L’appello: superare il Fiscal compact per un nuovo sviluppo europeo

Entro il 2018 i paesi dell’Unione dovranno decidere se inserire il Fiscal compact nei trattati UE. In Italia la discussione su questo passaggio è quasi totalmente assente e si rischia, come in altre occasioni, che le decisioni vengano prese senza alcun dibattito. Da questa constatazione nasce l’appello che pubblichiamo qui di seguito.

Viviamo in un periodo di vera e propria emergenza europea, anche se ben pochi sembrano accorgersene. C’è una scadenza imminente a cui la stampa e la politica italiane non dedicano alcun risalto, ma che ha invece un rilievo economico e sociale enorme. L’art. 16 del Fiscal Compact (o Patto intergovernativo di bilancio europeo) stabilisce che entro cinque anni dalla sua entrata in vigore (ovvero entro il 1° gennaio 2018), sulla base di una valutazione della sua attuazione, i 25 Paesi Europei firmatari – tra cui l’Italia – siano tenuti a fare i passi necessari per incorporarne le norme nella cornice giuridica dei Trattati Europei.

A più riprese espressioni di insofferenza nei confronti del Patto sono state manifestate da parte di politici italiani di varia estrazione; e giuristi attenti alla legislazione comunitaria hanno denunciato che il Patto sarebbe contrario agli stessi principi sanciti dai Trattati Europei, e dunque in nessun modo incorporabile in essi. Peraltro già nel 2013, su iniziativa italiana, il Financial Times aveva pubblicato il “monito degli economisti“, firmato da alcuni dei più noti economisti viventi, che descriveva l’unificazione monetaria come un esperimento destinato a implodere a meno di una profonda rivisitazione del quadro di regole, tra le quali quelle previste dal Patto.

Il dibattito italiano sull’integrazione del Fiscal Compact nei Trattati Ue è dunque relativamente sporadico rispetto all’urgenza della scadenza ormai prossima, ma al tempo stesso acceso e radicale. Non sembra sia diffusa né tantomeno consolidata un’analisi approfondita del suo effettivo funzionamento e dei risultati prodotti, che pure è necessaria per realizzare quella valutazione della sua attuazione che dovrebbe costituire la precondizione per la modifica ai fini di un’eventuale quanto inopportuna integrazione.

Non intendiamo sostituirci agli organi politici che hanno il mandato di effettuare la valutazione, ma ci preme sottolineare alcuni aspetti sui quali il Patto ci sembra semplicemente sbagliato e controproducente, e perciò stesso ingiustificato qualunque rafforzamento istituzionale.

Il primo punto è l’esigenza, più volte e da più parti richiamata già nei confronti del Trattato di Maastricht, di scorporare gli investimenti pubblici dal computo del disavanzo: una correzione che, rispetto alla finalità di assicurare la stabilità economica e la crescita dell’Unione, è assai più rilevante di quelle derivanti dal possibile allargamento del margine di deficit previsto dal Patto di stabilità e crescita. Tanto per citare qualche numero, l’incidenza degli investimenti sul PIL si è contratta tra il 2007 e il giugno 2017 di circa 2 punti percentuali nella media dell’Unione, più di 3 nell’Eurozona, quasi 5 punti in Italia, 10 in Spagna, e 17 in Grecia. Anche al di là del dibattito sull’entità dei moltiplicatori, è ormai chiaro a tutti che in una fase di crisi gli Stati nazionali hanno il dovere di sostenere, con il conforto dell’Unione Europea, l’attività dell’economia e l’occupazione con robuste misure di struttura e non solo anticicliche. Questo tipo di interventi, peraltro, va esteso fino a coprire gli investimenti pubblici in capitale umano: se non l’insieme della spesa pubblica in istruzione e ricerca, troppo vasta e articolata, almeno quella per l’industrializzazione della ricerca di base e l’occupazione di ricercatori e tecnologi.

Un secondo aspetto critico su cui è indispensabile intervenire è quello in realtà più discusso, ovvero l’obbligo di pareggio strutturale dei conti pubblici. Il principio presuppone anzitutto la regolarità e l’equivalenza in durata delle fasi positive e negative o almeno la non prevalenza delle fasi recessive, cosa che allo stato attuale dell’economia globale è tutt’altro che scontata. E richiederebbe poi modalità indiscutibili di calcolo della situazione dell’economia rispetto alla sua condizione “potenziale”. L’attuale procedura utilizzata dalla Commissione europea non risponde né all’uno né all’altro requisito, tant’è che l’OCSE stessa utilizza per il calcolo del “PIL potenziale” un computo ben differente che ad esempio, nel caso dell’Italia, porta a risultati assai più favorevoli, che il nostro Governo ha sinora inutilmente illustrato alla Commissione. Insomma, ammesso e non concesso che esista, è necessaria una procedura più ragionevole e condivisa di calcolo degli eventuali sforamenti, in assenza della quale il sospetto che si sia di fronte a ingiustificate imposizioni derivate da una “teoria” economica inconsistente, e dunque errate non solo nel merito ma anche nel metodo, non può che rafforzarsi.

Anche l’obbligo per i paesi con un debito sopra il 60% del PIL di ridurre l’eccedenza di un ventesimo ogni anno è discutibile. Quando venne istituito con il Trattato di Maastricht, il parametro del 60% non era altro che il valore medio dei paesi aderenti all’Unione. Oggi, a fronte dei risultati di crescita non certo brillanti di un quarto di secolo di politiche economiche europee, il valore medio è aumentato fino al 90%. In queste condizioni, e a fronte delle incidenze ancora maggiori che si riscontrano in Giappone e negli Stati Uniti, sarebbe ragionevole proporsi obiettivi più realistici.

Infine, nell’attuale fase di significativo alleggerimento del Quantitative Easing, l’auspicabile apertura a livello sia nazionale che europeo di una discussione seria e approfondita sul Fiscal Compact deve proporsi anche una riconsiderazione della missione istituzionale della BCE, tale da prevedere oltre a quello della stabilità della moneta anche l’obiettivo della minimizzazione della disoccupazione. Si pensi a quanto più rapida e forte sarebbe stata la ripresa dell’occupazione, e a quanto prima lo stesso sistema bancario si sarebbe rafforzato perché sorretto dal mercato anziché dalla banca centrale, se uno strumento di sostegno agli investimenti come l’esile Piano Juncker fosse stato finanziato per cifre mensili pari anche a soltanto un decimo della spesa sostenuta per il QE.

La doppia crisi che ha travolto l’economia europea nell’ultimo decennio ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che è proprio la macchina europea ad aver bisogno di profonde riforme strutturali. Riforme che, come mostrano i recenti studi effettuati nell’ambito dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, devono puntare al netto orientamento delle politiche economiche europee e nazionali verso un modello di sviluppo trainato dai salari, dai consumi interni e da nuovi investimenti, anziché verso un modello mercantilista, problematico sotto il profilo dell’equilibrio globale quanto incapace di assicurare progresso, convergenza e coesione economica e sociale all’interno dell’Unione.

Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Roberto Romano (CGIL Lombardia, Està), Leonello Tronti (Università di Roma Tre), Nicola Acocella (Sapienza Università di Roma), Pier Giorgio Ardeni (Università di Bologna), Rosaria Rita Canale (Università di Napoli Parthenope), Roberto Ciccone (Università di Roma Tre), Carlo Clericetti (Blogging in the wind), Carlo D’Ippoliti (Sapienza Università di Roma), Lelio Demichelis (Università dell’Insubria), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Sebastiano Fadda (Università di Roma Tre), Sergio Ferrari (ENEA), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Andrea Fumagalli (Università di Pavia), Domenico Gallo (Corte di Cassazione), Claudio Gnesutta (Sapienza Università di Roma), Guido Iodice (Keynes Blog), Riccardo Leoni (Università di Bergamo), Enrico Sergio Levrero (Università di Roma Tre), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Ugo Marani (Università di Napoli Federico II), Daniela Palma (Enea), Francesco Pastore (Università della Campania Luigi Vanvitelli), Laura Pennacchi (CGIL), Paolo Pirani (UILTEC), Felice Roberto Pizzuti (Sapienza Università di Roma), Vincenzo Scotti (Università Link Campus), Antonella Stirati (Università di Roma Tre), Francesco Sylos Labini (INFN), Mario Tiberi (Sapienza Università di Roma), Pasquale Tridico (Università di Roma Tre), Anna Maria Variato (Università di Bergamo), Marco Veronese Passarella (Leeds University), Gianfranco Viesti (Università di Bari Aldo Moro), Roberto Tamborini (Università di Trento), Paolo Borioni (Temple University), Domenico Mario Nuti (Sapienza Università di Roma).

 

L’appello è stato finora pubblicato anche su Economia e Politica e Keynes blog




Fiscal cosa? Perché Il fiscal compact va fermato

di Andrea Baranes

Entro la fine dell’anno, il Parlamento dovrà ratificare il Fiscal Compact. Nessuno ne parla ma qualsiasi futuro governo rischia di essere, se non commissariato, per lo meno fortemente limitato nelle proprie scelte. Il Fiscal Compact (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria), potrebbe essere infatti essere inserito nell’ordinamento giuridico europeo, divenendo giuridicamente superiore alla legislazione nazionale e rendendo irreversibili le politiche liberiste d’austerità. Ma nessuno ne parla.

Alzi la mano chi nelle ultime settimane ha visto anche solo un trafiletto o un qualche servizio televisivo menzionare il Fiscal Compact. In un clima già da campagna elettorale inoltrata, non passa giorno senza leggere di alleanze che si creano e si disfano, di questo o quell’esponente politico che passa da uno schieramento all’altro, di sondaggi e intenzioni di voto. Questo per non parlare delle infinite discussioni intorno alla possibile legge elettorale con la quale dovremmo andare a votare il prossimo anno.

Peccato che qualsiasi futura maggioranza parlamentare e qualsiasi governo dovesse insediarsi all’indomani del voto rischia di essere, se non commissariato, per lo meno fortemente limitato nelle proprie scelte. Se lo scopo principale di un governo è infatti quello di gestire e indirizzare le risorse disponibili per attuare determinate politiche, il futuro sembra verrà deciso altrove.

Entro la fine dell’anno, il Parlamento dovrà ratificare il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, meglio noto come Fiscal Compact. Tra le diverse disposizioni, questo trattato prevede l’obbligo di riportare entro 20 anni il rapporto tra debito pubblico e PIL alla fatidica soglia del 60%, uno dei parametri degli accordi siglati a Maastricht all’inizio degli anni ’90. Parametri fortemente criticati per la loro arbitrarietà, a maggior ragione perché da applicarsi indistintamente, senza considerare le specificità di un Paese, la fase economica o la situazione sociale e occupazionale.

L’Italia ha oggi un rapporto tra debito e PIL superiore al 130%. Sarebbe lungo il discorso su come si è arrivati a tale percentuale. Basti ricordare che da oltre il 120% della metà degli anni ’90, si è scesi al 103% nel 2008, per poi registrare un esplosione che è seguita, in Italia come nella maggior parte delle economie occidentali, allo scoppio della bolla dei mutui subprime. In altre parole una crisi della finanza privata il cui conto è stato scaricato su quella pubblica. Al culmine del paradosso, la prima è ripartita a pieno ritmo, inondata di soldi tramite quantitative easing e altre politiche monetarie, mentre alle finanze pubbliche vengono imposti tagli e controlli durissimi. Ancora peggio, con un ribaltamento dell’immaginario collettivo le responsabilità delle attuali difficoltà vengono addossate ai debiti pubblici.

Tale ribaltamento di cause e conseguenze della crisi è la giustificazione per volere introdurre un trattato con forza superiore alle legislazioni nazionali che ci imporrà di scendere dal 130% al 60% in venti anni. Secondo i suoi difensori, il Fiscal Compact più o meno “si pagherà da solo”. Crescita dell’economia e inflazione dovrebbero garantire un aumento del PIL che porterebbe a ridursi il rapporto debito/PIL. “Basterebbe” quindi un avanzo di bilancio non troppo gravoso per rispettare i dettami del Fiscal Compact.

Dovremmo quindi imporci di rinunciare a qualsiasi margine di manovra dei prossimi governi per realizzare avanzi primari, ovvero sempre più tasse e sempre meno servizi erogati. Questo nella migliore delle ipotesi. Non è chiaro chi abbia la sfera di cristallo per potere prevedere crescita dell’economia e inflazione su un periodo di venti anni. I risultati del recente passato – per non parlare di possibili nuove crisi in un mondo sempre più dominato dalla finanza speculativa – non invitano certo all’ottimismo. In caso di una nuova, probabile, flessione dell’economia, rispettare il Fiscal Compact significherebbe un disastro sociale ed economico.

Quello che però colpisce di più è l’affermazione definitiva della tecnocrazia sulla democrazia. Qualsiasi futuro governo dovrà operare entro margini strettissimi e imposti da una visione dell’economia come una scienza esatta, guidata da regole matematiche dove il benessere dei cittadini o l’ambiente diventano le variabili su cui giocare, mentre i parametri macroeconomici sono immutabili. Indipendentemente da cosa ci riserva il futuro, il debito va ridotto a marce forzate e questo va garantito a ogni costo. Che il costo sia disoccupazione, perdita di diritti, impossibilità di investire per una trasformazione ecologica dell’economia, non è un problema, non può essere nemmeno materia di discussione.

Attac Italia ha provato a rompere il silenzio lanciando una campagna di informazione e una petizione da firmare on-line. Perché è a dire poco incredibile assistere al livello di un dibattito concentrato sulle presunte responsabilità dei migranti, mentre in un Paese con 4,8 milioni di persone in povertà assoluta stiamo affermando che ci imponiamo vent’anni di alta pressione fiscale e tagli alla spesa pubblica e ai diritti fondamentali. Il problema non è e non può essere “prima gli italiani”. Il problema è se sia possibile sancire che la vita delle persone – di tutti noi – sia sacrificabile nel nome di una percentuale decisa decenni fa da qualche burocrate.

Per informazioni e per firmare la petizione: http://www.stopfiscalcompact.it

Pubblicato su sbilanciamoci.info il 10 ottobre 2017




Libertà e proprietà

di Giancarlo Scarpari

La parabola del partito tendenzialmente maggioritario, il progetto ideato dal Pd di Veltroni e rilanciato dal Pd di Renzi, sembra effettivamente giunto alla sua logica conclusione.

Per poter decollare aveva avuto bisogno di iniettare nel partito, a uso e consumo soprattutto del nuovo elettorato da attrarre, una robusta iniezione di propaganda “anticomunista”, ricalcata sui modelli berlusconiani e tradottasi nella “rottamazione” di quel che restava della sua tradizione socialdemocratica, nella guerriglia mediatica condotta contro i dirigenti che la rappresentavano e nello scontro frontale praticato nei confronti del lavoro dipendente.

Il balzo del Pd registrato alle europee col 40% dei voti aveva convinto Renzi a proseguire con decisione per il sentiero tracciato.

Col miraggio di sempre nuove vittorie, la maggioranza del partito, messi da parte o archiviati principi e valori “del passato”, ha seguito il comandante e il cerchio magico che lo applaudiva; la minoranza ha subito per mesi le scelte del capo, sempre incerta sul da farsi, mentre sul carro del vincitore, dopo le giravolte e le retromarce del Cavaliere, erano nel frattempo saliti i “diversamente berlusconiani”.

A questo punto Renzi ha cercato di tirare le fila pensando al (suo) futuro e ha puntato, con l’Italicum, a trasformare il 40% di preferenze nel 55% di seggi alla Camera, unica operazione questa che, se riuscita, gli avrebbe consentito di realizzare il sogno del «partito realmente maggioritario».

Ma lo statista di Rignano non si è fermato qui e, cercando di consolidare il proprio successo, ha fatto varare in parlamento, coi voti di fiducia, una riforma costituzionale idonea a garantire per anni la presenza del suo partito al governo e a condizionare, con gli aiuti che non mancano mai al vincitore, anche i principali organi di garanzia previsti dalla Costituzione.

La strada che gli ha consentito questi risultati è stata percorsa con una calcolata e pubblicizzata rottura a sinistra. Non vi sono stati errori tattici o eccessi verbali nel perseguire questo obiettivo: i toni irridenti, il sarcasmo e i veri e propri insulti usati nei confronti della minoranza sono stati la strategia studiata per sottolineare muove affinità e per attrarre al partito quegli elettori di centrodestra rimasti privi del tradizionale leader di riferimento.

A questo punto, però, la sua corsa si è arrestata.

Ciò non perché la riforma progettata non fosse anch’essa espressione di una cultura politica di destra, così come lo erano stati il job act e la «buona scuola», tutt’altro: l’intreccio tra Italicum e la nuova costituzione, infatti, erano stati da tempo caldeggiati dai sostenitori del maggioritario e della governabilità, dai fautori della preminenza dell’esecutivo sul parlamento e della “compatibilità” tra il governo e le istituzioni di garanzia; né erano mancati i consensi, dal «Foglio» e dal «Corriere della sera» e l’approvazione dei controllori internazionali, Merkel in testa.

Ma il progetto, se poteva soddisfare opinionisti e politici di una destra che si sforzava di guardare all’Europa, non poteva certo soddisfare Lega, FI e FdI che, divisi e in competizione tra loro, erano preoccupati soprattutto del loro immediato futuro ed erano penalizzati da una legge elettorale che, premiando la lista e non la coalizione, minacciava di confinare quei partiti all’opposizione per un tempo indefinito.

A trarla d’impaccio ha pensato Renzi con la sua iniziativa referendaria: sopravvalutando il consenso mediatico che a lungo l’aveva circondato e sottovalutando il malcontento reale causato anche dalle sue politiche, il giocatore d’azzardo ha puntato l’intera posta sull’esito positivo della consultazione e ha perso la partita.

