Libertà e proprietà

di Giancarlo Scarpari

La parabola del partito tendenzialmente maggioritario, il progetto ideato dal Pd di Veltroni e rilanciato dal Pd di Renzi, sembra effettivamente giunto alla sua logica conclusione.

Per poter decollare aveva avuto bisogno di iniettare nel partito, a uso e consumo soprattutto del nuovo elettorato da attrarre, una robusta iniezione di propaganda “anticomunista”, ricalcata sui modelli berlusconiani e tradottasi nella “rottamazione” di quel che restava della sua tradizione socialdemocratica, nella guerriglia mediatica condotta contro i dirigenti che la rappresentavano e nello scontro frontale praticato nei confronti del lavoro dipendente.

Il balzo del Pd registrato alle europee col 40% dei voti aveva convinto Renzi a proseguire con decisione per il sentiero tracciato.

Col miraggio di sempre nuove vittorie, la maggioranza del partito, messi da parte o archiviati principi e valori “del passato”, ha seguito il comandante e il cerchio magico che lo applaudiva; la minoranza ha subito per mesi le scelte del capo, sempre incerta sul da farsi, mentre sul carro del vincitore, dopo le giravolte e le retromarce del Cavaliere, erano nel frattempo saliti i “diversamente berlusconiani”.

A questo punto Renzi ha cercato di tirare le fila pensando al (suo) futuro e ha puntato, con l’Italicum, a trasformare il 40% di preferenze nel 55% di seggi alla Camera, unica operazione questa che, se riuscita, gli avrebbe consentito di realizzare il sogno del «partito realmente maggioritario».

Ma lo statista di Rignano non si è fermato qui e, cercando di consolidare il proprio successo, ha fatto varare in parlamento, coi voti di fiducia, una riforma costituzionale idonea a garantire per anni la presenza del suo partito al governo e a condizionare, con gli aiuti che non mancano mai al vincitore, anche i principali organi di garanzia previsti dalla Costituzione.

La strada che gli ha consentito questi risultati è stata percorsa con una calcolata e pubblicizzata rottura a sinistra. Non vi sono stati errori tattici o eccessi verbali nel perseguire questo obiettivo: i toni irridenti, il sarcasmo e i veri e propri insulti usati nei confronti della minoranza sono stati la strategia studiata per sottolineare muove affinità e per attrarre al partito quegli elettori di centrodestra rimasti privi del tradizionale leader di riferimento.

A questo punto, però, la sua corsa si è arrestata.

Ciò non perché la riforma progettata non fosse anch’essa espressione di una cultura politica di destra, così come lo erano stati il job act e la «buona scuola», tutt’altro: l’intreccio tra Italicum e la nuova costituzione, infatti, erano stati da tempo caldeggiati dai sostenitori del maggioritario e della governabilità, dai fautori della preminenza dell’esecutivo sul parlamento e della “compatibilità” tra il governo e le istituzioni di garanzia; né erano mancati i consensi, dal «Foglio» e dal «Corriere della sera» e l’approvazione dei controllori internazionali, Merkel in testa.

Ma il progetto, se poteva soddisfare opinionisti e politici di una destra che si sforzava di guardare all’Europa, non poteva certo soddisfare Lega, FI e FdI che, divisi e in competizione tra loro, erano preoccupati soprattutto del loro immediato futuro ed erano penalizzati da una legge elettorale che, premiando la lista e non la coalizione, minacciava di confinare quei partiti all’opposizione per un tempo indefinito.

A trarla d’impaccio ha pensato Renzi con la sua iniziativa referendaria: sopravvalutando il consenso mediatico che a lungo l’aveva circondato e sottovalutando il malcontento reale causato anche dalle sue politiche, il giocatore d’azzardo ha puntato l’intera posta sull’esito positivo della consultazione e ha perso la partita.

Con alcune conseguenze di rilievo.

La campagna condotta all’insegna del “solo contro tutti” è riuscita infatti a ricompattare contro Renzi l’intero schieramento delle opposizioni, che l’hanno così travolto al momento del voto; ma è riuscita soprattutto a ridare nuovo vigore a una destra allo sbando, facendo “dimenticare” agli elettori che era la stessa che nel 2005 aveva votato una riforma ancora più incostituzionale e che nel 2011 aveva condotto il paese sull’orlo del fallimento.

Per ottenere un simile risultato, il capo del Pd ha caparbiamente portato alle estreme conclusioni la linea di condotta adottata in precedenza, cancellando ulteriormente l’identità del partito, suscitando una babele di lingue all’interno e determinando una duplice fuga verso l’esterno: la prima manifesta, con la fuoriuscita dei “bersaniani” e la formazione di una nuova compagine politica; la seconda, meno pubblicizzata ma ancora più consistente, con la fuga di tanti elettori registrata dal voto referendario e confermata dalle recenti amministrative.

L’azzardo non ha dunque funzionato e il Pd, cambiato per via di repentine conversioni, di travasi e di fuoriuscite in varie direzioni, è tornato alla casella di partenza, là dove in pratica l’aveva lasciato Bersani.

La cancellazione della riforma costituzionale per via referendaria, prima e quella parziale della legge elettorale decisa dalla Corte costituzionale, poi, hanno peraltro rimescolato le carte anche nel variegato campo dei vincitori.

Nell’impossibilità di andare “subito al voto”, per la mancanza di una legge valida per entrambi i rami del parlamento, le varie oligarchie, avendo interessi diversi se non addirittura opposti, hanno finto di cercare un accordo per vararne una nuova, ben sapendo che ogni proposta sarebbe caduta nel vuoto per via dei veti incrociati. Mentre dalle colonne del «Corriere» si alzava il rimpianto per le riforme cancellate, i capi delle varie formazioni politiche cominciavano a ragionare in termini di “proporzionale”, attendendo che dalle amministrative uscissero segnali sicuri per orientarsi. E dalla tornata di primavera i dati emersi, sia pure valutati con tutte le cautele del caso, hanno indicato che il centrodestra riunito è nuovamente in grado di raccogliere, con buone probabilità, alle elezioni politiche, la maggioranza dei consensi.

Così FI e Lega, formazioni che a mala pena raggiungono il 15%, unite ai post-fascisti di FdI e grazie alla brillante operazione di Renzi, si sono contate, sono tornate a sperare e ora, sia pure confusamente, si agitano per ottenere una qualche legge elettorale che assicuri il premio di maggioranza alla coalizione e non più alla lista vincente.

Perché questo è il punto.

La Corte, contrariamente a quanto si ripete di continuo prospettando future paralisi, nel cancellare parzialmente l’Italicum, ha lasciato in vita per la Camera una legge che configura sì un sistema proporzionale, ma profondamente “ritoccato” e, soprattutto, ritoccabile: la sentenza ha infatti considerato legittimo l’ampio premio di maggioranza destinato alla lista che, al primo turno, raggiunga il 40% dei suffragi; ma ha suggerito altresì che sarebbe in linea con la Costituzione anche una norma che prevedesse un analogo premio al ballottaggio, riservato non più alla singola lista, bensì, questa volta, alla coalizione vincente.

Questo suggerimento della Corte mette dunque in difficoltà sia il M5S (che comunque afferma di essere in grado di raggiungere da solo quell’obiettivo, contando sul fatto di essere il contenitore di ogni tipo di protesta), quanto il partito di Renzi, che, in caduta di consensi, ha visto sfumare la possibilità di ottenere il 40% al primo turno e ha fatto di tutto per rendere impraticabile una credibile coalizione al secondo; e ha reso comunque poco appetibile per gli elettori un’ipotesi di governo tra forze che si presentano con progetti divaricati e che quotidianamente si delegittimano reciprocamente.

Quanto alle formazioni che continuano a crescere numericamente alla sinistra del Pd, il loro proliferare rivela solo la frammentazione in atto, le polemiche che li dividono denotano la difficoltà di giungere a una qualche soluzione unitaria, mentre la loro stessa esistenza dovrà fare i conti con la soglia di sbarramento che verrà stabilita dalla futura legge elettorale.

Altro clima si respira invece nell’area del centrodestra, ove il suggerimento della Corte sembra incontrare crescenti adesioni.

Le passate coalizioni tra partiti neofascisti, secessionisti e “moderati” ci avvertono che la costruzione di alleanze tra quelle formazioni non è mai stato un problema reale; esiste, è vero, la questione di chi comanderà la futura coalizione, ma tra chi possiede e comunica con le televisioni e chi parla direttamente alla pancia degli italiani un compromesso, se giudicato conveniente a entrambi, sarà sempre possibile: su come “opporsi all’Europa” ci si può sempre intendere (basta abbassare i toni, negare il giorno dopo quello che si è detto il giorno prima, ecc.); su come respingere “l’invasione dei migranti” la convergenza tra “moderati” e razzisti è ancora più agevole, grazie allo slogan: «aiutiamoli a casa loro», formula che non significa nulla di concreto (di quali aiuti parliamo, a chi vanno, chi li finanzia?), ma che proprio per questo trova tutti d’accordo.

Fin qui le chiacchiere e la propaganda.

Ma la Confindustria, fiutando il vento, ha pensato bene di offrire all’eventuale coalizione di destra o al listone unico suggerito dai sondaggi della Ghisleri, una più solida piattaforma operativa che vada oltre le invettive contro il governo o le paure coltivate ad arte.

Presentando Salvini in veste di statista, il «Sole-24 ore», il 7 giugno, ha ospitato una sua intervista nella quale il capo della Lega ha presentato la ricetta per favorire la crescita dell’economia: la flat tax, l’imposta “piatta” al 15%, finanziata con la copertura di 14 miliardi di euro, di cui 7 ottenuti cancellando il contributo dell’Italia alla Ue ed altri 7 ricavati dall’abolizione delle somme destinate al job act.

Tre giorni dopo è stata la volta di Berlusconi, che ha illustrato la sua proposta: una flat tax al 23%, che, insieme a un non meglio precisato «reddito di dignità», comporterebbe addirittura «un miglior gettito per lo Stato con la quasi totale eliminazione della elusione e della evasione» (sic!).

Il 25 giugno Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, chiariva la fonte da cui avevano attinto, con alcuni voli di fantasia, i due politici citati, pubblicando le linee di uno studio elaborato dai seguaci italiani di Milton Friedman: una flat tax al 25% per Irpef, Ires e Iva, abolizione di Irap e Imu, un «minimo vitale» universale, a base familiare, pari a 500 euro mensili per i single, della durata di soli 3 anni e per giunta costituita da erogazioni decrescenti a partire dal secondo.

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, dato che si tratta della vecchia ricetta liberista di un capitalismo compassionevole, periodicamente riproposta dagli anni settanta del secolo scorso, che mira ancora oggi a produrre un’ulteriore distribuzione del reddito in favore dei “ricchi”, come se le attuali diseguaglianze non fossero più sufficienti.

La novità è data invece dal fatto che la proposta si pone nella scia di una norma della Legge di Bilancio varata dal governo, che in marzo ha istituito la flax tax di 100.000 euro per attrarre gli stranieri facoltosi che intendano trasferirsi in Italia dopo la Brexit; di qui la forza mediatica assunta dalla proposta, che, lanciata dal giornale confindustriale con un dossier di ben 18 articoli, è stata prontamente raccolta dalla stampa “moderata”, con i suoi opinionisti schierati a sostegno.

Nella sostanza il progetto, che sorvola su molti dettagli importanti, prevede di far fronte al minore gettito che ne deriverebbe ricorrendo, per due terzi, all’abolizione delle prestazioni assistenziali esistenti e per un terzo ad altri tagli di funzioni pubbliche (altro che ricupero dei contributi da versare alla Ue, come propagandato da Salvini!); l’aumento dell’Iva al 25%, oltre che spostare quel carico tributario sui consumatori, e quindi sulle famiglie, costituirebbe però (contrariamente alle miracolose previsioni di Berlusconi) un ulteriore incentivo all’evasione, per la quale già siamo i primi in Europa; il tetto del 25% per l’Irpef colpirebbe, poi, come ha osservato Visco, in egual misura sia «lo straordinario dell’operaio che il premio di produzione del manager», rivelando la vera natura della tassa: si tratterebbe dunque di un’eguaglianza regressiva, poiché, come hanno documentato Baldini e Giannini, se una coppia di dipendenti del nord con due figli e con un reddito di 40.000 euro da questa riforma guadagnerebbe 268 euro, la stessa famiglia con un reddito doppio ne guadagnerebbe quasi 9.000.

Il contrasto di una simile proposta con l’art. 53 c.2 Cost., che prevede un «sistema tributario informato a criteri di progressività» è perciò sotto gli occhi di tutti, essendo pacifico per i costituenti che il carico fiscale poteva «aumentare in misura più che proporzionale con il crescere della ricchezza», essendo il riparto destinato a produrre risultati redistributivi tra i consociati, nella prospettiva di emancipazione prevista dall’art. 3 cpv.

Altri tempi.

I liberisti di oggi hanno logicamente accolto con entusiasmo questo progetto, che non solo «darebbe una frustata così vigorosa alla nostra economia, da farla ripartire al galoppo» (sic!), ma, soprattutto farebbe «prendere congedo dalle ideologie socialisteggianti che hanno segnato i secoli diciannovesimo e ventesimo» (così Panebianco, «Corriere della sera», 21.7.2017).

Quanto all’asserita incostituzionalità della proposta, «è vero che i principi della prima parte della Costituzione del ’48 non si conciliano facilmente con la filosofia che ispira la flat tax» e tuttavia a questo punto una riflessione si impone. Se «i risultati del referendum costituzionale hanno messo fuori gioco per chi sa quante generazioni (!) la possibilità di riformare la seconda parte della Costituzione […] perché allora non cominciamo a discutere della prima?». E a questo proposito l’articolista espone le sue certezze, sotto forma di ulteriori domande retoriche: «È sicuro che la convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra repubblica anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà? È sicuro che se il diritto di proprietà, anziché essere relegato tra i cosiddetti “interessi legittimi” (!) fosse riconosciuto tra i diritti fondamentali, quelli su cui si poggia la libertà, ce la passeremmo peggio?».

Così tra un’acritica professione di fede nella formula liberista e un’improbabile previsione sull’immutabilità della seconda parte della Costituzione, l’attacco viene portato ai principi fondamentali che reggono l’intero edificio delle istituzioni repubblicane.

Forzature ideologiche a parte, il discorso è però estremamente chiaro: il diritto di proprietà (privata) diviene il principio fondante della nuova costituzione; sostituisce il lavoro, che essendo una merce, occupava quel posto abusivamente; e delimita la stessa nozione di libertà, che esiste solo se rimane a esso funzionale e collegata (e della “libertà dal bisogno”, un’utopia “socialisteggiante”, non è più il caso di parlare).

Non si tratta, si badi bene, della tradiva riedizione di teorie in voga nell’Ottocento, bensì dell’esposizione di alcuni tratti salienti della costituzione materiale in marcia nel nostro paese, che, in attesa di essere formalizzata, può già costituire la base per un prossimo programma di governo. E Panebianco ne ha sottolineato l’attualità, spiegando quali effetti concreti possa determinare una concezione della libertà declinata in chiave proprietaria.

Tutto questo, peraltro, non sembra interessare molto coloro che oggi “si muovono a sinistra”.

Considerare questo articolato attacco contro la Carta del ’48 un semplice temporale estivo sarebbe comunque un errore, poiché, se anche in autunno altre vicende occuperanno la scena mediatica (le elezioni in Sicilia, per esempio), il sasso è stato lanciato, il messaggio è stato diffuso con dovizia di mezzi e l’opinione pubblica è ormai preparata ad accoglierlo quando il momento sarà ritenuto opportuno.

Per chi intende difendere realmente i principi costituzionali ogni giorno e non solo nelle grandi occasioni, occuparsi di questo progetto, e soprattutto delle sue implicazioni, dovrebbe essere quindi doveroso.

A meno che non si preferisca costruire una politica discutendo sulle sigle, sui nomi dei candidati, sugli abbracci o le ripulse dei singoli soggetti e avviarsi nel frattempo a una coalizione senza qualità o, peggio, a un suicidio elettorale in ordine sparso.

