Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzionedi Emiliano Brancaccio

[Una versione di questo saggio è stata pubblicata in E. Brancaccio (con G. Russo Spena), Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, Roma, Meltemi, 2020.]

L’ex capo economista del Fondo monetario internazionale ha sostenuto che per scongiurare una futura “catastrofe” serve una “rivoluzione” keynesiana della politica economica. La sua tesi viene qui sottoposta a esame critico sulla base di un criterio di indagine scientifica del processo storico definito «legge di riproduzione e tendenza del capitale». Da questo metodo di ricerca scaturisce una previsione: la libertà del capitale e la sua tendenza a centralizzarsi in sempre meno mani costituiscono una minaccia per le altre libertà e per le istituzioni liberaldemocratiche del nostro tempo. Dinanzi a una simile prospettiva Keynes non basta, come non basta invocare un reddito. L’unica rivoluzione in grado di scongiurare una catastrofe dei diritti risiede nel recupero e nel rilancio della più forte leva nella storia delle lotte politiche: la pianificazione collettiva, intesa questa volta nel senso inedito e sovversivo di fattore di sviluppo della libera individualità sociale e di un nuovo tipo umano liberato. Una sfida che mette in discussione un’intera architettura di credenze e impone una riflessione a tutti i movimenti di lotta e di emancipazione del nostro tempo, tuttora chiusi nell’angusto recinto di un paradigma liberale già in crisi.

The former chief economist of the IMF argued that a Keynesian “revolution” is needed to prevent a future “catastrophe”. His thesis is criticized here on the basis of a scientific investigation of the historical process called “law of reproduction and tendency of capital”. A prediction arises from this research: the freedom of capital and its tendency to centralize in fewer and fewer hands represent a threat to other freedoms and to the liberal democratic institutions. With such a prospect, it is not enough to invoke Keynes or a basic income. The only revolution capable of preventing a catastrophe of rights lies in the relaunching of the strongest lever in the history of political struggles: collective planning, conceived this time in the new sense of development factor of free social individuality and of a new liberated human kind. A challenge that requires a rethinking of all the movements of struggle and emancipation of our time, still closed in the narrow enclosure of a neoliberal paradigm already in crisis.

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in Il Ponte, 6 ottobre 2020




Con o senza l’Europa: economisti italiani per un piano “anti-virus” Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Mauro Gallegati, Antonella Stirati – 13 Marzo 2020 (Versione italiana del documento With or without Europe: Italian Economists for an “anti-virus” plan, pubblicato Il 13 marzo 2020 dal Financial Times).

in Economia e Politica, 13 Marzo 2020

 

 

 

 

Con o senza l’Europa: economisti italiani per un piano “anti-virus”

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Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Mauro Gallegati, Antonella Stirati13 Marzo 2020

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Versione italiana del documento With or without Europe: Italian Economists for an “anti-virus” plan, pubblicato Il 13 marzo 2020 dal Financial Times, a firma di Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università di Roma Tre)


L’emergenza sanitaria innescata dal virus Sars-Cov-2 è già una crisi economica. Lo shock del coronavirus sta colpendo un’economia internazionale molto fragile, che già soffriva degli squilibri irrisolti ereditati dalla grande recessione. Sebbene le analisi prevalenti tendano a considerare le conseguenze economiche delle pandemie e delle relative quarantene come fenomeni di breve durata, questa volta è diverso: dobbiamo ammettere il caso di contrazioni molto più intense e prolungate.

In questa fase, l’Italia rappresenta una trincea dell’emergenza sanitaria ed economica. Problemi analoghi, tuttavia, si ripresenteranno su una scala più o meno simile in tutta Europa.

In questo scenario, diventa urgente un piano “anti-virus” che sia all’altezza di questa crisi senza precedenti. Nell’immediato, è necessario un massiccio e rapido intervento da parte delle autorità monetarie e fiscali per attivare controlli sui mercati dei capitali, fornire liquidità per sostenere la domanda privata e garantire la solvibilità dei sistemi bancari e produttivi. Ulteriori misure che spostino gli oneri fiscali verso i redditi più alti, i profitti e le rendite possono contribuire a ridurre le disuguaglianze alimentate dalla crisi. Nel frattempo, la banca centrale e i governi devono coordinarsi per preparare un grande piano di investimenti pubblici principalmente nel settore sanitario e più in generale nelle aree in cui si verificano fallimenti del mercato: welfare, infrastrutture, istruzione, ricerca, ecologia. Il piano deve intervenire non solo a sostegno della domanda effettiva, ma anche per contrastare possibili “disorganizzazioni” nei mercati e conseguenti strozzature dal lato dell’offerta.

La vera difficoltà di un tale piano è che esso richiederebbe centralizzazione dei finanziamenti e coordinamento dell’azione politica. Come già sottolineato in un precedente appello pubblicato sul FT (www.theeconomistswarning.com), l’Unione Europea e l’Eurozona sembrano essere tra le istituzioni più carenti da questo punto di vista. Non è un caso che, anche stavolta, la risposta della BCE, delle istituzioni europee e dei governi sia stata finora contraddistinta da conflitti, lenta e completamente inadeguata. Se l’egoismo e l’inettitudine prevalessero anche nel caso del coronavirus sarebbe un’onta anche peggiore delle precedenti.

Se l’Unione esiste davvero, deve battere un colpo adesso. Altrimenti, con o senza l’Europa, dovremo fare tutto ciò che è necessario per superare la crisi.

Coronavirus Economia, Sars-Cov-2: E’ già una crisi economica

Coronavirus Economia

 

Coronavirus Economia, Sars-Cov-2: E’ già una crisi economica

 

 




I NOSTRI “CLASSICI”. Un’importante iniziativa politica e culturale della Rivista Il Ponte

Viva il socialismoI nostri «Classici»

di Lanfranco Binni e Marcello Rossi

I nostri Classici Allegato al numero di gennaio 2015 della rivista gli abbonati troveranno il primo volume di una nuova collana dedicata ai classici del pensiero politico e della letteratura: autori e testi legati alla lunga e complessa attenzione politica e culturale del «Ponte» di ieri e di oggi, dall’antichità classica all’umanesimo rinascimentale, all’illuminismo, al socialismo, all’anarchismo e al comunismo, su una linea di pensiero che ha sempre scelto e continua a scegliersi i propri autori di riferimento, di riflessione e di studio. I volumi dei «Classici», pubblicati in coedizione tra il Ponte Editore e il Fondo Walter Binni, usciranno con una cadenza sostanzialmente bimestrale allegati alla rivista; saranno inoltre distribuiti in libreria separatamente, e liberamente scaricabili in pdf dai siti www.ilponterivista.com e www.fondowalterbinni.it. per assicurarci la loro più ampia e libera diffusione.
Abbiamo deciso di impegnarci in questa nuova iniziativa editoriale per ragioni che vogliamo dichiarare. La ragione principale è la nostra valutazione dello stato della cosiddetta «sinistra» italiana, una sinistra di sistema (governativa e non) sempre più al servizio delle devastazioni del capitalismo finanziario e complice di una spaventosa regressione politica e culturale; la precarizzazione del lavoro, la distruzione della scuola pubblica, la rimozione attiva delle tradizioni di lotta per la democrazia e il socialismo, l’uso dei mass media per diffondere i veleni di una falsa modernità che alla storia e ai suoi conflitti oppone l’unico presente della mercificazione e del consumo, sono aspetti di uno stesso disegno. Nella situazione italiana a tutto questo si aggiunge il peso insostenibile di un sistema politico profondamente corrotto, oligarchico e trasformista, in continuità con la tradizione mai superata della “modernità” del fascismo.
La seconda ragione è legata alla prima: i bombardamenti economici di una crisi strutturale non riformabile stanno producendo, anche nell’invecchiata e stremata Italia, reazioni (limitate ma non irrilevanti) di delegittimazione del sistema politico, negandone la credibilità (il crescente astensionismo elettorale porta anche i segni dell’opposizione e del rifiuto di collaborare con un sistema politico mafioso e criminale), negando consenso e partecipazione; su questo terreno complesso e confuso, ampiamente diffuso nei ceti medi e popolari, agiscono le pulsioni più diverse, dall’egualitarismo alla difesa dell’ambiente, dal populismo al razzismo, all’individualismo.
In questa situazione difficile e inquietante, determinata da strategie internazionali finanziarie e di guerra, da precisi compiti geopolitici assegnati all’Italia dall’Europa e dagli Stati Uniti, la critica del capitalismo e delle sue dinamiche di asservimento resta una priorità, sui due fronti dell’analisi del presente e della ricostruzione di una cultura socialista e libertaria, retroterra indispensabile della formazione di soggettività autonome e rivoluzionarie. La sinistra di sistema si autodefinisce liberale: è l’estremo approdo della lunga deriva degli apparati del Pci, dallo stalinismo alla svolta di Salerno, al compromesso storico con la Dc, al Pd «partito della nazione». Una pretesa tradizione liberale (da Croce a Bobbio) è la copertura ideologica del liberismo più spregiudicato. L’«altra Italia» di ampi settori elettorali della sinistra istituzionale, l’altra Italia minoritaria degli eretici di area socialista e comunista, di chi sperimenta (fin dagli anni quaranta del Novecento) le possibilità di un’altra “democrazia”, diretta e dal basso, anticapitalista, egualitaria, internazionalista, non può non confrontarsi con le parole, le idee, gli autori, le esperienze del nostro dinamico retroterra culturale. Non è un caso che sia «Il Ponte», forte della propria tradizione di pensiero critico fin dagli anni dell’antifascismo e della Resistenza, a riproporre classici del pensiero politico e della letteratura spesso dimenticati, rimossi, oggetto di revisionismo storico, in un paese in cui i poteri oligarchici si nutrono dell’ignoranza pianificata dei sudditi.
Procederemo in ordine sparso, unici responsabili delle nostre scelte, proponendo testi che di titolo in titolo contribuiranno a tracciare un percorso a più dimensioni, ricollegando fili interrotti, rileggendo nel presente e dal presente la storia e i suoi movimenti, i suoi conflitti, le sue rotture. Cominciamo con Paul Lafargue (Il diritto all’ozio, La religione del Capitale) che già negli anni ottanta dell’Ottocento centrava la questione del lavoro, del suo senso nelle condizioni del capitalismo, e della religione come strumento di asservimento. Proseguiremo con i pensieri politici di Leopardi nello Zibaldone, con la «Congiura degli eguali» di Babeuf-Buonarroti, con il Protagora di Platone, Della tirannide di Alfieri, per poi incontrarci con Fourier, Lucrezio, Étienne de la Boétie, Feuerbach, Pisacane, Louise Michel, Paul Nizan, Averroè, Rosa Luxemburg, D’Holbach, Diderot, Marat, Sade, i giacobini italiani, Marx, Cafiero, Matteotti, Mao, Leroux, Capitini e tanti altri. Non saremo eurocentrici né troppo prevedibili. I percorsi del pensiero critico non conoscono confini, e la lotta per la democrazia e il socialismo, nonostante le sue difficoltà storiche nell’esausta Europa è in grande sviluppo in tante aree del mondo: in America Latina, in Asia, in Africa. Ed è terreno di conflitto e progettazione politica nella stessa area “atlantica”, in Europa e negli Stati Uniti. Ovunque e sotto qualunque regime le questioni centrali sono il superamento del modo di produzione capitalistico e la costruzione di società egualitarie capaci di sviluppare liberamente il potenziale umano di ognuno di noi, liberato dagli orrori economici e culturali del capitalismo. La consegna luxemburghiana «socialismo o barbarie» è più che mai attuale.
I nostri «Classici» li tratteremo a modo nostro: non saranno pretesti per dissertazioni più o meno accademiche, i curatori si limiteranno a introdurli “dal presente”, con lo strabismo storico necessario, ma solo per affidare ai lettori nel modo più diretto la voce degli autori, corredata di un apparato di note indispensabili e di indicazioni bibliografiche essenziali per approfondirne la conoscenza. Insomma, strumenti di lettura e di studio con cui il lettore entri in rapporto con i testi senza eccessive mediazioni.
A chi ci rivolgiamo? In primo luogo agli abbonati del «Ponte», una vasta area culturale di intellettuali, insegnanti, studenti, cittadini dell’«altra Italia» che non si riconosce nei riti della sudditanza più o meno volontaria. Nello stesso tempo ci rivolgiamo alle numerose situazioni in movimento, nelle scuole e nelle fabbriche, nelle reti sociali (reali e virtuali), nelle esperienze di autorganizzazione e di pratiche democratiche dal basso, eredi di quell’«anomalia italiana» (un forte movimento operaio, le lotte operaie e studentesche degli anni sessanta-settanta) sulla quale si è abbattuta la normalizzazione del craxismo e del berlusconismo negli anni ottanta-novanta, dilagata successivamente anche a sinistra. È un’area di opposizione dispersa, carsica, spesso ridotta all’afasia, colpita duramente dalla crisi economica e morale di un paese ostaggio del malaffare oligarchico, ma ricca di esperienze vissute di lotta politica. Su questa frattura tra i movimenti egualitari degli anni sessanta-settanta e le mutazioni strutturali della società italiana attuale, tra proletariato storico e nuova composizione di classe del paese, si può e si deve intervenire con un attento lavoro di ricomposizione culturale e politica di quelle «nostre verità» che Fortini nell’estremo messaggio di Composita solvantur raccomandò di proteggere.

Categorie: Letteratura, Politica | Tag: Aldo Capitini, Averroè, Benedetto Croce, Carlo Cafiero, Carlo Pisacane, Charles Fourier, Congiura degli eguali, Denis Diderot, Étienne de la Boétie, Filippo Buonarroti, Franco Fortini, Giacomo Leopardi, Giacomo Matteotti, Gracco Babeuf, Il Ponte, Jean-Paul Marat, Karl Marx, Lanfranco Binni, Louise Michel, Lucrezio, Mao, Marcello Rossi, Norberto Bobbio, Paul Henri Thiry d’Holbach, Paul Lafargue, Paul Nizan, Pierre Leroux, Platone, Rosa Luxemburg, Vittorio Alfieri, Walter Binni |




I CECCHINI DELLA LIBERTA’

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Acropolis now economist_750Arriva la tempesta. Alla vigilia della prossima crisi finanziaria globale, preannunciata dalla crisi del 2008, la guerra in corso tra poteri finanziari e politici per il controllo delle aree di influenza e di dominio sta accelerando strategie attive di posizionamento degli attori principali su tutti gli scenari. L’iniziativa è Usa e Ue. Ci sono società da disintegrare, mercati da “liberare”, processi “democratici” da imporre con la forza delle armi e con le armi della comunicazione. Il percorso è tracciato dagli anni novanta del secolo scorso: Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, «primavere arabe», Libia, Iran, Siria, Grecia, oggi Ucraina e Venezuela, prossimamente Russia e Cina. Sono solo gli scenari principali, a cui si aggiungono le numerose guerre locali, piú o meno «coperte», in tutto il mondo.

Dagli anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Urss, lo schema tattico politico-militare è sempre lo stesso, sperimentato e attuato dall’Ue a guida tedesca e dagli Usa nella disgregazione della Federazione jugoslava: in quel caso, il sostegno all’indipendenza della Croazia e della Slovenia, con politiche di divisione e «pulizia etnica» che avrebbero massacrato la multietnica Bosnia Erzegovina, fino all’indipendenza del Kosovo sancita da un referendum secessionista preparato dai bombardamenti della Nato. Le successive aggressioni americane all’Iraq e all’Afghanistan, con la partecipazione attiva dell’Ue e della Nato, introdussero il nuovo delitto internazionale delle «guerre umanitarie» a copertura degli interessi della «democrazia occidentale»: risorse energetiche e dominio su aree strategiche da un punto di vista geopolitico. Stati Uniti e Unione europea conducono un gioco di squadra, articolando gli strumenti tattici nel rispetto dei propri interessi economici, talvolta contraddittori.