Con alcune conseguenze di rilievo.

La campagna condotta all’insegna del “solo contro tutti” è riuscita infatti a ricompattare contro Renzi l’intero schieramento delle opposizioni, che l’hanno così travolto al momento del voto; ma è riuscita soprattutto a ridare nuovo vigore a una destra allo sbando, facendo “dimenticare” agli elettori che era la stessa che nel 2005 aveva votato una riforma ancora più incostituzionale e che nel 2011 aveva condotto il paese sull’orlo del fallimento.

Per ottenere un simile risultato, il capo del Pd ha caparbiamente portato alle estreme conclusioni la linea di condotta adottata in precedenza, cancellando ulteriormente l’identità del partito, suscitando una babele di lingue all’interno e determinando una duplice fuga verso l’esterno: la prima manifesta, con la fuoriuscita dei “bersaniani” e la formazione di una nuova compagine politica; la seconda, meno pubblicizzata ma ancora più consistente, con la fuga di tanti elettori registrata dal voto referendario e confermata dalle recenti amministrative.

L’azzardo non ha dunque funzionato e il Pd, cambiato per via di repentine conversioni, di travasi e di fuoriuscite in varie direzioni, è tornato alla casella di partenza, là dove in pratica l’aveva lasciato Bersani.

La cancellazione della riforma costituzionale per via referendaria, prima e quella parziale della legge elettorale decisa dalla Corte costituzionale, poi, hanno peraltro rimescolato le carte anche nel variegato campo dei vincitori.

Nell’impossibilità di andare “subito al voto”, per la mancanza di una legge valida per entrambi i rami del parlamento, le varie oligarchie, avendo interessi diversi se non addirittura opposti, hanno finto di cercare un accordo per vararne una nuova, ben sapendo che ogni proposta sarebbe caduta nel vuoto per via dei veti incrociati. Mentre dalle colonne del «Corriere» si alzava il rimpianto per le riforme cancellate, i capi delle varie formazioni politiche cominciavano a ragionare in termini di “proporzionale”, attendendo che dalle amministrative uscissero segnali sicuri per orientarsi. E dalla tornata di primavera i dati emersi, sia pure valutati con tutte le cautele del caso, hanno indicato che il centrodestra riunito è nuovamente in grado di raccogliere, con buone probabilità, alle elezioni politiche, la maggioranza dei consensi.

Così FI e Lega, formazioni che a mala pena raggiungono il 15%, unite ai post-fascisti di FdI e grazie alla brillante operazione di Renzi, si sono contate, sono tornate a sperare e ora, sia pure confusamente, si agitano per ottenere una qualche legge elettorale che assicuri il premio di maggioranza alla coalizione e non più alla lista vincente.

Perché questo è il punto.

La Corte, contrariamente a quanto si ripete di continuo prospettando future paralisi, nel cancellare parzialmente l’Italicum, ha lasciato in vita per la Camera una legge che configura sì un sistema proporzionale, ma profondamente “ritoccato” e, soprattutto, ritoccabile: la sentenza ha infatti considerato legittimo l’ampio premio di maggioranza destinato alla lista che, al primo turno, raggiunga il 40% dei suffragi; ma ha suggerito altresì che sarebbe in linea con la Costituzione anche una norma che prevedesse un analogo premio al ballottaggio, riservato non più alla singola lista, bensì, questa volta, alla coalizione vincente.

Questo suggerimento della Corte mette dunque in difficoltà sia il M5S (che comunque afferma di essere in grado di raggiungere da solo quell’obiettivo, contando sul fatto di essere il contenitore di ogni tipo di protesta), quanto il partito di Renzi, che, in caduta di consensi, ha visto sfumare la possibilità di ottenere il 40% al primo turno e ha fatto di tutto per rendere impraticabile una credibile coalizione al secondo; e ha reso comunque poco appetibile per gli elettori un’ipotesi di governo tra forze che si presentano con progetti divaricati e che quotidianamente si delegittimano reciprocamente.

Quanto alle formazioni che continuano a crescere numericamente alla sinistra del Pd, il loro proliferare rivela solo la frammentazione in atto, le polemiche che li dividono denotano la difficoltà di giungere a una qualche soluzione unitaria, mentre la loro stessa esistenza dovrà fare i conti con la soglia di sbarramento che verrà stabilita dalla futura legge elettorale.

Altro clima si respira invece nell’area del centrodestra, ove il suggerimento della Corte sembra incontrare crescenti adesioni.

Le passate coalizioni tra partiti neofascisti, secessionisti e “moderati” ci avvertono che la costruzione di alleanze tra quelle formazioni non è mai stato un problema reale; esiste, è vero, la questione di chi comanderà la futura coalizione, ma tra chi possiede e comunica con le televisioni e chi parla direttamente alla pancia degli italiani un compromesso, se giudicato conveniente a entrambi, sarà sempre possibile: su come “opporsi all’Europa” ci si può sempre intendere (basta abbassare i toni, negare il giorno dopo quello che si è detto il giorno prima, ecc.); su come respingere “l’invasione dei migranti” la convergenza tra “moderati” e razzisti è ancora più agevole, grazie allo slogan: «aiutiamoli a casa loro», formula che non significa nulla di concreto (di quali aiuti parliamo, a chi vanno, chi li finanzia?), ma che proprio per questo trova tutti d’accordo.

Fin qui le chiacchiere e la propaganda.

Ma la Confindustria, fiutando il vento, ha pensato bene di offrire all’eventuale coalizione di destra o al listone unico suggerito dai sondaggi della Ghisleri, una più solida piattaforma operativa che vada oltre le invettive contro il governo o le paure coltivate ad arte.

Presentando Salvini in veste di statista, il «Sole-24 ore», il 7 giugno, ha ospitato una sua intervista nella quale il capo della Lega ha presentato la ricetta per favorire la crescita dell’economia: la flat tax, l’imposta “piatta” al 15%, finanziata con la copertura di 14 miliardi di euro, di cui 7 ottenuti cancellando il contributo dell’Italia alla Ue ed altri 7 ricavati dall’abolizione delle somme destinate al job act.

Tre giorni dopo è stata la volta di Berlusconi, che ha illustrato la sua proposta: una flat tax al 23%, che, insieme a un non meglio precisato «reddito di dignità», comporterebbe addirittura «un miglior gettito per lo Stato con la quasi totale eliminazione della elusione e della evasione» (sic!).

Il 25 giugno Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, chiariva la fonte da cui avevano attinto, con alcuni voli di fantasia, i due politici citati, pubblicando le linee di uno studio elaborato dai seguaci italiani di Milton Friedman: una flat tax al 25% per Irpef, Ires e Iva, abolizione di Irap e Imu, un «minimo vitale» universale, a base familiare, pari a 500 euro mensili per i single, della durata di soli 3 anni e per giunta costituita da erogazioni decrescenti a partire dal secondo.

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, dato che si tratta della vecchia ricetta liberista di un capitalismo compassionevole, periodicamente riproposta dagli anni settanta del secolo scorso, che mira ancora oggi a produrre un’ulteriore distribuzione del reddito in favore dei “ricchi”, come se le attuali diseguaglianze non fossero più sufficienti.

La novità è data invece dal fatto che la proposta si pone nella scia di una norma della Legge di Bilancio varata dal governo, che in marzo ha istituito la flax tax di 100.000 euro per attrarre gli stranieri facoltosi che intendano trasferirsi in Italia dopo la Brexit; di qui la forza mediatica assunta dalla proposta, che, lanciata dal giornale confindustriale con un dossier di ben 18 articoli, è stata prontamente raccolta dalla stampa “moderata”, con i suoi opinionisti schierati a sostegno.

Nella sostanza il progetto, che sorvola su molti dettagli importanti, prevede di far fronte al minore gettito che ne deriverebbe ricorrendo, per due terzi, all’abolizione delle prestazioni assistenziali esistenti e per un terzo ad altri tagli di funzioni pubbliche (altro che ricupero dei contributi da versare alla Ue, come propagandato da Salvini!); l’aumento dell’Iva al 25%, oltre che spostare quel carico tributario sui consumatori, e quindi sulle famiglie, costituirebbe però (contrariamente alle miracolose previsioni di Berlusconi) un ulteriore incentivo all’evasione, per la quale già siamo i primi in Europa; il tetto del 25% per l’Irpef colpirebbe, poi, come ha osservato Visco, in egual misura sia «lo straordinario dell’operaio che il premio di produzione del manager», rivelando la vera natura della tassa: si tratterebbe dunque di un’eguaglianza regressiva, poiché, come hanno documentato Baldini e Giannini, se una coppia di dipendenti del nord con due figli e con un reddito di 40.000 euro da questa riforma guadagnerebbe 268 euro, la stessa famiglia con un reddito doppio ne guadagnerebbe quasi 9.000.

Il contrasto di una simile proposta con l’art. 53 c.2 Cost., che prevede un «sistema tributario informato a criteri di progressività» è perciò sotto gli occhi di tutti, essendo pacifico per i costituenti che il carico fiscale poteva «aumentare in misura più che proporzionale con il crescere della ricchezza», essendo il riparto destinato a produrre risultati redistributivi tra i consociati, nella prospettiva di emancipazione prevista dall’art. 3 cpv.

Altri tempi.

I liberisti di oggi hanno logicamente accolto con entusiasmo questo progetto, che non solo «darebbe una frustata così vigorosa alla nostra economia, da farla ripartire al galoppo» (sic!), ma, soprattutto farebbe «prendere congedo dalle ideologie socialisteggianti che hanno segnato i secoli diciannovesimo e ventesimo» (così Panebianco, «Corriere della sera», 21.7.2017).

Quanto all’asserita incostituzionalità della proposta, «è vero che i principi della prima parte della Costituzione del ’48 non si conciliano facilmente con la filosofia che ispira la flat tax» e tuttavia a questo punto una riflessione si impone. Se «i risultati del referendum costituzionale hanno messo fuori gioco per chi sa quante generazioni (!) la possibilità di riformare la seconda parte della Costituzione […] perché allora non cominciamo a discutere della prima?». E a questo proposito l’articolista espone le sue certezze, sotto forma di ulteriori domande retoriche: «È sicuro che la convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra repubblica anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà? È sicuro che se il diritto di proprietà, anziché essere relegato tra i cosiddetti “interessi legittimi” (!) fosse riconosciuto tra i diritti fondamentali, quelli su cui si poggia la libertà, ce la passeremmo peggio?».

Così tra un’acritica professione di fede nella formula liberista e un’improbabile previsione sull’immutabilità della seconda parte della Costituzione, l’attacco viene portato ai principi fondamentali che reggono l’intero edificio delle istituzioni repubblicane.

Forzature ideologiche a parte, il discorso è però estremamente chiaro: il diritto di proprietà (privata) diviene il principio fondante della nuova costituzione; sostituisce il lavoro, che essendo una merce, occupava quel posto abusivamente; e delimita la stessa nozione di libertà, che esiste solo se rimane a esso funzionale e collegata (e della “libertà dal bisogno”, un’utopia “socialisteggiante”, non è più il caso di parlare).

Non si tratta, si badi bene, della tradiva riedizione di teorie in voga nell’Ottocento, bensì dell’esposizione di alcuni tratti salienti della costituzione materiale in marcia nel nostro paese, che, in attesa di essere formalizzata, può già costituire la base per un prossimo programma di governo. E Panebianco ne ha sottolineato l’attualità, spiegando quali effetti concreti possa determinare una concezione della libertà declinata in chiave proprietaria.

Tutto questo, peraltro, non sembra interessare molto coloro che oggi “si muovono a sinistra”.

Considerare questo articolato attacco contro la Carta del ’48 un semplice temporale estivo sarebbe comunque un errore, poiché, se anche in autunno altre vicende occuperanno la scena mediatica (le elezioni in Sicilia, per esempio), il sasso è stato lanciato, il messaggio è stato diffuso con dovizia di mezzi e l’opinione pubblica è ormai preparata ad accoglierlo quando il momento sarà ritenuto opportuno.

Per chi intende difendere realmente i principi costituzionali ogni giorno e non solo nelle grandi occasioni, occuparsi di questo progetto, e soprattutto delle sue implicazioni, dovrebbe essere quindi doveroso.

A meno che non si preferisca costruire una politica discutendo sulle sigle, sui nomi dei candidati, sugli abbracci o le ripulse dei singoli soggetti e avviarsi nel frattempo a una coalizione senza qualità o, peggio, a un suicidio elettorale in ordine sparso.

Il Ponte, 4 agosto 2017




Stefano Rodotà: Costituzione “figlia della Resistenza”

Idee costituzionali della Resistenza – Convegno tenuto nel 1995
Introduzione agli atti – di Stefano Rodotà

Con questo scritto vogliamo ricordare Stefano Rodotà, che fino all’ultimo ha profuso il suo impegno nella difesa della nostra Costituzione e dei valori della democrazia di cui essa è portatrice.

Perché è diventato così difficile parlare della Costituzione, del modo in cui nacque, del ruolo da essa effettivamente svolto in quasi mezzo secolo di vita repubblicana? L’improvviso congiungersi della distanza nel tempo, di un congedo dalle sue ragioni d’origine che a taluno sembra definitivo, e della sua richiesta ormai accettata di una sua revisione la rendono forse un oggetto imbarazzante, da consegnare alle cure di specialisti operanti in luoghi discreti, lontani dall’attenzione viva dell’opinione pubblica? Sarà così rimosso dalla discussione politica e istituzionale un riferimento troppo forte, fatalmente destinato ad accendere gli animi o, almeno, a sollecitare riflessioni che lo spirito del tempo sembra voler evitare?

Vi sono molti modi di rispondere a queste domande. Ma sarebbero tutti sbagliati se muovessero da quella rappresentazione estenuata della Costituzione che spesso oggi prevale, e che fa di essa un’ombra, fastidiosa magari, ma pur sempre l’ombra di un passato inesorabilmente trascorso, sì che l’appellarsi a quel testo si tingerebbe fatalmente con i colori della conservazione. La difficoltà vera sta altrove, nell’essere la Costituzione sicuramente un prodotto storico, ma, al tempo stesso, un documento di oggi, un ineludibile riferimento vigente: ben può accadere, allora, che quanti ne enfatizzano le debolezze attuali siano portati a sentirsi rafforzati in questo loro giudizio se, poi, riescono a fondarlo anche su qualche vizio d’origine; e accade pure che la Costituzione, in un impeto estremo di difesa, sia oggetto di operazioni nostalgiche, che neppure esse le rendono giustizia, visto che finiscono con il fondarla esclusivamente nel passato, quasi che oggi non vi sia più terra per le sue radici.

Vi sono almeno due ragioni che hanno determinato questa situazione. La prima riguarda il fatto che la Costituzione del 1948 è stata sempre segnata da una contraddizione. Da una parte, è stata lo strumento che ha accompagnato la lenta nascita della Repubblica e, se pure non è riuscita a far nascere un vero “patriottismo costituzionale”, certo ha costituito un forte ammortizzatore delle frizioni tra le politiche, nessuna delle quali, neppure nei periodi più aspri, fu mai tentata dalla denuncia del patto stipulato nell’Assemblea costituente. Al tempo stesso però, quel testo non è mai stato pienamente accettato da tutti. La lunga inattuazione costituzionale è lì a dimostrarlo, tanto che istituti fondamentali, dal CSM alla Corte costituzionale, dalle regioni a statuto ordinario al referendum, vennero realizzati con ritardi grandissimi (e attendiamo ancora la riforma dell’ordinamento giudiziario).

La seconda ragione deve essere ricercata in una vicenda più recente, che ha consegnato la Costituzione e la sua riforma ad una impostazione tutta politologica. Così, da anni, si celebrano i fasti di una ingegneria costituzionale senz’anima, che ha sempre più guardato alla Costituzione come ad una macchina, ignorando del tutto le idee fondative che la percorrono e la sua natura di “programma costituzionale”. Non solo, dunque, per ripercorrere correttamente una vicenda storica, ma per cogliere anche il senso delle possibili operazioni di riforma, è indispensabile oggi che si torni proprio su quelle idee fondative e su quel programma.

Se e come tutto questo possa essere riferito alla Resistenza è questione che richiede ancor oggi una riflessione. Non è solo retorica l’aver parlato per anni di una Costituzione “figlia della Resistenza”, perché fu questa vicenda che contribuì a segnare il clima del tempo e diede il senso d’una impresa comune nella quale, pur tra molte differenze, già s’erano ritrovate le maggiori tra le forze presenti nell’Assemblea. E dunque lì poteva ritrovarsi il primo momento “costituente” della nuova storia. Certo, quando i lavori dell’Assemblea costituente cominciano il “vento del Nord” è già caduto. Ma lo spirito dei partecipanti a quei lavori non era quello di chi sentiva d’avere alle spalle il periodo “eroico”, con l’obbligo di abbandonar la “poesia. e metter mano alla “prosa”. Era, invece, ancora il momento delle grandi speranze, anzi il momento in cui le speranze potevano divenire davvero grandi perché ad esse si offriva la possibilità di divenire la trama costitutiva, più che d’un nuovo Stato, addirittura d’una nuova società.

