Scenari della “grande frattura”

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Scenari della “grande frattura”

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Di Andrea Zhok, 10 aprile 2020

Assistere ad un evento di portata storica, sapendo che è tale, è un privilegio raro. Spesso gli eventi storici si celano sotto spoglie oscure e solo a posteriori si scopre che una soglia decisiva è stata passata. Nel caso dell’epidemia di Covid-19 possiamo dire con ragionevole certezza che si tratta di una soglia storica decisiva, che si sta dispiegando davanti ai nostri occhi. 

Il privilegio di questa nostra posizione è che di principio potremmo esercitare qualche influenza sul percorso: oggi si fa la storia.

Nell’analisi storica, anche della storia corrente, previsioni e profezie sono roba da scommettitori, ma ciò che si può esaminare razionalmente sono le tendenze di fondo. E dunque, quali tendenze possiamo rintracciare negli eventi cui stiamo assistendo?

1) Il mondo di ieri

L’irruzione dell’epidemia sul palcoscenico mondiale ha creato le condizioni per una planetaria rottura dell’inerzia, un brusco risveglio. Le coscienze occidentali hanno vissuto nell’ultimo mezzo secolo in una dimensione di artificio crescente, con l’opprimente impressione di abitare un vortice in perenne accelerazione e senza via d’uscita. Il processo noto come “globalizzazione” (o più correttamente, “seconda globalizzazione”, dopo quella che precede la prima guerra mondiale) è stato presentato con i caratteri di un ‘destino ineluttabile’. È stato così presentato costantemente e ricorrentemente dall’intellighentsia progressista, liberale, neoliberale, ma anche dalla maggior parte dei sedicenti ‘conservatori’.

Gli anonimi ed anonimizzanti processi della globalizzazione, governati dai ferrei meccanismi di autoriproduzione del capitale, sono stati dipinti dai loro cantori come una grande avventura espansiva ed emancipativa. Il trionfo della ragione liberale si è espresso nell’ideologia dell’abbattimento dei confini, della rottura dei limiti, del trasgressivismo delle regole, della liquefazione delle identità individuali e collettive. Le necessità interne dei meccanismi di capitale, che richiedevano la massima mobilità di merci, forza lavoro e capitali, sono state dipinte con i colori brillanti della ‘liberazione’, con le tinte euforizzanti del ‘movimento’, e con il sistematico discredito delle strutture permanenti, dell’identico, dello stanziale, dello ‘stato’ sia in senso fisico che politico.

Questa narrazione è stata così dominante ed omogenea da far passare le richieste di porre un freno a quelle dinamiche disgregative come propriamente inconcepibile, utopica, finanche ridicola. Chi sollevava il problema era guardato con sconcerto da greggi di intellettuali a gettone, indaffarati a nuotare nel senso della corrente. Non che non fossero riconosciuti punti di rottura e marcescenza nel percorso storico in dispiegamento, ma di essi ci si occupava con rituali compiaciuti e comodamente mediatizzabili, come i Fridays for Future, o le kermesse ambientaliste – sponsorizzate da oligarchi dell’industria, con ospiti e catering da tutto il mondo – per esprimere riprovazione ad uso delle telecamere contro gli eccessi dell’industrializzazione e della globalizzazione. Di quando in quando qualcuno favoleggiava di ‘decrescita’, ma rigorosamente ‘felice’ e, soprattutto, riservata ai poveri. 

Tutto questo accadeva ieri.   

Poi, in questo mondo abituato a relazionarsi ad ogni realtà in forma di negoziazione, dove tutto ha il suo prezzo, è emerso un soggetto dalle preferenze non negoziabili: un virus.

Non era naturalmente la prima volta che il sistema mostrava paurosi scricchiolii. Erano passati poco più di dieci anni dalla più grave crisi finanziaria del dopoguerra. Ma si trattava appunto di una crisi finanziaria, dunque di qualcosa che rientrava per definizione sul piano della ‘negoziabilità’. Si era intervenuti quel tanto che bastava per un ritorno in grande stile al business as usual. Dopo aver cullato per qualche settimana l’idea che ‘non si potesse andare più avanti così’, una volta passata la paura ai vertici della catena alimentare, tutto è andato avanti esattamente come prima, solo con qualcuno più povero e qualcuno più ricco.

