L’appello: superare il Fiscal compact per un nuovo sviluppo europeo

Entro il 2018 i paesi dell’Unione dovranno decidere se inserire il Fiscal compact nei trattati UE. In Italia la discussione su questo passaggio è quasi totalmente assente e si rischia, come in altre occasioni, che le decisioni vengano prese senza alcun dibattito. Da questa constatazione nasce l’appello che pubblichiamo qui di seguito.

Viviamo in un periodo di vera e propria emergenza europea, anche se ben pochi sembrano accorgersene. C’è una scadenza imminente a cui la stampa e la politica italiane non dedicano alcun risalto, ma che ha invece un rilievo economico e sociale enorme. L’art. 16 del Fiscal Compact (o Patto intergovernativo di bilancio europeo) stabilisce che entro cinque anni dalla sua entrata in vigore (ovvero entro il 1° gennaio 2018), sulla base di una valutazione della sua attuazione, i 25 Paesi Europei firmatari – tra cui l’Italia – siano tenuti a fare i passi necessari per incorporarne le norme nella cornice giuridica dei Trattati Europei.

A più riprese espressioni di insofferenza nei confronti del Patto sono state manifestate da parte di politici italiani di varia estrazione; e giuristi attenti alla legislazione comunitaria hanno denunciato che il Patto sarebbe contrario agli stessi principi sanciti dai Trattati Europei, e dunque in nessun modo incorporabile in essi. Peraltro già nel 2013, su iniziativa italiana, il Financial Times aveva pubblicato il “monito degli economisti“, firmato da alcuni dei più noti economisti viventi, che descriveva l’unificazione monetaria come un esperimento destinato a implodere a meno di una profonda rivisitazione del quadro di regole, tra le quali quelle previste dal Patto.

Il dibattito italiano sull’integrazione del Fiscal Compact nei Trattati Ue è dunque relativamente sporadico rispetto all’urgenza della scadenza ormai prossima, ma al tempo stesso acceso e radicale. Non sembra sia diffusa né tantomeno consolidata un’analisi approfondita del suo effettivo funzionamento e dei risultati prodotti, che pure è necessaria per realizzare quella valutazione della sua attuazione che dovrebbe costituire la precondizione per la modifica ai fini di un’eventuale quanto inopportuna integrazione.

Non intendiamo sostituirci agli organi politici che hanno il mandato di effettuare la valutazione, ma ci preme sottolineare alcuni aspetti sui quali il Patto ci sembra semplicemente sbagliato e controproducente, e perciò stesso ingiustificato qualunque rafforzamento istituzionale.

Il primo punto è l’esigenza, più volte e da più parti richiamata già nei confronti del Trattato di Maastricht, di scorporare gli investimenti pubblici dal computo del disavanzo: una correzione che, rispetto alla finalità di assicurare la stabilità economica e la crescita dell’Unione, è assai più rilevante di quelle derivanti dal possibile allargamento del margine di deficit previsto dal Patto di stabilità e crescita. Tanto per citare qualche numero, l’incidenza degli investimenti sul PIL si è contratta tra il 2007 e il giugno 2017 di circa 2 punti percentuali nella media dell’Unione, più di 3 nell’Eurozona, quasi 5 punti in Italia, 10 in Spagna, e 17 in Grecia. Anche al di là del dibattito sull’entità dei moltiplicatori, è ormai chiaro a tutti che in una fase di crisi gli Stati nazionali hanno il dovere di sostenere, con il conforto dell’Unione Europea, l’attività dell’economia e l’occupazione con robuste misure di struttura e non solo anticicliche. Questo tipo di interventi, peraltro, va esteso fino a coprire gli investimenti pubblici in capitale umano: se non l’insieme della spesa pubblica in istruzione e ricerca, troppo vasta e articolata, almeno quella per l’industrializzazione della ricerca di base e l’occupazione di ricercatori e tecnologi.

Un secondo aspetto critico su cui è indispensabile intervenire è quello in realtà più discusso, ovvero l’obbligo di pareggio strutturale dei conti pubblici. Il principio presuppone anzitutto la regolarità e l’equivalenza in durata delle fasi positive e negative o almeno la non prevalenza delle fasi recessive, cosa che allo stato attuale dell’economia globale è tutt’altro che scontata. E richiederebbe poi modalità indiscutibili di calcolo della situazione dell’economia rispetto alla sua condizione “potenziale”. L’attuale procedura utilizzata dalla Commissione europea non risponde né all’uno né all’altro requisito, tant’è che l’OCSE stessa utilizza per il calcolo del “PIL potenziale” un computo ben differente che ad esempio, nel caso dell’Italia, porta a risultati assai più favorevoli, che il nostro Governo ha sinora inutilmente illustrato alla Commissione. Insomma, ammesso e non concesso che esista, è necessaria una procedura più ragionevole e condivisa di calcolo degli eventuali sforamenti, in assenza della quale il sospetto che si sia di fronte a ingiustificate imposizioni derivate da una “teoria” economica inconsistente, e dunque errate non solo nel merito ma anche nel metodo, non può che rafforzarsi.

Anche l’obbligo per i paesi con un debito sopra il 60% del PIL di ridurre l’eccedenza di un ventesimo ogni anno è discutibile. Quando venne istituito con il Trattato di Maastricht, il parametro del 60% non era altro che il valore medio dei paesi aderenti all’Unione. Oggi, a fronte dei risultati di crescita non certo brillanti di un quarto di secolo di politiche economiche europee, il valore medio è aumentato fino al 90%. In queste condizioni, e a fronte delle incidenze ancora maggiori che si riscontrano in Giappone e negli Stati Uniti, sarebbe ragionevole proporsi obiettivi più realistici.

