Oltre l’euro, ripensando la democrazia*

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Mar_mediterraneo_01Se il consenso sulla gravità della crisi economica che attanaglia l’eurozona – e che non accenna affatto a migliorare – appare ormai unanime, gli orientamenti sul come porsi di fronte all’insostenibilità della moneta unica e al rischio di una sua implosione, sono tutt’altro che univoci. Ma capire la portata di ciò che differenzia tali orientamenti è diventato dirimente per stabilire se e quali saranno gli spazi ancora percorribili per la realizzazione di un “progetto” europeo su base democratica, all’interno o al di fuori del presente quadro istituzionale dell’Unione europea e della più specifica e “vessatoria” Unione economica e monetaria. Chiunque elabori ricette di contrasto alla crisi dell’euro, è costretto infatti a confrontarsi con le drammatiche conseguenze che le politiche di austerità hanno prodotto sulla vita di milioni di cittadini europei, mettendo in discussione tutti i presupposti solidaristici su cui era stata pensata l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale, e sferrando un duro colpo ai diritti di libertà e ai diritti sociali fondamentali, a cominciare da quello al lavoro.

Senza esplicitare i contorni di un disegno europeo radicalmente alternativo a quello presente, il dibattito sull’euro è destinato a essere, se non sterile, poco più che un feticcio. Appurata l’insufficienza dell’assetto istituzionale dell’Unione europea e ancor più smaccatamente dell’Unione economica e monetaria – così come pensate dal Trattato di Maastricht e poi concretamente attuate – rispetto al verificarsi di crisi finanziarie, la questione centrale rimane quella di chiarire che il “progetto europeo” ha sostanzialmente smarrito, tra i suoi obiettivi, la ricerca della convergenza e della coesione delle economie dell’area, mai concretamente perseguite; con ciò compromettendo l’autonomia dei singoli Stati membri e le decisioni dei rispettivi governi e parlamenti.

In assenza di tale preliminare chiarimento e presa di coscienza, perde di valore il senso ultimo di qualunque proposta, sia in un quadro di riforma dell’euro sia in quello di un suo superamento.

Le profonde divergenze economiche che si sono innescate tra i diversi Stati membri, e soprattutto tra aree del nord e del sud dell’Unione, sono il risultato del peggioramento di preesistenti debolezze delle strutture produttive, non correggibili nel gioco del libero mercato e dei parametri dell’euro e men che mai superabili attraverso politiche di austerità, il cui effetto è solo quello di deprimere l’attività del sistema economico.

Il superamento di tali divergenze non si iscrive infatti nelle logiche dei meccanismi di autoregolazione dei mercati basate sulla flessibilità dei prezzi, ma nella pratica di politiche economiche attive mirate a incidere sulla ricomposizione dell’offerta dei diversi paesi, privilegiando produzioni più competitive sotto il profilo della qualità. Tanto le posizioni favorevoli al mantenimento dell’euro, quanto la gran parte di quelle che vedono in un abbandono della moneta unica essenzialmente la possibilità di agire sulla leva del cambio, svalutandolo, sono orientate, invece, a enfatizzare il ruolo della competitività di prezzo a spese dei salari e dei lavoratori, da un lato, e a beneficio del capitale impiegato in usi finanziari, dall’altro.

La crisi dell’eurozona e il dibattito che intorno a essa si è sviluppato sono dunque chiaramente paradigmatici di un processo di consolidamento del pensiero di marca liberista o “neoliberista”, il cui fallimento – come il prodursi della crisi internazionale dimostra – lungi dall’averne messo in crisi i presupposti, ha prodotto nuove e più drammatiche reazioni di conservazione. La narrazione secondo cui l’esplosione dei debiti sovrani che ha destabilizzato l’Unione monetaria trae origine da una condotta scellerata della spesa pubblica e non dai salvataggi bancari, rappresenta un primo importante tassello di questa reazione, che ha legittimato da subito le politiche di austerità. In tale contesto si rafforza il ruolo dei poteri tecnocratici – sostenitori della visione mercatista – nell’applicazione di norme e vincoli che riducono in crescendo i margini di autonomia delle politiche di intervento dei governi, indebolendo sempre più gli spazi di democrazia, all’interno degli Stati e nelle relazioni tra questi ultimi, con ciò causando gravi squilibri, come riportato da tutti gli indicatori economici, particolarmente significativi quelli tra la Germania, da una parte, e i paesi dell’area mediterranea, dall’altra (cfr.la Mezzogiornificazione dell’Europa del sud evocata spesso da Emiliano Brancaccio, riprendendo un articolo di Paul Krugman).

L’accentuazione delle divergenze economiche e la conseguente centralizzazione dei capitali che da ciò deriva, rafforza a sua volta il potere di influenza degli Stati più forti (Germania in primis), lasciando possibilità sempre più ridotte per una possibile svolta negli indirizzi di politica economica all’interno degli organi Ue e Uem, Commissione europea e Bce in testa, così come, e ciò risulta ancor di più grave, dei singoli Stati membri. Questo processo di deriva ha investito in misura crescente il blocco economico mediterraneo, coinvolgendo, significativamente, paesi come la Francia e l’Italia, che, fino a non molti anni fa occupavano un ruolo centrale nell’Europa comunitaria.

