invece, il controllo da vicino, decentrato, fatto in gruppi di non troppa gente, esercitato svolgendo la ragione e non facendosi incantare dagli spettacoli, dagli altoparlanti, dai balconi, dai potenti oratori. Se volessimo eleggere impiegati e dirigenti in un campo troppo vasto, chi potrebbe conoscerli? Per questo vogliamo che ci siano gruppi locali, centri sociali, sezioni comunali e di quartiere delle associazioni. Sarebbe bene eleggere e poter controllare i dirigenti locali dell’Enpas, dell’Inam, della Previdenza sociale, gli impiegati capi del Municipio, dell’Ospedale, ecc.

Segue, in un riquadro, una sintesi del tema:

Perché il potere sia di tutti occorre che i lavoratori, operai, impiegati, contadini, partecipino direttamente alla vita delle loro aziende, attraverso i consigli operai, i consigli di gestione, i comitati della terra.

Altri tempi, perduti? Nei processi di liberazione niente si perde. E ci pensa la pandemia a sospendere il tempo; quindi, tempi da riprendere e proseguire. Non è di grande attualità l’esperienza della Comune di Parigi? A proposito di banche da nazionalizzare e di pseudodemocratici da smascherare.

in,  Il Ponte,  

Print Friendly, PDF & Email



La Costituzione della Repubblica italiana e Il Ponte  Il Ponte

La Costituzione della Repubblica italiana e Il Ponte

costituzione

di Roberto Passini

Due battaglie da sempre sono state proprie del «Ponte»: quella per la democrazia e quella per il socialismo, o meglio, come diceva Walter Binni, quella per la libertà nel socialismo.

Libertà nel socialismo: un problema ormai da storici che la nostra classe politica ha messo da tempo in soffitta. Eppure la nostra Costituzione si può leggere proprio sotto questa luce. Come altrimenti interpretare l’art. 1, l’art. 3, l’art. 4 e l’art. 11? E cosí l’art. 33 e tutti gli articoli che regolano i rapporti economici (artt. 35-47)? E a questo riguardo non è a caso che destra e sinistra abbiano affermato in piena consonanza che occorra procedere a una riforma della Costituzione, sostenendo tutti che non sarebbero stati toccati i principi fondamentali. Ma, quand’anche questo fosse stato vero, la riforma della Parte seconda (Ordinamento della Repubblica) avrebbe cambiato di fatto tutto l’impianto. La prima parte della Costituzione non si può legare indifferentemente a qualsiasi altro testo, ha un senso solo se ha come corollario l’attuale seconda parte. Ha un senso, in altre parole, se statuisce che l’Italia è una repubblica parlamentare e non una repubblica presidenziale. Purtroppo la maggioranza dei nostri politici – di destra e di sinistra – ritengono che una repubblica giocata sulla centralità del parlamento e sulla forza dei partiti – che ormai sembrano scomparsi – non serva piú: è molto piú funzionale una repubblica presidenziale, all’americana, in cui i partiti sono sostituiti da lobbies dirette da “capi” con forte carisma mediatico. Una repubblica presidenziale in cui ciò che rimane dei partiti non si differenzia per una diversa visione del mondo, ma per una maggiore o minore efficienza all’interno del capitalismo. Una repubblica presidenziale in cui il potere legislativo si scioglie nel potere esecutivo e anche i pubblici ministeri sono alle dipendenze dell’esecutivo: in definitiva una monocrazia, come dice Gianni Ferrara.

È proprio per combattere questo modo di pensare che non è inutile ricordare come nasce la nostra Costituzione.

Il 22 dicembre 1947 L’Assemblea costituente eletta dal popolo italiano il 2 giugno 1946 approva la Costituzione della Repubblica italiana, che di lí a pochi giorni, il 1 gennaio 1948, entra formalmente in vigore. La nuova Costituzione è un capolavoro di democrazia e di principi supremi: diritto al lavoro, solidarietà e diritti inviolabili dell’uomo, uguaglianza sostanziale, proporzionalità e partecipazione, forte presenza del pubblico e dello Stato nella società e nell’economia, governo parlamentare, autonomia e decentramento amministrativo, magistratura autonoma e indipendente, sistema di garanzie costituzionali vigorose. È una democrazia sociale pluriclasse che vuole scongiurare, nell’intenzione dei costituenti, i guasti fatti dal capitalismo e dai conseguenti fascismi, valorizzando primariamente il lavoro, i diritti sociali e l’uguaglianza sostanziale, anche attraverso la partecipazione attiva dei lavoratori e dei cittadini all’organizzazione politica economica e sociale del paese (non la cosmesi procedurale degli ultimi vent’anni).

Nel Patto costituzionale sono ben presenti quei guasti come le cicliche crisi, distruttive, del sistema di produzione capitalistico (1873, 1929). Infatti la Costituzione delinea al suo interno un modello di democrazia “altro” rispetto al liberalismo anteguerra, quella democrazia che Costantino Mortati, forse il più grande giurista della Costituente, definirà «democrazia necessitata». Una democrazia sociale ed economica che accanto ai principi fondamentali suddetti affiancherà gli strumenti per il loro inveramento: il Titolo III («Rapporti economici» – artt. 35-47 –), interamente disapplicato da oltre 40 anni.

Personalmente penso che da molto tempo la quasi totalità dei giuristi e dei politici, scomparsi gli ultimi protagonisti della Costituente, non abbia capito o non abbia più voluto cimentarsi col grande lascito culturale della società, presente nella Costituzione. Eppure il popolo italiano ha imposto alla politica il rilancio della Carta, riconfermandola per ben due volte, a maggioranza assoluta – caso unico nel mondo occidentale – nei due referendum costituzionali del 2006 e 2016 in cui ha rigettato le manomissioni, invasive, dell’impianto parlamentare poste in essere dal centrodestra e dal centrosinistra.

È proprio da qui che bisogna ripartire, in tempo di crisi sanitaria ed economica, rilanciando la parte sociale ed economica della Carta, l’intervento dello Stato nell’economia, la programmazione e la pianificazione pubbliche. Adesso più che mai.

Print Friendly, PDF & Email
in  Il Ponte, 28 dicembre 2020



Onda su onda

di Lanfranco Binni

di Lanfranco Binni

Si susseguono, devastanti e a ritmo incalzante, le “ondate” delle quattro grandi crisi connesse con la Covid-19: la crisi sanitaria provocata da una pandemia fuori controllo in gran parte del mondo; la crisi economica che accentua le derive malthusiane del capitalismo in tutte le sue forme, arcaiche e neoliberiste; la crisi politica delle “democrazie” liberali occidentali; la crisi climatica del pianeta. Su ognuno di questi terreni i processi in corso sono tumultuosi, complessi e “caotici”. La pandemia ha accelerato e messo a nudo le vere realtà, concrete e drammatiche, di una storia catastrofica. In questo numero del «Ponte» di fine anno ne scrivono Giuliano e Piergiovanni Pelfer (Il Coronavirus e la fine delle certezze), Emiliano Brancaccio (Catastrofe o rivoluzione), Giancarlo Scarpari (Che ve ne sembra dell’America?). In particolare il testo di Brancaccio sollecita un aperto confronto teorico-politico sulle necessarie e radicali alternative alla “catastrofe” dell’antropocene capitalistico.

Cattive nuove dal fronte dei virus

Sostiene la microbiologa e virologa Maria Rita Gismondo, nella sua rubrica Antivirus su «il Fatto Quotidiano» del 12 novembre, che stanno circolando in Italia e in Europa, “fuori controllo”, almeno sei varianti di SarsCoV2. Il titolo dell’articolo: Virus, la mutazione è più “cattiva”. Ne riporto integralmente il testo.

Il “mostro” non si arrende e si manifesta ancora con tutte le sue peggiori armi. Mentre la storia ci riferisce epidemie e pandemie che nel tempo, grazie alle mutazioni del virus che le ha prodotte, si sono estinte, studi recenti di genotipizzazione ci hanno dimostrato che non sta accadendo così per SarsCoV2. Per mesi ci siamo meravigliati perché il virus che ci sta affliggendo non mutava. Siamo rimasti in attesa che si facesse avanti una mutazione, dando per scontato, come ci insegna la virologia, che questa avrebbe reso la pandemia meno aggressiva fino a estinguersi. Le mutazioni sono arrivate, ma nulla di quanto ci saremmo aspettati. Recenti studi hanno evidenziato ben cinque varianti (19A, 19B, 20A, 20B e 20C). Circolano in Italia e studi in corso ne stanno verificando la circolazione in Europa. Anche se non si conosce l’effetto di ciascuna mutazione, certamente i virus che le presentano non sono affatto più “deboli”. Nel frattempo ecco arrivare un’altra notizia su una ulteriore variante che si sta manifestando nei visoni. La prima osservazione è stata fatta in Belgio in circa un migliaio di esemplari. Oggi si pensa che il virus abbia già infettato decine di migliaia di visoni, e molti di questi sono stati esportati in altri paesi, compresa l’Italia. Il virus con la nuova mutazione si diffonde molto rapidamente e ha già imparato a infettare l’uomo. Un salto di specie così rapido è quasi un evento unico. Oltre a una aggressività ancora tutta da valutare, questo “nuovo mostro” potrebbe vanificare terapie e profilassi che sono in studio. Mi riferisco agli anticorpi monoclonali e ai vaccini, in particolare. Se la (o le) mutazione (i) dovesse (ro) risultare localizzata proprio nella parte di virus utilizzato come target del vaccino, gli studi e le prove fatte fino a oggi sarebbero da cestinare, così come le terapie immunologiche. Si fa veramente fatica a essere ottimisti.

E se fosse una sindrome e non una pandemia?, aveva intitolato Maria Rita Gismondo un altro suo articolo del 3 ottobre, stesso quotidiano, stessa rubrica. Anche in questo caso le implicazioni teoriche e pratiche erano (e sono) numerose. Riporto integralmente anche questo testo, che in Italia non ha suscitato, come l’autrice auspicava, riflessioni pubbliche:

Richard Horton, il 26 settembre, ha pubblicato su «Lancet» un articolo che non rimarrà inosservato. Il titolo è già eloquente, COVID-19 is not a pandemic («il Covid-19 non è una pandemia»). L’autore sostiene che l’approccio nella gestione della diffusione, ma soprattutto della patologia sia sbagliato, perché la crisi sanitaria è stata affrontata come determinata dalla malattia infettiva. Affermazione scioccante che mina alla base otto mesi di gestione del fenomeno. Horton non è un matto, è uno degli editorialisti più quotati di «Lancet». Con qualsiasi altra firma avremmo abbandonato l’articolo con una smorfia sarcastica. Invece è Horton. Certamente non è un “negazionista”, ma uno che ha un orizzonte sempre “più in là”. Condanna i governi che hanno gestito la crisi solo come una catena di contagio virale da interrompere. Sostiene che, in realtà, interagiscono due categorie di malattie: l’infezione dovuta a SARS-CoV-2 e una serie di malattie non trasmissibili. Queste condizioni si raggruppano all’interno dei gruppi sociali secondo modelli di disuguaglianza profondamente radicati nelle nostre società. Secondo Horton non è una pandemia, ma una sindrome (più elementi patologici). Significa che è necessario un approccio più sfumato. Limitare il danno richiederà un’attenzione maggiore alle malattie non trasmissibili e alla disuguaglianza socioeconomica. Le sindemie sono caratterizzate da interazioni biologiche e sociali tra condizioni e stati, interazioni che aumentano la suscettibilità di una persona a danneggiare o peggiorare i loro risultati di salute. Da qui la deduzione logica che, piuttosto che esclusivamente tracciare il virus, bisogna agire sulle condizioni che lo favoriscono. Eliminare, ove possibile (esposizione degli anziani e dei malati cronici), migliorare le condizioni sociali. Detto così, ci stupisce meno, visto che molti di noi abbiamo affermato che si tratta di un opportunista. Dobbiamo, lo fa intendere anche Horton, eliminare le opportunità che rendono facile al virus di colpirci.