Infine, nell’attuale fase di significativo alleggerimento del Quantitative Easing, l’auspicabile apertura a livello sia nazionale che europeo di una discussione seria e approfondita sul Fiscal Compact deve proporsi anche una riconsiderazione della missione istituzionale della BCE, tale da prevedere oltre a quello della stabilità della moneta anche l’obiettivo della minimizzazione della disoccupazione. Si pensi a quanto più rapida e forte sarebbe stata la ripresa dell’occupazione, e a quanto prima lo stesso sistema bancario si sarebbe rafforzato perché sorretto dal mercato anziché dalla banca centrale, se uno strumento di sostegno agli investimenti come l’esile Piano Juncker fosse stato finanziato per cifre mensili pari anche a soltanto un decimo della spesa sostenuta per il QE.

La doppia crisi che ha travolto l’economia europea nell’ultimo decennio ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che è proprio la macchina europea ad aver bisogno di profonde riforme strutturali. Riforme che, come mostrano i recenti studi effettuati nell’ambito dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, devono puntare al netto orientamento delle politiche economiche europee e nazionali verso un modello di sviluppo trainato dai salari, dai consumi interni e da nuovi investimenti, anziché verso un modello mercantilista, problematico sotto il profilo dell’equilibrio globale quanto incapace di assicurare progresso, convergenza e coesione economica e sociale all’interno dell’Unione.

Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Roberto Romano (CGIL Lombardia, Està), Leonello Tronti (Università di Roma Tre), Nicola Acocella (Sapienza Università di Roma), Pier Giorgio Ardeni (Università di Bologna), Rosaria Rita Canale (Università di Napoli Parthenope), Roberto Ciccone (Università di Roma Tre), Carlo Clericetti (Blogging in the wind), Carlo D’Ippoliti (Sapienza Università di Roma), Lelio Demichelis (Università dell’Insubria), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Sebastiano Fadda (Università di Roma Tre), Sergio Ferrari (ENEA), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Andrea Fumagalli (Università di Pavia), Domenico Gallo (Corte di Cassazione), Claudio Gnesutta (Sapienza Università di Roma), Guido Iodice (Keynes Blog), Riccardo Leoni (Università di Bergamo), Enrico Sergio Levrero (Università di Roma Tre), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Ugo Marani (Università di Napoli Federico II), Daniela Palma (Enea), Francesco Pastore (Università della Campania Luigi Vanvitelli), Laura Pennacchi (CGIL), Paolo Pirani (UILTEC), Felice Roberto Pizzuti (Sapienza Università di Roma), Vincenzo Scotti (Università Link Campus), Antonella Stirati (Università di Roma Tre), Francesco Sylos Labini (INFN), Mario Tiberi (Sapienza Università di Roma), Pasquale Tridico (Università di Roma Tre), Anna Maria Variato (Università di Bergamo), Marco Veronese Passarella (Leeds University), Gianfranco Viesti (Università di Bari Aldo Moro), Roberto Tamborini (Università di Trento), Paolo Borioni (Temple University), Domenico Mario Nuti (Sapienza Università di Roma).

 

L’appello è stato finora pubblicato anche su Economia e Politica e Keynes blog




Neoliberismo, biopolitica e schiavitù. Il capitale umano in tempo di crisi

 di Silvia Vida

 

1. Lo ha affermato di recente Luciano Canfora (2017, 9): «Per ora, chi sfrutta ha vinto la partita su chi è sfruttato». La diagnosi del presente si aggrava se si pensa che «solo ora il capitalismo è davvero un sistema di dominio mondiale», reso più forte dall’avere di fronte a sé esclusivamente miseri spezzoni di organizzazioni di stampo sindacale o settoriale che gli oppongono una resistenza trascurabile; se è vero, com’è vero, che il capitale oggi è davvero “internazionalista”, avendo dalla sua parte la cultura e ogni possibile risorsa. Gli sfruttati, invece, «sono dispersi e divisi» dalle religioni, dal razzismo istintuale, dalle discriminazioni sociali non sanate ma approfondite dall’operato delle istituzioni, e dal fatto che, per funzionare, il capitale ha ripristinato forme di dipendenza di tipo servile creando sacche di lavoro neo-schiavile che non credevamo più possibili, soprattutto nelle aree del mondo più avanzate (ibidem, 11-12).
Di fronte a tutto questo, già nel 2003 Glenn Firebaugh scriveva a proposito di un’inversione di tendenza: il passaggio da una crescente diseguaglianza tra nazioni (accompagnata a livelli di diseguaglianza stabili o in calo all’interno delle nazioni) a una diminuzione della diseguaglianza tra nazioni, con conseguente aumento della diseguaglianza al loro interno. Ciò si deve al fatto che il capitale, che circola liberamente nello “spazio del flussi” globale (secondo l’efficace definizione di Manuel Castell), perché liberato dalla politica, è ansioso di cercare zone in cui gli standard di vita siano modesti e sia consentito sfruttare il differenziale tra regioni del pianeta dove le paghe sono basse e non esistono istituti di autotutela e tutela statale dei poveri, e altre regioni che mantengono queste tutele. Ma il libero fluttuare del capitale produce un effetto collaterale significativo, ossia la progressiva riduzione di quello stesso differenziale, con il concomitante livellamento degli standard di vita tra paesi diversi. Inoltre, i paesi che hanno immesso capitali nei flussi globali si trovano a loro volta a essere oggetto delle situazioni di incertezza della finanza globale (svincolata da regole).
Tutto ciò si ripercuote sulle condizioni della forza-lavoro urbana che l’autorizzata secessione del capitale dalla politica si è lasciata alle spalle. Quella forza-lavoro oggi non solo è minacciata dalla nuova incertezza globale, ma anche dai costi incredibilmente bassi del lavoro in quei paesi dove il capitale, libero di muoversi, decide di insediarsi temporaneamente. Di conseguenza, il differenziale tra paesi “sviluppati” e “poveri” tende a contrarsi, e nei paesi che non molto tempo fa sembravano aver superato le diseguaglianze sociali più stridenti torna a riemergere più forte che mai l’inarrestabile crescita della distanza tra chi ha e chi non ha.