Il Ponte, 4 agosto 2017




Referendum, il ceffone del popolo sovrano

costituzione-600

di Massimo Villone

Quelli che la riforma è il meglio per il paese. Quelli che fa schifo ma bisogna votare Sì. Quelli delle «necessarie» riforme. Quelli che è tempo di cambiare. Quelli che aspettiamo la riforma da anni, e anzi la volevano già i costituenti.

Quelli che è finalmente la volta buona. Quelli che non c’è alternativa. Quelli che il bicameralismo paritario è peggio della peste bubbonica. Quelli che una Camera nelle mani di un capo e un Senato di nominati doppiolavoristi ci rappresentano e rendono l’Italia un paese moderno ed efficiente.

Quelli che basta un Sì. Quelli che il Sì ci regala una sanità uguale per tutti e strade più sicure. Quelli che il Sì mette il turbo al Pil e crea posti di lavoro. Quelli che il No porta lacrime e sangue, ci indebolisce in Europa e nel mondo, affonda le banche, porta alle stelle lo spread, fa esplodere il debito pubblico e seppellisce i titoli di Stato.

Quelli che in una democrazia decidente qualche bavaglio al dissenso ogni tanto ci vuole. Quelli che amano, riamati, i potenti dell’economia e della finanza. Quelli che una Costituzione si vende come una macchina usata. Quelli delle fritture di pesce.

Ci dispiace per loro. Ma li ringraziamo per aver dimostrato che il popolo sovrano è ancora capace di un grande ceffone collettivo, cui fa da contorno quello della Borsa che sale e dello spread che scende.

Il voto del 4 dicembre è stato un lavacro di democrazia, e un ricollocarsi della sovranità là dove appartiene.

Ci dice che nel tempo della crisi della politica e dei corpi intermedi il solo vero garante della Costituzione è il popolo, con buona pace dei costituzionalisti cui questo può suonare come un’eresia. Il ceto dei costituzionalisti non ha – come tale – fatto argine contro la riforma. Anzi.

Il voto di dicembre ci dimostra anche che istituzioni rappresentative e capaci di ascoltare sono le sole non consegnate a una fragile apparenza.

Il punto più debole del disegno renziano è non aver capito che il paese stava andando da un’altra parte. Chi si è presentato come alfiere del futuro, dell’innovazione e del coraggio contro il passatismo e la paura, si scopre ora vincente solo nei segmenti più anziani e meno istruiti della popolazione. E vede il No prevalere massicciamente, con pochissime eccezioni, dappertutto.

Certo, sul risultato ha pesato il dato caratteriale di Renzi, la sua arroganza, e l’errore strategico di aver cercato il plebiscito su sé stesso.

Ma troviamo anche un giudizio negativo sui contenuti della proposta renziana. Precisamente la consapevolezza che concentrare il potere nel governo e su chi comanda a Palazzo Chigi, normalizzando il dissenso nelle istituzioni e nel paese, sia un modello inidoneo ad assicurare stabilità e forza nei tempi difficili che viviamo, e ancor prima incompatibile con la lettera e lo spirito della Costituzione repubblicana. Che vuole istituzioni che seguono il paese, e non viceversa.

Un voto per la Costituzione e una diversa filosofia del governare, e non solo contro Renzi. L’elemento decisivo dell’alta affluenza ci mostra donne e uomini che vogliono esserci e contare sempre, e non nell’unico giorno in cui eleggono un esecutivo, per poi imbavagliarsi durante il mandato e fino al voto successivo per non disturbare il manovratore. Mai più Jobs Act, buona scuola, trivelle, acqua privata e simili. Per questo in tanti abbiamo votato No.

E per questo non è eludibile una nuova e diversa legge elettorale. L’Italicum presenta le stesse debolezze del Porcellum costituzionalmente illegittimo. Un cambio di guardia a Palazzo Chigi non lo renderebbe meno antidemocratico di quanto fosse fino a ieri. Personalmente ritengo che il modello tedesco sarebbe per il nostro paese il migliore compromesso. Ma serve in ogni caso una legge elettorale che apra l’istituzione parlamento alla più ampia e indistorta rappresentatività. I problemi politici si affrontano con la politica, e non con algoritmi e maggioranze taroccate.

Come nel 2006, l’assalto alla Costituzione è stato respinto. Ma non illudiamoci che sia finita, perché gli interessi in gioco sono potenti. Cogliamo l’occasione a sinistra per ricostruire, con coraggio e senza difese preconcette di piccoli recinti. Un punto focale per l’unità è che la Costituzione siamo noi, i nostri bisogni, i nostri diritti, è l’identità e la storia del paese. Per questo va difesa, sempre.

(Pubblicato il 6 novembre 2016 sul Manifesto)



Eliminare l’elettore, questa è la riforma

settis

di Salvatore Settis

 

Il combinato disposto fra nuova legge elettorale (Italicum) e riforma costituzionale mostra la chiara intenzione di far leva sull’astensionismo per controllare i risultati elettorali, restringendo de facto la possibilità dei cittadini di influire sulla politica. La nuova legge [che è  già in vigore – n.d.r] incorre nelle stesse due ragioni di incostituzionalità del defunto Porcellum. Prevede un premio di maggioranza per la lista che superi il 40% dei voti, e ammettiamo pure che sia ragionevole. Ma se nessuna lista raggiunge questa soglia, si prevede il ballottaggio fra le due liste più votate, delle quali chi vince (sia pure per un solo voto) conquista 340 seggi (pari al 54%). Se, poniamo, le prime due liste hanno, rispettivamente, il 21 e il 20%, e al ballottaggio prevale una delle due, a essa toccheranno tutti e 340 i seggi di maggioranza. Inoltre i deputati nominati dai partiti e non scelti dagli elettori potrebbero essere fino a 387 (il 61%). Continuerà dunque l’emorragia degli elettori, sempre meno motivati a votare visto che scelgono sempre meno. Ma questa crescente disaffezione dei cittadini è ormai instrumentum regni: anziché puntare su un recupero alla democrazia rappresentativa dei cittadini che in essa hanno perso ogni fiducia, si tende a far leva sull’astensionismo per meglio pilotare i risultati elettorali.

Nella stessa direzione vanno alcuni aspetti della proposta di riforma costituzionale. Essa è assai complessa, riguardando ben 47 articoli sui 139 della Costituzione (un terzo), e perciò la sua stessa estensione (3000 parole) è di per sé una scelta poco democratica, perché rende difficilissimo al cittadino studiarne ogni aspetto, e praticamente impossibile pronunciarsi consapevolmente con un ‘sì’ o un ‘no ’ (…). Esso assume in tal modo un carattere fiduciario e plebiscitario, che espropria i cittadini della propria individuale ragion critica, e chiede loro di pronunciarsi a favore sulla base degli slogan martellati dal governo.

Una volta assicurata alla Camera dei deputati una maggioranza forte al partito di governo (con la legge elettorale), il Senato viene neutralizzato abolendone l’elettività e trasformandolo in un’assemblea di sindaci e consiglieri regionali che ne saranno membri part-time. Poco importa che gli Statuti di alcune Regioni vietino espressamente ai loro consiglieri regionali di ricoprire qualsiasi altro incarico pubblico; (…) che il nuovo Senato sia a composizione variabile (i suoi membri scadono uno per uno, via via che decadono dal loro incarico regionale o comunale); che l’intricatissimo art. 70, combinato con altri (art. 55) preveda una moltitudine di interazioni Camera-Senato che, a parere di 11 ex presidenti della Corte costituzionale, porteranno a una paralisi del processo legislativo.

Le complicazioni procedurali (presentate come “semplificazioni”), la moltiplicazione dei percorsi di approvazione delle leggi,i potenziali conflitti di competenza avranno per effetto di rendere arduo e lento il funzionamento del Parlamento, con ciò favorendo di fatto la supremazia del governo e il suo potere.

Non è stato dunque abolito il Senato, ma i suoi elettori (cioè i cittadini).Lo stesso è accaduto a livello territoriale con la cosiddetta abolizione delle Province, che di fatto sopravvivono come circoscrizioni amministrative, quanto meno con la figura del Prefetto, funzionario del governo che continua ad avere in ogni capoluogo di provincia funzioni importanti, anzi accresciute dalla legge Madia (al punto di potersi anche sostituire al parere tecnico dei Soprintendenti in materie delicate come gli illeciti paesaggistici). Anche in questo caso, non è la provincia che è stata abolita, bensì i cittadini della provincia. (…).

Con questi e altri artifizi, la nuova proposta di riforma costituzionale accresce i poteri del governo allontanando gli elettori dalla politica, diminuendo le istanze in cui i cittadini sono chiamati a esprimersi, riducendo l’autorevolezza del capo dello Stato. Temi, questi, che non risultano in alcun modo dalla scheda approntata per il quesito referendario, che riproduce il titolo, abile perché manipolatorio, della legge di riforma.

Per questo il referendum del 4 dicembre sarà un test importante e rivelatore. Ci mostrerà se sta prevalendo in Italia un’idea di politica come meccanismo chiuso e privilegiato che garantisca la governabilità limitando lo spazio della democrazia;ovvero un’idea di democrazia partecipata, dove moltiplicare e non ridurre le istanze di partecipazione attiva dei cittadini, di espressione del voto, di scelta dei candidati, incrementando e non demolendo la forma-partito con la sua democrazia interna, diffondendo informazioni corrette e non manipolate, puntando sulla coscienza critica dei cittadini e non sulla loro obbedienza.

(eddyburg, 26 novembre 2016)




Appunti contro la modifica costituzionale di Renzi – di Paolo Solimeno

La modifica costituzionale proposta ( http://www.camera.it/leg17/126?pdl=2613-D ) ha radicali difetti di legittimità e coerenza, propone un modello di democrazia lontano da quello prefigurato dal costituzionalismo democratico in cui sono iscritte le migliori democrazie occidentali, nate o perfezionatesi nel secondo dopoguerra. Insieme alla legge elettorale n. 52 del 2015, l’Italicum, trasformerebbe il sistema italiano in un premierato forte, senza garanzie, con una Camera succube del capo dell’esecutivo.

 