Se, poi, quelle speranze avessero davvero tutte il loro fondamento nell’esperienza comune della Resistenza – o non fossero invece legate ad elaborazioni ch’erano piuttosto proprie di partiti, movimenti culturali, personalità che le avevano elaborate lungo una loro storia e secondo le loro particolari tradizioni – è questione che rimane rilevante, e che deve ancora mettere in guardia contro un riferimento all’esperienza resistenziale di fatti che in essa non trovano una loro specificità. La Resistenza fu insieme lotta armata, esperienza di governo ed elaborazione culturale, ma comporne direttamente i tratti in uno specifico programma è cosa che ancor oggi può indurre a forzature. La Resistenza fu soprattutto momento di paragone, e di emersione delle questioni che si sentivano più rilevanti per il futuro: oggi diremmo che fu messa a punto un’ “agenda” di quella che, tra i medesimi protagonisti, sarebbe stata poi la futura discussione intorno ai temi della Costituzione. E così venne forgiandosi lo spirito d’una fase costituente che non avrebbe certo avuto la stessa pienezza se avesse semplicemente seguito una dissoluzione del regime fascista. In quella fase e in quelle discussioni, anzi, già emerge quello che sarebbe stato uno dei tratti costitutivi della futura Repubblica: l’essere questa “Repubblica dei partiti”, visto che in diversi momenti (in particolare nelle cinque lettere dei partiti del CLNAI del novembre 1944) fu chiara la netta opposizione di alcuni ad ogni prospettiva di prolungare al di là della vicenda resistenziale un’azione politica comune, privilegiandosi invece l’assunzione per ciascun partito di una netta fisionomia autonoma, secondo una logica di pluralismo e di specifica funzione dei partiti nell’ordinaria vita politica nella quale non è arbitrario ritrovare la radice di quello che sarebbe poi stato l’articolo 49 della Costituzione.

Se pure non si delinea un compiuto progetto, diverse sono le direzioni verso le quali muovono le indicazioni costituzionali rinvenibili nei tempi della Resistenza. Ne indico alcune:

1) la restaurazione delle libertà e dei diritti

2) l’attribuzione ai lavoratori di un ruolo rilevante nelle fabbriche e nell’organizzazione dello Stato;

3) La diffusione del potere, soprattutto attraverso una rete estesa di autonomie;

4) la rilevanza dei legami sociali;

5) la prospettiva di una democrazia integrale.

Sembra persino ovvia, data la natura del regime al quale ci si era opposti e della guerra che si stava combattendo, l’affermazione ricorrente della volontà di rifondere lo Stato sulla ritrovata pienezza della libertà. Con una formula incisiva Silvio Trentin, nel 1930, aveva parlato di “assorbimento del cittadino” ad opera del regime fascista: la ritrovata democrazia, quindi, avrebbe dovuto, prima di tutto, reagire a questa condizione di servaggio. Ma era pure nettissima la consapevolezza che non si trattava soltanto di restaurare il quadro e l’impianto liberale dei diritti, bensì di costruire, anche su questo terreno, qualcosa che avesse i caratteri d’una sostanziale novità.

Questa novità, per un verso, era nelle cose. Aprendo, nella sua qualità di decano, i lavori della Costituente, Vittorio Emanuele Orlando rivolgerà il suo saluto ad Un’Assemblea nella quale il popolo italiano, per la prima volta nella sua storia, si può dire rappresentato nella sua totalità perfetta, senza distinzione né di sesso, né di classi, né di regioni o di genti”. E questa pienezza della cittadinanza era stata ulteriormente dilatata, proprio nella prospettiva delineata negli ultimi anni della Resistenza, dal riferimento a un’idea di cittadino che non lo vedeva solo come soggetto dei riconquistati diritti, ma anche protagonista attivo di processi di autogoverno, riconosciuto in una qualità di lavoratore che assumeva dignità fondativa dell’intero assetto dello Stato.

In questo modo, pure il catalogo dei diritti tipici dello Stato liberale veniva collocato in una prospettiva che non si chiudeva intorno al cittadino isolato, ma lo immergeva nei processi sociali e politici, dando così rilievo a quel legame sociale che la Costituzione vorrà riconoscere attraverso il principio di solidarietà e l’ampio riconoscimento di diritti sociali. I diritti dovevano separarsi definitivamente persino dal sospetto del privilegio, divenire qualcosa in cui ritrovarsi uniti: e nulla più che questo controverso senso dell’unità può contribuire a spiegare conflitti e consensi che accompagnarono i diversi momenti della Resistenza. Proprio qui—in una linea programmatica che nella essa Costituzione non troverà sempre pieno riconoscimento, e che ancor meno: ne avrà nelle prassi successive—si coglie la consapevolezza che non si trattava di rifondere un assetto già noto, ma di fondarne uno su basi integralmente rinnovate. E l’ansia di questo nuovo fa nascere una precoce preoccupazione, esplicita in tanti scritti, per una capacità di rinnovamento davvero radicale, temendosi che vecchie logiche e vecchi apparati avrebbero potuto di nuovo avere il sopravvento, riproponendo tradizionali chiusure e, soprattutto, lasciando intatti i meccanismi di esclusione.

Dove questo visibilissimo intento politico di sconfiggere l’esclusione si congiunge più felicemente con il progetto costituzionale è nel secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, frutto dell’incontro di un politico lungimirante, Lelio Basso, e di un giurista di straordinaria cultura e sensibilità, Massimo Severo Giannini. Qui emerge con nettezza il raccordo tra riconoscimento formale di un diritto e condizioni che ne rendono possibile l’esercizio. Certo, dire che in questo modo sia stato composto l’antico dissidio tra forma e sostanza dei diritti, tra astrazione giuridica e condizione materiale dei soggetti, è correre molto. Ma sicuramente in questa norma “di rifiuto” degli assetti conosciuti, si rivela nel modo più netto la natura d’una Costituzione che non vuole essere punto d’arrivo, ma di partenza; non sanzione d’un ordine esistente, ma impegno a edificarne uno nuovo.

Al tema delle libertà si connette quello della giustizia, che nella Resistenza trova esplicita trattazione con riferimento ai giudizi riguardanti i fascisti, tuttavia con notazioni che assumono una non trascurabile portata generale. Già nella prassi di alcune delle repubbliche partigiane si era cercato di sottoporre la giustizia politica da esse amministrata a regole formali che ne temperassero i possibili arbitri. E, nell’agosto del 1944, nella circolare del CLNAI sull’organizzazione della giustizia si coglie la preoccupazione di avviare una separazione tra politica e giustizia come condizione per “evitare eccessi e giudizi sommari” o, come si dirà più tardi, per “fornire alla popolazione seria garanzia che giustizia sarà fatta con serenità e con sollecitudine”. In ciò si può certo scorgere una reazione all’uso degli strumenti giudiziari da parte del regime fascista, reazione che troverà il suo compimento proprio nel testo costituzionale, dove autonomia e indipendenza della magistratura assumono il duplice significato di rifiuto del raccordo tra giustizia e indirizzo politico dominante e di garanzia della libertà del gioco politico, dal momento che la magistratura viene vista anche come garante dei diritti delle minoranze sconfitte nelle competizioni elettorali (e qui è da scorgere una delle motivazioni del fortissimo garantismo giudiziario che caratterizza la Costituzione). Inoltre, la necessità di una separazione pure tra politica e amministrazione, o almeno di non deprimere la competenza amministrativa a vantaggio della pura appartenenza partitica, è anch’essa presente nelle discussioni che si sviluppano nel corso della Resistenza, segno d’una precoce consapevolezza di nominare senza alcun controllo i loro candidati a cariche pubbliche.

La connessione tra il riconoscimento dei diritti e le condizioni per la loro effettività, dunque, è ben presente nel corso della Resistenza, dove tuttavia assume caratteri di ben più intensa radicalità quando la concreta pienezza dei diritti viene messa in diretta relazione con la distribuzione del potere, con le modalità di organizzazione delle diverse strutture. È quanto accade con le indicazioni relative all’autogoverno locale ed alla gestione operaia che vogliono realizzare appunto un avvicinamento, se non una totale coincidenza, tra soggetti gestori e soggetti titolari di particolari diritti. Così, i diritti dei lavoratori si dilatano nella direzione della gestione diretta o della partecipazione alla gestione delle imprese; e i diritti dei cittadini vogliano che ad essi si guardi nel momento stesso dell’organizzazione dello Stato, in una prospettiva in cui “il popolo si governi da sè”, con una democrazia basata sull’iniziativa e sul controllo popolare. E questa non è logica chiusa in angustie nazionali: almeno la dimensione dell’Europa è ben presente nelle discussioni, e in qualche proposta.

Conosciamo lo scarto tra queste idee, che pure sono tra le più nette del programma resistenziale, e la realizzazione costituzionale, si che proprio da ciò si potrebbero trarre conclusioni su una definitiva distanza tra Resistenza e Costituzione. Ma il confronto, certo rivelatore delle tensioni dell’epoca, non può essere spinto fino a questo punto.

L’idea dell’autogoverno e della diffusione dei poteri è tutt’altro che estranea alla Costituzione, e non si esprime soltanto nell’ordinamento regionale, ma in una diffusa preferenza per l’articolazione dei poteri, tanto che si è potuto parlare, giustamente, di una “Repubblica delle autonomie”. Lo scarto, talora al lignite del conflitto, non può essere spiegato, allora, solo mettendo a confronto le idee costituzionali della Resistenza e il testo Costituzione, ma piuttosto confrontando quest’ultimo con le inattuazioni e le distorsioni delle fasi successive. E questa è una notazione che non serve soltanto a respingere forzature ricostruttive, ma anche per sottolineare come proprio nella Costituzione esista ancora un potenziale che può essere utilizzato per dare concreta espressione a quelle richieste di decentramento e di autonomia divenute più forti negli ultimi tempi, e che spesso sono state presentate come del tutto confliggenti con la logica costituzionale, si da indurre comunque a chiedere, anche per questo, una sua profonda revisione.

Ma la spinta verso una organizzazione non autoritaria e una diffusione paritaria dei poteri, visibilissima nella Resistenza, non agisce soltanto nella dimensione costituzionale più direttamente legata all’organizzazione del potere locale. Si dà rilievo, infatti, al ruolo delle formazioni sociali, anche come luogo di sviluppo della personalità, e si rifiuta ogni suggestione gerarchica anche nell’Organizzazione della famiglia.

Più complessa è la questione del potere dei lavoratori, che va considerata nel quadro più vasto dei problemi della proprietà industriale e del modo in cui questi giunsero alla discussione della Costituente. Certo, quando si apre questa fase, la spinta tutta politica della Resistenza si è ormai affievolita, ed è già stato ridimensionato il ruolo dei Consigli di gestione (sul quale soprattutto il CLNAI aveva insistito), tanto che il progetto in materia di Rodolfo Morandi non venne approvato. Se, quindi, si può dire che lo specifico programma di dare ai lavoratori “il controllo sulla produzione” non riuscì ad essere attuato, non si può peraltro affermare che il quadro costituzionale non sia stato profondamente segnato proprio dai riferimenti ai lavoratori e al lavoro, che connotano la Costituzione fin dalla sua apertura (la Repubblica “fondata sul lavoro”; la rimozione degli ostacoli di fatto all’eguaglianza per consentire l’effettiva partecipazione di “tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”): formulazioni che, in luogo dell’antica “Repubblica dei proprietari”, hanno fatto parlare di “Repubblica dei lavoratori”.

Formule declamatorie, si dirà (e si è detto); formule ormai sorpassate, si è aggiunto di recente, perché non sarebbe più il riferimento al lavoro a poter connotare la presente organizzazione sociale. Ma queste critiche, a parte ogni rilievo sulla loro consistenza, finiscono con l’ignorare del tutto quello che è il carattere più intenso della Costituzione, quello in cui davvero si riflettono lo spirito della Resistenza e il modo in cui questo passò nel lavoro della Costituente.

Ho detto prima dell’aspirazione della Resistenza ad una democrazia integrale, intesa non tanto nel senso di una radicalità democratica delle scelte, quanto soprattutto nella pervasività di una democrazia alla quale nessun luogo doveva essere precluso. E quindi: una democrazia non come obiettivo raggiunto una volta per tutte, quanto piuttosto come processo continuo. Per ciò il programma democratico “eccede” sempre le possibilità di realizzazione immediata, perché deve salvaguardare una tensione verso altri e più lontani obiettivi.

La Costituzione risponde a queste logiche, e così assume una peculiarità che la differenzia assai da altri documenti costituzionali. Non è il testo che sanziona definitivamente una fase, e la chiude in formule giuridiche, come molte volte accade il diritto cala alla sera. Essa sta al principio di un’epoca, deve aprirla: e come le donne e gli uomini della Resistenza combattevano perché ciò fosse possibile, così i costituenti operano perché questo cammino potesse essere effettivamente intrapreso, sia pure tra ritrosie ed espedienti, tra limitazioni e rinvii.

La Costituzione è percorsa da una tensione, visibile e intensa, che già si coglie in formulazioni non abituali, in costrutti nuovi – “è compito della Repubblica…”, “la Repubblica promuove…” – che infatti sfuggiranno per molto tempo Ala cultura giuridica, e solleciteranno interessate disattenzioni di troppi politici. Qui si coglie l’ “eccedenza costituzionale”, in questo non limitarsi a definire un quadro organizzativo e una tutela dei diritti, ma nell’immergere h stessa vicende costituzionale, e dunque quello che dovrebbe essere il momento più alto della politica pubblica, nelle contraddizioni della società, perché h nascente Repubblica, e con essa le istituzioni a venire, facciano i conti con esse e si adoperino per rimuoverle. Un compito, questo, nel quale si può cogliere un’altra “eccedenza”, quella etica che proviene dall’antifascismo, e che così connota fortemente la Costituzione come “programma costituzionale.. E qui si può cogliere una significativa distanza da un altro importante documento costituzionale, la quasi coeva (1949) Legge Fondamentale della Germania Federale, dove la nettezza della ripulsa della tragica esperienza nazista approda piuttosto ad un quadro d’impianto giusnaturalista.

Proprio perché connotato da tante “eccedenze”, il programma costituzionale corre sempre il rischio d’una ripulsa, o d’un fallimento, perché esige una forte e comune identificazione di tutte le forze chiamate a realizzarlo. È per questo che, già all’indomani della sua approvazione, venne sostanzialmente revocato in dubbio in troppe sue parti, quelle che più sembravano incompatibili con le urgenze della guerra fredda, e si ebbe così quella fase di una Costituzione “congelata” che solo il più tardo disgelo costituzionale degli anni Sessanta, coincidenti con i nuovi equilibri politici determinati dal passaggio ai governi di centro-sinistra, riuscì a rimuovere, avviando una vera fase di attuazione costituzionale. E questo dimostra come, pure in tempi difficili e tra asperrime polemiche, la Costituzione non avesse cessato d’essere un punto di riferimento, partendo dal quale rimaneva possibile avviare di nuovo un’impresa comune.

Abbiamo conosciuto poi altri tempi ed altri spiriti, che si potrebbero definire in vari modi, ma che sostanzialmente hanno avviato un processo di delegittimazione della Costituzione, per non dire di un suo rifiuto. Di questo bisogna parlare esplicitamente, non solo per misurare un cammino o registrare un mutamento dei tempi, ma proprio perché la nostra Costituzione ha la particolare caratteristica che si è appena sottolineata, quella di presentarsi come un programma forte, sul quale rimane d’obbligo (almeno fino a che sarà vigente) misurare indirizzi politici e programmi di riforma. Così le riforme, anche quando dichiarano d’aver come oggetto soltanto la parte organizzativa della Costituzione, devono essere giudicate con riferimento proprio a quel programma, poiché il carattere delle costituzioni di questo secolo è proprio quello d’aver rovesciato un vecchio schema, per cui gli strumenti organizzativi oggi devono essere modellati sogli obiettivi programmatici, e non viceversa.

Sempre più spesso, però, ci troviamo di fronte a proposte di scomposizione del quadro costituzionale, più che a proposte di riforma della Costituzione. È così quando si abbandona l’idea dell’esistenza di un insieme di principi costituzionali intangibili, e si torna all’ipotesi di un Parlamento senza limiti nel suo potere di revisione costituzionale. È così quando l’interpretazione del principio maggioritario induce a ritenere che le riforme costituzionali possano rispondere a logiche politiche d’occasione, non dirò di parte, invece di mirare al rinnovo e al rafforzamento del patto fondamentale. È così, in definitiva, quando si agisce considerando la Costituzione come una legge tra tante, assistita soltanto da un fastidioso aggravamento delle procedure per la sua revisione, tuttavia non più in grado di impedire una deriva verso una progressiva cancellazione della rigidità costituzionale.

In fondo a questa strada non vi sono modifiche a questa o a quella parte del testo costituzionale, o la sostituzione di un programma costituzionale ad un altro. Vi è la perdita dell’idea stessa di costituzione, e dunque di un comune punto di riferimento, di una possibilità di identificazione delle storie e delle memorie.

Una analisi che muova dalle origini della vicenda costituzionale repubblicana, dunque, può almeno renderci consapevoli di un rischio, che è quello appena evocato. Ma ci ricorda pure quanto intense e drammatiche furono quelle vicende, e come la Costituzione poté essere riconosciuta come patto vincolante anche da chi non aveva trovato in essa la traduzione piena di quegli ideali per i quali pure aveva lottato. Non fu compromesso, se non nel senso alto che gli dà Hans Kelsen, come momento essenziale del processo democratico. Fu piuttosto riconoscimento reciproco di forze che magari si riscoprivano lontane pur dopo una lotta comune, che sapevano di essere destinate a contrapporsi, ma proprio per questo avvertivano d’aver tutte bisogno di un patto al quale esse, e soprattutto i cittadini, potessero riferirsi al di là delle contingenze. Se il mugnaio di San-Souci traeva le sue certezze dal sapere che v’erano giudici a Berlino, il cittadino dei nostri travagliatissimi tempi può trarle solo dalla possibilità di appellarsi a questo più largo quadro di garanzie e fini che chiamiamo Costituzione.