 

2. Il contesto appena delineato (seppure in maniera parziale) è definibile come “neoliberismo”, comunemente associato alla promozione di un insieme di politiche economiche coerenti col principio fondamentale del libero mercato. Questo schema include la deregulation del sistema industriale e della circolazione dei capitali; la riduzione delle prestazioni del welfare state un tempo previste a tutela dei soggetti più vulnerabili; la privatizzazione ed esternalizzazione dei beni e dei servizi pubblici (siano essi scuole, servizi sanitari o postali, strade o parchi, ecc.); la sostituzione di sistemi di tassazione progressivi con schemi fiscali di segno opposto; la fine di politiche redistributive e la conversione di ogni necessità o desiderio dell’uomo in un’impresa redditizia – dalla preparazione agli esami per l’ammissione a un corso universitario, fino al trapianto d’organi o all’adozione di bambini, ecc. Più recentemente, si tende a identificare il neoliberismo col superamento del capitale produttivo ad opera di quello finanziario e più in generale con la finanziarizzazione dei processi economici. È quindi assai frequente che si producano e manifestino atteggiamenti critici nei confronti di queste pratiche e dei loro effetti deleteri: innanzitutto l’aumento e l’approfondirsi delle diseguaglianze, il divaricarsi della forbice della ricchezza, in mezzo ai quali ciò che resta della cosiddetta classe media è costretto a lavorare sempre di più per compensi sempre più irrisori, minore sicurezza, e un’aspettativa quasi nulla di mobilità sociale.
Potremmo dire, per sintetizzare, che gli esiti ultimi del neoliberismo sono incertezza e vulnerabilità.
Se tutto questo sembra assodato, c’è da dire che raramente si usa il termine “neoliberismo” per riferirsi a tali fenomeni: è il caso delle critiche mosse alle politiche degli stati occidentali da parte di economisti come Robert Reich, Paul Krugman, o Joseph Stiglitz, o delle critiche mosse alle politiche dello sviluppo da parte di Amartya Sen, James Ferguson, o Branko Milanovic, tra gli altri. Nemmeno l’aumento della diseguaglianza, uno dei fenomeni enfatizzati da Thomas Piketty nel suo studio sul capitalismo post-keynesiano, conduce a un uso sistematico di questo termine. Il senso di stranezza tende a dissiparsi se si pensa che il neoliberismo è da intendersi come qualcosa di più di un insieme di politiche economiche, di una particolare fase del capitalismo o di un ripensamento della relazione tra stato ed economia.
Per Wendy Brown (2015), ad esempio, esso è un ordine normativo vero e proprio, sviluppato nell’arco di tre decenni nell’ambito di un’ampia e profonda razionalità di governo, e inteso a plasmare tutti i settori della vita umana e ogni sforzo in essi compiuto secondo precise finalità economiche. Del resto, Brown aderisce all’interpretazione foucaultiana che definisce paradigmaticamente il neoliberismo non tanto (e non solo) come una teoria economica, quanto piuttosto come una forma di governo, una speciale “razionalità politica” strutturata non più intorno alla legge sovrana dello stato ma ai meccanismi del mercato, e il cui scopo essenziale è promuovere processi di individualizzazione. Il particolare “soggetto economico” che è plasmato da questi meccanismi è l’esito fondamentale del neoliberismo (Brown 1995). Secondo la lezione foucaultiana, di questa soggettivazione si incarica la “governamentalità”, concetto con cui Foucault indica la presa sulla vita dei soggetti che si realizza plasmandone i desideri e le aspettative conformemente al progetto di governo liberale.
“Governamentalità”, diceva Foucault già nel 1978, è quella forma di potere che ha nella popolazione il bersaglio principale, nell’economia politica la forma privilegiata di sapere, e nei dispositivi di sicurezza lo strumento tecnico essenziale. Non a caso, François Ewald parla dell’avvento del neoliberismo novecentesco come di ciò che trasforma i dispositivi biopolitici liberali classici di governo dei corpi e delle popolazioni affiancando loro il dispositivo bioeconomico e imprenditoriale del “capitale umano” (Ewald 1986; 1991). Si tratta di una vera e propria svolta epistemica della razionalità governamentale: nel secondo dopoguerra lo Stato cessa di essere gestore dell’economia e agente di redistribuzione sociale, mettendosi al servizio del mercato e della sua logica imprenditoriale. In Nascita della biopolitica, Foucault scrive che in questa fase il mercato è assunto a «nuova ragione di governo» e detta i criteri normativi per le politiche pubbliche producendo soggettivazioni ispirate al modello concorrenziale dell’impresa.