Dalla disintegrazione della Jugoslavia lo schema è sempre quello: si finanzia un’opposizione “democratica”, si provoca la reazione dei governi istituiti, si sostengono i «ribelli» sul campo attraverso agenti coperti (della Cia, del Mossad, dei servizi europei) e attraverso martellanti campagne mediatiche (televisioni, stampa, social media), e si gestiscono i processi successivi, usando tutte le risorse dei «diritti civili», del «diritto internazionale», della «libertà». Quanto sta accadendo in Ucraina è da manuale: la strategia dell’ampliamento a Est di Nato e Ue, avviata negli anni novanta (dal 2006 i campi paramilitari in Polonia, di addestramento dell’opposizione “democratica” ucraina, reclutando neonazisti e criminali comuni) ha avuto una brusca, auspicata accelerazione con il rifiuto del governo legittimo ucraino di entrare nell’area d’influenza europea a condizioni capestro. La spirale manifestazioni di piazza-repressione è stata accelerata il 20 febbraio quando i “cecchini della libertà” hanno sparato su manifestanti e polizia. La reazione all’escalation è stata l’autodifesa della popolazione ucraina da una prospettiva certa di pulizia etnica, il referendum, l’annessione della Crimea alla Federazione russa, l’annessione dell’Ucraina (per ora politica, ma il governo di Kiev è già partner della Nato) all’Ue. Le poste in gioco principali sono due: l’estensione dell’area d’influenza americano-europea ai confini con la Federazione russa, le risorse energetiche dell’area (gas e gasdotti, petrolio), la prospettiva di nuove linee commerciali europee al gas americano. Non finisce qui: l’accordo di associazione del governo «europeista» di Kiev, con la sua milizia nazionalista e neonazista, susciterà le reazioni delle regioni russofone dell’est dell’Ucraina, che già si mobilitano per seguire l’esempio della Crimea. Cosí come la Nato sta velocemente militarizzando i paesi baltici, Estonia, Lettonia e Lituania, per controllare le rivendicazioni delle minoranze russe.

Uno schema analogo è stato applicato in Iran, con esiti limitati nonostante l’impegno israeliano, e in Siria, con esiti catastrofici per il paese, ma senza raggiungere l’obbiettivo. Lo stesso schema è attuato in Venezuela, per abbattere il governo legittimo di Maduro: anche qui i “cecchini della libertà” all’opera contro il chavismo; anche qui l’impegno dei media occidentali ad amplificare il conflitto tra l’oligarchia proprietaria venezuelana e le classi popolari. La posta in gioco è, come sempre, il petrolio, e il dominio Usa sul «cortile» di casa. Lo stesso schema comincia a essere applicato alla Cina: a Taiwan stanno iniziando le prime manifestazioni contro le sempre piú strette relazioni economiche con la Repubblica popolare cinese, in nome della «libertà» occidentale.

Questi processi, in Ucraina come in Siria, in Venezuela come in Iran, sotto tutt’altro che lineari. A ogni azione corrispondono reazioni conflittuali, non sempre prevedibili. Di fatto si sta creando una polarizzazione principale tra Usa-Ue e Russia-Cina-America latina. La guerra economica sta assumendo la forma del confronto militare.

In questo quadro di grande conflittualità di cui è facile prevedere l’aggravarsi in coincidenza con una crisi finanziaria globale annunciata, le società sotto qualunque regime tendono a serrare le fila, a militarizzarsi. Nelle società oligarchiche dell’Ue si accelerano i processi di consolidamento dei poteri, di smantellamento dei vincoli della «democrazia rappresentativa», di indebolimento strutturale delle classi popolari. In questo caso lo schema applicato è quello della Grecia: impoverire, dominare con tallone di ferro, consolidare le oligarchie perché facciano il lavoro sporco al servizio dell’Ue e del Fmi. In Italia il lavoro sporco è stato assegnato ai governi Monti, Letta, Renzi, sulle macerie del ventennio berlusconiano: sono Monti, Letta, Renzi i nostri cecchini della libertà.

Le «riforme» costituzionali e istituzionali, opera di un parlamento delegittimato e abusivo, nominato sulla base di una legge elettorale incostituzionale, eterodiretto dalla finanza internazionale europea e americana, commissariato da un presidente della Repubblica, che rappresenta il peggio del «migliorismo» tatticista e senza principi del suicidato Pci, non sono altro che un’opera di cecchinaggio. L’eliminazione della camera alta del Senato serve a ridurre i controlli degli atti parlamentari, la pluralità del controllo democratico sul governo. Con il pretesto di un’irrisoria riduzione dei costi della politica, invece di intervenire sulla qualità del bicameralismo, garanzia costituzionale, si vuole trasformare il Senato della Repubblica in una camera infima delle rappresentanze locali dell’oligarchia politica. Con il pretesto del rilancio della «crescita» (che non ci sarà, nella fase del declino del modello di sviluppo capitalistico), si distrugge il diritto al lavoro e il diritto del lavoro: il primo intervento concreto dell’attuale governo è la radicale precarizzazione dei giovani lavoratori, senza diritti e senza futuro. Con il pretesto della «governabilità» si aggrava l’incostituzionalità di una legge elettorale che serve soltanto all’arroccamento di una classe politica corrotta, sempre piú corrotta, sempre piú estranea alla realtà drammatica, malthusiana, di questo paese. Ma le «riforme», sostenute dai media e dai loro topi da guardia a difesa del formaggio, servono soprattutto a fiaccare, lavorare ai fianchi, stroncare il tessuto politico, sociale e culturale di questo paese, connivente con le peggiori nefandezze, ma anche ricco di potenzialità di reazione, soprattutto ricco di una lunga e profonda tradizione di lotte per la democrazia, dal socialismo all’antifascismo, dalla Resistenza ai movimenti rivoluzionari degli anni sessanta e settanta. Le esperienze di cittadinanza attiva del movimento No Tav, del movimento per l’acqua pubblica, di tanti movimenti settoriali ma di buona qualità progettuale, dello stesso Movimento 5 Stelle, per tanti aspetti contraddittorio ma sicuramente antagonista della casta politica e impegnato in tentativi di progettazione di un “altro” modello di società, l’esperienza in corso della lista elettorale «L’altra Europa con Tsipras», in cui coesistono vecchi vizi della migliore sinistra italiana (primo tra tutti l’elitarismo azionista) e antiche virtú etiche e internazionaliste, possono contrastare questa deriva irreparabile di una pseudo-democrazia rappresentativa a copertura di un’oligarchia finanziaria e istituzionale da isolare e attaccare con le armi della contro-informazione, della non-collaborazione, del sabotaggio, per accumulare forze di cambiamento e sviluppare reti di collegamento, nazionali e internazionali.

Sui pochi, le oligarchie economiche e politiche, l’aristocrazia dei peggiori, deve stringersi l’opposizione dei piú, del vecchio e del nuovo proletariato, da ricomporre in nuovo schieramento di classe. La metaforica parola d’ordine di «Occupy Wall Street», «voi 1%, noi 99%», può orientare le pratiche di un’altra globalizzazione, di rifondazione di una progettualità politica che rielabori e sviluppi le esperienze dei processi di liberazione del Novecento nella prospettiva di un socialismo libertario che permetta all’umanità di uscire dal vicolo cieco del capitalismo post-industriale. Ricordando sempre, con il Brecht di Me-ti, che è nei vicoli ciechi che avviene il cambiamento.

I bombardamenti economici della prossima crisi finiranno di distruggere quanto sopravvive dei patti sociali e delle società. «Socialismo o barbarie» tornerà a costituire l’alternativa drammatica e concreta di un conflitto ancora oscurato e occultato da potenti operazioni comunicazionali e che riemergerà in tutta la sua forza. Un importante segnale in questa direzione ci viene dalla Bosnia Erzegovina, già laboratorio della strategia europeo-americana: nel mese di febbraio, in tutto il paese, a Serajevo, Tuzla, Zenica, si sono moltiplicate le manifestazioni contro i palazzi del potere, assaltati e incendiati da una popolazione che, nella lotta alla politica economica imposta dall’Ue, ha superato le divisioni «etniche» e «religiose» esasperate strumentalmente negli anni novanta. Presto o tardi i nodi vengono al pettine.

E vengono al pettine, nel nostro sciagurato paese, i nodi di una “sinistra” che ha rinunciato a svolgere il proprio ruolo, prima di tutto confrontandosi con la complessità dei cambiamenti provocati e attuati dal liberismo internazionale e dalla sua variante locale, il devastante ventennio berlusconiano in continuità con la tradizione profonda del fascismo. Questa “sinistra” si è fatta destra (i pentimenti degli ex comunisti e i latrocini dei socialisti, negli anni ottanta, furono solo l’inizio di una deriva inarrestabile), tra destra e sinistra si è formato un partito unico, un’«intesa» solidale, al servizio della finanza internazionale e dei gendarmi europei e americani. Contro questa deriva, e senza nessun disegno riformista, dobbiamo oggi riprendere il percorso interrotto negli anni ottanta, ricostruendo pratiche di elaborazione teorica e di organizzazione politica che producano soggettività autonome e rivoluzionarie, estranee a logiche di ricambio della classe dirigente oligarchica e impegnate invece nell’analisi concreta delle situazioni concrete, nella costruzione di contropotere dal basso, in un contesto sociale che «liquido» non è, in cui il proletariato (la classe operaia, la piccola borghesia, i contadini) sta ampliando e articolando la sua composizione di classe (il ceto medio), e in cui si stanno rapidamente polarizzando le disuguaglianze. Le esperienze rivoluzionarie del Novecento, rimosse attivamente da campagne di destra che hanno sistematicamente trovato complici a sinistra, devono essere non archiviate ma studiate e rielaborate nel lavoro teorico, a partire dal socialismo libertario degli anni trenta e quaranta e dalle aporie del «socialismo reale». Massimo socialismo e massima libertà, rovesciando la piramide sociale.

Quanto alla pretesa «modernità» del liberismo, dell’analfabetismo mediatico, dell’impoverimento economico e culturale dei sudditi e dei servi volontari, della criminalità diffusa, della distruzione programmata della scuola pubblica, della «grande bellezza» della discarica sociale, della prospettiva di aggiungere alla qualifica italiota di poeti, santi e navigatori, quella di camerieri e cuochi al servizio del turismo (questa la vocazione riservata alla bella Italia dal marketing internazionale), dell’eterno presente del consumo di merci, non basterà un tweet a cancellare questi orrori.

 

Lanfranco Binni




Un bel saggio del direttore de Il Ponte sull’originale cultura socialista della rivista

ilponteDA «LA LIBERTÀ» A «IL PONTE»

Gli azionisti fiorentini avevano una loro “storia” in quanto derivavano dal liberalsocialismo, quel movimento che si era formato intorno al 1937 a opera di Aldo Capitini e Guido Calogero. Questa loro peculiarità li differenziò dagli altri azionisti, e in particolare da chi pensava di orientare il partito verso il ceto medio. Al contrario, i liberalsocialisti ritenevano il loro movimento un movimento rivoluzionario con forti caratterizzazioni socialiste. Enzo Enriques Agnoletti, ripercorrendo nel 1982 le vicende del movimento, lo sentiva «rivoluzionario di fronte al fascismo, e […] rivoluzionario non solo per la volontà di rovesciare le istituzioni e il regime fascista, ma anche sul piano sociale. Il regime democratico si sarebbe conquistato infatti solo se contemporaneamente si fossero compiute profonde riforme di struttura e si fosse rifiutata l’idea di uno Stato organizzato sulle vecchie for-me» .
Per cogliere questo spirito rivoluzionario nel suo nascere e nel suo farsi dottrina politica non sarà inutile prendere visione prima di un foglio clandestino – «La Libertà» – che fu stampato a Firenze tra il 1943 e il 1944 e poi delle prime annate de «Il Ponte» di Piero Calamandrei.
E veniamo a «La Libertà». Il foglio nasce per divulgare a un largo pubblico le idee di questo “liberalsocialismo socialista”. Tristano Codignola, che nella sua relazione (letta all’Assemblea generale del Partito d’Azione l’11 febbraio 1945) faceva il punto sulle azioni compiute dal Partito d’Azione durante il periodo della clandestinità, a proposito de «La Libertà» cosí si esprimeva: «Molti degli articoli comparsi su “La Libertà” conservano tuttora un valore essenziale per il chiarimento ideologico della nostra posizione; molti altri mantengono a distanza una magica efficacia rievocatrice, che ne testimonia l’alto grado di potenza sentimentale e morale».
E allora, prima di ogni altra analisi, diamo di questo periodico, in gran parte sconosciuto anche agli addetti ai lavori, alcune notizie puramente tecniche e tuttavia fondamentali. «La Libertà» si compone di 13 numeri. Il primo numero, che porta il titolo «Oggi e Domani», con il sottotitolo «Periodico del Partito d’Azione» è datato agosto 1943. Gli altri 12 numeri uscirono con il titolo «La Libertà», proseguendo la numerazione col n. 2 che porta la data 27 ottobre 1943.
Sul titolo si ebbe un’ampia discussione e all’antico «Non mollare», che alcuni volevano riportare in auge, si preferí «La Libertà», proposto da Ragghianti, in quanto si voleva mettere in evidenza una fase di attacco contro il nazifascismo e non di difesa.
La direzione e la redazione del periodico, come si evince da una dichiarazione di Tristano Codignola , fu affidata dal Comitato esecutivo toscano del Partito d’Azione a Tristano Codignola, Enzo Enriques Agnoletti e Carlo Ludovico Ragghianti. La tiratura, sempre secondo la testimonianza di Codignola, variava, secondo le circostanze e le possibilità economiche, dalle 5.000 alle 15.000 copie e la distribuzione avveniva per tutta la Toscana e anche fuori Toscana (particolarmente in Umbria) attraverso l’organizzazione politica e militare del Partito d’Azione. I rapporti con i tipografi, per l’impaginazione e i necessari adattamenti, venivano in genere tenuti da Codignola ed Enriques A-gnoletti.
Nove numeri – includendovi quello che porta il n. 10 in data 15 luglio 1944 – furono stampati sotto l’occupazione tedesca e ne rispecchiano le drammatiche vicende tipografiche ed editoriali, come appare dalla diversa periodicità, dai diversi formati e caratteri. Il n. 11 – che non porta né data né numero ed è indicato come «numero straordinario dell’insurrezione» – e il n. 12 furono stampati quando il centro storico di Firenze era già stato liberato. Il n. 13 fu stampato a liberazione conclusa e porta la data del 10 settembre 1944. I tre ultimi numeri furono curati da Sergio Telmon in quanto i primi curatori – cioè Codignola, Enriques Agnoletti e Ragghianti – erano troppo impegnati nelle operazioni militari e politiche che portarono alla liberazione di Firenze.
La cessazione del periodico avvenne per ordine degli Alleati che soppressero tutti i giornali, eccetto quello stampato da loro, e ammisero solo successivamente un unico giornale espressione del Ctln, «La Nazione del Popolo».
Per ovvie ragioni di sicurezza, gli articoli non venivano firmati per cui non è sempre stato agevole arrivare a una corretta attribuzione. Al riguardo sono state preziose le notizie del Disegno della Liberazione italiana di Ragghianti, i ricordi e gli appunti di Codignola e la testimonianza diretta di Enzo Enriques Agnoletti.
La famiglia Codignola, in ricordo di Tristano, nel dicembre 1982 curò una ristampa anastatica in 500 copie numerate dei 13 numeri de «La Libertà».

Il socialismo dei liberalsocialisti

E veniamo ai contenuti del periodico. Le quattro pagine del primo numero – «Oggi e Domani» – presentano già alcuni particolari di notevole interesse. Il primo è il richiamo a un’azione internazionale che oltrepassi i piccoli interessi di bottega a cui il fascismo fu oltremodo sensibile. Chi agita il problema è Enzo Enriques Agnoletti. Siamo nell’agosto 1943: il nazismo in Germania è ancora vivo e vegeto, in Oriente il Giappone è ancora una potenza che dà molto filo da torcere agli Stati Uniti. Pensare a un internazionalismo “che oltrepassi i limiti delle nostre frontiere presenti e future” è senz’altro una grande novità, espressione della certezza che le forze dell’Asse saranno sconfitte e, nel contempo, che la ricostruzione del mondo civile non avverrà riproponendo gli antichi valori, ma assumendo come punto di riferimento un valore nuovo: il lavoro. Un’anticipazione, non so quanto inconscia, del primo articolo della nostra Costituzione.