Lasciare che questo sistema entri in vigore vuol dire consegnare l’Italia a due padroni: i poteri economici e finanziari sovranazionali e il vincitore delle prossime elezioni, chiunque egli sia.
In modo alquanto sintetico elenco i motivi per cui ritengo dovrebbe esser respinto il ddl Boschi-Renzi per rinviare ad un eventuale, non urgente e non indispensabile piccola correzione del sistema istituzionale l’intervento migliorativo della Costituzione del 1947, evitando di stravolgerla nel modo frettoloso e pericoloso che ci propongono gli abusivi “costituenti” del 2016.
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1. Legittimità di questo ddl costituzionale. Anzitutto un intervento così corposo che ridisegna quasi tutta la Seconda parte della Costituzione (eccettuato solo il Titolo IV sulla magistratura) introduce di fatto una nuova costituzione esercitando in modo abusivo un potere “costituente” che “non è previsto dal nostro sistema costituzionale: il potere costituente è un potere sovrano, che l’articolo 1 attribuisce al “popolo” e solo al popolo, sicché nessun potere costituito può appropriarsene; il potere di revisione è invece un potere costituito, il cui esercizio non può consistere nella produzione di una nuova Costituzione, ma solo in singoli e specifici emendamenti onde sia consentito ai cittadini, come ha più volte stabilito la Corte Costituzionale, di esprimere consenso o dissenso, nel referendum confermativo, alle singole, specifiche revisioni” (Luigi Ferrajoli, articolo del 25.6.2016 su http://www.libertaegiustizia.it/2016/06/25/un-monocameralismo-imperfetto-per-una-perfetta-autocrazia/ ). Intaccare tale principio vuol dire anche, di conseguenza, intaccare l’irreversibilità della scelta democratica in assoluto e nella particolare veste data dai costituenti nel 1946-’47: un’assetto istituzionale e dei diritti fondamentali nel quadro del costituzionalismo democratico e con peculiari accenti egualitari e pluralistici.
2. Legittimità del parlamento che ha approvato il ddl costituzionale. Le elezioni del 2013 che hanno formato il parlamento attualmente in carica hanno applicato, per la terza volta la legge elettorale n. 270/2005, il c.d. “Porcellum”, che è stata abrogata dalla sentenza della Corte costituzionale n. 1/2014 nelle sue parti fondamentali, il premio di maggioranza e le liste bloccate: in quella sentenza (si trova su http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2014&numero=1# ) la consulta ha ritenuto che il premio, pur perseguendo un obiettivo di “governabilità” legittimo, non potesse sacrificare in modo così eccessivo la funzione primaria e costituzionalmente necessaria della rappresentatività delle assemblee elettive. Tale netta e inconfutabile sentenza è contrastata da alcuni critici non per la correttezza del giudizio di merito, ma solo perché dubitano che un giudizio di costituzionalità su una legge elettorale possa ancora ritenersi “giudizio incidentale”, che è il meccanismo attraverso il quale si accede, dal giudice di merito, alla Corte (a sostegno però della piena accessibilità si è espressa con argomenti solidi l’ordinanza di rimessione della Corte di Cassazione del 17.5.2013). Si aggiunga che i parlamentari eletti rappresentano gli elettori in modo del tutto irrazionale, a causa del premio e delle liste bloccate, ma per il principio di continuità delle istituzioni si è ritenuto che effetto della sentenza che rimuoveva le basi di legittimità del parlamento non potesse provocare lo scioglimento immediato dello stesso e, addirittura, l’annullamento delle leggi da questo approvate (effetti tutti che sarebbero ragionevole conseguenza dell’annullamento parziale della legge elettorale, secondo il principio di retroattività delle sentenze), ma questo non può indurre a considerare il parlamento, all’opposto, pienamente legittimo: la sentenza 1/2014 consente una proroga temporanea dei poteri delle camere (ed infatti richiama la “prorogatio” di cui all’art. 61 Cost.) fino a nuove elezioni con nuova legge elettorale, o con quella risultante dall’abrogazione, poteri rivolti a coprire le esigenze della “ordinaria amministrazione”, non certo ad esercitare il potere di revisione costituzionale ex art. 138, o addirittura il potere costituente (v. punto 1). Si consideri solo, in concreto, che disattendendo questo limite si consente che una forza parlamentare, non eletta per fare modifiche costituzionali e pari al 25% circa degli elettori, stravolga una Carta costituzionale approvata dal voto favorevole pari all’88% dei votanti di un’Assemblea costituente eletta con legge elettorale proporzionale e con lo specifico mandato di scrivere quella Carta.
3. Le modifiche di composizione e modalità di elezione del Senato. La modifica trasforma il Senato in camera non più eletta dal popolo, ma dai consigli regionali; e nella riduzione da 315 a 95 membri, di cui 21 sindaci e 74 consiglieri regionali, che una volta eletti senatori resteranno anche nelle loro cariche originarie. Il nuovo senato non rappresenterà le regioni, né il popolo  né le istituzioni, per l’elezione indiretta di figure non qualificanti, per il ridotto numero di senatori (ben 10 regioni avranno solo 1 consigliere regionale senatore e 1 sindaco senatore), perché anche le regioni più grandi (la Lombardia avrà 14 senatori) eleggeranno senatori in base a spartizioni tra maggioranza e opposizione, o opposizioni, che senza vincolo di mandato andranno a coalizzarsi in senato su base partitica nazionale, non territoriale o istituzionale. Inoltre la riduzione del numero dei senatori stravolge l’equilibrio del parlamento ogni volta che sia chiamato a votare in seduta comune: si tratta delle importantissime elezioni del Presidente della Repubblica (art. 83, 2° c.), della sua messa in stato d’accusa (art. 90), dell’elezione di un terzo dei membri del Consiglio superiore della Magistratura (art. 104).
4. La modifica dei poteri dell’esecutivo. Nessun articolo del Titolo Terzo (Il Governo) è toccato dal ddl del governo, così si difendono Renzi e Boschi, ma intanto questa intera modifica è di iniziativa del Governo, quindi di parte, cosa invero anomala e contraria alla centralità del parlamento come luogo di confronto plurale dove sono rappresentate anche le forze non governative. Poi non si può non vedere che la Nuova costituzione darebbe al Governo dei poteri decisivi e potenzialmente illimitati:
a) il ddl “a scadenza fissa”, ovvero il potere (art. 72, VI comma) di chiedere alla Camera dei deputati di approvare entro 70 gg. un qualunque disegno di legge, solo perché dal Governo stesso sia “indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo”, una formula che non consente sindacato sull’abuso del potere (da parte del Presidente della Repubblica in sede di promulgazione, o della Corte cost. in sede di giudizio incidentale successivo), visto che l’indicazione è una mera potestà, salvo limitazioni da parte dei regolamenti parlamentari, e che potenzialmente potrebbe occupare buona parte del calendario della Camera senza consentire discussioni vere (si pensi ad es. ai 70 gg. occupati da manovre di maggioranza che bloccano il ddl in commissione) e col potere di ricatto derivante dal rapporto di fiducia, aggravato dal meccanismo della legge elettorale attualmente in vigore (l’Italicum); inoltre non il “programma di governo” non ha dignità costituzionale, ma di mera prassi, quindi non può considerarsi un parametro vincolante. Il richiamo all’istituto analogo previsto dalla costituzione francese non tiene conto del contesto costituzionale diverso e dei tanti limiti lì previsti per l’esercizio di questo potere (cfr. R. Tarchi, Osservatorio sulle fonti, 2/2014).
b) il potere di esercitare la “clausola di salvaguardia” (art. 117, IV c.), chiamando allo stato anche alcune delle poche competenze esclusive rimaste alle Regioni con il nuovo Titolo V per la tutela dell’interesse nazionale, sempre con il vincolo di controllo della maggioranza governativa e col potere di scavalcare eventuale voto contrario del Senato, limitandosi a votare con una facilmente raggiungibile maggioranza assoluta (art. 70, IV c.);
c) la nuova struttura istituzionale (Camera centrale nel procedimento legislativo, voto di fiducia dato solo alla Camera, predominanza numerica di questa sul Senato più che triplicata rispetto all’attuale rapporto, ecc.) è proposta senza che si introduca alcun vincolo alla futura legge elettorale, ad esempio con una più vincolante definizione del diritto di voto libero e uguale (art. 48) che imponesse l’introduzione di leggi elettorali capaci di garantire una sufficiente razionalità e rappresentatività della Camera, invece saremo nuovamente dipendenti dall’eventuale (art. 73, II c.) e probabilmente tardivo giudizio della Corte costituzionale;
d) non si introduce alcun rafforzamento delle istituzioni di garanzia (anzi, PdR, CSM e Corte Costituzionale sono indeboliti e resi a portata della maggioranza governativa). L’interpretazione della nuova Carta che tenga conto della attuale legge elettorale è la più preoccupante: con la maggioranza vinta, probabilmente al ballottaggio, si avrebbe il controllo del procedimento legislativo alla Camera, si potrebbe ottenere la messa in stato d’accusa del PdR (art. 90) con il voto di soli 25 senatori, oltre ai 340 della maggioranza alla Camera (ma anche una maggioranza più debole, comunque “governativa”, turberà l’indipendenza del PdR): praticamente il Governo può ricattare il Presidente della Repubblica e inibire l’esercizio di ogni suo potere di garanzia e ostacolo agli abusi dell’esecutivo (a partire dal rifiuto della promulgazione di leggi palesemente incostituzionali, o di sciogliere la Camera);
e) non si introduce alcuna concreta disciplina di poteri delle minoranze e delle opposizioni: è nominato lo “statuto delle opposizioni” (art. 64, II c.), ma la sua disciplina è rinviata ai regolamenti delle Camere, eppure ci sono esempi e letteratura da cui attingere per mettere in costituzione delle regole minime che garantiscano le minoranze (si veda il saggio di Antonuzzo su http://www.amministrazioneincammino.luiss.it/app/uploads/2016/06/Antonuzzo.pdf ); si modificano gli istituti referendari, ma il referendum abrogativo beneficerebbe di una saggia riduzione del quorum (art. 75, IV c.) solo se si raccoglieranno ben 800.000 firme; l’iniziativa di legge popolare dovrà raccogliere il triplo delle firme di oggi (150.000 invece di 50.000) avendo solo la garanzia di venir discussa e votata nei tempi che stabiliranno i regolamenti parlamentari (art. 71, III c.); altra norma “bandiera” (art. 71, IV c.) introduce il referendum propositivo e d’indirizzo che dovrà essere attuato da altra legge costituzionale e, dopo di questa, da legge di attuazione: nulla, quindi, per anni.
5. La modifica della forma di governo. Questo effetto si ha con una legge elettorale che, come l’Italicum già in vigore da luglio 2016, introduca un meccanismo che sfrutti gli spazi lasciati pericolosamente liberi dalla nuova costituzione e consenta ad una legge maggioritaria di trasformare una democrazia parlamentare in un premierato forte: premierato grazie ad una legge premiale che – qualunque sia il risultato delle votazioni – pretende di creare una maggioranza nell’assemblea elettiva, come ammette da tempo il suo ispiratore, Roberto D’Alimonte; e contemporaneamente determina l’elezione del presidente del consiglio attraverso una “indicazione” del capo della lista che risulti vittoriosa (al primo turno o al ballottaggio); e sarebbe un premierato forte perché mancherebbero i contrappesi (sia nuovi poteri di interdizione o codecisione di altri organi, ma sarebbero anzi indebolite le istituzioni di garanzia per lo squilibrio di numeri nelle cruciali votazioni di cui agli artt. 83, elezione PdR, 90, messa in stato d’accusa del PdR, 104, elezione di un terzo del CSM), e ci sarebbero anzi i rafforzamenti dell’esecutivo di cui si è detto al punto 4. Appare poi intollerabile che una radicale modifica della forma di governo e una così grave concentrazione di poteri sia fatta in modo surrettizio, senza discuterlo apertamente e smentendo l’intima connessione con la legge elettorale. Solo una legge elettorale rigidamente proporzionale per la Camera eviterebbe l’attacco al principio di equilibrio e separazione dei poteri, anche se lascerebbe in vita le numerose incongruenze e pericoli.
6. La modifica del bicameralismo. La differenziazione delle funzioni delle due camere non può esser detta urgente o indispensabile: nell’ultima legislatura ben 202 delle 252 leggi approvate è passata con una sola lettura in ciascuna camera, senza alcun rinvio per modifiche alla prima camera; altre 43 leggi sono passate con un solo rinvio, quindi tre passaggi (http://blog.openpolis.it/2016/10/19/referendum-leggi-veloci-leggi-lente/10661). Niente di patologico, nessuna urgenza nella modifica giustifica il modo illegittimo e il contenuto inefficace e confuso con cui viene proposta. Quanto poi alla fiducia al Governo dalla sola Camera dei deputati: la modifica potrebbe, in sé, esser considerata razionale e benvenuta, ma non si può motivarla sulla instabilità perché dei tanti governi (63) che si sono succeduti in 69 anni di repubblica con il bicameralismo perfetto, solo due sono caduti per il diniego della fiducia in parlamento (i due governi Prodi) e tutti gli altri sono cambiati anzitutto per pretese delle correnti interne della DC, in una anche eccessiva stabilità e continuità. Una modifica semplice al meccanismo della fiducia, l’introduzione della sfiducia costruttiva, avrebbe dato ben più stabilità al sistema. La trasformazione del Senato nelle sue funzioni non impone certo che non sia elettivo; e la sua rappresentatività, anche con l’elezione indiretta, avrebbe dovuto scegliere strade più chiare: non rappresenterà le istituzioni locali (come in Germania: nel Bundesrat siedono i governi con mandato vincolato), non rappresenterà le popolazioni locali (ben 10 regioni avranno solo 2 senatori, 1 sindaco e 1 consigliere regionale!), ma sarà una replica della rappresentanza partitica della Camera, ma con maggioranze probabilmente diverse: un intralcio, non un contrappeso, non un organo rappresentativo.

7. La modifica del Titolo V: un forte accentramento. L’intervento sul Titolo V è un forte revirement accentratore rispetto al principio tendenzialmente federalista introdotto nel 2001 tanto da consegnarci uno stato centralista, più di quello della originale versione del titolo del 1947. Le competenze esclusive statali del nuovo art. 117, II c., si moltiplicano (da 31 a 48), sono introdotte materie esclusive regionali, ma con riserve parziali allo stato che è chiamato a disciplinare parte delle materie, la regione dovrebbe completare, riproponendo così in sostanza la “competenza concorrente” che il legislatore si vanta di aver abolito: tutt’altro, si introducono concetti nuovi e non ancora vagliati in cui lo stato si contende le materie con le regioni, dettando ora le “norme generali e comuni”, ora le “disposizioni di principio”, ora imponendo interessi nazionali o sovranazionali su quelli regionali, ora semplicemente dettando una parte della disciplina (cfr. U. De Siervo, “I più chediscutibili contenuti del progettato art. 117 della costituzione”,su osservatoriosullefonti.it, 1/2016). In più, come detto sopra (punto 4, b), il Governo può esercitare con iniziativa legislativa una supremazia e chiamare a sé materie pur di esclusiva competenza regionale. La modifica non ha voluto toccare statuti e competenze delle cinque regioni a statuto speciale per il veto posto dai parlamentari rappresentanti di quei territori, consegnandoci così un sistema che costa miliardi di euro ogni anno ed una disparità ora intollerabile, e da tempo comunque priva di ragioni, rispetto alle spogliate regioni ordinarie: gli statuti speciali potranno esser modificati solo con “intesa” con i loro consigli, mentre oggi basta che siano “sentiti”; tutto il capo IV del ddl non si applica, mentre si applica il potere di espandere ulteriormente le loro competenze.

L’incoerenza del ddl costituzionale si somma così al suo chiaro intento di riduzione delle garanzie e dell’equilibrio delle funzioni e di separazione dei poteri, di esaltazione dell’esecutivo senza i lacci delle garanzie e del pluralismo, dei limiti al potere, chiunque lo detenga. La “Nuova Costituzione Renziana” si qualifica come il più determinato e sgangherato attacco al costituzionalismo democratico, intento reazionario un po’ guascone e un po’ golpista che dobbiamo respingere senza tentennamenti.



La “deforma” cambia 47 articoli ma non tocca il pareggio di bilancio

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E dunque quali possibilità di attuare la prima parte della Costituzione che sancisce i diritti fondamentali? Molto scarse, diversamente da come invece vorrebbero far credere le numerose repliche alle critiche alla proposta di “deforma”, che si stanno succedendo in questi giorni. Lo avevamo sottolineato a chiare lettere nel nostro appello del marzo scorso (quando ancora si annunciava la consultazione referendaria per ottobre) “l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, [un] passo che non era affatto imposto, ma che entra nell’indirizzo politico di governo con il PNR 2011, deliberato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile 2011, al punto 2.2 a)”.

Sulle implicazioni del pareggio di bilancio previsto nell’art 81 riproponiamo l’argomentata disamina di Stefano Rodotà apparsa nel 2012 su Repubblica e ripubblicata nel 2013 su Keynes blog

Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità di guardare oltre l’emergenza. È stato modificato l’articolo 81 della Costituzione, introducendo il pareggio di bilancio. Un decreto legge dell’agosto dell’anno scorso e uno del gennaio di quest’anno hanno messo tra parentesi l’articolo 41. E ora il Senato discute una revisione costituzionale che incide profondamente su Parlamento, governo, ruolo del Presidente della Repubblica. Non siamo di fronte alla buona “manutenzione” della Costituzione, ma a modifiche sostanziali della forma di Stato e di governo. Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono sopraffatte da richiami all’emergenza così perentori che ogni invito alla riflessione configura il delitto di lesa economia.
In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità delle forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che, negli ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perché s’invocano condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’una commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata.
Con una battuta tutt’altro che banale si è detto che la riforma dell’articolo 81 ha dichiarato l’incostituzionalità di Keynes.
L’orrore del debito è stato tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche restrittive, i cui rischi sono stati segnalati, tra gli altri da cinque premi Nobel in un documento inviato a Obama. Soprattutto, mette seriamente in dubbio la possibilità di politiche sociali, che pure trovano un riferimento obbligato nei principi costituzionali. La Costituzione contro se stessa? Per mettere qualche riparo ad una situazione tanto pregiudicata, uno studioso attento alle dinamiche costituzionali, Gianni Ferrara, non ha proposto rivolte di piazza, ma l’uso accorto degli strumenti della democrazia. Nel momento in cui votavano definitivamente la legge sul pareggio di bilancio, ai parlamentari era stato chiesto di non farlo con la maggioranza dei due terzi, lasciando così ai cittadini la possibilità di esprimere la loro opinione con un referendum.
Il saggio invito non è stato raccolto, anzi si è fatta una indecente strizzata d’occhio invitando a considerare le molte eccezioni che consentiranno di sfuggire al vincolo del pareggio, così mostrando in quale modo siano considerate oggi le norme costituzionali. Privati della possibilità di usare il referendum, i cittadini — questa è la proposta — dovrebbero raccogliere le firme per una legge d’iniziativa popolare che preveda l’obbligo di introdurre nei bilanci di previsione di Stato, regioni, province e comuni una norma che destini una quota significativa della spesa proprio alla garanzia dei diritti sociali, dal lavoro all’istruzione, alla salute, com’è già previsto da qualche altra costituzione. Non è una via facile ma, percorrendola, le lingue tagliate dei cittadini potrebbero almeno ritrovare la parola.
L’altro fatto compiuto riguarda la riforma costituzionale strisciante dell’articolo 41. Nei due decreti citati, il principio costituzionale diviene solo quello dell’iniziativa economica privata, ricostruito unicamente intorno alla concorrenza, degradando a meri limiti quelli che, invece, sono principi davvero fondativi, che in quell’articolo si chiamano sicurezza, libertà, dignità umana. Un rovesciamento inammissibile, che sovverte la logica costituzionale, incide direttamente su principi e diritti fondamentali, sì che sorprende che in Parlamento nessuno si sia preoccupato di chiedere che dai decreti scomparissero norme così pericolose.
È con questi spiriti che si vuol giungere a un intervento assai drastico, come quello in discussione al Senato. Ne conosciamo i punti essenziali. Riduzione del numero dei modifiche riguardanti l’età per il voto e per l’elezione al Senato, correttivi al bicameralismo per quanto riguarda l’approvazione delle leggi, rafforzamento del Presidente del Consiglio, poteri del governo nel procedimento legislativo, introduzione della sfiducia costruttiva. Un “pacchetto” che desta molte preoccupazioni politiche e tecniche e che, proprio per questa ragione, esigerebbe discussione aperta e tempi adeguati. Su questo punto sono tornati a richiamare l’attenzione studiosi autorevoli come Valerio Onida, presidente dell’Associazione dei costituzionalisti, e Gaetano Azzariti, e un documento di Libertà e Giustizia, che hanno pure sollevato alcune ineludibili questioni generali.
Può un Parlamento non di eletti, ma di “nominati” in base a una legge di cui tutti a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta nel nostro sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sulla Costituzione? Può l’obiettivo di arrivare alle elezioni con una prova di efficienza essere affidato a una operazione frettolosa e ambigua? Può essere riproposta la linea seguita per la modifica dell’articolo 81, arrivando a una votazione con la maggioranza dei due terzi che escluderebbe la possibilità di un intervento dei cittadini? Quest’ultima non è una pretesa abusiva o eccessiva. Non dimentichiamo che la Costituzione è stata salvata dal voto di sedici milioni di cittadini che, con il referendum del 2006, dissero “no” alla riforma berlusconiana.
A questi interrogativi non si può sfuggire, anche perché mettono in evidenza il rischio grandissimo di appiattire una modifica costituzionale, che sempre dovrebbe frequentare la dimensione del futuro, su esigenze e convenienze del brevissimo periodo. Le riforme costituzionali devono unire e non dividere, esigono legittimazione forte di chi le fa e consenso diffuso dei cittadini.
Considerando più da vicino il testo in discussione al Senato, si nota subito che esso muove da premesse assai contestabili, come la debolezza del Presidente del Consiglio. Elude la questione vera del bicameralismo, concentrandosi su farraginose procedure di distinzione e condivisione dei poteri delle Camere, invece di differenziare il ruolo del Senato. Propone un intreccio tra sfiducia costruttiva e potere del Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento delle Camere che, da una parte, attribuisce a quest’ultimo un improprio strumento di pressione e, dall’altra, ridimensiona il ruolo del Presidente della Repubblica. Aumenta oltre il giusto il potere del governo nel procedimento legislativo, ignorando del tutto l’ormai ineludibile rafforzamento delle leggi d’iniziativa popolare. Trascura la questione capitale dell’equilibrio tra i poteri.
Tutte questioni di cui bisogna discutere, e che nei contributi degli studiosi prima ricordati trovano ulteriori approfondimenti. Ricordando, però, anche un altro problema. Si continua a dire che le riforme attuate o in corso non toccano la prima parte della Costituzione, quella dei principi. Non è vero. Con la modifica dell’articolo 81, con la “rilettura” dell’articolo 41, con l’indebolimento della garanzia della legge derivante dal ridimensionamento del ruolo del Parlamento, sono proprio quei principi ad essere abbandonati o messi in discussione.