Così, una crisi che era nata da decisioni politiche americane, dall’azzardo morale di istituti di credito multinazionali, e dalla più sordida speculazione finanziaria è stata trasferita in un batter d’occhio in debito pubblico degli stati democratici e in colpevolizzazione dei popoli, chiamati a ripianarli. Il tutto senza colpo ferire. Le servitù mediatiche di tutto il mondo si sono affaticate nello spiegare ai propri cittadini come dovessero farsi carico di quell’onere, come dovessero portare quelle catene, perché se le erano meritate. La complessità dei meccanismi finanziari, la loro natura remota ed arcana ai più aveva fatto il resto, permettendo di convincere i popoli, un po’ ovunque nel mondo, che quei debiti, contratti per tenere in vita istituti finanziari ‘too big to fail’ e per contrastare ondate speculative di squali di professione, erano colpa di Mario il barista, di Emma la parrucchiera, di Giacomo il maestro elementare, tutti vissuti al di sopra delle proprie possibilità. 

E questi hanno annuito e si sono chinati a portare il basto, che neanche i ‘cafoni’ di Fontamara. 

Poi l’imprevisto. Un’epidemia, anzi una pandemia. 

E questa volta non sembra così facile spiegare a Mario, Emma e Giacomo che è colpa loro. 

Ma comunque ci proveranno, anzi ci stanno già provando. Sentiamo già mormorare, a seconda delle situazioni, che la colpa è/sarà dei debiti pregressi (come quelli della crisi subprime), o dei sistemi sanitari meno efficienti (quelli stroncati a colpi di privatizzazioni e tagli), o di strategie di contenimento meno efficienti (capita a chi si perde tra donne e vino, come usuale tra i PIGS, secondo il presidente Dijsselbloem). E col tempo certamente verranno fuori altri ingegnosi capi di imputazione, cui la servitù mediatica darà giusta eco. 

2) L’epoca delle scoperte

Oggi, tuttavia, le dimensioni colossali della crisi, la sua origine naturale e il suo carattere globale, limitano la capacità di ricorrere a espedienti che ne camuffino la natura.

Accade, perciò che si comincino a fare alcune scoperte.

Si è scoperto d’un tratto che gli stati nazionali, quegli ‘orpelli inutili e superati dai tempi’, sono proprio l’unica cosa che può proteggere le popolazioni davanti a problemi non negoziabili privatamente sul mercato e non trasferibili a terzi con un magheggio finanziario. Per decenni quando alcuni facevano sommessamente notare che non esistevano altri ordinamenti rispetto agli stati nazione che rispondessero al popolo, e che potessero aiutarlo in una situazione di necessità, frotte di astuti progressisti ribattevano sprezzanti con accuse di arretratezza culturale, oscurantismo, populismo. 

Si è scoperto, di passaggio, che quei famosi stati, fino a ieri obsoleti, inutili e impotenti di fronte allo strapotere dei mercati, possono con una parola bloccare le merci in transito destinate ad altri paesi, chiudere le frontiere, convertire produzioni private a finalità socialmente utili, e chiudere in casa 4 miliardi di persone sul pianeta. Basta siano motivati a farlo.  

Si sta scoprendo (qui con qualche fatica in più) che il denaro è uno strumento, prodotto e messo a disposizione come medio di scambio e riserva di valore dagli stati. E che perciò esso può essere messo a disposizione a costo zero nella quantità ritenuta utile alle operazioni economiche correnti. Questa scoperta è quella che viene più duramente ostacolata, perché una volta che l’idea fosse passata, milioni di persone che hanno vissuto per anni impiccate ad un raffreddore dei mercati, potrebbero reagire con le immortali parole del ragionier Fantozzi Ugo, illuminato da letture eversive nel suo sottoscala: “Ma allora m’han sempre preso per il culo.”