In sostanza, il neoliberismo è una razionalità produttiva di specifiche soggettività, una «condotta della condotta» e uno schema di valutazione delle esistenze e delle pratiche. Questo è tanto più vero nelle analisi foucaultiane della governamentalità: l’oggetto del suo potere, non sovrano ma disciplinare, sono, infatti, le forze e le capacità degli individui come membri di popolazioni, come risorse da promuovere, usare, ottimizzare. Il liberalismo, in quanto metodo di razionalizzazione dell’esercizio del governo, si colloca, in altre parole, sul terreno della biopolitica funzionale all’idea liberale del «governo frugale» o «a distanza», non autoritario. Tuttavia, secondo la sintesi di Pierre Dardot e Christian Laval (2013), la governamentalità neoliberale reca in sé una profonda ambivalenza: da un lato, lascia intendere al soggetto di avere diritto alla libertà in qualunque ambito – da quello economico a quello sessuale o culturale – con il solo limite della sua capacità di autovalorizzazione; dall’altro, compie continui sforzi di creazione identitaria e di direzione degli individui. È la svolta bioeconomica del capitalismo contemporaneo, che trasforma irrimediabilmente la natura della libertà politica. Infatti, come spiega Brown, in nome della potenzialità auto-incrementativa virtualmente conferita al soggetto in ogni campo dell’esistenza, la razionalità liberale sembra possedere un vero e proprio progetto culturale di inclusione che riproduce se stesso, depotenziando la progettualità politica e svuotando di senso i diritti. La governamentalità agisce come insieme di strategie e tattiche che operano a livello diffuso, provvedendo alla produzione e riproduzione dei soggetti, alla plasmazione delle loro abitudini e delle loro convinzioni, in funzione di particolari scopi politici; tutto questo implica la possibilità di parlare della politica neoliberale contemporanea come “post-politica”, poiché lascia dietro di sé le vecchie lotte ideologiche per concentrarsi su una gestione capillare e un’amministrazione competente, su attività depoliticizzate (biopolitiche) e oggettive di un’amministrazione minuziosa delle vite.
Per il neoliberismo, in sostanza, ogni condotta è una condotta economica; tutte le sfere dell’esistenza sono strutturate e misurate in termini economici, anche quando questi ambiti non sono direttamente “monetizzabili”; i soggetti che abitano questo ordine sono esemplari particolari della specie homo oeconomicus. L’homo oeconomicus di oggi, infatti, non è il soggetto kantiano, ma un soggetto che mantiene i caratteri di imprenditorialità inscritti nell’idea di capitale umano dell’epoca neoliberista, venendo riplasmato come capitale umano “finanziarizzato”: il suo progetto è auto-investirsi in modi che incrementino e migliorino il proprio valore, oppure attrarre investitori del capitale incarnato dalla sua stessa soggettività, mostrando in qualche modo il suo rating. Il suo valore deve essere competitivo in ogni ambito esistenziale: dalla scelta del corso di studi al network sociale, tutto contribuisce a trasformare un “essere umano” in “capitale umano”.
Nessuno, tuttavia, è un capitale solo per sé, o in sé; ognuno di noi lo è per l’azienda, lo stato o la costellazione postnazionale di cui è membro; e nella misura in cui siamo capitali valutabili in termini di competitività, non solo subiamo valutazioni differenziali, ma viviamo anche senza garanzie di sicurezza, protezione o tutela. Se, infatti, la dimensione sociale e politica dell’esistenza si disgrega per essere sostituita da quella imprenditoriale (come auto-investimento), la conseguenza è la rimozione dei dispositivi di protezione un tempo rappresentati dall’appartenenza, si tratti di tutela previdenziale o diritti di cittadinanza.
È bastato che il potere politico stabilizzasse le condizioni normative e politiche per la libertà del mercato perché si producesse l’incertezza e lo stato di insicurezza esistenziale che da questa deriva. Le bizzarrie del mercato, lasciate libere di riprodursi, bastano a erodere le fondamenta della sicurezza esistenziale e a far aleggiare sulla maggior parte dei membri della società lo spettro del degrado, dell’umiliazione, e dell’esclusione sociale. L’État providence, come forma di governance e come comunità che si fa carico degli obblighi e delle garanzie un tempo attribuiti alla divina provvidenza, ha progressivamente ridotto istituzioni e prestazioni, rimuovendo così anche i limiti alle attività di impresa, alla libera concorrenza di mercato e alle sue conseguenze.

