Dalla Resistenza alla Costituzione: legittimazione di un progetto di libertà e uguaglianza.

Pubblichiamo qui la “postfazione” di Paolo Solimeno al volume di Renzo Forni e Francesca Giovannini “Antifascisti e Partigiani di Impruneta – storie, testimonianze e documenti inediti”, Florence Art Edizioni, presentato il 24.10.2019 alle 17.30 nella Sala del Gonfalone della Regione Toscana, via Cavour 4, a Firenze.

La rifondazione dello stato e della società dopo la caduta della dittatura fascista e la fine della II Guerra Mondiale è avvenuta in un clima al contempo drammatico e felice: sulle macerie della guerra si percepiva l’obbligo morale di distinguersi dal passato di repressione e violenza del regime e la libertà di farlo con la guida di un’umanità nuova, emersa durante gli anni della Resistenza, unita da un nemico comune che non era solo un esercito invasore, ma l’esperienza di una sudditanza.

Alla formale caduta del fascismo decretata dal voto al Gran Consiglio del 25 luglio 1943 – cui seguirà la nomina immediata da parte del Re del maresciallo Pietro Badoglio a capo del governo che si affretta a dichiarare che “la guerra continua” – segue l’armistizio dell’8 settembre che finalmente dichiara cessate le ostilità contro gli Alleati.

Lo Stato si ritrae, emerge una moltitudine che sarà presto capace di acquistare una legittimità formale e morale, ma intanto alcuni giuristi dubitano: Santi Romano, fra i massimi giuristi del tempo, nel 1944 accusa i partiti antifascisti di creare instabilità, uccidere e perseguitare gli avversari, di non avere infine legittimità, in quanto responsabili del gesto rivoluzionario, nel dettare norme giuridiche1. Intanto altri scriveva, dopo aver passato in rassegna le forze della resistenza nell’Europa occupata dai nazisti, “che cosa vogliono questi uomini? Per che cosa combattono? Vogliono tutto ciò che il fascismo e il nazismo non sono. Libertà, giustizia, pace, fraternità, patria, ecco le parole che risuonano in fondo a tutti i cuori dei combattenti”2
Si trova infatti nella “scelta”
3 dei partigiani che sono per la democrazia e contro il nascente fascismo, in qualche caso sin dal Biennio rosso del 1919-21 e della reazione alle prime violenze fasciste, ma soprattutto nella scelta di quanti prendono le armi l’estate del ’43 dopo la caduta del fascismo (e la scelta cruciale sta qui nel rifiutare il reclutamento della Repubblica Sociale di Salò) il gesto collettivo che fonda un nuovo ordine morale e costituzionale.

Tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 il re a Brindisi e il redivivo fascismo della Repubblica di Salò esercitano una sovranità solo formale, di fatto domina a Nord l’occupazione nazista, a Sud l’esercito degli Alleati. Anche i Comitati di Liberazione Nazionale (nati già il 9 settembre ’43) sembrano raccogliere una legittimazione dal basso, dalle vicende individuali della resistenza di singoli contro il nazifascismo, e fra i Comitati di Liberazione è da sottolineare l’indipendenza e autonomia del Comitato Toscano che, oltre ad essere come gli altri organismo di direzione della resistenza, si impose, senza intermediari, come struttura di governo del territorio liberato dall’occupazione nazifascista. Tra il 1943 e il 1945 ci sarebbe solo la sovranità individuale dei partigiani che hanno impugnato le armi per riempire il vuoto della sovranità aperta dallo sprofondamento dello Stato fascista; e qui starebbero le fondamenta del nuovo patto di cittadinanza secondo un recente saggio4, una cesura imposta da una moltitudine che insorge e crea una legittimità del nuovo agire giuridico. E solo in un secondo tempo si organizzeranno i partiti, fino ad arrivare al momento elettorale del 2 giugno 1946 in cui si votò il referendum fra monarchia e repubblica e si elesse l’Assemblea costituente già prevista dal Decreto luogotenenziale del 25 giugno 1944; sul momento partitico, nato dai CLN, come unico davvero legittimante poneva invece l’accento la produzione giuridica tradizionale, primo fra tutti Costantino Mortati già nel 1945.

Nell’assemblea costituente, eletta con sistema proporzionale, prevalsero i tre grandi partiti di massa: la Democrazia Cristiana col 35% dei voti, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (20,68%) ed il Partito Comunista Italiano (18,93%); pochi i voti alla destra (Liberali, Qualunquisti, Monarchici e UDN), pochissimi al Partito d’Azione (1,45% e 7 seggi).

I lavori della costituente, composta da 556 parlamentari, durarono quasi 18 mesi eleggendo al proprio interno una Commissione di 75 membri incaricata di redigere il testo della Carta; questo fu proposto a gennaio 1947 all’assemblea generale per la discussione e sarà approvato il 22 dicembre 1947 con 458 voti a favore su 520 votanti (88% di consensi).

La nostra Costituzione è il frutto del confronto5 tra diverse culture politiche, socialista e comunista, liberaldemocratica e cristiano sociale. Tutte dettero un contributo importante, ma riuscendo a generare un “compromesso” fra le diverse ispirazioni dei partiti che le esprimevano: i “partiti totali” esaltati da Mortati riuscirono cioè ad esprimere una volontà comune, non restarono parti, espressione di ideologie o interessi di classe, ma disegnarono un comune principio costituzionale6.

Le premesse ideologiche del confronto posero sul piatto la tendenza operaista e statalista delle culture socialiste e marxiste, quella derivante dalla rivoluzione francese, ma aggiornata dalla sensibilità sociale e dell’equilibrio fra diritti sociali e di libertà, della cultura liberaldemocratica (e liberalsocialista) e quella del rispetto della persona e delle formazioni sociali della formazione cristiano sociale, la più recente nell’espressione partitica. Ma la sintesi è un passo avanti, non un collage.

La nostra costituzione si presenta anzitutto come una delle più avanzate espressioni del costituzionalismo democratico il cui paradigma sta nel riconoscere la rappresentatività delle istituzioni, strumento di espressione della sovranità popolare, e la piena affermazione e tutela sia dei diritti di libertà che dei diritti sociali; ma nella particolare declinazione della “democrazia sociale” che è insieme uguaglianza sostanziale, progetto di trasformazione e partecipazione popolare. E si consegna al legislatore ordinario, alle maggioranze future, non solo un vincolo procedurale e formale secondo il quale la legge è tale se approvata dalla maggioranza dei parlamentari eletti e promulgata dal Presidente della Repubblica, ma anche un vincolo di contenuto7: la Costituzione, quale norma sovraordinata e primaria, definisce e tutela principi e diritti fondamentali e garantisce la loro inviolabilità.

Fra i diritti e vincoli di maggior rilievo c’è il riconoscimento dei diritti fondamentali ed il principio di solidarietà (art. 2), completato e specificato da molti richiami della prima parte, dalla libertà personale dell’art. 13 (baluardo contro ogni repressione poliziesca) al diritto di espressione del pensiero dell’art. 21 (una delle tante antitesi rispetto al regime fascista del pensiero unico); l’uguaglianza formale dell’art. 3 (I comma, principio essenziale, se inteso come divieto di discriminazioni ed insieme alla tutela della dignità della persona) e quella sostanziale (al II comma che supera l’astratta uguaglianza dei soggetti di diritto per imporre alla repubblica il compito di realizzare il pieno sviluppo della persona mediante l’abbattimento degli ostacoli economici e sociali: una trasformazione sociale, se non una rivoluzione). Nei rapporti economici (Titolo III della I parte) si trovano poi precetti che disegnano da un lato il primato dei diritti sociali, una radicale innovazione delle costituzioni del XX secolo – il diritto alla salute, all’istruzione, il diritto ad un lavoro adeguatamente retribuito e alle prestazioni a sostegno del lavoratore inabile – non subordinati a vincoli economici e fonte anzi di indirizzo di politica economica (fino a stabilire un regime misto, di intervento in prima persona dello Stato nell’economia, non come mero regolatore), e limite e funzione delle libertà economiche (imprenditoriale, art. 41) e della proprietà (art. 42); dall’altro il ruolo dello stato di protagonista della vita economica nazionale: è titolare d’imprese e proprietà, le acquisisce nell’interesse generale (art. 43), e “riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende” (art. 46).

Un veloce sguardo alla II Parte ci mostra il disegno istituzionale incentrato sul primato del parlamento: la Carta è scritta da partigiani ed esuli, minoranze perseguitate che si fanno maggioranza costituente, da giuristi amanti delle libertà politiche e civili e anche perciò è attenta all’equilibrio fra i poteri, alla centralità del parlamento; e costruisce ad esempio l’originale figura di un presidente della repubblica che, pur privo di poteri interdittivi, ha strumenti di persuasione e poteri di nomina che gli consentono di esercitare il ruolo di garante della legalità costituzionale; ruolo che in modo più diretto, ma solo eventuale, se investita dagli altri organi, svolge la Corte costituzionale.

La Costituzione ha dovuto subito affrontare il dibattito sull’effettiva vigenza delle sue norme: prima negata dalla Cassazione, presto prevalse l’affermazione da parte della Corte costituzionale (con la prima sentenza del 1956; in dottrina V. Crisafulli) dell’immediata e indistinta cogenza sia delle norme “precettive”, sia delle norme “programmatiche” (da attuare con legislazione ordinaria) di ogni disposizione della Costituzione.

Ma la Carta è stata, sin dalla sua entrata in vigore, oggetto di contesa fra le forze politiche: l’unica stagione di attuazione deve purtroppo circoscriversi agli anni 1962-1978 durante i quali, compiendo una notevole stagione culturale e politica, si nazionalizza l’energia elettrica L. 1643/1962, si innova la disciplina dei licenziamenti Legge 604/1966, si introduce il divorzio L. 898/1970, si approva lo statuto dei lavoratori L. 300/1970, si regola il referendum abrogativo L. 352/1970, si approva l’ordinamento regionale L. 281/1970, si riconosce il diritto all’obiezione di coscienza L. 772/1972, si approva il nuovo diritto di famiglia L. 151/1975, si regola l’interruzione volontaria della gravidanza L. 194/1978, si istituisce il finanziamento pubblico dei partiti L. 195/1978, il trattamento delle malattie mentali L. 180/1978, il servizio sanitario nazionale L. 833/1978: questi sono alcuni dei momenti attuativi della costituzione, vere e proprie “riforme” del nostro ordinamento giuridico8, che talvolta rimossero disposizioni di matrice liberale o fascista nettamente in contrasto con la carta del 1948, ma più spesso introdussero diritti e tutele funzionali alla realizzazione dei principi di uguaglianza, solidarietà sociale, libertà.

Subito dopo la stagione delle riforme è iniziata una lunga fase di “congelamento”9cui sono seguiti tentativi di modifica formale di parti anche ampie della Costituzione, soprattutto della II parte. Peraltro si è arrivati solo alla approvazione parlamentare dei progetti del centrodestra nel 2005 (che avrebbe introdotto un radicale decentramento, di “devolution”, e un forte squilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo) e del centrosinistra nel 2015 (che avrebbe concentrato il potere legislativo nella sola Camera dei deputati in dialogo stretto con il governo, riducendo il Senato a fioca voce delle autonomie locali); entrambi questi due tentativi di modifica sono stati bocciati, nel 2006 e nel 2016, dal referendum confermativo previsto dall’art. 138 Cost. dimostrando da un lato una inaspettata tenuta della Costituzione nel sentimento popolare, dall’altro una intima debolezza dei tentativi di modifica promossi da maggioranze governative che vogliono ridurre la matrice pluralista e parlamentarista della Costituzione.

La sfida dei prossimi anni, dopo un progressivo indebolimento delle istituzioni rappresentative a favore degli esecutivi ed un diffuso sacrificio dei diritti sociali per perseguire obiettivi di stabilità finanziaria e monetariaa, sembra che sarà l’impegno per l’attuazione della nostra costituzione nel nostro ordinamento e nella definizione del contenuto degli ordinamenti sovranazionali10.

1S. Romano, Rivoluzione e diritto, 1944, in Frammenti di un dizionario giuridico, 1947.

2C. L. Ragghianti, articolo sulla Libertà dell’estate 1944, periodico toscano del Partito d’Azione.

3Il saggio tuttora più ampio e meditato sulla “scelta” ritengo sia Una guerra civile – saggio storico sulla moralità nella resistenza di Claudio Pavone, 1991.

4G. Filippetta, L’estate che imparammo a sparare, Storia partigiana della Costituzione, 2017.

5L’alto dibattito si può leggere negli Atti dell’Assemblea consultabili in rete su archivio.camera.it

6Vedi il saggio di M. Fioravanti Il compromesso costituzionale, Il Ponte, aprile 2009. Cfr. anche l’emblematico “rifiuto” del concetto di compromesso di P. Togliatti, Discorsi alla costituente, 1973, pag. 9.

7L. Ferrajoli, La democrazia costituzionale, 2016.

8Vere “riforme”, attuazione della costituzione, ancorate al concetto di “riformismo” che indica un progresso nell’organizzazione economica e sociale che interviene sul sistema capitalistico senza abbatterlo, come invece farebbe la rivoluzione; saranno poi chiamate spesso riforme anche le involuzioni neoliberiste che si produrranno non solo in Italia dagli anni ’90 in poi, in specie privatizzazioni, deregolamentazioni, rimozioni di diritti sociali faticosamente conquistati nei decenni precedenti.

9Dopo il “congelamento” del periodo 1948-1956, quando iniziò ad operare la Corte costituzionale, si può dire tale anche il ventennio 1980-2001 in cui si arrestò il processo riformatore e si avviarono, sulla spinta del neoliberismo angloamericano, riforme reazionarie in molti campi.

10A. Algostino, Democrazia sociale e libero mercato: Costituzione italiana versus “costituzione europea”?, in Costituzionalismo.it, saggio n. 243, 2007.

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Abstract del volume:

Alla vigilia del 75° anniversario della Liberazione di Firenze, la Sezione ANPI di Impruneta ha raccolto le storie di coloro, antifascisti e partigiani imprunetini, che negli anni della dittatura e della guerra furono protagonisti. Il volume è il risultato di un’approfondita ricerca condotta principalmente all’interno dell’Archivio dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea – nell’Archivio del Comune e nella sezione “Casellario Politico Centrale” dell’Archivio Centrale dello Stato – che ha permesso di ricavare i nomi degli antifascisti imprunetini che durante il Ventennio furono inseriti nella lista del casellario, lo strumento per la schedatura di massa dell’allora governo fascista e dei partigiani del territorio ai quali, alla fine della guerra, fu ufficialmente riconosciuto il ruolo avuto nella lotta di Liberazione.

Il volume infatti, oltre a inquadrare Impruneta all’interno del contesto storico e sociale del periodo di riferimento raccontando gli anni del Ventennio, l’organizzarsi dell’attività antifascista e la Resistenza, si arricchisce delle biografie dei cittadini che si opposero al fascismo e alla dittatura e dei partigiani che combatterono la guerra di Liberazione, raggiungendo, subito dopo l’8 settembre 1943, le prime bande armate che si erano rifugiate nelle zone boscose e montuose del preappennino e della Toscana centrale.

La memoria e i ricordi della comunità hanno consentito la restituzione di storie di vita e hanno dato la possibilità di omaggiare coloro che, a rischio della propria vita, continuarono ad affermare le proprie idee non abbracciando l’ideologia fascista, nonostante per anni avessero subito, intimidazioni, arresti e vessazioni di ogni genere. Attraverso queste biografie e le vicende dello specifico contesto locale, emergono gli aspetti più drammatici del sistema repressivo del fascismo e del regime che hanno riguardato la storia nazionale e anche i percorsi personali di chi scelse di opporsi.

Questa pubblicazione restituisce infine un pezzo di storia del territorio di Impruneta negli anni della dittatura e della guerra fino ai mesi della Liberazione contro il nazifascismo, un tassello quindi del più ampio quadro complessivo della Resistenza fiorentina, fondamentale non solo per conoscere il nostro passato, ma anche per affrontare con maggiore consapevolezza il nostro presente.




Orientarsi, dal basso

Orientarsi, dal basso

Studenti

di Lanfranco Binni

L’egolatria “machiavellica” («Machiavelli, chi era costui?») del vendicativo serial killer di Rignano e le sceneggiate nazional-sottoproletarie del capobranco di Pontida non bastano a spiegare una non troppo evidente tendenza in corso. Il disegno renziano: dopo aver spinto Zingaretti al governo con M5S e LeU, uscito dal Pd in posizione di forza parlamentare, commissariare il partito dall’esterno e dall’interno (lasciando nel Pd i basisti di una scissione in futuro più ampia nei gruppi dirigenti), rompere definitivamente con la sinistra cattolica ed ex comunista del partito e riesumare in condizioni nuove, al “centro” dello schieramento politico, il progetto del Partito della Nazione («né di destra né di sinistra») già sperimentato con il patto del Nazareno. La prospettiva è un nuovo bipolarismo Renzi-Salvini che trovi nel fascio-leghismo un utile competitor mediatico. Il recupero elettorale di parte della base disorientata del Pd, prigioniera inerte dell’antico mito del “partito”, e il logoramento dell’area (parlamentare e non solo) del M5S attraverso astute schermaglie politiciste, sono i due corollari principali del disegno renziano. La cooptazione immediata nei gruppi parlamentari renziani di una senatrice di Forza Italia, i contatti in corso (noi non abbiamo le prove ma sappiamo che… ) tra il “centrista” Berlusconi e il suo allievo più promettente, il salvataggio dall’arresto di un deputato di Forza Italia grazie ai voti dei franchi tiratori renziani, sono tutti segnali di una tendenza in corso, a tempi accelerati. E una presunta area di centro democristiano sta concentrando gli oscuri desideri di tutte le forze politiche “a sinistra” del fascio-leghismo.

Lo “scampato pericolo” dalla deriva leghista del governo gialloverde, salutato per ragioni di “stabilità” dai mercati finanziari e da un’Unione europea indebolita da prospettive economiche di stagnazione e recessione, lascia intatte tutte le ragioni strutturali della crisi di sistema di cui la vicenda politica del governo è soltanto un aspetto parziale e di superficie. Crisi economica di un capitalismo manifestamente insostenibile, in posizioni marginali nello scenario della globalizzazione finanziaria che cerca scampo in politiche di guerra economica e militare in un pianeta devastato; crisi culturale di un modello di sviluppo che non produce “crescita” ma soltanto disuguaglianze intollerabili e crescenti povertà, rendendo impraticabile ogni illusoria ideologia consumistica e ponendo in primo piano la minaccia concreta di un cambiamento climatico mai affrontato dai governi; crisi politica della democrazia rappresentativa in un confronto drammatico tra gruppi oligarchici e interi settori di popolazione abbandonati alle miserie della discarica sociale; crisi demografica di un paese sempre più vecchio e incapace di rinnovarsi, di nuovo soggetto attivo di emigrazione; crisi geopolitica di un paese privo di sovranità nazionale, marginale in Europa e al servizio delle politiche del governo supremo della Nato.

È su questi terreni che dovrà misurarsi il nuovo governo M5S-Pd-LeU, in un quadro di aspre contraddizioni politiche e di limitate possibilità economiche che richiede scelte strategiche molto precise nel breve e nel medio periodo. Nell’area di governo coesistono storie e visioni politiche molto diverse, e la sua esperienza sarà inevitabilmente di “transizione”. Il M5S dovrebbe aver imparato qualcosa dalla fallimentare esperienza di governo con la Lega, ma i suoi “temi” (il taglio del numero dei parlamentari con la motivazione risibile di un risparmio economico, il ripetutamente affermato atlantismo in politica estera, una visione della “democrazia diretta” come questione puramente tecnologica, il mito dei capitalisti dal volto umano, l’ossessione compulsiva del dichiararsi «né di destra né di sinistra») sono segnali di un’inconsapevolezza politica perdonabile all’inizio della sua esperienza ma oggi insostenibile. Il movimento non è mai sceso sul terreno di una pratica sociale ispirata ai principi e ai metodi della democrazia dal basso, non si è mai confrontato seriamente con la storia delle tradizioni democratiche e socialiste di questo paese. Senza questo passaggio necessario, il movimento si chiuderà nella sfera assediata della “politica” di sistema; l’unica alternativa sarebbe aprirsi con decisione al lavoro politico di massa, per confrontare le idee con la prassi e costruire processi. E non basta, per sopperire al troppo debole radicamento nei territori, un’apertura elettoralistica alle liste civiche. I prossimi mesi saranno decisivi, un ultimo appello, per le sorti del movimento.

Il Pd di Zingaretti è oggi commissariato e ricattato dal nuovo partito di Renzi. Saprà costruirsi una credibilità di sinistra, in discontinuità con le derive neoliberiste degli ultimi decenni? Saprà trovare un ruolo di partito di sinistra nella società? E saprà LeU riattivare processi politici nella realtà sociale? Imprese ardue. Eppure dovrebbe essere chiaro al M5S, al Pd e a LeU, impegnati nella nuova esperienza di governo, che non solo di governo si tratta. In una crisi di sistema, ogni governo è comunque un aspetto parziale del sistema in crisi, e ne fa parte. Fuori dall’area di governo c’è la nota (in realtà, ignota) “prateria” delle classi pericolose che non si riconoscono nel sistema e non riconoscono i suoi riti di autoconservazione. Nella “prateria” ci sono i movimenti antisistema, di sinistra e di destra. Il nuovo governo è nato soprattutto come argine al populismo plebiscitario della Lega, per evitarne un probabile straripamento attraverso infauste elezioni anticipate. Gli attuali gruppi dirigenti della Lega sono l’esito di una lunga esperienza di governo a livello nazionale e locale in cui tutto si è intrecciato, dall’oltranzismo securitario alla chiusura identitaria, dalle complicità con il berlusconismo alle pratiche corruttive, dall’odio per gli stranieri alla giustizia fai da te. Ma è innegabile che nella crisi di un sistema politico ed economico che ha scaricato sulle classi subalterne le contraddizioni di problemi mai risolti (l’immigrazione, la precarietà, le crescenti povertà), la Lega abbia saputo intercettare settori consistenti di elettorato popolare (operai, artigiani, piccoli imprenditori) anche da settori di antica tradizione Pci. La collera sociale di questo elettorato che i vari governi di destra e di “sinistra” hanno abbandonato alle magnifiche sorti e progressive delle banche e del mercato, e di un’Unione europea che ne è fondamentalmente espressione, richiede attenzione e risposte, relazioni di pratica sociale per individuare le vere ragioni della collera, a riconoscere i veri nemici, a recuperare diritti negati. Questi settori popolari non possono essere lasciati nelle mani di un capobranco fascio-leghista. Svilupperà il nuovo governo politiche sociali conseguenti? Saprà fare politica in questa complessa, ma anche molto elementare, realtà? Come sarà affrontata la questione umana, politica, sociale e culturale, demografica, dell’immigrazione? Servono pensieri lunghi e visioni strategiche sul futuro di questo paese.

Democrazia e demofobia. La crisi attuale del sistema politico italiano è stata determinata dagli elettorati, di sinistra e di destra, che il 4 dicembre 2016 hanno bocciato (imprevedibilmente) la riforma anticostituzionale della banda Renzi, e alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno sconvolto il quadro istituzionale spingendo al governo, con grandi aspettative di cambiamento, il M5S (33% dei votanti, con un astensionismo in forte calo). Le successive elezioni amministrative, regionali e comunali, e le elezioni europee del 26 maggio di quest’anno, in presenza di un governo M5S-Lega di separati in casa sulla base di un “contratto” che ha velocemente rafforzato la politica di estrema destra della Lega e costretto il M5S in posizione subalterna nonostante alcuni tentativi positivi ma limitati sul piano delle politiche sociali, hanno aperto la voragine di una crisi democratica allarmante. Si è acceso un fuorviante dibattito, pompato dai media ma alimentato dalle forze politiche di governo e di opposizione, sui temi semplificati del “sovranismo” e del “populismo”: uno scontro di estrema violenza tra democrazia e demofobia, tra forze politiche assediate e “classi pericolose”. Il disprezzo degli elettorati del M5S e della Lega ha lavorato per Salvini, aumentando vorticosamente il consenso popolare alla sua propaganda xenofoba e razzista, rievocando scenari plebiscitari (i «pieni poteri» mussoliniani branditi come una clava su qualunque opposizione). Il resto è storia recente, ma la velocità degli eventi non deve rimuovere quanto è accaduto. La democrazia è la lotta per la democrazia, la demofobia è un vicolo cieco che produce involuzioni e arretramenti.

In una crisi di sistema così profonda e conclamata come nella situazione italiana il ruolo di un governo e del Parlamento è fortemente limitato, non certamente esclusivo; se poi la crisi assume il carattere di un’implosione nella ristretta area di governo, come sta accadendo in questi mesi, di governo in governo, la questione del potere si pone in altri termini nella società di tutti.

La sinistra italiana, che esiste e attraversa, con la sua storia e la sua presenza diffusa (nei movimenti sociali, nella pubblica amministrazione locale, nella scuola pubblica, in un’estesa galassia di formazioni politiche, e anche nelle aree elettorali delle forze dell’attuale governo) può e deve assumersi la responsabilità di spostare decisamente “in basso” il baricentro della società, per costruire dal basso e fuori dall’area di governo, in posizione di controllo critico e conflitto, reti sociali di autonomia e autorganizzazione, operando nelle comunità locali per costruire e organizzare società. Pratiche relazionali aperte, su ogni tema della reale situazione italiana. Questa sinistra diffusa, che è influente anche sul piano elettorale come ha saputo dimostrare con i suoi voti e le sue astensioni, dal referendum del 2016 a oggi, è determinante sul piano della costruzione di una democrazia ispirata ai principi dell’egualitarismo, del multiculturalismo e di un socialismo libertario forte delle esperienze socialiste, comuniste e libertarie del Novecento. In questo piano di realtà sono centrali pratiche di democrazia diretta, relazionale, sociale.

«Il Ponte», che su questi temi ha una storia lunga 75 anni (il prossimo numero della rivista, storico e antologico, ripercorrerà il percorso della rivista dal 1945 a oggi), è un cantiere aperto, oggi come ieri. Sul tema della democrazia diretta per il socialismo, per operare attivamente in ogni settore della società italiana, insistiamo con tenace convinzione. Oggi l’umanità è a un bivio: farsi distruggere dagli orrori di una storia che gronda sangue, oppure costruire – con alta visione e alta passione – realtà liberate dalla schiavitù economica, dall’isolamento dei sudditi, dai poteri oligarchici, rovesciando «dal basso» le piramidi sociali. Creare e organizzare società di tutti non è un’utopia, è una necessità. Ognuno, in ogni settore della società, si faccia centro di un processo corale (relazionale, sociale, culturale e politico), ognuno sviluppi il proprio potere per il potere di tutti.

Permettetemi un piccolo cortocircuito di memoria storica: lavorando con Antonio Resta alla pubblicazione del carteggio tra Aldo Capitini e Luigi Russo, abbiamo ritrovato un articolo che lo storico e critico letterario aveva pubblicato nel gennaio 1946 su due giornali del Partito d’Azione, «Non Mollare» e «L’Italia libera», dopo aver assistito a un incontro del Centro di orientamento sociale, nella rete dei Cos progettati e organizzati da Capitini subito dopo la liberazione di Perugia nel 1944, istituito a Firenze nel dicembre 1945. Invitato dall’animatrice del Cos fiorentino, Eleonora Benveduti Turziani, azionista e poi militante comunista, sindaco di Scandicci dal 1951, espulsa dal partito nel 1965 per frazionismo “filocinese”, Russo esprime tutto il suo ammirato stupore per il carattere geniale e assolutamente inedito della situazione a cui ha assistito. Il titolo dell’articolo è C.O.S., angelica e diabolica invenzione. Lo ripropongo integralmente, fa pensare. A proposito di democrazia diretta e indiretta.

Avevo sentito parlare del C.O.S., cioè del centro di orientamento sociale, alcuni mesi fa ad Arezzo, e il suo primo inventore e organizzatore sapevo che era Aldo Capitini, un mio amico perugino, filosofo e singolarissimo uomo, che ne dava l’esempio a Perugia, sua città natale, con crescente partecipazione ed entusiasmo del pubblico.

Che cosa è il C.O.S.? Il C.O.S. è un’invenzione quasi diabolica, se le invenzioni dei diavoli poi, nella loro forma più matura e più perfetta, non coincidessero con quelle degli angeli; quindi la diremo un’invenzione tanto diabolica quanto angelica. È un’invenzione pedagogicamente assai ingegnosa, perché abitua il popolo all’autogoverno, abitua la cittadinanza alla discussione e al controllo dei problemi cittadini, permette un onesto sfogo alle passioni e ai crucci che si accumulano nella nostra fantasia per essere troppo chiusa, quando sentiamo bisogno di prendercela con qualcuno, ci fa conoscere, apprezzare o disistimare i nostri amministratori o governanti, in una parola il C.O.S. è una trovata assai geniale perché ci si avvii verso le forme di democrazia diretta.

Per ora sappiamo poco dei confabulari, degli intrighi o delle nobili e appassionate discussioni che gli uomini preposti alla cosa pubblica fanno nelle segrete aule dei loro uffici; forse qualche usciere ne sa qualcosa più di noi di quello che avviene, mettiamo, negli uffici dell’Annona, nell’ufficio alloggi, negli uffici dell’Igiene o negli uffici del provveditorato agli studi, o di quelli del rettorato dell’università; ci dobbiamo attaccare all’usciere, per sapere una qualche cosa, per essere illuminati su qualche provvedimento, sul perché di certe proibizioni o di certi mancamenti, così come in tempo di guerra [Russo si riferisce alla Prima guerra mondiale] ci attaccavamo (ed eravamo ufficiali) al piantone del comando di reggimento, per sapere se la sera o l’indomani si doveva andare a morire o si poteva dormire ancora una notte tranquilli.

Queste forme di democrazia indiretta, in cui noi deleghiamo alcuni a governare la “res publica”, sono certo un progresso rispetto alle forme degli stati autoritari e delle amministrazioni paternalistiche; teoricamente siamo ammessi anche noi al governo e all’amministrazione della cosa pubblica, ma in pratica sono pochi, quei pochi delegati, che se ne occupano e sono addentro alle segrete cose. Gli altri stiamo a guardare come i pellegrini e non pellegrini affamati che si aggirano attorno ai ristoranti di lusso e si contentano delle luci e del fumo delle vivande. Le forme di democrazia indiretta svegliano l’appetito democratico, ma non lo soddisfano; bisogna passare dunque a forme di democrazia diretta.

L’altro giorno la signora Eleonora Turziani, organizzatrice animosa e delegata del C.O.S. per la città di Firenze, mi telefonò e mi disse: «Professore, venga a una seduta del C.O.S., non stia sempre sui libri, e vedrà che le farà bene alla salute». Ricordando che l’inventore dei C.O.S. era quel curioso uomo di Capitini, non me lo feci dire due volte e corsi in Via Ghibellina 101, al circolo dei Postelegrafonici. Mi ritrovai in un teatrino di provincia, affollato della gente più diversa, mamme e babbi piuttosto pensierosi, ciò che chiamò subito la mia simpatia, e vidi sul palcoscenico quattro ombre che ora sedevano e ora si levavano e, amichevolmente, cordialmente, rispondevano alle domande del pubblico. Di che cosa si discuteva? Si parlava di cose assai ghiotte, dei biscotti della salute, delle paste natalizie, e del latte che viene da Soresina.

Riconobbi tra le quattro ombre del palcoscenico due miei amici, Nello Traquandi [stretto collaboratore di Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini dalla metà degli anni venti], assessore dell’Annona, e il prof. Palazzo, sul quale piovevano le domande da tutte le parti, e qualcuna anche sciocca e presuntuosa. Io temevo per i nervi dell’inquisito, il quale, giovane e siciliano, poteva scattare da un momento all’altro; ciascuno fa la storia secondo le attitudini e le possibilità del proprio temperamento, e io vedo nervi e scatti dappertutto. Ma il prof. Palazzo non se ne dava per inteso; rispondeva calmo, scientifico, semplice e popolare, rispondeva anche a una guardia comunale, che interloquiva non come guardia ma come consumatore, e voleva sostenere, per me una cosa assai difficile, che col microscopio si poteva vedere e misurare quanta acqua il lattaio aveva immesso nel latte del suo bambino. E il prof. Palazzo a dirgli pazientemente che questo poi non era addirittura possibile.

Della pazienza di Nello Traquandi non mi sono sorpreso; all’agil parola degli interroganti, egli rispondeva col giro dei pazienti occhi, l’inquisito restava imperturbato, imperturbato e solenne come un’ermetica divinità antica. Ma il prof. Palazzo doveva levarsi ad ogni momento perché l’organizzazione dei suoi servizi si estende a tutta la provincia e le sue ramificazioni giungono fino a Cremona e aveva un bel da fare per accontentare i suoi esaminatori. Eppure non perdette mai la calma: vedi potenza dell’educazione e del costume democratico!

Da questo scorcio di impressioni, il pubblico avrà inteso che queste riunioni del C.O.S. sono come un piccolo e volontario parlamento comunale, in cui si discutono i varii problemi cittadini, e i magistrati della città, a turno, una volta la settimana sono invitati a rispondere alle domande dei cittadini. Prossimamente interverrà, a una seduta, anche il Prefetto. I magistrati sono gli inquisiti, e il pubblico è l’inquirente; ma debbo riconoscere che il galateo democratico si sviluppa non soltanto sulla pelle del magistrato, ma anche su quella dell’interpellante.

Una interpellanza, se è irragionevole e insulsa, viene condannata dai rumori unanimi della sala: l’esame di maturità amministrativa e politica non solo lo passa il magistrato, ma anche il cittadino che protesta. Ciascuno deve pensarsi, prima di aprire bocca. Pena il ridicolo; così ci si educa tutti alla responsabilità politica: avevo dunque ragione di dire che quella del C.O.S. è una trovata diabolica e insieme angelica.

Adesso due parole sull’inventore del C.O.S.: Aldo Capitini è un filosofo sui quarantacinque anni, che è stato alunno e poi segretario della Scuola Normale Superiore di Pisa. Costretto nel ’32 a prendere la tessera per la conservazione del suo ufficio, rifiutò la tessera e perdette l’impiego. Si ritirò tranquillamente a Perugia, in una cella campanaria, poiché suo padre faceva il campanaio del palazzo del comune, e in quella cella campanaria Capitini faceva le sue meditazioni, le sue ripetizioni private e anche le sue cospirazioni politiche. E si nutriva e continua a nutrirsi ancora oggi della santa povertà. È un mistico del ’200 che vive con pieno agio nel nostro ’900; ha tutte le virtù di un asceta laico, ed ha un solo grave difetto. Nei cibi e nelle altre cose non tocca carne; e su questo punto io e lui naturalmente non andiamo d’accordo. Ma per un padrone di casa è l’ospite ideale: a tavola non dà nessuna soggezione, perché, come Pier Damiano, con cibi di liquor di ulivi egli passa caldi e geli, contento ne’ suoi pensier contemplativi. Però tutti lo invitiamo a pranzo; si fa figura di persone ospitali, proprio con poco.