Già. Perché per anni hanno tagliato l’istruzione, il welfare, la sanità pubblica, la ricerca, le pensioni, hanno lasciato in strada lavoratori e piccoli imprenditori, hanno distrutto il tessuto produttivo, hanno costretto all’emigrazione centinaia di migliaia di persone, il tutto per la semplice ragione, si diceva, che non c’era alternativa: non c’erano soldi. E guai ad alzare la testa a chiederli. Perché allora ti spiegavano che i mercati (cioè i detentori di grandi capitali privati) avrebbero perso fiducia in noi, e sarebbero saliti gli interessi su debito. E oggi si inizia a scoprire, così, di passaggio, come fosse un dettaglio, che sia l’erogazione di credito che lo spread sono controllati dalle Banche Centrali. E quelli che per anni hanno sostenuto menzogne, muti. Ora si occupano di altro. 

Ma non solo.

Si sta scoprendo che scommettere le carte della propria economia su filiere produttive lunghissime e fortemente internazionalizzate è un fattore di fragilità. A chi in passato lo faceva notare si rispondeva con la retorica di: “Allora vuoi l’autarchia?” Come se la scelta fosse tra far cucire palloni a bambini pakistani con pelli importate dall’Argentina per risparmiare un centesimo, o sigillare i confini versione Corea del Nord. 

Si sta scoprendo che scommettere le proprie carte migliori sulle esportazioni, sacrificando i mercati interni espone a paurosi contraccolpi ad ogni crisi internazionale. Finora, infatti, figuravano come paesi ‘virtuosi’ quelli che erano disposti a contrarre i salari all’interno per far guadagnare competitività alle proprie esportazioni. Era un dettaglio, naturalmente, che tale virtù, quando universalizzata, comportasse semplicemente una compressione di tutti i salari a livelli di sussistenza e generasse crisi di sottoconsumo, da far scontare di nuovo ai lavoratori, licenziandoli.

Si sta scoprendo che l’unica ricchezza reale è il lavoro della gente, il loro ingegno, la loro volontà, e che il denaro è solo un mezzo per agevolare il funzionamento della divisione del lavoro, ma che senza poggiare sul lavoro umano è letteralmente nulla, un numero su un conto, un pezzo di carta. Se non hai medici e infermieri non li puoi comprare. Se non hai scoperto una cura, non la trovi sul mercato. Se la gente fosse quella che gli economisti pensano sia, invece di avere medici in pensione che tornano al lavoro rischiando la vita, avresti medici in servizio che si danno malati in massa.

E infine si sta scoprendo qualcosa di semplice, impalpabile, ma forse decisivo: si sta scoprendo che quello che sembrava un meccanismo universale capace di triturare ogni cosa, un destino inciso nell’acciaio di immensi ingranaggi storici, può essere spazzato via in un momento. Nonostante l’immane tragedia, nonostante gli angoscianti pronostici sulle ristrettezze future, nonostante la condanna agli arresti domiciliari, circola in queste terribili settimane una atmosfera vitale. Dopo tanto tanto tempo in cui vigeva solo la cappa di un sistema senza alternative o vie di fuga, dove potevi anche sapere che stavi devastando il pianeta e la salute dei tuoi figli, ma non importava, perché l’inesorabilità del meccanismo non poteva essere messa in discussione. Questa crisi forza gran parte del mondo ad una pausa di riflessione. E nelle pause di riflessione accade che molte persone che di solito non hanno modo per farlo, inizino a pensare. E non c’è cosa più minacciosa per un’organizzazione sociale ed economica come quella del capitalismo avanzato di una popolazione che esca dal circolo compulsivo delle richieste di sistema e si dia il tempo di guardare sentieri laterali.

3) Opportunità e rischi

L’attuale crisi presenta opportunità molto particolari. Quasi tutte le grandi crisi hanno un carattere asimmetrico, colpendo alcuni paesi e non altri, alcuni gruppi e non altri. La crisi innescata dalla pandemia Covid-19 colpisce in maniera straordinariamente equanime tutto il mondo. La principale asimmetria è rappresentata dalle capacità di reazione dei singoli paesi, e finora l’unico paese che sta ottenendo un vantaggio comparativo dalla crisi è la Cina, grazie alla sua economia mista e al forte controllo sociale; tuttavia anche la Cina risulta duramente colpita nella sua vocazione all’export.