 

3. Incertezza e vulnerabilità, come si è visto, sono gli effetti del neoliberismo; tuttavia, da un punto di vista storico, sono state le cause della nascita dello stato moderno, la sua raison d’être. Incertezza e vulnerabilità umana sono cioè alla base di ogni potere politico e dell’obbedienza (sostegno) al potere, fintanto che esso libera dalla paura e dall’ansia generate dall’insicurezza (Bauman 2011). L’uscita dallo stato di minorità kantiano passa innanzitutto attraverso tale forma di emancipazione. Ma è ovvio che, dal punto di vista morale o politico, nessun capitale, nemmeno quello umano, ha lo status di soggetto individuale kantiano. Lo status del capitale umano è destinato a formarsi in maniera incoerente nella misura in cui il soggetto è individualmente responsabile per se stesso e, al tempo stesso, elemento strumentale e superfluo (fungibile) dell’intero. La funesta fragilità dello status sociale è oggi ridefinita come questione privata, una faccenda da fronteggiare da soli, facendo leva sulle proprie risorse. Come afferma Ulrich Beck (2000), gli individui oggi devono trovare soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche; dal successo di questi sforzi dipende la loro sopravvivenza (anche politica). Di conseguenza l’eguaglianza politica non è più l’a priori delle relazioni sociali (democraticamente intese) e la diseguaglianza diventa il medium della competizione tra capitali.
L’immaginario popolare si è sostanzialmente assuefatto all’idea della diseguaglianza come norma, forse anche come natura, oltre che all’immagine di una società composta di vincenti tutelati contrapposti a perdenti privi di tutela. In un mondo in cui la competizione porta a un abbassamento dei diritti sociali, chi ancora ne gode subisce il discredito sociale. Dove esiste solo l’homo oeconomicus, dove la libertà viene trasferita dal piano politico a quello economico, è la libertà politica a subire gli effetti dell’intrinseca diseguaglianza dei rapporti economici; e, per converso, è la libertà politica che, restringendosi, assicura l’espandersi della diseguaglianza. L’effetto che si produce non è paradossale, se pensiamo che deriva della sostituzione dello stato di diritto con la razionalità del mercato e del cittadino con il vincente/perdente: la libertà è solo la condotta tipica del mercato, non l’autogoverno come partecipazione collettiva entro un demos.
L’interazione tra biopolitica (post-politica) e neoliberismo produce una conseguenza ancora più terrificante: con la lusinga dell’auto-incremento, il capitalismo oggi ci fa affrontare le crisi – e quella scoppiata nel 2007 è solo l’ultima – facendocele subire. La crisi, infatti, è permanente perché è la modalità di governo del capitalismo contemporaneo. Come scrive Maurizio Lazzarato (2013), col variare della crisi varia il tipo di paura. Paura e crisi costituiscono l’orizzonte insuperabile della governamentalità del capitalismo neoliberista. La governamentalità neoliberale si esercita nel continuo passaggio dalla crisi economica a quella climatica, energetica, occupazionale, migratoria, e così via. Anche in questo senso, il neoliberismo non mostra un’attitudine libertaria, la tendenza a “produrre” libertà, bensì l’intenzione di operare per la sua continua limitazione. L’opposizione tra governamentalità autoritaria e liberale, così come concepita da Foucault, si rivela perciò altamente “instabile”, dato che nella crisi essa è diventata, in maniera irreversibile, autoritaria.
Si tratta in molti casi di una governamentalità “privatizzata” (Brown 2015), che costringe a prendere in considerazione dispositivi biopolitici non statuali, i quali sono al tempo stesso dispositivi di controllo, valorizzazione e produzione di soggettività. Essi si esercitano su individui che hanno subito una doppia metamorfosi: la sostituzione del lavoratore salariato del fordismo con l’imprenditore di sé e la trasformazione di questa soggettività in una individualità ultraconcorrenziale e massimamente precaria, che ripropone l’idea di un capitale umano che in molti casi è la condanna a un’esistenza sociale ed economica di assoluta marginalità politica: ad esempio, quella definita dalla molteplicità delle situazioni di impego, di non impiego, o di impiego intermittente, e di povertà più o meno grave.
Ne scaturisce una forma di precarietà esistenziale e sociale che si accompagna a una nuova “costruzione sociale” del lavoro: quando tutto è capitale, il lavoro è liquidato come categoria, sparisce la forma collettiva di rivendicazione e l’idea stessa di classe lavorativa; si guarda addirittura con sospetto e persino disprezzo a quelle categorie di lavoratori che ancora contano su una prospettiva di contratto con tutele e garanzie di impiego a tempo indeterminato, diritti alle ferie o alla maternità. Se solo pochi conservano diritti, appare più equo che non li abbia nessuno, perché i diritti di pochi sono percepiti come privilegi.
Il lavoro temporaneo è attualmente uno degli indicatori più forti della precarietà. Essere (lavoratori) precari significa condurre un’esistenza incentrata sulla sola dimensione del presente, deprivata di una solida identità, o del senso di realizzazione che normalmente si ricaverebbero da un lavoro stabile e da uno stile di vita coerente (Standing 2012). Il precario vive nell’ansia in uno stato di insicurezza cronica, nella paura di perdere quel poco che possiede: è la paura il suo sentimento dominante, e la vera motivazione del suo comportamento. Gli si impone il “vangelo della flessibilità”, ossia il dovere morale di accogliere le forze del mercato come propria fede e guida, ed essere adattabile alle loro esigenze centrate su rapporti flessibili come “imperativo categorico” del processo della produzione globale (Boltanski e Chiapello 2014). Una persona che vive soltanto grazie a lavori temporanei conduce una vita il cui rischio è la regola. L’incertezza che ne deriva produce un “adeguamento verso il basso” dovuto al timore di perdere ciò che si ha. Man mano che il lavoro diventa precario, la perdita di reddito che ne deriva, insieme a quella dei connessi simboli di status, viene aggravata da una perdita di reputazione e dalla progressiva assimilazione alla non-cittadinanza.
Del tutto in linea con i processi di soggettivazione che la precarietà produce, emerge paradigmaticamente l’idea di un individuo “assoggettato” al debito. L’uomo indebitato rende evidente che le tecniche di governamentalità “della” crisi e “nella” crisi sono ordine e normalizzazione. La vastità del fenomeno, di portata globale, permette addirittura di vedere nel debito (degli individui e degli Stati, privato e pubblico) il progetto di un’economia basata sul paradigma neoliberista, a patto di considerare l’indebitamento come non circoscritto all’economia (Graeber 2012; Dardot e Laval 2016). Ecco perché la posta in gioco negli attuali ordinamenti politici è ciò che Judith Butler chiama una “buona vita”; l’alternativa, sempre minacciata. è l’essere condannati a una forma di social death, a una vita vissuta in schiavitù (Butler 2013; Patterson 1985). Certamente, le forme contemporanee di privazione e abbandono prodotte dalla razionalità neoliberista non sono paragonabili alla schiavitù in senso tradizionale; pertanto, le categorie della precarietà e dell’indebitamento diventano uno strumento interpretativo efficace dell’invivibilità solo se servono all’autocomprensione del valore che incarniamo. Occorre cioè riflettere sulla condizione di servitù (volontaria?) del soggetto indebitato e/o precario, cioè sul contrasto tra individuo come soggettività autonoma e individuo assoggettato alle pratiche governamentali.