Oltre il neoliberismo. A partire dalla Costituzione

di Bruno Amoroso

Contributo di Bruno Amoroso per il convegno “Oltre il neoliberismo”, promosso dall’Associazione Paolo Sylos Labini in collaborazione con Centro Studi Federico Caffé – Cetri Tires – Hyperpolis – Il Ponte – Keynes blog – Left – La Qualità Sociale – Socialismo 2000 – Istituto Italiano di Studi Filosofici – Giuristi Democratici, Roma Università Roma Tre, Facoltà di Economia Federico Caffè, 11 dicembre 2013.

 

La Costituzione italiana del 1948 fu il prodotto di un processo costituente reso necessario dal tradimento delle classi dirigenti che avevano abbandonato la guida del paese e svenduto la sua sovranità a interessi e paesi stranieri. Fu anche il tentativo di rimettere in piedi un progetto condiviso tra forze politiche, sociali, culturali e religiose diverse ma concordanti su alcuni punti centrali di pace, di giustizia sociale, di valorizzazione delle risorse nazionali e di rilancio di un contributo autonomo dell’Italia alla realizzazione di questi obiettivi in e con la solidarietà di altri paesi. Il progetto europeo fu il prodotto di queste scelte e di questo clima politico, e non certo d’illuminati europei delle cancellerie degli Stati o di intellettuali impegnati nella elaborazione delle teorie sulla pace universale. L’Europa di Ernesto Rossi e di Altiero Spinelli nacque dal bisogno di contrapporre all’idea nazista della Grande Europa l’idea internazionalista di un’Europa di pace e solidarietà.

La rottura del patto costituzionale, già incrinato dalle imposizioni della Guerra Fredda, si realizza dagli anni Novanta con la scelta di parti importanti delle élite politiche di svendere la sovranità politica del paese e le ricchezze nazionali per inserirsi nel gioco dei nuovi centri internazionali del potere militare, economico e finanziario. I passaggi principali di questo trasfigurazione del patto costituzionale sono noti e documentati. L’ex ministro delle finanze Giuseppe Guarino ne ha dato un resoconto puntuale nel suo scritto “Un saggio di verità” nel quale data al 1999 il “colpo di Stato” attuato dai poteri europei contro gli Stati nazionali espropriandoli della loro sovranità economica. L’euro è parte integrante di questa operazione resa possibile dal trasformismo (Mauro Fotia, Il consociativismo infinito, 2011) di parte delle élite nazionali dei paesi europei, e dell’adesione corporativa a questo piano da parte di sindacati, sinistra europea, organi separati del potere (istituzioni, magistratura, ecc.) interessati a negoziare la propria adesione alla nuova struttura del potere con la conservazione dei propri privilegi (Giulio Sapelli, Chi comanda in Italia, 2013).

Sono gli anni in cui si organizza scientificamente la conquista del potere da parte della borghesia globale, mettendo fuori gioco le istituzioni democratiche esistenti mediante la loro delegittimazione sistematica, fino allo stravolgimento del sistema politico italiano attuato su direttiva della Trokia e dei nuovi poteri finanziari nel 2011 (Governo Monti e seguenti). Questo piano si realizza con la copertura del polverone mediatico che utilizza le sue armi di confusione di massa per dividere le opposizioni e le voci critiche su falsi obiettivi: pro o contro l’Europa, pro o contro l’euro, pro o contro la Costituzione, pro o contro la democrazia, pro o contro la corruzione. Su queste false divisioni si realizza l’unità delle nuove élite europee che assorbono le élite politiche nazionali dentro il nuovo meccanismo del potere trasversale ai partiti e ai poteri economici. Mentre l’attenzione si concentra sui “faccendieri”, sui “furbetti” sul “bunga bunga”, le p4 o p5 la Troika consolida il proprio potere sparando nel mucchio e rimuovendo con l’appoggio di pezzi delle istituzioni da incarichi istituzionali le persone “inaffidabili” al nuovo sistema di potere (da Baffi a Fazio). Si consolida così un sistema di potere autoritario in grado di controllare le politiche e le economie di tutti i paesi europei dei quali prende sempre più in presa diretta la gestione del potere. Un sistema di potere “criminale” del “capitalismo predatorio”, secondo la definizione utilizzata da James K. Galbraith per descriverne l’equivalente negli Stati Uniti..

La resistenza a tutto questo c’è stata dagli anni Ottanta anche nel campo della cultura e della società civile. Tre voci a noi ben note, definite “gli innominati” della politica e dell’economia, sono state quelle di Federico Caffè, di Augusto Graziani, e di Paolo Sylos Labini. Tre voci rapidamente isolate e marginalizzate da una sinistra e forze della società civile impegnate a ritagliarsi spazi “critici” e di proprio inserimento e sopravvivenza dentro le nuove strutture del potere. Tre voci che non hanno mai confuso il diritto con l’economia, le teorie con il progetto politico, ma che hanno tentato e potentemente contribuito a servirsi di questi strumenti per tenere la dritta di un processo di costruzione democratica e sociale. La loro biografia documenta la loro attiva partecipazione e intreccio con il processo costituzionale. Il loro impegno i studio ha contribuito in modo veramente innovativo, con una innovazione a servizio dei cittadini e non del principe o dei baroni di turno, ad aprire nuove vie alla riflessione e alla elaborazione politica.

Basta ricordare qui il contributo di Federico Caffè a creare le basi teoriche per una economia sociale e uno spirito civico di solidarietà sul quale far convergere pezzi diversi e importanti della cultura economica e civile italiana, al di fuori delle schematizzazione delle scuole accademiche. Uno sforzo ostacolato da chi allora propugnava approcci più o meno marxisti e che ritroviamo oggi nelle file del pensiero liberista e nei posti del potere economico e finanziario. Interrompendo due decenni di contrapposizioni teoriche sull’analisi di classe della società italiana, con le quali i partiti e il sindacato hanno reso impossibile ogni strategia politica di alleanze sociali che non fosse quella del loro schema preferito della “compartecipazione” al potere dominante, Paolo Sylos Labini produsse una riflessione sulle classi sociali in Italia a metà degli anni Settanta nel tentativo di riaprire uno spazio di iniziativa politica non corporativa e non trasformistica alla creazione di un sistema politico di alleanze popolari in Italia. Impegno contrastato da gran parte della cultura istituzionale e di sinistra in Italia. Infine è utile richiamare anche il contributo di Augusto Graziani, un economista di chiara impostazione marxista, che mai ha piegato l’analisi della questione meridionale alle mode sociologiche di sinistra degli anni Ottanta-Novanta orientate ad addomesticare il problema sociale e di classe del Mezzogiorno ai nuovi bisogni del potere che si è cercato di legittimare con la tesi della scomparsa della questione meridionale, dei distretti chiavi in mano importati dal nord, ecc.; tesi sostenute da chi è passato dalle posizioni di sinistra di riviste come i Quaderni Piacentini, Stato e Mercato a quelle di Meridiana e, poi, a posizioni accademiche e politiche di potere.

Noi vogliamo ripartire da qui. Dalla consapevolezza che il tradimento che ancora una volta si è consumato in questi anni, e che vede oggi coinvolte forze politiche, economiche e “sindacali”, richiede la nascita di una nuova resistenza, l’unione di tutte le forze popolari che vi si oppongono. Sarà la partecipazione a questa nuova resistenza a segnare i confini dell’appartenenza dei movimenti e dei partiti al nuovo arco costituzionale, all’elaborazione di un patto costituzionale così come fu dopo il 1945. Non esistono scorciatoie giuridiche o economiche per riappropriarsi della sovranità nazionale e del progetto europeo. Quanto è accaduto non è il frutto di ingordigia, di ignoranza, ma di una rapina annunciata e scientificamente attuata del potere. Non siamo in presenza di errori o di fallimenti, ma del pieno successo delle strategie messe in campo. La crisi ha segnato in modo chiaro i confini geografici e sociali delle forze in campo; partendo da questi deve ripartire la formazione di un blocco sociale e politico europeo e nazionale.

Le proposte su come affrontare la situazione esistono. Non si tratta di aggiungere buone idee a quelle esistenti, di continuare nella gara sulle “buone pratiche” o della scoperta risolutiva dell’uovo di Colombo, ma di uscire dall’illusione del tecnicismo e del tatticismo. È necessario un grande sforzo di verità che sappia fondere insieme, così come fu con la Resistenza e la Costituente, proposte e movimenti popolari, scegliendo le idee sulla loro capacità di camminare sulle gambe delle persone coinvolte.  Così come avvenne nel 1945 è necessario riproporre un progetto europeo di pace e di solidarietà che contrasti e travolga quello della Grande Germania, oggi espresso dalle istituzioni dell’Unione Europea.




Appunti contro la modifica costituzionale di Renzi – di Paolo Solimeno

La modifica costituzionale proposta ( http://www.camera.it/leg17/126?pdl=2613-D ) ha radicali difetti di legittimità e coerenza, propone un modello di democrazia lontano da quello prefigurato dal costituzionalismo democratico in cui sono iscritte le migliori democrazie occidentali, nate o perfezionatesi nel secondo dopoguerra. Insieme alla legge elettorale n. 52 del 2015, l’Italicum, trasformerebbe il sistema italiano in un premierato forte, senza garanzie, con una Camera succube del capo dell’esecutivo.

 

Lasciare che questo sistema entri in vigore vuol dire consegnare l’Italia a due padroni: i poteri economici e finanziari sovranazionali e il vincitore delle prossime elezioni, chiunque egli sia.
In modo alquanto sintetico elenco i motivi per cui ritengo dovrebbe esser respinto il ddl Boschi-Renzi per rinviare ad un eventuale, non urgente e non indispensabile piccola correzione del sistema istituzionale l’intervento migliorativo della Costituzione del 1947, evitando di stravolgerla nel modo frettoloso e pericoloso che ci propongono gli abusivi “costituenti” del 2016.
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1. Legittimità di questo ddl costituzionale. Anzitutto un intervento così corposo che ridisegna quasi tutta la Seconda parte della Costituzione (eccettuato solo il Titolo IV sulla magistratura) introduce di fatto una nuova costituzione esercitando in modo abusivo un potere “costituente” che “non è previsto dal nostro sistema costituzionale: il potere costituente è un potere sovrano, che l’articolo 1 attribuisce al “popolo” e solo al popolo, sicché nessun potere costituito può appropriarsene; il potere di revisione è invece un potere costituito, il cui esercizio non può consistere nella produzione di una nuova Costituzione, ma solo in singoli e specifici emendamenti onde sia consentito ai cittadini, come ha più volte stabilito la Corte Costituzionale, di esprimere consenso o dissenso, nel referendum confermativo, alle singole, specifiche revisioni” (Luigi Ferrajoli, articolo del 25.6.2016 su http://www.libertaegiustizia.it/2016/06/25/un-monocameralismo-imperfetto-per-una-perfetta-autocrazia/ ). Intaccare tale principio vuol dire anche, di conseguenza, intaccare l’irreversibilità della scelta democratica in assoluto e nella particolare veste data dai costituenti nel 1946-’47: un’assetto istituzionale e dei diritti fondamentali nel quadro del costituzionalismo democratico e con peculiari accenti egualitari e pluralistici.
2. Legittimità del parlamento che ha approvato il ddl costituzionale. Le elezioni del 2013 che hanno formato il parlamento attualmente in carica hanno applicato, per la terza volta la legge elettorale n. 270/2005, il c.d. “Porcellum”, che è stata abrogata dalla sentenza della Corte costituzionale n. 1/2014 nelle sue parti fondamentali, il premio di maggioranza e le liste bloccate: in quella sentenza (si trova su http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2014&numero=1# ) la consulta ha ritenuto che il premio, pur perseguendo un obiettivo di “governabilità” legittimo, non potesse sacrificare in modo così eccessivo la funzione primaria e costituzionalmente necessaria della rappresentatività delle assemblee elettive. Tale netta e inconfutabile sentenza è contrastata da alcuni critici non per la correttezza del giudizio di merito, ma solo perché dubitano che un giudizio di costituzionalità su una legge elettorale possa ancora ritenersi “giudizio incidentale”, che è il meccanismo attraverso il quale si accede, dal giudice di merito, alla Corte (a sostegno però della piena accessibilità si è espressa con argomenti solidi l’ordinanza di rimessione della Corte di Cassazione del 17.5.2013). Si aggiunga che i parlamentari eletti rappresentano gli elettori in modo del tutto irrazionale, a causa del premio e delle liste bloccate, ma per il principio di continuità delle istituzioni si è ritenuto che effetto della sentenza che rimuoveva le basi di legittimità del parlamento non potesse provocare lo scioglimento immediato dello stesso e, addirittura, l’annullamento delle leggi da questo approvate (effetti tutti che sarebbero ragionevole conseguenza dell’annullamento parziale della legge elettorale, secondo il principio di retroattività delle sentenze), ma questo non può indurre a considerare il parlamento, all’opposto, pienamente legittimo: la sentenza 1/2014 consente una proroga temporanea dei poteri delle camere (ed infatti richiama la “prorogatio” di cui all’art. 61 Cost.) fino a nuove elezioni con nuova legge elettorale, o con quella risultante dall’abrogazione, poteri rivolti a coprire le esigenze della “ordinaria amministrazione”, non certo ad esercitare il potere di revisione costituzionale ex art. 138, o addirittura il potere costituente (v. punto 1). Si consideri solo, in concreto, che disattendendo questo limite si consente che una forza parlamentare, non eletta per fare modifiche costituzionali e pari al 25% circa degli elettori, stravolga una Carta costituzionale approvata dal voto favorevole pari all’88% dei votanti di un’Assemblea costituente eletta con legge elettorale proporzionale e con lo specifico mandato di scrivere quella Carta.
3. Le modifiche di composizione e modalità di elezione del Senato. La modifica trasforma il Senato in camera non più eletta dal popolo, ma dai consigli regionali; e nella riduzione da 315 a 95 membri, di cui 21 sindaci e 74 consiglieri regionali, che una volta eletti senatori resteranno anche nelle loro cariche originarie. Il nuovo senato non rappresenterà le regioni, né il popolo  né le istituzioni, per l’elezione indiretta di figure non qualificanti, per il ridotto numero di senatori (ben 10 regioni avranno solo 1 consigliere regionale senatore e 1 sindaco senatore), perché anche le regioni più grandi (la Lombardia avrà 14 senatori) eleggeranno senatori in base a spartizioni tra maggioranza e opposizione, o opposizioni, che senza vincolo di mandato andranno a coalizzarsi in senato su base partitica nazionale, non territoriale o istituzionale. Inoltre la riduzione del numero dei senatori stravolge l’equilibrio del parlamento ogni volta che sia chiamato a votare in seduta comune: si tratta delle importantissime elezioni del Presidente della Repubblica (art. 83, 2° c.), della sua messa in stato d’accusa (art. 90), dell’elezione di un terzo dei membri del Consiglio superiore della Magistratura (art. 104).
4. La modifica dei poteri dell’esecutivo. Nessun articolo del Titolo Terzo (Il Governo) è toccato dal ddl del governo, così si difendono Renzi e Boschi, ma intanto questa intera modifica è di iniziativa del Governo, quindi di parte, cosa invero anomala e contraria alla centralità del parlamento come luogo di confronto plurale dove sono rappresentate anche le forze non governative. Poi non si può non vedere che la Nuova costituzione darebbe al Governo dei poteri decisivi e potenzialmente illimitati:
a) il ddl “a scadenza fissa”, ovvero il potere (art. 72, VI comma) di chiedere alla Camera dei deputati di approvare entro 70 gg. un qualunque disegno di legge, solo perché dal Governo stesso sia “indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo”, una formula che non consente sindacato sull’abuso del potere (da parte del Presidente della Repubblica in sede di promulgazione, o della Corte cost. in sede di giudizio incidentale successivo), visto che l’indicazione è una mera potestà, salvo limitazioni da parte dei regolamenti parlamentari, e che potenzialmente potrebbe occupare buona parte del calendario della Camera senza consentire discussioni vere (si pensi ad es. ai 70 gg. occupati da manovre di maggioranza che bloccano il ddl in commissione) e col potere di ricatto derivante dal rapporto di fiducia, aggravato dal meccanismo della legge elettorale attualmente in vigore (l’Italicum); inoltre non il “programma di governo” non ha dignità costituzionale, ma di mera prassi, quindi non può considerarsi un parametro vincolante. Il richiamo all’istituto analogo previsto dalla costituzione francese non tiene conto del contesto costituzionale diverso e dei tanti limiti lì previsti per l’esercizio di questo potere (cfr. R. Tarchi, Osservatorio sulle fonti, 2/2014).
b) il potere di esercitare la “clausola di salvaguardia” (art. 117, IV c.), chiamando allo stato anche alcune delle poche competenze esclusive rimaste alle Regioni con il nuovo Titolo V per la tutela dell’interesse nazionale, sempre con il vincolo di controllo della maggioranza governativa e col potere di scavalcare eventuale voto contrario del Senato, limitandosi a votare con una facilmente raggiungibile maggioranza assoluta (art. 70, IV c.);
c) la nuova struttura istituzionale (Camera centrale nel procedimento legislativo, voto di fiducia dato solo alla Camera, predominanza numerica di questa sul Senato più che triplicata rispetto all’attuale rapporto, ecc.) è proposta senza che si introduca alcun vincolo alla futura legge elettorale, ad esempio con una più vincolante definizione del diritto di voto libero e uguale (art. 48) che imponesse l’introduzione di leggi elettorali capaci di garantire una sufficiente razionalità e rappresentatività della Camera, invece saremo nuovamente dipendenti dall’eventuale (art. 73, II c.) e probabilmente tardivo giudizio della Corte costituzionale;
d) non si introduce alcun rafforzamento delle istituzioni di garanzia (anzi, PdR, CSM e Corte Costituzionale sono indeboliti e resi a portata della maggioranza governativa). L’interpretazione della nuova Carta che tenga conto della attuale legge elettorale è la più preoccupante: con la maggioranza vinta, probabilmente al ballottaggio, si avrebbe il controllo del procedimento legislativo alla Camera, si potrebbe ottenere la messa in stato d’accusa del PdR (art. 90) con il voto di soli 25 senatori, oltre ai 340 della maggioranza alla Camera (ma anche una maggioranza più debole, comunque “governativa”, turberà l’indipendenza del PdR): praticamente il Governo può ricattare il Presidente della Repubblica e inibire l’esercizio di ogni suo potere di garanzia e ostacolo agli abusi dell’esecutivo (a partire dal rifiuto della promulgazione di leggi palesemente incostituzionali, o di sciogliere la Camera);
e) non si introduce alcuna concreta disciplina di poteri delle minoranze e delle opposizioni: è nominato lo “statuto delle opposizioni” (art. 64, II c.), ma la sua disciplina è rinviata ai regolamenti delle Camere, eppure ci sono esempi e letteratura da cui attingere per mettere in costituzione delle regole minime che garantiscano le minoranze (si veda il saggio di Antonuzzo su http://www.amministrazioneincammino.luiss.it/app/uploads/2016/06/Antonuzzo.pdf ); si modificano gli istituti referendari, ma il referendum abrogativo beneficerebbe di una saggia riduzione del quorum (art. 75, IV c.) solo se si raccoglieranno ben 800.000 firme; l’iniziativa di legge popolare dovrà raccogliere il triplo delle firme di oggi (150.000 invece di 50.000) avendo solo la garanzia di venir discussa e votata nei tempi che stabiliranno i regolamenti parlamentari (art. 71, III c.); altra norma “bandiera” (art. 71, IV c.) introduce il referendum propositivo e d’indirizzo che dovrà essere attuato da altra legge costituzionale e, dopo di questa, da legge di attuazione: nulla, quindi, per anni.
5. La modifica della forma di governo. Questo effetto si ha con una legge elettorale che, come l’Italicum già in vigore da luglio 2016, introduca un meccanismo che sfrutti gli spazi lasciati pericolosamente liberi dalla nuova costituzione e consenta ad una legge maggioritaria di trasformare una democrazia parlamentare in un premierato forte: premierato grazie ad una legge premiale che – qualunque sia il risultato delle votazioni – pretende di creare una maggioranza nell’assemblea elettiva, come ammette da tempo il suo ispiratore, Roberto D’Alimonte; e contemporaneamente determina l’elezione del presidente del consiglio attraverso una “indicazione” del capo della lista che risulti vittoriosa (al primo turno o al ballottaggio); e sarebbe un premierato forte perché mancherebbero i contrappesi (sia nuovi poteri di interdizione o codecisione di altri organi, ma sarebbero anzi indebolite le istituzioni di garanzia per lo squilibrio di numeri nelle cruciali votazioni di cui agli artt. 83, elezione PdR, 90, messa in stato d’accusa del PdR, 104, elezione di un terzo del CSM), e ci sarebbero anzi i rafforzamenti dell’esecutivo di cui si è detto al punto 4. Appare poi intollerabile che una radicale modifica della forma di governo e una così grave concentrazione di poteri sia fatta in modo surrettizio, senza discuterlo apertamente e smentendo l’intima connessione con la legge elettorale. Solo una legge elettorale rigidamente proporzionale per la Camera eviterebbe l’attacco al principio di equilibrio e separazione dei poteri, anche se lascerebbe in vita le numerose incongruenze e pericoli.
6. La modifica del bicameralismo. La differenziazione delle funzioni delle due camere non può esser detta urgente o indispensabile: nell’ultima legislatura ben 202 delle 252 leggi approvate è passata con una sola lettura in ciascuna camera, senza alcun rinvio per modifiche alla prima camera; altre 43 leggi sono passate con un solo rinvio, quindi tre passaggi (http://blog.openpolis.it/2016/10/19/referendum-leggi-veloci-leggi-lente/10661). Niente di patologico, nessuna urgenza nella modifica giustifica il modo illegittimo e il contenuto inefficace e confuso con cui viene proposta. Quanto poi alla fiducia al Governo dalla sola Camera dei deputati: la modifica potrebbe, in sé, esser considerata razionale e benvenuta, ma non si può motivarla sulla instabilità perché dei tanti governi (63) che si sono succeduti in 69 anni di repubblica con il bicameralismo perfetto, solo due sono caduti per il diniego della fiducia in parlamento (i due governi Prodi) e tutti gli altri sono cambiati anzitutto per pretese delle correnti interne della DC, in una anche eccessiva stabilità e continuità. Una modifica semplice al meccanismo della fiducia, l’introduzione della sfiducia costruttiva, avrebbe dato ben più stabilità al sistema. La trasformazione del Senato nelle sue funzioni non impone certo che non sia elettivo; e la sua rappresentatività, anche con l’elezione indiretta, avrebbe dovuto scegliere strade più chiare: non rappresenterà le istituzioni locali (come in Germania: nel Bundesrat siedono i governi con mandato vincolato), non rappresenterà le popolazioni locali (ben 10 regioni avranno solo 2 senatori, 1 sindaco e 1 consigliere regionale!), ma sarà una replica della rappresentanza partitica della Camera, ma con maggioranze probabilmente diverse: un intralcio, non un contrappeso, non un organo rappresentativo.