3.1. Le opportunità

Il fatto che la presente crisi sia una crisi che colpisce tutti simultaneamente fornisce una grande opportunità, ovvero quella di allentare per una volta le forme di ragionamento di tipo strettamente competitivo cui ci siamo vincolati. Questa è perciò una grande occasione per far recedere i meccanismi della globalizzazione neoliberale avviati mezzo secolo fa.

La rinnovata centralità di un’iniziativa statale estranea alla logica del mercato è uno dei caratteri dominanti di questa crisi. Gli stati occidentali sono stati obbligati ad uscire dalla propria autoinflitta letargia e appaiono come enti che devono rispondere alle esigenze della propria popolazione. La violenza di queste esigenze e la loro generalità, che non le circoscrive a certi gruppi o certe classi, rende le richieste potenti ed ineludibili.

Al contempo l’effetto paradossale di questa crisi è quello di esplicarsi come una sorta di ‘sciopero generale’ mondiale: esso porta in prima luce la strutturale superiorità ontologica della funzione ‘lavoro’ rispetto alla funzione ‘capitale’. Anche questa condizione rappresenta un terreno favorevole per rovesciare le sorti di quella ‘guerra di classe’ vinta dal capitale sul lavoro nell’era neoliberale.

La pressione globalista è stata stroncata e ci metterà molto tempo a riprendersi. La libera mobilità di merci e persone è già ostacolata di fatto e lo sarà per un lungo periodo. E l’esperienza fatta raccomanderà tutti i paesi a contenere la tendenza alla dilatazione infinita delle catene di produzione e consumo a livello mondiale: una tendenza a ricondurre attività produttive e forniture essenziali nei confini nazionali troverà nuovo spazio. 

La grande questione è se qualcuno avrà il coraggio di rimettere il guinzaglio alla piena libertà di movimento dei capitali. Per il momento i capitali, in grazia della loro natura virtuale, elettronica, non hanno alcuna difficoltà a muoversi. Tuttavia il loro ruolo non appare in primo piano a causa della globalità simultanea della crisi, che ostacola l’esercizio dei propri arbitraggi, delle proprie speculazioni unilaterali. Essi tuttavia rimangono in agguato e riprenderanno rapidamente lena non appena la natura livellatrice della crisi lascerà il posto a quella competitiva della ripresa. La battaglia per ‘rimettere il genio nella lampada’, per ripristinare controlli sui movimenti da capitale non è neanche avviata, eppure sarebbe forse la battaglia più importante, perché è la libertà di movimento dei capitali a spingere per mobilizzare gli altri fattori di produzione. Oggi gli stati sono stati chiamati ad intervenire sul piano finanziario al di fuori della logica di mercato e questa rottura della precedente inerzia può rappresentare un’occasione unica per riprendere il controllo politico delle transizioni finanziarie, momentaneamente tramortite dalla mancanza di sbocchi speculativi sicuri.

3.2. I rischi

In questo contesto si affacciano tuttavia anche rischi enormi. Mezzo secolo di depoliticizzazione ha ridotto ai minimi termini le capacità di organizzazione di partiti e istituzioni democratiche. Le possibilità che le persone trovino una qualche risposta politica organizzata nella sfera della politica istituzionale sono basse. Questo sarebbe il tempo ideale per politiche di impronta socialista fondate nel protagonismo delle nazioni, ma di fatto il socialismo è scomparso dal menù politico disponibile in occidente. I pochi partiti che hanno ancora mantenuto, per nostalgia o inerzia, un riferimento alla nozione di socialismo si sono da tempo trasformati in partiti liberali, talvolta senz’altro neoliberali.