Però aggiungiamo che, per questo suo vivere sottile, Capitini ha anche ingegno così sottile e probabilmente un tantino malizioso: è filosofo angelo ma è anche un filosofo demonio. Questa del C.O.S. è una trovata assai geniale. I cercatori di cariche sono avvertiti: verrà un giorno in cui in tutte le città d’Italia funzioneranno questi piccoli parlamenti volontari e si farà a pugni per potervi entrare. Tutto sommato, in queste discussioni bonarie, e a tu per tu, ci si comincia a conoscere e a volersi più bene, s’imparano un mucchio di cose e si torna a casa con i nervi più pacati e più soddisfatti. Questo è il valore della democrazia diretta e però bisogna incoraggiarne le forme in tutti i modi.

L’invenzione «angelica e diabolica» dei Centri di orientamento sociale sperimentati da Capitini nell’immediato dopoguerra (ma ne avrebbe riproposto sistematicamente il senso e il metodo fino alla morte nell’ottobre del 1968) decostruiva concezioni politiche e poteri (economici, politici, sociali, culturali e religiosi), operando su un altro piano di realtà (aperta alla complessità, liberata “qui e ora”) e opponendo al primato dell’economia il ruolo determinante dell’ideologia, della visione del mondo, del libero sviluppo del potenziale umano. Il capitalismo terminale, sostiene Thomas Piketty nel suo ultimo lavoro, Capital et idéologie, non riesce più a giustificare le disuguaglianze su cui si fonda; la crisi è strutturale ma soprattutto ideologica e politica. Questa è la vera frontiera di lotta contro le catastrofi dei sistemi in crisi, il terreno principale e necessario delle alternative di sistema. Autonomia, autorganizzazione, nuova socialità, democrazia dal basso per un nuovo socialismo del XXI secolo coerentemente partecipativo, internazionalista e multiculturale. Lo scenario mondiale è in rapida trasformazione: la crisi dell’unipolarismo statunitense, il declino dell’Unione europea (ma l’Europa è un’altra cosa), il rafforzamento delle strategie della Repubblica popolare cinese e della Russia, la nuova centralità politica del continente africano, non disegnano soltanto un mondo fortemente e conflittualmente multipolare in cui tutto (sovranità nazionali, modelli di sviluppo economico, relazioni fra Stati) è in gioco, ma rivelano soprattutto il fallimento delle culture e delle politiche neoliberiste. Le drammatiche, evidenti, conseguenze dei cambiamenti climatici, provocati da un capitalismo predatorio e devastante, pongono la necessità urgente di radicali cambiamenti sociali e politici. L’Italia “atlantica” è inserita in questo scenario in movimento. Servono scelte radicali sui terreni della politica estera e delle politiche sociali, su cui si misureranno governi (tutti di transizione instabile) e società.

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Giorgio Lunghini 1938-2018

Giorgio Lunghini 1938-2018

La scomparsa di Giorgio Lunghini mi ha rattristato moltissimo, come è già successo pochissimo tempo fa con il decesso di Aris Accornero. Sono figure centrali del pensiero progressista italiano nel campo delle discipline sociali. Nell’ambito economico tale pensiero, sviluppatosi dopo la Liberazione, si è rivelato essere decisamente il più avanzato d’Europa e tra i più innovatori nel mondo intero. Mi riferisco a persone come Paolo Sylos Labini (1920-2005), Luigi Pasinetti (1930-) Claudio Napoleoni (1924-1988), Federico Caffè (1914-1987 anno della sua misteriosa sparizione), Augusto Graziani (1933-2014), Marcello De Cecco (1939-2016), Pierangelo Garegnani (1930-2011), Sergio Steve (2015-2006), Pasquale Saraceno (1903-1991), Siro Lombardini (1924-2013). Prese nel loro insieme queste persone hanno prodotto dei pensieri non dogmatici, rigorosi, poliedrici, articolati, differenti ma non necessariamente incompatibili tra di loro. Il conformismo dilagante dalla fine degli anni 80 del secolo scorso e la normalizzazione accelerata del pensiero economico accademico ha comportato una rapida marginalizzazione delle idee di questi grandi intellettuali man mano che raggiungevano l’età pensionabile.

Giorgio Lunghini, che con mio grande dispiacere si aggiunge all’elenco degli scomparsi, è stato un intellettuale che le suddette idee ha coltivato e contribuito ad arricchire con le proprie elaborazioni. Non ho mai conosciuto Lunghini di persona ma ho letto e studiato la maggioranza dei suoi scritti. Aveva un modo estremamente raffinato ed elegante di pensare, di porre i problemi. Riusciva a fondere l’ottica analitica con un approccio basato sulla storia del pensiero economico e sulla sottigliezza ed intelligenza interpretativa che nasceva dalla conoscenza culturale del contesto in cui si situavano gli autori e le scuole di pensiero. Ne scaturivano dei ragionamenti molto smussati e contemporaneamente saldamente inseriti in un ampio retroterra storico-teorico. Ciò portava Lunghini – le cui radici culturali affondavano nel pensiero classico e marxiano e nell’importanza di quello keynesiano per la politica economica – a non collocarsi, giustamente, in alcuno dei campi chiesastici e settari in cui spesso si suddividono gli economisti detti eterodossi.

Incontrai i lavori di Lunghini nel 1971 allorché apparse per le edizioni de il Mulino il volume Valore, prezzi e equilibrio generale da lui curato. Lunghini effettuò una scelta molto accurata dei testi classici. Il libro rimane ancor oggi, sia in Italia che altrove, una delle migliori antologie su temi afferenti alle caratteristiche fondamentali delle teorie economiche. Mi rimase impressa l’introduzione in cui, oltre ad enunciare molto chiaramente il nesso tra le caratteristiche analitiche delle teorie e le loro radici filosofiche, Lunghini argomentava che i manuali servono solo come riferimenti sintetici ma che lo studio vero e proprio deve avvenire sui testi originali. Nei miei 40 anni di docenza universitaria (effettuati all’estero) ho fatto tesoro del metodo di Lunghini cercando di limitare al massimo l’uso della manualistica. Quel libro ebbe per me una funzione propedeutica in quanto costituì un’ottima preparazione per poi studiare un’importante raccolta di saggi di autori italiani contemporanei, anch’essa incentrata su temi fondamentali e connessi a quelli affrontati nella curatela di Lunghini. Si trattava del volume Prezzi relativi e distribuzione del reddito curato da Paolo Sylos Labini che uscì qualche anno dopo nel 1973 per i tipi della Boringhieri; nell’arco dello stesso decennio, nel 1977, Lunghini pubblicò un gran bel libro per la Feltrinelli: La crisi dell’economia politica e la teoria del valore.

Il rapporto tra politica e teoria economica è stato un elemento centrale del pensiero e degli interventi di Giorgio Lunghini. Egli organizzò in proposito il convegno “Scelte politiche e teorie economiche in Italia (1945-1978)” di cui curò gli atti e scrisse l’introduzione per la casa editrice Einaudi che li stampò nel 1981. Fu un convegno importante, anche con un certo psicodramma, che avrebbe potuto, nel corso degli anni Ottanta, aprire un nuovo filone di riflessione sul rapporto tra politica ed economia in base all’esperienza italiana con una valenza quantomeno europea. Ben diversa però avrebbe dovuto essere l’atmosfera politico-culturale che invece, già allora, si andava rapidamente degradando. Durante i quasi due decenni che intercorrono tra il 1991 e lo scoppio della crisi nel 2007 persi il contatto con le pubblicazioni di Lunghini, sostanzialmente a causa della distanza che rendeva i suoi scritti difficilmente accessibili. Dal 2008 ho avuto il modo di apprezzare i suoi contributi resi raggiungibili grazie alle mutate condizioni tecnologiche riguardo le comunicazioni. Pertanto propongo ai lettori, come atto di commiato, un suo intervento, che mi sembra sia del 2011, trasmesso e video-registrato da Rai-cultura.

http://www.economia.rai.it/articoli/giorgio-lunghini-il-sistema-capitalistico-nella-crisi/16008/default.aspx

Joseph Halevi
joseph.halevi@gmail.com

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Senza confini

Senza confini
(Luigi Pintor)

di Lanfranco Binni

A presente memoria, è utile rileggere oggi l’ultimo articolo pubblicato da Luigi Pintor su «il manifesto» del 24 aprile 2003, sul «quotidiano comunista» che proprio in questi giorni ha espulso dalle sue colonne (in silenzio, senza un minimo accenno di dibattito) la voce della sua migliore esperta di America latina, Geraldina Colotti, colpevole di sottrarsi, da «comunista non pentita», alla criminalizzazione della rivoluzione chavista (con tutte le sue complesse criticità) e ai tentativi di applicazione del modello Siria alla società venezuelana. L’articolo di Pintor aveva come titolo Senza confini: un pressante appello, dall’interno della sinistra eretica del comunismo italiano, a cambiare radicalmente visioni e pratiche di lotta politica. Lo riproduco integralmente dal volume postumo di scritti di Luigi Pintor, Punto e a capo (Roma, il manifesto-manifesto libri, 2004).

La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.
Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile.
Si sono gettati alle spalle la guerra con un voto parlamentare consensuale. Non la guerra irachena ma la guerra americana preventiva e permanente. Si fanno dell’Onu un riparo formale e non vedono lo scenario che si è aperto. Ciò vale anche per lo scenario italiano, dove il confronto è solo propagandistico. Non sono mille voci e una sola anima come dice un manifesto, l’anima non c’è da tempo e ora non c’è la faccia e una fisionomia politica credibile. È una constatazione non una polemica.
Noi facciamo molto affidamento sui movimenti dove una presenza e uno spirito della sinistra si manifestano. Ma non sono anche su scala internazionale una potenza adeguata. Le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all’attualità e alle prospettive.
Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C’è un’umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine.
Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un’opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell’esistenza quotidiana. Non una bandiera e un’idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile.
Una internazionale, un’altra parola antica che andrebbe anch’essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un’organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste.

Le caotiche convulsioni della presidenza di Trump, già in odore di impeachement per incompatibilità con gli interessi economici e geopolitici dell’impero statunitense, alla vigilia di una prossima crisi finanziaria di sistema che gli economisti di tutte le scuole prevedono e temono, determinano uno scenario nuovo e in movimento. Come era prevedibile, l’egemonia statunitense sul mondo si sta complicando e indebolendo, e le esibizioni muscolari del circo Trump (cannoniere, superbombe e affini) sono anche prove di debolezza: all’interno del paese aprono processi conflittuali di smascheramento della vera natura dello speculatore bianco che prometteva il riscatto alle vittime della globalizzazione e della delocalizzazione, dei minatori del carbone, dei paria dell’America profonda, razzista e xenofoba; sul piano internazionale, stanno rafforzando l’«altra» globalizzazione della Cina, la sua leadership mondiale (economica, sociale e militare), e la cooperazione strategica tra Cina e Russia. In questi giorni, la gestione politica del minaccioso confronto militare tra Stati Uniti e Corea del Nord è tutta affidata alla Cina, il vero competitor mondiale (geopolitico, economico e militare) degli Stati Uniti.

Nell’Europa «a due velocità» ratificata dal G7 di giugno si accentuano le spinte centrifughe tra i paesi del nord, del sud e dell’est, in un quadro di disintegrazione politica che trova elementi unitari, peraltro complessi e contraddittori, nel disegno della «difesa comune» contro la Russia, contro l’Iran, contro l’immigrazione dall’Africa e dall’estremo Oriente, contro un terrorismo «jihadista» indebolito e disperso dalla sconfitta dell’Isis in Siria e in Iraq. La difesa comune della «fortezza Europa», garantita dalla Nato, militarizza le società europee e ne rafforza nazionalismi, chiusure identitarie, xenofobia e razzismo. In ogni paese europeo, oligarchie sempre più arroccate e delegittimate, al servizio delle manovre speculative del capitalismo finanziario occidentale, devastano le economie nazionali e gli assetti costituzionali, precarizzano intere generazioni, attaccano sistematicamente diritti sociali conquistati dalle generazioni precedenti, dal lavoro alla scuola pubblica, dalla sanità ai beni culturali, in nome di un mercato di rapina dei beni comuni.
In Italia, anello debole dell’Unione europea, prigioniero di una crisi strutturale endemicamente aggravata da un crescente debito pubblico (l’unica «crescita» reale), si contendono le spoglie del paese, il fondo del barile, gruppi di potere di «destra» e di «sinistra» assolutamente intercambiabili; in un paese profondamente corrotto dalle mafie, dalla corruzione, dal clientelismo e dal familismo, in «alto» e in «basso», dal leaderismo populista, dalla viscerale tradizione del fascismo, il potere politico di quella che già Leopardi definiva la «società ristretta» è terreno di guerra per bande e il patto sociale, compromissorio ma progressivo, disegnato dalla Costituzione del 1948, è rotto.

Il «nemico interno», che con il referendum del 4 dicembre 2016 ha clamorosamente bocciato una «riforma» costituzionale funzionale alla concentrazione autoritaria dei poteri, è bombardato quotidianamente da ricatti economici, campagne di disinformazione, guerre tra poveri nelle discariche sociali. Per l’oligarchia stracciona (non è una classe dirigente) che gestisce le istituzioni e le catene di comando per sordidi interessi di bottega, il nemico è tutto interno, e non a caso il Libro bianco della difesa indica tra i compiti delle forze armate la difesa delle istituzioni «democratiche», sullo stesso piano delle missioni di guerra all’estero in difesa degli «interessi nazionali» (dall’Afghanistan alla frontiera con la Russia, dall’Iraq alla Libia).
Il respingimento dei migranti perseguito dal «Codice Minniti» dietro il maldestro polverone sulle attività di soccorso in mare delle Ong, che ha procurato all’Italia una condanna dell’Onu, copre altre ambizioni strategiche, affidate dall’Unione europea e dalla Nato agli ascari italici: la penetrazione del continente africano a partire dalla Libia. Il cantiere dell’Europa riparte dal fronte Sud, intitolava un articolo del presidente ombra Giorgio Napolitano pubblicato sul «Corriere della sera» il 17 giugno, nei giorni successivi al G7 di Taormina e all’incontro euro-africano tenuto il 12-13 giugno a Berlino su iniziativa della Germania. Ricordando che la dichiarazione Schuman del 1950, documento costitutivo del processo di integrazione europea, indicava tra i «compiti essenziali» dell’Europa «lo sviluppo del Continente africano», Napolitano scriveva:

Ma di assoluto rilievo sono state l’ampiezza di visione e la concretezza di approcci che hanno caratterizzato l’impegno della Conferenza di Berlino per lo sviluppo del Continente africano. Non c’è dubbio che una spinta decisiva in tal senso sia stata costituita dalla grande ondata migratoria, in particolare di provenienza africana, che ha investito i Paesi dell’Unione europea. Ma quella che ha caratterizzato la riflessione strategica di Angela Merkel è stata una molteplicità di considerazioni di fondo: l’alto tasso di natalità e la giovanissima età media della popolazione africana, specie nell’area sub-sahariana; la straordinaria ricchezza delle fonti di energia, in particolare quelle rinnovabili, di cui dispone il Continente; la possibilità di attrarre ingenti investimenti privati in Paesi grandi e piccoli dell’intera Africa. L’interesse complessivo dell’Europa risiede non solo nella costruzione di un’alternativa di sviluppo e lavoro a caotiche e drammatiche correnti migratorie verso il nostro Continente, ma anche nella prospettiva di soddisfare in modo selettivo e regolato i futuri fabbisogni di energie lavorative delle nostre economie, e di aprire a queste ultime occasioni nuove di sviluppo congiunto con quello africano.

Forse non a caso nello stesso «Corriere della sera» del 17 giugno una lunga intervista al capo di Stato maggiore della Difesa, Claudio Graziano, definiva i termini della questione:
Il cosiddetto Fianco Sud, oltre a essere una minaccia multiforme che noi militari identifichiamo nel triangolo terrorismo-instabilità-migrazione, include una realtà molto vasta che va dalla Penisola Arabica al Medio Oriente, al Corno d’Africa, all’Africa del Sahel. L’istituzione di questo nuovo comando Nato [a Napoli, dal febbraio di quest’anno], su cui il ministro Roberta Pinotti si è molto spesa nelle sedi internazionali, è un indubbio successo politico-diplomatico dell’Italia. Da lì coordineremo meglio le operazioni in corso nell’area, sia Nato, sia europee. Ma ci sarà una sorta di cabina di regia per quella che è divenuta la nostra vocazione principale: il «capacity building», la creazione di forze di sicurezza che sono un tassello importante per la stabilità. […] Il processo problematico dell’Africa, probabilmente per colpa dell’Europa, è nato molti anni fa. Che in Africa ci fosse un problema, lo sapevamo. Che ci siano milioni di persone potenzialmente in movimento, sappiamo anche questo. Finalmente però c’è una strutturazione. Precisiamo comunque che in Mali ci siamo già, visto che partecipiamo alla missione Eutm [European Union Training Mission] con 12 istruttori. E che abbiamo la leadership di un’altra missione Eutm di altrettanta importanza in Somalia, con 130 militari. Stiamo per assumere anche la guida della missione europea antipirateria Atlanta. E non dimentichiamo che siamo massicciamente presenti in Iraq con altri 1.500 uomini, che stanno addestrando le forze di combattimento irachene. […] La trasformazione che stiamo facendo delle forze armate, vedi il Libro Bianco, che speriamo di portare a compimento presto, prevede di avere delle forze armate capaci di operare in un lungo periodo.
E in Libia? Il piccolo ospedale da campo allestito alcuni mesi fa a Misurata, con 200 militari di supporto, è oggi sostanzialmente inutilizzato, ma l’operazione era solo un pretesto per mettere un piede nella porta del teatro libico. Anche i 500 militari spediti in Iraq a protezione di un cantiere italiano per il rafforzamento della diga di Mosul, terminata la battaglia in città con la sconfitta dell’Isis, saranno dislocati altrove. Dove?
Vaghe le strategie, un’unica certezza: essere presenti nei vari teatri di guerra per contare qualcosa nei tavoli politico-militari, sia pure in posizioni subalterne, a difesa degli «interessi nazionali» (energia e mercati, ovunque si trovino: petrolio, mercato di armi e tecnologie).
Quanto sta accadendo in Libia è un esempio di cialtroneria italica. Il sostegno esclusivo al governicchio di Serraj che non controlla neppure la città di Tripoli, e l’attuale tentativo di negoziare con il governo di Tobruk che tra l’altro controlla l’area degli impianti petroliferi dell’Eni, è una riprova dell’assoluta mancanza di visione strategica dei governi italiani, ai limiti dell’accattonaggio; si ristabiliscono i rapporti diplomatici con l’Egitto del golpista Al-Sisi con il pretesto di una pretesa nuova disponibilità del governo egiziano ad accertare le sue responsabilità nell’assassinio di Giulio Regeni, ma in realtà solo per negoziare, con il sostegno dell’Egitto, con il generale Haftar, uomo forte di uno schieramento Francia, Russia e Stati Uniti che il governo italiano non ha saputo vedere e ha dovuto subire.

La disinformazione dei media di servizio ha contrabbandato un assenso dell’Onu al «Codice Minniti», che è stato puntualmente smentito e anzi condannato come operazione illegale di respingimento dei migranti. Si respingono i migranti, anche i richiedenti asilo, per fare della Libia un lager; del resto l’ha già fatto l’Unione europea con la Turchia, con un costo decisamente più elevato; in Libia bastano pochi milioni di euro per accordarsi con la guardia costiera e le mafie locali (su queste pratiche l’Italia ha una lunga esperienza). L’ira dei «dannati della terra», da sempre prede dello schiavismo, del colonialismo e del neocolonialismo, sarà grande.
Il collasso di quella sinistra storica che nel 2003 Pintor definiva «morta» e che sopravvive nelle sue varianti liberiste e democristiane (il Pd) e nel migliore dei casi testimoniali di una sinistra perduta (la galassia della diaspora Pci-Ds-Pd, un’area frantumata e politicamente inesistente nel paese, che sopravvive in qualche talk show televisivo sul terreno di equivoche relazioni parlamentari con il Pd e limitato a privati accordi elettorali) ha contribuito all’implosione di un sistema politico eterodiretto (dalla Nato, dall’Unione europea, dalla speculazione finanziaria, dalle strategie di guerra dell’Occidente).

Il lucido appello di Pintor a cambiare musica sul terreno di una pratica politica «senza confini» (internazionalista, anticapitalista e socialista) è rimasta – a «sinistra» – una voce nel deserto. Ma il suo appello a misurarsi con nuove visioni e nuove pratiche sociali, conflittuali e dal basso, oltre le complicità tra sinistra e destra sul terreno della destra, oltre le chiusure dell’appartenenza e della delega a improbabili «leader» di partito o schieramento, ha preso altre strade. Oggi la cesura tra governanti e governati è netta. Questo ha significato l’imprevisto e imprevedibile No del 4 dicembre: un’onda lunga e profonda che agisce dagli anni novanta, talvolta visibile, più spesso carsica, nelle forme della non collaborazione elettorale (gran parte dell’astensionismo ha questo carattere), dell’autorganizzazione nelle situazioni più diverse ma diffuse, dei movimenti spesso settoriali e tematici ma in cui si sperimentano nuove forme di socialità e progettualità dal basso.
Ancora prevale, nel conflitto tra «alto» e «basso», il dato della crisi del sistema politico.

Lo stesso Movimento 5 Stelle è parte di questo processo in corso: i temi della «democrazia diretta» che ha sollevato fin dalla sua nascita, le contraddizioni di un difficile rapporto tra movimento e partito, l’attivo contributo alla disgregazione di un sistema politico che non rappresenta più intere generazioni di giovani e lavoratori, lo espongono sul duplice terreno della distruzione del sistema esistente e della costruzione di nuove strategie per la società italiana. Anche in questo caso è per ora il tema della distruzione a prevalere; più complessa è la sperimentazione e l’elaborazione di una visione radicalmente alternativa che non può non essere anticapitalista, internazionalista e socialista.

Quale anticapitalismo, quale internazionalismo, quale socialismo? La cultura politica della sinistra italiana non è stata espressione esclusiva del Pci e della sua deriva; già negli anni della cospirazione antifascista e della Resistenza diverse e conflittuali erano le visioni su questi temi centrali; il dopoguerra e l’ondata rivoluzionaria degli anni sessanta-settanta hanno accentuato le differenze, e un confronto storico e politico con l’esperienza complessiva della sinistra storica è ineludibile per qualunque forza di cambiamento; su questo terreno possono svilupparsi processi di ricomposizione «in avanti» di una sinistra che nel paese è ampia, dispersa e articolata, a condizione di misurarsi sull’unico terreno possibile della lotta politica: la pratica sociale «in basso», apertamente conflittuale con ogni forma di oligarchia (economica, politica, culturale), le esperienze di «altro» potere dal basso, di autonomia e autorganizzazione, fondate sulla centralità di soggettività rivoluzionarie sempre più esperte ed efficaci.
Un tema urgente e unificante? Il rifiuto della guerra (controinformazione, sabotaggio, boicottaggio, diserzione), la punta avanzata e devastante della crisi strutturale del capitalismo. Nel silenzio dei media di servizio (governativi e di destra), il governo italiano a luglio si è astenuto nella votazione all’Onu del trattato per una moratoria degli armamenti nucleari (installati anche nelle basi statunitensi in Italia); le missioni militari italiane all’estero (30 dichiarate) sono giustificate con compiti di addestramento (alla guerra) di eserciti governativi locali; l’industria militare italiana vende armamenti nei vari teatri guerra, ed è una voce attiva del Pil nazionale. I pretesi «interessi nazionali» all’estero (energia, mercati, geopolitica) sono intimamente legati a pratiche e strumenti di guerra.

Il tradimento dell’articolo 11 della Costituzione è conclamato. Da questo tradimento ne discendono molti altri, non ultima la guerra ai migranti, all’estero («a casa loro») e sul territorio nazionale (lucrando sui finanziamenti europei per l’accoglienza). La guerra, oggi globale e non «a pezzi» (a proposito, che fine ha fatto il papa cattolico che buona parte della sinistra radicale italiana considerava il proprio leader naturale?), è da sempre la sintesi di tutte le pulsioni distruttive della specie umana. Oggi, con gli armamenti attuali (le nuove tecnologie, le bombe nucleari di nuova generazione), è una corsa al suicidio. Dal rifiuto della guerra discende invece una cultura radicalmente alternativa, fondata sul valore delle soggettività dei singoli e delle relazioni sociali, per creare e organizzare società egualitarie e di sviluppo delle potenzialità umane, per liberare i popoli dalla paura che li rende schiavi e ottusamente nemici.
Un obiettivo concreto? Lo ripetiamo ancora una volta: disertare la Nato. A breve termine: cambiare governo, ritirare le missioni militari all’estero, sviluppare una cultura antimilitarista nelle scuola e nell’opinione pubblica. Per cambiare governo, è necessario rompere le divisioni politiciste tra gli elettorati della sinistra realmente estranea al Pd (in gran parte rifluita nell’astensionismo) e il composito elettorato del M5S sulla base di un orientamento politico-sociale che sappia unire – senza confini – le pratiche della democrazia diretta e della partecipazione attiva a elementi di programma, provvisori e di processo, ma chiari nelle prospettive, sui temi fondamentali del lavoro, del modello economico e della collocazione dell’Italia nel mondo.

Il Ponte, 21 agosto 2017




LE LUNGHE RADICI DI UN TRAMONTO

LE LUNGHE RADICI DI UN TRAMONTO*

Intervista a Gian Mario Cazzaniga

di Simone Gasperin e Bruno Settis

Gian Mario Cazzaniga, nato a Torino nel 1942, studioso di filosofia classica tedesca e di storia della massoneria, fino al 2012 ha insegnato Filosofia Morale all’Università di Pisa. È stato tra i protagonisti della “Nuova Sinistra” alla fine degli anni 1960, dirigente del Psi, del Psiup, del Pci e infine del Pds. Tra i fondatori della Cgil Scuola nel 1966, poi suo segretario nazionale nel 1976-78. Si è ritirato dalla politica nel 1997.

Oggi, in particolar modo nei paesi anglosassoni (con Corbyn e Sanders[1]), stiamo assistendo a un rinnovato interesse nei confronti dell’idea di socialismo. All’interno di tale processo, attivisti e intellettuali di diverse provenienze politiche e nazionali manifestano fascinazione, ma al tempo stesso sconcerto, rispetto alla tradizione della sinistra italiana, in particolar modo alla storia del Partito comunista italiano. Può quindi immaginarsi fin da subito quale possa essere la prima domanda che venga in mente a un interessato interlocutore straniero.

 

Com’è che voi, che eravate così bravi, siete finiti così male? (risata).

 

Esattamente. Proviamo a specificare. Cosa rimane del Gramsci politico e della sua creatura, il Pci? Quali sono i principali motivi della sua caduta in disgrazia? Possono essi spiegare la timida ascesa e il rapido declino di Rifondazione comunista, nonché l’attuale deserto politico nella sinistra italiana?[2]

 

Partiamo dall’episodio cruciale dello scioglimento. Quando, a seguito della proposta di Occhetto, iniziò una discussione all’interno del Pci sullo scioglimento del partito e sulla sua trasformazione in un nuovo soggetto politico, le resistenze rispetto a tale prospettiva furono abbastanza forti, e pur tuttavia difendevano un’idea di partito che certamente era esistito in passato, ma che non corrispondeva più alla sua configurazione del momento. D’altra parte, vi fu sicuramente qualche ragione se una larga maggioranza del suo gruppo dirigente perseguì un certo tipo di scelte, anche con una certa coerenza. Occorre quindi rivedere la storia del partito nelle sue diverse fasi, a partire dalla riforma togliattiana del 1944-45, per capire che cosa abbia fatto la grandezza del Pci e che cosa motivi anche la sua evoluzione successiva. Una parabola che, sebbene possa risultare più chiara agli storici, certamente non è stata compresa dal corpo centrale dei suoi iscritti e militanti.

La strategia togliattiana era figlia del VII congresso del Comintern (1935), di un momento in cui, rispetto all’ipotesi precedente di una strategia rivoluzionaria fondata sulla classe operaia, viste le difficoltà in più Stati e l’ascesa al potere del fascismo in alcuni di essi, si delineava una strategia di alleanze larghe. Una strategia non socialista ma democratica, necessaria non solo come difesa, ma anche come fase intermedia verso il socialismo. In Togliatti vi era la convinzione che la divisione del mondo, uscita dalla Seconda guerra mondiale, portasse per un periodo di tempo indeterminato a condizioni di necessaria democrazia e pluralismo politico alle quali il partito doveva in qualche modo adattarsi e strutturarsi in modo opportuno. La base sociale di tale strategia era rappresentata non tanto da un’alleanza fra classe operaia e ceto medio – dove quest’espressione, pur largamente diffusa, può significare tutto e niente – quanto da un’alleanza tra la classe operaia e alcuni settori del lavoro autonomo: artigiani, contadini, mezzadri, commercianti. Sarà questa la strategia sociale vincente che porterà il partito a essere sostanzialmente maggioritario nell’Italia centrale. E sarà questa la strategia che lo porterà ad adottare una posizione di moderatismo sociale.

L’Italia, nel secondo Novecento, ha vissuto una storia di relativa pace sociale, dovuta anche alla tutela congiunta dei lavoratori autonomi da parte del partito di governo, la Democrazia cristiana, e della principale forza d’opposizione, il Partito comunista italiano. Una tutela che si manifestava attraverso una fiscalità modesta, o una permissività rispetto all’evasione fiscale, nonché per mezzo dell’estensione dello Stato sociale a questi settori, i quali in realtà poco contribuivano al fabbisogno erariale dello Stato. Questa tutela era stata tuttavia funzionale allo sviluppo del capitalismo italiano negli anni del dopoguerra: la migrazione dalle campagne alle città, lo spostamento dall’agricoltura all’industria e, successivamente, dall’industria ai servizi. Un processo non certo indolore, ma con meno sofferenze sociali rispetto ad altri paesi.

Paradossalmente, infatti, mentre nei discorsi il Pci teorizzava la sua funzione indispensabile per superare l’arretratezza del capitalismo italiano, nei fatti esso collaborava con la Democrazia cristiana per rallentare la via a un pieno sviluppo capitalistico, avendo, come contropartita, minori sofferenze sociali e adesione di alcuni settori, non marginali, della società italiana. Non saprei dire se tale processo avvenisse con piena consapevolezza da parte del gruppo dirigente. Tuttavia credo che questa sia la grande anomalia che spiega come si sia creato un grande partito di massa con un blocco sociale largo e variegato, diversamente da quanto avvenuto in altri paesi europei.

D’altra parte, essendo il partito un’opposizione potente, inserito in un sistema parlamentare con il primato del legislativo – fu soltanto negli anni ottanta con Craxi che inizierà un processo in cui l’esecutivo esautora il legislativo – esso sarebbe stato effettivamente in grado di bloccare il Parlamento. Nonostante ciò, il Pci solo raramente operò in questa direzione, dicendo di voler mantenere un senso di responsabilità. In realtà, da questo relativamente timido atteggiamento esso ricavava importanti contropartite: gli veniva concesso di contrattare le leggi nelle commissioni parlamentari, aveva una strategia complessiva di influenza sugli enti locali, quando non di controllo nell’Italia centrale, e otteneva infine risultati importanti attraverso la ripresa dell’unità e dell’attività sindacale, a partire dallo sviluppo di lotte sociali negli anni sessanta.

 

L’interazione con le componenti sindacali è un nodo cruciale di quegli anni di lotte. A quali risultati si riferisce nello specifico?

 

Innanzitutto, va specificato che il sindacato italiano era sostanzialmente moderato. Un’esperienza per certi versi sconcertante da parte dei dirigenti sindacali della Cgil (la centrale sindacale facente riferimento al Partito comunista) era quella di andare nei paesi socialdemocratici e sentirsi accusati di essere dei pompieri delle lotte sociali. Mi riferisco in particolar modo ai corrispondenti sindacalisti, in ispecie socialdemocratici, della Francia, del Belgio, dei paesi scandinavi, ma anche della Germania. Tuttavia, la situazione era un poco più complessa. Sicuramente, la pressione salariale è sempre stata utilizzata dai sindacati italiani in modo relativamente moderato. Allo stesso modo, la libertà di uso della forza lavoro, per esempio attraverso gli straordinari, fu spesso concessa con relativa ampiezza.

Di conseguenza, capitò sovente che il sindacato, o i sindacati nelle fasi di unità e di più acceso confronto sociale, ridimensionasse le più radicali rivendicazioni sul salario e sulle condizioni di lavoro. Ma cosa ne otteneva in cambio? Un gigantesco Stato sociale. Il sindacato italiano ha infatti ricoperto un ruolo fondamentale nella costruzione del welfare italiano, sebbene quest’ultimo fosse finanziato principalmente dalla classe operaia stessa, esteso anche a quei sopracitati settori sociali del lavoro autonomo, che non pagavano e che, a tutti gli effetti, non potevano permettersi di contribuire in misura proporzionale. Nonostante ciò, in questo modo è stato costruito un sistema di welfare fra i migliori al mondo, che copriva prima di tutto le pensioni, la maternità, l’invalidità e poi successivamente la sanità.

 

Dove si nasconde quindi la contraddizione, laddove essa esista?

 

Nello sviluppo storico del capitalismo italiano e nelle sue conseguenti trasformazioni. In una strategia democratica, e in un paese ancora relativamente arretrato (ancora nel 1945, il 50% della forza lavoro era impiegato nel settore agricolo), un simile compromesso poteva trovare un senso politico. Tuttavia, il corso del tempo generò delle trasformazioni sociali che modificavano profondamente l’assetto originario e la composizione della società italiana: crescita industriale e dei consumi, urbanizzazione con forti migrazioni interne, dalla campagna alla città e dal Sud al Nord, scolarizzazione di massa, aumento delle figure tecniche e intellettuali nella composizione della forza-lavoro.

La discussione sulla possibilità di cambiare strategia, per alcuni opportunità e per altri necessità, ebbe luogo all’inizio degli anni sessanta non solo nel Pci, ma anche in altri partiti. Non dimentichiamo la presenza anomala del Partito socialista italiano, strategicamente alleato del Partito comunista: esso operava infatti nello stesso sindacato e incorporava intellettuali di estrazione marxista non dissimili da quelli facenti riferimento al Pci. Sebbene poi il Psi, all’inizio degli anni sessanta, decidesse di entrare nella maggioranza di governo, una serie di legami coi comunisti rimase ben salda, specialmente nell’Italia centrale dove le giunte locali continuarono a essere gestite da blocchi social-comunisti.