L’opportunismo “resiliente” del virus deve dunque essere affrontato sui terreni delle sue interazioni sociali, economiche e climatiche, considerando quindi la “pandemia” una crisi essenzialmente politica; a questa lettura della questione virale Horton ha dedicato negli scorsi mesi un libro importante, Covid-19. La catastrofe (Roma, Il Pensiero Scientifico, 2020). E la “pandemia” globale richiede necessariamente risposte globali. Non sta accadendo questo, anzi il contrario: chiusure dei confini, particolarismi locali, appelli patriottici a unità nazionali contro il nemico ignoto, esorcismi e scongiuri. Le semplificazioni dei media tagliano a pezzi la complessità, negandone gli aspetti indicibili, riducendo il tutto a una banale questione sanitaria: il nemico è il virus, dobbiamo vincere e vinceremo! Come tutti sanno, la guerra al virus è affrontata con il tradizionale strumento dell’isolamento degli infetti; dal Medioevo si fa così, e così bisogna fare. Così è stato fatto in Cina, con risultati indiscutibili. Così non è stato fatto nell’Occidente del primato di un’economia che non ammette tregue predatorie né strategie di lungo periodo. Eppure, dietro e intorno al virus e alla sua marcia per ora trionfale c’è tutto il resto: dai cambiamenti climatici ai “salti di specie”, dalla devastazione del pianeta alla crisi del “modello di sviluppo” capitalistico, a un’endemica guerra civile globale determinata da disuguaglianze intollerabili e inarrestabili.

Quanto sta accadendo negli Stati Uniti, nel cuore del vecchio impero occidentale, intorno alle elezioni di novembre, è paradigmatico. Nella sconfitta di Trump (ma non del suprematismo bianco vivo e vegeto, e armato) hanno giocato un ruolo fondamentale la pandemia negata e incoraggiata dai poteri economici e i movimenti di rivolta antirazzista delle sempre più estese “minoranze etniche”; la vittoria del Partito democratico è stata trascinata da questi processi interni alla “società”, più forti delle regole da sempre antidemocratiche della pretesa democrazia statunitense. Quei processi sono in corso e svolgeranno nei prossimi mesi un ruolo importante di pressione dal basso rispetto agli assetti di potere; la tempesta non è finita e produrrà nuovi conflitti nel ventre del Leviatano. Già nelle prossime settimane, in Medio Oriente, in un teatro di guerra fondamentale per l’impero “alla guida del mondo”, l’amministrazione Trump non mollerà l’osso dell’attacco all’Iran, preparato dal cosiddetto «Accordo di Abramo», mettendo a nudo la stessa politica estera dell’amministrazione Biden che non segnerà una svolta nelle strategie degli interessi del “partito unico” trasversale che unisce repubblicani e democratici: «America first for ever». Come non cambierà la politica estera statunitense nei vari teatri di guerra economica e militare, dalla Cina all’America latina. Cambieranno forse i “toni” comunicativi, ma non la sostanza. Il rafforzamento della Nato sui fronti est e sud è stato il primo messaggio urbi et orbi di Biden dopo la vittoria elettorale. Ma quello stesso Biden dovrà fare i conti con i movimenti “dal basso” nella società americana, e non solo perché hanno svolto un ruolo determinante nella sua elezione. Come dovrà fare i conti con le strategie in corso, e per molti aspetti vincenti, della Cina e con il declino dei modelli di sviluppo del “mondo libero”. A livello planetario il dilemma “catastrofe o socialismo” diventerà la questione principale.

Un nuovo socialismo

In Italia la pandemia sta accelerando l’implosione di un sistema politico in crisi in tutte le sue articolazioni istituzionali e “rappresentative”. In una politica ridotta a pessima amministrazione di un esistente avvelenato da interessi privati e antisociali, in un intreccio morboso tra economia e criminalità “legale” e illegale, la crisi sanitaria e le sue conseguenze sociali ed economiche hanno messo a nudo l’inefficienza e l’inadeguatezza dello Stato centrale e delle Regioni, e gli equivoci anticostituzionali delle cosiddette riforme “federaliste”, dal Titolo V all’elezione diretta dei sedicenti “governatori”, alle rivendicazioni di “autonomia differenziata” e separatista; alla dura prova dei fatti, la concentrazione del potere politico a livello centrale e nelle satrapie regionali in nome di un inesistente federalismo sta producendo un paesaggio istituzionale devastato, proprio mentre il “pubblico” appare come l’ultima spiaggia dell’organizzazione sociale, naufragate le magnifiche sorti e progressive del “privato”, dell’ordoliberismo e del “meno Stato”. Il governo rincorre come può la “gestione” della tempesta, galleggiando sui marosi, zattera della Medusa. I “ristori” a debito dello Stato ristorante si stanno esaurendo, e non serviranno vecchi rimedi politicisti e disperati come l’unità nazionale di “tutti contro il virus” che già vede impegnati gli esperti negoziatori di destra e di “sinistra”, con i soliti scambi di favori reciproci.

Il dramma storico dell’Italia, l’assenza di una classe politica all’altezza dei contenuti più democratici della Costituzione inattuata del 1948, si ripresenta puntuale. E si ripresenta in tutta la sua urgenza la necessità di una radicale e fortiniana “verifica dei poteri” nella società di tutti, strumento oggi indispensabile per la ricostruzione dello Stato e di una nuova socialità in un paese in cui l’“autonomia del politico” ha istituzionalizzato le libere scorribande dei gruppi di potere oligarchici (l’“aristocrazia” dei peggiori) e l’esclusione della grande maggioranza della popolazione dal potere di tutti, trasformando una democrazia “mai stata” in demofobia. La nuova socialità diffusa nelle numerose esperienze di autonomia e autorganizzazione “dal basso”, unita a una ripresa dei temi del socialismo storico e a venire, nelle sue varie declinazioni (socialismo libertario, comunismo critico, anarchismo), è la risposta su cui impegnare progettazione teorica e pratica politica.

«Il Ponte», erede del “liberalsocialismo” (massimo socialismo e massima libertà, internazionalismo) che costituì negli anni trenta una delle principali esperienze teoriche e pratiche dell’antifascismo, della Resistenza, della Costituente e dell’opposizione alla Repubblica clericale e trasformista dal dopoguerra in poi, partecipa come cantiere progettuale a questo processo che non può non essere relazionale e collettivo. Nei prossimi mesi, come contributo allo studio del nostro passato dal punto di vista del nostro presente, per il socialismo, pubblicheremo una puntuale ricostruzione della stagione del liberalsocialismo italiano attraverso le voci dei suoi protagonisti, socialisti libertari, radicalmente alternativi alle derive intellettuali e politiche del pensiero politico liberalproprietario.

Dal controllo al potere

Teorico e organizzatore del liberalsocialismo socialista, dall’antifascismo degli anni trenta alla democrazia diretta nel 1968, Aldo Capitini rilanciò i risultati delle sue esperienze di pensiero e azione politica nella sua ultima opera, Omnicrazia: il potere di tutti1; è interessante rileggerne il paragrafo «Dal controllo al potere», per una riflessione sul nostro presente, sui nostri compiti. Sulla relazione teorico-pratica tra omnicrazia e compresenza si veda anche di A. Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, introduzione di Giancarlo Gaeta, nella collana «Opere di Aldo Capitini», Firenze, Il Ponte Editore, 2018.

Come passare dal controllo al potere? Il controllo, nelle sue tre forme: informazione esatta, critica adatta, progettazione progrediente, è già potere; accrescere l’una o l’altra delle forme, secondo la propria capacità, è sviluppare l’omnicrazia.

Alcuni sociologi distinguono il “potere” dalla “autorità”, nel senso che il primo è la probabilità che la volontà vinca gli ostacoli che incontra, la seconda è la probabilità che un gruppo trovi obbedienza per i suoi comandi. Ma noi, che non consideriamo che l’ambito sociale, possiamo mettere in disparte il fatto semplice della volontà individuale che riesce a realizzare qualche cosa. Qui dobbiamo vedere come il controllo si fa potere entro la società, o acquista “autorità”. Usiamo, dunque, il termine in senso generico: il potere come capacità di realizzare progetti (tra cui proporre norme), con la probabilità di vedere realizzati i progetti e le norme ubbidite.

Qui interviene, con un suo contributo, la persuasione della compresenza in questi due modi:

l. se i progetti e le norme hanno un fondamento evidente e puro nella realtà di tutti, è più probabile che essi incontrino il consenso di molti; la persuasione della compresenza e della omnicrazia è una garanzia che pesa a favore dell’accettazione dei progetti e delle norme, quindi esse hanno un potere, in virtù non del loro riferimento all’interesse individuale, ma di un riferimento alla realtà di tutti;

2. esiste un ordine sociale che è la convivenza di tutti e non è il semplice interesse individuale; un persuaso della compresenza e dell’omnicrazia può tralasciare la difesa di tale ordine sociale in quanto egli teme di sottoporre tale ordine al proprio vantaggio individuale, e può tralasciare di vedere la difesa dell’ordine sul piano della guerra, la quale oramai viene condotta come strage e può arrivare all’uso, oltre che delle armi chimiche, delle armi nucleari, il che deforma ogni carattere umano della lotta. Ma rimane il semplice ordine sociale come convivenza pubblica, come rispetto di quelle istituzioni che spesso sono strumenti del potere di tutti. E qui è possibile collaborare con chi usa quegli strumenti coercitivi che sono semplicemente applicati a frenare e sviare l’individuo che attenti a tali “strumenti che sono di tutti” e che non segua, quanto potrebbe, la pressione intima della compresenza che lo indurrebbe a tale rispetto. Mentre non è possibile collaborare sul piano della guerra o guerriglia, che porta a stragi, terrorismo, tortura, cioè ad una violenza che prende la mano rispetto al motivo originario, è possibile stare accanto a chi semplicemente usi la violenza entro la stretta disciplina di giovare alla convivenza di tutti nella loro evoluzione, una violenza in ambito modesto, strettamente condizionata nei modi (quante armi si possono usare che non uccidono!), accompagnata costantemente da un soffio omnicratico; il persuaso della nonviolenza può, personalmente, non usare nemmeno questo tipo di violenza, se il suo compito è di richiamare costantemente al fine; ma comprende che c’è violenza e violenza, e quella per mantenere la convivenza di tutti è più giustificata di ogni altra.

Io non potrei stare in un governo che può dichiarare la guerra, ma non avrei difficoltà a stare in un’amministrazione di ente locale. Questo rispetto dell’ordine locale:

1. non significa accettazione dell’ordine costituito, da difendere ad oltranza, ma il riconoscimento che si può mantenere la convivenza nonviolenta tra gli abitanti di una località, che è di ambito modesto, mentre si può, nello stesso tempo, portare avanti la rivoluzione nonviolenta con le sue tecniche per trasformare le strutture e tutta la situazione locale;

2. mette in primo piano l’“ente locale” (in Italia la borgata, la frazione, il comune, la provincia, la regione), perché in queste dimensioni può meglio realizzarsi l’ispirazione nonviolenta e omnicratica, nella diretta conoscenza delle persone e dei problemi, nella permanente democrazia diretta, ricca di profondi motivi etici ed educativi, e aliena da imperialismi atomici!

1 Scritta nella primavera-estate del 1968, a pochi mesi dalla morte, fu pubblicata postuma nel 1969 con il titolo Il potere di tutti, a cura di Luisa Schippa e Pietro Pinna, introduzione di Norberto Bobbio, Firenze, La Nuova Italia. Con il titolo originario Omnicrazia: il potere di tutti è stata ripubblicata nel 2016 in A. Capitini, Attraverso due terzi del secolo. Omnicrazia: il potere di tutti, a cura di Lanfranco Binni e Marcello Rossi, Firenze, Il Ponte Editore, e nello stesso anno in A. Capitini, Un’alta passione, un’alta visione. Scritti politici 1935-1968, a cura di L. Binni e M. Rossi, ivi.

Print Friendly, PDF & Email



Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzionedi Emiliano Brancaccio

[Una versione di questo saggio è stata pubblicata in E. Brancaccio (con G. Russo Spena), Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, Roma, Meltemi, 2020.]