 

4. Il carattere totalizzante dell’indebitamento e della precarietà assurge a paradigma di un quasi-totalitarismo del secolo attuale. Sullo sfondo delle esperienze esistenziali di precarietà, la (millenaria) questione della violenza politica emerge con prepotenza, e con essa anche lo spettro del totalitarismo, sebbene declinato in forma inedita. Il fatto è che l’analisi della governamentalità rivela l’esistenza di pratiche che sono espressione di una forma di potere che, lungi dall’essere frugale, si affida agli strumenti di cui non è richiesta alcuna forma di legittimazione. In questo consiste la sua dimensione violenta.
La violenza, scrive Arendt, si distingue dall’autorità per il suo carattere strumentale: non ha bisogno di legittimazione ma solo di giustificazione. È un mezzo di dominio e distruzione del potere, ed essendo strumentale per natura è razionale nella misura in cui è efficace per raggiungere il fine che la giustifica (Arendt 2008). La natura del sistema quasi-totalitario che è così realizzato, come si vedrà, è teleologica in maniera peculiare e determina la specifica forma di strategia della violenza dispotica neoliberale. Ma proprio per la sua essenza tattica e strategica, la governamentalità neoliberale rientra nella lettura arendtiana quando giustifica forme di potere sempre più diffuse e meno centralizzate.
La governamentalità che si intreccia col capitalismo neoliberista non plasma la soggettività dello schiavo, dell’individuo completamente assoggettato: è il capitalismo stesso, del resto, a impedire alle sue “vittime” di sentirsi tali quando offre lo spettacolo della distinzione tra dominanti (felici e vincenti) e dominati (precari e indebitati), che, in una forma di liberalismo avanzato, sembra conciliarsi sia con l’eguaglianza politica e democratica, che istituzionalmente e formalmente permane, sia con la paura terrificante di perdere la propria posizione sociale o lavorativa. È attraverso la paura che si ottiene dai dominati del sistema capitalistico un supplemento di soggezione (o di mobilitazione produttiva), quel che Thomas Coutrot (1998) chiama «cooperazione forzata». La vittima non può che dare il suo consenso a un sistema che lo lusinga e al tempo stesso lo minaccia.
L’allineamento tra il desiderio di dominio dei dominanti e il consenso dei dominati proviene direttamente da una «radicalizzazione del governo attraverso la paura» (Lordon 2015, p. 60): della prossima crisi economica, della disoccupazione di massa, di una crescita del debito, e di molte altre cose. Bourdieu ha fatto proprio questo paradosso forgiando un concetto, quello di violenza simbolica, la cui vocazione è pensare gli incroci tra dominio e consenso. Tuttavia, se il consenso al sistema è per lo più segnato dalla violenza, e l’adesione è ottenuta attraverso la minaccia dell’incertezza e della precarietà, l’autonomia dei soggetti si tramuta di fatto in una maschera di inedita schiavitù. In questo quadro la schiavitù volontaria di La Boetie è impossibile.
La paura, però, non è l’unica strategia della violenza. Come sostiene Frédéric Lordon (2015), rendere i dominati contenti resta una delle più vecchie corde dell’arte del regnare, perché è strumento sicuro per far loro scordare il loro stato di soggezione. Il capitalismo ci sta arrivando per effetto delle necessità delle sue nuove forme produttive, insieme a un processo di sofisticazione delle procedure di governamentalità. In pratica, il dominio ha smesso di offrire lo sguardo familiare del semplice bastone e la strategia del potere è assumere un aspetto sempre meno direttamente autoritario. È in quest’ottica che occorre leggere l’apprendimento individuale e collettivo di tecniche, abitudini e stili di vita della governamentalità capitalistica. Questo significa che il capitalismo neoliberista non si accontenta dell’asservimento esterno, ma cerca di incidere sull’intera sottomissione dell’interiorità, sulla condivisione dei fini collettivi ma perseguiti individualmente (che finiscono per coincidere), pretendendo l’identificazione totale degli arruolati e valutando il loro grado di allineamento: non sei “adeguato” se non accetti di essere precario (Standing 2012).
Attraverso la governamentalità, la forma canonica del rapporto che oppone un dominante, o un numero esiguo di dominanti, alla massa di dominati, emerge dallo sfondo in maniera piuttosto netta, per quanto inframmezzato di “mediazioni strategiche”. “Mediazione” significa che la strada del potere è meno diretta, perché passa per intermediari sempre più numerosi – che sono per lo più i dominati stessi; “strategia” perde quindi il suo senso apertamente riflessivo e calcolatore, che però non è escluso. Come sostiene Lordon, se strategico è l’insieme delle azioni concatenate per giungere a un fine desiderato, allora queste concatenazioni possono essere il risultato di modi di fare introiettati dai dominati, al punto da non essere altro che riflessi e modalità di azione pressoché automatiche (ciò che Bourdieu chiama habitus).
È qui che si affaccia lo spettro del totalitarismo, non certamente nel senso classico, nella misura in cui esso ha di mira una subordinazione totale, esterna e interna, dei soggetti del sistema, bensì nel senso che l’impresa neoliberista pretende di subordinare l’essere del lavoratore salariato, la sua anima, i sui fini, le sue disposizioni, i desideri e i modi di fare, rimodellando la sua singolarità affinché funzioni “spontaneamente”.
Per un obiettivo di controllo così profondo, “totalitarismo” è un termine possibile (Dardot e Laval 2013). È quindi l’intero “corpo” sociale a essere impegnato, per autoaffezione, a formare i desideri e le inclinazioni dei suoi membri. Questo significa che il processo di allineamento dei desideri non è assegnabile, se non nominalmente, alla massima istanza che è il corpo sociale stesso: esso non è portatore di alcuna intenzione, e, in questo senso, è perfettamente privo di telos.
Concludendo, la tecnica di potere del regime neoliberale assume una forma subdola, duttile, intelligente, e si sottrae a ogni visibilità. La crisi della libertà nella società contemporanea consiste nel doversi confrontare con una tecnica di potere che non nega o reprime la libertà, ma la sfrutta. Poiché si basa su un’auto-organizzazione e un’auto-ottimizzazione volontarie non deve superare nessuna resistenza. Perciò è possibile affermare che le forze del mercato capitalistico esercitano una violenza che è un vero e proprio “effetto sistema” e, come tale, è privo di centro, privo di “ingegneria della volontà”, preda dell’anomia, dunque assimilabile a una necessità che si abbatte sui lavoratori salariati (sugli indebitati, sui precari) al colmo dell’eteronomia (Lordon 2015). Non c’è spazio per alcuna emancipazione, l’autonomia promessa dal neoliberismo apparendo piuttosto come la maschera di un’inedita schiavitù.