Ora, in questa situazione la discussione che avvenne nel Pci e nella Cgil, ma anche in seno al Psi, riguardò il cambiamento della composizione sociale in rapporto ai fenomeni di trasformazione strutturale sopra discussi. Ci si chiedeva quindi se tali mutamenti non comportassero la necessità di un cambiamento anche del blocco sociale su cui puntare per le riforme sociali da attuare nella fase storica che si attraversava, e in una successiva prospettiva di trasformazione in senso socialista. Questa battaglia politico-teorica vide una minoranza, nel Pci, nel Psi e nella Cgil, scommettere sulla modernizzazione della strategia, ma perdere.

 

In cosa avrebbe dovuto consistere tale strategia modernizzatrice?

 

Il punto è che la strategia togliattiana, pur realizzatasi nel capolavoro della Costituzione della Repubblica e in una serie di miglioramenti progressivi delle condizioni delle classi subalterne, continuò a dominare la linea del partito. Anche quando si discuterà, nel biennio 1989-1991, di trasformazione e scioglimento del partito, le forze contrarie a quest’ultima soluzione non riproporranno il problema di un fondamento diverso di analisi sociale e quindi di diversa composizione sociale legata alla strategia del partito.

Io stesso, essendo uno dei dirigenti della componente filosovietica del Pci, la cui segreteria “clandestina” era composta da Cappelloni, Cossutta e da me, pur appartenendo alla minoranza perdente nel dibattito di inizio anni sessanta, mi ritroverò a fare una battaglia in cui la posizione di conservazione del partito e della sua strategia sarà nettamente maggioritaria rispetto alle mie personali convinzioni, che erano sempre state di trasformazione del Pci e della sue componenti sociali di riferimento, una trasformazione che privilegiasse l’intellettualità di massa nell’unione con la classe operaia piuttosto che il lavoro autonomo, settore dove andavano appoggiati processi di modernizzazione.

Credo che questa sia una riflessione forse non completa ma necessaria su come il partito abbia perso, perché continuò a combattere con gli strumenti che gli avevano consentito di vincere, ma in una società di carattere radicalmente diverso. Nella sostanza, il Pci la sua strategia non la cambia mai, ma la società cambia in continuazione, e questa contraddizione risulterà vistosa.

 

A chi o a che cosa si possono attribuire le responsabilità di tale rigidità strategica?

 

Per rispondere a questa domanda devo ricorrere a un argomento di carattere sociologico se non, più precisamente, di natura psico-sociologica. Chi rappresenta la classe dirigente del Pci che lo trasforma nel nuovo partito, il Partito democratico della sinistra (Pds)? La risposta è semplice: dirigenti che vengono dalla Federazione giovanile comunista italiana (Fgci). Niente di strano, a condurre la battaglia per il rinnovamento sono quasi sempre le giovani generazioni, non le vecchie guardie. Ma dove si sono formate queste ultime? In un primo e lontano periodo, nell’esilio, in carcere e nella Resistenza, ma in un periodo più vicino, peraltro di non breve durata, nelle lotte sociali. Era un cursus honorum tipico, quello dell’operaio che in fabbrica dirigeva le lotte sociali, diventava funzionario sindacale e veniva infine preso dal partito come quadro e potenziale dirigente. Questo percorso finiva per mascherare la composizione sociale interna al partito, che nei registri delle schede presentava una fortissima presenza operaia, ma che a tutti gli effetti rappresentava soltanto un’origine operaia, per una destinazione di lungo periodo come funzionario a tempo pieno. A essa si affiancavano altre origini sociali non sempre ben censite, per esempio mezzadrili.

La Fgci era divenuta, come in tutte le organizzazioni giovanili dei partiti comunisti, non da ultimo quelli al potere come il Pcus, il luogo di reclutamento della classe dirigente, una sorta di scuola di partito per dirigenti in cui si fa politica fin da piccoli. I dirigenti della Fgci erano dei fini politici, ma non dirigevano mai una vera e propria lotta sociale. Se mandato a condurre una lotta (come si usava con i vecchi quadri del partito) in cui operai, o contadini, o cittadini di un quartiere povero o altri manifestavano le loro rivendicazioni, un dirigente della Fgci non ne sarebbe uscito vivo, mentre un vecchio dirigente del Pci avrebbe guidato lui stesso la testa del corteo. La formazione dei dirigenti della Fgci li rendeva perciò abilissimi a cambiare continuamente posizione, senza averne mai una. Essi avevano imparato dal partito che solo la politica politicante (politique politicienne) era la risposta ai problemi dell’immediato, ma non erano stati educati a inserire quest’idea in una strategia di lungo periodo. In questo senso, le divergenze che certamente vi sono state fra diversi dirigenti ex Fgci, in particolar modo quelle fra Occhetto, D’Alema e Veltroni, non erano poi così significative rispetto all’omogeneità sociale e culturale di fondo.

Aggiungerei poi che il partito fu sempre debolissimo sul fronte intellettuale urbano. Il Sessantotto, il movimento studentesco, l’attivazione di movimenti democratici radicali in categorie come quelle degli insegnanti, dei medici e dei magistrati, portarono al partito nuove forze sociali, non solo come consenso elettorale o come quadri locali, ma anche come dirigenti, prima della Fgci e poi del Pci, a livello nazionale. In altre parole, un partito che si era cospicuamente formato sulla base di un’origine operaia, dopo la grande ondata del Sessantotto si arricchisce, ma anche si modifica, rispetto a nuove leve di funzionari che sono tutte di origine piccolo-borghese, impiegatizia e urbana. Anche questo va considerato rispetto alla trasformazione del partito e alla fluidità di movimenti al suo interno. Un partito che non a caso cambierà continuamente nome (Pds, Ds, Pd), non avendo più un’identità definita.

 

Quindi lei rintraccia negli anni sessanta il momento in cui sarebbe stata necessaria una trasformazione strategica e strutturale del partito?

 

Sì. Se noi andiamo a vedere i convegni dell’Istituto Gramsci dei primi anni sessanta, prima di tutto quello «Tendenze del capitalismo italiano», Roma 1962, e, in seguito, quello «Tendenze del capitalismo europeo», Roma 1965, abbiamo un’eco di questo dibattito. Non a caso le voci che più si leveranno a rivendicare un cambiamento della strategia del Pci provengono in primo luogo dal sindacato, da Trentin a Foa.

 

Come, allora, il movimento del Sessantotto influì sul Partito? In che modo esso espresse esigenze di un cambiamento di rotta della strategia della modernizzazione di cui si è parlato? L’invito di Togliatti a Pisa nel 1964, che Lei collaborò a organizzare, viene spesso descritto come un episodio anticipatore.

 

L’invito di Togliatti a Pisa rivelò una diversa sensibilità delle nuove generazioni, anticipando l’evoluzione che poi avrà una sua ben più importante espressione nei movimenti sociali dal 1967 fino al 1975, ma l’irrompere del movimento era già nell’aria. Ricordo che si erano avute occupazioni di Architettura a Roma nel 1962 e a Pisa stessa la Sapienza nella primavera del ‘64 sarà occupata per un mese. L’interesse sta non tanto in quello che alcuni di noi dissero a Togliatti, quanto in ciò che Togliatti disse poi, tornato a Roma. Gli interventi, del resto, provenivano da posizioni politiche diverse: c’erano giovani normalisti che in qualche modo anticipavano quelli che sarebbero stati poi i movimenti del Sessantotto, da me a Sofri, contestando la strategia della «via democratica al socialismo» e il moderatismo sociale; ma c’erano pure esponenti del mondo cattolico che facevano obiezioni di carattere storico e realistico, come Gianfranco Fioravanti, che chiese se non riteneva che gli accordi di Yalta avessero condizionato la politica del Pci. Togliatti fu costretto a ribattere: «mai sentito parlare di accordi di Yalta» – un po’ debole come risposta! Ma questo non era un anticipo del Sessantotto bensì solo la domanda di una persona intelligente che obiettava al volontarismo del discorso togliattiano.

Quel che è interessante, dicevo, è ciò che Togliatti ricavò da questo incontro. Nel convegno che il partito fece sul Sessantotto, «Il marxismo italiano degli anni sessanta e la formazione teorico-politica delle nuove generazioni», Roma 1971, con una relazione di Badaloni che voleva essere un’apertura filosofico-politica alle nuove istanze dei movimenti, a me capitò, seguendo il convegno nel quale poi intervenni, di avere accanto Pesenti e Amendola. Mi parlarono dei discorsi che Togliatti aveva fatto in direzione dopo la conferenza, che si possono così riassumere: «Guardate che qui sta succedendo qualcosa di grosso tra le nuove generazioni, e noi non ce ne siamo ancora accorti». Ciò dimostra che Togliatti era un animale politico con un bel fiuto – ma morì qualche mese dopo e non ebbe occasione di utilizzarlo.

Per quel che riguarda l’atteggiamento del partito verso il Sessantotto a me sembra un atteggiamento al contempo di realismo politico e di cecità culturale. Realismo politico: se c’era un movimento il Pci sentiva immediatamente il bisogno di starci dentro e di dirigerlo. Per il Sessantotto la cosa non era così semplice – ma anche da questo punto di vista la storia del Sessantotto andrebbe rifatta. La storia sarebbe che la spontaneità anarco-comunista degli studenti rompe con il moderatismo del Pci, lo travolge, lo spazza via. Tuttavia potrei citare un elenco di città in cui, preoccupato dall’assenza dei movimenti, il partito se li inventa lui stesso: dà l’ordine a quelli della Fgci di occupare le facoltà e mettere in piedi il movimento. Così fu per esempio a Parma e a Modena, contesti in cui il Pci era forte. Un atteggiamento certo un po’ cinico, ma del tutto realistico.

Se c’è un problema che il Pci non si poneva era di capire cosa fosse questo movimento. Si può parlare di dirigerlo, condizionarlo, mettersi d’accordo, ma l’idea che il movimento ponesse dei problemi nuovi con cui fare i conti non gli passava proprio per la testa. E quando il movimento calò e i capi cominciarono a iscriversi al Pci, tutto a posto, tutto risolto. Invece non era risolto niente. Da questo punto di vista, quando ho parlato di rigidità nella politica del Pci mi riferivo anche a un vissuto personale. Si pensava: c’è uno schema? Continuerà a funzionare. Succede qualcosa? Ce lo mettiamo dentro.

 

Il tema cruciale della sua analisi è la rigidità del partito, che mantiene le sue strutture e i suoi schemi, la società, le lotte, le ambizioni dei vari gruppi sociali che mutano e che progressivamente corrisponde sempre meno alle strategie e alle analisi del partito che avrebbe l’intenzione di rappresentarli. Come sono cambiati i canali di comunicazione e trasmissione tra lotte sociali e partito?

 

Parlo con più cognizione di causa delle fasi in cui io stesso sono stato dirigente politico che non di degli ultimi anni, in cui seguo la politica da una certa distanza. Rispetto al passato, la non esistenza di questo tipo di partiti (abbiamo parlato di Pci ma potevamo parlare anche di Psi o della Dc) porta oggi a una fluidità delle forme politiche tale da annullarne la continuità. Ci può essere un reclutamento di alcuni dirigenti di movimento (che peraltro nasce, si sviluppa e muore su temi specifici) da parte di un partito, ma questo è a sua volta composto da una costellazione di gruppi culturali, politici, organizzatori di interessi materiali, privi di una loro continuità.

Credo che il maggior elemento di debolezza del nostro paese sia lo scadimento della qualità della classe dirigente. Questo scadimento deriva dal fatto che la si cambia con una rapidità eccessiva: e mentre prima alcuni settori della classe dirigente venivano fuori da strutture – sociali, politiche, economiche, culturali – dove esistevano meccanismi di concorrenza e di elezione fondata sul merito, oggi il meccanismo di selezione è, in tutti gli ambiti, la cooptazione. E mentre la concorrenza in parte seleziona sul merito, la cooptazione seleziona solo sulla fedeltà e sull’interesse. Per di più viene meno la continuità, per cui essendoci un nuovo gruppo dirigente con il sistema americano dello spoil system si eredita/recluta tutto, ricominciando ogni volta da capo.

È tipica la situazione dei sindaci: ormai il sindaco lo può fare solo un professionista non politico che sembri avere una qualche credibilità rispetto a obiettivi propagandati dai media. Una volta era completamente diverso. E questo spiega perché i sindaci nascono e muoiono senza lasciare tracce. C’è stato solo un momento in cui il partito (Pds), che era ancora quasi un partito, attirò intellettuali – qui a Pisa, per esempio, Piero Floriani – ma, siccome gli intellettuali reclutati erano gente per bene e sveglia, fecero un soqquadro tale, rispetto alle filiere di interessi del partito, che non vollero più tra i piedi.

 

Ci permetta di tornare all’origine della sua ricostruzione storica. Quali sono, secondo lei, le ragioni dell’egemonia del Pci, a scapito del Psi, nello scenario politico della sinistra marxista italiana del secondo dopoguerra?

 

Sono convinto che la risposta stia nella validità del gruppo dirigente e nella sua coesione, perché da una parte esiste nel dopoguerra un prestigio dell’Unione Sovietica, che è più facilmente raccolto dal corrispondente partito comunista nazionale che non da partiti socialisti, dall’altra la durezza della selezione aveva prodotto gruppi coesi (ricordo quelli che, avendo fatto carcere, esilio, guerra di Spagna, ecc. coll’umorismo gelido degli Apparatčik venivano chiamati “quelli della via crucis”). Mentre nell’arco delle tendenze del Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup), poi Partito socialista italiano (Psi) si riscontravano posizioni variegate, dalla destra socialdemocratica alla sinistra consiliare, in qualche modo “a sinistra” dello stesso Pci, pensiamo a Lelio Basso. Questa è una fra le tante ragioni che spiegano la ricchezza intellettuale e, al tempo stesso, la debolezza politica del Psiup, poi Psi: la pluralità di posizioni all’interno, che porterà anche a molte scissioni.

Invece nel Pci la validità del gruppo dirigente, formatosi fra esilio, guerra civile spagnola, carcere, scuola di Mosca e Resistenza, stava nella capacità del gruppo dirigente, unito dall’intelligenza di Togliatti, di raccogliere una pluralità di forze sociali e di tradizioni intellettuali e politiche. Per fare un esempio, molti gruppi, a prevalente base popolana, originariamente organizzati nel Partito repubblicano, passarono nel dopoguerra al Pci. In effetti, quest’ultimo dimostrò la capacità di essere non settario, contrariamente all’idea comune che si ha di un partito stalinista. Si riscontrava al suo interno una pluralità molto interessante di filoni culturali.

Se posso riprendere una battuta che usavo quando ero attivo politicamente: mentre nel Partito democratico della sinistra (Pds), il femminismo in versione “cultura della differenza” (quello che Preve chiamava spiritosamente «un heideggerismo debole») venne inserito nello statuto (nello statuto del Pci il marxismo-leninismo non ha peraltro mai figurato). Questo perché vi era l’intelligenza di comprendere che la vittoria di una cultura non deriva dal fatto di essere inserita in uno statuto, ma dal suo essere più forte degli altri filoni culturali e di egemonizzarli.

In definitiva, nel Pci si ebbero adesioni di provenienza socialista, repubblicana, cristiano-sociale e altre ancora, che fecero di esso una forza molto più composita di quanto non sia riconosciuto. Se sfogliate le riviste culturali promosse o appoggiate dal Pci nel dopoguerra come «Movimento operaio», «Società», «Critica economica» e «Politica ed Economia», trovate una grande varietà di posizioni. In «Politica ed Economia», per esempio, potrete trovare contributi marxisti di varia scuola, ma al tempo stesso saggi d’ispirazione keynesiana o legati alla dottrina sociale della chiesa. Questa duttilità, unita alla capacità di coesione del gruppo dirigente dell’immediato dopoguerra rappresentò un elemento di forza che toglieva spazio ai socialisti, tormentati più marcatamente da aperti scontri interni, ideologici e non solo.

 

Si può dire che questo carattere composito del partito e del gruppo dirigente abbia svolto un ruolo di plasticità in momenti politici cruciali. Mi riferisco in particolare al ruolo di Luciano Barca e Antonio Tatò, entrambi provenienti dal mondo cristiano sociale, negli anni del compromesso storico. Inoltre, non crede che l’affluenza nel Pci da parte di esponenti di aree politiche e culturali molto diverse da quella marxista-leninista, come nel caso di quella liberale da cui proveniva Giorgio Amendola, possa aver introdotto nel partito elementi di ambiguità con relative conseguenze politiche, specie riguardo proprio alla questione della modernizzazione?

 

Tenderei a escluderlo. La direzione del partito, da Togliatti a Berlinguer, seppe mantenere una centralità che permetteva alle ali, quella destra di Amendola e quella sinistra di Ingrao, di essere profondamente diverse, presenti e legittimate, ma incapaci di decidere la linea politica. Fu possibile forse un certo grado di condizionamenti ma sostanzialmente, almeno fino a Berlinguer, è sempre riuscita a prevalere la centralità della tradizione comunista-sovietica.

Associo l’aggettivo comunista-sovietica anche alla stagione di Berlinguer, di cui non conservo un giudizio positivo a causa del suo contributo alla distruzione del centralismo democratico nel partito, scelta sulla quale disgraziatamente scivolò quando finì in minoranza. Berlinguer si trovò di fronte a una situazione in cui, di fronte a scelte determinanti, la segreteria non aveva la maggioranza in direzione. Fu così che decise di rompere il meccanismo: il “compromesso storico” fu bruscamente interrotto a Salerno da un discorso di Berlinguer che rappresentò un mutamento di strategia politica da parte del segretario, senza passare attraverso la segreteria, la direzione e il comitato centrale.

Questo, si parva licet, fu anche il motivo della mia sofferta dimissione dal Comitato federale di Pisa: la violazione del centralismo democratico. Può sembrare un paradosso, ma in realtà le regole nel Pci sono sempre state importanti. Una tradizione che vale anche per il partito sovietico: persino Stalin non fu mai capace di avere del tutto la meglio sulle regole, per esempio scontrandosi con l’Accademia delle Scienze senza riuscire a ridimensionarla. Il centralismo democratico era assai più garantista di quanto non si creda.

Tuttavia, detto questo, devo riconoscere a Berlinguer di essere sempre stato interno al movimento comunista internazionale. La lettura di un Berlinguer che rompe in via definitiva con l’Unione Sovietica è fuorviante. Berlinguer era stato tra i dirigenti mondiali della Gioventù democratica, partecipava a questa storia sin da bambino: manovrava, come tutti i grandi dirigenti comunisti, per la vittoria della sua linea contro quella di altri dirigenti. La tattica di Berlinguer non si collocava al di fuori dal movimento comunista internazionale, ma era un gioco sotterraneo, di corrente, all’interno di questo movimento, per cambiarne la maggioranza, per influenzare e rafforzare le forze amiche nel Pcus. Che non ci sia riuscito è altra questione – ed è anche morto troppo presto. Però tengo da una parte a dichiarare il mio radicale dissenso rispetto alla sua strategia di rottura del centralismo democratico, dall’altra il mio rispetto per un dirigente del movimento comunista internazionale che, ribadisco, ha sempre operato dentro e non fuori di esso.

 

Il suo giudizio sull’ala – come l’ha definita – di Amendola?

 

È l’ala che si trasforma di più, contrariamente a quel che spesso si dice. Si tende a pensare che Amendola, Macaluso e Napolitano fossero una cosa sola: assolutamente falso. In comune avevano solo una speciale attenzione verso il Partito socialista e la convinzione che i movimenti sono importanti, ma che alla fine è l’organizzazione, la direzione politica, che decide. Ci sono due caratteristiche di Amendola, per cui ho sempre avuto grande stima, che negli altri si perdono: primo, un’attenzione verso la classe operaia assolutamente centrale, che scompare invece nei cosiddetti miglioristi, fuorché come politica di alleanza nei confronti di quadri sindacali amici. Secondo, Amendola era filosovietico, gli altri due visceralmente antisovietici. Napolitano era l’uomo degli americani. Alla faccia della continuità!

 

Quale invece il ruolo di Berlinguer rispetto ai temi di politica economica?

 

La mia impressione è che Berlinguer assomigliasse a Moro: entrambi uomini del primato della politica. L’economia veniva vista un po’ come l’intendenza per Napoleone: seguirà. Quindi gli uomini che hanno avuto importanza per la politica economica nel Pci a partire dalla fine degli anni sessanta furono gli Amendola e i Barca. Non era l’interesse centrale di Berlinguer.

 

Ci fu però un passaggio, negli anni di Berlinguer, da Antonio Pesenti a Luciano Barca come economista di riferimento.

 

Ho grande stima di Pesenti e di Barca, e sono stato amico di entrambi. Credo che sulla scelta di Barca, più che una volontà di cambio di rotta in materia di politica economica, abbia influito la sua storia culturale e politica, cioè l’attenzione al filone cristiano-sociale (che poi non era soltanto un problema teorico ma implicava anche concreti rapporti col Vaticano, tenuti in particolare da Paolo Bufalini e Antonio Tatò). La scelta di Barca corrispondeva a un’esigenza di omogeneità del gruppo dirigente: Pesenti, che muore nel 1973, era un po’ troppo anticapitalista ed era stato da tempo sostituito con Eugenio Peggio.

Berlinguer aveva due gambe: una era il blocco storico dei comunisti cattolici, e l’altra era il gruppo dei giovani che lui aveva voluto premiare portandoli in segreteria. Questi giovani avrebbero avuto, del resto, storie diversissime l’uno dall’altro, ma in quel momento erano utili come strumenti della sua politica. Tuttavia, Berlinguer era molto centralista: le decisioni politiche importanti le prendeva lui e basta.

 

Insisterei sulla questione della politica economica. Aggiungo uno spunto di riflessione riportandole il paragrafo finale di un articolo scritto da Federico Caffè per «L’Espresso», intitolato Processo a Berlinguer (1982): «Ho l’impressione che l’acquisizione del consenso stia diventando troppo costosa, in termini di sbiadimento dell’aspirazione all’egalitarismo, della lotta all’emarginazione, dell’erosione di posizioni di privilegio: aspirazioni che si identificano con quel tanto di socialismo che appare realizzabile nel contesto del capitalismo conflittuale con il quale è tuttora necessario convivere»[3]. Da questo passaggio emerge una tensione tra una strategia politica, ma anche di politica economica, orientata alla trasformazione delle strutture del capitalismo italiano e una linea del «primato della politica», come diceva Lei, del Pci.

Proprio a questi anni risale il dibattito sulla trasformazione interna del Labour Party, in cui la componente legata a Tony Benn riesce a essere notevolmente influente e contribuisce a imporre nelle elezioni del 1983 un manifesto politico che si può definire probabilmente più a sinistra, perlomeno su alcuni temi, della linea del Pci: si propone la nazionalizzazione di vaste aree dell’industria britannica, l’instaurazione di una struttura per la pianificazione economica, una tassazione del 90% sulla ricchezza, il disarmo unilaterale. Insomma, un programma mirato, in prospettiva, alla trasformazione in senso socialista della società britannica. Una simile consapevolezza c’è nel Pci di Berlinguer degli anni ottanta?

 

Credo che Berlinguer fosse particolarmente preoccupato di una possibilità d’intervento, insomma di un colpo di Stato, organizzato da servizi segreti italiani e statunitensi. Teniamo presente che le informazioni che il Pci aveva sempre avuto dai servizi segreti sovietici si rallentano dopo il 1968, cioè dopo la presa di posizione del Pci sulla Cecoslovacchia, e finiscono del tutto nel 1981 dopo quella sulla Polonia. Viene meno così un’importante difesa sul terreno informativo di cui il Pci si era avvalso in passato. Ovviamente ci sono altre fonti, fonti anche dei servizi italiani con cui il partito aveva rapporti – anche se la mia personale impressione è che il partito si sia fatto giocare dai servizi più che viceversa. Questo spiega il moderatismo, ovvero: si può rivendicare di tutto, purché venga evitato un colpo di Stato.

 

La situazione internazionale influiva pesantemente sul Pci di Berlinguer?

 

Non c’è alcun dubbio. La possibilità di un colpo di Stato in Italia si collocava all’interno di una serie di colpi di Stato che c’erano effettivamente stati, o stavano per esserci, da altre parti. Può sembrare più facile fare un golpe in America Latina che non in Italia, ma avevamo avuto l’esperienza della Grecia. L’Italia non ha mai recuperato pienamente l’indipendenza nazionale: a differenza della Germania, che l’ha ritrovata in seguito all’unificazione, la nostra situazione, quanto a governo delle istituzioni e attività dei servizi, risente ancora oggi della natura di paese sconfitto. E questo Berlinguer l’aveva molto chiaro.

A mio giudizio l’errore più grave non fu il compromesso storico in sé, e la scelta conseguente di carattere parlamentare, ma fu di aver messo il freno alle lotte sociali in un momento in cui le possibilità erano grandi. Sfruttare queste possibilità non sarebbe stato necessariamente incompatibile con le scelte a livello parlamentare. In altri momenti il partito aveva teorizzato di essere partito di lotta e di governo: in quel momento invece scelse di essere solo di governo, tra l’altro senza essere al governo, e non più di lotta. Non fu una decisione brillante, le cui conseguenze le paghiamo ancora.

 

L’area che si può definire filosovietica cambiò molto nel corso della storia del partito. Come cambiò, e che significato ebbe rispetto alle posizioni in politica interna e alle lotte sociali? Non fu, credo, un rapporto univoco.

 

La storia dell’area filosovietica del Pci negli anni ottanta è complicata perché, convergendo attorno ad alcuni obiettivi comuni, si ricongiunsero forze che avevano storie politiche e culturali diverse. Esisteva un’area di radicalismo sociale nel Pci che faceva riferimento all’Urss e che aveva il suo dirigente storico in Secchia: quest’area, che già dissentiva dal moderatismo sociale del Pci, venne allo scoperto quando esso ruppe con l’Urss. Ma non aveva una grande presenza o influenza nel partito, era già stata ridimensionata dopo il ‘56. Divenne più ampia e rilevante quando a quest’area aderì Armando Cossutta, un dirigente storico con posizioni intermedie tra Amendola e Togliatti, che non concordava con la rottura con l’Urss e che poi dissentirà dallo scioglimento del partito.

Quando parlo di “ricongiungimento di forze che avevano storie diverse”, basti ricordare che nel congresso della federazione milanese del 1960 fu Cossutta, su direttiva di Amendola, allora responsabile nazionale dell’organizzazione, a liquidare il segretario Alberganti che esprimeva posizioni vicine al gruppo di Secchia. Sarà proprio questo gruppo che inizierà nei primi anni ottanta un frazionismo filosovietico pubblicando «Interstampa» e che si riunirà con Cossutta nei secondi anni ottanta.

Quando si pose il problema dello scioglimento, una serie di forze aderirono a quest’area avendo ognuna una storia diversa. Questo riguarda anche chi, come me, aveva alle spalle una pagina di storia della Nuova Sinistra, nata all’inizio degli anni sessanta con i «Quaderni Rossi». È interessante vedere come quest’area prendeva corpo attraverso la costruzione di organismi come l’Associazione culturale marxista, i cui aderenti erano in parte filosovietici in parte marxisti intransigenti o, più semplicemente, militanti che non volevano finire come il Psi di Craxi, con provenienze anche dalla sinistra socialista e dal comunismo cristiano: operai, sindacalisti, cooperatori, artisti e docenti universitari, fra cui un significativo numero di accademici dei Lincei. Fra i molti intellettuali autorevoli ricordo Guido Aristarco, Raffaele De Grada, Ambrogio Donini, Ludovico Geymonat e Cesare Musatti.

Si ricongiungevano una posizione storica di radicalismo sociale e filosovietismo, una posizione di rivendicazione di identità classista del partito e una fedeltà alla struttura del partito leninista in quanto tale. Questa mi pare, grosso modo, la storia di quest’area – che poi nella costruzione di un nuovo partito avrà evoluzioni anche più complicate, perché a esso aderiranno ulteriori pezzi di storia politica e culturale, provenienti dai movimenti oppure dalla diaspora ingraiana.

Diciamo che la storia dell’area filosovietica nel Pci ha a che fare da un lato con una insofferenza rispetto al moderatismo sociale – nel solco di Secchia – e dall’altro con il ricongiungersi di forze politiche e culturali diverse nella difesa di un partito classista che fosse in qualche modo interno alla tradizione anticapitalista del movimento operaio italiano. Il breve successo, seguito da un rapido declino di Rifondazione comunista, incapace di costruire una strategia politica, deriverà in parte da una frattura mai sanata fra coloro che provenivano dal Pci e altri che provenivano da Democrazia proletaria, in parte dalla debolezza di direzione politica di Cossutta che prima porterà alla segreteria Garavini, espressione del comunismo operaista torinese, e poi Bertinotti, un socialista cristiano visceralmente anticomunista.

Ma, al di là della storia di questi dirigenti che non fu brillante, come non è mai brillante la storia di coloro che perdono, e questo vale anche per chi vi parla, rimasero irrisolti i nodi del dibattito che si era aperto negli anni sessanta. Di fronte ai mutamenti nazionali e internazionali intervenuti, pensiamo solo ai mutamenti della composizione di classe indotti dalla precarizzazione dei rapporti di lavoro e dai flussi migratori, risultava a maggior ragione necessaria una rinnovata analisi sociale capace di fondare una nuova strategia politica, ma a questa necessità non venne data risposta.

 

Che significato ebbe la formazione di correnti di sinistra all’interno del Pds? Mi riferisco a quelle figure che, nella fase terminale del Pci o nelle fasi iniziali dei suoi partiti eredi, avevano dapprima appoggiato il mantenimento della struttura del partito ma poi aderirono al Pds.

 

Da una parte ogni storia personale ha una sua identità, una sua caratteristica, che qui non sono interessanti. Dall’altra, se vogliamo vederli come gruppo, collettivamente, la risposta è molto semplice: vi erano forze che, per vecchia fedeltà all’idea del partito e per scetticismo sulle forze che invece erano uscite (ovvero Rifondazione comunista), si mantengono all’interno del Pds; queste forze, anche con un passato rispettabile, erano convinte che le regole fossero ancora quelle vecchie. Ma non avevano capito niente.

In altre parole, queste forze aderirono al nuovo partito non convinte della sua strategia e della sua identità, avendo in mente la politica sotterranea di condizionamento che, nel vecchio Pci, i dissidenti portavano avanti quando non erano d’accordo, venendo mantenuti nel gruppo dirigente e quindi avendo anche un ruolo riconosciuto e rispettato. Nel vecchio partito valevano ancora le regole per cui uno come me, che giocava per conto suo, essendo membro della direzione ne poteva condizionare i lavori. In realtà nel nuovo partito, come in tutti gli altri nuovi partiti, s’impone il principio per cui chi ha la maggioranza vince e piglia tutto. Le minoranze che pensano di aderire rallentando in qualche modo il mutamento e condizionandolo vengono spazzate via, non contano più nulla.

 

Si riproduce all’interno del partito quello che avviene nello scenario parlamentare.

 

Non c’è dubbio. Esattamente come muore il Parlamento pluralistico delle commissioni e vince l’Esecutivo, così è nel partito. Questa storia, per farla breve, comincia con Craxi e, grazie anche agli innovatori che venivano dalla Fgci, finisce con Renzi.

[1] Un chiacchierato sondaggio condotto da YouGov a inizio 2016 sulla popolazione statunitense ha rilevato come i rispondenti di età inferiore ai 30 anni che esprimono un giudizio favorevole nei confronti del “socialismo” siano di gran lunga superiori numericamente rispetto a coloro che invece si professano più inclini al “capitalismo”. Vedasi i risulati: https://d25d2506sfb94s.cloudfront.net/cumulus_uploads/document/467z1ta5ys/tabs_OP_Socialism_20160127.pdf

[2] Report del Rosa Luxemburg Stiftung «Mapping the European Left: Socialist Parties in the EU»: http://www.rosalux-nyc.org/mapping-the-european-left/

[3] Ora in Federico Caffè, La solitudine del riformista, a cura di Nicola Acocella e Maurizio Franzini, Torino, Bollati Boringhieri, 1990, p. 139.