L’ex capo economista del Fondo monetario internazionale ha sostenuto che per scongiurare una futura “catastrofe” serve una “rivoluzione” keynesiana della politica economica. La sua tesi viene qui sottoposta a esame critico sulla base di un criterio di indagine scientifica del processo storico definito «legge di riproduzione e tendenza del capitale». Da questo metodo di ricerca scaturisce una previsione: la libertà del capitale e la sua tendenza a centralizzarsi in sempre meno mani costituiscono una minaccia per le altre libertà e per le istituzioni liberaldemocratiche del nostro tempo. Dinanzi a una simile prospettiva Keynes non basta, come non basta invocare un reddito. L’unica rivoluzione in grado di scongiurare una catastrofe dei diritti risiede nel recupero e nel rilancio della più forte leva nella storia delle lotte politiche: la pianificazione collettiva, intesa questa volta nel senso inedito e sovversivo di fattore di sviluppo della libera individualità sociale e di un nuovo tipo umano liberato. Una sfida che mette in discussione un’intera architettura di credenze e impone una riflessione a tutti i movimenti di lotta e di emancipazione del nostro tempo, tuttora chiusi nell’angusto recinto di un paradigma liberale già in crisi.

The former chief economist of the IMF argued that a Keynesian “revolution” is needed to prevent a future “catastrophe”. His thesis is criticized here on the basis of a scientific investigation of the historical process called “law of reproduction and tendency of capital”. A prediction arises from this research: the freedom of capital and its tendency to centralize in fewer and fewer hands represent a threat to other freedoms and to the liberal democratic institutions. With such a prospect, it is not enough to invoke Keynes or a basic income. The only revolution capable of preventing a catastrophe of rights lies in the relaunching of the strongest lever in the history of political struggles: collective planning, conceived this time in the new sense of development factor of free social individuality and of a new liberated human kind. A challenge that requires a rethinking of all the movements of struggle and emancipation of our time, still closed in the narrow enclosure of a neoliberal paradigm already in crisis.

Scarica il pdf del saggio

in Il Ponte, 6 ottobre 2020




Osservazioni sulla rifondazione teorica del socialismo

16 Lug , 2020|| Egemonia e strategia socialista|Visioni

Nel 2012, in una breve intervista[i] tanto utile quanto tristemente passata inosservata, il filosofo sloveno Slavoj Žižek invitava la sinistra anti-capitalista a smettere di agire ed iniziare a pensare. Provocatorio come sempre, Žižek ha però messo a nudo una debolezza fondamentale, che previene ogni possibilità di costruzione di un “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”: l’assenza di un solido apparato teorico.

Osservazioni su difetti di origine storica

Vista con gli occhi di chi è nato molto dopo l’89 e il ’91, la confusione che le sinistre hanno attraversato in quel periodo è comprensibile ma non giustificabile. Il crollo dell’URSS ha mostrato come ad un certo punto il pensiero socialista fosse stato completamente assorbito dalla legittimazione teorico-storica del modello sovietico. Se le sinistre fossero state saldamente legate ad un’idea più che ad un’esperienza politica, è verosimile che al crollo dell’URSS non sarebbe seguito il tracollo delle sinistre. È probabilmente legittimo pensare che in larga parte il pensiero socialista, già quasi dal ’17, è stato, in larga parte, deformato da un certo “sovietismo”. Questa affermazione potrebbe sembrare in contrasto con le varie tensioni che hanno attraversato i rapporti tra PCUS e gli altri partiti comunisti, e tuttavia pare essere confermata dal collasso a catena di cui sopra. L’impostazione da “partito padre” tenuta dal PCUS, la postura figlia dell’articolo 14 del Komintern[ii] mai realmente corretta, l’eventuale lotta all’eretico ingaggiata da molti militanti, intellettuali e politici di spicco: queste ed altre cose hanno soffocato la libera elaborazione del pensiero socialista, facendone perdere i concetti chiave in un oceano di contingenze storiche elevate a dogmi. Il problema non è stato tanto la Caduta del Muro quanto il fatto che vi erano tutti appoggiati. Il fariseismo che ha inquinato le sinistre novecentesche le ha rese spesso dimentiche del fatto che un’idea può avere numerosissime declinazioni, senza per questo cadere nel revisionismo. D’altronde, ci basti guardare al capitalismo: chi si sognerebbe mai di dire che il modello scandinavo, il liberismo sfrenato e il fascismo (anch’esso una forma di capitalismo) sono la stessa cosa? E tuttavia chi si sognerebbe di dire, a parte qualche conservatore d’acciaio, che in Danimarca non si possa parlare di capitalismo?

Il fariseismo di ieri non è morto, si è solo trasformato nella nostalgia di oggi. Una nostalgia dannosa e inutile, che appesta proprio quei gruppi, sparutissimi in Italia, che vogliono seriamente far rinascere l’idea di socialismo, e che impedisce loro la comunicazione con altri gruppi, di struttura più vaga e assenti in Italia, che invece non si rispecchiano nel passato socialista e che però rappresentano una ventata di novità interessante quanto confusa (ci riferiamo, ad esempio, all’enorme calderone dei Democratic Socialists of America).

È dunque necessario assicurarsi di essere al riparo da ogni malattia storica e tornare a chiedersi cos’è o cosa dovrebbe essere il socialismo. Potrebbe ronzare, legittima, la domanda: bisogna superare Marx? La risposta dalla quale partiamo è no, non è necessario (né forse possibile) cestinare Marx, colui che più di tutti ha indicato i punti critici e le contraddittorietà del modo di produzione capitalistico. C’è, però, un elemento, o meglio un approccio, di origine marxista, che contiene elementi dannosi per lo stesso movimento socialista, ed è la collocazione che il socialismo e il comunismo ricoprono nella filosofia della storia marxiana ed il legame con la precedente tradizione illuminista-liberale. C’è una metafisica della storia in Marx? C’è un aperto dibattito accademico in merito. C’è una metafisica della storia nei marxisti? Tendenzialmente, sì. Per metafisica della storia non intendiamo solo la convinzione, pur dannosa, che vi sia una legge storica che ineluttabilmente condurrà al trionfo del comunismo, bensì la tacita convinzione che vi sia un divario qualitativo, non quantitativo, tra la società socialista e poi comunista e la precedente società borghese, e in realtà tutte le società precedenti. I due problemi non sono separati. La convinzione di operare per una legge storica che delinea un percorso provvisto di una “tappa finale” porta i marxisti a costruire questo abisso tra i due “mondi”, borghese e comunista. La questione del divario qualitativo ha tre conseguenze deleterie:

  1. La ricerca dell’alterità assoluta, che qui chiameremo “fariseismo critico”. La perdita del focus attentivo sul nucleo del progetto socialista, l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, porta a sviluppare critiche inutili contro la società borghese e/o i suoi reali o supposti fondamenti culturali. Un esempio è la tendenza, ben evidenziata da Domenico Losurdo[iii], a considerare il comunismo come condivisione della miseria, con ogni forma di benessere materiale catalogata a pericoloso baluardo reazionario. Importanti conquiste intellettuali della tradizione illuminista-liberale, come il concetto di diritti dell’uomo, o anche grandi menti riconducibili a quel filone, come Kant, sono considerati elementi di un passato con il quale rompere, non come tappe di un medesimo pensiero che si sviluppa, sciogliendo progressivamente (e forse per sempre) le proprie contraddizioni. Tratteremo meglio la questione al punto 3. Esprimiamo però già qui l’auspicio di un rinnovato “riduzionismo”, di una rifondazione teorica che tolga “il troppo e il vano” dalla colossale tradizione teorica socialista, preferibilmente nella direzione di un riallineamento col precedente illuminista-liberale (vedremo poi come);
  1. La ferocia del soggetto cosmico-storico. Il mito del divario qualitativo fa sì che molti comunisti si siano sentiti (o si sentano) legittimati a commettere atti che, però, sono considerati illegittimi se commessi dagli avversari. Il pluralismo democratico (in senso partitico e non) è considerato un bene da difendere nella società borghese, perché permette un migliore sviluppo della lotta di classe; tuttavia, lo stesso principio può essere messo da parte se ci sono da combattere i “nemici del popolo” di turno, una volta realizzata la rivoluzione. Il presupposto teorico che permette la sopravvivenza di tale contraddizione è, a nostro dire, ancora il mito del divario qualitativo, che separa le azioni compiute in nome della “vera fede” e quelle compiute in nome della “vecchia fede”;
  1. La convinzione della fine della storia come ostacolo per la rivoluzione permanente. Con “fine della storia” non ci riferiamo all’arcinota espressione di Fukuyama[iv] ma alla convinzione che, una volta realizzata la rivoluzione ed instaurato il socialismo, non ci sia “più nulla da fare”. I problemi sono gli stessi che vediamo nel mondo liberale post-89: ogni critica, anche pavida e riformista, è disattivata in partenza, il mondo attuale diventa il migliore dei mondi possibili e il mondo si blocca su una sola dimensione. È ancora difficile, negli ambienti comunisti, un dibattito seriamente critico sulle esperienze di socialismo reale, il che è un impedimento di prima grandezza per una rifondazione teorica del socialismo. Questo errore posturale è l’unico, a nostro dire, che si possa ascrivere quasi completamente a Marx, sia per ciò che Marx ci dice che per ciò che Marx non ci dice. Per quanto riguarda il primo ambito, se in Marx la storia è storia della lotta di classe, allora una volta che le divisioni di classe sono estinte si apre una fase post-storica; per quanto riguarda il secondo, Marx non sembra essere completamente sobrio rispetto ad alcuni echi hegeliani fondamentalmente “mistici”, per cui l’Idea, dopo un lungo percorso “al di fuori di sé”, ritrova se stessa nella presa di coscienza di sé, superando la propria stessa alienazione e compiendo un vero e proprio “balzo qualitativo” nel proprio percorso. Marx sembra tradurre questi echi in termini di materialismo storico, con l’abolizione dello Stato che corona la fine dell’alienazione dell’uomo e della storia come lotta di classe.

Osservazioni su una possibile ridefinizione del socialismo

In termini generali, questa vuole essere una critica alla filosofia della storia marxista e ad alcuni suoi frutti. Ci sono alcuni elementi teorici di critica al marxismo e a Marx che potremmo esporre, spunti più stringenti e più aderenti al discorso marxista in sé, e tuttavia questa non è la sede adatta per parlarne, principalmente per motivi di spazio. Sarebbe invece utile contrapporre ad una filosofia della storia “della rottura” e spesso metafisica, una filosofia della storia progressiva, che di certo non reinventi da zero l’idea di socialismo ma che la ricollochi in un differente contesto, non solo progressivo e antimetafisico ma schiettamente costruttivista dal punto di vista teoretico, senza però cadere nel relativismo. Tale obiettivo apparirà più chiaro nella sua esposizione, che non può prescindere dalla domanda “Che cos’è il socialismo?”

Il socialismo è l’estensione del principio di democrazia a discapito del principio di proprietà. In questo senso, il socialismo è essenzialmente una questione di libertà.

Per dare conto di questa concezione dobbiamo fornirci di un’apposita semantica della libertà, una semantica che tenga conto del carattere politico del discorso. Non tradire la trama del discorso significa porre la questione della libertà non solo come condizione di possibilità dell’azione ma come condizione di possibilità della reazione. Intendiamo il potere, d’altra parte, come l’opposto della libertà, perché si realizza nell’indebolimento, ed idealmente nell’annichilimento, della reazione. È utile intendere la posizione di potere come deformazione unilaterale del rapporto dialettico-pratico entro il quale si dà la socialità e dunque la società. Il potere si manifesta in differenti forme, e tuttavia resta solido il principio per cui la classe dominante è tanto più forte quanto meno è vincolata alla propria controparte, la parte su cui ha potere. La legalità, in quest’ottica, ha un duplice valore: da una parte essa legittima il dominio, ed è anzi diretto prodotto dei rapporti di dominazione (qui restiamo nell’impianto marxiano); d’altra parte, tuttavia, essa è il terreno entro il quale la classe subalterna può imporre dei vincoli, limitando, di fatto, il potere. Non è dunque preciso parlare, in senso lato, una romantica contrapposizione tra potere e libertà, in quanto lo stesso potere desidera la libertà dal vincolo, desidera imporsi come assoluto. È una ben precisa forma di libertà ad essere nell’interesse delle classi subalterne: la libertà della reazione. Eliminare artificialmente, tramite lo sviluppo di apposite contromisure, ogni forma di potere come annichilimento della reazione, è già di per sé la lotta delle classi subalterne. La proprietà dei mezzi di produzione, e in generale il principio di proprietà, generando un evidente squilibrio contrattuale, è innanzitutto una forma di potere. L’attività di indebolimento dello squilibrio contrattuale è il riformismo, la totale eliminazione del principio che rende possibile il potere è il sovversivismo, nel caso particolare della questione proprietaria questa eliminazione è il socialismo. Forniti della giusta semantica e della prospettiva del socialismo come tappa della questione contrattuale, è possibile trattare nello specifico le questioni della proprietà e della democrazia.