 

5. L’edificio del neoliberismo registra tuttavia i primi segni di cedimento: l’illusione che ognuno, in quanto progetto che delinea liberamente se stesso, sia capace di un’«autoproduzione illimitata» si va progressivamente dissolvendo (Han 2016, 15, 24-25). Inoltre, l’invito all’autonomia, ma nella direzione del mercato, e l’invito all’autorealizzazione, ma nella direzione del sistema, sono le ragioni per le quali le strategie di allineamento non hanno un successo garantito e possono sortire effetti profondamente contrastanti a seconda dei soggetti che essi catturano. Sono i punti in cui il sistema potenzialmente cade in contraddizione. Del resto, se con «spirito del capitalismo» si intende l’ideologia che giustifica l’impegno in esso, non possiamo non riconoscere che questo spirito vive oggi una crisi importante, testimoniata da un disorientamento e da uno scetticismo sociale crescenti. È in questo frangente che il soggetto neoliberale, oggetto delle pratiche e delle discipline governamentali, può riconoscere le forme di sottomissione neoliberali per ciò che sono: come surrettiziamente accompagnate dal sentimento della libertà, ma in grado di forzare alla prestazione e all’ottimizzazione, sempre sotto il segno della precarietà.
Tuttavia il cedimento è solo questo, e non è un cedimento strutturale. Il fatto della consapevolezza accresciuta da parte degli assoggettati non frena né modifica il sistema neoliberale, semmai lo induce a reagire. Ecco perché l’“ultraliberismo”, o il “totalitarismo neoliberista” e, quindi, il “capitalismo”, se ricondotti a un unico sistema, appaiono ormai, nelle analisi più avvertite, come concetti inadatti a dipanare una matassa di processi che esigono analisi nuove e più profonde (Dardot e Laval 2016; Brown 2015). Ma, occorre ribadirlo, non è il caso di nutrire speranze verso una qualche forma di emancipazione dalla schiavitù neoliberista. Si tratta invece di guardare in faccia alla realtà: il neoliberismo, attraverso gli effetti di insicurezza e distruzione che sta generando, non solo non si fa fermare dalla (dalle) crisi, ma continua a rafforzarsi e autoalimentarsi proprio attraverso la crisi. Poiché la capacità specifica del neoliberismo è riuscire a nutrirsi delle reazioni che esso stesso induce, il capitale umano che in esso variamente agisce ha un ruolo autonomizzante solo se è in grado di riappropriarsi della sua dimensione di demos. È questa dimensione la più colpita dalla crisi, ed è da questa sfida che occorre ripartire.

 

Bibliografia

Arendt, H. [1970] 2008, Sulla violenza, Parma, Guanda. Bauman, Z. 2011, Danni collaterali, Roma-Bari, Laterza.
Beck, U. 2000, La società del rischio (1986). Roma, Carocci.
Boltanski, L. – E. Chiapello [2011] 2014, Il nuovo spirito del capitalismo, Milano, Mimesis.
Brown, W. 1995, States of Injury. Power and Freedom in Late Modernity, Princeton, Princeton University Press.
Brown, W. 2015, Undoing the Demos. Neoliberalism’s Stealth Revolution, Cambridge, MIT Press.
Butler, J. [2012] 2013, A chi spetta una buona vita?, Roma, Nottetempo.
Canfora, L. 2017, La schiavitù del capitale, Bologna, il Mulino.
Coutrot, T. 1998, L’enterprise néolibérale, nouvelle utopie capitaliste?, Paris, La Découverte.
Dardot, P. – C. Laval 2016, Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista, Roma, DeriveApprodi.
Dardot, P. – C. Laval [2010] 2013, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista (2010), Roma, DeriveApprodi.
Ewald, F. 1986, L’État Providence, Paris, Édition Grasset.
Ewald, F. 1991, Insurance and Risk, in Burchell, G. – Gordon – C., Miller, P. (eds.), The Foucault Effects: Studies in Governmentality, Chicago, Chicago University Press, pp. 197-210.
Firebaugh, G. 2003, The New Geography of Global Income Inequality, Harvard, Harvard University Press.
Foucault, M. 2000, Governamentality, in Id., The Essential Works of Foucault, 1954-1984, Vol. 3: Power, New York, New Press.
Foucault, M. 2005. Nascita della biopolitica, Milano, Feltrinelli.
Foucault, M. 2007, Security, Territory, Population, London, Palgrave.
Graeber, D. [2011] 2012, Debito. I primi 5000 anni, Milano, Il Saggiatore.
Lazzarato, M. 2013, Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, Roma, DeriveApprodi.
Lordon, F. [2010] 2015, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, Roma, DeriveApprodi.
Patterson, O. 1985, Slavery and Social Death: A Comparative Study, Cambridge, Harvard University Press.
Standing, G. [2011] 2012, Precari. La nuova classe esplosiva, Bologna, il Mulino.