Tomaso Montanari – le ragioni di un NO

nodi Tomaso Montanari

Gli italiani sono chiamati a votare su una riforma costituzionale approvata a colpi di maggioranza politica, sotto l’abusiva pressione dell’Esecutivo, in un Parlamento rimasto in carica solo per il principio di continuità dello Stato dopo che una sentenza della Corte costituzionale ha dichiarato «rotto» il rapporto che lega il corpo elettorale e i suoi rappresentanti. Il potere che ha disposto e ottenuto tutto questo non va cercato nella esangue politica italiana, nello sfilacciato partito di maggioranza, nelle incresciose figure dei presidenti della Repubblica che a tutto ciò si sono prestati. No: il mandante è il mercato finanziario globale. E il progetto è molto chiaro: sostituire alla sovranità popolare la sovranità dei mercati; sostituire all’altissimo obiettivo del pieno sviluppo della persona umana, attuato attraverso la partecipazione alla democrazia, una nostra definitiva mutazione in consumatori silenziosi, governati da una intangibile oligarchia.

La relazione introduttiva al disegno di legge costituzionale lo dice senza infingimenti: la Costituzione si cambia per sostenere le «sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale». Era, questa, l’esplicita richiesta della più grande banca d’affari del mondo, la J. P. Morgan, che nel giugno del 2013 ha scritto: «Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale dell’Europa […] tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che le sinistre conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; Stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; […] e il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. […] Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità di impegnarsi in importanti riforme politiche». Il nesso tra le richieste della banca e la riforma della Carta è stato platealmente ammesso dal «Corriere della sera», nell’aprile 2014: «Basterebbe rileggersi il rapporto stilato dalla J. P. Morgan il 28 maggio 2013, là dove indica nella “debolezza dei governi rispetto al Parlamento” e nelle “proteste contro ogni cambiamento” alcuni vizi congeniti del sistema italiano. Ecco una sfida decisiva della missione di Renzi. La velocità impressa dal premier, quindi, a Napolitano non dispiace». La Costituzione va cambiata perché lo chiede il mercato. E non solo la Costituzione: tutto il sistema democratico va smantellato. E allora si capisce perché la ministra dell’Istruzione del governo Renzi abbia affermato che «l’Italia paga un’impostazione eccessivamente teorica del sistema d’istruzione, legata alle nostre radici classiche. Sapere non significa necessariamente saper fare. Per formare persone altamente qualificate come il mercato richiede è necessario imprimere un’impronta più pratica all’istruzione italiana, svincolandola dai limiti che possono derivare da un’impostazione classica e troppo teorica».

Quando, nel settembre 1944, il rettore Piero Calamandrei riaprì l’Università di Firenze invitò gli studenti a tirar su dalle macerie, e a spolverare alla meglio, i libri di Galileo, Beccaria, Mazzini: «con questi libri possiamo rimetterci con fede al lavoro: ed esser certi che in questa nuova Europa che si annuncia dal sangue e dal dolore, l’Italia ha ancora qualcosa da dire». Anche oggi, nel 2016, l’Italia ha qualcosa da dire: dire no a questa svolta oligarchica è il primo passo per costruire un futuro diverso.

Il Ponte, 30 settembre 2016




La finanza internazionale e la controriforma costituzionale

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di Guglielmo Forges Davanzati

“I problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alle cadute delle dittature, e sono rimaste segnate da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste … I sistemi politici del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso basate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi” (J.P.Morgan, 2013).

Perché Matteo Renzi investe tutto il suo capitale politico per una riforma della Costituzione della quale, si può supporre, alla gran parte dei cittadini italiani non interessa per nulla? Perché lo fa in disprezzo del duplice fatto che la riforma è partorita da un Parlamento dichiarato illegittimo e del fatto che questo provvedimento non era nel suo programma elettorale? La risposta può rinviare a due soli ordini di ragioni: il primo, per così dire, psicologico; il secondo propriamente economico.

Il primo potrebbe riguardare il fatto che Renzi voglia, per così dire, passare alla Storia come “il grande riformatore”, “il costituente del XXI” secolo. Potrebbe essere. Ma pare davvero una motivazione molto parziale a fronte della quale si può contrapporre una interpretazione che, senza cadere in improbabili complottismi, metta assieme alcuni fatti che ci portano a pensare che la riforma della Costituzione italiana si renda necessaria come scambio politico fra questo Governo e la finanza internazionale. Sia chiaro che non si fa qui riferimento a una cospirazione occulta, e tantomeno a un progetto eticamente censurabile, ma a una sequenza di eventi che quantomeno fanno seriamente dubitare della narrazione governativa. Andiamo per ordine.

1. Nel 2013, J.P.Morgan pubblica un rapporto nel quale invita il Governo italiano a modificare la Costituzione vigente perché contiene “troppi elementi di socialismo”. In particolare, J.P.Morgan insiste sulla inopportunità di tenere in vita una Carta Costituzionale di matrice novecentesca, nella quale i valori fondanti riguardano la tutela dei diritti sociali, il fondamentale ruolo attribuito allo Stato nella programmazione economica, il richiamo alla democrazia economica. Per la finanza sovranazionale, la Costituzione italiana è da modificare radicalmente, come quelle degli altri Paesi mediterranei dell’Eurozona, ma lo è ancor più rispetto a queste esperienze: l’Italia diventa, per così dire, un laboratorio per sperimentare dettati costituzionali adeguati al XXI secolo, ovvero coerenti e funzionali ai processi detti di finanziarizzazione[1].

2. I rapporti fra Renzi e autorevoli esponenti di J.P.Morgan, in particolare con Jamie Dimon, sono ampiamente documentati ed è noto che attengono al salvataggio di alcune banche italiane, Monte dei Paschi di Siena innanzitutto per evitare effetti di contagio sull’intero sistema finanziario italiano[2].

3. J.P. Morgan, allo stato dei fatti, è interessata a ricapitalizzare il sistema bancario italiano, in particolare il Monte dei Paschi di Siena. La spesa sarebbe irrisoria, data l’enorme disponibilità finanziaria di J.P. Morgan, probabilmente si riuscirebbe anche a trarne profitto. Ma a condizione che il Governo italiano proceda a fare le “riforme” indicate.

Se questa ricostruzione è veritiera, si giunge alla conclusione che la riforma Boschi-Renzi costituisce uno scambio politico fra Governo italiano e finanza internazionale per un obiettivo del tutto contingente e, per certi aspetti, neppure di rilevanza tale da motivare il superamento sostanziale della Costituzione vigente: il salvataggio del sistema bancario italiano, e in particolare, del Monte dei Paschi di Siena. Evidentemente, il corollario riguarda il fatto che la politica italiana è in larghissima misura eterodiretta: cosa che, per molti commentatori, non è peraltro nulla di così nuovo, dal momento che già dall’insediamento del Governo Monti si fece esplicito riferimento, in quel caso, a una decisione di Goldman Sachs.

Vi è un passaggio successivo. La finanza sovranazionale chiede all’Italia di accelerare i tempi di decisione e ciò si rende necessario dal momento che, in un contesto di ‘globalizzazione’ (sebbene con forti controtendenze registrate dall’aumento delle misure protezionistiche), il turnover del capitale è notevolmente accelerato e le scelte di localizzazione degli investimenti sono profondamente influenzate dalla capacità del singolo Governo, in un contesto di competizione fra Stati, di creare un ambiente favorevole all’attrazione di investimenti (e/o alla non delocalizzazione).

In tal senso, l’invito di J.P.Morgan è pienamente ascrivibile a questa logica. Al di là del fatto che la nuova costituzione molto difficilmente porterà a un accelerazione dei tempi di decisione, in considerazione della sua farraginosità (come messo in evidenza ripetutamente dai sostenitori del NO al Referendum), la questione rilevante da discutere è se ammesso che questo risultato si produca (ovvero che i tempi di decisione si accelerino) ciò è un processo desiderabile o meno[3].

La risposta dipende in modo significativo dal modello di sviluppo dell’economia italiana che si intende promuovere o rafforzare. Per la seguente ragione. Con ogni evidenza, la finanza sovranazionale e le multinazionali che domandano la riforma costituzionale lo fanno per trovare in Italia un assetto istituzionale per loro più favorevole: bassi salari, risibile tutela dei diritti dei lavoratori, normativa trascurabile in materia ambientale, delineando un percorso di crescita in condizioni di ulteriore aggravamento delle diseguaglianze distributive e di ulteriore attacco al lavoro. Per chi ritiene che l’eventuale attrazione di investimenti non possa che avvenire sostenendo questi costi (inclusa la perdita della sovranità politica), il SI è una scelta scontata.

Per chi ritiene che le diseguaglianze siano un freno alla crescita, che la finanza sovranazionale non debba ingerire nelle decisioni di uno Stato sovrano; per chi ritiene che la globalizzazione debba governata e che la totale libertà di movimento dei capitali sia una delle concause della crisi in corso la risposta non può che essere decisamente NO. La posta in gioco è, dunque, la vendita della nostra carta costituzionale al miglior offerente: il tentativo estremo di provare a fuoriuscire da una crisi della quale non si vede una possibile via d’uscita.

NOTE

[1] V. http://www.giuristidemocratici.it/hotTopics/in_difesa_della_costituzione/post/20160317083833

[2] Si vedano vari articoli pubblicati da Repubblica, giornale non sospettabile di essere anti-governativo, e, in particolare, Giovanni Pons, MPS. Il soccorso della finanza globale: vince JPMorgan, la banca dei governi, “La Repubblica – Affari e Finanza”, 26 settembre 2016.

[3] V. G. Bucci, Revisione costituzionale e rapporti economico-sociali nell’era della crisi organica, “Osservatorio Costituzionale”, n.3, 2016.

 

Pubblicato su Micro Mega il 27 settembre 2016




Un monocameralismo imperfetto per una perfetta autocrazia

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di Luigi Ferrajoli

1. Potere di revisione costituzionale e potere costituente – C’è un fatto che accompagna, da circa trenta anni, la lunga crisi della democrazia italiana. All’aggravarsi di tutti i suoi aspetti – il discredito e lo sradicamento sociale dei partiti, la loro subalternità all’economia e alla finanza, la loro opzione comune e sempre più esplicita per le controriforme in materia di lavoro e di stato sociale – ha fatto costantemente riscontro il progetto di indebolire il Parlamento e di rafforzare il governo, tramite modifiche sempre più gravi della seconda parte della Costituzione repubblicana: dapprima, negli anni Ottanta e Novanta, i tentativi delle  Commissioni Bozzi, De Mita-Jotti e D’Alema; poi l’assalto ben più di fondo alla Costituzione da parte del governo Berlusconi con la riforma del 2005, scritta dai cosiddetti “quattro saggi” in una baita di Lorenzago e bocciata dal referendum del giugno 2006 con il 61% dei voti; infine l’ultima, non meno grave aggressione: la legge di revisione costituzionale Renzi-Boschi approvata il 12 aprile 2016, sulla quale si svolgerà il referendum confermativo nel prossimo ottobre. Di nuovo, come sempre, l’argomento a sostegno della revisione, oltre a quello penoso e demagogico della riduzione dei costi della politica, è stato la necessità di accrescere la “governabilità” nel tentativo, ancora una volta, del ceto di governo di far ricadere sulla nostra carta costituzionale la responsabilità della propria inettitudine.

L’attuale revisione costituzionale investe l’intera seconda parte della Costituzione: ben 47 articoli su un totale di 139. Non è quindi, propriamente, una “revisione”, ma un’altra Costituzione, diversa da quella del 1948. Ma la nostra Costituzione non consente l’approvazione di una nuova Costituzione, neppure ad opera di un’ipotetica assemblea costituente che pur decidesse a larghissima maggioranza. Il solo potere ammesso dall’articolo 138 della nostra Costituzione è un potere di revisione, che non è un potere costituente ma un potere costituito. Di qui il primo profilo di illegittimità: l’indebita trasformazione del potere di revisione costituzionale previsto dall’articolo 138 in un potere costituente non previsto dalla nostra Costituzione e perciò anticostituzionale ed eversivo.

La differenza tra i due tipi di potere è radicale: il potere costituente è un potere sovrano, che l’articolo 1 attribuisce al “popolo” e solo al popolo, sicché nessun potere costituito può appropriarsene; il potere di revisione è invece un potere costituito, il cui esercizio non può consistere nella produzione di una nuova Costituzione, ma solo in singoli e specifici emendamenti onde sia consentito ai cittadini, come ha più volte stabilito la Corte Costituzionale, di esprimere consenso o dissenso, nel referendum confermativo, alle singole, specifiche revisioni. E’ una questione elementare di teoria del diritto e di grammatica giuridica: l’esercizio di un potere costituito non può trasformare lo stesso potere del quale è esercizio in un potere costituente senza degradare ad eccesso, o peggio ad abuso di potere. Ed è paradossale che di questo eccesso e di questo abuso di potere si sia fatto fin dall’inizio promotore il Presidente della Repubblica, che aveva giurato fedeltà a questa Costituzione e che di essa avrebbe dovuto essere il custode e il garante. Ma è anche una questione di teoria politica e di grammatica democratica: la differenza e la distinzione tra potere costituente e potere costituito, formulata da Sieyés più di due secoli fa, rappresenta infatti una sorta di postulato di qualunque costituzionalismo democratico. Giacché le costituzioni sono norme che costituiscono e disciplinano i pubblici poteri, imponendo loro limiti e vincoli. E’ questo il loro senso e il loro ruolo. E perciò non possono gli stessi poteri costituiti dalla Costituzione cambiare radicalmente la Costituzione dalla quale sono disciplinati e limitati.

Si tratta di una logica del costituzionalismo adottato da quasi tutte le costituzioni e confermato dall’esperienza costituzionale di tutte le grandi democrazie. Giacché le costituzioni sono una cosa seria, che nelle democrazie serie sono emendabili, cioè suscettibili di singole e specifiche riforme, ma non modificabili per intero. Proviamo a pensare come sarebbe accolta l’idea di una nuova Costituzione negli Stati Uniti. Riflettiamo sul perché mai nessun partito, nessun presidente, nessun uomo politico penserebbe di proporre un cambiamento dell’intera Costituzione statunitense del 1787, da tutti concepita, difesa e sacralizzata come il patto costituente e la carta d’identità della nazione. Della Costituzione degli Stati Uniti sono infatti possibili solo emendamenti, la cui approvazione richiede, secondo il suo articolo 5, una procedura gravosissima: che la proposta di un semplice emendamento sia avanzata dai due terzi dei componenti del Congresso o da due terzi delle legislature dei vari Stati, e che nel primo caso l’emendamento sia approvato se votato dalle legislature di tre quarti degli Stati e, nel secondo, se votato dai tre quarti dei membri di un’apposita Convenzione convocata dal Congresso. In quasi nessun Paese, poi, è consentita la revisione totale della Costituzione, ma solo la revisione parziale mediante singoli emendamenti,  sottoposti peraltro a procedure di revisione ben più gravose di quella prevista dal nostro articolo 138: l’approvazione da parte dei due terzi dei membri delle due Camere in Germania e in Giappone e da parte dei tre quinti in Spagna, seguita sempre in Giappone, e in Spagna su richiesta di un decimo dei membri di una Camera, da un referendum popolare. Dove è prevista la revisione totale, come in Spagna e in Svizze­ra, essa è sottoposta a procedure talmente laboriose da renderla quasi impossibile e comunque totalmente sottratta a colpi di mano di maggioranza. In base all’articolo 168 della Costituzione spagnola, si procede dapprima alla votazione del nuovo testo a maggioranza di due terzi di ciascuna Camera, poi allo scioglimento immediato delle Cortes, poi alla ratifica della nuova Costituzione a maggioranza di due terzi delle nuove Camere e infine al referendum sulla revisione approvata. In Svizzera, in base all’articolo 120 della Costituzione del 1874, per la revisione totale si richiede anzitutto che la proposta sia avanzata da una delle due Camere o da 100.000 elettori; successivamente si procede al referendum sul quesito “se la riforma totale debba o no aver luogo”; poi il Parlamento viene sciolto; poi si procede alla sua rielezione per elaborare la nuova Costituzione; infine, in base all’articolo 123, la Costituzione riformata viene sottoposta e referendum.