Dobbiamo […] entrare a far parte di un’organizzazione internazionale, politica ed economica, che oltrepassi i limiti delle nostre frontiere presenti e future. Si chiami federazione, Paneuropa o in qualsiasi altro modo, questa organizzazione deve poter assicurare la pace internazionale e quelle condizioni di vita e di lavoro senza di cui il mondo ricadrebbe ben presto nel caos.
[…] Cadano le vecchie impalcature secolari, rose dal tempo e verniciate a nuovo dal fascismo. Sentiamoci popolo nuovo, semplice, umano, popolo di lavoratori. Rimettiamo tutto in comune, educhiamoci. Soprattutto educhiamoci, non per uscire dal popolo, ma per restarci, non per formare una casta privilegiata, ma perché tutti possano capire la ragione e il senso del proprio lavoro, l’unica cosa veramente sacra ed inviolabile, quando sia rivolta al bene della comunità .

Altra caratteristica del periodico è l’assenza quasi completa della cronaca. Eppure in tempo di contrasto diretto alle truppe nazifasciste, episodi di cronaca da raccontare certo non dovevano mancare. Ma la scelta del giornale è un’altra: occorre esplicitare la propria identità per raccogliere consensi intorno al Partito d’Azione. E cosí, nelle due pagine centrali, sotto un occhiello che recita «Vogliamo il socialismo, vogliamo la libertà», un articolo dal titolo Il nostro atteggiamento delinea i punti qualificanti del gruppo.

Noi sappiamo impossibile il raggiungimento della vera libertà individuale e politica, quando un apparato, solamente formale, di istituzioni liberali non esista che per nascondere una realtà fatta di privilegi economici che permetta esclusivamente a pochi il godimento, non solo, ma lo sfruttamento di quelle istituzioni, allo scopo di mantenere e consolidare, attraverso il dominio politico sull’intera massa della popolazione, quelle loro posizioni privilegiate.

È la prima, chiara, impostazione del rapporto democrazia formale/democrazia materiale in cui la politica si raccorda indissolubilmente con l’economia. Senza un’economia che abbatta i privilegi materiali (giustizia), la democrazia (libertà) è solo un flatus vocis o un’esercitazione da accademia.
È implicita in queste affermazioni una critica alla «religione della libertà» di Croce che ignorava una rivoluzione economica, ma è evidente anche l’esigenza di costruire nella nuova Italia che nascerà sulle ceneri del fascismo una democrazia che abbia ben poco da spartire con quel sistema liberale che aveva realizzato l’unità d’Italia e governato il paese in termini assolutamente classisti anche prima della marcia su Roma. Non una ripresa del liberalismo, pertanto, secondo la teoria parentetica, ma la costruzione ex novo di una democrazia che l’Italia non aveva mai conosciuto. E per questo

La nostra meta è l’instaurazione di un regime attraverso il quale i cittadini possono assicurarsi un funzionamento reale ed efficace delle istituzioni democratiche; e questo non può attuarsi se non mettendo tutti in grado di vivere in condizioni d’indipendenza economica. La giustizia e la libertà devono operare concordi, garantendosi reciprocamente un funzionamento efficace.
[…] L’Italia non è un grande paese industriale: tuttavia vi sono numerosi esempi di vasti complessi produttivi che, sotto la protezione delle barriere doganali, dominano il mercato interno, con prezzi di monopolio, assicurando ai pochi che finanziariamente li dominano, i piú lauti guadagni, mercé lo sfruttamento completo dell’operaio ed il saccheggiamento del consumatore. Non è pensabile che si possa continuare in un regime che metta le nostre poche disponibilità nel campo industriale a disposizione di pochi ed avidi individui. Esse devono, immediatamente, essere poste al servizio della comunità, attraverso una disciplina collettiva della produzione e della distribuzione. […] L’operaio imporrà i suoi diritti di diretto produttore e sarà tutelato nella sua posizione di consumatore attraverso il controllo sulla vita dell’impresa.
I complessi finanziari, commerciali, assicurativi i sevizi pubblici si trasformeranno immediatamente in istituti con carattere pubblico. Riguardo ai minori complessi industriali, alle attività che si devon chiamare artigiane, e che in Italia abbondano, dato il carattere particolaristico della sua economia, appaiono chiare le difficoltà e le conseguenze disastrose di una immediata collettivizzazione. Però il Partito d’Azione si propone anche una soluzione netta e definitiva della questione in questo suo aspetto difficile e complicato.

A chi attribuire l’articolo? Se si tiene presente che il pezzo d’apertura – Conquista della libertà – è di Carlo De Cugis, che Ideali e realtà, come abbiamo visto, è di Enzo Enriques Agnoletti e che In guardia contro i falsi profeti, che chiude il numero, è di Carlo Furno, non è azzardato pensare che Il nostro atteggiamento sia di Tristano Codignola. Sia il tono dell’articolo, sia le argomentazioni si addicono a chi in quel momento aveva la responsabilità politica del partito.
Ma è questa una posizione che rimarrà salda per tutto il periodo della lotta clandestina e sarà uno dei punti di forza di questo gruppo se ancora un anno dopo – e precisamente nel n. 10 del 15 luglio 1944 – Carlo Ludovico Ragghianti scriveva:

Noi vogliamo – lo diciamo chiaramente – non per interesse di partito, ma nell’interesse generale del popolo e dei lavoratori, che alle prime conquiste rivoluzionarie sul piano politico, amministrativo, giudiziario, istituzionale, corrispondano altre e altrettante legittime conquiste sul piano sociale. […]
Il consiglio di fabbrica, cioè la gestione diretta del lavoro, è lo strumento piú idoneo per la liberazione dell’operaio dalla condizione di salariato, dalla passività di strumento, dalla servitú di sfruttato. La piena e differenziata partecipazione all’attività dell’impresa, che è la sua vita, assicura al lavoratone la dignità di produttore, lo impegna a compiti e funzioni di responsabilità e di solidarietà, lo eleva con la libertà all’eguaglianza sociale, gli consente di impadronirsi sempre meglio della tecnica economica della produzione e dello scambio. Operai, tecnici, impiegati, ingegneri (questi ultimi in genere poco sensibili per la loro condizione economica alla organizzazione sindacale), uniti nei consigli di fabbrica, nella partecipazione direttiva al controllo di tutta la gestione: questa novità vitale dell’autogoverno del lavoro deve diventare una delle istituzioni base della nuova società del lavoro. Chi può, nell’interesse stesso della produzione, esercitare questo controllo meglio di loro, che conoscono nei minuti particolari l’organizzazione, i fabbisogni obiettivi dell’azienda, le capacità, le esigenze, ecc.? Non dimentichiamo infine che i consigli saranno la migliore garanzia contro ogni ritorno sia di un capitalismo sfruttatore che di una dittatura di Stato o di partito che tornerebbe a confinare i lavoratori nella servitú passiva del salariato.

Quante reminiscenze dei consigli di fabbrica gramsciani, ma anche quanta novità rispetto a chi pensava di restaurare sulle ceneri del fascismo una democrazia formale.
E veniamo all’occhiello, che a prima vista potrebbe creare qualche perplessità. Perché un organo del Partito d’Azione reclama «il socialismo»? Per dare risposta a questa domanda occorre tener presente il liberalsocialismo del gruppo, e in particolare il liberalsocialismo capitiniano.

Il liberalsocialismo […] dovrà far di tutto per portarsi in mezzo alle moltitudini e volgerle […] alla libertà. Per far questo bisogna assimilare pienamente l’esigenza socialista, cioè la compresenza reale dell’umanità lavoratrice, come soggetto della storia, come proprietaria dei mezzi di produzione, come avente nei suoi membri uguali possibilità di benessere, di sviluppo, di cultura, di fruizione dei beni della civiltà. Assimilata in pieno questa base socialista, non si deve restare in essa, che può correre il rischio di stabilire un totalitarismo amministrativo, e bisogna perciò far vivere il valore della libertà, cioè intima tensione alla produzione dei valori, del Bello, del Vero, del Buono, quella tensione a uno sviluppo non semplicemente fisico, ma nel dramma del miglioramento, nell’affisarsi agli atti di bontà, di verità, di bellezza, in cui l’umanità lavoratrice si eleva e si fa eterna. Il socialismo, presenza effettiva del coro; la libertà continuo punto di arrivo, cioè melodia del coro stesso. Il socialismo come effettiva democrazia non solo politica, ma anche economica; la libertà come liberazione spirituale .

E tuttavia “liberalsocialismo” è parola ambigua, politicamente infelice, in quanto induce – anche contro la volontà di Capitini – nell’idea che tra liberalismo e socialismo sia possibile un punto d’incontro: qualcosa di simile a una “terza forza”, espressione del ceto medio. Ma non era questo il modo in cui gli azionisti fiorentini intendevano il liberalsocialismo. Come poi chiarí Walter Binni, che tuttavia come Capitini non apparteneva al Partito d’Azione, il movimento «non era un contemperamento di liberalismo e socialismo, ma la strutturazione di una società radicalmente socialista entro cui riemergesse una libertà anch’essa nuova e ben diversa dalla libertà formale e ingannevole dei sistemi liberal-capitalistici. Il nostro liberalsocialismo aveva al centro il problema della “libertà nel socialismo” e non quello socialdemocratico del “socialismo nella libertà”» . E ancora: «Questa parola [liberalsocialismo], coniata soprattutto da Capitini, voleva indicare un “socialismo” che proponendosi obbiettivi radicali da un punto di vista sociale (socializzazione dei mezzi di produzione, messa in discussione della proprietà privata nel momento in cui essa assumeva l’aspetto di sfruttamento dell’uomo sull’uomo), permettesse una circolazione di libertà, in qualche modo una nuova “libertà”. Il liberalsocialismo suscitava il problema di come in una società socialista si potessero far rivivere la libertà e la democrazia ma non nei termini “socialdemocratici” del “socialismo della libertà” che è cosa assai diversa» .
E ancora Capitini: «Secondo me il liberalsocialismo deve essere il lievito della trasformazione sociale e una luce critica gettata sulle posizioni di sinistra; […]. Non sentono, i socialisti e i comunisti stessi, che bisogna tendere al “partito nuovo”, che bisogna essere diversi da come l’ideologia e la prassi sono state nel passato o sono altrove? E ancora, quando si attuassero politicamente, ecco il liberalsocialismo a dire che il rinnovamento è piú che politico, e che la crisi odierna è anche crisi dell’assolutizzazione della politica e dell’economia» .
È la «libertà nel socialismo», di cui parla Binni, l’elemento fondante del liberalsocialismo. Interessante e profondamente innovativa quella «luce critica gettata sulle posizioni di sinistra» a dimostrazione che il liberalsocialismo non intende assolutamente ripercorrere le posizioni storiche e consolidate del socialismo ma ricerca una diversità «da come l’ideologia e la prassi sono state nel passato o sono altrove». E che dire di quell’«altrove» che inconfutabilmente rimanda all’Unione Sovietica? Socialismo, dunque, «come soggetto della storia» in cui l’umanità lavoratrice è «proprietaria dei mezzi di produzione» ma nel contempo socialismo di nuovo conio che rifiuta un «totalitarismo amministrativo» per farsi, con un’immagine poetica, «presenza effettiva del coro» in una realtà in cui la libertà è la «melodia del coro stesso». E per uscire dalla metafora, «socialismo come effettiva democrazia».
Con questi antecedenti e con Capitini alle spalle non meraviglia che nel n. 2 de «La Libertà» (27 ottobre 1943), Carlo De Cugis in un articolo intitolato Il nostro socialismo sostenga che

Il P.d’A. è un partito socialista […] perché propugna e vuole una economia socialistica o socializzata in contrapposto a quell’economia liberistica basata sull’iniziativa e sul profitto dei possessori privati del capitale e delle loro associazioni, e sulla considerazione del lavoro come merce.
[…] Neghiamo anzitutto in via assoluta come forma socialista il socialismo di Stato di bismarckiana memoria […] e lo neghiamo perché è evidente l’assurdità di attribuire al capitalismo, vero padrone dello Stato, atteggiamenti altruistici. Esso non può che mirare all’inganno e allo sfruttamento delle masse lavoratrici, narcotizzandole con l’elemosina di alcune concessioni economiche, affinché non disturbino i suoi grandi affari.

Una posizione, questa, di netta intransigenza che dovrebbe far riflettere da una parte tutti coloro che hanno assunto il P. d’A. quale partito del ceto medio illuminato, di quel ceto, cioè, che ha sempre ritenuto che il capitalismo nelle sue diverse manifestazioni fosse la risultante migliore della civiltà occidentale, e dall’altra tutti i sostenitori di un “capitalismo dal volto umano”. De Cugis, e con lui i liberalsocialisti fiorentini, hanno una concezione totalizzante del problema, nel senso che o si sposa il capitalismo con tutte le sue implicazioni e le sue conseguenze o lo si rifiuta: tertium non datur.
A prima vista, questo modo di porre il problema potrebbe sembrare terzinternazionalista ma cosí non è in quanto De Cugis affida la lotta contro il capitalismo alla socializzazione ma non alla statizzazione.
Questo della socializzazione che non si identifica con la statizzazione è uno dei motivi centrali del liberalsocialismo, tanto da rifiutare anche l’idea di una statizzazione soft quale può essere quella della socialdemocrazia.

Il P.d’A. non ha nulla da spartire […] coi vari partiti socialisti a tendenza riformista, con le socialdemocrazie di qualsiasi tinta, con gli altri partiti centristi che dettero vita, un tempo, alla seconda internazionale, ma soprattutto dettero, in tutte le nazioni, spettacolo di insipienza e di inettitudine politica. Non ha nulla da spartire con essi perché il P. d’A. è, e vuole soprattutto essere, un partito rivoluzionario, realmente rinnovatore. Non mira ad accordi di corridoio col grande capitalismo per una graduale riforma della società, perché sa che questo non ha nessuna intenzione di suicidio. Per questa via non si arriverebbe a nessuna sostanziale riforma. Non vogliamo dunque andare al potere con i partiti del centro, o peggio di destra, sotto le ingannatrici bandiere delle unioni sacre, delle concentrazioni nazionali, patriottarde o simili. […] Quindi niente riformismo, niente collaborazionismo: il Partito vuol combattere il capitalismo e tutto il complesso reazionario, ponendosi su un piano rivoluzionario; vuole la resa a discrezione e l’impossibilità di ritorno di tutte le forze e di tutte le condizioni che impediscono il progresso politico, economico, sociale.

I liberalsocialisti intuirono – non voglio dire di piú, ma già l’intuizione è un grande merito – i limiti della socialdemocrazia, da cui vollero prendere con chiarezza le distanze. Dunque socializzazione, che nel concreto diviene gestione dei mezzi di produzione.

Noi insomma non facciamo soltanto un problema di socializzazione, ma anche un problema di gestione: non vogliamo che i lavoratori abbiano soltanto l’illusione della proprietà collettiva, restando dei salariati, ma abbiano, mediante la effettiva e continua partecipazione alla gestione economica, il suo godimento giusto e il suo controllo responsabile […].
Noi ci proponiamo, dunque, come partito del lavoro, cioè rappresentante di tutti coloro che creano valori sociali (operai, contadini, tecnici, professionisti, artigiani e cosí via), di abolire ogni privilegio, sia esso politico o economico […].
Noi vogliamo che il lavoratore possa, giorno per giorno, atto per atto, controllare e giudicare dell’operato degli uomini, dei suoi eguali, che la sua fiducia ha posto alla direzione del paese in tutti i settori. Vogliamo che il lavoratore possa in ogni momento, se questi non rispondono al suo mandato, cacciarli dal potere e sostituirli. Per potenziare al massimo questa facoltà capillare di controllo noi siamo per l’autogoverno del lavoro, siamo autonomisti, federativisti, cioè contro ogni accentramento, contro ogni burocratizzazione, siamo per la separazione dei poteri, siamo per l’esercizio del potere diffuso e ripartito in tutto il paese e in tutti gli organismi e le forze che compongono la vita collettiva. Ci differenziamo, dunque, dalle altre forme di socialismo conosciute […].