  • versione rivista rispetto a quella pubblicata su Il Ponte, Anno LXXII n.6, giugno 2016, pagg.79-94; di prossima pubblicazione sulla rivista Jacobin



I NOSTRI “CLASSICI”. Un’importante iniziativa politica e culturale della Rivista Il Ponte

Viva il socialismoI nostri «Classici»

di Lanfranco Binni e Marcello Rossi

I nostri Classici Allegato al numero di gennaio 2015 della rivista gli abbonati troveranno il primo volume di una nuova collana dedicata ai classici del pensiero politico e della letteratura: autori e testi legati alla lunga e complessa attenzione politica e culturale del «Ponte» di ieri e di oggi, dall’antichità classica all’umanesimo rinascimentale, all’illuminismo, al socialismo, all’anarchismo e al comunismo, su una linea di pensiero che ha sempre scelto e continua a scegliersi i propri autori di riferimento, di riflessione e di studio. I volumi dei «Classici», pubblicati in coedizione tra il Ponte Editore e il Fondo Walter Binni, usciranno con una cadenza sostanzialmente bimestrale allegati alla rivista; saranno inoltre distribuiti in libreria separatamente, e liberamente scaricabili in pdf dai siti www.ilponterivista.com e www.fondowalterbinni.it. per assicurarci la loro più ampia e libera diffusione.
Abbiamo deciso di impegnarci in questa nuova iniziativa editoriale per ragioni che vogliamo dichiarare. La ragione principale è la nostra valutazione dello stato della cosiddetta «sinistra» italiana, una sinistra di sistema (governativa e non) sempre più al servizio delle devastazioni del capitalismo finanziario e complice di una spaventosa regressione politica e culturale; la precarizzazione del lavoro, la distruzione della scuola pubblica, la rimozione attiva delle tradizioni di lotta per la democrazia e il socialismo, l’uso dei mass media per diffondere i veleni di una falsa modernità che alla storia e ai suoi conflitti oppone l’unico presente della mercificazione e del consumo, sono aspetti di uno stesso disegno. Nella situazione italiana a tutto questo si aggiunge il peso insostenibile di un sistema politico profondamente corrotto, oligarchico e trasformista, in continuità con la tradizione mai superata della “modernità” del fascismo.
La seconda ragione è legata alla prima: i bombardamenti economici di una crisi strutturale non riformabile stanno producendo, anche nell’invecchiata e stremata Italia, reazioni (limitate ma non irrilevanti) di delegittimazione del sistema politico, negandone la credibilità (il crescente astensionismo elettorale porta anche i segni dell’opposizione e del rifiuto di collaborare con un sistema politico mafioso e criminale), negando consenso e partecipazione; su questo terreno complesso e confuso, ampiamente diffuso nei ceti medi e popolari, agiscono le pulsioni più diverse, dall’egualitarismo alla difesa dell’ambiente, dal populismo al razzismo, all’individualismo.
In questa situazione difficile e inquietante, determinata da strategie internazionali finanziarie e di guerra, da precisi compiti geopolitici assegnati all’Italia dall’Europa e dagli Stati Uniti, la critica del capitalismo e delle sue dinamiche di asservimento resta una priorità, sui due fronti dell’analisi del presente e della ricostruzione di una cultura socialista e libertaria, retroterra indispensabile della formazione di soggettività autonome e rivoluzionarie. La sinistra di sistema si autodefinisce liberale: è l’estremo approdo della lunga deriva degli apparati del Pci, dallo stalinismo alla svolta di Salerno, al compromesso storico con la Dc, al Pd «partito della nazione». Una pretesa tradizione liberale (da Croce a Bobbio) è la copertura ideologica del liberismo più spregiudicato. L’«altra Italia» di ampi settori elettorali della sinistra istituzionale, l’altra Italia minoritaria degli eretici di area socialista e comunista, di chi sperimenta (fin dagli anni quaranta del Novecento) le possibilità di un’altra “democrazia”, diretta e dal basso, anticapitalista, egualitaria, internazionalista, non può non confrontarsi con le parole, le idee, gli autori, le esperienze del nostro dinamico retroterra culturale. Non è un caso che sia «Il Ponte», forte della propria tradizione di pensiero critico fin dagli anni dell’antifascismo e della Resistenza, a riproporre classici del pensiero politico e della letteratura spesso dimenticati, rimossi, oggetto di revisionismo storico, in un paese in cui i poteri oligarchici si nutrono dell’ignoranza pianificata dei sudditi.
Procederemo in ordine sparso, unici responsabili delle nostre scelte, proponendo testi che di titolo in titolo contribuiranno a tracciare un percorso a più dimensioni, ricollegando fili interrotti, rileggendo nel presente e dal presente la storia e i suoi movimenti, i suoi conflitti, le sue rotture. Cominciamo con Paul Lafargue (Il diritto all’ozio, La religione del Capitale) che già negli anni ottanta dell’Ottocento centrava la questione del lavoro, del suo senso nelle condizioni del capitalismo, e della religione come strumento di asservimento. Proseguiremo con i pensieri politici di Leopardi nello Zibaldone, con la «Congiura degli eguali» di Babeuf-Buonarroti, con il Protagora di Platone, Della tirannide di Alfieri, per poi incontrarci con Fourier, Lucrezio, Étienne de la Boétie, Feuerbach, Pisacane, Louise Michel, Paul Nizan, Averroè, Rosa Luxemburg, D’Holbach, Diderot, Marat, Sade, i giacobini italiani, Marx, Cafiero, Matteotti, Mao, Leroux, Capitini e tanti altri. Non saremo eurocentrici né troppo prevedibili. I percorsi del pensiero critico non conoscono confini, e la lotta per la democrazia e il socialismo, nonostante le sue difficoltà storiche nell’esausta Europa è in grande sviluppo in tante aree del mondo: in America Latina, in Asia, in Africa. Ed è terreno di conflitto e progettazione politica nella stessa area “atlantica”, in Europa e negli Stati Uniti. Ovunque e sotto qualunque regime le questioni centrali sono il superamento del modo di produzione capitalistico e la costruzione di società egualitarie capaci di sviluppare liberamente il potenziale umano di ognuno di noi, liberato dagli orrori economici e culturali del capitalismo. La consegna luxemburghiana «socialismo o barbarie» è più che mai attuale.
I nostri «Classici» li tratteremo a modo nostro: non saranno pretesti per dissertazioni più o meno accademiche, i curatori si limiteranno a introdurli “dal presente”, con lo strabismo storico necessario, ma solo per affidare ai lettori nel modo più diretto la voce degli autori, corredata di un apparato di note indispensabili e di indicazioni bibliografiche essenziali per approfondirne la conoscenza. Insomma, strumenti di lettura e di studio con cui il lettore entri in rapporto con i testi senza eccessive mediazioni.
A chi ci rivolgiamo? In primo luogo agli abbonati del «Ponte», una vasta area culturale di intellettuali, insegnanti, studenti, cittadini dell’«altra Italia» che non si riconosce nei riti della sudditanza più o meno volontaria. Nello stesso tempo ci rivolgiamo alle numerose situazioni in movimento, nelle scuole e nelle fabbriche, nelle reti sociali (reali e virtuali), nelle esperienze di autorganizzazione e di pratiche democratiche dal basso, eredi di quell’«anomalia italiana» (un forte movimento operaio, le lotte operaie e studentesche degli anni sessanta-settanta) sulla quale si è abbattuta la normalizzazione del craxismo e del berlusconismo negli anni ottanta-novanta, dilagata successivamente anche a sinistra. È un’area di opposizione dispersa, carsica, spesso ridotta all’afasia, colpita duramente dalla crisi economica e morale di un paese ostaggio del malaffare oligarchico, ma ricca di esperienze vissute di lotta politica. Su questa frattura tra i movimenti egualitari degli anni sessanta-settanta e le mutazioni strutturali della società italiana attuale, tra proletariato storico e nuova composizione di classe del paese, si può e si deve intervenire con un attento lavoro di ricomposizione culturale e politica di quelle «nostre verità» che Fortini nell’estremo messaggio di Composita solvantur raccomandò di proteggere.

Categorie: Letteratura, Politica | Tag: Aldo Capitini, Averroè, Benedetto Croce, Carlo Cafiero, Carlo Pisacane, Charles Fourier, Congiura degli eguali, Denis Diderot, Étienne de la Boétie, Filippo Buonarroti, Franco Fortini, Giacomo Leopardi, Giacomo Matteotti, Gracco Babeuf, Il Ponte, Jean-Paul Marat, Karl Marx, Lanfranco Binni, Louise Michel, Lucrezio, Mao, Marcello Rossi, Norberto Bobbio, Paul Henri Thiry d’Holbach, Paul Lafargue, Paul Nizan, Pierre Leroux, Platone, Rosa Luxemburg, Vittorio Alfieri, Walter Binni |




USA, LA MAGGIORE MINACCIA (Intervista della redazione del Ponte a Noam Chomsky, 8.11.1999).*

chomskyAll’indomani degli attacchi americani e Nato-Otan contro Belgrado e la Serbia, prima città e nazione europee ad essere bombardate dopo il 1944-45, la rivista fondata da Calamandrei e per trent’anni diretta dal socialista Enzo Enriques Agnoletti, fece un’intervista al suo prestigioso collaboratore sin dai tempi del Vietnam, Noam Chomsky.
L’intervista aveva ad oggetto varie questioni: la crisi, irreversibile, dell’Onu, la guerra dei Balcani, i difficili rapporti tra Usa e Europa e i fallimenti di tutti i progetti, dal 1945 in poi, finalizzati all’emancipazione politica e militare di quest’ultima, la fine del secondo mandato Clinton, l’embargo a Cuba, l’Iraq, la globalizzazione e i suoi primi oppositori (il caso dello sventato accordo MAI in sede OCSE, Multilateral agreement on Investments, nel 1997-98, adesso riproposto, sostanzialmente, attraverso il TTIP..), ma soprattutto il ruolo debordante dell’impero americano, che già allora aveva dispiegato la propria, “nuova”, strategia in direzione di un altro ordine mondiale, prima dell’avvento al potere, poco più di un anno dopo, dei neocon di Bush junior & C..

Per Chomsky, le premesse di questo nuovo ordine mondiale liberista erano state gettate agli inizi degli anni ’70, con la liberalizzazione, da parte di USA e UK, dei mercati finanziari e il definitivo abbandono del sistema economico instaurato dopo la II guerra mondiale (la c.d. “età dell’oro” secondo la celebre definizione di Eric J. Hobsbawn). Chomsky definisce la nuova epoca “età del piombo” (crescita più lenta, indebolimento dei sistemi democratici, ecc..), ove soffia ancora più forte uno spirito radicale in direzione della libertà di circolazione dei capitali, trasferendo con velocità inaudita il potere nelle mani del capitale finanziario transnazionale e delle corporations, così avverandosi, a suo dire, puntualmente, quanto previsto da John Maynard Keynes.

La descrizione del filosofo e linguista del MIT sullo stato della politica mondiale e sul ruolo, vieppiù invasivo nello scenario mondiale di finire XX secolo, degli Stati Uniti, torna oggi di bruciante attualità, sol che si considerino i caldissimi fronti di guerra e i genocidi in atto nel vicino oriente (Iraq, Gaza, Siria..) e l’esito, involuto, delle crisi arabe (libia, Egitto e c.d. “primavere arabe”..) oltre al vergognoso attacco, prima strisciante poi plateale, alla Russia, nella “crisi Ucraina”, da parte degli USA e degli alleati europei, servendosi di forze paramilitari e nazifasciste.

Secondo Chomsky, nell’intervista del ’99 suddetta:

 

“In Kosovo gli Stati Uniti sono riusciti a imporre la loro strategia, e questo ha significato una sorta di vittoria sull’Europa e anche un attacco alla Serbia, un modo per trasformare l’ex Jugoslavia in un territorio del Terzo mondo dipendente dal potere occidentale. Erano questi gli obiettivi statunitensi, e sono stati in certa misura raggiunti. Gli Stati Uniti hanno ottenuto una base nei Balcani d’importanza strategica per il Medio Oriente e l’Asia Centrale. Conviene ricordare che la strategia statunitense, a partire dalla Seconda guerra mondiale, ha sempre considerato l’area balcanica, e anche l’Italia, come una sorta di periferia del Medio Oriente. Così, infatti, la Grecia fino al 1974-75 non era nemmeno considerata come facente parte dell’Europa; era collocata di fatto nella sezione del Vicino Oriente dal dipartimento di Stato, e se gli Stati Uniti si impegnarono tanto a minare la democrazia in Italia alla fine degli anni quaranta, tenendo così l’Italia sotto controllo, fu perché erano interessati all’accesso al petrolio del Medio Oriente. L’Italia faceva parte del sistema attraverso cui gli Stati Uniti controllavano il Mediterraneo, che era oggetto d’interesse principalmente perché costituiva la via al petrolio mediorientale. Questo è molto importante, e i  Balcani ne erano parte.

Gli Stati Uniti adesso hanno una base strategica nei Balcani e hanno esteso il loro dominio almeno per il momento, al resto dell’Europa: hanno cioè minato l’ultimo centro d’opposizione al programma neoliberista che essi intendono portare avanti, probabilmente in molte aree del mondo, ma sicuramente in Europa.(….) Prima, però, vorrei fare un ulteriore commento riguardo al controllo statunitense sull’ex Jugoslavia. Se guardiamo alle leggi che sono state introdotte in Bosnia, in Croazia, e in ogni altro luogo che sia sotto il controllo degli Stati Uniti, noteremo che esse richiedono che si porti avanti una politica liberista. Nella ex Jugoslavia, cioè, vengono introdotte le stesse leggi che sono state imposte ad Haiti o nelle altre nazioni che tradizionalmente si trovano sotto il dominio statunitense: non devono esserci restrizioni alle importazioni, né intervento statale nell’economia, e gli investitori stranieri debbono avere libero accesso. L’idea è quella di trasformare questi paesi in un serbatoio di manodopera a basso costo per le multinazionali a controllo occidentale, o meglio statunitense. Tali sono le condizioni in cui s’intende mantenere la regione jugoslava, ed è chiaro che esse verranno estese anche al Kosovo, e, quando verrà il momento, al resto della Serbia”.

A PROPOSITO DELLA GLOBALIZZAZIONE..

” ..A governare, come si suol dire, è ora un “senato virtuale”, cioè i circoli finanziari. Il potere è in mano alle corporations, che sono istituzioni totalitarie, basate su un rigido ordine gerarchico, sul segreto. Quando nacquero, nel secolo scorso, furono giustamente osteggiate dalle forze liberali. Ora hanno il predominio:il 40% degli scambi commerciali avviene all’interno delle corporations.E i salari ristagnano o diminuiscono, le spese sociali si riducono.(….) Adam Smith sarebbe inorridito di fronte a un libero scambio che esclude il principale fattore della produzione: dov’è la libera circolazione del lavoro?

E veniamo ora al problema della reazione del resto del mondo alla globalizzazione sotto dominio statunitense.

E’ stato un aspetto parecchio discusso nei circoli di potere statunitensi, di fatto da molto tempo, ma in maniera particolare nell’ultimo anno, già prima che scoppiasse la guerra in Kosovo. Sul principale giornale di politica estera negli USA, “Foreigner Affaire”, all’inizio di quest’anno, prima dei bombardamenti in Serbia e Kosovo, c’è stato un importante articolo di un professore dell’Università di Harvard, Samuel Huntington, una figura autorevole e molto rispettata nell’ambiente politico e accademico, che è da trent’anni molto vicino ai circoli di potere. (..) Ad avviso di Huntington la gran parte del mondo arriverà presto a considerare gli Stati Uniti come la principale minaccia esterna alla propria esistenza. Non che egli abbia alcuna obiezione a riguardo, ma è preoccupato per le conseguenze che potrebbero verificarsi. Ritiene, cioè, che potrebbero svilupparsi nuovi centri di potere, nuove coalizioni, per proteggersi da quella  che viene vista come la potenza schiacciante degli Stati Uniti, che minaccia l’esistenza delle società di gran parte dei paesi del mondo. Questo veniva scritto – ripeto – prima dei bombardamenti, e si può vedere a cosa l’autore già allora si riferisse.

(…) Tutti sanno della crisi finanziaria asiatica del 1997-98. Il Giappone aveva tentato un’iniziativa che avrebbe potuto arginarla. Si trattava di creare un cospicuo fondo monetario, sostanzialmente finanziato appunto dal Giappone, che potesse essere utilizzato dai paesi oggetto di attacchi speculativi, per proteggere le loro economie e per sostenere le loro valute. Gli Stati Uniti si opposero con forza all’iniziativa e non consentirono che venisse messa n pratica. Così ci fu la crisi asiatica, con il risultato che le multinazionali, soprattutto a controllo statunitense, stanno comprando le economie di molti paesi dell’Asia orientale e sudorientale. I giapponesi non hanno rinunciato al loro progetto, sono stati battuti allora; tuttavia, ciò che hanno in mente è un Asia che graviti attorno al Giappone. Ed è molto probabile che il triangolo strategico fra Russia, Cina e India possa includere anche il Giappone. E potrebbe includere anche l’Asia sudorientale”.

Anche in ambienti militari israeliani, secondo Chomsky, analogamente ad Huntington “…si è, in sostanza, ipotizzato che questa situazione porterà a una proliferazione degli armamenti nucleari, di strumenti di distruzione di massa, semplicemente perché la gente dovrà trovare una forma di difesa. Perché è evidente che se la Jugoslavia avesse avuto un deterrente, un modo per scoraggiare l’attacco statunitense, avrebbe potuto proteggersi. Gli jugoslavi non avevano un deterrente, e per questo gli Stati Uniti hanno potuto distruggerli. E’ palese, e tutti reagiscono di conseguenza. E tutti formano alleanze strategiche, costituiscono forze in grado di controbilanciare gli Stati Uniti, potenziano gli arsenali militari e così via”.

CHE PROSPETTIVE SI POSSONO PREVEDERE?

“Non si può prevedere come finirà, ma il processo è sotto gli occhi di tutti, e sicuramente degli analisti americani. (….)”.

” Tutto questo è nella linea di quanto previsto da analisti americani come Huntington. E, se non credo si possa prevedere che aspetto avrà il mondo tra dieci anni, sicuramente è possibile scorgere adesso forze che stanno sviluppandosi al fine di proteggersi da quella che viene vista come la maggiore minaccia esterna alla propria esistenza, ovvero il potere incontrollato degli USA. Ora, nel periodo della guerra fredda vi erano due potenze a dominare il mondo, una più grande e una più piccola. E quando due potenze dominano il mondo rimane un certo spazio di manovra per altri paesi, che possono sfruttare ai loro fini l’ostilità fra le due. Ma quando uno solo domina il mondo, questo spazio di manovra è annullato. Ed è dalla fine del sistema bipolare che l’Occidente – ovvero soprattutto gli USA e la Gran Bretagna -sta intervenendo ovunque con la forza. (…) Dunque, gli Stati Uniti, e il loro bulldog inglese, sono adesso liberi di fare qualsiasi cosa, e sperano di trascinarsi dietro altri piccoli bulldog – come per esempio l’Italia, sempre che essa lo voglia. Ma c’è tensione, e molta preoccupazione, in gran parte del mondo per questa situazione, ed è molto probabile che ciò porterà alla formazione di coalizioni volte a controbilanciare la forza statunitense”.

ANCHE IN OCCIDENTE SI STA DIFFONDENDO  UN MOVIMENTO DI OPPOSIZIONE ALLE CORPORATIONS, CHE SEMBRA RISCUOTERE QUALCHE SUCCESSO..

” La corporation è una forma di globalizzazione nata per il profitto e per accrescere il potere del capitale. Il predominio delle corporations nell’età del piombo, per quanto riguarda i paesi industrializzati, ha significato la perdita progressiva dei diritti dei lavoratori. Il periodo attuale ricorda gli anni venti negli Usa, quando le forze del lavoro furono annientate (…). Una grande vittoria delle forze del lavoro si è avuta nel caso del Mai (Multilateral Agreement on Investments). Dal 1995-96 al 1997 le trattative si sono svolte nel massimo segreto; niente è apparso sulla stampa. Nel 1998, però, è nato un movimento di base e l’Ocse ha dovuto indietreggiare e alla fine cedere. far saltare il Mai è stato un successo sorprendente per le forze del lavoro. La reazione ha assunto toni disperati, addirittura isterici: il “Financial Times” ha scritto che “orde di vigilantes sono calate sul povero Ocse”, o roba del genere. La lotta proseguirà, non è certo finita qui. Si può, comunque, osservare che il sistema di potere è molto fragile. Si fonda sulla passività, sul controllo dell’opinione pubblica e sulla subordinazione degli intellettuli. Funziona, è vero, ma è fragile”.

* In memoria di Livia Rokach, prestigiosa collaboratrice del Ponte ed amica personale di Noam Chomsky, nel trentennale della sua scomparsa (31.03.1984).

(Intervista a Noam Chomsky, 8.11.1999), “Usa, La maggiore minaccia“, In Il Ponte, Anno LVI, n.1,  gennaio 2000.

 




Henri Lefebvre: PENSARE LA PACE

henri-lefebvre-1                                           PENSARE LA PACE

                                  Intervista a Henri Lefebvre*

                                        Parigi, 11 dicembre 1983

                    «Il Ponte», n. 1, gennaio-febbraio 1984, pp. 9-34

Le domande che tempo fa mi avete inviato per posta[1] richiamano una situazione che non è per niente semplice, perché, per rispondere, sono obbligato ad avere un duplice linguaggio, quasi un duplice pensiero. Se io dicessi tutto quello che penso, per esempio, della politica attuale del governo o di quello che riguarda l’Europa, sarei molto critico: rischierei di essere ipercritico e di eccedere, di non centrare il bersaglio voluto, rischierei anche di essere utopistico; ma se fossi realistico, allora farei un discorso ben diverso e apparirei come se, in nome della realtà, accettassi quello che succede.

Ciò vuol dire che ci si trova davanti a un divorzio tra teoria e pratica, che si adotta in modo distinto il linguaggio della teoria o il linguaggio della pratica. La differenza è enorme ed è estremamente difficile evitare gli errori, sia 1’ipercriticismo, in nome del quale si demolisce tutto, sia il realismo, in nome del quale si accetta tutto. Poco tempo fa la rivista «En jeux» mi ha posto questa domanda:

 

il 10 maggio[2] è stato un evento fondamentale, come molti hanno creduto, cioè un evento che rende possibile una visione del mondo rinnovata, oppure non ha fatto altro che completare le trasformazioni socio-economiche e culturali dei due decenni precedenti? In altri termini sarà una data storica per il domani che esso annunciava, oppure sarà una data storica come punto d’arrivo di un’evoluzione?

 

Ecco una domanda che è estremamente imbarazzante, che non è falsa, che è precisa, che è giusta, che non coincide esattamente con quelle che voi mi fate, ma che le implica, e alla quale è molto difficile rispondere, evitando sia il punto di vista ipercritico, sia quello realistico che tutto accetta. Allora, a una domanda come questa, sono sempre tentato di dire che 1’uno non esclude 1’altro, che quello che succede in Francia da due anni è nello stesso tempo il risultato e 1’esito di un certo periodo, e forse l’inizio di un altro.

Questo pone di nuovo il problema della transizione, un vecchio problema, che si pone da piú di un secolo. È stato ripreso da tutti e da tutte le parti, senza per questo essere stato risolto. Siamo veramente in una transizione o in un vicolo cieco? È molto difficile rispondere senza evitare gli eccessi o senza cadere nell’ambiguità.

Ma vorrei cominciare a rispondervi con una considerazione: ci invitano da ogni parte a pensare la guerra. In questi ultimi tempi, qualcuno che io conosco un po’, Glucksmann, ha avuto un grossissimo successo; è un lettore di Clausewitz, è stato maoista. Non ho letto il suo ultimo libro[3], ma a sentire i commenti – e lui stesso è pressapoco cosí – adesso egli sembra voler pensare lo stato di guerra come qualche cosa di permanente, non solamente come minaccia, ma come prospettiva immediata.

Ci invitano a pensare la guerra o uno stato di guerra imminente. Io propongo di pensare la pace. Mi sono accorto che nessuno pensa la pace, né si predispone a pensarla. Il problema mi è apparso con molta chiarezza qualche tempo fa, quando ho potuto leggere un libretto di cui avevo sentito parlare ma che avevo perso di vista, dal titolo La pace indesiderabile. Rapporto sull’utilità della guerra[4]. Credo che tutto quello che è stato detto dopo sia uno scherzo in confronto a questo libro, scritto da una decina di americani altamente qualificati e poi pubblicato da uno di loro. Il libro inizia cosí:

 

la pubblicazione senza autorizzazione di questo documento, che sarà oggetto di serie polemiche, pone tre domande: la prima è quella dell’autenticità; la seconda è quella di sapere se si possono considerare come fondati i motivi che hanno spinto uno degli autori a pubblicarlo, in violazione al giuramento che aveva prestato; la terza riguarda la validità, tanto sul piano teorico quanto su quello pratico, della sua conclusione.

 

Chi lo ha pubblicato è Galbraith, ed è un’autorità su scala mondiale. Egli dice che la pace è non solo impensabile ma indesiderabile, perché tutta l’economia è basata sugli armamenti, e non solo questo: tutti i nostri valori morali sono basati sulle tradizioni «guerriere», sul fatto che bisogna essere capaci di vivere con l’idea della guerra, di entrare in guerra, di accettarla, di condurla con successo. Tutta la nostra civiltà occidentale è basata sulla guerra, e la pace è impensabile. La pace non è nemmeno pensata, perché tutte le società hanno sempre vissuto sul piede di guerra, con valori «guerrieri».

A mio parere la vostra rivista dovrebbe ricordare 1’esistenza di questo libro o ripubblicarlo con un commento, perché mi sembra un documento capitale per la politica americana e anche per la politica attuale.

Ci si dovrebbe chiedere se per il pensiero marxista – o che tenta di esserlo – non sia venuto il tempo di introdurre qualche cosa di nuovo, pensando la pace. Sarebbe proprio una novità. Abbiamo constatato in diverse occasioni che la gente ha bisogno di qualcosa di nuovo, ne ha bisogno e nello stesso tempo lo teme; sarebbe una novità provare a pensare la pace, perché non c’e mai stata una società fondata sulla pace. Guardate la situazione in relazione al pensiero di Marx: non soltanto ci si è messi sotto il patrocinio di Eraclito – la guerra è il padre di tutte le cose –, ma l’idea stessa della lotta di classe è sempre stata accettata come qualcosa che porta a un confronto armato. Marx, inoltre, pensava che 1’epoca borghese arrivasse già a oltrepassare lo stadio delle società «guerriere» con l’importanza del mercato internazionale. Invece, è successo che con l’importanza assunta dal mercato mondiale, e precisamente nella prospettiva e nella pratica del modo di produzione capitalistico e della borghesia, dall’estensione del mercato mondiale è risultata l’importanza dei mercati nazionali, con tutto quello che ciò comporta, cioè le implicazioni non solo politiche e concorrenziali, ma «guerriere». E questo lo si vede da da piú di un secolo. In quanto a Lenin, egli ha pensato che i confronti tra gli imperialismi portassero necessariamente alla guerra e che la classe operaia avrebbe potuto approfittarne per mandare avanti la propria lotta. In quanto a Stalin, quello che ha pensato fino al 1940 rimane oscuro; forse si è immaginato che la guerra tra i paesi imperialisti risparmiasse questa prova alla Russia sovietica.

A ogni modo, nel pensiero marxista solamente Rosa Luxemburg sembra abbia detto che la pace era necessaria alla classe operaia (la quale poteva e doveva imporla) e abbia elevato a pensiero teorico l’idea della pace. E anche comparsa – cosa curiosa – presso i marxisti l’idea di un’aggressività fondamentale dell’essere umano; credo che appaia in Marcuse soprattutto, e forse in Adorno, perché la dialettica del negativo sembra implicare 1’aggressività o la negatività fondamentale dell’uomo; anche se questo non è chiaro in Adorno, mentre lo è di piú in Marcuse.

Dunque, il pensiero marxista è anche un pensiero della guerra; possiamo allora pensare la pace? Possiamo pensare una società che non sia fondata su valori «guerrieri»? Quando in qualche modo anche Marx ha concepito il lavoro come una specie di lotta «guerriera» contro la natura, come una specie di aggressività fondamentale dell’essere umano nei confronti della realtà naturale? Si possono introdurre dei nuovi valori che non siano piú dei valori «guerrieri», diretti o indiretti?

Ecco il primo problema, che io vorrei porre in questo colloquio e che la vostra rivista potrebbe affrontare, e sarebbe la prima a farlo.

 

 

La società autodistruttiva

 

D. Bisognerebbe allora pensare al rapporto tra guerra e distruzione?

 

R. Ah sí, molto giusto! Perché una società che si fonda sulla distruzione, arriva alla propria autodistruzione. Non è mai inoffensiva la volontà «guerriera»; presto o tardi si rivolta contro se stessa e la volontà di distruzione si rovescia letteralmente in autodistruzione. Forse si può concepire un modo di confronto che non porti alla guerra, cioè allo spargimento di sangue, anche se evitato a mala pena, come se ci si potesse avvicinare indefinitamente a questo punto limite, senza mai raggiungerlo. Questo mi sembra il punto di vista dello spirito diplomatico e politico: però non si è mai realizzato, si è toccato sempre, a un certo momento, il punto fatale dello scoppio. Mentre bisogna, forse, portare un po’ oltre l’idea della coesistenza pacifica, che era emersa e poi abbandonata da molto tempo, ma che non ha permesso di pensare la pace, consistendo semplicemente nell’evitare la guerra.

Quello che vorrei dire è che pensare la pace non è per niente pacifismo; il pacifismo è evitare la guerra, evitare la catastrofe, mentre ci si sente sull’orlo. Pensare la pace è pensare, concepire e sforzarsi di realizzare una società il cui problema non sia piú di evitare la guerra; è pensare una società pacifica. Ciò fa parte di questa problematica immensa con la quale ci stiamo confrontando.

 

 

Il non-lavoro

 

Immaginate che sotto questo termine, «crisi», si intendano molte cose molto diverse le une dalle altre, perché dire che c’e una crisi profonda è una banalità; dire che la crisi è totale, che tocca tutti i valori, diventa banale; dire che le morali e le estetiche sono in crisi è forse meno banale, ma infine non porta è niente di molto nuovo. Mentre quello che non si dice è che questa famosa automazione di cui si parla tanto, conduce, non subito, ma in un orizzonte forse non lontano, al non-lavoro. È la fine del lavoro che si annuncia in questa crisi. Invece, prima tutti lavoravano, e bisogna pur farlo: si cerca di lavorare, si vuole del lavoro. Solo il lavoro permette di vivere, mentre, invece, con 1’automazione completa della produzione è all’orizzonte il non-lavoro. E ciò fa parte di questa crisi, è forse anche un aspetto subordinato a volte, ma essenziale, e che passa assolutamente sotto silenzio.

C’e una specie di relazione tra questo problema del non-lavoro e quello della pace, ed è una relazione mal determinata, mal definibile, che bisognerebbe forse pensare e concepire, perché questa società che considera il lavoro come unico valore di pace, non è la società pacifica, non è la società di pace da pensare. Allora qui c’e un pensiero teorico completamente utopico: il non-lavoro è utopico oggi; non è mai stato cosí utopico, e però ci siamo già, è presente, con i nomi di cibernetica, informatica, di questo e di quello; è l’automazione completa del lavoro produttivo, che non è per domani, né per dopodomani, ma è all’orizzonte, è il nostro orizzonte.

Anche il problema del lavoro è particolarmente difficile da porsi, come quello della pace, d’altronde. Come questo problema sarà affrontato, come sarà risolto? Non si vede bene alcuna prospettiva. Ciò non entra nemmeno nelle prospettive degli uomini politici, non piú, del resto, del problema della pace o di quello del disarmo. D’altronde, si parla della robotizzazione completa, ma senza dire come ci arriveremo e dove, poi, ci condurrà.

C’è parecchio da pensare: si dirà, forse, che si fa della filosofia, si dirà, forse, che si fanno delle speculazioni, ma in effetti, come problema, è terribilmente pratico e concreto.

 

 

La mondialità e il lavoro

 

D. Come vede ora la situazione globale, la mondialità? Otto anni dopo la pubblicazione dei suoi quattro volumi sullo Stato, nei quali Lei ha messo in luce il concetto di modo di produzione statuale – che ricopre sia il capitalismo che il socialismo di Stato[5] – ritiene che si imponga un aggiornamento? E i rapporti fra lo Stato e le imprese multinazionali?

 

R. Sulla mondialità: ancora non è chiaro questo concetto di mondialità. La mondialità ci appare piú come un ammasso di contraddizioni e di conflitti che come qualche cosa che può essere definito. E tuttavia la mondialità ha un senso: 1’uomo di domani, e forse anche quello di oggi, è già un essere planetario, che ha una certa conoscenza, che ha delle relazioni con quasi tutto il pianeta (e anche al di là del pianeta). Ma la nozione di mondialità rimane poco elaborata. La nozione stessa di mondo rimane oscura – quella di mondiale o di planetario, visto che si tratta quindi della terra, e non dell’universo, comprese le stelle e le galassie –, rimane praticamente e teoricamente inesplorata.

Sarà 1’uomo planetario colui che troverà delle attività adeguate a rimpiazzare le attività «guerriere» e le attività produttrici cosí come sono oggi? È questa la domanda. La questione del mondiale e del planetario è, dunque, legata a quella di prima, quella del lavoro; è il terzo aspetto della questione.

In quanto allo Stato, credo che ci sia del nuovo da quando il mio libro è stato scritto, senza che quello che io ho provato a dire sullo Stato abbia per questo perso validità. Per esempio, lo Stato appare come gestore dell’energia: del petrolio, che è importato o esportato; dell’energia nucleare. Lo Stato ha un’importanza primordiale nelle informazioni; anche quando non sono completamente sottoposte al politico e allo statuale, questi hanno un ruolo determinante da tutti i punti di vista, e anche nella tecnologia. Lo Stato, poi, è sempre piú importante nelle relazioni di ogni paese con il mercato interno, con il mercato mondiale e con le imprese multinazionali[6].

Voi mi richiamate, molto giustamente, sulla questione delle imprese multinazionali: è di un’importanza estrema.

Quali sono i mezzi che gli Stati nazionali possiedono nei confronti delle società multinazionali o sovranazionali? Ecco, non c’e possibilità di saperlo e ci si chiede anche se gli uomini di Stato lo sappiano chiaramente. Forse procedono volta per volta, empiricamente e pragmaticamente, cedendo su un campo per guadagnare su un altro. Mi chiedo quali siano le capacità degli Stati, come lo Stato francese, nei confronti dell’Ibm, per esempio, che non ha il monopolio completo su scala mondiale, ma che comunque controlla gran parte di ciò che riguarda l’informatica. Lo Stato, cosí com’è oggi, rischia di diventare il gestore, per conto delle società multinazionali, su scala nazionale delle forze produttive arretrate tecnologicamente ed economicamente.

Ciò che ancora mi colpisce molto, è che le multinazionali tengono i due capi della catena: ce ne sono che fanno gli yogurth, il pesce surgelato, i blue-jeans, eccetera, e altre che detengono l’informazione. Ciò vuol dire che le une controllano la vita quotidiana e le altre i mezzi di comunicazione su scala mondiale. Questo è estremamente minaccioso.

Già una parte immensa del commercio, forse i1 30 o i1 40%, si svolge direttamente tramite società multinazionali. Su ciò ho una documentazione che proviene da una pubblicazione, Le forum du développement, organo dell’università mondiale che ha sede a Tokyo (ne faccio parte dalla fondazione); pubblica un mensile su cui c’e una documentazione insostituibile su tutti questi problemi, compresa 1’attività delle multinazionali. Con questo non è che i problemi siano risolti: si sono posti solo gli interrogativi, le soluzioni sono di la da venire.

 

D. Anche gli Stati del Socialismo di Stato corrono questo rischio, di diventare i gestori per conto delle società multinazionali?

 

R. Sí, credo che non sfuggano a questo rischio, ma che abbiano probabilmente – dico probabilmente – piú mezzi per reagire nei confronti delle società multinazionali. Non senza difficoltà, perché queste multinazionali sono in testa nella produzione, soprattutto dal punto di vista tecnologico.

Ho anche sentito sostenere che sono quelle che, secondo Marx e il marxismo, devono essere considerate come portatrici del progresso, visto che rappresentano le forze produttive e la tecnologia. Ma non è senza pericolo consegnare loro il mondo intero, perché ciò si traduce nell’impoverimento. Si prendono la ricchezza di un intero paese, anche se poi la riportano in altri paesi, come gli Stati Uniti.

Il caso piú curioso è senza dubbio il Messico, in cui le grandi società multinazionali hanno prestato il denaro e venduto il materiale per estrarre il petrolio e poi hanno comperato il petrolio estratto, pretendendo il rimborso con gli interessi per il denaro prestato. È un modo di sfruttamento straordinario, e questa nozione di sfruttamento, che è la nozione piú banale in Marx, sento dire da tutte le parti in Francia che è fuori moda. Evidentemente non si sa come si applica nel mondo moderno.