Sotto queste premesse la possibilità che il dolore e l’oppressione crescente dei popoli, che l’ondata di disoccupazione che investirà il pianeta, trovino orecchie disposte all’ascolto, è bassissima. E questo è un grave problema, giacché mancate risposte in una situazione che mette letteralmente a repentaglio la sussistenza di decine di milioni di persone può facilmente travalicare in esplosioni scomposte, in atti di distruzione disorientati e disorientanti. Il pericolo è reale, perché una popolazione esasperata e incapace di farsi sentire con mezzi istituzionali finisce inevitabilmente per prodursi in riedizioni aggiornate di quel grande classico che furono le rivolte dei contadini impoveriti dopo le carestie. Ma quei precedenti storici ci indicano anche come ogni moto di rivolta senza un’agenda politica finisca necessariamente per suscitare presto o tardi un’ondata di paura e un riflusso repressivo e securitario, riflusso che oggi, anche grazie ai mezzi tecnologici disponibili, avrebbe un carattere di nuova e inaudita pervasività. 

Quest’ultima prospettiva non va affatto intesa, come spesso accade in interpretazioni libertarie meccaniche e stantie, come un ‘piano’ del ‘potere’ per ‘opprimere il popolo’. Qui il meccanismo da temere è molto meno machiavellico e più collaudato: da sempre le pulsioni disgregative, implicite nella natura della ragione liberale, finiscono per produrre cicliche tensioni repressive. L’anarcoindividualismo, cui la ragione liberale per essenza tende, non è un materiale umano adatto per costruire alcuna società, in quanto distrugge ogni consenso partecipativo e ostacola l’introiezione di regole e valori condivisi.  Questa tendenza disgregativa finisce per richiamare facilmente all’esercizio del controllo violento, che risparmia solo quel tanto di libertà utile alle finalità economiche. Questa dinamica si è manifestata in maniera chiara sin dagli albori della ‘rivoluzione neoliberale’ (preclari gli esempi di Margaret Thatcher e Ronald Reagan). Ma oggi, di fronte alla prospettiva di una rottura dell’ordine sociale di potenza inedita e di dimensioni senza precedenti, il rischio di portare una parte del popolo a chiedere repressione e controllo sarà estremamente elevato.

Va infine osservato che, anche se non si dovesse arrivare ad una crisi di questo tipo, cioè ad un ciclo esplosione-repressione, con successivo esacerbamento del controllo sociale esterno, in ogni caso la prospettiva di medio periodo legata al controllo della pandemia indurrà necessariamente una crescita dei sistemi di sorveglianza su contatti e spostamenti. È importante comprendere che questo accresciuto ruolo di controllo sociale esogeno può essere tollerabile e tollerato solo in una cornice in cui esso non viene messo al servizio delle istanze economiche e competitive cui siamo stati abituati negli ultimi decenni. 

La combinazione tra sorveglianza sociale (con correlato potenziale repressivo) e mantenimento di un’agenda politica dettata dall’interesse economico privato condurrebbe rapidamente ad una forma di vita degna delle peggiori distopie della narrativa e della cinematografia. 

Questo significa che la crescita del controllo sociale è tollerabile solo in presenza di una simultanea subordinazione della sfera economica privata all’interesse pubblico. Un mondo in cui i cittadini fossero tecnologicamente sorvegliati mentre grandi aziende e multinazionali possono agire secondo l’usuale agenda autonoma rivolta all’accrescimento del profitto, finirebbe naturalmente per fare delle seconde l’unico soggetto politico reale. Le funzioni di sorveglianza e controllo sarebbero unilateralmente asservite alle istanze anonime della produzione di profitto. Questo scenario rappresenterebbe un incubo persino peggiore dei drammatici processi di desocializzazione e sfruttamento dell’era neoliberale.

Lo Stato non può rispondere simultaneamente e parallelamente all’interesse generale, al ‘demos’, e all’interesse privato di un’industria motivata dai meccanismi di autoriproduzione del capitale. Una delle due istanze deve avere la priorità sull’altra. Solo un esercizio di controllo e indirizzo delle grandi unità produttive nel nome dell’interesse pubblico (delle volontà democratiche) potrà essere compatibile con un’accresciuta sorveglianza sulla cittadinanza. Il che può essere anche espresso dicendo che il bivio cui ci pone l’orizzonte delle scelte presenti è quello tra una prospettiva di impianto socialista, che subordini l’interesse economico a quello pubblico, coordinato da uno stato democratico, e un incubo distopico in cui lo stato esercita il controllo sociale utile al perseguimento dell’interesse economico di una manciata di grandi attori privati.  

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