Un socialismo diverso, e non solo nel nome, da quello che la tradizione ottocentesca aveva consacrato. Guido Calogero nel rievocare le ragioni del nome – peraltro osteggiato da molti – scrive:

Preferivamo parlare di Liberalsocialismo, piuttosto che di socialismo liberale, per sottolineare anche nel termine il fatto che la nuova sintesi rappresentava il riconoscimento della complementarità indissolubile di due aspetti della stessa idea, e non già la postuma ed ibrida unificazione di due concetti, che se fossero già stati due non sarebbero mai potuti diventare uno. Né il liberalismo era sostantivo, né il socialismo era aggettivo, né viceversa, non c’era diade di sostantivo ed aggettivo, ma un sostantivo unico, che si riferiva etimologicamente ai due vecchi nomi per dare una prima indicazione all’ascoltante, ma in realtà designava un solo e nuovo concetto .

E Tristano Codignola, l’esponente politico di maggiore caratura a Firenze, a caratterizzare questa diversità, sente l’esigenza – come già aveva fatto De Cugis – di prendere le distanze dai comunisti . Una differenziazione che non significava opposizione ma precisazione delle «rispettive posizioni ideali, poiché solo nella reciproca lealtà e nella reciproca stima, bandendo ogni equivoco atto a generare sospetto e sfiducia, i partiti di sinistra potranno operare domani, sul piano politico, cia-scuno, per la propria via, pel raggiungimento d’un ideale comune».

La lotta dichiarata contro ogni genere di privilegio – sia esso di natura politica o economica – per la creazione di una forma di convivenza statale fondata sulla eguaglianza degli uomini e su una giusta distribuzione della ricchezza; la precisazione che un effettivo progresso sulla via della giustizia non potrà realizzarsi se non dopo che sia stato rovesciato – anche in forma rivoluzionaria – il vecchio ordine capitalistico, nel cui ambito nulla è possibile ottenere al di là di concessioni unilaterali ed equivoche che niente hanno a che vedere con le esigenze (morali oltreché economiche) delle classi lavoratrici: sono questi gli elementi fondamentali che accomunano, in vicendevole e umana comprensione, i tre partiti di sinistra che oggi operano e combattono in Italia.

Dunque azione comune ma nella differenza degli ideali. Quanto il ceto medio, che infoltiva le file del Partito d’Azione, condividesse queste posizioni è difficile dire, ma questo conferma quello che divenne in seguito chiaro, e cioè che all’interno del partito le posizioni non erano univoche e l’ala liberaldemocratica di La Malfa avrebbe difficilmente trovato un punto di incontro con il gruppo liberalsocialista. Le ragioni profonde della fine del partito erano già presenti all’inizio quando, per il susseguirsi caotico degli avvenimenti e per le necessità della lotta armata, non fu possibile fare chiarezza ideologica tra i vari gruppi. Quando la si fece, non restò che sciogliere il partito.

La questione istituzionale

Se la questione sociale è di importanza capitale per la rinascita della nuova Italia, non lo è di meno la questione istituzionale. Codignola sintetizza magistralmente le posizioni del gruppo:

Noi non poniamo sul tappeto la questione del liberalismo o del socialismo (sia esso riformista o radicale, gradualista o rivoluzionario): le concezioni di destra o di sinistra sono da noi considerate parziali in quanto […] non potranno mai porre in crisi la struttura tradizionale dello Stato. Noi vogliamo demolire questa struttura tradizionale, che è quella dei poteri centrali, dell’autorità dall’alto, del procedere per decreti legge: noi vogliamo polverizzare i poteri dello Stato, frantumare l’autorità dello Stato nelle infinite autorità delle piccole comunità lavoratrici: vogliamo in una parola l’autonomismo.
Ciò significa modificare profondamente il concetto giuridico dello Stato nell’affermazione contemporanea dei due principi del nostro liberalismo e del nostro socialismo: il decentramento dei poteri e l’estensione del sistema elettivo al minimo settore, da un lato, l’autogoverno del lavoro, cioè la gestione diretta dei mezzi produttivi da parte della minima comunità lavoratrice, dall’altro .

E nello stesso numero – che poi, quasi profeticamente, è l’ultimo della testata – precisa il suo pensiero con un ulteriore intervento, piú disteso e piú articolato del primo:

Si tratta di ricostruire ex novo lo Stato: di ricostruirlo su basi ampie e solide, capaci di sostenere un edificio cosí totalmente diverso dal precedente da prescinderne in guisa pressoché assoluta. […] Il Partito d’Azione ravvisa nell’autonomia una delle condizioni indispensabili, forse la piú necessaria, della ricostruzione dello Stato italiano: autonomia che s’identifica col tradizionale concetto dell’indipendenza, quanto ai rapporti internazionali, ma che, per contro, assume tonalità e riflessi nuovi, quanto ai rapporti tra Stato e regione, tra regione e provincia, tra provincia e comune. […] Federazione di regioni […] significherebbe neutralizzazione della infausta tradizione politica centralista, affrancamento da influenze personali deleterie, impulso alla vita politica locale, gara di iniziative, alleggerimento della burocrazia, potenziamento di responsabilità. […] In questo modo, secondo noi, va impostata e risolta la questione dello Stato. Tra la soluzione della ricostruzione dall’alto, in blocco, con le conseguenze inevitabili del centralismo e della burocrazia, e la soluzione della ricostruzione dal basso, pezzo per pezzo, non successiva ma simultanea con i vantaggi del decentramento e di una burocrazia infinitamente piú leggera e meno pericolosa, noi non esitiamo per la seconda. […] Agilmente articolato sul solido telaio delle autonomie locali, lo Stato sarà davvero per la prima volta una sintesi e una guida; troverà finalmente un’atmosfera piú lucida e piú tersa in cui porsi e realizzarsi come democrazia integrale, instauratrice ad un tempo, indissolubilmente, di libertà politica e di giustizia sociale .

Alessandro Natta, nel commentare queste posizioni di Codignola, faceva presente che nell’ambiente liberalsocialista

nella critica e nell’opposizione al regime fascista aveva operato come uno stimolo forte la riscoperta del Risorgimento, la riflessione in particolare sulle correnti minoritarie, eterodosse, da Pisacane a Cattaneo allo stesso Mazzini. Si trattava certo di dare consistenza e chiarezza alle motivazioni ideali di un movimento che stava ormai impegnandosi nella cospirazione e nella lotta contro la dittatura e la sua politica di guerra, ma in quel ripensamento critico del processo di formazione e dei caratteri costitutivi dello Stato unitario, nell’indagine sulle ragioni della sconfitta della democrazia liberale, nel primo dopoguerra, nella ricerca di nuove, piú solide e aperte forme di vita e di organizzazione della nostra nazione, c’era ben chiaro il segno di una volontà e di un impegno a fondare una nuova Italia. […] [D’altronde] dato comune e unitario della Resistenza fu appunto che non si dovesse tornare all’Italia prefascista, alle strutture e regole nella vita politica e nell’ordinamento dello Stato proprio perché nei limiti e nelle angustie di questa democrazia liberale, sotto il profilo dei diritti e della partecipazione popolare, dell’articolazione territoriale dell’autonomia locale, si individuavano alcune delle cause che avevano aperto la strada all’esperienza rovinosa del fascismo .

Dunque, il problema che Codignola agitava era problema politico e non di storiografia risorgimentale. Pisacane, Cattaneo e Mazzini – pur con le loro diversità di pensiero e di azione – rimandavano a un’idea di Italia che poco si raccordava con quell’Italia “piemontese” e “savoiarda” che, uscita dal Risorgimento, aveva creato una democrazia asfittica, per imbarcarsi poi nell’avventura fascista. Rimandavano – e questo era il vero problema politico del momento – alla lotta per la Repubblica, e l’idea di una repubblica delle autonomie locali – tutta quanta da inventare – era una sfida che il liberalsocialismo raccoglieva e rilanciava in opposizione allo Stato accentratore, che in un primo mo-mento era stato espressione del liberalismo postunitario e poi della dittatura fascista.
Questa esigenza di un rinnovamento radicale della vita associata, che si doveva esprimere attraverso nuove forme di partecipazione e di organizzazione politiche, passava attraverso il tentativo di trasformare i Cln da organi di coordinamento politico e di direzione dei partiti in cellule originarie del tessuto democratico che si voleva costruire. Al proposito è sintomatico il modo in cui ancora su «La Libertà» Carlo Ludovico Ragghianti presenta il compito del Cln.

Il Comitato di Liberazione Nazionale è nato l’11 settembre [1943] con un compito preciso e terribile: essere guida alla liberazione del paese, sostituire il governo fuggiasco e rappresentare il popolo italiano nella sua lotta di libertà. […]
Sul piano militare il C.L.N. ha la suprema responsabilità delle operazioni militari condotte nell’ambito del suo territorio contro il nazifascismo e si vale di un Comando militare in cui sono rappresentati tutti i partiti presenti nel C.L.N. Dal Comando dipendono tutte le forze partigiane che in città o in campagna agiscono contro i tedeschi […]. Esso sorveglia gli organici e cura i collegamenti, provvede al vettovagliamento e al finanziamento, dà istruzioni operative d’accordo con il Comando alleato. Il C.L.N. non riconosce legittima alcuna formazione armata che non si dichiari disposta a rispettare i suoi ordini e che avanzi eventuali pregiudiziali di dipendenza da altre autorità.
Sul piano amministrativo il C.L.N., quale governo potenziale della città o del villaggio, detta norme sull’intera amministrazione pubblica nei limiti consentiti dalla situazione di fatto, designa gli elementi destinati ad assumere, in qualità di commissari, la cura di pubblici uffici, provvede alla tenuta degli elenchi d’epurazione, protegge gli interessi della cittadinanza, cercando di assicurare – a liberazione avvenuta – la continuità dei servizi pubblici essenziali e l’incolumità degli impianti, cura la costituzione di commissioni interne di sorveglianza entro le varie amministrazioni, incaricate di segnalare i responsabili di collaborazione con l’occupante e gli elementi idonei ad assumere, con piene garanzie politiche, compiti amministrativi.
Infine, dal punto di vista economico e sociale, il C.L.N. procura, insieme coi singoli partiti, i mezzi finanziari necessari a sostenere la propria attività e quella del Comando militare, emette prestiti pubblici per la lotta di liberazione nazionale, stimola le iniziative di carattere sindacale e le elezioni di commissioni di fabbrica clandestine, designa le imprese che, per aver collaborato coi tedeschi, saranno soggette a sequestro provvisorio, svolge le attività assistenziali che gli sono consentite in favore delle vittime dell’oppressione e via dicendo.
Tutte queste attribuzioni si dilatano straordinariamente e rapidamente nel momento in cui il C.L.N. passi dall’attività clandestina a quella manifesta, cioè dal momento in cui da governo di diritto esso diventi anche governo di fatto. È evidente che da quel momento ogni iniziativa politica, militare, amministrativa, economica e sociale, anche se prima dipendeva dal governo di fatto dei fascisti, dovrà far capo esclusivamente al C.L.N. come unico governo locale legittimo.
Ciò vale, fra l’altro, per tutte le forze armate di polizia, che hanno l’obbligo di passare immediatamente agli ordini del C.L.N. e di eseguire le istruzioni impartite dal suo Comando militare; per i funzionari dello Stato; per le pubbliche amministrazioni in genere, presso le quali il C.L.N. sarà rappresentato da un proprio commissario, garante dell’aderenza di esse alle direttive generali emanate dal Comitato. Data la delicatissima situazione di emergenza in cui il C.L.N. si trova a raccogliere il potere di fatto per volontà popolare rivoluzionaria, il Comitato militare ha l’ordine di far rispettare contro chiunque le disposizioni del Comitato e di far uso delle armi contro chi cercasse, sotto qualsiasi pretesto, di ostacolare l’opera dell’unico organo legittimo di governo rappresentativo .

Ma al 15 luglio 1944, quando Ragghianti proponeva queste sue considerazioni, la «delicatissima situazione di emergenza» in cui i Cln si trovarono ad agire era già avviata a soluzione con un atto di autorità che poco rispecchiava la «volontà popolare rivoluzionaria». Alludo alla «Svolta di Salerno» che nell’aprile di quell’anno Togliatti, sbarcato a Napoli il 27 marzo, proponeva e realizzava. La proposta immediata era quella di creare un nuovo governo provvisorio, rappresentativo di tutti i partiti antifascisti, che, con un esercito adeguato, potesse combattere, accanto agli alleati, contro i tedeschi e i fascisti. Ma al di sotto di questo intento immediato c’era in Togliatti l’esigenza di risolvere il contrasto acuto con la monarchia che il Congresso dei Cln delle regioni liberate, tenutosi a Bari il 28 gennaio 1944, aveva messo in luce. In quell’occasione, i delegati dei partiti di sinistra avevano proposto addirittura la votazione di una mozione che sancisse l’incriminazione del re e la formazione di un governo straordinario dotato di pieni poteri. Di fronte alla recisa opposizione dei partiti moderati, la sinistra si accordò su una mozione che richiedeva genericamente l’abdicazione del re e la formazione di un governo rappresentativo di tutti i partiti presenti al Congresso. La Svolta togliattiana annacquò ulteriormente queste posizioni e dette l’impressione agli stessi militanti del Pci di una sconfessione delle posizioni assunte precedentemente dal partito all’interno dei vari Cln.
Non è questo il luogo per affrontare il problema storiografico della «Svolta di Salerno», su cui, tra l’altro, sono corsi fiumi d’inchiostro. Qui si vuole solamente evidenziare che su «La Libertà» si ebbe una netta sensazione del freno che questo nuovo corso togliattiano imponeva alle forze rivoluzionarie e le spiegazioni si cercarono, piú che sulla volontà del leader comunista, sulla “ragion di Stato” delle forze belligeranti. Io credo che la “ragion di Stato” delle forze belligeranti – e in particolare dell’Unione Sovietica – abbia senz’altro avuto il suo peso, ma non sottovaluterei neppure un malinteso concetto di “popolo” che Togliatti sembra nutrire. Un popolo che non si ritiene in grado di sviluppare una lotta di classe, che non si ritiene capace di liberarsi delle tradizioni sociali e religiose acquisite nel tempo, che si pensa aneli a una pace sociale che ripristini gli antichi valori e le antiche consuetudini. È lo stesso concetto di popolo che porterà il leader comunista a votare l’articolo 7 della Costituzione, e qui la “ragion di Stato” delle forze belligeranti era assente.
Sulla «Svolta di Salerno» scrive Carlo Ludovico Ragghianti:

La crisi di aprile, che ha portato alla costituzione nell’Italia meridionale di un governo di guerra, è stata causata dalla convergente pressione sul problema italiano da parte degli anglo-americani e dei russi. La mossa del partito comunista in Italia, di rompere a un tratto il C.L.N., i patti che lo legavano alla politica italiana degli altri partiti del fronte antifascista, gli impegni di Bari, non è stato che un elemento, uno degli strumenti, di questa pressione estera. […]
Di fronte agli altri partiti, o collaborazionisti o incerti, il Partito d’Azione assunse subito un atteggiamento di intransigenza per i deliberati del Congresso di Bari. […] Si deve a questo atteggiamento […] se al posto della capitolazione proposta con sorpresa strategica e minatoria il 1° aprile i partiti hanno potuto reagire, resistere, ed ottenere, a vantaggio del paese, quanto è stato ottenuto: l’impegno del re fuggiasco di ritirarsi a vita privata dopo la liberazione di Roma, la luogotenenza, una intera ricomposizione del gabinetto di guerra invece della concessione di alcuni ministeri secondari, e infine il controllo dei partiti antifascisti esteso in ultimo fino ai dicasteri militari. […]
Ma l’organizzazione della guerra di liberazione non deve farci dimenticare che questa guerra è guerra per il rinnovamento rivoluzionario dell’Italia, è guerra per la giustizia e per la libertà. Una guerra che conduciamo da venti anni contro il fascismo.
A fianco del governo di guerra, deve rimanere con tutti i suoi poteri, come un parlamento politico permanente e insostituibile, il Comitato di Liberazione Nazionale. Cosí nell’Italia occupata come nell’Italia liberata. Quel C. di L. N. che è l’organo autonomo della rivoluzione italiana .