Sono andato spesso in Messico e ho un po’ osservato gli affari messicani: è lo sfruttamento di tutto un paese. Gli si e succhiata la ricchezza fino a portarlo vicinissimo alla scomparsa, alla fine, alla morte da tutti i punti di vista: agricolo, petrolifero, industriale. Questo paese è sull’orlo della catastrofe, certamente con la complicità di una parte della borghesia e del capitalismo locali. Insomma è un paese che è stato sfruttato a morte; è un esempio particolare, ma ce ne sono tanti altri. Non è sicuro che la Francia sfugga a questo destino, e nemmeno l’Italia. Quali sono i mezzi di difesa degli Stati nazionali: ci sono delle leggi? Ci sono delle procedure? Come si trasferiscono i capitali? Devono esserci dei mezzi, ma io non li conosco. Probabilmente è solo la “gente” al potere che li conosce, ma è senz’altro molto pericoloso non avere un controllo democratico, o almeno un controllo parlamentare, su questi trasferimenti di capitali, che sono trasferimenti di plusvalore. Non è solo denaro che si sposta, infatti, ma plusvalore.

 

 

Decentramento difficile

 

Allora bisogna modificare quello che ho scritto sul modo di produzione statuale e sul ruolo dello Stato, per certi aspetti aggravandolo[7]. C’e, tuttavia, anche il processo opposto, contraddittorio: un po’ dappertutto affiora la tendenza alla decentralizzazione. Questa è manipolata dallo Stato con i suoi apparati, ma comunque esiste[8]. In Italia, per esempio, le città e le regioni hanno certamente conquistato, o ritrovato, una certa autonomia nei confronti dello Stato centrale, il che non è senza pericolo. In Francia ci sono difficoltà da tutte le parti: nelle regioni periferiche i vecchi notabili riprendono il potere e ne scaturiscono disordini e problemi locali, non ancora come in Sicilia, ma non mi meraviglierei se un giorno arrivassimo a tanto.

Dunque, tutto questo non è privo di rischi. È molto probabile che si finisca per oscillare tra un decentramento, piú o meno riuscito, e un nuovo accentramento. A ogni modo, da una parte c’e una tendenza al decentramento, ed è un indebolimento dello Stato, e dall’altra al suo rafforzamento. Elementi di rafforzamento dello Stato sono gli armamenti, la strategia militare, le decisioni di ordine militare, che non si improvvisano, che bisogna prendere frequentemente; non si sarebbe pensato, qualche anno fa, che a ogni momento ci sarebbe stata per il capo dello Stato una decisione militare da prendere. Da questo rapporto dialettico, decentramento-accentramento, dipendono molte cose e su questo bisognerebbe fare un’analisi precisa.

 

 

La potenza degli Stati Uniti

 

D. Gli Usa si trovano in cima alla gerachia[9], al centro dell’impero, le multinazionali piú potenti vi hanno la loro sede. Pericolosi sul piano economico, politico e militare, gli Stati Uniti lo sono anche sul piano dell’ideologia. Lei soggiorna spesso negli Stati Uniti: qual è la sua opinione? È possibile differenziare la cultura americana dall’americanismo?

 

R. Solo per rispondere è questa domanda sarebbero necessarie delle ore. Gli Usa sono una potenza economica e finanziaria di cui ci si fa male l’idea, se non la si è vista da vicino. Eravamo quest’estate nell’Illinois: è il centro dell’America profonda, c’e una ricchezza favolosa di cui è difficile farsi un’idea. Sorvolando in aereo la campagna, ci si accorge che le aziende agricole hanno 200, 300, 400 ettari di mais o di soja, che non sono delle fattorie, ma delle industrie, delle industrie agricole. Alla televisione si segue la borsa di Chicago. È qui che per tutte le materie prime (come la carne di manzo, di vitello o di maiale, il mais o il grano) si fanno i prezzi. È qui che ci si accorge del modo in cui funzionano le cose con un capitalismo di grande flessibilità e di notevole abilità. Mi sono molto meravigliato nel vedere le quotazioni a termine differito della carne di maiale, ossia quotazioni su maiali che non sono ancora nati e che sono già venduti. Ci si gioca sopra e si può vincere del denaro o perderlo: è straordinario.

Tuttavia 1’economia degli Usa, cosí forte, ha pur le sue debolezze. È potente solo perché si annette il Canada e il Messico. Si dice che negli Usa solo il 30% della popolazione è produttiva, il resto è adibito ai servizi: è questo l’avvenire. Forse, ma nella popolazione produttiva degli Usa bisogna contare gli operai messicani che estraggono il petrolio e i canadesi che abbattono gli alberi e che fanno la pasta di carta per i giornali di New York. Cosí le cifre che abbiamo sono falsificate e, di conseguenza, niente affatto attendibili. Inoltre, i lavoratori addetti ai trasporti non sono considerati produttivi; ma un pezzo di acciaio alla fabbrica non è niente, bisogna trasportarlo dove serve, e questo fa parte del ciclo di produzione. Se si considera questo, si arriva a cifre completamente diverse. Ora, se gli Usa non riuscissero a dominare queste popolazioni in termini di neocolonialismo, la loro economia non reggerebbe, e se la loro economia perdesse questi sostegni la loro decadenza sarebbe estremamente rapida. Non sono al riparo dalle piú grandi difficoltà; per esempio, tutta la produzione della costa atlantica è in veloce perdita; tutta la creatività produttiva si è trasferita sulla costa pacifica, tanto che il Pacifico è il centro dell’economia mondiale.

Gli Usa hanno cosí una potenza economica straordinaria, ma niente affatto definitiva; per questo hanno bisogno di una politica imperialistica, per mantenere, cioè, le condizioni di questa straordinaria prosperità economica, accompagnata da un’ideologia terrificante.

 

 

Americanismo e cultura americana

 

Ho sentito dire negli Usa:

 

i paesi poveri? È colpa loro, non hanno voluto o non hanno saputo lavorare, non hanno saputo produrre, non hanno saputo inventare, peggio per loro, che muoiano, che scompaiano!

 

Chi dice cosí dimentica che gli Usa vendono molti dei loro prodotti e che il commercio fa parte dell’economia americana. L’idea che i paesi poveri siano colpevoli della loro povertà, che la gente che è nella miseria sia colpevole della miseria, è un’ideologia, non è la vera cultura americana. Ma negli Usa c’e anche da molto tempo un pensiero critico, e una cultura politica che non riesce, purtroppo, a proporre per ora un’alternativa politica molto chiara, e c’e una grande letteratura.

I rappresentanti della cultura di sinistra in America lottano con molte difficoltà, e si pongono come prioritario il problema del capitalismo. Negli Usa non si tratta solamente di lottare contro la destra, ma di trovare un’alternativa al capitalismo. In questo senso la lotta politica non è affatto arretrata. Si lotta contro la politica internazionale, anche se 1’ideologia dominante è quella del capitalismo dominante. Credo pertanto che bisogna sostenere la cultura americana contro l’ideologia americana, che è cosa estremamente diversa.

 

 

L’Unione Sovietica

 

D. Adesso l’Urss: l’Unione sovietica si contrappone agli Usa, ma il suo prestigio è molto discusso. La sua politica è contestata e in quanto modello non fa piú “ricetta”. Cosa pensa dell’Unione sovietica, del suo valore in quanto modello e della sua politica internazionale?

 

R. La risposta è molto semplice: in quanto modello l’Unione sovietica è inammissibile; non capisco nemmeno come l’Unione sovietica per qualcuno rappresenti un modello, visto che quello che si chiama «socialismo reale» non ha niente in comune con quello che Marx, e tutti quelli che hanno provato è dare un senso preciso è questo termine, hanno chiamato socialismo. Non voglio dire che tutto sia catastrofico, ma non è quello che si chiamava socialismo, è qualcosa di nuovo, è un modo di produzione statuale, visto che lo Stato dirige tutto, domina tutto e, nelle condizioni attuali[10], esce sempre piú rafforzato.

Detto ciò, se, insisto, l’Unione sovietica non esistesse, gli americani sarebbero i padroni del mondo. È meglio che ci sia questa rivalità, piuttosto che una potenza regnante, perché nella rivalità c’e almeno una qualche apertura, mentre con un’unica potenza dominante per fare qualcosa di nuovo occorre aspettare il suo declino, il suo deperimento.

Pertanto la politica estera dell’Unione sovietica, in quanto si oppone alla politica estera americana, mi sembra degna del piú grande interesse. Con questo non voglio dire di approvare e seguire il modello sovietico, non piú di quello americano d’altronde, ammesso che esista un modello americano e non sia invece 1’adozione pura e semplice delle tecnologie.

Allora, per quello che riguarda l’Unione sovietica la risposta è, da una parte, abbastanza semplice e, dall’altra, molto piú complessa, in quanto occorrerebbe spostare il discorso sulla classe operaia. Si parla molto della classe operaia, ma essa ha un po’ dappertutto difficoltà a costituirsi come classe. La parola d’ordine di Marx «proletari di tutti i paesi unitevi» ha qualcosa di folkloristico e non bisogna illudersi: l’internazionalismo proletario è diventato ideologico e fittizio.

Bisogna ricordare che la classe operaia registrò la prima sconfitta quando non impedí la guerra del 1914. L’Internazionale aveva detto che avrebbe impedito la guerra: non c’e riuscita. La seconda sconfitta è quella della classe operaia tedesca, la piú forte e la meglio organizzata, mezzo secolo fa, con 1’hitlerismo[11]. È seguito poi lo stalinismo e il suo tracollo ideologico: lo stalinismo cancro della rivoluzione.

E in seguito, è un punto sul quale vorrei insistere, dopo che lo stalinismo ha perso il suo prestigio – c’e una data precisa: il 1956 –, c’e stato un vuoto immenso, e questo vuoto, a partire dal 1960, si è riempito, piú o meno, in modo contraddittorio. Da una parte, c’e quella che si chiama rivoluzione scientifica e tecnologica con fenomeni di urbanizzazione ultrarapidi e barbari, con 1’industrializzazione molto rapida; dall’altra la contestazione. È un fenomeno straordinario: a partire dal 1960, da un lato abbiamo crescita tecnologica, pseudo-rivoluzione (infatti si fa nel quadro del modo di produzione capitalistico[12]) e contemporaneamente la contestazione, che cresce e che nel 1968 esplode, per poi attenuarsi e diminuire. E qui che nasce la nostra epoca, con le sue difficoltà: la contestazione è stata, infatti, inefficace e, se ha prodotto qualche turbine, ora tutto si è molto attenuato. Cosí il pensiero critico non si sa piú a che cosa serva, e la tecnologia, se pur promette delle meraviglie, è, a mio avviso, al suo ultimo respiro.

La rivoluzione tecnologica è alla fine; è difficile pensare un’altra innovazione che abbia un ruolo uguale è quello svolto dai microprocessori. Ma cosa verrà dopo, se non c’e una catastrofe mondiale? È a questo che bisogna pensare.

 

D. La genetica?

 

R. Si svilupperà la biologia, ma non si sa bene quello che ci riserva. Avete ragione, bisogna considerare la questione della genetica e delle sue applicazioni. Per esempio, a San Francisco ho saputo che si è scoperto il modo in cui i bachi da seta fabbricano la seta. Sono stati, quindi, inventati dei falsi “bachi” metallici che fanno della vera seta. Si è in procinto di industrializzare e commercializzare il procedimento. Una scoperta tecnologica ha, però, bisogno di anni per essere industrializzata e commercializzata: questa è la condizione della biologia genetica attuale. Non parlo nemmeno dei metodi di clonazione o di fabbricazione di specie, ma semplicemente di prodotti commerciali come la seta.

Allora, rispetto a queste nuove applicazioni, non si sa cosa ci riserva il futuro. Ma quella che si chiama la rivoluzione scientifica e tecnologica non è piú in crescita. È il mercato, è un’ideologia, è una moda, uno snobismo, e, infine, parecchie cose che rimangono molto superficiali e non rinnovano il modo di produzione. In ogni caso, è molto probabile che l’informatica diminuisca il numero dei posti di lavoro, anziché aumentarli.

Ciò che è biogenetico impiegherà molta gente? Non ho alcuna idea su questo. A ogni modo, può darsi che arrivi un momento in cui si cercherà di rilanciare la situazione, ma tutto quello che conosciamo è alla fine.

 

 

L’olocausto dell’Europa

 

D. Come vede oggi la situazione attuale dell’Europa, pensando alla sua ipotesi sul «Vento del Sud» di qualche anno fa[13]?

 

R. Prima una considerazione: quando una congiuntura, un’occasione storica è stata mancata, non si ritrova piú: è molto probabile che ci siano stati dei momenti in cui quella che si chiama rivoluzione sociale e politica avrebbe potuto essere attuata, ma non è stata fatta.

Per esempio, un’occasione come quella del 1968, come congiuntura, non si ritroverà piú in Francia. Sapete quello che è successo: ci sono stati gli studenti in agitazione e poi, di colpo, lo sciopero della classe operaia, ma uno sciopero cosí generale che nei ministeri non c’era piú nessuno e 1’apparato dello Stato era crollato. Se la classe operaia e il Partito comunista avessero voluto prendere il potere, certo pur con molte difficoltà, lo avrebbero conquistato su scala nazionale. C’è stato un solo uomo che ha tentato, Mendes France, ma in modo cosí maldestro che la cosa non ha funzionato. Questa situazione non si ripresenterà mai piú.

L’Europa ha avuto diverse occasioni, soprattutto alla fine della guerra, di fare la rivoluzione: non le è riuscito. La Francia ha la sua parte di responsabilità: De Gaulle, il nazionalismo francese e tutti i nazionalismi non volevano e non vogliono 1’Europa. Adesso i problemi dell’Europa si arenano in difficoltà che potrebbero sembrare secondarie, ma che di fatto sono primarie. Non sono per niente ottimista, e vedo 1’Europa destinata, con tutti questi errori, all’olocausto. Gli americani, d’altronde, vedrebbero volentieri sparire 1’Europa come concorrente.

La questione dei missili in Germania: il primo obiettivo della loro installazione è quello di impedire 1’unità della Germania, mentre invece ci può essere un’Europa unificata solo se c’e una Germania unificata. L’unificazione dell’Europa è l’unificazione della Germania, cioè la fusione della Germania dell’Est con la Germania dell’Ovest. Di questa aspirazione voglio ricordare un fenomeno molto curioso: le grandi feste che si sono svolte nella Germania dell’Est per la nascita di Lutero. Ebbene, Lutero e stato festeggiato quanto Marx. Questa è una mano tesa e molte altre cose; è un elemento rivelatore dell’esigenza della riunificazione. Il secondo obiettivo è quello di portare 1’economia sovietica al tracollo, obbligandola a uno sforzo di guerra gigantesco.

Buona parte della sinistra francese considera freddamente la guerra; non tanto per difendere 1’Europa, quanto perché è visceralmente antisovietica; la parola d’ordine è: «piuttosto morto che rosso». In tal caso non è solamente la Francia che è minacciata, ma 1’Europa intera.

Alla televisione, quel tale che ha quasi il monopolio delle transazioni agro-alimentari con la Russia, che è membro del Partito comunista e che è plurimiliardario, ha detto: «fate la guerra: se ci sono 40 milioni di morti negli Usa, il capitalismo è finito; se ce ne sono 40 milioni in Russia il socialismo continuerà e addirittura progredirà». E fantastico sentire questi discorsi: discorsi senza senso, incredibili; ma c’e molta gente che accetta 1’idea della guerra, con l’idea del sacrificio dell’Europa.

Oh 1’Europa! Ha avuto un gran passato, ma è sull’orlo del declino; allora è meglio che muoia gloriosamente. Ho sentito sostenere questo da amici molto vicini al governo. Sono molto decisi; si riorganizza 1’esercito francese in due parti: un corpo di guerra costituito soprattutto da elicotteri blindati, e un esercito di sorveglianza dell’interno. Il corpo di guerra può spostarsi alla frontiera dei paesi dell’Est in quattro ore; poi il resto dell’esercito si unirà alla polizia per sorvegliare le retrovie. Io sono totalmente avverso a questa riorganizzazione dell’esercito.

Che 1’Europa declini, questo è sicuro; che sia colpa sua, è altrettanto sicuro: due guerre mondiali da essa scatenate pesano! Ma non è una buona ragione per accettare il sacrificio.

Una rivista come la vostra deve mettere in guardia l’opinione pubblica su questo stato di cose: c’è gente che considera freddamente non solo lo scatenamento di una guerra, ma anche che 1’Europa serva da olocausto, il prossimo olocausto.

Dunque, io penso che 1’Europa sia veramente in pericolo, ma nessuno ne prende la difesa. Si parla molto del pericolo nucleare, ma, a parer mio, il pericolo non è tanto quello di una guerra intercontinentale, quanto quello di una guerra «di teatro» sul territorio tedesco, che in seguito si allargherà, e con dei mezzi di distruzione terribili, perché ci sono dei missili tattici che sono di un’efficacia terribile.

Vi segnalo, per divertire i vostri lettori, che i vecchi missili dell’esercito francese si chiamavano «Pluton», come il dio degli Inferi; i nuovi missili si chiamano «Ades», che è il nome in greco degli Inferi stessi. I missili «Ades» sono di portata molto piú grande e piú potenti.

Di questa riorganizzazione militare se ne parla molto poco, il meno possibile. Ci sono delle cose di cui non si parla in Francia, o molto poco; non bisogna parlarne, come se fosse grossolano o quasi osceno. Per esempio, sotto il governo di sinistra, parlare dell’autogestione[14] è grossolano, osceno, è essere maleducati, non bisogna farlo. Io sono solito ricordare che, come in Inghilterra sotto la regina Vittoria non si dovesse parlare di cosce o di natiche; ebbene ora in Francia non si deve parlare di autogestione.

Tornando all’Europa ribadisco che la sua posizione è estremamente compromessa; sta andando verso il sacrificio, perché – come ho detto – molto probabilmente non ci sarà una guerra intercontinentale, ma una guerra con eserciti convenzionali. È per questo che 1’idea di un equilibrio militare all’interno dell’Europa è assolutamente folle: prima di tutto non c’e equilibrio stabile possibile e poi è proprio quest’idea che destina 1’Europa a essere il teatro delle operazioni militari. Non so se queste arriveranno fino alla Spagna e all’Italia, ma è molto probabile.

Allora c’e anche questa considerazione: 1’esercito francese, finché era un esercito difensivo, poteva sfuggire al comando integrato della Nato, ma come esercito offensivo non sfuggirà, perché un’offensiva si realizza solo in rapporto con gli altri eserciti europei. Allora, quando i simpatizzanti del governo e della legge che potenzia 1’esercito mi dicono «non accetteremo mai un comando integrato, ti sbagli, la tua accusa è falsa», io rispondo: «un esercito offensivo è necessariamente sotto il comando di coloro che dirigono le operazioni».

Siamo giunti, dunque, a questa situazione: la guerra si terrà sul territorio europeo e siccome le armi attuali hanno una potenza distruttiva non molto al di sotto di quella delle armi atomiche strategiche, 1’Europa va verso la sua autodistruzione.

 

 

Creatività o autodistruzione?

 

Parlo adesso da filosofo: la capacità creativa dell’essere umano, del pensiero umano e dell’attività umana, va insieme a una capacità autodistruttiva. È vero da tutti i punti di vista. Le stesse potenze che sono capaci di modificare il mondo in modo costruttivo, possono anche distruggerlo. Nell’essere umano le capacità creative e le capacità di autodistruzione sono uguali, ancora oggi. E questo il problema dei valori «guerrieri» cui prima accennavo: 1’autodistruzione è potente quanto le capacità creatrici; è questa la dialettica profonda dell’essere umano. E la riprova è in questa povera Europa, che è stata alla testa delle capacità costruttive e creative, che ha inventato tante di quelle cose, da 2.500 anni, dal tempo dei greci, ma che inventa anche la sua autodistruzione. Cosa fa 1’Europa da un secolo? Lavora alla sua autodistruzione.

Allora il problema è di sapere chi vincerà: le forze di autodistruzione o le forze creative? E questa la posta in gioco, e si gioca in Europa una partita colossale; in gioco – notate la parola gioco – è prima di tutto 1’esistenza dell’Europa, poi il tutto si allargherà e coinvolgerà molte altre cose. È questa la posta di una partita che non è facile, né innocente, né inoffensiva; è un gioco terrificante tra queste due capacità: è tutta la dialettica dell’essere umano.

Non è del tutto marxista quello che dico, cioè che le capacità autodistruttive fanno parte delle capacità costruttive, creative.

 

 

Un progetto alternativo

 

D. Cosa pensa della situazione interna dei nostri paesi? Appare come bloccata, nell’assenza di una spinta alternativa.

 

R. Voglio rispondere abbastanza a lungo su questo punto, Credo che la questione sia quella di proporre un’alternativa[15].

Ci sono state nella storia delle alternative proposte da Marx, da Lenin; non hanno funzionato molto bene, hanno anche dato dei risultati contrari a quelli che ci si aspettava. Lenin – come Marx – voleva una società senza Stato, con uno Stato in via di deperimento. Marx lo ha scritto in La Comune di Parigi, Lenin in Stato e rivoluzione; la rivoluzione doveva portare alla sparizione dello Stato. È andata male; bisogna trovare una nuova alternativa, ed è un lavoro gigantesco. Quali gli elementi di questa alternativa? Bisogna trovarli altrimenti la situazione rimane bloccata.

Credo che vi siano in Francia e nei paesi del Sud, per ragioni non sempre chiare, delle forze di intervento capaci di creatività e di azione, che adesso sono bloccate. I governanti, in Francia, credono di essere 1’alternativa al capitalismo: non ne sono convinto. Bisogna passare tramite loro? E come proporre cosí un’alternativa? Credo che un progetto di alternativa potrebbe essere esteso alla Spagna, all’Italia, alla Francia, alla Grecia, e forse a tutto il Bacino mediterraneo.

La dichiarazione dei diritti dell’uomo cosí com’è, è molto importante, ma è incompleta. Non bisognerà forse aggiungerci il concetto di «nuova cittadinanza»[16] a ribadire la partecipazione attiva del cittadino, per esempio, alla vita della sua città? Occorre, inoltre, fare tutti gli sforzi per cambiare la vita quotidiana, e per questo possiamo usare anche le nuove tecnologie.

Tempo fa a Marsiglia ho saputo come la povera gente, gli emigrati, gli iugoslavi, i magrebini, la gente dell’Africa del Nord, non si scrivono piú (prima avevano degli scrivani pubblici). Sapete cosa fanno? Si mandano delle cassette. Ecco un uso concreto, pratico, della tecnologia. Mi è stata raccontata la storia di una donna il cui marito era partito per Lione, lasciandola sola con due bambini. Non avendo piú notizie di lui, gli ha spedito una cassetta, dicendogli: “razza di sporco individuo, sei un uomo schifoso che lasci la tua moglie e i tuoi figli; sbrigati a dare tue notizie!”. Forse non avrebbe mai scritto questi insulti, ma la cassetta è una forma diretta e immediata di comunicazione, e dà bene l’idea di una nuova immediatezza, che si conquista tramite i mezzi tecnologici moderni.

Allora. un progetto di società alternativa dovrà essere molto largo e comprendere una democrazia completa per le comunità, la trasformazione della vita quotidiana e un adattamento progressivo al non-lavoro (la disoccupazione, infatti, non credo che la si riassorba con 1’aumento delle forze produttive, visto che queste vanno verso 1’automazione del lavoro). È necessario, inoltre, un adattamento progressivo della società non solo agli svaghi, che hanno dato luogo a un’industria, e alla cultura, che ha dato luogo a una produzione, ma a una nuova cultura politica[17].

La «nuova cittadinanza» comporta un’idea interessante in rapporto al marxismo. Marx ha detto che bisognava realizzare la filosofia; anche un noto libro di Adorno dice che la filosofia continua perché il momento della sua realizzazione è stato mancato. Ora questa «realizzazione» si potrebbe trovare anche nell’estetica. L’estetica, come conoscenza dell’arte, ha un senso, infatti, se dà luogo a una pratica, alla realizzazione dell’estetica stessa. E quello che succedeva in altri tempi per 1’architettura nelle vostre città, a Firenze: non una visione astratta, ma un’estetica, un’idea dell’arte.

La realizzazione dell’arte (ma la realizzazione vera, che non passa attraverso disegni, o riproduzioni, o scarabocchi, che si attaccano al muro) tocca 1’architettura, l’urbanistica, la trasformazione della vita, in altre parole la metamorfosi della vita[18]. Bisognerà servirsi di tutti questi elementi per giungere ad un progetto di società alternativa.

I socialisti in Francia, invece, hanno concepito un progetto di società, che d’altronde non si e realizzato, che non va oltre la democrazia rappresentativa. Occorre allora arrivare all’allargamento dei diritti dei cittadini, reintegrare, ravvivare, 1’idea della «cittadinanza», che si è un po’ smorzata. Qui credo che la vostra rivista potrebbe svolgere un ruolo attivo nell’elaborazione di questo progetto: perché ormai non si sa piú che cosa sia socialismo. Se il socialismo è da ridefinire, è necessario un progetto.

 

 

La sinistra francese

 

D. Qual è la sua valutazione sulla sinistra francese?

 

R.: Sono un uomo di sinistra, ma devo dire che questa non è in uno stato eccellente e vive una condizione paradigmatica.

Parlavo prima della capacità autodistruttiva che si unisce alla capacità creativa: è esattamente questa la condizione della sinistra. Da molti anni lavora per distruggere se stessa. Il discorso ha un senso soprattutto sul piano teorico e ideologico, ma da venti o trenta anni è successo di tutto, sembra che la sinistra abbia voluto demolire tutto quello che aveva realizzato: la sua forza, il suo patrimonio, quello che aveva ricevuto dalla Rivoluzione francese, da Marx, e da altre parti. Non c’e un’idea che non sia stata sottoposta a critica, e per di piú a critica distruttiva.

Prendo a esempio l’umanesimo. Quello che si chiamava umanesimo era qualcosa di molto fragile. Derivava in parte dai gesuiti e dalla borghesia liberale; era un eclettismo un po’ fittizio, che idealizzava tutto e valorizzava 1’essere umano solo in quanto cittadino astratto. Si potevano fare mille rimproveri a questo umanesimo: in particolare, sia di tenere conto solamente di certe leggi, come la dichiarazione dei diritti dell’uomo, e non delle loro applicazioni reali, sia di limitarsi alle analisi di testi classici e letterari piú o meno tradizionali. Tuttavia, c’era anche 1’umanesimo che Marx tentava di costituire, un umanesimo piú concreto, né borghese, né liberale; ebbene niente di tutto questo è sfuggito alla critica.

L’umanesimo marxista è stato demolito, non senza virtuosismo, da un marxista: Althusser. Il punto di partenza di Althusser è la distruzione di quello che Marx ci aveva lasciato come valori, come valorizzazione dell’essere umano, sostituendovi solo il sapere, il sapere del sapere, quello che sfuggiva alla critica condotta attraverso 1’epistemologia. Dopo non si sono piú avuti valori; l’unico valore persistente era questa epistemologia che non permette di vivere: non si vive su un sapere o sulla semplice applicazione del sapere. Il marxismo ridotto a un’epistemologia è un marxismo irrigidito, ghiacciato, senza capacità di emozione[19].

Ma non ci si può fermare solo all’umanesimo: è tutta la tradizione giacobina che è passata sotto la critica, e non ne è rimasto nulla.

II progresso: l’idea di progresso è facile; divulgata sotto la Terza repubblica è servita a miriadi di discorsi, da quelli dei consiglieri comunali, dei maestri di paese, fino a quelli del presidente della Repubblica. Era facile da demolire, ma, una volta demolita, cosa rimane?

La razionalità: eccetto la sua base tecnologica, il suo fondamento era senza dubbio fragile. La filosofia costitutiva di questa trilogia – umanesimo, razionalismo, progressismo – era forse la filosofia di Kant, che non ha resistito agli attacchi; 1’irrazionalismo è spuntato da tutte le parti, in psicologia, in sociologia, in storia, in psicanalisi; non c’e rimasta razionalità.

L’informatica: è stata data come qualcosa che basta a se stessa, come se 1’attività principale dell’uomo consistesse nel ricevere dei messaggi o nel decifrarli. Ma cosa ce ne facciamo di questi messaggi, e cosa passa tramite questi, qual è il loro contenuto e come si utilizzano quando li si riceve? Tutto questo è stato lasciato da parte, a vantaggio della semplice nozione formale del messaggio e della comunicazione.

Dunque, tutto quello che dava un senso alla sinistra è stato distrutto dalle fondamenta e non è stato proposto niente per rimpiazzarlo, o, quando qualcosa è comparso, non ha avuto eco.

La sinistra ha dato prova di un potere di autodistruzione straordinario, favoloso, fin dall’inizio del XX secolo. Ciò che dice Lukycás in La distruzione della ragione è solo parzialmente esatto, perché l’umanesimo ha persistito e anche il razionalismo. Tutto ciò doveva essere criticato, ma non distrutto, insieme al progressismo. Adesso c’e un ammasso di rovine.

La sinistra è arrivata al potere sulle rovine della sua ideologia. Qui che c’e bisogno di qualche cosa di nuovo, è qui che potete, dovete, aprire l’orizzonte e sforzarvi, nella vostra rivista, di porre le basi di un discorso innovatore.

 

 

Lo storicismo della sinistra italiana

 

D. E la sinistra italiana?

 

R. Conosco la sinistra italiana meno della sinistra francese. Conosco la sinistra francese come testimone da decine di anni, so come lavora alla propria distruzione, che mi sembra, d’altronde, essere un cattivo presagio per 1’Europa stessa. Mi pare che apra un processo che può avere delle conseguenze piuttosto gravi. La sinistra francese si basava su un’idea abbastanza astratta, che avrebbe dovuto essere completata dalla ragione, ma ciò non e avvenuto.

La sinistra italiana si fonda di piú sulla storia, su una certa storia, che diviene storicismo e marxismo (Labriola, Gramsci). Dico subito che non sono gramsciano e non so se oggi potete trarre ancora molto da Gramsci. Ciò che io non accetto di Gramsci è che è prestaliniano. Tutto quello che ha scritto in Il principe moderno e Le note su Machiavelli mi sembra molto preoccupante dopo 1’esperienza staliniana; restano comunque scritti di grandissima importanza. Non credo però che dopo il periodo staliniano possano servire per trarne molte conseguenze politiche e pratiche[20].

A ogni modo, la sinistra italiana mi sembra avere basi piú solide della sinistra francese, particolarmente perché non ha avuto questa spinta – che gli psicanalisti chiamerebbero masochista – all’autodistruzione. In Francia c’è gente di sinistra che, per fondare un sapere inespugnabile, ha costruito, in nome dell’epistemologia, una specie di fortezza imprendibile e completamente isolata, ma inefficace e destinata a cadere in rovina.

È anche grave che i governanti non abbiano altro mezzo di agire sull’opinione pubblica se non quello di dire che la destra è una minaccia. Questo è senz’altro un buon argomento, ma non dà un’ideologia, una teoria, un’argomentazione, su cui si possa costruire qualcosa. In questo senso voi avete basi migliori per costruire una nuova prospettiva di sinistra.

 

D. Come spiega questo comportamento autodistruttivo della gauche francese?

 

R. Il fenomeno dipende dal fatto che non ci sono confini precisi tra la critica e l’ipercritica, e nel pensiero critico si e sempre tentati di cedere all’ipercritica.

Lo si vede molto bene anche nel pensiero marxista, laddove Adorno parla di una dialettica negativa: se questa si spinge fino in fondo, si distrugge da sé. L’estetica di Adorno, infatti, si distrugge da sé; vuole dare una teoria dell’arte e dice che la teoria dell’arte è destinata è distruggersi. Quindi, questo eccesso di negatività si trova nello stesso pensiero marxista, nello stesso Adorno, che, per quanto sia un grande, passa dalla critica all’ipercritica. L’ipercritica è la critica che mette in discussione se stessa, che mette in gioco la sua validità e la sua efficacia.

 

 

Per un progetto internazionale

 

D. Come pensare il progetto della costruzione di una nuova cultura politica? Infine, che cosa bisogna o che cosa si può fare in questa situazione?

 

R. Ponete la domanda su un piano filosofico e teorico, o su un piano politico e pratico? Perché non è la stessa cosa. Devo rispondervi su un piano teorico e filosofico, o pratico e politico, o, come penso, su tutti e due? Non è una risposta semplice.

È necessario, ma non sufficiente, proporre un’alternativa. Questa alternativa bisogna che sia un progetto. Ci sono gia stati dei progetti di società e molti ne hanno a tutt’oggi. C’e un progetto di società cristiana in Vaticano o in Polonia, forse; c’e un progetto di società in Iran, che si regge su quel fanatismo straordinario e completamente imprevisto che la religione ha prodotto in molto paesi.

I progetti di società non mancano, ma abbiamo bisogno di un progetto di società credibile e accettabile. Si tratta, dunque, di un grande lavoro collettivo e internazionale. Non penso affatto che bisogna farlo per l’Italia, per la Francia, per la Spagna singolarmente. Ciò vuol dire che, se volete procedere su questa strada, vi dovete sforzare di costituire un “gruppo” internazionale che tenga conto delle particolarità dei differenti paesi, ma che sappia anche proporre qualcosa di ordine piú generale, per ritrovare una certa universalità.

Un progetto di società accettabile, credibile, è necessario, ma non sufficiente. Se lo si vuole diffondere, occorre intervenire politicamente. Devo dire che finora i politici si sono mostrati piuttosto chiusi; si sono ripiegati sul pragmatismo, non hanno nemmeno piú strategie (forse una strategia militare), almeno in Francia, vivono alla giornata, non hanno un piano d’insieme.

È per questo che si fa sentire il bisogno di un progetto globale, senza che per questo sia un modello esclusivo e totalitario; occorre lasciare spazio al pluralismo. Forse non si è insistito abbastanza sull’idea di un pluralismo politico, in modo da tenere conto delle differenti correnti, dei diversi gruppi sociali, delle differenze di classe e cosí via. Occorre definire un progetto di democrazia pluralistica e diretta nello stesso tempo, il che è paradossale, ma necessario.

Per arrivare a diffondere questo progetto, bisogna svolgere un ruolo di avanguardia, il che non è facile oggi, e bisogna farsi ascoltare. Come? Vi sono dei gruppi in Francia che sarebbero disposti ad ascoltare un nuovo progetto, ma non li credo molto efficaci. Non ho alcuna idea di quello che può succedere in Italia: forse bisogna formare dei quadri politici, o dei circoli politici, o degli scrittori politici?