Proprietà e legittimità

Trattando lo specifico ed imprescindibile tema della proprietà, una rifondazione teorica che rispecchi la semantica e l’indirizzo abbozzati sopra deve spostare la propria attenzione sul ruolo giocato dalla proprietà nel processo produttivo e distributivo. Il tema, per quanto complesso, è paradossalmente reso più semplice dai recenti sviluppi, intesi sia come lenta degradazione del mercato del lavoro che come evidente avanzare di squilibri nella distribuzione della ricchezza prodotta, con il capitale ricompensato sempre più del lavoro (rimandiamo, tra tutti i lavori sul tema, al magistrale “Il Capitale nel XXI secolo” di Piketty). Il punto è sottolineare come dal rapporto capitale privato-lavoro non possa derivare una distribuzione della ricchezza prodotta che prescinda dal rapporto di forza, dal rapporto di potere (inteso come sopra) che il rapporto capitale-lavoro rappresenta. La posizione socialista in merito, per quanto concerne la parte decostruttiva, potrebbe presentarsi semplicemente come una demistificazione anti-ideologica, perché l’obiettivo non deve essere quello di far emergere una presunta immoralità del sistema ma quello di ri-palesare il rapporto di forza come unica, insopprimibile radice del processo distributivo e organizzativo. In questa prospettiva, si tratta di attaccare gli argomenti del rischio e del merito, i due appigli ideologici sui quali si regge la legittimazione dello squilibrio distributivo e decisionale e, più o meno indirettamente, la legittimazione della proprietà stessa.

Partendo dalla questione del rischio, per cui è il tasso di rischio a determinare, automaticamente, la remunerazione del capitale, basti sottolineare come la valutazione dei rischi o è impossibile o è svolta dagli agenti del mercato, ed in questo senso non è assolutamente interclassista, sociale, globale. In secondo luogo, e soprattutto, un fantomatico “tasso di rischio” non può determinare scientificamente e aprioristicamente quanta parte della ricchezza prodotta da un’unità produttiva sia da destinare al lavoro e quanta al capitale, e, più astrattamente, quanto valore è apportato dal lavoro e quanto dal capitale nel processo produttivo (si noti che qui, per venire incontro all’ideologia avversaria, ci si allontana dal tracciato marxiano).

Passando alla questione del merito, notiamo che la sua decostruzione è utile sia in termini di apporto metodologico-retorico, sia in termini di vera e propria costruzione dell’apparato teorico di legittimazione necessario a quell’estensione del principio di democrazia di cui sopra. Il punto metodologico-retorico è l’imperativo abbandono della narrazione dicotomica impresario-fannullone/lavoratore-sfruttato. Questa dicotomia tutta retorica, oltre ad essere tutto sommato abbastanza inefficace e radicalmente piccolo borghese, non ha senso perché manca di nessi razionali necessari e perché, in fondo, è ormai inutile alla strategia egemonica socialista. Paradossalmente, è possibile trovare la demistificazione del ragionamento per cui “l’imprenditore guadagna di più perché lavora di più” proprio ammettendo l’ipotesi di un imprenditore che “si impegni di più” dei suoi dipendenti. È a questo punto che sorge un problema grammaticale e logico: da un riconoscimento di valore (lavorativo) non deriva una posizione di potere. Diciamo questo ricordando ancora come la “posizione proprietaria” sia una posizione di potere contrattuale, senza badare a contingenze che la acuiscano, la debilitino o la “addolciscano”. Un esempio utile è quello del “re buono”. Anche immaginando un re buono, magnanimo, valoroso, che ha portato bene e pace ai propri sudditi, non possiamo da ciò dedurre la legittimità del principio di nascita, che, sempre nella nostra storia, ha conferito al re la propria posizione. La proprietà non è un diritto negativo: non è il riconoscimento di un dato di fatto (l’unico dato di fatto è l’utilizzo e “darebbe ragione” al lavoratore) ma un’istituzione giuridica positiva, che nasce, o meglio è nata, con la legalità e grazie ad essa. All’esterno della legalità non esiste alcuna proprietà e la sua legittimazione può sussistere solo nella legalità, come per ogni istituzione. Il merito non può valere da principio legittimante della proprietà, da esso non “deriva” la proprietà. Nessuno spazio, dunque, per il merito? Assolutamente no: resta il dato evidente, già trattato, del valore. L’evidenza di questo dato, però, porta con sé due osservazioni. La prima è che il valore, l’abilità lavorativa, non sia eterna, e ci sfugge come quella passata possa razionalmente legittimare una posizione di potere futura. Un calciatore bravissimo, se cessa di essere tale, finisce in panchina. Un lavoratore bravo e capace, se cessa di essere tale, perde il proprio posto di lavoro. Un capitalista che abbia perso le sue doti lavorative (che stiamo ammettendo ma non concedendo), tuttavia, non necessariamente cessa di essere tale. Può derivare la propria ricchezza da beni immobili, da quote azionistiche, dalla proprietà di un’unità produttiva gestita da altri e così via, e dunque può “pensionarsi” senza mai essere pensionato, perché la sua condizione è indipendente dal deperimento delle sue fantomatiche capacità, e ciò solo per motivi legali, perché appunto la proprietà nasce e muore con la legalità. La seconda osservazione è che l’unica formula razionale per riconoscere e ricompensare il valore lavorativo è il riconoscimento da parte di altri. Questa seconda osservazione può sembrare una tautologia: niente di nuovo, in fondo è già così. E tuttavia questa seconda osservazione è il punto di congiunzione con la “questione socialista” dell’estensione della democrazia. Se infatti quando si parla di ricompensa del merito si tratta, come si tratta, di prendere una decisione in sede di processo distributivo, una volta delegittimato il principio di proprietà, sorge la domanda “quis iudicabit?”. È a questo punto che il principio di democrazia prende il posto del principio di proprietà come principio di organizzazione e gestione del processo produttivo e distributivo. Nessuna abolizione della divisione tecnica del lavoro, ma una eliminazione tramite fluidificazione della divisione sociale dello stesso. Ogni eventuale posizione tecnica che preveda una posizione di potere dovrebbe essere legittimata tramite un processo democratico, e tale legittimità è sempre sottoposta a revisione. D’altronde, la democrazia non sta nel sottoporre ogni attribuzione di ruoli ad un processo democratico quanto nel vincolare al medesimo processo il mantenimento.

Società e principio di democrazia

Non c’è bisogno di addentrarsi oltre per registrare una biforcazione nel nostro percorso: la democratizzazione del processo produttivo e distributivo può avvenire in due modi principali, ossia il principio di autogestione e la gestione collettiva, affidata ad autorità statali governate secondo il medesimo principio democratico. Vale la pena interrogarsi sul perché della seconda opzione, quando nella prima l’impasse da cui si era partiti sembra già risolta. Il motivo è che l’estensione del principio di democrazia non può non corrispondere all’estensione del diritto di reazione, concretizzato con apposite istituzioni, di tutti i cittadini in quanto tutti parte del medesimo processo produttivo. Si tratta di registrare la falsità del mito della produzione individuale della ricchezza: un individuo, e così un’unità produttiva, è in grado di produrre ricchezza solo e soltanto perché immersa in un sistema che prevede altre unità produttive e degli organismi “improduttivi”, come le istituzioni, che garantiscono la sopravvivenza e la riproduzione del capitale, pubblico o privato che sia. Se il socialismo vuole essere inteso come una progressiva democratizzazione, allora questa democratizzazione non può prescindere dal riconoscimento della dimensione collettiva della produzione di ricchezza, e da questa derivare un organismo statale che garantisca il diritto di reazione e di parola a tutti coloro che vi partecipano, che sia dunque punto d’incontro e di dialogo, realizzazione concreta e quanto più possibile esauriente del principio di reazione, base della democrazia come qui intesa. Si pone però un evidente problema: quando, come e in che termini i cittadini si possono dire “proprietari” dello Stato? Una gestione collettiva non è sinonimo di una gestione democratica. Lo Stato socialista dovrebbe essere la concretizzazione della democrazia e lo sbocco delle istanze individuali, non la soppressione leviatanica delle stesse in virtù di un benessere collettivo impersonale. Il rischio costante di ogni socialismo, mano a mano che viene concretizzata l’inclusione di settori sempre più ampi della società nei processi decisionali che governano il tessuto produttivo, è e sarà sempre il positivismo di Stato.

È d’obbligo chiarire che non si vuol fare critica storica o comunque politica: l’obiettivo del testo è fornire alcuni spunti per una rifondazione teorica, mentre sta agli storici e ai politologi valutare il grado di democraticità delle esperienze di socialismo reale. In chiusura, semmai, è utile rimarcare il senso teorico che anima l’idea della rifondazione: il principio democratico, che aleggia nella Storia già da prima della Rivoluzione Francese, è stato progressivamente esteso dai movimenti liberali borghesi all’intera popolazione nella sua veste pubblica, astratta, giuridica, cittadina. Il socialismo sarebbe dunque il semplice avanzamento del processo di democratizzazione, entro una filosofia della storia che però non preveda alcuna garanzia metafisica né alcun divario qualitativo, ma la cui direzione è data, volontaristicamente in senso lato, dagli stessi uomini, nella generale ottica di una riformulazione del Soggetto Storico che, senza mai prescindere dalla sua collocazione ad un dato grado di sviluppo della Storia stessa, sia libero da ogni suggestione non solo finalista o generalmente determinista ma anche beceramente soteriologica. Purtroppo o per fortuna, nella Storia non c’è posto per alcuna mistica della salvezza.


[i] Slavoj Zizek: Don’t act. Just Think | Big Think

[ii] “Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista è tenuto ad appoggiare incondizionatamente tutte le repubbliche sovietiche

[iii]Intervento all’Università di Urbino, 6 Dicembre 2017

[iv] “La fine della Storia e l’ultimo uomo”, F. Fukuyama. Rizzoli, 1992

FacebookTwitterWhatsAppTelegramCopy Link

Di:




Un pezzo mancante del marxismo

Un pezzo mancante del marxismo

di Bruno Jossa

1. Un tema che Marx non ha chiarito abbastanza e su cui i marxisti non sono ancor oggi concordi è quale sarà il nuovo modo di produzione che emergerà dalle ceneri del capitalismo.

Il materialismo storico sostiene che l’economia determina fondamentalmente la politica e che il processo storico non avviene in modo continuo (come prima di Marx abitualmente si credeva), ma attraverso una successione di modi di produzione, ciascuno dei quali nasce, cresce e muore, secondo regole che gli studiosi sono tenuti a spiegare.

Nella visione di Marx i modi di produzione sono i seguenti. Finora abbiamo avuto il modo di produzione antico, il feudalesimo e il capitalismo e a essi seguiranno il socialismo e il comunismo. Per molto tempo, tuttavia, i marxisti hanno pensato che per socialismo dovesse intendersi la pianificazione centralizzata. E, dato che le esperienze di pianificazione centralizzata che si sono avute in Unione sovietica e altrove sono state fallimentari, oggi i marxisti non sono più concordi nel dire se dopo il capitalismo ci sarà un nuovo modo di produzione e quale esso sarà, sicché oggi è corretto dire che nel marxismo quale sarà il futuro dopo il capitalismo è un pezzo di teoria mancante.