7. La modifica del Titolo V: un forte accentramento. L’intervento sul Titolo V è un forte revirement accentratore rispetto al principio tendenzialmente federalista introdotto nel 2001 tanto da consegnarci uno stato centralista, più di quello della originale versione del titolo del 1947. Le competenze esclusive statali del nuovo art. 117, II c., si moltiplicano (da 31 a 48), sono introdotte materie esclusive regionali, ma con riserve parziali allo stato che è chiamato a disciplinare parte delle materie, la regione dovrebbe completare, riproponendo così in sostanza la “competenza concorrente” che il legislatore si vanta di aver abolito: tutt’altro, si introducono concetti nuovi e non ancora vagliati in cui lo stato si contende le materie con le regioni, dettando ora le “norme generali e comuni”, ora le “disposizioni di principio”, ora imponendo interessi nazionali o sovranazionali su quelli regionali, ora semplicemente dettando una parte della disciplina (cfr. U. De Siervo, “I più chediscutibili contenuti del progettato art. 117 della costituzione”,su osservatoriosullefonti.it, 1/2016). In più, come detto sopra (punto 4, b), il Governo può esercitare con iniziativa legislativa una supremazia e chiamare a sé materie pur di esclusiva competenza regionale. La modifica non ha voluto toccare statuti e competenze delle cinque regioni a statuto speciale per il veto posto dai parlamentari rappresentanti di quei territori, consegnandoci così un sistema che costa miliardi di euro ogni anno ed una disparità ora intollerabile, e da tempo comunque priva di ragioni, rispetto alle spogliate regioni ordinarie: gli statuti speciali potranno esser modificati solo con “intesa” con i loro consigli, mentre oggi basta che siano “sentiti”; tutto il capo IV del ddl non si applica, mentre si applica il potere di espandere ulteriormente le loro competenze.

L’incoerenza del ddl costituzionale si somma così al suo chiaro intento di riduzione delle garanzie e dell’equilibrio delle funzioni e di separazione dei poteri, di esaltazione dell’esecutivo senza i lacci delle garanzie e del pluralismo, dei limiti al potere, chiunque lo detenga. La “Nuova Costituzione Renziana” si qualifica come il più determinato e sgangherato attacco al costituzionalismo democratico, intento reazionario un po’ guascone e un po’ golpista che dobbiamo respingere senza tentennamenti.



Salvatore Settis: “Vogliono demolire la Costituzione”

Settis

Intervista a Salvatore Settis di Simona Maggiorelli

L’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis è fra gli intellettuali che negli ultimi anni hanno maggiormente contribuito a riportare al centro del dibattito culturale la Costituzione, anche come lungimirante manifesto politico che attende ancora una piena attuazione. Lo ha fatto scrivendo sferzanti pamphlet come Italia s.p.a. (2007) contro la svendita del patrimonio d’arte. E poi saggi come Paesaggio Costituzione, cemento (2010) contro la deregulation, l’abusivismo e il consumo di suolo che va contro la salvaguardia del paesaggio e Costituzione incompiuta (2013) in cui sviluppa – con Montanari, Maddalena e Leone – la riflessione di Calamandrei che già il 2 giugno del 1951 scriveva della festa della Repubblica come La festa dell’incompiuta. Ma il docente della Normale e presidente del comitato scientifico del Louvre si è occupato di Costituzione anche in numerosi articoli e interventi, molti dei quali (comprese le 15 tesi per l’Italia apparse su Left nel 2013) sono ora raccolti nel volume Costituzione!, pubblicato da Einaudi come i libri precedenti. Il volume è stato presentato al Salone del libro di Torino il 15 maggio. L’autore e il giurista Gustavo Zagrebelsky hanno dialogato sul tema Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla in una sala dei 500 gremita di pubblico.
E torna a presentare il libro l’8 giugno alle 17 nella Sala del Palazzo del Consiglio dei XII (piazza dei Cavalieri), con Emanuele Rossi, Adriano Prosperi e Anna Fava.

Costituzione! è certamente il libro più politico di Salvatore Settis, non solo perché fin dall’introduzione il professore entra direttamente nel dibattito sulla riforma costituzionale. Quello compiuto dal governo Renzi non è il primo attacco alla Costituzione, precisa il professore, che nel volume ricorda molti precedenti compreso la riforma Bossi-Berlusconi del 2005 (che prevedeva lo Stato federale e il rafforzamento del presidente del Consiglio e del governo) fino alla modifica dell’art.81 da parte di Monti. Venendo al presente non possiamo dimenticare che «la riforma della Costituzione Renzi Boschi è partita con il governo Letta e, come tutti sanno, è stata stimolata da Giorgio Napolitano», dice Settis a Left. «Ma il tema della Costituzione è troppo importante per accontentarsi di prendersela singolarmente con il premier Renzi e con il ministro Boschi o con chiunque altro. Bisogna parlare delle ragioni per cui, in un momento storico come questo, anziché applicare la Carta nei suoi punti più importanti, per esempio il diritto al lavoro e il diritto alla salute, dobbiamo invece cercare di modificarla per dare più forza al governo, dicono loro».

Poi, però, viene da pensare che le cose non stiano neanche esattamente così dal momento che perfino «un renziano convinto» come l’ex presidente della Consulta Ugo De Siervo ha firmato contro la legge Renzi-Boschi «perché sostiene, giustamente, – sottolinea Settis – che la cosiddetta riforma del Senato renderà il lavoro del Parlamento molto più complicato». Nel frattempo Renzi punta a tranquillizzare le coscienze minimizzando, dicendo che è solo una riforma tecnica, che serve a migliorare la governabilità. «Anche dal punto di vista tecnico questa riforma è molto sgangherata» attacca l’archeologo ed ex presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali. «Basta guardare alla distribuzione dei lavori fra Camera e Senato. Non è affatto vero che si abolisce il bicameralismo, restano due Camere». La Camera dei deputati però sarebbe l’unica titolare della fiducia. «Ma è altrettanto vero che il Senato è autorizzato a chiedere la ridiscussione di tutte le leggi che potrebbero essere discusse solo dalla Camera. A ben vedere – aggiunge Settis – l’articolo 70 che stabilisce le competenze della Camera e del Senato nella Carta vigente è di nove parole, mentre nella versione della riforma Renzi-Boschi, se sarà approvata nel referendum di ottobre, le parole sono 434. Sostenere che in questo modo tutto si semplifica è davvero impossibile». Giuristi come Zagrebelsky sostengono che in questa proposta di cambiamento della Carta i diritti della persona finiscono per essere meno importanti delle leggi di mercato.

Professor Settis qual è il pensiero sotteso alla riforma Renzi-Boschi?  «Il pensiero sotteso è seguire l’ordine di scuderia, che viene da lontano. Molti citano il documento della società finanziaria JP Morgan che in questo libro anche io ho riportato, perché le sue parole somigliano molto al documento programmatico firmato dal governo Letta. In realtà neanche a J.P. Morgan si deve la primogenitura. Tutto questo viene da Margaret Thatcher e da Roland Reagan. “Non c’è alternativa” amava dire la signora Thatcher. Per lei esisteva un solo modello di economia, quello neo liberale spinto», ricorda Settis. «Un modello che impone che i diritti della persona vadano adeguati, cioè ristretti perché altrimenti l’economia si ferma». Una minaccia che non corrisponde alla realtà. «Avendo diminuito i diritti della persona non è affatto vero che l’economia sia ripartita. La disoccupazione giovanile è al 37,8 per cento. Non è un bel segno per l’economia italiana. Sono anni che ci dicono che gestendo a modo loro il mercato del lavoro si rimette in moto. È semplicemente falso». Allora da dove ripartire? «Penso che il lavoro da fare oggi non sia tanto dare addosso ai politici, che si chiamino Letta, Boschi, o Renzi, Alfano o Quagliarello, quanto piuttosto interrogarsi sul perché questi politici, Napolitano compreso, abbiano sposato in toto le teorie reaganiane considerandole come novità, quando sono cose vecchie come il cucco. Non c’è nessuna innovazione in questo discorso». L’interrogazione più profonda, dunque, riguarda l’economia neoliberista che ci viene propinata “come dato di natura”. «L’economia è certo molto importante – dice Settis – ma non c’è un unico modello di sviluppo economico. Non c’è solo quello iper liberale per cui lasciando a mano libera il mercato andrebbe tutto a posto. Non abbiamo visto tutti i disastri dell’economia e della finanza? Nonostante tutto questo ci continuano a dire che un giorno o l’altro questo Dio mercato metterà a posto le nostre vite e la nostra società, quando i fatti dimostrano il contrario»

Settis Costituzione Rispetto a questo tipo di ideologia liberista che innerva la riforma Renzi-Boschi, incentrata sul vecchio modello di Homo oeconomicus, l’impianto della Carta varata nel 1948 sembra straordinariamente moderno e lungimirante, lasciando intendere in filigrana una visione articolata e complessa dell’essere umano, che non ha solo bisogni materiali ma anche esigenze più profonde. Pensiamo per esempio all’art 3 della Carta che parla di uguaglianza ma anche di «pieno sviluppo della persona umana» (art. 3 secondo comma), che parla di libertà di pensiero e di parola (art. 21), libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento (art.33), di diritto alla cultura alla conoscenza e alla ricerca (art. 9) e così via. «La nostra Carta così come è e, se vinceremo il referendum, continuerà ad essere, ci garantisce dei diritti che oggi purtroppo vengono violati in continuazione» chiosa Settis. « La Carta, così com’è oggi, è un’arma per rivendicarli. Quando leggo, in relazione ai tagli alla sanità, che la durata media della vita degli italiani si è ridotta e in modo molto sensibile al Sud penso: ma è davvero questo che vogliamo? È questo che farà ripartire l’economia? È questo che renderà i cittadini più felici? Oppure dobbiamo tornare a una più rigorosa applicazione dell’art. 32 sul diritto alla salute e al diritto ad un ambiente sano? L’art. 32 che parla di diritto alla salute e l’art. 9 che tutela il paesaggio vanno di pari passo, sono la stessa cosa, Non faremmo meglio a considerare la Costituzione che c’è per vedere se la possiamo applicare? È stupefacente che mentre cambiano la Carta non gli venga nemmeno in mente di dire che ci sono alcuni articoli non attuati» Qualche esempio? «Se l’art. 32 fosse applicato migliorerebbe la sanità. Invece tagliano. Basterebbe migliorare la pubblica istruzione. Invece tagliano. Migliorare la ricerca invece tagliano». Anche l’ultimo sbandierato finanziamento del Cipe di 2,5 miliardi di euro per università e ricerca, in realtà, come è stato notato da più parti, nasconde che il fondo ordinario passa da 2,7 a 2,5 miliardi, con un taglio di 200 milioni di euro.

«Senza contare che la riforma in corso è solo un passaggio, se noi cittadini non riusciamo a fermarla – paventa Settis – non può che essere il primo atto di una demolizione totale della Costituzione». Per questo come il professore auspicava nel libro Azione popolare (2012) occorre una appropriata capacità di reagire da parte dei cittadini, serve una ampia mobilitazione dal basso. Anche per questo il 7 maggio il mondo della cultura  è sceso in piazza a Roma per Emergenza cultura. Molti storici dell’arte, archeologi e professionisti dei beni culturali si mobilitano in difesa dell’art. 9. «Va benissimo – commenta Settis – ma l’art.9 non è un mazzo di fiori in una stanza vuota. È un pezzo di una architettura che comprende anche il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, all’accesso alle cure sanitarie e così via». Molte altre manifestazioni seguiranno. Giustizia e libertà ne annuncia già numerose fino al referendum di ottobre. «Un fatto molto positivo è il documento firmato da 56 costituzionalisti contro questa riforma. Fra loro ci sono 11 presidenti emeriti della Corte Costituzionale, mentre non c’è nessun presidente emerito della Consulta, nemmeno uno, che si sia pronunciato in favore della riforma. Se gli italiani hanno orecchie per sentire e occhi per vedere io credo – conclude Settis – che il risultato del referendum dovrebbe essere un sonorosissimo “No”».