A ogni modo il problema è politico, ma prima ancora è teorico; occorre riprendere da Gramsci, in modo molto critico, 1’idea che, almeno nel caso della rivoluzione borghese – è l’unica che Gramsci abbia conosciuto e analizzato (e che ricava dall’esame della Rivoluzione francese e anche dalla storia italiana del XIX secolo) –, la rivoluzione culturale ha preceduto la rivoluzione politica. Anche in Francia il XVIII secolo, con Diderot, è il periodo di una vera rivoluzione culturale, che precede e prepara la rivoluzione politica. Forse bisogna ritornare è questa idea, tenendo conto di tutto quello che e cambiato.

Forse il legame tra rivoluzione politica e rivoluzione culturale non è piú quello, ma questo schema di una rivoluzione culturale che accompagna, che addirittura precede la rivoluzione politica va ben esaminato, tanto piú che in nome di Marx, e soprattutto in nome di Lenin, è stato trasformato lo schema per arrivare a dire che la rivoluzione culturale segue la rivoluzione politica. È una questione assai grossa, che voi potreste sollevare nella vostra rivista.

Allora, qui una linea si profila: progetto credibile, da perfezionare e trasformare, tenendo conto di tutto quello che può succedere di nuovo, sia nelle città che nella condizione delle donne. Poi trasformazione della cultura, sia tramite la critica che attraverso delle proposte.

Occorrerebbe proprio proporre qualche cosa nella cultura e forse questo già avviene intorno a noi, senza che ce ne rendiamo conto: forse nella musica, forse nel teatro, vi sono degli elementi nuovi che bisognerebbe valorizzare; forse anche nella poesia.

 

D. Un’ultima cosa: non vuole tornare un momento sulla definizione di nuova immediatezza?

 

R. Attraverso le “mediazioni” formidabili che noi subiamo, con la televisione e la radio, appaiono gli elementi di una nuova immediatezza e il bisogno di contatti diretti[21]. Hanno chiamato questo «convivialità», ma si può ben chiamarlo immediatezza.

Vi ho raccontato, per esempio, la storia delle comunicazioni tramite cassette, dove la mediazione – i media – servono di supporto a una nuova immediatezza: tutto questo nella linea dello sviluppo di una nuova cultura politica.

 

* Henri Lefebvre, nato in Francia nel 1901 ad Hagetmau (Landes), è entrato nel Partito comunista francese nel 1928 e ne è uscito nel 1958, dopo trent’anni di militanza, in seguito al perdurare dell’ostilità del partito, anche dopo il XX Congresso del Pcus, alla sua lunga battaglia antistalinista, riaffermando però la sua adesione al pensiero marxiano e la sua posizione del tutto critica del modo di produzione vigente. Nel 1965 ha avuto la cattedra di sociologia all’Università di Nanterre e nel 1968 ha partecipato direttamente al «maggio francese». Lefebvre è riconosciuto fra i maggiori pensatori marxiani del Novecento. Del filosofo, o piuttosto del metafilosofo (come siamo certi preferirebbe essere chiamato), francese sono stati pubblicati in Italia Il materialismo dialettico, Torino, Einaudi, 1949 (riediz. 1975); Il marxismo visto da un marxista, Milano, Garzanti, 1954; La sociologia di Marx, Milano, Il Saggiatore, 1969; Il diritto alla città, Padova, Marsilio, 1970; Linguaggio e società, Firenze, Valmartina, 1971; La fine della storia, Milano, Sugar, 1972; Il marxismo e la città, Milano, Mazzotta, 1973; La rivoluzione urbana, Roma, Armando, 1973; Dal rurale all’urbano, Firenze, Guaraldi, 1973; Spazio e politica, Milano, Moizzi, 1976; La produzione dello spazio, Milano, Moizzi, 1976, vol. I e II; Lo Stato, Bari, Dedalo, 1976-1978, vol. I, II, III, IV; La critica della vita quotidiana, Bari, Dedalo, 1977, vol. I e II; La vita quotidiana nel mondo moderno, Milano, Il Saggiatore, 1978; Il manifesto differenzialista, Bari, Dedalo, 1980; La rivoluzione non è piú quella (scritto con Catherine Regulier), Bari, Dedalo, 1980; Abbandonare Marx?, Roma, Editori Riuniti, 1983.

[1] Dalla redazione del «Ponte», in preparazione all’intervista. Intervista, traduzione e note al testo di Mario Monforte.

[2] Ricordiamo che il 10 maggio del 1981 si ha in Francia l’affermazione elettorale che segna 1’ascesa al governo della sinistra.

[3] A. Glucksmann, La force du vertige, Paris, Grasset, 1983.

[4] La paix indésirable. Rapport sur l’utilité des guerres, preface de H. Mc Landress (J. K. Galbraith), Paris, Calmann-Levy, 1968.

[5] Nella sua opera Lo Stato, voll. I-IV, Bari, Dedalo, 1976-1978, ma anche in Il manifesto differenzialista e La rivoluzione non è piú quella (Bari, Dedalo, 1980), Henri Lefebvre sviluppa e articola la sua concezione, che è vista come rilettura, continuazione e applicazione del marxismo al mondo «moderno». Fondamentale nella sua riflessione è appunto lo Stato; è sulla mancata soluzione della questione dello Stato e sull’abbandono dell’impostazione iniziale del marxismo in merito, che lo stesso marxismo – dice Lefebvre – è finito per scoppiare e ridursi in vane «schegge», «frammenti»: i diversi marxismi. Non abbiamo certo la pretesa di sintetizzare in questa nota una parte essenziale di un pensiero vasto e complesso come quello di Lefebvre. Ne indichiamo soltanto alcuni parziali elementi – in modo forzatamente schematico e riduttivo -, per chiarire il senso di questa parte dell’intervista, rinviando per il resto il lettore interessato alla lettura delle opere indicate. Lo Stato, secondo Lefebvre, e quindi 1’istituzione, il politico, ha sempre avuto una funzione essenziale nell’esprimere e assicurare l’omogeneita e 1’equivalenza, l’astrazione concreta del valore di scambio, dei circuiti commerciali, del lavoro astratto, rispetto all’uso e al valore d’uso, al lavoro concreto, insomma 1’omogeneità «indifferente» rispetto e sulla «differenza». L’economico procede insieme al politico e si sviluppa coerentemente in tal senso, con il formarsi ed estendersi del modo di produzione capitalistico, finendo per schiacciare il sociale (cioè la base dell’esistenza; la suddivisione che compie Lefebvre supera infatti quella dicotomica struttura-sovrastruttura, per articolarsi cosí: base-struttura-sovrastruttura; sociale, economico, politico-ideologico). L’opera e il pensiero di Marx hanno potuto essere fraintesi e distorti anche (ma non solo) perché il lavoro fondamentale di Marx – II Capitale – che doveva occuparsi del reddito, delle classi e dello Stato, come risulta dal piano iniziale, è rimasto incompiuto. Perciò il suo pensiero deve essere interpretato alla luce del complesso delle sue opere (che Lefebvre recupera nel loro insieme, dai Manoscritti economico-filosofici in poi, rifiutando la divisione fra un Marx «marxista» e un Marx «democratico-radicale»), vedendone anche limiti e oscillazioni, ma conservandolo e sviluppandolo. Il modo di produzione capitalistico, che si sviluppa sul piano economico, implicando però costantemente quello politico (basti vedere, dice Lefebvre, il processo di accumulazione primitiva in un quadro piú ampio di quello avvenuto in Inghilterra, comprendendo anche l’esame di quello avvenuto in Europa, insieme alto sviluppo e affermazione degli Stati-nazione), procede attraverso crisi e contraddizioni, estendendosi a tutto il mondo, creando il mercato mondiale e la mondialità, implicando una sempre maggiore fusione con il politico, e viene coerentemente sviluppandosi secondo la sua «natura» (la sua essenza, il suo concetto). Non vi è un momento in cui si può dire che il modo di produzione capitalistico si è gia pienamente realizzato in quanto tale, perché appunto si modifica, procede, si sviluppa. Sviluppandosi, il modo di produzione capitalistico conduce e sbocca net modo di produzione statuale. Questo è caratterizzato dal fatto che è lo Stato che si fa carico della crescita economica, attraverso quel processo che si chiama programmazione economica (di vario tipo) e tramite l’istituzionalizzazione (piú o meno formale) delle imprese e dei processi economici in genere. Ciò implica che i rapporti sociali e di produzione capitalistici, e le classi sociali, non si riproducono da sé, per un cieco meccanismo economico, ma vengono riprodotti, sono oggetto di strategie (non senza un complesso di continue contraddizioni).

[6] Lefebvre ha affrontato piú volte la questione delle multinazionali (in Lo Stato e Il manifesto differenzialista). Ricordiamo, in particolare, La rivoluzione non è piú quella, p. 114 ss. La. concezione di. Lefebvre relativa alle multinazionali è da inserire in quella di «mondalità», cioè di mercato mondiale (sostanzialmente unico) da un lato e, dall’altro, di strategie politico-statuali, che, per essere veramente tali, devono estendersi su un piano mondiale. Le multinazionali non sono le semplici eredi dei monopoli; organizzano la produzione alla loro scala, esprimono strategie globali (cioè mondiali) e occupano gli spazi vuoti esistenti, dalle regioni locali al mercato mondiale. Sono un’altra forma, generata dallo sviluppo del modo di produzione capitalistico in modo di produzione statuale, di raggiungere e installarsi (istituirsi) nella mondialità. Ma questo implica una contraddizione continua, latente o aperta a seconda dei casi, con lo Stato, con gli Stati, i quali sono posti nella condizione di doversi sottomettere alle multinazionali, oppure opporsi.

[7] Con questo «aggravandolo» Lefebvre intende sia confermare e riaffermare quanto ha detto sul modo di produzione statuale e sullo Stato della crescita economica («Stato della crescita, crescita dello Stato», Lo Stato, vol. I, p. 75 ss. in particolare) nonché sulle multinazionali e sulla dialettica fra queste ultime e Stato, sia mettere in evidenza come il modo di produzione statuale e il sistema degli Stati si è perfezionato, radicato, saldamente installato nel mondo – cosí si è anche accentuato il complesso di contraddizioni che comporta, lo «stato critico» permanente e globale – ,e come si sono intensificate le contraddizioni con le multinazionali.

[8] La tematica del decentramento si connette nel pensiero Lefebvfre a quella della democrazia sostanziale, diretta, e dell’autogestione; è una linea che unisce tutto il complesso delle sue opere. E cosí che, secondo Lefebvre, si esprime ciò che strategie politiche e politica economica tendono costantemente è ridurre, a schiacciare, ciò che è compresso fra il politico e 1’economico, e che invece è irriducibile: il sociale, la società, con le sue tendenze, negate e soffocate, strumentalizzate e subalternizzate, ma tuttavia esistenti, a riappropriarsi dell’economico e del politico, sussumendoli. Si tratta perciò di tendenze intrinsecamente rivoluzionarie.

[9] Si allude alla gerarchia statuale, cioè al sistema gerarchico di Stati che si è installato su tutto il pianeta – gerarchia instabile, perché sottoposta alla legge dello sviluppo ineguale e carica di conflitti e tensioni –, che trova una sua forma di espressione nel «parlamento» mondiale degli Stati, 1’Onu (vedi Lo Stato, vol. I).

[10] Sul modo di produzione statuale nel suo «genere» del socialismo di Stato, con 1’esame della sua genesi in Urss tramite lo stalinismo e 1’analisi delle condizioni contemporanee, vedi Lo Stato, vol. I, p. 255 ss., vol. II, p. 295 ss., anche vol. IV, p. 330 ss.; vedi inoltre Il manifesto differenzialista.

[11] Su questo punto insiste Lefebvre nelle sue opere (Il manifesto … , La rivoluzione … , Lo Stato, op. cit.): la classe operaia ha subito due sconfitte di importanza storica: la prima, non riuscendo a impedire la prima guerra mondiale, anzi subendola e partecipandovi; la seconda, con il nazismo e i «regimi totalitari». Protagonista di questi conflitti è stato sempre ciò che di nuovo si annunciava, cioè lo Stato, nel suo perfezionamento, e il procedere del capitalismo verso il modo di produzione statuale.

[12] Questa «pseudo-rivoluzione» avviene all’interno del capitalismo; ricordiamo che, secondo Lefebvre, il capitalismo di Stato è uno dei due «generi» del modo di produzione statuale. Nel capitalismo di Stato i rapporti di produzione capitalistici vengono riprodotti attraverso le strategie politiche ed economiche, anche se questa riproduzione non avviene senza continue contraddizioni e conflitti, senza modificazioni (e nuovi contrasti fra quanto resta di capitalismo vero e proprio, e rapporti relativi invece al modo di produzione statuale). In questo senso Lefebvre parla di «pseudo-rivoluzione»: perché all’interno del capitalismo e utilizzata per la sua riproduzione.

[13] Ci riferiamo all’articolo di Lefebvre pubblicato su «Le Monde» il 7 gennaio 1978 e intitolato Le vent du Sud. In quest’articolo Lefebvre metteva in luce le potenzialità esistenti nell’«Europa latina» (riferendosi espressamente a Spagna, Italia e Francia) sia in termini di base industriale, sia di posizione strategica, sia di forza e attività della società civile e spazi di democrazia. Potenzialità dirette verso una chance: aprire una nuova via, nello svincolamento dalle due superpotenze, verso una società nuova, diversa sia dal socialismo di Stato che dal capitalismo di Stato (pur nella sua variante socialdemocratica), una società non subordinata allo Stato, fondata sulla democrazia diretta, sul decentramento effettivo che implica 1’autogestione. Lefebvre collegava allora l’individuazione di queste potenzialità alle possibilità che si aprivano per quello che fu chiamato «eurocomunismo» (pur riferendosi ai partiti «eurocomunisti» in modo molto problematico). In altre occasioni Lefebvre si è già espresso, in seguito, sul fallimento dell’«eurocomunismo» (in generale e come momento di apertura e di avanzata per le potenzialità indicate) e nell’intervista che pubblichiamo non ne fa piú parola, mentre conferma 1’esistenza delle potenzialità individuate, che anzi estende ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

[14] Ricordiamo l’importanza centrale che hanno nel pensiero di Lefebvre il concetto e la pratica dell’autogestione, come espressione concreta del decentramento e della democrazia diretta, quindi come ripresa del marxismo rivoluzionario sulla questione dello Stato e del socialismo. Perciò Lefebvre ha anche seguito l’esperienza iugoslava, che non costituisce però per lui né un modello, né una via da seguire (vedi La rivoluzione non è piú quella; vedi Lo Stato, vol. III, p. 290 ss.). L’autogestione implica necessariamente il movimento dal basso; se fatta propria, gestita e imposta dall’alto, si snatura e fallisce.

[15] Lefebvre è già recentemente entrato in merito alla questione dell’alternativa, nell’intervista intitolata Pour un projet politique, rilasciata il 29 aprile 1982 e pubblicata sulla rivista «Autogestions», n. 10, estate 1982, pp. 3-12. Termini e concetti che userà nella presente intervista hanno come presupposto e quadro di riferimento il discorso sviluppato su «Autogestions».

[16] Vedi Pour un projet politique cit., p. 7; la nouvelle citoyenneté si configura, secondo Lefebvre, come diritto del cittadino di partecipare attivamente, attraverso la cultura e la conoscenza politica, alle decisioni, in contrapposizione al ruolo a cui viene sempre piú ridotto, quello di utente, che deve invece essere riassorbito e sussunto in quello del «nuovo cittadino».

[17] Vedi Pour un projet politique cit., p. 7; secondo Lefebvre la nuova cultura politica si deve caratterizzare per un aggiornamento concreto della coscienza e della conoscenza politiche, per la spinta a prendere parte attiva a tutte e decisioni (e a negarne anche alcune), per 1’acquisizione degli elementi fondamentali di un pensiero teorico adeguato alla situazione attuale.

[18] L’estetica «applicata» come uno dei mezzi per trasformare e metamorfizzare la vita, la vita quotidiana; la trasformazione della vita vista come molla e scopo reali della rivoluzione sono altre tematiche fondamentali per Lefebvre, da lui affrontate in La vita quotidiana nel mondo moderno e nella Critica della vita quotidiana cit. (e altre opere non pubblicate in Italia). Ma la vita esiste, avviene, si svolge nello spazio e la sua metamorfizzazione implica e richiede quella dello spazio (quindi della città, dell’urbano). Qui un altro campo di tematiche essenziali, che Lefebvre tratta in opere quali Il diritto alla città, La rivoluzione urbana, Dal rurale all’urbano, Il marxismo e la città, Spazio e politica, La produzione dello spazio cit.

[19] Lefebvre ha condotto una lunga e approfondita battaglia teorica contro il «marx-strutturalismo» di Althusser e della sua scuola, nonché contro lo strutturalismo in generale come tendenza filosofico-ideologica; vedi in particolare L’Ideologie structuraliste, Parigi, Anthropos, 1971 e, per la linguistica strutturalista, vedi Linguaggio e società cit.

[20] In proposito vedi Lo Stato, vol. II, p. 285 ss.

[21] I bisogni di contatti diretti fanno parte di quelli che Lefebvre chiama i «nuovi bisogni» (che vede come fondamento per la ripresa del sociale sul politico e 1’economico). Lefebvre definisce in generale i «nuovi bisogni» come quelli che non passano attraverso gli scambi commerciali e le reti dell’equivalenza. Si tratta dei bisogni di beni non scambiabili, nel lavoro, nelle opere, nella vita, nello spazio; vedi Pour un projet politique cit., p. 9.

PENSARE LA PACE

Intervista a Henri Lefebvre*

Parigi, 11 dicembre 1983

«Il Ponte», n. 1, gennaio-febbraio 1984, pp. 9-34

 

Le domande che tempo fa mi avete inviato per posta[1] richiamano una situazione che non è per niente semplice, perché, per rispondere, sono obbligato ad avere un duplice linguaggio, quasi un duplice pensiero. Se io dicessi tutto quello che penso, per esempio, della politica attuale del governo o di quello che riguarda l’Europa, sarei molto critico: rischierei di essere ipercritico e di eccedere, di non centrare il bersaglio voluto, rischierei anche di essere utopistico; ma se fossi realistico, allora farei un discorso ben diverso e apparirei come se, in nome della realtà, accettassi quello che succede.

Ciò vuol dire che ci si trova davanti a un divorzio tra teoria e pratica, che si adotta in modo distinto il linguaggio della teoria o il linguaggio della pratica. La differenza è enorme ed è estremamente difficile evitare gli errori, sia 1’ipercriticismo, in nome del quale si demolisce tutto, sia il realismo, in nome del quale si accetta tutto. Poco tempo fa la rivista «En jeux» mi ha posto questa domanda:

 

il 10 maggio[2] è stato un evento fondamentale, come molti hanno creduto, cioè un evento che rende possibile una visione del mondo rinnovata, oppure non ha fatto altro che completare le trasformazioni socio-economiche e culturali dei due decenni precedenti? In altri termini sarà una data storica per il domani che esso annunciava, oppure sarà una data storica come punto d’arrivo di un’evoluzione?

 

Ecco una domanda che è estremamente imbarazzante, che non è falsa, che è precisa, che è giusta, che non coincide esattamente con quelle che voi mi fate, ma che le implica, e alla quale è molto difficile rispondere, evitando sia il punto di vista ipercritico, sia quello realistico che tutto accetta. Allora, a una domanda come questa, sono sempre tentato di dire che 1’uno non esclude 1’altro, che quello che succede in Francia da due anni è nello stesso tempo il risultato e 1’esito di un certo periodo, e forse l’inizio di un altro.

Questo pone di nuovo il problema della transizione, un vecchio problema, che si pone da piú di un secolo. È stato ripreso da tutti e da tutte le parti, senza per questo essere stato risolto. Siamo veramente in una transizione o in un vicolo cieco? È molto difficile rispondere senza evitare gli eccessi o senza cadere nell’ambiguità.

Ma vorrei cominciare a rispondervi con una considerazione: ci invitano da ogni parte a pensare la guerra. In questi ultimi tempi, qualcuno che io conosco un po’, Glucksmann, ha avuto un grossissimo successo; è un lettore di Clausewitz, è stato maoista. Non ho letto il suo ultimo libro[3], ma a sentire i commenti – e lui stesso è pressapoco cosí – adesso egli sembra voler pensare lo stato di guerra come qualche cosa di permanente, non solamente come minaccia, ma come prospettiva immediata.

Ci invitano a pensare la guerra o uno stato di guerra imminente. Io propongo di pensare la pace. Mi sono accorto che nessuno pensa la pace, né si predispone a pensarla. Il problema mi è apparso con molta chiarezza qualche tempo fa, quando ho potuto leggere un libretto di cui avevo sentito parlare ma che avevo perso di vista, dal titolo La pace indesiderabile. Rapporto sull’utilità della guerra[4]. Credo che tutto quello che è stato detto dopo sia uno scherzo in confronto a questo libro, scritto da una decina di americani altamente qualificati e poi pubblicato da uno di loro. Il libro inizia cosí:

 

la pubblicazione senza autorizzazione di questo documento, che sarà oggetto di serie polemiche, pone tre domande: la prima è quella dell’autenticità; la seconda è quella di sapere se si possono considerare come fondati i motivi che hanno spinto uno degli autori a pubblicarlo, in violazione al giuramento che aveva prestato; la terza riguarda la validità, tanto sul piano teorico quanto su quello pratico, della sua conclusione.

 

Chi lo ha pubblicato è Galbraith, ed è un’autorità su scala mondiale. Egli dice che la pace è non solo impensabile ma indesiderabile, perché tutta l’economia è basata sugli armamenti, e non solo questo: tutti i nostri valori morali sono basati sulle tradizioni «guerriere», sul fatto che bisogna essere capaci di vivere con l’idea della guerra, di entrare in guerra, di accettarla, di condurla con successo. Tutta la nostra civiltà occidentale è basata sulla guerra, e la pace è impensabile. La pace non è nemmeno pensata, perché tutte le società hanno sempre vissuto sul piede di guerra, con valori «guerrieri».

A mio parere la vostra rivista dovrebbe ricordare 1’esistenza di questo libro o ripubblicarlo con un commento, perché mi sembra un documento capitale per la politica americana e anche per la politica attuale.

Ci si dovrebbe chiedere se per il pensiero marxista – o che tenta di esserlo – non sia venuto il tempo di introdurre qualche cosa di nuovo, pensando la pace. Sarebbe proprio una novità. Abbiamo constatato in diverse occasioni che la gente ha bisogno di qualcosa di nuovo, ne ha bisogno e nello stesso tempo lo teme; sarebbe una novità provare a pensare la pace, perché non c’e mai stata una società fondata sulla pace. Guardate la situazione in relazione al pensiero di Marx: non soltanto ci si è messi sotto il patrocinio di Eraclito – la guerra è il padre di tutte le cose –, ma l’idea stessa della lotta di classe è sempre stata accettata come qualcosa che porta a un confronto armato. Marx, inoltre, pensava che 1’epoca borghese arrivasse già a oltrepassare lo stadio delle società «guerriere» con l’importanza del mercato internazionale. Invece, è successo che con l’importanza assunta dal mercato mondiale, e precisamente nella prospettiva e nella pratica del modo di produzione capitalistico e della borghesia, dall’estensione del mercato mondiale è risultata l’importanza dei mercati nazionali, con tutto quello che ciò comporta, cioè le implicazioni non solo politiche e concorrenziali, ma «guerriere». E questo lo si vede da da piú di un secolo. In quanto a Lenin, egli ha pensato che i confronti tra gli imperialismi portassero necessariamente alla guerra e che la classe operaia avrebbe potuto approfittarne per mandare avanti la propria lotta. In quanto a Stalin, quello che ha pensato fino al 1940 rimane oscuro; forse si è immaginato che la guerra tra i paesi imperialisti risparmiasse questa prova alla Russia sovietica.

A ogni modo, nel pensiero marxista solamente Rosa Luxemburg sembra abbia detto che la pace era necessaria alla classe operaia (la quale poteva e doveva imporla) e abbia elevato a pensiero teorico l’idea della pace. E anche comparsa – cosa curiosa – presso i marxisti l’idea di un’aggressività fondamentale dell’essere umano; credo che appaia in Marcuse soprattutto, e forse in Adorno, perché la dialettica del negativo sembra implicare 1’aggressività o la negatività fondamentale dell’uomo; anche se questo non è chiaro in Adorno, mentre lo è di piú in Marcuse.

Dunque, il pensiero marxista è anche un pensiero della guerra; possiamo allora pensare la pace? Possiamo pensare una società che non sia fondata su valori «guerrieri»? Quando in qualche modo anche Marx ha concepito il lavoro come una specie di lotta «guerriera» contro la natura, come una specie di aggressività fondamentale dell’essere umano nei confronti della realtà naturale? Si possono introdurre dei nuovi valori che non siano piú dei valori «guerrieri», diretti o indiretti?

Ecco il primo problema, che io vorrei porre in questo colloquio e che la vostra rivista potrebbe affrontare, e sarebbe la prima a farlo.

 

 

La società autodistruttiva

 

D. Bisognerebbe allora pensare al rapporto tra guerra e distruzione?

 

R. Ah sí, molto giusto! Perché una società che si fonda sulla distruzione, arriva alla propria autodistruzione. Non è mai inoffensiva la volontà «guerriera»; presto o tardi si rivolta contro se stessa e la volontà di distruzione si rovescia letteralmente in autodistruzione. Forse si può concepire un modo di confronto che non porti alla guerra, cioè allo spargimento di sangue, anche se evitato a mala pena, come se ci si potesse avvicinare indefinitamente a questo punto limite, senza mai raggiungerlo. Questo mi sembra il punto di vista dello spirito diplomatico e politico: però non si è mai realizzato, si è toccato sempre, a un certo momento, il punto fatale dello scoppio. Mentre bisogna, forse, portare un po’ oltre l’idea della coesistenza pacifica, che era emersa e poi abbandonata da molto tempo, ma che non ha permesso di pensare la pace, consistendo semplicemente nell’evitare la guerra.

Quello che vorrei dire è che pensare la pace non è per niente pacifismo; il pacifismo è evitare la guerra, evitare la catastrofe, mentre ci si sente sull’orlo. Pensare la pace è pensare, concepire e sforzarsi di realizzare una società il cui problema non sia piú di evitare la guerra; è pensare una società pacifica. Ciò fa parte di questa problematica immensa con la quale ci stiamo confrontando.

 

 

Il non-lavoro

 

Immaginate che sotto questo termine, «crisi», si intendano molte cose molto diverse le une dalle altre, perché dire che c’e una crisi profonda è una banalità; dire che la crisi è totale, che tocca tutti i valori, diventa banale; dire che le morali e le estetiche sono in crisi è forse meno banale, ma infine non porta è niente di molto nuovo. Mentre quello che non si dice è che questa famosa automazione di cui si parla tanto, conduce, non subito, ma in un orizzonte forse non lontano, al non-lavoro. È la fine del lavoro che si annuncia in questa crisi. Invece, prima tutti lavoravano, e bisogna pur farlo: si cerca di lavorare, si vuole del lavoro. Solo il lavoro permette di vivere, mentre, invece, con 1’automazione completa della produzione è all’orizzonte il non-lavoro. E ciò fa parte di questa crisi, è forse anche un aspetto subordinato a volte, ma essenziale, e che passa assolutamente sotto silenzio.

C’e una specie di relazione tra questo problema del non-lavoro e quello della pace, ed è una relazione mal determinata, mal definibile, che bisognerebbe forse pensare e concepire, perché questa società che considera il lavoro come unico valore di pace, non è la società pacifica, non è la società di pace da pensare. Allora qui c’e un pensiero teorico completamente utopico: il non-lavoro è utopico oggi; non è mai stato cosí utopico, e però ci siamo già, è presente, con i nomi di cibernetica, informatica, di questo e di quello; è l’automazione completa del lavoro produttivo, che non è per domani, né per dopodomani, ma è all’orizzonte, è il nostro orizzonte.

Anche il problema del lavoro è particolarmente difficile da porsi, come quello della pace, d’altronde. Come questo problema sarà affrontato, come sarà risolto? Non si vede bene alcuna prospettiva. Ciò non entra nemmeno nelle prospettive degli uomini politici, non piú, del resto, del problema della pace o di quello del disarmo. D’altronde, si parla della robotizzazione completa, ma senza dire come ci arriveremo e dove, poi, ci condurrà.

C’è parecchio da pensare: si dirà, forse, che si fa della filosofia, si dirà, forse, che si fanno delle speculazioni, ma in effetti, come problema, è terribilmente pratico e concreto.

 

 

La mondialità e il lavoro

 

D. Come vede ora la situazione globale, la mondialità? Otto anni dopo la pubblicazione dei suoi quattro volumi sullo Stato, nei quali Lei ha messo in luce il concetto di modo di produzione statuale – che ricopre sia il capitalismo che il socialismo di Stato[5] – ritiene che si imponga un aggiornamento? E i rapporti fra lo Stato e le imprese multinazionali?

 

R. Sulla mondialità: ancora non è chiaro questo concetto di mondialità. La mondialità ci appare piú come un ammasso di contraddizioni e di conflitti che come qualche cosa che può essere definito. E tuttavia la mondialità ha un senso: 1’uomo di domani, e forse anche quello di oggi, è già un essere planetario, che ha una certa conoscenza, che ha delle relazioni con quasi tutto il pianeta (e anche al di là del pianeta). Ma la nozione di mondialità rimane poco elaborata. La nozione stessa di mondo rimane oscura – quella di mondiale o di planetario, visto che si tratta quindi della terra, e non dell’universo, comprese le stelle e le galassie –, rimane praticamente e teoricamente inesplorata.

Sarà 1’uomo planetario colui che troverà delle attività adeguate a rimpiazzare le attività «guerriere» e le attività produttrici cosí come sono oggi? È questa la domanda. La questione del mondiale e del planetario è, dunque, legata a quella di prima, quella del lavoro; è il terzo aspetto della questione.

In quanto allo Stato, credo che ci sia del nuovo da quando il mio libro è stato scritto, senza che quello che io ho provato a dire sullo Stato abbia per questo perso validità. Per esempio, lo Stato appare come gestore dell’energia: del petrolio, che è importato o esportato; dell’energia nucleare. Lo Stato ha un’importanza primordiale nelle informazioni; anche quando non sono completamente sottoposte al politico e allo statuale, questi hanno un ruolo determinante da tutti i punti di vista, e anche nella tecnologia. Lo Stato, poi, è sempre piú importante nelle relazioni di ogni paese con il mercato interno, con il mercato mondiale e con le imprese multinazionali[6].

Voi mi richiamate, molto giustamente, sulla questione delle imprese multinazionali: è di un’importanza estrema.

Quali sono i mezzi che gli Stati nazionali possiedono nei confronti delle società multinazionali o sovranazionali? Ecco, non c’e possibilità di saperlo e ci si chiede anche se gli uomini di Stato lo sappiano chiaramente. Forse procedono volta per volta, empiricamente e pragmaticamente, cedendo su un campo per guadagnare su un altro. Mi chiedo quali siano le capacità degli Stati, come lo Stato francese, nei confronti dell’Ibm, per esempio, che non ha il monopolio completo su scala mondiale, ma che comunque controlla gran parte di ciò che riguarda l’informatica. Lo Stato, cosí com’è oggi, rischia di diventare il gestore, per conto delle società multinazionali, su scala nazionale delle forze produttive arretrate tecnologicamente ed economicamente.

Ciò che ancora mi colpisce molto, è che le multinazionali tengono i due capi della catena: ce ne sono che fanno gli yogurth, il pesce surgelato, i blue-jeans, eccetera, e altre che detengono l’informazione. Ciò vuol dire che le une controllano la vita quotidiana e le altre i mezzi di comunicazione su scala mondiale. Questo è estremamente minaccioso.

Già una parte immensa del commercio, forse i1 30 o i1 40%, si svolge direttamente tramite società multinazionali. Su ciò ho una documentazione che proviene da una pubblicazione, Le forum du développement, organo dell’università mondiale che ha sede a Tokyo (ne faccio parte dalla fondazione); pubblica un mensile su cui c’e una documentazione insostituibile su tutti questi problemi, compresa 1’attività delle multinazionali. Con questo non è che i problemi siano risolti: si sono posti solo gli interrogativi, le soluzioni sono di la da venire.

 

D. Anche gli Stati del Socialismo di Stato corrono questo rischio, di diventare i gestori per conto delle società multinazionali?

 

R. Sí, credo che non sfuggano a questo rischio, ma che abbiano probabilmente – dico probabilmente – piú mezzi per reagire nei confronti delle società multinazionali. Non senza difficoltà, perché queste multinazionali sono in testa nella produzione, soprattutto dal punto di vista tecnologico.

Ho anche sentito sostenere che sono quelle che, secondo Marx e il marxismo, devono essere considerate come portatrici del progresso, visto che rappresentano le forze produttive e la tecnologia. Ma non è senza pericolo consegnare loro il mondo intero, perché ciò si traduce nell’impoverimento. Si prendono la ricchezza di un intero paese, anche se poi la riportano in altri paesi, come gli Stati Uniti.

Il caso piú curioso è senza dubbio il Messico, in cui le grandi società multinazionali hanno prestato il denaro e venduto il materiale per estrarre il petrolio e poi hanno comperato il petrolio estratto, pretendendo il rimborso con gli interessi per il denaro prestato. È un modo di sfruttamento straordinario, e questa nozione di sfruttamento, che è la nozione piú banale in Marx, sento dire da tutte le parti in Francia che è fuori moda. Evidentemente non si sa come si applica nel mondo moderno.

Sono andato spesso in Messico e ho un po’ osservato gli affari messicani: è lo sfruttamento di tutto un paese. Gli si e succhiata la ricchezza fino a portarlo vicinissimo alla scomparsa, alla fine, alla morte da tutti i punti di vista: agricolo, petrolifero, industriale. Questo paese è sull’orlo della catastrofe, certamente con la complicità di una parte della borghesia e del capitalismo locali. Insomma è un paese che è stato sfruttato a morte; è un esempio particolare, ma ce ne sono tanti altri. Non è sicuro che la Francia sfugga a questo destino, e nemmeno l’Italia. Quali sono i mezzi di difesa degli Stati nazionali: ci sono delle leggi? Ci sono delle procedure? Come si trasferiscono i capitali? Devono esserci dei mezzi, ma io non li conosco. Probabilmente è solo la “gente” al potere che li conosce, ma è senz’altro molto pericoloso non avere un controllo democratico, o almeno un controllo parlamentare, su questi trasferimenti di capitali, che sono trasferimenti di plusvalore. Non è solo denaro che si sposta, infatti, ma plusvalore.