 

Pubblicato su Cosmopolis, Rivista di Filosofia e Teoria Politica




Una via costituzionale al “reddito minimo” per la piena e buona occupazione

Logo_art36La crisi che sta attraversando l’Europa pone sempre più il problema della tenuta sociale all’interno dei diversi paesi, e sollecita in tal senso interrogativi non solo per quanto riguarda l’effettiva uscita delle economie dalla depressione, ma anche per quel che concerne il permanere delle garanzie democratiche. La stessa crisi – come ha fatto rilevare più volte anche l’economista Paul Krugman – si sta tramutando infatti una occasione per smantellare progressivamente i sistemi di Welfare pubblico, che hanno costituito il nerbo dello sviluppo europeo dal dopoguerra ad oggi. Allo stesso tempo la caduta del reddito e della domanda pone un problema emergenziale, richiedendo adeguati interventi di sostegno. Ma il modo in cui le politiche di sostegno al reddito vengono concepite e portate avanti, risulta essere assolutamente rilevante nel determinare in base a quale modello di sviluppo si uscirà dalla crisi.

Il dibattito attualmente in corso in Italia sull’istituzione di un reddito minimo garantito, offre ottimi spunti per riflettere sulle insidie che la crisi in corso sta tendendo alla tutela dei diritti essenziali dei cittadini, complice il naturale consenso proveniente da quella parte di popolazione che è più danneggiata. E’ necessario, in particolare, comprendere quale dovrebbe essere la collocazione del reddito garantito rispetto all’intero sistema di Welfare e alle caratteristiche del mercato del lavoro.  Un Welfare che vada a compensare i bassi salari e la precarietà è ciò che hanno sempre proposto i liberisti e, non a caso, tra i primi a proporre il “reddito minimo garantito” vi fu Milton Friedman: secondo l’economista americano lo Stato avrebbe dovuto stabilire un reddito minimo, ad esempio 1000 dollari al mese: chiunque percepisse un reddito da lavoro inferiore a tale cifra avrebbe ricevuto un’integrazione fino a quella soglia. L’espressione usata da Friedman era “tassa negativa sul reddito” (in inglese NIT: negative income tax): invece di pagare le tasse allo Stato, è lo Stato che paga il contribuente, al fine di mantenere in piedi il sistema basato sui consumi. Secondo Friedman la NIT, inserita all’interno di uno schema di tassazione non più progressivo – come nella tradizione sia americana che europea – ma “piatto”, cioè con un’unica aliquota uguale per tutti, avrebbe dovuto sostituire le previsioni del Welfare tradizionale ed essere accompagnata dall’eliminazione dei minimi salariali.

E d’altra parte, non è necessario fare un grande sforzo di fantasia per accorgersi che le tendenze europee marciano già in questa direzione. E’ ormai noto, infatti che in Germania, con le riforme Hartz implementate dal governo socialdemocratico di Gerhard Schröder, il mercato del lavoro è profondamente cambiato: i lavori a tempo pieno e indeterminato hanno lasciato via via il posto a forme di impiego precarie e sottopagate, integrate dall’assistenza pubblica. Il 20 dicembre scorso Eurostat ha inoltre comunicato che con il 22,2% la Germania ha la più alta quota di lavoratori con un basso salario di tutta l’Europa occidentale. Ma ciò che va sottolineato di tale contesto, è che i redditi derivanti dai bassi salari possono sommarsi al “reddito minimo garantito” istituito in Germania. In assenza di un regime di “salario minimo garantito” (troppo spesso erroneamente confuso con il “reddito minimo”), l’istituto del “reddito minimo” in Germania ha in pratica funzionato da “cavallo di Troia” per la precarizzazione del mercato del lavoro dove stanno imperversando i cosiddetti mini-jobs, ossia i lavori sottopagati. Il Welfare è diventato così un surrogato per sostenere una massa crescente di “lavoratori poveri”, e c’è chi non ha esitato a definirlo (molto appropriatamente) “elemosina di sudditanza”.

Lo stato sociale (un’invenzione, peraltro, dei liberali inglesi attuata dalla sinistra socialdemocratica europea) non è affatto nato per accompagnare la flessibilità e la moderazione salariale, ma ha convissuto con alti salari, mercato del lavoro tendenzialmente rigido, obiettivi di piena occupazione e proprio dagli alti salari e dalla piena occupazione ha tratto prioritariamente le proprie risorse. La questione appare particolarmente sensibile nel caso italiano, dove il “reddito minimo garantito” non esiste, e bassi salari e precarietà del lavoro sono diventati un logoro (quanto inutile) strumento di competitività, in assenza di politiche industriali volte a favorire la crescita di settori tecnologicamente avanzati sui quali è ormai improntata la nuova divisione internazionale del lavoro.

Assumere riduttivamente il “reddito minimo garantito” significherebbe disattendere innanzitutto il “diritto ad una esistenza libera e dignitosa” di cui la nostra Costituzione si fa garante. Ed in effetti non è un caso se recentemente Stefano Rodotà nel suo ultimo libro “Il diritto di avere diritti”, richiama la centralità dell’articolo 3 della Costituzione  nel quale si afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, e che per questo diventa un vero e proprio architrave di tutto il testo costituzionale. Così, in tema di retribuzioni l’art. 36 dà concreta attuazione al “modello” di riferimento generale indicato nell’art. 3 affermando “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ma poiché in capo a tutto sta l’articolo 1 della Costituzione per cui “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, se ne conclude anche che l’articolo 36 riguarda tutte le persone, affidando al carattere della retribuzione l’obiettivo di far sì che sia garantita una esistenza libera e dignitosa (e dunque non di mera sopravvivenza). Per questo l’istituto del reddito minimo deve diventare funzionale a correggere la fuga in avanti verso la precarizzazione del lavoro e sostenere l’attuazione di una politica economica finalizzata alla realizzazione all’obiettivo della piena e buona occupazione, per un effettivo riequilibrio delle disuguaglianze ed un vero rilancio dello sviluppo.

(7 giugno 2013, www.syloslabini.info)