Left online, 7 maggio 2016




Modifiche costituzionali e forma di governo

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di Gianni Ferrara,  saggio in corso di pubblicazione sulla rivista Questione Giustizia n.2 2016, uscito il 27 giugno 2016 su Coordinamento Democrazia Costituzionale

<<Partiamo da una constatazione auto evidente. La democrazia moderna, quindi la forma democratica di stato, o è rappresentativa o non è. Va di certo integrata, arricchita con istituti di democrazia diretta. Ma il suo fondamento intangibile è la rappresentanza, ne è l’essenza. Deviarla, distorcerla, amputarla è comprimere quel che resta della sovranità popolare dopo l’erosione subita dai trattati Ue.>>

  1. Qualche premessa. La prima. La revisione della Costituzione è prevista e regolata dalle norme contenute nella sezione II del titolo VI del suo testo. Le parole che denominano il titolo sono: “Garanzie costituzionali”. Il significato di tale collocazione è di una evidenza solare. La Costituzione intende tutelare se stessa anche quando consente che la si modifichi. Non è un paradosso, è un permettere ed insieme un precludere, permettere innovazioni, impedire deformazioni.
  2. È il tributo che, dopo aver acquisito quel che poteva offrirle la storia dalla quale è nata, la Costituzione paga alla storia che verrà. A quella che vivranno le generazioni future, cui la Costituzione italiana non nega affatto il diritto a darsi una loro Costituzione, ma le esorta a meditare sul grado di civilizzazione politica e giuridica già raggiunto con la Costituzione che ereditano e sulle ragioni storiche di ciascuna di quelle conquiste, di ciascuna di quelle istituzioni che ne sono scaturite, di ciascuna delle norme che furono dettate. Esorta a meditare anche, e forse soprattutto, sulle cause delle inadeguatezze, delle storture, delle carenze, delle contraddizioni degli ordinamenti statali precedenti o le regressioni che il costituzionalismo ha subito e subisce per il mai sradicato e implacabile suo opposto dialettico, l’accentramento del potere, qualunque ne sia forma, qualunque il nome che assume. Ovviamente, la normativa sulla revisione costituzionale, con le disposizioni che contiene l’articolo 138 della Costituzione, ha il suo destinatario ordinario, che si pone così come precostituito, legittimo,“naturale”. È più che noto che è il Parlamento questo destinatario, e lo è in quanto titolare del potere che quelle stesse norme hanno configurato ed attribuito. Quindi come potere di revisione, con gli ambiti ed i limiti che definiscono la revisione, attribuito al titolare istituzionale della funzione legislativa ordinaria, perciò al Parlamento nella sua composizione ordinaria. Non a un organismo, apparato, collegio, ente eccezionalmente ed appositamente istituito per l’esercizio di un potere dalle dimensioni indeterminate e per fini illimitati. Ma all’organo costituzionale competente per l’esercizio della funzione legislativa, un organo già ordinariamente istituito per un potere che, in tal modo, viene a configurarsi come potere costituito di un organo costituito. Costituito, quindi, non costituente. Ed in quanto tale, incluso, partecipe, anzi pilastro dell’ordinamento, quindi indefettibile, e perciò qualificante l’ordinamento e qualificato dall’ordinamento, vincolato dall’ordinamento in ogni suo elemento e tratto compositivo ed alle ragioni dell’ordinamento in ogni suo atto o astensione dal compiere atti.
  3. È del tutto evidente che, dire “organo ordinariamente costituito per l’esercizio della funzione legislativa”, è lo stesso che dire, innanzitutto, organo legalmente costituito, composto cioè da titolari dell’organo legalmente preposti all’ufficio cui l’organo è riferito e, se organo collegiale, da componenti del collegio legalmente nominati o legalmente eletti. Le attribuzioni, le competenze dell’organo sarebbero altrimenti carenti per vizio originario o per cessazione sopravvenuta qualunque ne sia la causa. Con la conseguenza che tale vizio travolgerebbe automaticamente ogni atto eventualmente prodotto dall’organo riconosciuto privo di una legale attribuzione di potere.
  4. Costantino Mortati [1] scrivendo sulla revisione della Costituzione, nel confermare che il potere di revisione è potere costituito e non costituente, sostenne che gli organi che agiscono contro la Costituzione non sono suoi organi, perdono cioè ogni legittimazione. Omise di scrivere che, qualora gli organi della revisione usassero il potere loro conferito sviandolo al punto da opporsi al fondamento legittimante della loro funzione, negandolo fino al punto da sostituirlo con altro principio, altro perché diverso quanto a contenuto, tali organi si porrebbero come organizzazioni eversive. I loro atti verrebbero a configurarsi come commissivi del crimine più alto, della massima illegittimità concepibile per l’ordinamento costituzionale vigente al tempo dell’azione commessa.
  5. La vicenda istituzionale che sta attraversando il nostro Paese configura entrambe le situazioni di illegittimità ipotizzate nelle righe che precedono.[2] Ma prima di dimostrarne la ragione è opportuno esporre la seconda premessa che indicherà il principio di fondo che si vuol sostituire, la forma di governo che si mira a trasformare e si sta trasformando, quella parlamentare.
  6. Non è una trasformazione dichiarata, chiara e netta, quella che si vuole instaurare al vertice della Repubblica. È anzi ignominiosamente camuffata. Non è in discussione la figura del Presidente della Repubblica, non lo si vuole investire dei poteri di capo dell’esecutivo prevedendone l’elezione da parte del corpo elettorale, elezione, che, d’altronde, non sarebbe, di per sé, fattore automatico di trasformazione del sistema da parlamentare in presidenziale. Non si vuole modificare la disposizione che conferisce al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio, di firmare i decreti di nomina dei ministri scelti dal Presidente del Consiglio e di presiedere la cerimonia del giuramento di ciascun ministro, dopo quello del Presidente del Consiglio. Da nessun atto o dichiarazione mai espressa risulta che si vogliono abrogare le norme costituzionali che impongono al Presidente del Consiglio di presentarsi entro dieci giorni dalla formazione del governo innanzi al Parlamento per riceverne la fiducia, tanto meno si vuole negare al corpo elettorale il diritto di eleggere i membri del Parlamento cui spetta il compito di approvare i progetti di legge presentati dal Presidente del Consiglio o dai suoi ministri. Non è la facciata dell’edificio costituzionale della Repubblica italiana che si vuole modificare. Si sospetta invece e fondatamente di una trasformazione, una promozione, un’elevazione, trasfigurazione di altro inquilino. Assicurando comunque al Presidente della Repubblica il ruolo di ospite d’onore di tale edificio per 7 anni ed anche più se dovesse occorrere …. al cerimoniale della Repubblica.
  7. Si potrebbe quindi rovesciare la “gattopardesca” espressione che rivelò al principe di Salina il senso reale dell’annessione della Sicilia al Regno d’Italia, e domandare: se con le riforme Renzi-Boschi, resta “tutto tale e quale” quanto agli organi costituzionali e ai loro rapporti formali, perché mai “tutto cambia” quanto a forma di governo e con effetti preoccupanti sulla forma di stato ?
  8. Rispondere a questa domanda impone alcune riflessioni sulle forme di governo. Si può partire dalla constatazione che esse non sono costruzioni dottrinali. I filosofi dell’età classica che scoprirono le forme di stato, le descrissero, le esaminarono e le giudicarono, ignorando serenamente l’esistenza delle forme di governo. Perché non erano nate e non c’era nessuna ragione perché nascessero. Non potevano inventarle. Ne mancava il presupposto, l’oggetto. Così come la democrazia diretta, la sudditanza diretta non ne aveva bisogno. E non ne avrebbe mai avuto bisogno, la sudditanza, se non fosse stata incrinata nella sua assolutezza e fosse stata messa in discussione prima e condizionata poi, e, di seguito, via via limitata e poi sdoppiata e infine dispersa. La democrazia invece sì da quando valicò i confini delle singole città e dovette espandersi a misura eguale allo spazio in cui si estendeva il potere sovrano delle monarchie. A produrre le forme di governo è stata quindi la storia degli spazi territoriali insieme, ovviamente, a quella dei rapporti tra sovrano e sudditi. Tra chi aveva il potere di espropriare e quanti temevano di essere espropriati, tra chi aveva monopolizzato la violenza e ne scambiava l’uso per garantire la sicurezza all’interno e dall’esterno e quelli che pagavano la protezione alla propria persona e ai propri beni. Pagavano ad un prezzo da concordare, secondo il rapporto di forza tra le due parti, una delle quali era composta da sudditi, sudditi dell’altra parte del negoziato. Quindi, rapporto sicuramente ineguale anche quanto alla configurazione delle parti della trattativa perché, con il detentore unico del potere, non poteva certo negoziare l’intera pluralità dei “protetti” disarticolandosi nei singoli suoi componenti. Che perciò cercarono e trovarono, nella storia del diritto, la soluzione della questione in una figura relazionale che ben si prestava a trasformarsi per corrispondere adeguatamente all’esigenza di assicurare la tutela degli interessi dei contribuenti nel negoziato col potere. Era la rappresentanza questa figura. Aveva come suo referente originario la res singula nei processi e la sostituì con la pluralità di persone, la pluralità di una classe economica e sociale che si affacciava alla politica.
  9. Come tale, la rappresentanza incontrò e si scontrò proprio col potere di una persona sola, quella che deteneva il monopolio della violenza motivandola con la sicurezza che garantiva all’interno ed all’esterno dello stato, prima assoluto, poi nazionale, poi … . Cosa fosse lo stato e come si configurasse, quale fosse la sua forma, unica o duplice, lo rivelò Machiavelli precisandone la differenza quando scrisse: “Tutti li stati, tutti e’ dominii che hanno avuto et hanno imperio sopra li uomini sono stati e sono o repubbliche o principati”.[3] E repubblica significava potere di un soggetto plurimo, principato significava potere di un soggetto solo. La repubblica come “imperio sopra li uomini”, di più uomini e, tendenzialmente, fino a tutti li uomini “sopra tutti li uomini”, il principato invece come imperio di un solo uomo “sopra tutti li uomini”. È da questa definizione che bisogna ripartire per giungere ad una persuasiva teoria delle forme di governo, che tenga conto delle ibridazioni intervenute e delle deviazioni che hanno subito e possono subire. Tenendo anche conto del condizionamento che dette forme non possono mai escludere o ridurre o incrementare o comprimere la forma di stato al punto da deciderne l’identità. Tenendo conto ovviamente che la stessa storia ne ha addirittura trasformato il contenuto. Tenendo conto soprattutto che la storia delle forme di governo è la stessa storia della rappresentanza, della sua estensione, della sua forza e della sua credibilità.
  10. È quindi all’origine della forma di governo che è bene tornare. È lì che si trova il rapporto primigenio che determinerà la storia delle istituzioni statali e insieme la storia degli stati, iniziando a caratterizzare con qualche germe l’identità dello stato che si andava formando col carattere che lo avrebbe definito.
  11. Una certa continuità di rapporti non certo armoniosi tra corona e feudatari in tutto il XIII secolo in Inghilterra, il carattere di adunanza che fu scelto per consentire che i feudatari e i rappresentanti delle contee, dei borghi e dei porti trattassero con la corona la gestione della finanza segnò l’inizio del parlamentarismo e quindi della rappresentanza. Segnò la storia degli stati che divennero moderni e, con essa, la storia della sudditanza, delle obbligazioni dei sudditi in quanto tali ed in quanto a quella che oggi chiamiamo capacità tributaria, fino al suffragio universale ed al rovesciamento, anche se lento, affannoso, incerto del rapporto di sudditanza dal sovrano del regno al popolo sovrano.
  12. Questo rovesciamento, dunque, che si va compiendo pur se con stasi, interruzioni foriere di regressioni e di accelerazioni da otto secoli, è uno di quei processi che si dispiegano “nel lungo periodo” e nel lungo periodo incontrano ed acquisiscono ulteriori contenuti e nuove forze o anche deviazioni ed ostacoli. Non si è esaurito. Perché non si è esaurita la potenzialità dello stato nell’inventare nuove funzioni legittimanti o nuove forme di esercizio del potere chiunque possa esserne il titolare legittimo o il soggetto capace ad esercitarlo.
  13. Una costante però può ritenersi sicura: è quella della tensione all’erosione del potere monocratico cui corrisponde dialetticamente una ritorsione, quella del potere a ricomporsi in forme rinnovate e dimensioni diversamente dislocate. Di questa dialettica la democrazia è insieme soggetto ed oggetto perché rivelatrice della opposizione tra demos e kratos, i due termini che, nel rapportarsi, rispondono a due diverse leggi di movimento, quella del demos che è tesa alla diffusione, espansione, inclusione e quella del kratos, volta, invece, alla concentrazione, condensazione, esclusione.
  14. Questi tre termini richiamano direttamente i caratteri della fase storica che stiamo attraversando, la fase della reazione alla costruzione del welfare state e che, mediante la liberalizzazione dei capitali dalla democrazia negli stati, ha imposto ed impone l’incremento della loro retribuzione, la conseguente restrizione della spesa pubblica e con essa lo svuotamento dei diritti sociali. È per assicurare tali obiettivi che la Trilaterale teorizzò l’eccesso delle domande della democrazia, la necessità di ridurle stante la loro insostenibilità da parte del sistema capitalistico, dispiegatosi secondo il parametro liberista dettato dalla Scuola di Chicago e accolto poi come fondamento dell’Unione europea con i Trattati di Maastricht e quelli che gli sono succeduti. Trattati che hanno poi acquisito amplissime quote di sovranità erose agli stati membri e volte tutte ad assicurare il dominio incontrastato del capitalismo liberista.
  15. Il segno, il carattere di questa fase storica è evidente. Non soltanto cresce la concentrazione del potere ma è poderosa la sua estensione. Non risparmia le forme di governo. Quanto a quella presidenziale vale l’esempio degli USA. Con l’affermarsi della tendenza imperialista fu abbandonato il Congressional Government (Wilson) e la primazia del Presidente ha poi sviluppato tutte le sue potenzialità. Senza però stravolgere il modello disegnato nel 1787 dalla sua Costituzione.
  16. A stravolgere quello disegnato dalla sua Costituzione è, invece, la spinta monocratica che si manifesta prepotentemente su quella parlamentare in Italia. Non è che in via generale, la premiership si sia consolidata a danno della rappresentanza in tutti gli stati a regime parlamentare. Tutt’altro. Anche le premiership forti poggiano sulla rappresentanza la loro stessa primazia. Lo confermano l’esperienza inglese e quella tedesca. Esperienze che, nel rivelare elementi di personalizzazione e di plebiscitarismo, li contengono all’interno della rappresentanza partitica che resta comunque incombente e avvolgente nell’attività parlamentare oltre che sede del potere di ultima istanza. La tendenza che si profila in Italia è, invece, di altra natura. Si basa sulla decadenza dei partiti come istituzioni, la accentua, trasformandoli in comitati elettorali di un leader, cui offre un potere politico eminente in tutte le fasi del processo istituzionale. Iniziando dalla predisposizione delle candidature (stante che quella delle primarie si rivela essere una legittimazione truffaldina). Fa leva poi su di un sistema elettorale ad effetti maggioritari falsati dal c.d. premio di maggioranza. Ne consegue la distorsione dall’elezione a funzione di diretta determinazione di una maggioranza servente il leader. Lo investe come premier. Trasferisce così al leaderpremier il potere politico connesso alla rappresentanza.
  17. La conseguenza è che mentre la storia del forma di governo parlamentare è storia, pur non lineare, dell’attrazione del potere esecutivo nell’area della rappresentanza, dalla opposta sequenza partito – comitato elettorale di un leader, leadership conseguentemente potenziata, sistema elettorale ad effetti maggioritari falsati, premiership legittimata dall’elezione, consegue l’attrazione della rappresentanza nell’area monocratica dell’esecutivo. È quanto dire che il parlamentarismo che si vuole e si sta instaurando in Italia è quello che lo snatura. Ne determina la mutazione genetica della quale va ora scandito il processo. Non prima però di precisare i termini che lo definiscono. Quello iniziale e quello terminale.
  18. Il termine iniziale del processo è, non per caso, quello che all’articolo 1 della Costituzione, contiene la scelta di genere, quella di Repubblica, e la qualificazione di specie, quella democratica. Che questa qualificazione si distingua da ogni altra per la serie indefinita dei suoi significati, per la molteplicità dei denotati cui allude, per l’emotività che suscita anche inconsciamente, è certo, ha tuttavia un riferimento inoppugnabile al demos, quindi alla base sociale della Repubblica. In questo contesto va interpretata come fonte indefettibile del flusso di legittimazione che può, esso solo, fondare e sostenere una qualsiasi entità organica della Repubblica. Al secondo comma, questo articolo, riconosce nella sovranità popolare il titolare unico del potere supremo e ne definisce le qualità esclusive ed escludenti del suo esercizio. Assume quindi il monopolio della legalità costituzionale e lo racchiude “nelle forme e nei limiti” che sancisce. La prima deduzione che si può trarre da queste norme è, in ordine alla revisione della Costituzione, l’esclusione di procedure revisioniste diverse da quelle prescritte. Ne sono state tentate varie nei decenni scorsi. Il loro fallimento dimostra la forza non ridotta della preclusione contenuta nell’art. 1 Cost. Non è però l’unica delle prescrizioni costituzionali deducibile dal primo articolo della Costituzione.
  19. Ce ne sono altre. Ce ne una ed è fondamentale. Attiene alla forma di esercizio della sovranità. Non è scritta all’articolo 1, ovviamente, e non poteva esserlo. È scritta negli articoli che riconoscono e sanciscono i diritti politici dei cittadini ed in quelli che disegnano le istituzioni che ne assicurano l’efficacia. Istituzioni che nel collocarsi al vertice degli Stati, nei regimi rappresentativi – quali sono o appaiono o comunque dichiarano di essere tutti i membri dell’Onu – possono realizzare due specie di relazioni funzionali. Sono queste relazioni quelle che individuano le forme di governo. Che è bene, in questa occasione, non limitarsi a nominare dandone per scontati i caratteri ed il valore ma, di tali relazione e di tali forme, accertare, analizzare e dispiegare i contenuti reali, le differenze funzionali e la effettiva dipendenza e distanza dai loro fondamenti.
  20. Prima tra queste istituzioni è in ogni caso il Parlamento che si pone così come il termine dell’alveo principale del flusso di sovranità e di legittimazione prodotto con l’esercizio della sovranità da parte del suo titolare, il flusso della rappresentanza. Che, derivando da un’entità plurale, per restar tale, deve affluire in un organo, ente, soggetto a struttura corrispondente, perciò plurale. Flusso che, in via generale, in ogni ordinamento statuale rappresentativo, può avere, com’è noto, due tipi di sbocco, quello ad estuario o quello a delta. Quello a delta, duplicandosi – come si sa – costituisce sia rappresentanza che investitura, l’una per attribuire il potere legislativo, l’altra per conferire il potere esecutivo. Lo sbocco ad estuario, invece, provvede a realizzare una rappresentanza idonea ad esercitare sia la funzione legislativa che quella di investitura della funzione esecutiva, attraendo tale funzione, come già si notava nelle righe precedenti, nell’area della rappresentanza popolare, sottoponendola quindi al controllo costante del titolare del potere di investitura, quindi della rappresentanza popolare. Dire investitura insieme a controllo costante dell’organo investito da parte dell’organo investitore è lo stesso che dire fiducia. Fiducia del Parlamento al Governo, costante coerenza dell’azione del Governo all’indirizzo politico per il quale il Parlamento ha investito del potere esecutivo una determinata composizione del Governo, un determinato programma di azione governativa, quel programma che il Parlamento ha approvato come motivazione della fiducia concessa. Ecco spiegata la formula che definisce come fondata sulla fiducia del parlamento la forma di governo parlamentare. Per definire tale forma di governo si è ritenuto quanto mai opportuno insistere, oltre che sulla indefettibilità, sulle ragioni del rapporto, sul suo significato politico, sulle implicazioni che determina, quindi sulla fonte da cui solo può derivare la formazione, la composizione, l’indirizzo politico, il potere del governo, un potere derivato, derivato dalla volontà del Parlamento, almeno dalla sua maggioranza.
  21. Si è ora nella condizione di confrontare le due leggi promosse dal Governo Renzi, quella costituzionale sul bicameralismo e quella elettorale, con la forma di governo disegnata in Costituzione. Ed è bene ripartire dalle considerazioni iniziali, quelle sul potere, e sarebbe forse meglio dire sulla competenza, quindi sulla misura (Giannini) del potere. Ma prima ancora della misura emerge la questione dell’attribuzione del potere. Nel valutare quello cui ha fatto ricorso il Governo con la presentazione e poi con il perseguimento dell’obiettivo “riformatore”, si è insistito, da chi scrive, nel definirlo come potere di revisione e si è insistito per riaffermarne i limiti, gli ambiti, lo spessore e la necessità che, ai fini della sua pretesa di legittimazione, nell’esercizio di tale potere, Governo e Parlamento si fossero rigorosamente attestati entro i confini precostituiti per tale funzione. Solo un accenno è stato dedicato ad una questione che è da considerare a questo punto e che è decisiva. È la questione del presupposto di questo potere, della sua legale spettanza.
  22. Si può ritenere che tale spettanza sussista per un organo composto contravvenendo alle norme sulla sua composizione ? Sulla illegittimità costituzionale della legge elettorale denominata “porcellum” non possono esserci dubbi. La sentenza n. 1 del 2014 pronunziata dalla Corte costituzionale è univoca. Nessuno infatti poteva dubitarne, e nessuno ha dubitato del suo significato.[4] Si è voluto invece interpretarne gli effetti in modo mai tanto stravolgenti dottrine, usi norme. Come è ampiamente noto, si è sostenuto che, avendo tale sentenza consentito, in base al principio di continuità dello stato, la prosecuzione dell’attività parlamentare delle Camere illegittimamente elette, tale prosecuzione avrebbe potuto protrarsi fino alla fine della Legislatura. Espressione, questa “della fine della Legislatura”, che la Corte si è ben guardata dall’usare preferendo invece quella di “una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole della normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione ovvero secondo la nuova normativa eventualmente adottata dalle Camere.”[5] Ripete al plurale questa formula, se non a prescrivere la nuova consultazione, per non interferire col potere del Presidente della Repubblica, certamente a invocarla o, almeno, a considerarla come conseguente all’esaurirsi dei tempi della prorogatio, dei quali ricordava con gli esempi univoci (ex art. 61 Cost. 90 giorni, ex art. 77 Cost. 60 giorni) i limiti di durata nei casi costituzionalmente previsti e quindi vincolanti nel massimo per altri casi di interventi per fattispecie analoghe a quella oggetto della sentenza.[6] La conseguenza dell’omissione dello scioglimento è del tutto evidente. La storia del Parlamento italiano e quindi della Repubblica italiana si caratterizzerà per aver attraversato una fase non comparabile con alcuna altra fase della storia dei parlamenti, la fase di una legislatura parlamentare illegittima per omesso atto di scioglimento di un Parlamento illegittimo per composizione, dichiarata illegittima da un organo supremo dell’ordinamento. Omissione che poteva essere giustificata temporaneamente dalla crisi economico-finanziaria che avvolgeva il Paese, poteva quindi anche autorizzare un esercizio delle funzioni parlamentari se volte al fine esclusivo del superamento di tale crisi, ma che non poteva né protrarsi oltre il superamento (Hispania docet) della fase acuta della crisi, tanto meno consentire l’avvio di una revisione costituzionale.
  23. Una domanda si pone spontanea: l’incompetenza assoluta di un organo accertata in via giurisdizionale non travolge gli atti posti in essere da tale organo oltre i limiti temporali della prorogatio e oltre quelli ordinari delle sue funzioni ? A questa domanda non si può rispondere negativamente neanche ponendosi sulle orme di una augusta dottrina, quella che definiva “di fatto” l’instaurazione di un nuovo ordinamento costituzionale, asserendo che “il fatto si tramuta in diritto non appena esso è compiuto”.[7] Non si può rispondere negativamente perché, a ben riflettere, non siamo di fronte al quella stessa fattispecie, perché il fatto (legge costituzionale Renzi-Boschi), pur compiuto, produrrebbe i suoi effetti solo a seguito del voto favorevole nel referendum costituzionale. Per ora, “il fatto” che si potrebbe tramutarsi in diritto è configurabile intanto come usurpazione di potere politico ed esercizio arbitrario di funzione pubblica. Che sia imputabile ad un’Assemblea elettiva e addirittura ad ambedue i rami del Parlamento, che diventi perciò non punibile un crimine del genere qualunque sia il risultato del referendum, è conseguenza diretta dello stravolgimento funzionale del sistema compiuto dall’omissione dell’atto di scioglimento del Parlamento illegittimo da parte del Presidente della Repubblica. Ne deriva una conseguenza. La reiezione della legge costituzionale oggetto del referendum sul bicameralismo avrebbe anche il merito di ripristinare il principio della “superiore legalità della Costituzione” riconducendo l’Italia al livello di civiltà dal quale è caduta, quello degli stati di diritto.
  24. Produrrebbe ovviamente effetti virtuosi per la stabilità della forma di governo in Italia e, per la seconda volta nella storia della Repubblica, dieci anni dopo l’annullamento della legge di modifica della Costituzione tentata dal Governo Berlusconi, riaffermerebbe la scelta della forma parlamentare di governo da parte del corpo elettorale italiano. La riaffermerebbe indirettamente neutralizzando la legge elettorale (della quale si è già fatto qualche cenno) denominata italicum. Che è legge avente ad oggetto il sistema elettorale per l’elezione della sola Camera, visto che, nel disegno renziano , il Senato deformato sarebbe eletto dai consigli regionali. Ma è ormai tempo di provare come queste due leggi, facendo sistema, mistificando regole, procedure ed atti, travolgono la forma parlamentare di governo.
  25. Partiamo da una constatazione auto evidente. La democrazia moderna, quindi la forma democratica di stato, o è rappresentativa o non è. Va di certo integrata, arricchita con istituti di democrazia diretta. Ma il suo fondamento intangibile è la rappresentanza, ne è l’essenza. Deviarla, distorcerla, amputarla è comprimere quel che resta della sovranità popolare dopo l’erosione subita dai trattati Ue. E ora la domanda: come, in quali termini si pone rispetto a tali principi ed a tali fondamentali esigenze il Senato “renziano”. Quale è la rappresentanza sulla quale dovrebbe basarsi ? L’articolo 1 della legge costituzionale gli riconoscerebbe quella “delle istituzioni territoriali”, quindi una rappresentanza di enti, delle regioni-enti dei comuni-enti. Una rappresentanza conseguente alla elezione da parte dei Consigli regionali di consiglieri regionali e di sindaci, uno per Regione, questi sindaci, eletti al Senato non dai consigli comunali, ma da quelli regionali. Questi senatori – 21 su 95 – rappresenterebbero i comuni ove furono eletti sindaci (e anche gli altri ? ) o i Consigli regionali che li eleggono al Senato ? Domanda analoga suscita il disposto del quinto comma dall’art. 2 secondo cui i Consigli regionali dovrebbero eleggere i senatori di loro spettanza “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo degli organi di provenienza”. Scelte di maggioranza, scelte articolate ? Mai formulazione di enunciato normativo di testi costituzionali può essere stata tanto ambigua. Non saranno poche le questioni interpretative affidate alla legge di attuazione di tale testo né saranno di incontestata soluzione.
  26. Dalle righe che precedono si può constatare la doppiezza di una rappresentatività di tal genere. Ambigua tra gli interessi della regione come ente (elezione da parte dei consigli) e regione come comunità (scelte degli elettori) ingannevole per ciascuna delle due entità. La derivazione duplice della rappresentanza porterebbe ad assemblare gli interessi dei comuni con quelli delle regioni. Interessi che sono istituzionalmente distinti dalla rispettiva autonomia istituzionale e talvolta contrapposti. Dalla loro mescolanza non possono che conseguire effetti perversi per la loro rappresentanza all’interno del Senato. Perché si spezza nei contenuti, disperdendosi e neutralizzandosi. Non può quindi che risultare compressa. Si consideri poi che, per i sindaci eletti al Senato, la derivazione è addirittura triplice. Si deve quindi constatare che è stata negata una evidenza concettuale ed empirica, quella della rispettiva autonomia degli enti territoriali che preclude una rappresentanza congiunta ed imporla normativamente è lo stesso che mistificarla.
  27. Incomprensibile poi è la modifica dell’articolo 59 Cost. che riduce la durata in carica dei senatori nominati per gli altissimi meriti conseguiti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario a 7 anni, quanti quelli della durata in carica del Presidente della Repubblica. In quale delle sue attribuzioni può o deve essere rappresentato al Senato il Presidente della Repubblica: in quella di capo dello stato pur se il titolare di tale funzione è nella pienezza delle su funzioni ? Nella rappresentanza dell’unità nazionale …. da dividere in 5 parti ? Solo la mancanza del senso del ridicolo può poi immaginare che gli altissimi meriti si affievoliscono anno per anno per scomparire in perfetta coincidenza col mandato presidenziale ….
  28. Un rapporto come quello descritto tra corpo elettorale e Senato non può comportare e non comporta una rappresentanza politica credibile. Non, di certo, quella imposta dal significato e dalle implicazioni dell’articolo 1 Cost. sulla sovranità popolare e sulle forme del suo esercizio. Non quella quindi che consentirebbe la partecipazione alla funzione legislativa, tanto meno se di revisione costituzionale. Neanche quella di eleggere due giudici costituzionali, per citare le funzioni che direttamente esprimono il senso della sovranità. Non è di rappresentanza politica il ruolo che Renzi vuole intestare ai membri del Senato. È quello di tramite politico-clientelare tra Governo da una parte e Regioni e Comuni dall’altra per l’erogazione contrattata delle risorse finanziarie disponibili per la discrezionalità che comunque resta al Governo ex art. 119 Cost., commi 3 e 5, come modificato. È del tutto ovvio che questo stesso rapporto non potrà mai diventare uno strumento di esercizio di un contropotere nei confronti dello strapotere di una Camera dei deputati, trasformata in organo di esecuzione delle decisioni del Governo e del suo Presidente del Consiglio mediante legiferazione. Uno dei principi fondativi del garantismo costituzionale è schiacciato. Se fosse stato adottato per ispirare la riforma del Senato, avrebbe potuto risolvere la questione di fondo del bicameralismo italiano, quella della sua ragion d’essere.[8]
  29. Invece, no. La deformazione del Senato si accoppia all’italicum che travolge la forma parlamentare di governo. Sia chiaro. L’incostituzionalità del porcellum dichiarata dalla Corte costituzionale derivava dalla violazione della sovranità popolare cui si aggiungevano due altre violazioni, quella del principio di uguaglianza e quella della libera scelta dei suoi rappresentanti da parte del corpo elettorale. Messe insieme, insomma, le tre violazioni facevano di quella legge elettorale un esemplare strumento di mistificazione della rappresentanza e di svuotamento della democrazia.
  30. L’italicum avrebbe dovuto sostituirla, sanando il triplice vulnus. Ma lo riproduce. Reitera la violazione dei principi inviolabili della Costituzione e della democrazia. Anch’esso contrae e contorce l’espressione della sovranità popolare. Infrange il principio della libertà di voto dell’elettore di scegliersi chi eleggere, gliene precostituisce una serie. È quella dei capilista dei cento collegi che risulteranno eletti sempre che la lista che capeggiano avrà seggi. L’altra dirompente violazione di principi fondamentali è quella occultata dalla idolatria della governabilità, della stabilità ad ogni costo, della personalizzazione del potere attribuendolo tutto ad un uomo solo. Lo si denomina “premio di maggioranza”. Ne va smascherata la verità. È falso nel nome, nel contenuto e negli effetti. Non premia affatto una maggioranza, vanifica quella vera. Si sa che in qualunque entità di votanti la maggioranza si identifica nella metà più uno dei voti espressi. Il “premio di maggioranza” non lo si conferisce a chi questi voti li ha acquisiti, ma a chi non li ha acquisiti. Lo si conferisce ad una minoranza, quella che ha ottenuto un solo voto in più di ciascuna altra minoranza. Il premio si traduce quindi in un privilegio per una delle minoranze rispetto a tutte le altre. Privilegio che comporta discriminazione di voti e sottrazione di seggi a quella che risulterà essere in ogni caso, chiunque la calcoli, qualunque sia il tipo di scrutinio, la maggioranza reale, perché composta dalla somma delle liste votate, esclusa la minoranza privilegiata. Ad essa il corpo elettorale ha negato di diventare maggioranza e lo diventa, quindi, contro la volontà popolare.
  31. Con l’italicum vengono assegnati 340 seggi (24 in più della metà più uno dei 630 della Camera) alla lista che ottiene il 40 per cento dei voti. Lo stesso numero di seggi verrebbe assegnato anche ad una lista che ne ottenga meno, anche il 30, il 20 …. Infatti, per il caso che nessuna lista ottenga il 40 per cento dei voti, è previsto un secondo turno, col quale si assegna il “premio” alla lista che, nel ballottaggio tra le due che abbiano ottenuto il maggior numero di voti al primo turno, sia prevalsa con qualsiasi quorum. [9]
  32. Collegata alla deformazione del Senato, l’italicum non nasconde il suo obiettivo reale. Lo rivela nel prevedere che le formazioni elettorali che “si candidano a governare”, devono depositare, col contrassegno che le identifica, il nome del “capo della forza politica”, cioè del candidato alla presidenza del consiglio che, in quanto leader di uno dei partiti geneticamente mutati, avrà composto la lista dei candidati al Parlamento collocandovi i suoi fiduciari. L’italicum converte quindi l’elezione dei membri del Parlamento in elezione diretta del capo del governo che carpirà in tal modo il flusso di sovranità e di legittimazione prodotto dal voto del corpo elettorale dissolvendo la rappresentanza politica, fondamento della democrazia moderna. Stravolta la forma parlamentare di governo, è incrinata la forma di stato.