 

 

Decentramento difficile

 

Allora bisogna modificare quello che ho scritto sul modo di produzione statuale e sul ruolo dello Stato, per certi aspetti aggravandolo[7]. C’e, tuttavia, anche il processo opposto, contraddittorio: un po’ dappertutto affiora la tendenza alla decentralizzazione. Questa è manipolata dallo Stato con i suoi apparati, ma comunque esiste[8]. In Italia, per esempio, le città e le regioni hanno certamente conquistato, o ritrovato, una certa autonomia nei confronti dello Stato centrale, il che non è senza pericolo. In Francia ci sono difficoltà da tutte le parti: nelle regioni periferiche i vecchi notabili riprendono il potere e ne scaturiscono disordini e problemi locali, non ancora come in Sicilia, ma non mi meraviglierei se un giorno arrivassimo a tanto.

Dunque, tutto questo non è privo di rischi. È molto probabile che si finisca per oscillare tra un decentramento, piú o meno riuscito, e un nuovo accentramento. A ogni modo, da una parte c’e una tendenza al decentramento, ed è un indebolimento dello Stato, e dall’altra al suo rafforzamento. Elementi di rafforzamento dello Stato sono gli armamenti, la strategia militare, le decisioni di ordine militare, che non si improvvisano, che bisogna prendere frequentemente; non si sarebbe pensato, qualche anno fa, che a ogni momento ci sarebbe stata per il capo dello Stato una decisione militare da prendere. Da questo rapporto dialettico, decentramento-accentramento, dipendono molte cose e su questo bisognerebbe fare un’analisi precisa.

 

 

La potenza degli Stati Uniti

 

D. Gli Usa si trovano in cima alla gerachia[9], al centro dell’impero, le multinazionali piú potenti vi hanno la loro sede. Pericolosi sul piano economico, politico e militare, gli Stati Uniti lo sono anche sul piano dell’ideologia. Lei soggiorna spesso negli Stati Uniti: qual è la sua opinione? È possibile differenziare la cultura americana dall’americanismo?

 

R. Solo per rispondere è questa domanda sarebbero necessarie delle ore. Gli Usa sono una potenza economica e finanziaria di cui ci si fa male l’idea, se non la si è vista da vicino. Eravamo quest’estate nell’Illinois: è il centro dell’America profonda, c’e una ricchezza favolosa di cui è difficile farsi un’idea. Sorvolando in aereo la campagna, ci si accorge che le aziende agricole hanno 200, 300, 400 ettari di mais o di soja, che non sono delle fattorie, ma delle industrie, delle industrie agricole. Alla televisione si segue la borsa di Chicago. È qui che per tutte le materie prime (come la carne di manzo, di vitello o di maiale, il mais o il grano) si fanno i prezzi. È qui che ci si accorge del modo in cui funzionano le cose con un capitalismo di grande flessibilità e di notevole abilità. Mi sono molto meravigliato nel vedere le quotazioni a termine differito della carne di maiale, ossia quotazioni su maiali che non sono ancora nati e che sono già venduti. Ci si gioca sopra e si può vincere del denaro o perderlo: è straordinario.

Tuttavia 1’economia degli Usa, cosí forte, ha pur le sue debolezze. È potente solo perché si annette il Canada e il Messico. Si dice che negli Usa solo il 30% della popolazione è produttiva, il resto è adibito ai servizi: è questo l’avvenire. Forse, ma nella popolazione produttiva degli Usa bisogna contare gli operai messicani che estraggono il petrolio e i canadesi che abbattono gli alberi e che fanno la pasta di carta per i giornali di New York. Cosí le cifre che abbiamo sono falsificate e, di conseguenza, niente affatto attendibili. Inoltre, i lavoratori addetti ai trasporti non sono considerati produttivi; ma un pezzo di acciaio alla fabbrica non è niente, bisogna trasportarlo dove serve, e questo fa parte del ciclo di produzione. Se si considera questo, si arriva a cifre completamente diverse. Ora, se gli Usa non riuscissero a dominare queste popolazioni in termini di neocolonialismo, la loro economia non reggerebbe, e se la loro economia perdesse questi sostegni la loro decadenza sarebbe estremamente rapida. Non sono al riparo dalle piú grandi difficoltà; per esempio, tutta la produzione della costa atlantica è in veloce perdita; tutta la creatività produttiva si è trasferita sulla costa pacifica, tanto che il Pacifico è il centro dell’economia mondiale.

Gli Usa hanno cosí una potenza economica straordinaria, ma niente affatto definitiva; per questo hanno bisogno di una politica imperialistica, per mantenere, cioè, le condizioni di questa straordinaria prosperità economica, accompagnata da un’ideologia terrificante.

 

 

Americanismo e cultura americana

 

Ho sentito dire negli Usa:

 

i paesi poveri? È colpa loro, non hanno voluto o non hanno saputo lavorare, non hanno saputo produrre, non hanno saputo inventare, peggio per loro, che muoiano, che scompaiano!

 

Chi dice cosí dimentica che gli Usa vendono molti dei loro prodotti e che il commercio fa parte dell’economia americana. L’idea che i paesi poveri siano colpevoli della loro povertà, che la gente che è nella miseria sia colpevole della miseria, è un’ideologia, non è la vera cultura americana. Ma negli Usa c’e anche da molto tempo un pensiero critico, e una cultura politica che non riesce, purtroppo, a proporre per ora un’alternativa politica molto chiara, e c’e una grande letteratura.

I rappresentanti della cultura di sinistra in America lottano con molte difficoltà, e si pongono come prioritario il problema del capitalismo. Negli Usa non si tratta solamente di lottare contro la destra, ma di trovare un’alternativa al capitalismo. In questo senso la lotta politica non è affatto arretrata. Si lotta contro la politica internazionale, anche se 1’ideologia dominante è quella del capitalismo dominante. Credo pertanto che bisogna sostenere la cultura americana contro l’ideologia americana, che è cosa estremamente diversa.

 

 

L’Unione Sovietica

 

D. Adesso l’Urss: l’Unione sovietica si contrappone agli Usa, ma il suo prestigio è molto discusso. La sua politica è contestata e in quanto modello non fa piú “ricetta”. Cosa pensa dell’Unione sovietica, del suo valore in quanto modello e della sua politica internazionale?

 

R. La risposta è molto semplice: in quanto modello l’Unione sovietica è inammissibile; non capisco nemmeno come l’Unione sovietica per qualcuno rappresenti un modello, visto che quello che si chiama «socialismo reale» non ha niente in comune con quello che Marx, e tutti quelli che hanno provato è dare un senso preciso è questo termine, hanno chiamato socialismo. Non voglio dire che tutto sia catastrofico, ma non è quello che si chiamava socialismo, è qualcosa di nuovo, è un modo di produzione statuale, visto che lo Stato dirige tutto, domina tutto e, nelle condizioni attuali[10], esce sempre piú rafforzato.

Detto ciò, se, insisto, l’Unione sovietica non esistesse, gli americani sarebbero i padroni del mondo. È meglio che ci sia questa rivalità, piuttosto che una potenza regnante, perché nella rivalità c’e almeno una qualche apertura, mentre con un’unica potenza dominante per fare qualcosa di nuovo occorre aspettare il suo declino, il suo deperimento.

Pertanto la politica estera dell’Unione sovietica, in quanto si oppone alla politica estera americana, mi sembra degna del piú grande interesse. Con questo non voglio dire di approvare e seguire il modello sovietico, non piú di quello americano d’altronde, ammesso che esista un modello americano e non sia invece 1’adozione pura e semplice delle tecnologie.

Allora, per quello che riguarda l’Unione sovietica la risposta è, da una parte, abbastanza semplice e, dall’altra, molto piú complessa, in quanto occorrerebbe spostare il discorso sulla classe operaia. Si parla molto della classe operaia, ma essa ha un po’ dappertutto difficoltà a costituirsi come classe. La parola d’ordine di Marx «proletari di tutti i paesi unitevi» ha qualcosa di folkloristico e non bisogna illudersi: l’internazionalismo proletario è diventato ideologico e fittizio.

Bisogna ricordare che la classe operaia registrò la prima sconfitta quando non impedí la guerra del 1914. L’Internazionale aveva detto che avrebbe impedito la guerra: non c’e riuscita. La seconda sconfitta è quella della classe operaia tedesca, la piú forte e la meglio organizzata, mezzo secolo fa, con 1’hitlerismo[11]. È seguito poi lo stalinismo e il suo tracollo ideologico: lo stalinismo cancro della rivoluzione.

E in seguito, è un punto sul quale vorrei insistere, dopo che lo stalinismo ha perso il suo prestigio – c’e una data precisa: il 1956 –, c’e stato un vuoto immenso, e questo vuoto, a partire dal 1960, si è riempito, piú o meno, in modo contraddittorio. Da una parte, c’e quella che si chiama rivoluzione scientifica e tecnologica con fenomeni di urbanizzazione ultrarapidi e barbari, con 1’industrializzazione molto rapida; dall’altra la contestazione. È un fenomeno straordinario: a partire dal 1960, da un lato abbiamo crescita tecnologica, pseudo-rivoluzione (infatti si fa nel quadro del modo di produzione capitalistico[12]) e contemporaneamente la contestazione, che cresce e che nel 1968 esplode, per poi attenuarsi e diminuire. E qui che nasce la nostra epoca, con le sue difficoltà: la contestazione è stata, infatti, inefficace e, se ha prodotto qualche turbine, ora tutto si è molto attenuato. Cosí il pensiero critico non si sa piú a che cosa serva, e la tecnologia, se pur promette delle meraviglie, è, a mio avviso, al suo ultimo respiro.

La rivoluzione tecnologica è alla fine; è difficile pensare un’altra innovazione che abbia un ruolo uguale è quello svolto dai microprocessori. Ma cosa verrà dopo, se non c’e una catastrofe mondiale? È a questo che bisogna pensare.

 

D. La genetica?

 

R. Si svilupperà la biologia, ma non si sa bene quello che ci riserva. Avete ragione, bisogna considerare la questione della genetica e delle sue applicazioni. Per esempio, a San Francisco ho saputo che si è scoperto il modo in cui i bachi da seta fabbricano la seta. Sono stati, quindi, inventati dei falsi “bachi” metallici che fanno della vera seta. Si è in procinto di industrializzare e commercializzare il procedimento. Una scoperta tecnologica ha, però, bisogno di anni per essere industrializzata e commercializzata: questa è la condizione della biologia genetica attuale. Non parlo nemmeno dei metodi di clonazione o di fabbricazione di specie, ma semplicemente di prodotti commerciali come la seta.

Allora, rispetto a queste nuove applicazioni, non si sa cosa ci riserva il futuro. Ma quella che si chiama la rivoluzione scientifica e tecnologica non è piú in crescita. È il mercato, è un’ideologia, è una moda, uno snobismo, e, infine, parecchie cose che rimangono molto superficiali e non rinnovano il modo di produzione. In ogni caso, è molto probabile che l’informatica diminuisca il numero dei posti di lavoro, anziché aumentarli.

Ciò che è biogenetico impiegherà molta gente? Non ho alcuna idea su questo. A ogni modo, può darsi che arrivi un momento in cui si cercherà di rilanciare la situazione, ma tutto quello che conosciamo è alla fine.

 

 

L’olocausto dell’Europa

 

D. Come vede oggi la situazione attuale dell’Europa, pensando alla sua ipotesi sul «Vento del Sud» di qualche anno fa[13]?

 

R. Prima una considerazione: quando una congiuntura, un’occasione storica è stata mancata, non si ritrova piú: è molto probabile che ci siano stati dei momenti in cui quella che si chiama rivoluzione sociale e politica avrebbe potuto essere attuata, ma non è stata fatta.

Per esempio, un’occasione come quella del 1968, come congiuntura, non si ritroverà piú in Francia. Sapete quello che è successo: ci sono stati gli studenti in agitazione e poi, di colpo, lo sciopero della classe operaia, ma uno sciopero cosí generale che nei ministeri non c’era piú nessuno e 1’apparato dello Stato era crollato. Se la classe operaia e il Partito comunista avessero voluto prendere il potere, certo pur con molte difficoltà, lo avrebbero conquistato su scala nazionale. C’è stato un solo uomo che ha tentato, Mendes France, ma in modo cosí maldestro che la cosa non ha funzionato. Questa situazione non si ripresenterà mai piú.

L’Europa ha avuto diverse occasioni, soprattutto alla fine della guerra, di fare la rivoluzione: non le è riuscito. La Francia ha la sua parte di responsabilità: De Gaulle, il nazionalismo francese e tutti i nazionalismi non volevano e non vogliono 1’Europa. Adesso i problemi dell’Europa si arenano in difficoltà che potrebbero sembrare secondarie, ma che di fatto sono primarie. Non sono per niente ottimista, e vedo 1’Europa destinata, con tutti questi errori, all’olocausto. Gli americani, d’altronde, vedrebbero volentieri sparire 1’Europa come concorrente.

La questione dei missili in Germania: il primo obiettivo della loro installazione è quello di impedire 1’unità della Germania, mentre invece ci può essere un’Europa unificata solo se c’e una Germania unificata. L’unificazione dell’Europa è l’unificazione della Germania, cioè la fusione della Germania dell’Est con la Germania dell’Ovest. Di questa aspirazione voglio ricordare un fenomeno molto curioso: le grandi feste che si sono svolte nella Germania dell’Est per la nascita di Lutero. Ebbene, Lutero e stato festeggiato quanto Marx. Questa è una mano tesa e molte altre cose; è un elemento rivelatore dell’esigenza della riunificazione. Il secondo obiettivo è quello di portare 1’economia sovietica al tracollo, obbligandola a uno sforzo di guerra gigantesco.

Buona parte della sinistra francese considera freddamente la guerra; non tanto per difendere 1’Europa, quanto perché è visceralmente antisovietica; la parola d’ordine è: «piuttosto morto che rosso». In tal caso non è solamente la Francia che è minacciata, ma 1’Europa intera.

Alla televisione, quel tale che ha quasi il monopolio delle transazioni agro-alimentari con la Russia, che è membro del Partito comunista e che è plurimiliardario, ha detto: «fate la guerra: se ci sono 40 milioni di morti negli Usa, il capitalismo è finito; se ce ne sono 40 milioni in Russia il socialismo continuerà e addirittura progredirà». E fantastico sentire questi discorsi: discorsi senza senso, incredibili; ma c’e molta gente che accetta 1’idea della guerra, con l’idea del sacrificio dell’Europa.

Oh 1’Europa! Ha avuto un gran passato, ma è sull’orlo del declino; allora è meglio che muoia gloriosamente. Ho sentito sostenere questo da amici molto vicini al governo. Sono molto decisi; si riorganizza 1’esercito francese in due parti: un corpo di guerra costituito soprattutto da elicotteri blindati, e un esercito di sorveglianza dell’interno. Il corpo di guerra può spostarsi alla frontiera dei paesi dell’Est in quattro ore; poi il resto dell’esercito si unirà alla polizia per sorvegliare le retrovie. Io sono totalmente avverso a questa riorganizzazione dell’esercito.

Che 1’Europa declini, questo è sicuro; che sia colpa sua, è altrettanto sicuro: due guerre mondiali da essa scatenate pesano! Ma non è una buona ragione per accettare il sacrificio.

Una rivista come la vostra deve mettere in guardia l’opinione pubblica su questo stato di cose: c’è gente che considera freddamente non solo lo scatenamento di una guerra, ma anche che 1’Europa serva da olocausto, il prossimo olocausto.

Dunque, io penso che 1’Europa sia veramente in pericolo, ma nessuno ne prende la difesa. Si parla molto del pericolo nucleare, ma, a parer mio, il pericolo non è tanto quello di una guerra intercontinentale, quanto quello di una guerra «di teatro» sul territorio tedesco, che in seguito si allargherà, e con dei mezzi di distruzione terribili, perché ci sono dei missili tattici che sono di un’efficacia terribile.

Vi segnalo, per divertire i vostri lettori, che i vecchi missili dell’esercito francese si chiamavano «Pluton», come il dio degli Inferi; i nuovi missili si chiamano «Ades», che è il nome in greco degli Inferi stessi. I missili «Ades» sono di portata molto piú grande e piú potenti.

Di questa riorganizzazione militare se ne parla molto poco, il meno possibile. Ci sono delle cose di cui non si parla in Francia, o molto poco; non bisogna parlarne, come se fosse grossolano o quasi osceno. Per esempio, sotto il governo di sinistra, parlare dell’autogestione[14] è grossolano, osceno, è essere maleducati, non bisogna farlo. Io sono solito ricordare che, come in Inghilterra sotto la regina Vittoria non si dovesse parlare di cosce o di natiche; ebbene ora in Francia non si deve parlare di autogestione.

Tornando all’Europa ribadisco che la sua posizione è estremamente compromessa; sta andando verso il sacrificio, perché – come ho detto – molto probabilmente non ci sarà una guerra intercontinentale, ma una guerra con eserciti convenzionali. È per questo che 1’idea di un equilibrio militare all’interno dell’Europa è assolutamente folle: prima di tutto non c’e equilibrio stabile possibile e poi è proprio quest’idea che destina 1’Europa a essere il teatro delle operazioni militari. Non so se queste arriveranno fino alla Spagna e all’Italia, ma è molto probabile.

Allora c’e anche questa considerazione: 1’esercito francese, finché era un esercito difensivo, poteva sfuggire al comando integrato della Nato, ma come esercito offensivo non sfuggirà, perché un’offensiva si realizza solo in rapporto con gli altri eserciti europei. Allora, quando i simpatizzanti del governo e della legge che potenzia 1’esercito mi dicono «non accetteremo mai un comando integrato, ti sbagli, la tua accusa è falsa», io rispondo: «un esercito offensivo è necessariamente sotto il comando di coloro che dirigono le operazioni».

Siamo giunti, dunque, a questa situazione: la guerra si terrà sul territorio europeo e siccome le armi attuali hanno una potenza distruttiva non molto al di sotto di quella delle armi atomiche strategiche, 1’Europa va verso la sua autodistruzione.

 

 

Creatività o autodistruzione?

 

Parlo adesso da filosofo: la capacità creativa dell’essere umano, del pensiero umano e dell’attività umana, va insieme a una capacità autodistruttiva. È vero da tutti i punti di vista. Le stesse potenze che sono capaci di modificare il mondo in modo costruttivo, possono anche distruggerlo. Nell’essere umano le capacità creative e le capacità di autodistruzione sono uguali, ancora oggi. E questo il problema dei valori «guerrieri» cui prima accennavo: 1’autodistruzione è potente quanto le capacità creatrici; è questa la dialettica profonda dell’essere umano. E la riprova è in questa povera Europa, che è stata alla testa delle capacità costruttive e creative, che ha inventato tante di quelle cose, da 2.500 anni, dal tempo dei greci, ma che inventa anche la sua autodistruzione. Cosa fa 1’Europa da un secolo? Lavora alla sua autodistruzione.

Allora il problema è di sapere chi vincerà: le forze di autodistruzione o le forze creative? E questa la posta in gioco, e si gioca in Europa una partita colossale; in gioco – notate la parola gioco – è prima di tutto 1’esistenza dell’Europa, poi il tutto si allargherà e coinvolgerà molte altre cose. È questa la posta di una partita che non è facile, né innocente, né inoffensiva; è un gioco terrificante tra queste due capacità: è tutta la dialettica dell’essere umano.

Non è del tutto marxista quello che dico, cioè che le capacità autodistruttive fanno parte delle capacità costruttive, creative.

 

 

Un progetto alternativo

 

D. Cosa pensa della situazione interna dei nostri paesi? Appare come bloccata, nell’assenza di una spinta alternativa.

 

R. Voglio rispondere abbastanza a lungo su questo punto, Credo che la questione sia quella di proporre un’alternativa[15].

Ci sono state nella storia delle alternative proposte da Marx, da Lenin; non hanno funzionato molto bene, hanno anche dato dei risultati contrari a quelli che ci si aspettava. Lenin – come Marx – voleva una società senza Stato, con uno Stato in via di deperimento. Marx lo ha scritto in La Comune di Parigi, Lenin in Stato e rivoluzione; la rivoluzione doveva portare alla sparizione dello Stato. È andata male; bisogna trovare una nuova alternativa, ed è un lavoro gigantesco. Quali gli elementi di questa alternativa? Bisogna trovarli altrimenti la situazione rimane bloccata.

Credo che vi siano in Francia e nei paesi del Sud, per ragioni non sempre chiare, delle forze di intervento capaci di creatività e di azione, che adesso sono bloccate. I governanti, in Francia, credono di essere 1’alternativa al capitalismo: non ne sono convinto. Bisogna passare tramite loro? E come proporre cosí un’alternativa? Credo che un progetto di alternativa potrebbe essere esteso alla Spagna, all’Italia, alla Francia, alla Grecia, e forse a tutto il Bacino mediterraneo.

La dichiarazione dei diritti dell’uomo cosí com’è, è molto importante, ma è incompleta. Non bisognerà forse aggiungerci il concetto di «nuova cittadinanza»[16] a ribadire la partecipazione attiva del cittadino, per esempio, alla vita della sua città? Occorre, inoltre, fare tutti gli sforzi per cambiare la vita quotidiana, e per questo possiamo usare anche le nuove tecnologie.

Tempo fa a Marsiglia ho saputo come la povera gente, gli emigrati, gli iugoslavi, i magrebini, la gente dell’Africa del Nord, non si scrivono piú (prima avevano degli scrivani pubblici). Sapete cosa fanno? Si mandano delle cassette. Ecco un uso concreto, pratico, della tecnologia. Mi è stata raccontata la storia di una donna il cui marito era partito per Lione, lasciandola sola con due bambini. Non avendo piú notizie di lui, gli ha spedito una cassetta, dicendogli: “razza di sporco individuo, sei un uomo schifoso che lasci la tua moglie e i tuoi figli; sbrigati a dare tue notizie!”. Forse non avrebbe mai scritto questi insulti, ma la cassetta è una forma diretta e immediata di comunicazione, e dà bene l’idea di una nuova immediatezza, che si conquista tramite i mezzi tecnologici moderni.

Allora. un progetto di società alternativa dovrà essere molto largo e comprendere una democrazia completa per le comunità, la trasformazione della vita quotidiana e un adattamento progressivo al non-lavoro (la disoccupazione, infatti, non credo che la si riassorba con 1’aumento delle forze produttive, visto che queste vanno verso 1’automazione del lavoro). È necessario, inoltre, un adattamento progressivo della società non solo agli svaghi, che hanno dato luogo a un’industria, e alla cultura, che ha dato luogo a una produzione, ma a una nuova cultura politica[17].

La «nuova cittadinanza» comporta un’idea interessante in rapporto al marxismo. Marx ha detto che bisognava realizzare la filosofia; anche un noto libro di Adorno dice che la filosofia continua perché il momento della sua realizzazione è stato mancato. Ora questa «realizzazione» si potrebbe trovare anche nell’estetica. L’estetica, come conoscenza dell’arte, ha un senso, infatti, se dà luogo a una pratica, alla realizzazione dell’estetica stessa. E quello che succedeva in altri tempi per 1’architettura nelle vostre città, a Firenze: non una visione astratta, ma un’estetica, un’idea dell’arte.

La realizzazione dell’arte (ma la realizzazione vera, che non passa attraverso disegni, o riproduzioni, o scarabocchi, che si attaccano al muro) tocca 1’architettura, l’urbanistica, la trasformazione della vita, in altre parole la metamorfosi della vita[18]. Bisognerà servirsi di tutti questi elementi per giungere ad un progetto di società alternativa.

I socialisti in Francia, invece, hanno concepito un progetto di società, che d’altronde non si e realizzato, che non va oltre la democrazia rappresentativa. Occorre allora arrivare all’allargamento dei diritti dei cittadini, reintegrare, ravvivare, 1’idea della «cittadinanza», che si è un po’ smorzata. Qui credo che la vostra rivista potrebbe svolgere un ruolo attivo nell’elaborazione di questo progetto: perché ormai non si sa piú che cosa sia socialismo. Se il socialismo è da ridefinire, è necessario un progetto.

 

 

La sinistra francese

 

D. Qual è la sua valutazione sulla sinistra francese?

 

R.: Sono un uomo di sinistra, ma devo dire che questa non è in uno stato eccellente e vive una condizione paradigmatica.

Parlavo prima della capacità autodistruttiva che si unisce alla capacità creativa: è esattamente questa la condizione della sinistra. Da molti anni lavora per distruggere se stessa. Il discorso ha un senso soprattutto sul piano teorico e ideologico, ma da venti o trenta anni è successo di tutto, sembra che la sinistra abbia voluto demolire tutto quello che aveva realizzato: la sua forza, il suo patrimonio, quello che aveva ricevuto dalla Rivoluzione francese, da Marx, e da altre parti. Non c’e un’idea che non sia stata sottoposta a critica, e per di piú a critica distruttiva.

Prendo a esempio l’umanesimo. Quello che si chiamava umanesimo era qualcosa di molto fragile. Derivava in parte dai gesuiti e dalla borghesia liberale; era un eclettismo un po’ fittizio, che idealizzava tutto e valorizzava 1’essere umano solo in quanto cittadino astratto. Si potevano fare mille rimproveri a questo umanesimo: in particolare, sia di tenere conto solamente di certe leggi, come la dichiarazione dei diritti dell’uomo, e non delle loro applicazioni reali, sia di limitarsi alle analisi di testi classici e letterari piú o meno tradizionali. Tuttavia, c’era anche 1’umanesimo che Marx tentava di costituire, un umanesimo piú concreto, né borghese, né liberale; ebbene niente di tutto questo è sfuggito alla critica.

L’umanesimo marxista è stato demolito, non senza virtuosismo, da un marxista: Althusser. Il punto di partenza di Althusser è la distruzione di quello che Marx ci aveva lasciato come valori, come valorizzazione dell’essere umano, sostituendovi solo il sapere, il sapere del sapere, quello che sfuggiva alla critica condotta attraverso 1’epistemologia. Dopo non si sono piú avuti valori; l’unico valore persistente era questa epistemologia che non permette di vivere: non si vive su un sapere o sulla semplice applicazione del sapere. Il marxismo ridotto a un’epistemologia è un marxismo irrigidito, ghiacciato, senza capacità di emozione[19].

Ma non ci si può fermare solo all’umanesimo: è tutta la tradizione giacobina che è passata sotto la critica, e non ne è rimasto nulla.

II progresso: l’idea di progresso è facile; divulgata sotto la Terza repubblica è servita a miriadi di discorsi, da quelli dei consiglieri comunali, dei maestri di paese, fino a quelli del presidente della Repubblica. Era facile da demolire, ma, una volta demolita, cosa rimane?

La razionalità: eccetto la sua base tecnologica, il suo fondamento era senza dubbio fragile. La filosofia costitutiva di questa trilogia – umanesimo, razionalismo, progressismo – era forse la filosofia di Kant, che non ha resistito agli attacchi; 1’irrazionalismo è spuntato da tutte le parti, in psicologia, in sociologia, in storia, in psicanalisi; non c’e rimasta razionalità.

L’informatica: è stata data come qualcosa che basta a se stessa, come se 1’attività principale dell’uomo consistesse nel ricevere dei messaggi o nel decifrarli. Ma cosa ce ne facciamo di questi messaggi, e cosa passa tramite questi, qual è il loro contenuto e come si utilizzano quando li si riceve? Tutto questo è stato lasciato da parte, a vantaggio della semplice nozione formale del messaggio e della comunicazione.

Dunque, tutto quello che dava un senso alla sinistra è stato distrutto dalle fondamenta e non è stato proposto niente per rimpiazzarlo, o, quando qualcosa è comparso, non ha avuto eco.

La sinistra ha dato prova di un potere di autodistruzione straordinario, favoloso, fin dall’inizio del XX secolo. Ciò che dice Lukycás in La distruzione della ragione è solo parzialmente esatto, perché l’umanesimo ha persistito e anche il razionalismo. Tutto ciò doveva essere criticato, ma non distrutto, insieme al progressismo. Adesso c’e un ammasso di rovine.

La sinistra è arrivata al potere sulle rovine della sua ideologia. Qui che c’e bisogno di qualche cosa di nuovo, è qui che potete, dovete, aprire l’orizzonte e sforzarvi, nella vostra rivista, di porre le basi di un discorso innovatore.

 

 

Lo storicismo della sinistra italiana

 

D. E la sinistra italiana?

 

R. Conosco la sinistra italiana meno della sinistra francese. Conosco la sinistra francese come testimone da decine di anni, so come lavora alla propria distruzione, che mi sembra, d’altronde, essere un cattivo presagio per 1’Europa stessa. Mi pare che apra un processo che può avere delle conseguenze piuttosto gravi. La sinistra francese si basava su un’idea abbastanza astratta, che avrebbe dovuto essere completata dalla ragione, ma ciò non e avvenuto.

La sinistra italiana si fonda di piú sulla storia, su una certa storia, che diviene storicismo e marxismo (Labriola, Gramsci). Dico subito che non sono gramsciano e non so se oggi potete trarre ancora molto da Gramsci. Ciò che io non accetto di Gramsci è che è prestaliniano. Tutto quello che ha scritto in Il principe moderno e Le note su Machiavelli mi sembra molto preoccupante dopo 1’esperienza staliniana; restano comunque scritti di grandissima importanza. Non credo però che dopo il periodo staliniano possano servire per trarne molte conseguenze politiche e pratiche[20].

A ogni modo, la sinistra italiana mi sembra avere basi piú solide della sinistra francese, particolarmente perché non ha avuto questa spinta – che gli psicanalisti chiamerebbero masochista – all’autodistruzione. In Francia c’è gente di sinistra che, per fondare un sapere inespugnabile, ha costruito, in nome dell’epistemologia, una specie di fortezza imprendibile e completamente isolata, ma inefficace e destinata a cadere in rovina.

È anche grave che i governanti non abbiano altro mezzo di agire sull’opinione pubblica se non quello di dire che la destra è una minaccia. Questo è senz’altro un buon argomento, ma non dà un’ideologia, una teoria, un’argomentazione, su cui si possa costruire qualcosa. In questo senso voi avete basi migliori per costruire una nuova prospettiva di sinistra.

 

D. Come spiega questo comportamento autodistruttivo della gauche francese?

 

R. Il fenomeno dipende dal fatto che non ci sono confini precisi tra la critica e l’ipercritica, e nel pensiero critico si e sempre tentati di cedere all’ipercritica.

Lo si vede molto bene anche nel pensiero marxista, laddove Adorno parla di una dialettica negativa: se questa si spinge fino in fondo, si distrugge da sé. L’estetica di Adorno, infatti, si distrugge da sé; vuole dare una teoria dell’arte e dice che la teoria dell’arte è destinata è distruggersi. Quindi, questo eccesso di negatività si trova nello stesso pensiero marxista, nello stesso Adorno, che, per quanto sia un grande, passa dalla critica all’ipercritica. L’ipercritica è la critica che mette in discussione se stessa, che mette in gioco la sua validità e la sua efficacia.

 

 

Per un progetto internazionale

 

D. Come pensare il progetto della costruzione di una nuova cultura politica? Infine, che cosa bisogna o che cosa si può fare in questa situazione?

 

R. Ponete la domanda su un piano filosofico e teorico, o su un piano politico e pratico? Perché non è la stessa cosa. Devo rispondervi su un piano teorico e filosofico, o pratico e politico, o, come penso, su tutti e due? Non è una risposta semplice.

È necessario, ma non sufficiente, proporre un’alternativa. Questa alternativa bisogna che sia un progetto. Ci sono gia stati dei progetti di società e molti ne hanno a tutt’oggi. C’e un progetto di società cristiana in Vaticano o in Polonia, forse; c’e un progetto di società in Iran, che si regge su quel fanatismo straordinario e completamente imprevisto che la religione ha prodotto in molto paesi.

I progetti di società non mancano, ma abbiamo bisogno di un progetto di società credibile e accettabile. Si tratta, dunque, di un grande lavoro collettivo e internazionale. Non penso affatto che bisogna farlo per l’Italia, per la Francia, per la Spagna singolarmente. Ciò vuol dire che, se volete procedere su questa strada, vi dovete sforzare di costituire un “gruppo” internazionale che tenga conto delle particolarità dei differenti paesi, ma che sappia anche proporre qualcosa di ordine piú generale, per ritrovare una certa universalità.

Un progetto di società accettabile, credibile, è necessario, ma non sufficiente. Se lo si vuole diffondere, occorre intervenire politicamente. Devo dire che finora i politici si sono mostrati piuttosto chiusi; si sono ripiegati sul pragmatismo, non hanno nemmeno piú strategie (forse una strategia militare), almeno in Francia, vivono alla giornata, non hanno un piano d’insieme.

È per questo che si fa sentire il bisogno di un progetto globale, senza che per questo sia un modello esclusivo e totalitario; occorre lasciare spazio al pluralismo. Forse non si è insistito abbastanza sull’idea di un pluralismo politico, in modo da tenere conto delle differenti correnti, dei diversi gruppi sociali, delle differenze di classe e cosí via. Occorre definire un progetto di democrazia pluralistica e diretta nello stesso tempo, il che è paradossale, ma necessario.

Per arrivare a diffondere questo progetto, bisogna svolgere un ruolo di avanguardia, il che non è facile oggi, e bisogna farsi ascoltare. Come? Vi sono dei gruppi in Francia che sarebbero disposti ad ascoltare un nuovo progetto, ma non li credo molto efficaci. Non ho alcuna idea di quello che può succedere in Italia: forse bisogna formare dei quadri politici, o dei circoli politici, o degli scrittori politici?

A ogni modo il problema è politico, ma prima ancora è teorico; occorre riprendere da Gramsci, in modo molto critico, 1’idea che, almeno nel caso della rivoluzione borghese – è l’unica che Gramsci abbia conosciuto e analizzato (e che ricava dall’esame della Rivoluzione francese e anche dalla storia italiana del XIX secolo) –, la rivoluzione culturale ha preceduto la rivoluzione politica. Anche in Francia il XVIII secolo, con Diderot, è il periodo di una vera rivoluzione culturale, che precede e prepara la rivoluzione politica. Forse bisogna ritornare è questa idea, tenendo conto di tutto quello che e cambiato.

Forse il legame tra rivoluzione politica e rivoluzione culturale non è piú quello, ma questo schema di una rivoluzione culturale che accompagna, che addirittura precede la rivoluzione politica va ben esaminato, tanto piú che in nome di Marx, e soprattutto in nome di Lenin, è stato trasformato lo schema per arrivare a dire che la rivoluzione culturale segue la rivoluzione politica. È una questione assai grossa, che voi potreste sollevare nella vostra rivista.

