Articolo 18, Giovanni Maria Flick (membro della Consulta nel 2003): “Nella Corte ha prevalso la valutazione politica e istituzionale su quella giuridica”

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse19-06-2014 RomaStati Generali della CulturaNella foto Giovanni Maria FlickPhoto Fabio Cimaglia / LaPresse19-06-2014 Roma (Italy)General States of CultureIn the photo Giovanni Maria Flick

intervista a Giovanni Maria Flick

Stessa domanda, ma valutazioni e contesti diversi. La decisione di dichiarare inammissibile il quesito referendario che reintroduceva l’articolo 18 abolito dal Jobs Act, architrave del riformismo renziano, ha spaccato la Corte Costituzionale. Otto giudici su tredici hanno sposato la linea di Giuliano Amato che sosteneva come il quesito fosse “manipolativo” perché non si limitava ad abrogare una legge ma ne allargava la disciplina estendendola anche alle aziende con meno di 15 dipendenti. Per la relatrice Silvana Sciarra e altri quattro giudici invece non si trattava di un quesito “propositivo”. E nel sostenere questa tesi è stato richiamato il precedente della sentenza 41 del 2003, quando la Consulta dichiarò ammissibile un quesito analogo che estendeva l’articolo 18 anche alle aziende con un solo dipendente. Il referendum in quel caso non raggiunse il quorum.

Per questo motivo l’Huffington Post ha intervistato il professore Giovanni Maria Flick, ex presidente della Consulta e membro della Corte che nel 2003 dichiarò ammissibile il quesito considerato da più parti analogo a quello bocciato mercoledì.

Professor Flick, perché la Corte Costituzionale di cui lei faceva parte nel 2003 aveva dichiarato ammissibile un quesito analogo a quello considerato inammissibile mercoledì?
C’è la necessità di guardare i due momenti di attività della Corte: il momento più giuridico da un lato e il momento più istituzionale dove la componente politica è più forte dall’altro. I limiti all’ammissibilità del referendum, a parte quelli previsti esplicitamente dalla Costituzione, sono stati introdotti dalla Corte stessa nella sua elaborazione. C’è l’interesse che questo discorso sull’elaborazione della Corte rimanga costante, per la prevedibilità e la certezza delle decisioni; ma c’è anche la possibilità che cambi il contesto in cui la domanda di abrogazione deve operare.

Secondo la linea che ha prevalso in seno alla Consulta, il quesito proposto dalla Cgil era manipolativo.
A mio parere si deve fare sempre tutto il possibile per andare incontro alla volontà del popolo e valorizzare la richiesta di referendum. Sempre nei limiti dell’ammissibilità. Il carattere propositivo e non meramente abrogativo però si presta a diverse interpretazioni. Quando viene abrogata parzialmente una legge può verificarsi lo stimolo al suo allargamento sotto altro aspetto. Il confine è abbastanza difficile da stabilire.

Infatti la Corte si è divisa
Non si può parlare di totale uguaglianza tra il contesto nel quale la Corte ha deciso nel 2003 e quello in cui si è espresso la Corte in riferimento al Jobs Act. Risulta evidente dai voti della Consulta: cinque hanno visto una continuità tra le due decisioni, otto non l’hanno vista. Qui la certezza del diritto – che passa attraverso l’interpretazione dei limiti all’ammissibilità del referendum – ha ceduto di fronte alla diversità di valutazione del contesto politico e istituzionale in cui il referendum è stato richiesto.

Molti sostengono che la Corte abbia smentito se stessa con due decisioni diverse su un quesito analogo.
Premetto che la Corte non ha bisogno che un ex presidente la difenda. Non mi sembra che abbia smentito se stessa. Ha semplicemente fatto prevalere il contesto politico e istituzionale rispetto alla valutazione tecnico-giuridica. E quando parlo di contesto politico mi riferisco alla politica in senso alto, non a considerazioni di tipo elettorale o a calcoli delle forze politiche in campo. Sono le due dimensioni nelle quali si muovono le valutazioni della Consulta. È la stessa Corte che costruisce, attraverso la sua giurisprudenza, i limiti dell’ammissibilità di un quesito. Nell’ambito di questo discorso si può oscillare tra il prevalere della dimensione di certezza e la dimensione della valutazione politico-istituzionale. Evidentemente non c’era un’uguaglianza se per cinque giudici su tredici c’era un’identità tra le due sentenze mentre per gli altri otto invece non c’era. Non c’è un corto circuito né spazio per strumentalizzazioni. Il quesito nel 2003 aveva un determinato significato, nel 2017 ne ha un altro.

Siccome la domanda è sempre la stessa cos’è cambiato?
Nell’interpretazione della maggioranza della Corte è cambiato il contesto in cui quella domanda doveva trovare una risposta.

La leader della Cgil Susanna Camusso ha annunciato che valuterà se ricorrere alla Corte di Giustizia europea. Ci sono le basi?
Non ho approfondito l’argomento. Ma non è la prima volta che la Corte dà una valutazione che si discosta da una data precedentemente. Già in passato ha applicato il principio secondo il quale l’abrogazione di una legge può comportare l’applicazione di una disciplina preesistente allargandola. Possiamo con certezza dire che Strasburgo non è un ulteriore grado di giudizio.