2. Una costituzione di minoranza – Ma ancor più gravi sono la forma e la sostanza della nuova Costituzione su cui saremo chiamati a votare nel referendum di ottobre. Per il metodo con cui è stata approvata e per i suoi contenuti, questa legge di revisione è un oltraggio non tanto e non solo alla Costituzione del 1948, ma al costituzionalismo in quanto tale, cioè all’idea stessa di Costituzione.

Innanzitutto per il metodo. Non è con i modi adottati dal governo Renzi che si trattano le costituzioni. Le costituzioni sono patti di convivenza. Stabiliscono le pre-condizioni del vivere civile, idonee a garantire tutti, maggioranze e minoranze, e perciò tendenzialmente sorrette da un consenso generale. Servono a unire, e non a dividere, dato che equivalgono a sistemi di limiti e vincoli imposti a qualunque maggioranza, di destra o di sinistra o di centro, a garanzia di tutti. Così è stato per la Costituzione italiana del 1948, approvata dalla grandissima maggioranza dei costituenti – 453 voti a favore e 62 contrari – pur divisi dalle contrapposizioni ideologiche dell’epoca. Così è sempre stato per qualunque Costituzione degna di questo nome.

La Costituzione di Renzi è invece una Costituzione che divide: una Costituzione neppure di maggioranza, ma di minoranza, approvata ed imposta, però, con lo spirito arrogante delle maggioranze. E’ in primo luogo una Costituzione approvata da una piccola minoranza: dal partito di maggioranza relativa, che alle ultime elezioni prese il 25% dei voti, corrispondenti a poco più del 15% degli elettori, trasformati però, dalla legge elettorale Porcellum dichiarata incostituzionale, in una fittizia maggioranza assoluta, per di più compattata dalla disciplina di partito e dal trasformismo governativo di gran parte dei suoi esponenti pur fermamente contrari. Insomma, una pura operazione di palazzo. E tuttavia questa minoranza ha imposto la sua Costituzione con l’arroganza di chi crede nell’onnipotenza della maggioranza: rifiutando il confronto con le opposizioni e perfino con il dissenso interno alla cosiddetta maggioranza (“abbiamo i numeri!”), rimuovendo e sostituendo i dissenzienti in violazione dell’articolo 67 della Costituzione, minacciando lo scioglimento delle Camere, strozzando il dibattito parlamentare con “canguri” e tempi di discussione contingentati in sedute-fiume e notturne, ponendo più volte la fiducia come se si trattasse di una legge di indirizzo politico, ottenendo l’approvazione in un clima di scontro giunto a forme di protesta di tipo aventiniano, fino all’ultima, gravissima deformazione del processo di revisione: il carattere plebiscitario impresso al referendum costituzionale dal presidente del Consiglio che lo ha trasformato in un voto su se stesso.

Non si potrebbe immaginare un’anticipazione più illuminante di quelli che saranno i rapporti tra governo e Parlamento se questa riforma andasse in porto: un Parlamento ancor più umiliato, espropriato delle sue classiche funzioni, ridotto a organo di ratifica delle decisioni governative. Del resto, sia l’iniziativa che l’intera gestione del procedimento di revisione sono state, dall’inizio alla fine, nelle mani del governo; laddove, se c’è una questione di competenza esclusiva del Parlamento e che nulla ha a che fare con le funzioni di governo, questa è precisamente la modifica della Costituzione. L’illegittima mutazione del referendum costituzionale in un plebiscito era perciò implicito fin dall’origine del processo di revisione e strettamente connesso a un altro suo profilo di illegittimità: al fatto che il potere di revisione costituzionale, proprio perché è un potere costituito, ammette solo emendamenti specifici, singolari e univoci, i quali soltanto consentono che il successivo referendum previsto dall’articolo 138 avvenga, come ha più volte richiesto la Corte costituzionale, su singole e determinate questioni, e non si tramuti, appunto, in un plebiscito.

Si capisce come una simile revisione – quali che fossero i suoi contenuti, anche i più condivisi e condivisibili – meriti comunque di essere respinta, soltanto per il modo con cui è stata approvata. Giacché essa è uno sfregio alla Costituzione repubblicana, dopo il quale la nostra Costituzione non sarà più la stessa perché non avrà più lo stesso prestigio. Le costituzioni, infatti, valgono anche per il carattere evocativo e simbolico del loro momento costituente, quale patto sociale di convivenza. Questa nuova Costituzione sarà percepita come il frutto di un colpo di mano, di un atto di prepotenza e prevaricazione sul Parlamento e sulla società italiana. Sarà la Costituzione non della concordia ma della discordia; non del patto pre-politico, ma della rottura del patto implicito in ogni momento costituente. Indipendentemente dai contenuti.

3. Un monocameralismo imperfetto – Ma sono precisamente i contenuti l’aspetto più allarmante della nuova Costituzione. Si dice che con essa viene superato il bicameralismo perfettamente paritario. E’ vero. Ma il superamento del bicameralismo perfetto avviene con la sua sostituzione con un monocameralismo sommamente imperfetto. Imperfetto per due ragioni.

In primo luogo perché la seconda Camera non è affatto abolita, ma sostituita da un Senato eletto non dai cittadini, come vorrebbe il principio della sovranità popolare, ma dai Consigli regionali “in conformità” – non è chiaro in quali forme e grado – “alle scelte espresse dagli elettori”, e tuttavia dotato di molteplici competenze legislative. Contrariamente alla semplificazione vantata dalla propaganda governativa, ne seguirà un’enorme complicazione del procedimento di approvazione delle leggi. Basti confrontare l’attuale articolo 70 della Costituzione composto da una riga – “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere” – con il suo nuovo testo, articolato in sette commi lunghi e tortuosi che prevedono ben quattro tipi di leggi e di procedure: a) le leggi di competenza bicamerale, come le leggi costituzionali, le leggi di revisione costituzionale, le leggi elettorali e altre importanti e numerose leggi sull’ordinamento della Repubblica; b) tutte le altre leggi, di competenza della Camera ma a loro volta differenziate, a seconda del grado di coinvolgimento del Senato nella loro approvazione, in tre tipi di leggi: b1) le leggi il cui esame da parte del Senato può essere richiesto da un terzo dei suoi componenti e sulle cui modificazioni la Camera si pronuncia a maggioranza semplice in via definitiva; b2) le leggi di cui all’articolo 81 4° comma, le quali vanno sempre sottoposte all’esame del Senato, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data di trasmissione; b3) le leggi di attuazione dell’articolo 117, 4° comma della Costituzione, che richiedono sempre l’esame del Senato e le cui modificazioni a maggioranza assoluta dei suoi componenti sono derogabili solo dalla maggioranza assoluta dei componenti della Camera.

E’ chiaro che questo pasticcio – quattro tipi di procedure, differenziate sulla base delle diverse materie ad esse attribuite – si risolve in un’inevitabile incertezza sui diversi tipi di fonti e procedimenti, ancorati alle diverse ma non sempre precise e perciò controvertibili competenze per materia. Il comma 6° del nuovo articolo 70 stabilisce che “i Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza”. Ma come si risolverà la questione se i due presidenti non raggiungeranno un accordo? E comunque l’incertezza e l’opinabilità delle soluzioni adottate rimangono, e rischiano di dar vita a un contenzioso incontrollabile su questioni di forma che finirà per allungare i tempi dei procedimenti e per investire la Corte Costituzionale di una quantità imprevedibile di ricorsi di incostituzionalità per difetti di competenza.

Ma c’è soprattutto una seconda ragione, ben più grave e di fondo, che rende inaccettabile il monocameralismo imperfetto introdotto da questa revisione: la trasformazione della nostra democrazia parlamentare, provocata dalla legge elettorale maggioritaria n. 52 del 6 maggio 2015, in un sistema autocratico nel quale i poteri politici saranno interamente concentrati nell’esecutivo, e di fatto nel suo capo, ben più di quanto accada in qualunque sistema presidenziale, per esempio negli Stati Uniti, dove è comunque garantita la netta separazione e indipendenza del  Congresso, titolare del potere legislativo, dal Presidente. Il sistema monocamerale infatti, in una democrazia parlamentare, implica un sistema elettorale puramente proporzionale, in forza del quale i governi e le loro maggioranze si formano in maniera trasparente in Parlamento, quali frutti del dibattito e del compromesso parlamentare, e restano costantemente subordinati alla volontà della Camera della quale il governo è espressione. Solo così il monocameralismo è un fattore di raffor­zamento, anziché di emarginazione del Parlamento: solo se l’unica Camera – la  Camera dei deputati – viene eletta con un sistema elettorale perfettamente proporzionale, in grado di rappresentare l’intero arco delle posizioni politiche, di garantire perfettamente l’uguaglianza del voto, di riflettere pienamente il pluralismo politico e, soprattutto, di assicurare costantemente la presenza e il ruolo di controllo delle forze di opposizione e di minoranza. E’ stato solo questo il monocameralismo proposto in passato dalla sinistra: quello che, grazie alla massima rappresentatività ed efficienza decisionale dell’unica Camera, alla sua composizione pluralista e alla forza delle minoranze e delle opposizioni, assicura quella che chiamavamo la “centralità del Parlamento”, cioè il suo ruolo di indirizzo politico e di controllo sull’attività del governo quale si conviene a una democrazia parlamentare.

Al contrario, il monocameralismo imperfetto generato dall’azione congiunta della costituzione Renzi-Boschi e della legge elettorale iper-maggioritaria del 2015, votata anch’essa con innumerevoli forzature e da ultimo con l’imposizione della fiducia, si risolve in una pesante distorsione sia della rappresentanza politica che delle funzioni di controllo e di indirizzo spettanti al Parlamento. Questa nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum, è infatti sostanzialmente una riedizione del vecchio Porcellum, con due lievi miglioramenti che non ne annullano il difetto di rappresentatività: il primo è l’assegnazione del cospicuo premio di maggioranza del 54% dei seggi (340 su 630) alla lista che raggiunge più del 40% dei voti oppure, se nessuna lista raggiunge tale soglia, alla lista vincente nel ballottaggio tra le due liste maggiormente votate; il secondo è la previsione di liste elettorali brevi, in gran parte pregiudicato, tuttavia, dalla sostanziale nomina dall’alto di tutti i capolista. E’ chiaro che con un simile sistema elettorale, che assegna automaticamente la maggioranza dei seggi alla maggiore minoranza, il Parlamento monocamerale è destinato a ridursi a un organo decorativo di ratifica plaudente delle decisioni del governo, a questo legato da un rigido rapporto di fedeltà. Ne risulterà alterato l’intero equilibrio dei poteri e sostanzialmente capovolto il rapporto di fiducia: non più la fiducia della Camera che il governo deve ricevere e mantenere, ma al contrario la fiducia del governo, e precisamente del suo capo, che i parlamentari di maggioranza dovranno guadagnarsi e mantenere se non vorranno rischiare lo scioglimento del Parlamento e la loro non rielezione. Del resto la riforma della nostra democrazia parlamentare in un sistema cripto-presidenziale è rivelata dall’articolo 2 comma 8 dell’Italicum: “i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e il cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica”. In questo modo il voto per la forza politica “che si candida a governare” è anche il voto per il “capo della forza politica” che si candida a divenire il capo del governo, in contrasto con l’art. 92 della Costituzione, rimasto inalterato, che ne affida la nomina al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari. Sarà ben difficile non solo la nomina di una persona diversa, ma perfino la sfiducia, destinata inevitabilmente a provocare lo scioglimento della Camera.

E’ insomma l’azione congiunta della nuova Costituzione e della riforma elettorale che è destinata a provocare un indebolimento della rappresentanza parlamentare, e con essa della sovranità popolare, ancor maggiore di quello determinato dal vecchio Porcellum: la drastica riduzione del pluralismo nell’unica Camera rimasta; la lesione dell’uguaglianza nel voto, dato che il voto alla lista maggiore varrebbe quasi il doppio di quello alle altre liste, mentre il voto alle liste che non raggiungono la soglia minima non varrebbe nulla e resterebbe privo di rappresentanza; la rigida maggioranza, infine, automaticamente e stabilmente assegnata al governo nell’unica Camera che esprime la fiducia. Ne risulterebbe vistosamente contraddetta la sentenza n.1/2014 della Corte costituzionale, che censurando un meccanismo sostanzialmente analogo escogitato dal Porcellum ha affermato che esso determina un’”illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare”. Questa stessa “illimitata compressione della rappresentatività”, ha scritto peraltro la Corte, rende questo Parlamento “incompatibile con i principi costituzionali”, e perciò inidoneo, oltre che alle funzioni “di indirizzo e controllo del governo”, anche, e ovviamente più ancora, alle “delicate funzioni connesse alla stessa garanzia della Costituzione (art.138)”. Insomma, ha detto la Corte, questo Parlamento, eletto con una legge incostituzionale, non era abilitato a una revisione costituzionale come quella approvata, tanto più se associata a una riforma elettorale che ha riprodotto, nella sostanza, esattamente quella da essa dichiarata costituzionalmente illegittima.

4. La governabilità: dalla sovranità popolare alla sovranità dei mercati – Ma forse è proprio questa azione congiunta delle due riforme ciò che viene perseguito da Matteo Renzi, in accordo con il suo progetto di mutamento in senso decisionista e populista del sistema politico. Del resto, nel momento in cui si è invertito il rapporto tra politica ed economia, non essendo più la politica che governa l’economia ma viceversa, la semplificazione in senso autoritario del sistema politico diventa necessaria. “Governabilità” è la parola d’ordine con cui, oggi come ieri – da Craxi a Berlusconi e a Renzi – viene giustificata questa semplificazione: che vuol dire onnipotenza della politica rispetto alla società, resa necessaria dalla sua impotenza e dalla sua subalternità ai poteri dei mercati. Di qui il nesso funzionale tra prima e seconda parte della Costituzione e l’enorme incidenza delle modificazioni di questa su quella, dedicata ai diritti dei cittadini. “Ce le chiede l’Europa”, affermano i nuovi costituenti a proposito delle loro riforme. E’ vero: l’Europa e tramite l’Europa i mercati ci chiedono l’involuzione autocratica delle nostre democrazie, necessaria perché i nostri governi abdichino al loro ruolo di governo dell’economia e della finanza e possano liberamente aggredire i diritti sociali e del lavoro dai quali dipendono la vita e la dignità dei cittadini.

Già oggi, tra decreti-legge, leggi delegate e leggi di iniziativa governativa, circa il 90% della produzione legislativa è di fonte governativa. La cosiddetta revisione equivale alla costituzionalizzazione e al perfezionamento di questo processo di verticalizzazione e concentrazione dei poteri nell’esecutivo, al quale essa assegna corsie privilegiate e tempi abbreviati – l’approvazione entro settanta giorni – per i disegni di legge “indicati come essenziali per l’attuazione del programma di governo”. Già oggi, grazie alle mani libere dei governi, si è prodotto un sostanziale processo decostituente in materia di lavoro e di diritti sociali, con l’abbattimento di quell’ultima garanzia della stabilità dei rapporti di lavoro che era l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e con il venir meno della gratuità della sanità pubblica e la monetizzazione di farmaci e visite che pesa soprattutto sui poveri, al punto che ben 11 milioni di persone nel 2015 hanno dovuto rinunciare alle cure. La nuova Costituzione rende ancor più libera da limiti e vincoli questa “governabilità”, interamente a spese dei ceti più deboli. Si parla sempre del Pil come della sola misura della crescita e del benessere; mentre si tace sul fatto che per la prima volta nella storia della Repubblica sono diminuite le aspettative di vita delle persone.