2. Nella mia opinione, il modo di produzione che si avrà dopo il capitalismo è un sistema d’imprese gestite dai lavoratori in un’economia di mercato. Questo è un sistema per il quale si può dire che in esso è il lavoro che assume capitale e che realizza, pertanto, rispetto al capitalismo, un capovolgimento del rapporto capitale/lavoro. Ciò consente di parlare a riguardo di rivoluzione.

Ma perché Marx non individuò in un sistema d’imprese gestite dai lavoratori il nuovo modo di produzione che avrebbe sostituito il capitalismo? Un sistema d’imprese gestite dai lavoratori elimina lo sfruttamento e, data l’importanza che Marx attribuì alla teoria del valore lavoro e alla connessa idea di sfruttamento, non è facile capire perché egli non disse con chiarezza che un sistema d’imprese gestite dai lavoratori sarebbe stato il nuovo modo di produzione post-capitalistico.

Sulle imprese cooperative Marx, è vero, una volta ha scritto: «Queste fattorie mostrano come, ad un certo grado di sviluppo delle forze materiali di produzione, e delle forme sociali di produzione a esse corrispondenti, si sviluppa un nuovo modo di produzione… Le società per azioni capitalistiche come le imprese cooperative dovrebbero esser viste come forme di transizione dal modo capitalistico di produzione a quello associato».

Ma perché, allora, il Marx anziano non fu più convinto che un sistema d’imprese cooperative fosse il nuovo modo di produzione che avrebbe sostituito il capitalismo? Dopo la Comune di Parigi del 1870, infatti, è noto, che egli cominciò a perdere fede in un movimento che in precedenza indubbiamente aveva considerato come un nuovo modo di produzione. Questo cambiamento, in parte, fu causato da un calo nel livello di performance delle cooperative e dalla convinzione che il movimento non era stato all’altezza delle aspettative. Bernstein, per esempio, era convinto che le cooperative di produzione non avevano futuro. Ma il problema è ancora poco chiaro. E ciò spiega perché per tanto tempo si è creduto che il socialismo fosse la pianificazione centralizzata.

In Il Ponte, 22 giugno 2020




Destra su destra

Socialismo

di Marcello Rossi

Giornali e televisioni nell’ultimo
scorcio di campagna elettorale hanno insistito giorno dopo giorno
sull’idea che le elezioni regionali – e in particolare quelle
dell’Emilia-Romagna – sarebbero state un banco di prova fondamentale per
le sorti del governo. Banco di prova se Salvini avesse vinto perché, se
il Pd di Bonaccini avesse mantenuto le posizioni, nel governo nulla
sarebbe cambiato. E così è avvenuto. Tuttavia, a scanso di equivoci, le
quattro “forze” di governo – o meglio, le quattro “debolezze” – di
fronte alla possibilità che la Lega si impadronisse dell’Emilia-Romagna
hanno da subito sostenuto che una cosa erano le elezioni regionali,
altra cosa le nazionali e si sono aggrappate alla regola secondo cui,
finché il governo ha in parlamento la maggioranza, il governo è in
carica e la Costituzione è rispettata.

Questo uso disinvolto della Costituzione che privilegia la forma sulla sostanza mi riporta a un famoso discorso di Calamandrei[1]. Scriveva il Nostro, riferendosi all’uso sui generis che la Democrazia cristiana faceva della Costituzione: «la maggioranza democristiana, magnitudine sua laborans,
è stata portata dalla sua stessa onnipotenza schiacciante a
identificare la Costituzione con se medesima; le sorti della
Costituzione colle sue proprie sorti elettorali. […] E allora la
conclusione, prima appena sussurrata, poi in questi ultimi tempi
apertamente proclamata, è venuta da sé: non è il governo che deve
adattarsi alle esigenze della Costituzione, è la Costituzione che deve
conformarsi alle esigenze di questo governo. […] Questa non è la
Costituzione fatta dal popolo italiano per il popolo italiano: questa è
la Costituzione fatta perché la maggioranza democristiana possa
continuare per omnia saecula a rimaner maggioranza. […] È stato
detto che la schiettezza di una democrazia è data dalla lealtà con cui
il partito che è al potere è disposto a lasciarlo: la lealtà del giuoco
democratico è soprattutto nel suo “saper perdere”. Ma la democrazia
diventa una vuota parola quando il partito che si è servito dei metodi
democratici per salire al potere è disposto a violarli per rimanervi […]
anche quando nel paese sia diventato minoranza».

«Durare» – diceva Calamandrei – è
l’obiettivo della Democrazia cristiana, e durare è la speranza
dell’attuale governo: durare per rinnovare le oltre trecento nomine di
enti pubblici che sono in scadenza e durare per eleggere nel 2023 un
“adeguato” presidente della Repubblica che, a stare a quanto circola
negli ambienti romani della politica, potrebbe essere o Prodi o Draghi.
C’è di che preoccuparsi!

Ma il risultato dell’Emilia-Romagna ha
come corollario il “durare” di cui sopra e anche molto di più. Nel
popolo della sedicente “sinistra” è tornata la speranza che il Pd sia
finalmente uscito dalla crisi. Prodi a un giornalista di «La 7» ha detto
che finalmente «il centrosinistra può rifarsi l’anima»: una
dichiarazione sibillina, ma che sembra riproporre l’idea di un nuovo
“Ulivo”. E non solo Prodi insiste su questa soluzione. Zingaretti con
tutta quanta la segreteria del partito – che poi è fondamentalmente in
mano a Franceschini, un politico che con la sinistra ha poco da spartire
– rilancia l’idea di un nuovo Pd – nuovo forse anche nel nome – tanto
che si rischia il ripetersi di qualcosa di simile alla Bolognina di
Occhetto. D’altronde anche a latere del Pd si parla di una
«sinistra plurale» che, a ben riflettere, è un ossimoro perché se
“plurale” significa che in “molti” e “diversi” dovranno entrare in
questa compagine, a che titolo si può parlare di sinistra? I molti e
diversi – i “plurali” – dovranno mantenere la loro identità, oppure, per
unirsi, dovranno tutti fare un passo indietro? E cioè: gli ex comunisti
dovranno essere meno comunisti, gli ex democristiani meno
democristiani, i laici meno laici? Da tutti questi meno dovrebbe derivare, per un mistero dell’alchimia politica, la futura “sinistra plurale”.

Ma la sinistra plurale può essere una
grande idea se “plurale” si declina all’interno del socialismo. Mi
spiego: oggi la sinistra può rinascere solo se si identifica con il
socialismo e nel socialismo c’è una pluralità di posizioni che va
riportata in auge raggiungendo una sintesi. Lo si potrà fare mettendo da
parte ogni velleità di nuovismo e studiare seriamente il socialismo del
XIX secolo e gli sviluppi che questo ha avuto nel XX secolo per mettere
a fuoco il modo in cui si dovrà caratterizzare il socialismo “plurale”
del XXI secolo.

Un socialismo che – secondo un’immagine
di Walter Binni – «proponendosi obbiettivi radicali da un punto di vista
sociale (socializzazione dei mezzi di produzione, messa in discussione
della proprietà privata nel momento in cui essa assum[a] l’aspetto di
sfruttamento dell’uomo sull’uomo), permett[a] una circolazione di
libertà, in qualche modo una nuova libertà»[2].
E ancora prima Carlo Rosselli, sempre nell’idea di caratterizzare il
socialismo, scriveva: «Non si tratta qui di proporre una nuova
terminologia di partito. Si tratta semplicemente di ricondurre ai suoi
principi e alle sue origini toriche e psicologiche il movimento
socialista. Si vuol semplicemente dimostrare come il socialismo, in
ultima analisi, sia la filosofia della libertà». E inoltre: «In nome
della libertà, per assicurare una libertà effettiva a tutti gli uomini e
non soltanto a una minoranza privilegiata, i socialisti reclamano la
fine dei privilegi borghesi. In nome della libertà chiedono una più
giusta distribuzione delle ricchezze e l’assicurazione per tutti d’una
vita degna di questo nome. In nome della libertà parlano della
sostituzione del principio egoista nella direzione della vita sociale
con il principio collettivo»[3].

Anche Aldo Capitini è su questa
lunghezza d’onda: «Secondo me il liberalsocialismo deve essere il
lievito della trasformazione sociale e una luce critica gettata sulle
posizioni di sinistra […]. Per far questo bisogna assimilare pienamente
l’esigenza socialista, cioè la compresenza reale dell’umanità
lavoratrice, come soggetto della storia, come proprietaria dei mezzi di
produzione, come avente nei suoi membri uguali possibilità di benessere,
di sviluppo, di cultura, di fruizione dei beni della civiltà. […] Il
socialismo, presenza effettiva del coro; la libertà continuo punto di
arrivo, cioè melodia del coro stesso. Il socialismo come effettiva
democrazia non solo politica, ma anche economica; la libertà come
liberazione spirituale»[4].

Binni, Rosselli, Capitini: tre esempi di sintesi di una pluralità nel socialismo.

Ma possiamo proporre il socialismo a
chi, con una posizione che ha un chiaro retrogusto di destra, si
dichiara né di destra, né di sinistra; a chi è nato proprio per
distinguersi dall’ala sinistra del Pd (ammesso che esista); a chi, in
una crisi profonda di identità, non va oltre una vaga e inconcludente
idea di riformismo?

Il socialismo è altra cosa.

[1] P. Calamandrei, Incoscienza costituzionale, «Il Ponte», n. 9, settembre 1952.

[2] W. Binni, La tramontana a Porta Sole, Firenze, Il Ponte Editore, 2017, p. 168.

[3] Cfr. E. Lussu, Alcuni ricordi su Carlo Rosselli, «Il Ponte», n. 6, giugno 1947, p. 511.

[4] A. Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa, Firenze, Il Ponte Editore, 2018, pp. 14 e 16.

3 Febbraio 2020 pubblicato da Il Ponte




Dalla Resistenza alla Costituzione: legittimazione di un progetto di libertà e uguaglianza.

Pubblichiamo qui la “postfazione” di Paolo Solimeno al volume di Renzo Forni e Francesca Giovannini “Antifascisti e Partigiani di Impruneta – storie, testimonianze e documenti inediti”, Florence Art Edizioni, presentato il 24.10.2019 alle 17.30 nella Sala del Gonfalone della Regione Toscana, via Cavour 4, a Firenze.

La rifondazione dello stato e della società dopo la caduta della dittatura fascista e la fine della II Guerra Mondiale è avvenuta in un clima al contempo drammatico e felice: sulle macerie della guerra si percepiva l’obbligo morale di distinguersi dal passato di repressione e violenza del regime e la libertà di farlo con la guida di un’umanità nuova, emersa durante gli anni della Resistenza, unita da un nemico comune che non era solo un esercito invasore, ma l’esperienza di una sudditanza.

Alla formale caduta del fascismo decretata dal voto al Gran Consiglio del 25 luglio 1943 – cui seguirà la nomina immediata da parte del Re del maresciallo Pietro Badoglio a capo del governo che si affretta a dichiarare che “la guerra continua” – segue l’armistizio dell’8 settembre che finalmente dichiara cessate le ostilità contro gli Alleati.

Lo Stato si ritrae, emerge una moltitudine che sarà presto capace di acquistare una legittimità formale e morale, ma intanto alcuni giuristi dubitano: Santi Romano, fra i massimi giuristi del tempo, nel 1944 accusa i partiti antifascisti di creare instabilità, uccidere e perseguitare gli avversari, di non avere infine legittimità, in quanto responsabili del gesto rivoluzionario, nel dettare norme giuridiche1. Intanto altri scriveva, dopo aver passato in rassegna le forze della resistenza nell’Europa occupata dai nazisti, “che cosa vogliono questi uomini? Per che cosa combattono? Vogliono tutto ciò che il fascismo e il nazismo non sono. Libertà, giustizia, pace, fraternità, patria, ecco le parole che risuonano in fondo a tutti i cuori dei combattenti”2
Si trova infatti nella “scelta”
3 dei partigiani che sono per la democrazia e contro il nascente fascismo, in qualche caso sin dal Biennio rosso del 1919-21 e della reazione alle prime violenze fasciste, ma soprattutto nella scelta di quanti prendono le armi l’estate del ’43 dopo la caduta del fascismo (e la scelta cruciale sta qui nel rifiutare il reclutamento della Repubblica Sociale di Salò) il gesto collettivo che fonda un nuovo ordine morale e costituzionale.

Tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 il re a Brindisi e il redivivo fascismo della Repubblica di Salò esercitano una sovranità solo formale, di fatto domina a Nord l’occupazione nazista, a Sud l’esercito degli Alleati. Anche i Comitati di Liberazione Nazionale (nati già il 9 settembre ’43) sembrano raccogliere una legittimazione dal basso, dalle vicende individuali della resistenza di singoli contro il nazifascismo, e fra i Comitati di Liberazione è da sottolineare l’indipendenza e autonomia del Comitato Toscano che, oltre ad essere come gli altri organismo di direzione della resistenza, si impose, senza intermediari, come struttura di governo del territorio liberato dall’occupazione nazifascista. Tra il 1943 e il 1945 ci sarebbe solo la sovranità individuale dei partigiani che hanno impugnato le armi per riempire il vuoto della sovranità aperta dallo sprofondamento dello Stato fascista; e qui starebbero le fondamenta del nuovo patto di cittadinanza secondo un recente saggio4, una cesura imposta da una moltitudine che insorge e crea una legittimità del nuovo agire giuridico. E solo in un secondo tempo si organizzeranno i partiti, fino ad arrivare al momento elettorale del 2 giugno 1946 in cui si votò il referendum fra monarchia e repubblica e si elesse l’Assemblea costituente già prevista dal Decreto luogotenenziale del 25 giugno 1944; sul momento partitico, nato dai CLN, come unico davvero legittimante poneva invece l’accento la produzione giuridica tradizionale, primo fra tutti Costantino Mortati già nel 1945.

Nell’assemblea costituente, eletta con sistema proporzionale, prevalsero i tre grandi partiti di massa: la Democrazia Cristiana col 35% dei voti, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (20,68%) ed il Partito Comunista Italiano (18,93%); pochi i voti alla destra (Liberali, Qualunquisti, Monarchici e UDN), pochissimi al Partito d’Azione (1,45% e 7 seggi).

I lavori della costituente, composta da 556 parlamentari, durarono quasi 18 mesi eleggendo al proprio interno una Commissione di 75 membri incaricata di redigere il testo della Carta; questo fu proposto a gennaio 1947 all’assemblea generale per la discussione e sarà approvato il 22 dicembre 1947 con 458 voti a favore su 520 votanti (88% di consensi).

La nostra Costituzione è il frutto del confronto5 tra diverse culture politiche, socialista e comunista, liberaldemocratica e cristiano sociale. Tutte dettero un contributo importante, ma riuscendo a generare un “compromesso” fra le diverse ispirazioni dei partiti che le esprimevano: i “partiti totali” esaltati da Mortati riuscirono cioè ad esprimere una volontà comune, non restarono parti, espressione di ideologie o interessi di classe, ma disegnarono un comune principio costituzionale6.

Le premesse ideologiche del confronto posero sul piatto la tendenza operaista e statalista delle culture socialiste e marxiste, quella derivante dalla rivoluzione francese, ma aggiornata dalla sensibilità sociale e dell’equilibrio fra diritti sociali e di libertà, della cultura liberaldemocratica (e liberalsocialista) e quella del rispetto della persona e delle formazioni sociali della formazione cristiano sociale, la più recente nell’espressione partitica. Ma la sintesi è un passo avanti, non un collage.

La nostra costituzione si presenta anzitutto come una delle più avanzate espressioni del costituzionalismo democratico il cui paradigma sta nel riconoscere la rappresentatività delle istituzioni, strumento di espressione della sovranità popolare, e la piena affermazione e tutela sia dei diritti di libertà che dei diritti sociali; ma nella particolare declinazione della “democrazia sociale” che è insieme uguaglianza sostanziale, progetto di trasformazione e partecipazione popolare. E si consegna al legislatore ordinario, alle maggioranze future, non solo un vincolo procedurale e formale secondo il quale la legge è tale se approvata dalla maggioranza dei parlamentari eletti e promulgata dal Presidente della Repubblica, ma anche un vincolo di contenuto7: la Costituzione, quale norma sovraordinata e primaria, definisce e tutela principi e diritti fondamentali e garantisce la loro inviolabilità.

Fra i diritti e vincoli di maggior rilievo c’è il riconoscimento dei diritti fondamentali ed il principio di solidarietà (art. 2), completato e specificato da molti richiami della prima parte, dalla libertà personale dell’art. 13 (baluardo contro ogni repressione poliziesca) al diritto di espressione del pensiero dell’art. 21 (una delle tante antitesi rispetto al regime fascista del pensiero unico); l’uguaglianza formale dell’art. 3 (I comma, principio essenziale, se inteso come divieto di discriminazioni ed insieme alla tutela della dignità della persona) e quella sostanziale (al II comma che supera l’astratta uguaglianza dei soggetti di diritto per imporre alla repubblica il compito di realizzare il pieno sviluppo della persona mediante l’abbattimento degli ostacoli economici e sociali: una trasformazione sociale, se non una rivoluzione). Nei rapporti economici (Titolo III della I parte) si trovano poi precetti che disegnano da un lato il primato dei diritti sociali, una radicale innovazione delle costituzioni del XX secolo – il diritto alla salute, all’istruzione, il diritto ad un lavoro adeguatamente retribuito e alle prestazioni a sostegno del lavoratore inabile – non subordinati a vincoli economici e fonte anzi di indirizzo di politica economica (fino a stabilire un regime misto, di intervento in prima persona dello Stato nell’economia, non come mero regolatore), e limite e funzione delle libertà economiche (imprenditoriale, art. 41) e della proprietà (art. 42); dall’altro il ruolo dello stato di protagonista della vita economica nazionale: è titolare d’imprese e proprietà, le acquisisce nell’interesse generale (art. 43), e “riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende” (art. 46).

Un veloce sguardo alla II Parte ci mostra il disegno istituzionale incentrato sul primato del parlamento: la Carta è scritta da partigiani ed esuli, minoranze perseguitate che si fanno maggioranza costituente, da giuristi amanti delle libertà politiche e civili e anche perciò è attenta all’equilibrio fra i poteri, alla centralità del parlamento; e costruisce ad esempio l’originale figura di un presidente della repubblica che, pur privo di poteri interdittivi, ha strumenti di persuasione e poteri di nomina che gli consentono di esercitare il ruolo di garante della legalità costituzionale; ruolo che in modo più diretto, ma solo eventuale, se investita dagli altri organi, svolge la Corte costituzionale.

La Costituzione ha dovuto subito affrontare il dibattito sull’effettiva vigenza delle sue norme: prima negata dalla Cassazione, presto prevalse l’affermazione da parte della Corte costituzionale (con la prima sentenza del 1956; in dottrina V. Crisafulli) dell’immediata e indistinta cogenza sia delle norme “precettive”, sia delle norme “programmatiche” (da attuare con legislazione ordinaria) di ogni disposizione della Costituzione.

Ma la Carta è stata, sin dalla sua entrata in vigore, oggetto di contesa fra le forze politiche: l’unica stagione di attuazione deve purtroppo circoscriversi agli anni 1962-1978 durante i quali, compiendo una notevole stagione culturale e politica, si nazionalizza l’energia elettrica L. 1643/1962, si innova la disciplina dei licenziamenti Legge 604/1966, si introduce il divorzio L. 898/1970, si approva lo statuto dei lavoratori L. 300/1970, si regola il referendum abrogativo L. 352/1970, si approva l’ordinamento regionale L. 281/1970, si riconosce il diritto all’obiezione di coscienza L. 772/1972, si approva il nuovo diritto di famiglia L. 151/1975, si regola l’interruzione volontaria della gravidanza L. 194/1978, si istituisce il finanziamento pubblico dei partiti L. 195/1978, il trattamento delle malattie mentali L. 180/1978, il servizio sanitario nazionale L. 833/1978: questi sono alcuni dei momenti attuativi della costituzione, vere e proprie “riforme” del nostro ordinamento giuridico8, che talvolta rimossero disposizioni di matrice liberale o fascista nettamente in contrasto con la carta del 1948, ma più spesso introdussero diritti e tutele funzionali alla realizzazione dei principi di uguaglianza, solidarietà sociale, libertà.

Subito dopo la stagione delle riforme è iniziata una lunga fase di “congelamento”9cui sono seguiti tentativi di modifica formale di parti anche ampie della Costituzione, soprattutto della II parte. Peraltro si è arrivati solo alla approvazione parlamentare dei progetti del centrodestra nel 2005 (che avrebbe introdotto un radicale decentramento, di “devolution”, e un forte squilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo) e del centrosinistra nel 2015 (che avrebbe concentrato il potere legislativo nella sola Camera dei deputati in dialogo stretto con il governo, riducendo il Senato a fioca voce delle autonomie locali); entrambi questi due tentativi di modifica sono stati bocciati, nel 2006 e nel 2016, dal referendum confermativo previsto dall’art. 138 Cost. dimostrando da un lato una inaspettata tenuta della Costituzione nel sentimento popolare, dall’altro una intima debolezza dei tentativi di modifica promossi da maggioranze governative che vogliono ridurre la matrice pluralista e parlamentarista della Costituzione.

La sfida dei prossimi anni, dopo un progressivo indebolimento delle istituzioni rappresentative a favore degli esecutivi ed un diffuso sacrificio dei diritti sociali per perseguire obiettivi di stabilità finanziaria e monetariaa, sembra che sarà l’impegno per l’attuazione della nostra costituzione nel nostro ordinamento e nella definizione del contenuto degli ordinamenti sovranazionali10.

1S. Romano, Rivoluzione e diritto, 1944, in Frammenti di un dizionario giuridico, 1947.

2C. L. Ragghianti, articolo sulla Libertà dell’estate 1944, periodico toscano del Partito d’Azione.

3Il saggio tuttora più ampio e meditato sulla “scelta” ritengo sia Una guerra civile – saggio storico sulla moralità nella resistenza di Claudio Pavone, 1991.

4G. Filippetta, L’estate che imparammo a sparare, Storia partigiana della Costituzione, 2017.

5L’alto dibattito si può leggere negli Atti dell’Assemblea consultabili in rete su archivio.camera.it

6Vedi il saggio di M. Fioravanti Il compromesso costituzionale, Il Ponte, aprile 2009. Cfr. anche l’emblematico “rifiuto” del concetto di compromesso di P. Togliatti, Discorsi alla costituente, 1973, pag. 9.

7L. Ferrajoli, La democrazia costituzionale, 2016.

8Vere “riforme”, attuazione della costituzione, ancorate al concetto di “riformismo” che indica un progresso nell’organizzazione economica e sociale che interviene sul sistema capitalistico senza abbatterlo, come invece farebbe la rivoluzione; saranno poi chiamate spesso riforme anche le involuzioni neoliberiste che si produrranno non solo in Italia dagli anni ’90 in poi, in specie privatizzazioni, deregolamentazioni, rimozioni di diritti sociali faticosamente conquistati nei decenni precedenti.

9Dopo il “congelamento” del periodo 1948-1956, quando iniziò ad operare la Corte costituzionale, si può dire tale anche il ventennio 1980-2001 in cui si arrestò il processo riformatore e si avviarono, sulla spinta del neoliberismo angloamericano, riforme reazionarie in molti campi.

10A. Algostino, Democrazia sociale e libero mercato: Costituzione italiana versus “costituzione europea”?, in Costituzionalismo.it, saggio n. 243, 2007.