Bibliografia

La bibliografia sul tema è vastissima. Per quella generale rinvio al mio “Costituzione e revisione costituzionale nell’età della mondializzazione in Scritti in onore di Giuseppe Guarino”, II, Cedam,1998, 211-297. Per quella recente all’ottimo saggio di M. Villone, La riforma Renzi-Boschi cit.

[1] Cfr. Mortati, Concetto limiti, procedimento della revisione costituzionale, ora i Id. Scritti, II, Giuffrè, 1972, 15

[2] Su tale vicenda in via generale rinvio al mio Costituzione e revisione costituzionale nell’età della mondializzazione in Scritti in onore di Giuseppe Guarino, II, Cedam, 1998, 211-297, e sulla specificità italiana del tema, cfr. M. Villone, Un decennio incostituzionale, manifestolibri, 2015 e G. Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Laterza, 2016, spec. 243-255.

[3] Machiavelli, Il Principe e Discorsi, Milano, Feltrinelli, 1960, 15

[4] Le critiche mosse sull’ammissibilità del quesito per difetto di rilevanza furono superate da F. Bilancia, Riporcellum e giudicato costituzionale, in Costituzionalismo.it gennaio 2014 ma 3/2013.

[5] Cfr. punto 7 del “considerato in diritto” della sentenza della Corte n. 1 del 2014

[6] Alle stesse conclusioni giunge autorevolmente A. Pace, Le ragioni del No in La Costituzione bene comune, Roma, Ediesse, 2016, 30. M. Villone in La riforma Renzi-Bossi:Governo forte, Costituzione debole in www. Costituzionalismo.it concede la legittimazione formale al Parlamento eletto col porcellum, ma gli nega quella materiale e politica.