C’è chi sostiene che il quesito sia stato scritto male dai proponenti.
Le motivazioni le leggeremo quando saranno diffuse. Il problema non è se il testo è scritto bene o male, ma la differenza di efficacia di una abrogazione come questa rispetto a quella precedente. Perché l’abrogazione di una parte del Jobs Act, in questo momento, poteva avere effetti diversi.

Pubblicato su l’Huffington Post il 12 gennaio 2017




Mettiamo fine all’austerità!

Schermata 2014-07-29 alle 18.50.01Hyperpolis  sostiene la campagna referendaria “Stop austerità” affinché vengano eliminati dalla nostra Costituzione i riferimenti a normative quali quelle che prevedono il pareggio obbligatorio di bilancio, il cosiddetto Fiscal Compact, introdotto nella nostra Carta Costituzionale il 20 aprile 2012 con una larghissima maggioranza.

Per un’illustrazione ampia e articolata delle ragioni a sostegno di tale referendum, riportiamo di seguito un articolo di Riccardo Realfonzo, del Comitato Promotore, e il link al sito dedicato all’iniziativa, dove potranno essere reperiti aggiornamenti e informazioni di interesse ai fini della raccolta delle firme.

Una nuova agenda per la crescita. Il referendum stop austerità

di Riccardo Realfonzo – Corriere della Sera, 16 luglio 2014

È un momento difficile per i paladini dell’austerità. Negli USA e in Giappone si è reagito alla crisi con aumenti della spesa pubblica assecondati dalla banca centrale, con il risultato che gli americani realizzano oggi un Pil reale superiore di ben otto punti rispetto al 2007 e il gigante nipponico si è destato dal lungo torpore. Dal canto suo, la scienza economica conferma sempre più compatta la necessità di affrontare le crisi con politiche fiscali e monetarie espansive. E molti studiosi che in passato avevano sostenuto la dottrina dell’”austerità espansiva”, secondo cui i tagli di bilancio avrebbero favorito la crescita, sono giunti a ricredersi. Ben noto è il caso del capo economista del FMI, Olivier Blanchard, che nel World Economic Outlook di due anni fa candidamente ammise che i vistosi errori previsionali del FMI scaturivano da una sottostima degli effetti recessivi dell’austerità. Rifacendo i conti, occorreva precisare che i tagli della spesa pubblica riducono il Pil, invece di accrescerlo, e anche in modo più che proporzionale.

Queste evidenze e questi ripensamenti non hanno fatto breccia in Europa negli ultimi anni e l’austerity ha imperato. Eppure, i risultati sono ben diversi da quelli americani o giapponesi: il Pil dell’eurozona resta inferiore ai livelli pre-crisi, la disoccupazione è incrementata del 65 per cento (da 11,6 milioni del 2007 a oltre 19 milioni a fine 2013), gli obiettivi di risanamento della finanza pubblica non sono stati raggiunti. Con questi dati era inevitabile che anche da noi si prendesse atto dell’impossibilità di una crescita sostenuta e diffusa in presenza di vincoli asfissianti sulle politiche economiche. Proprio su queste colonne, nella primavera scorsa, due influenti studiosi come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, a lungo sostenitori delle austere regole europee, hanno condiviso l’idea che fosse necessario lasciare lievitare il deficit al di sopra del limite del 3 per cento previsto dal Patto di Stabilità, per fornire una spinta adeguata all’economia italiana. “Una politica di piccoli passi per non sforare il 3 per cento sarebbe miope perché così la crescita non riparte”, scrivevano i due, teorizzando la necessità di andare oltre i trattati europei.

Oggi il presidente Renzi – che ha varato una manovra interna ai vincoli europei e che è alle prese con una economia che in questo primo semestre non ha voluto saperne di tornare a crescere – chiede ai partners europei una “austerità flessibile”. Chiede cioè qualche margine temporale e finanziario in più, sfruttando quel po’ di flessibilità già previsto nei trattati, per provare a uscire dal tunnel. Il forte timore, tuttavia, è che questa opportunità non venga concessa e, soprattutto, che questa “politica di piccoli passi” comunque non sia sufficiente, considerate le condizioni in cui versa la nostra economia. Anche perché – diciamolo con franchezza – la capacità espansiva delle attese riforme è tutta da verificare. Ecco allora che assume un preciso senso politico il referendum “stop austerità”, che sta raccogliendo consensi trasversali tra le forze politiche e sociali. Nel rispetto dei vincoli costituzionali, l’iniziativa mira ad abrogare il deleterio surplus di austerity rispetto ai trattati, che in un eccesso di zelo rigorista ci siamo inflitti in Italia; e a lanciare alle istituzioni europee un segnale, che le induca a prendere atto degli insuccessi delle politiche restrittive di questi anni. Il referendum “stop austerità” darebbe man forte a quelle forze politiche e a quei governi che intendessero realmente impegnarsi per cambiare l’agenda di politica economica dell’Unione, per un’Europa all’insegna della crescita e della occupazione.

http://www.referendumstopausterita.it