Si capisce allora come dall’esito del referendum confermativo dipenderà il futuro della nostra democrazia: la conservazione, almeno sul piano normativo, del suo carattere parlamentare e la domanda popolare di una svolta diretta a restaurarlo, oppure la legittimazione e lo sviluppo dell’attuale deriva anti-parlamentare; la riaffermazione della sovranità popolare, oppure la consegna del sistema politico alla sovranità anonima e irresponsabile dei mercati.

In tutti i casi, qualunque sarà l’esito del referendum, la battaglia in difesa della democrazia costituzionale non sarà finita. Se vincerà il si, occorrerà puntare a una riforma della legge elettorale in senso puramente proporzionale, senza premi di maggioranza né soglie di accesso al Parlamento, quale sola garanzia perché l’unica Camera non si riduca a una propaggine del governo. Se invece vincerà il no, occorrerà che quanti hanno a cuore la salvaguardia della nostra Costituzione e del modello di democrazia da essa disegnato si impegnino a mettere finalmente l’una e l’altro al riparo da future aggressioni di parte, mediante un rafforzamento della procedura di revisione prevista dall’articolo 138: una maggioranza quanto meno dei due terzi dei componenti del Parlamento per qualunque modifica; la rigidità assoluta associata ai principi supremi – uguaglianza, diritti fondamentali, rappresentanza politica e separazione dei poteri – attraverso l’esplicita esclusione, già adottata nelle costituzioni più recenti, dalla Costituzione portoghese a quella brasiliana, di qualunque loro riduzione o restrizione; infine il carattere di emendamento singolare, cioè di modifica o integrazione di singole norme, e non di interi titoli della Carta, che dovrà avere qualunque legge di revisione costituzionale.

Giustizia e Liberta’, 25 giugno 2016




Salvatore Settis: “Vogliono demolire la Costituzione”

Settis

Intervista a Salvatore Settis di Simona Maggiorelli

L’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis è fra gli intellettuali che negli ultimi anni hanno maggiormente contribuito a riportare al centro del dibattito culturale la Costituzione, anche come lungimirante manifesto politico che attende ancora una piena attuazione. Lo ha fatto scrivendo sferzanti pamphlet come Italia s.p.a. (2007) contro la svendita del patrimonio d’arte. E poi saggi come Paesaggio Costituzione, cemento (2010) contro la deregulation, l’abusivismo e il consumo di suolo che va contro la salvaguardia del paesaggio e Costituzione incompiuta (2013) in cui sviluppa – con Montanari, Maddalena e Leone – la riflessione di Calamandrei che già il 2 giugno del 1951 scriveva della festa della Repubblica come La festa dell’incompiuta. Ma il docente della Normale e presidente del comitato scientifico del Louvre si è occupato di Costituzione anche in numerosi articoli e interventi, molti dei quali (comprese le 15 tesi per l’Italia apparse su Left nel 2013) sono ora raccolti nel volume Costituzione!, pubblicato da Einaudi come i libri precedenti. Il volume è stato presentato al Salone del libro di Torino il 15 maggio. L’autore e il giurista Gustavo Zagrebelsky hanno dialogato sul tema Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla in una sala dei 500 gremita di pubblico.
E torna a presentare il libro l’8 giugno alle 17 nella Sala del Palazzo del Consiglio dei XII (piazza dei Cavalieri), con Emanuele Rossi, Adriano Prosperi e Anna Fava.

Costituzione! è certamente il libro più politico di Salvatore Settis, non solo perché fin dall’introduzione il professore entra direttamente nel dibattito sulla riforma costituzionale. Quello compiuto dal governo Renzi non è il primo attacco alla Costituzione, precisa il professore, che nel volume ricorda molti precedenti compreso la riforma Bossi-Berlusconi del 2005 (che prevedeva lo Stato federale e il rafforzamento del presidente del Consiglio e del governo) fino alla modifica dell’art.81 da parte di Monti. Venendo al presente non possiamo dimenticare che «la riforma della Costituzione Renzi Boschi è partita con il governo Letta e, come tutti sanno, è stata stimolata da Giorgio Napolitano», dice Settis a Left. «Ma il tema della Costituzione è troppo importante per accontentarsi di prendersela singolarmente con il premier Renzi e con il ministro Boschi o con chiunque altro. Bisogna parlare delle ragioni per cui, in un momento storico come questo, anziché applicare la Carta nei suoi punti più importanti, per esempio il diritto al lavoro e il diritto alla salute, dobbiamo invece cercare di modificarla per dare più forza al governo, dicono loro».

Poi, però, viene da pensare che le cose non stiano neanche esattamente così dal momento che perfino «un renziano convinto» come l’ex presidente della Consulta Ugo De Siervo ha firmato contro la legge Renzi-Boschi «perché sostiene, giustamente, – sottolinea Settis – che la cosiddetta riforma del Senato renderà il lavoro del Parlamento molto più complicato». Nel frattempo Renzi punta a tranquillizzare le coscienze minimizzando, dicendo che è solo una riforma tecnica, che serve a migliorare la governabilità. «Anche dal punto di vista tecnico questa riforma è molto sgangherata» attacca l’archeologo ed ex presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali. «Basta guardare alla distribuzione dei lavori fra Camera e Senato. Non è affatto vero che si abolisce il bicameralismo, restano due Camere». La Camera dei deputati però sarebbe l’unica titolare della fiducia. «Ma è altrettanto vero che il Senato è autorizzato a chiedere la ridiscussione di tutte le leggi che potrebbero essere discusse solo dalla Camera. A ben vedere – aggiunge Settis – l’articolo 70 che stabilisce le competenze della Camera e del Senato nella Carta vigente è di nove parole, mentre nella versione della riforma Renzi-Boschi, se sarà approvata nel referendum di ottobre, le parole sono 434. Sostenere che in questo modo tutto si semplifica è davvero impossibile». Giuristi come Zagrebelsky sostengono che in questa proposta di cambiamento della Carta i diritti della persona finiscono per essere meno importanti delle leggi di mercato.

Professor Settis qual è il pensiero sotteso alla riforma Renzi-Boschi?  «Il pensiero sotteso è seguire l’ordine di scuderia, che viene da lontano. Molti citano il documento della società finanziaria JP Morgan che in questo libro anche io ho riportato, perché le sue parole somigliano molto al documento programmatico firmato dal governo Letta. In realtà neanche a J.P. Morgan si deve la primogenitura. Tutto questo viene da Margaret Thatcher e da Roland Reagan. “Non c’è alternativa” amava dire la signora Thatcher. Per lei esisteva un solo modello di economia, quello neo liberale spinto», ricorda Settis. «Un modello che impone che i diritti della persona vadano adeguati, cioè ristretti perché altrimenti l’economia si ferma». Una minaccia che non corrisponde alla realtà. «Avendo diminuito i diritti della persona non è affatto vero che l’economia sia ripartita. La disoccupazione giovanile è al 37,8 per cento. Non è un bel segno per l’economia italiana. Sono anni che ci dicono che gestendo a modo loro il mercato del lavoro si rimette in moto. È semplicemente falso». Allora da dove ripartire? «Penso che il lavoro da fare oggi non sia tanto dare addosso ai politici, che si chiamino Letta, Boschi, o Renzi, Alfano o Quagliarello, quanto piuttosto interrogarsi sul perché questi politici, Napolitano compreso, abbiano sposato in toto le teorie reaganiane considerandole come novità, quando sono cose vecchie come il cucco. Non c’è nessuna innovazione in questo discorso». L’interrogazione più profonda, dunque, riguarda l’economia neoliberista che ci viene propinata “come dato di natura”. «L’economia è certo molto importante – dice Settis – ma non c’è un unico modello di sviluppo economico. Non c’è solo quello iper liberale per cui lasciando a mano libera il mercato andrebbe tutto a posto. Non abbiamo visto tutti i disastri dell’economia e della finanza? Nonostante tutto questo ci continuano a dire che un giorno o l’altro questo Dio mercato metterà a posto le nostre vite e la nostra società, quando i fatti dimostrano il contrario»

Settis Costituzione Rispetto a questo tipo di ideologia liberista che innerva la riforma Renzi-Boschi, incentrata sul vecchio modello di Homo oeconomicus, l’impianto della Carta varata nel 1948 sembra straordinariamente moderno e lungimirante, lasciando intendere in filigrana una visione articolata e complessa dell’essere umano, che non ha solo bisogni materiali ma anche esigenze più profonde. Pensiamo per esempio all’art 3 della Carta che parla di uguaglianza ma anche di «pieno sviluppo della persona umana» (art. 3 secondo comma), che parla di libertà di pensiero e di parola (art. 21), libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento (art.33), di diritto alla cultura alla conoscenza e alla ricerca (art. 9) e così via. «La nostra Carta così come è e, se vinceremo il referendum, continuerà ad essere, ci garantisce dei diritti che oggi purtroppo vengono violati in continuazione» chiosa Settis. « La Carta, così com’è oggi, è un’arma per rivendicarli. Quando leggo, in relazione ai tagli alla sanità, che la durata media della vita degli italiani si è ridotta e in modo molto sensibile al Sud penso: ma è davvero questo che vogliamo? È questo che farà ripartire l’economia? È questo che renderà i cittadini più felici? Oppure dobbiamo tornare a una più rigorosa applicazione dell’art. 32 sul diritto alla salute e al diritto ad un ambiente sano? L’art. 32 che parla di diritto alla salute e l’art. 9 che tutela il paesaggio vanno di pari passo, sono la stessa cosa, Non faremmo meglio a considerare la Costituzione che c’è per vedere se la possiamo applicare? È stupefacente che mentre cambiano la Carta non gli venga nemmeno in mente di dire che ci sono alcuni articoli non attuati» Qualche esempio? «Se l’art. 32 fosse applicato migliorerebbe la sanità. Invece tagliano. Basterebbe migliorare la pubblica istruzione. Invece tagliano. Migliorare la ricerca invece tagliano». Anche l’ultimo sbandierato finanziamento del Cipe di 2,5 miliardi di euro per università e ricerca, in realtà, come è stato notato da più parti, nasconde che il fondo ordinario passa da 2,7 a 2,5 miliardi, con un taglio di 200 milioni di euro.

«Senza contare che la riforma in corso è solo un passaggio, se noi cittadini non riusciamo a fermarla – paventa Settis – non può che essere il primo atto di una demolizione totale della Costituzione». Per questo come il professore auspicava nel libro Azione popolare (2012) occorre una appropriata capacità di reagire da parte dei cittadini, serve una ampia mobilitazione dal basso. Anche per questo il 7 maggio il mondo della cultura  è sceso in piazza a Roma per Emergenza cultura. Molti storici dell’arte, archeologi e professionisti dei beni culturali si mobilitano in difesa dell’art. 9. «Va benissimo – commenta Settis – ma l’art.9 non è un mazzo di fiori in una stanza vuota. È un pezzo di una architettura che comprende anche il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, all’accesso alle cure sanitarie e così via». Molte altre manifestazioni seguiranno. Giustizia e libertà ne annuncia già numerose fino al referendum di ottobre. «Un fatto molto positivo è il documento firmato da 56 costituzionalisti contro questa riforma. Fra loro ci sono 11 presidenti emeriti della Corte Costituzionale, mentre non c’è nessun presidente emerito della Consulta, nemmeno uno, che si sia pronunciato in favore della riforma. Se gli italiani hanno orecchie per sentire e occhi per vedere io credo – conclude Settis – che il risultato del referendum dovrebbe essere un sonorosissimo “No”».

Left online, 7 maggio 2016




Modifiche costituzionali e forma di governo

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di Gianni Ferrara,  saggio in corso di pubblicazione sulla rivista Questione Giustizia n.2 2016, uscito il 27 giugno 2016 su Coordinamento Democrazia Costituzionale

<<Partiamo da una constatazione auto evidente. La democrazia moderna, quindi la forma democratica di stato, o è rappresentativa o non è. Va di certo integrata, arricchita con istituti di democrazia diretta. Ma il suo fondamento intangibile è la rappresentanza, ne è l’essenza. Deviarla, distorcerla, amputarla è comprimere quel che resta della sovranità popolare dopo l’erosione subita dai trattati Ue.>>