[7] Cfr. Santi Romano, L’instaurazione di fatto di un ordinamento costituzionale ora in Scritti minori, vol. I° , Diritto costituzionale, Giuffrè 1950, 107 e ss., spec. 150.

[8] Chi scrive è l’autore del commento all’ Art. 55 del Commentario della Costituzione a cura di Giuseppe Branca, commento che rilevava come le “tormentate deliberazioni normative del Costituente sulla strutturazione del Parlamento … non offrono una base razionalmente molto solida al bicameralismo italiano …. 25.

[9] Per una puntuale disamina dell’italicum a confronto con la sentenza 1/2014, cfr., tra i molti, De Fiores, La riforma della legge elettorale in www.costituzionalismo. it 1.2015




Nel nome di J.P. Morgan. Le ragioni economiche della controriforma costituzionale

morgan

L’intento della riforma costituzione è passare da un modello costituzionale pensato per la tutela dei diritti sociali, attraverso un incisivo intervento pubblico in economia, a un modello costituzionale pensato unicamente in una logica di perseguimento di obiettivi di efficienza economica.

di Guglielmo Forges Davanzati 

Il progetto di riforma costituzionale è stato autorevolmente commentato da numerosi costituzionalisti, che hanno concentrato la loro attenzione sugli aspetti propriamente giuridici e politici del cambiamento prospettato[1]. Nel dibattito che si è sviluppato in questi mesi, minore attenzione hanno ricevuto interpretazioni che attengono a ragioni di carattere propriamente economico che spingono verso la riforma della Costituzione italiana.

Per individuarle conviene partire da un fatto ampiamente noto. J.P. Morgan, una delle istituzioni finanziarie più importanti su scala globale, in un documento del 2013, ha rilevato l’impronta “socialista” che sarebbe implicita nella nostra Carta costituzionale[2]. In effetti, si tratta di un’interpretazione che può essere condivisa se si leggono gli articoli che più direttamente riguardano la sfera economica e, in particolare, quelli che danno allo Stato anche funzioni di programmazione. Evidentemente, dal punto di vista degli interessi della finanza che quella istituzione rappresenta, la presenza di elementi di “socialismo” nella nostra Costituzione deve essere particolarmente sgradita. Va chiarito che il documento di J.P. Morgan è estremamente rilevante, anche al di là del progetto di riforma costituzionale, perché aiuta bene a comprendere i processi di depoliticizzazione in atto: ovvero processi che demandano a tecnici non eletti la gestione della politica economica, a condizione che quest’ultima sia concepita in modo da «non essere invisa alle banche centrali»[3].

La propaganda governativa non richiama l’ammonimento di J.P. Morgan, non fa riferimento al “socialismo costituzionale” italiano, preferendo concentrarsi essenzialmente su due aspetti.

  1. La riforma costituzionale si rende necessaria per ridurre i costi della politica.
  2. La riforma costituzionale si rende necessaria per accelerare i tempi di decisione.

Il primo argomento appare suscettibile di una immediata critica, che riguarda il fatto che, se davvero si intende ridurre i “costi della politica”, non si capisce per quale ragione non farlo – in modo estremamente più semplice – attraverso l’attuazione delle numerosissime proposte di riduzione degli stipendi e degli emolumenti di chi ci rappresenta. Peraltro, come è stato osservato, la previsione per la quale i senatori non percepiranno indennità in quanto senatori (il che, ci viene detto, è un risparmio) è combinata con la previsione che le medesime indennità i senatori le percepiranno dalle istituzioni da cui sono espressi[4]. Ciò al netto del fatto che – ed è bene ricordarlo – la remunerazione accordata a chi svolge attività politica ha il suo fondamento nella possibilità data ai meno abbienti di assumere incarichi. È evidente che nella situazione attuale questi emolumenti hanno assunto dimensioni la cui legittimazione è oggettivamente difficile da darsi, ma è altrettanto evidente che la politica ha un costo; riforma o meno.

Vi è di più, considerando che sebbene elevati in termini assoluti questi costi appaiono assolutamente marginali rispetto ai costi che i cittadini italiani (in particolare, i lavoratori dipendenti e le piccole imprese) sostengono per una tassazione che serve solo in misura marginale a pagare il ceto politico. E che serve semmai a generare avanzi di bilancio. E tuttavia, nel confronto con la media europea, ci troviamo di fronte al paradosso per il quale siamo maggiormente tassati per pagare più di altri una classe politica che, nella sua espressione governativa, ci somministra dosi di austerità fiscale (riduzioni di spesa combinate con aumenti della pressione fiscale) superiori a quanto accade altrove.

Il secondo argomento, apparentemente inoppugnabile (chi vorrebbe maggiore lentezza delle decisioni?), è maggiormente rilevante giacché attiene ai rapporti fra dimensione economica e sfera delle decisioni politiche. La Costituzione che si intende ridisegnare è, a ben vedere, una Costituzione modellata su parametri di efficienza economica, ovvero, finalizzata a rendere l’economia italiana più attrattiva per gli investitori esteri. Questo sembra il punto essenziale sul quale si gioca questa partita. In un contesto che si definisce di globalizzazione, effettivamente ciò che conta è la rapidità delle decisioni politiche che asseconda la rapidità dei processi di produzione e vendita di merci: la c.d. time-based competition che diventa competizione fra Stati anche sulla rapidità delle scelte politiche. Letta in questa prospettiva, la riforma appare del tutto coerente con una logica, per così dire, efficientista: logica che, tuttavia, è in radicale contrasto con la tutela dei diritti, in particolare dei diritti sociali. Ciò che conta è l’efficienza dei processi decisionali, come si legge nei documenti preparatori della riforma redatti da questo governo (peraltro, del tutto in linea con i governi che lo hanno preceduto).

Vi è anche da rilevare che il tema della qualità delle istituzioni è stato oggetto, negli ultimi anni, di studi compiuti prevalentemente da economisti (si pensi, innanzitutto, alla c.d. analisi economica del

diritto). Si tratta di studi che, applicando l’assunto della scelta razionale ai problemi di decisione politica e di disegno delle istituzioni, giungono fondamentalmente alla conclusione che è ottimale quel disegno delle istituzioni (costituzioni comprese) che istituisce un meccanismo di incentivo/disincentivo tale da rendere possibile la massimizzazione del benessere sociale[5].

In un certo senso, è questa la base teorica della riforma che si intende attuare: il passaggio, niente affatto neutrale, da un modello costituzionale pensato per la tutela dei diritti sociali, attraverso un incisivo intervento pubblico in economia, a un modello costituzionale pensato in una logica di perseguimento di obiettivi di efficienza economica, da perseguire mediante il minimo intervento pubblico in economia (si pensi, a riguardo, alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio).

Ma qui, il punto ulteriore in discussione riguarda il nesso che viene a istituirsi fra “governabilità” ed efficienza, dal momento che non è affatto scontato che una maggiore rapidità dei tempi della decisione politica implichi un aumento dell’efficienza di sistema. In altri termini, appare discutibile l’idea che, se anche il superamento di una Costituzione basata sulla tutela di diritti sociali si renda necessario per garantire la “governabilità”, quest’ultima produca benessere per tutti.

A ben vedere, sussistono ottime ragioni per ritenere che il decisore politico è “catturato” da gruppi di interesse e che, ponendo la questione in questi termini, il solo risultato ragionevolmente prevedibile a seguito della riforma costituzionale può configurarsi sotto forma di maggiore governabilità a beneficio dei gruppi di interesse che il governo difende[6]. E, almeno in questa fase storica, non sono certo né i lavoratori dipendenti, né i pensionati, né le piccole imprese. Va chiarito, a riguardo, che esiste un’ampia letteratura economica che mostra come un fondamentale presupposto per la crescita economica risieda esattamente nella tutela dei diritti sociali e, a questi connessi, a una più equa distribuzione del reddito. Ma si tratta di una letteratura marginalizzata dal pensiero dominante e palesemente non funzionale all’attuale modello di sviluppo, basato semmai su crescenti diseguaglianze distributive e su quella che Luciano Gallino, nei suoi ultimi scritti, definiva la «lotta di classe dall’alto».

In questo senso, il referendum ha una notevole implicazione economica, giacché pone in evidenza il fondamentale discrimine fra una visione della carta costituzionale come strumento di tutela delle fasce deboli della popolazione e una visione della stessa come dispositivo finalizzato alla governabilità per l’efficienza, laddove quest’ultima passa attraverso il superamento del modello di democrazia economica delineato nella Costituzione attualmente vigente.

Pubblicato su MicroMega-online il 2 giugno 2016.

Note 

[1] Si veda, fra gli altri, per il fronte del NO: Zagrebelsky, “Il mio no per evitare una democrazia svuotata”, MicroMega-online, maggio 2016. Si rinvia anche a G. Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Bari, Laterza, 2016. Per le ragioni del SÌ si rinvia, fra gli altri, a Salvatore Curreri, “Le critiche che la riforma costituzionale non merita”.

[2] J. P. Morgan, The Euro area adjustment: about halfay there, “European Economic Research”, 28 marzo 2013. Per un commento a questo articolo, si veda: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/19/ricetta-jp-morgan-per-uneuropa-integrata-liberarsi-delle-costituzioni-antifasciste/630787/.

[3] H. Radice, “Reshaping fiscal policies in Europe”, The Bullet, febbraio 2013.

[4] D. Gallo, “Le ragioni del NO all’arretramento costituzionale”, MicroMega-online, 31 maggio 2016.

[5] V., fra gli altri, R. A. Posner, The economic analysis of law, Harvard, Harvard University Press, 1999.

[6] Sul tema, si rinvia, fra gli altri a P. Burnham, New Labour and the politics of depoliticization, “British Journal of Politics and International Relations” 3/2, 2001, pp. 127-149, che sottolinea la sostanziale impossibilità di coniugare le nuove modalità di regolazione del capitalismo con la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta nel Novecento.




Attacco alla Costituzione, una lunga storia

Costituente

di Luciano Canfora

L’attacco alla Costituzione partì già quasi all’indomani del suo varo. Il 2 agosto 1952 Guido Gonella, all’epoca segretario politico della Democrazia cristiana, chiedeva – in un pubblico comizio – di riformare la Costituzione italiana, entrata in vigore appena tre anni e mezzo prima, il 1 gennaio 1948. Si trattava di un discorso tenuto a Canazei, in Trentino, e la richiesta di riforma mirava – come egli si espresse – a «rafforzare l’autorità dello Stato», ad eliminare cioè quelle «disfunzioni della vita dello Stato che possono avere la loro radice nella stessa Costituzione». E concludeva, sprezzante: «la Costituzione non è il Corano!» (Il nuovo Corriere, Firenze, 3 agosto 1952).

Nello stesso intervento, il segretario della Dc, richiamandosi più volte a De Gasperi, chiedeva di modificare la legge elettorale, che – essendo proporzionale – dava all’opposizione (Pci e Psi) una notevole rappresentanza parlamentare. L’idea lanciata allora, in piena estate, era di costituire dei «collegi plurinominali», onde favorire i partiti che si presentassero alle elezioni politiche «apparentati» (Dc e alleati).

Come si vede, sin da allora l’attacco alla Costituzione e alla legge elettorale proporzionale (la sola che rispetti l’articolo 48 della Costituzione, che sancisce il «voto uguale») andavano di pari passo.

Pochi mesi dopo, alla ripresa dell’attività parlamentare fu posto in essere il progetto di legge elettorale (scritta da Scelba e dall’ex-fascista Tesauro, rettore a Napoli e ormai parlamentare democristiano) che è passata alla storia come «legge truffa». Imposta, contro l’ostruzionismo parlamentare, da un colpo di mano del presidente del senato Meuccio Ruini, quella legge fu bocciata dagli elettori, il cui voto (il 7 giugno 1953) non fece scattare il cospicuo «premio di maggioranza» previsto per i partiti «apparentati».

L’istanza di cambiare la Costituzione al fine di dare più potere all’esecutivo divenne poi, per molto tempo, la parola d’ordine della destra, interna ed esterna alla Dc, spalleggiata dal movimento per la «Nuova Repubblica» guidato da Randolfo Pacciardi (repubblicano poi espulso da Pri), postosi in pericolosa vicinanza – nonostante il suo passato antifascista – con i vari movimenti neofascisti, che una «nuova Repubblica» appunto domandavano.

La sconfitta della «legge truffa» alle elezioni del 1953 mise per molto tempo fuori gioco le spinte governative in direzione delle due riforme care alla destra: cambiare la Costituzione e cambiare in senso maggioritario la legge elettorale proporzionale. Che infatti resse per altri 40 anni. Quando, all’inizio degli anni Novanta, la sinistra, ansiosa di cancellare il proprio passato, capeggiò il movimento – ormai agevolmente vittorioso – volto ad instaurare una legge elettorale maggioritaria, il colpo principale alla Costituzione era ormai sferrato. Ammoniva allora, inascoltato, Raniero La Valle che cambiare legge elettorale abrogando il principio proporzionale significava già di per sé cambiare la Costituzione. (Basti pensare, del resto, che, con una rappresentanza parlamentare truccata grazie alle leggi maggioritarie, gli articoli della Costituzione che prevedono una maggioranza qualificata per decisioni cruciali perdono significato). Ma la speranza della nuova leadership di sinistra (affossatasi più tardi nella scelta suicida di assumere la generica veste di partito democratico) era di vincere le elezioni al tavolo da gioco. Oggi è il peggior governo che l’ex-sinistra sia stata capace di esprimere a varare, a tappe forzate e a colpi di voti di fiducia, entrambe le riforme: quella della legge elettorale, finalmente resa conforme ad un tavolo da poker, e quella della Costituzione.

Ma perché, e in che cosa, la Costituzione varata alla fine del 1947 dà fastidio? Si sa che la destra non l’ha mai deglutita, non solo per principi fondamentali (e in particolare per l’articolo 3) ma anche, e non meno, per quanto essa sancisce sulla prevalenza dell’«utilità sociale» rispetto al diritto di proprietà (agli articoli 41 e 42). Più spiccio di altri, Berlusconi parlava – al tempo suo – della nostra Costituzione come di tipo «sovietico»; il 19 agosto 2010 il Corriere della sera pubblicò un inedito dell’appena scomparso Cossiga in cui il presidente-gladiatore definiva la nostra costituzione come «la nostra Yalta». E sullo stesso giornale il 12 agosto 2003 il solerte Ostellino aveva richiesto la riforma dell’articolo 1 a causa dell’intollerabile – a suo avviso – definizione della Repubblica come «fondata sul lavoro». E dieci anni dopo (23 ottobre 2013) tornava alla carica (ma rimbeccato) chiedendo ancora una volta la modifica del nostro ordinamento: questa volta argomentando «che nella stesura della prima parte della Costituzione – quella sui diritti – ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l’uomo che avrebbe voluto fare dell’Italia una democrazia popolare sul modello dell’Urss». Di tali parole non è tanto rimarchevole l’incultura storico-giuridica quanto commovente è il pathos, sia pure mal riposto.

Dà fastidio il nesso che la Costituzione, in ogni sua parte, stabilisce tra libertà e giustizia. Dà fastidio – e lo lamentano a voce spiegata i cosiddetti «liberali puri» convinti che finalmente sia giunta la volta buona per il taglio col passato – che la nostra Costituzione sancisca oltre ai diritti politici i diritti sociali. Vorrebbero che questi ultimi venissero confinati nella legislazione ordinaria, onde potersene all’occorrenza sbarazzare a proprio piacimento, come è accaduto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

La coniugazione di libertà e giustizia era già nei principi generali della Costituzione della prima Repubblica francese (1793): «La libertà ha la sua regola nella giustizia». Ed è stata poi presente nelle costituzioni – italiana, francese della IV Repubblica, tedesca – sorte dopo la fine del predominio fascista sull’Europa: fine sanguinosa, cui i movimenti di resistenza diedero un contributo che non solo giovò all’azione degli eserciti (alleati e sovietico) ma che connotò politicamente quella vittoria. Nel caso del nostro paese, è ben noto che l’azione politico-militare della Resistenza fu decisiva per impedire che – secondo l’auspicio ad esempio di Churchill – il dopofascismo si risolvesse nel mero ripristino dell’Italia prefascista magari serbando l’istituto monarchico.

La grande sfida fu, allora, di attuare un ordinamento, e preparare una prassi, che andassero oltre il fascismo: che cioè tenessero nel debito conto le istanze sociali che il fascismo, pur recependole, aveva però ingabbiato, d’intesa coi ceti proprietari, nel controllo autoritario dello Stato di polizia, e sterilizzato con l’addomesticamento dei sindacati. La sfida che ebbe il fulcro politico-militare nell’insurrezione dell’aprile ’45 e trovò forma sapiente e durevole nella Costituzione consisteva dunque – andando oltre il fascismo – nel coniugare rivoluzione sociale e democrazia politica. Perciò Calamandrei parlò, plaudendo, di «Costituzione eversiva» (1955), e perciò la vita contrastata di essa fu regolata dai variabili rapporti di forza della lunga «guerra fredda» oltre che dalle capacità soggettive dei protagonisti. C’è un abisso tra Palmiro Togliatti e il clan di Banca Etruria. Va da sé che l’estinguersi dei «socialismi» con la conseguente deriva in senso irrazionalistico-religioso delle periferie interne ed esterne all’Occidente illusoriamente vittorioso hanno travolto il quadro che s’è qui voluto sommariamente delineare. La carenza di statisti capaci e la autoflagellazione della fu sinistra non costituiscono certo il terreno più favorevole alla pur doverosa prosecuzione della lotta.

(Il Manifesto, 24 aprile 2016)