Trattati europei e democrazia costituzionale

italia_europa_estesa (1)di Vladimiro Giacché

1. L’idea di società della Costituzione italiana e la priorità del lavoro

Il migliore punto di partenza per affrontare il tema del rapporto tra trattati europei e democrazia costituzionale è partire dall’idea di società che informa la Costituzione italiana.

In termini generali, la Costituzione italiana esprime una delle varianti di quel modello di capitalismo regolato che si afferma nell’immediato dopoguerra in molti paesi e che Hyman Minsky descrisse come il punto di approdo di un processo storico. Il processo per cui – così Minsky – “un sistema che possiamo caratterizzare come un capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo marginale, vincolato dal sistema aureo e non governato [small government gold standard constrained laissez-faire capitalism] fu sostituito da un capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo rilevante, flessibile grazie al contributo della banca centrale e governato attivamente [big government flexible central bank interventionist capitalism]”.

La necessità di regolare l’attività economica era condivisa dalle tre principali componenti politico-culturali che concorsero alla stesura della nostra Costituzione. Così, per la Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani nei lavori preparatori della Costituzione evidenziò “il problema… di controllare, dal punto di vista sociale, lo sviluppo dell’attività economica, senza accedere totalmente a un’economia collettiva o collettivizzata, e senza d’altra parte lasciare totalmente libere le forze individualistiche, ma cercando di sfruttarle, disciplinandole e regolandole al fine di raggiungere determinati obiettivi sociali”.

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Internazionalismo del lavoro e globalizzazione

 

Emiliano Brancaccio – Intervento al convegno “La sinistra e la trappola dell’euro” – Roma 22 novembre 2014




A proposito di Europa (Se non si vede l’inganno)

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La Cee nasce come un qualcosa che assomiglia a un Ente di alta amministrazione, senza alcun legame con il federalismo, ne’, dunque, con la dimensione politica e statuale tipica della suddetta forma di organizzazione politico-statuale.

Con l’Atto unico dell”85-’86 e soprattutto con Maastricht (’91-’92) e Amsterdam (’96), sino a Lisbona (2007), passando per la tiepidissima e liberalissima Carta di Nizza (2000), si dota quello stesso impianto ademocratico e astatuale delle origini di molti maggiori poteri su moneta, politiche economiche ecc., svuotando progressivamente le prerogative sovrane e la democrazia dei vari stati membri, che tra i tanti effetti perversi non possono più autofinaziarsi.

Il cancro ideologico di cui ci si serve per smembrare dal di dentro dei singoli ordinamenti giuridici e costituzionali, è il “principio fondamentale” della concorrenza e connesso divieto di aiuti di stato.
Dopo l’89 il patto intergovernativo tra Mitterand e Kohl, che diverrà il metodo di governance prevalente dell’Unione, con tutto ció che ha comportato sul piano geopolitico europeo, ha cristallizzato un UE a trazione germanica che negli anni duemila è divenuta il referente europeo, sicuro, del capitalismo oligopolistico transnazionale atlantico sotto i nostri occhi.
Dunque, la UE è per natura e funzione niente di diverso dalle altre organizzazioni internazionali dell’ordine capitalistico mondiale: G-8, World Bank, IMF, WTO, Nato-Otan, e Usa.
Il suo ruolo di strumento Usa, spesso da utile idiota, negli Scenari di crisi (Georgia 2008, Libia 2011, Siria 2012-2014, Ucraina 2014) è di palmare evidenza!
Niente a che vedere, né normativamente, né, tantomeno, sotto il profilo culturale e politico, con il federalismo europeo, nelle sue varie accezioni, propugnato dall’inizio del Novecento da un’esigua quanto valorosa schiera di intellettuali del socialismo europeo quali Otto Bauer, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Piero Calamandrei, Il resto è pericolosa ideologia da combattere.

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