Ma il processo di avvitamento della recessione europea e la difficoltà di prefigurare un rilancio economico se non per via della flessibilità dei prezzi nel gioco del libero mercato, sono anche la dimostrazione più palese del fatto che la crisi alla quale stiamo assistendo ha profonde radici culturali e politiche, e che in assenza di una piena considerazione di queste ultime risulta impossibile concepire reali alternative allo status quo.

Ciò dimostra la necessità di scardinare i pilastri del pensiero egemone “neoliberista” riportando al centro del dibattito le questioni della democrazia, del socialismo nel suo senso più ampio di alternativa al capitalismo, dello sviluppo dell’economia reale e del ruolo del pubblico e del lavoro nel processo produttivo, in alternativa al primato acquisito dal capitale finanziario nelle dinamiche in atto.

Ciò significa, dunque, recuperare il senso di politiche di intervento pubblico che coniughino rilancio qualitativo della base produttiva e salvaguardia del lavoro, creando, preliminarmente, un saldo ancoraggio dei salari a opportuni standard per frenare la slavina deflazionistica e la caduta della domanda.

Per contrastare la mezzogiornificazione dell’Europa del sud è urgente e necessario invertire la rotta, culturale, politica ed economica, all’interno di ciascun paese e nelle relazioni bilaterali e intergovernative tra Stati, e a cascata, eventualmente, – pur con tutte le innumerevoli perplessità che derivano dall’osservazione del caso della Grecia, e le difficilissime trattative da questa condotte con la Troika in questo periodo – nelle sedi degli organismi Ue-Uem.

Le scelte politiche ed economiche adottate nell’ultimo venticinquennio dai grandi attori del capitale transnazionale (Usa, Imf, Wto, World Bank, G-8, Ue), sono state infatti recepite a tamburo battente dagli organismi comunitari di Bruxelles e dagli Stati europei, portando l’Europa alla più drammatica crisi economica e sociale da un secolo a questa parte, alla quale si somma un’altrettanto grave e crescente crisi democratica, mentre mai gli schieramenti politici d’Europa, con poche lodevoli eccezioni, sono stati così indistinguibili tra di loro (c.d. destra, c.d. sinistra, c.d. liberaldemocratici, c.d. socialisti).Parallelamente, per non rendere vana ogni seria prospettiva riformatrice, intra o extra Ue, è prioritario concentrarsi sulla costruzione di una nuova alleanza popolare dei paesi mediterranei che miri a contrastare, con risolutezza, la politica egemonica e dominante condotta dalla Germania.Le recenti elezioni greche hanno visto prevalere le forze di una nuova sinistra popolare (al di fuori della c.d. Internazionale socialista, quest’ultima da tempo non breve parte attiva nelle politiche liberiste e oramai pallido ricordo dell’internazionale dei lavoratori), subito dopo alleatasi con un pezzo di borghesia nazionale, che potrebbero costituire – e questi prossimi mesi ce ne daranno risposta – un primo segnale di discontinuità in tal senso, con possibili evidenti implicazioni geopolitiche e nelle stesse sfere di influenza (si pensi alle possibili aperture, già in parte accennate, ad attori internazionali quali la Cina e la Russia), in attesa dei risultati delle prossime elezioni in Spagna e nel Regno Unito.

Per uscire dal tunnel, in pratica, si renderà necessaria una vera e propria “sovversione democratica” contro i nuovi e vecchi “gattopardi” nazionali e continentali, oltre che contro i neonazionalismi xenofobi in preoccupante ascesa di consensi, finalizzata a un’inversione di rotta: nelle politiche economiche, monetarie, del lavoro e nelle prerogative degli Stati, affinché si riaccentrino in questi ultimi le più importanti decisioni politiche, che solo successivamente dovranno essere condivise, in condizioni di parità e con mutuo riconoscimento, con gli altri paesi europei, in primis quelli mediterranei.

Un ritorno alla democrazia, dunque, nel rispetto del suo fondamento primo, l’autonomia. Di questo c’è assoluto bisogno, nel suo più ampio senso emancipativo, che, nella seconda metà del Novecento, in buona misura si inverò nel costituzionalismo democratico sociale. Un recupero che inverta tendenze regressive come quelle che emergono dall’ultratrentennale impietosa disapplicazione (o implicita abrogazione) delle norme e dei principi contenuti nella prima parte (dei principi fondamentali) e in quella economica e sociale della Costituzione italiana (artt. 1, 3, 4, 35), nel confronto politico, culturale e giurisprudenziale del nostro paese con la politica Ue, e con il diritto e le decisioni giurisprudenziali, della Corte di giustizia Ue e della Corte europea dei diritti dell’uomo, e che costituiscono la prova provata della necessità di ripensare la democrazia sulla base di una ritrovata autonomia e indipendenza, oltre gli steccati regressivi e autoritari dei Trattati.

DANIELA PALMA E ROBERTO PASSINI

* Questo articolo è stato elaborato all’interno dell’Associazione Hyperpolis per un’analisi della crisi che ha colpito l’Europa e tutto il mondo occidentale.

(Il Ponte, Aprile 2015)

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