  1. Qualche premessa. La prima. La revisione della Costituzione è prevista e regolata dalle norme contenute nella sezione II del titolo VI del suo testo. Le parole che denominano il titolo sono: “Garanzie costituzionali”. Il significato di tale collocazione è di una evidenza solare. La Costituzione intende tutelare se stessa anche quando consente che la si modifichi. Non è un paradosso, è un permettere ed insieme un precludere, permettere innovazioni, impedire deformazioni.
  2. È il tributo che, dopo aver acquisito quel che poteva offrirle la storia dalla quale è nata, la Costituzione paga alla storia che verrà. A quella che vivranno le generazioni future, cui la Costituzione italiana non nega affatto il diritto a darsi una loro Costituzione, ma le esorta a meditare sul grado di civilizzazione politica e giuridica già raggiunto con la Costituzione che ereditano e sulle ragioni storiche di ciascuna di quelle conquiste, di ciascuna di quelle istituzioni che ne sono scaturite, di ciascuna delle norme che furono dettate. Esorta a meditare anche, e forse soprattutto, sulle cause delle inadeguatezze, delle storture, delle carenze, delle contraddizioni degli ordinamenti statali precedenti o le regressioni che il costituzionalismo ha subito e subisce per il mai sradicato e implacabile suo opposto dialettico, l’accentramento del potere, qualunque ne sia forma, qualunque il nome che assume. Ovviamente, la normativa sulla revisione costituzionale, con le disposizioni che contiene l’articolo 138 della Costituzione, ha il suo destinatario ordinario, che si pone così come precostituito, legittimo,“naturale”. È più che noto che è il Parlamento questo destinatario, e lo è in quanto titolare del potere che quelle stesse norme hanno configurato ed attribuito. Quindi come potere di revisione, con gli ambiti ed i limiti che definiscono la revisione, attribuito al titolare istituzionale della funzione legislativa ordinaria, perciò al Parlamento nella sua composizione ordinaria. Non a un organismo, apparato, collegio, ente eccezionalmente ed appositamente istituito per l’esercizio di un potere dalle dimensioni indeterminate e per fini illimitati. Ma all’organo costituzionale competente per l’esercizio della funzione legislativa, un organo già ordinariamente istituito per un potere che, in tal modo, viene a configurarsi come potere costituito di un organo costituito. Costituito, quindi, non costituente. Ed in quanto tale, incluso, partecipe, anzi pilastro dell’ordinamento, quindi indefettibile, e perciò qualificante l’ordinamento e qualificato dall’ordinamento, vincolato dall’ordinamento in ogni suo elemento e tratto compositivo ed alle ragioni dell’ordinamento in ogni suo atto o astensione dal compiere atti.
  3. È del tutto evidente che, dire “organo ordinariamente costituito per l’esercizio della funzione legislativa”, è lo stesso che dire, innanzitutto, organo legalmente costituito, composto cioè da titolari dell’organo legalmente preposti all’ufficio cui l’organo è riferito e, se organo collegiale, da componenti del collegio legalmente nominati o legalmente eletti. Le attribuzioni, le competenze dell’organo sarebbero altrimenti carenti per vizio originario o per cessazione sopravvenuta qualunque ne sia la causa. Con la conseguenza che tale vizio travolgerebbe automaticamente ogni atto eventualmente prodotto dall’organo riconosciuto privo di una legale attribuzione di potere.
  4. Costantino Mortati [1] scrivendo sulla revisione della Costituzione, nel confermare che il potere di revisione è potere costituito e non costituente, sostenne che gli organi che agiscono contro la Costituzione non sono suoi organi, perdono cioè ogni legittimazione. Omise di scrivere che, qualora gli organi della revisione usassero il potere loro conferito sviandolo al punto da opporsi al fondamento legittimante della loro funzione, negandolo fino al punto da sostituirlo con altro principio, altro perché diverso quanto a contenuto, tali organi si porrebbero come organizzazioni eversive. I loro atti verrebbero a configurarsi come commissivi del crimine più alto, della massima illegittimità concepibile per l’ordinamento costituzionale vigente al tempo dell’azione commessa.
  5. La vicenda istituzionale che sta attraversando il nostro Paese configura entrambe le situazioni di illegittimità ipotizzate nelle righe che precedono.[2] Ma prima di dimostrarne la ragione è opportuno esporre la seconda premessa che indicherà il principio di fondo che si vuol sostituire, la forma di governo che si mira a trasformare e si sta trasformando, quella parlamentare.
  6. Non è una trasformazione dichiarata, chiara e netta, quella che si vuole instaurare al vertice della Repubblica. È anzi ignominiosamente camuffata. Non è in discussione la figura del Presidente della Repubblica, non lo si vuole investire dei poteri di capo dell’esecutivo prevedendone l’elezione da parte del corpo elettorale, elezione, che, d’altronde, non sarebbe, di per sé, fattore automatico di trasformazione del sistema da parlamentare in presidenziale. Non si vuole modificare la disposizione che conferisce al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio, di firmare i decreti di nomina dei ministri scelti dal Presidente del Consiglio e di presiedere la cerimonia del giuramento di ciascun ministro, dopo quello del Presidente del Consiglio. Da nessun atto o dichiarazione mai espressa risulta che si vogliono abrogare le norme costituzionali che impongono al Presidente del Consiglio di presentarsi entro dieci giorni dalla formazione del governo innanzi al Parlamento per riceverne la fiducia, tanto meno si vuole negare al corpo elettorale il diritto di eleggere i membri del Parlamento cui spetta il compito di approvare i progetti di legge presentati dal Presidente del Consiglio o dai suoi ministri. Non è la facciata dell’edificio costituzionale della Repubblica italiana che si vuole modificare. Si sospetta invece e fondatamente di una trasformazione, una promozione, un’elevazione, trasfigurazione di altro inquilino. Assicurando comunque al Presidente della Repubblica il ruolo di ospite d’onore di tale edificio per 7 anni ed anche più se dovesse occorrere …. al cerimoniale della Repubblica.
  7. Si potrebbe quindi rovesciare la “gattopardesca” espressione che rivelò al principe di Salina il senso reale dell’annessione della Sicilia al Regno d’Italia, e domandare: se con le riforme Renzi-Boschi, resta “tutto tale e quale” quanto agli organi costituzionali e ai loro rapporti formali, perché mai “tutto cambia” quanto a forma di governo e con effetti preoccupanti sulla forma di stato ?
  8. Rispondere a questa domanda impone alcune riflessioni sulle forme di governo. Si può partire dalla constatazione che esse non sono costruzioni dottrinali. I filosofi dell’età classica che scoprirono le forme di stato, le descrissero, le esaminarono e le giudicarono, ignorando serenamente l’esistenza delle forme di governo. Perché non erano nate e non c’era nessuna ragione perché nascessero. Non potevano inventarle. Ne mancava il presupposto, l’oggetto. Così come la democrazia diretta, la sudditanza diretta non ne aveva bisogno. E non ne avrebbe mai avuto bisogno, la sudditanza, se non fosse stata incrinata nella sua assolutezza e fosse stata messa in discussione prima e condizionata poi, e, di seguito, via via limitata e poi sdoppiata e infine dispersa. La democrazia invece sì da quando valicò i confini delle singole città e dovette espandersi a misura eguale allo spazio in cui si estendeva il potere sovrano delle monarchie. A produrre le forme di governo è stata quindi la storia degli spazi territoriali insieme, ovviamente, a quella dei rapporti tra sovrano e sudditi. Tra chi aveva il potere di espropriare e quanti temevano di essere espropriati, tra chi aveva monopolizzato la violenza e ne scambiava l’uso per garantire la sicurezza all’interno e dall’esterno e quelli che pagavano la protezione alla propria persona e ai propri beni. Pagavano ad un prezzo da concordare, secondo il rapporto di forza tra le due parti, una delle quali era composta da sudditi, sudditi dell’altra parte del negoziato. Quindi, rapporto sicuramente ineguale anche quanto alla configurazione delle parti della trattativa perché, con il detentore unico del potere, non poteva certo negoziare l’intera pluralità dei “protetti” disarticolandosi nei singoli suoi componenti. Che perciò cercarono e trovarono, nella storia del diritto, la soluzione della questione in una figura relazionale che ben si prestava a trasformarsi per corrispondere adeguatamente all’esigenza di assicurare la tutela degli interessi dei contribuenti nel negoziato col potere. Era la rappresentanza questa figura. Aveva come suo referente originario la res singula nei processi e la sostituì con la pluralità di persone, la pluralità di una classe economica e sociale che si affacciava alla politica.
  9. Come tale, la rappresentanza incontrò e si scontrò proprio col potere di una persona sola, quella che deteneva il monopolio della violenza motivandola con la sicurezza che garantiva all’interno ed all’esterno dello stato, prima assoluto, poi nazionale, poi … . Cosa fosse lo stato e come si configurasse, quale fosse la sua forma, unica o duplice, lo rivelò Machiavelli precisandone la differenza quando scrisse: “Tutti li stati, tutti e’ dominii che hanno avuto et hanno imperio sopra li uomini sono stati e sono o repubbliche o principati”.[3] E repubblica significava potere di un soggetto plurimo, principato significava potere di un soggetto solo. La repubblica come “imperio sopra li uomini”, di più uomini e, tendenzialmente, fino a tutti li uomini “sopra tutti li uomini”, il principato invece come imperio di un solo uomo “sopra tutti li uomini”. È da questa definizione che bisogna ripartire per giungere ad una persuasiva teoria delle forme di governo, che tenga conto delle ibridazioni intervenute e delle deviazioni che hanno subito e possono subire. Tenendo anche conto del condizionamento che dette forme non possono mai escludere o ridurre o incrementare o comprimere la forma di stato al punto da deciderne l’identità. Tenendo conto ovviamente che la stessa storia ne ha addirittura trasformato il contenuto. Tenendo conto soprattutto che la storia delle forme di governo è la stessa storia della rappresentanza, della sua estensione, della sua forza e della sua credibilità.
  10. È quindi all’origine della forma di governo che è bene tornare. È lì che si trova il rapporto primigenio che determinerà la storia delle istituzioni statali e insieme la storia degli stati, iniziando a caratterizzare con qualche germe l’identità dello stato che si andava formando col carattere che lo avrebbe definito.
  11. Una certa continuità di rapporti non certo armoniosi tra corona e feudatari in tutto il XIII secolo in Inghilterra, il carattere di adunanza che fu scelto per consentire che i feudatari e i rappresentanti delle contee, dei borghi e dei porti trattassero con la corona la gestione della finanza segnò l’inizio del parlamentarismo e quindi della rappresentanza. Segnò la storia degli stati che divennero moderni e, con essa, la storia della sudditanza, delle obbligazioni dei sudditi in quanto tali ed in quanto a quella che oggi chiamiamo capacità tributaria, fino al suffragio universale ed al rovesciamento, anche se lento, affannoso, incerto del rapporto di sudditanza dal sovrano del regno al popolo sovrano.
  12. Questo rovesciamento, dunque, che si va compiendo pur se con stasi, interruzioni foriere di regressioni e di accelerazioni da otto secoli, è uno di quei processi che si dispiegano “nel lungo periodo” e nel lungo periodo incontrano ed acquisiscono ulteriori contenuti e nuove forze o anche deviazioni ed ostacoli. Non si è esaurito. Perché non si è esaurita la potenzialità dello stato nell’inventare nuove funzioni legittimanti o nuove forme di esercizio del potere chiunque possa esserne il titolare legittimo o il soggetto capace ad esercitarlo.
  13. Una costante però può ritenersi sicura: è quella della tensione all’erosione del potere monocratico cui corrisponde dialetticamente una ritorsione, quella del potere a ricomporsi in forme rinnovate e dimensioni diversamente dislocate. Di questa dialettica la democrazia è insieme soggetto ed oggetto perché rivelatrice della opposizione tra demos e kratos, i due termini che, nel rapportarsi, rispondono a due diverse leggi di movimento, quella del demos che è tesa alla diffusione, espansione, inclusione e quella del kratos, volta, invece, alla concentrazione, condensazione, esclusione.
  14. Questi tre termini richiamano direttamente i caratteri della fase storica che stiamo attraversando, la fase della reazione alla costruzione del welfare state e che, mediante la liberalizzazione dei capitali dalla democrazia negli stati, ha imposto ed impone l’incremento della loro retribuzione, la conseguente restrizione della spesa pubblica e con essa lo svuotamento dei diritti sociali. È per assicurare tali obiettivi che la Trilaterale teorizzò l’eccesso delle domande della democrazia, la necessità di ridurle stante la loro insostenibilità da parte del sistema capitalistico, dispiegatosi secondo il parametro liberista dettato dalla Scuola di Chicago e accolto poi come fondamento dell’Unione europea con i Trattati di Maastricht e quelli che gli sono succeduti. Trattati che hanno poi acquisito amplissime quote di sovranità erose agli stati membri e volte tutte ad assicurare il dominio incontrastato del capitalismo liberista.
  15. Il segno, il carattere di questa fase storica è evidente. Non soltanto cresce la concentrazione del potere ma è poderosa la sua estensione. Non risparmia le forme di governo. Quanto a quella presidenziale vale l’esempio degli USA. Con l’affermarsi della tendenza imperialista fu abbandonato il Congressional Government (Wilson) e la primazia del Presidente ha poi sviluppato tutte le sue potenzialità. Senza però stravolgere il modello disegnato nel 1787 dalla sua Costituzione.
  16. A stravolgere quello disegnato dalla sua Costituzione è, invece, la spinta monocratica che si manifesta prepotentemente su quella parlamentare in Italia. Non è che in via generale, la premiership si sia consolidata a danno della rappresentanza in tutti gli stati a regime parlamentare. Tutt’altro. Anche le premiership forti poggiano sulla rappresentanza la loro stessa primazia. Lo confermano l’esperienza inglese e quella tedesca. Esperienze che, nel rivelare elementi di personalizzazione e di plebiscitarismo, li contengono all’interno della rappresentanza partitica che resta comunque incombente e avvolgente nell’attività parlamentare oltre che sede del potere di ultima istanza. La tendenza che si profila in Italia è, invece, di altra natura. Si basa sulla decadenza dei partiti come istituzioni, la accentua, trasformandoli in comitati elettorali di un leader, cui offre un potere politico eminente in tutte le fasi del processo istituzionale. Iniziando dalla predisposizione delle candidature (stante che quella delle primarie si rivela essere una legittimazione truffaldina). Fa leva poi su di un sistema elettorale ad effetti maggioritari falsati dal c.d. premio di maggioranza. Ne consegue la distorsione dall’elezione a funzione di diretta determinazione di una maggioranza servente il leader. Lo investe come premier. Trasferisce così al leaderpremier il potere politico connesso alla rappresentanza.
  17. La conseguenza è che mentre la storia del forma di governo parlamentare è storia, pur non lineare, dell’attrazione del potere esecutivo nell’area della rappresentanza, dalla opposta sequenza partito – comitato elettorale di un leader, leadership conseguentemente potenziata, sistema elettorale ad effetti maggioritari falsati, premiership legittimata dall’elezione, consegue l’attrazione della rappresentanza nell’area monocratica dell’esecutivo. È quanto dire che il parlamentarismo che si vuole e si sta instaurando in Italia è quello che lo snatura. Ne determina la mutazione genetica della quale va ora scandito il processo. Non prima però di precisare i termini che lo definiscono. Quello iniziale e quello terminale.
  18. Il termine iniziale del processo è, non per caso, quello che all’articolo 1 della Costituzione, contiene la scelta di genere, quella di Repubblica, e la qualificazione di specie, quella democratica. Che questa qualificazione si distingua da ogni altra per la serie indefinita dei suoi significati, per la molteplicità dei denotati cui allude, per l’emotività che suscita anche inconsciamente, è certo, ha tuttavia un riferimento inoppugnabile al demos, quindi alla base sociale della Repubblica. In questo contesto va interpretata come fonte indefettibile del flusso di legittimazione che può, esso solo, fondare e sostenere una qualsiasi entità organica della Repubblica. Al secondo comma, questo articolo, riconosce nella sovranità popolare il titolare unico del potere supremo e ne definisce le qualità esclusive ed escludenti del suo esercizio. Assume quindi il monopolio della legalità costituzionale e lo racchiude “nelle forme e nei limiti” che sancisce. La prima deduzione che si può trarre da queste norme è, in ordine alla revisione della Costituzione, l’esclusione di procedure revisioniste diverse da quelle prescritte. Ne sono state tentate varie nei decenni scorsi. Il loro fallimento dimostra la forza non ridotta della preclusione contenuta nell’art. 1 Cost. Non è però l’unica delle prescrizioni costituzionali deducibile dal primo articolo della Costituzione.
  19. Ce ne sono altre. Ce ne una ed è fondamentale. Attiene alla forma di esercizio della sovranità. Non è scritta all’articolo 1, ovviamente, e non poteva esserlo. È scritta negli articoli che riconoscono e sanciscono i diritti politici dei cittadini ed in quelli che disegnano le istituzioni che ne assicurano l’efficacia. Istituzioni che nel collocarsi al vertice degli Stati, nei regimi rappresentativi – quali sono o appaiono o comunque dichiarano di essere tutti i membri dell’Onu – possono realizzare due specie di relazioni funzionali. Sono queste relazioni quelle che individuano le forme di governo. Che è bene, in questa occasione, non limitarsi a nominare dandone per scontati i caratteri ed il valore ma, di tali relazione e di tali forme, accertare, analizzare e dispiegare i contenuti reali, le differenze funzionali e la effettiva dipendenza e distanza dai loro fondamenti.
  20. Prima tra queste istituzioni è in ogni caso il Parlamento che si pone così come il termine dell’alveo principale del flusso di sovranità e di legittimazione prodotto con l’esercizio della sovranità da parte del suo titolare, il flusso della rappresentanza. Che, derivando da un’entità plurale, per restar tale, deve affluire in un organo, ente, soggetto a struttura corrispondente, perciò plurale. Flusso che, in via generale, in ogni ordinamento statuale rappresentativo, può avere, com’è noto, due tipi di sbocco, quello ad estuario o quello a delta. Quello a delta, duplicandosi – come si sa – costituisce sia rappresentanza che investitura, l’una per attribuire il potere legislativo, l’altra per conferire il potere esecutivo. Lo sbocco ad estuario, invece, provvede a realizzare una rappresentanza idonea ad esercitare sia la funzione legislativa che quella di investitura della funzione esecutiva, attraendo tale funzione, come già si notava nelle righe precedenti, nell’area della rappresentanza popolare, sottoponendola quindi al controllo costante del titolare del potere di investitura, quindi della rappresentanza popolare. Dire investitura insieme a controllo costante dell’organo investito da parte dell’organo investitore è lo stesso che dire fiducia. Fiducia del Parlamento al Governo, costante coerenza dell’azione del Governo all’indirizzo politico per il quale il Parlamento ha investito del potere esecutivo una determinata composizione del Governo, un determinato programma di azione governativa, quel programma che il Parlamento ha approvato come motivazione della fiducia concessa. Ecco spiegata la formula che definisce come fondata sulla fiducia del parlamento la forma di governo parlamentare. Per definire tale forma di governo si è ritenuto quanto mai opportuno insistere, oltre che sulla indefettibilità, sulle ragioni del rapporto, sul suo significato politico, sulle implicazioni che determina, quindi sulla fonte da cui solo può derivare la formazione, la composizione, l’indirizzo politico, il potere del governo, un potere derivato, derivato dalla volontà del Parlamento, almeno dalla sua maggioranza.
  21. Si è ora nella condizione di confrontare le due leggi promosse dal Governo Renzi, quella costituzionale sul bicameralismo e quella elettorale, con la forma di governo disegnata in Costituzione. Ed è bene ripartire dalle considerazioni iniziali, quelle sul potere, e sarebbe forse meglio dire sulla competenza, quindi sulla misura (Giannini) del potere. Ma prima ancora della misura emerge la questione dell’attribuzione del potere. Nel valutare quello cui ha fatto ricorso il Governo con la presentazione e poi con il perseguimento dell’obiettivo “riformatore”, si è insistito, da chi scrive, nel definirlo come potere di revisione e si è insistito per riaffermarne i limiti, gli ambiti, lo spessore e la necessità che, ai fini della sua pretesa di legittimazione, nell’esercizio di tale potere, Governo e Parlamento si fossero rigorosamente attestati entro i confini precostituiti per tale funzione. Solo un accenno è stato dedicato ad una questione che è da considerare a questo punto e che è decisiva. È la questione del presupposto di questo potere, della sua legale spettanza.
  22. Si può ritenere che tale spettanza sussista per un organo composto contravvenendo alle norme sulla sua composizione ? Sulla illegittimità costituzionale della legge elettorale denominata “porcellum” non possono esserci dubbi. La sentenza n. 1 del 2014 pronunziata dalla Corte costituzionale è univoca. Nessuno infatti poteva dubitarne, e nessuno ha dubitato del suo significato.[4] Si è voluto invece interpretarne gli effetti in modo mai tanto stravolgenti dottrine, usi norme. Come è ampiamente noto, si è sostenuto che, avendo tale sentenza consentito, in base al principio di continuità dello stato, la prosecuzione dell’attività parlamentare delle Camere illegittimamente elette, tale prosecuzione avrebbe potuto protrarsi fino alla fine della Legislatura. Espressione, questa “della fine della Legislatura”, che la Corte si è ben guardata dall’usare preferendo invece quella di “una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole della normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione ovvero secondo la nuova normativa eventualmente adottata dalle Camere.”[5] Ripete al plurale questa formula, se non a prescrivere la nuova consultazione, per non interferire col potere del Presidente della Repubblica, certamente a invocarla o, almeno, a considerarla come conseguente all’esaurirsi dei tempi della prorogatio, dei quali ricordava con gli esempi univoci (ex art. 61 Cost. 90 giorni, ex art. 77 Cost. 60 giorni) i limiti di durata nei casi costituzionalmente previsti e quindi vincolanti nel massimo per altri casi di interventi per fattispecie analoghe a quella oggetto della sentenza.[6] La conseguenza dell’omissione dello scioglimento è del tutto evidente. La storia del Parlamento italiano e quindi della Repubblica italiana si caratterizzerà per aver attraversato una fase non comparabile con alcuna altra fase della storia dei parlamenti, la fase di una legislatura parlamentare illegittima per omesso atto di scioglimento di un Parlamento illegittimo per composizione, dichiarata illegittima da un organo supremo dell’ordinamento. Omissione che poteva essere giustificata temporaneamente dalla crisi economico-finanziaria che avvolgeva il Paese, poteva quindi anche autorizzare un esercizio delle funzioni parlamentari se volte al fine esclusivo del superamento di tale crisi, ma che non poteva né protrarsi oltre il superamento (Hispania docet) della fase acuta della crisi, tanto meno consentire l’avvio di una revisione costituzionale.
  23. Una domanda si pone spontanea: l’incompetenza assoluta di un organo accertata in via giurisdizionale non travolge gli atti posti in essere da tale organo oltre i limiti temporali della prorogatio e oltre quelli ordinari delle sue funzioni ? A questa domanda non si può rispondere negativamente neanche ponendosi sulle orme di una augusta dottrina, quella che definiva “di fatto” l’instaurazione di un nuovo ordinamento costituzionale, asserendo che “il fatto si tramuta in diritto non appena esso è compiuto”.[7] Non si può rispondere negativamente perché, a ben riflettere, non siamo di fronte al quella stessa fattispecie, perché il fatto (legge costituzionale Renzi-Boschi), pur compiuto, produrrebbe i suoi effetti solo a seguito del voto favorevole nel referendum costituzionale. Per ora, “il fatto” che si potrebbe tramutarsi in diritto è configurabile intanto come usurpazione di potere politico ed esercizio arbitrario di funzione pubblica. Che sia imputabile ad un’Assemblea elettiva e addirittura ad ambedue i rami del Parlamento, che diventi perciò non punibile un crimine del genere qualunque sia il risultato del referendum, è conseguenza diretta dello stravolgimento funzionale del sistema compiuto dall’omissione dell’atto di scioglimento del Parlamento illegittimo da parte del Presidente della Repubblica. Ne deriva una conseguenza. La reiezione della legge costituzionale oggetto del referendum sul bicameralismo avrebbe anche il merito di ripristinare il principio della “superiore legalità della Costituzione” riconducendo l’Italia al livello di civiltà dal quale è caduta, quello degli stati di diritto.
  24. Produrrebbe ovviamente effetti virtuosi per la stabilità della forma di governo in Italia e, per la seconda volta nella storia della Repubblica, dieci anni dopo l’annullamento della legge di modifica della Costituzione tentata dal Governo Berlusconi, riaffermerebbe la scelta della forma parlamentare di governo da parte del corpo elettorale italiano. La riaffermerebbe indirettamente neutralizzando la legge elettorale (della quale si è già fatto qualche cenno) denominata italicum. Che è legge avente ad oggetto il sistema elettorale per l’elezione della sola Camera, visto che, nel disegno renziano , il Senato deformato sarebbe eletto dai consigli regionali. Ma è ormai tempo di provare come queste due leggi, facendo sistema, mistificando regole, procedure ed atti, travolgono la forma parlamentare di governo.
  25. Partiamo da una constatazione auto evidente. La democrazia moderna, quindi la forma democratica di stato, o è rappresentativa o non è. Va di certo integrata, arricchita con istituti di democrazia diretta. Ma il suo fondamento intangibile è la rappresentanza, ne è l’essenza. Deviarla, distorcerla, amputarla è comprimere quel che resta della sovranità popolare dopo l’erosione subita dai trattati Ue. E ora la domanda: come, in quali termini si pone rispetto a tali principi ed a tali fondamentali esigenze il Senato “renziano”. Quale è la rappresentanza sulla quale dovrebbe basarsi ? L’articolo 1 della legge costituzionale gli riconoscerebbe quella “delle istituzioni territoriali”, quindi una rappresentanza di enti, delle regioni-enti dei comuni-enti. Una rappresentanza conseguente alla elezione da parte dei Consigli regionali di consiglieri regionali e di sindaci, uno per Regione, questi sindaci, eletti al Senato non dai consigli comunali, ma da quelli regionali. Questi senatori – 21 su 95 – rappresenterebbero i comuni ove furono eletti sindaci (e anche gli altri ? ) o i Consigli regionali che li eleggono al Senato ? Domanda analoga suscita il disposto del quinto comma dall’art. 2 secondo cui i Consigli regionali dovrebbero eleggere i senatori di loro spettanza “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo degli organi di provenienza”. Scelte di maggioranza, scelte articolate ? Mai formulazione di enunciato normativo di testi costituzionali può essere stata tanto ambigua. Non saranno poche le questioni interpretative affidate alla legge di attuazione di tale testo né saranno di incontestata soluzione.
  26. Dalle righe che precedono si può constatare la doppiezza di una rappresentatività di tal genere. Ambigua tra gli interessi della regione come ente (elezione da parte dei consigli) e regione come comunità (scelte degli elettori) ingannevole per ciascuna delle due entità. La derivazione duplice della rappresentanza porterebbe ad assemblare gli interessi dei comuni con quelli delle regioni. Interessi che sono istituzionalmente distinti dalla rispettiva autonomia istituzionale e talvolta contrapposti. Dalla loro mescolanza non possono che conseguire effetti perversi per la loro rappresentanza all’interno del Senato. Perché si spezza nei contenuti, disperdendosi e neutralizzandosi. Non può quindi che risultare compressa. Si consideri poi che, per i sindaci eletti al Senato, la derivazione è addirittura triplice. Si deve quindi constatare che è stata negata una evidenza concettuale ed empirica, quella della rispettiva autonomia degli enti territoriali che preclude una rappresentanza congiunta ed imporla normativamente è lo stesso che mistificarla.
  27. Incomprensibile poi è la modifica dell’articolo 59 Cost. che riduce la durata in carica dei senatori nominati per gli altissimi meriti conseguiti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario a 7 anni, quanti quelli della durata in carica del Presidente della Repubblica. In quale delle sue attribuzioni può o deve essere rappresentato al Senato il Presidente della Repubblica: in quella di capo dello stato pur se il titolare di tale funzione è nella pienezza delle su funzioni ? Nella rappresentanza dell’unità nazionale …. da dividere in 5 parti ? Solo la mancanza del senso del ridicolo può poi immaginare che gli altissimi meriti si affievoliscono anno per anno per scomparire in perfetta coincidenza col mandato presidenziale ….
  28. Un rapporto come quello descritto tra corpo elettorale e Senato non può comportare e non comporta una rappresentanza politica credibile. Non, di certo, quella imposta dal significato e dalle implicazioni dell’articolo 1 Cost. sulla sovranità popolare e sulle forme del suo esercizio. Non quella quindi che consentirebbe la partecipazione alla funzione legislativa, tanto meno se di revisione costituzionale. Neanche quella di eleggere due giudici costituzionali, per citare le funzioni che direttamente esprimono il senso della sovranità. Non è di rappresentanza politica il ruolo che Renzi vuole intestare ai membri del Senato. È quello di tramite politico-clientelare tra Governo da una parte e Regioni e Comuni dall’altra per l’erogazione contrattata delle risorse finanziarie disponibili per la discrezionalità che comunque resta al Governo ex art. 119 Cost., commi 3 e 5, come modificato. È del tutto ovvio che questo stesso rapporto non potrà mai diventare uno strumento di esercizio di un contropotere nei confronti dello strapotere di una Camera dei deputati, trasformata in organo di esecuzione delle decisioni del Governo e del suo Presidente del Consiglio mediante legiferazione. Uno dei principi fondativi del garantismo costituzionale è schiacciato. Se fosse stato adottato per ispirare la riforma del Senato, avrebbe potuto risolvere la questione di fondo del bicameralismo italiano, quella della sua ragion d’essere.[8]
  29. Invece, no. La deformazione del Senato si accoppia all’italicum che travolge la forma parlamentare di governo. Sia chiaro. L’incostituzionalità del porcellum dichiarata dalla Corte costituzionale derivava dalla violazione della sovranità popolare cui si aggiungevano due altre violazioni, quella del principio di uguaglianza e quella della libera scelta dei suoi rappresentanti da parte del corpo elettorale. Messe insieme, insomma, le tre violazioni facevano di quella legge elettorale un esemplare strumento di mistificazione della rappresentanza e di svuotamento della democrazia.
  30. L’italicum avrebbe dovuto sostituirla, sanando il triplice vulnus. Ma lo riproduce. Reitera la violazione dei principi inviolabili della Costituzione e della democrazia. Anch’esso contrae e contorce l’espressione della sovranità popolare. Infrange il principio della libertà di voto dell’elettore di scegliersi chi eleggere, gliene precostituisce una serie. È quella dei capilista dei cento collegi che risulteranno eletti sempre che la lista che capeggiano avrà seggi. L’altra dirompente violazione di principi fondamentali è quella occultata dalla idolatria della governabilità, della stabilità ad ogni costo, della personalizzazione del potere attribuendolo tutto ad un uomo solo. Lo si denomina “premio di maggioranza”. Ne va smascherata la verità. È falso nel nome, nel contenuto e negli effetti. Non premia affatto una maggioranza, vanifica quella vera. Si sa che in qualunque entità di votanti la maggioranza si identifica nella metà più uno dei voti espressi. Il “premio di maggioranza” non lo si conferisce a chi questi voti li ha acquisiti, ma a chi non li ha acquisiti. Lo si conferisce ad una minoranza, quella che ha ottenuto un solo voto in più di ciascuna altra minoranza. Il premio si traduce quindi in un privilegio per una delle minoranze rispetto a tutte le altre. Privilegio che comporta discriminazione di voti e sottrazione di seggi a quella che risulterà essere in ogni caso, chiunque la calcoli, qualunque sia il tipo di scrutinio, la maggioranza reale, perché composta dalla somma delle liste votate, esclusa la minoranza privilegiata. Ad essa il corpo elettorale ha negato di diventare maggioranza e lo diventa, quindi, contro la volontà popolare.
  31. Con l’italicum vengono assegnati 340 seggi (24 in più della metà più uno dei 630 della Camera) alla lista che ottiene il 40 per cento dei voti. Lo stesso numero di seggi verrebbe assegnato anche ad una lista che ne ottenga meno, anche il 30, il 20 …. Infatti, per il caso che nessuna lista ottenga il 40 per cento dei voti, è previsto un secondo turno, col quale si assegna il “premio” alla lista che, nel ballottaggio tra le due che abbiano ottenuto il maggior numero di voti al primo turno, sia prevalsa con qualsiasi quorum. [9]
  32. Collegata alla deformazione del Senato, l’italicum non nasconde il suo obiettivo reale. Lo rivela nel prevedere che le formazioni elettorali che “si candidano a governare”, devono depositare, col contrassegno che le identifica, il nome del “capo della forza politica”, cioè del candidato alla presidenza del consiglio che, in quanto leader di uno dei partiti geneticamente mutati, avrà composto la lista dei candidati al Parlamento collocandovi i suoi fiduciari. L’italicum converte quindi l’elezione dei membri del Parlamento in elezione diretta del capo del governo che carpirà in tal modo il flusso di sovranità e di legittimazione prodotto dal voto del corpo elettorale dissolvendo la rappresentanza politica, fondamento della democrazia moderna. Stravolta la forma parlamentare di governo, è incrinata la forma di stato.