__________________________________

Abstract del volume:

Alla vigilia del 75° anniversario della Liberazione di Firenze, la Sezione ANPI di Impruneta ha raccolto le storie di coloro, antifascisti e partigiani imprunetini, che negli anni della dittatura e della guerra furono protagonisti. Il volume è il risultato di un’approfondita ricerca condotta principalmente all’interno dell’Archivio dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea – nell’Archivio del Comune e nella sezione “Casellario Politico Centrale” dell’Archivio Centrale dello Stato – che ha permesso di ricavare i nomi degli antifascisti imprunetini che durante il Ventennio furono inseriti nella lista del casellario, lo strumento per la schedatura di massa dell’allora governo fascista e dei partigiani del territorio ai quali, alla fine della guerra, fu ufficialmente riconosciuto il ruolo avuto nella lotta di Liberazione.

Il volume infatti, oltre a inquadrare Impruneta all’interno del contesto storico e sociale del periodo di riferimento raccontando gli anni del Ventennio, l’organizzarsi dell’attività antifascista e la Resistenza, si arricchisce delle biografie dei cittadini che si opposero al fascismo e alla dittatura e dei partigiani che combatterono la guerra di Liberazione, raggiungendo, subito dopo l’8 settembre 1943, le prime bande armate che si erano rifugiate nelle zone boscose e montuose del preappennino e della Toscana centrale.

La memoria e i ricordi della comunità hanno consentito la restituzione di storie di vita e hanno dato la possibilità di omaggiare coloro che, a rischio della propria vita, continuarono ad affermare le proprie idee non abbracciando l’ideologia fascista, nonostante per anni avessero subito, intimidazioni, arresti e vessazioni di ogni genere. Attraverso queste biografie e le vicende dello specifico contesto locale, emergono gli aspetti più drammatici del sistema repressivo del fascismo e del regime che hanno riguardato la storia nazionale e anche i percorsi personali di chi scelse di opporsi.

Questa pubblicazione restituisce infine un pezzo di storia del territorio di Impruneta negli anni della dittatura e della guerra fino ai mesi della Liberazione contro il nazifascismo, un tassello quindi del più ampio quadro complessivo della Resistenza fiorentina, fondamentale non solo per conoscere il nostro passato, ma anche per affrontare con maggiore consapevolezza il nostro presente.




Orientarsi, dal basso

Orientarsi, dal basso

Studenti

di Lanfranco Binni

L’egolatria “machiavellica” («Machiavelli, chi era costui?») del vendicativo serial killer di Rignano e le sceneggiate nazional-sottoproletarie del capobranco di Pontida non bastano a spiegare una non troppo evidente tendenza in corso. Il disegno renziano: dopo aver spinto Zingaretti al governo con M5S e LeU, uscito dal Pd in posizione di forza parlamentare, commissariare il partito dall’esterno e dall’interno (lasciando nel Pd i basisti di una scissione in futuro più ampia nei gruppi dirigenti), rompere definitivamente con la sinistra cattolica ed ex comunista del partito e riesumare in condizioni nuove, al “centro” dello schieramento politico, il progetto del Partito della Nazione («né di destra né di sinistra») già sperimentato con il patto del Nazareno. La prospettiva è un nuovo bipolarismo Renzi-Salvini che trovi nel fascio-leghismo un utile competitor mediatico. Il recupero elettorale di parte della base disorientata del Pd, prigioniera inerte dell’antico mito del “partito”, e il logoramento dell’area (parlamentare e non solo) del M5S attraverso astute schermaglie politiciste, sono i due corollari principali del disegno renziano. La cooptazione immediata nei gruppi parlamentari renziani di una senatrice di Forza Italia, i contatti in corso (noi non abbiamo le prove ma sappiamo che… ) tra il “centrista” Berlusconi e il suo allievo più promettente, il salvataggio dall’arresto di un deputato di Forza Italia grazie ai voti dei franchi tiratori renziani, sono tutti segnali di una tendenza in corso, a tempi accelerati. E una presunta area di centro democristiano sta concentrando gli oscuri desideri di tutte le forze politiche “a sinistra” del fascio-leghismo.

Lo “scampato pericolo” dalla deriva leghista del governo gialloverde, salutato per ragioni di “stabilità” dai mercati finanziari e da un’Unione europea indebolita da prospettive economiche di stagnazione e recessione, lascia intatte tutte le ragioni strutturali della crisi di sistema di cui la vicenda politica del governo è soltanto un aspetto parziale e di superficie. Crisi economica di un capitalismo manifestamente insostenibile, in posizioni marginali nello scenario della globalizzazione finanziaria che cerca scampo in politiche di guerra economica e militare in un pianeta devastato; crisi culturale di un modello di sviluppo che non produce “crescita” ma soltanto disuguaglianze intollerabili e crescenti povertà, rendendo impraticabile ogni illusoria ideologia consumistica e ponendo in primo piano la minaccia concreta di un cambiamento climatico mai affrontato dai governi; crisi politica della democrazia rappresentativa in un confronto drammatico tra gruppi oligarchici e interi settori di popolazione abbandonati alle miserie della discarica sociale; crisi demografica di un paese sempre più vecchio e incapace di rinnovarsi, di nuovo soggetto attivo di emigrazione; crisi geopolitica di un paese privo di sovranità nazionale, marginale in Europa e al servizio delle politiche del governo supremo della Nato.

È su questi terreni che dovrà misurarsi il nuovo governo M5S-Pd-LeU, in un quadro di aspre contraddizioni politiche e di limitate possibilità economiche che richiede scelte strategiche molto precise nel breve e nel medio periodo. Nell’area di governo coesistono storie e visioni politiche molto diverse, e la sua esperienza sarà inevitabilmente di “transizione”. Il M5S dovrebbe aver imparato qualcosa dalla fallimentare esperienza di governo con la Lega, ma i suoi “temi” (il taglio del numero dei parlamentari con la motivazione risibile di un risparmio economico, il ripetutamente affermato atlantismo in politica estera, una visione della “democrazia diretta” come questione puramente tecnologica, il mito dei capitalisti dal volto umano, l’ossessione compulsiva del dichiararsi «né di destra né di sinistra») sono segnali di un’inconsapevolezza politica perdonabile all’inizio della sua esperienza ma oggi insostenibile. Il movimento non è mai sceso sul terreno di una pratica sociale ispirata ai principi e ai metodi della democrazia dal basso, non si è mai confrontato seriamente con la storia delle tradizioni democratiche e socialiste di questo paese. Senza questo passaggio necessario, il movimento si chiuderà nella sfera assediata della “politica” di sistema; l’unica alternativa sarebbe aprirsi con decisione al lavoro politico di massa, per confrontare le idee con la prassi e costruire processi. E non basta, per sopperire al troppo debole radicamento nei territori, un’apertura elettoralistica alle liste civiche. I prossimi mesi saranno decisivi, un ultimo appello, per le sorti del movimento.

Il Pd di Zingaretti è oggi commissariato e ricattato dal nuovo partito di Renzi. Saprà costruirsi una credibilità di sinistra, in discontinuità con le derive neoliberiste degli ultimi decenni? Saprà trovare un ruolo di partito di sinistra nella società? E saprà LeU riattivare processi politici nella realtà sociale? Imprese ardue. Eppure dovrebbe essere chiaro al M5S, al Pd e a LeU, impegnati nella nuova esperienza di governo, che non solo di governo si tratta. In una crisi di sistema, ogni governo è comunque un aspetto parziale del sistema in crisi, e ne fa parte. Fuori dall’area di governo c’è la nota (in realtà, ignota) “prateria” delle classi pericolose che non si riconoscono nel sistema e non riconoscono i suoi riti di autoconservazione. Nella “prateria” ci sono i movimenti antisistema, di sinistra e di destra. Il nuovo governo è nato soprattutto come argine al populismo plebiscitario della Lega, per evitarne un probabile straripamento attraverso infauste elezioni anticipate. Gli attuali gruppi dirigenti della Lega sono l’esito di una lunga esperienza di governo a livello nazionale e locale in cui tutto si è intrecciato, dall’oltranzismo securitario alla chiusura identitaria, dalle complicità con il berlusconismo alle pratiche corruttive, dall’odio per gli stranieri alla giustizia fai da te. Ma è innegabile che nella crisi di un sistema politico ed economico che ha scaricato sulle classi subalterne le contraddizioni di problemi mai risolti (l’immigrazione, la precarietà, le crescenti povertà), la Lega abbia saputo intercettare settori consistenti di elettorato popolare (operai, artigiani, piccoli imprenditori) anche da settori di antica tradizione Pci. La collera sociale di questo elettorato che i vari governi di destra e di “sinistra” hanno abbandonato alle magnifiche sorti e progressive delle banche e del mercato, e di un’Unione europea che ne è fondamentalmente espressione, richiede attenzione e risposte, relazioni di pratica sociale per individuare le vere ragioni della collera, a riconoscere i veri nemici, a recuperare diritti negati. Questi settori popolari non possono essere lasciati nelle mani di un capobranco fascio-leghista. Svilupperà il nuovo governo politiche sociali conseguenti? Saprà fare politica in questa complessa, ma anche molto elementare, realtà? Come sarà affrontata la questione umana, politica, sociale e culturale, demografica, dell’immigrazione? Servono pensieri lunghi e visioni strategiche sul futuro di questo paese.

Democrazia e demofobia. La crisi attuale del sistema politico italiano è stata determinata dagli elettorati, di sinistra e di destra, che il 4 dicembre 2016 hanno bocciato (imprevedibilmente) la riforma anticostituzionale della banda Renzi, e alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno sconvolto il quadro istituzionale spingendo al governo, con grandi aspettative di cambiamento, il M5S (33% dei votanti, con un astensionismo in forte calo). Le successive elezioni amministrative, regionali e comunali, e le elezioni europee del 26 maggio di quest’anno, in presenza di un governo M5S-Lega di separati in casa sulla base di un “contratto” che ha velocemente rafforzato la politica di estrema destra della Lega e costretto il M5S in posizione subalterna nonostante alcuni tentativi positivi ma limitati sul piano delle politiche sociali, hanno aperto la voragine di una crisi democratica allarmante. Si è acceso un fuorviante dibattito, pompato dai media ma alimentato dalle forze politiche di governo e di opposizione, sui temi semplificati del “sovranismo” e del “populismo”: uno scontro di estrema violenza tra democrazia e demofobia, tra forze politiche assediate e “classi pericolose”. Il disprezzo degli elettorati del M5S e della Lega ha lavorato per Salvini, aumentando vorticosamente il consenso popolare alla sua propaganda xenofoba e razzista, rievocando scenari plebiscitari (i «pieni poteri» mussoliniani branditi come una clava su qualunque opposizione). Il resto è storia recente, ma la velocità degli eventi non deve rimuovere quanto è accaduto. La democrazia è la lotta per la democrazia, la demofobia è un vicolo cieco che produce involuzioni e arretramenti.

In una crisi di sistema così profonda e conclamata come nella situazione italiana il ruolo di un governo e del Parlamento è fortemente limitato, non certamente esclusivo; se poi la crisi assume il carattere di un’implosione nella ristretta area di governo, come sta accadendo in questi mesi, di governo in governo, la questione del potere si pone in altri termini nella società di tutti.

La sinistra italiana, che esiste e attraversa, con la sua storia e la sua presenza diffusa (nei movimenti sociali, nella pubblica amministrazione locale, nella scuola pubblica, in un’estesa galassia di formazioni politiche, e anche nelle aree elettorali delle forze dell’attuale governo) può e deve assumersi la responsabilità di spostare decisamente “in basso” il baricentro della società, per costruire dal basso e fuori dall’area di governo, in posizione di controllo critico e conflitto, reti sociali di autonomia e autorganizzazione, operando nelle comunità locali per costruire e organizzare società. Pratiche relazionali aperte, su ogni tema della reale situazione italiana. Questa sinistra diffusa, che è influente anche sul piano elettorale come ha saputo dimostrare con i suoi voti e le sue astensioni, dal referendum del 2016 a oggi, è determinante sul piano della costruzione di una democrazia ispirata ai principi dell’egualitarismo, del multiculturalismo e di un socialismo libertario forte delle esperienze socialiste, comuniste e libertarie del Novecento. In questo piano di realtà sono centrali pratiche di democrazia diretta, relazionale, sociale.