Ed Enzo Enriques Agnoletti, sullo stesso numero de «La Libertà» è ancora piú esplicito:

Democrazia vuol dire governo di popolo. Non governo di re, o di potenze straniere, o di forze occulte, del denaro, della corruzione. Il comitato di Liberazione Nazionale era la risorgente democrazia italiana. Il re e Badoglio erano i resti del fascismo, sconfitto nella sua forma piú cruda, ancor vivo in color che per vent’anni avevano condiviso tutte le sue responsabilità e prima fra tutte la guerra a fianco della Germania. […]
Badoglio, il re, i monarchici, i reazionari, parecchi stranieri che vedevano solo l’interesse della guerra e non abbastanza l’interesse dell’Italia, che è l’avvenire, non il presente, predicavano: unità, collaborazione, guerra prima di tutto, concordia per uno sforzo comune. […] Unità sí, ma senza il re fascista, senza Badoglio […].
Noi consideriamo quindi quello che è successo nell’Italia libera una prima sconfitta della democrazia italiana, anche se, naturalmente, una sconfitta non definitiva.
Non modifichiamo in nulla il giudizio che abbiamo dato di Badoglio del re e della sua cricca. Se prima eravamo repubblicani, democratici e socialisti al cento per cento, ora lo siamo al mille per cento. Proprio quello che è avvenuto nell’Italia libera ci ha insegnato una volta di piú, se ne avessimo avuto bisogno, che la monarchia è pronta ad accordarsi con chiunque, oggi col fascismo, domani con l’antifascismo, anche il piú estremista, anche comunista, purché le venga garantita l’esistenza, almeno un po’ d’esistenza. […] Ma la battaglia per una vera democrazia italiana è dunque soltanto rinviata. […]
Noi, per nostro conto, prendiamo solenne impegno verso il popolo italiano, di fare tutto quanto sta in noi perché l’Italia diventi la vera repubblica del popolo italiano: liberale, cioè rispettosa della coscienza e dei diritti dei cittadini; decentrata, cioè autonoma nelle sue regioni, provincie, comuni; democratica, cioè con la diretta gestione da parte dei cittadini dei loro interessi; ugualitaria, cioè con la prevalenza di un’economia fondata sul controllo e la gestione delle imprese da parte dei lavoratori .

Tuttavia all’interno del gruppo liberalsocialista de «La Libertà» non si ha il sentore che la «Svolta di Salerno» sia una svolta epocale che ridimensiona tutte le speranze – o le velleità – di un’Italia rivoluzionaria. Enzo Enriques Agnoletti parla di «una sconfitta non definitiva», Tristano Codignola, circa sei mesi dopo, come abbiamo visto, propone uno Stato autonomista, Calamandrei, nell’ottobre 1944, scrive a Salvemini in questi termini:

Poi c’è la questione istituzionale. Ma su questa occorrerebbe un lungo discorso. Io ho la convinzione che, col decreto che ha approvato la Costituente, la monarchia sia definitivamente liquidata; e che, se si arriverà alla Costituente, alla repubblica si verrà, senza bisogno di scosse rivoluzionarie, attraverso il voto. Secondo me la parte distruttiva della rivoluzione è già avvenuta: tutte le vecchie istituzioni, coll’approvazione della Costituente, sono ormai rimesse in discussione, e rimangono in vigore a titolo puramente provvisorio e formale. […] L’unica salvezza per l’Italia è la repubblica con larga socializzazione e con governi regionali decentrati. In questo programma sono sostanzialmente concordi il Partito d’Azione, una parte dei democratici cristiani e i socialisti. L’enigma sono i comunisti, sulla cui buonafede democratica è lecito avere qualche dubbio: il Partito d’Azione sul programma economico non è molto lontano dai comunisti: ma è energicamente contrario al totalitarismo, verso il quale si può temere che scivolino le masse comuniste .

Il problema non era quello della «buonafede democratica» dei comunisti che su indicazione di Togliatti si adeguavano addirittura a collaborare con il re e con Badoglio, ma di come i Cln avrebbero potuto mantenere la loro funzione di ricostruzione “radicale” dello Stato. Se a Calamandrei, che di queste cose se ne intende, è abbastanza chiaro che il decreto che ha approvato la Costituente liqui-derà definitivamente la monarchia e che si arriverà alla repubblica attraverso il voto, senza bisogno di rivolgimenti rivoluzionari, non è altrettanto chiaro però perché la repubblica dovrebbe organizzarsi su governi regionali decentrati, e perché tali governi sarebbero l’espressione piú corretta del pensiero e dell’azione dei Cln. In altre parole, Calamandrei coglie con estrema chiarezza la crisi irreversibile della monarchia ma non la crisi altrettanto pesante – e su cui la «Svolta di Salerno» cerca di inserirsi – dei Cln che non riescono ad andare oltre il coordinamento politico dei partiti per divenire il momento fondamentale di rinnovamento democratico del tessuto sociale e politico italiano. Proprio in assenza di questa funzione dei Cln, finirono per prevalere, alla Costituente, le forme classiche della democrazia rappresentativa, il sistema dei partiti, il governo parlamentare. Ma in Calamandrei la speranza del rinnovamento che i Cln dovrebbero essere in grado di realizzare è talmente grande che ancora mesi dopo questa lettera – e cioè nel maggio 1945, quando ormai «La Libertà» ha cessato le pubblicazioni – si esprime in questi termini su «Il Ponte»:

In Italia […] c’è stata una rivoluzione: la prima fase, quella distruttiva, di una rivoluzione. Ma ancora ha da compiersi la seconda fase, quella ricostruttiva: e per ricostruire occorre che ci siano gli organi nuovi capaci di volere e di condurre a termine la ricostruzione. Questi organi nuovi di ricostruzione rivoluzionaria sono i comitati di liberazione: i quali, dopo avvenuta la liberazione dallo straniero, hanno la funzione costituzionale di portare a termine la liberazione dell’Italia dal fascismo.
[…] La storia di tutte le rivoluzioni dimostra che a un certo momento, attraverso le crepe della vecchia legalità che crolla, le forze rivoluzionarie cominciano ad aggregarsi e a consolidarsi di fatto, in formazioni spontanee che non somigliano a nessuna preesistente forma giuridica, e che costituiscono le prime cellule germinative del nuovo tessuto costituzionale […]. Qualcosa di simile è avvenuto in Italia […] per i comitati di liberazione: che sono appunto gli organi nuovi, partoriti dalla necessità storica, nei quali si sono spontaneamente raggruppate, fuor da ogni preconcetto schema dottrinario, tutte le forze decise a resistere agli oppressori ed a ricostruire lo stato secondo i principi della democrazia. […] Durante il periodo della lotta clandestina le sole forze politiche vive sono state quelle raggruppate intorno ai comitati di liberazione: vive, perché disposte a lottare e a sacrificarsi. A queste stesse forze, e ad esse sole, spetta oggi il compito di ricostruire il nuovo stato italiano.
Ad esse sole: questo è uno dei punti su cui occorre avere idee chiare. Qualcuno dirà: – Democrazia vuol dire governo di tutti: dunque, se si vuol ricostruire lo Stato italiano in forma democratica, bisogna che tutti partecipino alla ricostruzione: tutti, compresi coloro che per vent’anni hanno favorito il fascismo: tutti, compresi coloro che per vent’anni hanno irriso la democrazia, compresi coloro che durante il periodo clandestino sono stati indifferenti, o magari benevolmente ossequienti all’invasore; tutti, compresi i fascisti. Tutti: altrimenti non sarebbe piú una democrazia! – Un momento, signori: guardiamo di non cadere in equivoci. Noi possiamo anche riconoscere che i partiti raggruppati intorno ai comitati di liberazione (tenuti insieme da alcune premesse comuni che si possono riassumere nei due principi: unione nella resistenza e unione nella democrazia) non costituiscono attualmente la maggioranza numerica del popolo italiano, gran parte del quale non è iscritta ai partiti; ma non dimentichiamo che nei periodi rivoluzionari, e specialmente nei periodi di ricostruzione costituzionale, le sole forze che contano sono quelle vive e deste, quelle che col fatto dimostrano di voler esser presenti nella vita politica, di sentire i loro doveri per quanto duri e i loro compiti per quanto gravosi. I comitati di liberazione sono gli organi di quelle forze politiche che sole, nel momento della tragedia, hanno sentito la responsabilità della lotta e della ricostruzione: gli incerti, gli scettici, i «senza partito» non contano: le rivoluzioni non sono mai opera delle maggioranze assenti e irresponsabili.
[…] Spezzare questo patto di concordia e di resistenza, concluso nell’ora della battaglia, non si può oggi, se non si vuole che la ricostruzione rimanga a mezzo, che la rivoluzione sia tradita. Questa è la grande funzione, non ancora esaurita, dei comitati di liberazione. Per garantire che la Costituente porti davvero alla pacificazione ed alla legalità, ed apra di nuovo a tutti i cittadini, senza distinzione di partiti e di opinioni, la normale partecipazione alla vita politica, occorre che la preparazione della Costituente sia opera delle sole forze rivoluzionarie .

Che si passi quasi impercettibilmente da «La Libertà» a «Il Ponte» mostra quanto l’una testata – «Il Ponte» – sia la continuazione ideale dell’altra. “Continuazione ideale” perché «Il Ponte» è molto diverso e molto di piú de «La Libertà». Non fu, e non è, rivista di partito; nasce nella riconquistata libertà e non in periodo clandestino; allarga il suo raggio d’azione dalla politica all’economia, alla cultura, e si pone come rivista di analisi e ripensamento, in chiave socialista, della società italiana ed europea. Ha, in definitiva, un respiro molto piú largo e piú profondo di quello de «La Libertà» che fu foglio di partito e per di piú clandestino. Ma se si va ad analizzare la provenienza culturale e politica dei collaboratori del primo «Ponte» ci si rende conto che la gran parte proviene dalle file del liberalsocialismo e spesso propone quei temi che erano stati propri de «La Libertà». Uno di questi, se non il piú importante, da attuare con quello spirito rivoluzionario proprio dei Cln, è appunto quella repubblica “decentrata” che Ragghianti Codignola ed Enriques Agnoletti avevano proposto. E anche Calamandrei guarda con attenzione e interesse a questa repubblica delle autonomie, che non può essere identificata sic et simpliciter con il federalismo regionale perché questa autonomia ha come centro propulsore non tanto la regione quanto il comune come parte attiva dell’organizzazione economica, sociale e politica di un popolo. E non è un caso che a esempio di partecipazione dal basso si portino, anche su «Il Ponte», i Cos (Centri di orientamento sociale) capitiniani. Cosí li ricorda lo stesso Capitini pochi anni dopo la liberazione:

L’importanza dei Comitati di liberazione, specialmente per il loro moltiplicarsi nella provincia, nelle città piú piccole, non è stata sufficientemente compresa dalla moltitudine degli italiani che non c’era abituata.
In un paese antico come il nostro, dove non si è avuta una rivoluzione che sommovesse gli strati bassi della popolazione; dove di solito si è disposto e si dispone di strutture, di mezzi, di forze psicologiche ingenti costituite e mantenute mediante una diffusione dall’alto; dove, soprattutto, ci si è sacrificati per creare un mondo ideale di pensiero, di arte, senza propagare queste cose a tutti, il Comitato di liberazione nazionale rappresentava una prima manifestazione di compresenza di forze etico-politiche con una volontà di amministrazione e di sviluppo democratico, che voleva salire fino alla forma dello Stato ed era già, e finalmente, l’antitesi della monarchia. L’antitesi della monarchia nel fascismo originario era stata una velleità; nel C.L.N. era una volontà.
Ma i C.L.N. non potevano durare, perché, risultando da una coalizione, dovevano approfondire la ragione stessa del loro essersi costituiti, e cessando l’antitesi al fascismo armato, svolgersi in altro, pronti anche a perdere qualche elemento pur di vivere, se non piú nella forma originaria, nel significato reale e dinamico della sostanza. La quale era, e non potrà non essere, di autentica democrazia (mai stata in Italia), che chiami tutti, cioè anche la provincia, anche le campagne, troppo separate ora dalle città, e le donne, i giovani, le persone senza partito, che sono la maggioranza in Italia, al controllo democratico, alla consapevolezza dei problemi e delle esigenze di ogni genere.
Per attuare ciò, a Perugia abbiamo fatto vedere che l’antifascismo portava qualche cosa di nuovo per tutti. […]
Questi C.O.S. sono libere assemblee dove tutti possono intervenire e parlare («ascoltare e parlare» ne è il motto) di problemi amministrativi cittadini e nazionali, e di problemi sociali, politici, ideologici, culturali, tecnici, religiosi. Il fatto che si discuta insieme di amministrazione e di idee è, credo, profondamente significativo contro ogni atteggiamento esclusivamente culturale o contro ogni altro limitatamente concreto: nell’un modo e nell’altro, si migliora l’amministrazione, l’educazione, la consapevolezza della realtà, ci si «orienta» .

E Walter Binni, che i Cos li ha vissuti in prima persona, nel ricordare Capitini nel secondo anniversario della morte (1970), non può fare a meno di riferirsi a questa esperienza:

Negli anni luminosi, e brevi! delle speranze del ‘44-’46, come non ricordare il significato […] dell’iniziativa capitiniana del C.O.S.? Come non ricordare la folla che riempiva la sala di Via Oberdan, che arrivava anche un’ora prima dell’inizio dell’Assemblea per trovare posto, che partecipava attivamente alla discussione di ogni problema cittadino e generale, con la possibilità di formarsi un’opinione su partiti e avvenimenti, con la viva gioia di essere promotrice di proposte per il miglioramento della vita associata e civile della nostra città cominciando appunto dal basso e da tutti? .

A questa «repubblica delle autonomie», che nella città ha il suo fulcro e che dovrebbe derivare dall’azione rivoluzionaria e dall’evoluzione politica dei Cln, sembra riferirsi Calamandrei quando su «Il Ponte», per affrontare il problema, chiama a raccolta i suoi amici. E nel dicembre 1945, cioè quando ancora la rivista era alle sue prime battute e la Costituente era ancora di là da venire, Mario Bracci tratta con molti distinguo e con non pochi dubbi di una nuova organizzazione dello Stato che solo i Cln, vera e unica forza rivoluzionaria uscita dalla guerra di Liberazione, potrebbero realizzare.

Se l’Italia dovesse essere ordinata come stato federale, certamente le regioni attuali non sarebbero una base territoriale adeguata per gli stati federati e non credo che sarebbe facile adattarle a questa bisogna con limitate modificazioni. […]
Gli argomenti in favore e contrari [all’ipotesi federale] sono numerosi e seri: secondo me questa ipotesi merita piú attenta considerazione di quanta ne abbia avuta finora e se questo nostro disgraziato paese non fosse cosí squilibrato socialmente ed economicamente fra nord e sud (e l’organizzazione federale aggraverebbe inevitabilmente le differenze) i motivi positivi sarebbero probabilmente prevalenti.
Comunque la regione non è utilizzabile per questa soluzione: bisognerebbe ricercare la base territoriale dello stato federale in limiti assai piú vasti e magari adottare quella grande divisione che è viva nelle abitudini italiane, cioè l’Italia settentrionale, l’Italia centrale, il Mezzogiorno, la Sicilia e la Sardegna, salvo qualche statuto speciale per le zone di frontiera. Naturalmente fra lo stato federato e i comuni bisognerebbe conservare l’ente intermedio provinciale arricchito di attribuzioni .