Bibliografia

La bibliografia sul tema è vastissima. Per quella generale rinvio al mio “Costituzione e revisione costituzionale nell’età della mondializzazione in Scritti in onore di Giuseppe Guarino”, II, Cedam,1998, 211-297. Per quella recente all’ottimo saggio di M. Villone, La riforma Renzi-Boschi cit.

[1] Cfr. Mortati, Concetto limiti, procedimento della revisione costituzionale, ora i Id. Scritti, II, Giuffrè, 1972, 15

[2] Su tale vicenda in via generale rinvio al mio Costituzione e revisione costituzionale nell’età della mondializzazione in Scritti in onore di Giuseppe Guarino, II, Cedam, 1998, 211-297, e sulla specificità italiana del tema, cfr. M. Villone, Un decennio incostituzionale, manifestolibri, 2015 e G. Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Laterza, 2016, spec. 243-255.

[3] Machiavelli, Il Principe e Discorsi, Milano, Feltrinelli, 1960, 15

[4] Le critiche mosse sull’ammissibilità del quesito per difetto di rilevanza furono superate da F. Bilancia, Riporcellum e giudicato costituzionale, in Costituzionalismo.it gennaio 2014 ma 3/2013.

[5] Cfr. punto 7 del “considerato in diritto” della sentenza della Corte n. 1 del 2014

[6] Alle stesse conclusioni giunge autorevolmente A. Pace, Le ragioni del No in La Costituzione bene comune, Roma, Ediesse, 2016, 30. M. Villone in La riforma Renzi-Bossi:Governo forte, Costituzione debole in www. Costituzionalismo.it concede la legittimazione formale al Parlamento eletto col porcellum, ma gli nega quella materiale e politica.

[7] Cfr. Santi Romano, L’instaurazione di fatto di un ordinamento costituzionale ora in Scritti minori, vol. I° , Diritto costituzionale, Giuffrè 1950, 107 e ss., spec. 150.

[8] Chi scrive è l’autore del commento all’ Art. 55 del Commentario della Costituzione a cura di Giuseppe Branca, commento che rilevava come le “tormentate deliberazioni normative del Costituente sulla strutturazione del Parlamento … non offrono una base razionalmente molto solida al bicameralismo italiano …. 25.

[9] Per una puntuale disamina dell’italicum a confronto con la sentenza 1/2014, cfr., tra i molti, De Fiores, La riforma della legge elettorale in www.costituzionalismo. it 1.2015