«Il Ponte», che su questi temi ha una storia lunga 75 anni (il prossimo numero della rivista, storico e antologico, ripercorrerà il percorso della rivista dal 1945 a oggi), è un cantiere aperto, oggi come ieri. Sul tema della democrazia diretta per il socialismo, per operare attivamente in ogni settore della società italiana, insistiamo con tenace convinzione. Oggi l’umanità è a un bivio: farsi distruggere dagli orrori di una storia che gronda sangue, oppure costruire – con alta visione e alta passione – realtà liberate dalla schiavitù economica, dall’isolamento dei sudditi, dai poteri oligarchici, rovesciando «dal basso» le piramidi sociali. Creare e organizzare società di tutti non è un’utopia, è una necessità. Ognuno, in ogni settore della società, si faccia centro di un processo corale (relazionale, sociale, culturale e politico), ognuno sviluppi il proprio potere per il potere di tutti.

Permettetemi un piccolo cortocircuito di memoria storica: lavorando con Antonio Resta alla pubblicazione del carteggio tra Aldo Capitini e Luigi Russo, abbiamo ritrovato un articolo che lo storico e critico letterario aveva pubblicato nel gennaio 1946 su due giornali del Partito d’Azione, «Non Mollare» e «L’Italia libera», dopo aver assistito a un incontro del Centro di orientamento sociale, nella rete dei Cos progettati e organizzati da Capitini subito dopo la liberazione di Perugia nel 1944, istituito a Firenze nel dicembre 1945. Invitato dall’animatrice del Cos fiorentino, Eleonora Benveduti Turziani, azionista e poi militante comunista, sindaco di Scandicci dal 1951, espulsa dal partito nel 1965 per frazionismo “filocinese”, Russo esprime tutto il suo ammirato stupore per il carattere geniale e assolutamente inedito della situazione a cui ha assistito. Il titolo dell’articolo è C.O.S., angelica e diabolica invenzione. Lo ripropongo integralmente, fa pensare. A proposito di democrazia diretta e indiretta.

Avevo sentito parlare del C.O.S., cioè del centro di orientamento sociale, alcuni mesi fa ad Arezzo, e il suo primo inventore e organizzatore sapevo che era Aldo Capitini, un mio amico perugino, filosofo e singolarissimo uomo, che ne dava l’esempio a Perugia, sua città natale, con crescente partecipazione ed entusiasmo del pubblico.

Che cosa è il C.O.S.? Il C.O.S. è un’invenzione quasi diabolica, se le invenzioni dei diavoli poi, nella loro forma più matura e più perfetta, non coincidessero con quelle degli angeli; quindi la diremo un’invenzione tanto diabolica quanto angelica. È un’invenzione pedagogicamente assai ingegnosa, perché abitua il popolo all’autogoverno, abitua la cittadinanza alla discussione e al controllo dei problemi cittadini, permette un onesto sfogo alle passioni e ai crucci che si accumulano nella nostra fantasia per essere troppo chiusa, quando sentiamo bisogno di prendercela con qualcuno, ci fa conoscere, apprezzare o disistimare i nostri amministratori o governanti, in una parola il C.O.S. è una trovata assai geniale perché ci si avvii verso le forme di democrazia diretta.

Per ora sappiamo poco dei confabulari, degli intrighi o delle nobili e appassionate discussioni che gli uomini preposti alla cosa pubblica fanno nelle segrete aule dei loro uffici; forse qualche usciere ne sa qualcosa più di noi di quello che avviene, mettiamo, negli uffici dell’Annona, nell’ufficio alloggi, negli uffici dell’Igiene o negli uffici del provveditorato agli studi, o di quelli del rettorato dell’università; ci dobbiamo attaccare all’usciere, per sapere una qualche cosa, per essere illuminati su qualche provvedimento, sul perché di certe proibizioni o di certi mancamenti, così come in tempo di guerra [Russo si riferisce alla Prima guerra mondiale] ci attaccavamo (ed eravamo ufficiali) al piantone del comando di reggimento, per sapere se la sera o l’indomani si doveva andare a morire o si poteva dormire ancora una notte tranquilli.

Queste forme di democrazia indiretta, in cui noi deleghiamo alcuni a governare la “res publica”, sono certo un progresso rispetto alle forme degli stati autoritari e delle amministrazioni paternalistiche; teoricamente siamo ammessi anche noi al governo e all’amministrazione della cosa pubblica, ma in pratica sono pochi, quei pochi delegati, che se ne occupano e sono addentro alle segrete cose. Gli altri stiamo a guardare come i pellegrini e non pellegrini affamati che si aggirano attorno ai ristoranti di lusso e si contentano delle luci e del fumo delle vivande. Le forme di democrazia indiretta svegliano l’appetito democratico, ma non lo soddisfano; bisogna passare dunque a forme di democrazia diretta.

L’altro giorno la signora Eleonora Turziani, organizzatrice animosa e delegata del C.O.S. per la città di Firenze, mi telefonò e mi disse: «Professore, venga a una seduta del C.O.S., non stia sempre sui libri, e vedrà che le farà bene alla salute». Ricordando che l’inventore dei C.O.S. era quel curioso uomo di Capitini, non me lo feci dire due volte e corsi in Via Ghibellina 101, al circolo dei Postelegrafonici. Mi ritrovai in un teatrino di provincia, affollato della gente più diversa, mamme e babbi piuttosto pensierosi, ciò che chiamò subito la mia simpatia, e vidi sul palcoscenico quattro ombre che ora sedevano e ora si levavano e, amichevolmente, cordialmente, rispondevano alle domande del pubblico. Di che cosa si discuteva? Si parlava di cose assai ghiotte, dei biscotti della salute, delle paste natalizie, e del latte che viene da Soresina.

Riconobbi tra le quattro ombre del palcoscenico due miei amici, Nello Traquandi [stretto collaboratore di Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini dalla metà degli anni venti], assessore dell’Annona, e il prof. Palazzo, sul quale piovevano le domande da tutte le parti, e qualcuna anche sciocca e presuntuosa. Io temevo per i nervi dell’inquisito, il quale, giovane e siciliano, poteva scattare da un momento all’altro; ciascuno fa la storia secondo le attitudini e le possibilità del proprio temperamento, e io vedo nervi e scatti dappertutto. Ma il prof. Palazzo non se ne dava per inteso; rispondeva calmo, scientifico, semplice e popolare, rispondeva anche a una guardia comunale, che interloquiva non come guardia ma come consumatore, e voleva sostenere, per me una cosa assai difficile, che col microscopio si poteva vedere e misurare quanta acqua il lattaio aveva immesso nel latte del suo bambino. E il prof. Palazzo a dirgli pazientemente che questo poi non era addirittura possibile.

Della pazienza di Nello Traquandi non mi sono sorpreso; all’agil parola degli interroganti, egli rispondeva col giro dei pazienti occhi, l’inquisito restava imperturbato, imperturbato e solenne come un’ermetica divinità antica. Ma il prof. Palazzo doveva levarsi ad ogni momento perché l’organizzazione dei suoi servizi si estende a tutta la provincia e le sue ramificazioni giungono fino a Cremona e aveva un bel da fare per accontentare i suoi esaminatori. Eppure non perdette mai la calma: vedi potenza dell’educazione e del costume democratico!

Da questo scorcio di impressioni, il pubblico avrà inteso che queste riunioni del C.O.S. sono come un piccolo e volontario parlamento comunale, in cui si discutono i varii problemi cittadini, e i magistrati della città, a turno, una volta la settimana sono invitati a rispondere alle domande dei cittadini. Prossimamente interverrà, a una seduta, anche il Prefetto. I magistrati sono gli inquisiti, e il pubblico è l’inquirente; ma debbo riconoscere che il galateo democratico si sviluppa non soltanto sulla pelle del magistrato, ma anche su quella dell’interpellante.

Una interpellanza, se è irragionevole e insulsa, viene condannata dai rumori unanimi della sala: l’esame di maturità amministrativa e politica non solo lo passa il magistrato, ma anche il cittadino che protesta. Ciascuno deve pensarsi, prima di aprire bocca. Pena il ridicolo; così ci si educa tutti alla responsabilità politica: avevo dunque ragione di dire che quella del C.O.S. è una trovata diabolica e insieme angelica.

Adesso due parole sull’inventore del C.O.S.: Aldo Capitini è un filosofo sui quarantacinque anni, che è stato alunno e poi segretario della Scuola Normale Superiore di Pisa. Costretto nel ’32 a prendere la tessera per la conservazione del suo ufficio, rifiutò la tessera e perdette l’impiego. Si ritirò tranquillamente a Perugia, in una cella campanaria, poiché suo padre faceva il campanaio del palazzo del comune, e in quella cella campanaria Capitini faceva le sue meditazioni, le sue ripetizioni private e anche le sue cospirazioni politiche. E si nutriva e continua a nutrirsi ancora oggi della santa povertà. È un mistico del ’200 che vive con pieno agio nel nostro ’900; ha tutte le virtù di un asceta laico, ed ha un solo grave difetto. Nei cibi e nelle altre cose non tocca carne; e su questo punto io e lui naturalmente non andiamo d’accordo. Ma per un padrone di casa è l’ospite ideale: a tavola non dà nessuna soggezione, perché, come Pier Damiano, con cibi di liquor di ulivi egli passa caldi e geli, contento ne’ suoi pensier contemplativi. Però tutti lo invitiamo a pranzo; si fa figura di persone ospitali, proprio con poco.

Però aggiungiamo che, per questo suo vivere sottile, Capitini ha anche ingegno così sottile e probabilmente un tantino malizioso: è filosofo angelo ma è anche un filosofo demonio. Questa del C.O.S. è una trovata assai geniale. I cercatori di cariche sono avvertiti: verrà un giorno in cui in tutte le città d’Italia funzioneranno questi piccoli parlamenti volontari e si farà a pugni per potervi entrare. Tutto sommato, in queste discussioni bonarie, e a tu per tu, ci si comincia a conoscere e a volersi più bene, s’imparano un mucchio di cose e si torna a casa con i nervi più pacati e più soddisfatti. Questo è il valore della democrazia diretta e però bisogna incoraggiarne le forme in tutti i modi.

L’invenzione «angelica e diabolica» dei Centri di orientamento sociale sperimentati da Capitini nell’immediato dopoguerra (ma ne avrebbe riproposto sistematicamente il senso e il metodo fino alla morte nell’ottobre del 1968) decostruiva concezioni politiche e poteri (economici, politici, sociali, culturali e religiosi), operando su un altro piano di realtà (aperta alla complessità, liberata “qui e ora”) e opponendo al primato dell’economia il ruolo determinante dell’ideologia, della visione del mondo, del libero sviluppo del potenziale umano. Il capitalismo terminale, sostiene Thomas Piketty nel suo ultimo lavoro, Capital et idéologie, non riesce più a giustificare le disuguaglianze su cui si fonda; la crisi è strutturale ma soprattutto ideologica e politica. Questa è la vera frontiera di lotta contro le catastrofi dei sistemi in crisi, il terreno principale e necessario delle alternative di sistema. Autonomia, autorganizzazione, nuova socialità, democrazia dal basso per un nuovo socialismo del XXI secolo coerentemente partecipativo, internazionalista e multiculturale. Lo scenario mondiale è in rapida trasformazione: la crisi dell’unipolarismo statunitense, il declino dell’Unione europea (ma l’Europa è un’altra cosa), il rafforzamento delle strategie della Repubblica popolare cinese e della Russia, la nuova centralità politica del continente africano, non disegnano soltanto un mondo fortemente e conflittualmente multipolare in cui tutto (sovranità nazionali, modelli di sviluppo economico, relazioni fra Stati) è in gioco, ma rivelano soprattutto il fallimento delle culture e delle politiche neoliberiste. Le drammatiche, evidenti, conseguenze dei cambiamenti climatici, provocati da un capitalismo predatorio e devastante, pongono la necessità urgente di radicali cambiamenti sociali e politici. L’Italia “atlantica” è inserita in questo scenario in movimento. Servono scelte radicali sui terreni della politica estera e delle politiche sociali, su cui si misureranno governi (tutti di transizione instabile) e società.

Print Friendly, PDF & Email