E nel febbraio 1946 – cioè due mesi dopo l’articolo di Bracci – Alessandro Levi presenta uno studio su Cattaneo che non a caso – siamo a pochi mesi dal referendum su repubblica o monarchia – insiste sul concetto di repubblica e su quello di federazione:

«Libertà è repubblica; e repubblica è pluralità, cioè federazione». Le ragioni dell’una e dell’altra equazione sono assai semplici. E si possono riassumere in due altri aforismi cattaneani.
Libertà è repubblica; perché, se nell’ordine morale è esercizio della ragione cioè autocontrollo, nell’ordine civile non può essere che autogoverno. Questo è, infatti, nella sua piú schietta essenza, la repubblica. Come «Chiesa è popolo in atto di pregare […] Repubblica è popolo in atto di far leggi».
Repubblica, a sua volta, è pluralità, ossia federazione: e ciò per un’altra ragione ancora piú viva, che Cattaneo espone col rievocare un precetto del Machiavelli, da lui piú di una volta rammentato. Cioè, che «un popolo, per conservare la libertà, deve tenervi sopra le mani»; «ora – aggiunge – per tenervi sopra le mani ogni popolo deve tenersi in casa sua la sua libertà» .

Calamandrei a sua volta con molto ottimismo cerca una ragione innovativa nella realizzazione della Regione e la trova in una struttura «a mezza strada tra lo Stato accentrato e lo Stato federale». Che cosa sia questo ircocervo istituzionale non è facile dire e lo stesso Calamandrei non si addentra in definizioni piú puntuali, convinto com’è che il tempo, che è una grande medicina, risolverà i molti problemi che senz’altro sorgeranno con uno Stato che non è né regionale né federale.

Le disposizioni piú originali e sotto l’aspetto costituzionale piú innovatrici sono quelle che regolano l’ordinamento regionale (artt. 114-133) […]. La nuova costituzione non si è contentata di attuare un largo decentramento amministrativo, ma ha fatto delle diciannove regioni in cui è stato diviso il territorio della repubblica (art.131) altrettanti «enti autonomi» (art. 115), dotati di una propria competenza legislativa e governati da propri organi politici ed amministrativi secondo le disposizioni stabilite dal proprio «statuto regionale». […] Soltanto quando ogni regione avrà il proprio statuto, si potrà avere un’idea piú concreta e precisa di questo nuovo ordinamento: il quale, riservando al governo centrale soltanto le funzioni generali ed essenziali della sovranità, e decentrando le funzioni di interesse locale nei governi regionali (costituenti ciascuno qualcosa di piú di una circoscrizione amministrativa, ma qualcosa di meno di uno Stato), dovrebbe apparire, secondo la concezione di chi lo ha ideato, una nuova forma di Stato, lo «Stato regionale», a mezza strada tra lo Stato accentrato e lo Stato federale .

E anche Enzo Santarelli, a costituzione ormai approvata – siamo nell’aprile 1949 –, evidentemente preoccupato di una istituzione che non decolla e poco si amalgama con le altre, sempre su «Il Ponte», commenta con note di speranza la nascita della Regione:

Quanto alla regione il diavolo non è cosí nero come lo si dipinge, e la sopravvivenza della provincia è per sé stessa una garanzia. Se la regione risponde a un’esigenza tacita ma profonda vivrà, migliorando tutto il nostro sistema amministrativo. Per maturare alla libertà bisogna pure sperimentare l’autogoverno: e la regione produrrà, anche per questo aspetto, un processo nel costume politico.
Guardiamo le cose in faccia: nella polemica antiregionalista solo la paura, la vecchia paura del salto nel buio è ben viva. Per questo, soltanto per questo, lo Stato, cioè il Prefetto, come ieri il Re, è diventato tabú.
Per gli altri, per noi, soltanto la libertà – viva nel problema e nella storia – è sacra .

Chi toglie, però, ogni speranza alla Regione, cosí come è uscita dalla Costituzione, è Gaetano Salvemini che in un articolo apparso su «Il Ponte» nel luglio 1949 sembra rispondere sia alle speranze di Calamandrei sia a quella lettera dell’ottobre 1944 in cui Calamandrei – come abbiamo visto – aveva sperato in governi regionali decentrati. «Se la class di asen di Ferravilla avesse preso il posto della Costituente italiana nel 1946-47, non avrebbe potuto mettere insieme una piú alta piramide di asinità», sentenzia Salvemini e questo perché l’autonomia non può derivare da una regione vuota di forma e di contenuto, espressione del governo centrale e della sua burocrazia. L’autonomia – come già aveva messo in chiaro Codignola su «La Libertà» – deve essere prima di tutto della città e della provincia e da qui salire alla regione e allo Stato. Un po’ di conoscenza di Cattaneo, secondo Salvemini, non disturberebbe, ma i «bestioni di Roma» di Cattaneo masticano ben poco e non vanno troppo oltre il nome.

Cattaneo avrebbe voluto che […] dopo la espulsione delle vecchie dinastie, un Parlamento locale continuasse a provvedere ai bisogni locali, modificando le istituzioni locali via via che gli interessati ne sentissero la necessità; al disopra dei Parlamenti locali doveva essere creato un Parlamento federale – organo nuovo sorto con la nuova unità politica italiana – il quale curasse i soli interessi comuni a tutta l’Italia unificata. Al di sotto dei Parlamenti locali, dovevano rimanere le municipalità, anche esse elettive e non asservite alle autorità regionali, come queste non dovevano essere asservite alla nuova autorità federale nazionale. Modello la Svizzera e gli Stati Uniti.
[…] Se Carlo Cattaneo e Alberto Mario non fossero vissuti invano, cioè se il loro pensiero fosse stato piú studiato e il loro nome meno ripetuto a vuoto, i repubblicani (storici e non storici) non avrebbero votato una “regione”, della quale i piú non avevano in testa nessuna definizione chiara. Prima di comprare un vaso vuoto con sopra la targhetta “regione”, avrebbero chiesto la definizione della parola, e solo dopo essersi messi d’accordo nel definire quel che votavano, avrebbero dovuto o no approvarla. Seguirono il metodo, o meglio il non metodo opposto. Misero il carro avanti ai buoi.
L’Italia, dunque, dovrebbe avere 19 “regioni”. Ma i rapporti di queste “regioni” col governo centrale e con le istituzioni inferiori preesistenti rimasero nelle nuvole. Soprattutto non furono assegnate loro risorse finanziarie indipendenti. Diciannove figliuole senza dote. Dovranno fare le nozze coi fichi secchi.
[…] Quel che occorre in Italia non è sovrapporre catafalchi di “regioni”, buone a niente, su gruppi di provincie buone a niente. Occorre invece trasferire dall’amministrazione centrale agli enti locali (comuni e provincie) fonti di reddito e funzioni, che appartengono malamente oggi alla burocrazia centrale, liberare quelle amministrazioni locali dal soffocamento prefettizio, e poi lasciare che i cittadini, attraverso tentativi liberamente fatti ed errori pagati da loro stessi, imparino a poco a poco ad auto-governarsi.
[…] Insomma, invece di applicare quel cretino articolo della Costituzione, che ha inventato diciannove regioni artificiali, sarebbe bene prendere in esame il problema delle autonomie comunali e provinciali. Basterebbe, a questo scopo, cominciare con estendere a tutta l’Italia l’autonomia concessa alla regione-provincia di Val d’Aosta, e poi lasciare che ciascuno se la sbrighi da sé, come meglio crede, a proprio rischio e pericolo, e a proprie spese .

Gli Stati Uniti d’Europa

«Non sovrapporre catafalchi di regioni buone a niente, su gruppi di provincie buone a niente», questa la via che Salvemini propone su «Il Ponte», ma nel proporre questa soluzione non tiene conto della scomparsa dalla scena politica dei Cln dopo la Svolta di Salerno, della rottura dell’unità antifascista nella primavera del 1947, del “compromesso” tra cattolici, liberali e socialisti che la Costituzione ha richiesto, dei risultati delle elezioni politiche del 18 aprile 1948. Non tiene conto, cioè, dell’organizzazione politica e amministrativa che l’Italia uscita dal fascismo riesce a darsi attraverso quella forma-partito che determina lo Stato accentrato, la democrazia rappresentativa e il governo parlamentare. E inoltre – e forse questo è l’aspetto piú pesante di tutta quanta la questione – Salvemini non prende assolutamente in considerazione l’idea liberalsocialista che la “Repubblica delle autonomie” avrebbe avuto un senso se messa in relazione con la creazione degli Stati Uniti d’Europa . Voglio dire che gli Stati Uniti d’Europa non sono “un di piú”, un optional, da aggiungere alla riforma dello Stato che i liberalsocialisti perseguivano: sono il completamento necessario e irrinunciabile della riforma stessa. Senza gli Stati Uniti d’Europa l’azione riformatrice è monca e gran parte del suo effetto svanisce, come già aveva intuito Enzo Enriques Agnoletti nel primo numero de “La Libertà”. Cosí la “Repubblica delle autonomie” non può non culminare in un’Europa che ripudia quel concetto di Stato nazionalistico che ha portato prima alle dittature fascista, nazista e franchista e poi alla Seconda guerra mondiale. Senza questa Europa politica di nuovo conio, ma che si sostanzia di idee socialiste, le autonomie cittadine, provinciali e regionali, che rientrano in uno Stato nazionale fine a se stesso, hanno poco senso e rischiano di essere contenitori vuoti o, come dice Salvemini, buoni a niente.
Eppure Salvemini doveva aver avuto sentore dell’importanza che i “pontieri” attribuivano agli Stati Uniti d’Europa dal momento che proprio nel numero di aprile del 1949 del «Ponte» Calamandrei aveva presentato il suo intervento alla Camera contro la ratifica del Patto Atlantico, un discorso che poi divenne famoso e che creò sconcerto tra tutti i benpensanti laici, compreso forse lo stesso Salvemini.

A nome dei socialisti indipendenti dei quali son rimasto l’unico rappresentante nel gruppo di «Unità socialista» (l’ultimo dei Mohicani, direbbe l’onorevole Togliatti) ritengo che sulla soglia di una decisione che ci turba e quasi ci schiaccia col suo peso […] sia doveroso un voto esplicito e netto. Dichiaro quindi serenamente che il mio voto sarà contrario .

L’opposizione di Calamandrei non è però quella dei comunisti, perfettamente “allineati e coperti” sulle posizioni dell’Unione Sovietica, il paese socialista per eccellenza. La sua è una posizione piú complessa, che affonda le radici – come si è detto – proprio nell’esigenza, dopo la catastrofe della guerra, della costruzione di un’Europa unita.

Sotto l’aspetto della politica europea, noi socialisti federalisti pensiamo che un patto militare, anche se difensivo, che trasforma gli Stati europei in satelliti di uno dei blocchi che si fronteggiano, e dà al suolo europeo la funzione di un trinceramento di prima linea per eserciti che stanno in riserva al di là dell’Atlantico, allontani la nascita di quella Federazione occidentale europea, politicamente e militarmente unita e indipendente, che noi auspichiamo né alleata né ostile, ma mediatrice tra i due blocchi opposti, e capace di conciliare in una sua sintesi di democrazia socialista due esigenze per noi ugualmente preziose e irrinunciabili, quella della libertà democratica e parlamentare, e quella della giustizia sociale .

E ci sono anche motivi di politica interna:

L’adesione data dall’Italia a questo patto […] costituirà […] un ostacolo immediato alla pacificazione interna e al funzionamento normale della nostra democrazia; perché la contrapposizione militare di due schieramenti che difendono due contrapposte concezioni sociali, darà sempre maggiore asprezza alla lotta interna dei corrispondenti partiti, e sempre piú ai dissensi politici darà minacciosi aspetti di guerra civile. […] Ma ciò che soprattutto ci angustia sono le conseguenze di carattere militare. Se per tutti gli altri Stati europei la firma del patto sarà accompagnata da rischi ma anche da vantaggi, c’è da temere che solo per l’Italia esso possa significare pericoli senza corrispettivo. Diventare alleato militare di uno dei due blocchi in conflitto significa assumere fin da ora la posizione di nemico potenziale dell’altro blocco: firmando quel patto con le potenze occidentali noi ci saremo condannati a non poter essere piú amici degli Stati orientali […]. E anche se il patto è difensivo, bisogna vedere se sembrerà difensivo a coloro da cui ci apprestiamo a difenderci, e quali saranno le loro reazioni contro i firmatari e soprattutto contro l’Italia che di tutti i firmatari è il piú debole e il piú esposto .

Chiara, dunque, la posizione di Calamandrei: alla logica dei due blocchi contrapposti occorreva opporre quella di una “terza via” che alla guerra preferiva la mediazione e la costruzione di una fiducia reciproca. Era una posizione che proponeva, oltre la guerra fredda, un nuovo concetto di Stato. Dopo la catastrofe della guerra, se veramente si voleva essere rivoluzionari, occorreva costruire fra gli Stati un rapporto di reciproca collaborazione, in altre parole un federalismo. Le sinistre socialcomuniste ritennero questa posizione sterile, inefficace e improduttiva, la Democrazia cristiana e le destre, invece, una posizione – come si disse – da «utili idioti», cioè propria di tutti quei borghesi che, estranei alle ragioni “vere” della politica, non si rendevano conto di portare acqua al mulino del comunismo sovietico. Non fu assolutamente colta, né a destra né a sinistra, la novità politica, sociale e morale del discorso di Calamandrei e il grande progetto che egli lanciava come sfida ai politici di professione – quello della costruzione degli Stati Uniti d’Europa – non andò oltre il regno di Utopia.

Mentre su di noi si addensa l’ombra di un’altra catastrofe, che cosa posso fare io, quale contributo posso portare io, piccolo uomo, atomo effimero, per allontanare dal mio paese questo flagello? […] Io temo che, quando si dice che con questo patto militare la guerra si allontana, si ricada in quel tremendo equivoco del vecchio motto illusorio: si vis pacem para bellum, che gli uomini ciechi continuano a ripetere senza accorgersi da cento tragiche esperienze che per voler la pace non c’è altra via che quella di prepararla coi trattati di commercio e di lavoro, che stringono tra gli uomini legami di solidarietà, e che chi prepara la guerra, anche a fini che crede difensivi, non fa altro, senza accorgersene, che volere la guerra. […] Io so che qualcuno della maggioranza, prima di decidersi a votare, si è raccolto lungamente in preghiera. […] Ma per pregare non ci si raccoglie soltanto nelle chiese: anche noi, dopo essere stati lungamente raccolti con noi stessi, abbiamo udito in fondo alla nostra coscienza una voce che ci mette tranquilli. E la voce ci ha detto: No .

E un mese dopo questo discorso alla Camera, al III Congresso nazionale del Movimento federalista europeo (Firenze, 23-25 aprile 1949), Calamandrei torna sul problema con argomentazioni ancora piú stringenti e puntuali di quanto l’aula di Montecitorio gli aveva permesso:

Posso anche rendermi conto delle ragioni che spingono a ritenere che per salvarsi da una guerra catastrofica sia opportuno allearsi con la parte piú forte che ci promette salvezza e difesa. Ma con questo che cosa c’entra il federalismo? Che cosa c’entra l’unità e l’indipendenza europea? Il Patto Atlantico per chi ragiona cosí è basato su questa considerazione: che l’Europa povera e indebolita non è in questo momento in condizione di potersi difendere da sé: bisogna dunque, come l’uomo che non ha da mangiare, scegliersi un padrone per sopravvivere. L’Europa si trova tra due possibili padroni; uno a Oriente e uno a Occidente. E l’Europa (per chi ragiona cosí) dice: di questi due possibili padroni, quello di cui mi fido di piú, quello che mi sento spiritualmente vicino, quello dal quale, appena avrò ripreso forza, potrò piú facilmente sperare la libertà, è il padrone occidentale. Per questo io mi lego al suo carro, pronta a far la guerra ai suoi ordini; aderire al Patto Atlantico non è che mettersi al comando di uno Stato Maggiore americano. Ammetto che questo sia un ragionamento: ma che c’entra in questo l’unità europea? Questo, secondo me, può essere il modo di rinunziare all’unità europea. Se gli Stati Uniti d’Europa come noi li pensiamo, dovrebbero essere un tertium genus fra i due blocchi ostili, avente la forza di difendersi con le proprie armi, tanto verso Oriente quanto verso Occidente, e di impedire ai due blocchi nemici di trasformare l’Europa in un campo per le loro battaglie, evidentemente, se questo è il nostro ideale, non è attraverso il Patto Atlantico che ci si avvicina a questo ideale!
Posso capire anche io, indipendentemente dal federalismo, che il primo problema è quello di esistere, di sopravvivere; ma come federalista il ponte di passaggio fra il Patto Atlantico, che assorbe l’Europa occidentale nell’America, e la Federazione Europea, che vuol dire Europa unita e indipendente dalla Russia e dall’America, non riesco a vederlo .