Allora, qui una linea si profila: progetto credibile, da perfezionare e trasformare, tenendo conto di tutto quello che può succedere di nuovo, sia nelle città che nella condizione delle donne. Poi trasformazione della cultura, sia tramite la critica che attraverso delle proposte.

Occorrerebbe proprio proporre qualche cosa nella cultura e forse questo già avviene intorno a noi, senza che ce ne rendiamo conto: forse nella musica, forse nel teatro, vi sono degli elementi nuovi che bisognerebbe valorizzare; forse anche nella poesia.

 

D. Un’ultima cosa: non vuole tornare un momento sulla definizione di nuova immediatezza?

 

R. Attraverso le “mediazioni” formidabili che noi subiamo, con la televisione e la radio, appaiono gli elementi di una nuova immediatezza e il bisogno di contatti diretti[21]. Hanno chiamato questo «convivialità», ma si può ben chiamarlo immediatezza.

Vi ho raccontato, per esempio, la storia delle comunicazioni tramite cassette, dove la mediazione – i media – servono di supporto a una nuova immediatezza: tutto questo nella linea dello sviluppo di una nuova cultura politica.

 

* Henri Lefebvre, nato in Francia nel 1901 ad Hagetmau (Landes), è entrato nel Partito comunista francese nel 1928 e ne è uscito nel 1958, dopo trent’anni di militanza, in seguito al perdurare dell’ostilità del partito, anche dopo il XX Congresso del Pcus, alla sua lunga battaglia antistalinista, riaffermando però la sua adesione al pensiero marxiano e la sua posizione del tutto critica del modo di produzione vigente. Nel 1965 ha avuto la cattedra di sociologia all’Università di Nanterre e nel 1968 ha partecipato direttamente al «maggio francese». Lefebvre è riconosciuto fra i maggiori pensatori marxiani del Novecento. Del filosofo, o piuttosto del metafilosofo (come siamo certi preferirebbe essere chiamato), francese sono stati pubblicati in Italia Il materialismo dialettico, Torino, Einaudi, 1949 (riediz. 1975); Il marxismo visto da un marxista, Milano, Garzanti, 1954; La sociologia di Marx, Milano, Il Saggiatore, 1969; Il diritto alla città, Padova, Marsilio, 1970; Linguaggio e società, Firenze, Valmartina, 1971; La fine della storia, Milano, Sugar, 1972; Il marxismo e la città, Milano, Mazzotta, 1973; La rivoluzione urbana, Roma, Armando, 1973; Dal rurale all’urbano, Firenze, Guaraldi, 1973; Spazio e politica, Milano, Moizzi, 1976; La produzione dello spazio, Milano, Moizzi, 1976, vol. I e II; Lo Stato, Bari, Dedalo, 1976-1978, vol. I, II, III, IV; La critica della vita quotidiana, Bari, Dedalo, 1977, vol. I e II; La vita quotidiana nel mondo moderno, Milano, Il Saggiatore, 1978; Il manifesto differenzialista, Bari, Dedalo, 1980; La rivoluzione non è piú quella (scritto con Catherine Regulier), Bari, Dedalo, 1980; Abbandonare Marx?, Roma, Editori Riuniti, 1983.

[1] Dalla redazione del «Ponte», in preparazione all’intervista. Intervista, traduzione e note al testo di Mario Monforte.

[2] Ricordiamo che il 10 maggio del 1981 si ha in Francia l’affermazione elettorale che segna 1’ascesa al governo della sinistra.

[3] A. Glucksmann, La force du vertige, Paris, Grasset, 1983.

[4] La paix indésirable. Rapport sur l’utilité des guerres, preface de H. Mc Landress (J. K. Galbraith), Paris, Calmann-Levy, 1968.

[5] Nella sua opera Lo Stato, voll. I-IV, Bari, Dedalo, 1976-1978, ma anche in Il manifesto differenzialista e La rivoluzione non è piú quella (Bari, Dedalo, 1980), Henri Lefebvre sviluppa e articola la sua concezione, che è vista come rilettura, continuazione e applicazione del marxismo al mondo «moderno». Fondamentale nella sua riflessione è appunto lo Stato; è sulla mancata soluzione della questione dello Stato e sull’abbandono dell’impostazione iniziale del marxismo in merito, che lo stesso marxismo – dice Lefebvre – è finito per scoppiare e ridursi in vane «schegge», «frammenti»: i diversi marxismi. Non abbiamo certo la pretesa di sintetizzare in questa nota una parte essenziale di un pensiero vasto e complesso come quello di Lefebvre. Ne indichiamo soltanto alcuni parziali elementi – in modo forzatamente schematico e riduttivo -, per chiarire il senso di questa parte dell’intervista, rinviando per il resto il lettore interessato alla lettura delle opere indicate. Lo Stato, secondo Lefebvre, e quindi 1’istituzione, il politico, ha sempre avuto una funzione essenziale nell’esprimere e assicurare l’omogeneita e 1’equivalenza, l’astrazione concreta del valore di scambio, dei circuiti commerciali, del lavoro astratto, rispetto all’uso e al valore d’uso, al lavoro concreto, insomma 1’omogeneità «indifferente» rispetto e sulla «differenza». L’economico procede insieme al politico e si sviluppa coerentemente in tal senso, con il formarsi ed estendersi del modo di produzione capitalistico, finendo per schiacciare il sociale (cioè la base dell’esistenza; la suddivisione che compie Lefebvre supera infatti quella dicotomica struttura-sovrastruttura, per articolarsi cosí: base-struttura-sovrastruttura; sociale, economico, politico-ideologico). L’opera e il pensiero di Marx hanno potuto essere fraintesi e distorti anche (ma non solo) perché il lavoro fondamentale di Marx – II Capitale – che doveva occuparsi del reddito, delle classi e dello Stato, come risulta dal piano iniziale, è rimasto incompiuto. Perciò il suo pensiero deve essere interpretato alla luce del complesso delle sue opere (che Lefebvre recupera nel loro insieme, dai Manoscritti economico-filosofici in poi, rifiutando la divisione fra un Marx «marxista» e un Marx «democratico-radicale»), vedendone anche limiti e oscillazioni, ma conservandolo e sviluppandolo. Il modo di produzione capitalistico, che si sviluppa sul piano economico, implicando però costantemente quello politico (basti vedere, dice Lefebvre, il processo di accumulazione primitiva in un quadro piú ampio di quello avvenuto in Inghilterra, comprendendo anche l’esame di quello avvenuto in Europa, insieme alto sviluppo e affermazione degli Stati-nazione), procede attraverso crisi e contraddizioni, estendendosi a tutto il mondo, creando il mercato mondiale e la mondialità, implicando una sempre maggiore fusione con il politico, e viene coerentemente sviluppandosi secondo la sua «natura» (la sua essenza, il suo concetto). Non vi è un momento in cui si può dire che il modo di produzione capitalistico si è gia pienamente realizzato in quanto tale, perché appunto si modifica, procede, si sviluppa. Sviluppandosi, il modo di produzione capitalistico conduce e sbocca net modo di produzione statuale. Questo è caratterizzato dal fatto che è lo Stato che si fa carico della crescita economica, attraverso quel processo che si chiama programmazione economica (di vario tipo) e tramite l’istituzionalizzazione (piú o meno formale) delle imprese e dei processi economici in genere. Ciò implica che i rapporti sociali e di produzione capitalistici, e le classi sociali, non si riproducono da sé, per un cieco meccanismo economico, ma vengono riprodotti, sono oggetto di strategie (non senza un complesso di continue contraddizioni).

[6] Lefebvre ha affrontato piú volte la questione delle multinazionali (in Lo Stato e Il manifesto differenzialista). Ricordiamo, in particolare, La rivoluzione non è piú quella, p. 114 ss. La. concezione di. Lefebvre relativa alle multinazionali è da inserire in quella di «mondalità», cioè di mercato mondiale (sostanzialmente unico) da un lato e, dall’altro, di strategie politico-statuali, che, per essere veramente tali, devono estendersi su un piano mondiale. Le multinazionali non sono le semplici eredi dei monopoli; organizzano la produzione alla loro scala, esprimono strategie globali (cioè mondiali) e occupano gli spazi vuoti esistenti, dalle regioni locali al mercato mondiale. Sono un’altra forma, generata dallo sviluppo del modo di produzione capitalistico in modo di produzione statuale, di raggiungere e installarsi (istituirsi) nella mondialità. Ma questo implica una contraddizione continua, latente o aperta a seconda dei casi, con lo Stato, con gli Stati, i quali sono posti nella condizione di doversi sottomettere alle multinazionali, oppure opporsi.

[7] Con questo «aggravandolo» Lefebvre intende sia confermare e riaffermare quanto ha detto sul modo di produzione statuale e sullo Stato della crescita economica («Stato della crescita, crescita dello Stato», Lo Stato, vol. I, p. 75 ss. in particolare) nonché sulle multinazionali e sulla dialettica fra queste ultime e Stato, sia mettere in evidenza come il modo di produzione statuale e il sistema degli Stati si è perfezionato, radicato, saldamente installato nel mondo – cosí si è anche accentuato il complesso di contraddizioni che comporta, lo «stato critico» permanente e globale – ,e come si sono intensificate le contraddizioni con le multinazionali.

[8] La tematica del decentramento si connette nel pensiero Lefebvfre a quella della democrazia sostanziale, diretta, e dell’autogestione; è una linea che unisce tutto il complesso delle sue opere. E cosí che, secondo Lefebvre, si esprime ciò che strategie politiche e politica economica tendono costantemente è ridurre, a schiacciare, ciò che è compresso fra il politico e 1’economico, e che invece è irriducibile: il sociale, la società, con le sue tendenze, negate e soffocate, strumentalizzate e subalternizzate, ma tuttavia esistenti, a riappropriarsi dell’economico e del politico, sussumendoli. Si tratta perciò di tendenze intrinsecamente rivoluzionarie.

[9] Si allude alla gerarchia statuale, cioè al sistema gerarchico di Stati che si è installato su tutto il pianeta – gerarchia instabile, perché sottoposta alla legge dello sviluppo ineguale e carica di conflitti e tensioni –, che trova una sua forma di espressione nel «parlamento» mondiale degli Stati, 1’Onu (vedi Lo Stato, vol. I).

[10] Sul modo di produzione statuale nel suo «genere» del socialismo di Stato, con 1’esame della sua genesi in Urss tramite lo stalinismo e 1’analisi delle condizioni contemporanee, vedi Lo Stato, vol. I, p. 255 ss., vol. II, p. 295 ss., anche vol. IV, p. 330 ss.; vedi inoltre Il manifesto differenzialista.

[11] Su questo punto insiste Lefebvre nelle sue opere (Il manifesto … , La rivoluzione … , Lo Stato, op. cit.): la classe operaia ha subito due sconfitte di importanza storica: la prima, non riuscendo a impedire la prima guerra mondiale, anzi subendola e partecipandovi; la seconda, con il nazismo e i «regimi totalitari». Protagonista di questi conflitti è stato sempre ciò che di nuovo si annunciava, cioè lo Stato, nel suo perfezionamento, e il procedere del capitalismo verso il modo di produzione statuale.

[12] Questa «pseudo-rivoluzione» avviene all’interno del capitalismo; ricordiamo che, secondo Lefebvre, il capitalismo di Stato è uno dei due «generi» del modo di produzione statuale. Nel capitalismo di Stato i rapporti di produzione capitalistici vengono riprodotti attraverso le strategie politiche ed economiche, anche se questa riproduzione non avviene senza continue contraddizioni e conflitti, senza modificazioni (e nuovi contrasti fra quanto resta di capitalismo vero e proprio, e rapporti relativi invece al modo di produzione statuale). In questo senso Lefebvre parla di «pseudo-rivoluzione»: perché all’interno del capitalismo e utilizzata per la sua riproduzione.

[13] Ci riferiamo all’articolo di Lefebvre pubblicato su «Le Monde» il 7 gennaio 1978 e intitolato Le vent du Sud. In quest’articolo Lefebvre metteva in luce le potenzialità esistenti nell’«Europa latina» (riferendosi espressamente a Spagna, Italia e Francia) sia in termini di base industriale, sia di posizione strategica, sia di forza e attività della società civile e spazi di democrazia. Potenzialità dirette verso una chance: aprire una nuova via, nello svincolamento dalle due superpotenze, verso una società nuova, diversa sia dal socialismo di Stato che dal capitalismo di Stato (pur nella sua variante socialdemocratica), una società non subordinata allo Stato, fondata sulla democrazia diretta, sul decentramento effettivo che implica 1’autogestione. Lefebvre collegava allora l’individuazione di queste potenzialità alle possibilità che si aprivano per quello che fu chiamato «eurocomunismo» (pur riferendosi ai partiti «eurocomunisti» in modo molto problematico). In altre occasioni Lefebvre si è già espresso, in seguito, sul fallimento dell’«eurocomunismo» (in generale e come momento di apertura e di avanzata per le potenzialità indicate) e nell’intervista che pubblichiamo non ne fa piú parola, mentre conferma 1’esistenza delle potenzialità individuate, che anzi estende ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

[14] Ricordiamo l’importanza centrale che hanno nel pensiero di Lefebvre il concetto e la pratica dell’autogestione, come espressione concreta del decentramento e della democrazia diretta, quindi come ripresa del marxismo rivoluzionario sulla questione dello Stato e del socialismo. Perciò Lefebvre ha anche seguito l’esperienza iugoslava, che non costituisce però per lui né un modello, né una via da seguire (vedi La rivoluzione non è piú quella; vedi Lo Stato, vol. III, p. 290 ss.). L’autogestione implica necessariamente il movimento dal basso; se fatta propria, gestita e imposta dall’alto, si snatura e fallisce.

[15] Lefebvre è già recentemente entrato in merito alla questione dell’alternativa, nell’intervista intitolata Pour un projet politique, rilasciata il 29 aprile 1982 e pubblicata sulla rivista «Autogestions», n. 10, estate 1982, pp. 3-12. Termini e concetti che userà nella presente intervista hanno come presupposto e quadro di riferimento il discorso sviluppato su «Autogestions».

[16] Vedi Pour un projet politique cit., p. 7; la nouvelle citoyenneté si configura, secondo Lefebvre, come diritto del cittadino di partecipare attivamente, attraverso la cultura e la conoscenza politica, alle decisioni, in contrapposizione al ruolo a cui viene sempre piú ridotto, quello di utente, che deve invece essere riassorbito e sussunto in quello del «nuovo cittadino».

[17] Vedi Pour un projet politique cit., p. 7; secondo Lefebvre la nuova cultura politica si deve caratterizzare per un aggiornamento concreto della coscienza e della conoscenza politiche, per la spinta a prendere parte attiva a tutte e decisioni (e a negarne anche alcune), per 1’acquisizione degli elementi fondamentali di un pensiero teorico adeguato alla situazione attuale.

[18] L’estetica «applicata» come uno dei mezzi per trasformare e metamorfizzare la vita, la vita quotidiana; la trasformazione della vita vista come molla e scopo reali della rivoluzione sono altre tematiche fondamentali per Lefebvre, da lui affrontate in La vita quotidiana nel mondo moderno e nella Critica della vita quotidiana cit. (e altre opere non pubblicate in Italia). Ma la vita esiste, avviene, si svolge nello spazio e la sua metamorfizzazione implica e richiede quella dello spazio (quindi della città, dell’urbano). Qui un altro campo di tematiche essenziali, che Lefebvre tratta in opere quali Il diritto alla città, La rivoluzione urbana, Dal rurale all’urbano, Il marxismo e la città, Spazio e politica, La produzione dello spazio cit.

[19] Lefebvre ha condotto una lunga e approfondita battaglia teorica contro il «marx-strutturalismo» di Althusser e della sua scuola, nonché contro lo strutturalismo in generale come tendenza filosofico-ideologica; vedi in particolare L’Ideologie structuraliste, Parigi, Anthropos, 1971 e, per la linguistica strutturalista, vedi Linguaggio e società cit.

[20] In proposito vedi Lo Stato, vol. II, p. 285 ss.

[21] I bisogni di contatti diretti fanno parte di quelli che Lefebvre chiama i «nuovi bisogni» (che vede come fondamento per la ripresa del sociale sul politico e 1’economico). Lefebvre definisce in generale i «nuovi bisogni» come quelli che non passano attraverso gli scambi commerciali e le reti dell’equivalenza. Si tratta dei bisogni di beni non scambiabili, nel lavoro, nelle opere, nella vita, nello spazio; vedi Pour un projet politique cit., p. 9.




Jobs Act e Costituzione: svolta autoritaria e riduzione dei diritti sociali nel programma del governo Renzi

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Jobs Act e Costituzione.

Svolta autoritaria e riduzione dei diritti sociali nel programma del governo Renzi (poi in autunno si cancella l’art. 18 St. Lav.).

di Paolo Solimeno

 

In questo scorcio di legislatura i due disegni di legge forse più rilevanti, su cui la maggioranza governativa vuol mostrarsi più impegnata, portano due numeri in sequenza: il n. 1428 è il “jobs act”, un ddl di delega al governo per ridisegnare i contratti di lavoro, gli ammortizzatori sociali e le politiche per l’impiego; il n. 1429 è la riforma costituzionale, un corposo intervento sulla Costituzione per togliere funzioni ed elettività al Senato, rafforzare il governo e modificare il titolo V.

 

Le intenzioni dei due ddl sono molteplici, ma alcune senz’altro chiare: ridurre la rappresentatività delle istituzioni, dare mano libera all’esecutivo (chiunque vinca la lotteria con l’Italicum: le opposizioni che punterebbero su una politica economica e fiscale radicalmente diversa sono tenute fuori gioco), accrescere la flessibilità del lavoro e ridurre il peso degli ammortizzatori sociali sulla finanza pubblica, rendere gli organismi di garanzia (che vigilano sulla conformità dell’ordinamento ai principi costituzionali) omogenei al disegno governativo.

Nelle intenzioni – ovvero al netto degli emendamenti proposti da opposizioni interne o esterne alla maggioranza governativa che la pregiudiziale dei vincoli di bilancio ex art. 81 Cost. sta falcidiando già in Commissione Lavoro al Senato1 – il “jobs act” vuol rendere più flessibile il lavoro, non investe un euro sugli ammortizzatori sociali (anche a causa del reperimento di fondi straordinari per la detrazione fiscale di 80 euro escogitata prima delle elezioni europee), ridisegna un po’ i centri per l’impiego e altri strumenti per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Strettamente legato al “jobs act”, anzi suo primo assaggio, è stato il DL Poletti, n. 34/2014, sul contratto a termine e sull’apprendistato che ha sostanzialmente liberalizzato il contratto a termine rendendolo acausale, ovvero cancellando le ultime disposizioni che ancora restavano a delimitarne l’utilizzo entro i limiti di una almeno dichiarata e dimostrabile connessione della scadenza del rapporto con esigenze organizzative e produttive (ora si può semplicemente apporre un termine ai contratti e farli durare con lo stesso lavoratore fino a 36 mesi, superabili in diversi settori o per deroga contrattuale, e entro questo termine si può fare sino ad 8 rinnovi dello stesso contratto e un numero enorme di contratti, centinaia); quanto all’apprendistato si è tolto ogni vincolo formativo, lasciando però i vantaggi fiscali e di riduzione della retribuzione, un vero scandalo.

 

Non è di poco interesse vedere come un intervento su un tema così rilevante come il contratto a termine, rilevante in ogni paese europeo e non in tempi di spasmodica e miope ricerca della riduzione dei costi del lavoro per motivi concorrenziali e quindi di redditività delle imprese2, sia stato approvato con decreto legge 34 del 20 marzo 2014 e presentato lo stesso giorno alla Camera che lo ha assegnato alla commissione Lavoro che lo ha esaminato e passato all’Aula dove l’esame è durato per sei sedute ed è stato approvato il 24 aprile 2014; dunque al Senato è stato nelle varie Commissioni Lavoro, Affari Costituzionali, ecc., dal 29 aprile al 5 maggio, quindi è andato in Aula ed è stato approvato, con modificazioni, il 7 maggio: pertanto è dovuto tornare alla Camera nel nuovo testo approvato dal Senato, nuovi esami in Commissioni e approvazione definitiva il 15 maggio 2014. Questi, se c’è una volontà politica e una maggioranza che sostiene l’indirizzo governativo, i tempi di approvazione ripeto con modifiche. Velocizzarli vuol dire impedire il dibattito pubblico.

 

Contro queste disposizioni, dopo un tentativo ostruzionistico dei parlamentari di Sel e M5S, si sono levate molte critiche ed è stata presentata una denuncia di infrazione di direttiva comunitaria alla Corte di Giustizia dell’UE da parte dell’associazione nazionale dei Giuristi Democratici. Nella denuncia dei G.D. si evidenziano i chiari profili di violazione della direttiva sui rapporti a termine, n. 1999/70, che furono valutati già nel 2000 quando i radicali proposero una abrogazione radicale della legge 230/1962 che avrebbe negato la tutela chiesta dalla direttiva, non diversamente da quanto fa il DL 34 rispetto alle disposizioni dirette a disincentivare il fenomeno: ebbene, la Corte costituzionale dichiarò allora non ammissibile quel referendum perché avrebbe lasciato il nostro ordinamento in contrasto palese con la normativa comunitaria. Altro parametro interessante è quello dell’ordinamento greco che pure aveva un limite solo temporale (di 24 mesi) all’utilizzo del contratto a termine e che ugualmente è stato ritenuto illegittimo da due sentenze della Corte di giustizia europea3.

 

In sostanza con queste innovazioni si attua a) la cancellazione definitiva di ogni necessario riferimento a “ragioni oggettive” che giustifichino l’assunzione a tempo determinato invece che indeterminato; né serviranno “ragioni oggettive” che giustifichino la proroga consentita fino a 8 volte consecutive per ciascun contratto; b) l’eliminazione di alcun limite al numero di contratti sottoscrivibili: i GD nella denuncia ipotizzano “un primo contratto di 14 giorni e 8 successive proroghe di due giorni per un totale di 30 giorni complessivi: sarebbero ben possibili 36 successivi contratti (purché intervallati da almeno 10 giorni non lavorati) e 288 proroghe tra le medesime parti sulla stessa posizione lavorativa senza alcuna ragione oggettiva che giustifichi l’assunzione precaria”; inoltre, fanno notare, manca “per larga parte dei lavoratori italiani anche un qualsivoglia termine massimo di utilizzabilità con tale tipologia contrattuale precaria e l’assenza comunque di termini certi, in quanto anche per le tipologie contrattuali per cui la legge dispone il tetto dei 36 mesi esso è sempre derogabile tramite accordo sindacale”.

 

Il risultato è che il datore di lavoro – che purtroppo comunque non assumerà, ma se volesse – potrà assumere il lavoratore prima come apprendista con grandi risparmi e senza formarlo4, poi fargli contratti a termine per altri 36 mesi e infine usare il contratto “Ichino” che prevederà probabilmente un patto di prova fino a tre anni. Il precariato si estende a fette importanti della vita lavorativa.

 

A fronte di ciò, come detto, nel ddl 1428 non sono previste forme di ammortizzatori sociali estese a tutte le forme di contratto, ovvero per disoccupazione di ogni provenienza, ma anzi si aggravano le limitazioni esistenti dopo la riforma Fornero legge 92/2012. Inoltre si accentua la tendenza assicurativa del sistema di ammortizzatori, legandolo alla carriera contributiva del lavoratore, invece di farlo gravare sulla fiscalità (o contribuzione) generale. Le risorse per le politiche attive restano inalterate, nel ddl si pensa solo ad un riordino organizzativo, quando piuttosto l’Ente pubblico ISFOL denuncia chiaramente il livello irrisorio di risorse dedicate dallo stato italiano alle politiche attive per l’impiego (www.isfol.it, studio del 14.3.2014).

Altro intervento davvero dirompente (ma, va da sé, a costo zero) è il “compenso orario minimo” che sembra introdurre un sistema generalizzato per evitare lo sfruttamento dei lavoratori in una fase di bassa occupazione, ma in realtà indebolisce lo strumento della contrattazione collettiva che già c’è: si finge infatti di dimenticare che nell’ordinamento italiano esiste già il “salario minimo” grazie alla giurisprudenza costituzionale e di merito che ha applicato l’art. 36 Cost. e la retribuzione sufficiente e proporzionata in ragione del lavoro prestato e delle esigenze del lavoratore. Introdurre un “compenso orario minimo” vuol dire dare una tutela ben minore e circoscritta e al contempo attaccare frontalmente la Contrattazione collettiva, superare i CCNL.

Le critiche dei sindacati, dinanzi a prospettive di questa portata, sono molto tenere. Più decise quelle avanzate da alcune associazioni, fra cui i Giuristi Democratici: gli atti sono inutilmente acquisiti dalla Commissione Lavoro del Senato e si trovano su http://www.senato.it/Leg17/4497.

 

Veniamo alla proposta di “contratto a tutele crescenti” di cui si è parlato nei mesi scorsi: è un’idea di Pietro Ichino, noto docente di diritto del lavoro e senatore di Scelta Civica, trasfusa in un emendamento all’art. 4 del ddl 14285. La proposta, vecchia di alcuni anni e simile ad altra degli economisti Boeri e Garibaldi, giunge ora in parlamento come emendamento e integrazione di peso al testo più in vista del governo Renzi e ha qualche chance di essere approvata, visto il viatico introdotto in sede di conversione del DL 34/14 sul contratto a termine6 che sostanzialmente dice che quel progetto è fatto proprio dalla maggioranza.

 

L’idea di fondo di Ichino è di evitare che l’unico contratto a disposizione in questi tempi di crisi economica e occupazionale sia il contatto a termine (reso così agibile e invitante dal DL 34) e che il datore debba avere la possibilità di scegliere senza timore un’assunzione a tempo indeterminato da cui possa però recedere a piacimento nei primi 36 mesi: assomiglia molto ad un altro contratto a termine camuffato, in realtà. Lo strumento formale sarebbe la sospensione per i primi tre anni delle tutele dell’art. 18 Statuto Lavoratori (quel che resta dopo le modifiche della legge Fornero n. 92/2012), ipotesi su cui la segretaria CGIL Camusso ha già espresso un’apertura, per consentire al datore di recedere liberamente, dietro il pagamento di una lieve sanzione al lavoratore, per ora si è proposto un’indennità pari a due giorni di retribuzione per ogni mese lavorato: così, nell’ipotesi peggiore, se si è lavorato tutti i 36 mesi a libera recedibilità, siamo circa a due mesi e mezzo di indennizzo, pari alla sanzione minima della legge 604/66 per il licenziamento illegittimo. Una sanzione davvero tenue.

 

Questa ulteriore precarizzazione introdurrebbe una deroga corposa alla tutela del rapporto di lavoro, chiamando a tempo indeterminato un contratto che di fatto è a libera recedibilità per i primi 36 mesi. Per ora la previsione di Ichino è invisa ai parlamentari del PD, lo stesso ministro Poletti teme ostacoli per la esplicita deroga all’art. 18, ma la previsione di questo nuovo tipo di contratto già nell’art. 1 della legge di conversione del DL 34/2014 non può non esser letta come un impegno ad andare avanti.

Comunque la normativa offre già oggi una flessibilità spinta e ammortizzatori sociali e politiche di formazione del tutto inadeguate, ben lontane dalla sbandierata flexicurity applicata in Danimarca e Olanda in cui quello che negli anni ’90 era chiamato il “golden triangle” è appunto costituito non solo da flessibilità e mobilità del mercato del lavoro, ma anche dagli altri due poli indispensabili: un sistema di welfare solido ed esteso ad ogni forma di disoccupazione e politiche attive del lavoro che agevolano l’ingresso o il rientro nel mondo del lavoro. Il modello italiano non accenna a definirsi che nel primo elemento, la flessibilità, e scoprire che il Jobs act è basato su una costruzione del welfare “a costo zero” svela purtroppo la volontà di effettuare solo tagli, deregolamentazione, precarizzazione.

 

L’effetto sociale della flexicurity è ben diverso a seconda che il modello sia applicato così come suggeriscono le esperienze Nord europee, oppure dimidiato, prendendo quel che si vuole (e si può): la sola flessibilità, ovvero la libera recedibilità del datore di lavoro, unita ad un intervento sugli ammortizzatori sociali a costo zero (quindi con nessun rafforzamento degli strumenti esistenti, ma solo con scarse rimodulazioni ed un risparmio sulla fiscalità generale che ne ridurrà il finanziamento) provocherà un impoverimento della classe lavoratrice.

 

Il bilanciamento del modello sarebbe invece la sua forza: lavori meno stabili, non per la vita, ma con chance di riqualificazione e formazione, ammortizzatori generalizzati e vincolati all’impegno del lavoratore nel proprio reinserimento, agevolazioni all’assunzione, hanno in fondo effetti redistributivi e sostengono la domanda favorendo gli investimenti nel settore produttivo. Se si priva il sistema del sostegno ai disoccupati si impoverisce una categoria illudendosi di arricchire l’altra, è il modello neoliberista che ha già dato prova di essere fallimentare proprio perché squilibrato.

 

Quando in autunno si riprenderà l’esame del ddl 1428 – e poi dei decreti delegati da approvare entro sei mesi dalla delega – si sarà ormai approvato in prima lettura sia al Senato che alla Camera un progetto di riforma costituzionale che farà percepire come indebita intromissione ogni critica parlamentare al volere del governo [dopo la pubblicazione esce un allarmato commento di Piergiovanni Alleva che denuncia il frontale contrasto del ddl con l’art. 76 Cost.: http://ilmanifesto.info/jobs-act-il-parlamento-fuori-gioco/ ]: forse il vero obiettivo di questa stagione di cronoprogrammi, tagliole, canguri e date fisse per lo stravolgimento dell’assetto istituzionale democratico è proprio la delegittimazione della dialettica parlamentare e sociale, la ricerca del consenso attraverso il dialogo diretto con i cittadini, senza intermediazioni, per cui le riforme basta annunciarle ed ogni ostacolo è contro il bene della nazione.

 

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1http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=ListEmendc&leg=17&id=44250

2Un’accurata, anche se ideologica, analisi della situazione in Europa (prima del dl 34/2014 italiano) su http://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/16473delconte_fratell.pdf

3Il testo integrale della denuncia con tutti i riferimenti normativi e giurisprudenziali è su http://www.giuristidemocratici.it/post/20140401200444/post_html

4Un emendamento al ddl 1428 proposto da Ichino all’art. 4, comma 1, introdurre questa “sanzione”: «e-bis) in materia di apprendistato previsione, quale sanzione per l’inadempimento grave dell’obbligo di formazione di cui sia responsabile esclusivamente il datare di lavoro, della conversione del contratto di apprendistato in contratto di lavoro ordinario a tempo determinato, il cui termine finale coincide con quello originariamente previsto per il periodo di apprendistato.»

5«1. Il Governo è delegato ad adottare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge un decreto legislativo contenente un testo unico semplificato della disciplina dei rapporti di lavoro, con la previsione del contratto di lavoro a tempo indeterminato a protezione crescente, senza alterazione dell’attuale articolazione delle tipologie dei contratti di lavoro, secondo i criteri che seguono:

a) la nuova disciplina legislativa deve essere redatta in modo da allinearsi agli standard stabiliti dalle direttive europee e dalle convenzioni internazionali ratificate dall’Italia, e da soddisfare i requisiti di semplicità e chiarezza indicati nel Decalogue for Smart Regulation emanato il 12 novembre 2009 dal Gruppo di studio di alto livello incaricato della sua predisposizione dalla Commissione Europea, in particolare i requisiti dell’agevole lettura da parte di tutti i destinatari della disciplina stessa e dell’agevole traducibilità in lingua inglese;

b) la nuova disciplina legislativa deve essere redatta in forma di novella degli articoli da 2082 a 2134 e da 2239 a 2245 del Codice civile, avendosi cura di collocare il più possibile le nuove norme nella stessa posizione delle norme omologhe precedenti, in modo da rendere il più facile possibile il loro reperimento.».

Conseguentemente sostituire la rubrica dell’articolo con la seguente: «(Delega al Governo per l’emanazione di un testo unico semplificato delle norme che disciplinano i rapporti di lavoro)»

6L’art. 1. dettato dalla legge di conversione n. 78/2014 dice: “Considerata la perdurante crisi occupazionale e l’incertezza dell’attuale quadro economico nel quale le imprese devono operare, nelle more dell’adozione di un testo unico semplificato della disciplina dei rapporti di lavoro con la previsione in via sperimentale del contratto a tempo indeterminato a protezione crescente e salva l’attuale articolazione delle tipologie di contratti di lavoro…”

L’immagine del titolo è tratta da www.corriere.it http://www.corriere.it/foto_del_giorno/home/12_marzo_24/acciaio_1c711d98-759b-11e1-88c1-0f83f37f268b.shtml




Ernesto Rossi. Tra liberismo e socialismo

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di Paolo  Sylos Labini

La mia amicizia con Ernesto [ndr Rossi] risale alla fine del 1949. Ero stato per un anno negli Stati Uniti, a Harvard, dove avevo avuto la fortuna di fare la conoscenza personale e di avere rapporti quotidiani con Gaetano Salvemini, che già amavo co me una persona di famiglia (era amico fraterno di Giustino Fortunato , mio prozio); nell’estate del 1949 ero ritornato in Italia e poco dopo anche Salvemini ritornò.

Venne a Roma, per un certo periodo, ospite di Ernesto, nella sua abitazione di Via Nomentana; andai a trovarlo e così conobbi Ernesto. Ma i rapporti divennero cordiali e l’amicizia ebbe veramente inizio dopo che io gl’inviai l’estratto di un mio articolo (SylosLabini, 1949), assai impertinente, sui keynesiani, scritto sotto forma immediata e non accademica di una lettera ad un amico dell’America.  A Ernesto quell’articolo piacque: mi chiese di andarlo a trovare; e da allora è cominciata una consuetudine di rapporti (che non hanno riguardato solo l’economia ma anche, debbo dire, i miei problemi personali e la mia vita morale), che è finita solo con la sua morte.

Oggi non scriverei quell’articolo in quel modo, ché ho mutato parecchio le mie vedute; ma non mi rammarico di averlo scritto: tutto al contrario. In fondo, debbo ad esso l’inizio dell’amicizia con Ernesto. Al quale l’articolo era andato a genio perché vi aveva trovato punti di vista simili a quelli che egli era andato maturando riguardo alla teoria keynesiana: una critica alla concezione che considera la domanda, regolata in ultima analisi da elementi subiettivi o psicologici, il fattore fondamentale dell’economia e che trascura quasi completamente i costi; ed una reazione a quella che appariva – e in gran parte era effettivamente – una effimera moda intellettuale (anche i ministri economici, allora, per giustificare le decisioni più diverse invocavano, non di rado a sproposito, le teorie di Keynes).

(continua su Moneta e Credito)