È passato poco piú di un anno (novembre 1950), e Calamandrei riapre su «Il Ponte» il problema dell’unità politica dell’Europa con un’inchiesta, inviando «ad alcuni tra i piú autorevoli esponenti» del federalismo un questionario.
Siamo a pochi mesi dallo scoppio della guerra in Corea e in piena guerra fredda. L’idea di un’Europa federalista che realizzi una sua politica sembra ormai tramontata.
Anche se «molti federalisti, i quali hanno sempre considerato il federalismo europeo come strumento di pace e di neutralità europea, si trovano perplessi e disorientati sulla funzione e le mete di esso nella presente situazione mondiale» , non per questo è lecito gettare la spugna. Cosí i quesiti che Calamandrei rivolge ai suoi interlocutori tendono implicitamente a riaffermare quei valori che erano già stati esposti nelle Ragioni di un no.
Può la possibile Europa federata essere «indipendente tra America e Russia» oppure, ormai all’interno del Patto Atlantico non sarà altro che «uno dei dispositivi strategici, in funzione antirussa e antiasiatica?». E, di conseguenza, chi pensava alla realizzazione della prima ipotesi, la considera ancora attuabile, anche se non immediatamente, «oppure ritiene che il federalismo europeo si debba dichiaratamente inserire nel programma del riarmo atlantico?». E l’unificazione politica dell’Europa, se avverrà al di fuori e indipendentemente dalla Nato, non comporta la creazione di un esercito europeo? E infine, «si può sperare la unificazione europea sul piano puramente politico, senza un piano comune di radicale rinnovamento delle strutture economiche; ovvero si deve ritenere che l’Europa possa diventare unità solo quando ve la spinga un comune ideale di trasformazione sociale e di lotta contro la miseria, che dia alla unificazione europea un significato socialmente rinnovatore, e non di conservazione di privilegi e di monopoli?».
Le risposte che Calamandrei riceve «e che sono di federalisti e di antifederalisti, o forse meglio di federalisti e di ex-federalisti […], nonostante le grandi divergenze fra i punti di vista rispettivi», permettono di trarre qualche conclusione. Prima di tutto la federazione europea possibile comprenderebbe soltanto alcuni Stati «con esclusione non solo degli Stati satelliti della Russia, ma anche degli Stati iberici, scandinavi e, attualmente, dell’Inghilterra. Si tratta dunque di un’Europa che, con termine inesatto, ma pure efficace, è stata chiamata Europa di Carlo Magno. Tutte le risposte che si occupano dell’argomento sono concordi nel ritenere che anche una tale ristretta federazione sia concepibile soltanto nell’ambito di un sistema militare atlantico. La federazione europea di cui con-cretamente si discute è quindi una federazione europea parziale, non neutrale, e alleata all’America. Ed è anche una federazione non socialista».
Conclusioni molto diverse da quelle che Calamandrei si aspettava, direi, ma non prive di realismo politico. Mala tempora currunt. Ciò nonostante, Calamandrei, secondo un suo modo di pensare che lo ha sorretto per tutto il lungo periodo della dittatura fascista, non si ferma all’accettazione dell’esistente.

Nessuno può dire se e quando si arriverà a un’Europa unita e federata, come nessuno può dire se e quando l’Europa organizzerà la propria economia in senso socialista. Ma essere pessimisti sulle possibilità immediate non vuol dire rinunciare a cercare di realizzarle nei modi in cui oggi sono possibili, soprattutto se non si vede un’altra alternativa di politica europea. Forse il pessimismo di alcune risposte sarà giustificato dagli avvenimenti, ma prima o poi, prima di altre catastrofi o dopo di esse, l’impulso ad allargare i confini della patria non mediante guerra e conquista, ma mediante una libera associazione di popoli, dovrà pure arrivare a costituire l’interesse fondamentale degli europei. Meglio decidersi prima che dopo .

La decisione purtroppo non è mai arrivata.

La Costituzione

Di fronte alla disfatta di tutte le speranze che avevano animato gli anni luminosi e brevi della lotta armata, di fronte a un’economia che ha rifiutato ogni prospettiva di socializzazione, di fronte a un’organizzazione politica che non è riuscita a discostarsi dalle vecchie vie dell’accentramento statalista, di fronte a un’Europa divisa in due blocchi, serva ora del blocco occidentale, ora del blocco orientale, che cosa è rimasto della grande epopea della Resistenza?
Calamandrei non ha dubbi: la Repubblica e la Costituzione.
Certo, non si può sottovalutare il fatto che, dopo le elezioni del 18 aprile 1948,

il regime democristiano non può sentirsi sinceramente ostile al rinascente fascismo, perché il fascismo, coi suoi veleni piú insidiosi, è già penetrato dentro questo regime: il quale non potrebbe liberarsene senza lacerare sé stesso. Non parlo del neofascismo che strepita e minaccia, irrequietezza rumorosa ma superficiale di ignoranza giovanile, nelle Università; parlo del fascismo degli esperti profittatori, del fascismo come metodo professionale e come habitus morale, che è penetrato con molti tentacoli nel partito di maggioranza e nella burocrazia che lo serve, e che ha mescolato, in maniera non piú distinguibile, i credenti, quelli che nel Dio cristiano ci credon sul serio (l’on. Calosso disse una volta alla Camera che anche tra i democristiani una diecina ce n’è) con coloro che oggi son democristiani perché ieri erano fascisti, e che domani, se il comunismo salisse al potere, sarebbero comunisti perché oggi sono democristiani. Questa è la lue nefanda che il fascismo ha lasciato in eredità alla Repubblica italiana, e che oggi circola, in maniera sempre piú inguaribile, nelle vene del partito di maggioranza: questi falsi credenti che non credono a nulla, ma che vanno in processione perché questo serve ai loro sporchi affari; questi bocciati agli esami che vincono i concorsi, in mancanza di una laurea, con un certificato parrocchiale; questi professionisti della corruzione, i quali si accorgono che i metodi di arricchimento che ieri erano tollerati a prezzo di un saluto romano, sono anche oggi rispettati ugualmente a prezzo di una genuflessione .

Questo rinascente fascismo non ha alcun interesse ad attuare una Costituzione che è emanazione diretta della Resistenza. «Per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa» , dirà Calamandrei riandando alle origini della Carta, ma in realtà le forze di destra cercarono con ogni mezzo di contrastare questa rivoluzione che la Costituzione prometteva perché l’attuazione della Carta non era cosa da poco: significava dar di balta a quell’organizzazione statuale su cui la borghesia uscita dalla Seconda guerra mondiale stava costruendo il suo potere.
Questo il paradosso della politica italiana: aver realizzato una Carta costituzionale che il partito di maggioranza – la Democrazia cristiana – intriso di autoritarismo, clericalismo, bigottismo, neofascismo non poteva usare, pena la sua disfatta. «Ne derivò un perdurare immutato delle strutture sociali di una volta, il che lasciava intravedere un avvenire incerto e del tutto privo di quei mutamenti sostanziali che gli uomini della Resistenza, in misura maggiore o minore e con piú o meno ardore, avevano auspicato» .
Ed è questo un paradosso che rimarrà nel tempo, perché è divenuto sempre piú chiaro ai politici che se veramente si dovesse attuare la Costituzione nel suo spirito, si dovrebbe dar corso a un governo che ritiene i diritti sociali fondamentali per la vita associata e si muove di conseguenza.
L’economista Alberto Bertolino, anch’egli liberalsocialista della prima ora, negli anni luminosi e brevi puntava la sua attenzione proprio su questo:

Il mondo è indubbiamente piú cosciente di prima – almeno finché durano i travagli della guerra – del valore della socialità; ci sentiamo, entro l’ambito della patria e fra le nazioni, piú bisognosi di collegamento, di intesa, di comunione.
Socializzazione vuol dire oggi qualcosa di piú ampio e di meno rigido di quel che significasse una volta, quando essa era una bandiera di lotta. Oggi è bandiera di pace: perché significa unione e non separazione d’interessi, cooperazione e non egoistica competizione, partecipazione di tutti alla costruzione e all’uso dell’ambiente comune .

«Almeno finché durano i travagli della guerra», aveva scritto Bertolino, e aveva visto lungo perché a guerra finita lo scenario cambia e la socializzazione, anche se affermata solennemente in una Carta costituzionale, torna a essere la speranza dei diseredati, la rivoluzione promessa.
Calamandrei, alternando momenti di ottimismo a momenti di cupo pessimismo, percepisce questo dramma e ricorda che «abbiamo avuto per venti anni, sotto il regime fascista, l’esperimento di un ordinamento giuridico a doppio fondo, nel quale, dietro lo scenario venerando dello statuto albertino, un regime di assolutismo dittatoriale faceva tranquillamente i suoi affari. Non vorremmo che anche la Repubblica diventasse un apparato di illusionismo costituzionale dello stesso stampo» . Illusionismo costituzionale, che è poi il tradimento degli ideali piú profondi della Resistenza:

La rinuncia alla guerra, il diritto al lavoro, il diritto ad una esistenza libera e dignitosa: i deputati della Costituente votarono quegli articoli credendo di esserne gli artefici; in realtà dietro di loro, a dar loro l’ispirazione, c’erano i caduti, c’era la Resistenza.
Chi tradisce quegli impegni, tradisce la Resistenza. E il tradimento non è tanto nelle vociferazioni disgustose ma innocue, di chi ritenta per le strade il gesto del saluto romano, il pericolo è in questa “resistenza alla Resistenza”, sordamente ma sistematicamente organizzata, che inquina subdolamente tutti i gangli piú importanti della vita nazionale, dalle banche alle università, dalla stampa alla burocrazia, ove, per sbarrare il cammino al rinnovamento sociale che la Costituzione promette, si ricostituiscono protezioni ed omertà e si ristabiliscono vecchie consorterie d’affari tra ex camerati, che si riconoscono strizzando l’occhio e che tranquillamente ricostituiscono, agli ordini degli ex gerarchi, le lucrose complicità.
“Repubblica fondata sul lavoro” questo vollero i morti della Resistenza; ma questo è anche scritto a chiare lettere nella Costituzione. Non è piú vaga speranza, non è piú generosa utopia; è legge dello Stato che dev’essere a tutti i costi obbedita .

Non legge dello Stato condivisa da tutti, ma legge dello Stato che dev’essere a tutti i costi obbedita. Già quel dover essere sottintende una difficoltà che è poi rafforzata dall’espressione “obbedire a tutti i costi”. Il grande ottimismo di Calamandrei cominciava a incrinarsi di fronte a una realtà che sostituiva ai grandi ideali della Resistenza una quotidianità gretta e reazionaria, indice di un’incapacità a ripensare, e quindi trasformare, l’esistente.
E un anno dopo – nel giugno 1951 – tornava sull’argomento con una denuncia ancora piú circostanziata.

Nella Costituzione teorica è scritta a chiare lettere la condanna dell’ordinamento sociale in cui viviamo, e la promessa di trasformarlo dalle fondamenta: frasi impegnative come il “diritto al lavoro”, la “pari dignità sociale” di una persona, il diritto di chi lavora a una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, sembrerebbero lo squillo di una rivoluzione legalitaria già in marcia. […] A distanza di tre anni, niente ha fatto il governo per assolvere questo suo impegno di lealtà repubblicana. Nei primi tempi si poté credere che la lentezza fosse un inevitabile effetto della difficoltà tecnica dei problemi; ma oggi, a distanza di tre anni, e dopo aver attentamente considerato gli espedienti messi in opera per protrarre questo indugio, sarebbe ingenuo credere che tutto questo non sia voluto. Oggi è lecito precisar serenamente questa denuncia: il governo non vuole che la Costituzione sia compiuta; non vuole che entrino in funzione gli strumenti per farla rispettare, perché sa che lo costringerebbero a rispettarla.
È stato detto che la vera costituzione è la maggioranza: se la maggioranza non vuol rispettare la costituzione, vuol dire che la costituzione non c’è piú. Ma proprio per non sentir ripetere questo discorso, che era di moda sotto il fascismo, la Costituzione aveva predisposto al disopra della maggioranza organi indipendenti di garanzia costituzionale, destinati a proteggere la costituzione contro la stessa maggioranza. […] Non saranno certo i governanti d’oggi che, dopo aver esperimentato com’è facile e comodo governare contro la Costituzione quando a difenderla non c’è la Corte costituzionale e l’autonomia della Magistratura, vorranno creare colle loro stesse mani i freni alla propria strapotenza!
È inutile proclamare sui libri che la Costituzione è rigida, quando mancano le garanzie che la salvino praticamente dalle deformazioni: a lungo andare, se non si reagisce, le deformazioni diventano a lor volta fonte di diritto costituzionale. Le costituzioni vivono fino a che le alimenta dal didentro la forza politica: se in qualche parte ristagna questa circolazione vitale, gli istituti costituzionali rimangono formule inerti, come avviene nei tessuti del cuore umano, dove, se il sangue cessa di affluire, si produce quella mortale inerzia che i patologi chiamano infarto .

È la prima volta che compare nel discorso calamandreiano una distinzione tra costituzione teorica e costituzione reale, indice di uno scollamento tra la volontà dei costituenti e l’azione dei governi in carica. I diritti sociali che qui Calamandrei elenca (il diritto al lavoro, la pari dignità sociale, il diritto a un’equa retribuzione) sono la novità che caratterizza questa Costituzione e sono la linfa vitale, la forza politica, di questa democrazia che i costituenti hanno proposto quale risultante della lotta contro il vecchio liberalismo monarchico e contro la dittatura fascista. Una democrazia mediata e indiretta, procedurale e garantista, che è nuova proprio in quanto intende porre un argine anche, e soprattutto, allo strapotere della maggioranza. Il rifiuto del fascismo è tutto qui e Calamandrei lo dice a chiare note: la Costituzione non dipende dalla volontà della maggioranza, ma anzi indica addirittura al governo un programma irrinunciabile di trasformazione sociale. Lo volle ribadire Calamandrei nel suo ultimo articolo, uscito postumo su «Il Ponte» nell’ottobre 1956.

Indubbiamente la nostra è una Repubblica parlamentare, in cui il capo del governo è distinto dal capo dello Stato, e non può governare senza la fiducia del Parlamento. Ma forse ancora i cittadini italiani, ed i partiti, non hanno valutato a pieno che cosa voglia dire, e quali essenziali novità abbia introdotto nei vecchi schemi del sistema parlamentare l’avere una Costituzione, come dicono i costituzionalisti, rigida e programmatica. Rigidezza della Costituzione (cioè immutabilità di essa con leggi ordinarie) vuol dire che è venuta meno la onnipotenza del Parlamento nel legiferare: il Parlamento (a meno che si aduni in Costituente) non è piú libero di fare le leggi che crede. […] Il Parlamento può tutto meno che fare leggi in contrasto colla Costituzione. […]
Ma altre caratteristiche tipiche derivano dal fatto che la nostra Costituzione è programmatica, cioè contenente un vero e proprio programma di trasformazione sociale della società, i cui capisaldi sono quelli del diritto al lavoro, della effettiva partecipazione dei lavoratori al governo, del diritto al salario. Questo programma è un proposito di riforme: il governo deve seguire l’indirizzo politico che porta a queste riforme. Vi è dunque una doppia serie di vincoli: non può fare contro la Costituzione; deve fare secondo la Costituzione: deve legiferare e governare. […]
Questa è la nostra Costituzione: la quale non è la traduzione in lingua repubblicana dello Statuto albertino, dove il re regna ma non governa. Il re era un potere diverso: ma il presidente della repubblica emana dal popolo: e quindi è lui il rappresentante di questo potere del popolo di ricordare agli altri organi l’impegno preso dal popolo nella Costituzione.
In questo congegno vi è una garanzia giuridica di continuità di direttive politiche che non vi è in altre costituzioni: un governo che volesse sottrarsi al programma di riforme sociali andrebbe contro la Costituzione, che è garanzia non solo che non si tornerà indietro, ma si andrà avanti. Chi si vuol fermare è contrario alla Costituzione.
Questo può dispiacere a qualcuno che vorrebbe restar fermo. Ma questa è la Costituzione: hoc iure utimur. Questo è il programma su cui i partiti democratici possono trovarsi d’accordo: questo è lo spirito secondo il quale la speranza che animò i caduti della Resistenza si è tradotta in dovere politico .

Dovere politico: ancora una volta una proiezione verso un futuro migliore, dopo che il patto che fu stipulato il 2 giugno 1946, all’atto dell’insediamento della Costituente, si è sciolto nelle acque salate del capitalismo che tutto corrode. Dovere politico che solo il socialismo può compiere: questo il messaggio che «Il Ponte» di Calamandrei lancia agli italiani e agli europei di buona volontà.

MARCELLO ROSSI




L’austerità è di destra e sta distruggendo l’Europa – Intervista a Marco Passarella

l-austerita-e-di-destra1“L’austerità è di destra e sta distruggendo l’Europa” (Il Saggiatore, 152 pagine, 13 euro) di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella è un libro che ha diversi pregi, il primo dei quali è forse la chiarezza con cui vengono spiegati i fenomeni che hanno portato alla crisi e smontate le tesi liberiste correnti, delineando al tempo stesso una via alternativa, basata da un lato su meccanismi di riequilibrio automatici e dall’altra sul ritorno dello Stato al ruolo di indirizzo dell’economia, attraverso la pianificazione (si parla segnatamente delle proposte del Premio Nobel Leontief).

Il secondo pregio che abbiamo riscontrato nel libro consiste nel fatto che gli autori – senza cadere mai nella polemica “spicciola” e fine a se stessa – non lasciano spazio alla nebulosità e al non-detto, che spesso contraddistinguono il dibattito pubblico su temi economici e, soprattutto, politici. Una critica precisa e puntuale all’austerità (socialmente di destra) non esime e anzi implica la corrispettiva critica alla sinistra politica, la quale ha assunto l’obiettivo dei tagli, del pareggio di bilancio, del “risanamento” come sua stella polare durante l’ultimo ventennio (e, per certi versi, anche prima). Allo stesso modo per gli autori si deve sottoporre a critica il “liberoscambismo di sinistra”, quel tabù antiprotezionista che ha imprigionato i progressisti, incapaci di governare la globalizzazione (obiettivo che a parole perseguivano) proprio perché convinti dell’ineluttabilità dei suoi meccanismi e dei suoi esiti, tanto da paragonarla ad un fenomeno naturale.

Ne parliamo con uno degli autori, Marco Passarella, ricercatore presso l’Università di Leeds, Gran Bretagna.

 

Iniziamo con una domanda provocatoria partendo dal titolo del volume: “L’austerità è di destra”. E allora? Ammettendo che sia così, l’importante non è che funzioni?

Beh, è lo stesso titolo del pamphlet ad assumere un sapore provocatorio se solo si considera che proprio il centrosinistra (in Italia, ma non solo) è stato, negli ultimi decenni, il principale sponsor ed artefice del “rigore” dei conti pubblici. In effetti, “destra” va qui inteso come sinonimo di “classista”: l’austerità rappresenta, infatti, la “via bassa” alla soluzione degli squilibri strutturali esterni che caratterizzano i paesi-membri dell’Eurozona. Una via che passa per l’inferno della disoccupazione diffusa, della precarizzazione delle condizioni di lavoro di milioni di salariati, della deflazione salariale competitiva e della centralizzazione dei capitali europei a guida tedesca. Naturalmente, le sue possibilità di “successo” dipenderanno in modo decisivo da un vincolo di sostenibilità politica e sociale, non meno che dal contesto macroeconomico internazionale. Ma è bene aver chiaro in mente che, in tale evenienza, l’Italia e le periferie europee conoscerebbero un processo di mezzogiornificazione simile a quello che investì il meridione italiano nei decenni successivi all’unificazione. Al più, alcune tra le imprese presenti nelle aree ad alta concentrazione industriale, come le regioni del Nord Italia, potrebbero aspirare a ricoprire il ruolo di subfornitori a basso costo della manifattura tedesca e dei suoi satelliti. In ogni caso, si tratta di una prospettiva tutt’altro che auspicabile.

In questi giorni lo spread torna a mordere. Monti ha dato per due volte la colpa alla Spagna e per due volte si è dovuto scusare con il premier iberico. Alcuni hanno tentato di sostenere, non si sa su quali basi, che lo spread saliva a causa delle tensioni sull’articolo 18. A ben vedere però tutti gli indici macroeconomici dell’Italia continuano a peggiorare. L’austerità è solo apparentemente irrazionale e controproducente o c’è un preciso disegno?

Come Emiliano Brancaccio ed io argomentiamo nel libro, è il crescente indebitamento estero dei paesi periferici, e non il presunto lassismo fiscale dei loro governi, né la presunta rigidità della loro legislazione sul lavoro, ad alimentare gli spread. Non si deve, tuttavia, cadere nell’errore di pensare che le politiche di austerità siano l’esito di un capriccio politico, di premesse teoriche irrazionali o, peggio, di un “complotto”. Tali politiche si basano, al contrario, sul convincimento, tutt’altro che infondato e ideologico, sebbene pubblicamente inconfessabile, che la crisi e le politiche di austerità svolgano una funzione disciplinante nei confronti della forza-lavoro. Che, insomma, sia possibile ridare fiato all’export mediante un’ulteriore compressione del potere contrattuale dei lavoratori, e quindi un taglio del costo del lavoro per unità di prodotto. Dietro l’apparente irrazionalità dell’austerity si celano, dunque, uno specifico retroterra teorico (quello che nel testo riconduciamo al “paradigma della scarsità”), una precisa filosofia sociale (quella “individualista”) e un’idea ben definita di modello di sviluppo economico (al traino dalle esportazioni nette).

Molti lettori di sinistra probabilmente saranno irritati dalla critica all’austerità berlingueriana. Pur con tutti i distinguo del caso, tuttavia, è difficilmente contestabile che allora il Pci commise un errore in cui trascinò anche la Cgil. Oggi la storia si ripete in modo persino grottesco. Nei convegni e nei libri si criticano le “idee fallite” ma poi si votano manovre e riforme che sono chiaramente figlie di quelle idee. Basti pensare al pareggio di bilancio in Costituzione. Come è possibile che, pur rendendosi conto degli errori teorici alla base del liberismo, la sinistra non sia capace di dire dei no e proporre una sua alternativa? E’ il timore per il vincolo esterno? Manca nella testa dei dirigenti una elaborazione teorica alternativa?

Credo che il punto sia che i principali partiti della sinistra italiana (ed europea) hanno rinunciato da tempo alla messa in discussione dei rapporti di produzione capitalistici. In assenza di un progetto alternativo di società, la posizione assunta dal governo Monti appare l’unica via d’uscita possibile, “realistica”, dalla crisi di competitività in cui versa la nostra economia. Va da sé che si tratta di un errore che non soltanto i lavoratori, ma le stesse imprese italiane, rischiano di pagare a caro prezzo.

Riassumendo, il campo della teoria economica si può dividere in due grandi filoni. Chi come Marx e Keynes non crede nella possibilità che il capitalismo sia sempre in grado di “aggiustarsi” da solo e chi al contrario pensa che il problema è semmai l’eccesso di presenza pubblica nell’economia, l’azione dei sindacati, i monopoli e gli oligopoli, tutti fattori che distorcono i mercati. Un contributo notevole alla seconda idea è venuto da quelli che pure si definiscono “New Keynesian”. Tuttavia oggi molti di loro, diciamo l’ala progressista del mainstream, da Krugman a Stiglitz passando per Roubini e Fitoussi, sembrano aver riscoperto un pensiero più critico. Persino alcune ricerche del Fondo monetario internazionale di Blanchard mettono in evidenza che l’austerità ha effetti negativi non solo nel breve ma anche nel lungo periodo. Ma nessuno di loro ha avuto il coraggio di uscire dal mainstream, di dire “ci siamo sbagliati”, di gettare alle ortiche i libri di testo di Macroeconomia che avevano scritto.

L’autocritica, sia pure implicita e parziale, di economisti del calibro di Stiglitz e Fitoussi è un segnale importante di risveglio dal torpore ideologico degli anni Novanta, e non va sottovalutato. Certo, non è un elemento sufficiente ad aprire un dibattito vero, all’interno della comunità accademica internazionale, circa i limiti evidenti del paradigma della scarsità, e circa la necessità di garantire la sopravvivenza di una pluralità di approcci teorici in competizione tra di loro. Non credo, peraltro, che sia necessario “gettare alle ortiche” i vecchi manuali per avviare un confronto serrato su questi temi. Per fare un esempio, da alcuni giorni è disponibile in libreria “L’Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia“. In quel volume Emiliano Brancaccio mostra come sia possibile avanzare una comparazione tra approcci teorici differenti proprio a partire dal modello-base del pensiero macroeconomico dominante (quello contenuto nel celebre testo di Olivier Blanchard, appunto). L’idea di fondo è quella di far vedere agli studenti che gli esiti teorici, e dunque le prescrizioni di politica economica, a cui pervengono gli economisti mainstream, discendono da ipotesi teoriche ben definite circa la natura delle variabili incluse nel modello. Aggiustamenti anche minimi di tali ipotesi consentono, peraltro, di rovesciarne le implicazioni logiche, riportandole in linea con quelle (assai più “robuste” sul piano dell’analisi empirica) raggiunte dal pensiero economico critico.

Diversi capi di governo, tra cui Monti (ma non Merkel e Sarkozy), hanno inviato una lettera alla Commissione Europea chiedendo misure per la “crescita”. Leggendola sembra che il focus sia molto orientato verso l’apertura del mercato interno e accordi di libero scambio con l’Asia. Ma non è proprio l’eccessiva libertà dei capitali una delle origini della crisi?

Sì, è così. Nel caso di paesi quali l’Irlanda e la Spagna, proprio l’afflusso massiccio prima, e il deflusso altrettanto imponente poi, di capitali esteri può, anzi, essere considerato il principale fattore di crisi. Quanto ai rapporti di scambio con i paesi asiatici, non mi farei troppe illusioni: tali economie sono destinate a svolgere ancora a lungo il ruolo di esportatrici nette di manufatti verso il resto del mondo. L’eventuale afflusso di capitali verso i paesi dell’Eurozona sarebbe, dunque, l’esito dei surplus commerciali realizzati dai paesi asiatici ai danni degli stati-membri dell’unione e “riciclati” in attività denominate in Euro. Tuttavia, proprio l’esperienza di Irlanda e Spagna dovrebbe aver insegnato che una crescita sbilanciata, “drogata” dagli investimenti esteri e caratterizzata da squilibri crescenti nella bilancia dei pagamenti, finisce alla lunga per rivelarsi unboomerang. No, quello che ci vuole non è un ulteriore allentamento dei vincoli alla circolazione dei capitali. Al contrario, è di un “motore interno” dello sviluppo economico e sociale, nonché di un vero e proprio sistema di “repressione dei mercati finanziari”, che le classi lavoratrici europee (e lo stesso sistema produttivo dell’Eurozona) hanno bisogno.

Lo squilibrio delle bilance commerciali, con la Germania che esporta e la “mezzogiornificazione” dei paesi periferici sono tra i problemi all’origine del perdurare della crisi in Europa che indicate nel vostro libro. In molti sostengono che l’unica soluzione sia “più Europa”, anche tra coloro che invocano maggiore intervento pubblico in funzione anticiclica. Eppure il bilancio UE è una miseria: solo l’1% del PIL dell’Unione e tendenzialmente in calo. Se ne esce con “più Europa”?

Dipende da come quello slogan viene declinato. Se “più Europa” significa un ripensamento radicale dei principi ispiratori dell’unione monetaria, che assegni alle autorità pubbliche (statuali e sovrastatuali) il ruolo di indirizzo e di intervento diretto su volume e composizione della produzione, di garanzia del pieno impiego della forza-lavoro, di segmentazione dei mercati finanziari, e di adozione di meccanismi che garantiscano, ad un tempo, un incremento della quota dei redditi da lavoro e l’aggiustamento degli squilibri esteri, allora si tratta di uno slogan condivisibile. Se, invece, si intende, come pare più probabile, una ristrutturazione del sistema produttivo europeo ad uso e consumo del capitale tedesco, allora meglio un’uscita pilotata dall’Euro, coordinata con gli altri paesi periferici (e con la Francia) e accompagnata da una revisione degli stessi accordi di libera circolazione dei capitali e delle merci.

La pianificazione economica è un concetto che rivalutate esplicitamente nel libro. Ma quale forma dovrebbe prendere? Se ad esempio guardiamo ai paesi emergenti i modelli di intervento pubblico sono piuttosto differenti, si va da un vastissimo “capitalismo di stato” in Cina alla “socializzazione dell’investimento” tramite una banca di investimenti pubblica in Brasile. E’ in mezzo a questi casi di successo che dovremmo pescare buone idee? Abbiamo anche da riguardare in modo critico un abbandono frettoloso dell’economia mista da parte delle socialdemocrazie europee?

Discutere oggi di “pianificazione economica” significa, anzitutto, riaprire il dibattito circa la necessità di garantire un controllo democratico su “cosa, quanto e come produrre”. Il fine è di porre un freno ai disastri sociali, economici ed ambientali prodotti dalla logica del capitale. Naturalmente, sarebbe non soltanto ingenuo, ma del tutto velleitario ed inconcludente, discettare di “piano” in termini meramente ideali ed astratti. È, infatti, evidente che le forme “concrete” della pianificazione debbano essere declinate sulla base della complessa articolazione delle economie e delle società europee, della loro collocazione specifica nell’ambito della catena internazionale del valore, e dei relativi rapporti di classe. Il punto di partenza della nostra riflessione è, comunque, la convinzione che il ruolo del settore pubblico non possa essere ridotto a quello di “ancella” del capitale finanziario ed industriale. Piuttosto, è necessario ridimensionare pesantemente il ruolo dei mercati finanziari mediante l’introduzione generalizzata di strumenti di controllo sui movimenti di capitale. È questa, infatti, la precondizione per l’attribuzione al settore pubblico del ruolo di creatore “di prima istanza” di occupazione. L’obiettivo è quello di indirizzare la produzione verso quelle basic commodities che maggiormente incidono sul progresso materiale e civile della società, e la cui produzione non può essere lasciata alla logica del profitto privato. È questa, e non l’illusione dei “beni comuni”, la vera sfida politica con la quale i movimenti e le organizzazioni della sinistra europea dovranno misurarsi nel prossimo decennio.

(da keynesblog.com, 23 aprile 2012)

Il libro (è possibile scaricare l’introduzione e il primo capitolo)

Sito web di Emiliano Brancaccio

Sito web di Marco Passarella




L’attacco alla democrazia in Europa

Il 6 febbraio 2014, Centro studi Piero Gobetti“L’attacco alla democrazia in Europa” a partire dal libro del sociologo Luciano Gallino “Il colpo di stato di banche e governi” (Einaudi 2013).  Con: Luciano Gallino, Pietro Polito, Antonio Caputo, Massimo L. Salvadori e Francesco Sylos Labini.